Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

02.05.2018

COMUNICATO STAMPA

 

«I dati del Sipri sulle spese militari sono aberranti – dichiara Maurizio Acerbo e Stefano Galieni, segretario nazionale e responsabile Pace di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – : 1739 miliardi per fare guerre e seminare distruzione e terrore. Non è così che si può realmente pensare di costruire un mondo di pace.

I governi occidentali continuano ad investire nelle armi e negli eserciti, mentre tagliano solo le spese sociali e il welfare.

 

Finchè questo trend non sarà invertito, quegli stessi governi saranno corresponsabili delle morti di centinaia di migliaia di civili. Noi continuiamo a chiedere che le spese militari vengano tagliate e che si vada verso il disarmo, rispettando l’articolo 11 della Costituzione, per quanto concerne l’Italia, e tutte le convenzioni sovranazionali per i diritti dell’uomo.

 

Come diceva Pertini, svuotiamo gli arsenali e riempiamo i granai! I leader mondiali dovrebbero ascoltare, se non il movimento pacifista e tutti gli attivisti che si oppongono a questa situazione, almeno il Papa che solo due giorni fa chiedeva esattamente di bandire le armi per non dover vivere nella paura della guerra».

 

Immagina che…

*il lavoro sia un mezzo per realizzare te stesso oltre che per fare la tua parte nella società.

*tu abbia molto più tempo per la tua vita, perché l’orario di lavoro è drasticamente ridotto.

*la tecnologia garantisca sicurezza e salute, diminuisca la fatica, ti faccia stare bene sul lavoro.

*lo stipendio ti garantisca “un’ esistenza libera e dignitosa” come dice la Costituzione.

*ci sia comunque un reddito minimo per proteggerti sempre, se il lavoro non c’è.

*ci siano diritti sempre garantiti: alla scuola, alla salute, alla casa, ai trasporti, alla cultura.

oggi non è così, anzi va sempre peggio

perché sei costrett@ alla disoccupazione o a contratti di pochi giorni

perché lavori a cottimo trasportando pizze o smistando pacchi

perché ti possono licenziare ingiustamente, hai paura di perdere il lavoro e restare senza reddito

perché  i ritmi e la fatica aumentano e di lavoro si continua a morire

perché il salario comunque non basta

perché quella multinazionale delocalizza, o minaccia di farlo per farti ingoiare di tutto

perché la pensione chissà se c’è, e ti dicono che dovrai lavorare fino a 70 anni

perché continuano a tagliare e privatizzare scuola, sanità, pensioni, trasporti

 

Perché dopo decenni di neoliberismo, di diktat della Ue, di governi Berlusconi o del PD,  il lavoro è tornato alla condizione servile: è sfruttamento, precarietà, ricatto permanente.

Perché dopo decenni di neoliberismo il lavoro è sempre più povero. Dal 1976 al 2016 la quota dei redditi da lavoro è diminuita in Italia di 13 punti, come ci dice l’agenzia dell’Onu per il lavoro: oltre 200 miliardi di euro l’anno passati a profitti e rendite.

 

cambiare si deve e si può

*perché la ricchezza non è mai stata così tanta, ma è concentrata nelle mani di pochi.

*perché mai come oggi la tecnologia potrebbe liberare tempo di vita, e portare benessere per tutt@, invece che disoccupazione e precarietà come avviene ora.

 

vogliamo

*32 ore a parità di salario e  l’abolizione della legge Fornero sulle pensioni

*l’abolizione del Jobs Act e il ripristino dell’articolo 18

*l’abolizione dell’alternanza scuola/lavoro che è solo lavoro gratuito

* la fine della precarietà e il reddito minimo garantito

*mezzo milione di nuovi posti di lavoro nel pubblico: scuola e università, sanità, trasporti, cultura

* investimenti pubblici per la riconversione delle produzioni, la sicurezza idrogeologica e sismica

* un fisco che prenda i soldi a chi ce l’ha: perché si ponga fine allo scandalo di un paese in cui il 20% più ricco ha 740 volte la ricchezza del 20% più povero.

 

Buon 1 maggio di lotta

per l’uguaglianza e la libertà!

