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31/10/2020

 

Vi trasmetto copia della interrogazione parlamentare già depositata dalla Sen. PAOLA NUGNES, riferimento del PRC SE in Senato, sulle cariche della polizia contro gli antifascisti a Trieste la scorsa settimana e Vi chiedo, se possibile, di farne ampia diffusione sui media locali.

Resto a Vostra disposizione per ogni chiarimento ed informazione.

Raffaele Tecce, responsabile nazionale Enti Locali, PRC-S.E.

 

INTERROGAZIONE URGENTE A RISPOSTA ORALE

 

AL MINISTRO DELL’ INTERNO

 

La sottoscritta Sen. Paola Nugnes interroga per sapere

VISTO

che sabato 24 ottobre u.s. si è tenuta a Trieste,  organizzata da un gruppo fascista e razzista autonominatosi “Son Giusto “ , una  manifestazione  in piazza Libertà (davanti alla stazione centrale), con la parola d’ordine  “riprendiamoci la piazza”.

 

TENUTO CONTO

 

che  in piazza Libertà operano delle associazioni di volontariato che assistono e curano i migranti provenienti, in condizioni drammatiche, dalla “rotta balcanica”, e gli ineffabili xenofobi di Son Giusto non possono sopportare questa importante presenza del volontariato sociale

 

e che  i gestori locali dell’ordine pubblico, Prefetto e Questore,  la  hanno autorizzata  e non hanno ritenuto neanche almeno di spostarla in un piazza decentrata e meno  simbolicamente legata all’ accoglienza

 

VISTO

 

che un paio d’ore prima della manifestazione di “ Son Giusto “ prevista per le 18 , un centinaio di antifascisti e di difensori dei diritti civili si sono ritrovati in Piazza della Libertà, con una presenza spontanea e non organizzata, senza striscioni o bandiere, testimoniando pacificamente dissenso alla criminalizzazione dei migranti

 

TENUTO CONTO

 

che verso le 17,30  la polizia della nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, dopo aver minacciato di denunciare tutte e tutti gli antifascisti presenti se non si fossero immediatamente allontanati , di fronte alla loro scelta di rimanere pacificamente e silenziosamente in piazza, ha deciso di caricare, bastonare, e di sgomberare con violenza, intossicando con spray al peperoncino un centinaio di persone che stavano semplicemente dimostrando la propria civiltà, a fronte dell’intolleranza fascista bandita dalla nostra Costituzione.

 

TENUTO CONTO

 

infine che il giorno successivo, domenica 25 u.s., come denunciato da un comunicato della segreteria nazionale dell’ ANPI e dalla stampa locale, sempre a Trieste, nel corso dell’importante cerimonia istituzionale per il 66° anniversario del ricongiungimento della città all’Italia, tra i vessilli militari è apparso indisturbato, e addirittura impreziosito dalla sosta del Sindaco Roberto Dipiazza, il labaro della Decima Mas i cui famigerati battaglioni operarono con i nazisti contro gli alleati e i partigiani, offendendo una  popolazione  che ha subito per quasi due anni sulla propria  loro pelle il dominio del Terzo Reich e l’abominio della Risiera di San Sabba.

 

SI INTERROGA PER SAPERE

 

-quali iniziative urgenti intende assumere il Ministro dell’ Interno di fronte a simili violazioni delle       libertà costituzionali a Trieste e della sospensione, di fatto, della democrazia.

- ed in particolare, se si ritiene necessario intervenire sulla gestione dell’ ordine pubblico a Trieste, al fine di evitare il ripetersi di fatti gravi ed incresciosi come quelli denunciati, salvaguardando la libertà costituzionale di manifestare pacificamente contro il fascismo ed il nazismo e prendendo provvedimenti nei confronti di coloro  che hanno permesso lo svolgimento di questo “sabato nero” che rimarrà nella memoria delle vergogne della città di Trieste e riaffermare i valori di solidarietà antifascista, interetnica ed  internazionale.

Sen. PAOLA NUGNES

27/10/2020

 

Documento approvato dalla Direzione nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea martedì 20 ottobre  

 

La fase politica e il dibattito pubblico continuano ad avere al centro l’emergenza sanitaria, sociale e economica determinata dalla pandemia. 

 

L’esecutivo Conte esce per il momento rafforzato dal voto amministrativo e regionale e dalla vittoria referendaria ma soprattutto dalla miseria di un’opposizione di destra che ha cavalcato per mesi posizioni negazionista o di minimizzazione alla Trump. Questo non significa che non continueranno le fibrillazioni della maggioranza ma i limiti e le contraddizioni dell’azione del governo vengono occultati da un dibattito polarizzato tra il “buon senso” e chi definisce mascherine e distanziamento sociale come “dittatura sanitaria”. Il governo passa molto facilmente agli occhi dell’opinione pubblica democratica come il salvatore della patria a fronte del dilagare di discorsi irrazionali e antiscientifici. La scelta della destra di cavalcare certe posizioni è volta a egemonizzare il malcontento dei settori sociali e economici più colpiti dalle misure di contenimento del contagio e si salda con l’orientamento miope e gretto di Confindustria e del grande capitale volto a evitare restrizioni che possano danneggiare i propri interessi.

 

Sul piano sociale purtroppo è evidente che la propaganda “no mask” o più in generale quella che tende a affermare il primato dell’economia sulla tutela della salute ha trovato ascolto popolare soprattutto a causa della carenza di sostegno economico a chi è colpito dalla crisi.  

 

La nuova impennata del contagio conferma le critiche che abbiamo avanzato nei mesi scorsi alla gestione dell’emergenza covid da parte di governo e Regioni.

 

Come abbiamo ripetutamente sottolineato il modello neoliberista dell’ultimo trentennio ha dimostrato con la pandemia il suo fallimento sul piano planetario. E non fa eccezione certo il nostro paese. Siamo di fronte nelle ultime settimane a un’ulteriore conferma.

 

La sanità regionalizzata non riesce a garantire nemmeno il tracciamento che dovrebbe essere alla base di qualsiasi strategia di contenimento per carenza di tamponi e di un software e un formulario nazionale per la raccolta dei dati, per non parlare delle code per fare il tampone, della mancanza di organizzazione della medicina territoriale, della insufficiente disponibilità persino di vaccini antinfluenzali, della mancata realizzazione entro settembre dei posti letto aggiuntivi di terapia intensiva programmati.

 

Il sovraffollamento del trasporto pubblico locale è un disastro che mostra non solo incapacità di governo e regioni che fin da marzo avrebbero dovuto pianificare misure per la ripresa dell’anno scolastico ma anche le conseguenze disastrose della politica di taglio dei trasferimenti, liberalizzazione, chiusura degli stabilimenti che producevano bus, priorità alle grandi opere negli investimenti. In cinque mesi a livello nazionale è stato realizzato solo il 30% dei posti aggiuntivi previsti per settembre per i reparti di terapia intensiva; in Lombardia solo il 21%.

