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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Usa/Gb. Il presidente Usa: servizio sanitario sul tavolo dell’accordo bilaterale post-Brexit. Decine di migliaia di manifestanti contro la visita di Stato. E lui: «Non incontro Corbyn»

 

Londra ha accolto Donald Trump con il suo miglior grigiore, la sua migliore pioggia, i suoi migliori manifestanti. E mentre il pallone gonfiato con l’effige del presidente degli Stati uniti sventolava irriverente sulle decine di migliaia di teste accorse a dire no al rituale diplomatico ossificato, vuoto e opulento riservatogli, l’effigiato – non meno gonfiato – continuava il tour delle massime cariche dello stato britannico.

 

Compresa naturalmente la trisavola coronata: Trump ama Elisabetta seconda (anche se probabilmente non ricorda la prima) ed esalava sincero rispetto e soddisfazione al cospetto della sovrana. I ritratti fotografici dei due entourage al completo sono già in attesa di cornice e caminetto su cui fare mostra di sé tra un libro di self-help e un bel merluzzo parlante (d’oro). Se solo mamma potesse vederli. «È una donna fantastica, una persona fantastica», ha detto, dando pericolosamente fondo al suo vocabolario da tredicenne.

 

Ieri era il secondo giorno della visita di Stato in Gran Bretagna dell’ormai familiare volto della democrazia americana attuale. Non senza un certo imbarazzo, Trump è stato lusingato dall’establishment dell’ex dominatore coloniale del suo grande paese, che non ha esitato a srotolare il protocollo delle visite intergalattiche, anche se non lo ha scarrozzato nel calesse intagliato della sovrana né è stato invitato a pernottare a Buckingham Palace, dove l’unico divano-letto disponibile era fuori uso.

 

Ma è stato comunque l’ospite d’onore di un banchetto per 170 in-dignitari, che ha saputo impreziosire con la solita gaffe da rotocalco di chi proviene da un paese senza medioevo: anche lui – come la moglie del suo predecessore, Michelle Obama – ha toccato la monarca, purtroppo senza sparire o trasformarsi in qualcosa di meno dannoso per l’uomo e la natura. Nemmeno a lei è successo nulla.

Dopo un incontro a Downing Street con Theresa May – già passata remota e ormai portiera del numero dieci, da giorni ormai con i bagagli dietro la porta – suggellato da una conferenza stampa dove i due leader hanno ripercorso a memoria tutto il repertorio dal 1945 sul rapporto speciale (dove specialità deve occultare una parità fittizia), Trump ha ribadito il suo convincimento che Brexit sia una gran cosa e di voler fare un grande accordo di libero scambio con il Regno Unito.

 

Aggiungendo, non senza eccitare ulteriori controversie tra i paladini bipartisan del National Health Service (l’Nhs è il primo servizio sanitario pubblico europeo dopo la seconda guerra mondiale), che lo stesso Nhs sarà oggetto di negoziazione nel trattato, alimentando le speculazioni di una sua privatizzazione a imprese statunitensi.

 

Trump, che non si è dimostrato avaro di preziosi suggerimenti al futuro leader britannico (uscite dall’Ue senza accordo e senza pagare l’indennità di divorzio, poi stipuliamo un mega-accordo bilaterale: musica per le orecchie dei più euroscettici Tories in corsa per la leadership), ha ribadito la sua posizione sulla Nato (i Paesi membri devono aumentare i budget per la difesa), ha annunciato di voler incontrare Michael Gove – tra i più pericolosi ideologi Tories perché meno ignorante – e ieri sera ha incontrato Farage, da lui lodato a ogni piè sospinto e che avrebbe visto volentieri come ambasciatore a Washington. Restano tuttavia vari golfi da colmare: sul clima, sulla Cina (vedi Huawei) e sull’Iran.

 

In conferenza stampa Trump ha poi annunciato di rifiutato un incontro col temuto futuro leader britannico. «È una forza negativa», ha detto giustificando la propria decisione, usando un tropo new age che – come buona parte della cultura new age nel suo complesso – non significa un bel nulla. Parliamo naturalmente di Jeremy Corbyn che, a sua volta “fuori le mura” di Downing Street, faceva quello che sa fare meglio: parlava ai manifestanti affluiti davanti a Whitehall di quelle cose utopiche come pace, giustizia, collaborazione, umanità, accoglienza: vocaboli ormai espunti dai dizionari di quest’Europa sempre meno veteroliberale e più neofascista.

 

Ore prima, ai microfoni del programma mattutino Today di Bbc Radio 4, Emily Thornberry, sagace ministro degli Esteri ombra, aveva difeso la scelta di Corbyn di boicottare l’illustre cenone, nonostante tra loro ci sia disaccordo (sullo sciagurato secondo referendum in primis): «È un predatore sessuale, un razzista ed è giusto dirlo – ha detto Thornberry di Trump – Credo che ci sia bisogno di chiedersi quando il nostro Paese è diventato così timoroso. Perché non cominciare a dire le cose come stanno?».

04/06/2019

di Dante Barontini

da Contropiano

 

Prima avvertenza ai nostri lettori: questa non è una crisi di governo, ma una crisi di sistema. Che naturalmente investe anche il governo, ma non nasce da lì e anzi ne determina l’evoluzione. E anche la soluzione.

 

Partiamo con la cronaca, che già conoscete per sommi capi sotto il bombardamento delle tv.

 

Il presidente del consiglio Giuseppe Conte, dopo settimane alle corde sotto i colpi congiunti e opposti di Lega e Cinque Stelle, ha dato il suo penultimatum:

 

Non mi presto a vivacchiare, a galleggiare. E sono pronto a rimettere il mio mandato nelle mani del presidente della Repubblica. Alle forze politiche chiedo una risposta chiara e rapida“.

 

A prima vista sembra soltanto un richiamo ai suoi due presunti vice – in realtà gli azionisti vero dell’esecutivo che lui formalmente dirige – anche grazie ai riferimenti quasi espliciti alle modalità con cui avviene quotidianamente la rissa: “Il mio motto è sobri nelle parole e operosi nelle azioni. Ma se continuiamo nelle provocazioni per mezzo di veline quotidiane, nelle freddure a mezzo social, non possiamo lavorare. I perenni costanti conflitti comunicativi pregiudicano la concentrazione sul lavoro“. E certo si riferiva a Salvini ammonendo “Nessun ministro prevalichi le sfere che gli competono“.

