Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

01.02.2018

 

Un appello al mondo della cultura. Contro le politiche neoliberiste portate avanti dai governi di centrodestra e centrosinistra in questi anni; contro «la barbarie che oggi ha mille volti: il lavoro che sfrutta e umilia, la povertà e l’ineguaglianza, i migranti lasciati annegare in mare, i disastri ambientali, i nuovi fascismi, la violenza sulle donne, la crescente repressione, i diritti negati»

 

Siamo lavoratori della cultura, dell’informazione e della conoscenza. Siamo scrittori, docenti, autori, musicisti, giornalisti, registi, ricercatori, attori, artisti, scenografi, direttori della fotografia, produttori; abbiamo tutti storie personali diverse e diversi percorsi interni alla sinistra. Ma tutti ci siamo ritrovati concordi nello scegliere, oggi, di votare i candidati della lista di «Potere al popolo».

 

Noi firmatari di questo appello votiamo «Potere al popolo» perché ci siamo battuti e continueremo a batterci contro le politiche neoliberiste portate avanti dai governi di centrodestra e centrosinistra in questi anni; contro «la barbarie che oggi ha mille volti: il lavoro che sfrutta e umilia, la povertà e l’ineguaglianza, i migranti lasciati annegare in mare, i disastri ambientali, i nuovi fascismi, la violenza sulle donne, la crescente repressione, i diritti negati».

 

Viviamo il tempo buio di una crisi economica, sociale, ambientale e culturale che apre la strada ad una vera e propria crisi di civiltà il cui emblema è la guerra tra i poveri, il razzismo, la xenofobia.

 

Noi firmatari di questo appello votiamo «Potere al popolo» perché ci battiamo per la costruzione di una sinistra basata sulla connessione tra diversi soggetti del conflitto e culture critiche, che coinvolga persone, associazioni, partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale, culturale e politica, antiliberista e anticapitalista; una sinistra che in tutti questi anni si è battuta contro le ingiustizie e lo sfruttamento, la demolizione della democrazia, dei diritti sociali e civili, contro la mercificazione della cultura, dei diritti, della vita, per la piena applicazione della Costituzione; una sinistra che non si è mai arresa; una sinistra che non ha rinunciato ad elaborare un pensiero forte, che non ha rinunciato alla sfida per l’egemonia e alla costruzione di un nuovo senso comune alternativo al pensiero unico neoliberista. Pensiero unico che l’intera gamma della comunicazione ha costruito in anni e anni di lavoro determinando una ormai generalizzata sfiducia e «insofferenza» nei confronti della politica e delle istituzioni, che produce rifiuto senza la forza di proposte di cambiamento.

 

Noi firmatari di questo appello votiamo «Potere al popolo» perché ci riconosciamo nell’alternativa di società che propone: una società fondata sulla dignità e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, sull’eliminazione di ogni discriminazione, sull’affermazione dei diritti delle donne, sul principio di eguaglianza sostanziale, sulla riconquista dei diritti sociali e civili, sulla salvaguardia del patrimonio ambientale, culturale ed artistico, sul ripudio della guerra.

 

Noi firmatari di questo appello votiamo «Potere al popolo» perché vogliamo cambiare lo stato delle cose esistenti.

 

Citto Maselli, Moni Ovadia, Francesca Fornario, Paolo Pietrangeli, Fabio Alberti, Carmine Amoroso, Gianluigi Antonelli, Enzo Apicella, Piero Arcangeli, Giorgio Arlorio, Marco Asunis, Manuela Ausilio, Saverio Aversa, Stefano G. Azzarà, Simona Baldanzi, Tiziana Barillà, Mauro Berardi, Cesare Bermani, Luca Bigazzi, Paola Boffo, Susanna Bhome-Kuby, Cinzia Bomoll, Marina Boscaino, Sergio Brenna, Mario Brunetti, Benedetta Buccellato, Paolo Cacciari, Enrico Calamai, Francesco Calandra, Francesco Caruso, Riccardo Cardellicchio, Carlo Cerciello,  Salvatore Cingari, Lorenzo Cini, Paolo Ciofi, Elena Coccia, Gastone Cottino, Wasim Dahmash, Franco D’Aniello, Massimo Dapporto, Fabio de Nardis, Marco Dentici, Pippo di Marca, Enzo di Salvatore, Angelo d’Orsi, Valerio Evangelisti, Amedeo Fago, Paolo Favilli,, Luigi Fazzi, Beppe Gaudino, Alfonso Giancotti, Michele Giorgio, Giovanni Greco, Alexander Hobel, Maria Jatosti, Francesca Lacaita, Maria Lenti, Maria Grazia Liguori, Guido Liguori, Antonio Loru, Fabiomassimo Lozzi, Romano Luperini, Silvia Luzzi, Maicol&Mirco, Lucio Manisco, Danilo Maramotti, Fabio Marcelli, Gino Marchitelli, Eugenio Melandri, Lidia Menapace, Magda Mercatali, Maria Grazia Meriggi, Massimo Modonesi, Francesco Moneti, Giorgio Montanini, Giovanna Montella, Lia Francesca Morandini, Raul Mordenti, Roberto Musacchio, Federico Odling, Federico Oliveri,Federico Pacifici, Marco Pantosti, Vera Pegna, Riccardo Petrella, Pina Rosa Piras,  Sabika Shah Povia, Alberto Prunetti, Stefania Ragusa, Christian Raimo,  Elisabetta Randaccio, Gianfranco Rebucini, Gianluca Riggi, Annamaria Rivera, Annalisa Romani, Maria Letizia Ruello, Mimma Russo, Nino Russo, Giovanni Russo Spena, Arianna Sacerdoti, Carla Salinari, Cesare Salvi, Edoardo Salzano, Antonio Sanna, Angela Scarparo, Marino Severini, Alessandro Simoncini, Ernesto Screpanti, Paolo Sollier, Massimo Spiga, Stefano Taglietti, Angelo Tantaro, Enrico Terrinoni, Mario Tiberi, Stefania Tuzi, Renzo Ulivieri, Pierfrancesco Uva, Fulvio Vassallo Paleologo,  Vauro, Guido Viale, Imma Villa, Lello Voce, Annalisa Volpone, Pasquale Voza, Giulia Zoppi.

