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26/03/2020

 

Non ci uniamo al coro di esaltazione di Mario Draghi. Non ci entusiasma il suo intervento sul Financial Times nè la proposta della Lega e della destra di metterlo alla guida di un governo di unità nazionale. Draghi – come tutto il capitalismo europeo – chiede ora agli stati di indebitarsi ma si guarda bene dal dire che dovrebbe essere la Bce come la FEd negli USA a finanziare la tenuta dell’economia e del welfare europeo. Draghi ha perseguito per anni l’obiettivo dello smantellamento del modello sociale europeo e gran parte delle nefandezze subite dagli italiani (legge Fornero, tagli sanità, abolizione articolo 18) erano contenute nelle sue letterine. Lo ricordiamo come quello che usò un vero e proprio terrorismo economico con il blocco dei bancomat per piegare la Grecia di Tsipras e Varoufakis.

 

Che l’uomo del Britannia, di Goldman Sachs, della troika venga indicato come possibile Presidente del Consiglio o peggio della Repubblica dà l’idea che in questo paese si sono perse da anni le coordinate del buon senso e della Costituzione. Se oggi noi siamo in difficoltà è anche a causa del massacro della sanità pubblica e ora il killer Draghi in altra veste torna sul luogo del delitto.

 

Fummo gli unici a scendere in piazza contro Monti e non abbocchiamo alle dichiarazioni furbesche di Draghi.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

26/03/2020

da il Manifesto

Luigi Pandolfi 

 

Governo/Ue. Forse sarebbe venuto il momento di prendere in considerazione una qualche forma di finanziamento monetario a lungo termine dei deficit di bilancio, senza creare nuovo debito e, per questo, dipendere dagli umori e dai calcoli del mercato dei capitali

 

Nell’ultima riunione dei ministri finanziari dell’Unione Europea non si è deciso di mandare in soffitta il fiscal compact. Agli Stati membri, soprattutto quelli più colpiti dalle complicazioni economiche e finanziarie della pandemia, è stata solo concessa una maggiore «flessibilità di bilancio».

 

Più generosa che in passato, ma temporanea e sulla parola.

 

In sostanza, i Paesi membri possono espandere i propri bilanci ricorrendo al mercato con l’emissione di nuovo debito, ma con un grosso rischio: passata la bufera, chi avrà speso molto si ritroverà solo ed impotente di fronte ad eventuali assalti della speculazione e con il cappio al collo del vincolo esterno che nel frattempo verrà ripristinato. Nessuna decisione, infatti, è stata assunta sulla condivisione di questo debito aggiuntivo.

 

Gli Eurobond o la garanzia illimitata sulle emissioni eccezionali dei singoli Paesi rimangono ancora nella sfera della discussione mass-mediatica, mentre il presidente della Bce Lagarde, dopo il disastro comunicativo dei giorni scorsi, sull’ipotesi dei coronabonds ancora parla di un’eventuale «esplorazione a tempo determinato».

 

L’unica certezza rimane il Fondo Salva Stati (Mes), ovvero la concessione di prestiti agli Stati in difficoltà previa sottoscrizione di protocolli per il rientro dal debito a suon di riforme lacrime e sangue.

 

La verità è che questa crisi sta riproponendo la storica divaricazione tra alcuni Paesi del nord (Germania e Olanda in testa), fermi nella loro contrarietà a qualsiasi forma di mutualizzazione del debito europeo o di una parte di esso, e i Paesi mediterranei con l’aggiunta dell’Irlanda (i vecchi PIIGS) ed ora di altri ancora (Slovenia, Lussemburgo, Belgio, Francia), che, con terrore, vedono nel proprio futuro uno scenario che, per forza evocativa, si potrebbe definire «ellenico».

 

Con una differenza non da poco rispetto a qualche anno fa. Gli stessi Paesi che nel 2015 fecero blocco con l’asse del nord per dare una lezione alla Grecia, oggi si ritrovano, insieme alla stessa Grecia, ad invocare «misure solidali» nella gestione di questa crisi. E nessuno di questi, a cominciare da chi li ha già sperimentati sulla propria pelle, è disposto a sottoscrivere «memorandum d’intesa» per salvare le proprie finanze pubbliche. Il coronavirus è riuscito dove non riuscirono fame, miseria e disoccupazione dopo il crack finanziario del 2007-2008, che in Europa sfociò nella cosiddetta «crisi dei debiti sovrani».

 

E’ il fatto politico più importante di queste ore: nove Paesi dell’Unione, trainati dal premier italiano Conte, hanno preso carta e penna ed hanno scritto una lettera-appello al presidente del Consiglio europeo Charles Michel, chiedendo non solo «misure eccezionali» data l’eccezionalità della situazione, ma che la politica monetaria della Bce venga affiancata da «audaci» decisioni di politica fiscale, che tradotto significa più spesa pubblica, oggi per l’emergenza, domani per rimettere in piedi l’economia.

 

Con quali soldi? Su questo punto il documento è molto chiaro: con uno «strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’Ue». I famosi Eurobond, che consentirebbero di raccogliere risorse sul mercato per il «finanziamento stabile e a lungo termine» delle politiche economiche necessarie a contrastare la crisi.

