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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

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20.01.2021

da Il Manifesto

Norma Rangeri

 

Crisi di governo. Certamente i governi si fanno in Parlamento, solo deputati e senatori hanno la responsabilità di questa scelta. Ma è altrettanto evidente che la crisi dei partiti, e quella del Paese, non si risolve con un senatore in più e neppure con la camicia di forza di sistemi elettorali maggioritari.

 

L’idea di vaccinare il ricco Nord e lasciare indietro i cittadini del povero Sud, cioè di curare il virus, guardando al portafoglio, avanzata dalla neo assessora alla sanità della Lombardia, Letizia Moratti, arriva giusto nel giorno del voto di fiducia del Parlamento al governo. Offrendo così una ragione in più per preferire una sofferta fiducia a una sonora sconfitta, a una crisi conclamata per poi spianare la strada a un governo con le destre, comunque vestito.

 

Ora si apre una nuova fase politica. Il governo e il paese camminano sulle sabbie mobili di una crisi che, nata nel Palazzo, ha appena avuto, finalmente in Parlamento, la sua drammatica rappresentazione. Molti cittadini, costretti a casa dalla pandemia, hanno potuto seguire i discorsi dei propri rappresentanti e di un presidente del consiglio che ha colto l’occasione per una puntigliosa, lunga elencazione, nel corso dei quattro interventi di questi due giorni, di quel che il governo sta facendo o ha fatto o dovrà fare.

 

Ma il governo, pur avendo formalmente ottenuto la fiducia del Parlamento, esce comunque ammaccato dalla crisi. Perché i numeri e i voti contano ma fino a un certo punto, anche se alcuni pesano più di altri. Come pesa quello della senatrice Liliana Segre che ha voluto motivare con una certa enfasi la sua scelta: «Ho preso il treno per venire a Roma perché questo governo su Covid e Europa ha fatto cose gigantesche».

 

Alle normali e scontate difficoltà del momento si aggiunge ora il procedere a vista, di fronte al Paese e di fronte agli altri governi europei. Si cammina sulle sabbie mobili, oltretutto disseminate di mine perché l’obiettivo grosso della spregiudicata tattica di Renzi non è solo Conte ma questa alleanza tra Pd, M5Stelle e Leu (che però proprio la crisi sembra aver cementato), per logorare il governo e farne un altro finalmente gradito a Confindustria.

 

Del resto lo ha spiegato bene Zingaretti quando, nei giorni scorsi, proprio rivolgendosi al patriota di Rignano, aveva detto una cosa molto semplice sui governi di coalizione, e con legge elettorale proporzionale: «Si sta insieme se ciascuno rispetta le opinioni degli altri non avendo la pretesa di tenere in considerazione solo la propria». Principio tanto giusto quanto inascoltato dal destinatario che ieri pomeriggio, nel suo intervento contro Conte e i 5Stelle, ha recitato il solito stucchevole copione del «è tutto sbagliato è tutto da rifare», neanche a dirlo sposato dal patriota Larussa, intervenuto subito dopo.

 

Certamente i governi si fanno in Parlamento, solo deputati e senatori hanno la responsabilità di questa scelta. Ma è altrettanto evidente che la crisi dei partiti, e quella del Paese, non si risolve con un senatore in più e neppure con la camicia di forza di sistemi elettorali maggioritari.

 

Conte ha condotto questo dibattito in modo dignitoso, richiamando le origini fragili di un’alleanza («sterile sommatoria tra forze politiche») per rimarcare un consolidamento dell’amalgama nel passaggio da quelle origini a una maggiore coesione e identità politica, del resto messa già alla prova delle scelte obbligate sul Recovery e sulla pandemia.

 

Il voto a maggioranza assoluta della Camera e relativa al Senato, in realtà è dunque sopratutto un sospiro di sollievo. Ma al governo, per rispondere ai grandi bisogni del Paese, non basta una boccata d’ossigeno.

19/01/2021

da il Manifesto

Andrea Colombo

 

Crisi di governo. Alla camera sei voti in più della maggioranza assoluta. Sì anche da Polverini che lascia Fi, segnali da Lupi, Iv perde due deputati

 

Il giorno della verità è oggi, perché oggi è il giorno in cui Conte si gioca tutto nell’aula di palazzo Madama. Ieri alla Camera è andata bene, sei voti in più della maggioranza assoluta e non era scontato: 321, incluso quello della forzista Renata Polverini che ha anche lasciato Fi. Diserta invece il voto Maurizio Lupi, e potrebbe essere un segnale per il Senato. Compatta astensione dei renziani, che anzi hanno perso per strada due voti passati a Conte.

 

IL PRONOSTICO INCORAGGIA il premier ad andare avanti per la strada che ha scelto e che ha indicato ieri, in poco meno di un’ora di intervento. Rivendicazione piena del proprio operato: si promuove a pieni voti e rincarerà poi nella replica. Chiude le porte a Renzi: «Crisi incomprensibile per gli italiani e anche per me. Strappo incancellabile: si volta pagina». Esalta una maggioranza nata sì quasi per caso ma ora saldamente ancorata a una «vocazione europeista». Saluta con gioia l’avvento di Biden e stavolta si spinge sino a criticare i politici che hanno soffiato sul fuoco di Capitol Hill, pur senza nominare Trump. Rinuncia alla delega ai servizi segreti per affidarla a qualcuno di sua fiducia, passo sofferto, promette di rafforzare la squadra di governo: se non proprio rimpasto almeno rimpastino. Si schiera per il proporzionale, e le aree minute dalle quali potrebbero provenire costruttori e responsabili vari apprezzano.

 

IL DISCORSO È RIVOLTO quasi esclusivamente a chi potrebbe concedere un prezioso voto. Implicitamente in ogni passaggio, ma anche apertamente: «Aiutateci a riprendere il cammino. Chiedo un appoggio limpido, trasparente basato su un progetto politico». A chi lo chiede? «Agli europeisti, agli antisovranisti, ai liberali, ai socialisti, a tutti coloro che hanno a cuore i destini dell’Italia». C’è posto per tutti tranne che per i sovranisti, con i quali pure ha governato per un anno.

