ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

Perché l’inefficacia dell’incarcerazione di massa è un problema che non vediamo

Perché l’inefficacia dell’incarcerazione di massa è un problema che non vediamo

Sbattere in galera più criminali possibili nasconde ai nostri occhi chi è giudicato problematico per la società. Ma è un sistema che porta alla redenzione? I detenuti non ne escono da persone migliori. Esiste una forma di giustizia alternativa. E parte tutto dall’istruzione. Un saggio sul fenomeno in America, molto utile anche per i forcaioli nostrani.

La galera come pugno duro contro i criminali, spesso sventolata anche in Italia dai politici che giocano a fare i giustizieri dalla voce grossa. Ma quanto funziona davvero il carcere contro la criminalità? Qualche numero innanzitutto è utile a delineare il fenomeno. Gli Stati Uniti, per esempio, rappresentano soltanto il 5 per cento della popolazione mondiale, eppure detengono quasi il 25 per cento dei prigionieri del mondo, con circa 2,3 milioni di detenuti. Al 31 gennaio 2022 negli Stati membri del Consiglio d’Europa erano 981.575 le persone dietro le sbarre. In generale, i Paesi dell’Europa orientale e della regione del Caucaso mostrano tassi di popolazione carceraria notevolmente elevati rispetto alle loro controparti dell’Europa occidentale e settentrionale. I Paesi scandinavi sono spesso citati come esempi di politiche carcerarie efficaci, in particolare la Finlandia viene indicata come un modello per ridurre la popolazione carceraria. Ma quando è iniziato il fenomeno dell’incarcerazione di massa e perché? Ha risolto o migliorato in qualche modo i problemi legati alla violenza? È qualcosa che porta alla penitenza e alla redenzione? E quali sono realmente gli effetti positivi sulla società? Sono interrogativi che si è posta Victoria Law, attivista e giornalista americana, autrice del libro Prisons make us safer and 20 other myths about mass incarceration.

L’inizio della reclusione come punizione: la prigione di Walnut Street a Filadelphia nel 1773

Si può facilmente constatare, osservando la storia delle carceri negli Usa, quanto il sistema di incarcerazione di massa non abbia dei problemi o sia corrotto, piuttosto che funzioni esattamente per come è stato progettato: spazzare via i guai della società e tutti coloro che sono giudicati problematici, nasconderli dietro a cancelli e mura dove saranno visibili a pochi. La reclusione come punizione è iniziata con l’apertura della prigione di Walnut Street a Filadelphia nel 1773. Nel 1790 aggiunse un nuovo blocco di celle, la Penitentiary House. Ecco allora, sottolinea Law, l’inizio di un nuovo modello: l’incarcerazione come penitenza.  Il penitenziario fu progettato per ispirare o costringere la penitenza in coloro che avevano infranto la legge, prevalentemente mediante l’isolamento completo. Ancora oggi, le prigioni e le carceri in America, e non solo, ricorrono regolarmente alla pratica dell’isolamento prolungato per punire più severamente le persone detenute.

L’isolamento completo e gli effetti deleteri sulla salute psichica

L’isolamento può avere effetti estremamente dannosi per la salute psichica, somatica e per il benessere sociale delle persone lo subiscono. L’indicatore più significativo è il tasso notevolmente più elevato di suicidi tra i detenuti in isolamento rispetto a quello riscontrato nella popolazione carceraria generale. Una misura deve o dovrebbe essere sempre giustificabile, proporzionata, legittima, necessaria, non discriminatoria. Sebbene l’opinione pubblica e alcune politiche siano un po’ cambiate, l’incarcerazione di massa rimane tuttora un metodo di controllo sociale su base razziale che, nell’analisi di Law, trascina nel vortice coloro che sono già stati emarginati a causa di disuguaglianze sociale, chiudendoli dietro sbarre e mura. Un modo per nascondere i problemi piuttosto che affrontarli. Al punto che le prigioni sembrano essere diventate dei buchi neri in cui vengono depositati i detriti del capitalismo contemporaneo.

Giustizia riparativa: un processo che coinvolge tutta la comunità

Che fare in alternativa? Ovviamente in qualche modo bisogna intervenire quando avviene una forma di violenza, ma le prigioni hanno ripetutamente dimostrato di essere un metodo inefficace. Victoria Law ipotizza l’utilizzo più intensivo della giustizia riparativa. Un processo che coinvolge chi ha subito il danno e chi lo ha commesso, ma anche tutti coloro che sono stati interessati indirettamente, come familiari, vicini e membri della comunità. Bisognerebbe infatti chiedersi, secondo l’autrice, se l’incarcerazione tenga davvero al sicuro da danni e violenze o se, invece, questo non sia solo un mito che distoglie l’attenzione e la politica dalle risorse che realmente mantengono la società al sicuro: alloggioistruzionelavoro ben retribuito e appagante, assistenza medica e psichiatrica, prevenzione della violenza, coesione della comunità e meno criminalizzazione.

Nel 2018 a New York la polizia ha effettuato 808 arresti per stupro e oltre 5 mila arresti che aver viaggiato sui mezzi senza biglietto. In che modo questo contribuisce alla sicurezza pubblica? Oltre la metà dei crimini violenti negli Usa non viene denunciata. Di questi, meno della metà si traduce in un arresto e meno della metà di questi arresti si conclude con una condanna.  In che modo questo rende giustizia alle vittime?

Giustizia trasformativa: oltre alla responsabilità personale contano i cambiamenti sociali

La seconda strada percorribile per Law è la giustizia trasformativa, laddove questa tenta di integrare sia la responsabilità personale sia i cambiamenti sociali. A differenza della giustizia riparativa qui l’obiettivo non è solo quello di affrontare i bisogni e gli obblighi richiesti per iniziare il processo di guarigione, ma anche quello di trasformare le condizioni che hanno generato o permesso il danno. In che modo mettere qualcuno in carcere per anni, se non per decenni, lo spinge ad assumersi le proprie responsabilità? La società è convinta che la gente che entra in carcere ne esca migliore. Spesso però avviene l’esatto opposto.

La migliore forma di riabilitazione in carcere è l’istruzione

Cosa significa dunque riabilitare una persona facendola tornare quella di prima, se essere quella persona vuol dire vivere in uno stato di povertà (educativa oltre che economica), razzismodisoccupazione, precarietà di alloggio e violenza? Può davvero una persona essere riabilitata se non è mai stata “abilitata” o resa adatta o in grado di vivere in società? Diversi studi hanno dimostrato che la migliore forma di riabilitazione in carcere è l’istruzione. Attraverso l’accesso al diritto allo studio, la persona privata della libertà – al pari di chiunque altro – ha la possibilità di colmare le sue lacune conoscitive, ma l’istruzione incide anche sullo sviluppo della personalità umana e, in questo senso, deve essere indirizzata al suo pieno sviluppo, anche per il rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, come ricorda la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite. Meno “buttate la chiave”, più libri.

18/09/2023

da Lettera43

Irma Loredana Galgano