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L'ETIOPIA E LA GUERRA CHE NON VOGLIAMO VEDERE

POLITICA ESTERA   

 

11/01/203

da Remo Contro

Massimo Nava

 

L’Etiopia e la guerra che non vogliamo vedere. Le vite che contano e quelle dimenticate

Duecentomila morti la stima approssimativa di undici mesi di guerra in Ucraina, secondo il Corriere della Sera. «La guerra fra Mosca e Kiev ha però anche dimostrato che cosa è possibile fare quando il mondo decide che le vite distrutte sono degne di essere prese in considerazione. L’Ucraina resiste grazie all’eccezionale ondata di solidarietà internazionale e al sostegno militare degli Stati Uniti e dell’Europa. La Russia è colpita al cuore dalle sanzioni e dalla condanna morale di molti Paesi occidentali», sostiene Massimo Nava.
Ma altrove, guerre ancora più feroci e ancora più vittime, cosa accade? O meglio, cosa non accade oltre il macello.

Nel cono d’ombra dell’indifferenza

Lontano dai riflettori, nel cono d’ombra dell’indifferenza, si consuma invece da tempo una guerra più cruenta, alimentata dalle strategie divergenti delle potenze regionali e da un odio antico, con motivazioni etniche, religiose e tribali. Le vittime della guerra in Etiopia, in corso da due anni, sono oltre seicentomila, secondo stime concordanti della stampa internazionale, in gran parte civili, ovvero «danni collaterali in termini di esecuzioni sommarie, migrazioni, abbandono di terre coltivabili, carestia».

La guerra più feroce non è contro Kiev

«Pensate che la guerra in Ucraina sia il conflitto più mortale del mondo? Ripensateci» riporta il Guardian dalla regione separatista del Tigray, teatro principale della guerra civile. La scrittrice Madeleine Abraham osserva: «Le vittime hanno assistito a terribili abusi, i civili sono stati deliberatamente presi di mira. Decine di migliaia di donne sono state violentate. È una situazione che va avanti da due anni ma è probabile che non sappiate nemmeno dove si trova».

Foreign Affairs

Secondo Foreign Affairs, il governo etiope ha imposto un blocco alla regione ribelle per limitare la consegna di cibo e medicinali, mettendo a rischio la vita dei sei milioni di abitanti. Il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha definito la situazione come «pulizia etnica». Il governo etiope del premier Abiy Ahmed (vincitore nel 2019 di un poi contestatissimo Nobel per la pace) sfrutta a suo vantaggio anche il silenzio e l’indifferenza degli Stati Africani e dell’Unione Africana, la cui sede si trova ad Addis Abeba. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno fatto pressioni sul governo etiope, ma altri Stati come la Cina, la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti «hanno raddoppiato il loro sostegno ad Abiy», fornendo anche supporto militare.

Trattati in carta straccia

Eppure, a novembre, è stato firmato un accordo di cessazione delle ostilità fra il governo etiope e il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF). Ma altri scontri si sono registrati nella regione più grande del Paese, l’Oromia, fra le truppe federali e l’Esercito di Liberazione Oromo, un gruppo ribelle nazionalista. «Nell’ultimo mese centinaia di civili sono stati uccisi, feriti e rapiti in varie parti della regione, con entrambe le parti che si accusano reciprocamente di aver commesso atrocità», spiega The Reporter.

Da quando Abiy Ahmed è salito al potere e ha tentato di rivedere il sistema politico dell’Etiopia, le tensioni etniche sono aumentate. «L’Etiopia è stata scossa da centinaia di conflitti intercomunitari e attacchi mirati nella maggior parte delle sue regioni», scrive The Reporter.

Institute for Security Studies

L’Institute for Security Studies, un think tank sudafricano, ha osservato che «dopo aver apparentemente abbracciato l’idea di porre fine alle ostilità con le forze del Tigray e aver segnalato la propria disponibilità a negoziare con il TPLF, lo Stato ha lanciato un’offensiva militare per sradicare l’OLA in Oromia. L’istituto di ricerca ha poi messo in dubbio la fattibilità della tattica di perseguire percorsi di pace paralleli», negoziando da una parte e intensificando l’azione militare dall’altra. Inoltre, uno dei principali attori di questa crisi africana, l’Eritrea, gioca un ruolo ambiguo nei confronti dei movimenti ribelli, nonostante il sostegno dato contro l’egemonia etiope al tempo della lotta per l’indipendenza da Addis Abeba.

Etiopia e l’Eritrea nascosta

Come sottolinea Foreign Policy, né l’Etiopia né l’Eritrea menzionano apertamente la partecipazione dell’esercito eritreo e rimangono discrete sulle operazioni militari. Tuttavia, per alcuni analisti la presenza di una parte consistente dell’esercito eritreo sul terreno non è affatto in dubbio. Fonti vicine al TPLF sostengono che metà delle 150.000-200.000 truppe eritree sono presenti in Tigray.

‘Nuova alba’ al camposanto?

«È l’inizio di una nuova alba per l’Etiopia, per il Corno d’Africa e per l’Africa intera». Queste furono le parole trionfalistiche pronunciate a Pretoria, in Sudafrica, il 2 novembre scorso, dall’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, mediatore capo dei colloqui di pace dell’Unione Africana per l’Etiopia. L’accordo, firmato «dopo dieci giorni di intensi negoziati», impegnava il governo etiope e i leader del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray a porre fine a due anni di guerra.

La politica del tradimento

Due pagine e dodici paragrafi per «una pace duratura e la cessazione permanente delle ostilità», che includeva l’impegno del governo federale etiope a ripristinare i servizi e le forniture umanitarie che aveva tagliato fuori dalla provincia del Tigray settentrionale durante la guerra. La roadmap di pace ribadiva l’impegno delle parti a salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale dell’Etiopia e a sostenere la Costituzione della Repubblica Federale Democratica di Etiopia. Ma è rimasta lettera morta.