 

CONTE NON RASSEGNERÀ le dimissioni neppure se l’appello cadrà nel vuoto. La fiducia, salvo improbabile ripensamento di Iv dall’astensione al voto contrario, ci sarà. Il premier proseguirà con quella, nella speranza di rimpolpare la scarna maggioranza conquistando domani quel che gli è mancato oggi. Anche per questo terrà ancora per un po’ l’interim dell’Agricoltura: moneta da spendere quando, come da unanime auspicio dei giallo-rossi, l’Udc farà il passo che, salvo sorprese, eviterà oggi, diventando così «il polo centrista-europeista» della maggioranza. Ma Giuseppi per primo sa che il percorso sarebbe molto più che accidentato, mentre, se arrivasse oggi a un passo dalla maggioranza assoluta, intorno ai 157-158 voti su 161, tutto sarà molto più facile. Lui ci spera, il resto della maggioranza pure.

 

I NUMERI SONO fondamentali, anche se non è solo questione di quantità ma anche di qualità come il Pd non manca di rimarcare. I pallottolieri sono incandescenti, le linee telefoniche sovraccariche. Il senatore a vita Rubbia sarà in aula. Non era certo, a differenza di Liliana Segre che già da giorni aveva deciso di sfidare il Covid. È un voto prezioso. Tommaso Cerno ha dichiarato sul Fatto che voterà la fiducia quando era già dato per certo il suo no, anche perché appena domenica sera lo aveva annunciato in tv. I 5S assicurano che da Fi si staccherà un drappello: lo ripetono da giorni, si capirà oggi se a ragion veduta.

 

L’AZZURRA considerata più sulla porta di tutti, Carmela Minuto, però non varcherà quella soglia. Il senatore De Bonis profetizza i 158 voti, vittoria piena sul piano politico se non aritmetico, e promette «una sorpresa»: forse uno dei senatori del gruppo Misto considerati oscillanti, come Ciampolillo o Martelli, forse invece un auspicio spacciato per certezza. L’Udc ufficializza la scelta di restare a destra. Sarà per la prossima volta ma con la speranza che almeno Paola Binetti anticipi la dipartita, fortemente caldeggiata oltre Tevere. Essenziale sarebbe un inizio di sgretolamento del gruppo renziano e ieri è tornato a far sperare la maggioranza il socialista Nencini ma pare invano. I voti certi sarebbero comunque 154, se e di quanto saliranno lo si saprà oggi.

 

MA CONTA ANCHE la qualità. Lo dice senza perifrasi Zingaretti e Delrio controcanta in aula: «Servono governo ambizioso e patto di legislatura». Traduzione: o nelle prossime settimane la sgangherata compagine di costruttori si sedimenta in qualcosa di presentabile o la fine sarà alle porte. Ma anche questo dipende in parte dall’esito di oggi: 4 o 5 voti in più o in meno faranno la differenza tra un progetto appetibile e un fallimento già certo, dal quale tenersi a distanza.

16.01.2021

da Il Manifesto

Marco Revelli

 

Italia Via. Christian Salmon ragiona sullo “spettacolo fatuo allestito nel teatro della sovranità perduta” dove l’uomo politico viene “divorato dalla propria immagine sovraesposta”.

 

Incomprensibile. È la parola più usata a proposito della crisi aperta alle 17,30 del 13 gennaio da Matteo Renzi. Incomprensibile per gli osservatori internazionali (Die Zeit parla di “atto disperato” per “riguadagnare finalmente visibilità e peso politico”, il Guardian di caos scatenato “nel momento peggiore possibile per l’Italia”). Incomprensibile per i commentatori (pressoché tutti) italiani. Incomprensibile per gli elettori di ogni ordine grado e colore, compresi quelli renziani (si pensi allo sconcerto degli amici sindaci, dai fedelissimi Nardella e Gori ai luogotenenti di lungo corso come il pesarese Ricci).

 

Certo, il “gioco al massacro” di Matteo Renzi nei confronti del governo, da lui un tempo voluto, e soprattutto del suo capo, Giuseppe Conte, faceva comodo a tanti (almeno finché il massacro restava verbale e virtuale): in primis – come ha sottolineato ieri Norma Rangeri – a quella Confindustria bonomiana che fin dai primi sintomi della pandemia non ha smesso un minuto di osteggiare ogni misura di contenimento e di caldeggiare un governo “altro” (Governissimo o Draghi che dir si voglia), per meglio accaparrarsi il bottino dei finanziamenti europei. Comodo al Pd, nel fare il “lavoro sporco” che non si sentiva di compiere in prima persona, per riallineare le politiche di spesa del Recovery Fund e favorire l’accettazione del Mes.

 

Comodo naturalmente al centro-destra appollaiato come un avvoltoio sul bordo delle urne. Comodo forse persino ai Cinquestelle, nel marasma in cui si dibattono, per bilanciare il peso di una figura come Conte che pur nella vicinanza, anzi forse per quella, rischiava di allargarsi troppo e far ombra a molti. Ma nessuno di quei potenziali utilizzatori finali poteva augurarsi (o immaginarsi) un epilogo così devastante.

 

In realtà la soglia Renzi l’ha superata quando dal virtuale è passato al reale (ritirando i “corpi” molto materiali delle sue due ministre). Dalla guerra di guerriglia allo scontro frontale. Insomma, quando ha lasciato che la miccia bruciasse fino a dar fuoco alle polveri, anziché spegnerla un centimetro prima come gli altri immaginavano.

 

Perché l’ha fatto? Confesso che non riesco a trovare spiegazioni plausibili tra l’armamentario della scienza o meglio dell’”arte” politica, che sia pur in forma perversa una propria razionalità pure la possiede. Nemmeno negli interstizi del machiavellismo nostrano, se non altro attento all’adeguatezza dei mezzi se non alla qualità dei fini. E di cercare ausilio più sul versante psichiatrico o psicanalitico, tra chi più che di fisiologia si occupa di patologie, del comportamento e dell’immaginare.

 

Renzi, questa tara da caratteriale l’ha manifestata quasi subito, al suo primo apparire sulla scena nazionale, quando i suoi compagni del Pd l’acclamarono come deus ex machina non accorgendosi di cosa fosse realmente l’uomo del destino nelle cui mani si precipitavano.

