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17/11/2020

 

In Lombardia si sta superando ogni livello di indecenza. Mentre il personale della sanità pubblica è in trincea negli ospedali il San Raffaele offre assistenza domiciliare a pagamento. Questo accade perché governo e regioni non hanno il coraggio di imporre alla sanità privata di mettersi al servizio del paese. Strutture e personale della sanità privata vanno requisiti e precettati per affrontare l’emergenza”

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Rosa Rinaldi, responsabile gruppo sanità Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

ECCO A CHI CONVIENE CHE LA SANITA’ PUBBLICA NON FUNZIONI! INTERROMPERE LO SCANDALO DEL SAN RAFFAELE E DELLE CLINICHE PRIVATE

 

In Lombardia si sta consumando il peggio delle nostre relazioni civili, si fa ignobile speculazione sulla sofferenza e sulle vite delle persone: mentre la regione è zona rossa, i pronto soccorso sono sotto pressione per l’afflusso di malati di Covid e di altre patologie e decine di migliaia di altre persone sono invitate a stare a casa a curarsi da remoto, a fare decine di telefonate a medici, numeri verdi, a superare anche la difficoltà di trovare le bombole di ossigeno, soli e abbandonati a se stessi, il San Raffaele esce con la sua proposta a disposizione dei ricchi.

 

Un servizio di assistenza e diagnostica domiciliare Covid19, un consulto telefonico o video per 90 euro e poi un pacchetto di 4 prestazioni domiciliari di 450 euro. 540 euro per essere curati bene, come dovrebbe essere curato, gratuitamente ogni abitante di questo paese, grazie alla sua Costituzione e alle leggi in vigore (Il 67% dei pensionati ha un assegno pensionistico inferiore ai 750 Euro). Ma in Lombardia è possibile fare tutto il contrario senza che nessuna autorità intervenga.

 

Questa iniziativa del San Raffaele è scandalosa e va fermata. Mancano medici e personale per le USCA, per le terapie intensive, per il tracciamento, per difendere al meglio tutti e tutti dall’epidemia e il San Raffele si permette di impiegare il suo personale per un kit per i ricchi?

 

Si precettino medici e infermieri del San Raffaele per rafforzare l’assistenza pubblica domiciliare.

 

Fabrizio Baggi – segretario regionale Lombardia, Giovanna Capelli – responsabile regionale sanità Lombardia,
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Il sito del San Raffaele   : www.hsr.it/assistenza-sanitaria-diagnostica-domiciliare-covid0

 

14/11/2020

Rosa Rinaldi, Segreteria nazionale PRC-S.E.

Gruppo operativo nazionale sanità PRC-S.E.

 

L’ultimo drammatico appello sulla situazione drammatica degli ospedali a causa della pandemia che non rallenta, viene dalle società scientifiche dei medici e degli infermieri di area medica: “Gli ospedali sono ormai vicini al collasso, a causa di due fattori concomitanti: carenza di personale sanitario e mancanza dei posti letto a fronte dell’abnorme afflusso di malati per la rapida e vertiginosa diffusione dell’infezione virale……” I letti, continua la denuncia, sono vicini alla saturazione o l’hanno superata sia nelle Terapie Intensive sia nei reparti di area medica, e le possibilità di accesso agli ospedali si stanno riducendo, per cui non è più possibile garantire gli standard qualitativi per le cure a tutti i malati cronici e acuti. Oppure, aggiungiamo noi, li si trasferisce, come avviene ormai nella maggioranza delle regioni, nelle strutture private.

 

Non si è voluto spendere nei mesi precedenti per assumere il personale che serviva per gli ospedali e per il territorio, per le attività di tracciamento, ora spenderemo per pagare il privato, che guadagnerà da questa tragedia mentre il pubblico ne uscirà ancora più disastrato.

 

Ma anche territori hanno ormai ceduto e non sono più in grado di rispondere. Le persone vagano disorientate alla ricerca di un punto in cui fare un tampone, oppure aspettano a casa, i medici di base non sono più in grado di seguire i loro pazienti e tanti sono quelli che arrivano in ospedale quando ormai è troppo tardi. I tracciamenti sono saltati mentre regioni e governo forniscono dati di molto inferiori a quelli reali.

 

Perché le Regioni, non hanno predisposto i Piani sanitari nei sette mesi di tregua che hanno avuto a disposizione, come era loro dovere? Perché il Governo non ha aumentato i finanziamenti e il Ministro della Salute, non ha vigilato?

 

La pandemia si diffonde ormai in modo incontrollato, e sembra che nulla possa fermarla se non un lockdown totale, che porterebbe ad un nuovo crollo dell’economia,  alla perdita di posti di lavoro, ad un ulteriore forte aumento delle disuguaglianze. 

 

E mentre le cifre del contagio superano ormai, in proporzione, quelle degli Stati Uniti, persiste il conflitto tra Stato e le Regioni, alcune delle quali, le più forti, auspicano apertamente di uscire dalla pandemia e ricostruirsi attraverso l’Autonomia Differenziata. 

