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25/04/2020

Gilda Maussier

da il Manifesto

 

25 aprile. Nel 75esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, per la prima volta non ci sarà alcun corteo, solo eventi online. Le celebrazioni ufficiali questa mattina a Roma, Milano e in tutte le città, alla presenza solo dell’Anpi

 

Per la prima volta da che Liberazione è Liberazione, festeggeremo questo 25 Aprile ciascuno dalla propria segregazione, senza cortei e senza manifestazioni di piazza se non le celebrazioni ufficiali che si svolgeranno questa mattina a Roma, Milano e in tutte le città italiane, alla presenza solo dell’Anpi, nel rispetto delle misure di sicurezza sanitaria. Ma come spesso accade, l’imprevisto che ci sbarra la strada ci devia su un’alternativa che potrebbe rivelare anche belle sorprese, e se non altro ci costringe ad una rinnovata e più consapevole pratica di memoria e di condivisione dei valori su cui è nata la nostra Repubblica.

 

Succede così che, causa Coronavirus, la festa per il 75esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo si trasferisce nelle case, corre sul web e diventa evento social, per definizione globale ancorché virtuale. E – almeno questo è l’augurio – dalle strade per pochi si sposta nelle case di molti, sui balconi, in ogni quartiere, in ogni strada, in ogni città, in ogni borgo.

 

UN 25 APRILE “VIRALE” e corpuscolare, dunque, sia pure rispettando le norme del lockdown, durante il quale i cortei virtuali, i concerti, i video messaggi, gli appuntamenti collettivi si moltiplicano e confluiscono sulla piattaforma www.25aprile2020.it dedicata all’evento #iorestolibero, pensato per «unirci tutti nell’unica lotta contro i tre nemici comuni: il virus, il riscaldamento del pianeta e le disuguaglianze socio-economiche».

 

Un’iniziativa promossa da RepubblicaLa StampaRadio Popolareil manifestoAvvenire, il Comune di Torino e il Consiglio regionale del Piemonte, e alla quale hanno aderito «1300 protagonisti italiani della cultura, della società civile, dello spettacolo e dello sport». Personalità che durante la giornata si alterneranno in dirette, live e attività che saranno promosse sui canali social e sui siti web dei promotori.

 

Ma l’appuntamento per tutti è alle 14,30 quando tutti i partner trasmetteranno l’evento clou: «Inizieremo con l’Inno di Mameli cantato da Tosca, a seguire l’attrice Lella Costa introdurrà gli interventi di Carla Nespolo, presidente Anpi, Maria Lisa Cinciari Rodano, staffetta partigiana, e Sara Diena di Fridays for Future Italia. Chiuderemo intonando Bella Ciao alle 15:00 insieme ad Anpi».

 

Subito dopo sul sito e sulla pagina Facebook del manifesto «25 intellettuali, personaggi dell’arte, della cultura e della scienza si caleranno nei panni del Presidente del Consiglio, per pronunciare il discorso alla nazione di un Governo che non c’è, ma che è quello che invece servirebbe: il Governo Necessario». Successivamente, da oggi stesso, «i lettori del manifesto potranno discutere questi “Discorsi alla Nazione”, per creare un testo che possa essere la base di una nuova rinascita».

 

MA LE INIZIATIVE VIRTUALI sono tantissime: dal lungo live di Roma Capitale (la sindaca Virginia Raggi ha cominciato già ieri le celebrazioni con la presidente della comunità ebraica romana Ruth Dureghello per rispetto dello Shabbat) alla diretta Fb della commemorazione del sindaco di Milano, Giuseppe Sala; dalla piattaforma online con storie, immagini e voci della Resistenza www.milanolibera.it, realizzata dall’ Istituto nazionale Ferruccio Parri e dall’Anpi, in collaborazione con il Comune di Milano, al «Bella ciao» collettivo organizzato dagli «Archivi della resistenza» o il concertone di «Materiali resistenti».

 

Non c’è spazio, non c’è attenzione, non ce n’è per i neofascisti e le estreme destre che tentano le solite provocazioni. C’è un’Italia da rimettere in piedi, la bussola per fortuna la abbiamo già, scritta nella Costituzione.

24/04/2020

Il Manifesto

Andrea Capocci

 

Coronavirus. Per il capo della protezione civile Borrelli «numeri confortanti». Tra i positivi, uomini e donne ora si equivalgono: 51,2% e 48,8%. Locatelli: scuole chiuse o il contagio riprende

 

Nella giornata di ieri sono state registrate 464 vittime di Covid-19, cioè 27 più del giorno precedente. Il numero dei nuovi casi nelle ultime 24 ore è di 2.646, oltre 700 in meno del giorno prima. In totale, i morti registrati dall’inizio dell’epidemia sono 25.549 e le persone positive 18.973. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, uomini e donne hanno contratto il virus in percentuali molto simili (51,2% e 48,8%). Nei primi giorni lo squilibrio era più netto e questo aveva fatto ritenere che per ragioni biologiche gli uomini fossero più suscettibili al coronavirus.

 

Secondo il capo della protezione civile Angelo Borrelli «i dati sono particolarmente confortanti: il numero di dimessi e guariti supera il numero di nuovi casi nel Paese». Ora ci sono meno di 107mila persone positive in isolamento domiciliare o ricoverate, e la cifra cala per il quarto giorno consecutivo. L’elevato numero sia dei deceduti che dei guariti ha liberato in un giorno quasi mille posti letto in ospedale, di cui 117 in terapia intensiva. Ora nei reparti per i pazienti gravi ci sono 2.267 persone. I posti di terapia intensiva in Italia sono poco più di cinquemila a regime, cioè escludendo i reparti creati durante l’emergenza che in gran parte verranno riconvertiti alla loro funzione originale quando l’epidemia lo consentirà.