 

Il governo punta a scaricare sulla responsabilità di cittadine/i glissando su quella ben più rilevante delle istituzioni. La pur giusta polemica contro le tesi negazioniste non cancella il deficit di iniziativa, pianificazione, coraggio già riscontrato nella vicenda della mancata zona rossa nel bergamasco.

 

A fronte dell’offensiva mediatica contro ogni ipotesi di nuovo “lockdown”, che sarebbe stato reso non necessario se solo negli ultimi mesi non avesse prevalso la logica dell’individualismo neoliberista e della priorità al profitto, si continua a negare e oscurare il fatto che il virus si diffonde anche e forse principalmente in ambiente lavorativo e sui mezzi di trasporto utilizzati per recarvisi e da lì poi arriva e si trasmette in ambiente familiare. Eppure non sono state attivate rigide misure di vigilanza e di sorveglianza sanitaria per verificare che nei luoghi di lavoro siano rispettate le norme di precauzione, limitandosi a mandare alle aziende dei questionari a cui rispondono le stesse imprese. Nulla è stato fatto per potenziare i servizi di medicina del lavoro delle ASL /Ats e aumentare il numero delle ispezioni. E nulla si è fatto per potenziare i servizi del trasporto pubblico. Una latitanza istituzionale che coinvolge le Regioni e il governo. Il ministro Speranza si è ben guardato dall’inviare ispettori centrali a verificare la situazione negli ambienti di lavoro più a rischio.

 

Per quanto riguarda la risposta sanitaria è vergognoso che invece di procedere a assunzioni di medici, infermieri e oss si proceda con contratti precari e persino con il ricorso alle agenzie di “somministrazione” consentendo di fare affari sulla pelle di chi rischia di ammalarsi in prima linea.

 

Anche se le elezioni regionali e amministrative hanno mostrato la presa del bipolarismo sull’elettorato e la difficoltà enorme che incontra il nostro progetto politico – anche solo a presentarsi nella competizione elettorale – non viene meno la necessità di una risposta di sinistra alla crisi che stiamo attraversando. Il dato di fatto della sconfitta delle proposte di sinistra coerentemente antiliberiste, ambientaliste e antirazziste e per questa ragione alternative non solo alla destra ma anche al PD e al M5S fa il paio con la debolezza e l’insignificanza anche di quella parte di sinistra che ha scelto la strada dell’alleanza subalterna.

 

L’offensiva portata avanti dai vertici di Confindustria, di cui la rottura della trattativa da parte di Federmeccanica è una delle articolazioni, mostra che il capitale intende utilizzare la crisi per indebolire ulteriormente il potere contrattuale di lavoratrici e lavoratori, precarizzare ulteriormente e scaricare il peso della crisi sulle classi popolari. Mai come oggi emerge il bisogno politico di una sinistra di classe che contrapponga un altro punto di vista e un’altra piattaforma a quella di un padronato socialmente irresponsabile. 

 

La crisi del COVID e la connessa crisi della globalizzazione hanno spinto le classi dirigenti europee a modificare la governance dell’UE. Al fine di evitare una recessione europea ingestibile anche per la Germania, per ora hanno deciso di cambiare le politiche di bilancio fornendo denaro a basso costo non solo a banche ed imprese ma anche agli stati.

 

Per la prima volta da 30 anni invece di insistere sul ritornello dell’austerità e del rigore hanno stanziato denaro, in parte da non restituire.

 

Noi riteniamo che le cifre non siano sufficienti e che queste risorse andrebbero tutte stanziate senza vincolo di restituzione. In ogni caso oggi occorre spendere bene le risorse che ci sono, anche per far fronte al fatto che l’emergenza COVID è tutt’altro che finita e i dati di questi giorni ci parlano di un aumento esponenziale dei contagi.

 

In questa situazione il governo non solo non ha utilizzato questi mesi per affrontare sul serio le criticità del sistema sanitario nazionale e della prevenzione, ma non ha nessun piano utile al paese per spendere le risorse che ci sono.

 

Da un lato tiene una posizione prona di fronte alle richieste di assistenzialismo solo per milionari e imprese di cui si fa portatrice Confindustria e dall’altra pare non essere in grado di utilizzare il complesso del denaro stanziato dall’Unione Europea. Circa metà dell’ammontare complessivo non andrebbe a coprire nuovi investimenti ma semplicemente la ricontrattazione dei debiti precedentemente contratti.

 

Siamo di fronte ad una follia destinata ad aggravare pesantemente la crisi del paese. Per questo noi riteniamo necessario che non solo tutti i soldi stanziati dall’Unione Europea –  ovviamente senza prendere in considerazione la trappola del MES –, ma anche quelli derivanti dall’istituzione di una indifferibile tassa sulle grandi ricchezze – siano utilizzati per mettere in sicurezza il popolo italiano sul piano sanitario e sociale e fare una grande riconversione ambientale delle produzioni:

 

1) Immediata attuazione del sistema delle tre T: tracciare, testare e trattare. Occorre fare un piano di tamponi per tutti, basando sulla prevenzione la lotta contro la recrudescenza delle infezioni.

 

2) Immediata attuazione di un piano di mobilità pubblica sostenibile che parta dal potenziamento del trasporto pubblico locale con mezzi a impatto zero e dall’utilizzo coattivo del complesso dei mezzi di trasporto collettivi presenti nel paese.

 

3) Immediato potenziamento della sanità pubblica con assunzioni stabili per il raggiungimento di standard tedeschi nell’organico, rafforzamento della medicina territoriale, aumento significativo  dei posti letto a partire dalle terapie intensive.

 

4)  Immediato finanziamento della scuola pubblica per la riduzione del numero degli alunni per classe e conseguente assunzione del personale necessario, immissione in ruolo dei precari con concorso a titoli, piano per l’edilizia scolastica, estensione del tempo pieno, generalizzazione della scuola per l’infanzia pubblica;

 

5) Blocco dei licenziamenti per tutte le imprese e blocco degli sfratti per tutto il 2021

 

6) Estensione cassa integrazione a tutto il 2021 con semplificazione procedure specie cassa in deroga contro i rimpalli stato – regioni e con forte aumento dei controlli contro gli imprenditori truffaldini, sostegno alle piccole imprese, artigianato e lavoro autonomo colpiti dalle misure restrittive e dalla pandemia. 

 

7) Reddito di base per tutte e tutti quelli che non hanno reddito o con un reddito insufficiente per vivere estendendo l’attuale reddito di cittadinanza ed eliminando le condizionalità che ne limitano la platea e lo trasformano in uno strumento per altro fallimentare di “workfare”;

 

8) Abolizione della Legge Fornero contro ogni tentativo di allungare la vita lavorativa sottraendo lavoro a giovani: invece di cancellare a già striminzita quota 100 bisognerebbe garantire almeno la possibilità di andare in pensione con 62 anni di età o 40 di contributi! Con annualità di vantaggio per le donne come riconoscimento del lavoro di cura.