 

Siamo a questo punto anche a causa del regionalismo e della mancanza di un unico centro di comando. Per uscire da questa catastrofe è necessaria la ricomposizione del conflitto tra livelli istituzionali, che vedono perdenti i Comuni oltre che la popolazione – a Nord come a Sud – e l’unità del paese.

 

Ma è difficile che questo avvenga, sia perché il regionalismo e gli interessi sottesi sono forti, sia perché lo Stato è uscito da questi anni di “devoluzione” e di crisi sociale ed economica indebolito nel funzionamento dei suoi organi, della sua amministrazione e della stessa cultura istituzionale.

 

Ci appelliamo al mondo del lavoro e dell’associazionismo, ai settori delle istituzioni nazionali e locali, sensibili all’unità costituzionale, per un unico scopo: l’uscita da questa crisi con la ricostruzione di un Paese che ora sta affondando.

13/11/2020

da il Manifesto

Angelo d'Orsi

 

Stato e Titolo V. Le Regioni, creazioni astratte, prive di un sostrato culturale e di un fondamento storico, si sono rivelate semplicemente centri di distribuzione e distruzione di risorse, senza produrre alcun valore aggiunto alla macchina statale.

 

Grande è la confusione sotto il cielo d’Italia. Gli organi istituzionali pubblici in forte polemica tra di loro, come e assai più che in primavera, nella prima ondata del virus. Il contagio si diffonde quasi incontrollabile, gli esperti parlano a ruota libera, i tamponi latitano (e si possono fare a pagamento se non vuoi attendere le calende greche), il sistema ospedaliero in crisi, i medici e il personale paramedico chiede soccorso, i ministri a cominciare dal loro coordinatore (il presidente del Consiglio) balbettano, e i sedicenti “governatori” urlano, sgomitano, prima chiedono autonomia decisionale, poi la rigettano sulle spalle del governo – sempre più debole ed esangue, e Conte che ripete “l’obiettivo è arrivare a fine legislatura”.

 

Il quadro è stato tracciato efficacemente da Francesco Pallante (il manifesto, 8 novembre). Ma davvero si resta basiti davanti allo spettacolo a dir poco inverecondo cui stiamo assistendo, se possibile aggravato dalla sovraesposizione mediatica dei personaggi sulla scena: scienziati, tecnici, amministratori, politici e, immancabile, il corredo dei commentatori professionali da talk show.
Lasciamo stare i casi surreali come quello calabrese, con la doppia nomina di un commissario per la sanità (due personaggi ineffabili, bell’esempio di mancanza di professionalità loro e di totale assenza di serietà del governo); oppure la infame campagna pubblicitaria della Regione Lombardia battezzata con atroce arguzia “The covid dilemma”, che ha lo scopo di scaricare sulla cittadinanza le colossali inefficienze del ceto amministrativo locale e i turpi traffici del presidente Fontana (il manifesto mostra una scritta sovrapposta al volto di una ragazza con la finta domanda: “Indossare la mascherina o indossare il respiratore?”, e la risposta colpevolizzante: “La scelta è tua”); o infine il caso, di cui si sta occupando giustamente la magistratura, della Regione Sardegna, con la riapertura delle discoteche per Ferragosto, e la immediata chiusura finiti i festeggiamenti, ma con lo strascico di contagi procurato.

 

Al netto di tutto questo, rimane il problema principale che è l’ente Regione. Alla stregua dei fatti, oggi dobbiamo chiederci, seriamente, se l’introduzione della Regione nell’ordinamento della Repubblica non sia stato un errore dei Costituenti. Errore, se tale fu (come ritengo) compiuto in perfetta buona fede, nell’idea che un po’ di decentramento amministrativo sarebbe stata cosa buona e giusta. E le Regioni, creazioni astratte, prive di un sostrato culturale e di un fondamento storico, si sono rivelate semplicemente centri di distribuzione e distruzione di risorse, senza produrre alcun valore aggiunto alla macchina statale. Ma come ricordava Pallante, i guai sono poi arrivati a valanga, negli ultimi vent’anni, soprattutto gli effetti della manomissione del Titolo V della Carta Costituzionale, e la concessione di poteri enormi all’Ente Regione sulla sanità innanzi tutto, con gli strateghi del cosiddetto Centrosinistra, pronti a gettarsi all’inseguimento della Lega (che allora sbraitava sul “federalismo”) e a sacrificare poteri dello Stato.

 

Gli effetti eccoli qua. Impotenza dell’ente centrale, contenzioso incessante tra Stato e Regione, inefficienza totale della pubblica amministrazione, crollo del sistema sanitario e crisi di quello scolastico – l’uno e l’altro finora in piedi, benché a mal partito, solo per l’abnegazione del personale – e via seguitando. Allora, perché non prendere il toro per le corna? Lanciamo una campagna per una riforma della Costituzione: stavolta facciamola noi, dal basso, non aspettiamo che arrivino i guastatori, i Renzi, e i Salvini e compagnia cantante: perseguiamo due obiettivi.

