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25/06/2020

da Il Manifesto

Andrea Capocci

 

Il rapporto. Pubblicato il dossier dell’Osservatorio sulla salute diretto da Walter Ricciardi. La pandemia ha messo in luce un sistema frammentato e diseguale. La sola spesa sanitaria in aumento è quella privata. 33 mila posti letto persi in 8 anni

 

La pandemia ha rappresentato un evento eccezionale nella storia di questo paese. Ma sarebbe un errore, una volta superata l’emergenza, ridurla a un brutto sogno da dimenticare rapidamente. Il Covid-19 ha infattI portato alla luce le lacune del nostro sistema sanitario, per le quali adesso è urgente correre ai ripari. È il messaggio principale del corposo rapporto «Osservasalute. Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle regioni italiane»: quasi 600 pagine dense di tabelle e grafici curate dall’Osservatorio sulla salute dell’università Cattolica di Roma, sotto la direzione di Walter Ricciardi. Il rapporto è stato presentato ieri e, pur riferendosi al 2019, non può non risentire del contesto in cui è stato redatto e pubblicato.

 

SE IL SALTO DI SPECIE del coronavirus non poteva essere anticipato, alla luce dei numeri erano prevedibili i punti deboli della nostra sanità. O, come sarebbe meglio dire, delle nostre sanità. Uno degli aspetti critici messi in luce dalla pandemia è stata infatti la frammentazione del Servizio Sanitario Nazionale conseguente alla riforma del 2001 che ha affidato alle regioni il compito di organizzare la sanità. «L’esperienza vissuta ha dimostrato che il decentramento della sanità, oltre a mettere a rischio l’uguaglianza dei cittadini rispetto alla salute, non si è dimostrato efficace nel fronteggiare la pandemia» spiega il direttore scientifico dell’osservatorio Alessandro Solipaca.

 

«Le Regioni non hanno avuto le stesse performance, di conseguenza i cittadini non hanno potuto avere le stesse garanzie di cura. Il livello territoriale dell’assistenza si è rivelato in molti casi inefficace, le strategie per il monitoraggio della crisi e dei contagi particolarmente disomogenee, spesso imprecise e tardive nel comunicare le informazioni».

 

È ESEMPLARE IL CONFRONTO tra Lombardia e Veneto, le prime regioni a entrare in emergenza dopo i casi di Codogno e di Vo’ Euganeo che da quel momento hanno seguito strategie autonome, con risultati ben diversi.

 

L’abbandono della sanità territoriale da parte delle giunte di centro-destra lombarde ha riversato un enorme numero di malati sui pronto soccorsi e sulle terapie intensive degli ospedali della regione. La rete della medicina di comunità del Veneto – prudentemente tutelata dal governatore Zaia – ha invece permesso di curare in anticipo, e a casa propria, i malati. Risultato: in Veneto si è rilevata la quota più elevata di casi positivi in isolamento domiciliare, dal 70% dei primi giorni al 90% della fine dell’ultimo periodo. In Lombardia, i pazienti ospedalizzati sono stati tra il 50 e il 60% inizialmente, per poi arrivare al 70-80% nel picco.

 

D’altronde, è toccato alle regioni tenere in piedi un servizio sanitario mediamente impoverito dal governo centrale. Le cifre parlano chiaro: la spesa sanitaria pubblica è riuscita nell’impresa di crescere ancora più lentamente (+0,2% su base annua tra il 2010 e il 2018) del Pil italiano, aumentato al tasso dell’1,2% nello stesso periodo. Compensare il taglio effettivo della spesa sanitaria è toccato alle famiglie, che hanno visto lievitare la spesa sanitaria privata del 2,5% annuo. Alla fine del 2018, la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto i 153 miliardi di euro. Di questi, 38 miliardi (il 25% circa) sono stati pagati direttamente dai cittadini. Nel frattempo, è continuata l’opera di “razionalizzazione” della sanità, con 33 mila posti letto cancellati (-1,8%).

 

LE DISPARITÀ REGIONALI si sovrappongono a quelle che colpiscono le diverse classi sociali. La popolazione immigrata dai paesi più poveri, ad esempio, utilizza i servizi sanitari il 40% in meno degli italiani. Secondo il rapporto, «tale divario potrebbe essere la risultante di un mix di fattori, costituito da un lato dal migliore stato di salute della popolazione immigrata (effetto “migrante sano”), che opera come selettore naturale sulle persone al momento della partenza, e dall’altro dall’effetto di barriere burocratiche e linguistico-culturali all’accesso».

 

LA CARENZA NELLE ATTIVITÀ di prevenzione si misura anche nella bassa copertura vaccinale contro l’influenza: nessuna delle regioni italiane ha raggiunto l’obiettivo minimo fissato nel piano nazionale di prevenzione, cioè la vaccinazione del 75% degli ultrasessantacinquenni. Ci si avvicina (si fa per dire) la Basilicata con il 66%, mentre in provincia di Bolzano non si arriva al 40%. Innalzare queste percentuali entro l’autunno sarà fondamentale. Dato che i sintomi di Covid-19 e influenza nelle fasi iniziali si assomigliano, le procedure di isolamento e test saranno estesi in maniera precauzionale anche ai malati di influenza. Una maggiore copertura vaccinale consentirebbe di ridurre per quanto possibile la componente influenzale nella popolazione malata e concentrare le risorse sul coronavirus.

24/06/2020

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Sicurezza. Fase 3, lavoro cura e salute al tempo della pandemia a partire dai dati dell'Inail al 15 giugno. La categoria più colpita resta quella degli operatori sanitari, la regione più colpita è la Lombardia

 

Il 15 giugno scorso i casi di contagio da Covid 19 sul lavoro segnalati dal quinto rapporto del’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail) erano 49.021, 1.999 in più rispetto ai 47.022 già rilevati dal monitoraggio pubblicato il 31 maggio scorso. I decessi per contagio sul lavoro sono 236 (+28), circa il 40% dei casi mortali denunciati dall’inizio dell’anno.
Questo sistematico censimento dei contagi e delle morti per Covid permette di ricostruire una geografia del lavoro molto precisa delle attività più a rischio. Al primo posto resta la sanità: il 72,2% dei casi denunciati e il 26,3% dei decessi continua a concentrarsi in questo settore e in quello dell’ assistenza sociale che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche, policlinici universitari, residenze per anziani e disabili.