 

Il voto per le europee ha decisamente rovesciato i rapporti di forza interni, rispetto al 4 marzo 2018. E consente al leghista di pretendere di dettare l’agenda, in modo provocatorio nei toni e nei temi. Pretendere infatti la sospensione per due anni del “codice degli appalti” – con tutte le farraginose procedure, spesso scritte malissimo e fonte di continui rinvii da parte delle amministrazioni pubbliche che devono dare il via a gare e lavori – significa aprire il portone alle aziende in odor di mafia e alle assegnazioni di lavori senza gara, per “amici degli amici” e corruttori di ogni genere.

 

Può sorprendere che a spianare la strada alle mafie sia un ministro dell’interno, ma Salvini veste questa divisa solo quando gli conviene (contro rom, migranti, antifascisti, opposizione politica vera).

 

Anche l’altro elemento di scontro immediato – il “decreto crescita” – punta a smontare altri bacini di consenso ai Cinque Stelle, comprendendo il via ai cantieri di molte grandi opere, tra cui la Tav in Valsusa (per cui è stato messo già a gara mezzo miliardo per le sole “opere di cantiere”).

 

Ma il cuore degli equilibri che sono saltati sta ancora una volta nei rapporti con l’Unione Europea, i suoi vincoli, i suoi trattati, le sue pressioni.

 

Conte ne ha fatto cenno quasi esplicitamente, ricordando che per evitare procedure d’infrazione da parte dell’Unione europea “serve coesione”, perché Una procedura ci farebbe molto male“.

 

Il che va ad impattare direttamente sulla struttura della manovra finanziaria da disegnare con la prossima legge di stabilità: “La prossima manovra dovrà mantenere un equilibrio dei conti perché le regole europee rimangono in vigore finché non riusciremo a cambiarle“.

 

Come avevamo spiegato subito, al momento della formazione del “tre governi in uno”, le sparate elettorali convergenti dei due azionisti elettorali hanno dovuto fare presto i conti con i limiti imposti da una gabbia impossibile da rompere con le sole chiacchiere, senza disporre di “piani B” al tempo stesso economici e geopolitici.

 

Con la legge di stabilità 2019 si era visto che le velleità “redistributive” (“quota 100” e reddito di cittadinanza) dovevano essere molto ridimensionate all’atto pratico, fino a risultare quasi impercettibili. Con la prossima, si sa già che – a regole immutate – qualcuno dovrà intestarsi una manovra più sangue che lacrime. Molto poco “popolare”, in termini di consensi.

 

Il verro leghista, abituato agli scontri di giornata, ha voluto ricordare che “Il voto europeo è stato molto significativo, anche sui vincoli europei. I parametri Ue non sono la Bibbia“. E certamente non lo sono, come sanno bene i nostri lettori.

 

Ma la speranza di avere, dopo le elezioni europee, un “fronte populista e nazionalista” quasi maggioritario a Strasburgo è risultata assolutamente infondata. Non che un’eventuale maggioranza “sovranista” avrebbe addolcito parametri e trattati (certe maggioranza si accordano facilmente soltanto sul rifiuto di immigrati scuri di pelle – la Polonia, per esempio, ha un milione e mezzo di ucraini rinchiusi in autentici campi di lavoro, anche se sbraita solo contro quelli “negri”).

 

Ma i risultati che hanno visto sgonfiarsi la “grosse koalition” tra popolari e socialdemocratici hanno fatto emergere però altre due formazioni assolutamente “europeiste” come liberali e verdi.

 

Dunque un eventuale governo monocolore guidato da Salvini (ma con i voti di chi, senza passare per nuove elezioni?) abbaierebbe alla luna e dovrebbe fare, in condizioni peggiori (lo spread già viaggia intorno ai 300 punti), quel che la Commissione Europea impone.

 

In effetti, dal suo punto di vista, meglio far saltare tutto, sbarrare la strada soltanto a chiacchiere a un probabilissimo “governo tecnico” e cercare di capitalizzare altri consensi di qui a…

 

A quando? Per cinque anni questo equilibrio politico europeo non sarà modificabile. I trattati cambieranno, certamente, perché sono manifestamente poco funzionali – per usare un eufemismo – “alla crescita”. Ma il tono e la direzione li daranno Francia e Germania, sempre più interconnesse dopo il trattato di Aquisgrana, non certo l’Italietta leghista.

 

E qui conviene ricordare la definizione iniziale: questa è una crisi di sistema, per questo paese. Non è soltanto il sistema politico ad essere impazzito dietro la quotidiana caccia al consenso facile. E’ il mondo delle imprese a esser privo di visione alta, strategica, di lungo periodo. La Fiat-Fca si vuol vendere a Renault (che ha lo Stato francese come azionista di controllo!), i colossi del lusso hanno già quasi tutti preso la stessa strada; quel che resta di grandi imprese (Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri, ecc) regge solo grazie al fatto di essere aziende sostanzialmente pubbliche.

 

La magistratura ha smesso da tempo di recitare – solo recitare, sia chiaro – la parte della “salvatrice della patria”. Il caso Palamara-Lotti-ecc mostra in piena luce un intreccio di rapporti e di dipendenze tra magistrati e “politica”, con grande partecipazione di faccendieri, professionisti e “imprenditori”, che solo le interconnessioni massoniche possono forse spiegare.

 

Come abbiamo detto qualche volta, non è il vecchio fascismo quello che bussa alle porte. Con tutta la sua infamia, infatti, il regime del Ventennio traeva forza da una necessità oggettiva – la modernizzazione di un paese che doveva passare da agricolo a industriale – e declinava in modo reazionario e dittatoriale un’esigenza che altrove veniva soddisfatta in senso keynesiano (New Deal roosevetiano) o addirittura rivoluzionario (l’industrializzazione sovietica).

 

Qui c’è invece da gestire un declino senza fine, con il guinzaglio “europeo” al collo della popolazione, mentre imprenditori e possidenti vendono, delocalizzano, fuggono, seguiti da centinaia di migliaia di giovani con ogni livello di formazione.

Andrà trovato un altro termine, ma può diventare assai più mortifero del fascismo storico. Per ora, diciamolo, è certamente più pezzente…

 

«Voglio ricordare ai generali del gran rifiuto che il 2 giugno è la festa della Repubblica, non quella delle Forze armate». Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, considera pretestuosa la protesta di quei generali che oggi diserteranno la parata del 2 giugno e accusano il governo di fare del «pacifismo d’accatto».