 

Obiettivo minimo cancellazione delle modifiche al Titolo V del 2001, con recupero allo Stato di funzioni delegate alle Regioni; e se vogliamo esagerare diamoci come obiettivo massimo l’eliminazione dell’Ente Regione, e invece, piuttosto, rivitializziamo le Province, che d’altronde, nella storia d’Italia hanno un’antica e nobile tradizione, a differenza delle Regioni. E hanno una dimensione che effettivamente può avvicinare l’istituzione alla cittadinanza. Restituiamo loro competenze e prerogative, con juicio, naturalmente. Per porre fine al cosiddetto “regionalismo”, alla destrutturazione della Repubblica, alla distruzione della stessa unità nazionale.
Vogliamo tentare questa ragionevole follia?

12/11/2020

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

Ex Ilva. Tensione davanti alla prefettura: poi i poliziotti si tolgono i caschi applauditi dagli operai. Domani tavolo a Roma

 

Volevano il ritiro di licenziamenti e sospensioni e, tranne due, sono arrivati. Volevano una risposta dal governo e hanno ottenuto un tavolo per domani. La protesta dei lavoratori Arcelor Mittal di Cornigliano ha riempito Genova con un corteo partecipato nonostante il momento e le mascherine (ben indossate).


Il licenziamento di tre iscritti Fiom (due accusati dall’azienda di aver attrezzato una sala-refettorio in uno stanzino accanto all’officina di pronto intervento e un terzo per un messaggio vocale inviato su un gruppo Whatsapp dove apostrofava in modo denigratorio il direttore dello stabilimento) di lunedì aveva fatto scattare il blocco dei varchi con l’azienda che aveva risposto con lettere di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per 250 lavoratori. Il corteo già in programma si è caricato dunque ancor più di rabbia contro il comportamento di Arcelor Mittal e del governo che a giorni dovrebbe entrare nel capitale dell’ex Ilva tramite Invitalia.


La tensione era palpabile anche alla conclusione del corteo sotto la prefettura. Dopo qualche contatto, i poliziotti schierati a difesa del portone di palazzo Spinola hanno deciso di togliersi i caschi in segno di distensione: una azione applaudita dai lavoratori. Una scena ancora più significativa nella città del G7 del 2001 e di Carlo Giuliani.


Nel frattempo da Roma arrivava la notizia della convocazione dei sindacati da parte del governo. Fim, Fiom e Uilm domani alle 15,30 incontreranno sia il ministro Stefano Patuanelli che Roberto Gualtieri e Nunzia Catalfo per essere aggiornati sulla vertenza. La richiesta era arrivata anche da Taranto dove un altro iscritto Fiom è stato licenziato e i sindacati denunciano la totale insicurezza dell’impianto.


L’incontro in prefettura si è concluso col ritiro da parte dell’azienda di tutte le 250 lettere di sospensione ed è stato reintegrato Luigi Guadagno, l’operaio che aveva ricevuto la lettera di licenziamento per aver denigrato il direttore su Whatsapp: per lui sanzione commutata in tre giorni di sospensione.


La Fiom ha così deciso la fine di scioperi e blocchi a varchi. «Questo è un risultato dei lavoratori dell’Ilva che hanno scioperato e sono scesi in piazza per difendere il lavoro – commenta soddisfatto il segretario genovese della Fiom Bruno Manganaro – . È una vittoria anche per i lavoratori di Leonardo, Fincantieri, Ansaldo energia – sottolinea – e di tutte le fabbriche che hanno manifestato con noi per difendere una parte di classe operaia che riguarda tutta Genova».


Nulla da fare al momento per il licenziamento degli altri due operai, accusati di aver arredato e gestito la cosiddetta sala relax: «Abbiamo chiesto all’azienda una mediazione e la mediazione non ci soddisfa del tutto ma pensiamo di aver portato a casa un risultato – aggiunge Manganaro -. Per loro l’azienda non ha voluto fare passi indietro visto che c’è una denuncia penale in corso, ma come Fiom li difenderemo con i nostri legali e continuiamo a sostenere che il licenziamento sia una sanzione esagerata», chiude Manganaro.

11/11/2020

da il Manifesto

Andrea Capocci

 

Nelle ultime 24 ore sono stati registrati 580 decessi, il numero più elevato dal 14 aprile. Dopo il calo del weekend, torna a crescere anche il numero di nuovi casi positivi, risalito a 35 mila con 218 mila tamponi. Il tasso di positività dei test è sceso al 16% e questo indica che la crescita dei nuovi casi sta rallentando.

 

La previsione di 500 decessi entro la metà di novembre, avanzata dal fisico Giorgio Parisi in ottobre, si è rivelata dunque persino ottimistica. Anche se il dato di ieri potrebbe sovrastimare il numero reale. Le notifiche dei decessi rallentano nel weekend e il dato di ieri incorpora probabilmente le morti dei giorni precedenti. Tra quelle comunicate dalla regione Liguria, ad esempio, figurano morti di dieci giorni fa.