 

A questi si aggiungono gli organismi come le Asl che hanno portato all’81,3% la quota delle denunce in complesso e al 36,5% quella dei casi mortali. Dopo ci sono tutte le attività come la vigilanza, la pulizia, i call center, la lavorazione di prodotti chimici, farmaceutici, alimentari, le attività di alloggio e ristorazione e il commercio.

 

È importante continuare a ragionare anche a partire dai dati sull’età dei lavoratori colpiti, e sul genere. Il 71,7% dei lavoratori contagiati sono donne, il 28,3% uomini. Questo rapporto si presenta rovesciato nei casi di mortalità. I decessi degli uomini sono stati l’82,6% del totale. L’età media dei lavoratori che hanno contratto il virus è 47 anni per entrambi i sessi. Sale a 59 anni per i casi mortal: (57 per le donne e 59 per gli uomini. Il 70,3% dei decessi, in particolare, è concentrato nella fascia di età 50-64 anni, seguita da quelle over 64 anni (18,6%) mentre per la fascia 35-49 anni si registra il 9,4% dei decessi denunciati e l’1,7% tra gli under 34 anni.

 

Le categorie più contagiate nella sanità sono i tecnici della salute con il 40,9% delle denunce complessive. Seguono gli operatori socio-sanitari (21,3%), i medici (10,7%), gli operatori socio-assistenziali (8,5%) e gli ausiliari, i portantini, i barellieri (4,8%). I tecnici della salute sono anche la categoria più colpita dai decessi, con il 12,8% dei casi: il 61% sono infermieri, seguiti dai medici (9,9%) e dagli operatori socio-sanitari (7,8%).

 

E arriviamo alla distribuzione geografica dei contagi e delle morti. La zona più colpita del paese è il settentrione dove sono concentrare oOtto denunce su 10: il 56,1% nel Nord-Ovest (il 36,% in Lombardia) e il 24,2% nel Nord-Est (il 10,2% in Emilia Romagna). Il resto dei casi è distribuito tra Centro (11,8%), Sud (5,7%) e Isole (2,2%). Più di quattro decessi su 10 (43,2%), sono avvenuti nella sola Lombardia.

 

Quanto ai numeri generali ieri sono scesi ancora: le vittime del Covid sono state 18 nelle ultime 24 ore, 6 in Lombardia, 4 in Piemonte, 2 in Lazio e Puglia e 1 in Emilia-Romagna, Veneto, Toscana e Liguria. Nessuna vittima nelle altre regioni. 122 i tamponi positivi, 62 in Lombardia.  

20/06/2020

Segreteria 

Rifondazione Comunista di Santa Fiora 

 

Da circa metà marzo gli uffici postali "periferici" della nostra provincia, e per periferici intendiamo quegli uffici che rimanevano aperti prima della chiusura per Covid19 per almeno tre giorni alla settimana, non hanno più osservato aperture al pubblico sino alla data del 20 aprile scorso. Solo da allora si è visto il riattivarsi del servizio in molti di essi, ma per un solo giorno a settimana, non più tre. In questa condizione si ritrovano attualmente ben 36 uffici, di cui ancora ad oggi non è dato sapere il destino. 

 

E' d'obbligo ricordare che la decisione di chiusura provocò molti malumori, non solo tra i cittadini, ma anche tra i rappresentanti istituzionali locali: diversi Sindaci dimostrarono la loro contrarietà alle chiusure, decretate da Poste Spa senza un preventivo confronto, che mancò anche verso i sindacati postali.

 

Come Rifondazione Comunista evidenziammo questo aspetto in un comunicato stampa proprio di quei giorni: ossia che la partita eterna tra il gigante delle telecomunicazione e i piccoli Comuni si trasformava in una inedita mischia a tre, una zuffa all'interno della quale i Sindaci, ancora una volta, si ritrovarono paradossalmente soli, accusati dai sindacati di dar luogo a  "sterili  polemiche", nel momento in cui si dichiaravano contrari alle chiusure imposte a marzo agli uffici postali della provincia.

 

In realtà questo atteggiamento era rivelatore dei reali rapporti di forza istituzionali per cui, se ora seguiamo la linea di condotta per come si è sviluppata in passato, che riproduce il modello aziendalistico che si è affermato nel tempo e che delinea i reali ruoli "moderni" ricoperti dai giocatori in campo, è facile per noi, oggi come oggi, essere facili profeti sul futuro postale in provincia.

 

Quindi venendo al tema, è giusto dare l'allarme per quei 36 uffici postali periferici che mancano all'appello?

 

La pandemia che stiamo ancora vivendo, e che ha parzialmente giustificato le decisioni prese durante questo drammatico frangente, rappresenta senz'altro un momento di crisi e,  come ogni crisi, presenta da una parte negativi ma contemporaneamente pure possibili opportunità.

Il concetto è semplice: le possibili opportunità non possono di certo sfuggire ad una grande Azienda quale il colosso postale privatizzato.

 

Poste Spa da oltre un ventennio si è sempre mossa senza tanti riguardi sui territori, che per reazione hanno potuto maturare, è il caso di ribadirlo, un'esperienza vasta e consolidata sull'argomento; stanno a testimoniarlo i nostri notiziari locali che, se sfogliati a ritroso negli anni, riportano fedelmente lo stillicidio del servizio postale in tutto questo tempo e i vari interventi delle autorità e della cittadinanza.  All'interno di tale dinamica, si è plasmata un'esperienza che ha coinvolto sull'argomento specifico le molte Amministrazioni Locali succedutesi nel tempo, di qualsiasi coloro politico.

 

Sulla base di quanto sopra esposto non è difficile immaginare che le vicende del COVID 19 possano diventare un nuovo pretesto per Poste Spa per proseguire l’antico disegno di taglio ulteriore dei servizi postali nei piccoli comuni. E’ necessario che i lavoratori postali, i cittadini e le amministrazioni locali facciano nuovamente sentire la loro voce in difesa di un Bene Comune come il servizio postale universale. Noi, come sempre, ci impegneremo in queste mobilitazioni.

Davide Conti

 

Colonialismo. In un paese in cui i conti con la storia vengono di norma evitati, si criminalizza un collettivo di studenti universitari che ha «colpito» con vernice e spray la statua di Indro Montanelli a Milano.

 

Il proverbio cinese recita «Quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito». Il dibattito pubblico in Italia non ha mancato, nel pieno di un movimento che solleva a livello globale la vitale questione della lotta al razzismo, al compito di confermare la validità di questo adagio.

