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STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

Pubblicato
06.09.2017


Il terrorismo che si abbatte tragicamente anche sull'Europa è, in primo
luogo, l'altra faccia della guerra infinita che da oltre un quarto di secolo si
abbatte sul pianeta.

Ne è il principale "effetto collaterale", che non sarà sconfitto con più guerre, militarizzazione dei confini e politiche di espulsione, ma con la costruzione di politiche attive di pace, di disarmo e di convivenza. Si tratta per il nostro Paese di attuare, finalmente, i principi fondamentali della Costituzione repubblicana.

L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Sono gli assi portanti della nostra democrazia.
Eppure, il nostro Paese è terzultimo in Europa per l'occupazione e ultimo per l'occupazione giovanile; invece è primo per l'aumento delle spese militari.
E' in atto il ripudio della Costituzione invece che della guerra.

Negli ultimi 10 anni (dal 2006 al 2016) di crisi economica assoluta, in cui i governi hanno tagliato tutto, dalla sanità alle protezioni sociali - portando milioni di persone (come certifica l'ISTAT) in condizione di povertà estrema - la spesa pubblica militare del nostro Paese invece è aumentata del 21% (e per i soli armamenti dell'85%!).
Un pozzo nero senza fondo, che per il solo il 2017 prevede di bruciare sull'altare delle guerre - e della loro preparazione – altri 23,3 miliardi di euro (che il SIPRI di Stoccolma indica addirittura in 25 miliardi!), pari a 64 milioni al giorno. Ossia l'1,4% del prodotto
interno lordo che - come se non bastasse - il governo italiano si è impegnato con il presidente USA Trump a portare al 2%!

E' in corso la "terza guerra mondiale a pezzetti" continua a ripetere papa Francesco, denunciando i produttori di armamenti, eppure il nostro Paese negli ultimi tre anni ha sestuplicato le autorizzazioni per la vendita di armi, passando da 2,9 miliardi a 14,6 miliardi di profitti per l'industria bellica italiana, vendendo armi anche alle dittature ed ai Paesi in guerra, in violazione della legge 185/90 sul commercio delle armi.

In questo mondo che brucia, l'Italia - facendo carta straccia della sua Costituzione - è presente in tutte le guerre del Pianeta, non solo con i suoi soldati, ma anche con le sue armi.
Vende armi,fa profitti bellici, alimenta le guerre e ne importa i profughi ed alza le barriere, in un circolo vizioso senza fine.

Ovunque impazza il terrorismo, bruciano il Medioriente, l'Africa e il Mediterraneo, ritornano venti di guerra fredda tra USA e Russia, ritornano muri e fili spinati in Europa, ritornano anche le minacce di guerra nucleare, con migliaia di testate nucleari puntate sulle nostre teste, eppure il governo italiano - che "ospita" sul proprio territorio decine di ordigni nucleari nelle basi USA di Aviano e Ghedi - non ha aderito al Trattato ONU per messa al bando delle armi nucleari.

Anzi continua ad acquistare i 90 cacciabombardieri F35, capaci di trasportare ordigni nucleari in giro per il pianeta, per un'ulteriore spesa complessiva di 14 miliardi di euro. Un riarmo nazionale – dentro quello internazionale - senza precedenti, dai tempi della seconda guerra mondiale.

Tutto questo è follia. L’urgenza assoluta è quella di una immediata inversione di tendenza.

Il disarmo, la riconversione sociale delle spese militari, la riconversione civile dell’industria bellica, la costruzione della difesa civile non armata e nonviolenta, devono essere il segno distintivo e qualificante di una nuova politica.
L’opposizione integrale alla guerra e alla sua preparazione - qui ed ora - è la condizione preliminare per parlare di un orientamento diverso.

La sinistra, per essere davvero tale, ha bisogno dunque di mettere al centro della sua azione politiche attive di pace. “O la sinistra fa dell’impegno per la pace il terreno decisivo dello scontro tra civiltà e barbarie" – scriveva Carlo Cassola - "o rimane di destra anche se si proclama di sinistra”.
Mai queste parole furono così attuali quanto oggi. Democrazia e uguaglianza
sono incompatibili con la preparazione della guerra. Per questo l’unità della
sinistra è una valore se parte – oggi più che mai - dalla costruzione di politiche
di pace, di disarmo e convivenza. Dalle quali discende tutto il resto.

Pubblicato il
06.09.2017


In Germania ci sono giornalisti come Georg Rustle che hanno il coraggio di usare lo spazio televisivo di cui dispongono per dire: mi vergogno della politica europea nei confronti dei migranti. Lo ha fatto il 28 agosto mentre in Italia il vertice di Parigi e la politica di Minniti e Gentiloni, condivisa da leghisti e grillini, venivano presentati come un successo e una positiva risposta all'emergenza. Ringraziamo Franco Berardi per la segnalazione e Tiziana Fiore per la traduzione (M.A.)

MI VERGOGNO

Mi vergogno mi vergogno di questa politica dei rifugiati che è stata definita a Parigi, e che è essenzialmente imposta dalla Cancelliera tedesca, una disgrazia unica per questo paese e per il continente.

E’ una vergogna che il governo federale approvi che la milizia libica trasporti i rifugiati nei campi dove continueranno a essere maltrattati torturati violentati. La proposta di mettere questi campi sotto sorveglianza ONU è uno scherzo di cattivo gusto, in un paese tormentato dalla guerra civile e privo di un governo effettivo.

Il dramma dei profughi non si combatte cosí.

È una vergogna che Germania e Francia vogliano rifornire di armi proprio dittature africane come il Ciad, il cui esercito è accusato delle peggiori violazioni dei diritti umani. Ed è una vergogna che l’Europa voglia spostare i suoi confini attraverso l’Africa. Un baluardo contro i rifugiati, controllati da regimi che hanno poco a o niente a che fare con i valori europei fondamentali.