 

«Il 2 giugno – insiste Zanotelli – non è la festa delle Forze armate ma è la festa della Repubblica. È grave che adesso i generali si sentano sminuiti o altro. Le Forze armate devono ascoltare la Costituzione che dice che l’Italia ripudia la guerra». E a proposito dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte, «magari fossimo davanti a un governo pacifista. Questo governo è andato avanti ad armare a più non posso. È appena stata varata una nave militare a Trieste che costa un miliardo e 300 milioni. Non vedo un minimo di pacifismo in questo governo». Ma, prosegue, «va detto che ci sono due anime nel governo: Salvini e la Lega, legatissimi alle armi. Poi il M5S che prima parlava di Stato contro le armi e ora non fa nulla. Chi governa però ora è Salvini, non Di Maio. Dunque di che si lamentano i generali?».

01/06/2019

Giulio Cavalli

da Left

 

 

Aveva promesso che in caso di condanna non ne avrebbe messo in discussione il ruolo. Che personaggio, il ministro dell’Interno: il viceministro leghista alle Infrastrutture e ai Trasporti Edoardo Rixi è stato condannato a 3 anni e 5 mesi di reclusione nell’ambito dell’inchiesta sulle spese nel Consiglio Regionale della Liguria e Salvini ne ha accettato le dimissioni. Balle. Balle su balle. Prove di forza di un governo che da parte leghista continua a perdere pezzi per condanne e affini come nel miglior periodo berlusconiano.

 

Lui, Rixi, si dice tranquillo (beato lui) e Salvini lo ringrazia con un comunicato che sembra quasi commovente, come due vecchi amici che non si vedranno per un po’ perché sono finite le vacanze estive ma, dice Salvini di avergli già trovato un buon parcheggio all’interno del partito con il ruolo di responsabilità che giustamente si conviene a un condannato.

 

Con la differenza che se tutto questo fosse accaduto con gli altri governi ci sarebbe gente che si sarebbe fatta esplodere (Salvini incluso) in nome dell’onestà e del buon governo e invece qui tutto passa sotto il silenzio, anzi sotto il rumore roboante di un sovranismo che vorrebbe anche decidere tutto.

 

Del resto che sia Salvini, cioè il ministro dell’Interno a dire “ho accettato le dimissioni di Rixi” significa che non esistano nemmeno più le normali prassi istituzionali. Fa tutto lui. E disfa tutto lui. Ed è segretario di un partito che continua a collezionare le ruberie che gli italiani dicevano di non volere più vedere. E invece ci sono ancora.

 

Avanti così.

Andrea Colombo

 

Giungla d'appalto. Il leghista sacrifica Rixi per passare subito all’incasso: Flat tax, Tav, sospensione del codice degli appalti e più inceneritori

 

Se ci dicono di no, l’Italia non ha tempo da perdere. E la Lega nemmeno», di fronte a una selva di telecamere, a palazzo Madama, Matteo Salvini sfodera il pugno di ferro. Di tempo, evidentemente, non ne vuole perdere nemmeno lui. Alle 13 arriva la notizia della condanna del viceministro leghista Edoardo Rixi: 3 anni e 5 mesi, con in più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Nemmeno mezz’ora dopo il viceministro rassegna le dimissioni nelle mani non del presidente del consiglio Giuseppe Conte ma di Salvini, e il particolare è significativo. Accettate a strettissimo giro, «per tutelare il governo». Non è una resa ma il sacrificio di una pedina necessario per scatenare l’offensiva. Poco dopo infatti il ministro dell’Interno convoca a sorpresa la stampa e squaderna una sfilza di imposizioni impressionante. Un dikat.

 

REDUCE DALL’INCONTRO con Giovanni Tria, nel cui studio si è presentato con tutte le teste d’uovo economiche del Carroccio, i presidenti di commissione Bagnai e Borghi, il sottosegretario Garavaglia, Salvini esordisce raccontando di aver detto chiaro al ministro dell’Economia che nella manovra ci dovrà essere la Flat tax. «E le coperture?», chiede qualcuno. «Ci sono», taglia corto il vicepremier leghista. Ma non si ferma qui. «I risultati della pace fiscale sono stati ottimi. Dunque la prorogheremo». Era stato, mesi fa, uno dei principali motivi d’attrito con i soci. Ora Salvini non si preoccupa più del loro parere. Non si è neppure peritato di avvertirli.

 

Come non ha avvertito né gli alleati né Conte della vera sorpresa. Un nuovo emendamento allo Sblocca cantieri, più precisamente un «testo 2» che sostituisce quello di un emendamento già presentato, che di fatto riscrive completamente il decreto. C’è la sospensione secca del codice degli appalti per due anni. C’è l’allentamento radicale dei vincoli sui termovalorizzatori: «I rifiuti sono una ricchezza in tutto il mondo. Solo da noi sono un costo. E’ ora che creino valore». C’è la cancellazione di tutte le mediazioni trovate in commissione. L’emendamento è infatti uno dei primi: una volta approvato, porterà alla decadenza di tutto il resto. Certo, c’è sempre tempo per subemendarlo. Fino alle 12 di questa mattina.

 

E’ UNO SCHIAFFO violentissimo nel merito e forse anche più nel metodo. Salvini ha riscritto uno dei decreti più delicati e più a lungo contrattati con i soci senza consultarli né avvertirli. Non ha nemmeno ritenuto opportuno fare uno squillo a Conte, e non potrebbe esserci risposta più chiara a quanto lo stesso Conte gli aveva detto il giorno prima: «Il premier sono io». Non è più così. Salvini è disposto a lasciarglielo dire. Non a farglielo fare.

 

Tutto qui? Macché. C’é la Tav, per esempio. Voci da Bruxelles, anticipa il leghista, dicono che la Ue sarebbe pronta ad aumentare il suo contributo fino al 55% della spesa. Il calcolo costi-benefici sarebbe in questo caso certamente vantaggioso. E comunque «col voto alle europee l’80 per cento della Val Susa ha detto di volere la Tav». Capitolo chiuso. Il tunnel base si farà.