 

IN LOMBARDIA E PIEMONTE, le regioni più colpite, si sono registrate 200 e 71 vittime rispettivamente, in linea con la media dei giorni scorsi. Ma non accenna a scendere il numero dei nuovi casi della Lombardia, ancora oltre il migliaio in 24 ore. Quasi dimezzate, da 784 a 401, le positività registrate in Piemonte.

 

Sono questi i dati comunicati alla conferenza stampa che ha tenuto ieri la Protezione Civile e a cui ha partecipato anche il presidente del Consiglio superiore di sanità e membro del Comitato tecnico scientifico Franco Locatelli. «L’indice di contagiosità, il famoso R, è oggi tra lo 0,5 e lo 0,7, tenendo conto delle differenze regionali», ha detto Locatelli, ricordando che la diffusione tende a esaurirsi quando R scende sotto il valore 1. All’inizio dell’epidemia R valeva 3, ma non è un calo naturale e irreversibile: è probabile che R torni a salire dopo il 4 maggio, sperabilmente entro il livello di guardia.

 

IL TIMORE SPINGE il Comitato a chiedere a Conte che le scuole rimangano chiuse fino a settembre. «Nei modelli sviluppati una riapertura delle scuole in concomitanza con il ripristino delle attività lavorative avrebbe comportato certamente l’andare oltre, e non di poco, il valore di 1 per l’indice di contagiosità. Abbiamo consegnato questa valutazione al Governo a cui spettano le decisioni».

 

La fine anticipata della scuola non potrà essere festeggiata a dovere da bambine e bambini, e rappresenterà un problema ulteriore per l’organizzazione familiare perché ai più piccoli saranno vietate anche le tipiche occupazioni estive: «scordiamoci i campi estivi e scordiamoci gli oratori, questo deve essere chiarissimo» ripete Locatelli rimettendo i panni professionali del pediatra.

 

COME MOLTI ALTRI ESPERTI, Locatelli è prudente sulla riapertura prevista fra dieci giorni. «La data del 4 maggio non è ‘liberi tutti’. Va considerata una gradualità». Gli spostamenti saranno limitati dai confini regionali, tenendo però conto che c’è chi deve attraversarli ogni giorno: «È chiaro che magari qualche piccola eccezione, per chi vive ai confini di una regione e lavora in quella limitrofa potrà essere largamente considerata e messa in conto».

 

La prudenza di Locatelli si estende ai test sierologici, che cercano gli anticorpi nel sangue e potrebbero dimostrare l’acquisizione dell’immunità al Covid-19 da parte dell’organismo. «L’eventuale presenza di anticorpi non necessariamente vuol dire immunità protettiva e soprattutto non sappiamo per quanto tempo perdura» spiega. «Un soggetto positivo domani mattina non è detto che rimanga tale a settembre».

21/04/2020

 

“I punti vendita Coop Unione Amiatina chiusi la domenica per sostenere il generoso sforzo dei lavoratori”. Così recitava il comunicato pubblicato dal Presidente il 13 Marzo scorso, annunciando la chiusura di tutti gli esercizi commerciali nelle domeniche successive, dal 15 Marzo e per tutta la durata dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19.

 

Cosa sia successo negli ultimi giorni non è dato sapere: forse che lo sforzo dei lavoratori non sia più ritenuto così “generoso”, o che gli incrementi di utile (valutati da più parti nell’ordine del 15-20% rispetto ai periodi pre-crisi) non siano più considerati sufficienti, fatto sta che lo stesso Presidente ha ritirato in tutta fretta la decisione già assunta, e valutata molto positivamente da parte dei lavoratori, disponendo la riapertura dei negozi per Domenica 26 Aprile.

 

Come Partito della Rifondazione Comunista riteniamo assolutamente inaccettabile che le più basse motivazioni economiche siano alla base di un tale provvedimento: il lavoro domenicale è qualcosa di abnorme e fuori dalle regole in periodi “normali”, figuriamoci in questo momento in cui la salute stessa dei lavoratori è messa a rischio ogni giorno, tanto che le autorità raccomandano di recarsi presso gli esercizi commerciali una o al massimo due volte a settimana. Ed infatti non può avere alcuna giustificazione il fatto che il 25 Aprile i negozi siano chiusi!

 

Per non parlare dell’immagine e del ruolo della Coop, ed in particolare dell’Unione Amiatina, nella vita sociale del nostro territorio, portatrice di idealità e di rapporti umani consolidati e fecondi, fra i lavoratori, i cittadini e la stessa dirigenza, che non possono e non devono essere sacrificati o messi in discussione dalle perverse leggi del mercato.

 

Chiediamo quindi con forza che il Presidente riveda la sua ultima decisione e si riaffermi il principio secondo cui la domenica i negozi restano chiusi, tanto più in questo momento, a salvaguardia della salute e del benessere psicofisico dei lavoratori.

19/04/2020

da Valori

Di Andrea Barolini

 

Da anni si moltiplicano gli avvertimenti degli scienziati su una possibile pandemia. Il coronavirus risponde ad una precisa descrizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

 

Deforestazione, distruzione di ecosistemi, sconvolgimento di equilibri naturali. Il nostro modello di sviluppo non soltanto è strettamente legato, ma poggia interamente (o quasi) le proprie basi su un fattore: l’insostenibilità. Insostenibile, infatti, è l’inquinamento che produciamo con le nostre industrie, responsabile di milioni di morti ogni anno. Insostenibili sono le emissioni di gas ad effetto serraGas che compongono l’atmosfera terrestre. Trasparenti alla radiazione solare, trattengono la radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre, dall'atmosfera, dalle nuvole.Approfondisci che disperdiamo nell’atmosfera e che stanno producendo una devastante crisi climatica. Insostenibile è lo sfruttamento indiscriminato del suolo per la cementificazione, l’agricoltura intensiva, gli allevamenti da migliaia di animali.