 

Un passo avanti notevole, soprattutto per la considerazione del «lungo termine». Ma si potrebbe osare di più. La formula del «debito europeo» contenuta nella lettera dei nove capi di governo si basa su due aspetti chiave: l’approvvigionamento delle risorse avviene sul mercato; il rischio viene condiviso in solido e proporzionalmente dagli Stati membri.

 

Debito europeo e condiviso, certo, ma pur sempre di debito si tratta.

 

Forse sarebbe venuto il momento di prendere in considerazione una qualche forma di finanziamento monetario a lungo termine dei deficit di bilancio, senza creare nuovo debito e, per questo, dipendere dagli umori e dai calcoli del mercato dei capitali. Gli strumenti ci sono. Non si capisce perché quello che è stato possibile per tanti decenni nei principali Paesi del mondo non possa essere possibile oggi con una crisi alle porte che si annuncia devastante.

25/03/2020

da il Manifesto

Mao Valpiana*, Francesco Vignarca **

 

Governo e virus. È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme.

 

La pubblicazione del Decreto della Presidenza del Consiglio relativo alle più recenti (e dure) limitazioni a causa del coronavirus, in particolare per le attività produttive, ha riservato una sorpresa non gradita a chi si occupa di disarmo. Tra le pieghe delle norme approvate viene infatti prevista la possibilità per l’industria della difesa di rimanere operativa, mentre invece la grande maggioranza delle aziende deve rimanere chiusa.

 

Sembra davvero che l’industria militare sia intoccabile, e che il governo Conte consideri la produzione di sistemi d’arma tra le attività strategiche e necessarie. Immediata la risposta di chi (come Sbilanciamoci, Rete Disarmo e Rete Pace) ha sottolineato l’insensatezza di mettere a rischio la salute di migliaia di lavoratori con pericolo di ulteriore diffusione del contagio solo per non intaccare i profitti dell’industria delle armi.

 

È incomprensibile come il governo non abbia il coraggio di ordinare questo stop, se addirittura il presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia, ha dichiarato: «Fino a poco tempo fa era considerata strategica l’industria bellica, adesso abbiamo capito che non ce ne frega niente, meglio avere una provetta, un respiratore».

 

Positive sono state le immediate reazioni dei sindacati, che hanno condotto a diversi scioperi spontanei anche in aziende a produzione militare, a testimonianza del fatto che sempre più spesso sono lavoratori e lavoratrici i primi a vedere chiaramente quali dovrebbero essere le scelte più utili per il Paese. Perché da questa tragica emergenza dobbiamo uscire con prospettive e scelte che si allontanino dalle logiche che hanno determinato la riduzione degli investimenti sanitari (passati dal 7% del Pil al 6,5%) mentre lievitava una spesa militare ormai stabilmente oltre l’1,4%.

 

Abbiamo bisogno di una reale alternativa, che non può essere che nonviolenta (e quindi di disarmo). Ma cosa c’entra la nonviolenza con l’emergenza sanitaria da Covid-19? C’entra, eccome, perché è scelta non solo etica e morale. La politica della nonviolenza ha senso pieno proprio oggi; «altrimenti non so che farmene», diceva Gandhi, che la pensava come strumento per trovare il pane per gli affamati, come oggi dobbiamo trovare posti letto per i malati.

 

È una nonviolenza che ha radici antiche. Pensiamo a Raoul Follerau che chiedeva a gran voce «il costo di un giorno di guerra per la pace» o ad Albert Schweitzer che già all’inizio del Novecento comprese il legame stretto tra spese militari e investimenti in salute. Fino a ieri sembravano due sognatori utili solo per farne santini da parrocchia, ma hanno invece anticipato di un secolo quel che oggi, messi al muro dall’evidenza, anche governanti europei sovranisti sono costretti ad ammettere: meglio avere un respiratore automatico in più, e una bomba o un missile in meno.

 

È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme. L’industria bellica non è un settore essenziale e strategico: questa può essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria (in primo luogo verso produzioni sanitarie).

 

Per la prima volta, forse, con il nuovo mondo nato dopo il conflitto mondiale che ha sconfitto il nazismo, e fatto nascere l’Onu, ci si rende conto che persino l’economia mondiale, viene dopo la salute individuale.
È una rivoluzione impensabile fino a qualche settimana fa. E tutti capiscono che per tutelare la salute propria e delle persone care, figli, nipoti, amici, è assolutamente indispensabile avere un sistema sanitario pubblico che funzioni. In Europa, nel bene e nel male, ce l’abbiamo, con pregi e difetti; là dove, invece, la sanità è considerata una merce come altre l’impatto della pandemia sarà ancora più devastante.

 

Per questo l’impegno delle reti e movimenti italiani per la Pace e il Disarmo si basa da tempo sulla richiesta di una drastica riduzione delle spese militari, a favore di quelle sociali. Si tratta dell’obiettivo politico principale della Campagna per la «Difesa civile, non armata e nonviolenta». Quando diciamo: «Un’altra difesa è possibile», significa che è necessario e ormai inderogabile invertire la rotta. Finché non sarà a disposizione delle nostre istituzioni anche una scelta possibile di azione non armata e nonviolenta sarà facile il ricatto di chi chiede soldi per le strutture militari e per le armi.