 

NON C’È CONTRADDIZIONE tra l’aumento dei decessi e il rallentamento dei nuovi casi. In primo luogo, c’è un fisiologico ritardo tra le due curve, visto che tra sintomi e decesso passano in media 12 giorni. Inoltre, e questo è un dato preoccupante, sta crescendo l’età media dei nuovi casi. Ora si avvicina ai 50 anni, mentre in estate era scesa fino a 30 anni di età. Significa che tra i contagiati aumenta la quota di anziani, più vulnerabili e dunque destinati a far risalire la letalità del virus. Lo fa notare anche Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, nel presentare la situazione epidemiologica ai giornalisti. «Un Rt a 1,7 vuol dire che la curva cresce, e le terapie intensive con lui. Il valore deve decrescere» spiega.

 

IL CHIARIMENTO ARRIVA dopo la convulsa giornata di lunedì: quattro regioni erano finite in zona arancione, la provincia di Bolzano si era auto-reclusa in zona rossa e la Campania non ha smesso di ballare. Ma i dati su cui erano basate le decisioni e promesso «trasparenza» non erano stati resi noti dalla cabina di regia.

 

Solo ieri si è dunque venuto a sapere che il declassamento della Basilicata nasce da un indice Rt elevatissimo (1,73). Ma pesa anche l’incompletezza dei dati comunicati dalla regione, che rende «non valutabile» il rischio. Anche la bocciatura dell’Abruzzo nasce da un’allerta sulla capacità di monitoraggio: si fanno pochi test e su più del 10% dei casi non si fa il contact tracing. Anche in Umbria i pazienti Covid riempiono gli ospedali; inoltre, un tampone su tre risulta positivo, segno che i test sono troppo pochi. In Liguria il tracciamento si fa solo nel 45% dei casi e il contagio è ritenuto «non gestibile in modo efficace con misure locali». Stessa valutazione per la Toscana, anch’essa “arancione” dopo l’ordinanza di Speranza pubblicata ieri.

 

Tra le regioni declassate non c’è la Campania, come in molti si aspettavano. I dati della regione in effetti non sono peggiori di altre, anche se l’indice Rt è a 1,64. «Riteniamo validi dati della Campania, ma sono in atto approfondimenti per cogliere aspetti che potrebbero completare una analisi che è in corso», risponde Brusaferro a chi mette in dubbio l’affidabilità dei numeri forniti dalla Regione. Gli ispettori del ministero stanno approfondendo la situazione, e solo dopo la loro relazione sarà presa una decisione.

 

Col rischio che il flusso dei dati – il prossimo rapporto sulle regioni è previsto per venerdì – la renda subito obsoleta. «Il sistema – ha spiegato in audizione alla Camera il medico Nino Cartabellotta, presidente del Gimbe – è in ritardo per la catena eccessivamente lunga, rispetto al ritmo di crescita della curva, della trasmissione dei dati. Troppi i passaggi istituzionali e tecnici: ci portano a inseguire il virus che è in fase di crescita esponenziale. Serve meno burocrazia e un alleggerimento della scelta degli indicatori, perché per quanto diano un quadro preciso oggi rallentano la capacità di risposta».

 

L’ORDINANZA DI SPERANZA accoglie anche l’auto-declassamento della provincia di Bolzano, che si è dichiarata “zona rossa” senza aspettare la cabina di regia. Le prossime a cambiare colore potrebbero essere Friuli-Venezia Giulia, Veneto ed Emilia-Romagna: tutte e tre hanno un indice Rt al di sopra della soglia 1,5, quindi da rischio “alto”. La situazione è dunque destinata a peggiorare, quindi è «opportuno anticipare le misure più restrittive» secondo Brusaferro.

 

Fedriga, Bonaccini e Zaia stanno pensando ad una mossa analoga a quella del collega bolzanino: varare le misure prima che sia il governo a dichiararle arancioni o rosse. I tre governatori sono in fitto colloquio da ieri e le misure potrebbero arrivare già venerdì: probabile un limite agli spostamenti.

 

L’effetto della zona rossa in Lombardia però si fa attendere, mentre la situazione è critica. «Il triangolo Como-Monza-Varese sta subendo quello che è successo a Bergamo nella prima ondata. La situazione francamente è al limite delle possibilità e del collasso» spiega Claudio Zanon, direttore sanitario dell’Ospedale Valduce. A Monza i reparti sono sguarniti perché 340 operatori sanitari sono positivi. E anche l’autodromo da lunedì è trasformato in pronto soccorso.

09/11/2020

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale PRC-S.E.

Rosa Rinaldi, segreteria nazionale PRC-S.E.

 

E' necessario per far “respirare” la sanità pubblica.

 

Il governo da maggio non è stato in grado di far attuare quelle poche misure che aveva previsto per fermare la pandemia.

Ha inseguito il virus senza impostare un piano di prevenzione di salute pubblica per non inimicarsi Confindustria e poteri regionali. Ora viene travolto.

Se non si vuole che vengano travolte anche le vite dei cittadini e il loro futuro, devono essere prese misure più efficaci per evitare una ulteriore impennata della curva epidemica.

