Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

11.07.2017

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Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta per capire chi ha vandalizzato l’opera-simbolo dedicata al magistrato ucciso dalla mafia. La testa e parte del busto sono stati poi usati come «ariete»: scagliati contro il muro dell’istituto scolastico. Già cinque anni fa il busto venne ricoperto di scritte da alcuni vandali.

Ma quello allo Zen non è stato l’unico atto di vandalismo. Un cartellone con una immagine di Giovanni Falcone posizionato davanti i cancelli della scuola Alcide De Gasperi, e che faceva parte di un gruppo di altri cartelloni che erano stati realizzati nei giorni scorsi dagli studenti della scuola di piazza Papa Giovanni Paolo II, è stato completamente bruciato.

La scuola intitolata a Giovanni Falcone si trova in via Pensabene. Il gesto arriva a poco più di una settimana dall'anniversario della strage di via D’Amelio, dove furono assassinati dalla mafia Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. Brutto colpo anche per il corpo insegnanti e per i dirigenti dell’istituto Falcone, che da anni proprio in nome del giudice-simbolo della lotta a Cosa nostra sono impegnati a diffondere la cultura della legalità tra i ragazzi del quartiere.

Tanti i commenti di condanna e sdegno per il gesto, reso ancora più doloroso dal fatto che è accaduto proprio davanti ad una scuola, luogo simbolo dell’educazione dei più giovani al rispetto e alla legalità. «Sono accanto agli studenti e ai cittadini del quartiere - dice Maria Falcone, sorella del giudice ucciso - che credono e si battono nel nome di Giovanni Falcone. Non ci arrenderemo mai e la statua risorgerà più bella di prima, ma chiedo alla autorità di pubblica sicurezza di garantire per il futuro un presidio adeguato a un monumento simbolo della nostra città». Per Valeria Fedeli, ministro dell’Istruzione «l’atto di vandalismo avvenuto alla scuola Falcone di Palermo è un episodio grave e vigliacco. Lo condanniamo con decisione e ribadiamo con forza che la scuola non si arrende». Poi assicura: «Faremo subito restaurare la statua». Anche il sindaco di Roma Virginia Raggi interviene con un tweet: «Distruggere la statua di #Falcone è stato un atto vile che fa male all’anima. Le sue idee continueranno a camminare sulle nostre gambe». E ancora il capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato: «Hanno distrutto la statua di Falcone a Palermo. Un gesto vigliacco, come sono i mafiosi, ma che non fermerà le sue idee». L’ex governatore della Campania Antonio Bassolino: «Distrutta a Palermo la statua di #Falcone: i vandali e i loro mandanti lo temono anche da morto».
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«Il danneggiamento e il vilipendio della statua dedicata a Giovanni Falcone sono atti gravissimi, ancor più grave perché rivolti anche a danneggiare una scuola che svolge da anni una importante opera di sensibilizzazione e formazione sociale». Lo ha detto il sindaco di Palermo Leoluca Orlando che ha aggiunto: «Appena informato mi sono messo in contatto sia con la Dirigente scolastica sia con le Forze dell’Ordine, auspicando che si possa risalire al più presto agli autori di questo gesto vile. Allo stesso tempo ho disposto che le maestranze comunali si adoperino per il pronto restauro della statua e un sopralluogo sarà svolto in questo senso domattina».

Tomaso Montanari
da il Manifesto
09.07.2017

Nella sua cruda parafrasi della slide di Renzi sui migranti da «aiutare a casa loro», Roberto Saviano ha detto una terribile verità: il Pd non solo guarda a destra, e fa politiche di destra. Ma parla con un linguaggio di destra: peggio, è parlato da una cultura di destra.
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E d’altra parte: considerare i lavoratori alla stregua di merce (Jobs act), la scuola come un’azienda (Buona Scuola), la cementificazione come l’unico sviluppo possibile (lo Sblocca Italia), il patrimonio culturale come un supermercato (riforme Franceschini), scrivere una riforma costituzionale che intendeva diminuire gli spazi di democrazia e partecipazione, approvare una legge sulla tortura concepita per non punire la tortura di Stato. Cos’è, tutto questo, se non l’attuazione concreta di una cultura di destra?
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Ma qua c’è di più.
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«Aiutarli a casa loro» non solo è orrendamente ipocrita sul piano dei fatti – perché facciamo tutto il contrario: dal mercato italiano delle armi di cui parla Saviano (aiutamoli a spararsi a casa loro) fino alla dolosa incapacità di invertire la marcia di una politica energetica che produce riscaldamento globale, e dunque la desertificazione che contribuisce ad innescare la migrazione di massa.
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Ma quello slogan è soprattutto devastante sul piano simbolico e culturale. Perché contraddice radicalmente il principio stesso dello ius soli (una legge di sinistra che non a caso arranca alla fine della legislatura, mentre tutte le riforme di destra che ho elencato sono andate speditissime alla meta) contrapponendo «casa» a «casa».
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«Questa è casa nostra», intende dire Matteo Renzi: e «padroni in casa nostra» è uno degli slogan più diffusi non solo nel vocabolario della Lega di Salvini (come si è ampiamente notato in queste ore), ma anche in quello delle peggiori destre xenofobe dell’est europeo. E se dobbiamo aiutarli a «casa loro» è perché ci rimangano; e perché questa «casa» rimanga nostra: senza confusioni, incontri, meticciato. Ognuno a casa propria.
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Qua non si tratta di politiche: si tratta di visione del mondo, di concezione del futuro. O meglio di una non-visione del mondo, di una non-concezione del futuro: della scelta disperata di chiudere rabbiosamente gli occhi di fronte a una realtà ineludibile che non si riesce ad accettare. Perché non ci sono, né ci potranno mai più essere, «case» recintate, nostre, esclusive.
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E invece quel «noi» opposto a quel «loro» è la chiave del discorso con cui Renzi parla alla pancia del Paese usando la lingua e la cultura di Salvini.
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Ora, come si fa a trovare un terreno comune con questo modo di pensare, con questa mentalità, vorrei dire con questa antropologia? In queste condizioni come si fa a continuare a parlare di «centrosinistra»?
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Se le parole hanno un senso, oggi in Italia l’unico «centro» con cui comporre un «centrosinistra» è questo Pd che ha rieletto trionfalmente Renzi, il quale è portatore della cultura che abbiamo appena descritto. Una cultura di destra.
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Il fatto che il Pd faccia politiche di destra e sia intriso di una cultura di destra non basta per dire, come invece ho detto aprendo l’assemblea del Brancaccio, che il Pd sia da considerare un partito di destra? Può darsi: ma certo non è nemmeno più un «centro» con cui poter costruire un centrosinistra che non sia solo una macchina per il potere, una scala per raggiungere il governo inteso come fine ultimo. Se ce ne fosse stato ancora bisogno, la slide sull’«aiutiamoli a casa loro» dimostra che in questo tempo la casa politica del Pd non può essere la stessa di una sinistra, comunque la si voglia intendere.
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C’è una via alternativa: più lunga, più erta e certo non capace di portare subito al governo. È quella che si potrebbe imboccare se ciò che esiste a sinistra del Pd sarà capace di unirsi, e di parlare un linguaggio tanto diverso e credibile da coinvolgere molti di coloro che non votano più. E che non votano perché pensano che una sinistra che pur di tornare al governo è disposta ad allearsi con chi pensa e parla come Salvini non potrà mai costruire eguaglianza e inclusione.

9.09.2017
Dimitri Bettoni

La marcia di 425 km iniziata ad Ankara si è conclusa con una grande manifestazione, organizzata dal partito di opposizione CHP del leader Kemal Kilicdaroglu.

La colonna in marcia compare oltre la curva dell’asfalto della superstrada D100, sotto il sole già bollente delle nove, mitigato appena dalla brezza che ha spazzato via l’afa asfissiante dei giorni scorsi.

In testa uno stuolo di mezzi della sicurezza, file interminabili di nere divise della polizia e tute mimetiche dell’esercito con fucili da combattimento imbracciati.

Ma prima di tutto c’è una bandiera, con i colori giallo e rosso di un’amatissima squadra di calcio di Istanbul, al cui centro campeggia l’immagine di Mustafa Kemal Ataturk, padre della repubblica turca.

È suo il volto che apre la strada ad una marcia di protesta che, superati i 400 chilometri di distanza dalla capitale Ankara, si appresta a consumare gli ultimi rimasugli di percorso e che oggi raggiungerà destinazione, il distretto di Maltepe.

LÀ SI TROVA LA PRIGIONE in cui è rinchiuso Enis Berberoglu, parlamentare del partito repubblicano finito in carcere con l’accusa di aver divulgato segreti di Stato, fotografie che provano il trasferimento di armi in Siria ad opera dei servizi segreti turchi. Il suo arresto ha dato il la a una marcia di protesta e rivendicazione della giustizia con pochi precedenti nel paese.