 

Segue la richiesta di mettere alla porta i ministri sgraditi, quello dell’Ambiente, Costa, e quella della Difesa, Trenta. Una frecciata a Virginia Raggi, perché il leghista non vede l’ora di conquistare la ex «Roma ladrona», e la lista delle imposizione è fatta. Somiglia da vicino a una richiesta di resa incondizionata. Ai 5 Stelle, espletato il rituale della consultazione su Rousseau, la scelta tra subirla o andare alle elezioni. Ma Salvini, che ha ideato personalmente la mossa di ieri, è convinto che pur di evitare le urne i 5S cederanno. Tanto più che formalmente tutto quel che propone figura in un modo o nell’altro nel contratto.

 

SALVINI HA SCELTO PROPRIO la giornata della consultazione su Di Maio per dimostrare nei fatti che chi comanda è lui. E aveva cominciato a farlo già nell’incontro con Tria. Non solo chiarendo che nella manovra ci deve essere la Flat tax, ma anche mettendo il veto a qualsiasi fantasia di manovra correttiva, che infatti Tria poco dopo escluderà pubblicamente, e persino dettando i toni con cui va scritta la risposta alla lettera di Bruxelles. Non sulla difensiva ma all’attacco, ottimista, con la rivendicazione dei successi ottenuti. La fase 2 del governo è questa. Per Conte e Di Maio la scelta è secca: prendere o lasciare . E quindi votare.

Daniela Preziosi

 

Il 9 giugno assemblea della lista: mai più divisioni. Risultato pessimo, onda nera grave. Fratoianni: serve coraggio, dal Pd ancora non si vede

 

«Batosta», «disastro», «sconfitta secca». Nelle diverse case della Sinistra stavolta proprio nessuno nasconde la durezza del responso elettorale. Né potrebbe. I 469.884 voti, che corrispondono all’1,8 per cento dei votanti, sono quasi la metà del milione 108 457 voti (il 4,03) con cui nel 2014 la lista L’Altra Europa per Tsipras aveva acciuffato il quorum e tre europarlamentari. Hanno pesato i ritardi: «Siamo arrivati alle soglie della scadenza della presentazione delle liste, ma perché fino all’ultimo abbiamo fatto tentativi di inclusione: De Magistris, Potere al Popolo, Diem, Possibile, Verdi», spiega Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista. «E certo la sinistra non veniva da un anno facile», aggiunge. Il riferimento è alle divisioni, prima e dopo il voto del 4 marzo 2018, da quella del Teatro Brancaccio a quella di Pap e quella di Leu. E ancora: «La lista non è riuscita a presentarsi come progetto nuovo, plurale e come una proposta autonoma forte. Non ha retto l’impatto del “voto utile” né ha attratto i delusi del M5S». Secondo Paolo Ferrero, ex segretario del Prc, vicepresidente del Partito della sinistra europea e candidato nel Nord ovest, «siamo rimasti un fenomeno politico, pochissime persone – e solo tra quelle già politicizzate – hanno riconosciuto la lista come utile, come strumento per cambiare la realtà». Il risultato italiano, va anche detto, come attenuante o forse aggravante della situazione, si inserisce in un quadro di sconfitta della sinistra europea. Il Gue/Ngl passa da 52 eurodeputati a 38. «Il falso scontro tra “europeisti” e “sovranisti” ha penalizzato un po’ tutte le sinistre europee, tranne l’exploit dei partiti portoghesi, che sommati arrivano al 15 per cento. In Francia Mélenchon e Pcf scendono al 9, anche la Linke tedesca cala. Ma certo il risultato italiano è il più basso», spiega Acerbo.

 

Malissimo, dunque. Ma non è «la fine del mondo», secondo Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana e candidato al centro, in prima fila nella campagna elettorale (anche troppo per alcuni, ma la polemica interna è fortunatamente morta lì). Non è neanche la fine del piccolo mondo della sinistra radicale faticosamente rimasta in campo. Oggi Si e Prc riuniscono la segreteria. Giovedì si riunirà il coordinamento della lista. Ma stavolta, giurano tutti, non partirà il cupio dissolvi. C’è chi dice che del resto non c’è più molto da sfasciare. Ma potrebbe essere solo una battuta, persino ottimista.

 

Intanto l’appuntamento per l’assemblea del 9 giugno a Roma resta convocato. «Il nostro risultato è sotto tutte le attese. Ci ho messo la faccia e non posso certo negarlo», spiega Fratoianni. «Detto questo per serietà, del risultato delle urne preoccupa soprattutto il fatto che la Lega con Fratelli d’Italia e Forza Italia, se li si somma, siano al 50 per cento. È questo il segno principale del voto, oltre al fatto che i 5 stelle hanno preso un colpo significativo». E dire come fa Nicola Zingaretti che questo voto rilanci il bipolarismo fra destre e centrosinistra «è quantomeno azzardato. Quella che non si vede è una alternativa. Serve inventare quadro del tutto nuovo. Serve coraggio. Serve un nuovo schema». Per esempio lanciare un amo al tramortito 5s. Ma Zingaretti rilancia un ’nuovo’ centrosinistra. E fin qui, preoccupato dai ‘suoi’ moderati, non si è neanche rivolto a questa sinistra. Non sembra una sua priorità. Ma se lo diventasse, nelle vicinanze delle politiche? E che ruolo avrebbero i tanti civici, più donne che uomini, dell’associazionismo che si è attivato?

 

Per Ferrero il nuovo schema è su due mosse, che però sono due grandi classici che in altre circostanze non si sono rivelati risolutivi: «Non disperdere la rete costruita, trasformarla in un progetto di un polo della sinistra antiliberista», che – secondo – «ridia senso all’esistenza della sinistra nella crisi italiana. Quali soluzioni indichiamo?, sapendo che il senso comune ha assorbito la vulgata liberista». Non ha dubbi neanche Eleonora Forenza, eurodeputata uscente e più votata della lista: «La sconfitta è senza attenuanti. Ora occorre interrompere la coazione a ripetere sempre gli stessi errori». Gli errori sono le rotture. Avanti con «La sinistra» dunque: al mezzo milione di votanti «non si può continuare a chiedere di supportare un nuovo simbolo ad ogni tornata elettorale».

Raul Mordenti 

23/05/2019

 

Caro (cara) come sai esiste per ciascuno di noi un fatto, magari minore, che funziona però come la fatidica goccia che fa traboccare il vaso, cioè che rende impossibile fare finta di niente, che rende impossibile non fare niente. E siccome ci hanno tagliato la lingua (cioè l’accesso ai mass media e a qualsivoglia giornale) posso solo scriverti personalmente, caro amico, così mi distraggo un po’.