 

9) Piano per il lavoro che, oltre al potenziamento della sanità e dell’istruzione pubblica con assunzioni che ci riportano nel pubblico entro le medie europee, preveda;

 

a) riassetto idrogeologico del territorio, messa a norma ed efficientamento energetico di tutti gli edifici pubblici,

 

b) piano straordinario casa con recupero del patrimonio pubblico dismesso e inutilizzato compatibile con la residenza e sua assegnazione all’edilizia popolare;

 

10) piano rafforzamento strutturale del paese per la riconversione ambientale delle produzioni, l’efficientamento energetico, l’agricoltura e allevamento sostenibili, la crescita di filiere produttive della mobilità sostenibile, rilocalizzazione di produzioni di farmaci, apparati e dispositivi sanitari. Intervento diretto del pubblico con l’assunzione del controllo di settori strategici quali le rete dell’energia, la rete unica delle telecomunicazioni e la siderurgia, la creazione di un polo finanziario pubblico e l’investimento per un forte sistema pubblico della ricerca.

 

11) Taglio delle spese militari e stop alla richiesta di utilizzo di 30 miliardi del Recovery Fund per programmi di riarmo.

 

La Direzione nazionale impegna il partito nello sviluppo – pur nei limiti determinati dall’emergenza covid – dell’iniziativa politica e sociale su queste parole d’ordine, a lavorare in tutte le campagne unitarie come, tra le altre, quella con le associazioni e i movimenti aderenti all’appello “La società della cura” e quelle per la sanità pubblica promosse con Medicina Democratica e altre soggettività politiche e sociali, nel sostegno alle mobilitazioni sindacali e sociali.

Norma Rangeri

 

Covid e futuro. Si reclama, e per fortuna anche a livello europeo, un cambio di paradigma, si loda il Covid per essere una cartina al tornasole di un modello neoliberista distruttore di natura e umanità, ma poi dalla teoria economica non si passa alla pratica sociale di un reddito di base

 

Non è la rivolta di Masaniello, non è la protesta popolare contro il viceré spagnolo quella esplosa venerdì notte a Napoli. Ma neppure si possono ridurre i fatti accaduti ad una questione di violenza urbana, come non può accontentarci il fatto che a soffiare sul fuoco della manifestazione fossero gruppi di destra, tifosi ultras, camorristi, perché per le strade di Napoli c’erano anche lavoratori e commercianti colpiti dalla crisi, persone che vivono ogni giorno sotto il fuoco della povertà.

 

Napoli suona un campanello d’allarme: la protesta violenta, non solo può ripetersi ma anche estendersi ad altre città. Come un’epidemia sociale.

 

Da otto mesi il paese è in forte sofferenza. Le condizioni di vita di milioni di italiani sono fortemente peggiorate. Centinaia di migliaia di persone hanno perso il posto di lavoro. Secondo la Caritas i nuovi poveri sono passati dal 31 al 45 per cento nel 2020. E il virus pandemico, dopo la pausa estiva, ha ripreso la sua marcia con una potenza imprevista e spiazzante. Al punto che il ministro della salute, che già si preparava a presentare un suo libro, ha dovuto fare una imbarazzante marcia indietro in attesa di tempi migliori.

 

Nessuno è esente da responsabilità, nessuno è innocente, tantomeno la destra con lo slogan “libertà, libertà”. Sotto la pelle della società, che l’inconsapevole virus punta a disarticolare in ogni sua più privata connessione, convivono paura, rabbia, rassegnazione, perché qui, come in parecchi altri paesi del Pianeta, siamo entrati in un tunnel e non riusciamo a vedere una luce in lontananza.

 

Di buone intenzioni, lo sappiamo, è lastricata la via dell’inferno e dunque, nonostante le buone intenzioni del governo che ha distribuito soldi per andare incontro alle necessità famiglie e cittadini, l’impressione è che le misure adottate siano state pannicelli caldi, insufficienti a rispondere alle necessità di buona parte della popolazione.

 

C’è un malessere oggettivo che si spiega facilmente, ed è altrettanto facilmente comprensibile. Soprattutto perché il virus non sembra disposto ad andarsene in tempi brevi.

 

Anzi: molti esperti dicono che la pandemia sarà in campo fino alla prossima estate. E come può un paese intero reggere i colpi durissimi che vengono inferti alla vita di tutti i giorni, alle relazioni sociali, al lavoro di ogni settore economico, all’educazione scolastica e universitaria. Senza dimenticare la sanità che già fa capire di non poter reggere all’urto della possibile esplosione del numero dei malati e dei ricoverati, e le pressioni durissime che subisce il personale medico-sanitario già dallo scorso marzo.

 

Chiudere, lockdown totale o no, è una decisione che spetta al governo e alle regioni, dopo aver ascoltato il parere del mondo scientifico, che nella stragrande maggioranza è molto pessimista e ha fatto capire che rinviare le decisioni più drastiche non ha senso.

 

È palesemente inutile e contraddittorio anteporre i problemi economici provocati dal lockdown, perché se la pandemia non viene fermata subito provocherà sicuramente gravissimi, maggiori danni. Non crediamo che l’Italia sia in grado di sopportare il clima creato dalle decine di migliaia di morti del marzo scorso. E questo forse è il peggiore pericolo da contrastare rapidamente.

 

Ma c’è un altro rischio fortissimo, quello economico, a richiedere un impegno totale e all’altezza dei bisogni del paese. Oggi vediamo che quanto è stato fatto non è bastato e resterà una toppa ad un vestito con tanti strappi che nelle prossime settimane potrà essere ridotto a brandelli.

 

Il governo, se non sarà in grado di rispondere alle urgenze di milioni di persone e in tempi brevi, andrà nel pallone, a prescindere dalle fibrillazioni interne alla maggioranza e agli estenuanti e fastidiosi balletti su Mes sì, Mes no.

 

C’è chi ha giustamente osservato che dalla pandemia si uscirà migliori o peggiori, tertium non datur. E fa bene il presidente Mattarella ad ammonire i responsabili della cosa pubblica a farsi carico delle diseguaglianze. Profonde ben prima del Covid e ora a rischio di essere replicate se i nuovi strumenti di assistenza non cominceranno a tener conto che non sempre chi ne ha beneficiato ne aveva anche diritto e bisogno. Senza contare che il nostro sistema colabrodo del welfare lascia all’asciutto tutti quelli che non hanno una dichiarazione dei redditi da presentare.

 

La pioggia artificiale dei sussidi messi in campo (compresa la misura del reddito di cittadinanza per tre milioni di persone) ha tuttavia lasciato alla fame gli invisibili che nessun radar vede. Mentre, al contrario, l’evasione fiscale, sconosciuta solo a chi si rifiuta di colpirla, ci massacra (soltanto per l’Irpef se ne calcola un 30%). Si reclama, e per fortuna anche a livello europeo, un cambio di paradigma, si loda il Covid per essere una cartina al tornasole di un modello neoliberista distruttore di natura e umanità, ma poi dalla teoria economica non si passa alla pratica sociale di un reddito di base.