Condividiamo le preoccupazioni dell’Ordine dei medici espresse dal suo presidente. Crediamo che considerare gran parte del Paese (le regioni in giallo) come a rischio moderato di contagio, non dipinga in modo veritiero le criticità che si accumulano e pesano su un’organizzazione sanitaria già stressata dalla prima ondata di febbraio/marzo. Sono inaccettabili le immagini dell’ospedale Cotugno di Napoli (zona gialla) con i malati curati in strada, nelle proprie auto o nelle ambulanze in fila.

È il risultato di decenni di tagli lineari e di definanziamento del SSN, di privatizzazione e di assenza di programmazione anche in questi mesi, quando l’arrivo della cosiddetta “seconda ondata” era cosa certa. Si è annunciato un potenziamento dei servizi nei territori ma si assiste ad un’inqualificabile scaricabarile delle responsabilità fra Governo centrale e Regioni.

Per questo crediamo sia urgente:

1)    Una chiusura generalizzata, calibrata nel tempo, cui si associno in contemporanea provvedimenti di estrema emergenza

2)    Potenziamento dei posti letto ospedalieri pubblici, dei servizi del territorio, di prevenzione e di medicina di base, della presa in carico domiciliare (ieri erano 419 mila le persone in isolamento), delle cure intermedie, dei percorsi diagnostici e terapeutici territoriali, sia Covid che non

 

3)    Che si affronti immediatamente il tema della carenza del personale sanitario pubblico (medici, infermieri, OSS e tecnici) e garantendo la loro stabilizzazione realizzando, in deroga alle norme vigenti, un grande piano di assunzioni a tempo indeterminato nel SSN.

 

4)    A queste misure vanno accompagnate una serie di risposte concrete all’emergenza sociale partendo dal reddito universale per chi sta pagando a caro prezzo la crisi sanitaria. I soldi ci sono e vanno presi, utilizzando una imposta patrimoniale. Chi, tanto con la crisi economica degli anni passati quanto con l’attuale, ha visto crescere a dismisura le proprie ricchezze deve contribuire alla salute di tutte/i.

 

06/11/2020

Aldo Di Benedetto

Segretario Partito della Rifondazione Comunista Santa Fiora

 

Ci ha sorpreso non poco il comunicato apparso sulla stampa ad opera del rappresentante della Lega santafiorese, Paolo Vichi. Nel suo intervento, giustamente, non esprime contrarietà alla realizzazione del nuovo supermercato Coop di Santa Fiora, inaugurato recentemente; semmai manifesta perplessità, che condividiamo totalmente, per la presenza all’evento del Presidente della Regione Giani e dall'assessore Marras, come se in questi giorni disgraziati chi ci governa non si trovasse ad affrontare problemi gravi ed inediti: ricordiamo che nelle stesse ore era in corso una dura manifestazione a Firenze, degenerata poi in scontri furiosi nel centro cittadino.

 

D’altra parte sarebbe anacronistico esprimere dubbi nei confronti di questo rinnovamento, del quale anche noi di Rifondazione Comunista di Santa Fiora apprezziamo il valore aggiunto.

 

Quello che ci stupisce nel comunicato della Lega locale è che si prenda questa occasione per dimostrare la propria presenza in vita e risvegliare dal letargo l'opposizione di destra, silente e dormiente da sempre, pur rappresentando quasi il 50% dei santafioresi; come ci stupisce Paolo Vichi che, santafiorese doc da sette generazioni, si accorga solo ora della moria dei "negozietti".  

 

Pur essendo consapevole che la Coop nuova non fa la differenza, a nome della Lega lamenta di temere "che le poche attività commerciali private rimaste nel comune riceveranno purtroppo il definitivo colpo di grazia, con inevitabile chiusura per alcune di loro".  

 

Quando oramai da un paio di decenni Santa Fiora ha visto sparire tante e tante attività commerciali. Una desolazione, in particolare nella Piazza e nel tratto di Via Roma che segue il Ponte Viadotto, in cui si trovano chiusi, uno dopo l’altro, l’Hotel Fiora, il Ristorante-Pizzeria “Al Ponte”, la tabaccheria “Il Regalo” e, appunto, la vecchia Coop, cui la Lega non accenna nemmeno.

 

Come non accenna al primo problema di fondo di questa moria di attività: la mancanza di lavoro, con conseguente inesistente ricambio demografico e la migrazione dei giovani.  Problemi ai quali le varie giunte Pd che governano ininterrottamente il paese da decenni, mai hanno posto un serio freno. Anzi avviene il contrario, paradossalmente.

 

Più il paese appare su giornali e televisioni, acquista titoli onorifici quali la Bandiera arancione o il borgo più bello d'Italia, che ha costruito un teatro, un palazzetto da 500 spettatori ecc., ovvero tutte quelle dinamiche che le varie giunte Vencia e Verdi prima e Balocchi poi hanno proseguito e accelerato, a fronte di gravose spese facendo largo uso di fondi regionali ed europei e soprattutto delle compensazioni ambientali che Enel versa al comune per la presenza massiccia sul territorio di centrali geotermiche, più il paese si sta spopolando.