* Presidente del Movimento Nonviolento

** Coordinatore Rete Italiana per il Disarmo

24/03/2020

 

l Partito della Rifondazione Comunista sostiene gli scioperi indetti per domani dall’USB, dai metalmeccanici lombardi di Cgil, Cisl e Uil più in generale di tutte le mobilitazioni dei lavoratori in corso per la modifica del decreto farsa emanato dal governo.

 

E’ solo in nome dei profitti e della complice irresponsabilità di chi ci governa che più della metà dei lavoratori e lavoratrici continuano a lavorare rischiando la salute e la vita e diventando incolpevoli diffusori del virus.

 

Questa follia disumana va fermata! Ogni ulteriore attesa è criminale: Bergamo non ha insegnato nulla?

 

Se si vuole salvaguardare la salute dei lavoratori e delle lavoratrici, contenere la diffusione dei contagi e fermare la strage di un’intera fascia della popolazione, devono assolutamente rimanere aperte solo le aziende che svolgono attività davvero indispensabili per la salute e l’esistenza materiale delle persone.

Tutto il resto deve essere fermato senza trucchi o furberie. Di fronte a tanta irresponsabile sordità consideriamo le mobilitazioni già annunciate per domani una risposta utile per tenere alta la mobilitazione, ma, temiamo, insufficiente se il confronto in corso col governo non produrrà risultati.

 

Solo una grande e unitaria astensione dal lavoro di tutte le lavoratrici e lavoratori sembra oggi l’arma in grado di battere lo sconsiderato coagulo di interessi economici e politici che continua ad anteporre gli affari ai diritti costituzionali alla salute e alla vita. . Tutto il resto deve essere fermato senza trucchi o furberie. Confindustria ha fatto più danni del virus.

24/03/2020

da Il Manifesto

Massimo Franchi

 

Tutto Aperto. Sotto il pressing di Confindustria il governo lascia aperti 80 settori. Oggi nuovo incontro governo-Cgil, Cisl, Uil. Che chiedono di ridurli. I metalmeccanici di Lombardia e Lazio si fermano domani. Proteste già in molte fabbriche già ieri.

 

Doveva chiudere tutte le «attività non indispensabili». Ha chiuso ben poco, anche sotto le pressioni continue e non nascoste da parte di Confindustria.
Il decreto del presidente del consiglio (Dpcm) illustrato da Giuseppe Conte sabato sera e firmato domenica contiene un allegato con 80 categorie produttive, ognuna definita dal codice Ateco (attività economiche), classificate dall’Istat. Ci sono settori assolutamente non «essenziali» come i call center: domenica a Roma è morto un ragazzo di 34 anni. Oppure quelli di consulenza finanziaria e assicurative.

 

PER NON PARLARE del famigerato comma d: «Restano sempre consentite anche le attività che sono funzionali ad assicurare la continuità delle filiere delle attività di cui all’allegato 1 (…) previa comunicazione al Prefetto della provincia». In pratica ogni azienda può rimanere aperta.

 

Per tutte queste ragioni i sindacati hanno già annunciato sciopero. A Usb, Si Cobas e Adl Cobas che stanno coprendo i loro lavoratori da giorni, ieri sono arrivati gli annunci dei metalmeccanici. Mercoledì sciopero generale dei metalmeccanici della Lombardia.  Per lo stesso giorno i sindacati preannunciano uno stop delle fabbriche anche nel Lazio. Fiom, Fim e Uilm in una nota unitaria serale ribadiscono la richiesta di «limitarsi senza eccezione alcuna, alle sole attività essenziali per ridurre la mobilità dei lavoratori» chiedendo di «attuare tutte le modifiche necessarie: il 29 Marzo verificheremo come proseguire la nostra iniziativa», concludono i segretari generali Francesca Re David, Marco Bentivogli e Rocco Palombella. Anche i sindacati bancari Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin preparano la mobilitazione, minacciando sciopero.

 

Il segretario della Cgil Maurizio Landini riassume la situazione: «Sabato avevamo trovato un accordo con il governo. Poi domenica, mentre aspettavamo che uscisse il decreto, sono cominciate a circolare voci sull’allargamento della lista. Non si può fare la letterina sottobanco per dire di tenere aperte le attività, anche per rispetto dei lavoratori. Non è stato un aggiustamento, è stato uno stravolgimento». Il pressing dei sindacati è sul governo: chiedono un incontro immediato, avvertono che intanto – come dice Landini, «in quelle imprese, Amazon come altre, che non applicano in queste ore le tutele e la sicurezza, tutte le categorie che proclamano sciopero chiedendo di applicare sicurezza avranno l’appoggio» dei sindacati confederali.

 

MENTRE IL PRESIDENTE di Confindustria Vincenzo Boccia avverte: è un decreto che «dall’emergenza economica ci fa entrare nell’economia di guerra», «se il Pil è di 1800 miliardi all’anno vuol dire che produciamo 150 miliardi al mese, se chiudiamo il 70% delle attività vuol dire che perdiamo 100 miliardi ogni 30 giorni».

