Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

Tu sei qui

L'IMPOVERIMENTO DEL SISTEMA PUBBLICO. ALLARME CGIL SULLA RINUNCIA ALLE CURE

Adriana Pollice
da il Manifesto
05.07.2017

.

Istat. Crollo della spesa sanitaria. Per la spesa publica Francia e Germania stanziano 4mila euro per abitante, l’Italia poco più di 2 mila.
.
Nel 2014 la spesa sanitaria dell’Italia è stata «significativamente inferiore» rispetto a quella di altri paesi dell’Unione europea, sia in termini di valore pro capite sia in rapporto al Pil. È quanto ha certificato ieri l’Istat fornendo i dati del periodo 2012-2016: a fronte dei circa 2.404 euro per abitante spesi in Italia, Regno Unito, Francia e Germania hanno stanziato tra i 3mila e i 4mila euro per abitante; Danimarca, Svezia e Lussemburgo intorno ai 5mila euro. In rapporto al Pil, la spesa è stata vicina all’11% in Francia e Germania, appena inferiore al 10% nel Regno Unito, di circa il 9% in Italia e Spagna.
.
Nel 2016 la spesa sanitaria corrente è stata pari a 149.500 milioni di euro (2.466 euro pro capite), con un’incidenza sul Pil dell’8,9%, sostenuta per il 75% dal settore pubblico. La spesa sanitaria privata nel 2016 è pari a 37.318 milioni di euro, con un’incidenza rispetto al Pil del 2,2%, il 90,9% a carico dalle famiglie. La spesa per cura e riabilitazione è stata pari a 82.032 milioni di euro, con un’incidenza del 54,9% sul totale della spesa sanitaria e del 4,9% sul Pil. Poi ci sono i prodotti farmaceutici e gli apparecchi terapeutici, con 31.106 milioni di euro e una quota del 20,8% del totale. Gli ospedali sono i principali erogatori di assistenza con un’incidenza del 45,5% sul totale della spesa corrente. Al secondo posto gli ambulatori che pesano per il 22,4%. Terza l’assistenza a lungo termine, che incide per il 10,1%.
.
La Cgil lancia l’allarme: «Dobbiamo smascherare il gioco in atto sul Sistema sanitario nazionale: nessuno dice che bisogna cambiarlo ma lo fanno, costruendo nella pratica un altro sistema dove chi ha i mezzi si rivolge al privato mentre il pubblico svolge un ruolo residuale per i poveri» ha spiegato Susanna Camusso ieri a Roma, chiudendo il convegno «Una Sanità pubblica, forte, di qualità per tutti». Una giornata di studi servita a costruire una piattaforma condivisa con Cisl e Uil per riaprire il confronto con il governo. L’apertura è stata affidata a Rosy Bindi, ministra della Salute dal 1996 al 2000, che ha spiegato: «Dobbiamo costruire un movimento sociale, culturale e politico sul significato dell’opera pubblica più importante di cui si è dotata l’Italia negli anni ’70».
.
Al primo posto della piattaforma sindacale ci sono le risorse: il Documento di economia e finanza prevede per il 2019 un crollo del rapporto spesa sanitaria-Pil al 6,4%, è necessario invece portare l’investimento nella media dei primi quindici paesi Ue. E poi i risparmi ottenuti dalla razionalizzazione della spesa vanno reinvestiti nel comparto, il finanziamento delle regioni va aggiornato. Oggi pesa l’età media: più è alta maggiori sono i fondi (così la Liguria ottiene più della Campania, che ha l’età media più bassa del paese). Occorre bilanciare il riparto con l’incidenza delle difficoltà economiche e sociali e la situazione epidemiologica. Altro nodo cruciale sono i superticket: «Il loro peso è diventato insopportabile, come segnala persino la Corte dei Conti» spiega la Cgil. Il loro proliferare e le differenze tra regioni hanno generato distorsioni: la fuga verso il privato, la rinuncia alle cure, l’emigrazione sanitaria in altre regioni. Il risultato è stato un minore introito per il pubblico cioè un nuovo tassello nel suo progressivo smantellamento. Stesso discorso per le liste d’attesa.
.
Nelle regioni in Piano di rientro i tagli lineari hanno squassato il servizio, Camusso critica le gestioni commissariali: «Una gigantesca modalità per non assumersi responsabilità politiche e sfuggire alla normalità della gestione». Per uscirne è necessaria la lotta alla corruzione e agli spechi, verificare i centri accreditati dove spesso si crea un mercato protetto a danno del pubblico, vigilare sull'applicazione dei Livelli essenziali di assistenza. Ci vuole, in sintesi, una nuova organizzazione che tenga anche conto delle differenze di genere, più prevenzione, integrazione tra sanità e servizi sociali, investimenti pubblici in innovazione. Cambiare la politica del numero chiuso nelle università pubbliche, che sta favorendo gli atenei privati finanziati da imprese e industrie del farmaco.
.
Un capitolo della relazione Camusso l’ha dedicato al tema del lavoro in Sanità: «La rincorsa al privato è stata accompagnata dalla svalorizzazione del pubblico, i dipendenti definiti tutti parassiti. Si è instaurata una gerarchia: nella stessa struttura convivono il dipendente della ditta in appalto e quello della cooperativa chiamata in soccorso, considerati differenti dal lavoratore pubblico. Hanno retribuzioni inferiori, mansioni variabili in base alla cifra d’appalto, condizioni contrattuali peggiori e scarso riconoscimento. Le esternalizzazioni, poi, hanno solo fatto spendere di più». La Cgil chiede quindi di superare le precarietà, «salvaguardando e aumentando i livelli di occupazione, rinnovando e rispettando i contratti, vigilando sugli appalti».