 

Ieri il Financial Times lo ha ribattezzato “demolition man”. Ricordo che per quanto mi riguarda nel 2015, quando incominciavano a manifestarsi i primi sintomi della sindrome, evocai quello che Walter Benjamin aveva chiamato il “carattere del distruttore”: colui che “conosce solo una parola d’ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia”, e per il quale si può dire che “l’esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso». Aggiungevo che il suo modus operandi era simile a quello del freaking – la tecnologia usata in America per produrre idrocarburi frantumando gli strati schistosi -, perché, allo stesso modo, anche Matteo Renzi, programmaticamente, genera energia (politica) con la frantumazione di tutto ciò che gli sta sotto, a cominciare dal partito che l’ha portato fin sulla cima della piramide, e dalla macchina dello Stato. Ma come gli ambientalisti ci spiegano che il freaking inquina le falde – aggiungevo -, così il renzismo rischia di inquinare l’intero spazio pubblico. Accelerando non la soluzione, ma la crisi stessa”. E’ in fondo ciò a cui assistiamo oggi, a cinque anni di distanza.

 

Non è l’unico caso al mondo. E neppure il più pericoloso oggettivamente. Donald Trump, che con lui è inconfrontabile, se non altro perché ha dietro il 49% degli elettori anziché il 2%, e una strategia nella sostanza criminale, tuttavia ci offre un simile esempio di “psicopatico al potere”. E a suo modo anche Boris Johnson. Tutti costoro ci pongono la terribile domanda su cosa sia “oggi il potere”, nelle nostre società. E la risposta, ancora una volta, non sta nei classici della politica. Nei sacri testi di Max Weber o di Joseph Schumpeter. Forse una traccia ce la offre un massmediologo come Christian Salmon – quello dello storytelling – quando ragiona sullo “spettacolo fatuo allestito nel ‘teatro della sovranità perduta’” e sull’annessa “cerimonia cannibale” in cui l’uomo politico viene “costantemente divorato dalla propria immagine sovraesposta”, fattosi nella post-modernità rito universale, che si celebra nell’intero Occidente dove la “Rappresentazione permanente è chiamata a simulare – e sostituire funzionalmente – una sovranità che è ormai evaporata”.

 

A noi contemporanei per forza, che vedemmo anche un’”altra politica” tocca oggi essere testimoni di una generazione di uomini di Stato a cui è dato di incarnare il paradosso di uno Stato insovrano: politici “chiamati a governare nel contesto del declino della sovranità statale” trasformando appunto la pratica del governo in sua teatrale Rappresentazione. E trasformandosi, a loro volta, in caricatura di se stessi.

14.01.2021

da Il Manifesto

Andrea Colombo

 

Un uomo solo allo sbando. Pressato da Pd e Colle, il presidente del consiglio arretra. Poi ripensa alla sfida in aula

 

La crisi è aperta? In una delle fasi più confuse e caotiche di sempre neppure questo è detto. Non formalmente almeno. Le ministre di Iv hanno rassegnato le dimissioni con lunga lettera di spiegazioni. Renzi, in conferenza stampa, ha passato Conte al tritacarne per oltre un’ora, accusandolo di non aver fatto niente per mesi violando in compenso tutte le regole della «liturgia democratica».

 

Però non ha ancora parlato di sfiducia. Al contrario ha ripetuto che «Iv non vuole la crisi», che voterà il Recovery, lo scostamento di bilancio, il dl Ristori, che esclude maggioranze con la destra, che «non ci sono veti o preclusioni nei confronti di Conte, ma non è il solo nome possibile per palazzo Chigi».

 

Ma se Conte vuole proporre un nuovo patto di governo «deve farlo in parlamento, non per strada». In parlamento Conte dovrà andarci per forza ma per fare cosa ancora non lo sa bene neppure lui. Di certo ieri sera era rispuntata con forza la tentazione di uno showdown in aula, alla ricerca dei responsabili, nonostante il pollice verso del Colle e del Pd.

 

L’ALLUSIONE DI RENZI era alla «mano tesa» dal premier, poco prima che la conferenza stampa iniziasse, rispondendo ai cronisti appunto per la strada. Un Conte opposto, nei toni e nella sostanza, a quello del giorno precedente: «Ho sempre detto che il governo può andare avanti solo con tutta la maggioranza. Sto lavorando a un patto di legislatura e confido che ci si possa trovare intorno a un tavolo».

 

La folgorazione era iniziata prima dell’incontro sul Colle con il capo dello Stato, in una mattinata segnata dalla scomunica della sua linea dura da parte del Pd. Più morbido, pur se chiaro, Zingaretti: «Serve il dialogo». Più esplicito e diretto il capo dei senatori Marcucci: «Non ci vogliono i responsabili. Serve una maggioranza politica con Iv». Il peggio doveva ancora arrivare. Ufficialmente Mattarella si è limitato a sottolineare «la necessità di uscire presto dall’incertezza».

 

In realtà, secondo indiscrezioni smentite però sia da Colle che da palazzo Chigi, sarebbe andato oltre, chiarendo che esiterebbe molto a mandare il Paese alle elezioni e che tre maggioranze diverse una dopo l’altra sarebbero accettabili solo in caso di piccoli cambiamenti. La situazione va cercata nel perimetro di questa maggioranza. A completare l’opera, poco prima, ci si era messo persino Grillo, evocando un governo di unità nazionale salvo poi precisare, probabilmente tirato per la giacchetta, che a presiedere quel governo dovrebbe essere sempre Conte.

 

ILLUDERSI CHE RENZI stringesse la mano tesagli per forza dal premier sarebbe stato ingenuo. Da quelle parti il motto è sempre stato: «Bastonare il can che affoga». E Renzi bastona: sottratta a Conte l’arma di una raccogliticcia armata di responsabili, restano al premier solo due alternative. Dimettersi e poi provare a costruire un nuovo governo oppure presentarsi in aula, proporre il suo «patto di legislatura» e sentirsi dire da Renzi che in questi casi «la liturgia istituzionale» impone che vengano prima rassegnate le dimissioni. Conte vede la trappola e per questo, nonostante i veti, considera l’ipotesi di tornare allo scontro frontale, la strada della quale era convinto fino al martellamento di ieri mattina.

 

E GLI ALTRI PARTITI della maggioranza? LeU è sicura e determinata. «È la peggiore risposta che si potesse dare. C’è chi agisce nell’interesse del Paese e chi in quello della visibilità del suo partito», commentano i capigruppo De Petris e Fornaro. Il Pd, che si aspettava una maggiore disponibilità da parte di Renzi, è diviso in fazioni estreme, c’è chi vuole la battaglia con Renzi, ma c’è anche chi contatta i 5S più governisti ipotizzando una nuova maggioranza con una parte del Movimento, una di Fi e naturalmente senza Giuseppe Conte.