 

«Abbiamo creato le condizioni ideali per la trasmissione dei virus da animali a esseri umani»

 

La conferma – l’ennesima dopo numerosi studi, tra i quali uno coordinato dall’università Sapienza di Roma – è arrivata da un’accurata analisi dell’università della California. La cui Scuola veterinaria ha studiato 142 casi di “zoonosi”, ovvero trasmissioni di patologie dalla fauna (principalmente selvatica) all’uomo. Concludendo che nel 75,8% dei casi, i virus individuati nell’uomo provenivano da animali. In particolare roditori, scimmie e pipistrelli.

 

«I nostri dati – ha spiegato all’agenzia Afp Christine Johnson, direttrice dello studio – mostrano il modo in cui lo sfruttamento della fauna selvatica e degli habitat naturali rappresentano la bare delle zoonosi. Il che ci espone anche a malattie emergenti». La sua analisi è stata effettuata prima della comparsa del coronavirus attuale, il SARS-CoV-2, responsabile del Covid-19. Che, secondo la stessa Johnson, potrebbe essere stato veicolato da una particolare specie di pipistrelli.

 

Già nel 2016 l’UNEP lanciava l’allarme sulle zoonosi

 

«L’essere umano – ha aggiunto la studiosa – modifica i territori con la deforestazione, la conversione delle terre a scopo agricolo, o per gli allevamenti, o ancora per costruire. Ciò aumenta la frequenza e l’intensità degli incontri tra esseri umani e fauna selvatica. E crea così le condizioni ideali per i contagi».

 

Già nel 2016, d’altra parte, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) spiegava che il 60% delle malattie infettive nell’uomo è di origine animale. Quota che sale al 75% nel caso delle patologie emergenti. Il tutto ha comportato un costo diretto, negli ultimi due decenni, di 100 miliardi di dollari. Calcolo che non tiene conto, ovviamente, della pandemia attuale.

 

«Invadiamo le foreste tropicali e altri luoghi selvaggi che ospitano specie animali e vegetali e, assieme ad esse, numerosi virus sconosciuti. Perturbiamo gli ecosistemi, facendo sì che quei virus cerchino nuovi organismi che, spesso, sono i nostri. Quelli degli esseri umani», ha confermato sulle colonne del New York Times David Quammen, giornalista scientifico americano autore nel 2012 del saggio “Spillover. Animal Infections and the Next Human Pandemic” (“Straripamento. Le infezioni animali e la prossima pandemia umana”).

 

Il coronavirus è la “malattia X” di cui parlava l’OMS nel 2018

 

A distanza di otto anni, il reporter spiega: «Quando lavoravo al mio libro, gli esperti mi descrivevano esattamente già ciò che sta accadendo oggi». D’altra parte, già nel 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva inserito una “malattia X” nella lista delle patologie che rappresentano un «pericolo internazionale». Peter Daszak partecipò alle discussioni in seno all’OMS. Oggi, parlando al quotidiano francese Le Monde, ricorda: «All’epoca indicammo che la “malattia X” sarebbe stata probabilmente di origine animale. E che sarebbe emersa in qualche luogo della Terra in cui lo sviluppo economico ha avvicinato uomini e fauna».

 

Più in generale, infatti, se il numero di persone colpite da malattie infettive è calato negli ultimi 80 anni, le epidemie sono al contrario aumentate dal 1940 ad oggi. Uno studio del 2008, diretto dalla ricercatrice britannica Kate Jones, ha identificato 335 malattie infettive emergenti comparse tra il 1940 e il 2004. Il 60% di esse originava da zoonosi. È il caso del virus Marburg, comparso in Germania nel 1967. Di Ebola, individuata per la prima volta nel 1976 nello Zaire. Dell’Aids, scoperto nel 1981 negli Stati Uniti. Di Hendra, identificata in Australia nel 1994. E della SARS, che ha colpito la Cina nel 2002, così come del coronavirus del Medio Oriente (MERS-CoV), individuato nel 2012 in Arabia Saudita.

 

Il caso del virus Nipah in Malesia nel 1998

L’incremento, secondo la FAO, coincide con l’accelerazione della deforestazione negli ultimi decenni. In 40 anni sono scomparsi infatti 250 milioni di ettari. Il caso del virus Nipah, propagatosi in Malesia nel 1998, è emblematico. Inizialmente, era confinato in alcune specie di pipistrelli che si nutrono di frutta, nel Nord del Paese asiatico. Almeno finché nella zona aprirono allevamenti industriali di suini.

 

Le aziende piantarono anche dei manghi, per garantirsi entrate supplementari. Cacciati così dalle foreste nelle quali vivevano, i pipistrelli si sono accasati sui manghi, beccandone i frutti. A terra lasciavano saliva e escrementi infetti che i maiali hanno mangiato. Così, il virus si è propagato da un allevamento all’altro. Fino a contagiare l’uomo. Provocando centinaia di casi di encefalite nella regione.

 

In quel caso, l’epidemia fu fortunatamente circoscritta. A differenza di quanto accaduto oggi con il coronavirus. «Immaginavamo – ha concluso Peter Daszak, presidente dell’associazione americana EcoHealth Alliance – che la “malattia X” si sarebbe diffusa rapidamente e silenziosamente, sfruttando la globalizzazione commerciale e dei viaggiatori. Ritenemmo che avrebbe colpito numerosi Paesi e che sarebbe stata difficile da contenere». Oggi possiamo affermare che il Covid-19 è la “malattia X”.

 

18/04/2020

da il manifesto

Roberto Maggioni

 

Strage nelle residenze per anziani, Fontana scarica le responsabilità sui tecnici.

Lombardia. Malati di Covid nelle case di cura? Per il presidente «il controllo spettava alle aziende sanitarie»

 

«Abbiamo fatto una delibera che è stata proposta dai nostri tecnici. Ci hanno detto che a determinate condizioni la cosa si poteva fare. Noi ci siamo adeguati». La politica che si adegua, questo vorrebbe farci credere il presidente lombardo Attilio Fontana che ieri mattina in tv ha scaricato su non meglio precisati tecnici e dipendenti regionali la responsabilità di aver mandato i pazienti Covid dagli ospedali alle Rsa lombarde. Uno scaricabarile che arriva nel pieno delle inchieste giudiziarie sulla strage nelle case di riposo lombarde.

