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Il Manifesto

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01/12/2019

da il Manifesto

Alex Zanotelli

 

Le parole di Bergoglio e le bombe nucleari. Le parole del papa risvegliano i laici dal «sonno della ragione» e i cristiani dal tradimento del Vangelo: ci siamo arresi alla necessità di una difesa atomica sotto l’egida Nato.

 

«Desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine…L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso tempo è immorale il possesso delle armi atomiche. Saremo giudicati per questo…Come possiamo proporre pace se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti?»

 

Sono le parole profetiche pronunciate pochi giorni fa a Hiroshima e Nagasaki da Papa Francesco. Parole che vengono a risvegliare i laici dal «sonno della ragione» e i cristiani dal tradimento del Vangelo.

 

Infatti ci siamo tutti arresi alla necessità di una difesa atomica sotto l’egida della Nato. Il governo gialloverde ha dato il suo beneplacito alle nuove bombe atomiche, le micidiali B61-12 che l’anno prossimo rimpiazzeranno la settantina di vecchie bombe atomiche B61 a Ghedi e ad Aviano.

 

Altrettanto l’Italia, come membro Nato, ha approvato la decisione di Trump di cancellare il Trattato Inf del 1987, che aveva permesso di smantellare tutti i missili nucleari a gittata intermedia con base a terra, come quelli piazzati a Comiso, per intenderci. E lo scorso anno l’Italia ha approvato altresì che gli Usa possono collocare nel nostro paese i nuovi missili nucleari.

 

IL GOVERNO GIALLOVERDE (5S e Lega) poi si è rifiutato di firmare il Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari. (Eppure durante la campagna elettorale sia Di Maio che Fico avevano firmato l’Ican Parlamentary Pledge). Non solo, ma il governo gialloverde ha deciso di continuare con l’acquisto e la produzione degli aerei F-35 attrezzati per portare proprio le nuove bombe atomiche in arrivo in Italia: le B61-12. (Eppure i Cinque Stelle li avevano definiti «strumenti di morte»!) Siamo prigionieri di un sistema di difesa basato sulla Bomba atomica che per Papa Francesco è «immorale e criminale».

 

«Nella società odierna la base della violenza è data dalla nostra intenzione di utilizzare l’arma nucleare.- afferma il noto teologo USA, R. McSorley – ma una volta accettato questo, qualsiasi altro male è un male minore. Fin quando non ci poniamo di fronte al nostro consenso all’utilizzo delle armi atomiche, ogni speranza di un miglioramento generalizzato della moralità pubblica è condannata al fallimento». Questo Papa Francesco, con quei discorsi a Hiroshima e Nagasaki, l’ha sbattuto in faccia sia alla chiesa che ai popoli del mondo. Davanti a una presa di posizione così netta sulla Bomba Atomica da parte di un Papa, i vescovi italiani (Cei) e le comunità cristiane non possono rimanere in silenzio.

 

QUANDO AVREMO da parte dei vescovi una presa di posizione sulle Bombe presenti nel nostro territorio, sull’arrivo dei missili nucleari, sulle basi Nato, su Sigonella (Sicilia) capitale mondiale dei droni? (L’abbattimento di un drone italiano nei cieli della Libia conferma che l’Italia è coinvolta in azioni belliche in quel paese).

 

È mai possibile che i nostri vescovi non abbiano nulla da dire sulle politiche sempre più militariste dei nostri governi? È mai possibile che tutto questo non ci ripugni più, né come cittadini, la cui Costituzione «ripudia la guerra», né come cristiani, per i quali la guerra dovrebbe essere in orrore?

 

Il governo gialloverde ha approvato: le missioni militari all’estero per un costo di 1.100 milioni, mentre ha stanziato solo 100 milioni per la cooperazione (altro che aiutiamoli a casa loro!); 50 accordi di cooperazione militare bilaterale incluso il Niger e la Corea (aggirando così la legge 185); l’aumento della spesa in difesa, dall’attuale 1,2% al 2% del bilancio, come Trump chiede(così spenderemo 100 milioni di euro al giorno in armi!); il mantenimento della nostra presenza militare in quella guerra ingiusta in Afghanistan; la vendita di armi a paesi in guerra e nei quali sono violati i diritti umani(in barba alla Legge 185!), come in Arabia Saudita.

 

SAPPIAMO CHE LA LEGA ha uno storico e costante legame con la lobby italiana delle armi, ma mi meraviglia la disinvoltura con cui i pentastellati hanno ripudiato quello che avevano promesso in campagna elettorale. Ora i pentastellati pensano perfino di modificare la Legge 185 (vedi la proposta del senatore G.Ferrara!), una legge che invece ha bisogno solo di un decreto attuativo. Inoltre i 5S hanno lasciato cadere il Disegno di Legge (2013) firmato dalla Montevecchi e da tanti illustri senatori 5S per l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse con il commercio delle armi, soprattutto nel governo e nei partiti.

 

UN DISEGNO DI LEGGE questo, quanto mai opportuno oggi che si sta parlando dell’approccio «governo a governo» ossia la trasformazione del ministero della Difesa nell’autorità proposta a stipulare direttamente controlli per la fornitura di tecnologia militare con paesi terzi!
Con questo nuovo meccanismo, quanto andrà ai partiti al governo in tangenti alle armi? Quand’ero direttore di Nigrizia negli anni Ottanta, sapevo da fonti sicure che, ai partiti al governo, andava dal 10 al 15%.

 

Davanti a tutto questo mi stupisce il silenzio della cittadinanza attiva che è sempre stata molto efficace in Italia. Poche anche le azioni provocatorie al riguardo tranne quelle dei lavoratori portuali di Genova e Cagliari per essersi rifiutati di caricare armi su navi dell’Arabia Saudita! Mentre esplode tra i giovani la mobilitazione per salvare il pianeta (e le armi pesano nel disastro ambientale), noi rimaniamo quasi in silenzio. Mi meraviglia ancora di più il silenzio dei vescovi italiani e delle comunità cristiane dove il tema della pace (il cuore del Vangelo!) sembra sia sparito.

