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26/05/2020

da Sbilanciamoci

Lucrezia Fanti, Mauro Gallegati

 

L’Italia che vogliamo/Gli scienziati ammoniscono che la permanenza su un sentiero di crescita come quello che stiamo seguendo ci porterà al collasso ambientale. Bisogna cambiare le traiettorie dello sviluppo. La bussola della sostenibilità deve orientare le nostre scelte, verso un’economia del bene comune.

 

In molti si chiedono se la recessione economica provocata dalla pandemia di Covid-19 ci trascinerà in un nuovo periodo di crisi di intensità pari o peggiore a quella successiva alla Grande Recessione del 2007-8. Tuttavia, a nostro parere, la vera domanda che dovremmo porci è: saremo in grado di sfruttare questa drammatica occasione per cambiare rotta e modificare il nostro modello di produzione e di sviluppo? 

 

L’alternativa non può essere quella tra salute e lavoro, tra Natura ed Economia: dovremmo pensare e muoverci, piuttosto, in direzione di uno sviluppo simbiotico tra loro. Come sottolineato all’interno dell’appello di Sbilanciamoci! “In salute, giusta, sostenibile. L’Italia che vogliamo”, è necessaria una transizione verso un modello economico e sociale sostenibile, ossia in grado di ridurre al minimo lo sfruttamento delle risorse naturali, del territorio e dell’energia, rispettando il clima e la Natura.

 

Un primo passo concreto è rappresentato dalla prospettiva di un Green New Deal, oggetto di dibattito anche all’interno della Commissione Europea, in grado di stimolare investimenti pubblici green, incentrato dunque su fonti di energia rinnovabili e non esclusivamente orientato alla crescita quantitativa del prodotto – anche perché è ormai un ricordo la relazione tra Pil ed occupazione che aveva caratterizzato lo sviluppo economico moderno – ma anche e soprattutto su un modello di produzione di qualità ed eco-sostenibile.

 

Potremmo aspettare, ancora una volta, che il sistema si autocorregga, spinto dalle “forze del mercato” e dalla loro libera iniziativa. Tuttavia, non sappiamo quanto sia vicino il “punto di carico” che precede il collasso. Se è vero – come teme la comunità scientifica – che l’orizzonte sia di pochi anni, occorre agire subito. Inoltre, se il mercato continua a perseguire la massimizzazione dei profitti a prescindere – dalla salute e dalla Natura – perché dovremmo attenderci che si auto-corregga?

 

Dobbiamo quindi dare una spinta al cambiamento: un cambiamento – ripetiamo – non più rinviabile. Come? Innanzitutto, attraverso l’eliminazione dei circa 20 miliardi di sussidi pubblici alle attività che danneggiano l’ambiente. In secondo luogo, orientando le politiche fiscali e impositive – le cosiddette tasse verdi, circa 15 miliardi – in modo da influenzare, sul lato dell’offerta, l’adozione di processi produttivi a minor impatto ambientale (riciclo, economia circolare) e la produzione di beni e servizi green e, sul lato della domanda, lo stimolo ad abitudini di consumo maggiormente sostenibili.

 

La Natura e l’ambiente devono diventare il contenitore dell’economia. Il criterio della “sostenibilità” deve essere la bussola che orienta le scelte economiche – individuali e collettive – e i modelli di sviluppo (e non della sola crescita, che non può essere sostenibile senza violare la seconda legge della termodinamica) del domani.

 

Il pensiero neoliberista, nella sua forma più estrema, rivolta al ritorno di un “naturalismo liberale”[1] (il “laissez faire”), caldeggia una semplice raccomandazione di politica economica: lasciar agire le forze del mercato in modo che siano le imprese private a creare ricchezza e lasciare che lo Stato intervenga esclusivamente per occuparsi dei più fragili – come scriveva Marshall, di “vedove e orfani” – e per gestire recessioni e crisi – ossia, quando il mercato non funziona – provocate dall’intervento di elementi esterni non controllabili piuttosto che dalla dinamica (endogena) intrinseca al funzionamento del capitalismo.

 

Dal punto di vista teorico, uno dei risultati fondamentali dell’economia neoclassica “mainstream” è il raggiungimento, da parte del sistema economico, di un equilibrio caratterizzato da piena occupazione del lavoro e pieno utilizzo del “capitale” – senza alcun intervento esterno, come potrebbe essere quello dello Stato – a partire da pochi assiomi e assunti inverosimili. Questo è stato il fondamento teorico attorno a cui sono state implementate le politiche economiche neoliberiste sopra descritte, incentrate soprattutto in Europa sulla flessibilità del mercato del lavoro e sulla “austerità espansiva”.

 

Queste politiche hanno di fatto indebolito progressivamente la rete di protezione e sicurezza dei lavoratori – in particolare precari e working poor – all’interno di società caratterizzate da crescenti disuguaglianze di reddito e ricchezza, e hanno penalizzato i sistemi di sanità pubblica a favore del privato.

 

Questo paradigma economico-politico, almeno fino alla crisi del 2008, aveva contribuito a stimolare una crescita sì esponenziale, ma fondamentalmente fragile, che continua inesorabilmente a danneggiare la Natura e, in definitiva, noi stessi. Comunque prosegua o finisca la disputa teorica tra scuole di pensiero nella scienza economica, un risultato è certo: i sistemi economici non possono consumare tutto il capitale naturale. Se la Natura e le sue risorse dovessero esaurirsi, l’uomo, le economie e le società scomparirebbero, non è vero il contrario. L’economia si è cacciata in una “trappola evolutiva”, alla ricerca del profitto di breve periodo e mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza.