 

Il confronto ci sarà oggi: i ministri dello Sviluppo economico e dell’Economia, Stefano Patuanelli e Roberto Gualtieri, hanno convocato Cgil, Cisl e Uil per una videoconferenza. Il governo sarà in grado di promettere cambiamenti su un elenco che è già pubblicato in Gazzetta Ufficiale e in quanto Dpcm non deve essere convertito dal parlamento? Servirà un nuovo provvedimento.

 

INTANTO SI REGISTRANO le prime proteste e i primi scioperi a macchia di leopardo in diversi stabilimenti industriali – Leonardo, Safilo, Vitrociset – e di diverse regioni. Un’assemblea all’ex Ilva ferma gli impianti dell’Acciaieria 1. «Sciopero? Onestamente non riesco a capire su cosa», commenta invece Boccia.

 

Secondo una stima preliminare della fondazione Di Vittorio sono ben 12 milioni i lavoratori dipendenti considerati «essenziali» nel decreto governativo. Tenendo conto di quelli in cassa integrazione, si raggiunge il 66% del totale di tutti i dipendenti: 17 milioni 956 mila. «In questi numeri – evidenzia la Fondazione della Cgil – sono ricompresi tutte le lavoratrici e i lavoratori che, pur appartenenti al perimetro delle attività essenziali, svolgono la loro prestazione presso aziende che sono già o sono in fase di richiesta di ammortizzatori sociali. Inoltre una quota imprecisata, ma molto minoritaria, di questi lavoratori può svolgere la propria attività in smart working e quindi non deve recarsi presso il luogo di lavoro».

 

UN’ALTRA STIMA DELL’IRES – il centro studi Cgil – dell’Emilia Romagna sostiene che sono oltre 800 mila le imprese rimaste aperte, ovvero il 39,9% sul totale delle imprese monitorate a livello nazionale. «La mappa dell’Italia mostra come la quota di imprese aperte sul totale vari dal 25,7% al 50% con percentuali più alte nelle regioni del Sud Italia, riflettendo differenti strutture del sistema produttivo», illustra il ricercatore Davide Dazi.

23/03/2020

 

La speranza di milioni di lavoratori e lavoratrici impiegati in attività economiche non essenziali di poter restare a casa a tutela della salute propria e dei loro cari, è stata frustrata.

 

Gravissime le decisioni del governo che appena sabato aveva promesso, dopo colpevoli ritardi, provvedimenti centrati sulla difesa della salute e della vita prima di tutto e invece ha ceduto su tutta la linea alle pressioni degli industriali.

 

Il concetto di “essenziale” è stato letto dal punto di vista degli affari e così l’elenco delle attività consentite si gonfiato in modo abnorme e ingiustificabile: dall’aerospazio agli studi professionali, dagli alberghi alla gomma, dall’industria militare all’estrazione del carbone.

 

Così milioni di persone si trovano a vivere una doppia vita: il sabato e la domenica, come cittadini, per difendersi dal contagio non possono nemmeno fare due passi nel parco, il lunedì come lavoratori affolleranno autobus e tram e andranno a lavorare esponendo sé stessi e vanificando le misure ci contenimento del contagio sull’insieme della popolazione.

 

Non ha insegnato niente il caso di Bergamo in cui proprio per il prevalere della logica del profitto ad ogni costo si è lasciato crescere irresponsabilmente il numero dei contagi  prima istituendo la zona rossa e poi continuando le attività produttive come nulla fosse?

 

Il Presidente Fontana, corresponsabile della strage di Bergamo, lascia agli industriali lombardi la decisione su come autoregolamentarsi.

 

Di fronte a tanta interessata irresponsabilità invitiamo i lavoratori delle produzioni non indispensabili per la salute e l’esistenza nel nostro paese a scioperare per obbligare al governo a mettere davvero al primo posto il diritto costituzionale alla salute e alla vita e fermare definitivamente le attività.

 

Il servizio sanitario nazionale, il cui ruolo tutti oggi celebrano dopo aver passato anni a smantellarlo, fu conquistato con anni di scioperi dalla classe lavoratrice.

 

Contro la presa in giro auspichiamo che tutti i sindacati indicano lo sciopero. 30 anni di arroganza di Confindustria ci hanno fatto regredire.

 

La salute, la sicurezza, la vita prima dei profitti!

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale

Antonello Patta, responsabile nazionale lavoro

Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

21/03/2020

da il Manifesto

Francesco Strazzari

 

Biopolitica e sorveglianza. Certo molti non vedono il nesso fra ecocidio, cambiamento climatico e crescente frequenza delle pandemie. Ma fino a quando? Lo scenario che abbiamo davanti non è riducibile al semplice schema del soggetto immobile e della paura individualizzata, fra irreggimentazione sociale e sorveglianza coercitiva.

 

Il dopo-coronavirus è lontano: la pandemia progredisce a velocità comparabile in tutti i paesi, nonostante le note differenze nella fase di contagio, nell’uso dei test, e nel tipo di risposta dei sistemi sanitari. L’incertezza domina, nessuno scienziato è in grado di esprimersi su come evolverà l’incidenza epidemica.

