15/09/2026
da Il Fatto Quotidiano
Le statali, poi il ponte girevole e sotto il Comune: esplode la protesta. In serata arriva la convocazione del governo per mercoledì 16 alle 10. Fim, Fiom, Uilm e Usb: "Soluzioni per tutti, non ci fermeremo"
Uno sciopero di 24 ore, blocchi stradali, anche in pieno centro, e un incontro con il sindaco. È stata una giornata di forte mobilitazione a Taranto per i lavoratori dell’indotto ex Ilva, dopo il verdetto dei giudici milanesi sulla chiusura dell’area a caldo, con 2.500 licenziamenti annunciati. E ora arriva anche la convocazione del governo: le organizzazioni sindacali sono state riconvocate a Palazzo Chigi per mercoledì 16 settembre alle 10, secondo quanto si apprende, per affrontare il dossier Ex Ilva. L’incontro era stato preannunciato nei giorni scorsi e inizialmente indicato per martedì.
I lavoratori hanno proclamato le prime 24 ore di sciopero, dalle 9 di lunedì fino alle 7 di martedì. La decisione è arrivata durante l’assemblea convocata da Fim, Fiom, Uilm e Usb, insieme alle altre categorie, davanti alla portineria imprese dello stabilimento. “Sia chiaro, non ci fermeremo se non ci saranno soluzioni e misure straordinarie per tutti lavoratori”, hanno annunciato le organizzazioni dei lavoratori. I manifestanti hanno occupato la strada provinciale per Statte e il ponte girevole che unisce la città vecchia e il centro, blocchi poi rimossi dopo l’incontro con il sindaco Piero Bitetti. Il segretario generale della Fiom Cgil Michele De Palma ha lanciato un appello a Giorgia Meloni: “La presidente del Consiglio intervenga con un provvedimento d’urgenza: blocco dei licenziamenti ora. La nostra Costituzione riconosce il fondamento del lavoro, la salute e l’ambiente: i lavoratori tutti, dall’indotto all’ex Ilva, non possano essere licenziati o messi in cassa integrazione a zero ore”.
Sindacati: “Ora blocco dei licenziamenti”
Nel corso della manifestazione, decine di lavoratori son giunti davanti la sede del municipio tarantino, dove si è tenuto un sit-in fino a quando una delegazione è stata ricevuta dal sindaco. Il corteo è iniziato alle 8, attraversando la strada provinciale per Statte fino al rione Tamburi di Taranto, per dirigersi infine verso Palazzo di Città. Per alcune ore alcune arterie della viabilità sono andate in tilt a causa dei blocchi stradali, mentre un gruppo di manifestanti ha temporaneamente bloccato il ponte girevole. Le sigle sindacali hanno spiegato che la mobilitazione non è indirizzata contro il provvedimento della Corte d’Appello di Milano, ma contro le responsabilità dei governi che si sono succeduti nella gestione della vertenza. L’obiettivo è ottenere dal governo il blocco dei licenziamenti, risposte politiche e industriali prima che l’emergenza occupazionale travolga il territorio. La convocazione a Palazzo Chigi per mercoledì rappresenta ora il prossimo passaggio della vertenza. Al tavolo i sindacati chiederanno misure straordinarie per tutelare i lavoratori dell’indotto e dell’ex Ilva e un intervento che impedisca, nell’immediato, l’avvio dei licenziamenti.
Il sindaco: “Subito alternative”
“Taranto non può essere lasciata sola e sui lavoratori non possono ricadere responsabilità, ritardi e mancate decisioni”, ha dichiarato il sindaco di Taranto Bitetti. “Parliamo della dignità di lavoratori – ha sottolineato Bitetti – e padri di famiglia preoccupati di non riuscire a garantire il reddito ai propri cari. Se questa città viene lasciata sola, ci sarà un problema di tenuta sociale”. Per il sindaco servono “tempi certi sulle attività da avviare e sugli investimenti necessari a compensare gli inevitabili esuberi, ma soprattutto per creare occupazione, sviluppo e serenità”. Bitetti ha riferito di un’interlocuzione con il sottosegretario Alfredo Mantovano, in vista del tavolo governo-sindacati annunciato. “Sono certo – ha detto – che l’impegno sarà mantenuto. Tra i temi da affrontare ci sarà anche il ritiro dei licenziamenti”.
Il sindaco ha ribadito la necessità di un tavolo interministeriale: “La questione Taranto – ha asserito – non può riguardare soltanto il Mimit. Devono contribuire anche gli altri ministeri, perché la città non può essere lasciata sola”. Secondo Bitetti occorre lavorare “sulle alternative industriali, dal porto alle energie rinnovabili, dall’eolico offshore alla riqualificazione degli impianti e delle aree disponibili”. “La bomba sociale – ha concluso – riguarda la perdita di reddito e dignità dei lavoratori, ma anche l’impoverimento dell’intero tessuto economico, dal commercio al terziario, fino al porto, il cui fatturato è ancora in gran parte legato all’ex Ilva”.
La mobilitazione dopo lo stop all’area a caldo
La mobilitazione riflette i forti timori per la tenuta dei posti di lavoro dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano, che ha imposto la chiusura dell’area a caldo, il cuore della fabbrica, entro il 25 ottobre. Il rischio è il licenziamento collettivo di circa 2.500 operai, legato allo stop imposto dai magistrati, nelle aziende dell’indotto che operano nei reparti per i quali è stato decretato lo stop: 28 imprese hanno già avviato la procedura di licenziamento collettivo, notificata ai sindacati. Contemporaneamente, nel breve periodo, ci sarà anche un problema legato ai lavoratori indiretti di tutti gli stabilimenti: l’area a caldo, infatti, occupa circa 5.000 persone e, una volta spenta, non saranno necessari più di mille addetti per la sorveglianza e la tenuta in sicurezza. Inoltre, Taranto non avrà acciaio da laminare nei reparti non interessati dal decreto. Una toppa alla situazione di emergenza verrà messa da un ordine di lavorazione di circa 240mila tonnellate di bramme da parte di Marcegaglia: circa 60mila sono già arrivate a Taranto e garantiscono un mese di lavoro.