No, con questa politica, il dramma dei rifugiati non verrà combattuto. Il dramma verrà solo spostato in un posto dove non ci sono telecamere o macchine fotografiche: nel deserto africano, dove nel frattempo muoiono più persone che nel Mediterraneo.

Il Governo federale tradisce i nostri valori.

Ci sono alternative: prima di tutto una politica africana degna di questo nome, che aiuti la gente e non sia finalizzata dagli interessi delle aziende private. Le imprese africane debbono essere aiutate ad avere accesso al mercato europeo, non escluse dagli accordi di scambio.

Solo così si potrebbero combattere le cause della fuga. Ma questo governo federale, questa cancelliera non sembrano essere interessati. A lei interessa solo di ridurre il numero dei rifugiati. A tutti costi. Anche a costo di rinunciare ai nostri valori fondamentali, al diritto internazionale, ai diritti dell’uomo, all'umanità.

Manlio Dinucci
da Il Manifesto
05.09.2017


Corea del Nord. Mentre Pyongyang viene denunciata come unica fonte di minaccia, una ristretta cerchia di Stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari: chi le possiede minaccia chi non ce le ha e è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano. Oltre ai nove paesi che le posseggono già, altri 35 sono in grado di costruirle.

I riflettori politico-mediatici che si sono accesi, tutti focalizzati sui pericolosi test nucleari e missilistici nord-coreani, lasciano in ombra il quadro generale in cui essi si inseriscono: quello di una crescente corsa agli armamenti che, mentre mantiene un arsenale nucleare in grado di cancellare la specie umana dalla faccia della Terra, punta su testate e vettori high tech sempre più sofisticati.

La Federazione degli scienziati americani (Fas) stima nel 2017 che la Corea del Nord abbia «materiale fissile per produrre potenzialmente 10-20 testate nucleari, ma non ci sono prove disponibili che abbia reso operative testate nucleari trasportabili da missili balistici».

Sempre secondo la Federazione degli scienziati americani ( Fas), gli Stati uniti posseggono 6.800 testate nucleari, di cui 1650 strategiche e 150 non-strategiche pronte in ogni momento al lancio.

Comprese quelle francesi e britanniche (rispettivamente 300 e 215), le forze nucleari della Nato dispongono di 7315 testate nucleari, di cui 2200 pronte al lancio, in confronto alle 7000 russe di cui 1950 pronte al lancio.

Stando alle stime della Fas, circa 550 testate nucleari statunitensi, francesi e britanniche, pronte al lancio, sono dislocate in Europa in prossimità del territorio russo. È come se la Russia avesse schierato in Messico centinaia di testate nucleari puntate sugli Stati uniti.

Aggiungendo quelle cinesi (270), pachistane (120-130), indiane (110-120) e israeliane (80), il numero totale delle testate nucleari viene stimato in circa 15000. Sono stime approssimative, quasi sicuramente per difetto. E la corsa agli armamenti nucleari prosegue con la continua modernizzazione delle testate e dei vettori nucleari.

In testa sono gli Stati uniti, che effettuano continui test dei missili balistici intercontinentali Minuteman III e si preparano a sostituirli con nuovi missili (costo stimato 85 miliardi di dollari). Il Congresso ha approvato nel 2015 un piano (costo stimato circa 1000 miliardi) per potenziare le forze nucleari con altri 12 sottomarini da attacco (7 miliardi l’uno), armato ciascuno di 200 testate nucleari, e altri bombardieri strategici (550 milioni l’uno), ciascuno armato di 20 testate nucleari.

Nello stesso quadro rientra la sostituzione delle bombe nucleari Usa B61, schierate in Italia e altri paesi europei, con le nuove B61-12, armi da first strike. Il potenziamento delle forze nucleari comprende anche lo «scudo anti-missili» per neutralizzare la rappresaglia nemica, tipo quello schierato dagli Usa in Europa contro la Russia e in Corea del Sud, non contro la Corea del Nord ma in realtà contro la Cina.

Russia e Cina stanno accelerando la modernizzazione delle loro forze nucleari, per non farsi distanziare. Nel 2018 la Russia schiererà un nuovo missile balistico intercontinentale, il Sarmat, con raggio fino a 18000 km, capace di trasportare 10-15 testate nucleari che, rientrando nell’atmosfera a velocità ipersonica (oltre 10 volte quella del suono), manovrano per sfuggire ai missili intercettori forando lo «scudo».

In tale situazione, in cui una ristretta cerchia di stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari, in cui chi le possiede minaccia chi non ce le ha, è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano. Oltre ai nove paesi che già posseggono armi nucleari, ve ne sono all’incirca altri 35 in grado di costruirle.

Tutto questo viene ignorato da giornali e telegiornali, mentre lanciano l’allarme sulla Corea del Nord, denunciata come unica fonte di minaccia nucleare.

Si ignora, ricordava ieri Michel Chossudovsky, anche la «lezione» che a Pyongyang fanno capire di aver imparato: Gheddafi – ricordano – aveva rinunciato totalmente a ogni programma nucleare, permettendo ispezioni della Cia in territorio libico.

Ciò però non lo salvò quando Stati uniti e Alleanza atlantica decisero di attaccare e di distruggere ad ogni costo lo Stato libico. Se esso avesse avuto armi nucleari, pensano a Pyongyang, nessuno avrebbe avuto il coraggio di attaccarlo. Tale ragionamento può essere fatto anche da altri: nell’attuale situazione mondiale è meglio avere le armi nucleari che non averle.

Mentre in base a questa pericolosa logica aumenta la probabilità di proliferazione nucleare, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, adottato a grande maggioranza dalle Nazioni Unite lo scorso luglio, viene ignorato da tutte le potenze nucleari, dai membri della Nato (Italia compresa) e dai suoi principali partner (Ucraina, Giappone, Australia).