 

Per adesioni: maselli.citto@fastwebnet.it

Roberto Ciccarelli

 

30° rapporto Eurispes: più del 50% ne sovrastima la presenza. Ritratto di un paese dove i penultimi fanno la guerra agli ultimi.

 

 

 

Smontare le fake news che alimentano la propaganda contro i migranti e per il rafforzamento delle politiche securitarie. Per di più in campagna elettorale dove le destre razziste e liberiste sono lanciatissime. Succede nel trentesimo rapporto Euripses, pubblicato ieri da cui risulta che più della metà del campione interpellato «sovrastima» la presenza di immigrati nel nostro Paese.

 

PARTIAMO DAI DATI conosciuti. Gli stranieri residenti in Italia sono oltre 5 milioni, pari all’inizio del 2017 all’8,3% della popolazione residente. Se agli stranieri regolari si sommano quelli che la legge «Bossi Fini» definisce «clandestini (tra le 500-800 mila unità) si arriva al massimo al 10% sulla popolazione. Ancor prima delle politiche, discutibilissime di Minniti, secondo l’Istat le immigrazioni si sono ridotte del 43% Negli ultimi dieci anni, passando da 527mila nel 2007 a 301mila nel 2016. La percezione di questa realtà è completamente diversa grazie al ruolo propagandistico a favore del neo-razzismo di molti media e delle conseguenti decisioni della politica «democratica» che cerca di inseguire il panico mediatico con strumenti che, invece di calmarlo, lo consolidano. Risultato: pur in presenza di dati inequivocabili, il sistema mediatico e quello politico cancellanola realtà della situazione.

 

ECCO I RISULTATI. Per il 35% degli interpellati dall’Eurispes sarebbe presente sul territorio nazionale una quota di stranieri pari al 16% della popolazione totale. Per il 25,4% degli interpellati un residente su quattro in Italia sarebbe non italiano. La realtà è, invece, un’altra. L’incidenza di stranieri sulla popolazione è, come detto, all’incirca del 10%. Il problema è che lo sa solo il 28,9% degli interpellati. Va un po’ meglio il dato sulla conoscenza di quanti cittadini stranieri di religione musulmana sono presenti nel nostro paese: il 31,2% è consapevole che si tratta di una quota minima: allo stato è il 3%. In tutti gli altri casi (68,7%) gli interpellati rivelano una percezione distorta di una presenza in fondo molto minoritaria. Per non parlare della presenza in Italia di immigrati di origine africana. Stando alla rilevazione risulta che solo il 15,4% degli italiani è consapevole del fatto che la loro presenza è esigua rispetto alla popolazione residente (l’1,7%). Non si conosce esattamente nemmeno da quale nazione africana provengano queste donne e uomini. Per il 27,4% degli interpellati arrivano dall’«Africa del Nord». In realtà, le statistiche riportano un dato del tutto diverso: i cittadini arrivati da questa zona sono meno della metà: solo il 12,9% degli stranieri in Italia.

 

QUESTI DATI sono già emersi nel lavoro della commissione «Jo Cox», istituita alla Camera, e sono stati citati nel quindicesimo «Rapporto Diritti globali 2017», curato da Sergio Segio. Qui si è appreso che l’Italia è il paese con il più alto tasso di ignoranza sullo stato dell’immigrazione. La maggioranza pensa che gli immigrati siano il 30% della popolazione, anziché l’8%, e che i musulmani siano il 20%, mentre sono solo il 3%. Sui richiedenti asilo la situazione è la seguente: nel 2016 sono stati registrati in Italia 123.600 richiedenti asilo. Nel 60% dei casi la loro richiesta è stata respinta. In Germania sono stati 722.300, il 60% del totale all’interno dell’Ue. Alla faccia dell’invasione.

 

QUESTO SENSO COMUNE è alimentato dal «razzismo istituzionale e democratico», che ha gradatamente permeato la società italiana impedendo – anche a causa della gestione politica timorosa del Pd e del governo Gentiloni, l’approvazione di una misura molto condizionata di «ius soli». Secondo l’Eurispes solo il 17,7% degli interpellati conosce i contenuti della proposta. E solo il 17,7% la associa non solo alla nascita, ma anche alla frequentazione della scuola italiana. In realtà la prima proposta risale al 1992 e prevedeva che chiunque nasca in uno Stato ne ottenga automaticamente la cittadinanza.

 

DAL RAPPORTO EURISPES emerge, in generale, il ritratto di un paese deluso e confuso,tradito da un «sistema» che non riesce più a garantire crescita,stabilità, sicurezza economica e prospettive per il futuro. In questo paese quattro persone su 10 arrivano a fine mese usando i risparmi e solo il 30,5% riesce a far quadrare i conti. Il 18,7% riesce a risparmiare, mentre il 29,4% ha difficoltà a pagare le utenze. Inoltre, il 23,2% ha difficoltà ad affrontare spese mediche, il 25,4% a sostenere il mutuo e il 38% a pagare l’affitto.

 

È IL RITRATTO di un paese dove i penultimi odiano gli ultimi e il «sistema» contrappone poveri a disperati, giovani a genitori, attivi a pensionati.

 

Comunicato stampa

Sì Toscana a Sinistra

30 gennaio 2018

 

Pace e diritti umani. Approvata mozione di Sì Toscana a Sinistra: “Fermare e condannare bombardamenti Turchi su popolo kurdo, in prima fila contro l’Isis”.

 

 

Dopo il voto in Consiglio comunale a Firenze, anche il Consiglio regionale della Toscana ha approvato all’unanimità una mozione presentata da Sì-Toscana a Sinistra che impegna la Regione ad attivarsi presso il Governo Italiano per promuovere in tutte le sedi istituzionali opportune, dall’Unione Europea al Consiglio d’Europa fino alla Nato, la ferma condanna e la cessazione degli attacchi turchi nei confronti della popolazione kurda del cantone di Afrin e dell’intero Rojava in Siria, e il ripristino delle libertà democratiche.