Le attività spariscono. L'opposizione tace. Noi no, anche se non siamo in consiglio Comunale, ma non siamo silenti affatto, né tanto meno complici.

 

Semmai, a questo punto, a Santa Fiora, si presenta un altro problema di primo piano. Serissimo. La capillarità della Coop da noi è una presenza forte, in quanto sopperisce attraverso i piccoli negozi di vicinato delle frazioni di Bagnore e Bagnolo all'emorragia delle attività scomparse; la nuova costruzione inaugurata da poco temiamo, questo sì, che possa avere conseguenze ora più che mai proprio su queste strutture.

 

Ci rivolgiamo quindi al Presidente ed al Consiglio di Amministrazione dell’Unione Amiatina Coop per chiedere rassicurazioni in merito alla permanenza in attività di questi negozi: l’utile della gestione finanziaria non può essere l’unico parametro su cui basare scelte che invece, coerentemente con il ruolo della cooperazione, devono prendere in considerazione ed assicurare la coesione sociale e la vitalità del territorio.

06/11/2020

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

Protesta Operaia. Adesione media del 70% con punte al 95%. Fim, Fiom e Uilm: riprendiamoci il contratto. A Napoli con gli operai Whirlpool si è fermata tutta l’industria e il terziario

 

Uno sciopero in mezzo alla pandemia, atipico ma riuscito. Fim, Fiom e Uilm hanno resistito alle critiche di molti commentatori scommettendo sulla voglia di contratto dei metalmeccanici, vincendo l’azzardo. Le quattro ore di sciopero in tutta Italia in molte fabbriche del nord sono diventate otto per volere degli stessi operai, specie a Bergamo, in Emilia e in Piemonte con adesione media del 70% con punte del 95% in Electrolux, Leonardo, Arvedi, Abb Dalmine, Sogefi e Kone.

 

GRANDE PARTECIPAZIONE a Napoli dove la solidarietà ai lavoratori della Whirlpool di via Argine ha portato a decidere lo sciopero dell’intero settore industriale allargato al terziario. In piazza il coro ormai usuale «Napoli non molla» è stato cantato ancora più forte. Senza dimenticare la verteza Dema. «I metalmeccanici della Campania hanno aderito in massa allo sciopero generale. Ampia partecipazione in tutte la province: Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno con una media del 70% e punte del 100% in molte aziende metalmeccaniche dell’intera regione», fanno sapere Cgil, Cisl e Uil.

 

Senza possibilità di cortei e con i presidi da gestire rispettando le norme, il centro dello sciopero ieri mattina è stata piazza dell’Esquilino a Roma. Là dove quasi tutte le grandi manifestazioni sindacali passano per girare verso San Giovanni, si sono ritrovati i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm davanti ad un centinaio di delegati delle tre organizzazioni. La conferenza stampa è diventata un comizio combattivo.

 

HA COMINCIATO il segretario generale della Uilm Rocco Palombella: «Il nostro sciopero e la richiesta di aumento salariale è etico e necessario. Federmeccanica non ha rispettato l’accordo precedente perché il secondo livello di contrattazione non è mai partito e gli aumenti salariali si sono ridotti al solo welfare. Ora dicone che c’è il Covid – conclude Palombella – ma prima del Covid Federmeccanica non si era mossa di un millimetro rispetto alle nostre richieste».

 

Poi la parola è passata a Francesca Re David che ripercorso i mesi della pandemia: «Abbiamo scioperato a marzo per chiedere sicurezza nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro e contro chi voleva aprire troppo presto sfruttando le deroghe delle Prefetture. Poi siamo riusciti, contrattando con le aziende a costruire dei protocolli che hanno consentito di riaprire in sicurezza. Oggi – ha continuato la segretaria generale della Fiom – quindi scioperiamo anche per chiedere salute e sicurezza e lo facciamo assieme ai rider e agli infermieri: riprendiamoci il contratto e facciamo vedere a tutti che aumentare i salari è possibile».

 

A CHIUDERE È STATO Roberto Benaglia della Fim, al suo primo sciopero nazionale da segretario generale. «Anche nella pandemia ognuno deve fare il suo mestiere e il nostro è rivendicare il contratto e rendere capace e moderna la nostra mobilitazione. In questo momento il sindacato sta portando avanti uno sforzo eccezionale su tutto il territorio e in tutti i luoghi di lavoro. Lo sciopero è solidarietà e generosità. Noi vogliamo un contratto per la ripartenza che guardi non all’oggi ma al domani», ha chiuso Benaglia.

 

Sullo sciopero è intervenuta anche la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo: «Cercherò di agevolare in qualsiasi modo il dialogo tra le rappresentanze delle aziende e quelle dei lavoratori in modo da riuscire a superare questo scoglio che sta bloccando tutto».

