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CAOS GEOPOLITICO E LEADER INCERTI: PUTIN PER PRIMO, BIDEN INSEGUE , EUROPA ASSENTE, LA CINA ASPETTA

POLITICA ESTERA

 

30/12/2022

da Remo Contro

Piero Orteca

 

Caos geopolitico e leader incerti: Putin per primo, Biden insegue, Europa assente, la Cina aspetta

La Russia con la sanguinosa e maldestra invasione dell’Ucraina chiusa in un angolo. L’America mai così spaccata in due da molti anni, e confusionaria in politica estera. L’Europa, scossa da guerra e crisi economica. Il Giappone arranca e i grandi ‘non allineati’ (India, Sudafrica, Brasile, Pakistan, Indonesia, quasi tutta l’Opec) avanzano zigzagando.
Insomma, il mondo che verrà è troppo complesso per preparare ricette predeterminate.

Putin prigioniero della tragedia ucraina corre in Cina

È tempo di bilanci e se i conti vanno in rosso bisogna cominciare a mettere le mani avanti. Così Vladimir Putin, dopo dieci mesi di sconclusionati massacri in Ucraina, cerca solide sponde che lo aiutino a coprirsi le spalle e risorse per proseguire la guerra. Il primo nome della lista, ovviamente, è quello della Cina. Il leader del Cremlino ha già spedito a Pechino, la scorsa settimana, in missione esplorativa, il suo fido scudiero, l’ex Presidente e braccio destro Dimitri Medvedev. Noto per le sue posizioni radicali e per le sue dichiarazioni, ancor più incendiarie, l’alto esponente dell’Amministrazione di Mosca ha preparato il terreno al summit (videoconferenza?) che Putin avrà prestissimo col Presidente cinese Xi Jinping.

Caos geopolitico planetario

Certo, il momento, dal punto di vista geopolitico, è francamente complesso, a essere ottimisti. Ma sarebbe meglio parlare di caos, se non di vero e proprio guazzabuglio diplomatico. Pechino si muove con grande spregiudicatezza, nonostante le pesanti crisi “multiruolo” che ha dovuto affrontare negli ultimi due anni. Gli altri, per certi versi, stanno decisamente peggio. La Russia con la maldestra e sanguinosa invasione dell’Ucraina si è chiusa da sola in un angolo. L’America non è mai stata politicamente così spaccata in due da molti anni e, soprattutto, indebolita e confusionaria in politica estera. L’Europa, scossa dalle convulsioni della crisi economica e terribilmente toccata dal conflitto ucraino è entrata in recessione. Il Giappone arranca e i grandi “non allineati” (India, Sudafrica, Brasile, Pakistan, Indonesia, quasi tutta l’Opec) avanzano zigzagando. Insomma, il mondo che verrà è troppo complesso per preparare ricette predeterminate.

Usa-Cina e la foreign policy bideniana

Così, Xi Jinping si prepara a discutere con Putin, ma, intanto, il potente Ministro degli Esteri, Wang Yi, uscito rafforzato dal recente XX Congresso del Partito comunista, parla con Antony Blinken. Secondo il South China roMorning Post di Hong Kong, Pechino non ha alcun interesse a inasprire, nei fatti, le relazioni con Washington. Business is business, un principio sacro anche per gli americani.

Rigidità Usa duttilità cinesi

Ci sono, però, numerose questioni aperte che sono state, in qualche modo, aggravate da un approccio sin troppo rigido della foreign policy bideniana. Questo ha fatto dire a Wang, domenica scorsa, che “uno degli obiettivi della Cina, nel 2023, è l’approfondimento del partenariato con la Russia, solido come una roccia”. Contemporaneamente, però, Wang ha aggiunto che si punterà a migliorare i rapporti con gli Stati Uniti e con l’Occidente. Comunque, gratta gratta, non è improbabile che uno degli obiettivi cinesi sia quello di differenziare i suoi approcci strategici, distinguendo tra gli Usa (il vero avversario) e l’Europa, vista invece come un partner commerciale affidabile. D’altro canto, riferisce il giornale di Hong Kong, i leader cinesi, al di là della retorica d’ordinanza, sono diventati molto più “freddi” nei confronti di Putin e della sua catastrofica guerra.

Federazione Russa minacciata in Asia

Lo stesso Presidente russo, durante la riunione convocata a San Pietroburgo in cerca di sostegno per la causa, ha dovuto ammettere l’emergere di linee di dissenso. Specie tra le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Con la Cina, dopo la fragorosa dichiarazione di “partnership senza limiti” dello scorso febbraio, l’intesa del Cremlino è diventata più tiepida. Fino a quando, a settembre, Putin ha rivelato che Xi gli aveva manifestato grande preoccupazione per la guerra in Ucraina.

La Teoria dei giochi

Il complesso delle relazioni internazionali fra questi attori, in ogni caso, sembra un esempio pratico di Teoria dei giochi: i comportamenti cambiano e si influenzano reciprocamente, anche secondo le scelte operate dagli altri. Spesso, l’irrigidirsi della posizione cinese a favore della Russia si è verificato in occasione di scelte politiche americane su Taiwan, giudicate “provocatorie”, se non proprio aggressive. Come nel caso della visita “forzata” di Nancy Pelosi, una specie di parata militare, uno sberleffo al quale aveva cercato di opporsi (inutilmente) lo stesso Biden. Un’azione che sveva provocato una delle più gravi crisi del dopoguerra nel Mar Cinese Meridionale.

Bene, adesso Putin sceglie di conferire con Xi, dopo avere organizzato esercitazioni navali congiunte e in un momento in cui gli americani continuano a fare del loro meglio per far salire la tensione con Pechino.

‘National Defense Authorization Act’ Usa

Come scrive il Global Times, versione internazionalista del Quotidiano del popolo, l’approvazione a Washington del National Defense Authorization Act, definisce la Cina una “minaccia”, solo per un pregiudizio ideologico. A Pechino sono furibondi e pensano che si tratti di un vero e proprio ricatto, non tanto mascherato, da far valere come sanzioni tecnologiche di sguincio. Si possono fare mille riflessioni. È un modo per “convincere” i cinesi, attraverso l’economia, a fare scelte di politica estera diversa. O, paradossalmente, forse è il contrario: con la scusa della politica ti affondo l’economia, che è la cosa a cui tengo di più.

Intanto Putin s’inserisce in questo bailamme, cercando di sfruttare la finestra d’opportunità che ancora una volta Biden gli offre. Dovrà essere convincente. Perché, tra una settimana, a Pechino, arriverà il Segretario di Stato Usa, Antony Blinken. A fare che? Beh, deve cercare di mettere l’ultima pezza all’ennesimo buco aperto dal suo Presidente.