 

Proprio perché certo non manca chi ha interesse a soffiare violentemente sul fuoco del malessere, e ce la metterà tutta per cavalcare la rabbia nel tentativo di far saltare un tavolo traballante di per sé, sarebbe il caso di riflettere sul possibile boomerang di questi coprifuoco metropolitani, tanto blandi nel contenimento del contagio, quanto invisi alle fasce giovanili della popolazione.

 

Facile chiudere le piazze, più difficile organizzare la macchina dei servizi pubblici, soprattutto a fronte di quel panorama mattutino di autobus pieni di gente che il lavoro ancora c’è l’ha e per conservarlo rischia di ammalarsi.

 

Le forze sindacali e i partiti di sinistra, in particolare quelli che stanno al governo, devono farsi carico del momento, tra i più drammatici della nostra storia, affrontando l’esplosiva miscela sociale. Non solo “amministrando la minestra”, ma prefigurando un cambiamento radicale.

24/10/2020

da il Manifesto

Andrea Capocci

 

Nelle ultime 24 ore sono 19 mila i casi accertati di Covid-19 e 91 i decessi. Indice di trasmissione Rt a 1,5. L’allarme dei tecnici. Nuovo record di 182 mila tamponi eseguiti ieri, uno su dieci è positivo: il massimo da metà aprile. In terapia intensiva 1049 pazienti. Dieci giorni fa erano circa la metà. Il governo ha fissato a 2300 ricoverati la soglia per il lockdown. Potrebbe arrivare ai primi di novembre

 

Chi prevedeva ventimila casi al giorno entro il fine settimana sbagliava di poco. Sono stati infatti 19.143 i nuovi positivi al coronavirus individuati nelle ultime 24 ore. È aumentata la capacità di fare tamponi, con un nuovo record di 182 mila test eseguiti ieri. Ma il virus va ancora più veloce, se risulta positivo un tampone su dieci, il massimo da metà aprile. La Lombardia, con quasi cinquemila nuovi casi e 184 pazienti in terapia intensiva, è la regione con la maggiore circolazione virale. Rispetto a una settimana fa, a livello nazionale i nuovi casi sono aumentati del 91%, i pazienti in terapia intensiva del 64%, e il numero medio di vittime del 96%.

 

LA BUONA NOTIZIA, se così si può dire, riguarda i decessi che si sono fermati a quota 91, dopo i 136 registrati giovedì. Ma in terapia intensiva ora ci sono 1049 pazienti, 57 più di 24 ore prima. Dieci giorni fa erano circa la metà. Il governo ha fissato a 2300 posti letto in terapia intensiva la soglia per far scattare un lockdown. A questo ritmo, ci si arriverebbe ai primi di novembre. Ma non è escluso che altri provvedimenti vengano assunti prima di allora, con la speranza di guadagnare altro tempo.

 

È QUANTO CHIEDE la cabina di regia formata da Istituto Superiore di Sanità e Ministero della Salute nel report settimanale: «Sono necessarie misure, con precedenza per le aree maggiormente colpite, che favoriscano una drastica riduzione delle interazioni fisiche tra le persone e che possano alleggerire la pressione sui servizi sanitari, comprese restrizioni nelle attività non essenziali e restrizioni della mobilità», si legge nel documento pubblicato ieri. Non è una richiesta di lockdown ma ci va vicino: «È fondamentale che la popolazione riduca tutte le occasioni di contatto con persone al di fuori del proprio nucleo abitativo quando non siano strettamente necessarie e cerchi di rimanere a casa quanto più possibile».

 

La parola d’ordine è “mitigazione”, perché la fase del “contenimento” dell’epidemia è ormai sorpassata. L’indice di trasmissione Rt è al di sopra di 1 – la soglia che indica una diffusione esponenziale del virus – in tutte le regioni tranne la Basilicata. A livello nazionale Rt vale 1,5 con punte di 2,37 in Val D’Aosta, 1,83 in Piemonte e 1,64 in Lombardia, una situazione definita «complessivamente e diffusamente molto grave» dai tecnici. Deciso il coprifuoco notturno anche in Piemonte.

 

«AUMENTA GRADUALMENTE il numero di focolai che si rilevano a livello scolastico», spiega Gianni Rezza, direttore della Prevenzione al Ministero della Salute, ma sono dati di difficile interpretazione. I tecnici segnalano infatti che il sistema di sorveglianza e le strutture sanitarie sono sotto stress. «Il carico di lavoro – scrivono – non è più sostenibile sui servizi sanitari territoriali con evidenza di impossibilità di tracciare in modo completo le catene di trasmissione». E infatti i casi identificati attraverso il contact tracing sono solo il 24% del totale, rispetto al 35% di poche settimane fa. E di 23 mila casi – il 43% del totale – non si è riusciti ad individuare il link epidemiologico. Proprio ora che monitorare il contagio è di vitale importanza, i numeri diventano dunque più incerti. Successe la stessa cosa a marzo in Lombardia, quando i servizi sanitari furono sopraffatti e i numeri ufficiali su contagi e decessi fornirono una pallida sottostima della situazione reale.

 

Anche gli ospedali faticano a reggere l’urto della nuova ondata. Secondo uno studio dell’Università Cattolica di Roma, i nuovi posti letto di terapia intensiva allestiti per l’emergenza con il decreto “Rilancio” sono già esauriti in sette regioni: Piemonte, Marche, Emilia-Romagna, Abruzzo, Toscana, Lombardia e Calabria. In Campania sono saturi al 92%, in Sardegna all’88%.

 

In Lombardia verranno gradualmente ridotte le attività di chirurgia ordinaria, cioè gli interventi non urgenti che possono essere rimandati. La riduzione varia a seconda degli ospedali, e mira a ricollocare gli anestesisti nei nuovi reparti di rianimazione in via di allestimento.

 

La buona notizia però riguarda la letalità apparente del virus, analizzata dallo stesso rapporto dell’ateneo romano. Nel periodo 14-20 ottobre «il rapporto tra pazienti Covid deceduti e totale dei positivi è pari a 0,27%», mentre a marzo era arrivato al 6%..

Tonino Perna

 

Siamo entrati improvvisamente e drammaticamente nella seconda ondata della pandemia che sta modificando e ridisegnando le strutture economiche, sociali e politiche in tutto il mondo. Con effetti di lungo periodo, rintracciabili intorno ad alcune questioni di fondo. La prima riguarda l’egemonia cinese. Il paese dove tutto è cominciato è anche il paese che ne è uscito e mentre il mondo va in recessione, la Cina ha ripreso il suo cammino inarrestabile, con un Pil che si stima quest’anno crescerà intorno al 3 per cento.

