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26/08/2020

da Left

Carlo Corsetti

 

Dieci motivi per dire NO e continuare a vivere in un Paese democratico. A cura di Carlo Corsetti, per il Comitato per il NO dei Castelli romani.

 

Lo Statuto del Regno


Il 4 marzo 1848, Carlo Alberto, re di Sardegna, duca di Savoia, principe di Piemonte etc., rinunciando al proprio potere assoluto, “con lealtà di Re e con affetto di Padre” concede ai propri sudditi uno Statuto fondamentale, cioè una costituzione, che istituisce un Parlamento bicamerale, formato da due Camere, il Senato del regno e la Camera dei deputati, che condividano con lui il potere legislativo, così che, per diventare legge, una proposta dovrà prima essere approvata dalle due Camere e poi avere la sanzione finale del re.

 

Il 17 marzo 1861, quando Vittorio Emanuele II, figlio e successore di Carlo Alberto, assume il titolo di Re d’Italia, lo Statuto albertino fu esteso a tutto il nuovo regno, che perciò ebbe anch’esso un Parlamento bicamerale, con un Senato e una Camera, che avevano le stesse funzioni e gli stessi poteri del Parlamento subalpino istituito da Carlo Alberto, con i senatori nominati a vita dal re in numero non limitato e i deputati eletti invece per cinque anni dai cittadini in numero proporzionato al numero degli abitanti del regno. Così, nel 1861, quando questi erano 22 milioni, furono eletti 443 deputati, mentre nel 1921, quando erano diventati 39 milioni, ne furono eletti 535.

 

Ma nel gennaio del 1929, per aumentare ancor più il potere del proprio Governo, diminuendo ulteriormente quello del Parlamento, Mussolini ridusse il numero dei deputati a soli 400 – il numero cui si vuole ridurli oggi! Dieci anni dopo, nel 1939, egli stabilizzò il regime fascista, abolendo la Camera dei deputati e sostituendola con una Camera dei fasci e delle corporazioni, di cui facevano parte di diritto e in numero non limitato soltanto i membri dei principali organi del regime fascista. A ragion veduta, dunque, Umberto Terracini, che aveva passato undici anni nelle carceri fasciste, il 18 settembre 1946 diceva alla Costituente: “Quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni.”

 

La Costituzione della Repubblica


Finita la seconda guerra mondiale, in cui Mussolini aveva precipitato l’Italia, domenica e lunedì 2 e 3 giugno 1946, tutti i cittadini maggiorenni, comprese per la prima volta le donne, furono chiamati a votare sia per scegliere tra monarchia e repubblica sia per eleggere i 556 deputati dell’Assemblea Costituente, che ne avrebbero scritta la Costituzione.

 

Per evitare di “mettersi sul piano inclinato del governo d’assemblea” monocamerale – il pensiero andava alla Convenzione e al Terrore della Rivoluzione Francese – la Costituente decise di ricostituire un Parlamento bicamerale perfetto, come quello del Regno d’Italia, sostituendo però il Senato del Regno nominato dal re con un Senato della Repubblica eletto dai cittadini e perciò dotato degli stessi poteri della Camera dei deputati. Poi, per valorizzarli e distinguerli senza farne dei doppioni, fu deciso che la Camera fosse eletta per cinque anni su base nazionale e il Senato per sei anni su base regionale, e che l’età necessaria per eleggere ed essere eletti alla Camera fosse inferiore a quella necessaria per eleggere ed essere eletti al Senato. Inoltre, fu deciso che il numero dei deputati e dei senatori fosse proporzionato al numero degli abitanti, eleggendo però un deputato ogni 80.000 abitanti (o frazione superiore ai 40.000) e un senatore ogni 200.000 abitanti (o frazione superiore ai 100.000). Così, nel 1948, quando gli italiani erano circa 45 milioni, per il primo Parlamento della Repubblica Italiana furono eletti 574 deputati e 237 senatori; nel 1953, furono eletti 590 deputati e 237 senatori; e nel 1958, furono eletti 596 deputati e 246 senatori.