 

Il commento di Orlando è severo: «Errore grave fatto da pochi che pagheremo tutti». Zingaretti concorda: «Errore gravissimo contro il Paese». «Chi attacca il presidente del consiglio attacca l’intero governo», fanno muro intorno al premier i ministri a partire da Franceschini. Ma di qui ad appoggiare l’ordalia in aula ce ne passa e ancora ieri sera la linea del Pd era quella di insistere con questa maggioranza, con Iv. I 5S sono smarriti, sia per il messaggio di Grillo che, soprattutto, per il veto del Colle alla conta in aula. Crimi risponde senza alzare i toni: «Credo che nessuno capisca questa scelta. Il M5S continuerà ad assicurare la stabilità».

 

PAROLE SPESE per prendere tempo. I 5S attendono la decisione del premier. Che a tarda sera in consiglio dei ministri dichiara: « Le ministre si sono dimesse nonostante la mia disponibilità. Non si può sminuire la gravità di questa decisione. Non mi sono mai sottratto al confronto, ma il terreno è minato». A questo punto a scegliere quale strada seguire, se dimettersi, proporre il patto a Renzi in parlamento oppure sfidare nonostante tutto l’aula di palazzo Madama con i responsabili, dovrà essere solo Giuseppe Conte.

Norma Rangeri

da il Manifesto

 

Crisi al buio. Se solo avesse un sano rapporto con la realtà, non solo italiana, ma europea e mondiale, il senatore di Rignano saprebbe che azzardare una crisi di governo in questo momento rappresenta uno scenario surreale

 

Siamo alla follia: una crisi di governo al buio e l’Italia scambiata per un tavolo da poker. Purtroppo di che cosa è capace Matteo Renzi lo sappiamo molto bene avendolo visto all’opera prima alla guida del Pd e poi di palazzo Chigi, quando l’attuale capo di Italia viva, uomo solo al comando, dispiegava il suo progetto politico, mettendo in pratica pessime ricette sia sul piano sociale (jobs act per ricordarne una tra le tante), che costituzionale (il referendum su tutte).

 

Una crisi di governo in uno scenario drammatico, anzi tragico, per mille ragioni che non vale neppure ripetere, è invece la musica sulla quale stiamo ballando ormai da un mese. Se solo avesse un sano rapporto con la realtà, non solo italiana, ma europea e mondiale, il senatore di Rignano saprebbe che azzardare una crisi di governo in questo momento rappresenta uno scenario surreale.

 

E tuttavia, pur essendo stati abbondantemente vaccinati dal piccolo cabotaggio di un ex leader, pur sapendo che le sue minacce di sfiducia a Conte, insopportabile rivale nei sondaggi, rivelano un’ansia da prestazione tipica del leader sconfitto, sappiamo anche che questa lucida follia rischia di fare molto male al Paese. Come può fare molto male l’idea di un governo di salvezza nazionale con Renzi e Salvini sulle ali di Draghi, ipotesi sempre presente sullo sfondo e nei desiderata di forze e interessi che spingono per far cadere questa alleanza.

 

Ci sarebbe allora, pronto all’uso, un supercommissario, un salvatore della patria, un mentore dei patrioti del noto club nazionale patrocinato dalla destra, e ora anche dal piccolo leader che si definisce “un patriota che chiede una guida politica per il paese”. Che sia Conte il vero problema di Renzi, più che le politiche della maggioranza, è evidente urbi et orbi, come scrive il Financial Times: “Conte rappresenta un ostacolo alle rinnovate ambizioni di Renzi e del suo piccolo partito derivato dal Pd”.

 

Questo è il punto. Tutto il resto è giostra, manfrina, sceneggiata. A cui in queste settimane di teatrino ha voluto credere e fare da sponda proprio la principale vittima del rottamatore, il suo ex partito, da cui decise di scindersi un minuto dopo aver dato il via libera alla nuova maggioranza con Leu e i 5Stelle. La ministra Bellanova, nei talk-show di allora, alla domanda se ci si dovesse aspettare una scissione, rispondeva “non è questo il momento di parlarne”. Chissà, forse sembrava anche a lei di pessimo gusto.

 

La demenziale partita di Renzi, ora che le profferte di rimpastini e rimpastoni sembrano rispedite al mittente, è anche testimoniata dalla palese contraddizione di un possibile via libera al Recovery plan in consiglio dei ministri come in Parlamento, e insieme, senza soluzione di continuità, delle dimissioni delle due ministre dal governo. Né importa che Conte riceva le attestazioni della presidente vor der Leyen sul buon lavoro dell’Italia sul Next generation Eu, proprio perché non sono in ballo questioni di merito, ma una brutale questione di potere. Come del resto è stato evidente subito dopo il raggiunto accordo con l’Europa che destinava proprio all’Italia, il paese più indebitato, la fetta più grossa della torta per la storica sfida della ricostruzione.

 

Naturalmente sarebbe normale, auspicabile e necessaria la critica – e l’autocritica – sull’azione del governo (per esempio sul piano sociale e ambientale), ma altrettanto lo è evitare di buttare via il bambino con l’acqua sporca, anche perché alla base del patto con cui nacque questa maggioranza c’era la difesa di un perimetro di centrosinistra non già un allargamento a destra.
Però è arcinoto che i patti, certi patti, reggono poco. Specialmente se sottoscritti da chi di solito, prima della coltellata alle spalle, ti dice “stai sereno”.

 

Sono ore cruciali per il governo, e soprattutto per il paese, che, in piena crisi pandemica, non capirebbe una crisi politica. Oltretutto la pazienza delle persone normali, di chi vive quotidianamente le difficoltà nel lavoro e nella salute, è agli sgoccioli e di tutto abbiamo bisogno fuorché di un apprendista stregone.

12.01.2021

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale

Rosa Rinaldi, Responsabile sanità, PRC-S.E.

 

A proposito dell’articolo comparso sul Corriere della Sera e diverse altre testate, relativo alla bozza del piano pandemico 2021-2023 che prevederebbe che “In caso di crisi prima le cure a chi ne trae beneficio” Un’affermazione ed una indicazione tanto impressionante quanto inaccettabile, un piano pandemico deve prevedere come fare fronte alle esigenze, quali siano gli investimenti dove allocare le risorse.

 

Il senso di un piano, insomma, è l’opposto di quello che si scrive. Serve ad essere preparati e a scongiurare condizioni che obblighino a scelte di quel tipo. Sancire in un piano la possibilità di non coprire tutte le esigenze è un precedente terribile, la scelta tra una persona ed un’altra fondata sulla probabilità di efficacia della cura, è immorale e illegale, è anticostituzionale!

