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L’ODIO CRESCENTE NEL ROGO DI UN SENZATETTO

Marco Sferini
30.10.2017

Il giardino è intitolato a “Madre Teresa di Calcutta”.
Una antitesi quasi beffarda, cinicamente non voluta. Un contrasto palpabile quando si legge che in quel parco pubblico di Torino un senzatetto di una sessantina d’anni è stato dato alle fiamme.
Poche ore prima di essere cosparso di benzina e diventare una torcia umana, aveva conversato con un amico e bevuto qualcosa. Poi s’era messo a riposare su una panchina.
Ma l’odio disumano di alcuni umani ha previsto di indirizzarsi ancora una volta verso chi cerca soltanto di vivere in disparte, fuori dai circuiti di una società che magari non ama e che certamente lo emargina, lo rifiuta e lo tiene distante.

Ma qualcuno accorcia questa distanza, si avvicina all’uomo, lo vuole allontanare da quei giardini: chissà, magari la sua è la rappresentazione di una anomalia da cancellare, una diversificazione tangibile che stona col resto del quartiere. Oppure, chissà ancora… magari è molto, ma molto “banalmente” il male prende le forme del fastidio di vedere sempre quella panchina occupata, mai libera.

Per liberarla basta prendere un accendino e del liquido infiammante: le fiamme purificano, vero? Quindi dare alle fiamme un uomo di sessant’anni è atto di purificazione del quartiere dove il degrado sociale è cresciuto in questi anni.
Lo affermano molte testimonianze e persino consiglieri circoscrizionali non fanno mistero nel dire che se lo aspettavano un gesto del genere, che rientrava nella consequenzialità di un cumulo di insofferenze ingestibili.

Non è la prima volta, purtroppo, che leggo e commento una notizia di questo genere eppure penso sempre che, oltre ad essere un gesto criminale, il provare a dare fuoco ad una persona sia un modo di elevare l’odio così in alto da impedire qualunque sforzo di comprensione di tipo sociologica: badando bene che per “comprensione” intendo non il giustificazionismo di una follia antisociale, razzista (l’uomo è di nazionalità rumena e quindi non è nemmeno escluso che oltre ad essere schifato come “barbone” lo sia anche per la sua provenienza…), ma la semplice ricerca di una contestualizzazione che ci faccia capire come nasce e cresce una cattiveria così spietata, inflessibile, non controllabile secondo i canoni del riconoscimento dell’altro da noi.

Le radici di questi comportamenti sedimentano quasi sempre nella concezione di superiorità (fonte prima del razzismo tout court) che vive dentro ad un animo inaridito dal confronto aspro con realtà che non accetta perché rifiuta di conoscere fino in fondo.
Esiste, del resto, la cattiveria molesta di per sé stessa: non possiamo negare che alcuni esseri umani siano compenetrati da un sadismo non sradicabile, non innato ma indubbiamente profondamente inserito nel loro carattere che è essenza del vivere quotidianamente a contatto con altri simili. Chi viene percepito come “pericoloso” per l’identità che ci si è costruiti come corazza personale, magari associandosi in gruppi di fanatici custodi di valori presuntamente tradizionalisti, diventa un elemento da estirpare, da distruggere.
La ripetitività di questi gesti omicidi ci parla di tutto ciò. Sarebbero fenomeni arginabili se esistesse una coscienza così vasta fondata sulla solidarietà sociale e sull’uguaglianza sociale (soprattutto su quest’ultima come pietra angolare del resto) capace di isolare razzisti, xenofobi, neofascisti, gente che vive nutrendosi di odio e di contrapposizione armata, violenta verso chi non è come loro.

Ma da tempo ormai questa coscienza dell’eguaglianza è venuta progressivamente morendo in Italia perché sono state attaccate tutte le fondamenta su cui poggiava: lavoro, salute, scuola, pensioni, diritti sociali e diritti civili, senso di una comunità capace di reagire con la forza della ragione e dell’umanità davanti ad episodi che fuoriescono dal patto civico dettato dalla Costituzione.

La lunga mano del mercato capitalistico, del privatismo ha raggiunto queste postazioni di difesa della democrazia sociale, della santità dell’eguaglianza come elemento ispiratore della vita di tutti i giorni nella Repubblica Italiana.
Sentendo del tentato omicidio del senzatetto sessantenne di Torino qualcuno scrollerà le spalle: “Succede…”, dirà.

Qualcuno d’altro si indignerà e poi correrà allo stadio a vedere la partita del giorno. Il che non sarebbe un peccato antisociale se solo domani, riprendendo la vita di tutti i giorni, tornasse a ricordarsene e, provandone vergogna, mettesse in moto un meccanismo: dare un po’ del proprio tempo per cambiare questa società priva di scrupoli, priva di empatia, priva di eguaglianza.