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LIBIA COLONIA

il 11.09.2017
Maria R.Calderoni


Italia-Libia, non è bello parlarne. Facciamo che Minniti è una infima, ultima particella: ma quella di Italia-Libia è una pagina infamante (per l’Italia). La conquista della colonia in Africa, un “successo” del nostro imperialismo straccione. Tutto cominciò nel 1911, governo Giolitti, smania di sedersi allo stesso tavolo delle altre grandi potenze europee, e invio in Libia di 100 mila soldati. Il “liberale” Giolitti non ebbe la mano leggera, tutt’altro. L’invasione è impietosa, la repressione militare crudele: migliaia di insorti arabi e turchi sono deportati, fucilati, impiccati. Bombardamenti e gas asfissianti non vengono risparmiati. E il noto criminale di guerra Rodolfo Graziani qui dà ampie prove delle sue “capacità”. Ma la resistenza dei libici, che continua in condizioni durissime, non è domata.

Infatti la conquista non è ancora completata, quando lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e soprattutto la guerriglia, costringono gli invasori italiani a sospendere l’avanzata, attestandosi sulla costa. I propositi di conquista totale devono essere rimandati.

Per non molto, però. Siamo ormai agli anni Venti, c’è un certo Mussolini in campo e infonde fascistica linfa. Con supremo sprezzo del ridicolo, la retorica del regime narra che, con la conquista della Libia, l’Italia non fa che riappropriarsi della “quarta sponda”, già appartenuta ai Romani, la “terra promessa”.

E in Italia la canzone in voga è “Tripoli, bel suol d’amore”…

Nei suoi due “illuminanti” volumi - “Gli italiani in Libia, dal fascismo a Gheddafi” – lo storico Angelo Del Boca solleva il velo sulle atrocità made Italia in Libia tenute nascoste per anni negli archivi militari. Gli italici colonizzatori confiscarono centinaia di case e quasi 70 mila ettari della migliore terra per affamare i ribelli; deportarono migliaia di civili in veri e propri campi di concentramento. .

La Cirenaica, per esempio. Dal 1930 al 1931 le milizie italiane scatenano un’ondata di terrore: in questo solo anno vengono giustiziate 12.000 persone e l’intera popolazione nomade è deportata in campi di concentramento lungo la costa desertica della Sirte. Più che campi di concentramento, mattatoi: sovraffollamento bestiale, fame, sporcizia.

Sempre in quell’anno, giugno 1930, sempre i predoni italiani impongono la migrazione forzata e la deportazione dell’intera popolazione del Gebel al Akhdar: niente di che, appena l’espulsione di quasi 100.000 beduini (praticamente la metà della popolazione) dalle loro abitazioni. Le quali, seduta stante, vengono assegnate ai coloni italiani-brava-gente. Fuori i beduini, dentro gli italici. E loro, questi 100.000 cacciati via da casa propria- in gran parte trattasi di donne, bambini e anziani – sono costretti a una lunghissima marcia forzata nel deserto, appunto verso i campi di concentramento, debitamente circondati da filo spinato, costruiti nei pressi di Bengasi. Non proprio tutti vi arrivarono; narrano le cronache che molti di quei beduini non ce l’hanno fatta, falcidiati dalla sete e dalla fame; senza contare gli sciagurati ritardatari che, non riuscendo a tenere il passo con la marcia, vennero fucilati sul posto.

Civile Italia (comunque, da presidente del Consiglio, nel ’99, Massimo D’Alema si è recato in visita da Gheddafi e ha chiesto ufficialmente scusa…).

La Libia non ha dimenticato né perdonato questa tragica pagina della sua storia. Gheddafi, quando sale al potere nel ’69, chiede a Roma – ma non lo ottiene - il risarcimento per i danni dell’occupazione e una condanna formale del passato colonialista. Ed espelle l’intera comunità italiana, oltre 20 mila persone, incamerandone i beni. , sostiene Del Boca.

Gheddafi che è ormai fuori dalla scena, finito come si sa…

Continua invece ad essere vivo, nel cuore dei libici, l’uomo che fu Il capo della resistenza. Si chiama Omar al-Mukthar: catturato e fu fatto impiccare dai fascisti il 16 settembre 1931. Porta il suo nome la via principale di Tripoli. Al-Mukhtar, eroe nazionale, padre spirituale. Un vero e proprio “capo partigiano” che venne arrestato proprio l’11 settembre di 86 anni fa e poi, dopo un brevissimo processo farsa, ucciso obbedendo ad ordini che giungevano direttamente da Roma. A lui sono dedicati monumenti, piazze, mausolei. Ed è la sua vita quella raccontata nel film “Il leone del deserto”, la storia della sua indomita lotta anti-coloniale: distribuito in mezzo mondo, ma in Italia ufficialmente vietato perché . In realtà il film, realizzato da un regista di origine siriana, naturalizzato negli Usa e accolto con favore nel 1981 al festival di Cannes, non giunse nelle sale italiane non a causa degli strali dell’allora MSI e cercò in Parlamento di vietarne la circolazione ma, e per certi versi è un motivo ancora più vigliacco, a causa delle case di distribuzione che non vollero acquistarne i diritti, farlo doppiare e proporlo in Italia. Forse perché offendeva il mito fasullo di “Italiani brava gente

Chiamatelo onore, se vi piace.