 

Se il commercio internazionale ha subito una caduta verticale, la più forte dopo la seconda guerra mondiale, la Cina ha compensato la minor propensione all’export di alcuni settori industriali con un forte allargamento del mercato interno, a partire dal turismo come ci ricorda Simone Pieranni su questo giornale. Una indicazione che sarebbe preziosa anche per l’Italia se ci fosse una svolta nella politica economica che puntasse ad investimenti mirati nel Mezzogiorno, dalle energie rinnovabili alla agricoltura di qualità, al recupero delle aree interne, al potenziamento delle Università e centri di ricerca.

 

Il secondo effetto duraturo di questa pandemia riguarda le istituzioni democratiche. Il successo cinese, sia nel controllo della diffusione del virus, sia nella capacità di ripresa economica, mette in crisi la democrazia liberale che appare farraginosa, lenta, inefficace. In più lo “stato d’eccezione”, che scaturisce dall’emergenza generata dal Coronavirus, consente svolte autoritarie che godono inizialmente del consenso della popolazione. Anche in Italia cogliamo i segni di questo cambiamento nell’atteggiamento di alcuni presidenti di regione che fanno gli sceriffi, e nell’uso di un linguaggio bellico che si sta diffondendo in tutta Europa. La democrazia vince se risulta efficace ed efficiente nel contrasto della pandemia senza bisogno di usare mezzi autoritari. Una scommessa difficile.

 

Il terzo effetto è decisamente positivo. Dopo trent’anni di gloria dell’ideologia neoliberista, di una avanzata che sembrava inarrestabile e coinvolgeva tutti i settori, un virus, entità invisibile, l’ha messa in ginocchio: da questa pandemia ne esce comunque rafforzato il ruolo dello Stato e la necessità di recuperare il ruolo di bene comune della sanità, della scuola, dei servizi sociali. Lo tsunami della privatizzazione che partendo dagli Usa aveva coinvolto tutti i paesi del mondo, è stato arrestato.

 

Il quarto effetto è devastante: cresce in tutto il mondo la povertà assoluta, le persone che soffrono la fame, che perdono il lavoro. In una economia capitalistica la recessione economica colpisce innanzitutto le fasce più deboli, i lavoratori precari e marginalizzati, il Sud del mondo più del Nord, le piccole imprese più delle grandi multinazionali. Il mercato autoregolato risulta impotente a rispondere ad ampie fasce della popolazione: solo un intervento pubblico può ridurre il malessere sociale provocato da questa recessione generalizzata.

 

Il quinto effetto riguarda il lavoro e la diffusione dello smart working. Coinvolge soprattutto i lavoratori della pubblica amministrazione e quelli che, nel settore privato, svolgono una attività amministrativa, di elaborazione dati, programmi di software, comunicazione, informazione, ecc. Crea una divisione forte e inedita in queste dimensioni, tra lavoro manuale e intellettuale, e quindi una ulteriore frattura nel mondo del lavoro già soggetto a profonde frantumazioni. Riduce la socialità, perché il luogo di lavoro è stato nella storia un fattore fondamentale della socializzazione e della presa di coscienza dei lavoratori.

 

Il sesto effetto riguarda l’impatto ambientale di questo modello di sviluppo. Durante i mesi di lockdown abbiamo registrato una straordinaria caduta nell’emissione della CO2. Finita la clausura siamo ritornati ad inquinare come prima, anzi peggio: la paura del contagio ha aumentato l’uso di mezzi di trasporto privato. I danni che provoca l’inquinamento del pianeta, anche in termini di vite umane, sono stati “sotterrati” dai dati sulle morti da Coronavirus, e tutto il dibattito sugli effetti del cambiamento climatico è stato messo in stand by. Forse uno dei danni maggiori di questa pandemia e di come è stata gestita dai media.
Infine, esiste un impatto che riguarda il nostro rapporto col prossimo, la nostra vita quotidiana.

 

“Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto” è l’incipit di Elias Canetti nel famoso saggio Massa e Potere; e così proseguiva: “Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati. Ci si chiude nella case, in cui nessuno può entrare; solo là ci si sente relativamente al sicuro”.

 

Scritto con altri intenti, Canetti sembra scrivere per noi oggi: è questa la condizione in cui ci troviamo e da cui dovremmo uscire al più presto. La paura dell’altro, con il preoccupante impatto sui bambini che potrà essere stimato solo nei prossimi anni, ha un riflesso immediato sulla polis, sull’agorà, sulla vita sociale e la dimensione politica dell’essere umano. Dobbiamo resistere e, rispettando tutte le norme di sicurezza anti-Covid, continuare a incontrarci, a guardarci in faccia (sia pure mascherati), a non chiuderci nella cerchia familiare e né a ridurci spettatori bolliti davanti alla Tv o al telefonino. Per quanto internet ci abbia tenuti connessi consentendoci di partecipare a conferenze e dibattiti, non potrà mai sostituire l’incontro reale, personale, fisico.

21/10/2020

da Il Manifesto

Massimo Franchi

 

Emergenza Covid. Denuncia della Fp Cgil: il personale ha giustamente preferito passare al settore pubblico, ora servono strutture che sappiano gestire anziani infetti

 

Sono state i luoghi più colpiti durante la prima ondata. Rischiano di esserlo anche nella seconda. Le Rsa, residenze sanitarie assistenziali, ritornano a essere colpite dal Covid-19 e in tante regioni si torna a parlare di contagi e morti: gli anziani sono la categoria più a rischio.


Nello studio dell’Istituto superiore di sanità di giugno si erano certificate ben 3.772 morti nelle Rsa. Al questionario predisposto dall’Iss avevano risposto 1.356 strutture, pari al 41,3% di quelle contattate. Ben 278, ben il 21,1%, hanno dichiarato casi di contagio tra il personale.
La mente va subito al Pio Albergo Trivulzio di Milano. Ma la stragrande maggioranza delle Rsa ha caratteristiche diverse: sono molto più piccole e spesso gestite da istituti religiosi o cooperative di assistenza.


Se molti presidenti hanno già vietato le visite, il rischio di una nuova valanga è dovuto a quanto è successo in questi mesi: A Bologna ci sono stati 40 casi di Covid al Giovanni XXIII, una delle strutture più grandi in città. «La recrudescenza è dovuta principalmente al fatto che gran parte delle Rsa sono prive di personale medico e infermieristico – spiega Michele Vannini, segretario nazionale della Fp Cgil – . Negli scorsi mesi medici e infermieri che hanno dovuto affrontare la prima ondata a mani nude, senza dispositivi e lasciati allo sbando, hanno giustamente deciso di passare, seppur con contratti a tempo determinato, al settore pubblico». Oltre alle ragioni di sicurezza, c’è una evidente differenza salariale e di diritti: «Nelle gran parte delle Rsa i contratti sono della cooperazione sociale o del terzo settore, con stipendi del 30% inferiori rispetto alla sanità pubblica, senza contare ferie, malattia e altre voci che nel settore pubblico sono garantiti».