 

COME FA LA CHIESA ITALIANA a stare zitta davanti a politiche governative sempre più fiorenti sia in armi pesanti che leggere che producono sempre più guerre e come conseguenza sempre più profughi?
«Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi- sottolinea Papa Francesco- in cerca di speranze, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti. Questa ipocrisia è peccato»!

 

Diamoci tutti da fare perché vinca la Vita!

01/12/2019

da il Manifesto

Alex Zanotelli

 

Le parole di Bergoglio e le bombe nucleari. Le parole del papa risvegliano i laici dal «sonno della ragione» e i cristiani dal tradimento del Vangelo: ci siamo arresi alla necessità di una difesa atomica sotto l’egida Nato.

 

«Desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine…L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso tempo è immorale il possesso delle armi atomiche. Saremo giudicati per questo…Come possiamo proporre pace se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti?»

 

Sono le parole profetiche pronunciate pochi giorni fa a Hiroshima e Nagasaki da Papa Francesco. Parole che vengono a risvegliare i laici dal «sonno della ragione» e i cristiani dal tradimento del Vangelo.

 

Infatti ci siamo tutti arresi alla necessità di una difesa atomica sotto l’egida della Nato. Il governo gialloverde ha dato il suo beneplacito alle nuove bombe atomiche, le micidiali B61-12 che l’anno prossimo rimpiazzeranno la settantina di vecchie bombe atomiche B61 a Ghedi e ad Aviano.

 

Altrettanto l’Italia, come membro Nato, ha approvato la decisione di Trump di cancellare il Trattato Inf del 1987, che aveva permesso di smantellare tutti i missili nucleari a gittata intermedia con base a terra, come quelli piazzati a Comiso, per intenderci. E lo scorso anno l’Italia ha approvato altresì che gli Usa possono collocare nel nostro paese i nuovi missili nucleari.

 

IL GOVERNO GIALLOVERDE (5S e Lega) poi si è rifiutato di firmare il Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari. (Eppure durante la campagna elettorale sia Di Maio che Fico avevano firmato l’Ican Parlamentary Pledge). Non solo, ma il governo gialloverde ha deciso di continuare con l’acquisto e la produzione degli aerei F-35 attrezzati per portare proprio le nuove bombe atomiche in arrivo in Italia: le B61-12. (Eppure i Cinque Stelle li avevano definiti «strumenti di morte»!) Siamo prigionieri di un sistema di difesa basato sulla Bomba atomica che per Papa Francesco è «immorale e criminale».

 

«Nella società odierna la base della violenza è data dalla nostra intenzione di utilizzare l’arma nucleare.- afferma il noto teologo USA, R. McSorley – ma una volta accettato questo, qualsiasi altro male è un male minore. Fin quando non ci poniamo di fronte al nostro consenso all’utilizzo delle armi atomiche, ogni speranza di un miglioramento generalizzato della moralità pubblica è condannata al fallimento». Questo Papa Francesco, con quei discorsi a Hiroshima e Nagasaki, l’ha sbattuto in faccia sia alla chiesa che ai popoli del mondo. Davanti a una presa di posizione così netta sulla Bomba Atomica da parte di un Papa, i vescovi italiani (Cei) e le comunità cristiane non possono rimanere in silenzio.

 

QUANDO AVREMO da parte dei vescovi una presa di posizione sulle Bombe presenti nel nostro territorio, sull’arrivo dei missili nucleari, sulle basi Nato, su Sigonella (Sicilia) capitale mondiale dei droni? (L’abbattimento di un drone italiano nei cieli della Libia conferma che l’Italia è coinvolta in azioni belliche in quel paese).

 

È mai possibile che i nostri vescovi non abbiano nulla da dire sulle politiche sempre più militariste dei nostri governi? È mai possibile che tutto questo non ci ripugni più, né come cittadini, la cui Costituzione «ripudia la guerra», né come cristiani, per i quali la guerra dovrebbe essere in orrore?

 

Il governo gialloverde ha approvato: le missioni militari all’estero per un costo di 1.100 milioni, mentre ha stanziato solo 100 milioni per la cooperazione (altro che aiutiamoli a casa loro!); 50 accordi di cooperazione militare bilaterale incluso il Niger e la Corea (aggirando così la legge 185); l’aumento della spesa in difesa, dall’attuale 1,2% al 2% del bilancio, come Trump chiede(così spenderemo 100 milioni di euro al giorno in armi!); il mantenimento della nostra presenza militare in quella guerra ingiusta in Afghanistan; la vendita di armi a paesi in guerra e nei quali sono violati i diritti umani(in barba alla Legge 185!), come in Arabia Saudita.

 

SAPPIAMO CHE LA LEGA ha uno storico e costante legame con la lobby italiana delle armi, ma mi meraviglia la disinvoltura con cui i pentastellati hanno ripudiato quello che avevano promesso in campagna elettorale. Ora i pentastellati pensano perfino di modificare la Legge 185 (vedi la proposta del senatore G.Ferrara!), una legge che invece ha bisogno solo di un decreto attuativo. Inoltre i 5S hanno lasciato cadere il Disegno di Legge (2013) firmato dalla Montevecchi e da tanti illustri senatori 5S per l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse con il commercio delle armi, soprattutto nel governo e nei partiti.

 

UN DISEGNO DI LEGGE questo, quanto mai opportuno oggi che si sta parlando dell’approccio «governo a governo» ossia la trasformazione del ministero della Difesa nell’autorità proposta a stipulare direttamente controlli per la fornitura di tecnologia militare con paesi terzi!
Con questo nuovo meccanismo, quanto andrà ai partiti al governo in tangenti alle armi? Quand’ero direttore di Nigrizia negli anni Ottanta, sapevo da fonti sicure che, ai partiti al governo, andava dal 10 al 15%.

 

Davanti a tutto questo mi stupisce il silenzio della cittadinanza attiva che è sempre stata molto efficace in Italia. Poche anche le azioni provocatorie al riguardo tranne quelle dei lavoratori portuali di Genova e Cagliari per essersi rifiutati di caricare armi su navi dell’Arabia Saudita! Mentre esplode tra i giovani la mobilitazione per salvare il pianeta (e le armi pesano nel disastro ambientale), noi rimaniamo quasi in silenzio. Mi meraviglia ancora di più il silenzio dei vescovi italiani e delle comunità cristiane dove il tema della pace (il cuore del Vangelo!) sembra sia sparito.