Fondamentale è una larga mobilitazione per imporre che anche il nostro paese aderisca al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e quindi rimuova dal suo territorio le bombe nucleari Usa, la cui presenza viola il Trattato di non-proliferazione già ratificato dall'Italia.
Se manca la coscienza politica, dovrebbe almeno scattare l’istinto di sopravvivenza.

Francesco Vignarca
da Il Manifesto
03.09.2017


Italia-Africa. Ai vertici della spesa militare del Continente nero troviamo non a caso ancora Algeria, Marocco e Nigeria cui si affiancano Sudan, Angola e Tunisia

Nel distorto e problematico dibattito pubblico italiano e non solo sull'epocale fenomeno migratorio il tentativo principale della politica è quello di allontanare dalla vista dell’elettorato i problemi e le responsabilità.

Nelle poche occasioni in cui si è allargato lo sguardo verso i luoghi di provenienza delle migrazioni (in particolare penso all’Africa) lo si fa richiamando un retorico e qualunquista «aiuto a casa loro» che non ha nulla di concreto o fattivo.

LA ORMAI VECCHIE promesse, sottoscritte a livello internazionale anche dall'Italia, di destinare almeno lo 0,7% del Pil all’aiuto pubblico allo sviluppo (diretto, indiretto e multilaterale) sono rimaste lettera morta. Nel 2015 l’Italia, pur con un trend in crescita, ha raggiunto solo lo 0,22% del Pil e una buona fetta dei quasi 4 miliardi impiegati è comunque rimasta nei nostri confini proprio per gestire il fenomeno migratorio.

INVECE I GOVERNI degli ultimi anni sono stati molto attivi nel far diventare l’Africa un terminale per i nostri affari, in particolare per quelli armati. Nei primi 25 anni di vigenza della legge 185/90 l’Africa subsahariana ha ricevuto 1,3 miliardi di euro di autorizzazioni armate, pari al 2,4% del totale. Occorre poi aggiungere le cifre ancora più alte relative ai Paesi della sponda Sud del Mediterraneo: la sola Algeria in 25 anni ha ricevuto autorizzazioni per 1659 milioni di euro. A livello globale l’Africa si attesta sul 9% delle importazioni mondiali annuali di armi sempre con Algeria in testa (il 46% continentale nell'ultimo quinquennio e Paese nella «Top5» mondiale complessiva) seguita da Marocco e Nigeria. Il 35% delle importazioni militare africane giunge al di sotto del Sahara, con principali venditori Russia, Cina, Stati Uniti e Francia. Un mercato trainato dalla spesa militare del continente nel 2016 a poco meno di 38 miliardi di dollari in aumentata del 48% in un decennio nonostante una leggera decrescita recente. Ai vertici di spesa militare troviamo ancora Algeria, Marocco e Nigeria cui si affiancano Sudan, Angola e Tunisia.

IL TENTATIVO dei nostri governi recenti è stato quello di recuperare posizioni in un mercato che (secondo il MAECI) è stato «generalmente marginale per le nostre esportazioni di materiali per la difesa, sia a causa delle limitate disponibilità economiche dei Paesi dell’Africa Sub-Sahariana, sia in ragione delle restrizioni imposte da situazioni di latenti conflittualità ed instabilità interne e regionali».

ESEMPIO MASSIMO di questa strategia il tour della portaerei Cavour tra novembre 2013 e aprile 2014. Un viaggio che la Difesa ha cercato anche di «vendere» come umanitario o legato ad operazioni anti-pirateria e che invece si è concretizzato in un’enorme fiera (e spot) per l’industria militare italiana. Ben presente con i suoi stand nei ponti della nave ammiraglia della Marina, che non si sarebbe potuta nemmeno muovere senza la ricca sponsorizzazione dell’industria bellica, visti gli alti costi operativi. Dopo le prime tappe in Medio Oriente il viaggio del «Sistema Paese in movimento» (questa la denominazione ufficiale) ha toccato Kenia, Madagascar, Mozambico, Sud Africa, Angola, Congo, Nigeria, Ghana, Senegal, Marocco e Algeria. Sollevando subito le proteste del mondo disarmista: si trattava dei Paesi a più alta spesa militare continentale, cinque dei quali considerati «regime autoritario» dal Democracy Index dell’Economist mentre sette registravano basso «indice di sviluppo umano» con posizioni tutte al di sotto del 142esimo posto nella lista elaborata da Undp.

I RISULTATI, per l’industria militare, non si sono fatti attendere e nel 2016 sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenya, Sud Africa, Algeria e Marocco (tra i paesi visitati) ma anche verso Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia (paese in confitto costante con l’Eritrea). «Il caso più evidente di questa strategia è l’Angola – sottolinea Giorgio Beretta analista di Opal Brescia – un Paese a cui, così come al Congo del resto, non avevamo mai venduto armi dalla 185/90 in poi e che invece è destinatario nel 2016 di autorizzazioni per quasi 90 milioni di euro. Ma i contratti già firmati, secondo notizie diffuse dalle stesse industrie di armi, potrebbero aver già superato i 200 milioni complessivi».

GIÀ A MARGINE del Tour africano della Cavour erano circolate voci di vendita della vecchia portaelicotteri Garibaldi (anche per fare spazio alla nuova portaerei Trieste poi successivamente finanziata) proprio all’Angola. Vendita di usato non andata in porto da un lato per i problemi finanziari causati dal crollo dei prezzi petroliferi, dall’altro per il cambio di esecutivo che impedì all’allora Ministro della Difesa Mario Mauro di recarsi come previsto a Luanda (con Governo angolano infastidito).