 

Ma il 9 febbraio 1963, cioè tre mesi prima delle nuove elezioni politiche, considerato da un lato che gli italiani erano già diventati 50 milioni e che la popolazione da oltre un secolo continuava a crescere, e dall’altro lato che i senatori erano troppo pochi per assolvere agli stessi compiti, cui i deputati assolvevano essendo in numero quasi triplo, il Parlamento, revisionando gli articoli 56, 57 e 60 della Costituzione, uniformò a 5 anni la durata massima delle due Camere; fissò il numero futuro dei deputati a 630, numero risultante dal censimento del 1961; infine, aggiungendo 68 unità ai 247 senatori, risultanti da quello stesso, ne aumentò e fissò il numero a 315, cioè alla metà dei deputati, migliorando così l’efficienza e la rappresentatività del Senato.

 

La deforma del M5S


Dopo la vittoria elettorale del 4 marzo 2018, il M5S si accordava con la Lega, formando un governo presieduto da Giuseppe Conte e basato su un Contratto, che al punto 20 prevedeva la rapida attribuzione dell’autonomia differenziata alle Regioni richiesta dalla Lega e la “drastica riduzione del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori” richiesta dal M5S. Grazie a questa riduzione, si legge nel Contratto, “diverrà più efficiente l’iter di approvazione delle leggi, senza intaccare in alcun modo il principio supremo della rappresentanza, poiché resterebbe ferma l’elezione diretta a suffragio universale da parte del popolo per entrambi i rami del Parlamento”, rendendo “in tal modo possibile conseguire anche ingenti riduzioni di spesa, poiché il numero complessivo dei senatori e dei deputati risulterà quasi dimezzato”: da 945 a 600.

 

L’8 agosto 2019, quando la legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari sta per essere approvata per la quarta e ultima volta, come richiesto dall’art. 138 della Costituzione, la Lega, forte del grande consenso ottenuto alle elezioni europee, esce dalla maggioranza e chiede nuove elezioni politiche. Per evitarle, il M5S, che invece era in forte caduta di consensi, propone al PD, anch’esso in difficoltà elettorali, di formare un nuovo governo presieduto da Conte. Per evitare le elezioni e tornare al governo, pago della promessa fattagli dal M5S di approvare una legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5% e alcune altre modifiche alla Costituzione – abbassare l’età necessaria per eleggere ed essere eletti al Senato, portandola a 18 e 25 anni, come per la Camera; eliminare la base regionale per l’elezione del Senato, eleggendolo su base nazionale, come la Camera; ridurre da 3 a 2 i delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica – che avrebbero limitato i danni prodotti dalla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, contro cui aveva votato per ben tre volte, il PD accetta la proposta e l’8 ottobre 2019, rovesciando la propria posizione politica, vota a favore della “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, che il M5S gli ha posto come conditio sine qua non per tornare al governo.

 

Alcuni senatori, contrari alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, raccolgono allora le firme necessarie per chiedere che il testo approvato dal Parlamento sia sottoposto al referendum previsto dall’art. 138 della Costituzione. Convocato per il 29 marzo 2020 e poi rinviato a causa della pandemia da Covid 19, il referendum è stato ora fissato per il 20 e 21 settembre 2020, insieme alle elezioni amministrative di alcuni Comuni e alcune Regioni. Sì che, in quei giorni, mentre sarà ancora in corso l’emergenza sanitaria da Covid 19, che il Governo ha ritenuto inevitabile prolungare fino al 15 ottobre 2020, tutti i cittadini maggiorenni saranno chiamati a dire SÌ o NO al testo della legge costituzionale, che, modificando gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione, riduce da 630 a 400 il numero dei deputati e da 315 a 200 il numero dei senatori elettivi, stabilendo inoltre che il numero dei senatori a vita di nomina presidenziale in carica non dovrà mai essere superiore a 5.