 

Non è solo qualche presidente regionale di Confindustria che fa affermazioni spregevoli, qui si tratta di una barbarie espressa dal governo!

 

Insomma, un piano pandemico deve quantificare le risorse necessarie per affrontare la pandemia e allocandole affinché il piano possa essere attuato.

 

Il Governo faccia chiarezza e ripristini il diritto universale alla salute previsto dall’art. 32 della Costituzione, eviti le solite dichiarazioni utili a nascondere la mano dopo aver lanciato un sasso che fa davvero male!

09/01/2021

da il Manifesto

Adriana Pollice

 

La denuncia del sindacato Anaao Assomed. Oltre il 75% ritiene che il proprio lavoro non sia stato valorizzato durante la pandemia

 

Solo il 54,3% dei medici ospedalieri pensa che lavorerà ancora in un ospedale pubblico nei prossimi due anni. L’eccessivo carico di lavoro, legato alla carenza di personale, la rischiosità, la cattiva organizzazione e lo scarso coinvolgimento nelle decisioni, le retribuzioni non adeguate all’impegno chiesto rappresentano i fattori determinanti per il 60,3% dei medici. Oltre il 75% (in particolare le donne) ritiene che il proprio lavoro non sia stato valorizzato durante la pandemia. È quanto emerge dal questionario promosso a ottobre tra gli inscritti dal sindacato dei medici Anaao Assomed.

 

«Tra lavoro somministrato tramite agenzie, che per il fastidio incassano 5 milioni ognuna, lavoro a cottimo per personale dipendente, lavoro forzato per i giovani medici, sembra finita la stagione del lavoro senza aggettivi» si legge nel testo. Cosa significa lo spiega il segretario nazionale, Carlo Palermo: «La stragrande maggioranza dei medici assunti per la pandemia ha avuto contratti Co.co.pro., da libero professionista o a Partita Iva così le aziende hanno guadagnato sugli elementi previdenziali e assicurativi, che sarebbero stati a carico di chi assume. Ma le equipe mediche hanno bisogno di lavoro stabile e sicuro, dell’aggiornamento continuo di ogni membro. In periodo Covid, non potendo fare i concorsi, si sarebbero potute fare le assunzioni a tempo determinato, che almeno offrono le tutele sindacali».

 

Si prosegue sulla strada del lavoro precario anche per il Piano vaccinazioni: «Il commissario Arcuri – prosegue Palermo – ha deciso di pagare le Agenzie interinali per assumere medici con contratti di lavoro somministrato, quando avrebbero potuto reclutarli le regioni e le aziende sanitarie, che poi dovranno gestire il servizio. Agli specializzandi invece è stata offerto un “lavoro forzato”: crediti formativi e rimborsi per avere manodopera a basso costo». Ma al Servizio sanitario il personale serve o è solo una fase legata all’emergenza? «Per il Covid sono state fatte circa 7.500 assunzioni precarie – prosegue Palermo – ma, a monte, c’era una carenza di circa 6.500 medici, persi in 10 anni di tagli, più i circa 7mila camici bianchi andati in pensione. In sostanza, abbiamo sostituito lavoro stabile con quello precario, lasciando i buchi di personale intatti».

 

Una fuga dal Ssn è la previsione dell’Anaao: «Si moltiplicano i casi di medici che danno le dimissioni per fatica e stress, alla ricerca di luoghi più tranquilli dove esercitare, senza fare urgenza, notti, domeniche. In alcune regioni, come il Veneto, le uscite sono al 50% per limiti pensionistici e 50% per andare a lavorare altrove. Con il blocco delle visite specialistiche per la pandemia – conclude Palermo – i malati non Covid si rivolgono al privato, se il privato si espande prenderà gli specialisti che scappano dal pubblico. Occorre certamente aumentare le risorse destinate alla Sanità pubblica ma anche coinvolgere i professionisti nei processi decisionali».

 

Il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, Filippo Anelli, commenta: «La pandemia ha amplificato carenze frutto di decenni di tagli lineari». Due anni fa Anelli ha firmato provocatoriamente un assegno da mezzo miliardo: il controvalore di 15 milioni di ore di straordinario che i medici del Ssn hanno effettuato ogni anno oltre il tetto massimo, e che non sono state pagate. «Il Covid – spiega Anelli – ha messo in luce difetti ormai strutturali: carenza di personale, con turni anche di 24 ore; carenze a livello edilizio con l’impossibilità, in molti ospedali, di separare i percorsi “sporco” e “pulito”; carenze di posti letto e Terapie intensive; carenze nella protezione con molti medici contagiati, 283 i camici bianchi morti da inizio pandemia».

07/01/2020

Monica Sgherri

responsabile diritto alla casa, diritto all’abitare

 

Mostrando elementi di grave irresponsabilità sociale il Governo, nel suo ultimo Dpcm e in altri suoi provvedimenti, si era “scordato” di rinnovare la proroga del blocco delle esecuzioni degli sfratti.   “Dimenticanza” poi recuperata prorogando tale blocco fino a giugno, ma che già in quei pochi giorni aveva provocato grande apprensione se non disperazione. E relative forti proteste.

 

Alla perdita del lavoro e del reddito, da gennaio si sarebbe avverata anche quella, tragica, dell’alloggio. Quello che noi abbiamo definito proprio uno tsunami sociale, l’automatismo dell’equazione perdi il lavoro = perdi la casa, quindi per ora è rimandato a giugno.

 

Ma è solo la punta dell’iceberg che è stata tamponata. Ciò che è ancora infatti più grave è che in questi mesi, e dunque neanche nell’ultimo dpcm e nei provvedimenti di dicembre, nessuna misura sia stata presa per risolvere a monte il bisogno casa. Centinaia di migliaia di famiglie che non possono e non potranno accedere al mercato immobiliare privato per trovare un alloggio. Un bisogno casa destinato a crescere in questi anni proprio per gli effetti della crisi economica determinata dalla pandemia. Non ci stancheremo mai di ricordare che ormai oltre il 90% degli sfratti concessi è per morosità incolpevole, ossia per famiglie che non sono più riuscite a sostenere il canone locatorio per la perdita del lavoro di un loro componente. Una conferma indiretta ci arriva anche dal fatto che gli sfratti per fine locazione sono ormai in via di esaurimento e questo conferma che il mercato della locazione si era spostato su affitti a breve brevissimo tempo.