 

Si è avviato una dibattito sulle statue erette in onore di personalità pubbliche da conservare da una presunta «furia iconoclasta», eludendo del tutto il senso di fondo che azioni simboliche di questo genere comunicano. In sostanza si rovescia il senso semantico dell’atto che più che un attacco al simbolo si manifesta come un simbolico attacco.

 

In un paese in cui i conti con la storia vengono di norma evitati, si criminalizza un collettivo di studenti universitari che ha «colpito» con vernice e spray la statua di Indro Montanelli a Milano.

 

A quell’azione si dovrebbero applicare gli stessi criteri invocati dagli indignati difensori del politicamente corretto che invitano (loro sì in difesa dei simboli e della retorica celebrativa che li accompagna) a contestualizzare storicamente atti quali il commercio di schiavi (è il caso Edward Colston la cui statua è stata abbattuta a Bristol) o «l’acquisto» di una bambina dodicenne eritrea, raccontato dallo stesso Montanelli in Rai nel 1969.

 

Si discute del dito con cui i figli della Repubblica chiedono conto ai padri delle nefaste eredità del passato radicate nel nostro presente (il razzismo e il colonialismo) anziché della luna che ci viene indicata ovvero i conti con la nostra storia fatta anche di fascismo, aggressioni coloniali, leggi razziste e crimini di guerra. Dalle ceneri di quelle vicende mosse la transizione da cui è nata con fatica la nostra Repubblica e la figura sfaccettata e complessa di Montanelli ne diviene quasi un archetipo. Celebre fu la sua polemica con il più importante storico del nostro colonialismo Angelo Del Boca. Uno scontro pubblico in cui il giornalista affermò più volte un falso storico, smentito dai documenti e dallo stesso ministero della Difesa, ovvero che l’esercito italiano non avesse usato gas e armi chimiche vietate contro la popolazione etiope durante «la conquista dell’impero».

 

Meno noto ma non meno significativo lo scambio epistolare tra lui e l’ambasciatrice Usa a Roma Claire Booth Luce del 6 maggio 1954. Allora Montanelli, di fronte all’ipotesi di un accesso al governo da parte delle sinistre attraverso le elezioni democratiche, non ebbe scrupolo a indicare un colpo di Stato come soluzione ai problemi dell’Italia, un Paese in cui «le maggioranze – scrisse – non hanno mai contato, sono sempre state al rimorchio di questo pugno di uomini che ha fatto tutto con la violenza. Questa minoranza esiste ancora e non è comunista. È l’ unica nostra fortuna. Bisogna ricercarla, darle una bandiera, una organizzazione terroristica e segreta e un capo».

 

Quale «capo»? Montanelli lo indicò richiamando un altro pezzo oscuro della nostra storia: «Propongo il Maresciallo Messe Capi e gregari debbono essere tutti Personae Gratae ai carabinieri». Giovanni Messe fu uomo di vertice militare durante tutte le guerre fasciste: Africa 1935; Albania 1939; Grecia 1940; Russia, al fianco delle truppe naziste nel 1941. Inviato da Mussolini in Africa comandò, col generale Rommel, l’Armata italo-tedesca ad El Alamein. Arrestato dalle truppe Alleate e trasferito in Inghilterra insieme ad altri generali, accusati di crimini di guerra, venne rilasciato su richiesta del capo di governo Pietro Badoglio (criminale di guerra in Etiopia) e nominato capo di Stato maggiore generale per continuare il conflitto bellico contro la Germania.

 

Nel dopoguerra fu uno dei principali oppositori dell’epurazione in seno alle istituzioni dello Stato. Fondò l’Unione Patriottica Anticomunista e divenne capo dell’Armata Italiana di Liberazione, due strutture militari poi assorbite all’interno degli apparati di forza dello Stato durante gli anni duri della Guerra Fredda. Concluse la sua vita pubblica da senatore nelle liste della Dc e del Pli. Anche Messe ha il suo busto pronto ad essere collocato nella sua città natale di Mesagne.

 

«Chiamate eroe un assassino» scrissero con lo spray tre ragazzi di Affile sul mausoleo eretto in onore del criminale di guerra Rodolfo Graziani. Furono giustamente assolti, a differenza del sindaco di quella cittadina che la Corte d’Appello di Roma ha condannato per apologia di fascismo.

 

Grattando sotto la vernice di Affile o di Milano affiora la storia controversa del Paese. Forse è per questo che, più che la loro rimozione, è utile l’uso pedagogico antifascista e repubblicano di quei monumenti, che raccontano alle giovani generazioni un Paese incapace di guardarsi allo specchio e li incarica di un compito di cui chi li ha preceduti non è stato all’altezza.

11/06/2020

da il Manifesto

Pierluigi Ciocca

 

Pandemonio. Gli imprenditori hanno patrimoni privati di migliaia di miliardi. Devono essi per primi ricapitalizzare le aziende. Lo Stato può contribuire in seconda battuta

 

La crisi economica è di tipo nuovo. Idee chiarissime si può solo fingere di averle! I vecchi parametri econometrici saltano. Sta scendendo la stessa propensione al consumo, sembra. E vi sono più motivi di riflessione.

 

Cadono sia la domanda sia l’offerta. Non si sa quale cade di più. L’incertezza impedisce di investire là dove i prezzi relativi salgono e di disinvestire là dove essi flettono (durevolmente?).

 

La domanda va sostenuta con tanta spesa pubblica. Ma occorre anche gradualità. Se si eccede e l’offerta è anelastica, alla disoccupazione si unirebbe l’inflazione, per ora limitata agli alimentari. La Bce si volgerebbe alla restrizione monetaria, come è nei suoi statuti, se non nelle sue propensioni.

 

Gli ammortizzatori sociali sono doverosi, ma non per i molti che stanno incassando quanto avevano dichiarato al fisco l’anno prima. Il problema – che è amministrativo, non normativo – dell’evasione precede ogni ipotesi di riforma tributaria, da rinviare a tempi meno tristi.

 

Sono cruciali gli investimenti pubblici. Il loro moltiplicatore è almeno triplo rispetto a quelli della spesa corrente e della detassazione. Promuovono lo stesso investimento privato e la produttività, quindi anche l’offerta. Gli investimenti pubblici netti – al netto dell’ammortamento – dovrebbero andare ben oltre il recupero delle decine di miliardi in meno cumulate rispetto al picco del 2009. Le priorità sono ovvie, stringenti: sanità, sicurezza del territorio, infrastrutture fisiche e immateriali, ambiente, soprattutto al Sud. Si deve al più presto varare un piano concentrato su pochi obiettivi primari e quindi attuarlo nello scorcio della legislatura. Superata la recessione il governo Conte avrà molto di strutturale da fare affinché l’economia ritrovi la crescita di trend, necessaria anche per riassorbire il debito pubblico.