 

Giorgio Lunghini ha scritto che il neoliberismo è riuscito laddove persino le scienze fisiche hanno fallito: presentare le proprie “leggi” come verità inconfutabili, come se il rigore analitico fosse l’unico elemento rilevante e gli effetti pratici non contassero affatto, perché nulla è la loro applicabilità. Nonostante questo, alcuni economisti pretendono di suggerire ai politici ricette per crescere di più, e non per aumentare il nostro benessere, facendo coincidere quest’ultimo con la quantità di beni e servizi a disposizione del consumatore e senza alcun riguardo per la Natura e la Società.

 

Piuttosto che inseguire solo una crescita quantitativamente più sostenuta, è ormai giunto il tempo di chiedersi “per chi” e contro “cosa”. Ormai la quasi totalità degli scienziati ci ammonisce asserendo che la permanenza su un sentiero di crescita di questo tipo ci porterà al collasso ambientale. L’unica via percorribile, dunque, prevede necessariamente una transizione verso un modello di sviluppo alternativo a quello attuale, un modello di sviluppo sostenibile. La politica deve guidare il cambiamento da un’economia rapace all’economia del bene comune.

 

Durante la Grande Depressione del 1929 le autorità di politica economica si trovarono sprovviste di un indicatore che li aiutasse a valutare la contingenza economica, l’andamento dell’occupazione e dell’inflazione. Fu per questo che negli Stati Uniti il Governo si rivolse all’economista Simon Kuznets per elaborare uno schema di misurazione dell’economia e, dall’altra parte dell’Atlantico, John M. Keynes e i suoi collaboratori lavorarono alla costruzione di una misura macroeconomica del prodotto interno – il Pil – che è sostanzialmente quella che ancora oggi conosciamo e utilizziamo.

 

Il successo del Pil come metrica è stato enorme e favorito, soprattutto, dalla sua facile applicabilità a livello internazionale. Tuttavia, si tratta di un indicatore sintetico che non ha alcuna relazione col benessere e con lo sfruttamento delle risorse naturali. Se si produce inquinando, il Pil non ne tiene conto poiché misura esclusivamente le quantità che passano attraverso il mercato e a cui lo stesso attribuisce un prezzo. Il problema del riscaldamento globale, e più in generale dell’inquinamento, ci impongono oggi di integrare questo tipo di informazione e di tenerne conto al fine di impostare un modello di produzione e di sviluppo alternativi, a livello globale.

 

Esistono ormai da molti anni degli indicatori che cercano di andare oltre il Pil. In Italia, ad esempio, l’Istat e il Cnel hanno prodotto il BES (Benessere Equo e Sostenibile), e anche l’Ocse ha un indice chiamato Better Life: tutti utilizzano un cruscotto di indicatori economici, sociali e ambientali. Questo tipo di informazioni è fondamentale per garantire una bussola non esclusivamente “mercatista” lungo traiettorie di crescita e sviluppo realmente sostenibili per le nostre economie e le nostre società.

 

Abbiamo bisogno di cambiare le traiettorie dello sviluppo, di indicatori per monitorarlo e di un diverso modo di pensare all’Economia, alla Natura e alla Società.

24/05/2020

 

Strage di Capaci. Nel 28esimo anniversario manifestazioni a a Palermo e in tutta Italia

 

«La mafia si è sempre nutrita di complicità e di paura, prosperando nell’ombra. Le figure di Falcone e Borsellino, come di tanti altri servitori dello Stato caduti nella lotta al crimine organizzato, hanno fatto crescere nella società il senso del dovere e dell’impegno per contrastare la mafia e per far luce sulle sue tenebre». Ad affermarlo è stato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ricordando ieri Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

 

Nel 28esimo anniversario della strage di Capaci nella quale morirono il giudice sua moglie e tre agenti della scorta, numerose manifestazioni
si sono svolte in tutta Italia. A Palermo alle 17.58, ora dell’attentato mafioso, davanti all’albero Falcone è calato il silenzio interrotto alla fine da un lungo applauso, anche dai balconi, dove molti hanno appeso lenzuoli bianchi. Le note del silenzio hanno accompagnato la lettura dei nomi delle vittime della violenza mafiosa. Tra i presenti anche Maria Falcone e il prefetto della città Giuseppe Forlani.

23/05/2020

 

E’ molto grave che Pd e Italia Viva abbiano votato insieme alla destra contro emendamenti per condizionare gli aiuti alle imprese alla residenza fiscale in Italia. Sono state bocciati anche quelli che proponevano di sospendere, soltanto durante la fase di utilizzo delle garanzie dello Stato, i dividendi miliardari agli azionisti assistiti dal debito pubblico e per porre un limite alle retribuzioni dei manager a 20 volte il salario di un operaio.

 

Ancora una volta il PD e la formazione del suo ex-leader si collocano in una posizione filopadronale e subalterna allo strapotere del grande capitale e delle multinazionali. In altri tempi si sarebbe usata l’espressione “servi dei padroni”, definizione che si attanaglia purtroppo non solo alla destra ma anche a buona parte della maggioranza di governo.