POCO MALE, perché la nuova inquilina di via XX Settembre Roberta Pinotti ha subito cercato di riparare: l’allora Ministro della Difesa e attuale Presidente Joao Lourenço è stato tra i primi ad essere ricevuto a Roma, replicando il viaggio anche nel 2016 mentre la stessa Pinotti si è recata a Luanda nel settembre 2015. Sulla scia della visita dell’anno prima di Matteo Renzi, definita come epocale e propedeutica ad una nuova stagione di rapporti (economici e di cooperazione allo sviluppo) con i Paesi africani. Ma che pare aver soprattutto dato il via a nuovi affari di natura militare.

MOLTI RITENGONO questi dati una colpa delle dirigenze politiche africane, che preferiscono investire gran parte dei bilanci statali in armi ed eserciti anche per mantenere le proprie posizioni di comando. Ma se – dall'Italia – sai che la situazione è questa e continui imperterrito a siglare contratti puoi essere definito solo come complice. A casa loro.

Antonio Sciotto
da Il Manifesto
01.09.2017

Istat. I numeri tornano ai livelli pre crisi, ma non per i più giovani e per le lavoratrici. Renzi gongola: «Un milione di posti in più grazie al Jobs Act». Molto critiche le opposizioni e la Cgil

«Un milione di posti di lavoro in più»: a portarli non è stato Silvio Berlusconi, ma – secondo il segretario del Pd Matteo Renzi – sarebbero un regalo del Jobs Act. Il tweet entusiastico dell’ex premier arriva pochi minuti dopo la pubblicazione dei dati Istat di ieri, che però a una analisti attenta risultano decisamente in chiaroscuro. Gli occupati tornano a sfondare quota 23 milioni, è vero – soglia psicologica insuperata dal 2008, prima della crisi – ma dall’altro lato sale il tasso di disoccupazione generale, come quello giovanile, e a restare al palo sono soprattutto le donne e i più giovani, mentre la crescita maggiore dei posti si è avuta tra i contratti precari.

ECCO, NEL DETTAGLIO, le cifre diffuse dall’Istituto di statistica: occupati totali 23,063 milioni (a ottobre 2008 erano 23,081 milioni), la crescita a luglio pari a 0,3% sul mese (+59 mila unità) e dell’1,3% sull’anno (+294 mila). Sempre a luglio scende il tasso di inattività al 34,4% (-0,3%) toccando il minimo storico. Cresce però la disoccupazione giovanile al 35,5% (+0,3 punti da giugno) e sale il tasso generale di disoccupazione all’11,3% con +0,2 punti percentuali da giugno.

La crescita congiunturale dell’occupazione, spiega l’Istat, «interessa tutte le classi di età a eccezione dei 35-49enni ed è interamente dovuta alla componente maschile, mentre per le donne, dopo l’incremento del mese precedente, si registra un calo». L’aumento della disoccupazione, dall’altro lato, «è attribuibile esclusivamente alla componente femminile e interessa tutte le classi di età, mentre si registra una stabilità tra gli uomini».

SU BASE ANNUA l’incremento dell’occupazione interessa uomini e donne e riguarda i lavoratori dipendenti (+378 mila, di cui +286 mila a termine e +92 mila permanenti), mentre calano gli indipendenti (-84 mila): come si nota, la crescita dei posti dell’ultimo anno si deve quasi esclusivamente ai contratti precari, i tre quarti del totale. A crescere sono gli occupati ultracinquantenni (+371 mila) e i 15-24enni (+47 mila), a fronte di un calo nelle classi di età centrali (-124 mila).

I dati vengono prevedibilmente esaltati dal governo e dalla maggioranza: «Dati Istat: +918mila posti lavoro da feb 2014 (inizio #millegiorni) a oggi. Il milione di posti di lavoro lo fa il #JobAct, adesso #avanti», rivendica Renzi. E gli fa eco il presidente del consiglio Paolo Gentiloni: «Gli italiani occupati – sottolinea sempre su Twitter il premier – superano 23 milioni, un record. Ancora molto da fare contro disoccupazione ma effetti positivi da #jobsact e ripresa».

OTTIMISTA ANCHE il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: «C’è la ripresa, lo dicono tutti i dati, dal Pil all’occupazione, alla fiducia – spiega – Quindi si sta consolidando un quadro di ripresa che da ciclica deve diventare strutturale e il governo continua a lavorare in questo senso». Tesi che trova un appoggio a Bruxelles: il Commissario agli affari economici, il francese Pierre Moscovici ammette che «l’economia italiana è finalmente in ripresa e questo faciliterà la riduzione del debito», la cui ampiezza, avverte però, «resta il principale punto debole» delle finanze pubbliche del Paese.

«Dati confortanti, speriamo», commenta il presidente della Repubblica Sergio Mattarella da Venezia.

MA LE OPPOSIZIONI sono molto critiche. «Dati occupazione merito del Jobs Act? L’aumento della disoccupazione giovanile sì», dichiara Laura Castelli, deputata del M5S. «La disoccupazione giovanile continua a salire – prosegue – Il precariato è aumentato, aumentando il precariato si aumenta uno stato più vicino alla povertà». E quanto al Rei, il reddito di inclusione appena varato per decreto, «trovo un po’ disgustoso che ogni volta che si avvicinano le elezioni si parli di bonus», conclude Castelli.

Bocciatura anche da Forza Italia: «Le politiche del governo Renzi-Gentiloni sono un grande spreco di denaro pubblico che rischia di minare anche la prossima legge di bilancio», dice Renato Brunetta.

CRITICO MA PIÙ cauto Mdp: «Ancora una volta dati parziali – commenta Federico Fornaro – scatenano commenti eccessivamente ottimistici. Chiediamo a Gentiloni discontinuità e un piano di investimenti nella prossima legge di bilancio».