 

AL MOMENTO IMPRESE e sindacati sono molto distanti con Federmeccanica che propone per il rinnovo circa 40 euro a regime per il triennio (2020-22) a fronte di una richiesta di Fiom, Fim e Uilm di circa 144 euro. Martedì prossimo si riunirà il consiglio di Federmeccanica per valutare lo stato della vertenza e la ripartenza del negoziato.

05/11/2020

da Il Manifesto

Guido Moltedo

 

Usa 2020. Oggi il risveglio dell’America con Biden probabilmente con un piede nella Casa Bianca. Ma con il suo avversario deciso in ogni modo a sbarrargli il passo.

 

Una giornata al cardiopalma, ieri, il giorno dopo l’Election Day. Un finale sul filo del rasoio. Ore e ore nella notte dopo gli exit poll seguiti alla chiusura delle urne e poi in mattinata le montagne russe dei numeri in sette stati «campi di battaglia», dati che aprivano e poi chiudevano la speranza d’una vittoria, anche se di misura, di Joe Biden.
In serata l’incubo di un Trump vittorioso si stemperava fino quasi a svanire grazie alle cifre incoraggianti regalate da un grappolo di contee in blu di stati cruciali in bilico, sempre più oscillanti verso il candidato democratico.

 

Oggi il risveglio dell’America con Biden probabilmente con un piede nella Casa Bianca. E con il suo avversario deciso in ogni modo a sbarrargli il passo.

 

L’ha minacciato con improntitudine in un discorso dalla Casa Bianca trasformata in quartier generale della sua campagna in cui si auto-incoronava vincitore, lanciando avvertimenti contro chi lo metteva in dubbio non fermando, secondo la sua assurda richiesta, il completamento della conta dei voti espressi per posta e in anticipo. E poi con altri cupi tweet bellicosi.

 

Così, dopo un traumatico day after, sembrano ora profilarsi altre giornate di duro conflitto, sullo sfondo di un tentativo estremo da parte di Donald Trump di asserragliarsi nella Casa bianca, timoroso per la sua stessa sorte una volta uscito dallo studio ovale e ansioso, in caso di sconfitta inconfutabile, di ottenere una qualche garanzia quando sarà esaurito il mandato con la relativa immunità.

 

La magistratura di New York non sarà tenera con il cittadino Donald Trump e con i suoi familiari, per le loro disinvolte operazioni finanziarie e relativi reati fiscali. Il primo passo dell’offensiva sarà la contestazione dei risultati a lui sfavorevoli negli stati ancora in gioco, per poi arrivare alla via giudiziaria, fino alla Corte suprema, com’egli stesso ha messo in chiaro. Il primo segnale in questa direzione è l’annunciato ricorso per il riconteggio dei voti in Wisconsin.

 

Eppure la giornata elettorale s’era svolta in modo ordinato, con lunghe file ai seggi, dopo che oltre cento milioni di elettori avevano usufruito del diritto a votare per posta o di deporre anticipatamente la scheda in appositi seggi e contenitori. Un’affluenza, nel complesso, senza precedenti: 66,9 per cento degli aventi diritto al voto.

Bisogna risalire al 1900 per avere una partecipazione più alta. Un’affluenza che, secondo calcoli da affinare, ha consentito a Trump di aumentare di oltre tre milioni di voti il suo bottino elettorale rispetto a quattro anni fa e a Biden di incrementare di quasi due milioni e mezzo di voti il suo risultato rispetto a quello di Hillary Clinton. Ancora una volta il sistema elettorale ha messo in mostra tutta la sua assurda iniquità nel contrasto clamoroso tra voto popolare e voto dei collegi.

Tanta partecipazione all’Election Day contrasta evidentemente con l’aspettativa di un’epidemia che avrebbe scoraggiato l’affluenza il 3 novembre, tanto più che enorme era stato il ricorso al voto postale e a quello anticipato. E questa inattesa mobilitazione dell’ultima ora, sul lato della destra, ha spiazzato gli osservatori e gli stessi protagonisti, in particolare nel campo democratico, provocando il trauma di una giornata che comunque decreta la sopravvivenza di Trump sulla scena come protagonista.

Se non riuscirà a restare alla guida del paese, la sua sconfitta, come s’è configurata, di un pelo, gli consente di conservare una forza politica considerevole, che potrà continuare a usare come leader del suo movement – che è anche armato, non va dimenticato – e anche come capo vero del Grand Old Party, e, non ultimo per negoziare la sua uscita indenne dalla Casa Bianca.

 

L’idea secondo cui la gestione disastrosa da parte della Casa bianca della pandemia, con un picco molto alto proprio nei giorni del voto, sarebbe stata il colpo finale alle aspirazioni di rielezione di Trump, ha preso corpo nel suo contrario nel voto reale.