La carenza di medici e infermieri era già nota a marzo. In un report dell’Istituto superiore di sanità (Iss) si avvertiva della necessità «di garantire laddove siano presenti ospiti Covid-19 sospetti o accertati (anche in attesa di trasferimento) la presenza di infermieri sette giorni su sette H24 e supporto medico – continua Vannini – . A fine settembre l’assessore del Piemonte Icardi, coordinatore della Conferenza delle Regioni stima invece che le Rsa possono assicurare copertura medica e infermieristica solo per 30 minuti al giorno».


Una sproporzione incredibile che mostra come le Rsa rischiano veramente di tornare ad essere luoghi ad altissimo rischio. «L’unica possibile soluzione è la creazione di Rsa Covid – conclude Vannini – se i pazienti in Rsa si positivizzano occorre spostarli immediatamente in strutture idonee dove posso ricevere l’assistenza specializzata». Un modello già adottato, «con buoni risultati», dalla Provincia autonoma di Trento. Invece il grido di dolore cresce da molte regioni: «In Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte abbiamo moltissime segnalazioni di casi di Covid e ancor di più di carenza di personale», conclude Vannini.

20/10/2020

da Il Manifesto

Massimo Villone 

 

Secessione dei ricchi. Sono in campo letture alternative dell’Italia che verrà. Le truppe sono schierate

 

La crisi sanitaria si intreccia con l’economia, la politica e le istituzioni. L’attenzione è tutta sui conti quotidiani del contagio, ed è comprensibile. Ma altre vicende in atto, oggi in parte oscurate dal fracasso mediatico, peseranno sul paese anche dopo la pandemia.

 

Il 2 ottobre Galli e Gottardo, economisti della Cattolica e dell’Osservatorio per i conti pubblici italiani (Ocpi), attaccano il Mezzogiorno con un saggio che ho già citato su queste pagine. La tesi di fondo è che la spesa pubblica ha favorito e favorisce il Sud, ma non ne ha risollevato né può risollevarne le sorti, perché il Sud non riesce a beneficiarne per la debolezza delle istituzioni (in ipotesi, inefficienti, clientelari e quant’altro). Cottarelli e Galli ribadiscono la tesi (Domani, 14 ottobre). L’Agenzia per la coesione, voce pubblica e ufficiale, giunge nei Conti pubblici territoriali (Cpt) a conclusioni opposte. È seguita dalla Svimez, da studiosi e commentatori, tra cui io stesso. È censurata dagli economisti Ocpi. Qualcuno sbaglia, o magari imbroglia?

 

È semplice. Si espungono alcune voci dalla spesa pubblica computabile nel raffronto Nord-Sud, e per magia non è il Nord che scippa al Sud, ma il Sud che scippa al Nord. Ocpi espunge anzitutto società quotate in borsa come Eni, Enel, Poste Italiane e Leonardo, essendo «pressoché inevitabile che la spesa di queste società sia maggiore nelle regioni più ricche, in cui la domanda è più elevata e le opportunità d’affari sono tipicamente maggiori». Una questione esclusivamente di mercato? L’argomento prova troppo. Portandolo fino in fondo, qualunque politica di riequilibrio territoriale sarebbe preclusa a quelle società. Anzi, potrebbero solo dividere ulteriormente il paese. Ma allora come giustificare la presenza pubblica? La sola risposta sarebbe una privatizzazione integrale.

 

Si espunge poi la spesa pensionistica. Al Nord più lavoro, più reddito, più contributi, più pensioni. È un dato puramente fattuale, non una scelta. Quindi la spesa pensionistica non va conteggiata. Ma le pensioni in atto sono – e saranno per molti anni – basate anche sul metodo retributivo, e quindi almeno in parte a carico della fiscalità generale. Ancora, al Sud la vita costa meno. Dimenticando che i servizi di cui dispone il cittadino del Mezzogiorno sono di gran lunga inferiori. Infine, chiude la partita la debolezza istituzionale, perché in essa si bruciano le risorse pubbliche che non giungeranno mai a migliorare le sorti del Sud. Quindi, sono uno spreco che reca al paese danni, non vantaggi. Concorrono persino ad accrescere il debito pubblico.

 

Siamo chiari su un punto. Nessuno assolve il ceto politico e le classi dirigenti del Sud, certamente colpevoli. Né si nega la necessità di scelte oculate (come chiedono Drago e Reichlin (Corriere della Sera, 19 ottobre). Ma le false rappresentazioni e i luoghi comuni sul Sud, che sono alla base dell’autonomia differenziata, tali rimangono anche in panni di accademia. Oggettivamente, si spara a chi vorrebbe assumere tra le priorità essenziali per i fondi Ue un favor per il Sud allo scopo di ridurre il divario territoriale. Al tempo stesso, si offre un assist al separatismo dell’autonomia differenziata. Alla fine, secessione dei ricchi e spacchettamento in repubblichette diventano cosa buona e giusta.

 

E Boccia? Abbiamo già criticato la debolezza della sua proposta, e non ci ripetiamo. Quanto al nuovo regionalismo che predilige, tutto concertazione tra esecutivi e conferenze, è palesemente a rischio di letture strumentali e in malam partem. Vediamo poi commenti per cui il premier Conte vorrebbe evitare scelte impopolari mettendole nelle mani dei governatori, già sicuri di aver guadagnato come categoria un Oscar alla carriera per l’emergenza sanitaria. La sintonia con la strategia Boccia è evidente. Ma l’istinto di sopravvivenza di Conte si traduce in una debolezza di tutte le istituzioni nazionali.

 

Sono in campo letture alternative dell’Italia che verrà. Le truppe sono schierate. Si coglie la vacuità e in qualche punto la pericolosità della proposta riformatrice in giallorosso, dal taglio del parlamento ai correttivi di là da venire. Mentre a destra avanza un progetto ben più concreto e condiviso di frammentazione in chiave di autonomia differenziata bilanciata dal presidenzialismo. Bisogna vigilare e resistere. Ogni passo ci allontanerebbe dalla Costituzione e dalla Repubblica una e indivisibile.

11/10/2020

 

Intervista all’ex sindaco di Riace. Giudica le recenti modifiche ai decreti di Salvini solo un “palliativo”: “Culturalmente non è mutato il paradigma. Si continua a ritenere l’immigrazione un problema di ordine pubblico e non invece una risorsa sociale”

 

Intervista di Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti. Riace (Reggio Calabria). Il manifesto, 10.10.2020 - 

 

Il sindaco leghista Tonino Trifoli gli ha appena comunicato che entro 90 giorni dovrà demolire «in quanto abusiva» l’antica forgia ricostruita in estate grazie al lavoro dei volontari della cooperazione sociale calabrese. Ma Mimmo Lucano tira dritto. D’altronde, per il Tar “l’abusivo” sarebbe proprio Trifoli dichiarato ineleggibile.

 

Intanto, come una trottola l’ex sindaco gira l’Italia per presentare il suo libro autobiografico Il fuorilegge. Pur immerso nelle difficoltà di un modello di accoglienza che malgrado le traversie sta cercando di far rinascere, non esita in nome di una battaglia ideale e culturale a dire la sua sul nuovo provvedimento del governo in tema di immigrazione.