 

“La Turchia - spiegano i consiglieri Tommaso Fattori e Paolo Sarti - con l’alibi della lotta al terrorismo usa l’esercito per sterminare la popolazione kurda, quando sono stati propri i kurdi, in questi anni, ad essere in prima linea contro l’Isis.”

 

“Lo scorso 20 gennaio la Turchia, con l’offensiva militare paradossalmente denominata 'Ramoscello d’Ulivo', ha violato la sovranità territoriale siriana, attaccando senza alcuna motivazione e giustificazione il cantone kurdo di Afrin, nel nord ovest della Siria”.

 

“E’ gravissimo che il presidente turco Erdogan abbia dichiarato di voler estendere l’offensiva militare a tutto il territorio abitato dai kurdi nel nord della Siria. La Comunità internazionale non può stare a guardare. L’aggressione militare della Turchia rappresenta un vero e proprio crimine contro l’umanità. Quest’aggressione militare -ricordano ancora i consiglieri- va ad aggiungersi alle distruzioni delle città kurde in Turchia, al massacro di centinaia di civili, alla destituzione e all'arresto di numerosi sindaci ed eletti locali in atto fin dal 2015”.



Segreteria Sì Toscana a Sinistra

Consiglio Regionale della Toscana
Via Cavour, 4 - Firenze
 

30/01/2018

 

RETE DELLE “CITTA’ IN COMUNE”

 

La Rete delle città in comune: rilanciamo questa esperienza con nuove iniziative, strumenti e appuntamenti. Ad Aprile un incontro nazionale a Firenze e nelle prossime settimane la piattaforma informatica

 

30 gennaio. La Rete delle Città in Comune - a seguito della propria assemblea nazionale - prosegue e rilancia la propria attività, nella convinzione della necessità di ampliare quello spazio pubblico che essa ha provato a costruire in questi mesi, aperto ad un “municipalismo” civico, partecipato e di sinistra che possa rappresentare un alternativa a identitarismi e logiche securitarie, secondo quel concetto di democrazia diffusa che gli enti locali rappresentano o dovrebbero rappresentare.

 

Per questo la Rete guarda alle prossime scadenze elettorali nazionali ponendo gli stessi contenuti che l’hanno nel merito sempre contraddistinta e vista realizzare – da sola o insieme ad altri – appuntamenti diffusi in ogni parte d’Italia: dal no alla deriva dei DASPO urbani e ai decreti Minniti Orlando, alla battaglia contro il Fiscal Compact e pareggio di bilancio, TTIP e CETA, ad iniziative svoltesi nei mesi scorsi della carovana “le piazze dell’alternativa” sui principali temi nazionale: diritto alla casa, contro la svendita del patrimonio pubblico, per la difesa del ruolo e dell’autonomia (anche fiscale ed economica) degli enti locali, ecc.

 

Tutte tematiche e impegni che saranno ripresi con iniziative ad hoc e con un primo appuntamento che si svolgerà all’inizio di aprile a Firenze. Una occasione e di confronto per supportare anche le tante esperienze che saranno impegnate a maggio nelle elezioni amministrative in alternativa alle destre, 5 stelle e centro sinistra

 

Il tutto nella consapevolezza che i territori, gli enti locali, siano stati fra le “vittime”  (così come la stragrande maggioranza dei cittadini) delle politiche di austerity e di 25 anni pensiero unico neo liberista, portato avanti tanto dal centro-destra quanto dal centro-sinistra. L’appuntamento di Firenze sarà anche una occasione per rilanciare nuovi temi e campagne: dalla "parità di salario a parità di mansione" nei contratti dell'amministrazione e delle sue partecipate anche in presenza di esternalizzazioni, l’applicazione della sentenza della corte costituzionale contro il pareggio di bilancio a favore dei servizi essenziali, e molti altri.

 

Inoltre potrà cominciare effettivamente ad essere utilizzata la piattaforma informatica che è stata predisposta, aprendola a nuove funzioni e a nuove realtà, sulla quale poi in autunno è già in calendario un altro appuntamento.

 

Andrea Fabozzi

 

Sinistra. Raccolte oltre 40mila firme. Viola Carofalo: «Siamo gli unici che non rischiano di sciogliersi prima delle elezioni»

 

Superato l’ultimo ostacolo in un collegio della circoscrizione Sicilia 1, è adesso ufficiale che alle elezioni del 4 marzo ci sarà anche la lista di sinistra Potere al Popolo! Liste e firme vengono consegnate stamattina alle 11.30 nelle corti d’appello, l’annuncio diffuso ieri ai militanti in giro per l’Italia è già di festa: «Portate i moduli, lo spumante, i dolci, le bandiere, le trombette, fate venire le persone da tutta la regione, trasformiamo un atto burocratico in una grande presa di parola collettiva». Servivano poco più di 25 mila firme, ne hanno raccolte in pochi giorni più di 40mila.

 

Nata a Napoli in un’assemblea del centro sociale Je so’ pazzo la notte successiva al definitivo fallimento delle assemblee del Brancaccio, la proposta di una lista che tenesse assieme movimenti e partiti della sinistra radicale è cresciuta attraverso 150 assemblee territoriali e l’adesione di Rifondazione comunista, Partito comunista italiano, Sinistra anticapitalista e rete Eurostop. Il nome riprende lo slogan con il quale il centro sociale napoletano conclude da tempo si suoi comunicati – richiamo al motto all power to the people del Black panther party – il simbolo è tutto nuovo. «Ce ne avevano proposto uno incredibile che aveva dentro tutto: la bandiera italiana, la parola sinistra, un pugno, una stella e la falce e martello. Uno dentro l’altro, sembrava disegnato da Escher», raccontano i militanti napoletani. Che hanno fatto di testa loro.