 

Intollerabile l’assistenzialismo verso i ricchi mentre si nega l’estensione del reddito di cittadinanza a chi ne ha bisogno o si fa la morale alle partite IVA.

 

Un comportamento indecente solo parzialmente compensato dall’emendamento relativo ai paradisi fiscali extra-UE che guarda caso non riguarda proprio i principali gruppi del capitalismo italiano, da Fca a Mediaset. Da anni ormai più che alle Cayman si spostano le sedi legali in Olanda, Lussemburgo o Irlanda.

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

A conferma di quanto sosteniamo la tabella che vedete tratta dal sito del settimanale L’espresso 

Segnaliamo anche un articolo de Il Fatto quotidiano con un lungo elenco di imprese italiane con sede legale in altri paesi UE

23/05/2020

 

E’ molto grave che Pd e Italia Viva abbiano votato insieme alla destra contro emendamenti per condizionare gli aiuti alle imprese alla residenza fiscale in Italia. Sono state bocciati anche quelli che proponevano di sospendere, soltanto durante la fase di utilizzo delle garanzie dello Stato, i dividendi miliardari agli azionisti assistiti dal debito pubblico e per porre un limite alle retribuzioni dei manager a 20 volte il salario di un operaio.

 

Ancora una volta il PD e la formazione del suo ex-leader si collocano in una posizione filopadronale e subalterna allo strapotere del grande capitale e delle multinazionali. In altri tempi si sarebbe usata l’espressione “servi dei padroni”, definizione che si attanaglia purtroppo non solo alla destra ma anche a buona parte della maggioranza di governo.

 

Intollerabile l’assistenzialismo verso i ricchi mentre si nega l’estensione del reddito di cittadinanza a chi ne ha bisogno o si fa la morale alle partite IVA.

 

Un comportamento indecente solo parzialmente compensato dall’emendamento relativo ai paradisi fiscali extra-UE che guarda caso non riguarda proprio i principali gruppi del capitalismo italiano, da Fca a Mediaset. Da anni ormai più che alle Cayman si spostano le sedi legali in Olanda, Lussemburgo o Irlanda.

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

A conferma di quanto sosteniamo la tabella che vedete tratta dal sito del settimanale L’espresso 

Segnaliamo anche un articolo de Il Fatto quotidiano con un lungo elenco di imprese italiane con sede legale in altri paesi UE

22/05/2020

 

QUESTO E' UN FATTO GRAVISSIMO

 

L'altroieri abbiamo diffuso video e denunciato con un comunicato stampa che presso la BRT di Seriano (MI) per due giorni consecutivi sono intervenuti militari nell’ambito di una vertenza sindacale. Lo riteniamo un  fatto molto grave come spiega nel comunicato il compagno Piccin. Per questo abbiamo chiesto alla senatrice Paola Nugnes di presentare un’interrogazione al governo. Vigilanza dal basso per difendere il diritto alla salute e la democrazia.

 

Oggi militari e carabinieri si sono presentati all’assemblea dei lavoratori della BRT di Seriano (Mi). Avete letto bene: i MILITARI!

Lo avevano già fatto lunedì scorso. I lavoratori della BRT a Sedriano (MI) sono in sciopero contro il mancato rispetto del protocollo di accordo firmato con l’azienda solo pochi giorni prima.
Contro i lavoratori in presidio pacifico, l’azienda ha chiamato a scopo intimidatorio i Carabinieri con i quali è intervenuto anche personale dell’Esercito.
Si tratta evidentemente di un gravissimo precedente in quanto risulta essere il primo “contatto” tra proteste operaie ed Esercito da tempi immemorabili.
La militarizzazione dell’ordine pubblico, iniziata con l’operazione Strade Sicure e conseguente alla professionalizzazione delle Forze armate, sta subendo anche con questo episodio una chiara e preoccupante accelerazione.
La disinvoltura con cui si utilizzano migliaia di soldati per le strade con funzioni repressive e la corsia preferenziale ad essi riservata nei concorsi pubblici anche in Polizia rappresenta una pesante involuzione a livello democratico e costituzionale che si somma alla già grave consuetudine di considerare le lotte come questioni di ordine pubblico da risolvere con l’intervento di Polizia e Carabinieri.
Solidarietà al SiCobas e ai lavoratori della BRT di Sedriano.


I soldati escano dalle caserme senza manganelli, pistole e fucili d’assalto esclusivamente a supporto delle attività della Protezione Civile nelle situazioni di crisi ambientale o sanitaria. E soprattutto i militari siano tenuti lontani dalle vertenze sindacali.

 

Il video e il nostro comunicato sono stati pubblicati su Il FattoFan page  e MilanoToday

21/05/2020

da il Manifesto

Pierluigi Ciocca

 

Economia e Covid. Secondo le prime precarie previsioni, per ricondurre l’Euroarea sui livelli (12 mila mld) del 2019 occorrerebbe intervento di bilancio di 1000mld, l’8% del Pil dell’area

 

Nell’attesa di terapie e vaccini antivirus, in Europa e in Italia la crisi economica s’aggrava.