 

Un Donald Trump sempre più in guerra con la realtà si regola sul calendario elettorale americano e parla di fine ad agosto, mentre Storia e calcolo probabilistico obbligano a considerare lo spettro delle ondate epidemiche di ritorno. Molti paesi si accodano al ‘modello italiano’ nel proibire ogni spostamento non essenziale: si configura un inedito, gigantesco, fosco esperimento sociale dagli esiti più che mai imprevedibili.

 

Mentre a Roma arrivano aiuti medici cinesi e in Lombardia si annunciano medici cubani, stentano a farsi vedere i soldati USA che sarebbero dovuti sbarcare in Europa per la più grande esercitazione militare dalla fine della Guerra Fredda. Ovunque si chiudono i confini: il panico delle borse e la folle guerra al ribasso sui prezzi sul petrolio rappresentano plasticamente le dinamiche di atomizzazione di un sistema internazionale che pare aver smarrito il principio ordinatore. La crisi, come il contagio, si propaga lungo assi di simultaneità: la difficile reperibilità di mascherine e respiratori ne è forse il segno più evidente.

 

Ma quando il dopo si potrà intravedere, cosa di quel dopo ci parlerà del prima? Quanto può essere incubatrice di un cambio di paradigma una crisi profonda e protratta?

 

Nella storia della nostra specie ogni epidemia ha portato alla ricerca del rimedio e – a suon di profilassi e internamento coatto dei poveri – ad una ripartenza, forte delle nuove conoscenze, ma sul medesimo binario. Nel tempo i rimedi sono diventati così efficaci e disponibili da generare l’illusione di immunità: antibiotici e vaccini, in fondo, non sono che succedanei secolari del miracolo.  Oggi che torniamo ad immergerci nell’incertezza, e l’obiettivo diventa rallentare il virus abbassando la curva di contagio esponenziale, val la pena domandarsi che cosa ci dicono del mondo in cui vivremo domani i modelli di risposta che scegliamo oggi.

 

Trovatasi con il suo cuore produttivo e logistico lombardo-veneto-emiliano nell’occhio del ciclone, l’Italia ha dapprima perseguito una gradualità poco incline alla criminalizzazione dei comportamenti individuali, salvo poi – in presenza di tassi di letalità in crescita – imboccare con decisione un modello di lockdown che stigmatizza e sanziona i comportamenti fuorvianti.

 

Agendo per prima fra le democrazie occidentali, e con competenze sanitarie distribuite su diversi livelli di governo, l’Italia ha faticato a dare forma alla risposta, mentre il dibattito pubblico impazzava facendo perdere tempo prezioso: nel giro di pochi giorni siamo passati dai riaprire tutto! al tutti in casa!, dal razzismo dei cinesi mangiatopi ai cinesi come modello da emulare. Le stesse mappe del contagio restano disomogenee, fra zone in cui i test vengono limitati ai casi conclamati, zone in cui di dichiara che si fanno tamponi a spron battuto, e zone in cui si vorrebbe testare di più, ma i risultati tardano ad arrivare.

 

Il grande, simultaneo esperimento sociale coronavirus interroga il rapporto fra individuo e società. Il social distancing passa attraverso le insidie della transizione digitale della quotidianità. Nella realtà incapsulata e virtuale, divenuta totalizzante, il prodotto su larga scala di crack finanziari e guerre – ovvero senzatetto, evasi, rifugiati, migranti – esce magnificato nel ruolo di agenti perturbatori dell’ordine. Dalle case in cui siamo barricati, ci stiamo chiedendo quale sarà l’impatto dell’epidemia in quell’enorme carcere a cielo aperto che è la striscia di Gaza.

 

Quale sorte attende le famiglie di rifugiati a Lesbo – dove mancano acqua e sapone – le decine di migliaia che premono sul confine turco, o le centinaia migliaia in fuga da Idlib? Che ne sarà dei migranti che la nostra tanatopolitica costringe nelle carceri libiche? Vedremo stati fragili implodere nell’anarchia?

 

I modelli di contrasto all’epidemia che vediamo circolare sembrano ridurre la società ad interazioni casuali fra individui-atomi avulsi da qualsiasi dinamica relazionale strutturata. Eppure, senza toccarci, ci guardiamo, ci emuliamo: le affollate stazioni di Parigi riflettono la fuga dalla stazione centrale di Milano. Essendo voluminoso, noto nel carrello degli altri in coda alla cassa il pacco della carta igienica, penso un motivo ci sarà, penso ‘se non altro finirà’, e mi pare razionale, in quella circostanza, precipitarmi a comprarla. Il mio comportamento, a sua volta, contagerà il vicino di carrello, producendo una supply crisis.

 

Il modello liberale poggia sull’idea che il mercato sia in grado di provvedere a ciò che serve, e di individui che anche davanti al pericolo fanno scelte razionali. Ma le cose si ingarbugliano: quali sono le soglie di comportamento? Prendere una boccata d’aria è permesso e salutare, ma se tutti la prendono diventa cazzeggio irresponsabile – per citare i nostri amministratori.

 

Zaia evoca il coprifuoco, nei punti caldi compare l’esercito. I controsensi di sprecano, dalla Casa Bianca che obbliga chi arriva negli aeroporti americani per sottoporsi al test, fino ai droni kuwaitiani – che invitano la popolazione a disperdersi, ottenendo come unico risultato l’assembramento di curiosi a filmarli col cellulare.