 

LA FIRMA DELLA DELIBERA dell’8 marzo che ha aperto le porte delle Rsa ai pazienti Covid positivi è di Fontana e della sua giunta, a partire dall’assessore alla Sanità Gallera. «Su proposta dell’assessore Giulio Gallera» è scritto nell’incipit della delibera. Che la politica prenda decisioni sentendo i tecnici è nella prassi, assumendosene però la responsabilità pubblica. Le parole di Fontana sono uno scaricabarile vergognoso per chi governa, e diventano ciniche e crudeli nella regione che più d’ogni altra non ha saputo arginare la diffusione del coronavirus. Ciniche perché da bravo avvocato quale Fontana è, utilizza tecnicismi buoni in tribunale ma inaccettabili in politica. Crudeli perché aumentano la distanza tra chi governa e le vittime, lasciate nello sconforto da una politica che prima non è stata capace di prendersi cura dei loro cari e ora è incapace di relazionarsi al dolore. Nella sua apparizione tv Fontana scarica anche la responsabilità dei controlli nelle Rsa, «è dell’Ats – l’Azienda Territoriale Sanitaria – che si è recata sul posto e ha verificato se ci fossero le condizioni o meno». Anche queste sembrano parole pronunciato da un avvocato in tribunale.

 

Ovviamente non è il presidente della giunta a dover andare a controllare di persona, ma se qualcosa non sta funzionando, ed è questo il caso, deve intervenire con tutto lo sforzo materiale necessario. La Regione Lombardia non lo ha fatto, dalle Rsa operatori e personale medico hanno raccontato dell’assenza di dispositivi di protezione, di indicazioni non chiare, di mancata assistenza logistica e mancato supporto medico.

 

Fontana però rifarebbe tutto: «Sulle Rsa credo proprio che non abbiamo assolutamente sbagliato niente» ha detto al Tgr Lombardia. «L’Ats doveva controllare le condizioni delle delibere, ossia l’isolamento in singoli reparti e dipendenti dedicati esclusivamente a quei pazienti e, sulla base delle risultanze tecniche, abbiamo portato avanti il provvedimento». Lo rifareste? «Certamente, in quel periodo drammatico che stavamo vivendo».

 

NELLE RSA LOMBARDE si è consumata una strage, 1.822 i morti ufficiali, quelli reali sarebbero almeno il triplo. Nella sola provincia di Bergamo i decessi nelle Rsa sono stati circa 1.500 secondo la Cgil che ha raccolto i numeri struttura per struttura. La Lombardia ha il 12% dei morti totali nel mondo per Covid secondo l’Oms. Con la delibera dell’8 marzo la giunta lombarda chiedeva alle Rsa di ospitare Covid positivi dimessi dagli ospedali per liberare posti letto. Non era un obbligo e veniva chiesto alle strutture di isolare i pazienti Covid dagli altri.

 

E ci mancherebbe altro. Ma è così, dicono gli ispettori del ministero della Salute che stanno indagando su quanto accaduto al Pio Albergo Trivulzio, che il Pat è diventato un focolaio della strage silenziosa, perché la Lombardia ha violato le disposizioni nazionali che chiedevano di non far entrare nuovi ospiti nelle Rsa. «Le disposizioni prevedevano che non entrassero dall’esterno possibili soggetti contagiati» ha confermato la sottosegretaria alla salute Sandra Zampa. E se c’è una cosa, una, su cui tutti sono d’accordo dall’inizio è proprio che gli anziani sono i soggetti più a rischio e da tutelare maggiormente. Può essere stato consigliato male Fontana, ma la responsabilità politica delle scelte è sua.

 

QUELLO DELLE RSA è anche un sistema economico. A chi ha accolto pazienti Covid la Regione ha pagato una retta da 150 euro al giorno, una cifra più alta di quanto pagano mediamente i familiari, tra i 70 e i 90 euro. Enti privati le Rsa, ma accreditati, inseriti nel sistema sanitario regionale e spesso, come nel caso del Trivulzio, controllati dalla politica. Secondo il rapporto annuale dei pensionati della Cisl Lombardia «la Regione non versa la quota sanitaria prevista per legge che dovrebbe essere pari al 50% della retta totale» dice Emilio Didonè, segretario regionale della Fnp Cisl Lombardia. «Così le rette per le famiglie sono sempre più care». In alcuni casi, come all’Auxologico di Milano, si arriva anche a 3 mila euro al mese.

Roberto Zanini

 

Biografie militanti. La sua è stata una vita rocambolesca, intrisa di politica. Entrato nel Partito socialista cileno, con il golpe del '73 fu arrestato e torturato, fino all'esilio ottenuto da Amnesty International. Nel '78 si unì alle Brigate internazionali Simon Bolivar in Nicaragua e poi, negli anni a seguire, diventerà lo scrittore acclamato che tutti conoscono.

 

«Il bastardo non vale un minuto del mio tempo». Manuel Contreras era stato il capo della Dina, la Gestapo cilena, era stato l’uomo che l’aveva fatto gettare in cella e consegnato ai torturatori. Ed era finalmente morto, a 86 anni, con un’immonda quantità di omicidi e una modica quantità di condanne sulle spalle. Ma c’era il sole, la griglia bollente, la birra gelata, e su tutto incombeva un appetito cileno. «Vaffanculo anche Contreras». Niente pezzo, niente intervista. In sottofondo, rumore di bistecca che cominciava a sfrigolare. Era l’agosto del 2015

 

LUIS SEPÚLVEDA era questo, un cantastorie da combattimento, e le battaglie erano tante, quelle vecchie, quelle nuove e soprattutto le prossime: perché agitarsi per un vecchio macellaio carico d’anni e di peccati? La Storia gli era già passata sopra, asfaltando la strada di un nuovo Cile solo poco meno esecrabile di quello vecchio. Quel vecchio Cile che aveva assorbito, travolto e infine lanciato nel mondo il nipotino di un anarchico andaluso che per scampare alla garrota si era rifugiato a Valparaiso. Nonno Gerardo è stato l’inizio di una traiettoria convulsa, complicata e bellissima fatta di viaggi, libri e fucilate. Un’avventura di mille protagonisti e di uno solo: Luis Sepúlveda stesso. Il suo personaggio migliore.

