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IN ISRAELE LA SANTABARBARA SEGRETA DELL'UCRAINA

POLITICA ESTERA  UCRAINA   

 

19/01/2023

da Remo Contro

 

Gli Stati uniti hanno già fornito o promesso all’Ucraina 1 milione di proiettili per mortai da 155. Almeno 300mila di quei proiettili provengono dai depositi americani in Israele. Va anche detto che all’inizio della guerra in Ucraina, Israele aveva imposto un embargo quasi totale alle vendite di armi a Kiev, per timore delle rappresaglie russe contro i propri raid aeri sulle forze di Iran e Hezbollah.

Israele e democrazia. Destituito dalla magistratura il ministro del governo Netanyahu con la fedina penale sporca (il premier è in attesa di processo per corruzione), ma è scontro tra poteri.

***

In Israele la santabarbara dell’Ucraina

«I proiettili da 155 sono i più utili ora che la guerra si è fatta d’attrito e l’artiglieria gioca la parte del leone», segnala Roberto Zanini sul Manifesto. «Russia e Ucraina ne hanno consumati in quantità mai viste prima, tanto che la Russia ha dovuto farseli prestare dalla Corea del Nord, e Washington ha ridotto al limite le proprie riserve in patria, e anche quelle di Germania, Canada, Estonia e Italia, tra gli altri».

L’embargo israeliano violato

All’inizio della guerra in Ucraina, Israele aveva imposto un embargo quasi totale alle vendite di armi a Kiev, per timore delle rappresaglie russe contro i propri raid aeri sulle forze di Iran e Hezbollah. «La prosecuzione della guerra ha travolto ogni prudenza», ha scritto il New York Times, e il ministro della difesa Usa Austin e il suo omologo israeliano dell’epoca Benny Gantz hanno raggiunto un accordo per prelevare i proiettili necessari dai depositi americani in Israele. «È materiale di proprietà americana», ha detto il governo israeliano, con gli americani che in caso di emergenza hanno promesso di ripristinare le scorte. Perché, pur essendo americani, quei poco conosciuti depositi sono ‘accessibili anche a Israele’.

Armi americane in Israele, storia segreta

I giacimenti di munizioni americane in Israele hanno una storia lunga e tormentata, dalla guerra arabo-israeliana del 1973, forniture aviotrasportate inviate da Washington. Dopo quella guerra, Usa e Israele decisero di costruire depositi stabili, e dagli anni Ottanta, ‘memorandum Usa-Israele’, permise l’arrivo di carri armati, blindati trasporto truppe, e proiettili da obice in sei selezionate santabarbara in territorio israeliano.

War reserve stock for Allies-Israel

Santabarbara denominate Wrsa-I, War reserve stock for Allies-Israel. Inizialmente accessibili solo a personale americano, negli anni 2000 vennero ingrandite per poter rifornire l’esercito, la marina e l’aviazione americana in ogni eventuale conflitto in Medio oriente. Infine vennero aperte anche a Israele, durante la guerra del 2006 contro Hezbollah, e di nuovo nelle operazioni israeliane contro Gaza nel 2014.
«Singolare –rileva Roberto Zanini-, che per armare un paese che combatte un’occupazione, Washington vada a prendere le cartucce in un paese che già ne occupa un altro».

Si spara troppo, spesso a casaccio

Uno dei problemi è che la pur generosa industria bellica occidentale non riesce a tenere dietro agli ordinativi. L’Ucraina esplode circa 90mila colpi da 155 al mese, due volte la quantità con cui vengono prodotti dall’industria bellica americana e europea messe insieme. Ma non solo: consumati anche 105 milioni di proiettili per armi leggere, 46mila colpi anticarro, 1.600 razzi Stinger e 8.500 razzi Javelin: anni di forniture bruciati in pochi mesi.

All’inizio della guerra l’Ucraina sparava così tanto che gli artiglieri ucraini dovettero essere ri-addestrati per evitare di sprecare munizioni. L’arrivo dei lanciarazzi Himars completò l’operazione, ma ancora oggi il fuoco è così intenso che un terzo degli obici da 155 sarebbero sempre in manutenzione.

Problema politico americano

Problema politico americano: dare fondo alle scorte rende felici i costruttori di armi, ma molto meno i politici che ormai da mesi criticano la diminuzione della capacità bellica degli Stati uniti. E domani a Ramstein (territorio americano in Germania) il vertice dell’alleanza per l’Ucraina, i paesi della Nato più una decina di invitati selezionati come avvenuto nell’aprile scorso.

Semi risolta la questione carri armati Leopard con la Germania (quanti a quando mai sarà), gli Stati uniti «passeranno in rassegna le truppe e assegneranno i compiti». Incluso di quali e quante armi produrre per non sguarnire gli arsenali di Washington.

     

 

POLITICA INTERNA ISRAELIANA

La Corte Suprema di Israele, il più alto tribunale del paese, si è espressa contro la nomina di Arye Dery, leader del partito ultraortodosso Shas, a ministro dell’Interno e della Salute. L’anno scorso Dery era stato processato per evasione fiscale, uscendone con una sospensione della pena in seguito a patteggiamento. Secondo la legge israeliana Dery non avrebbe potuto essere nominato ministro, ma prima che la Corte Suprema si esprimesse il governo aveva modificato la legge e proprio per rendere la sua nomina legittima. Dery aveva giurato come ministro a fine dicembre. La Corte Suprema ha detto di essersi espressa contro la nomina di Dery a ministro perché recidivo -era stato condannato una prima volta nel 1999 per corruzione e frode- e perché durante il patteggiamento dell’anno scorso si era impegnato a lasciare il suo incarico di parlamentare.

Dery è stretto alleato del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ed è alla guida del secondo più importante partito della coalizione di governo, il più di destra della storia di Israele. Contestatissima la riforma Natanyahu prevede che la Knesset (il parlamento israeliano) possa annullare una decisione della Corte con una semplice maggioranza assoluta dei voti (61 membri su 120), stabilendo di fatto un controllo del parlamento sulla magistratura e andando in palese contrasto con il principio democratico di separazione dei poteri.

Se la riforma dovesse passare, i partiti di maggioranza potrebbero dar seguito alla loro intenzione di annullare alcune importanti sentenze della Corte Suprema, tra cui quella che rende illegali le colonie israeliane in Cisgiordania, in una porzione di terra che la gran parte della comunità internazionale riconosce come palestine