 

Risparmio


Secondo i capi del M5S, questa “drastica riduzione del numero dei parlamentari” produrrà un risparmio per le casse dello Stato di circa 100 milioni di euro l’anno, pari a circa 1,60 euro per ogni abitante – cifra che molti ritengono largamente arrotondata per eccesso e comunque ben lontana dalle “ingenti riduzioni di spesa”, di cui parla il Contratto M5S-Lega. Confrontati con i quasi 900 miliardi, cui ormai ammonta il bilancio annuo dello Stato italiano, questi pochi milioni, 100, 70 o 50 che siano, tanto vantati dalla propaganda cinquestelle, ricordano piuttosto la metafora della montagna, che tra grandi dolori e lamenti finisce per partorire un topo ridicolo. Un risparmio reale e prezioso in tempi di vacche tanto magre per le casse dello Stato e ancor più per milioni di cittadini, ma che certo non meritava che si cambiasse addirittura la Costituzione per realizzarlo, tanto più che esso inizierebbe tra alcuni anni, poiché il numero dei parlamentari sarebbe ridotto soltanto con le prossime elezioni, previste per il 2023. In verità, se quel modesto risparmio fosse stato il vero scopo della “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, si sarebbe potuto ottenerlo già due anni fa, riducendo dello stesso 36,5 % non il numero dei parlamentari, bensì i loro compensi, portandoli dagli attuali 14.000 euro mensili a 10.000, cifra che sarebbe stata ancora superiore al compenso medio dei parlamentari degli altri Paesi dell’UE e addirittura il doppio dei 5.000 euro, cui il M5S prometteva di ridurre il compenso massimo di ogni pubblico dipendente.

 

Se poi, per qualche arcano risvolto della ideologia cinquestelle, il Parlamento dimezzato fosse stato ritenuto indispensabile, si sarebbe potuto dimezzare il numero dei deputati, da 630 a 315, senza toccare il Senato, che, se ridotto a 200 membri, perderà sicuramente efficienza, visto che nel 1963 fu necessario aumentare i senatori da 247 a 315 proprio per ragioni di efficienza.

 

Efficienza


Dai resoconti del Comitato per la legislazione di Camera e Senato risulta che negli ultimi 12 anni il Parlamento ha approvato 818 leggi: oltre 68 leggi l’anno. Ora, se efficienza è fare presto e bene il proprio dovere, e il primo dovere del Parlamento è fare le leggi, il Parlamento, almeno per farle presto, è certamente efficiente, perché fa più di una legge a settimana; cosa che gli è resa possibile dal suo bicameralismo perfetto, che, contrariamente a quanto in genere si dice e si scrive, non raddoppia, ma quasi dimezza i tempi di approvazione delle leggi, perché permette alle due Camere di lavorare non in successione, ma in parallelo, cioè in contemporanea, su disegni di legge diversi, scambiandosene poi i testi, per fare un controllo incrociato sul lavoro che esse hanno fatto, sì che il testo finale risulterà, se non altro, più ponderato.

 

Il Parlamento, dunque, di leggi ne fa tante. Le fa anche bene? Non potendo né dovendo qui addentrarci in un’analisi qualitativa delle diverse leggi approvate dal Parlamento italiano, diciamo soltanto che, secondo noi, potrebbe farle anche meglio, se per circa l’80 % esse non fossero proposte e spesso imposte dal governo di turno, che sempre più spesso prima le emana come decreti legge, contenenti anche centinaia di articoli di argomento molto diverso tra loro, validi per 60 giorni, durante i quali poi riesce a farle trasformare in leggi, ricattando i parlamentari, con il porre su di esse la questione di fiducia: se non l’approvate, il governo si dimette, si torna alle urne e chi ha votato contro la fiducia sarà espulso dal partito o comunque non sarà ricandidato.