 

L’invito alle assemblee è stato invece quello di scegliere i candidati nelle liste senza votazioni, ma con la discussione. Qualche volta ci si è persino riusciti. «Mentre tutte le forze politiche dal Pd a Liberi e Uguali litigano sulle candidature per spartirsi tra ceti politici le poltrone in palio – dice Viola Carofalo, portavoce che per la legge elettorale è il capo politico della lista, ma che non sarà neanche candidata – mentre i cinque stelle dimostrano ancora una volta la mancanza di democrazia delle parlamentarie, noi, che abbiamo iniziato dal basso e senza mezzi, siamo riusciti in pochissimi giorni a raccogliere le firme e a elaborare le candidature che vengono soprattutto dalle vertenze e dalle lotte del territorio».

 

Negli elenchi, maggioranza di donne capolista nel proporzionale alla camera, 35 (il 56%) contro 28 uomini (44%). Tra le candidate la partigiana e pacifista Lidia Menapace a Trento, a Verona Patrizia Buffa, impegnata nelle lotte contro le mafie, Stefania Iaccarino nel Lazio, protagonista della vertenza contro Almaviva, Nicoletta Dosio, storica attivista No Tav, capolista nel plurinominale in Piemonte 2. Altri candidati di movimento sono Giovanni Ceraolo che viene dalle lotte per la casa a Livorno e Gianpiero Laurenzano, impiegato di banca impegnato nel Clash city workers, Giuseppe Aragno, professore di storia che correrà a Napoli nel collegio del Vomero dove Renzi ha schierato Paolo Siani. I segretari di Rifondazione Maurizio Acerbo e del Pci Mauro Alboresi sono capolista rispettivamente a Roma e in Emilia Romagna 3. Giorgio Cremaschi in Campania 1.

 

«Abbiamo scelto i nostri candidati alla luce del sole – dice ancora Viola Carofalo – per condividere con tutti le scelte e le ragioni del programma. Siamo l’unica lista che non rischia di sciogliersi prima ancora di iniziare la campagna elettorale». La soglia di sbarramento del 3% sembra lontanissima, anche se il fatto di essere ostinatamente esclusi da ogni sondaggio autorizza almeno a sognare. «Se andrà male avremo fatto comunque un passo in avanti, messo in contatto realtà di movimento che non si conoscevano, imparato a fare cose che prima non sapevamo fare. E non finisce qui».

 

Enzo Collotti

 

Quest’anno il Giorno della Memoria coincide con la ricorrenza dell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi contro gli ebrei dell’Italia fascista. Promulgazione ad opera di quel sovrano Vittorio Emanuele III al quale, se non altro per questa ragione, devono essere precluse le porte del Pantheon.

 

Come giustamente ricorda una importante pubblicazione edita l’anno scorso in Germania per gli ottanta anni dalle leggi di Norimberga, fu una iniziativa tutta italiana senza che vi fosse alcuna pressione da parte del Reich nazista, come si ostina a ripetere qualche tardo estimatore di Benito Mussolini.

 

Tutto quello che si può dire in proposito è che nell’Europa invasa dall’antisemitismo, l’Italia fascista non volle essere seconda a nessuno, ossessionata come era, fra l’altro, dallo spettro della contaminazione razziale.

 

Frutto avvelenato dell’appena conquistato impero coloniale e della forzata coabitazione con i nuovi sudditi africani.

 

Come tutti i neofiti, anche il razzismo fascista ebbe il suo volto truce. La «Difesa della razza», l’organo ufficiale del regime che ebbe come segretario di redazione Giorgio Almirante, ne forniva la prova in ogni numero contraffacendo le fattezze fisiche degli ebrei o rendendo orripilanti quelle delle popolazioni nere.

 

Il tentativo di fare accreditare l’esistenza di una razza italiana pura nei secoli aveva il contrappasso di dare una immagine inguardabile delle popolazioni considerate razzialmente impure. L’arroganza della propaganda non impedì che essa facesse breccia in una parte almeno della società italiana e ancora oggi non è detto che essa si sia liberata dall’infezione inoculata dal fascismo, come stanno a dimostrare piccoli, ma numerosi episodi che si manifestano, e non solo negli stadi.

 

Non bisogna fra l’altro dimenticare che non solo tra il 1938 e l’8 settembre del 1943 l’odio razziale ebbe libero corso, ma che dopo l’armistizio e l’occupazione tedesca la caccia agli ebrei divenne uno dei principali motivi dell’esistenza della Repubblica Sociale neofascista.

 

In nome della purezza della razza il regime costrinse a fuggire o mise in campo di concentramento ebrei che in altre parti d’Europa si erano illusi di trovare un rifugio non precario entro i confini italiani; ma costrinse all’emigrazione scienziati e intellettuali italiani, privando il Paese di una componente culturale che, nella più parte dei casi, non avrebbe fatto ritorno in Italia neppure dopo la liberazione anche a causa degli ostacoli non solo burocratici alla reintegrazione di quanti erano stati costretti a espatriare e che per tornare a esercitare il proprio ruolo in patria non avrebbero potuto contare su nessun automatismo.

 

Le leggi contro gli ebrei costituirono un’ulteriore penetrazione del regime nel privato dei cittadini: il divieto dei matrimoni con cittadini ebrei; l’espulsione degli ebrei come studenti ed insegnanti dalle scuole e dalle università; l’espulsione degli ebrei dalla pubblica amministrazione.

 

Di fatto, ma anche di diritto, si venne a creare una doppia cittadinanza con cittadini di serie A e cittadini di serie B, preludio dell’ostracismo generalizzato sancito dalla Repubblica Sociale che proclamò semplicemente gli ebrei cittadini di stati nemici, quasi a dare la motivazione non solo ideologica per la parteicpazione italiana alla Shoah.

 

Ancora oggi è difficile dare una valutazione sicura delle reazioni della popolazione italiana alle leggi razziali. Le azioni di salvataggio compiute dopo l’8 settembre non devono ingannare a proposito dei comportamenti che si manifestarono prima dell’armistizio.