La folla sfila interminabile e ordinata, scorre come un placido fiume sotto i ponti e i cavalcavia da cui altri cittadini osservano incuriositi: lanciano grida di sostegno, applaudono, sventolano la bandiera nazionale o l’effigie di Ataturk.

Qualche individuo isolato invece ostenta il proprio disaccordo, inneggia al presidente Recep Tayyip Erdogan, mostra il segno dell’ultranazionalismo turco dei lupi grigi o quello a quattro dita dei Fratelli musulmani.

I MANIFESTANTI in marcia non si scompongono, l’ordine di non reagire alle provocazioni è ben recepito e in risposta giungono soltanto applausi e cori: l’inno nazionale, qualche canto della guerra di indipendenza, il mantra cadenzato che ripete «hak, hukuk, adalet», diritto, legge, giustizia.

Alla giustizia è infatti dedicata questa marcia che Kemal Kilicdaroglu, capo del partito repubblicano Chp, ha voluto per protestare contro l’appropriazione degli organi giudiziari da parte del governo.

Commenta il leader Kilicdaroglu: «Ci hanno tolto il parlamento», in riferimento al referendum del 16 aprile scorso che rafforzato la presidenza, «ora cerchiamo giustizia nelle strade».

LA FOLLA IN MARCIA è riunita sotto il colore bianco di magliette e cappelli che recitano adalet. Assenti bandiere e simboli di partito, banditi dagli organizzatori per svincolare l’iniziativa da logiche di appartenenza, «perché adalet, giustizia, è un bene comune», dicono gli uomini e le donne in marcia.

Eppure in questo fiume bianco convivono anime molto diverse tra loro, in un modo che per certi versi ricorda i più colorati e vibranti giorni di parco Gezi.

Spicca la folta barba e il viso segnato dalle rughe di Veysel «Amca» Kilic, personaggio lontano dal kemalismo secolare targato Chp, dato che è per sua stessa ammissione vicino a Milli Gorus, movimento politico islamista in cui Erdogan ha militato.

Il figlio di Kilic, Sebahattin, è tra i quasi 400 cadetti dell’aeronautica militare in carcere da quasi un anno. «Ma io non mi fido della supposta indipendenza di questa magistratura. Voglio adalet, giustizia, in questo paese; voglio vivere libero nella mia Turchia».

ACCANTO C’È AYTEN, madre di un altro di quei cadetto. I cartelli che porta chiedono giustizia anche per i soldati morti nel corso del tentato golpe e dimenticati da uno stato selettivo nella memoria: «Anche i nostri figli sono vittime di quanto accaduto un anno fa e per essi chiediamo adalet, giustizia».
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Ci sono gli elmetti bianchi dei lavoratori e le sigle sindacali, per i quali «adalet deve tornare anche sul lavoro», perché le purghe di Erdogan non riguardano solo il carcere in cui sono finiti in migliaia, ma anche gli innumerevoli posti di lavoro perduti e l’impossibilità di trovarne un altro.

CI SONO LE FAMIGLIE dei minatori di Soma, località simbolo di tragedia nel mondo del lavoro in attesa per i loro morti di adalet, giustizia. Lavoratori sono anche i giornalisti e marciano quelli del quotidiano Sozcu, chiedono che «il giornalismo non sia un crimine, perché senza giornalismo libero non c’è adalet».

Marcia chi dedica i propri passi a Semih Ozakca e Nuriyeh Gulmen, in carcere per aver iniziato uno sciopero della fame per riavere il loro posto di lavoro e che ha ormai oltrepassato i 110 giorni. Marciano i gruppi del tifo calcistico organizzato.

Marciano uomini in giacca e cravatta e ci ricordano «come non c’è adalet quando è in vigore lo stato di emergenza», che cancella la certezza del diritto e rende tutto confuso e arbitrario.

SORPRENDONO I NUMERI imponenti raggiunti dalla marcia che secondo la procura ha ormai superato i 100mila partecipanti, un successo se si considera che a partire da Ankara il 15 giugno erano poche migliaia.

Sorprende di più constatare l’assenza totale di incidenti, timore in principio più che plausibile e fortunatamente svanito chilometro dopo chilometro, in ossequio al principio di disobbedienza civile e pacifica che ha portato molti commentatori a paragonare la marcia a quelle di Gandhi in India.

Certo, quest’ultimo non camminava scortato da qualche decina di poliziotti come il redivivo Kilicdaroglu che oggi percorrerà gli ultimi tre chilometri verso la prigione da solo, capitolo finale di un’iniziativa da cui esce enormemente rafforzato dopo mesi di critiche alla sua passività.

La vera domanda è quale sarà il prossimo passo di Kilicdaroglu, quale il destino della marcia. Erdogan, dopo gli strali iniziali lanciati, ha consentito lo svolgimento dell’iniziativa mentre prepara le celebrazioni dell’anniversario del tentato golpe del 15 luglio, una probabile dimostrazione di forza a colpi di gente nelle strade.

CAPITALIZZERÀ su questa marcia, considerandola la dimostrazione che in Turchia vive ancora adalet, nonostante in oltre 100mila abbiano marciato dicendo il contrario. Quattro anni fa il vivace fuoco di Gezi è stato spento dagli idranti e i lacrimogeni della polizia. Può il lento fluire di questo fiume che invoca giustizia vedere un finale diverso?

09.07.2017

Eleonora Forenza ha dichiarato :sono stata fermata dalla polizia di Amburgo insieme ad altri compagni motivo siamo italiani perquisita e documenti sequestrati siamo ancora trattenuti.
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«Il motivo è perché siamo italiani»
Con tanto di foto e video l’europarlamentare documenta l’intervento della Polizia: «Siamo ancora - scrive - in stato di fermo. Motivazione: siamo italiani. Ormai siamo ad un punto in cui vestirsi di scuro rappresenta una sorta di reato».
«Vado per manifestare contro il vertice - aveva detto nei giorni scorsi - insieme a tante compagne e compagni da tutto il mondo e per vigilare da parlamentare europea contro il dispositivo globale di repressione del dissenso, già in atto in questi giorni ad Amburgo».
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L’europarlamentare italiana ha preso parte in questi giorni alle iniziative di protesta contro il G20 ad Amburgo. Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista - Sinistra Europea, ha chiesto al Governo italiano di intervenire per «la tutela del diritto di manifestare».

Tommaso Di Francesco
da il Manifesto
07.07.2017

Unione europea. Dalla farsa sulla «solidarietà» a quella neocoloniale: il «Piano Merkel» vuol dire aiuti, sostegno vero, soccorso e riparazioni alle malefatte della nostra economia di rapina? No, stesso ed eguale coinvolgimento degli organismi finanziari internazionali che elargiscono fondi al Continente africano solo in cambio di ulteriori cessioni di sovranità.

Così inizia Il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte di Carl Marx: «Hegel osserva da qualche parte che tutti i grandi avvenimenti e grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa», e Friedrich Engels nella lettera a Marx che aveva ispirato la sua citazione, sottolineava «una farsa pidocchiosa».

Non ci sarà la «farsa pidocchiosa» di una nuova guerra austro-ungarica, l’invio di carri armati e soldati alla frontiera annunciati dal ministro della difesa austriaco. È evaporata al sole dell’estate la manovra elettorale di Vienna intesa a cavalcare, come in ogni capitale europea, la xenofobia che si vuole dilagante.

Il traballante premier austriaco Christian Kern, ha fatto marcia indietro, visto anche il fatto che dal Brennero purtroppo di migranti ne passano ormai sempre meno.

Le truppe austro-ungariche non metteranno a repentaglio i nostri confini. Diciamo austro-ungariche perché da almeno due anni Vienna è diventata capofila neo-imperiale dei «Quattro di Visegrad», Slovacchia, Polonia, Ungheria e Repubblica ceca, il fronte dei più refrattari contro i profughi e allo stesso tempo i Paesi europei che rimettono in discussione, non solo sui migranti, i legami con l’Ue cancellando diritti e principi democratici, contro le opposizioni e ogni minoranza.

Ma la marcia indietro non riesce a nascondere il disastro di quella che ci ostiniamo a chiamare Unione europea, naufraga e profuga di se stessa rispetto alle promesse con cui si è costituita. Perché ecco che s’avanza un’altra «farsa pidocchiosa», ben più pericolosa.

Quella neo-coloniale, ma presentata come svolta salvifica dal governo italiano e dal ministro Minniti: è l’«aiutiamoli a casa loro in Africa », già parola d’ordine delle destre razziste, ora programma di Bruxelles formalizzato nel «Piano Merkel», in discussione al vertice europeo che si è aperto ieri a Tallinn in Estonia, dove la proposta di regionalizzare gli approdi dei migranti viene respinta da Francia, Spagna e ora anche dalla Germania.