 

E’ peggiore e diversa da quella del 2008-2009. È peggiore: nel 2009 il Pil cadde nell’Euroarea del 4,5%, in Germania e in Italia del 5,5%. In Italia rispetto al livello del 2007 era inferiore del 10% nel 2013 e ancora del 5% nel 2019. Se l’Europa non agirà in modo tempestivo, massiccio e coordinato nel 2020 la flessione potrebbe risultare più che doppia di quella del 2009.

 

È diversa: allora si trattò di un cedimento, evitabile, della finanza e della domanda globale in alcuni paesi, fino al disastro greco. Sarebbe bastato sostenere per tempo con maggiori risorse pubbliche la domanda e non lesinare nel sostegno alle economie più deboli. Oggi lo shock sanitario, oltre a colpire tutti, abbatte non solo la domanda ma anche l’offerta globale.

 

La produzione è stata frenata dalle chiusure prescritte a tutela della vita dei cittadini, di chi li cura.

 

Resta frenata da attriti nel lavoro, nei rapporti, nella distribuzione. E’ soprattutto frenata dall’incertezza che impedisce a famiglie e imprese di valutare se ciò che accade è temporaneo o permanente. Le probabilità sono incommensurabili, le decisioni rinviate. I prezzi relativi non svolgono la funzione segnaletica: le risorse stentano a orientarsi verso le produzioni i cui prezzi salgono, riallocate dai settori dove i prezzi scendono.

Sinora il livello medio dei prezzi non è aumentato, grazie anche al crollo delle quotazioni del petrolio.

 

Ma qualora l’offerta globale cadesse più della domanda, ovvero si riprendesse più lentamente della domanda, la spesa eccederebbe una capacità produttiva amputata dalle strozzature. Vi sarebbe quindi stagflation, il peggiore dei mondi.

 

Deve attuarsi una politica di bilancio espansiva, mentre la politica monetaria crea liquidità. Questo sta avvenendo. Gli stimoli, molto rilevanti, vanno peraltro dosati e distribuiti nel tempo. Non è da sottovalutare il rischio inflattivo connesso anche col rinnovato blocco delle attività produttive che un riaccendersi dell’epidemia imporrebbe.

 

In Europa – con la grave eccezione della golden rule, ostinatamente negata agli investimenti pubblici – sono stati sospesi i vincoli di bilancio introdotti sin da Maastricht. Sono stati consentiti sostegni ai produttori. La spesa pubblica monta.

 

La politica monetaria non può, da sola, sostenere la domanda. Il suo insuccesso nell’ultimo decennio lo conferma. Pure, la Bce e le banche centrali nazionali affiancano la politica di bilancio con massicci acquisti nel mercato secondario dei titoli pubblici a bassi tassi dell’interesse, mentre persiste l’assurdo divieto di poter sottoscrivere titoli di Stato all’emissione.

 

Per alimentare la maggiore spesa il debito deve e può aumentare. La base di partenza è relativamente solida. Nel 2019 il deficit medio di bilancio dei paesi dell’Euroarea non superava l’1% del Pil, il debito totale era pari all’86% del Pil. L’Europa è chiamata a dare ai mercati finanziari un fortissimo segnale di coesione, coordinamento, restauro del progetto comunitario. I titoli emessi dall’Unione sono collocabili a condizioni migliori di quelle possibili ad alcuni suoi membri, fra cui l’Italia.

 

Le risorse così raccolte verrebbero dall’Unione trasferite come crediti ai paesi che le richiedessero. Tali crediti sarebbero meno costosi e volatili di quelli ottenibili con spreads elevati attraverso emissioni degli Stati nazionali. Queste dovranno comunque fronteggiare ampia parte della spesa pubblica in deficit. Sulla scorta delle prime, molto precarie, previsioni ufficiali è ipotizzabile che per ricondurre l’attività economica dell’Euroarea sui livelli (12mila miliardi di euro) del 2019 occorra un intervento di bilancio di circa 1000 miliardi di euro (l’8% del Pil dell’area).

 

Nel caso italiano la recessione è più acuta che nella media dell’Euroarea. Se nel volgere del 2020 il Pil dell’Italia tendesse a cadere del 10%, o più, l’impulso di domanda complessivo dovrebbe aggirarsi nell’anno sui 150/200 miliardi. I crediti comunitari – a cui è opportuno ricorrere, al di là della loro fonte (Mes, Sure, Bei, Recovery Fund, bilancio comunitario) – integrano i titoli della Repubblica.

 

Questi sono da collocare al più presto finché lo spread è contenuto e perché i crediti non saranno immediati. Il tentativo di piazzare nel mercato emissioni della Repubblica cinquantennali o addirittura irredimibili non riuscirebbe. Basterà preservare con Buoni del Tesoro poliennali la vita media del debito, che è di circa otto anni, un arco di tempo entro il quale la crisi sarà sperabilmente superata.

 

Estendere la cassa integrazione, sussidiare un’ampia fascia di famiglie e imprese davvero bisognose, puntare su investimenti ad alto moltiplicatore: sono, questi, i tre impegni fondamentali a cui lo Stato è chiamato. Il debito pubblico rischia di travalicare il massimo storico del 160% del Pil, toccato dopo la prima guerra mondiale. Il suo peso potrà in futuro ridursi solo se l’economia avrà ritrovato il sentiero di crescita smarrito da vent’anni. E’ quindi cruciale che la risposta alla recessione sia sin da ora collegata con una politica strategica, di medio termine, lungo linee configurabili, in sintesi, come segue (non posso che rinviare al mio Tornare alla crescita, Donzelli, 2018).

