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PALESTINA , 2022, L'ANNO DI SANGUE

POLITICA ESTERA

 

22/12/2022

da Valigia Blu

Paola Caridi

 

L’anno più sanguinoso dal 2005, e cioè dalla fine della seconda intifada. Non ancora concluso, il 2022 ha già battuto un record tragico, per i palestinesi. In particolare, per i palestinesi in Cisgiordania. 

 

Non è un dettaglio, indicare con precisione la Cisgiordania, l’area della Palestina in cui da quasi due anni è saltato del tutto quel singolare e precario equilibrio che teneva in piedi la collaborazione tra l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele, soprattutto sul piano della sicurezza. 

 

Le cifre variano a seconda delle fonti. Muoversi nel labirinto dei numeri, però, è necessario, ancora di più in questo tempo e in questo spazio, per comprendere una situazione che è foriera di sviluppi molto pericolosi. Le fonti giornalistiche e istituzionali palestinesi parlano di oltre 200 cittadini – in questo caso tra Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est - uccisi da soldati o da coloni israeliani. Almeno un quarto di coloro che sono stati uccisi erano minori, molti adolescenti. Le Nazioni Unite, e in particolare l’ufficio di coordinamento umanitario per il Territorio Palestinese Occupato (Ocha-Opt), forniscono un dato ancora parziale aggiornato a inizio dicembre, 140 uccisi nella sola Cisgiordania. La contabilità tragica di questo 2022 si aggiorna, però, di giorno in giorno, e solo il prossimo rapporto quindicinale dell’Ocha-Opt potrà dare formalmente il totale dei morti ammazzati di questo sanguinoso 2022.

 

Se pure non è arrivata sulle prime pagine della stampa generalista italiana, la notizia è giunta sin dentro il Consiglio di sicurezza dell’Onu, durante l’audizione dello scorso 19 dicembre dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, Tor Wennesland, convocato per fare il resoconto annuale sullo stato dell’arte del “processo di pace” tra Israele e Palestina. “Profonda preoccupazione”, questo il sentimento di Wennesland, per “gli alti livelli di violenza a cui abbiamo assistito nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme est, e in Israele negli scorsi mesi”. L’inviato speciale dell’Onu è andato nei dettagli della violenza. “Sono continuati gli scontri, le proteste, gli attacchi, le operazioni israeliane, compreso in Area A [le città sotto amministrazione dell’Anp], e la violenza dei coloni. Nel 2022, sino a oggi, sono stati uccisi in Cisgiordania e in Israele oltre 150 palestinesi e più di venti israeliani, il più alto numero di vittime in molti anni”.

 

Una persona uccisa ogni due giorni, in sintesi. Uno stillicidio che, però, non fa notizia. O non ha nome e identità, almeno da questa parte del Mediterraneo. Per i palestinesi, e per un ampio pubblico generalista non-europeo e non-occidentale, la notizia c’è, si diffonde, anche sui social, dove rimbalzano i volti e i nomi delle persone, spesso giovanissime, uccise soprattutto nel triangolo più settentrionale della Cisgiordania occupata, tra Jenin e Nablus.   

 

Nella serie tragica di uccisioni, è il caso di Jana Zakarneh ad aver colpito di più. Una ragazza palestinese di appena 16 anni, uccisa a Jenin da un cecchino dell’esercito israeliano mentre si trovava sul tetto della sua casa, tra serbatoi dell’acqua e pannelli solari per gli scaldabagni. È stata colpita da nove proiettili, compresi quelli che miravano alla testa. Jana Zakarneh non è l’unica adolescente di questa conta terribile. A dire i nomi, i nomi della sua generazione, è l’instancabile Gideon Levy, uno dei giornalisti israeliani più stimati, che sulle colonne del liberal Haaretz fa la lista. “Mohammad Nuri, Haitem Mubarak, Moamen Jabar, Hussein Taha, Dirar Salah, Mohammad Suleiman, Odeh Sadka, Reit Yamin, Amjad Fayed, Ta’air Mislet, Kusai Hamamra, Mohammad Kassem, Send Abu Atiya, Nader Rian and Mohamad Abu Salah sono anonimi. Era tutti della generazione di jana, ragazzini di 16 anni, e tutti uccisi solo quest’anno da Israele. Nessuno di loro meritava di morire, nessun sedicenne merita di morire. Potevano essere arrestati, feriti se ve ne fosse stato bisogno, ma non uccisi”. Sono tutti ragazzi, tutti rimasti anonimi, perché i maschi adolescenti palestinesi della stessa età di Jana Zakarneh non colpiscono più il nostro immaginario.