Il «Piano Merkel» vuol dire aiuti, sostegno vero, soccorso e riparazioni alle malefatte della nostra economia di rapina? No, stesso ed eguale coinvolgimento degli organismi finanziari internazionali che elargiscono fondi al Continente africano solo in cambio di ulteriori cessioni di sovranità (una sovranità che non c’è quasi mai stata), di privatizzazioni, di rinnovate concessioni alle multinazionali, di commerci di nuove sofisticate armi ad inasprire altri conflitti – come scriveva ieri sul manifesto Giulia Franchi di Re:Common – e a gravare i già smunti bilanci delle nazioni africane, proprio lì da dove fuggono i cosiddetti «migranti economici». Sarebbe stato sbagliato chiamare questo programma «piano Marshall».

Quello fu davvero il primo piano – strumentale durante la Guerra fredda – d’investimenti americani in Italia e in Europa. Ma in Africa i nostri investimenti di rapina ci sono già e aiutarli a casa loro dovrebbe voler dire cambiarne natura, mezzi e scopo. Ora Minniti lamenta il fatto che alla Turchia per tenerci i profughi in campi di concentramento, abbiamo dato due miliardi, «invece alla Libia le briciole».

Ma prima della guerra della Nato del 2011, la Libia era il principale Paese investitore in infrastrutture e opere civili dell’intera Africa e con il reddito più elevato del Continente nero, inoltre poneva all’ordine del giorno il problema del cambio denaro-materie prime non più solo in dollari ma in euro, con addirittura la possibilità che nascesse una divisa africana.

Ora che cos’è diventata la Libia? E soprattutto, a quale brandello della lacerata Libia dovremmo dare miliardi come per la Turchia del Sultano Erdogan? A Sarraj che conta meno del sindaco di Tripoli o a Khalifa Haftar sul trono a Bengasi all’ombra di Al-Sisi e Francia, alle milizie di Misurata o alle guardie petrolifere, o al figlio di Gheddafi, Seif al Islam?

Intanto continuiamo a pompare-rapinare per noi petrolio e gas dai preziosi pozzi libici. Intanto la frontiera dell’Europa «deve diventare il Niger», più a sud della Libia, «lì e prima dobbiamo fermarli», in Mali (dove la guerra continua) e in Ciad. Nessuno spiega come per 5mila chilometri di frontiera che delimita il sud del Sahara. Ma questa è la «nuova» idea.

E la Francia, che con il Bonaparte-Macron rompe la solidarietà con l’Italia e dice «no ai migranti economici», con questa «solidarietà» non a caso è d’accordo. Parigi ha semplicemente in mano le economie dell’area, detiene praticamente le chiavi delle banche centrali di questi Paesi e l’intera loro economia, controlla le ricchissime fonti minerarie.

Che c’è da aggiungere? Magari un prezioso commercio di armi (finché c’è guerra!), il rafforzamento delle già corrotte leadership e in più la disponibilità dei Paesi africani diventati il «nuovo confine europeo» a farsi «campo di concentramento» per chi fugge da guerre e da miseria. Non opere riparatrici e di bonifica dello sfruttamento, occidentale e dei Paesi sviluppati, delle risorse africane.

Guardate come le multinazionali occidentali del petrolio hanno ridotto il Delta del Niger, grande quasi un quarto dell’Italia: un pantano immenso di bitume e scarti del grezzo di prima estrazione che ha compromesso le falde acquifere costringendo alla fuga centinaia di migliaia di contadini nigeriani: e la Nigeria risulta non a caso al primo posto tra i paesi di provenienza dei profughi africani. Invece offriamo un altro scambio ineguale, un «piano» per allargare l’universo concentrazionario di un intero continente, nel disprezzo di quelli che vantiamo, ma solo per noi, come i beni più preziosi: i diritti umani e la democrazia.

05.07.2017
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Assemblea – domenica scorsa – della Rete delle Città in Comune: “Raccogliamo e rilanciamo il percorso aperto al Brancaccio, mettendo a disposizione il metodo e i contenuti che abbiamo prodotto e produrremo. Obbiettivo comune è ripartire dalla Costituzione per una decisa svolta superando – davvero – le politiche neoliberiste degli ultimi decenni”.
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5 luglio. Lo scorso 18 giugno al teatro Brancaccio Falcone e Montanari hanno proposto l’avvio di un percorso. L’assemblea delle “Rete delle Città in comune” – tenutasi a Roma – raccoglie l’invito e lo rilancia, a partire dalla propria esperienza nata ormai un anno fa, che ha messo insieme tante esperienze di associazioni e liste di cittadinanza di sinistra. In netta alternativa alle politiche neoliberiste portate avanti negli ultimi decenni, tanto dai governi di centro-destra quanto da quelli di centro-sinistra. Politiche responsabili della sempre più drammatica situazione del paese.

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Privatizzazioni dei servizi, drammatici tagli al welfare, svendita del patrimonio pubblico, attacco al ruolo e alla funzione degli enti locali sono alcune delle molle che hanno fatto nascere la Rete. Ormai è impellente la necessità di elaborare nuove politiche che coniughino locale e globale a partire dai diritti, dal lavoro, dai beni comuni, contro le disuguaglianze e per costruire una nuova giustizia sociale.
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Per questo l’appello di Falcone e Montanari, trova “naturalmente” nella nostra Rete una risposta. Crediamo che le nostre esperienze diffuse, senza per questo essere localistiche, siano di assoluta specificità e potenzialità, fatte di coloro che quotidianamente provano a attuare quei principi indicati dagli elettori il 4 dicembre col referendum.
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Vertenze, conflitti, proposte per un’alternativa ad un sistema economico che crea sempre più povertà, sono le pratiche che vogliamo mettere in gioco, insieme con la conoscenza acquisita in questi mesi e i metodi che stiamo sviluppando, per garantire la piena attivazione di quel patrimonio di idee e di persone che viene liberato quando davvero si garantisce la partecipazione.
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Anna Falcone è intervenuta nella nostra assemblea del 2 luglio mettendo decisamente l’accento sulla necessità di costruire uno spazio aperto, non proprietario e autenticamente democratico che porti alla costruzione di una reale e coerente alternativa per l’Italia, a partire da attuare la Costituzione. Condividiamo pienamente. Non c’è tempo da perdere. Non possiamo attardarsi su formule politiciste e ambigue, che di fatto si muovono nella continuità.
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Tenuto conto di questa nuova ottica di “accoglimento e rilancio del percorso del Brancaccio” la Rete ha deciso anche di continuare con la costruzione e rafforzamento delle interconnessioni che già esistono, l’ampliamento a ulteriori realtà territoriali, nuove tappe di coinvolgimento e costruzione programmatica attraverso la prosecuzione della Carovana “Le piazze dell’alternativa” sui temi dell’accoglienza, della militarizzazione del territorio, dell’antifascismo, della giustizia fiscale, contro il patto di stabilità e la mercificazione dei beni culturali.
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Un patrimonio di esperienze consolidate o appena nate che guarda agli stessi obbiettivi, allo stesso percorso e modalità della proposta di “Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza” in una chiara unità d’intenti, di merito e di metodi: fare del consenso e della promozione di partecipazione vera e concreta la chiave per la credibilità della politica. Senza leaderismi e tattiche politiciste, e praticando poi quello che si afferma.
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La Rete delle Città in Comune