 

Una quota dei 150/200 miliardi deve alimentare un programma che scandisca secondo priorità, economiche e sociali, gli investimenti pubblici e li risollevi entro la legislatura dall’attuale 2% del Pil almeno al 3,5%, il rapporto su cui si attestavano prima degli improvvidi tagli, estesi financo alla sanità. Sanità, sicurezza del territorio e dell’ambiente, infrastrutture materiali e immateriali, istruzione, ricerca s’impongono come architravi del programma.

 

Queste strutture sono da potenziare soprattutto nel Mezzogiorno, sia perché lì drammaticamente carenti sia per orientarle alle specifiche urgenze e potenzialità di fuoruscita dell’economia meridionale dall’arretratezza (rapporti col Mediterraneo, turismo, efficienza della PA, repressione della criminalità).

Al di là dell’attuale ciclo perverso resta prioritario completare il risanamento della finanza pubblica: tagliare le spese correnti contenibili, azzerare gli sprechi, battere l’evasione, limitare le deduzioni fiscali. La distribuzione dei redditi dev’essere posta al centro dell’azione sperequatrice dello Stato.

 

Ciò sia per ragioni d’equità sia per consentire alle fasce deboli della forza-lavoro, segnatamente giovanili, di recare al progresso del Paese l’apporto che oggi è loro precluso per limiti di capitale umano e scarsezza di opportunità. Al fine di costringere le imprese a ricercare il profitto facendo leva sul progresso tecnico, l’accumulazione di capitale, la produttività, va imposta ai produttori la concorrenza attraverso i prezzi e ancor più attraverso le innovazioni.

 

Al tempo stesso alle imprese va offerto un nuovo ordinamento giuridico dell’economia. Sono da ammodernare il diritto societario, fallimentare, processuale, della concorrenza come pure i rapporti fra i produttori e la PA, le cui inefficienze sono spesso intollerabili, a cominciare dagli appalti e dalla gestione delle opere infrastrutturali.

20/05/2020

da Il Manifesto

Francesca Del Vecchio

 

Apertura al buio. Il virus non abbandona l’Italia e soprattutto il Nord: con il doppio dei test salgono le vittime (+162) e i nuovi casi positivi (+813)

 

Al secondo giorno della Fase 2, la curva epidemica italiana torna a crescere registrando +162 vittime e un +813 casi positivi (lunedì erano +451). Numeri influenzati principalmente dal trend negativo di quasi tutte le regioni del Nord. Prima – con la metà della cifra totale – la Lombardia: 462 nuovi casi accertati (lunedì +175). Seguono il Piemonte (+108 ieri, +72 lunedì), la Liguria (+66) l’Emilia Romagna e il Veneto, entrambe a +47. Cifre significative che potrebbero, però, essere influenzate dal considerevole incremento di tamponi su tutto il territorio nazionale: oltre 63mila nella giornata di ieri, 34mila appena 48 ore fa.

 

È PROPRIO IN TEMA di screening e mappatura dei contagi, ritenuti dagli esperti l’unica via verso il ritorno progressivo alla normalità, che la Lombardia mostra un’altra delle sue criticità. Ripartire sì, ma il prezzo dei controlli non è uguale per tutti. Con la deliberazione della giunta regionale n. XI/3132/2020, infatti, Fontana e i suoi assessori hanno dato il via libera al rimborso dei tamponi effettuati privatamente e a seguito di un test sierologico positivo, ma solo nel caso anch’essi risultino positivi. Insomma: se il tampone, imposto ai cittadini dall’Iss in caso di positività del sierologico, è negativo, sarà il cittadino a dover pagare di tasca propria.

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Una scelta che molti hanno considerato come un disincentivo a effettuare il test, oltre che un espediente tutto lombardo per ovviare alla mancanza di servizi di medicina sul territorio. A questo si aggiunge lo scetticismo che la Regione ha sempre mostrato verso l’affidabilità dell’esame, passando svariate volte dal definirlo «una patente d’immunità» a «del tutto inutile».

 

LA NOVITÀ VOLUTA del Pirellone è stata inserita nelle risposte alle domande più frequenti (Faq) sul sito della Regione facendo infuriare le opposizioni. Il gruppo consiliare Pd ha infatti presentato una mozione per chiedere un cambio di strategia. «Il Partito Democratico chiede che la Regione esegua a proprio carico, nell’ambito del servizio sanitario regionale, i tamponi molecolari di controllo a chi ha un test sierologico positivo agli anticorpi, la sorveglianza attiva e il tracciamento dei contatti delle persone risultate contagiate dal virus», si legge nella nota diffusa dai dem, che chiedono anche che venga fissata una tariffa standard da parte dei laboratori privati.

 

NELLA LISTA DI STRUTTURE private – circa una trentina in tutta la regione – la forbice di prezzo per le analisi anti-Covid è ampia. Si va da un minimo di 25 euro a un massimo di 95 per il test sierologico e da un minimo di 60 a un massimo di 110 euro per il tampone. «La Regione Lombardia non ha mai creduto nello screening di massa come metodo per fermare il contagio, a differenza di altre Regioni che sono così riuscite a contenere molto meglio i focolai», ha spiegato il capodelegazione Pd in commissione sanità, Gian Antonio Girelli.