 

Nel 2020 la spesa della Pubblica Amministrazione va aumentata fino a 200 miliardi, se la Banca d’Italia arriva a temere una caduta del Pil del 13% (che implicherebbe un milione e mezzo di occupati in meno). Sinora ne sono stati messi in campo 75, con modesti effetti moltiplicativi perché non includevano investimenti.

 

I proprietari delle imprese hanno patrimoni privati di migliaia di miliardi. Devono essi per primi ricapitalizzare le proprie aziende. Lo Stato può contribuire in seconda battuta, spingendosi sino ad assumere il controllo in casi drammatici come l’Ilva, ma senza sognare l’Iri. L’Iri è irripetibile perché non vi sono né soldi, né Beneduce e Menichella, né grandi tecnici servitori dello Stato (come Sinigaglia, Bordoni, Cortesi, Obber, Reiss Romoli, Rocca). Se le imprese industriali continuano a non rispondere, e comprano banche o assicurazioni invece di fabbriche, la partita per l’economia italiana è persa.

 

Quanto alla copertura della spesa, gli investimenti pubblici si autofinanziano (come Keynes spiegò un secolo fa), anzi abbattono il rapporto debito/Pil (Blanchard). Per il resto è rischioso tentare di piazzare titoli a 50 anni o irredimibili, e non riuscirvi. Bisogna ricevere dall’Europa quanto l’Europa offre (Sure, Bei, Mes, Recovery Plan). Nel caso dell’Italia ammonterebbe a buona parte di ciò che occorre. Il solo Mes restituirebbe ampiamente alle strutture della sanità pubblica i 15-20 miliardi tagliati dal 2000, potenziandole ulteriormente: ricerca, posti letto, non più code, vite salvate.

 

I crediti a tasso zero e ancor più i sussidi europei sono vincolati a determinati utilizzi, dai governi italiani condivisi. I titoli della Repubblica – se collocati! – non hanno vincoli. Ma pagano, ai tassi attuali, interessi del 2%. Su un debito aggiuntivo che arrivasse a 200 miliardi l’onere sarebbe di 4 miliardi l’anno per svariati anni. Qualunque maggioranza governativa accorta li risparmierebbe. Il gran dibattito politico italiano su questo punto è davvero patetico, o grottesco: “Molto rumore per nulla”.

10/06/2020

Alfonso Gianni

da Il Manifesto

 

Piano Colao. Era francamente difficile immaginare un piano così desolante come quello presentato da Colao. Le 121 slide di cui si compone colpiscono soprattutto per l’assenza di un’idea portante, capace di tenerle insieme, che non sia il logoro canovaccio di ciò che è già stato e che si vuole continuare a fare esistere. Proprio in una situazione come l’attuale vi sarebbe bisogno di un indirizzo chiaro

 

Era francamente difficile immaginare un piano così desolante come quello presentato da Colao. Le 121 slide di cui si compone colpiscono soprattutto per l’assenza di un’idea portante, capace di tenerle insieme, che non sia il logoro canovaccio di ciò che è già stato e che si vuole continuare a fare esistere. Proprio in una situazione come l’attuale vi sarebbe bisogno di un indirizzo chiaro.

E coraggioso tale da rompere con una continuità non solo improponibile ma suicida. Il piano si articola in sei grandi capitoli, i cui titoli già indicano come non ci si voglia discostare da una normalità malata.

Da un lato dominano banalità e genericità. Cosicché assistiamo ad affermazioni difficilmente contestabili perché prive di contenuti valutabili. Può forse qualcuno sostenere che la Pubblica amministrazione non debba essere alleata di cittadini e imprese? Dall’altro lato si cade in affermazioni sconcertanti, come quella di considerare il turismo, l’arte e la cultura semplicemente un “brand del Paese”.

Le infrastrutture e l’ambiente diventano un “volano del rilancio”, così si seppellisce nella retorica il contrasto insanabile che si crea tra le grandi opere, di cui in più punti si raccomanda la realizzazione per favorire il turismo, e il territorio su cui dovrebbero poggiare o attraversare.

Sul fronte dell’istruzione, forse la parte peggiore, si persegue la strada dell’aziendalizzazione della scuola. Di un piano per l’edilizia residenziale pubblica non si parla. Nel punto sulla società “più inclusiva ed equa” si pensa di moltiplicare gli asili nido per coprire le esigenze “del 60% dei bambini” in tre anni, niente di clamoroso, ma un intervento decisivo per l’universalizzazione dello stato sociale e del reddito è fuori da questo orizzonte.

Sul tema lavoro si dà qualche carente risposta alla tragedia occupazionale in gestazione, ma, ad esempio, non si va oltre la generica affermazione di un codice etico per lo smart working, che necessiterebbe invece di non essere ridotto ad una modernizzazione dello sfruttamento del vecchio lavoro a domicilio. In generale il tema lavoro è declinato entro la griglia degli interessi delle imprese, per cui ai fini di contenere il costo del lavoro si raccomanda persino “la defiscalizzazione temporanea per indennità di turni aggiuntivi o lavoro festivo o notturno”.

Il Mezzogiorno è citato parsimoniosamente, ma non come una decisiva questione nazionale ed europea: come un vecchio dimenticato in casa. L’impresa è il pilastro e lo Stato è la sua crocerossina. In linea perfetta con il Carlo Bonomi-pensiero. L’ordoliberismo perde le due prime sillabe.

La proposta del Recovery Fund, di cui si discute in Europa, appare molto più avanzata prevedendo invece che la stragrande maggioranza dei prestiti e degli aiuti siano destinati a interventi pubblici. Bene ha fatto Mariana Mazzucato a non firmare il prodotto della task force, avendo a suo tempo scritto nelle conclusioni del suo Lo stato innovatore (2013): “La tesi che confina il ruolo del settore pubblico alla fornitura di incentivi al settore privato per spingerlo ad innovare (attraverso sussidi, riduzione delle tasse … ) non dà conto (specialmente nel contesto dell’attuale crisi, ma non solo) di tutti quei casi in cui la forza imprenditoriale principale è venuta dallo Stato e non dalle imprese private”.