 

Queste increspature non dovrebbero sorprendere, producendosi sull’orlo di un crepaccio che in realtà è molto più profondo. Come è noto i paesi a capitalismo avanzato negli ultimi decenni hanno visto deteriorare significativamente la capacità del proprio sistema sanitario pubblico, con un  dimezzamento dei posti letto, terapia intensiva inclusa, nel tentativo di contenere la spesa sanitaria davanti a una popolazione che invecchia.

 

Le tanto decantate ‘eccellenze della sanità privata’ di fronte al Codiv-19 risultano di utilità marginale. Come colmare, dunque, il gap fra necessità/libertà individuali e saturazione delle infrastrutture deputate alla salute pubblica, che gli indici di letalità apparente della pandemia impietosamente espongono? Quanto, nel modello di risposta scelto, è biopolitica pura – ruolo pastorale dell’autorità a garanzia della salute e della prosperità – e quanto trascolora invece nella più tradizionale coercizione affidata allo stato d’emergenza e alla criminalizzazione dei comportamenti?

 

Nella situazione presente, i decreti adottati in Italia e Spagna affidano un ruolo di pubblica sicurezza ai militari. La decantata efficienza della risposta cinese all’epidemia non si limita alla costruzione di strutture sanitarie a tempo di record. Nelle fasi più convulse essa non ha lesinato aspetti coercitivi inumani, famiglie letteralmente sigillate in casa senza assistenza, deportazioni a forza. Nei video di incerta origine filtrati in Occidente abbiamo visto persone lanciarsi nel vuoto dagli appartamenti pur di non fare la fine del topo.

 

In Cina come in Corea e a Singapore abbiamo visto entrare in azione un vasto apparato di sorveglianza e monitoraggio digitale, riferibile al concetto di sicurezza algoritmica: il tracciamento dei percorsi degli infetti, la produzione di mappe del pericolo, disseminate attraverso app commerciali che informano autorità e individui. In Israele un governo di interim che si trova in carica dopo un’elezione inconcludente cavalca l’emergenza ed estende al coronavirus il programma di tracciamento a lungo usato per il controllo dei palestinesi, il tutto senza alcun dibattito parlamentare.

 

Quanto occorrerà prima di vederne adottati i principi anche da noi, come invocato fra gli altri da Matteo Renzi? Davanti a un’emergenza che perdura, si fa strada l’idea di un rientro dall’isolamento modulato in base alle risultanze individuali dell’algoritmo che elabora una mole di dati, dal tracciamento degli spostamenti alle condizioni di salute. 

 

D’altra parte, e lungo un crinale meno fosco, l’emergenza apre, quantomeno in potenza, uno spazio per l’azione politica a tutela della comunità democratica, a partire dallo sforzo a protezione dei più vulnerabili. Tale spazio si apre se, si riconosce che i confini nazionali sono in buona parte un feticcio e il mercato deve fare molti passi indietro.

 

Saltano i dogmi neoliberali sul pareggio di bilancio, mentre nell’emergenza Italia e Spagna hanno aperto la strada per ritorno del privato sanitario nella disponibilità del pubblico. Come ha scritto Mario Pianta (Sbilanciamoci, 13 marzo), “il welfare non è un ‘costo’ per il sistema economico privato, è un sistema parallelo che produce beni e servizi pubblici e assicura la riproduzione sociale in base a diritti e a bisogni, anziché alla capacità di spesa.” Certo, diversamente da Bernie Sanders, Joe Biden resta convinto che il sistema sanitario pubblico non stia facendo alcuna differenza in Italia. 

 

Certo molti non vedono il nesso fra ecocidio, cambiamento climatico e crescente frequenza delle pandemie. Ma fino a quando? Lo scenario che abbiamo davanti non è riducibile al semplice schema del soggetto immobile e della paura individualizzata, fra irreggimentazione sociale e sorveglianza coercitiva. Sovranisti e neoliberali proveranno disperatamente a rivendicare l’accoppiata privato-nazione, ma la storia che si dipana sotto i nostri occhi spinge verso la centralità del pubblico, dell’interdipendenza e della discontinuità di politiche e pratiche sociali.

20/03/2020

da il Manifesto

Andrea Capocci

 

Focolaio. L’Italia è il paese più colpito al mondo con 3400 vittime. In arrivo otto milioni di mascherine. Norme e tecnologie per proteggere i medici, ma negli ospedali il contagio si allarga.

 

 

Ora è l’Italia è il paese al mondo che ha subito le maggiori perdite a causa del coronavirus. Sono oltre 3400 le vittime italiane fino ad oggi, quasi cinquecento più di ieri e duecento più di quelle registrate in Cina. Più di cinquemila i nuovi contagi, di cui duemila solo in Lombardia dove oggi il picco sembra più lontano. L’assessore al welfare lombardo Giulio Gallera ha usato una metafora da maratoneta. «I chilometri più difficili sono gli ultimi. Sono passate quasi due settimane, ci sembrava che il sacrificio di rimanere in casa fosse sufficiente. E invece ci siamo resi conto che il traguardo è qualche chilometro più avanti».