 

«Ora siamo alla prova delle riaperture e chiediamo che, soprattutto per chi torna al lavoro, a contatto con colleghi e clienti, ci sia un controllo pubblico e gratuito, da parte delle Ats, che possano così tenere sotto controllo il virus».

 

UNA NUOVA ACCUSA, dunque, di voler caricare sulle spalle dei lombardi il peso economico della sorveglianza sanitaria. «Quei 21 milioni di euro spesi per l’Astronave (il Covid Hospital alla Fiera di Milano) potevano essere investiti per fare più tamponi nella prima fase del contagio e per tutelare meglio operatori sanitari e ospiti delle rsa», accusa Riccardo Germani, portavoce dei Cobas della Lombardia che ieri ha firmato un esposto alla Procura di Milano per accertamenti sull’ospedale della Fiera.

 

La denuncia, che dovrebbe finire sul tavolo del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, sottolinea «l’esistenza di criticità, con profili di possibile interesse della magistratura, anche penale, che meritano di essere approfonditi da parte dei soggetti competenti». Secondo Germani si è trattato di «necessità propagandistica a scapito della salute pubblica. Per questo l’intervento della magistratura è doveroso: servirà a fare luce sul perché di questa scelta, la Fiera, e sulle possibili connessioni con le dinamiche partitiche della Lega, che ai vertici dell’Ente ha alcuni dei suoi fedelissimi». Uno tra tutti, Giulia Martinelli, ex capo della segreteria di Fontana ora vice-presidente della Fondazione, ed ex compagna di Matteo Salvini.

 

da Il Manifesto

 

Prestito Fca. Affari di famiglia: la sede fiscale in Uk ha fatto e fa risparmiare miliardi. E il "finanziamento anche alla filiera" sono fatture dovute sulla componentistica

 

Quando nel 2014 Sergio Marchionne portò a compimento la fusione di Fiat con Chrysler spostando la sede sociale e fiscale da Torino a Olanda e Regno Unito, l’allora ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni (governo Letta) alzò le spalle: «Non c’è nulla di irregolare». Peccato che cinque anni più tardi (2019) l’Agenzia delle entrate contestò a Fca di aver sottostimato di ben 5,1 miliardi l’acquisizione di Chrysler (7,5 miliardi invece dei reali 12,6). A febbraio il contenzioso si è chiuso con un accordo chiaramente favorevole ad Fca: dovrà pagare solo 730 milioni, quasi la metà della richiesta iniziale del fisco italiano: 1,3 miliardi.

 

Il trasferimento della sede fiscale a Londra ha favorito soprattutto la famiglia Agnelli e i suoi manager. La differenza principale con il sistema italiano sta infatti nell’irrisoria aliquota applicata alla distribuzione dei dividendi. Parola utopica nel 2014 che l’abilità di Sergio Marchionne nella finanziarizzazione dell’ex Fiat ha tramutato in realtà dal 2017 in avanti. Sono stati i dividenti della galassia Fca (Chn, Magneti Marelli) a fare ricca gli Agnelli, a partire da John Elkann, tramite la finanziaria di famiglia Exor, socio primario di Fca. Sommando i dividendi dei vari bilanci si arriva ad una cifra simile al prestito da 6,3 miliardi richiesto ora allo stato italiano: 870 milioni nel 2017; ben 2 miliardi nel 2018, un miliardo nel 2019 a cui vanno aggiunti 2 miliardi di cedola straordinaria per la cessione di Magneti Marelli.

 

La stessa cosa avverrà a novembre con la confermata fusione con Psa. L’accordo fa felice soprattutto la famiglia che – in cambio del via libera a Tavares per la guida del nuovo gruppo – si vedrà riconosciuta 5 miliardi di dividendo, naturalmente tassato a Londra, visto che la nuova società manterrà sede fiscale lontano da Italia e Francia.

 

Il fatto che la società controllante – Fca – sia all’estero permette «giochi fiscali nei bilanci che consentono di eludere centinaia di milioni all’anno», spiega un fiscalista

 

Al putiferio scatenato dall’indiscrezione del prestito richiesto allo stato italiano, Fca e liberisti oppongono che le tasse di Fca Italy sulle attività produttive degli stabilimenti nostrani sono sempre state pagate al fisco italiano. Vero. Ma il fatto che la società controllante – Fca – sia all’estero permette «giochi fiscali nei bilanci che consentono di eludere centinaia di milioni all’anno», spiega un fiscalista sotto il vincolo del riserbo. «Centinaia di milioni» che nel caso dell’Irap sono stati sottratti proprio alla sanità, comparto direttamente finanziato con i proventi dell’imposta regionale sulle attività produttive. Sanità pubblica che nel caso del Piemonte ha mostrato tutte le sue pecche, sebbene gli Agnelli e la Juventus si siano premurati di aiutarla con «cospicua beneficenza esentasse».

 

Ultima annotazione: più di una fonte al ministero dell’Economia sostiene che la richiesta di prestito all’inizio non prevedesse il finanziamento della «filiera dell’automotive», comunicata successivamente da Fca. E che la stessa sia poi semplice pagamento di fatture che Fca deve ai produttori di componenti.