Fabrizio Salvatori
04.07.2017
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Si sono concluse le votazione dell’Aula della Camera sugli emendamenti del Ddl concorrenza. Il testo quindi è pronto a tornare per la quarta volta al Senato per l’approvazione definitiva. Le modifiche approvate dalle commissioni finanza e attività produttive maggiormente sotto la lente d’ingrandimento riguardano quattro settori in particolare: il mercato energetico, le assicurazioni, il telemarketing e gli odontoiatri.
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Per quanto riguarda il passaggio al mercato libero dell’energia, fissato al primo luglio 2019, sono cancellate le aste per i clienti ‘tutelatì che a quella data non avranno ancora scelto un nuovo fornitore. Torna inoltre la possibilità di rinnovo tacito per le polizze-danni. Via anche le limitazioni introdotte dal Senato nelle chiamate relative a offerte commerciali telefoniche. L’impronta generale, sull'energia, è quella di spingere i consumatori verso un aumento indiscriminato dei consumi elettrici: a danno dell’ambiente, del portafoglio e contro gli obiettivi internazionali di riduzione dei consumi mirata al contenimento dei cambiamenti climatici.
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Profonda delusione per il risultato ottenuto a seguito della votazione alla Camera è espresso dal mondo dell’associazionismo consumeristico con l’Unione Nazionale Consumatori che considera il ddl concorrenza “un testo pessimo, oltre che un’occasione perduta”. Il presidente dell’associazione, Massimiliano Dona, afferma: “Sarebbe bastato stare dalla parte dei consumatori invece che delle varie lobby, per ridurre, a costo zero per lo Stato, spese che mandano in rosso i bilanci delle famiglie”.
“Ma quello che è più inaccettabile”, continua Dona, “è che, in alcuni casi, si peggiori addirittura la normativa vigente, come è avvenuto eliminando il mercato tutelato nel settore dell’energia, nonostante, per la luce, i primi cinque operatori detengano l’87,8% del settore domestico e per il gas i primi tre gruppi controllino il 44,8% del mercato”.
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Con la riforma delle tariffe il Governo e l’Autorità per l’Energia colpiscono le fasce più deboli della popolazione: in milioni nel 2017 si troveranno a pagare un conto salatissimo.
Infatti, per chi consuma 1.000 kWh l'anno e ha 3 kW di potenza impegnata, i costi per la trasmissione, distribuzione e misura di energia elettrica raddoppieranno. Salendo fino a 90,59 euro invece delle 48,50 euro pagate nel 2016. L’aumento degli oneri dipende dalla scelta di cancellare il meccanismo variabile legato ai consumi, trasformandolo invece in un fisso relativo alla potenza impegnata col contatore.
Il gruppo M5S Senato ha presentato una mozione per impegnare il Governo a evitare ulteriori aumenti ingiustificati della bolletta elettrica per milioni di pensionati e studenti.
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“Ma la mozione dice anche altro: la riforma della tariffa – si legge in una nota del senatore Gianni Girotto - scoraggia la realizzazione di interventi di risparmio, efficientamento e autoconsumo di energia da fonti rinnovabili. In netta contraddizione con i principi contenuti nella direttiva comunitaria”.
In buona sostanza, sottolinea Girotto, la riforma aveva l’obiettivo di superare la struttura progressiva della tariffa rispetto ai consumi, non di rendere le tariffe elettriche totalmente indipendenti da questi.
Infatti il decreto attuativo dispone che l'adeguamento della struttura tariffaria deve essere tale “da stimolare comportamenti virtuosi da parte dei cittadini, favorendo il conseguimento degli obiettivi di efficienza energetica. Non certo di impattare sulle categorie di utenti con struttura tariffaria non progressiva”. “Nella mozione diciamo inoltre – continua Girotto - che nella segnalazione inviata al Governo, al Parlamento e all'allegasi il 26 luglio 2016, l'Autorità garante per la concorrenza e il mercato (AGCM) ha censurato la mancanza di concorrenza nella distribuzione elettrica e ha chiesto una revisione ed integrazione della disciplina normativa e regolamentare riguardante i sistemi di distribuzione chiusi, volti a consentire la realizzazione di nuovi reti elettriche private. Ma a tale richiesta dell’AGCM purtroppo non è stato dato ancora alcun seguito", continua il senatore”.
Girotto chiede al Governo di intervenire subito per adottare misure idonee a tutelare i consumatori dagli immotivati rincari determinati dalla riforma delle tariffe e dai meccanismi tariffari della distribuzione applicati ai consumatori domestici. “Questi siano conformi ai principi di equità sociale, ragionevolezza dei profitti dei concessionari esclusivi e di salvaguardia dell'efficienza energetica, tenendo conto dei principi di flessibilità e di premio verso i comportamenti responsabili recentemente stabiliti in sede europea. Deve infine consentire, anche attraverso l'adozione di misure di carattere normativo, la realizzazione di sistemi di distribuzione chiusi, al fine di garantire la concorrenza nel settore, così come indicato dall'AGCM”, conclude Girotto.

Claudio Conti
03.0.2017

Nonostante gli sforzi di fantasia scientifica di Eurostat – organismo europeo che ha deciso criteri di catalogazione dell’occupazione alquanto demenziali – e a dispetto degli sforzi estetici del presidente dell’Istat (Giorgio Alleva, renziano di ferro), l’occupazione in Italia cala. Soprattutto tra i giovani under-25 (37%, +1,8 in un solo mese).
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Fine della favoletta governativa-Pd, non appena gli effetti droga degli incentivi alle imprese sono terminati o andati in saturazione.
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Ma guardiamo i numeri, intanto. A maggio 2017 – scrive l’Istat – “la stima degli occupati cala dello 0,2% rispetto ad aprile (-51 mila unità) attestandosi, dopo il forte incremento registrato il mese precedente, ad un livello lievemente superiore a quello di marzo. Il tasso di occupazione si attesta al 57,7%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali”.
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Disaggregando per età, si scopre che “Il calo congiunturale dell’occupazione, che si rileva principalmente per gli uomini, interessa tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Diminuisce il numero di lavoratori indipendenti e dipendenti a tempo indeterminato mentre aumentano i dipendenti a termine”.
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Il quadro è insomma chiaro: lavorano soprattutto gli over-50 (+407.000), inchiodati dalla legge Fornero fino ai 67 anni, e calano tutti gli altri. Oltre alla variabile pensionistica, però, incide anche la professionalità: tranne che nei lavori di pura fatica, ovunque occorra una esperienza e un know how di medio livello, le aziende preferiscono tenersi un anziano esperto, anche se dal salario più alto, piuttosto che sostituirlo con un giovane (sarebbe facilissimo, vista l’abolizione dell’art. 18) a mezzo stipendio.
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In secondo luogo, le assunzioni a termine (90.000) superano ormai nettamente quelle a tempo indeterminato (64.000), certificando così la preferenza delle aziende per il contratto usa-e-getta, altamente ricattatorio e a bassissimo salario, per tutte le mansioni di basso livello (sia manuali che “cognitive”, o più precisamente “mentali”).
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Bisogna ricordare che i criteri Eurostat (e dunque anche Istat) sono decisamente generosi: si considerano “Occupate le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, o che hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente”. Com’è evidente, un’ora di salario alla settimana – o anche nulla, se si lavora nell’azienda di famiglia – non fa di una persona un “lavoratore in grado di sostentare sé e la propria famiglia”, quindi si tratta di un volgare trucco retorico e antiscientifico.
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Ma dove i criteri statistici danno il peggio di sé (il meglio, dal punto di vista capitalistico) è nella ripartizione tra “disoccupati” e “inattivi”. I primi sono le persone senza lavoro che ne stanno cercando uno, iscrivendosi alle agenzie del lavoro ufficiali. I secondi sono i senza lavoro che hanno smesso persino di cercarlo.
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Unendo, com’è necessario fare, le due categorie, lo spettro della disoccupazione è tutt’altro che rassicurante: il tasso ufficiale di disoccupazione, infatti, sale dello 0,2% attestandosi all’11,3; gli “inattivi”, invece, sono relativamente stabili ma sulla percentuale astronomica del 34,8%. Di fatto, i senza lavoro in Italia raggiungono la percentuale choc del 46,1%. Quasi un cittadino su due, tra i 15 e 66 anni. In termini assoluti, oltre 20 milioni di persone.
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Davanti a numeri così, anche se “abbelliti” da critesri statistici ufficiali, cìè persino chi osa scherzare dicendo che “la diminuzione degli occupati registrata a maggio non muta le tendenze di medio-lungo periodo dell’occupazione che continuano ad evidenziare, sia su base trimestrale che su base annuale, la crescita degli occupati e la diminuzione dei disoccupati”.
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Nessuno, sui media mainstream, si ferma un attimo a ricordare che dopo 25 anni di eliminazione dei diritti del lavoro per “favorire l’occupazione giovanile” il risultato sta tutto in quel 37% di disoccupati tra i 15 e i 24 anni. Solo Grecia e Spagna hanno percentuali leggermente peggiori, mentre la Germania non ha di che preoccuparsi, visto che solo il 6,7% dei giovani è a spasso.
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C’è da sottolineare come ad aumentare la disoccupazione giovanile concorreranno sicuramente due “misure” decise dal governo Renzi-Gentiloni: “l’alternanza scuola-lavoro”, che rifornisce le aziende di lavoro gratuito nelle mansioni più semplici (pulizie, fotocopie, lavapiatti, ecc, con rare e molto pubblicizzate eccezioni), e il “servizio civile”, altrettanto gratuito o quasi, che andrà a sostituire posti di lavoro in settori come i servizi alla persona, cura del territorio, ecc.
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Quando vi dicono che “stanno pensando ai giovani”, prendete la prima pietra che vi capita a tiro…
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Statistiche da ISTAT