 

Per me il fatto che mi ha portato a dire che la misura è colma è stato che i bambini leucemici venezuelani non potranno più essere curati in Italia (e ben 600 avevano ricevuto da noi cure decisive per la loro vita), e questo per obbedienza all’embargo deciso da Trump e condiviso dall’Europa. Così d’ora in poi quei bambini moriranno, mentre avrebbero potuto essere curati e salvati.

 

Un orrore senza precedenti, una vergogna, un crimine, che i giornali “indipendenti”, radio e tv si sono ben guardati di riferire. Tu, che leggi “Repubblica” o “Il Corriere della sera” tutti i giorni e guardi i TG, lo sapevi? A volte io penso che questi giornalisti servi, anzi servi dei servi, sono i più colpevoli di tutti, perché sono convinto che in questo caso – come in tanti altri casi – se la gente comune sapesse, allora si solleverebbe un’ondata di indignazione tale da spazzare via Trump e chi gli obbedisce in Europa e in Italia; per questo la gente comune non deve sapere e l’intero apparato informativo serve a garantire proprio questo, che la gente non sappia (ma su questo ritornerò in conclusione).

 

Per esempio non si deve sapere che in Venezuela si sono svolte ben 20 libere elezioni negli ultimi 25 anni, che il movimento bolivariano ha vinto sia le ultime regionali sia le elezioni per la Costituente e sia le presidenziali, che Maduro è stato rieletto Presidente (contro altri tre candidati) con 6.244.016 voti pari al 67,84%, staccando il candidato della destra Falcòn. con 1.927.174 voti, pari al 20,93%, che l’ex presidente USA Carter, chiamato a controllare la regolarità del voto, ha definito quello venezuelano “il sistema elettorale migliore del mondo”, che lo spagnolo Zapatero ha svolto lo stesso ruolo nelle ultime elezioni presidenziali garantendone la assoluta regolarità.

 

Ma il Venezuela è colpevole, colpevole di aver restituito il suo petrolio al suo popolo, togliendolo alle compagnie nord-americane, e con quei soldi ha costruito dal nulla il sistema sanitario nazionale che non esisteva, ha cancellato del tutto l’analfabetismo, ha costruito due milioni di alloggi popolari, etc. E dunque il Venezuela bolivariano deve essere punito, con una crisi economica provocata artificialmente, con un feroce e illegale embargo, con una guerra mediatica fatta di bugie e di silenzi, con il terrorismo e gli attentati della destra fascista, e ora con un tentativo di golpe, un tizio creato dalla CIA che si “autoproclama” presidente, foraggiato e appoggiato dagli USA e dall’Europa. Vogliono ripetere il Cile di Pinochet e l’Argentina di Videla.

 

Tu mi dirai: ma che c’entra il PD con questo? C’entra eccome. Il PD ha appoggiato il golpista-CIA Guaidò, ha votato compattamente per lui anche al Parlamento europeo, e l’incaricata esteri dell’Europa Mogherini (del PD) si è affrettata a sostenere Trump anche per il Venezuela.

 

E già che parliamo di politica estera: si tratta dello stesso partito che fece ciò che neppure la DC aveva mai osato fare, cioè la guerra in Jugoslavia contro l’art 11 della Costituzione, che poi ha sempre appoggiato e votato, in Italia come in Europa, tutte le guerre decise dagli USA: l’Irak, l’Afganistan, etc. fino all’ultima aggressione in Libia.

 

Restiamo a parlare dell’Europa: tutte le leggi e i trattati capestro contro la classe operaia e i popoli europei (da Maastricht in poi) sono state sempre votati, oltre che da Berlusconi (e da Salvini), anche dal PD, un partito che (questo non lo ricorda nessuno!) fa parte dell’attuale maggioranza al Parlamento europeo, con il Partito Popolare europeo e l’ALDE (i liberali): insomma il PD e Mogherini (e gli europarlamentari PD uscenti, Buonafede, e Sassoli, e Gualtieri, etc.) stanno in maggioranza con Juncker, con Tajani, e con Moscovici (il quale non per caso partecipa ora alla iniziative elettorali del PD). E quando la troika e la BCE aggredirono la Grecia di Tsipras (in sostanza per trasferire al popolo greco i debiti delle banche franco-tedesche), il PD e i social-liberisti furono in prima fila a stringere il laccio al collo del popolo greco: così in Grecia sono state soppresse pensioni, chiuse scuole, chiusi ospedali, e addirittura la mortalità infantile è aumentata spaventosamente. Tutto ciò grazie a Juncker e Merkel, Hollande e Renzi.

 

D’altra parte il social-liberisti e il PD non sono forse il più fedele partito del capitale finanziario? Ti ricordi lo scandalo della Banca Etruria e del Monte dei Paschi di Siena? Ti ricordi l’alleanza di Governo del PD con Verdini, assieme al quale hanno tentato perfino di stravolgere la Costituzione? Ti ricordi l’insopportabile “odore di massoneria” denunciato da quel noto bolscevico che risponde al nome di Ferruccio De Bortoli? (era il direttore del “Corriere della sera”: non lo è più). E ti ricordi del jobs act? E la “buona scuola”? Se non bastassero a convincerti del rapporto fra PD e capitale finanziario le politiche che hanno portato avanti, rifletti sul fatto che a tessera n. 1 del PD fu data al finanziere Carlo Debenedetti, il padrone di “Repubblica”. E il capogruppo del PD al Senato, nominato proprio ora tesoriere del PD dal sorridente Zingaretti, è Luigi Zanda. Chi era costui? Fu il segretario-portavoce di Cossiga al Ministero dell’Interno (1976-78: ti ricorda qualcosa?) e poi ancora con Cossiga alla Presidenza del Consiglio e dopo, esperto di servizi segreti, presidente di Lottomatica e dell’agenzia di Rutelli per il Giubileo del 2000, poi senatore della Margherita e del PD, di cui è ora la vera eminenza grigia.

 

Che c’entri tu con costoro, amico mio? Come puoi anche solo pensare di votarli?

 

So, caro amico e compagno mio, che in te agiscono due argomenti, che ti spingono a pensare di poter votare PD, anche contro le tue convinzioni; mi provo a discuterli con te.

 

Il primo è “Ma sennò viene Salvini!”, il secondo è “Ma votare per “La Sinistra” rischia di disperdere il voto, perché c’è lo sbarramento al 4%!”.