Si capisce invece la buona accoglienza di Forza Italia che rivendica la maternità di molte proposte; nonché della Lega che impietosamente cita propri emendamenti respinti e qui fatti rivivere, come la liquidazione di fatto del codice degli appalti. Marcucci (Pd) invita Conte e fare proprio l’intero piano Colao. Non è colpa di un olfatto ipersensibile se si comincia a sentire l’odore di nuovi possibili equilibri politici. Intanto i 5Stelle si consolano con gli stati generali dell’export celebrati da Di Maio.

Il nostro paese ha conosciuto esperienze importanti di programmazione economica. Nel dopoguerra l’iniziativa partì dal management pubblico di grandi imprese, quali l’Iri e l’Eni. Dai loro uffici studi l’idea di programmazione, superata la fase ingegneristica, divenne sempre più politica e generale. Fino a coinvolgere direttamente il governo attraverso vari organismi, nonché i partiti. Ma oggi non abbiamo quella qualità di classe dirigente.

Chiedere a questo governo, il cui collante è rappresentato unicamente dall’evitare l’avvento al potere dei Salvini, di avere un’anima e di esprimere una capacità programmatoria è eccessivo. Né la risposta può venire dalle forze politiche che compongono la maggioranza, con un Pd che reclama una svolta che però sta avvenendo a destra rispetto allo stesso Conte, non a caso restio a caricarsi sulle spalle l’intero piano Colao.

Dalla sinistra d’alternativa possono giungere spunti e idee, ma il suo stato di divisione e il suo scarso peso toglie autorevolezza. Una risposta potrebbe venire dal sindacato, dalla Cgil in particolare, fuori dalla logica della concertazione e del compromesso sociale, valorizzando il conflitto nelle sue varie e creative forme, raccogliendo esperienze e intelligenze che non mancano.

Per una programmazione alternativa su come uscire dalla crisi senza allargare la povertà e desertificare la vita sociale e civile.

 

04/06/2020

da Il Manifesto

Luca Kocci

 

I numeri del rapporto al Parlamento. Il papa chiede il disarmo ma alcuni enti cattolici mantengono rapporti con le «banche armate»

 

Chi si iscrive al corso di laurea in Scienze della pace presso la Pontificia università lateranense, «l’università del papa», versa le tasse su una «banca armata», la Popolare di Sondrio, quarta nella classifica degli istituti di credito che fanno affari anche con il commercio degli armamenti.

 

Intanto papa Francesco, anche a Pasqua, ha ripetuto: «Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone e salvare vite».

 

Intrecci di un complesso militare-industriale in cui cannoni e banche, bombe e finanza, sono vasi comunicanti. E contraddizioni di un sistema – quello vaticano ed ecclesiastico – per il quale a parole il denaro è «lo sterco del diavolo», ma siccome non puzza, allora va bene affidarsi anche a una «banca armata», se garantisce qualche zero virgola di interessi in più.

 

Mentre dallo stesso mondo cattolico, le riviste missionarie Nigrizia e Missione OggiPax Christi e Mosaico di pace, rilanciano la campagna di pressione alle banche armate (partenza ufficiale il 9 luglio, a trent’anni dall’approvazione della legge 185 sul commercio delle armi) e raccomandano, anche e soprattutto alle strutture cattoliche, di «verificare le banche in cui abbiamo depositato i risparmi evitando quei gruppi che finanziano, giustificano e sostengono l’industria, il commercio e la ricerca militare».

 

Nomi e numeri sono noti da pochi giorni: a fine maggio è stata consegnata, in ritardo, al Parlamento l’annuale relazione del governo sull’export italiano di armamenti nel 2019, in cui sono indicate anche le operazioni bancarie delle aziende armiere e l’elenco degli istituti di credito che spostano, anticipano e incassano soldi della vendita di armi, percependo interessi e commissioni.

 

Ai primi due posti della classifica delle «banche armate» si confermano Unicredit (Unicredit Spa + Unicredit factoring), con «importi segnalati» dal ministero dell’Economia e delle Finanze pari a un miliardo e 751 milioni di euro, e Deutsche Bank, con 793 milioni.

 

Al terzo posto c’è Barclays Bank (244 milioni). Al quarto e quinto altri due istituti italiani: Popolare di Sondrio (189 milioni) e Intesa San Paolo, con 143 milioni.

 

A seguire, per completare la top ten delle «banche armate», Commerzbank (121 milioni), Credit Agricole (111 milioni), Banca nazionale del lavoro (98 milioni), Bnp Paribas Italia (76 milioni) e Banco Bpm (59 milioni).

 

Molti enti ecclesiastici scelgono le «banche armate» come propri istituti di riferimento.

 

A cominciare dalla Conferenza episcopale italiana, che incassa erogazioni liberali ed offerte deducibili per il sostentamento del clero tramite sette diversi conti bancari, quattro dei quali aperti presso altrettante «banche armate»: Unicredit, Intesa San Paolo, Bnl e Bpm.

 

Ci sono poi gli atenei pontifici, quindi direttamente legati ala Santa sede, che le hanno scelte come tesorerie, gli istituti di credito dove gli studenti pagano le tasse: della Lateranense già si è detto; la Gregoriana, dei gesuiti, e l’università della Santa Croce, dell’Opus Dei, si appoggiano invece a Unicredit.

 

E c’è la sanità vaticana. Anche il policlinico Gemelli ha scelto Unicredit.

 

L’ospedale pediatrico Bambino Gesù invece ha optato per Intesa San Paolo che – riferiva una nota della banca al tempo della sottoscrizione dell’accordo, nel 2018, ricordata dall’agenzia Adista – fino al giugno 2021 sarà «il referente per l’erogazione dei servizi bancari e finanziari del Bambino Gesù, nell’ambito di una partnership che si svilupperà anche attraverso l’installazione di una ramificata struttura di punti operativi e la sottoscrizione di una specifica convenzione per prodotti e servizi a condizioni agevolate ai circa tremila dipendenti e collaboratori dell’ospedale».

 

E Mariella Enoc, presidente del Bambino Gesù nonché vicepresidente di Fondazione Cariplo (uno dei principali azionisti di Intesa): «Siamo contenti di intraprendere questa nuova avventura con una realtà autorevole e tradizionalmente attenta alla dimensione sociale come il gruppo Intesa San Paolo». Quinta «banca armata» italiana.