 

Gli stessi ebrei non si resero esattamente conto della portata delle leggi razziali. Il fanatismo della stampa, in particolare nella congiuntura bellica in cui gli ebrei vennero imputati di tutti i disastri del Paese, andava probabilmente oltre il tenore dello spirito pubblico che oscillava tra indifferenza e cauto plauso, aldilà del solito stuolo dei profittatori.

 

Le autorità periferiche non ebbero affatto i comportamenti blandi che qualche interprete vuole tuttora addebitare loro. Il conformismo imperante coinvolse la più parte della popolazione. Il comportamento timido, più che cauto, della Chiesa cattolica non incoraggiò in alcun modo atteggiamenti critici che rompessero la sostanziale omogeneità dell’assuefazione al regime.

 

A ottanta anni di distanza la riflessione su questi trascorsi è ancora aperta e si intreccia con alcuni dei nodi essenziali della storiografia sul fascismo (per esempio la questione del consenso).

 

È una storia che deve indurci ad approfondire un esame di coscienza collettivo alle radici della nostra democrazia e a dare una risposta a fatti che sembrano insegnarci come la lezione della storia non sia servita a nulla se è potuto accadere che il presidente del tribunale fascista della razza diventasse anche presidente della Corte Costituzionale della Repubblica.

 

“Quelli che il fascismo ha fatto molte cose buone”, dal blog di Paolo Ferrero sul Fattoquotidiano.it

 

Nella Giornata della memoria non possiamo che registrare un drammatico avanzamento del revisionismo storico. Non è tanto un fenomeno accademico o colto, ma uno sdoganamento di fatto del fascismo e del nazismo che passa attraverso i media e comincia a farsi largo nel senso comune di massa.

 

Questo drammatico revisionismo storico diffuso è il frutto di due distinte narrazioni a cui i media hanno dato largo spazio in questi anni.

La prima è quella condotta dalle forze neofasciste che oggi si mascherano dietro “la difesa della patria della civiltà occidentale dall’invasione degli immigrati”. Nella vulgata di questa destra estrema, il fascismo ha fatto molti errori – guerra in primis – ma ha anche fatto molte cose buone. Matteo Salvini dice che il fascismo ha fatto le bonifiche, altri si allargano ai treni in orario per arrivare al welfare e così via. In genere si tratta di bufale clamorose visto che il fascismo produsse una decisa riduzione dei salari reali dei lavoratori italiani e che le elemosine di Stato non compensavano la politica di bassi salari che tenne l’Italia in una condizione di drammatica povertà. Il punto di offensiva accarezzata dai media è però ripetuto all’infinito: non tutto era cattivo.

 

La seconda offensiva culturale è quella liberale, che va avanti da anni e che tende ad equiparare i fascismi con il comunismo. Dai libri neri in avanti la cultura liberaldemocratica ha operato con determinazione degna di miglior causa a gonfiare le cifre dei morti – tra un po’ all’Unione Sovietica verranno addebitate anche i 20 milioni di morti che il popolo russo ha avuto nella lotta contro il nazifascismo – per dire che in fondo Hitler e Stalin pari erano. Il risultato di questa equiparazione – fatta per costruire una narrazione in cui solo il capitalismo liberale è positivo per l’umanità – è evidentemente che il nazismo e l’Olocausto non sono il male assoluto, perché altri sono stati negativi come loro. Da antistalinista convinto, penso che l’equiparazione tra comunismo e nazismo equivale a dire che siamo tutti un po’ cattivi e quindi il nazismo non deve più essere un tabù per il genere umano.

 

Neofascisti razzisti e liberal democratici di ogni latitudine convergono quindi nella costruzione di un discorso pubblico che relativizza la negatività totale del nazismo e del fascismo, aprendo la strada al fatto che il nazismo e il fascismo tornino a rappresentare opzioni politiche dicibili.

 

Nella Giornata della memoria vogliamo quindi denunciare come il revisionismo storico non sia pericoloso perché agitato da piccoli gruppi dichiaratamente neonazisti ma sia molto pericoloso perché è il frutto convergente tra razzisti di ogni ordine e grado e anticomunismo che il pensiero liberale ha profuso a piene mani in questi anni. Mettere sullo stesso piano gli aggressori e i difensori di Stalingrado non è solo una porcheria sul piano storico, è il primo passo per riarmare la belva nazista. Lo diciamo ai tanti sepolcri imbiancati che citano in continuazione Gobetti ma se lo sono completamente dimenticato.

 

26.01.2018

da Il Manifesto

 

Cerimonia al Quirinale. Per il giorno della Memoria, il presidente della Repubblica usa parole durissime sulle connivenze all'antisemitismo radicate nella società italiana subito dopo le leggi razziali e sulle colpe del fascismo: inaccettabile dire che ebbe anche dei meriti

 

«Il presidente è stato molto chiaro e mi hanno fatto particolarmente piacere alcune sue frasi sul passato. Speriamo che sia effettivamente il passato». Al Quirinale, Pietro Terracina, uno dei sopravvissuti di Auschwitz, commenta così il discorso di Sergio Mattarella per il giorno della memoria. Il presidente della Repubblica alla condanna dei crimini della storia ha aggiunto un deciso avvertimento per il presente.

 

La cerimonia si è svolta ieri perché il giorno della memoria – 27 gennaio, anniversario dell’aperture dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata rossa sovietica (le «truppe russe» nel discorso di Mattarella) – cade quest’anno di sabato, giornata del riposo per gli ebrei. Oggi il capo dello stato è impegnato con l’apertura dell’anno giudiziario in Cassazione. Mattarella aveva in qualche modo anticipato il suo richiamo al valore della memoria – «un antidoto indispensabile contro i fantasmi del passato» – nominando la settimana scorsa senatrice a vita Liliana Segre, anche lei sopravvissuta e testimone dell’olocausto.
«Tutte le vittime dell’odio sono uguali e meritano uguale rispetto, ma la Shoah per la sua micidiale combinazione di delirio razzista, volontà di sterminio, pianificazione burocratica, efficienza criminale, resta unica nella storia d’Europa», ha detto Mattarella. Per la prima volta il capo dello stato ha voluto invitare anche il rappresentante della comunità dei rom, sinti e camminanti. «Speriamo che il passato non torni mai – ha detto Terracina – non temo per me o per i miei correligionari, temo invece per altre minoranze che sono ancora a rischio».