«Saremo chiamati gufi, ma è difficile entusiasmarsi davanti ai dati diffusi da Istat e Inps – dice Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil – C’è una crescita del tasso di occupazione molto lenta, estremamente precaria, da cui i giovani sono quasi completamente esclusi a favore degli over 50. Dell’aumento di nuovi posti (+580mila nei primi 6 mesi del 2017 rispetto al 2016) la stragrande maggioranza (500mila) sono attivazioni a termine, mentre il tempo indeterminato mostra un dato negativo». «Non bonus e decontribuzioni, ma investimenti pubblici e privati così da favorire la domanda», la ricetta suggerita dalla Cgil.

Tommaso Di Francesco
da Il Manifesto
31.08.2017

Che arriva dal patto di Parigi di quattro Paesi decisivi per i destini dell’Ue? Niente di concreto e niente di vero. Solo uno stile coloniale, confermato dalle ultime dichiarazioni di Minniti: «Se non avessimo fatto questo in Libia c’era da temere per la tenuta democratica del Paese». Smentito ieri clamorosamente dal ministro della giustizia Orlando.

Quindi trasformiamo in lager buona parte del continente africano «per la democrazia»? In realtà finanziando milizie mafiose, come rivela un veridico reportage dell’aurorevole Ap, per reprimere i migranti. Come non definire colonial-criminale questo lessico e questi intenti?

Da Parigi dunque solo l’evidenza di una pervicace quanto elettorale volontà di dimostrare ad ogni costo alle rispettive opinioni pubbliche il comune intento a contenere, il più possibile lontano dalla coscienza europea ed occidentale, il fenomeno epocale delle migrazioni, quelle dei rifugiati da guerre e persecuzioni e quelle da miseria.

E nonostante sia eguale questa condizione, invece con infinita perfidia si è ribadito a Parigi per bocca di Angela Merkel la nefasta distinzione che relega i cosiddetti «migranti economici» in un limbo di morte.

Perché niente di concreto? Lo ha ribadito anche la rappresentante della politica estera Ue Mogherini: non ci sarà alcuna promessa di piano Marshall per l’Africa «già spendiamo – ha spiegato – 20 miliardi di euro, in aiuto allo sviluppo, alla cooperazione, in partenariati commerciali…».

Per un continente ricchissimo come l’Africa, nel quale siamo impegnati direttamente e indirettamente con il commercio di armi in tante guerre, e dal quale ogni giorno rapiniamo risorse petrolifere, minerarie e terre, per affari che rimpinguano il nostro interscambio commerciale e i bilanci delle multinazionali, lo scambio ineguale che proponiamo è «addirittura» di 20 miliardi di euro all’anno più varie centinaia di milioni per le operazioni di contenimento vere e proprie.

Tutti finanziamenti che finiscono per la maggior parte nelle mani predatorie delle leadership locali corrotte (anche da noi). Una somma – con le chiacchiere sui «limiti di Dublino», e sulla presunta «perfezione» del ruolo dell’Italia» – che, com’è chiaro, non può essere sufficiente allo sforzo che si annuncia. Che intanto propone centri di identificazione in Africa, con tanto di coinvolgimento dell’Unhcr e dell’Oim.

Ma che fine farà subito quel milione di profughi che in questo momento è rimasta intrappolata in territorio libico? Dice il governo Minniti-Gentiloni che ci penseranno i «sindaci» delle città costiere libiche, la guardia costiera libica e forze militari che la Francia metterà a disposizione in Niger e Ciad (paesi le cui economie sono nelle mani di Parigi e si rifletta sull’assenza-presenza del Mali dove è in corso un intervento militare francese).

Per la conoscenza che abbiamo della Libia e sulla base di veridici reportage, prima della Reuters e ieri dell’Ap – che preoccupano la stessa Ue per i quali il governo italiano si trincera dietro un «non commentiamo le operazioni dei Servizi» – vale la pena ripetere che le città libiche, della costa e non, altro non sono che potentati e clan locali spesso legati ad una storia di jihadismo estremo. E che la cosiddetta guardia costiera spesso cambia casacca e si trasforma nella milizia di questi potentati. Che, come a Sabrhata, spesso si spartiscono anche il lucroso traffico di migranti, controllando relativi e spaventosi centri di detenzione dove non entrano i diritti umani.

Ora tutte queste forze di controllo sono impegnate da noi, dopo la campagna vergognosa di colpevolizzazione delle navi umanitarie delle Ong, sia contro i profughi sia contro le Ong rimaste uniche e sempre in minor numero a soccorrerli in mare.

Perché niente di vero? Si parla di Europa, ma sono solo quattro Paesi che, se pur centrali, sono stati continuamente contraddetti in questi tre anni fra loro e da tutti gli altri, da quelli dell’Est e dall’Austria. E poi si parla di «Libia» e di «autorità libiche», ma Fayez al Serraj chi rappresenta? Le Libie sono tante, dopo la devastazione della guerra a Gheddafi, e tutte in conflitto fra loro. Lo ha insediato la nostra Marina, ora gli arriverà – ma a lui solo o anche al signore della guerra della Cirenaica Khalifa Haftar e agli altri clan del Fezzan? – anche un pacchetto di milioni di euro.

Del resto questo scambio «per la democrazia» è già accaduto per l’altro interlocutore fondamentale dell’Occidente, il Sultano Erdogan, che ha appena finito di essere il santuario delle milizie jihadiste dell’Isis ed è impegnato in un repulisti violento contro ogni opposizione; o come l’altro leader sponsorizzato dall’Italia, il presidente golpista egiziano Al Sisi. Naturalmente e subito nel pieno disprezzo del diritto-dovere all’accoglienza e alla normalizzazione dei flussi: questo un governo democratico dovrebbe fare, non rincorrere le pulsioni razziste.