 

Permettimi di dire che il “sennò viene Salvini!” è una bugia e una truffa. Anzitutto: non si vota per un Governo, ma per un Parlamento, e non funziona il “chi arriva primo prende tutto” ma si vota con la proporzionale (anche se violentata da un assurdo sbarramento), e lo schieramento di Salvini-Le Pen-Orban non ha proprio nessuna possibilità di avere una maggioranza in Europa (dovrebbe moltiplicare per dieci volte i propri voti).

 

Ma poi anche Salvini al Governo coi 5 Stelle è un bel regaletto di cui dobbiamo ringraziare il PD che dopo le elezioni si rifiutò perfino di incontrare i 5 Stelle per aprire una trattativa e preferì dedicarsi ai… pop corn (secondo la indimenticabile espressione di Renzi). Adesso gridano a Salvini bau bau di turno, ma se era così allora sarebbe stato necessario fare di tutto per impedire che si saldasse un fronte Salvini-5 Stelle (comincia a dirlo anche qualche isolato esponente del PD, ma è troppo tardi).

 

E c’è di più: il bau bau Salvini ora viene agitato per ricattare l’elettorato antifascista, ma quello stesso Salvini è stato esplicitamente invocato dal PD Chiamparino per fare insieme un’alleanza pro-TAV; si tratta, come sai, di fare un bel buco nella montagna di alcune decine di chilometri per far risparmiare 15 minuti ai treni merci fra Torino e Lione, a cominciare dal 2038: ma la Confindustria ci tiene tanto, dunque tutti in piazza insieme, PD, Lega, Forza Italia e “madamine” per fare il TAV, costi quel che costi.

 

Per non dire delle politiche contro i migranti: l’infamia del respingimento in mare e della restituzione dei fuggiaschi ai lager libici è stato inaugurata da Minniti, e Salvini si limita a proseguire su quella strada. Così come la persecuzione contro il sindaco di Riace Mimmo Lucano è stata cominciata dal Governo PD, e poi proseguita dall’attuale; sarà per questo che Lucano ha invitato a votare “La Sinistra”? (anche se i giornali non lo dicono. E tu lo sapevi?). La verità è che, purtroppo Salvini e il PD la pensano uguale su tante cose: dal diritto di uccidere i ladri (Salvini ha ripreso la proposta di legge del PD) fino al Venezuela.

 

Solo il voto a “La Sinistra” dice davvero no a Salvini, cioè alle politiche razziste, parafasciste, xenofobe, e puoi stare sicuro che gli europarlamentari della ”Sinistra” sono una garanzia assoluta su questi temi, come lo sono stati nella Legislatura europea precedente.

 

“Ma – e questo è il tuo secondo dubbio – voi della “Sinistra” siete pochi e divisi e la lista rischia di non superare lo sbarramento del 4%”. Permettimi di discutere serenamente con te anche di questo secondo argomento.

 

Intanto credo che converrai con me che questo sbarramento è una vera mascalzonata, di cui dobbiamo ringraziare (ancora una volta!) la maggioranza uscente Partito popolare (Forza Italia)-Partito socialdemocratico europeo (PD). Perché mai un ipotetico 3,99% degli elettori, che corrisponde ad alcuni milioni di voti, dovrebbe restare senza rappresentanza in Parlamento?

 

Ma lasciamo perdere, e concentriamoci su questo benedetto 4%. La nostra lista (che si chiamava allora “L’altra Europa per Tsipras”) raggiunse quel quorum alle scorse elezioni europee, perché mai non dovrebbe raggiungerlo questa volta? In questi anni c’è stato anche il bellissimo lavoro fatto a Bruxelles dalle nostre europarlamentari Eleonora Forenza e Barbara Spinelli e lo schieramento unitario che sostiene la lista adesso si è ulteriormente allargato, oltre a Rifondazione comunista e a Sinistra Italiana ci sono ora dei compagni socialisti, esponenti di spicco dei movimenti e delle lotte, del mondo GLBTQ, della intellettualità e dell’arte, del volontariato sociale, dell’antifascismo (guarda nel sito le firme all’appello per il voto a “La Sinistra”, prima firmataria Rossana Rossanda).

 

Tuttavia il vero punto politico è un altro, e su questo vorrei richiamare la tua attenzione per concludere questa mia troppo lunga lettera. I “poli” politici ormai consolidati in Europa non sono due soltanto ma sono almeno sei o sette: ci sono i parafascisti “sovranisti” e razzisti più o meno mascherati (peraltro divisi fra loro, Meloni e Salvini ad esempio hanno referenti europei diversi); ci sono i “liberali”, sfegatati sostenitori del capitalismo e della banca come Macron (in Italia Bonino e …Calenda); ci sono i social-liberisti (Moscovici e il PD); ci sono i “popolari” della Merkel e di Berlusconi (con cui i socialdemocatici e il PD hanno fatto finora maggioranza); ci sono i Verdi (ma in Italia, in lista con loro ci sono anche ex fascisti di Fare Verde, già organizzazione del MSI); e poi ci siamo noi che siamo parte del GUE-“Sinistra europea/European Left”.

 

Questo “noi” comprende Podemos in Spagna, la Linke in Germania, Mélenchon in Francia, Tsipras in Grecia, i partiti della sinistra anticapitalista scandinava, etc. Sono tutti partiti o liste fra il 10 e il 20% dei voti e che in alcuni paesi sono anche al Governo. Perché non dovremmo riuscire a fare qualcosa di simile anche in Italia?
“La Sinistra” in Italia è parte integrante di questo schieramento europeo, che in tutti questi anni in Europa si è battuto sempre per la pace e per il lavoro, contro i diktat delle banche e le politiche antipopolari e di austerity.

È esattamente questo – amico mio – il fatto politico nuovo che è stato censurato accuratamente dai media durante la campagna elettorale, che ora in Italia una simile sinistra esiste, che insomma esiste in Italia ciò che è Podemos in Spagna, la Linke in Germania, Mélenchon in Francia, Tsipras in Grecia, etc. È molto importante che la lista “La Sinistra” inverta anche la tendenza alla scissione e al settarismo mettendo insieme forze diverse che ora invece di scindersi finalmente si ricompongono, nel rispetto delle diversità. Io credo che una buona affermazione della “Sinistra” rafforzerebbe questa tendenza all’unità e – in ultima analisi, – rafforzerebbe anche chi ancora dentro il PD cerca di contrastare la modificazione genetica avvenuta in quel partito.