 

Da marzo, dall’inizio della pandemia, la cifra dei casi sta ora raggiungendo i dieci milioni, con 230.000 morti. Milioni di americani hanno perso il lavoro, milioni chiedono il sussidio. Il presidente avrebbe pagato un prezzo molto alto? Certo, gliel’hanno fatto pagare molti tra coloro che comunque non l’avrebbero votato e caso mai non avrebbero neppure votato per Biden o avrebbero esitato a farlo. In molti altri, però, nella sua base e non solo, si sono invece mobilitati vedendo in lui l’eroe che risorge dal virus, si rialza e si batte con giri forsennati con comizi in tutt’America, ridicolizzando chi teme Covid, come il suo avversario, e dando voce a chi si sente messo in crisi non dalla sua gestione del virus ma da chi chiede che Covid sia diligentemente controllato.

 

Il negazionismo non è un movimento marginale. La narrazione di un paese che non deve fermarsi, con un’economia che deve avere la meglio su un virus sopravvalutato e «manovrato» da Cina e forze oscure, ha avuto un successo che va contro il buon senso, il senso comune. Lo scorcio finale della campagna elettorale, con un Trump che ha rovesciato il messaggio del senso comune, appunto, sintonizzandosi con l’America vasta della negazione, andrà lungamente, profondamente, studiato.

 

Queste considerazioni tengono conto sia del peggiore scenario – la rielezione nonostante tutto di Donald Trump – sia del migliore scenario, attualmente la più probabile, la sua sconfitta. Un esito da valutare insieme a quello del voto per il rinnovo dei due rami del Congresso e, in particolare, di un terzo del senato.

 

Al senato – elezioni di enorme portata politica, come sempre e ora più che mai – la partita sembra aperta, con una prevalenza, seppur di poco dei repubblicani che consentirebbe loro di conservare la maggioranza (anche in caso di pareggio, in virtù del voto aggiuntivo del presidente del senato, il vicepresidente Mike Pence) e, così, dare sostegno a una seconda amministrazione Trump o creare problemi notevoli a una presidenza Biden. Che comunque potrà contare su una camera dei rappresentanti di nuovo democratica (e con un orientamento a sinistra, con la rielezione di Alexandria Ocasio Cortez e di altre e altri esponenti dell’area socialista democratica).

 

Un’analisi più a freddo dei flussi elettorali definirà in modo più preciso i due blocchi elettorali – la loro composizione -, quello che ha dato la spinta a Trump verso questo finale sul filo di lana, e il blocco che ha sostenuto la buona prestazione di Biden, anche se inferiore alle aspettative (il risultato deludente aprirà comunque una grande discussione nel mondo democratico, sulla qualità del candidato ma anche della stessa piattaforma politica che l’ha sostenuto).

 

Resta evidente, intanto, il contrasto tra il rosso e il blu sulle mappe del voto che hanno accompagnato sui teleschermi lo spoglio delle schede. Ora più che mai, la distanza politica, ma prim’ancora culturale, perfino antropologica, in tutti gli stati dell’Unione tra le contee in rosso – repubblicane – e in blu – democratiche – colpisce molto: le prime sono prevalentemente rurali, le secondo urbane. Forse è la principale, la più vistosa faglia, tra le «due Americhe», il gap più difficile da colmare.

 

04/11/2020

 

Rifondazione Comunista sostiene lo sciopero nazionale dei metalmeccanici, indetto per domani 5 novembre da Fiom, Fim e Uilm, a sostegno della piattaforma contrattuale contro l’oltranzismo di Federmeccanica e Assistal  che non solo chiudono a tutte le richieste, ma attaccano le tutele esistenti rifiutando l’esigibilità di diritti conquistati.

 

E’ gravissima la chiusura totale del fronte padronale sul salario espressa dal rifiuto all’aumento dei minimi contrattuali, altrettanto pesante l’arroganza che si spinge fino mettere in discussione automatismi su scatti di anzianità e altri diritti già previsti  nell’ultimo contratto.

 

Ma la strategia antioperaia degli industriali per affrontare la crisi si chiarisce  in particolare con il rifiuto a definire limiti nel ricorso al lavoro precario, a introdurre vincoli occupazionali e garanzie sui diritti sindacali negli appalti; si svela del tutto nella mancanza totale di disponibilità sulle riduzioni d’orario a fronte di innovazioni tecnologiche e nella sfrontata richiesta di maggiore flessibilità della forza lavoro, in particolare su smart working, lavoro agile telelavoro.

 

E’ chiaro che si osa puntare ancora su  un modello economico e produttivo centrato su bassi salari, per molte fasce di lavoratori da fame, precarietà e flessibilità estreme in un paese come il nostro già agli ultimi posti in Europa per livelli salariali, protezioni sociali e precarietà selvaggia?

 

Un governo che voglia davvero operare una svolta dovrebbe finalmente dire basta a un modello economico e produttivo  che ha generato disoccupazione, milioni di poveri, perdita di diritti  e disastrato il sistema produttivo del paese.

 

Allora non faccia  come Ponzio Pilato! Non un soldo deve andare a settori del padronato senza precisi vincoli sull’occupazione e i diritti di lavoratrici e lavoratori. Si impedisca l’utilizzo di fondi pubblici per ristrutturare le aziende a spese dei lavoratori.

 

Il governo decida da che parte sta.

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