 

 

 

Massimo Franchi

da Il Manifesto

 

Trattativa sospesa e lavoratori in stato di agitazione: saranno le assemblee a decidere quando e come fare sciopero. Dopo otto mesi la trattativa Ilva torna al punto di partenza, al nodo irrisolto: quante persone lavoreranno per la nuova proprietà AmInvestCo.
Nell’incontro di ieri si attendeva una mossa da parte di Arcelor Mittal – proprietario quasi intero della cordata – sotto la spinta del governo: alzare la quota di assunti dai 10mila annunciati e ridurre i 4mila esuberi – i dipendenti attuali del gruppo sono 13.802.
Niente di tutto ciò è avvenuto. Anzi. La proprietà ha addirittura ribadito che al termine del piano di rilancio, nel 2023, i dipendenti della nuova Ilva saranno 8.448.
Nessuna alternativa tanto che di «uscite incentivate» – un modo per ridurre il numero di esuberi offrendo soldi per una buonauscita a chi è vicino alla pensione – ha parlato più la Fim Cisl che l’azienda stessa.
Alla fine della giornata la viceministra Teresa Bellanova – quando c’è da dare cattive notizie il ministro Carlo Calenda sparisce – ha dovuto ammettere il fallimento della trattativa. «Ho deciso di sospendere la trattativa perché le parti hanno necessità di una pausa di riflessione», è la sua versione edulcorata. «Mittal – ha ricordato Bellanova – ha sottoscritto con il governo un contratto che prevede la riassunzione di almeno 10.000 addetti. E il governo garantisce la sicurezza per gli altri lavoratori che non dovessero rientrare in Ilva la sicurezza dell’assunzione nell’Amministrazione straordinaria» sebbene con tutt’altra mansione: le bonifiche ambientali. Bellanova ha giudicato poco opportuno il passo indietro fatto da ArcelorMittal di riprendere la trattativa parlando di 8.500 assunti. «Il confronto non si porta avanti con le provocazioni», avrebbe detto all’azienda in uno dei passaggi più tesi della giornata, ricordando il rispetto dell’accordo fatto con il governo.
Due giorni fa era già arrivata una mezza rottura sulla riassunzione e sul salario accessorio: Arcelor sostiene che l’Antitrust europeo impone la novazione del rapporto di lavoro e, in questo quadro, vuole imporre un nuovo sistema di salario variabile cancellando il Premio di risultato (Pdr) che dal 2011 aveva garantito ai dipendenti circa 3mila euro l’anno.
«Abbiamo unitariamente considerato che è ormai esaurita questa fase negoziale – ha commentato la segretaria generale della Fiom Francesca Re David – . Senza una modifica delle posizioni di Arcelor Mittal su occupazione, salari e diritti per i lavoratori, la trattativa non può riprendere. Continuando a pretendere di tagliare salari, lavoro e diritti non si va da nessuna parte. Da oggi siamo in stato di agitazione e saranno programmate delle iniziative di sciopero che accompagneranno questa fase», conclude Re David.
Molto duro anche il segretario Uilm Rocco Palombella: «Emerge con chiarezza la grande responsabilità di AmInvestCo che dava l’impressione di accogliere le nostre richieste, mentre i tempi si allungavano inesorabilmente – ha commentato – . Adesso avviamo una fase di assemblee in tutti gli stabilimenti, al termine della quale ci aspettiamo che ci sia una riconsiderazione da parte di Mittal sia sul salario che sui livelli occupazionali», conclude.
«L’azienda deve garantire sia l’occupazione a tutti quanti i 13.802 lavoratori in forza attualmente sia condizioni non restrittive per tutti i lavoratori dell’indotto. Per noi le garanzie possono passare anche dagli incentivi alle uscite, ma solo se esclusivamente su base volontaria», commenta il leader Fim Cisl Marco Bentivogli.
A Genova Cornigliano le assemblee si sono già tenute ieri – «come sempre difenderemo con la lotta i posti di lavoro, il salario e l’accordo di programma» – a Taranto dovrebbero tenersi il 2 maggio così come in molti altri siti del nord.