 

COME FA LA CHIESA ITALIANA a stare zitta davanti a politiche governative sempre più fiorenti sia in armi pesanti che leggere che producono sempre più guerre e come conseguenza sempre più profughi?
«Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi- sottolinea Papa Francesco- in cerca di speranze, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti. Questa ipocrisia è peccato»!

 

Diamoci tutti da fare perché vinca la Vita!

30/11/2019

da Il Manifesto

Tommaso Di Francesco

 

Un'Italia che frana ovunque, che non trova risorse per le scuole che crollano, che fatica a trovare fondi per la sanità pubblica, sulle armi non si tira indietro dallo spendere almeno 14 miliardi.

 

Volete una prova dei «valori cristiani» occidentali dei quali i leader europei e quelli italiani si riempono la bocca? Papa Francesco, non ha ancora fatto in tempo a rientrare dai luoghi dell’Olocausto nucleare, Hiroshima e Nagasaki, dove ha accusato apertamente di immoralità e criminalità il possesso e l’uso di armi atomiche e di ipocrisia i «Paesi europei che parlano di pace ma vivono di armi», che il governo di svolta, il Conte 2, per bocca del ministro della difesa Guerini annuncia, con l’avvio della «fase 2», l’acquisto dei cacciabombardieri F-35. Nonostante sia un’arma che prevede il first strike, il primo colpo d’offesa (un “colpo” all’articolo 11 della Costituzione), e che può montare atomiche – ce ne abbiamo ben 70 a Ghedi e ad Aviano, a proposito di ambientalismo. Via dunque alla «fase 2», al modico costo di circa 130 milioni di euro per ciascun cacciabombardiere, per un totale di circa 14 miliardi di euro (più spese incalcolabili per aggiornamento software e gestione) relativo ai circa 90 caccia che il governo italiano ha deciso di acquistare.

 

È un’Italia che, sotto gli occhi di tutti, frana ovunque, che manca di infrastrutture, che necessita di investimenti massicci nel riordino del territorio, nella salvaguardia e bonifica ambientale (l’Ilva e non solo) che valgono lavoro per generazioni; un’Italia che non trova risorse per le scuole che crollano, che in estate brucia e non ha gli idrovolanti per spegnere gli incendi, che fatica a trovare fondi per la sanità pubblica…

 

Ma sulle armi, che portano distruzione, morte e devastazioni umane e ambientali – anche di ritorno, a cominciare dalla disperazione dei profughi -, non si tira indietro dallo spendere almeno 14 miliardi (se dicono «ma spalmati negli anni», vuol dire per condizionare le scelte anche in futuro); mentre è evidente che la spesa militare sottrae fondi alle altre risorse a disposizione. Da tenere presente il fatto che per il bilancio alla difesa l’Italia, pur in difficoltà a raggiungere subito il 2% del Pil come da richiesta pressante di Trump, si precipita però a corrispondere in tempi brevi ai desideri della Casa bianca trovando, oltre ai già impegnati 25 miliardi euro all’anno, ben altri 7 miliardi di euro: così invece di 70 milioni di euro in media al giorno per le spese militari, adesso ne spenderemo 86 di milioni in media al giorno. Fedele alle richieste atlantiche arrivate con il segretario di Stato Usa Mike Pompeo in vacanza romana nemmeno due mesi fa; e con il suggello dalle parole con cui Trump ha salutato a metà ottobre il presidente Mattarella in visita a Washington: «L’Italia è un partner chiave e irrinunciabile del programma F-35». Per il manifesto che dal 30 maggio 2002, da quasi 17 anni, denuncia questa assurdità, non è una sorpresa ma una amara conferma.

 

Perché c’era un volta la mozione del deputato Pd Scanu, con la quale il governo italiano sospendeva ogni avvio del programma di acquisto degli F35 sulla base di una reale valutazione sull’utilità, sui costi, sui guasti macroscopici del sistema d’armi in oggetto. Tutto questo non solo non c’è mai stato, ma sulla scia dell’ossequio atlantico a Cameri si è installata una fabbrica che produce, a costi di investimento elevatissimi, parti decisive degli ultimi modelli F35: in sostanza, vive di commesse per un sistema d’arma da guerra nucleare: qualcosa di perfino più nocivo degli altiforni dell’Ilva. Il M5S sempre contrario a parole agli F35, approva e tace; LeU protesta e fa sapere che protesterà; ad applaudire convinta il Conte 2 che va «a caccia» c’è la Lega filo-Trump di Salvini. Mai la pace è stata così debole.

Roberto Ciccarelli

 

Capitalismo delle piattaforme. Secondo Mediobanca dal 2014 elusi 74 miliardi grazie a imposte agevolate e fuga nei paradisi fiscali. In Italia il fatturato è 2,4 miliardi a fronte di 64 milioni di euro versati

 

 

 

Grazie all’Irlanda, al Lussemburgo, allo Stato americano del Delaware e alle Cayman, le principali venticinque società del capitalismo delle piattaforme digitali hanno risparmiato 74 miliardi di euro in tasse tra il 2014 e il 2018. Con 25 miliardi di euro Apple è considerata la regina dello slalom tra paradisi fiscali e giurisdizioni nazionali lasche o del tutto impreparate ad affrontare la potenza di chi macina profitti, fa fruttare una montagna di liquidità a Wall Street o a Hong Kong dove, pochi giorni fa, il gigante cinese dell’e-commerce Alibaba ha raccolto 11 miliardi di dollari, dopo i 25 raccolti a Wall Street.