 

Sindaco, il suo acerrimo avversario Matteo Salvini grida allo scandalo. Annuncia la raccolta firme per i referendum abrogativi e li chiama “decreti clandestini”. Quindi tutto bene? Il nuovo decreto è impeccabile? Non crede che, piuttosto, esca rafforzata la linea Minniti sui respingimenti alle frontiere e sugli accordi con le milizie?

 

I decreti Salvini nascono in continuità con i decreti Minniti-Orlando. E il nuovo decreto non supera entrambi se non lievemente. Si tratta del settimo intervento sull’immigrazione e culturalmente non ne è mutato il paradigma. Si continua a ritenere l’immigrazione un problema di ordine pubblico e non una risorsa sociale. Viene demandato tutto alle prefetture e sono emarginati gli enti locali.

 

Questo decreto è solo un palliativo, non ci vedo una svolta. La legge Bossi-Fini non è stata intaccata e rappresenta l’anticamera dello sfruttamento con quello scambio indegno tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Il salvataggio in mare viene ancora punito. E quanto al permesso per motivi umanitari era già sancito dalla Convenzione di Ginevra.

 

Nel libro lei scrive che “in questo disastro economico e sociale in cui siamo precipitati all’improvviso, avremmo un enorme bisogno di idee e prima di diventare un modello per ridar vita a una comunità, Riace era un’idea: era un’idea di futuro”. Perché, per dare futuro e prospettiva, non pensare a un sistema di accoglienza diffuso nelle aree interne spopolate? Perché non utilizzare il Recovery Fund, come proposto da questo giornale, per affrontare il dramma epocale delle migrazioni?

 

Quando ero sindaco ne parlai con l’allora presidente calabrese Agazio Loiero. La Calabria era “l’obiettivo 1” tra le aree fragili destinatarie dei fondi europei. Poi non se ne fece più nulla. Anzi Riace ben presto l’hanno pure smantellata per far posto al modello bidonvilles, tipo san Ferdinando. Invece sarebbe di grande valore sociale riattivare un processo di ripopolamento nazionale dei borghi abbandonati e delle aree fragili.

 

La questione meridionale potrebbe anche essere in parte risolta attraverso l’accoglienza virtuosa. L’Europa dovrebbe finanziare e fare da traino a questo processo. Invece Bruxelles si gira dall’altra parte, ha un atteggiamento pilatesco come nel caso della mancata revisione degli accordi di Dublino.

 

A Riace, negli anni novanta, non esistevano quasi più né agricoltura, né allevamento. L’unica possibilità per i pochi abitanti rimasti era fuggire. Poi il sistema di accoglienza creato da noi ha cambiato tutto. Centinaia di profughi hanno rimesso in moto l’economia del paese.

 

Lei ha rinunciato, per sua ammissione, a candidature elettorali. Preferisce restare a Riace e far ripartire dal basso il borgo multietnico. I progetti sul territorio, in effetti, stanno rinascendo: il turismo solidale, le botteghe artigianali, il frantoio sociale, la fattoria didattica. Però ugualmente le difficoltà sono tante per fronteggiare le emergenze: bollette, fornitori, medicinali, il latte per i bambini. Vuole lanciare un appello?

 

Sono tornato a fare il militante, il volontario semplice. Il primo ottobre abbiamo aperto l’asilo multietnico, ci danno una mano le associazioni come la Terra di Piero e riceviamo aiuti dal Banco Alimentare, abbiamo ripristinato il bonus sociale per la spesa. Insomma, abbiamo fatto rinascere un embrione di economia della speranza contro il delirio del libero mercato e del profitto che si sta acuendo durante questa crisi pandemica.

 

Malgrado ciò, Riace continua ad essere esclusa dalla programmazione nazionale, non riusciamo neanche a recuperare le spese per i servizi sociali resi negli anni scorsi e mai pagati. La prefettura di Reggio deve ancora versare i fondi del 2017. Noi proviamo a far tutto da soli. Ma certo non è facile.

09/10/2020

da Repubblica

Giacomo Talignani 

 

La protesta nazionale degli studenti di Fridays For Future. Obiettivo, chiedere ai potenti di porre la crisi climatica al centro dell'agenda. Con loro anche Extinction Rebellion

 

Uno sciopero che si terrà lo stesso, nonostante il periodo e la crisi legata al Covid, per ricordare anche all'Italia che la questione climatica è un'emergenza non più rimandabile. Il settembre appena trascorso è stato il più caldo della storia, i livelli del ghiaccio Artico sfiorano i minimi storici, incendi ed eventi meteo terribilmente intensi continuano a devastare il Pianeta, Italia compresa: ecco perché migliaia di studenti italiani oggi, 9 ottobre, protesteranno in centinaia di piazze, per fermare il riscaldamento globale, subito.


Protetti dalle mascherine, armati di creatività, biciclette, cartelloni e persino scope, i ragazzi del clima tornano dunque nuovamente a fare sentire la propria voce nel primo grande sciopero nazionale (dopo quelli pre-Covid e dopo la giornata internazionale del 25 settembre), per tentare di spingere la politica a mettere la crisi climatica al centro dell'agenda. Non solo la politica globale, ma anche quella italiana: il Green Deal e i fondi del Recovery Fund, chiedono i giovani, devono essere tutti usati nella giusta direzione, ovvero quella per combattere e mitigare gli effetti del global warming. 

 

Il nuovo sciopero, che vede coinvolte tutte le principali città italiane, cade nel giorno in cui Greta Thunberg, come vorrebbero molti dei ragazzi, potrebbe persino vincere il premio Nobel per la Pace. Candidata per il secondo anno, secondo i ragazzi del clima un premio indirizzato alla teenager attivista ambientale potrebbe diventare un simbolo molto importante per la battaglia sulla crisi climatica. 

 

Greta a parte, in questo primo grande sciopero dalla riapertura delle scuole i giovani di Fridays For Future Italia daranno vita a una serie di iniziative per farci tornare a parlare di clima. Se ovunque sono previsti cortei e cartelloni, a Ravenna il gruppo locale di FFF invita tutti a presentarsi con delle scope per organizzare un flashmob: continuare a non affrontare la crisi climatica è un po' come "nascondere la polvere sotto il tappeto senza risolvere i veri problemi", ricordano a tutti. 

 

Roma invece andrà in scena una grande biciclettata di massa con partenza nel quartiere Garbatella alle ore 9. Biciclettata che vede unire le forze sia dei ragazzi di Fridays For Future, sia degli attivisti di XR Extinction Rebellion, movimento che in Inghilterra ha fatto scalpore e che ora sta crescendo anche in Italia. Questo gruppo, che si batte contro l'estinzione a cui ci stanno portando le nostre stesse scelte, chiede ai governi di invertire la rotta che ci sta trascinando verso il disastro climatico e ecologico, e ha in serbo una serie di iniziative per farci riflettere. Fra queste, quella organizzata appunto con FFF e chiamata  "Ride for Future", una biciclettata per le vie della capitale "colorata, costumata e rumorosa". 