 


Con parole mirate, Mattarella ha demolito il mito degli italiani brava gente e della dittatura lieve. «Sul territorio nazionale il regime fascista non fece costruire camere a gas e forni crematori. Ma il governo di Salò collaborò attivamente alla cattura degli ebrei che si trovavano in Italia e alla loro deportazione verso l’annientamento. Le misure persecutorie – ha aggiunto – la schedatura e la concentrazione nei campi di lavoro favorirono enormemente l’ignobile lavoro dei carnefici delle SS». Mattarella ha ricordato l’ottantesimo anniversario delle leggi razziste del 1938, «ideate e scritte di pugno da Mussolini, trovarono a tutti i livelli delle istituzioni della politica, della cultura e della società italiana connivenze, complicità, turpi convenienze, indifferenza».

 

Di rara nettezza la condanna del fascismo: «Con la normativa sulla razza si rivela al massimo grado il carattere disumano del regime fascista … dopo aver soppresso i partiti, ridotto al silenzio gli oppositori e sottomesso la stampa, svuotato ogni ordinamento dagli elementi di democrazia, il fascismo mostrava ulteriormente il suo volto». «E per questo sorprende sentir dire, ancora oggi, da qualche parte, che ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Si tratta di un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione. Perché razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza».
In conclusione, Mattarella ha detto che «focolai di odio, di intolleranza, di razzismo, di antisemitismo sono presenti nelle nostre società. Non vanno accreditati di un peso maggiore di quel che hanno ma sarebbe un errore capitale minimizzarne la pericolosità».

 

25.01.2018

 

Sul deragliamento del treno dei pendolari a Pioltello. Il cordoglio di tutta Rifondazione Comunista alle famiglie delle vittime.

 

Matteo Prencipe, segretario Prc Milano, ha dichiarato: “Non conosciamo le cause del tragico deragliamento avvenuto nei pressi di Pioltello e saranno le autorità ed i tecnici ad accertarlo. Sappiamo però che un nuovo grave lutto, dopo i tragici morti sul lavoro dei giorni scorsi, colpisce i lavoratori che in maggioranza utilizzano i treni della disastrata Trenord. Ieri in fabbrica e oggi sui treni. Esprimiamo il nostro cordoglio alle famiglie delle vittime e auguriamo pronta guarigione ai tantissimi feriti, ringraziando quanti si stanno prodigando in queste ore per evitare altre vittime. Pensiamo sia necessario che si accertino le responsabilità ed è inaccettabile il linguaggio burocratico del comunicato emesso da Trenord. Le vite di uomini e di donne non sono merce e non sono una “notizia burocratica”.

 

I dirigenti escano dalle stanze e si rechino sul posto”.

 

Trasporto ferroviario, come era ampiamente prevedibile l'Alta velocità viaggia a discapito della mobilità dei pendolari

 

Ai grandi successi dell’Alta Velocità, che in undici anni ha visto un aumento dell’offerta di oltre il 400%, fa da contraltare un trasporto regionale che arranca e rimane difficile, anche perché si sono ridotti i treni intercity e i collegamenti a lunga percorrenza. Dal 2010 a oggi i pendolari hanno dovuto subire aumenti tariffari pari al 17,8%, un calo del 6,5% dei treni regionali e del 15,5% dei treni intercity. L’Alta Velocità arriva poco al Sud, dove circolano meno treni che in Lombardia, più lenti e più vecchi. Ma “dove si investe cresce la voglia di spostarsi in treno”. A dirlo è Legambiente nel rapporto annuale Pendolaria sul trasporto ferroviario in Italia. 

“La mobilità su ferro vede muoversi ogni giorno 5,51 milioni di persone In Italia, con una crescita del numero complessivo dei pendolari, ma aumentano anche le differenze tra le varie regioni e quelle sulla rete ferroviaria, segnata da una parte dai continui successi dell’alta velocità e dall’altra dai tagli agli intercity e da treni regionali spesso troppo vecchi e lenti”, evidenzia l’associazione ambientalista. Nel 2017 il numero dei pendolari del treno, che usano il servizio ferroviario regionale, è aumentato con una crescita di 11mila passeggeri al giorno (+0,4% rispetto al 2016), mentre il numero di persone che ogni giorno prende le metropolitane nelle sette città in cui è presente il servizio (Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova, Brescia e Catania) ha visto un aumento di 22mila viaggiatori giornalieri (+0,6% rispetto al 2016, stesso trend in positivo come tra 2016 e 2015). Sono 2milioni e 841mila i passeggeri che usufruiscono del servizio ferroviario regionale, e oltre 2milioni e 672mila quelli che ogni giorno prendono le metropolitane. Per completare il numero di coloro che ogni giorno prendono il treno sui collegamenti nazionali, vanno aggiunte 40mila persone che viaggiano sugli intercity e 170mila tra Frecce ed Italo.