OCCUPATI_DISOCCUPATI

Pubblicato il
30.06.2017

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«L’Europa nasce o muore nel Mediterraneo». Scriveva già decenni fa Alex Langer.
Con questa stessa frase nel 2015 si chiamarono a raccolta le forze sane di questo paese per fermare la strage di migranti in mare.Ma le stragi sono continuate, anche nell'indifferenza. Un naufragare continuo arginato in parte dall'intervento della Marina, della Guardia Costiera e, soprattutto delle Ong. Gli arrivi di questi ultimi giorni, in assenza di un sostegno reale anche nell'accoglienza da parte dell’UE, sono divenuti un alibi per il governo italiano che ha comunicato alla Commissione Europea l’intenzione di chiudere i propri porti alle navi delle organizzazioni umanitarie.
Un simile atto di barbarie non può essere accettato da nessuno, indipendentemente dalle singole posizioni politiche o ideologiche. Si condannerebbero con cinismo immorale a morte migliaia di persone sospese fra le persecuzioni subite nei paesi di origine, quelle patite in Libia e il diritto alla salvezza.
Occorre che l’UE si assuma responsabilità e che prenda decisioni coraggiose ma in linea con i principi morali che ispirano le loro costituzioni e le stesse fondamenta su cui poggia ciò che resta del sogno europeo.
Ma occorre anche che, nel frattempo, non si neghi a donne, bambini e uomini di trovare riparo nei nostri porti, in nome di calcoli elettorali o degli allarmi esasperati degli imprenditori della paura.
Ed è in nome di questo necessario sentimento di umanità che ci appelliamo a tutte e a tutti. Troviamo insieme forme e modi per far sentire nelle nostre città, davanti alle prefetture, ai porti, la voce troppo spesso rimasta isolata di chi non vuole essere ancora complice di ulteriori misfatti.
Verrà presto il tempo delle decisioni politiche, nazionali e dell’unione, verrà la necessità di uscire da un approccio emergenziale e proibizionista che porta soltanto a riempire ogni giorno sempre di più quella fossa comune che è oggi il Mediterraneo Centrale. Ma oggi, qui e ora, dobbiamo decidere, anche individualmente, da che parte stare.
Verrà il giorno che di questo immenso crimine si dovrà rendere conto e nessuno di noi potrà dire “io non sapevo”. Sappiamo e dobbiamo avere la dignità di decidere se restare umani o scivolare nella normalità della barbarie, quella che non fa più notizia e non smuove più alcuna coscienza.
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Hanno aderito già centinaia di persone oltre al nostro circolo
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Per adesioni: stefano.galieni60@gmail.com
glnigro@gmail.com

Pubblicato il 29.06.2017
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La federazione genovese del PRC aderisce alla manifestazione antifascista del prossimo 30 Giugno.
Il 30 Giugno 1960 la lotta del popolo genovese impedì non solo il raduno fascista diretto dall'ex podestà ma sancì di fatto la sconfitta delle politiche di avvicinamento tra DC e gli eredi della Repubblica di Salò.
Il 30 Giugno 2017 vuole denunciare tutte quelle politiche xenofobe, omofobe, fasciste che stanno riprendendo campo in Italia, sia in partiti di destra che in partiti di sedicente centrosinistra.
Per impedire queste derive fasciste, il PRC sarà a Piazza Alimonda, convintamente al fianco degli altri antifascisti genovesi.
Partito della Rifondazione Comunista Genova
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Riportiamo questo Racconti da CONTROPIANO
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Avevo vent’anni il 30 giugno 1960…
di Giacomo Marchetti – Bruno Rossi
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Domani l'anniversario dei moti del giugno e del luglio del 1960, e della importante manifestazione antifascista che si terrà domani 30 Giugno a Genova, abbiamo ritenuto utile fornire una sintetica ricostruzione storica ed una testimonianza diretta di quei giorni concentrandosi sulle vittoriose mobilitazioni nella Superba che portarono alla cancellazione del previsto congresso del Movimento Sociale Italiano a Genova e successivamente alla caduta del governo Tambroni, sostenuto dalla DC e dal partito neo-fascista di Almirante.
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«Dieci lavoratori uccisi in manifestazioni di strada; il rinvio del congresso del Msi; l’esplodere di manifestazioni in più città; la caduta del governo Tambroni sorretto dai voti fascisti e la sua sostituzione con il governo Fanfani, leader della sinistra democristiana: quest’il bilancio apparente delle giornate di giugno-luglio in Italia…
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Vittoria dell’antifascismo?
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Sarebbe falso fermarsi a questi dati, perché sotto questo bilancio occorre trarre un insegnamento più profondo di quello ricavato dai partiti di sinistra. Una forza del tutto nuova ha fatto la sua comparsa in queste giornate: l’elemento che ha fatto saltare sia i progetti della borghesia che dei partiti di sinistra è stata la massa giovanile operaia e studentesca»
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Il significato dei fatti di luglio, in «Quaderni d’Unità Proletaria», n. 1, 1960
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«I giovani di luglio erano i figli degli operai e dei licenziati, operai e licenziati pur essi dell’Ansaldo, della San Giorgio, del fossati, della Bruzzo, dell’Oto, dell’Ilva di bolzaneto, della Bagnara, dei cantieri navali, del porto, delle piccole e medie industrie che vivono ancor oggi nell’incubo dei licenziamenti»

La capitale di Luglio, Silvio Micheli, in «Vie Nuove», 22/10/80
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Le premesse: Livorno, Bologna, Milano
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Le settimane che precedono i fatti di Genova e gli eventi successivi danno la cifra del clima politico sociale nel Paese e del fermento della giovane classe operaia del “boom economico”.
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Tra il 18 e il 22 Aprile, prima a Pisa e poi in maniera più estesa e continuata a Livorno, stanca delle angherie dei parà la popolazione insorge, mentre le auto­rità militari lasciano arrivare le squadracce di soldataglia nella città toscana per “regolare i conti”, dopo avere avuto la peggio la sera prima: volano sedie, tavoli del caffè, macchinette a gettone sradicate dai supporti… un capitano dell’Ardenza viene ferito alla gola da un coltello, un giovane proletario livor­nese perde un occhio a causa di una “cintata” di un paracadutista. Il centro città è in stato d’assedio, le autorità cittadine e le organizzazioni di sinistra fanno fa­tica a riportare l’ordine.
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Gli scontri che coinvolgono quasi tutta la città contro parà, Celere, Mobile e Carabinieri da una parte e la popolazione dall’altra dureranno 4 giorni, anche se scaturiti da un episodio “banale” sono in realtà rivolti contro i corpi armati spe­cializzati nella repressione.
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Queste quattro giornate si concluderanno con un bilancio di 15 feriti tra le forze dell’ordine, 10 tra i parà, 11 tra i cittadini. Gli arrestati saranno 70 e 220 i fermati.
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Il 21 maggio a Bologna, un affollato comizio nella centrale Piazza Malpighi di Pajetta, antifascista di vecchia data e dirigente comunista, viene ad un certo punto vietato dal commissario Pagliarulo, che fa partire le cariche sui presenti dopo aver dato l’ordine di “sciogliere” l’assembramento, divieto a cui lo stesso Pajetta si oppone.
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Le virulente parole di Pajetta contro il governo italiano, complice della poli­tica di Eisenhower, accusato di collaborare al sabotaggio del processo di distensione tra USA e URSS, fanno scattare l’intimazione del responsabile delle forze dell’ordine.
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La violenta rissa dura circa mezz’ora, con numerosi feriti da ambo le parti, mentre i tranvieri entrano subito in sciopero portando i mezzi nelle proprie au­torimesse.
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Andrea Barbato, in un articolo su l’Espresso definì la rissa «una delle più violente che si siano verificate in Italia dall'epoca della legge maggioritaria».
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Il 7 giugno a Milano la sede dei radicali viene assaltata dai missini nel corso di una conferenza pubblica su “movimento cristiano e laicismo”, rovesciando il tavolo della presidenza e usando le sedie come clave per distruggere quel che potevano. Tra gli aggressori che vengono arrestati dopo pochi giorni dall’accaduto c’è un consigliere comunale missino di Sesto San Giovanni. Per il 15 dello stesso mese la giunta municipale di S.S. Giovanni convoca una manifestazione di protesta.
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Il Blocco DC–MSI e il congresso neo-fascista
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I voti del MSI, casa politica nell’Italia “democratica” per i peggiori boia del Ventennio ed esponenti della Repubblica Sociale Italiana, erano allora fonda­mentali per il governo democristiano del marchigiano Tambroni, la cui carriera politica si concluderà fortunatamente da lì a poco, bruciata a causa proprio dei moti di piazza passati alla storia come “I fatti di Luglio”.
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Per la cronaca, il politico democristiano feroce anticomunista e sostenitore del “pugno di ferro” contro i possibili turbamenti dell’ordine costituito, finirà i suoi giorni stroncato da un infarto nel febbraio del ’63, pochi giorni dopo che una telefonata di Aldo Moro gli comunicò che la DC non lo voleva come capolista nelle Marche per le elezioni politiche di quell’anno.
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L’appoggio esclusivo dei neo-fascisti – benedetto dalle gerarchie vaticane e dal “partito americano” – al governo Tambroni, verrà fatto pesare dai missini che con un atto di forza teso a consolidare il loro fondamentale ruolo di sostegno alla Democrazia Cristiana imporranno, ottenendo l’autorizzazione, di svolgere il proprio congresso in Liguria, proprio a Genova e candidando alla presidenza Basile, l’ex-prefetto di Genova, fedele collaboratore dei nazisti, responsabile dei più efferati eccidi di partigiani, della massiccia deportazione in Germania di operai genovesi, nonché ligio esecutore della persecuzione anti-ebraica nazi-fa­scista.
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Va ricordato che sotto diverso nome le squadracce fasciste (Squadre d’azione Mussolini, Lotta Fascista, ecc..) continuarono ad agire anche dopo il 25 aprile del ’45 attaccando Camere del lavoro, Case del popolo, sedi dei partiti di sinistra, esponenti del movimento sindacale e dei partiti antifascisti.
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Tutte le forze di sinistra, nessun’esclusa, si mobilitano in città per impedire tale provocazione, nel mentre convergono in quei giorni a Genova numerose persone con l’intento di impedire lo svolgimento del congresso.
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Allora, la sinistra, che aveva ancora in parte il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome, non si tirerà indietro di fronte a questa provocazione e le vibranti parole di Sandro Pertini nel comizio da lui tenuto in piazza della Vitto­ria il 28 giugno danno la cifra del profondo sdegno, anche dei dirigenti della sinistra istituzionale, nei confronti della provocazione fascista.
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Invece di placare gli animi, il suo discorso infervorò maggiormente il cuore della Genova proletaria e antifascista.
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Interrogandosi, durante il suo discorso, sul perché ancora allora ci si doveva mobilitare contro i responsabili di un «passato vergognoso e doloroso» che tentano di tornare alla ribalta dichiarerà:
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«Ci sono stati degli errori, primo di tutti la generosità nei confronti degli av­versari. Una generosità che ha permesso troppe cose e per la quale oggi i fascisti la fanno da padroni, giungendo a qualificare delitto l’esecuzione di Mussolini a Milano. Ebbene, neofascisti che ancora una volta state nell’ombra a sentire, io mi vanto di avere ordinato la fucilazione di Mussolini, poiché io e altri, altro non abbiamo fatto che firmare una condanna a morte pronunciata dal popolo italiano venti anni prima».