 

Dacci una mano, caro amico e compagno mio: unisciti a chi si è unito e si sta unendo a sinistra. Ridiamo senso alla politica (ne abbiamo bisogno!): quelli di sinistra come te votino per “La Sinistra”, i social-liberisti se li votino quelli che sono social-liberisti.

 

Ti ringrazio, amico mio, per la pazienza che hai dimostrato arrivando fino alla fine di questa mia, e ti abbraccio.

Postaitaliana sempre più a rotoli

Ma, dopo l'ubriacatura degli utili 2018,

arriva il conto: il 3 giugno è sciopero.

 

21/05/2019

Cobas Poste

C'è chi ha ottenuto molte soddisfazioni, con la privatizzazione di Poste Italiane (1,4 miliardi di utili nel 2018, il 30% spartito agli azionisti privati), ma i normali cittadini e i lavoratori non sono inclusi. Lo dimostra il tracollo del servizio postale italiano, con l'incivile sistema di recapito della posta “a giorni alterni e rarefatti,che ha generato abnormi disfunzioni, disservizi e danni, in tutta Italia, con cittadini rimasti a non ricevere posta anche per settimane o mesi.

 

E, ad aprile, nel Centro di smistamento di Milano-Borromeo, sono state trovate lettere non ancora recapitate, anche prioritarie, spedite, addirittura, nel 2018, e altre inviate nelle prime settimane del 2019. Vittime illustri, di questo “buco” postale, anche il quotidiano La Repubblica, la ditta di spedizioni UPS, l'Ospedale Oftalmico Fratebene Fratelli, di Milano, oltre che avvocati, aziende e cittadini. A questo si aggiunga il già noto problema dell'omessa timbratura delle lettere, che causa un danno milionario al servizio universale, perché i francobolli non timbrati sono riutilizzabili, e ai cittadini, che, senza timbro, non possono dimostrare la tempistica reale delle lettere o delle bollette

 

. In tale caos si scoprono anche gli avvisi dei pacchi in giacenza, da mandare al destinatario, che circolano anche dopo la scadenza del tempo di giacenza. Così, se il destinatario li riceve dopo il termine della giacenza, perde il diritto al ritiro del pacco. E, chi spedisce il pacco, se non ha pagato prima, per riaverlo indietro, lo perde. In questo caso, il pacco, resterà in mano a Poste Italiane, che ne può fare ciò che vuole.

 

Il servizio postale, dunque, da quando le Poste sono privatizzate, è in una condizione di voraginosa rovina. Purtroppo, Poste Italiane è una società per azioni, e una spa deve pensare alla ricerca del profitto economico, da spartire agli assetati azionisti, prima che a svolgere il servizio pubblico universale.

 

Infatti, dal 1994 (anno dell'inizio dell'era della privatizzazione), non ha fatto che aumentare tariffe e tagliare personale, in modo sproporzionato, a tutto discapito del servizio pubblico, ovviamente. E con 150mila pensionamenti incentivati è stato eroso l'organico, ben oltre l'osso, fino al midollo.

 

Dopo, per mascherare questi vuoti abissali, sono stati assunti migliaia di precari, con contratti a tempo determinato, sfruttati per un periodo e poi buttati fuori, quando già sapevano bene il lavoro. Attualmente, vi è ancora una carenza sostanziale di 50mila unità, che si deve coprire seriamente, per garantire un servizio pubblico funzionale e di livello europeo. 

 

Inoltre, la ricerca del profitto economico über alles, oltre che togliere ai cittadini il diritto a un servizio pubblico sacrosanto si è riversata con una gravità inaudita anche sui dipendenti, vittime dell'organizzazione speculativa del lavoro, con aumento dello stress, delle malattie e degli infortuni (anche mortali).

 

Perciò, per difendere il diritto alla salute e alla dignità dei lavoratori e il servizio pubblico alla collettività, il 3 giugno ci sarà sciopero nazionale dei sindacati della Base dei lavoratori (Cobas Poste, Slg-Cub Poste, SI Cobas Poste e Cub Poste). Anche i consumatori dell'ACU (con il presidente Gianni Cavinato, per il ripristino del recapito giornaliero e la riapertura di migliaia di uffici postali soppressi) e i rappresentanti delle comunità locali, sindaci in primis, sono coinvolti, con una manifestazione nazionale che si terrà a Roma, alle 11, davanti alla sede centrale di Poste Italiane, in viale Europa.

 

Dunque, dopo i bagordi degli utili da capogiro, si chiamerà alle proprie responsabilità il “conducente” di questo treno impazzito, che sta travolgendo tutto e tutti.

18/05/2019

Ansa

 

Il Palazzo di Vetro chiede a Roma di respingere il provvedimento

Il Ministro degli Affari Esteri Enzo Moavero ha confermato di aver ricevuto dalla Rappresentanza Permanente presso le Nazioni Unite a Ginevra una lettera con richieste di chiarimentie "rilievi di preoccupazione con riguardo alla bozza del cosiddetto "decreto sicurezza bis non ancora discusso dal Consiglio dei Ministri. La lettera è stata trasmessa anche al Ministero dell'Interno e, naturalmente, riceverà da parte del Governo la dovuta attenzione, in coerenza con il tradizionale rispetto degli impegni internazionali e dell'assoluta tutela dei diritti umani".

 

L' Onu ha chiesto al governo italiano di respingere il decreto sicurezza bis in quando, a suo giudizio, "è potenzialmente in grado di compromettere i diritti umani dei migranti, inclusi richiedenti asilo e le vittime o potenziali vittime di detenzione arbitraria, tortura, traffico di esseri umani e altre gravi violazioni dei diritti umani".
 

17/05/2019

Dante Barontini 

da Contropiano

 

Un delirio nazista in piena regola. Il “decreto sicurezza 2” che Salvini vorrebbe far approvare dal governo farebbe vergognare persino i gerarchi del Ventennio.

 

Esageriamo? Nemmeno un po’, ma andiamo con ordine.