 

L’avventura si è fermata ieri, in Spagna. Il Covid-19 ci ha messo oltre 50 giorni a ucciderlo. Se l’era preso in Portogallo, a un festival letterario. Alla clinica di Guijon perdono due giorni prima di fargli la lastra che spaventa i medici: ambulanza fino a Oviedo, ricovero, isolamento, tampone. Il 29 febbraio Luis entra sulle sue gambe nell’Hospital central universitario de Asturias. Non ne uscirà vivo. Ad aiutare il virus, una polmonite sofferta l’anno prima a Pordenone – altro festival letterario – e poi 70 anni compiuti, molti chilometri percorsi, moltissime sigarette. Ieri mattina, quando ha chiuso gli occhi, il Covid-19 non era più nel suo corpo. Negativo al test. Ma il danno era stato fatto.

 

SEBBENE AUTORE da milioni di copie (oltre 9 milioni solo in Italia), su Luis Sepúlveda non esistono saggi, quindi nemmeno biografie più attendibili dei suoi stessi racconti. La vita del cileno errante era iniziata nel ’49 a Ovalle, nel centro-nord del Cile. Al nonno anarchico si contrapponeva il padre comunista, l’uno inseguito dai franchisti e l’altro dal suocero possidente che per sua figlia voleva di meglio dello squattrinato gagliego che se l’era presa.

 

Tutto inutile: Luis senior e Irma Calfucura hanno un bambino, Luis Sepúlveda Calfucura, mezzo spagnolo e mezzo indio mapuche, allevato dal nonno e dallo zio – anarchico incallito pure lui – con un’accorta miscela di Salgari, Melville, Cervantes e regolari pisciate notturne sui gradini della chiesa del quartiere. Precoce autore di poesie sul giornalino della scuola e di favolosi racconti erotici venduti ai compagni, a vent’anni vince il premio Casa de Las Americas per il suo primo libro, i racconti Cronicas de Pedro Nadie, e una borsa di studio quinquennale per l’università Lomonosov di Mosca, quello della nomenklatura.

 

A Mosca viene espulso quasi subito (dissidenza? flirt con la moglie di un docente?), così come dalla dogmatica Gioventù comunista cilena. E così entra nel Partito socialista cileno: con il golpe del ’73, quelli del «Gruppo Amici del Presidente» che non morirono nella Moneda bombardata da Pinochet saranno arrestati e così Luis, che racconterà della cella minuscola e delle unghie strappate, del secondo arresto e dei due anni e mezzo di carcere fino all’esilio ottenuto da Amnesty International. Esce dal Cile su un aereo diretto in Svezia, ma al primo scalo – a Buenos Aires – se la squaglia.

 

I SUCCESSIVI DIECI ANNI sono quelli di un avventuriero di sinistra, sempre sconfitto ma mai vinto (con un’eccezione: il Nicaragua), che campa con il giornalismo e pratica la letteratura. Dall’Argentina va in Brasile e poi in Paraguay, mentre un paese dopo l’altro l’America latina soffoca nelle spire del Plan Condor e dei colpi di stato di destra. A Quito, in Ecuador, si unisce a una spedizione dell’Unesco presso gli indios suhar, quei mesi nell’Amazzonia ecuadoriana saranno alla base del primo vero grande libro, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore.

 

Nel 1978 si unisce alle Brigate internazionali Simon Bolivar in Nicaragua: «Iniziammo in mille e pochi mesi dopo eravamo la metà», racconterà. È una vittoria, la sola: i sandinisti entrano a Managua e lui si trasferisce in Europa, a Amburgo, dove conosce Greenpeace e per cinque anni farà parte di un equipaggio. Finché nel 1989 Il vecchio che leggeva romanzi d’amore viene pubblicato (in Italia nel 1993) e fa di lui uno scrittore.

 

A FINE ANNI 80 potrebbe tornare in Cile ma è un tentativo che fallisce rapidamente. Gira l’Europa in camper e si ferma a Guijon, nelle Asturie: Spagna del nord, modernismo su piccola scala, una Barcellona gracile con un clima atroce diviso tra pioggerellina, pioggia e forte pioggia. Eppure. Il giramondo si ferma a Guijon, si sposa di nuovo con la stessa donna che aveva sposato in Cile, la poetessa Carmen Yanez, e finalmente scrive e basta. Nel 1997 arriva al manifesto. «Voglio essere quello che era Soriano, vi interessa?». Osvaldo Soriano era morto da qualche mese e questo cileno da battaglia voleva raccoglierne il testimone. Aveva pubblicato da poco la Storia della gabbianella, era appena uscito il Diario di un killer sentimentale. Ci interessava eccome.

15/04/2020

da Il Manifesto

Roberto Maggioni

 

Smascherato. In tilt la gestione del coronavirus da parte dell’assessorato alla sanità. Una petizione di «Milano 2030» chiede la verità sui contagi

 

Commissariare la sanità lombarda. Più che un appello è quasi un grido di disperazione quello dei lombardi che stanno firmando la petizione online lanciata dalla rete di associazioni e partiti «Milano 2030».