L’esponente socialista concluse il suo comizio con le seguenti parole:
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«Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio. Questo lo consideriamo un nostro pre­ciso dovere: per la pace dei nostri morti e per l’avvenire dei vivi, lo compiremmo fino in fondo, costi quel che costi.»
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Il 30 giugno Genova proletaria trasformò nella pratica le indicazioni di quest’orazione.
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Genova, 30 Giugno 1960: No Pasaran!
Il 30 giugno 1960 è il culmine della mobilitazione che ha portato all’annullamento del congresso del Movimento Sociale Italiano previsto per il 2 luglio a Genova.
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Durante quei giorni i ma­nifestanti sfidarono l’aria resa irrespirabile dai lacrimogeni lanciati dalla polizia, i “caroselli” delle camionette che si lanciavano contro di loro per inse­guirli fino ai portici e ai marciapiedi, i manganelli e le altre armi delle “forze dell’ordine”.
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In quei giorni venne fatta pagare alla canea reazionaria democristiana e ai suoi servi in divisa il dovuto prezzo per la protezione politica e militare data allo svolgi­mento del congresso missino.

Anche i numeri, per così dire, parlano chiaro e testimoniano di come manifestanti sul campo abbiano avuto la meglio sugli “uomini in divisa”.
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Gli scontri, infatti, si chiudono con un bilancio di 162 tra funzionari, agenti ed ufficiali della «Celere» feriti e contusi contro una quarantina di feriti tra i dimo­stranti.
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La vittoria dei giovani “con le magliette a strisce”, così come vennero etichet­tati dalla stampa dell’epoca i protagonisti degli scontri, venne fatta pagare a caro prezzo agli altri proletari che nelle settimane successive scenderanno in piazza contro il governo Tambroni, sostenuto esclusivamente dai voti della Democra­zia Cristiana e dai fascisti del Msi.
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Il livello dello scontro era tale, non solo per ciò che concerne l’apparato im­piegato dallo Stato, da poter parlare senza esagerazione del 30 giugno come di un episodio di vera e propria “guerra di classe”.
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Questo è il racconto di un allora giovane proletario di Milano, Primo Moroni, che insieme a suoi coe­tanei, così come tanti altri, arrivò in città:
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«Quando siamo arrivati da Milano con l’autostrada, lì quando si scende a Genova dall’alto, avevano piazzato un cannoncino centoventi montato su un camioncino degli ortolani, a controllare la strada. Dove cazzo l’avesse tirato fuori non so bene, ma era un centoventi; io avevo fatto il militare e sapevo quindi che quello era un centoventi… E poi c’erano le armi, che sono state usate, non si è sparato, sono state usate come deterrente. Sono state mostrate. Alla salita del Fondaco, un vicolo che sale dalla vecchia Genova verso piazza de Ferrari. Ricordo che c’era una libreria… E dalla salita del Fondaco è ve­nuto fuori ‘sto gruppone, che aveva dei moschetti e degli sten. E si sono schierati fuori, mentre la polizia era dall’altra parte di piazza de Ferrari.»
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I moti di piazza del 30 sono preceduti da uno sciopero che in quel giorno ha paralizzato l’economia della città (un altro sciopero dei portuali il 25, in prote­sta contro il divieto prefettizio di un comizio, si era concluso con scontri) e da una manifestazione oceanica che gli stessi obiettivi fotografici non riescono a catturare interamente in un solo scatto.
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A queste mobilitazioni va aggiunto l’attivo sabotaggio di una parte della po­polazione cittadina nei confronti dei congressisti accorsi nel capoluogo ligure che ha reso per loro Genova una città tutt’altro che ospitale: i ferrovieri terroriz­zavano gli incauti congressisti che incontravano sui vagoni prefigurandogli scenari apocalittici, i taxisti portavano gli stessi da tutt’altra parte rispetto all’hotel a cui erano destinati, i lavoratori alberghieri erano tutto meno che gen­tili e servivano pietanze non proprio invitanti…
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Questa reazione popolare era sostenuta da un percorso organizzativo che du­rava all’incirca da un mese, non privo di occasioni di frizione e scontro con i fascisti e la polizia, percorso in cui si mobilitarono principalmente i giovani proletari e i vecchi partigiani, non solo liguri.
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Dal rapporto del mese di giugno del prefetto di Genova Pianese si può leg­gere:
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«Il MSI ha scelto Genova per il 6° congresso nazionale… Tale notizia ha provocato viva reazione negli ambienti partigiani che si propongono scioperi ed azioni di piazza. Anche il senatore Terracini, nel comizio tenuto il 2 corrente a Pannesi, ha affermato che la scelta di Genova è un’offesa ai valori della città decorata con la medaglia d’oro e che bisogna riunire tutte le forze della resi­stenza per tale occasione.»
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Il 30 giugno, le indicazioni della dirigenza dei partiti della sinistra istituzio­nale, che invitano alla calma e temono “provocazioni”, sono superate dall’azione dei proletari che come un fiume in piena travolgono la timidezza e la modera­zione di questi, costretti ad inseguire e a legittimare la pratica autonoma dei giovani lavoratori, degli studenti, dei vecchi partigiani e dei pro­letari in genere.
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Così racconta Giusy Giani, poco più che ventenne all’epoca dei fatti e fre­quentatrice del Circolo Culturale Gobetti di Via XX settembre, che non indietreggiò di fronte alla violenza poliziesca:
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«Io però non avevo paura, vivevo quel momento in modo un po’ adolescen­ziale, come una sfida, pensando: “Questo è il momento nel quale si misura il mio vero valore: devo scoprire se sono una persona che vuole lottare per la giustizia sociale oppure se sono una che si lascia spaventare”».
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Per lei, come per altri suoi coetanei, quel momento d’autodeterminazione della propria esistenza segna una rottura con la pacificazione sociale imposta fino allora con la repressione poliziesca e la timidezza delle organizzazioni della sinistra istituzionale.
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Le giovani leve della classe operaia e gli studenti universitari si trovano per la prima volta fianco a fianco in un’unità d’intenti che non solo non soccombe alla polizia e impedisce il congresso missino, ma manda in crisi il governo e da al­lora fino alla creazione di Alleanza Nazionale. Viene così “marginalizzato” il peso politico pubblico dei neo-fascisti che saranno comunque utilizzati in seguito dalla classe dirigente e dal blocco sociale dominante come manovalanza per le trame golpi­ste e le stragi di stato che dal 12 dicembre ’69, con Piazza Fontana, fino agli anni Ottanta inoltrati, saranno al centro della strategie dello stato “nato dalla Resistenza”.
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Cronaca del 30 giugno e del 1 luglio
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Facciamo una breve sintesi di come si svolsero i fatti il 30 giugno e il giorno successivo.
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Il 30 la manifestazione si era conclusa senza problemi in piazza della Vittoria con il comizio del segretario della Camera del Lavoro. La maggior parte dei dimostranti per tornare a casa dovevano attraversare per forza la centrale piazza de Ferrari dove centinaia di camionette bloccavano il flusso della gente che doveva pre­gare i militi per potere passare.
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Venne fatta partire la carica improvvisamente, senza che il responsabile di piazza indossasse la fascia tricolore e facesse i tre canonici squilli di tromba, fu una carica violenta con le camionette che si muovevano in mezzo alla folla, i lacrimogeni subito adoperati copiosamente e i manganelli fatti crepitare.
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Ma i manifestanti non indietreggiarono, si riversarono contro i mezzi delle forze dell’ordine.
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Sedie dei bar, assi di legno, ciottoli, pietre, mattoni, paletti di ferro e relative catene, persino i ferri delle tende dei bar divennero le “armi” improvvisate del popolo.
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Numerose camionette s’incendiarono, si costruivano barricate, mentre altre persone giungevano dai vicoli, dove i mezzi delle forze dell’ordine non potevano entrare ed erano facile preda della collera popolare che rovesciava dalle finestre su di loro qualsiasi cosa.
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Gli scontri durarono ore.
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Finì tutto alle otto quando il presidente dell’ ANPI, non senza difficoltà, a bordo di una macchina scortata dalla polizia arrivò in piazza per convincere i manifestanti a rinunciare allo scontro, perché Prefettura e Questura si erano im­pegnate a ritirare le forze di polizia.
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La situazione tornò alla calma non senza problemi, e quello stato di quiete era del tutto apparente perché la tregua servì ad entrambi gli schieramenti per pre­pararsi al giorno successivo