 

NELLA SPECIALE classifica stilata ieri dall’area studi di Mediobanca in un «focus sulle WebSoft companies» seguono Microsoft (16,5 miliardi), Google (11,6 miliardi) e Facebook (6,3 miliardi). Con l’eccezione di Microsoft, le quattordici società statunitensi analizzate hanno scelto il Delaware come sede fiscale, mentre sette di nazionalità cinese si sono dirette verso le Cayman. Nei cinque anni esaminati circa la metà dei profitti prima delle imposte è stato tassato in paesi a fiscalità agevolata, o in «paradisi fiscali». L’aliquota fiscale media è del 14,1%, al di sotto di quella nominale del 22,5%. Ciò avrebbe portato a un «risparmio» cumulato di oltre 49 miliardi. Questi capitali hanno formato, insieme ad altri, un mare di liquidità: 507 miliardi di euro. Servono a realizzare importanti acquisizioni, a creare monopoli, diversificare attività specializzate, competere sul ribasso dei prezzi con le società concorrenti.

 

LA REPLICA della filiale italiana dell’azienda guidata da Jeff Bezos ha contestato l’equiparazione effettuata dal rapporto di Mediobanca tra aziende diverse: «L’imposta sulle società si basa sui profitti, non sui ricavi, e i nostri profitti sono rimasti bassi sia perché il retail è un business con margini ridotti sia per i continui, forti investimenti di Amazon in Italia che, dal 2010, ammontano a oltre 1,6 miliardi di euro – si legge in una nota – La nostra aliquota fiscale effettiva dal 2010 al 2018 è stata mediamente del 24% e la nostra attività di international retail è in perdita». Il rapporto avrebbe inoltre preso in considerazione l’impatto di sette delle undici società con cui Amazon opera in Italia che hanno ricadute in termini di gettito locale e livello nazionale. «Le tasse pagate in Italia sono più alte rispetto a quelle dichiarate nel rapporto. Da maggio 2015 la succursale italiana di Amazon EU Sarl «paga le imposte in Italia per le vendite al dettaglio, non in Lussemburgo».

 

LE FILIALI italiane delle piattaforme digitali, presenti con le loro controllate in maggioranza a Milano e in Brianza, hanno versato al fisco 64 milioni nel 2018 e pagato sanzioni per 39 milioni (erano 73 nel 2017). Il loro fatturato è di oltre 2,4 miliardi di euro. Queste aziende occupano 9.800 persone. Amazon, da sola, ne impiega 6.500 a cui si aggiungeranno altri mille a tempo indeterminato. Complessivamente, dal 2017 i dipendenti sono cresciuti di 1.770 persone. Nel quinquennio, in tutto il mondo, i dipendenti diretti e formalizzati di queste aziende sono quasi raddoppiati (+91,6%): due milioni.

 

QUESTE STATISTICHE non contemplano, probabilmente, i cosiddetti «micro-lavoratori», coloro che lavorano a richiesta (on demand), a cottimo e in subappalto e allenano i sistemi automatici basati sugli algoritmi. Si tratta di milioni di cottimisti digitali che realizzano prestazioni individuali su una piattaforma digitale di lavoro. E non considerano nemmeno il lavoro degli utenti-prosumers (o producers) su piattaforme come Facebook o Google, essenziali per vendere la pubblicità alle «terze parti», le aziende-clienti di queste piattaforme-mercati (marketplace). L’insieme di questi elementi rivelano la mobilitazione continua di una forza lavoro resa straordinariamente produttiva in tutto il mondo. Questo è il cuore della ricchezza incredibile accumulata.

 

PRESE singolarmente Microsoft, Amazon e Alphabet – la società madre di Google – valgono più della borsa italiana. Le 25 società censite concentravano alla fine del 2018 il 21,6% della capitalizzazione di tutte le multinazionali mondiali e valevano otto volte la Borsa italiana, oltre il doppio di quella tedesca. Tra il 2014 e il 2018 sono cresciute del 19,8% contro il 3,3% delle multinazionali manifatturiere. Questo ha portato a una capitalizzazione totale di 5.067 miliardi a metà novembre 2019. Una cifra superiore al prodotto interno lordo di molti stati, anche europei. I ricavi sono così distribuiti tra i primi tre giganti del settore: Amazon è la prima con un fatturato da 203,4 miliardi di dollari, Alphabet 119,5 miliardi, Microsoft 96,4. La crescita media annua parla cinese: NetEase è aumentata del 54,8 in quattro anni, Alibaba del 49,1%, segue Facebook con il 45,5%. Il boom della borsa è alimentato dai profitti saliti a 850 miliardi di euro nel 2018 (+110% sul 2014), sei volte superiori a quelli dell’industria manifatturiera: 110 miliardi, con un saldo di 413 miliardi.

 

IL MINISTRO dell’Economia Roberto Gualtieri ha quantificato in 500 milioni l’importo, minimo, di una «Web Tax». La Commissione Ue Von Der Leyen ha annunciato un intervento sul fisco digitale e sulla concorrenza sleale tra Stati europei. Punta sulla linea dura della vicepresidente danese Margrete Vestager. I criteri per una misura condivisa tra gli Stati potrebbero emergere dagli studi che sta conducendo in questi mesi l’Ocse.

27/11/2019

da Il Manifesto

 

l Morandi Non Insegna. Controlli sulle autostrade di Liguria e Piemonte. l pm di Genova: «Aumentata la valutazione di 16 viadotti per non far manutenzione»

 

«Chiusi per mancanza di cemento». Un intervento che non poteva più essere procrastinato e non una decisione presa sull’onda delle emozioni per il viadotto crollato domenica in A6. Perché i ponti Fado e Pecetti, sulla A26, rischiavano seriamente di mettere a repentaglio la sicurezza degli utenti.


Il giorno dopo la chiusura parziale del tratto autostradale è il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi a chiarire quanto successo 24 ore prima. «Abbiamo fatto queste valutazioni dopo che i nostri consulenti ci hanno portato i risultati delle loro ispezioni. È stato rilevato un grave stato di degrado che consisteva in una mancanza di cemento per cui si doveva intervenire subito. Per fare un esempio era come se in un balcone la soletta sottostante fosse completamente sgretolata e la parte sana solo quella piastrellata».


In pratica quei due viadotti, insieme a altri 13 nel tratto ligure, hanno visto schizzare la loro valutazione sullo stato di salute da voti inferiori a 50 (che prevedono interventi entro cinque anni) a 70, il massimo nella scala del manuale di Aspi, che invece portano a limitazioni alla circolazione e chiusure parziali o totali delle carreggiate.