31/05/2020

da Il Manifesto

Bruno Cartosio

 

American Drem. Tutte le rilevazioni mostravano che gli afroamericani erano i più colpiti dal contagio (anche nelle carceri, dove sono la stragrande maggioranza) e a molti di loro è sembrato che parte di quel disinteresse fosse dovuto al fatto che «intanto sono soprattutto loro che se ne vanno».

 

La sollevazione è generale. Violenta e non violenta, afroamericana e non, di uomini e donne. La protesta è condivisa, la rabbia non è la stessa per tutti. Perché i due fili che si intrecciano sono soprattutto la rabbia per il ripetersi degli omicidi di afroamericani e l’esasperazione per una condizione sociale precipitata drammaticamente negli ultimi mesi.

 

Anche i modi sono sempre gli stessi: a terra con un ginocchio sul collo – George Floyd a Minneapolis nel 2020 come Eric Garner a New York nel 2014 – o colpi d’arma da fuoco, come il giovane Ahmaud Arbery che si diverte correndo in strada in Georgia nel 2020 e il piccolo Tamir Rice che si divertiva giocando nel parco a Cleveland nel 2014 (e Breonna Taylor a casa sua a Louisville, Kentucky, nel 2020 come Michael Brown in strada a Ferguson, Missouri, nel 2014…).

 

L’elenco, a farlo, sarebbe insopportabilmente lungo.

 

È in risposta a questa insensata brutalità repressiva che viene, quando esplode, la rivolta più distruttiva. «Occhio per occhio» era scritto su uno dei cartelli illuminati dalle fiamme di uno degli incendi: stazioni di polizia devastate e incendiate, macchine incendiate, negozi saccheggiati.

 

E quindi repressione di forze di polizia militarizzate, di Guardia nazionale e di esercito, in allerta a Minneapolis, a Detroit e altrove: «Quando cominciano i saccheggi, si comincia a sparare», ha scritto con altrettanta brutale sincerità Donald Trump (la stessa con cui Ronald Reagan aveva invocato un «bagno di sangue» contro il movimento più di mezzo secolo fa).

 

Quella di oggi non è solo una rivolta disperata. Non soltanto perché ora pressoché ovunque, in tutte le città, intorno alla protesta si è formata una composita corona di solidarietà politica e largamente non violenta. Sufficientemente rappresentativa da non potere essere ignorata (né ridotta a «delinquenti», nelle parole di Trump) e grande da accerchiare la Casa Bianca, costringendola al lockdown. È stato il crescere di tutte le mobilitazioni anti-Trump dei tre anni precedenti che ha innalzato la sensibilità sociale, dando ora forza e convinzione a questa solidarietà.

 

Dallo scorso marzo a oggi – questo è il secondo filo – la crescita drammatica della disoccupazione ha investito la comunità afroamericana, la più colpita dal coronavirus.

 

Il prolungato disinteresse di Trump per la minaccia della pandemia, nonostante le lezioni che si potevano trarre dagli altri paesi, e le sue incoerenti decisioni ed esternazioni hanno avuto effetti devastanti.

 

Tutte le rilevazioni mostravano che gli afroamericani erano i più colpiti dal contagio (anche nelle carceri, dove sono la stragrande maggioranza) e a molti di loro è sembrato che parte di quel disinteresse fosse dovuto al fatto che «intanto sono soprattutto loro che se ne vanno».

 

Poi, ad aprile, si è aggiunta la crescita verticale dei licenziamenti, che in meno di due mesi ha portato oltre 40 milioni di persone a perdere il lavoro. Tra questi la percentuale di afroamericani e latinoamericani, uomini e donne, è stato sproporzionatamente alto. Molti di loro non hanno risparmi accantonati e, perdendo il lavoro, hanno perso anche le coperture assistenziali che arrivavano tramite il datore di lavoro. La crisi che hanno subito è stata doppia.

 

Non tutti i licenziamenti saranno definitivi, si dice, e probabilmente sarà così. Con la ripresa, una parte saranno riassunzioni, ma molti posti di lavoro – sia nuovi, sia tra quelli che non sono stati cancellati – saranno a tempo parziale e a salari più bassi di prima.

 

I lavoratori e le lavoratrici dei fast food rischiano di perdere le conquiste salariali che avevano ottenuto con le lotte degli ultimi anni, come i 15 dollari di paga oraria. Lo stesso vale per quelli e quelle che nel commercio, nella ristorazione, nell’edilizia, nelle manifatture, nelle consegne erano riusciti a strappare condizioni di lavoro migliori e in qualche caso la sindacalizzazione.

 

Gli assunti e le assunte negli ospedali e negli istituti di cura – anche negli Stati Uniti salutati come gli «eroi del Covid 19» – hanno già cominciato a essere lasciati a casa, dove il contagio si è attenuato.

 

Tutti questi sono i settori a più alta occupazione afroamericana e ispanica, quelli in cui le lotte salariali e per la sindacalizzazione sono state condotte con maggiore determinazione (anche in questi mesi hanno dato vita a significative forme di resistenza, in particolare nei luoghi di cura).

 

Del resto, i maschi neri sono da decenni la componente di lavoratori più sindacalizzata e le donne nere e ispaniche sono state le protagoniste delle rivendicazioni degli ultimi anni. Sono questi i primi a essere licenziati e non più assunti. Ma proprio la determinazione con cui hanno lottato negli anni recenti ha dato anche ora a molti di loro la motivazione necessaria per indirizzare la loro rabbia, coniugando l’inaccettabilità dell’ennesimo insulto razziale con l’insopportabilità della propria condizione sociale.

 

Non sono loro i giovani al centro delle azioni di fuoco, ma come in tutte le resistenze sono il retroterra necessario per dare peso politico, fare coalizione e tenere la barra del movimento.

30/05/2020

da il manifesto

Alfonso Gianni 

 

Bankitalia. In "Come pagare il costo della guerra" (1940), l’economista inglese annoverava due misure: l’introduzione di un reddito di base e della tassa patrimoniale

Quando i grandi banchieri che, senza offesa alcuna, potremmo definire le vestali del finanzcapitalismo, arrivano a citare Keynes, vuole proprio dire che le cose per il sistema dominante non vanno affatto bene.

Se poi a farlo è addirittura il governatore di una banca centrale, come nel caso di Ignazio Visco, allora significa che l’inquietudine sul futuro è profonda.

 

Del resto Visco non ha risparmiato ai pochi udenti in carne ed ossa per le note precauzioni antivirus le nude e dure cifre della realtà.