 

In poche ore sono arrivate oltre 10mila firme per chiedere la nomina di un commissario per la sanità regionale che cambi la strategia lombarda per arginare la diffusione del coronavirus. In questi giorni nelle conversazioni telefoniche di qualsiasi lombardo c’è una domanda ricorrente: perché se siamo chiusi in casa da 40 giorni i nuovi contagi giornalieri continuano ad essere così alti? Chi sono i nuovi contagiati? Quanti anni hanno? Dove si sono infettati? L’assessore alla sanità Giulio Gallera ha infelicemente puntato il dito contro i bambini che giocano nei cortili e le troppe persone ancora in giro, ma la realtà raccontata dai dati sui controlli in strada è diversa.

 

SULLE 10 MILA PERSONE fermate mediamente ogni giorno a Milano il 95% è in regola con i permessi. Se l’assessore Gallera è in possesso di dati qualitativi sui nuovi contagiati dovrebbe condividerli con i cittadini che si stanno chiedendo, isolati nelle proprie case, cosa stiano facendo di sbagliato al quarantesimo giorno lockdown.

 

«La gestione della sanità lombarda è stata la miglior alleata del Covid-19» sostiene Vittorio Agnoletto, medico del lavoro, attivista, tra i promotori della petizione online insieme a Costituzione Beni Comuni, Medicina Democratica, Milano In Comune, Possibile, Rifondazione, Sinistra Italiana, diverse associazioni, e sostenuta anche da esponenti del Pd come l’eurodeputato Pierfrancesco Majorino. «Sono totalmente d’accordo con l’idea di mettere un commissario straordinario in Regione Lombardia sul tema della Sanità» ha scritto Majorino su Facebook. «Fontana e Gallera non ce la fanno».

 

L’ANALISI che molti fanno è che la sanità lombarda non è stata in grado di arginare la diffusione del virus perché da anni ha introiettato al suo interno l’impostazione della sanità privata e perché in questo mese e mezzo sono stati commessi diversi errori. «La sanità privata è disinteressata alla prevenzione e si concentra sulla cura, quella pubblica cerca di prevenire anche per alleggerire i costi pubblici» spiega Agnoletto. «In Lombardia non c’è più una cultura della prevenzione e della sanità pubblica».

 

Nella crisi del coronavirus la prima linea rappresentata dai medici di base è stata lasciata sola, senza indicazioni precise e soprattutto senza sistemi di protezione. «Ricordo il 4 marzo quando la Regione ci ha chiamati per la prima volta per consegnarci mascherine e guanti» racconta un medico di famiglia milanese. «Erano già in ritardo perché erano già passati 15 giorni dalla scoperta del primo caso a Codogno, la beffa è stata che le mascherine erano insufficienti per tutti».

 

Travolti i medici di base, il virus è finito in ospedale e il mondo ospedaliero ha dovuto lavorare senza l’argine della medicina territoriale che avrebbe invece potuto alleggerire il carico sugli ospedali. «Il virus non è stato inseguito, non c’è stata una strategia sui tamponi, non è stata fatta sorveglianza sanitaria» dice ancora Vittorio Agnoletto.

 

OGGI A MILANO sono in tanti ad avere uno o più sintomatici in casa. Persone a cui non viene fatto il tampone e che a breve potrebbero essere richiamate a lavorare. Metà delle fabbriche lombarde, come raccontato su queste pagine, sta già lavorando. Presto potrebbero arrivare gli altri. Per convivere col virus si dovrà fare attenzione alle persone in quarantena.

 

A Milano l’hotel Michelangelo messo a disposizione dal Comune viene utilizzato a metà dalla Regione Lombardia. «Attualmente ospitiamo 102 persone su quasi 300 posti» hanno spiegato gli assessori milanesi Maran e Tajani. «Ne ospitiamo 102 perché non ce ne mandano di più e viene da chiedersi se davvero non esista una domanda superiore».

 

Non solo le petizioni online, ieri 104 sindaci dell’area milanese, tra cui quello di Milano Giuseppe Sala, hanno mandato una lettera critica ai vertici della sanità lombarda chiedendo controlli per chi sta completando la quarantena e dovrà rientrare al lavoro e più assistenza domiciliare tramite le Unità mediche speciali di Continuità assistenziale.

Roberto Pietrobon

da Il manifesto

 

Solidarietà internazionale. Lavoreranno nell’ospedale da campo alle Officine grandi riparazioni

 

Ieri mattina, intorno alle 9.30, presso l’aeroporto torinese «Sandro Pertini» di Caselle è atterrata la nuova brigata di sanitari cubani: 21 medici, 16 infermieri e un logista che supporteranno le attività dell’ospedale da campo alle Ogr (Officine grandi riparazioni) che è in via di allestimento per l’emergenza Covid-19.

Dopo l’arrivo della prima brigata «Henry Revee» il 22 marzo scorso in Lombardia per operare presso l’ospedale di Crema, la solidarietà del Paese caraibico sbarca nel capoluogo piemontese dove la situazione dei ricoveri e dei decessi legati al coronavirus consegna, ogni giorno, numeri inquietanti.

 

L’iniziativa si è avvalsa di una variegata rete di attori istituzionali, economici e politici: oltre alla Regione, il Ministero della Salute, la Città di Torino ma anche la «Lavazza» e la Fondazione «Specchio dei tempi», che hanno sostenuto i costi del viaggio. La richiesta ufficiale è partita dal governatore del Piemonte Alberto Cirio che ha attivato, su stimolo del consigliere regionale Marco Grimaldi e dell’Agenzia per lo scambio culturale ed economico con Cuba (Aicec), tutti i canali diplomatici per far arrivare sotto la Mole questa nuova delegazione.

 

Ad accogliere il personale sanitario cubano, ieri a Torino, c’era l’ambasciatore José Carlos Rodríguez Ruiz che ha commentato: «Cuba ritiene indispensabile contribuire al necessario aumento della solidarietà, della collaborazione internazionale e degli sforzi congiunti a livello globale per risolvere al più presto la sfida enorme che questa pandemia impone. La solidarietà salva vite». «Siamo particolarmente lieti di essere qui, considerata l’amicizia per l’Italia e per il Piemonte; la nostra brigata sanitaria arriva con molta umiltà a sostenere lo sforzo enorme che state facendo.