Una rete malata le cui crepe e reali condizioni erano state finora tenute nascoste con report ammorbiditi e false dichiarazioni di ispezioni. Il Fado e il Pecetti (voti passati da 40 a 70 da giugno a settembre), infatti, non sono gli unici sorvegliati speciali della procura che, parallelamente all’inchiesta sul Morandi crollato il 14 agosto 2018 causando la morte di 43 persone, indaga sui falsi report: si tratta di una indagine che vede coinvolte una ventina di persone tra dirigenti e tecnici di Aspi e Spea (la società che si occupava dei monitoraggi per Autostrade), per le quali la procura ha chiesto e ottenuto arresti domiciliari e interdizioni.


Sotto la lente dei magistrati sono finiti il viadotto Vegnina (A26, passato da 50 a 60), viadotto Coppetta (A7 da 50 a 70), Ponticello ad Archi (A10 da 50 a 70), sottovia Schiantapetto (A10 da 50 a 60), viadotto Biscione (A26 da 50 a 60), ponte Scrivia (A7 da 50 a 70), ponte statale del Monferrato (A26 da 50 a 60). E, ancora: Rocce Nere (A26, rimasto a 50), il Bormida (A26 adesso a 70), lo Stura 5 (A26 voto 50). Infine, ci sono il Gargassa (A26), il Busalla (A7), il Coppetta (A7, voto 70), il Veilino, il Bisagno e il Sori (tutti in A12).
Proprio sul Sori nelle scorse settimane la procura insieme agli uomini della Finanza avevano fatto una ispezione. A prima vista erano emersi ammaloramenti e infiltrazioni di acqua. Nei prossimi giorni verranno depositati i risultati e non è escluso che anche per questo viadotto si possa procedere come per la A26.

 

«Non ci sostituiamo a nessuno – ha detto Cozzi -, il nostro compito è casomai di sollecitare gli interventi di competenza di altri. È in atto un piano di controllo che mi auguro venga seguito anche dal ministero. Bisognerà vedere, con le indagini, se quella degli omessi controlli era una filosofia generale oppure se si sia trattato di episodi singoli. Quello che è successo prima non deve più succedere. L’impressione che abbiamo avuto, nei mesi scorsi, è quella di una sottovalutazione dello stato delle infrastrutture». Anche la procura di Asti, intanto, ha aperto un fascicolo sulla voragine che domenica sera si è aperta nell’asfalto dell’autostrada A21 Torino-Piacenza, all’altezza del comune di Villafranca d’Asti. Per il momento senza indagati.

26/11/2019

da il Manifesto

Giulia Mietta

 

Una frana di Paese. Viadotti a rischio, decisione senza precedenti di Austostrade, in seguito ai falsi report sulla sicurezza, per consentire verifiche. Viabilità ligure verso la paralisi

 

La notizia è arrivata dopo le 21 con una “nota informativa”, come quelle che si inviano per annunciare la chiusura di area di servizio o dei cantieri di asfaltatura. Inattesa ma a ben pensarci neppure troppo. «La direzione di tronco di Genova di Autostrade per l’Italia comunica che a partire dalle ore 21.30 di lunedì 25 novembre, sarà chiusa al traffico in entrambe le direzioni la tratta dell’autostrada A26 compresa tra l’allacciamento con l’autostrada A10 e lo svincolo di Masone». 

 

La misura è stata presa «per consentire l’esecuzione di verifiche tecniche sui viadotti Fado Nord e Pecetti Sud». La chiusura è fino a data da destinarsi. Vista la contemporanea chiusura della autostrada A6 per il crollo del viadotto “Madonna del Monte” e visto che l’assenza pesante di ponte Morandi, sono a questo punto davvero complicati, decimati, i collegamenti tra la Liguria e il resto del nord ovest. La viabilità sulla A7, la Genova-Serravalle-Milano, rischia di collassare rivelandosi unica varco per il traffico pesante con Piemonte e Lombardia, questo tenendo conto dei flussi solo commerciali, con i porti di Genova e Savona che già hanno dovuto lottare contro la crisi succeduta al 14 agosto 2018, e senza pensare ai disagi di migliaia di cittadini, pendolari e non.

 

DECISIONE INATTESA ma neppure troppo perché da tempo i viadotti sulla Pra’-Gravellona Toce, specialmente in territorio ligure ma non solo, sono al centro dell’attenzione. Sono i viadotti citati nei report falsati allo studio della procura di Genova nell’inchiesta legata al disastro del Morandi. Sono i viadotti – il Pecetti in particolare – che dopo quel disastro vennero ripetutamente interdetti ai trasporti eccezionali. È facile ipotizzare che la direzione di tronco di Genova abbia voluto evitare che quella tratta, nei prossimi giorni, potesse essere sovrastressata dai flussi dirottati dalla A6, autostrada – peraltro – non gestita da Aspi, ma da Autofiori (controllata di Sias e presto Astm, della galassia Gavio, che ieri in borsa ha chiuso in rosso). Questa notizia pone un macigno pesantissimo alla fine di una tre giorni difficilissima. Strade interrotte, frane, allagamenti, binari sott’acqua, passeggiate distrutte del mare, 800 persone isolate, decine di sfollati. Un viadotto crollato.

 

LA PERTURBAZIONE che ha colpito la Liguria per oltre 50 ore consecutive si è allontanata lasciato un conto salato. 300 milioni di danni solo per gli interventi strutturali, sono quelli stimati da Regione Liguria, che ha chiesto al governo il riconoscimento di un nuovo stato di emergenza dopo quello accordato dal consiglio dei ministri quattro giorni fa per una precedente ondata di maltempo. Di questi 300 milioni, 30 dovranno essere spesi subito, per interventi di somma urgenza, per pagare ad esempio gli operai e le ruspe che stanno lavorando incessantemente per riaprire la strada provinciale del colle di Cadibona, interrotta da una gigantesca frana. La speranza è di riuscire a sbloccare questa arteria al più presto perché – dopo il crollo del viadotto sulla autostrada A6 – si tratterà della sola alternativa ragionevole per i mezzi, soprattutto quelli pesanti, diretti da Savona al Piemonte.