 

Simone Pieranni

 

Crisi coreana. Kim e il suo entourage ritengono di aver concluso la propria corsa al nucleare, si ritengono una potenza nucleare. E grazie anche alla faciloneria di Trump, oggi sono riconosciuti dalla comunità internazionale come un paese con cui si deve dialogare. C’è di più: quando Kim salì al potere dopo la morte del padre, disse che avrebbe perseguito il byungjin , il «doppio binario». È il suo contributo politico: garantire la sicurezza nucleare al paese, come deterrente da attacchi, e garantire la sicurezza economica aumentando il benessere dei cittadini. Assicurare il primo aspetto, ha significato gioco forza deprimere il secondo; i dati economici della Corea indicano una flessione nel 2017 dovuta anche alle sanzioni. Kim ha dunque compreso di doversi dedicare anche a questo aspetto.

 

In pochi, solo un anno fa, avrebbero scommesso su quanto accaduto nella notte italiana tra le due Coree. L’incontro storico tra il presidente sudcoreano Moon Jae-in e il leader di Pyongyang Kim Jong-un, può essere addirittura un passo in avanti rispetto alle più rosee aspettative di un semplice tavolo negoziale per la crisi coreana.

 

Facciamo un balzo all’indietro: un anno fa Trump inviava sottomarini Usa nelle acque asiatiche, il mondo non sapeva bene se preferire l’appellativo di «pazzo» o «criminale» per Kim Jong-un, in non pochi temevano un clamoroso scontro militare tra Usa e Corea del nord, che avrebbe significato un confronto vero e proprio tra Cina e Stati uniti.

 

Sempre un anno fa, la Corea del sud viveva gli ultimi sgoccioli di una campagna elettorale a sorpresa: la presidente Park era stata cacciata dopo impeachment per uno scandalo che aveva finito per colpire politica ed economia. In attesa di capire chi avrebbe vinto la corsa, gli Usa avevano provveduto a sistemare definitivamente il sistema antimissilistico Thaad poco lontano dalla capitale Seul.

 

Cina e Russia invitavano alla calma e alla moderazione, ma la sensazione era che Kim stesse giocando le sue carte, al di là dei desideri dei suoi «amici». La prospettiva che allora pareva meno tragica era il ritorno a un «dialogo a sei», capace di stoppare sul nascere le volontà belliche di Trump e le «giocate» di Kim. Poi la svolta: alla Casa blu a Seul è stato eletto Moon Jae-in; avvocato per i diritti umani, figlio di madre e padre nord coreani scappati al sud durante la guerra, aveva fatto una campagna elettorale puntando su due aspetti principali: apertura e dialogo con il nord, possibilità anche «di dire dei no» agli Usa. In poco meno di un anno Moon Jae-in è riuscito in un’impresa clamorosa facilitata da un fattore determinante: Kim è stato uno scacchista perfetto e nel momento in cui ha ritenuto di potersi sedere a un tavolo, lo ha annunciato.

 

Tutto è cominciato con i giochi olimpici in Corea del sud. Poi la clamorosa possibilità per Kim: un incontro con Moon e uno successivo con Trump. Prima di capire quali potrebbero essere i risultati di questa attività diplomatica, è bene chiedersi una cosa: perché Kim Jong-un ha deciso di passare da un piano belligerante a uno squisitamente diplomatico? Non ci sono troppi misteri: Kim e il suo entourage ritengono di aver concluso la propria corsa al nucleare, si ritengono una potenza nucleare. E grazie anche alla faciloneria di Trump, oggi sono riconosciuti dalla comunità internazionale come un paese con cui si deve dialogare.

 

C’è di più: quando Kim salì al potere dopo la morte del padre, disse che avrebbe perseguito il byungjin, il «doppio binario». È il suo contributo politico: garantire la sicurezza nucleare al paese, come deterrente da attacchi, e garantire la sicurezza economica aumentando il benessere dei cittadini. Assicurare il primo aspetto, ha significato gioco forza deprimere il secondo; i dati economici della Corea indicano una flessione nel 2017 dovuta anche alle sanzioni. Kim ha dunque compreso di doversi dedicare anche a questo aspetto.