Pubblicato il 15 mag 2020

Luciano Cerasa*

 

In questi mesi drammatici ci siamo trovati ad affrontare la pandemia di un virus aggressivo e finora sconosciuto. Il prezzo pagato è stato altissimo, in termini di vite umane, sofferenze fisiche e psicologiche, privazioni di ogni tipo, costi economici che mai avevamo dovuto affrontare dal dopoguerra a oggi per entità e tipologia, occupazione, tutela del lavoro e della libertà personale. 

 

Le profonde carenze del nostro sistema sanitario, l’inefficienza e l’iniquità del nostro modello economico, la dissennata e ideologica gestione del bilancio pubblico hanno amplificato enormemente gli effetti del Coronavirus sulla popolazione, soprattutto nelle fasce più fragili: anziani e malati cronici, operatori sanitari, ma anche precari, disoccupati, poveri, lavoratori occupati nelle categorie più esposte e nelle produzioni che hanno continuato a operare anche dopo i divieti.

 

Eppure al momento di erogare sostegni alle categorie e agli operatori più colpiti, faticosamente contrattati con l’Unione europea per ottenere gli ingenti fondi necessari ad assicurarli totalmente in debito, si sono presentati a Palazzo Chigi con il cappello in mano anche grandi gruppi finanziari e multinazionali pronti ad approfittare dell’emergenza, come accaduto regolarmente passato. Gli aiuti pubblici, finanziamenti erogati a fondo perduto, prestiti agevolati, sospensioni d’imposta e sconti fiscali, verranno erogati senza fare distinzione tra le società effettivamente insediate in Italia e che pagano regolarmente le tasse al dissestato erario italiano e quelle che riescono a esportare profitti miliardari realizzati nel nostro paese per metterli sotto l’ombrello delle aliquote “agevolate” dei paradisi dell’elusione fiscale.

 

Molte di queste sponde complici, al contrario di quanto si crede comunemente, sono offerte da paesi dell’Unione europea. Spesso sono gli stessi, come Olanda e Lussemburgo, che si oppongono a misure di sostegno solidale con l’Italia in sede europea. A causa del profit shifting, l’Italia perde ogni anno il 19% delle entrate tributarie dalle proprie imprese ovvero 7,5 miliardi di euro l’anno, di cui 6,5 all’interno dell’Unione Europea. Tax Justice Network di recente ha stimato che i soli Paesi Bassi l’anno scorso abbiano sottratto al nostro Paese 1,5 miliardi di imposte che sarebbero dovute essere versate in Italia. I profitti importati in questi paesi dalle multinazionali americane per sfuggire al fisco di tutti gli altri paesi dove li realizzano superano i 250 miliardi di dollari l’anno.

 

Le stime di Bruxelles indicano che le pianificazioni fiscali aggressive all’interno dell’Unione provocano una perdita annuale di gettito compresa tra i 50-70 miliardi (cifre riconducibili alla sola traslazione dei profitti, e che rappresentano il 17% delle entrate fiscali) e i 160-190 miliardi di euro se si comprendono anche gli accordi ad hoc delle maggiori multinazionali con gli Stati e le inefficienze nella raccolta del gettito. Poco meno di 50 miliardi sono invece elusi dalle persone fisiche che portano la propria ricchezza all’estero, mentre circa 65 miliardi di euro riguardano le frodi sull’iva transfrontaliera.

 

Per questo sono state avviate in questi giorni nel nostro paese una serie di iniziative, (compresa una petizione popolare http://chng.it/p8Pjmqbg) rivolte al governo Conte e al Parlamento perché siano escluse dalla concessioni di aiuti pubblici le società che non hanno sede legale e domiciliazione fiscale in Italia.

 

Vi chiediamo di sostenerle attivamente.

15/05/2020

da Valori

 Matteo Cavallito

 

Negli USA disoccupazione record (-15%). Anche Europa e Asia se la passano male ma con percentuali migliori. Nell'economia informale, 1,6 miliardi di lavoratori a rischio

 

«You’re fired!». Sei licenziato. Donald Trump lo ha ripetuto in molte occasioni. In TV, innanzitutto, dove il tormentone ebbe origine; ma anche in campagna elettorale quando lanciava i suoi strali contro Barack Obama e Hillary Clinton per la gioia dei supporter repubblicani. Parole semplici, forti e dirette, come si conviene al re dei populisti. Ma anche un involontario e grottesco presagio di quanto sarebbe accaduto a qualche anno di distanza, cioè oggi, in un mercato del lavoro sull’orlo del collasso. Non si può prevedere se The Donald saprà conquistare a novembre l’opportunità di un secondo mandato. Quel che è certo, salvo miracoli, è che concluderà il primo in concomitanza con uno scomodo record: il più alto tasso di disoccupazione del dopoguerra.

 

Negli USA la disoccupazione sfiora il 15%

 

Ad aprile, la quota dei senza lavoro rilevata negli Stati Uniti ha raggiunto il 14,7%, un livello che non si vedeva dai tempi della Grande Depressione. Un’accelerazione senza precedenti che ha cancellato in un attimo o poco più circa 20,5 milioni di impieghi. «La velocità e l’ampiezza della perdita non ha eguali» scrive il Washington Post. «Si tratta di un tasso praticamente doppio rispetto a quello sperimentato dalla nazione durante l’intera crisi finanziaria del 2007-2009». Secondo gli analisti, prosegue il quotidiano, potrebbero volerci anni prima di riportare la percentuale dei disoccupati alla quota minima registrata a febbraio (3,5%).