 

I primi tre articoli del provvedimento sono dedicati al tema principale della retorica salviniana: l’immigrazione, e dunque il “contrasto” al questo fenomeno epocale. Il delirio si concretizza in pochi fotogrammi. Il primo articolo aggiunge un solo comma al dl 286 del 1998, teso a impedire il salvataggio in mare di naufraghi, ma solo se “migranti”. In pratica, gli armatori delle navi che dovessero in futuro prestare soccorso verranno multati con una cifra variabile da 3.500 5.500 euro a testa, per ogni persona tratta in salvo. In caso di “reiterazione” del reato (chessò, due salvataggi a distanza di tempo) potrebbe essere sospesa la licenza di navigazione.

 

Già nell’immaginare che il soccorso in mare possa diventare un “reato” – è un obbligo previsto dagli accordi internazionali e dalla cosiddetta “legge del mare”, in vigore da millenni – c’è qualcosa di profondamente malato. Naturalmente l’aspirante “legislatore” prova a nascondere questa follia dietro frasi in aperta contraddizione tra loro: le imbarcazioni, infatti, “sono tenute ad attenersi a quanto stabilito dalle convezioni internazionali in materia (che impongono il salvataggio, ndred alle istruzioni operative emesse dalle autorità responsabili dell’area in cui ha luogo l’operazione”.

 

Istruzioni operative che, nel caso ad esempio dei tagliagole rinominati “guardia costiera libica”, consistono nella pura e semplice negazione del dovere di soccorrere i barconi in difficoltà…

 

E’ l’antico sotterfugio dell’azzeccagarbugli italico: non tocco la regola generale (non era neanche possibile, visto che è internazionale), ma ne rendo impossibile l’applicazione.

 

Salvini prova – con l’articolo 2 – un piccolo golpe rispetto alle competenze dei ministeri, attribuendo a se stesso (al ministro dell’Interno) il potere di “limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili o unità da diporto o da pesca nel mare territoriale per motivi di ordine e sicurezza pubblica”. L’incompetenza attuale in materia, ricordiamo, è alla base della inefficacia dei suoi ordini (“chiudere i porti!”). Tocca infatti al ministro delle infrastrutture, ovvero all’impalpabile Toninelli (che, invece di mandare a quel paese l’invasivo “collega”, si limita fin qui a dire che “se ne parla dopo le europee”).

 

Ma il delirio nazista si precisa con gli articoli successivi, dedicati tutti al contrasto delle manifestazioni dell’opposizione sociale e politica. Ovunque e in qualsiasi forma.

 

L’articolo 4 prevede il “potenziamento delle operazioni di polizia sotto copertura”, ovvero un maggiore uso di infiltrati e provocatori nei comitati, organismi, partiti, movimenti che i futuri ministri dell’interno riterranno di dover distruggere o invalidare.

 

Il top viene raggiunto però con l’art. 5, che aggrava e peggiora addirittura il “regio decreto n. 773 del 18 giugno 1931”, ovvero una legge del regime fascista. Va infatti a colpire nientemeno che il diritto di riunione.

 

Il comma a prevede infatti la reclusione “fino a un anno” coloro che partecipino a riunioni “in cui vengano commessi i reati di devastazione e saccheggio” (peraltro ridefiniti in modo particolarmente “elastico”, cosicché possano essere contestati anche per episodi risibili…). La cosa grave è che il riferimento va a peggiorare una norma (fascista, appunto) per cui “E’ considerata pubblica anche una riunione, che, sebbene indetta in forma privata, tuttavia per il luogo in cui sarà tenuta, o per il numero delle persone che dovranno intervenirvi, o per lo scopo o l’oggetto di essa”. Prevedendo infatti che “Con le stesse pene sono puniti coloro che nelle riunioni predette prendono la parola”!

 

Al punto che “Il Questore, nel caso di omesso avviso ovvero per ragioni di ordine pubblico, di moralità o di sanità pubblica, può impedire che la riunione abbia luogo e può, per le stesse ragioni, prescrivere modalità di tempo e di luogo alla riunione”.

 

Ripetiamo: stiamo parlando di riunioni, anche private (in una casa o in una sede, in un teatro), che per il numero dei partecipanti o il tema potrebbe venir vietate o comunque limitate (nell’orario, per esempio) dagli organi di polizia…

 

Non è finita. Viene peggiorata anche la mortifera Legge Reale del 1975, quella che provocò – tra l’altro – centinaia di morti uccisi dalle varie polizie ai posti blocco, tra automobilisti che se ne accorgevano in ritardo. L’articolo che prevede il divieto di indossare “caschi protettivi” o di “travisamento” trasforma infatti quella che fin qui è una “contravvenzione” in un “reato punibile con la reclusione da uno a due anni”.

 

Di più. La stessa misura viene applicata a chi “utilizza scudi o altri oggetti di protezione passiva”. Insomma: vi dovete far manganellare senza resistenza o attenuazione dei danni, da qualsiasi poliziotto voglia farlo.

 

E, visto che c’era, il “legislatore” si preoccupa pure di trasformare in “pericolosi reati” l’uso di “razzi, bengala, fuochi artificali, petardi, strumenti per l’emissione di fumo o di gas visibile”, oltre alle più ovvie “mazze, bastoni, oggetti contundenti”. Con pena da uno a quattro anni!

 

Che l’ossessione sia quella di impedire manifestazioni, presidi, contestazioni varie – quelle che stanno distruggendo l’icona del “ministro forzuto amato dalle folle” (e “dalle donne”, come da patetico ma fascistissimo libercolo edito con Casapound) – è confermato dall’articolo 8, che si preoccupa di aggravare misure e condanne previste dal codice penale fascista del 1930 (il “Codice Rocco”, mai abrogato dalla Resistenza in poi).

 

Non c’è molto da commentare… Una lista di pensate naziste, e dunque manifestamente incostituzionali, che in tempi normali non sarebbe stata neppure immaginabile presentare alla discussione pubblica. Ma che invece – complice l’ottusità o l’indifferenza grillina per le libertà politiche – rischia addirittura di iniziare l’iter parlamentare.

 

Per fortuna, vien da pensare, che la crisi di governo è alle porte. Anche se c’è da essere sicuri che un eventuale “governo tecnico ultra-europeista” – con un programma “lacrime e sangue” di titpo greco – potrebbe tranquillamente apprezzare un po’ di norme naziste “a difesa dell’ordine pubblico”.

 

C’è l’esempio di Macron, del resto, di che vi lamentate?

 

P.s. Per chi non riesce a credere che tutto ciò sia vero, ecco la bozza di decreto attualmente in circolazione: SCHEMA DI DECRETO LEGGE sicurezza pubblica-bis.13.5.19

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