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Così mentre le polizia si preparava per cingere la città in un vero e proprio stato d’assedio con tanto di filo spinato, la Genova proletaria si adoperava per il giorno seguente per il quale era stato proclamato uno sciopero generale di 24 ore.
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Circolavano voci di “calate in massa” di fascisti verso Genova dove scon­tri con i fascisti, protetti dalla “Celere” avvenivano qua e là, con i missini che avevano la peggio. Tutto questo in una città con blocchi ovunque e mezzi dei militi che scorrazzavano a tutta velocità.
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Così lo storico Renzo del Carria ricostruisce quei momenti: «Ma tutta Genova la notte tra l’1 e il 2 luglio scende ancora una volta nella lotta di strada in un clima pre-insurrezionale: venti trattori agricoli, alla testa di una colonna prove­niente da Portoria, avanzano per abbattere gli sbarramenti di filo spinato con cui la polizia aveva isolato piazza de Ferrari e via XX Settembre. Nei quartieri del porto nella notte di vigilia si erano confezionate centinaia di bottiglie molotov; nella cinta industriale intorno alla città si erano ricostruite le vecchie formazioni partigiane armate pronte a scendere in città», in molti quartieri si erano erette barricate di pietre e di legname.
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Così il governo, capisce di avere perso la partita e revoca il permesso al con­gresso dopo avere cercato invano di farlo svolgere a Nervi, ottenendo come contropartita il mantenimento dell’ordine da parte dei partiti di sinistra.
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La solidarietà con gli arrestati, la difesa politica al processo, le con­danne
Quella giornata avrà anche come conseguenza l’inevitabile accanimento giu­diziario contro i manifestanti: 50 arrestati durante la giornata (con una età media di 28 anni e di cui la metà non aveva più di 25 anni) e i successivi pro­cessi. Questi non vennero lasciati soli, ma venne garantito a loro e alle loro famiglie il necessario supporto durante il periodo detentivo e l’adeguata assi­stenza giudiziaria.
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Questa la testimonianza d’Eraldo O., un partigiano dell’ANPI:
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«Sì, ci assumemmo il fardello di queste famiglie, che io ricordo con partico­lare commozione, perché molti ormai non ci sono più.
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I parenti venivano da noi a chiedere “ma come è stato possibile, non hanno fatto nulla di male”, e noi non avevamo risposte.
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Però, e questo è un fatto unico nella storia, tutte le mattine con un carretto portavamo a questi detenuti nel carcere di Marassi quanto occorreva per vi­vere una giornata meno carceraria possibile. […] Ricordo che a ognuna di queste famiglie ogni mese veniva corrisposto lo stipendio che il detenuto avrebbe percepito se fosse stato in libertà. Ricordo anche che avevamo un ca­lendario dove segnavamo l’indirizzo di queste persone nel giorno in cui l’ufficiale giudiziario avrebbe dovuto mettere i sigilli (siamo arrivati anche a questo), e allora noi versavamo ogni volta 5.000 lire chiedendo il rinvio del se­questro dell’appartamento. All’ANPI vennero anche addebitate le spese processuali, gli avvocati della difesa erano quasi tutti volontari e operavano gratuitamente, ma le spese del processo ammontavano ad una decina di mi­lioni, all’epoca una cifra enorme, che noi non avevamo proprio»
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Questa la testimonianza di G.B. Lazagna, il vice-capo partigiano “Carlo”, che si è occupato anche della difesa degli imputati per i fatti del ‘60:
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«Esisteva già un’organizzazione che si chiamava “Solidarietà Democratica”, formata nel ’48 per assistere l’ondata dei processi penali a seguito del 14 lu­glio. […] Naturalmente operavamo tutti gratuitamente, era nella tradizione risorgimentale e non se ne parlava nemmeno di emettere parcella. Le arringhe di difesa in genere erano fondate su argomenti politici come la salvaguardia dei valori della Costituzione e della libertà personale, sulla legittimità della re­sistenza – che poi era stato l’argomento della mia tesi di laurea con Terracini – in caso di gravi provocazioni. Cercavamo sempre di inserire l’argomento dell’oltraggio di avere di nuovo il boia Basile a Genova. Noi avevamo una vi­sione politica dei fatti e consideravamo queste reazioni la giusta risposta al neofascismo che si stava riorganizzando. Per 25 imputati mettevamo in genere una decina di avvocati, che perseguivano questa posizione politico-giuridica.»
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Il processo, che si celebra nel 1962 a Roma, e che avrà 43 imputati di cui sette detenuti e trentasette a piede libero, si concluderà con la condanna di 41 dei 43 accusati a pene superiori a quattro anni.
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L’arringa finale di Terracini, di cui riportiamo un breve stralcio, da il senso della difesa politica non solo di quegli imputati ma di quella giornata:
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«Io credo di poter dire, interpretando l’animo degli assenti, che in questi 43 tutti si riconoscono i 100.000 del 30 giugno – professori, impiegati, studenti, professionisti, i quali rifiutano una distinzione, una divisione che è tutto artifi­cio, nutrita di vecchi pregiudizi, insidiosa e grave di danni per gli imputati e umiliante per coloro verso i quali si pensa esprima invece deferenza e conside­razione. Questi 43 rappresentano, così come sono e chi sono, la maturità politica di tutta la popolazione di Genova, dalla quale appunto quel giorno è pervenuto lo slancio generoso che li ha spinti alla protesta»
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Gli altri centri dei “Fatti di luglio
A S.Ferdinando (RC) il primo luglio si svolgono sciopero e corteo di un migliaio di braccianti, che si reca alla Camera del Lavoro, dove si tiene un’assemblea. Dato il numero dei partecipanti non tutti riescono ad entrare nella sede e sostano sulla piazza antistante alla Camera del Lavoro. I Carabinieri allora chiudono a chiave dall’esterno la porta dell’edificio e poi caricano i lavoratori in piazza, sparando anche colpi di moschetto e di mitra.
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Un bracciante viene ferito gravemente.
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Intanto i manifestanti da dentro riescono a sfondare la porta e escono in piazza, i carabinieri li accolgono con spari ad altezza d’uomo, a causa dei quali vengono feriti altri due scioperanti.
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La reazione dei manifestanti costringe i Carabinieri a indietreggiare, sparando, fino alla caserma.
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Cariche e sparatorie durano circa un’ora e mezza, oltre ai tre feriti, numerose donne e bambini vengono picchiati.
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A Licata (AG) il 5 luglio si svolge uno sciopero contro il governo Tambroni
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Carabinieri e polizia fatti affluire da altre località dopo numerosi scontri provocano la morte di un commerciante ucciso da raffiche di mitra alla stazione ferroviaria.
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La giornata si conclude con il ferimento di 24 manifestanti, tra cui tre gravi e di due carabinieri.
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A Roma il 6 luglio una manifestazione contro il governo Tambroni e per la commemorazione dei caduti della Resistenza a Porta San Paolo, a cui è stata revocata all’ultimo momento l’autorizzazione, viene violentemente caricata dalla polizia e dai carabinieri a cavallo. L’intero quartiere reagisce. Un agente che cade dalla propria jeep durante un “carosello” si ferisce gravemente, morendo a pochi giorni di distanza. Venti manifestanti vengono feriti, mentre tre, portati in questura, verranno torturati.
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Il 7 luglio a Reggio Emilia un comizio contro il governo Tambroni che si dovrebbe tenere in un teatro si trasforma in una manifestazione di 20.000 persone che affollano la piazza principale di fronte al teatro. Viene negato il permesso di posizionare degli alto-parlanti nella piazza. La polizia carica facendo caroselli, appoggiata dai carabinieri. Le forze dell’ordine sparano per ammazzare e uccidono cinque persone, tra cui due ex partigiani, mentre negli scontri rimangono feriti altri 21 dimostranti.
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L’8 luglio a Palermo una manifestazione di protesta contro i fatti di Reggio Emilia si trasforma in una battaglia vera e propria a causa delle cariche con le jeep della polizia che spara: tre manifestanti vengono uccisi mentre una donna muore mentre chiudeva la finestra del proprio appartamento. Altri 36 manifestanti vengono feriti da colpi d’arma da fuoco.
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Lo stesso giorno, sempre in Sicilia a Catania durante uno sciopero contro il governo Tambroni polizia e carabinieri sparano lacrimogeni a cui i dimostranti rispondono con lanci di sassi ed erigendo barricate. La polizia inizia i caroselli. Muore un edile disoccupato prima ferito, poi colpito ripetutamente da più agenti con il manganello e poi “finito” a colpi di rivoltella da un poliziotto. Vengono feriti sette dimostranti.