 

L’altro obbiettivo di amministratori pubblici nonché del concessionario della A6 è quello di accertare la stabilità del viadotto rimasto in piedi. Sono stati installati alcuni sensori, a questo proposito, per escludere ogni rischio di cedimento. Con il via libera della tecnologia e con la realizzazione di alcune strutture protettive si potrà riaprire il tratto tra Altare e Savona recuperando almeno una corsia per senso di marcia. Autofiori sostiene di poter ricostruire in quattro mesi una nuova campata d’acciaio. Ma se è vero che lentamente qualche problema potrà essere risolto, l’impressione è che l’equilibrio della rete infrastrutturale della Liguria non sia mai stato più precario. E se per il crollo del Morandi la lente d’ingrandimento era stata puntata da subito sulle condizioni di degrado del ponte, questa volta è chiaro che sempre di più bisognerà fare i conti con la delicatezza del territorio.

 

LA PROCURA DI SAVONA, che indaga sul crollo del viadotto sulla A6 ha avviato accertamenti anche sullo stato dei piloni ma intanto dal centro di competenza attivato dal dipartimento nazionale di Protezione civile, è stato confermato che la probabile causa del crollo del “Madonna del Monte” è stato l’impatto della massa di fango, 30 mila metri cubi, scesa velocissimamente sui piloni del viadotto stesso. Il terreno franato era un’area agricola, disboscata in passato per essere coltivata, ma abbandonata da tempo. «Il governo promuoverà un piano straordinario per questo territorio con tante fragilità vecchie e nuove» ha assicurato ieri in sopralluogo a Savona il ministro dei Trasporti Paola De Micheli.

24/11/2019

da Il Manifesto

Shendi Veli

 

La manifestazione di Non una di meno. Roma invasa dalla marea fucsia. «Siamo centomila», corteo infinito senza mai smettere di ballare. In piazza nessuna bandiere di partito. Molte giovani che animano anche gli scioperi globali per il clima

 

È stato sospinto da un vento fresco e teso che ha tenuto lontana la pioggia, il corteo di Non Una Di Meno che ieri ha riempito il centro di Roma. Al suo quarto anno di mobilitazione, il movimento transfemminista sorprende, nei numeri e nello slancio. Centomila persone, secondo le organizzatrici, hanno conquistato le vie della città, da piazza della Repubblica fino a San Giovanni. Senza quasi mai smettere di ballare.

 

IMPOSSIBILE dare conto di tutti i collettivi, consultori, centri antiviolenza, associazioni, spazi femministi, reti informali, e gruppi di affinità, venuti da tantissime città d’Italia, che uno accanto all’altro si sono addensati e mischiati, formando una folla strepitante.

 

NONOSTANTE LA PRESENZA al concentramento di alcune personalità politiche, la manifestazione è quasi del tutto priva di simboli partitici e sindacali. Spuntano invece ovunque matrioske, uno dei simboli del movimento, maschere da luchadora (lottatrice) in solidarietà alla Casa delle donne Lucha y Siesta, «panueli» fucsia che richiamano il movimento argentino, cappelli da strega e una profusione di glitter. Altro segno distintivo, portato da tante manifestanti, una lacrima disegnata sulla guancia, in memoria di “El mimo”, Daniela Carrasco, artista di strada colombiana fermata in Cile dai militari e ritrovata dopo poche ore torturata e uccisa. «Ci vogliamo vive» è una delle frasi ricorrenti della giornata, che si colloca a ridosso della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza maschile sulle donne, che sarà lunedì 25.

 

«C’È UNA GRANDE contraddizione in questo paese» dice Lella Palladino, presidente della rete dei centri anti violenza Di.Re «da qualche anno si parla, finalmente, di violenza maschile, ma la violenza non cessa, anzi i dati parlano di un incremento. Si affronta ancora la questione in maniera emergenziale e securitaria, dando risposte giuridiche e mai sociali e politiche. La situazione dei centri è drammatica, siamo a rischio di chiusura in molti territori, le risorse ci arrivano in maniera discontinua e disomogenea, in alcune regioni non arrivano affatto». Sul tema della violenza interviene Deborah, la sorella di Elisa Pomarelli, che dedicaalla sorella morta per femminicidio una lettera, parole di amore e rabbia.

 

A METÀ PERCORSO tutte le persone presenti, seguendo le indicazioni che vengono dal camion, si siedono a terra e restano in silenzio per qualche minuto. Una quiete irreale mavvolge tutta la lunghezza del corteo. Un grido muto per tutte le donne che non hanno più voce. Un silenzio deflagrato poi in un grido collettivo, con il quale la manifestazione si rialza e riprende il cammino. «Questa è una piazza che sa anche piangere» si sente dire dal microfono da una delle organizzatrici «che sa contenere il dolore, e trasformarlo in sorellanza».

 

MA PER CHIUNQUE abbia attraversato anche solo per pochi minuti il corteo di ieri, è evidente che quella femminista è una piazza capace di produrre anche gioia piena, ancora, dopo quattro anni di lotta. «Secondo me il femminismo adesso è il campo di lotta più credibile, accanto all’ecologismo», spiega Linda, 24 anni di Roma, «C’è una penetrazione profonda delle istanze femministe nella mia generazione. Anche se con molte sfumature: alcuni pensano che l’obiettivo sia garantire alle donne ruoli di potere. Bisogna affermare altri valori e mettere in discussione la struttura patriarcale dalla base».

 

LE PAROLE DI LINDA raccontano una larga fetta di partecipazione al corteo: giovanissimi e giovanissime che attraversano anche gli scioperi globali per il clima. «Le donne oggi rappresentano l’80 per cento dei rifugiati climatici. La causa è un sistema che ha nel proprio dna lo sfruttamento dei territori, un’accumulazione sfrenata. Se sotto attacco è la vita, la vivibilità degli ambienti, la salute, sono spesso le donne le prime a rispondere, perché storicamente sostengono il peso della riproduzione e della cura».

 

TEMI CENTRALI della giornata sono l’antirazzismo e la connessione con il movimento femminista globale. Segnalato con adesivi e cartelli il Monumento dei Caduti di Dogali, memoriale di battaglia dell’esercito italiano nel 1887 in Eritrea. «Almeno un milione di persone che vivono in Italia non hanno la cittadinanza, viviamo nel perpetuo ricatto del permesso di soggiorno, senza essere riconosciute a pieno come parte dei territori dove apparteniamo» spiegano le attiviste della rete Italiani Senza Cittadinanza.