 

Secondo il Bureau of Labor Statistics USA, il settore leisure and hospitality – tutto ciò che attiene allo svago e al turismo – ha bruciato da solo 7,7 milioni di impieghi, oltre un terzo del totale registrato nel Paese. I posti di lavoro negli alberghi, ristoranti, cinema, teatri, musei et similia, in pratica, si sono dimezzati (-47%). Ma se la passa male anche il settore istruzione e servizi di cura (meno 2,5 milioni di posti di lavoro), così come i comparti servizi professionali (-2,2 milioni) e commercio al dettaglio (-2,1 milioni). La crisi, inoltre, colpisce la manifattura (-1,3 milioni) con il comparto automotive, nota l’agenzia statistica, nell’occhio del ciclone.

 

Europa: male. Ma non malissimo (per ora)

 

I dati americani sul lavoro fanno impressione, soprattutto nel confronto con l’Europa. Il Vecchio Continente se la passa male con i Paesi dell’Eurozona chiamati ad affrontare contrazioni impressionanti in termini di Pil. Spagna, Francia e Italia sono notoriamente nell’occhio del ciclone e neanche i vicini del Nord si sentono molto bene. Ma i livelli di disoccupazione restano decisamente più bassi se paragonati con l’altra sponda dell’Atlantico. Le statistiche sono ferme a marzo quando il tasso dei senza lavoro nei 27 Paesi dell’Unione viaggiava in media al 6,6%. Nelle scorse settimane la società di consulenza globale McKinsey ha stimato un picco prossimo venturo al 7,6% pur non escludendo una possibile salita a quota 11,2% nel 2021 con quasi 60 milioni di impieghi a rischio. Dati poco incoraggianti. Ma come si diceva c’è chi sta peggio.

 

Stiglitz: «Piano Trump disastroso»

 

Sul tema è intervenuto di recente il premio Nobel Joseph Stiglitz che ha puntato il dito sulle diverse strategie messe in campo. Secondo il docente della Columbia University, la decisione dei governi europei di fornire un sostegno diretto ai lavoratori attraverso varie forme di cassa integrazione (che sarà in seguito finanziata a sua volta dal programma SURE sul quale la UE ha già raggiunto un’intesa di massima) dovrebbe rivelarsi più efficace.

 

Trump, al contrario, ha promosso un piano di sostegno condizionato alle imprese: 350 miliardi di crediti potenzialmente a fondo perduto. In sintesi funziona così: le piccole e medie imprese ricevono il finanziamento a scadenza biennale e a un tasso dell’1%. Se le aziende non licenziano e mantengono inalterati i salari il loro debito con il governo viene cancellato.

 

«È un programma disastroso» ha dichiarato Stiglitz alla rivista Foreign Policy. «Il denaro non andrà dove ce n’è più bisogno ovvero ai soggetti più vulnerabili».

 

Inoltre, ha aggiunto l’economista, «si tratta di un piano progettato per incoraggiare le imprese a mantenere in organico i proprio lavoratori, solo che nessuno si è fidato dell’amministrazione Trump in merito alla remissione del debito». Le cifre, per ora, sembrano confermare le perplessità.

 

Allarme Asia-Pacifico

 

Male l’Europa, malissimo gli USA dunque. Ma la perdita del lavoro è un fenomeno preoccupante anche per l’area Asia-PacificoSecondo S&P la disoccupazione registrata nell’area potrebbe salire di oltre 3 punti percentuali, un incremento più che doppio rispetto alla media rilevata nei periodi di recessione “standard”. La crisi dovrebbe sottrarre 7,5 punti percentuali alla crescita economica dell’area producendo l’impatto più evidente sul lavoro a circa un anno di distanza dal picco recessivo.

 

A quel punto, rileva S&P, il tasso di disoccupazione in Australia e Nuova Zelanda dovrebbe salire di circa 3 punti; in Giappone l’aumento sarebbe superiore a 2 punti percentuali mentre in Corea del Sud si andrebbe oltre i quattro. Determinante la forte esposizione di queste economie al settore dei servizi, il più colpito dalle misure restrittive contro il coronavirus. Negli ultimi 20 anni, ricorda ancora l’agenzia, la crescita dell’occupazione nel terziario cinese è stata cinque volte superiore a quella registrata nella manifattura.

 

1,6 miliardi di lavoratori a rischio

 

Fin qui i dati certi. Ma quello del lavoro è un mondo variegato e nelle economie emergenti e in via di sviluppo la storia sfugge spesso al conforto delle statistiche ufficiali. Ad oggi 1,6 miliardi di lavoratori informali (pari a circa la metà della forza lavoro globale) rischiano di perdere i propri mezzi di sussistenza ha spiegato l’International Labour OrganizationPrivi di diritti, coperture, persino di visibilità, gli operatori di questa economia nascosta ma vitale per molti Paesi avrebbero già sperimentato un calo del 60% sul loro reddito nello spazio di appena un mese.

 

«Per milioni di lavoratori, niente reddito significa niente cibo, niente sicurezza e niente futuro» ha dichiarato, ripreso dalla Reuters, il direttore generale dell’ILO Guy Ryder.

 

Questi individui – ha aggiunto – «non hanno risparmi né accesso al credito. Sono il vero volto del mondo del lavoro. Se non li aiutiamo adesso, moriranno».

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