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STATI UNITI IN BANCAROTTA VIRTUALE MA NON TROPPO, E QUASI NESSUNO LO DICE

POLITICA ESTERA

 

21/01/2023

da Remo Contro

 


Anche se il resto del mondo ignora la notizia -strano giornalismo, oltre che strana politica-, la notizia in America è sulle prime pagine di tutti i giornali e nei titoli dei tg. Un ‘default sovrano’ degli Stati Uniti oltre qualsiasi sogno di potere di Xi Jinping o di Putin.

***

Stati Uniti in stato di ‘bancarotta virtuale’

Scontro fra la Camera a maggioranza repubblicana e la Casa Bianca. Il Congresso ha l’ultima parola in fatto di leggi di bilancio. E il governo è soggetto ogni anno a un tetto massimo di indebitamento, come scritto in una legge votata dal Congresso. L’ultimo tetto era stato fissato per l’appunto a 31.400 miliardi di dollari, e da ieri è stato raggiunto. Per continuare a indebitarsi, il Tesoro Usa deve ottenere il permesso dal ramo legislativo. E alla Camera i repubblicani si rifiutano di votare un tetto più alto. Altro che promesse di altri soldi e armamenti a ruota libera all’Ucraina da parte dell’amministrazione Biden.

Braccio di ferro tra contrapposte prepotenze

Dal Congresso esigono che Joe Biden negozi con loro dei tagli alla spesa pubblica e Biden, almeno sino ad ora, non vuole aprire questo negoziato. E la sua ministra del Tesoro, Janet Yellen, già annuncia che da oggi dovrà usare misure straordinarie per poter pagare gli stipendi pubblici, le pensioni, e gli interessi sui titoli di Stato. Oltre a smettere gli accantonamenti per alimentare i fondi pensione dei pubblici dipendenti. E altre misure, via via più stringenti e dolorose, si renderanno necessarie se questo stallo continuerà.

Fino a rischiare il default vero e proprio, «un evento inaudito –deve ammettere Federico Rampini sul Corriere della sera-, che nella storia ha colpito paesi come l’Argentina e il Pakistan, non certo gli Stati Uniti. Il Tesoro Usa si vanta di aver sempre pagato i suoi debiti da quando esiste cioè da oltre due secoli».

L’impero del dollaro traballa?

Il dollaro è l’unica valuta davvero universale, e del Tesoro e questo «signoraggio imperiale» -così viene definito-, dà agli Stati Uniti una capacità di spesa e di indebitamento quasi illimitata. Ma di questo ‘status imperiale’ i politici americani hanno abusato accumulando 31.400 miliardi di dollari di debito, pari al 130% del Pil. Un record preceduto e battuto in percentuale dall’Italia, ma con dimensioni complessive assolutamente minime rispetto al gigante americano.

Non solo scontro politico

Uno scontro di poteri simile era già accaduto nel 2011 quando alla Casa Bianca c’era Barack Obama. Il braccio di ferro andò avanti a lungo, si arrivò ad un parziale ‘shutdown’, la chiusura di alcuni uffici pubblici. Oggi il partito repubblicano ci riprova, guidato da un manipolo di ‘trumpiani’ che hanno conquistato ruoli importanti. Accusano Biden di essere il maggiore responsabile dell’inflazione, avendo elargito troppi aiuti pubblici durante la pandemia. E ora, il nodo politicamente più delicato ma comunque nel mirino, degli enormi aiuti all’Uraina in guerra contro la Russia, nemico storico degli Stati Uniti ora solo secondo dopo la Cina.

Minaccia ‘default tecnico’

Il braccio di ferro tra l’Amministrazione Biden e la Camera, rischia di protrarsi fino all’estate, prevedono dagli Usa, facendo tutti gli scongiuri per evitare l’Apocalisse del default tecnico. Evento semi catastrofico invece possibile per un certo numero di stati americani, costretti a dichiarare l’insolvenza. In verità c’è un precedente, ma risale al gennaio 1841, esattamente 170 anni fa, quando ben otto stati e un territorio non ancora riconosciuto di nome Florida, furono sopraffatti dal debito pubblico, ricorda Claudi Gatti sul Sole 24 ore. Tra questi, due stati sono in bilico anche oggi: l’Illinois e l’Ohio.

Silenzio omertoso

Fino a ieri il dibattito su questo rischio era rimasto sotto traccia. Ma ieri il New York Times ha rotto il silenzio con un articolo in prima pagina che anticipa proposte in fase di valutazione in Congresso, per permettere agli stati di liberarsi del peso del debito attraverso una forma di ‘bancarotta controllata’. «Non poteva essere altrimenti. Perché nell’ultimo anno è stato calcolato che il solo macigno degli impegni pensionistici è passato da 2mila a 2.500 miliardi di dollari. Le spese sanitarie costituiscono l’altro grande buco contabile per gli stati a rischio – e parliamo di nomi pesanti quali California, New York e New Jersey».

Bancarotta controllata

Tra i primi a prendere in considerazione una possibile insolvenza statale è stato l’ex presidente della Camera e potenziale candidato alle presidenziali Newt Gingrich. In un discorso ai suoi sostenitori, ha parlato senza mezzi termini della necessità di «introdurre un disegno di legge che offra agli stati un percorso di bancarotta». Ma pochi giorni fa l’allarme è venuto da un democratico, l’ex presidente del fondo pensionistico del New Jersey, Orin Kramer, secondo il quale «la crisi è imminente e non è più possibile ignorarla».

Il mercato e l’odore del sangue

Negli ultimi due mesi i fondi di investimento hanno ritirato ben 25 miliardi di dollari dal mercato obbligazionario municipale e statale. «Insomma, come per la Grecia e l’Irlanda, il mercato ha già cominciato a sentire odore di sangue». Il fatto che una qualche forma di bancarotta non sia più impensabile sta turbando non poco le due categorie che pagherebbero il prezzo più alto, gli obbligazionisti, che potrebbero vedere decimato un investimento ritenuto tra i più sicuri, e i dipendenti e pensionati statali. Unica alternativa quella di un salvataggio federale. Ma, al di là dell’opposizione republicana, questa strada è resa quasi impercorribile dal fatto che il deficit federale ha per molti già superato il livello di guardia.

Quei 31.400 miliardi di dollari di debito, pari al 130% del pur enorme Pil statunitense.