 

Neanche Aryeh Schupak è riuscito a rompere la nostra indifferenza per un teatro di violenza – come Israele-Palestina – ritenuto ormai periferico. Aryeh Schupak, un ragazzo israeliano che di anni ne aveva anche lui sedici, studente in una scuola religiosa ebraica, è stato ucciso in uno dei due attacchi quasi contemporanei contro i civili compiuti il 24 novembre  scorso a Gerusalemme ovest, a poca distanza dal ponte di Calatrava e dalla zona più usata dai pendolari verso Tel Aviv. Due ordigni piazzati vicino a due fermate dell’autobus, che hanno causato due morti e ventidue feriti, e di cui nessun gruppo palestinese ha rivendicato la paternità. Perché anche per Israele il 2022 è stato l’anno più sanguinoso dai tempi della seconda intifada, l’anno in cui più israeliani sono stati uccisi non solo in Cisgiordania, ma nelle città israeliane. 29 vittime, tra civili e soldati.

 

Cosa succede, in Cisgiordania? Succede che sta saltando tutto, e non è responsabilità del nuovo governo di Bibi Netanyahu che non si è ancora insediato. Durante il governo centrista di Yair Lapid e del ministro della difesa Benny Gantz, l’esercito israeliano ha intensificato le operazioni tra Jenin e Nablus, considerate due aree in cui le forze di sicurezza dell’Anp non hanno più il controllo della situazione. Il pubblico che, in Europa, non si occupa da tempo di Israele e Palestina non ne avrebbe saputo praticamente nulla, se a maggio non fosse stata uccisa Shireen Abu Akleh, la più famosa tra le giornaliste arabe, palestinese di Gerusalemme, con un passaporto statunitense. L’uccisione di Shireen Abu Akleh da parte di soldati israeliani – la famiglia della giornalista di Al Jazeera ha depositato di recente una denuncia al Tribunale Internazionale Penale Permanente (ICC) all’Aja - ha scoperchiato ciò che già succedeva nell’area di Jenin: “Operazioni di sicurezza” israeliane per tentare di controllare una delle zone in cui più sono presenti gruppi armati. Come nella vicina Nablus, dove è saltato anche il controllo e il monopolio della forza da parte dei corpi di sicurezza dell’Anp e delle fazioni armate tradizionali. La nascita di gruppi armati come la “tana dei leoni” a Nablus, e altre formazioni simili a Jenin, ha mostrato con chiarezza quanto si sia approfondito il solco tra l’Autorità Nazionale di Mahmoud Abbas e la società palestinese in Cisgiordania. L’aperto, diffuso, capillare disagio si è già trasformato molto spesso in disprezzo verso chi gestisce il potere a Ramallah e nei governatorati. E nel caso di Nablus e Jenin, nella creazione di gruppi armati incontrollabili, in gran parte formati da giovanissimi.

 

Non sono, però, solo loro – i giovanissimi dei nuovi gruppi armati – i morti ammazzati in Cisgiordania. Né ci sono solo i cosiddetti lupi solitari, palestinesi che – per esempio ai margini del campo profughi di Shuafat a Gerusalemme, o vicino alle colonie – hanno ucciso e ferito israeliani con coltelli o con armi da fuoco. La lista delle vittime testimonia del numero alto di ragazzi e adulti uccisi ai check-point, in manifestazioni pacifiche, oppure mentre tiravano pietre, nelle incursioni dei soldati israeliani nei piccoli paesi di cui è costellata la Cisgiordania. 

 

L’esercito israeliano in Cisgiordania ha, dunque, usato il pugno duro, come confermato da Benny Gantz in una intervista di fine mandato. Alle domande della più importante testata dei coloni israeliani, Israel National News, il ministro della difesa uscente ha rivendicato la politica del controllo duro della Cisgiordania, vantandosi anche di avere lui stesso approvato la costruzione di diecimila unità abitative nelle colonie in Cisgiordania, colonie illegali secondo il diritto internazionale. I blocchi di colonie, soprattutto quelli nell’area di Jenin e Nablus, sono il cuore della questioneisraelo-palestinese, perlomeno in Cisgiordania. Rappresentano non solo la frammentazione geografica della Palestina, ma anche un blocco di potere e di consenso che sta cambiando gli stessi equilibri all’interno di Israele. Da anni, osservatori israeliani parlano di un esercito a Tel Aviv, e di un esercito in Cisgiordania, in questo caso legato ai coloni, come mostrato nei video degli attacchi ai palestinesi. In particolare al check-point di Huwwara, che come un rubinetto apre o chiude l’accesso a Nablus. 

 

I negoziati in corso per la formazione del nuovo governo di Bibi Netanyahu mostrano che il “caso Cisgiordania” è uno dei nodi fondamentali. Non solo per la nascita dell’esecutivo, ma per gli stessi rapporti con gli Stati Uniti, che non hanno fatto mistero di non gradire la presenza dell’esponente più di rilievo della destra estrema israeliana, Bezalel Smotrich, in un ruolo determinante del ministero della difesa. Determinante per decidere l’incremento delle colonie e la gestione militare della Cisgiordania.