 

A PIAZZA VITTORIO invece, luogo simbolo delle comunità migranti romane, è il momento di un intervento dedicato alle donne curde, simbolo di una lotta per l’autodeterminazione che mai prescinde dalla liberazione femminile.

 

IL CORTEO SI CONCLUDE a piazza San Giovanni ma la mobilitazione non è finita. Oggi al quartiere San Lorenzo sarà il momento del confronto per la rete Non Una Di Meno. Una discussione articolata in tavoli tematici e momenti di assemblea plenaria. Questo movimento, di cui si parla poco e quasi solo in occasione delle ricorrenze di lotta, ha portato in piazza anche questa volta un’energia inconsueta. Qualcosa è cambiato e sta cambiando. Il contagio transfemminista non accenna a fermarsi.

23/11/2019

da Il Manifesto

G. Mau.

GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

 

I dati della polizia di Stato. Oggi a Roma corteo di Non una di meno

 

L’analisi e lo studio della violenza sulle donne mostra ora con dati certi, provenienti dalla Polizia di Stato, che il fenomeno è in diminuzione nel biennio 2018-2019. Aumentano le denunce, soprattutto al nord, ma calano del 16,7% le violenze sessuali (nel 2017 erano in aumento del +14%), del 2,9% i maltrattamenti in famiglia, del 12,2% gli atti persecutori. Dunque, parlare di «emergenza» è abbastanza improprio, per una questione che è piuttosto il sintomo di una società poco evoluta, gretta e violenta, senza distinzione di sesso. Un fenomeno per arginare il quale non occorrono barricate o muri, ma cure.

 

Per quanto riguarda le uccisioni, i dati diffusi dalla Direzione Centrale Anticrimine nel dossier «Questo non è amore 2019», in occasione della Giornata internazionale contro la violenza di genere che si celebra lunedì (ma oggi a Roma si sono date appuntamento le femministe di Non Una di Meno per un corteo che parte alle 14 da piazza della Repubblica), parlano di una diminuzione del 4% (dal 38% al 34%) del numero di vittime di sesso femminile sul totale degli omicidi nel periodo gennaio-agosto 2019, rispetto all’anno precedente.

 

Di questi, secondo la polizia, un po’ meno della metà (49% a fronte del 37% dello scorso anno) è riconducibile al cosiddetto «femminicidio», ossia l’omicidio di una donna in quanto tale da parte di un uomo che nutre per la vittima sentimenti di possesso. La maggior parte delle vittime (il 67%) è straniera, l’arma più usata è quella da taglio e nel 61% dei casi l’autore del «femminicidio» è il partner.

 

Secondo l’esperienza maturata da quando è stato applicato il Protocollo Zeus, sottoscritto nel 2018 dalla Divisione anticrimine della Questura di Milano con il Centro Italiano per la Promozione e la Mediazione (Cpm), gli uomini violenti ammoniti dal questore tendono a reiterare il reato molto meno: nel 2018 le recidive per i soggetti ammoniti per atti persecutori si attestano sul 20% mentre salgono al 30% per gli ammoniti per violenza domestica. E solo il 10% dei soggetti trattati dal Cpm ha commesso di nuovo un simile reato dopo l’ammonimento.

Marco Revelli

 

Taranto. Fin dagli anni ’60 la storia dello stabilimento è piena di morti. Dentro e fuori la fabbrica. Ogni discussione sul suo futuro non può prescindere da questo dato di fatto

 

L’Ilva di Taranto è una gigantesca macchina assassina. La cifra di tutta la sua storia è la Morte (la «morte industriale» canterebbe Guccini). Da questo dato durissimo, e inconfutabile, non può prescindere ogni discussione sul suo destino (sul suo passato, sul suo presente, e soprattutto sul suo futuro): dal fatto che quello stabilimento uccide.

 

Uccide chi ci lavora dentro: i «suoi» operai (farebbero bene a rifletterci i sindacati che non dovrebbero difendere solo i posti di lavoro ma anche i lavoratori e le loro vite). Ne sono morti 208, per «incidenti» sul lavoro, dal primo, Giovanni Gentile, il 1° agosto del ’61 quando la fabbrica era ancora in costruzione all’ultimo, Cosimo Massaro, il 10 agosto del 2019; altre centinaia e centinaia sono morti più lentamente, divorati dal cancro, dai linfomi, dalla leucemia (tra i dipendenti Ilva di Taranto, certifica l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, si registra il 500% in più di malati di cancro rispetto al resto della popolazione).

 

E uccide chi ci abita intorno: gli sfortunati bambini dei quartieri Tamburi e Paolo VI, minati nella salute fin dal ventre materno, e i 200.000 cittadini di una città presa in ostaggio da una fabbrica feroce. «Qui – scrivono le madri e i padri organizzati nell’Associazione genitori tarantini -, le malattie iniziate in gravidanza raggiungono il 45% in più della media regionale; qui, l’eccesso di mortalità entro il primo anno di vita è superiore del 20% rispetto alla media regionale; qui, l’incidenza tumorale nella fascia di età compresa tra 0 e 14 anni è del 54% in più, mentre la mortalità infantile raggiunge un +21%, sempre rispetto alla media». Sono dati, agghiaccianti, confermati e certificati dal Ministero della salute col «Rapporto Sentieri» giunto nel 2019 alla sua V^ edizione, il quale per l’area di Taranto, trabocca di «eccessi», cioè di percentuali di ammalati superiori alla media per una lunga lista di patologie mortali.