E di fatto trasformando la Libia e ora anche Niger e Ciad in un grande campo di concentramento. Un fatto è certo: piuttosto che attenti al numero di morti a mare, nella grande fossa che è diventata il Mediterraneo, valutiamo la riduzione degli arrivi con un occhio ai sondaggi, meno il 46% in estate ma solo meno 6% in un anno. Disperazione e vittime non si devono vedere. Né si deve dire che se fortunatamente i morti diminuiscono, i flussi no.

Ora li «concentriamo» tra sponda libica a confini a sud del Sahara, armando milizie e facendo le sentinelle su un percorso di 5mila chilometri?

Meglio se il misfatto avviene nel grande deserto a sud della Libia e nel Sahel, lontano da telecamere e coinvolgimenti diretti, ma con tanto di timbro dell’Onu, la coperta di Linus buona per tutte le stagioni. È in quel deserto che, adesso, stiamo ricacciando milioni di persone alla disperata quanto impossibile ricerca di una nuova, mortale, via di fuga.

Carlo Lania
da Il Manifesto
25.08.2017


Codice Minniti. I blindati arrivano all’alba. Un funzionario: «Se tirano qualcosa spaccategli il braccio»

«Neanche gli animali vengono trattati così. Ci hanno inseguito con i manganelli e gli idranti fino alla stazione Termini, ci hanno picchiato. Io vengo dall'Eritrea, sono scappata dalla dittatura ma ti dico una cosa: io lì non mai subito una violenza come quella di oggi». Quasi urla Woelte mentre mostra il braccio con i lividi delle manganellate. Come gli altri eritrei e etiopi sgomberati sabato scorso dal palazzo di via Curtatone a Roma anche lei ieri mattina stava dormendo nei giardinetti di piazza Indipendenza quando, verso le sei, sono arrivati polizia e carabinieri. Blindati, lacrimogeni, manganelli e perfino un cannone ad acqua. Uno spiegamento di forze giustificato dalla Questura con il fatto che il gruppo di rifugiati, un centinaio tra uomini e donne accampati dai sei giorni al centro della piazza, sarebbe stato in possesso «di bombole a gas e bottiglie incendiarie». In realtà a parte il gesto scellerato di un uomo che ha lanciato una bombola del gas da una finestra dello stabile occupato, la resistenza alle cariche delle forze dell’ordine è stata minima. A fine mattinata Medici senza frontiere fa sapere che sono almeno 13 i rifugiati feriti, mentre la procura si prepara ad aprire un’inchiesta in cui si ipotizzano i reati di tentato omicidio e resistenza a pubblico ufficiale in relazione «al lancio di bombole di gas, sassi e altri oggetti contro le forze dell’ordine». Quattro i rifugiati fermati.

E’ finita come peggio non avrebbe potuto l’occupazione storica di via Curtatone. Dietro la scelta di far intervenire le forze dell’ordine – certamente avallata dal Viminale – c’è probabilmente anche la decisione presa dagli ex occupanti di respingere le proposte di sistemazioni alternative avanzate mercoledì dalla prefettura di Roma. Ma è chiaro che le scene di violenza viste ieri, con donne a bambini terrorizzati fatti salire sui pullman e portati via, quasi sicuramente non ci sarebbero state se il Campidoglio avesse fatto la sua parte.

E’ ancora buio quando i primi mezzi blindati entrano in piazza Indipendenza e gli agenti ordinano ai rifugiati di andare via. Non c’è tempo per fare niente: non per prendere le proprie cose, figuriamoci per discutere. L’ordine è categorico e infatti partono subito le prime cariche con l’appoggio del cannone ad acqua che spazza via tutto e tutti. Il gruppo di rifugiati prova a reagire lanciando qualche bottiglia, ma è spinto dagli agenti verso la vicina via Goito.

Tre ore dopo, verso le nove, la replica. Sulla piazza si presenta un gruppo di donne. Vorrebbero recuperare le borse e i vestiti che nella fuga hanno lasciato nei giardinetti. Niente da fare. «Dovete andare via», intima un poliziotto. «Va bene ma dove? Dove vado?» chiede una di loro. E’ anziana, ha un vestito colorato, non sembra pericolosa e mentre parla le altre donne si inginocchiano a terra, le braccia alzate in segno di resa. Concetto evidentemente troppo difficile da capire per un cannone ad acqua. Che infatti non lo capisce. Il getto d’acqua solleva letteralmente da terra una signora per sbatterla sull’asfalto. In un video che mostra la scena si vede che respira a fatica, come se stesse affogando. Una violenza inutile, ingiustificata ed esagerata. «E’ rimasta ferita, siamo riusciti a farla trasportare in ospedale» racconta Stefano Spinelli, uno dei medici di Msf che da sabato, giorno dello sgombero, assistono i rifugiati. «Ho soccorso altre due persone che avevano traumi da manganello agli arti, una persona con il gomito sicuramente rotto», prosegue Spinelli.

Alle 11 tocca alle donne e ai bambini rimasti all’interno del palazzo occupato. «Andate via, andate via» urlano inutilmente agli agenti. Vengono trasportati tutti all’ufficio stranieri, con i bambini che urlano terrorizzati. Un episodio che Unicef e Save the Children condannano duramente. «Alcuni testimoni ci hanno raccontato che i bambini continuavano a gridare e a battere le mani sui vetri durante tutto il tragitto» denuncia il portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini.