 

È tutto quanto Cuba può offrire», ha concluso l’ambasciatore. Il Presidente Cirio ha voluto ringraziare il governo cubano «ma», ha aggiunto, «grazie soprattutto a questi medici e infermieri che, volontariamente, vengono a curare persone che non conoscono, che non hanno mai visto. Un bel momento di altruismo che spero lasci un insegnamento grande per il nostro futuro». Ringraziamenti ai quali si è unita la sindaca Chiara Appendino, presente anche lei all’aeroporto «Sandro Pertini».

 

Il personale sanitario cubano composto da epidemiologi, anestesisti, rianimatori, medici di medicina generale e infermieri specializzati in terapia intensiva è stato subito sottoposto a tampone ma, da oggi, verrà impiegato negli ospedali torinesi, per essere poi trasferito al Centro Covid delle Ogr, la più antica officina ferroviaria italiana, costruita a metà ‘800, riqualificata negli ultimi dieci anni e trasformata in un polo per la creatività e l’innovazione e tra poco luogo per la gestione dell’emergenza sanitaria.

 

L’idea di cooperazione sanitaria con Cuba era nata ai primi di marzo, con l’inizio del diffondersi del virus, dopo che l’Associazione di Amicizia Italia-Cuba aveva scritto una lettera aperta al ministro della Salute Roberto Speranza proponendo di richiedere al governo caraibico l’invio di personale specializzato, vista l’alta professionalità dimostrata in Africa contro l’Ebola e in altre situazioni di crisi.

12/04/2020

da il manifesto

Luca Kocci

 

Migranti. Il pontefice risponde a una lettera di Luca Casarini, capomissione della ong dei centri sociali. Che replica: sono commosso e affascinato

 

«Luca, caro fratello, sono vicino a te e ai tuoi compagni. Grazie per tutto quello che fate». Sono le parole che papa Francesco ha scritto di suo pugno e inviato a Luca Casarini, già leader delle Tute bianche e dei Disobbedienti, oggi capomissione di Mediterranea, la piattaforma di realtà della società civile che, attraverso la nave «Mare Jonio», soccorre i migranti nel mar Mediterraneo.

 

GIOVEDÌ scorso lo stesso Casarini aveva scritto una lunga lettera al pontefice. «Era una lettera molto personale, volevo ringraziarlo perché la sua preghiera solitaria in mezzo a piazza San Pietro vuota ha smosso in me diverse riflessioni», spiega Casarini al manifesto. «In particolare quelle parole “nessuno si salva da solo”, che è anche uno degli slogan di Mediterranea quando ci troviamo in mezzo al mare. Non immaginavo che mi rispondesse. Penso di essere stato un tramite, credo che volesse dare un segnale a Mediterranea e a tutti quelli che soccorrono i migranti in mare. Alcuni compagni e compagne storcono il naso perché c’è di mezzo la Chiesa. Ma io sono affascinato dalla figura rivoluzionaria, umanissima e trascendente, di Gesù. Mi pare che Bergoglio voglia ricordarci questo, e non sempre nella Chiesa è stato così».

 

IERI È ARRIVATA LA BREVE risposta di Francesco: «Luca, caro fratello, grazie tante per la tua lettera. Grazie per la pietà umana che hai davanti a tanti dolori. Grazie per la tua testimonianza, che a me fa tanto bene. Sono vicino a te a ai tuoi compagni. Grazie per tutto quello che fate. Vorrei dirvi che sono a disposizione per dare una mano sempre. Contate su di me».

 

NON È LA PRIMA VOLTA che il pontefice ha dei contatti con Mediterranea che, pur essendo un’organizzazione laica, è sostenuta anche da parrocchie e comunità di base. Nel luglio dello scorso anno, alla messa in Vaticano per ricordare il sesto anniversario del suo viaggio a Lampedusa – il primo viaggio di Francesco da poco eletto papa – c’era anche una delegazione dell’organizzazione umanitaria, con don Mattia Ferrari, il viceparroco di Nonantola (Mo) che ha partecipato ad alcune missioni della «Mare Ionio». E a dicembre, incontrando in Vaticano 33 profughi arrivati da Lesbo attraverso un corridoio umanitario e accolti dalla Santa sede in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio, Bergoglio ha fatto installare davanti al Palazzo apostolico una croce che «indossa» un giubbotto di salvataggio di un naufrago, recuperato in mare e donato al papa proprio da Mediterranea.

 

«SONO GRATO A FRANCESCO perché ci sostiene – prosegue Casarini –. Ed è scomodo mettersi dalla parte dei migranti. Attraverso i migranti, che non sono persone che stanno ai margini ma alla frontiera, e sono sempre in procinto di essere respinti e riportati indietro, noi vediamo l’umano. Attraverso la loro storia, la loro sofferenza, i loro desideri e i loro sogni, noi vediamo la vera potenza dell’umano, che non è quella dei banchieri, ma di chi si mette in viaggio e affronta il deserto e il mare. Oggi, con la pandemia, ci troviamo in un territorio incerto, che apre tutte le possibilità, positive e negative: non è scontato quello che accadrà, non è scontata la risposta che diamo o l’idea che abbiamo del mondo che verrà». Se la «Mare Jonio» è ancorata a Licata in attesa di poter ripartire quando cesserà il lockdown, c’è un’altra nave, la «Alan Kurdi», della ong tedesca Sea-Eye, che vaga nel Mediterrano con 149 naufraghi a bordo e punta verso la Sicilia, dove le è stato vietato l’attracco perché, a causa dell’epidemia di Covid-19, i porti italiani, per decreto del governo, non sono più «porti sicuri».

