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DA BRUXELLES A MADRID, LA SINISTRA RADICALE PRENDE IL SOPRAVVENTO SUI SOCIAL DEMOCRATICI

Pubblicato il
19 ago 2017
di Jean-Pierre Stroobants (Bruxelles, bureau européen), Philippe Ricard, Sandrine Morel (Madrid, correspondance) et Raphaëlle Besse Desmoulières


“In molti paesi d’Europa, I sondaggi e a volte le elezioni rilevano un’inversione dei rapporti di forza”. Lo scrive il quotidiano francese LE MONDE che l’11 agosto ha dedicato due pagine alla sinistra radicale.
Nella bagarre tra le due sinistre, quella detta “di governo” ha per molto tempo tenuto a distanza la sua rivale d’estrema sinistra, che guardava con condiscendenza. Ma il rapporto tra le forze sembra oramai essere invertito, come lo hanno dimostrato le recenti elezioni in una parte del continente europeo.

Per Pascal Delwit, politologo all’Università libera di Bruxelles e autore dell’opera Les Gauches radicales en Europe (Editions de l’ULB, 2016), “ la crisi economica e finanziaria sta all’origine di questa tendenza”. “È là dove ha colpito con più violenza che questi partiti sono nati o hanno ripreso vigore, sottolinea. Nel Nord dell’Europa, la crisi non ha avuto lo stesso impatto a ha piuttosto portato beneficio alla destra radicale.”

In questo contesto, lo spettro della “pasokizzazione” aleggia al di sopra di certi dirigenti socialisti, in riferimento alla quasi-sparizione del Pasok d’Andréas e Georges Papandréou in Grèce, a favore della formazione di sinistra radicale Syriza d’Alexis Tsipras.
Ma la sinistra radicale è una reale alternativa? Non così certo. La via “movimentista, nata sulla scia dell’altermondismo, e della critica al neoliberalismo, è difficile da tradurre in termini istituzionali considerando la sfiducia di molti verso la politica e la difficoltà di portare i simpatizzanti della cultura radicale verso un comportamento elettorale determinato”, constata Paul Delwit.

Una Francia ribelle

In Francia, il capofila della France insoumise (LFI) Jean-Luc Mélenchon si è servito molto dello spaventapasseri greco- il voltafaccia di M. Tsipras verso le esigenze budgettarie di Bruxelles – e della critica all’austerità per realizzare il suo sogno di soppiantare il partito socialista(PS).

Le elezioni presidenziali hanno accelerato l’inversione del rapporto di forze. Il fondatore di LFI si è concesso il 23 aprile il quarto posto delle presidenziali, con il 19,6 % dei suffragi, più di 13 punti davanti il candidato socialista Benoît Hamon. La prova si è trasformata nelle legislative di giugno. Al secondo turno, il movimento di M. Mélenchon arriva ad inviare 17 eletti a Palais-Bourbon – anche lui ottiene un seggio a Marsiglia-, cosa che permette loro di costituire un gruppo.

Un mese dopo, J.L. Mélenchon e le sue truppe si sono imposti come la principale opposizione di sinistra nell’Emiciclo di fronte ai socialisti, più numerosi, ma divisi sull’atteggiamento da adottare di fronte alla politica del presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Consapevoli che il loro numero rende limitati i loro margini di manovra, gli eletti di LFI contano di prolungare la loro battaglia nella strada. Un primo incontro parigino è stato fissato per il 23 settembre, a Bastille, contro il “colpo di Stato sociale” del governo.

Belgio, la fortezza PS resiste male

Nessuno avrebbe veramente voluto crederci per il primo, ma il secondo è venuto a confermarlo quattro mesi più tardi: due sondaggi, in marzo e in luglio, hanno fatto del Partito del lavoro del Belgio (PTB), una formazione d’ispirazione comunista con un seguito fino ad allora confidenziale, la prima forza politica di Wallonia. Superando l’onnipotente Partito socialista (PS) dell’ex-premier ministro Elio Di Rupo, gomito a gomito con il Movimento riformatore (MR, liberale) del capo del governo federale, Charles Michel.

Accreditato, nei due casi, d’un punteggio oscillante tra il 20% e il 25%, quello che non fu per molto tempo che un gruppuscolo dalle radici maoiste approfitta del clima politico deleterio nella parte francofona del Belgio. Non aveva realizzato che il 5,5% alle legislative del 2014, ma sembra essere il principale beneficiario degli scandali che, in Wallonia e a Bruxelles, hanno infangato il PS. Secondo i sondaggisti, la sinistra radicale capterebbe attualmente i voti del 40% dell’elettorato socialista tradizionale. Il PS passerebbe d’altronde dal 32% al 20, oppure al 16%.

In Spagna, una sinistra in due parti eguali

La guerra delle sinistre spagnole è altrettanto intensa. Il giovane partito Podemos ha rischiato di superare il Partito socialista operaio spagnolo (PSOE) al momento delle legislative del 2015 e 2016. Le due forze si sono stabilizzate intorno al 20% dei voti ciascuna. Il colpo è duro per il partito social-democratico, che ha perso 6 milioni di elettori dal 2008, essenzialmente a vantaggio della sinistra radicale incarnata da Pablo Iglesias.

“La sinistra si è divisa in due parti eguali, ed è ancora troppo presto per sapere chi riporterà la vittoria sull’altra, stima il politologo Pablo Simon. Il PSOE ha resistito bene grazie al suo radicamento locale, ma è consapevole che il 70% degli elettori che l’hanno abbandonato hanno deciso per Podemos.”

La formazione di Pablo Iglesias è particolarmente forte presso i giovani e nelle regioni dei Paesi baschi e della Catalogna. Ciò ha condotto il segretario generale del PSOE, Pedro Sanchez, ad abbracciare un gran numero di tesi di Podemos e ad operare una virata a sinistra che gli è valsa una ribellione interna nel 2016.

Rieletto segretario generale a giugno, Sanchez si definisce sempre social-democratico, ma difende un PSOE più contestatario, abbandonando per il momento l’idea d’avere influenza sulle decisioni politiche del governo conservatore del Partito popolare (PP), pertanto minoritario in Parlamento. Il suo primo obiettivo è di smarcarsi il più possibile dalla destra, alfine di sotterrare lo slogan lanciato dal movimento degli indignati per denunciare, nel bel mezzo della crisi, il “PPSOE”.

“Gli sembra più utile negoziare con Podemos una politica d’opposizione al governo per definirsi a sinistra e cercare di prendere vantaggio dalle contraddizioni interne di Podemos, di cui molti membri sono ostili a ogni riavvicinamento con il “PSOE”, analizza Pablo Simon.

In Portogallo, la sinistra plurale

Ad oggi, solo la sinistra portoghese sembra essere riuscita a risolvere la quadratura del cerchio. Nel 2015 il Partito socialista di Antonio Costa è tornato al potere dopo essersi associato a delle formazioni “anti-troika” -coloro che gestiscono i fondi dell’Unione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale-, cioè ai comunisti e al Blocco di sinistra, che lo sostengono senza partecipare al governo, in cambio di certe misure come il ritorno alle 35 ore nel servizio pubblico o un leggero aumento del salario minimo.

Nei sondaggi, oscilla attorno al 40% dei voti, cifra stabile da molti mesi, come quelli dei partner di governo, il Blocco, attorno al 10 %, e i comunisti al 6 %. In cambio, i suoi alleati in Parlamento hanno per ora rinunciato a una delle loro rivendicazioni: l’uscita dalla zona euro.

traduzione di Laura Nanni – brigata traduttori