Quello che succede dopo è la naturale conseguenza di una giornata fallimentare per tutte le istituzioni, nazionali e cittadine. I rifugiati bloccano per un po’ il traffico davanti alla stazione per poi inscenare un mini corteo con conseguente carica della polizia che si sposta con i blindati in mezzo a turisti e passeggeri. In un altro video è possibile sentire un funzionario ordinare agli agenti: «Devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio». Una frase sulla quale adesso la Questura ha aperto un’inchiesta.
Ieri sera un gruppo di rifugiati è tornato nei giardini di fronte alla stazione. «Noi da qui non ce ne andiamo», dice un ragazzo. E’ possibile che stamattina possano rientrare nel palazzo di via Curtatone per recuperare le proprie cose, ma poi torneranno in strada. Dove è probabile che siano destinati a rimanere «Di fronte a una simile situazione – commenta il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani del Senato – emerge drammaticamente l’incapacità della giunta comunale di Roma di offrire un piano abitativo capace di trovare una sistemazione civile per i profughi e per le famiglie romane che hanno bisogno di un alloggio». In questi giorni Manconi ha sentito più volte il ministro degli Interni Minniti. «Ho ricavato la convinzione – dice – che non intenda autorizzare nuovi sgomberi se non in presenza di soluzioni abitative alternative».

Norma Rangeri
da il Manifesto
25.08.2017


All’alba la polizia sgombera con la violenza i rifugiati costretti ad accamparsi nei giardini nel cuore di Roma. Manganelli e idranti, cariche ingiustificate, donne e bambini terrorizzati, molti feriti. Pessimo segnale del ministero degli Interni in un paese funestato ogni giorno da episodi di «ordinario razzismo»


Una donna anziana ferita, bambini terrorizzati, immigrati finiti in ospedale, poliziotti con scudi e manganelli all’inseguimento tra le persone ferme ad aspettare l’autobus. E’ in sintesi il bilancio dello sgombero avvenuto ieri a Roma, in un luogo centrale della città come piazza Indipendenza. La cronaca dei mezzi della polizia che arrivano all’alba e scatenano gli scontri usando gli idranti è un pessimo segnale.

Purtroppo questo ennesimo episodio di ostilità verso persone costrette a dormire accampate nei giardini, e tutte con il permesso di soggiorno, è lo specchio di un clima alimentato da mesi. Iniziato con quella che potremmo definire la “politica dei respingimenti” del ministro degli interni verso le Ong. Un clima segnato da episodi di ordinario razzismo nella quotidianità del Belpaese, registrati ogni giorno ovunque, con esempi di sindaci, compresi quelli del Pd, protagonisti di comportamenti di ordinario leghismo. Come è avvenuto anche ieri in provincia di Piacenza con la scritta «no ai neri, no all’invasione» con cui sono stati accolti i minori non accompagnati provenienti da molti paesi africani.

Se è necessario ricorrere alla polizia contro migranti regolari a cui la prefettura ha tolto il palazzo che occupavano da anni, con famiglie e bambini iscritti alle scuole del quartiere, vuol dire che si passa alle maniere forti con i più deboli, con i più poveri. Il ministro Minniiti che ieri ha assistito alla messa per le vittime del terremoto, a Pescara del Tronto, non ha niente da dire?
Non che le dichiarazioni e gli annunci servano a molto, in genere finiscono nel sacco stracolmo delle promesse governative che proprio oggi, anniversario del terremoto di Amatrice, tutti possono vedere quale valore abbiano e di che razza di impegni si tratti.

Ma oltre alla responsabilità del ministero degli interni c’è anche quella di chi governa oggi la Capitale. La giunta Raggi, che alle prime piogge autunnali vedremo galleggiare sulle pozzanghere di Roma, è alle prese con troppe patate bollenti.

Troppi scontri di potere per avere il tempo di occuparsi (lo sfratto del palazzo era in essere da molti mesi) del problema. Al Campidoglio tiene banco la girandola degli assessori, la sindaca Raggi ce ne ha appena regalato uno di Livorno per mettere le mani nel bilancio della capitale, mentre per gli immigrati di piazza Indipendenza la soluzione offerta dal comune si dovrebbe tradurre nello smembramento delle famiglie in due centri di accoglienza alla periferia della città.

Naturalmente la situazione generale è complicata dal fatto che seppure i somali e gli eritrei di piazza Indipendenza volessero andarsene in un altro paese non potrebbero farlo perché glielo impedisce il Regolamento di Dublino. Tuttavia il modo in cui il governo e il comune rispondono ai muri europei non può, non dovrebbe e essere quello dell’emergenza. A meno che non sia strumento di una politica cinica quanto miope, la politica della paura con il suo vasto, frequentato, ambito mercato politico. Condivisa da pentastellati, leghisti, berlusconiani, piddini senza troppe distinzioni tra governo e opposizione. Le elezioni sono ancora lontane ma si cerca la migliore posizione ai nastri di partenza. E l’immigrazione corrisponde al colpo di inizio corsa. Ci sono quelli che bastonano gli ambulanti sulle spiagge, e ci sono gli idranti di chi pensa di governare l’ordine pubblico scatenando lo scontro di piazza contro gli invasori. manganelli, idranti contro sassi, con una bombola lanciata da una finestra. E’ una violenza sconsiderata che non promette niente di buono.

Oltretutto contro persone che fuggono da guerre e siccità, sarebbe da sconsigliare un così insensato spreco di acqua, proprio in una città coperta da sterpaglie, con le risorse idriche in rosso e le fontane a secco.

Stefano Luconi
da Il Manifesto
23.08.2017


Stati Uniti. Novant’anni fa l’esecuzione dei due anarchici immigrati dal nostro Paese: condannati non solo perché ritenuti sovversivi, ma anche per le loro origini. Oggi, nell'era di Trump, sono discriminati i nativi, gli ispanici e i musulmani

Il 23 agosto 1927, nel penitenziario di Charlestown a Boston, furono giustiziati gli anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Al termine di un contestatissimo iter giudiziario, il cui esito aveva suscitato proteste non solo negli Stati Uniti ma anche nel resto del mondo, i due erano stati ritenuti responsabili del duplice omicidio di un contabile e di una guardia giurata, avvenuto il 15 aprile 1920 durante una rapina.