Pendolaria fotografa un’Italia a due velocità. Da una parte ci sono i grandi successi dell’Alta Velocità, con un’ampia offerta di treni tra Salerno, Roma, Firenze, Bologna, Milano, Torino e Venezia e un aumento dell’offerta in meno di 11 anni pari al 435%. Dall’altro c’è la situazione difficile del trasporto regionale, che sconta una riduzione dei treni Intercity e dei collegamenti a lunga percorrenza (-15,5 dal 2010 al 2016) con un calo del 40% dei passeggeri e la diminuzione dei collegamenti regionali (-6,5% dal 2010 al 2016). E poi in alcuni casi c’è il peggioramento del servizio con disagi e disservizi come accade sulla Roma-Lido di Ostia o sulla Circumvesuviana. Negli ultimi anni c’è stata poi la chiusura di oltre 1300 chilometri di linee ferroviarie. In Molise, ad esempio, non esiste più un collegamento ferroviario con il mare: sono scomparsi i treni che dal 1882 collegavano Campobasso con l’Adriatico e con Termoli.
Eppure, prosegue Legambiente, “dove si investe nella cura del ferro il numero dei pendolari cresce e aumenta la voglia di spostarsi in treno, come è accaduto in Lombardia, dove nonostante le difficoltà su alcune linee, si è raggiunta quota 735.000 passeggeri ogni giorno sui treni regionali (con un +3,1% nel 2017 e +24% dal 2009 ad oggi, quando erano 559mila) o in Friuli Venezia Giulia dove si è passati da 13mila a 21.500 i viaggiatori con un aumento del +38%”.

“Cambiare e migliorare la situazione che vivono ogni giorno milioni di pendolari – ha dichiarato Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – è una sfida possibile e deve diventare una priorità, non solo per ridurre differenze e recuperare ritardi, ma perché è un grande investimento per il futuro del Paese. Occorre porsi l’obiettivo al 2030 di raddoppiare il numero di persone che ogni giorno in Italia prende treni regionali e metropolitane, per farle passare da 5,5 a 10 milioni. Si tratta di una sfida alla portata di un Paese come l’Italia, che produce vantaggi in termini ambientali e positive ricadute occupazionali, legate sia alla costruzione e manutenzione del parco rotabile che alla gestione della mobilità”.
Fra i dati evidenziati da Pendolaria c’è poi la situazione del Sud Italia. Qui circolano meno treni: le corse dei treni regionali in tutta la Sicilia sono 429 contro le 2.396 della Lombardia. Inoltre i convogli sono più vecchi – con una età media nettamente più alta, 19,2 anni rispetto ai 13,3 del Nord e a quella nazionale di 16,8 – e sono più lenti, sia per problemi di infrastruttura sia perché circolano treni vecchi e non più adatti alla domanda di mobilità. Per non parlare del fatto che l’Alta Velocità si ferma a Salerno e che, “malgrado la continuazione di alcune Frecce verso Reggio Calabria, Taranto o Lecce, il numero in rapporto a quelli che circolano al Centro-Nord di questi treni è insignificante”.

“Se vogliamo cambiare la situazione nelle città italiane – aggiunge Zanchini – dobbiamo rendere competitivo il trasporto pubblico su ferro e la mobilità sostenibile. Le tante storie positive che abbiamo raccolto dimostrano la voglia di cambiamento da parte dei cittadini. La prossima legislatura dovrà affrontare la questione delle risorse per garantire un aumento del servizio, con più treni per dare risposta alla domanda dei pendolari e offrire un’alternativa all’auto, e la realizzazione di nuove linee di metro, tram e ferrovie metropolitane. Perché dal 2002 ad oggi la priorità degli investimenti è andata verso strade e autostrade solo per il 13% alle città, mentre è proprio nelle aree urbane che si concentra la domanda di mobilità delle persone”.

Viola Carofalo

 

Abbiamo letto l’appello rivolto alle liste elettorali da parte di Felice Besostri e altri costituzionalisti a sottoscrivere un patto che contrasti «ogni ulteriore proposta di riforma che miri a modificare la forma democratica e parlamentare del nostro modello repubblicano» e ogni ulteriore tentativo di «costituzionalizzare principi neoliberisti o limitare la sovranità popolare, i diritti fondamentali delle persone».

 

Per Potere al Popolo si tratta di un impegno scontato: la nostra è la lista del No sociale al referendum del 4 dicembre, per questo non possiamo non aderire al Patto che pone le condizioni minime per qualunque lista che abbia a cuore la difesa dei diritti.

 

Condizioni minime ma non sufficienti, a nostro avviso, ad assicurare attualmente quei diritti ai lavoratori, alle donne, agli studenti, ai pensionati, ai richiedenti asilo, ai senza casa, ai malati, ai precari, ai disoccupati, agli abitanti delle periferie.

 

L’appello infatti chiede di non violare la Costituzione «ulteriormente», visto che le violazioni negli ultimi anni sono state ripetute, persino da parte di chi oggi aderisce al Patto. Molti tra i candidati più in vista di LeU – firmatari dell’appello – come Bersani e D’Alema hanno deliberatamente modificato la Costituzione che oggi si impegnano a difendere.

 

Lo hanno fatto insieme a Berlusconi riscrivendo l’articolo 81 e inserendo l’obbligo del pareggio di bilancio imposto dalle oligarchie europee, votando la riforma Fornero, il Jobs Act e le altre leggi che hanno reso la Costituzione lettera morta.

 

Il pareggio di bilancio ha obbligato gli enti locali a tagliare drasticamente la spesa destinata ai servizi sociali fondamentali: sanità, edilizia popolare, trasporto pubblico, istruzione, solo per citarne alcuni. Oggi cinque milioni di italiani sono in povertà assoluta, dieci in povertà relativa, undici rinunciano alle cure mediche. Comprendiamo che chi in passato ha tradito il ripudio della guerra, bombardando gli inermi e votando a favore delle finanziarie che ogni anno hanno aumentato le spese militari, non possa oggi promettere la pace né sottrarsi ai vincoli della Nato, che chiede ai paesi aderenti di destinare il due per cento del Pil alle spese militari.

 

Potere al Popolo invece si batterà per garantire a tutte e tutti l’effettiva applicazione dei principi fondamentali della Costituzione, a cancellare l’obbligo del pareggio di bilancio, a contrastare le misure di austerity imposte dai trattati europei.

 

Ci impegniamo a cancellare le leggi che hanno alzato muri tra le persone e limitato i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, degli omosessuali, dei richiedenti asilo.

 

Aderiamo, con l’auspicio che la Costituzione, patrimonio di tutti i cittadini e non di una o più liste elettorali, possa in futuro essere modificata non per negare i diritti ma per estenderli alla maggioranza della popolazione.