 

Proclamare chiusa la fase dei test, chiudere il sito nucleare (tanto più che è inutilizzabile ormai a causa del collasso della zona per i ripetuti test sotterranei) significa sedersi al tavolo e magari spuntare qualcosa anche in direzione di una nuova cooperazione con il sud, arrivando perfino ad allentare le sanzioni. Il disegno di Kim dunque è chiaro, fin da subito e l’incontro con Moon potrebbe portare alla firma di un trattato di pace che metterebbe al sicuro Pyongyang e in parte spalle al muro Trump.

 

Il summit intercoreano, infatti, mina e non poco il successivo incontro con il presidente degli Stati uniti La verità è che pare che Washington stia prendendo tempo: ritrovarsi un Kim consacrato da un trattato di pace con il sud e vago sulle possibilità di smantellare quanto esiste in Corea del nord a livello nucleare potrebbe essere un boomerang per Trump. Analogamente non incontrare Kim sarebbe uno schiaffo all’immagine internazionale – già cariata da parecchi svarioni – degli Usa. Dopo Moon-Kim, assisteremo a Moon-Trump e forse solo a quel punto avremo una data per l’incontro tra Kim e Trump. Con un Kim che in tasca potrebbe avere un risultato storico e clamoroso, quasi da Nobel per la pace.

26.04.2018

 

26 aprile 1937. uno dei crimini più mostruosi dell'umanità diventa una delle opere più profonde e pungenti: Guernica.

 

"L’attacco fu opera della Legione Condor, corpo volontario composto da elementi della tedesca Luftwaffe, e della Aviazione Legionaria Fascista d’Italia il 26 aprile 1937. I nazifascisti attaccarono per appoggiare gli sforzi di Francisco Franco nel rovesciare il governo legittimo della Repubblica Spagnola. La cittadina era affollata da civili (soprattutto donne e bambini: gli uomini abili al servizio militare erano al fronte). L’uso di bombe incendiarie rase al suolo più del 45% della cittadina, favorito da un forte vento che ne ha amplificato gli effetti. Si trattò di un’azione di guerra, ma che ha portato (probabilmente voluto) anche ad un attacco “terroristico” alla popolazione civile, del tipo che sarebbe diventato la prassi in tutta la Seconda guerra mondiale. Da segnalare che durante il regime franchista la versione ufficiale della propaganda del regime spagnolo negò l’esistenza stessa del bombardamento, sostenendo che la città era stata distrutta dagli stessi Repubblicani in fuga, per lasciare “terra bruciata”.

TINA COSTA

Staffetta partigiana,

Vice presidente Anpi provinciale di Roma

 

Il 25 Aprile è sempre una giornata bella e straordinaria, perché si festeggia la storica riconquista della libertà, della democrazia e della pace.

 

L’affermazione degli ideali che animarono la Resistenza antifascista, recepiti e tradotti settanta anni fa nella nostra straordinaria Carta Costituzionale che – come ho avuto modo di affermare molte volte – ha il solo limite di non essere stata ancora applicata, di essere stata tradita anche in molti dei suoi principi fondamentali.

 

Soggettivamente è anche una giornata particolare e speciale nella quale soffermarmi in ricordi che sono parte di quella “memoria collettiva” che avverto l’obbligo di dover trasmettere alle nuove generazioni, attraverso quei racconti che propongo ai ragazzi che incontro nelle scuole dove sovente vengo invitata. Per me, nata in una famiglia di comunisti e socialisti, nella quale il senso di ribellione alle ingiustizie era forte ed indomito, rappresentato plasticamente dal volto tumefatto con il quale mio padre tornava spesso a casa dopo essersi rifiutato di aderire al partito fascista, partecipare attivamente alla Resistenza rappresentò un fatto spontaneo e naturale.

 

Avevo appena tredici anni quando iniziai ad intrufolarmi nelle stalle del mio paese, vicino Rimini, per assistere alle riunioni segrete alle quali partecipavano miei familiari insieme ad altri partigiani. Un giorno mio zio, comandante di Brigata, mi affidò il mio primo compito: portare due borse di viveri, attraversando un ponte sul fiume Faglia, ai partigiani che si trovavano al di là della Linea gotica. Nelle due borse, oltre ai viveri, probabilmente (anche se non lo ho mai saputo con certezza) c’erano anche delle armi.