Le prove a loro carico erano indiziarie e forse manipolate a loro danno, un reo confesso del doppio assassinio li aveva scagionati e il giudice che li aveva mandati sulla sedia elettrica non si era fatto scrupolo di definirli «bastardi». Però, nulla di tutto ciò era valso a ottenere una revisione del processo o un provvedimento di clemenza. Solo mezzo secolo più tardi, nel 1977, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis avrebbe riabilitato la loro memoria, riconoscendo i pregiudizi che avevano determinato il verdetto di colpevolezza.

La cattura di Sacco e Vanzetti e la successiva condanna maturarono nell’ambito della Red Scare (la paura rossa), la capillare e draconiana campagna contro i sovversivi che le autorità americane scatenarono nel biennio 1919-1920, in risposta all’eco della rivoluzione bolscevica in Russia, per il timore che le forze della sinistra estremista conquistassero il potere anche negli Stati Uniti. In aggiunta a Sacco e Vanzetti, la «caccia alle streghe» del governo mieté ulteriori vittime. Oltre a migliaia di arresti e alla deportazione sbrigativa nei paesi d’origine per più di 500 immigrati radicali privi della cittadinanza americana, due giorni prima che fossero fermati Sacco e Vanzetti, il 3 maggio 1920, un terzo anarchico italiano, Andrea Salsedo, aveva perso la vita, precipitando dalla finestra di un commissariato, in circostanze mai chiarite, nel corso di un interrogatorio.

Come quattro milioni di altri italiani giunti negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e il primo dopoguerra, Sacco e Vanzetti immigrarono in America nel 1908 nella speranza di migliorare le proprie condizioni economiche e di condurre un’esistenza meno precaria di quella che avrebbero vissuto in patria. Sacco, insofferente della monarchia parlamentare sabauda, fu perfino attratto dalle istituzioni repubblicane statunitensi, alle quali all’inizio attribuì un maggiore rispetto dei diritti individuali e dell’eguaglianza tra le persone.

Ben presto, però, in entrambi subentrò la disillusione. Ai loro occhi, gli Stati Uniti non si rivelarono né la terra del benessere né la nazione della libertà. L’America si dimostrò, invece, il paese dove il capitalismo sfrenato provocava lo sfruttamento selvaggio e indiscriminato dei lavoratori. Questa consapevolezza indusse Sacco e Vanzetti a radicalizzare la loro posizione politica. Aderirono così alla corrente antiorganizzativa dell’anarchismo, che si rifaceva a Luigi Galleani, anch’egli destinato a essere espulso dagli Stati Uniti nel 1919, e alle sue teorie sulla legittimità del ricorso agli attentati politici per distruggere il capitalismo e abbattere lo Stato.

Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale i due si trasferirono temporaneamente in Messico per sottrarsi alla coscrizione, rifiutandosi di fungere da carne da cannone in uno scontro che attribuivano alla mera rivalità tra paesi imperialistici. Al rientro negli Stati Uniti si ritrovarono invischiati nella repressione governativa che sfruttò l’incitamento di Galleani alla violenza come pretesto per sradicare un movimento quanto mai scomodo nella nazione trasformata dalla vittoria contro la Germania nella principale potenza capitalistica mondiale.

La fede anarchica e la renitenza alla leva resero Sacco e Vanzetti i bersagli ideali della crociata contro il radicalismo di sinistra. A segnare la loro sorte, però, non fu tanto l’ideologia politica quanto l’origine italiana. Nell'America postbellica era in gioco non solo il futuro del capitalismo, ma anche la natura della società statunitense. La ripresa dell’immigrazione alla fine del conflitto accrebbe la presenza di stranieri provenienti dall'Europa orientale e meridionale e accentuò la reazione xenofoba della popolazione di ascendenza anglosassone.

Gran parte dell’opinione pubblica riteneva che l’appartenenza agli Stati Uniti fosse una questione di sangue e non accettava i nuovi arrivati, ritenendoli individui etnicamente inferiori e inassimilabili perché le loro radici non affondavano nell’Europa settentrionale, a differenza dei discendenti dei colonizzatori dell’America del Nord e della maggioranza degli immigrati giunti fino agli anni Ottanta dell’Ottocento.

In particolare, gli italiani erano accusati di essere incivili, sporchi, violenti, dediti al crimine e, in un’ipotetica gerarchia razziale, più simili e vicini ai neri che ai bianchi a causa del colore olivastro della pelle di molti meridionali e dei loro plurisecolari rapporti con i nordafricani. Non a caso, tra il 1886 e il 1910, almeno 34 immigrati italiani, in prevalenza siciliani, vennero linciati, cioè furono colpiti da quella forma di giustizia sommaria popolare che nel Sud razzista si accaniva sugli afroamericani.

In tale contesto, Sacco e Vanzetti divennero i capri espiatori della protesta nativista contro gli immigrati che non erano di ceppo anglosassone. La loro esecuzione si configurò come una sorta di linciaggio legale, successivo di pochi anni al varo delle misure per limitare gli arrivi da paesi sgraditi come l’Italia, culminate nel Johnson-Reed Act che nel 1924 chiuse l’epoca dell’immigrazione di massa.

A novant'anni di distanza, mentre gli incidenti di Charlottesville hanno riacceso la diatriba su chi possa essere considerato un «vero» statunitense e l’appartenenza alla nazione di afroamericani, ispanici e mussulmani è messa in discussione nell'America di Trump, la vicenda di Sacco e Vanzetti resta a monito delle aberrazioni dell’intolleranza xenofoba che periodicamente riaffiora nel paese che ambirebbe a essere la terra degli immigrati per antonomasia.

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