 

Potere al popolo si opporrà a ogni tentativo di fare della prossima una «legislatura costituente»: un parlamento eletto col Rosatellum non ha la legittimità di toccare la Costituzione. Siamo l’unica lista che si pronuncia per l’approvazione di una legge elettorale proporzionale finalmente costituzionale.

 

Soprattutto, continueremo a difendere la Costituzione non tanto firmando appelli ma sostenendo e prendendo parte alle lotte di coloro che si battono nelle piazze e nei luoghi di lavoro per tutelare e conquistare i diritti costituzionali finora negati.

 

* Viola Carofalo è il “capo politico” di Potere al Popolo

Marco Revelli

 

Povertà globale. Il Rapporto Oxfam fotografa non solo le vette, straordinarie nel 2017, della ricchezza ma guarda il mondo anche dalle profondità globali degli abissi sociali

 

L’ultimo rapporto Oxfam sullo stato sociale del pianeta è piombato come un pugno sul tavolo dei signori di Davos. Dice che l’1% della popolazione mondiale controlla una ricchezza pari a quella del restante 99%. E questo lo riportano tutti i media. Ma dice anche di più. Dice, per esempio, che tra il marzo del 2016 e il marzo 2017 quell’infinitesimo gruppo di super-privilegiati (un paio di migliaia di maschi alfa, meno di 1 su 10 sono donne) si è accaparrato l’86% della nuova ricchezza prodotta, mentre ai 3 miliardi e 700 milioni di donne, uomini e bambini che costituiscono il 50% degli abitanti della terra non è andato nemmeno un penny (alla faccia della famigerata teoria del trickle down, cioè dello “sgocciolamento” dei soldi dall’alto verso il basso). Dice anche che lo scorso anno ha visto la più grande crescita del numero dei miliardari nel mondo (all’incirca uno in più ogni due giorni). E dell’ammontare della loro ricchezza: 762 miliardi, una cifra che da sola, se redistribuita, permetterebbe di porre fine alla povertà estrema globale non una ma sette volte!

 

E poi dice, soprattutto, che quella mostruosa accumulazione di ricchezza poggia sul lavoro povero, svalorizzato, umiliato di miliardi di uomini e soprattutto di donne, e anche bambini. E’, biblicamente, sterco del diavolo.

 

Anzi, non si limita a dirlo con l’aridità delle statistiche, confronta anche le vite dei protagonisti: quella, per esempio, di Amancio Ortega (il quarto nella classifica dei più ricchi), padrone di Zara, i cui profitti sono stati pari a un miliardo e 300 milioni di dollari, e quella di Anju che in Bangladesh cuce vestiti per lui, 12 ore al giorno, per 900 dollari all’anno (quasi 1 milione e mezzo di volte in meno) e che spesso deve saltare il pasto.

 

È QUESTA LA FORZA del rapporto Oxfam di quest’anno: che non si limita a guardare il mondo sul suo lato “in alto” – a descriverne il luminoso polo della ricchezza -, ma di misurarlo anche “in basso”. Di rivelarci la condizione miserabile e oscura del mondo del lavoro, dove uno su tre è un working poor, un lavoratore povero, in particolar modo una lavoratrice povera. E dove in 40 milioni lavorano in “condizione di schiavitù” o di “lavoro forzato” (secondo l’ILO “i lavoratori forzati hanno prodotto alcuni dei cibi che mangiamo e gli abiti che indossiamo, e hanno pulito gli edifici in cui molti di noi vivono o lavorano”).

 

IL SISTEMA ECONOMICO globale, plasmato sui dogmi del neo-liberismo – l’unico dogma ideologico sopravvissuto – si conferma così come quella maga-macchina globale (descritta a suo tempo perfettamente da Luciano Gallino) che mentre accumula a un polo una concentrazione disumana di ricchezza produce al polo opposto disgregazione sociale e devastazione politica (consumo di vita e consumo di democrazia). Allungando all’estremo le società, espandendo all’infinito i privilegi dei pochi, anzi pochissimi, e depauperando gli altri, erode alla radice le condizioni stesse della democrazia. La svuota alla base, cancellando il meccanismo della cittadinanza stessa: da società “democratiche” che eravamo diventati (di una democrazia incompiuta, parziale, manchevole, ma almeno fondata su un simulacro di eguaglianza) regrediamo a società servili, dove tra Signore e Servo passa una distanza assoluta, e dove al libero rapporto di partecipazione si sostituisce quello di fedeltà e di protezione. O, al contrario, di estraneità, di rabbia e di vendetta: è, appunto, il contesto in cui la variante populista e quella astensionista si intrecciano e si potenziano a vicenda, come forme attuali della politica nell’epoca dell’asocialità.

 

IN REALTÀ NESSUNO dei suggerimenti che il Rapporto avanza figura nell’agenda (quella vera, non gli specchietti per le allodole) dei governi di ogni colore e continente: non la tassazione massiccia delle super-ricchezze così da ridurre il gap (anzi, le flat tax che vanno di moda stanno agli antipodi), né la riduzione degli stipendi dei “top executives”, per ridurli almeno a un rapporto di 1 a 20 rispetto al resto dei dipendenti; men che meno la promozione delle rappresentanze collettive dei lavoratori, o la riduzione del precariato. Figurano, certo, nel démi-monde della politica governante, preoccupazioni formali, dichiarazioni d’intenti o di consapevolezza, promesse e moine, puntualmente e platealmente smentite dalla pratica (Oxfam porta gli esempi della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, che mentre denunciano i pericoli del dumping salariale o dell’evasione appoggiano evasori e tagliatori di buste paga e di teste, e naturalmente di Donald Trump, che mentre lisciava il pelo ai blue collar riempiva la propria amministrazione di multimiliardari e di uomini delle banche).

 

COME DIRE CHE L’IPOCRISIA è diventata la forma attuale della post-democrazia. E che con questo qualunque sinistra che voglia rifondarsi non può non fare i conti.

 

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