 

Scongiurato lo slittamento dello sciopero al pomeriggio - come avrebbe voluto la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina - e nel rispetto di tutte le disposizioni di sicurezza per la protezione contro il coronavirus, i ragazzi del clima spiegano di tornare in piazza perché "costretti a chiedere alle istituzioni di agire".

 

"La pandemia ha reso evidenti le contraddizioni del nostro sistema economico e sociale, costringendoci ad affrontare la realtà, ascoltare la scienza e trattare ogni situazione di emergenza come tale. Nonostante ciò la crisi climatica continua ad essere ignorata e trascurata dalla classe politica. Nessun governo - men che meno quello italiano - ha cominciato ad affrontare in modo serio i numerosi richiami ed allarmi che la comunità scientifica ci ha fornito fino ad oggi. I politici hanno tutti gli strumenti per comprendere la portata esistenziale dell’emergenza ambientale, climatica ed ecologica che stiamo affrontando. Gli incendi, gli uragani, la siccità, la distruzione dei raccolti, le alluvioni e le migrazioni stanno già oggi mietendo vittime e di anno in anno rendono la vita sempre più difficile a milioni di persone in tutto il mondo" scrivono gli attivisti di Fridays For Future. 

 

"Le scelte che facciamo, le decisioni che prendiamo, le politiche che adottiamo saranno determinanti per il futuro delle prossime generazioni. Il 2020 deve essere l'anno dove cominciare ad implementare le giuste politiche di transizione ecologica, dove lavorare per avere una speranza di contenere il riscaldamento globale entro i +1.5 gradi°C di aumento medio delle temperature globali rispetto ai livelli pre-industriali, evitando così le conseguenze peggiori della crisi climatica. Ogni Paese dovrà far e la sua parte, e rispettare gli accordi di Parigi che ha sottoscritto per salvaguardare il nostro clima e conseguentemente il nostro futuro su questo pianeta".

 


Infine, concludono, "siamo ancora in tempo per cambiare tutto. Ma dobbiamo fare in fretta, e trattare la crisi climatica come una vera crisi e abbiamo bisogno di un'economia non più basata sul Pil ma sul benessere delle persone e la tutela degli ecosistemi".

06/10/2020

da  Il Manifesto

Andrea Fabozzi

 

La prima donna dell’Anpi

 

La prima presidente donna. Gli anni di Carla Nespolo, morta ad Alessandria dopo una lunga battaglia contro la malattia. Condotta senza mai lasciare, fino all'ultimo, la guida dell'associazione partigiani. Quel gesto coraggioso nell'ultimo 25 aprile

 

Alessandria, l’ultimo 25 aprile. Con il lockdown le manifestazioni sono tutte cancellate. Il sindaco leghista ne ha approfittato per comunicare ai cittadini che causa Covid l’omaggio ai caduti lo farà da solo, aggiungendo che la liberazione che intende celebrare è quella dalla pandemia. Carla Nespolo lotta da mesi contro la malattia, il tumore che nella notte tra domenica e lunedì l’ha infine portata via. Ma decide ugualmente di uscire di casa e presentarsi davanti al «campo della gloria», il monumento nel cimitero di Alessandria che ricorda i caduti in guerra. Il giorno prima aveva ottenuto, battagliando al telefono, il ritiro di una goffa circolare della presidenza del Consiglio in cui si escludeva l’Anpi – per «ragioni di sicurezza» – dalle cerimonie di questo anniversario della Liberazione. Una foto, la pubblichiamo qui accanto, ritrae di spalle Carla Nespolo davanti alle lapidi. Dell’ultimo 25 aprile tutti ricordano la bella immagine di Sergio Mattarella con la mascherina che scende da solo le scale dell’altare della Patria. Ma non è meno bella quest’altra presa con un telefono e lontano da Roma. Testimonia come, malgrado gli ostacoli e i rischi per la sua salute, la presidente dell’Anpi era lì al suo posto.

 

Carla Nespolo è rimasta a dirigere l’Associazione nazionale partigiani fino a un paio di settimane fa. Al telefono, da casa, ma seguendo tutte le riunioni e i dibattiti che si facevano a Roma e – racconta uno dei suoi vice segretari – «sostanzialmente dandoci la linea». Nel novembre di tre anni fa era stata eletta alla presidenza e si trattò di un’elezione storica. Prima donna e prima presidente non partigiana, arrivava dopo la carismatica guida di Carlo Smuraglia – che ieri parlando con Radio Popolare ha voluto ricordare gli ultimi anni come «un’esperienza meravigliosa di coraggio e di forza» – e soprattutto dopo la rottura con il Pd di Renzi che non aveva accettato che l’Anpi si fosse schierata per il No al referendum costituzionale del dicembre 2016. Scatenando la polemica sui «veri partigiani». «I nostri avversari dicevano che senza più partigiani l’Anpi non serve – chiarì subito Nespolo, appena eletta presidente -. E invece serve a continuare una memoria che non è retorica, ma lotta per la costruzione di un paese migliore».

 

Quella tensione che ha mantenuto e ribadito, intervistata da questo giornale, ancora nel suo ultimo 25 aprile. Quando, ragionando sull’uscita dall’emergenza Covid, diceva che «dobbiamo essere capaci di progettare un mondo migliore, meno inquinato, con maggiore giustizia sociale e maggiore solidarietà». Aggiungendo anche che «ricominciare dalla Costituzione vuol dire esattamente non ricominciare come prima».
Carla Federica Nespolo era nata a Novara nel 1943 in una famiglia partigiana e antifascista. Lo zio Amino Pizzorno (nome di battaglia Attilio) è stato il vice comandante della sesta zona partigiana, tra Piemonte e Liguria. Laureata in pedagogia, insegnante, negli anni Settanta è stata giovane consigliera provinciale e poi assessora provinciale ad Alessandria. Dal 1976 al 1983 è stata deputata per due legislature e dal 1983 al 1992 senatrice per altre due per il partito comunista italiano (Pds dal ’91). Si è occupata soprattutto di scuola e di diritti delle donne, ma anche di affari costituzionali e ambiente. Molto legata alla provincia di Alessandria, nel 2004 era diventata presidente del locale istituto per la storia della Resistenza. Poi l’impegno nell’Anpi nazionale che la porterà ad assumerne la guida.

 

Negli ultimi anni ha proseguito nell’apertura dell’associazione ai giovani, ha intensificato l’impegno antifascista e anti razzista, la difesa della Costituzione nelle piazze e nelle scuole. Pronta a entusiasmarsi nelle battaglie, con una grande capacità di lavoro dimostrata fino all’ultimo, Carla Nespolo non guidava e si faceva accompagnare senza mai staccare lo sguardo dalla strada, amava i gatti. Lascia una sorella e un testimone impegnativo per l’Anpi che il 30 ottobre riunirà il comitato nazionale per decidere a chi affidarlo. I suoi funerali si terranno ad Alessandria, probabilmente giovedì.

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