 

Ma l’epidemia non è un problema esclusivamente lombardo. Anzi, l’aumento dei casi nella regione (12%) è inferiore in proporzione a quello del resto dell’Italia (+14%). I casi stanno aumentando più velocemente in regioni come Sardegna, Molise, Abruzzo e Campania, anche se su numeri in assoluto più piccoli. Si sta cioè verificano tra le regioni quello che è già successo in Europa: crescite altrettanto rapide in tutte le aree, ma con alcuni giorni di ritardo che devono essere sfruttati per organizzare la risposta sanitaria.

 

In Cina ieri per la prima volta non si sono contati nuovi contagi “comunitari”: i 34 nuovi casi sono tutti provenienti dall’esterno del paese asiatico e il contagio da persona a persona sembra essersi arrestato almeno per un giorno. Ma a Wuhan il lockdown non è ancora stato allentato: si teme che con il ritorno alla vita normale, basterà importare qualche caso da fuori per far ripartire anche il contagio. L’impegno cinese nel “distanziamento sociale” è stato assoluto; i provvedimenti italiani non sono altrettanto rigorosi, «Qui non avete misure abbastanza severe, c’è gente in strada, i i trasporti pubblici funzionano, avete persone negli hotel, non mettete le maschere», ha rimproverato Sun Shuopeng, vicepresidente della Croce Rossa cinese che sta dando una mano ai nostri sanitari con una delegazione.

 

«Oggi certamente parlerò al presidente del Consiglio per capire cosa si possa fare nel più breve tempo possibile» si è allineato il governatore Attilio Fontana, chiedendo per la Lombardia misure “cinesi”. Sono in arrivo 65 medici e infermieri cubani, che andranno a irrobustire l’ospedale di Crema, uno dei più gravati dall’emergenza. In arrivo anche 390mila tamponi, una scorta notevole che al ritmo attuale potrebbe bastare per almeno tre settimane.

 

Oltre a misure più rigide, a Milano si sperimentano anche tecnologie innovative per assistere a distanza le persone non ospedalizzate. L’organizzazione non governativa Medici Senza Frontiere ha iniziato a distribuire braccialetti elettronici ad uso sanitario. Durante l’emergenza Ebola in Repubblica Democratica del Congo hanno permesso di monitorare a distanza l’evoluzione delle condizioni dei pazienti.

 

Curare a distanza serve anche a proteggere i sanitari, che continuano a ammalarsi e a morire per il coronavirus. Anche quello dei medici è un lugubre bollettino quotidiano. Altri tre dottori, il medico di base Antonino Buttafuoco, l’ematologo Giuseppe Finzi e l’ex direttore generale dell’ospedale di Cremona hanno perso la vita ieri. Anche all’ospedale S. Orsola di Bologna i numeri ricordano, in negativo, quelli delle navi da crociera: su 300 sanitari sono positivi in 41, secondo un comunicato della Cisl.

 

«Ogni giorno insisto perché a ciascuno di voi possano arrivare dispositivi di protezione individuale adeguati» ha scritto in una nota il ministro Speranza dopo le proteste dei medici di ieri. Quello degli esteri Di Maio, da parte sua, ha annunciato lo sblocco di ben 8 milioni di mascherine, la cui consegna era stata fermata dalle restrizioni alla circolazione delle merci. Per tutelare i medici il governo ha introdotto un’altra sperimentazione anti-virus, la “ricetta elettronica”: d’ora in poi basterà una mail o un sms del medico di base per ricevere la prescrizione. Così più persone rimarranno a casa e meno medici di base rischieranno l’infezione.

 

 

 

18/03/2020

 

La notizia della morte per Coronavirus di due lavoratori postali nel bergamasco ripropone anche nella nostra provincia il seguente dilemma: le Poste sono ora come ora un servizio indispensabile o no?

 

Il contratto di programma disciplina negli articoli 2 e 3 gli obblighi della Società in oggetto, ponendo la stessa come servizio essenziale ed in effetti lo è tutti i giorni normali, ma ora?

 

Ora no, e lo possiamo capire facendo riferimento alle dinamiche lavorative che gli stessi lavoratori postali, appartenenti alla Federazione del partito della Rifondazione Comunista di Grosseto, ci raccontano.

Tali dinamiche sono in piena sintonia con le osservazioni che i sindaci di Gavorrano, Santa Fiora e Monterotondo proprio in questi giorni, hanno esposto a Prefetto e Istituzioni, Regione, Uncem.

 

Se da una parte i lavoratori definiscono la loro mansione di lavoro sul territorio a rischio di contagio e di trasmissione, hanno pure le loro ragioni. E badate bene, non si riferiscono esclusivamente alla palese insufficienza che anche i Sindacati territoriali postali, non tutti, denunciano da settimane,  e che riguarda l'inadeguatezza dei dispositivi sanitari forniti ai dipendenti postali o alla sanificazione degli uffici, stabilimenti, macchinari, auto e furgoni, che non è ancora avvenuta a fondo, facendo registrare ritardi pericolosi per tutti, lavoratori e cittadini; la critica dei lavoratori postali  grossetani aderenti al PRC, riguarda le dinamiche organizzative predisposte dall'azienda in questo momento di crisi virologica-pandemica.