 

Vediamo quindi il corpus nel suo complesso: Blocco dell’esecuzione degli sfratti, fondo per il contributo affitti e fondo per contrastare la morosità incolpevole le abbiamo sempre definite come misure tampone. Misure certo necessari per contrastare la crisi ma  che da sole non  possono, ne dicono di poterlo fare, risolvere il bisogno di casa a costi più che calmierati. Siamo quindi a una per nulla ingenua istant Policy, quando va bene, che oggi vista la crisi non può essere più nemmeno sufficiente a “nascondere sotto il tappeto ciò che non va”.

 

Se infatti in questi mesi si è visto crescere esponenzialmente il numero delle famiglie in difficoltà per la perdita, o ridimensionamento del reddito da lavoro, da parte della proprietà immobiliare nella maggioranza dei casi, non si è manifestata nessuna volontà di fare i conti con la crisi stessa, non adottando, come richiesto da parte di molte amministrazioni locali, un ridimensionamento provvisorio e limitato nel tempo dei canoni di locazione. Sia per le abitazioni che per gli esercizi commerciali. Una proprietà immobiliare parassitaria, sempre più caratterizzata da appetiti finanziari e speculativi, completamente indifferente e distaccata dalla realtà sociale in cui opera. Una ottusità che ad esempio non mette al riparo piccoli e medi proprietari da un fenomeno che viene avanzando nelle città d’arte: compratori “stranieri” che cercano di lucrare ulteriormente sulla crisi e sulla mancanza di liquidità per accaparrarsi a minor prezzo pezzi consistenti di città.

 

La lettera pubblica su “Il Giornale” del 5 gennaio di Matteo Salvini volutamente paventa come pericolo conseguente al blocco degli sfratti, quello che invece è già avvenuto, ossia lo spostamento del mercato privato delle locazioni su affitti giornalieri, week-end, o tempi comunque brevissimi.

 

Volutamente nella lettera si ignora che gli sfratti concessi sono al 90% per morosità incolpevole, aprendo la caccia al “cattivo” locatario per denunciare l’effetto nefasto sul proprietario “innocente” il quale invece, nella realtà effettiva, va avanti nella causa pur avendo quasi sempre davanti a se un inquilino incolpevolmente moroso. Proprietario che spesso rifiuta di accettare la corresponsione di tutto l’importo dovuto (avviene quando interviene l’amministrazione comunale) alla sola condizione di annullare la causa giudiziaria.  Come dire non importano i soldi che si perdono, non importa se si caccia una famiglia in mezzo alla strada, l’importante è rientrare nella disponibilità dell’alloggio per poter speculare. Perché questo è quasi sempre l’esito.

 

Vale forse anche ricordare che si è voluto negli anni cancellare il dover comprovare la “necessità” del proprietario dell’alloggio che chiedeva lo sfratto, e questo proprio per agevolare quel proprietario che necessità non ne aveva se non quella di speculare|

 

La questione centrale però rimane: per le famiglie sotto sfratto è una tortura dipendere mese dopo mese da rinvii senza che si apra una strada per trovare una soluzione abitativa stabile. Il blocco della esecuzione degli sfratti non blocca l’iter giudiziario per la concessione dello sfratto per cui si prepara comunque un futuro dove il numero di sfratti concessi sarà cresciuto in maniera più che allarmante, e se non vi saranno risposte nuove ed aggiuntive in termini di patrimonio abitativo disponibile, sarà una situazione insostenibile per le famiglie private di un tetto. Ma anche per le amministrazioni che non sapranno come agire!

 

Quindi torniamo a dirlo: è necessario utilizzare il primo passo del blocco dell’esecuzione degli sfratti per adottare e realizzare un piano straordinario casa:

 

Un piano casa dimensionato sul numero delle famiglie che da anni sono in graduatoria (650.000) alle quali aggiungere le famiglie che sotto sfratto esecutivo, prevedendo alloggi per giovani single e giovani famiglie che vogliono avviare una vita autonoma e con dignità.

 

Un piano straordinario casa da finanziare con una quota del Recovery found, a consumo di suolo zero perché incentrato sul recupero a fini residenziali dell’immenso patrimonio pubblico, e privato, dismesso e inutilizzato da anni (spesso nella speranza di una sua valorizzazione immobiliare speculativa). Non è più tempo, se mai lo fosse stato, di sogni immobiliari e turistici, il patrimonio compatibile con la residenza deve essere riconvertito ad alloggi di Edilizia Economica e Popolare e parte a social housing.

 

Un piano straordinario che chieda ai Comuni di cessare di attendere la soluzione dal Governo e di lamentarsi se questa non arriva, e invece contribuire con risorse proprie, appunto con la messa a disposizione del patrimonio dismesso compatibile con la residenza.

 

Un piano casa che potrebbe consegnare alloggi in tempi contenuti, e avviare politiche del diritto all’abitare prevedendo il recupero di spazi sociali proprio per superare la desertificazione e l’inaridimento dell’abitare, caratteristica di questi ultimi decenni, valorizzando invece forme di partecipazione, protagonismo e l’auto organizzazione degli spazi collettivi e sociali.

 

Sono necessari ovviamente anche provvedimenti immediati, di giustizia sociale, come quello prioritario, che manca da anni, cioè una legge di riforma dei canoni di locazione, fino a provvedimenti più modesti ma di indubbia giustizia sociale come quello di cancellare  l’IMU sull’edilizia economica e popolare, di proprietà dei Comuni ma gestita (per scelta dei Comuni stessi in nome alla cosiddetta efficienza) da società di gestione interamente pubbliche  ma in regime giuridico privatistico  (una privatizzazione della gestione fatta sull’onda delle privatizzazioni più generali, con il risultato di far pagare alle società l’IMu degli immobili di proprietà dei Comuni stessi!). Scelta tale da consentire invece anche a Ater ecc. di realizzare una quota di alloggi da affittare in social housing.