 

«RIMANGO SBIGOTTITO da tale decisione», dice il missionario comboniano Alex Zanotelli. «È criminale rifiutarsi di accogliere rifugiati che fuggono dalla Libia dove sono imprigionati in lager e torturati. Hanno diritto di essere accolti come rifugiati. Questo decreto è contro le leggi e le convenzioni internazionali. Siamo tornati alla politica di Salvini? È questa la nostra umanità? È possibile che il coronavirus non ci abbia insegnato che siamo sulla stessa barca?».

 

INTANTO, DAL VATICANO, arriva un’altra notizia. L’elemosiniere pontificio cardinale Konrad Krajewski, quello che riattaccò «abusivamente» l’energia elettrica allo Spin Time occupato di Roma, ha inviato un bonifico di ventimila euro a don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro (Pt) che accoglie in chiesa oltre duecento giovani migranti africani, in passato pesantemente attaccato da Salvini e dai fascisti di Forza Nuova. Qualche settimana fa il sindaco di Pistoia Alessandro Tomasi (Fratelli d’Italia) aveva minacciato di «svuotare Vicofaro» per prevenire la diffusione del coronavirus a Pistoia. Quanti positivi ci sono fra i migranti di Vicofaro? Zero.

 

 

Andrea Colombo

da il manifesto

 

James Bond. Il premier: «L’Italia non è interessata alla nuova linea di credito. Sugli eurobond andremo fino in fondo». E attacca Salvini e Meloni

 

«L’Italia non è interessata alla nuova linea di credito del Mes». Tassativo il premier Giuseppe Conte chiude la questione, dopo quasi 24 ore di attacchi furibondi da parte delle opposizioni, con Giorgia Meloni che parlava di «alto tradimento» e Matteo Salvini che prometteva una mozione di sfiducia. Un Conte furibondo, pronto a muovere un attacco senza precedenti contro i leader dell’opposizione, chiamandoli per nome e cognome, accusandoli di «far male all’Italia e danneggiarci nella trattativa con le loro menzogne». E «se il Mes è una trappola per l’Italia», come l’aveva definita sorella Giorgia, è bene ricordare che a votare quella trappola è stato un parlamento di cui anche la leader di Fratelli d’Italia faceva parte.

 

PROPRIO L’ESTREMA durezza, inaudita nella storia politica italiana recente, con cui si rivolge a Salvini e Meloni rivela quanto Conte sia consapevole di non poter lasciare spazi di ambiguità intorno alla vicenda del Mes, sia perché in caso contrario la maggioranza, con i 5 Stelle sul sentiero di guerra, esploderebbe, sia perché l’impopolarità dell’ex Fondo salvastati in Italia è massima.

 

Tutto quello che concede a Roberto Gualtieri, pur assicurando che l’accordo con il ministro dell’Economia è perfetto, è riconoscere che nel Mes «c’è una nuova linea di credito» e anche questa formula era costata una lunga e a tratti accesa discussione nella lunghissima riunione con i capidelegazione al governo prolungatasi per ore. A Luigi Di Maio anche questo pareva troppo. Ma se l’Italia si è battuta per un Mes attenuato è stato solo perché alcuni Paesi sono interessati, giura alludendo a Spagna e Malta. Non certo l’Italia, che considera lo strumento del tutto inadeguato.

 

CONTE NON SI FERMA QUI. Conferma che la battaglia per gli eurobond, che stavolta il premier, particolare significativo, chiama più volte con il loro nome, senza perifrasi, è tutt’altro che persa o conclusa: «La risposta dell’Europa o è ambiziosa o non è. Serviranno 1500 miliardi. Serve un fondo da finanziare con una vera condivisione economica degli sforzi: gli eurobond. Serve una potenza di fuoco commisurata a un’economia di guerra perché se i fondi arrivassero ma tardi non servirebbero più e non basterebbero. È una trattativa durissima: la condurremo fino in fondo». Significa che «io non firmerò niente senza che ci siano strumenti adeguati».

 

Il diplomatico avvocato abituato a non bruciarsi mai i ponti alle spalle stavolta lo ha invece fatto. Sia nei confronti dell’opposizione che della Ue ha usato toni e pronunciato parole che non permettono retromarce. Il 23 aprile, quando si riunirà il consiglio europeo, dovrà strappare un impegno solido e non fatto solo di vaghezze sul Fondo comune europeo. E in casa sa di dover d’ora in poi affrontare un’opposizione imbestialita: «Usare la tv di Stato per fare comizi contro l’opposizione è roba da regime», ha twittato ieri Matteo Salvini, dopo aver dichiarato morta ogni possibilità di dialogo col governo anche in fase d’emergenza, rivolgendosi direttamente al capo dello Stato: «La pazienza è finita».

 

IN PARTE IL PREMIER non poteva fare altro e l’uomo dà regolarmente il meglio quando si trova con le spalle al muro. Già dalla notte il tam tam dei 5S era diventato sempre più assordante, massacrando ogni velleità di chiedere il prestito del Mes, anzi escludendo quell’eventualità, per bocca dello stesso reggente Vito Crimi, senza neppure consultare il presidente del consiglio.

 

Lo stesso Gualtieri aveva di molto stemperato l’entusiasmo notturno: «È stato un ottimo primo tempo ma certo ora si tratta di vincere la partita». Conte aveva anticipato la sua scelta già dal mattino: «Sul Mes il governo non ha cambiato idea». Accettare l’accordo proposto dall’eurogruppo e chiedere il prestito del Mes avrebbe comportato la fine del governo, anche se l’atto di morte sarebbe stato firmato solo a emergenza finita.

 

Ma non c’è solo il calcolo politico dietro la crociata di Giuseppe Conte, né solo la necessità di non lasciare una facile bandiera a Salvini. La proposta dell’eurogruppo è per Roma davvero inaccettabile. Nelle condizioni date, con l’economia in ginocchio e la tenuta sui mercati salvaguardata solo dai continui interventi della Bce, significherebbe esporsi a una fatale e gelida ventata di austerità imposta subito dopo la fine della crisi sanitaria.

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