 

Il resto, certo, è importante: i posti di lavoro a rischio, il contributo di quello stabilimento al Prodotto interno nazionale, il ruolo dell’Italia di grande produttore… Ma viene dopo, quei numeri che sono vite. E che se letti con l’attenzione che meritano, come la descrizione di una vera e propria strage di innocenti, dovrebbero bastare per mettere a tacere ogni fautore dello scellerato «scudo penale» – un’aberrazione giuridica oltre che morale – e della assoluta priorità della produzione d’acciaio, costi quel che costi. Eppure li abbiamo visti in questi giorni, politici degli opposti schieramenti, opinion leader delle molteplici testate, raffinati uomini di legge dai clienti facoltosi, discettare di priorità assoluta da dare alla produzione, di eccellenza italiana nell’acciaio in Europa, di necessari «bilanciamenti tra salute e lavoro», di Mittal da trattenere magari concedendole quel che vuole, come se un punto di Pil valesse centinaia di vite. E come se la Costituzione, all’art. 32, non qualificasse quello alla salute come un «fondamentale diritto», mentre il «lavoro» che pure essa tutela non può essere il lavoro che uccide, pena il suo degrado a «lavoro schiavo».

 

E allora è il caso di dire alcune cose chiare sulla questione. In primo luogo che i sette anni trascorsi dal primo sequestro dell’area a caldo dell’Ilva da parte di una giudice coraggiosa, Patrizia Todisco, e segnati da ben 13 decreti «salva Ilva», compreso quello sciagurato del primo governo Renzi che istituiva l’«immunità penale» per Commissari e successivi acquirenti, sono trascorsi stiracchiando la produzione e trascurando in modo indecente gli interventi a tutela di salute e ambiente. Tant’è vero che, all’ombra di quello «scudo», l’Ilva ha continuato a inquinare, che i bambini di Tamburi continuano a non poter giocare all’aperto e quando tira vento nemmeno andare a scuola, che la diossina continua a uscire dalle ciminiere dell’area a caldo, e che tumori e linfomi continuano a mietere vittime.

 

In secondo luogo diciamolo che Arcelor Mittal è un padrone che è meglio perdere che trovare. Un gruppo dalla vocazione predatoria che con molta probabilità fin dall’inizio della trattativa non aveva nessuna intenzione di gestire l’Ilva ma al contrario di fingere di acquistarla per suicidarla, e così eliminare un concorrente fastidioso (l’inchiesta aperta dalla magistratura milanese ci dice che più di un indizio porta in questa direzione). Sarebbe masochismo mettere nelle mani di gente simile la salute dei cittadini, il lavoro dei dipendenti e la produzione dell’area.

 

In terzo luogo: quello stabilimento, nato male, nel posto sbagliato, nel modo sbagliato, sessant’anni fa, oggi è un malato pressoché incurabile. Certo non curabile con i criteri «di mercato» che qualunque privato applicherebbe. Per renderlo compatibile con vita e ambiente dovrebbe essere ristrutturato da capo a piedi: riconvertito a nuove produzioni. O modificato radicalmente con tecnologie «pulite» (supposto che esistano). Per questo la caccia al prossimo acquirente sa di chiacchiera. Nessun privato si assumerebbe un tale onere, se non con intenzioni «sporche». Ricondurlo pienamente sotto proprietà pubblica – «nazionalizzarlo» se si vuole usare la parola proibita -, magari coinvolgendo, almeno una volta per Dio!, l’Europa in un grande piano di bonifica e recupero, per poi, solo a quel punto, ridotto nella condizione di non nuocere, «restituirlo al mercato» a un giusto prezzo, mi sembra l’unica opzione seria sul tavolo.

 

Infine, vorrei che non si dimenticassero mai – mai! – le parole con cui i Genitori tarantini hanno presentato il loro flash mob «Albe e tramonti», realizzato a luglio per ribadire che «Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un bambino» e per ricordare «qualcuno che l’alba non potrà più rivederla»: «Ci sono albe e ci sono tramonti incredibilmente affascinanti. E ci sono, poi, tramonti che lasciano nel cuore una notte senza fine. Tramonti che non avremmo mai voluto vivere, ma che si ripresenteranno grazie alla spietata crudeltà propria degli infami».

15/11/2019

da Left

Giulio Cavalli

 

Ci sono due blocchi contrapposti. Anzi, a dire la verità ce n’è uno che esercita la sua egemonia culturale e dall’altra parte quelli che provano a rispondere ricadendo nella stessa malefica retorica: in Italia, in Europa e in un pezzo del mondo la gente ha scelto (più o meno consapevolmente) di farsi guidare dalle paure, dagli orrori percepiti (non importa se siano o meno reali) e dalle emergenze costruite. In pratica significa svegliarsi ogni mattina con la brama di difendersi, anche se non si sa bene esattamente da cosa e da chi, rimanendo sempre in difesa, spremendosi in un arroccamento sempre più duro e sempre più ristretto, convinti di non avere occhi e energie per nient’altro che non sia la preservazione di se stessi. Il risultato è semplice: un Paese contrito, infeltrito, che sogna gabbie e che si incattivisce per proteggersi. Ecco. 

 

L’opposizione si scorge anche semplicemente rovesciando le parole. Immaginate gente che decida di farsi guidare dalla speranza, al contrario della paura: gente che ogni mattina si svegli respirando a larghe falcate verso il progetto di futuro, allargandosi alle possibilità, aprendosi alle interferenze vissute come occasioni, impegnata a essere più larga possibile per non perdere nemmeno un particolare.

 

Solo che per apparecchiare ogni mattina una speranza serve una cassetta degli attrezzi già pronta ai bordi del letto: contiene fiducia, prospettive più lunghe della probabile paga al massimo fino a fine mese, la sensazione di potersi fidare di una giustizia sociale, la certezza di potersi appoggiare a un solido sistema sociale. La cassetta degli attrezzi per architettare la speranza è la risposta politica a questo tempo lugubre. Non serve urlare quanto siano brutti e cattivi quegli altri: tocca esercitare alternativa.

 

Ieri a Bologna è accaduto esattamente questo: c’era il palazzetto leghista che ha soffiato sulla paura (mentre Zaia lasciava annegare Venezia per tenere sorridente un cartello in mano sul palco bolognese, a fare la majorette per il suo padrone) e c’era la piazza strapiena di gente che fieramente vuole essere alternativa. Solo che a quella gente, quella che manifestava per contarsi e per contare alla faccia di Salvini, bisogna offrire la cassetta degli attrezzi. In fretta. In modo credibile.

 

Questo manca.

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