 

Un piano straordinario casa perché l’obiettivo è costruire risposte al bisogno e non dipendenza dall’”elemosina. Ma l’emancipazione dal bisogno è possibile solo se si realizza una risposta pubblica corrispondente alla reale esigenza. Oggi si può e si deve fare, e si può fare senza consumo di suolo ma recuperando un immenso patrimonio abbandonato e dismesso.  Gli effetti della crisi economica dureranno ancora per svariati anni, il ritorno alle presenze turistiche anch’esso è rimandato per diversi anni, Il vuoto non esiste, e già si avvicina un’imprenditoria interessata ad approfittare delle difficoltà economica per rastrellare pezzi di città. Riavviare un ciclo virtuoso di economia, piccola imprenditoria edilizia, rivitalizzare pezzi di città e ridare speranza di vita dignitosa a famiglie sotto l’incudine della perdita della casa, è possibile. È indubbio che l’urgenza inderogabile, pena il rischio di rivolta sociale, è l’approvazione di un piano casa straordinario che in pochi anni consegni un aumento consistente e realistico di alloggi di edilizia popolare ed è proprio – per obbligare proprietari di case, inquilini e richiedenti casa in una lotta unitaria e coesa – vincolare alla realizzazione di questo piano che va vincolato la cogenza e la temporalità del blocco dell’esecuzione degli sfratti.

 

Questa è l’unica scadenza tollerabile.  La riconversione di questo patrimonio abbandonato è il volano della ripartenza: se non ora quando?

05.01.2021

Antonello Patta

 

Irresponsabili: si spartiscono il “bottino” invece di usarlo per rilanciare il Paese

 

Un’occasione sprecata! È quanto viene da dire leggendo la legge di bilancio per il 2021.

Poteva rappresentare, dopo anni di tagli dettati dall’austerità,  l’occasione per  avviare un’inversione di rotta rispetto  alle politiche neoliberiste che hanno prodotto il ridimensionamento  del  Pubblico e del comune a vantaggio del privato, la perdita di diritti, il declino dell’economia, la precarizzazione , l’impoverimento del lavoro, il degrado ambientale e la distruzione del territorio.
Invece vediamo che le risorse che il covid ha obbligato a render disponibili , vengono  sprecate  da una classe dirigente  indegna di questo nome, interessata soprattutto  a   coltivare, con un’ inedito profluvio di bonus,  i propri orti elettorali. E ad elargire la gran parte delle risorse, sia quelle legate all’emergenza covid sia quelle di natura espansiva, alle imprese, senza vincoli di sorta, né occupazionali, né salariali, né ambientali.
Oltre all’assenza di un serio progetto di politiche industriali, nel DDL approvato manca totalmente  e in modo assolutamente irresponsabile , anche  un piano per il lavoro in grado di affrontare seriamente il grave problema occupazionale attuale che diventerà drammatico  con la fine del blocco dei licenziamenti che sembra data per certa al 31 marzo 2021.
Le risorse  per investimenti, che sono il pacchetto più cospicuo della manovra, sono date per di più a pioggia senza nessun indirizzo  che prefiguri un  futuro economico e produttivo diverso  e migliore dì quello attuale risultato di anni di politiche orientate alla libertà discrezionale dei mercati.
Una parte consistente delle risorse continua a essere erogata alle imprese come incentivi alle assunzioni che non solo come si è già visto, non risolvono il problema, ma perpetuano il vizio di gran parte delle imprese italiane di  puntare sulla competizione  sul basso costo del lavoro, invece che su innovazioni di processo, di prodotto e  gestionali, favorendo quella spirale spinge  il nostro sistema produttivo sempre più in basso nella gerarchia delle catene del valore europee e mondiali.

 

Ma la considerazione più negativa su questa manovra, che induce forti preoccupazioni sulle intenzioni del governo per quanto riguarda la  struttura del recovery plan, attiene alla totale assenza di investimenti strutturali sul Pubblico a cominciare da sanità e scuola.
Sulla sanità le cifre stanziate, detratti gli aumenti previsti per il personale, le risorse per i tamponi antigenici, e le assunzioni  a tempo determinato già  previste, non sono sufficienti  nemmeno  a coprire i costi di misure già deliberate come l’assunzione degli  infermieri di comunità, i  piani di potenziamento dei servizi territoriali e di assistenza domiciliare ,i limitati piani di potenziamento degli ospedali.
Anche la Corte dei conti ha segnalato la mancanza di quasi 1,5 miliardi di risorse.
Anche gli incrementi di spesa previsti per i prossimi anni  sono assolutamente inadeguati a recuperare il pluriennale definanziamento della sanità pubblica, che vede l’Italia largamente al di sotto della spesa di importanti Paesi europei.
Riguardo alla scuola la situazione è, se possibile, anche peggiore: mancano totalmente misure strutturali che indichino l’intenzione di voler almeno avviare la risoluzione dei gravissimi problemi che affliggono la scuola italiana e negano l’universalità del diritto all’istruzione collocando l’Italia agli ultimi posti in Europa per diplomati e laureati.
Non ci sono risorse per la riduzione di alunni per classe, il tempo pieno, l’estensione della scuola  dell’obbligo e la generalizzazione della scuola d’infanzia pubblica.
La straordinaria  lezione impartita a caro prezzo dalla pandemia sulla necessità di rafforzare il Pubblico i nostri governanti fingono  di averla fatta propria  nei talk show o quando cercano consenso a basso prezzo con la retorica sugli eroi, ma poi nei fatti, come dimostra la legge di bilancio,  si muovono in direzione opposta.
Rafforzare il Pubblico è una necessità per l’oggi e per il domani, per i cittadini e per il paese, per dare risposte alle domande dei cittadini cui il privato ha mostrato di essere  per sua natura insensibile, invertire l’estensione delle disuguaglianze e affrontare i problemi strutturali dell’economia e dell’ambiente con quello sguardo di lungo periodo che è sempre mancato al privato e al mercato orientati al profitto a breve.
Il recovery plan se gestito mettendo al centro i diritti e il bene comune potrebbe essere la grande occasione per ricostruire un Pubblico in grado di affrontare positivamente quelle attuali e le future sfide  sul piano della tutela della salute, del diritto all’istruzione, a un reddito dignitoso, del contrasto alla povertà e alle disuguglianze, della ricostituzione delle  competenze professionali, progettuali e gestionali delle amministrazioni e degli enti pubblici distrutte da anni di tagli, indispensabili per gestire le risorse e processi oramai irrinviabili come la riconversione ambientale dell’economia e delle produzioni con l’attenzione rivolta  agli interessi generali e non di pochi.
E’ urgente e necessario che si facciano contemporaneamente due cose: Investire  le risorse necessarie  sia  per il potenziamento  e la riqualificazione  di tutto il Pubblico , sia per un deciso ampliamento,  con almeno 500 mila assunzioni,  dei suoi organici  per  riportarli  progressivamente a livelli “europei”.
Così  non solo si rafforzerebbe  tutto il paese , ma si metterebbe un tassello importante nella costruzione di  un grande  piano per il lavoro   indispensabile  per  dare un futuro a milioni di cittadini, specie donne e giovani di cui sono stati privati da decenni di disoccupazione e precarietà.
Sappiamo bene che per fare ciò occorre sconfiggere  l’ispirazione neoliberista dei  nostri governanti così radicata da non riuscire nemmeno più a vedere, diversamente da altri colleghi europei, come  questa contrasti da tempo non solo con i diritti dei cittadini, ma con gli interessi generali del Paese.
Serve subito  una nuova stagione di lotte in grado di unificare tutti i soggetti  che stanno pagando i costi della crisi e i movimenti che non hanno smesso di lottare, su una piattaforma che, oltre alla richiesta di investimenti che restituiscano centralità al Pubblico  assuma tra gli  obiettivi la garanzia del reddito per tutte e tutti, l’estensione a tutto il 2021 del blocco dei licenziamenti e degli ammortizzatori sociali  accompagnati da un vero piano per il lavoro connesso con la  riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il  blocco degli sfratti .