 

Nelle sue tradizionali Considerazioni finali ha scelto di fare riferimento agli scenari più negativi che tanto il Fmi, quanto i vari centri studi europei, come quelli casalinghi, hanno in queste settimane tracciato.

 

Così che è apparso poco più che un training autogeno quel “insieme ce la faremo” finale, unito però all’avvertenza di evitare ogni “ottimismo retorico”.

 

Visco è stato cauto, filosoficamente saggio. Ha affermato che “con il dissiparsi della pandemia potremo ritrovarci in un mondo diverso” rispetto al quale, e a quali conseguenze sociali ed economiche porterà con sé, conviene solo riconoscere di “sapere di non sapere”.

 

Il termine forse più citato nelle 33 pagine a stampa che compongono le Considerazioni finali è “incertezza”, che Visco ha declinato in ogni modo dall’economia mondiale a quella interna, dalle condizioni della finanza a quelle – soprattutto – del mondo del lavoro, dalle “abitudini di consumo” alle “decisioni di risparmio”, dalle consuetudini quotidiane agli stili di vita.

 

Come scrisse Hyman Minsky, cinquanta anni fa “La differenza essenziale tra l’economia keynesiana e l’economia sia classica che neoclassica è l’importanza attribuita all’incertezza”.

 

A differenza del grande economista statunitense, Visco non si spinge fino alla definizione di “economia del disastro” che dà il titolo al saggio minskiano e certamente non estende l’analisi dell’incertezza all’intero sistema capitalistico, ma in qualche modo tenta di fare capire che di una svolta ci sarebbe bisogno. E non di basso profilo.

 

Se le parole sono caute e lo stile è contenuto, il contesto è drammatico.

 

Da qui la scelta della citazione keynesiana che conta più da dove è tratta che in se stessa. Poche settimane dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, Keynes pubblicò una serie di articoli sul Times, per poi raccoglierli in un volumetto nel febbraio del 1940 Come pagare il costo della guerra.

 

Come al solito Keynes sapeva guardare ben oltre il suo momento presente. E qui egli tratteggia un piano per la ricostruzione postbellica, articolato da un livello massimo a uno minimo, un “piano di carattere generale … al quale tutti devono conformarsi, come un codice della strada”, ove si interroga se “si può fare pagare la guerra ai ricchi” e fornisce varie ricette, fra le quali un reddito minimo di base e l’introduzione di un’imposta patrimoniale, non senza chiedere sacrifici anche ai lavoratori.

 

Visco di tutto ciò non parla, né sarebbe suo precipuo compito, essendo materia di politica economica, quindi squisitamente tema di governo. Del resto per poterlo fare il Governatore avrebbe dovuto tracciare un’analisi ben più radicale delle arretratezze della nostra economia, ove la mancanza di crescita e di innovazione, come ci ha ricordato su queste pagine Pier Luigi Ciocca, sono antecedenti di qualche decennio alla crisi del 2008.

 

Il rilancio, o meglio la ricostruzione, non può avvenire senza un cambiamento profondo del modello fin qui perseguito. Né bastano le cose fatte, soprattutto dalla Bce e speriamo dalla Ue, che Visco elenca puntigliosamente; ancor meno il livello ben inferiore alla media europea dell’indebitamento privato nel nostro paese; e neppure l’esistenza di un sistema di ammortizzatori sociali che per quanto allargato ed elasticizzato lascia senza protezione quella larga fetta crescente di precari.

 

Definire, come fa Visco, queste condizioni come i nostri punti di forza ha il sapore di un’amara ironia involontaria.

 

E infatti le sue Considerazioni si chiudono con l’invito a non perdere la speranza. Ma Visco non è il Papa e da lui ci si attenderebbe altro.

 

La sua proposta di un “contratto sociale” non legato ad alcun percorso programmatico di largo respiro è poco più che uno stanco invito morale. Del resto chi lo dovrebbe accogliere non lo degna della minima considerazione.

 

Fanno testo le dichiarazioni rilasciate dal vicepresidente e dalla direttrice della Confindustria, che battono il solito tasto della produttività e della competitività, nonché di una riforma fiscale, a cui Visco ha fatto cenno, e che avanza però, dopo il precedente dell’Irap, più come una minaccia che una speranza.

26/05/2020

da Sbilanciamoci

Lucrezia Fanti, Mauro Gallegati

 

L’Italia che vogliamo/Gli scienziati ammoniscono che la permanenza su un sentiero di crescita come quello che stiamo seguendo ci porterà al collasso ambientale. Bisogna cambiare le traiettorie dello sviluppo. La bussola della sostenibilità deve orientare le nostre scelte, verso un’economia del bene comune.

 

In molti si chiedono se la recessione economica provocata dalla pandemia di Covid-19 ci trascinerà in un nuovo periodo di crisi di intensità pari o peggiore a quella successiva alla Grande Recessione del 2007-8. Tuttavia, a nostro parere, la vera domanda che dovremmo porci è: saremo in grado di sfruttare questa drammatica occasione per cambiare rotta e modificare il nostro modello di produzione e di sviluppo? 

 

L’alternativa non può essere quella tra salute e lavoro, tra Natura ed Economia: dovremmo pensare e muoverci, piuttosto, in direzione di uno sviluppo simbiotico tra loro. Come sottolineato all’interno dell’appello di Sbilanciamoci! “In salute, giusta, sostenibile. L’Italia che vogliamo”, è necessaria una transizione verso un modello economico e sociale sostenibile, ossia in grado di ridurre al minimo lo sfruttamento delle risorse naturali, del territorio e dell’energia, rispettando il clima e la Natura.

 

Un primo passo concreto è rappresentato dalla prospettiva di un Green New Deal, oggetto di dibattito anche all’interno della Commissione Europea, in grado di stimolare investimenti pubblici green, incentrato dunque su fonti di energia rinnovabili e non esclusivamente orientato alla crescita quantitativa del prodotto – anche perché è ormai un ricordo la relazione tra Pil ed occupazione che aveva caratterizzato lo sviluppo economico moderno – ma anche e soprattutto su un modello di produzione di qualità ed eco-sostenibile.

 

Potremmo aspettare, ancora una volta, che il sistema si autocorregga, spinto dalle “forze del mercato” e dalla loro libera iniziativa. Tuttavia, non sappiamo quanto sia vicino il “punto di carico” che precede il collasso. Se è vero – come teme la comunità scientifica – che l’orizzonte sia di pochi anni, occorre agire subito. Inoltre, se il mercato continua a perseguire la massimizzazione dei profitti a prescindere – dalla salute e dalla Natura – perché dovremmo attenderci che si auto-corregga?