 

Iniziai così, a soli quindici anni, a svolgere il ruolo di “staffetta partigiana” attraverso una serie di missioni, in sella alla mia bicicletta, in una sfida costante con la morte. Come quando ero nascosta con la mia famiglia e altri partigiani in delle grotte, ma una soffiata fascista ci fece rastrellare dai tedeschi che ci caricarono su un treno piombato, diretto a Buchenwald.

 

Durante il viaggio gli alleati bombardarono la linea ferroviaria; il treno fu costretto a fermarsi e noi riuscimmo a scappare. O quando, poco tempo dopo, ero diretta ad una riunione segreta con tre partigiani; poco prima di arrivare in paese alcune donne che stavano chiacchierando per strada, e che sapevano che ero una staffetta, mi urlarono di tornare indietro e scappare perché era appena arrivata una camionetta di tedeschi.

 

Purtroppo i tre partigiani con cui dovevo incontrarmi furono presi e il giorno dopo vennero impiccati nella piazza di Rimini. Ero ribelle e, pure in ragione dell’età, a volte incosciente, ma come tutti avevo paura anche io. Ma non era possibile restare indifferenti. Occorreva reagire contro chi in quel momento stava occupando l’Italia e contro chi ci aveva tolto la libertà. La nostra grande forza era nella consapevolezza di non essere soli, di essere in tanti a lottare per un futuro migliore. Quella forza ci ha consentito di scrivere la straordinaria pagina della Resistenza che meriterebbe e necessiterebbe di essere più approfonditamente e dettagliatamente trattata negli insegnamenti scolastici, per la formazione dei ragazzi ai quali, ogni volta che me ne viene data l’opportunità, dico: “Studiate, studiate e studiate: perché è con la cultura che ci si oppone ai regimi e alla soppressione delle nostre libertà. E’ la nostra mente l’arma più forte per poterci difendere, perché spesso l’intelligenza può sostituire anche i fucili.

 

E tutti noi siamo partigiani, anche oggi, nel momento in cui decidiamo di ribellarci alle ingiustizie che continuano, copiosamente, ad interessare il nostro paese, l’Europa e l’intero mondo”. Dico questo ai ragazzi, ai giovani, perché penso che nell’attuale fase sociale e politica vi è un grande bisogno di una nuova leva di “partigiani” capace di contrastare le pericolose derive che stanno intervenendo sia nello scenario internazionale (segnato da grandi incognite e perfino da rischi di nuovi e incontrollabili conflitti su scala mondiale) che nel nostro paese, dove l’esito delle elezioni del 4 marzo certifica un’insopportabile tendenza alla semplificazione dei problemi, premiando forze politiche attigue al fascismo o con grandi ambiguità sui temi dell’antifascismo e dell’antirazzismo. 

 

In questo quadro vi è certamente bisogno di iniziative simboliche ed al contempo importanti come l’appello “mai più fascismi”, finalizzato a chiedere interventi, delle istituzioni e delle autorità preposte, per il rispetto della Costituzione e della legge in tema di apologia del fascismo e di riproposizione di culture razziste.

 

Mi permetto però di dire che non basta. Vi è bisogno di togliere acqua nello stagno dove la cultura dell’intolleranza si alimenta, mettendo i penultimi contro gli ultimi. E’ necessario aggredire alla radice i problemi che generano ineguaglianze sociali insopportabili.

 

La Sinistra politica e sociale non può lasciare alla Lega la bandiera della cancellazione dell’iniqua legge Fornero sulle pensioni. Non può lasciare ai 5Stelle le proposte di tutela di quanti stanno peggio, sotto la soglia di povertà.

 

Non può non ripartire da una forte mobilitazione tesa all’affermazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione, a partire dall’articolo 1: dalla centralità e dal primato del lavoro.