 

Non è facile ma è il compito di una sinistra degna di questo nome.

02.01.2021

da il Manifesto

Chiara Cruciati

 

Italia/Egitto. Esposto per la violazione della legge italiana 185/90 dopo il boom di vendite degli ultimi anni. Nel 2016 e nel 2019 Sardegna Pulita fece lo stesso per le bombe Rwm usate in Yemen e ci ha raccontato come è andata a finire

 

Poche ore dopo l’attracco della prima fregata Fremm di Fincantieri ad Alessandria, Claudio Regeni e Paola Deffendi su La7 a Propaganda Live hanno presentato la loro ultima iniziativa. Un esposto alla procura incentrato proprio sulla vendita di armi, che prosegue indisturbata, dall’Italia all’Egitto: «Assieme alla nostra legale abbiamo predisposto un esposto-denuncia contro il governo italiano per violazione della legge 185/90, che vieta l’esportazione di armi verso paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertati dai competenti organi della Ue, dell’Onu e del Consiglio d’Europa. Il governo egiziano rientra certamente tra quelli che si sono macchiati di queste violazioni».

 

Nel pomeriggio di giovedì era ben altro il clima dall’altra parte del Mediterraneo con i media egiziani impegnati a celebrare l’arrivo di Al-Galala, dopo un viaggio di 6mila miglia marittime, e a citare il capo della Marina militare egiziana, Ahmed Khaled, durante la cerimonia al porto: la fregata (inizialmente destinata alla Marina italiana, poi dirottata insieme a una seconda nave da guerra sull’Egitto) partirà per Suez dove sarà impegnata «contro ostilità e sfide nella regione».

 

Quella fregata, ex Spartaco Schergat F598, è parte di un pacchetto da 1,2 miliardi di euro che prevede per il 2021 la consegna di una seconda nave, la Emilio Bianchi F599. Non solo: il boom nell’esportazione militare all’Egitto del presidente golpista al-Sisi è dovuto anche all’autorizzazione alla vendita di 20 pattugliatori, 24 caccia Eurofighter e 20 aerei addestratori M346, per un valore complessivo che oscilla tra 9 e 11 miliardi di euro.

 

Un record che segue ad anni di incremento costante nel business bellico, coincisi con quelli della battaglia per la verità sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni: 7,1 milioni nel 2016, 7,4 nel 2017, 69 nel 2018 e ben 871,7 nel 2019. La famiglia del ricercatore chiede di fermare il flusso, richiesta che si aggiunge al ritiro dell’ambasciatore dal Cairo: «Chiediamo questo come atto forte. È importante che l’Italia dia l’esempio».

 

Una battaglia condivisa con tanti altri, da Rete Disarmo che fece lo stesso nel 2016 contro la vendita di armi dalla Rwm di Domusnovas all’Arabia saudita (un esposto per violazione dell’articolo 1 della 185/90 depositato alle Procure di Roma, Brescia, Verona e Pisa tra le altre) e dalle realtà pacifiste sarde che nel 2016 e di nuovo nel 2019 hanno denunciato i ministri competenti per concorso in strage.

 

La Rwm si conferma un pivot, punto di contatto tra due abusi, quelli commessi in Yemen dai sauditi e quelli subiti da Giulio Regeni: come riportavamo mercoledì su queste pagine, dalla provincia di Cagliari a giugno sono stati esportati 8,1 milioni di euro di munizionamento pesante all’Egitto. La Rwm è ovviamente la prima e unica sospettata.

 

L’ultimo esposto presentato da Sardegna Pulita risale al 27 febbraio 2019, diretto alle Procure della Repubblica presso i tribunali di Roma e di Cagliari: indagare per concorso in strage commessa in Yemen contro i civili i ministri di Esteri (all’epoca Moavero Milanesi), Interni (Salvini), Difesa (Trenta), Sviluppo economico (Di Maio) e Ambiente (Costa).

 

«Quei ministri sono responsabili perché è tramite il comitato interministeriale che danno il via libera all’Uama che poi autorizza le esportazioni – ci spiega Angelo Cremone di Sardegna Pulita – Li abbiamo denunciati come in passato denunciammo la ministra della Difesa Pinotti del governo Gentiloni. In quel caso l’esposto fu trasmesso per competenza da Cagliari a Roma e poi archiviato senza che ci venisse comunicato nulla».

 

«Anche questo secondo esposto contro i ministri del Conte 1 è stato trasmesso al Tribunale di Roma, ma non abbiamo notizie. Non sappiamo se sia stato archiviato, se così fosse avremmo potuto fare opposizione. La famiglia Regeni può rimettere in discussione quanto fatto da noi, parla di un problema che c’è. Ce n’è anche un altro: il ruolo della magistratura che non ha ascoltato le nostre denunce. La Procura della Repubblica non può archiviare violazioni di leggi da parte di chi dovrebbe essere il primo a rispettarle, i ministri di un esecutivo».

 

«Di fronte alla denuncia dei Regeni – conclude Cremone – il tribunale ci dica che fine ha fatto il nostro esposto e dove sono le bombe della Rwm. Si indaghi: i codici di quegli ordigni li conosciamo, vogliamo sapere chi è l’utilizzatore finale, dove e contro chi li ha usati».

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