 

Evidenziano una contraddizione, che nel contenuto è analoga a quella esposta dai Sindaci su menzionati. I postelegrafonici, per quanto concerne le loro mansioni attuali ci confermano, ad esempio, che gli oggetti a firma da recapitare a domicilio dai portalettere che richiedono dettagliate notifiche, AG, patenti, Sim, carte d'identità, insomma tutto ciò che richiede uno scambio ravvicinato di documenti da perfezionare e soldi eventualmente da scambiare con l'utente, viene evitato invitandolo a ritirare gli oggetti postali presso gli uffici.

 

Le Raccomandate ordinarie invece ecc, il portalettere le può firmare personalmente e imbucarle nella cassetta della corrispondenza dell'utente se questi è consenziente e quindi presente al proprio domicilio, viceversa se assente viene invitato anch'esso, attraverso il consueto avviso in cassetta, all'ufficio postale per ritirare l'oggetto. E si procede così anche per i famosi pacchi on-line.

 

I Sindaci, dal canto loro, sono intervenuti sulla questione del servizio postale dando battaglia sull'illogica organizzazione degli uffici adottata ultimamente, che prevede la chiusura di tutti gli uffici periferici. Essi sostengono che lasciare aperto solo un ufficio in un vasto territorio obblighi a spostamenti e concentrazioni di utenza, vietati dal DPCM Covid19. C'è da notare che su tale argomento l'Uncem ha ripreso i sindaci in questione, sostenendo che ridurre gli orari degli uffici va di pari passo con la necessità di “stare a casa”, nonché di utilizzare il meno possibile i servizi degli sportelli aperti. Ma, in poche parole, quello che invece avviene, è la concentrazione in un unico ufficio postale dei servizi offerti su un vasto territorio, sia il servizio di BancoPosta che del Recapito per il ritiro della posta inesitata.

 

Per noi è giusta l’osservazione che hanno fatto notare i Sindaci, e che anche i lavoratori postali ci hanno confermato. Come dire: o non si esce da casa e portiamo i servizi più vicino possibile all'utenza e teniamo aperti anche molti uffici periferici per evitare assembramenti e lunghi spostamenti ai cittadini; oppure il servizio postale, in deroga al ruolo di servizio essenziale, deve chiudere i battenti per 15/20 giorni. Non ci sono scappatoie a parere nostro.

 

Inoltre un altro fenomeno inquietante del momento, ci dicono i lavoratori, è quello di assistere sbigottiti all'aumento esponenziale degli ordini, proprio in questi giorni di letargo nazionale, dei pacchi on-line, tipo Amazon, che raggiunge livelli natalizi e obbliga il poco personale attivo rimasto sul territorio a svolgere una mole di lavoro enorme per distribuire e soddisfare tale pretestuosa "necessità".

 

L'unica emergenza è quella di far fronte alle necessità sanitarie e condividere pienamente ogni indicazione comportamentale che possa essere di autentico aiuto a chi è in prima linea con l'emergenza stessa: il servizio sanitario pubblico, i medici e gli infermieri.

Il servizio postale, pur essendo considerato un servizio essenziale per eccellenza, ora come ora, a fronte del Decreto Ministeriale che prevede anche rinvii fiscali per i pagamenti, agevolazioni e slittamenti tributari, può indubbiamente fermare la sua attività e, per quanto riguarda il mercato on-line, anche il business dei pacchi può cessare in momenti come questi che stiamo vivendo, compresi pure i nostri egoismi personali da soddisfare.

 

Per il Direttivo del Circolo PRC di Santa Fiora

Dario Russo

17/03/2020

 

La notizia della morte di due dipendenti di Poste spa a Bergamo ci indigna e riempie di rabbia. Poste è diventata una spa che pensa ai dividendi degli azionisti di borsa e alle retribuzioni dei manager e che come tante altre imprese non si cura della salute dei suoi dipendenti. A Bergamo il coronavirus sta facendo una strage a causa dell’irresponsabilità di una classe dirigente che ha minimizzato il problema per non fermare le fabbriche e l’economia. Ma la responsabilità di Poste Spa riguarda tutto il paese.

 

Da tutta Italia lavoratrici e lavoratori lamentano di essere privi di Dpi (mascherine, gel igienizzante e guanti). Parliamo di 130.000 dipendenti, di cui decine di migliaia svolgono mansioni che li pongono in costante contatto con il pubblico.

 

Anche dopo la firma del protocollo non è cambiato molto perchè il governo avrebbe dovuto imporre ai datori di lavoro delle prescrizioni e delle sanzioni.

 

Torniamo a ribadire il principio che la salute è un diritto sancito dall’articolo 32 della Costituzione e che lo stesso Codice Civile prevede che sia in capo al datore di lavoro di garantire la sicurezza.

 

Torniamo a chiedere che laddove Poste spa non è in grado di garantire la protezione dal contagio si chiudano gli uffici. E non solo a Bergamo.

 

Invitiamo lavoratrici e lavoratori con i loro RLS e RSU ad astenersi dal lavoro in caso di inadempienza dell’azienda. In tal caso non si perde il diritto alla retribuzione.

 

Basta con la sottovalutazione della salute di lavoratrici e lavoratori!

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale

Antonello Patta, responsabile nazionale lavoro

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