 

Non può non ripartire, rispetto a quanto avviene in Siria, in Palestina e in tante altre parti del mondo, da una grande mobilitazione pacifista. Purtroppo non siamo più nei primi anni del Duemila quando, dopo l’aggressione degli Usa in Iraq, milioni di persone scesero in piazza in tutto il mondo, animando un grande e straordinario movimento per la pace e contro la globalizzazione liberista.

 

Sono passati meno di venti anni, ma pare sia trascorso più di un secolo, rapportando quelle lotte con il “niente” di oggi in termini di mobilitazione contro le guerre. Il movimento pacifista appare quasi dissolto, nelle sue tante e plurali articolazioni.

 

Sommessamente, penso che spetti ad organizzazioni di rappresentanza sociale di massa come la Cgil (sindacato al quale ancora oggi, da pensionata, sono orgogliosamente iscritta) metterci la faccia e proporre mobilitazioni sui temi della pace, così come su quelli connessi all’antifascismo, all’antirazzismo, alle lotte per il lavoro, i diritti, l’equità sociale. Rischiando anche l’insuccesso.

 

D’altro canto se tutte le azioni partigiane fossero state concepite solo con la certezza del successo, non ve ne sarebbe stata neppure una. Questo penso debba essere il senso del 25 Aprile: osare per costruire un futuro migliore.

18 apr 2018

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

 

«Mentre continuano le esplorazioni ricordiamo che l’Italia é una repubblica parlamentare e quindi in aula si deve lavorare. Invitiamo quindi Lega e M5S a non cincischiare e a mantenere gli impegni assunti in campagna elettorale.


L’abolizione della legge Fornero era un impegno comune e quindi la mettano subito all’ordine del giorno. Anche perché o si fa ora o sarà difficilissimo farla con coalizioni di governo con PD o Forza Italia che sono contrarissimi.


Sarebbe anche indispensabile che tutti i partiti dichiarino con quali misure intendono scongiurare le ricattatorie clausole che comporteranno a breve l’aumento dell’Iva».

18.04.2018

da Potere al Popolo

 

Da Ilaria Cucchi:


"A Ste!


Oggi i colleghi di coloro che ti hanno ucciso ci hanno detto che quando ti hanno visto la mattina dopo il tuo violentissimo pestaggio, tu stavi malissimo. Ci hanno detto che erano rimasti turbati per le condizioni in cui stavi.

Qualcuno di loro scrisse qualcosa di questo nella sua annotazione di servizio. Ma non andava bene ed i superiori decisero che andava modificato. Che non c’era bisogno di essere cosi precisi. Meglio sorvolare. In fin dei conti eri solo un tossico tanto magro. 
Per otto anni ci hanno preso in giro. Ho l’impressione, caro fratello mio, che non tutti quelli che dovrebbero sedere al banco degli imputati siano lì. 
Ora però tremano, Ste, tremano loro. Allora eri tu a tremare poro fratello mio. E non de freddo. Ora tocca a loro. E non de freddo".

17.04.2018

da il Manifesto

 

Una strada intitolata a Giorgio Almirante, una a Enrico Berlinguer e una terza alla Pacificazione nazionale. Accade a Grosseto, dove ieri la mozione è stata approvata dal consiglio comunale con i voti della maggioranza di centrodestra, il no del Pd e della lista Mascagni e con i 5S che hanno abbandonato l’aula. Mentre il sindaco Antonio Vivarelli invocava «superiamo le ideologie».

 

Il centrosinistra ha chiesto di inserire nel testo alcuni scritti di Almirante quando era direttore della «Difesa della razza». Ma tutti gli emendamenti sono stati bocciati.

 

Già in autunno c’era stato un tentativo di dedicare una via a Almirante. Ieri l’Anpi ha manifestato davanti alla sede del comune dopo aver denunciato la «chiara provocazione, tanto più insopportabile» a pochi giorni dal 25 aprile. «Oggi è un giorno buio per la Toscana e per tutto il Paese», ha detto la vicepresidente nazionale dell’Anpi Vania Bagni, coordinatrice dell’associazione dei partigiani in Toscana.

16.04.2018

 

Non aggiungiamo altro , questo manifesto firmato da Almirante dice chi era costui:UN TORTURATORE E MASSACRATORE DI PARTIGIANI.

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