Giacomo Marchetti

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Avevo vent’anni il 30 giugno 1960. Ero nato all’inizio della seconda guerra mondiale. Mio padre “Ce” (Francesco) era un lavoratore del porto di Genova, un “camallo”, anche mio nonno lo era stato prima di lui. Fece in tempo a partecipare da richiamato alla guerra sul confine italo-francese, divenne militante del Partito Comunista e come molti altri lavoratori si impegnò nella Resistenza al Nazifascismo.
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Finita la scuola nel 1959 scelsi il porto come palestra delle mie aspirazioni. Il luogo mi aveva sempre affascinato e i racconti che avevo sentito fare in famiglia – anche i tre fratelli maschi di mio padre erano portuali – per quanto affascinanti non erano certo all’altezza di quanto in prima persona riuscivo a vedere e a mettere in memoria. In compagnia eravamo 8000 lavoratori autogestiti impegnati tutti i giorni in chiamate, a turni di lavoro, mansioni e professioni necessarie alla merce che venivano dislocati nei luoghi più disparati sulla banchina, le navi, i magazzini, i piazzali, camion e vagoni per sbarcare e imbarcare sulle navi la merce che arrivava e partiva per il mondo intero. La confusione era massima ma tutti con pochissimi ordini apparenti riuscivamo come tante formichine a far funzionare questo grande crogiolo.
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Il dopoguerra fra il 1948 e il 1960 fu caratterizzato in Italia dal governo democristiano. Per le classi subalterne piegate dalla necessità di ricostruzione e dalle difficoltà delle condizioni di vita furono certamente anni difficili. Lentamente ma inesorabilmente la restaurazione capitalistica mise all’angolo la classe operaia e grazie al consenso di borghesia, ceto medio e Vaticano, represse anche politicamente il mondo del lavoro che tanto aveva dato nel periodo della guerra. La sperequazione sociale, la disoccupazione ma anche l’immigrazione dal Sud Italia, i bassi redditi e i consumi inadeguati misero pian piano in discussione i diritti generali e crearono una piattaforma politica tesa a sdoganare anche i lati più oscuri del capitalismo verso la destra e i fascisti.
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Erano trascorsi appena 15 anni da quel 25 Aprile 1945 quando durante una delle tante crisi di governo a chiara maggioranza DC Tambroni primo ministro pensò che fosse arrivato il momento di utilizzare i voti del M.S.I. per arrivare alla maggioranza in Parlamento. Un momento dopo il partito neo fascista indisse a Genova il congresso del partito il 30 giugno. Invitò anche all’introduzione un ex gerarca che aveva guidato a Genova la repressione della guerra partigiana. Per la curiosità ricordo il cognome del galantuomo (Basile). Ma non avevano fatto bene i conti con i genovesi: con chi aveva liberato la città dall’esercito tedesco, con le organizzazioni democratiche e sindacali, con tanta avanguardia comunista ma principalmente con tutti quei giovani che volevano una vita migliore e non ripetere gli errori dell’anteguerra.
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Noi portuali insieme agli operai delle fabbriche, ai tranvieri, ma anche con categorie del pubblico impiego caratterizzammo ogni singola vertenza la presenza in piazza dando spesso origine a scaramucce con le forze dell’ordine. Ci organizzammo in fabbrica e nel porto, ma ci organizzammo anche nei quartieri e nelle sezioni nei circoli democratici nei partiti con una forza e una capacità sempre crescente. Anche tanti giovani disoccupati manifestavano forse per la prima volta la loro presenza assieme agli antifascisti e agli operai. Il mondo della scuola e dell’università che non aveva mai brillato di soverchia presenza nel dibattito politico manifestava sdegno e presenza coerente.
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La CGIL nella sede di Vico Tana in via Balbi divenne forse in quei momenti il luogo in cui più alto si unificò il rifiuto totale alle scelte di governo. Noi portuali poi eravamo una storia a parte. La grande quantità di giovani e di compagni prima e dopo il lavoro si organizzavano e partecipando alle differenti riunioni, manifestazioni e volantinaggi ma principalmente nei quartieri coi dirigenti dell’ANPI e sindacalisti preparavano un’adeguata resistenza. Il congresso del MSI non si doveva fare a Genova e il governo Tambroni piano piano diventava il secondo obiettivo da cancellare. E piano piano con la forza di un antifascismo crescente anche la città tutta si preparò. E non bastò la stampa né la polizia né i carabinieri e neppure le mitragliatrici dietro i cavalli di frisia che delimitavano alcune zone (ricordo quella a lato di via XX Settembre, direzione porto e quelle in cima a via Balbi davanti all’hotel Savoia) riuscirono a dissuadere gli antifascisti genovesi.
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La CGIL dichiarò lo sciopero politico generale. Il centomila partecipammo alla manifestazione di piazza della Vittoria con un comizio rovente di Pertini, ma fu verso le 6 della sera allo sfollare dal comizio che in piazza De Ferrari ci trovammo una quindicina di camionette della famosa celere di Padova che presidiavano la piazza dell’attuale Palazzo della Regione e forse per sfida assieme a un centinaio di manifestanti ci sedemmo sui bordi della vasca. Forse ci furono urla, forse vennero lanciate alcune monetine contro i poliziotti certo è che in un momento il capitano scatenò gli agenti contro noi che a mani nude cominciammo a resistere ma anche a organizzarci. Il capitano finì nella vasca, alcune camionette presero fuoco e la gente ognuno di noi cominciò a battersi trovando strumenti adatti alla difesa.
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In tre ore di battaglia la polizia non guadagnò un metro, anzi a più riprese rischiò di essere travolta, fortunatamente non usò le armi come a Reggio Emilia e nel Sud Italia e si andò avanti tutta la sera fino a mezzanotte quando venne concordata una tregua e una possibile trattativa. Fu una grande vittoria, il congresso saltò e poi anche Tambroni dovette rassegnare le dimissioni. In piazza durante gli scontri incontrai anche il mio papà che mi diede un sonoro scapaccione e mi disse di tornare a casa per dire alla mamma che tutto andava bene. Aveva 47 anni lo ricordo con la sua canottiera bianca e con la sua attenzione e baldanza sempre attento e determinato a battersi per le sue idee e i suoi valori.
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Il 30 giugno per me fu il giorno in cui compresi che anche dal basso con lotte giuste e determinate si possono raggiungere obiettivi quasi impossibili. E quella giornata preparò tanti magnifici anni che sarebbero poi arrivati.
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Bruno Rossi

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