 

Dobbiamo quindi dare una spinta al cambiamento: un cambiamento – ripetiamo – non più rinviabile. Come? Innanzitutto, attraverso l’eliminazione dei circa 20 miliardi di sussidi pubblici alle attività che danneggiano l’ambiente. In secondo luogo, orientando le politiche fiscali e impositive – le cosiddette tasse verdi, circa 15 miliardi – in modo da influenzare, sul lato dell’offerta, l’adozione di processi produttivi a minor impatto ambientale (riciclo, economia circolare) e la produzione di beni e servizi green e, sul lato della domanda, lo stimolo ad abitudini di consumo maggiormente sostenibili.

 

La Natura e l’ambiente devono diventare il contenitore dell’economia. Il criterio della “sostenibilità” deve essere la bussola che orienta le scelte economiche – individuali e collettive – e i modelli di sviluppo (e non della sola crescita, che non può essere sostenibile senza violare la seconda legge della termodinamica) del domani.

 

Il pensiero neoliberista, nella sua forma più estrema, rivolta al ritorno di un “naturalismo liberale”[1] (il “laissez faire”), caldeggia una semplice raccomandazione di politica economica: lasciar agire le forze del mercato in modo che siano le imprese private a creare ricchezza e lasciare che lo Stato intervenga esclusivamente per occuparsi dei più fragili – come scriveva Marshall, di “vedove e orfani” – e per gestire recessioni e crisi – ossia, quando il mercato non funziona – provocate dall’intervento di elementi esterni non controllabili piuttosto che dalla dinamica (endogena) intrinseca al funzionamento del capitalismo.

 

Dal punto di vista teorico, uno dei risultati fondamentali dell’economia neoclassica “mainstream” è il raggiungimento, da parte del sistema economico, di un equilibrio caratterizzato da piena occupazione del lavoro e pieno utilizzo del “capitale” – senza alcun intervento esterno, come potrebbe essere quello dello Stato – a partire da pochi assiomi e assunti inverosimili. Questo è stato il fondamento teorico attorno a cui sono state implementate le politiche economiche neoliberiste sopra descritte, incentrate soprattutto in Europa sulla flessibilità del mercato del lavoro e sulla “austerità espansiva”.

 

Queste politiche hanno di fatto indebolito progressivamente la rete di protezione e sicurezza dei lavoratori – in particolare precari e working poor – all’interno di società caratterizzate da crescenti disuguaglianze di reddito e ricchezza, e hanno penalizzato i sistemi di sanità pubblica a favore del privato.

 

Questo paradigma economico-politico, almeno fino alla crisi del 2008, aveva contribuito a stimolare una crescita sì esponenziale, ma fondamentalmente fragile, che continua inesorabilmente a danneggiare la Natura e, in definitiva, noi stessi. Comunque prosegua o finisca la disputa teorica tra scuole di pensiero nella scienza economica, un risultato è certo: i sistemi economici non possono consumare tutto il capitale naturale. Se la Natura e le sue risorse dovessero esaurirsi, l’uomo, le economie e le società scomparirebbero, non è vero il contrario. L’economia si è cacciata in una “trappola evolutiva”, alla ricerca del profitto di breve periodo e mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza.

 

Giorgio Lunghini ha scritto che il neoliberismo è riuscito laddove persino le scienze fisiche hanno fallito: presentare le proprie “leggi” come verità inconfutabili, come se il rigore analitico fosse l’unico elemento rilevante e gli effetti pratici non contassero affatto, perché nulla è la loro applicabilità. Nonostante questo, alcuni economisti pretendono di suggerire ai politici ricette per crescere di più, e non per aumentare il nostro benessere, facendo coincidere quest’ultimo con la quantità di beni e servizi a disposizione del consumatore e senza alcun riguardo per la Natura e la Società.

 

Piuttosto che inseguire solo una crescita quantitativamente più sostenuta, è ormai giunto il tempo di chiedersi “per chi” e contro “cosa”. Ormai la quasi totalità degli scienziati ci ammonisce asserendo che la permanenza su un sentiero di crescita di questo tipo ci porterà al collasso ambientale. L’unica via percorribile, dunque, prevede necessariamente una transizione verso un modello di sviluppo alternativo a quello attuale, un modello di sviluppo sostenibile. La politica deve guidare il cambiamento da un’economia rapace all’economia del bene comune.

 

Durante la Grande Depressione del 1929 le autorità di politica economica si trovarono sprovviste di un indicatore che li aiutasse a valutare la contingenza economica, l’andamento dell’occupazione e dell’inflazione. Fu per questo che negli Stati Uniti il Governo si rivolse all’economista Simon Kuznets per elaborare uno schema di misurazione dell’economia e, dall’altra parte dell’Atlantico, John M. Keynes e i suoi collaboratori lavorarono alla costruzione di una misura macroeconomica del prodotto interno – il Pil – che è sostanzialmente quella che ancora oggi conosciamo e utilizziamo.

 

Il successo del Pil come metrica è stato enorme e favorito, soprattutto, dalla sua facile applicabilità a livello internazionale. Tuttavia, si tratta di un indicatore sintetico che non ha alcuna relazione col benessere e con lo sfruttamento delle risorse naturali. Se si produce inquinando, il Pil non ne tiene conto poiché misura esclusivamente le quantità che passano attraverso il mercato e a cui lo stesso attribuisce un prezzo. Il problema del riscaldamento globale, e più in generale dell’inquinamento, ci impongono oggi di integrare questo tipo di informazione e di tenerne conto al fine di impostare un modello di produzione e di sviluppo alternativi, a livello globale.

 

Esistono ormai da molti anni degli indicatori che cercano di andare oltre il Pil. In Italia, ad esempio, l’Istat e il Cnel hanno prodotto il BES (Benessere Equo e Sostenibile), e anche l’Ocse ha un indice chiamato Better Life: tutti utilizzano un cruscotto di indicatori economici, sociali e ambientali. Questo tipo di informazioni è fondamentale per garantire una bussola non esclusivamente “mercatista” lungo traiettorie di crescita e sviluppo realmente sostenibili per le nostre economie e le nostre società.

 

Abbiamo bisogno di cambiare le traiettorie dello sviluppo, di indicatori per monitorarlo e di un diverso modo di pensare all’Economia, alla Natura e alla Società.

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