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IL DISASTRO DELL' AREA POLITICA DERENZIZZATA

Paolo Favilli

da il Manifesto

Sinistra. La maggioranza di quelle forze, o comunque quella che ha maggiore visibilità mediatica, non può tagliare il cordone ombelicale con la storia che ha costruito, con la storia di cui è stata consustanziale

 

«Il Pd era (…) quello di Bersani insieme a Sel (..) un Pd che non c’è più». Queste parole di Pietro Grasso (Huffington Post 9 novembre), questo rimpianto ed insieme speranza di una ricostruzione (in piccolo) di un’area politica derenzizzata, sono alla base, non da sole certo, ma in maniera determinante, del disastro di fronte a cui ci troviamo dopo il fallimento, anche se vogliamo sperare nella battuta d’arresto, dell’itinerario tracciato al Brancaccio. Dietro l’affermazione di Grasso ci sono le tracce solide e sotterranee. Del resto i D’Alema, i Bersani hanno trascorso da protagonisti di primo piano in questa storia un tempo assai maggiore di quello passato come giovani e promettenti dirigenti in una storia strutturata in tutt’altro contesto analitico. Insomma, meno di vent’anni per cercare di cambiare il mondo e quasi trenta per amministrarlo da maturi e responsabili uomini di governo.

 

L’abbandono della critica teorica e pratica sulle radici della disuguaglianza si è risolto nella scelta di uno dei lineamenti della modernità: quello neoliberista.

La cornice della valorizzazione della concorrenza e dell’impresa come forma generale della società è stata il riferimento primo di tutte le riforme all’indietro: dalla legislazione del lavoro a quella sull’istruzione, dalla regolamentazione monetarista alla costituzionalizzazione della teoria economica mainstream.

 

Anche se la diaspora dal Pd è recente, iniziata solo dopo la completa renzianizzazione del partito, non per questo il processo in corso deve essere sottovalutato. Credere però che da lì possa formarsi il nucleo di un soggetto politico davvero nuovo significa non avere nessuna idea dello spessore degli svolgimenti storici, delle diverse temporalità che li compongono.

Significa confondere la «discontinuità» con «l’inversione della direzione».

In un recente articolo su cui i dirigenti della sinistra farebbero bene a riflettere seriamente, Piero Bevilacqua, (il manifesto dell’ 11 novembre) si è chiesto perché le forze politiche della sinistra «hanno speso quasi un anno a traccheggiare con Giuliano Pisapia, fornendo al vasto pubblico quel desolante spettacolo della politica come trattativa tra capi, manovra tattica, fatta di dichiarazioni e smentite, pettegolezzi e litigi che (…) alimenta la diserzione di in massa dalle urne».

 

Ebbene il perché sta proprio nel fatto che la maggioranza di quelle forze, o comunque quella che ha maggiore visibilità mediatica, non può tagliare il cordone ombelicale con la storia che ha costruito, con la storia di cui è stata consustanziale.

 

In questi giorni non mancano le esortazioni a non confondere il momento elettorale che è indispensabile affrontare presentando una lista unitaria, con il più lungo e complesso percorso della formazione di un nuovo soggetto politico.

 

Si tratta di un’osservazione condivisibile, a patto, però, che i modi con cui si arriva a definire il primo momento non confliggano con la sostanza che deve essere la base del secondo. «La sinistra deve costruire una alternativa di sistema» ha affermato Michele Prospero (il manifesto del 17 novembre). Una prospettiva sulla quale non mi pare proprio che chi ragiona in termini della ricostruzione dello schieramento «di Bersani insieme a Sel» possa concordare.

 

La formazione di Mdp, infatti, non è stata considerata dalle forze di opposizione della sinistra presente in parlamento come sintomo di una crisi del Pd di fronte alla quale era necessario mantenere ben ferme, approfondire teoricamente e articolare politicamente, le ragioni dell’antitesi. Si è scelto invece di muoversi sulla base delle esigenze di Mdp, fidando soprattutto nell’effetto del trascinamento elettorale da parte di questo gruppo politico. Non so se le previste fortune elettorali si concretizzeranno, dubito che ci siano ragioni per convincere gli astenuti di sinistra a ritornare al voto sulla base della rinnovata formazione «di Bersani insieme a Sel», è certo invece il disastro sul percorso di un soggetto politico davvero nuovo. Eppure c’è stato in febbraio un importante congresso di Sinistra Italiana i cui risultati sembravano escludere esiti simili.