 

Con questi ricatti nei confronti del Parlamento – ricatti incostituzionali, perché l’art. 94 della Costituzione dice che il Governo è fiduciario, non proprietario, delle due Camere – i governi sono riusciti a far credere a molti cittadini, soprattutto a quelli che conoscono meno la Costituzione e le diverse funzioni dei poteri dello Stato, che l’inefficienza, con cui ci scontriamo in tutti gli uffici pubblici, dove non funziona mai niente come dovrebbe, sia colpa del Parlamento, che non farebbe le leggi. Mentre, in verità, la colpa è semmai del Governo, che da un lato lascia gli uffici pubblici – su cui il Parlamento non ha alcun potere, perché essi fanno parte della Pubblica Amministrazione, che, secondo il Titolo III della Parte II della Costituzione, fa parte del Governo – senza il personale e i mezzi necessari, e dall’altro lato spesso non emana neppure i decreti attuativi, senza i quali gli uffici o non possono o non sanno come devono applicare le leggi approvate dal Parlamento, che pertanto vengono applicate solo in parte o in ritardo o rimangono addirittura lettera morta, mentre i governi, anziché governare, passano il tempo a fare nuove leggi e a cambiare la Costituzione.

 

Chi, dunque, volesse risolvere il problema dell’inefficienza dei pubblici uffici, che tanta fatica e rabbia procurano a chiunque abbia a che fare con essi, non dovrebbe preoccuparsi dell’efficienza del Parlamento, che di leggi ne approva anche troppe, ma dell’inefficienza del Governo e della Pubblica Amministrazione, cioè degli uffici pubblici, che non applicano le leggi approvate dal Parlamento. Ridurre, poi, il numero dei parlamentari per aumentare l’efficienza del Parlamento, dando, così, altro potere al Governo, è come dare più potere a un amministratore, che, invece di attuare le delibere dell’assemblea dei condomini, ne attua soltanto le parti che gli sono gradite.

 

Rappresentanza


Secondo il Contratto firmato dal M5S e dalla Lega, “la drastica riduzione del numero dei parlamentari” produrrebbe risparmio ed efficienza “senza intaccare in alcun modo il principio supremo della rappresentanza, poiché resterebbe ferma l’elezione diretta a suffragio universale da parte del popolo per entrambi i rami del Parlamento”. 

 

Ora, se è vero che l’elezione è necessaria per garantire la legittimità dei rappresentanti, è anche vero che da sola essa non basta per garantirne la rappresentatività, perché questa non dipende dalla legittimità, ma dalla qualità e dalla quantità degli eletti. Per questo e per favorire il più possibile la partecipazione dei cittadini alla gestione della Repubblica (res publica), la Costituente volle che i membri del Parlamento fossero il più numerosi possibile – il detto “pochi, ma buoni” va bene per le oligarchie, non per le democrazie – e in numero proporzionato al numero degli abitanti, sì che, crescendo il numero dei rappresentati, crescesse anche quello dei loro rappresentanti. Anche perché, disse, il 27 gennaio 1947, il presidente Terracini: “In fondo le elezioni rappresentano soltanto un primo momento, quello della scelta dei responsabili della vita politica del Paese; ma è noto che nell’interno delle Assemblee elette avviene una seconda scelta, naturalmente causata dalle particolari attitudini dei componenti, via via che essi hanno occasione di mettersi in rilievo.” Così, ridurre il numero dei parlamentari significa escludere a priori eventuali nuovi talenti, cosa che nessun allenatore sportivo farebbe, convocando il minor numero di atleti possibile.

 

Nessun dubbio, perciò, che “la drastica riduzione del numero dei parlamentari” produrrebbe una grave riduzione della rappresentatività del Parlamento, che ridotto a 400 deputati, meno dei 443 che aveva nel 1861, quando gli abitanti erano 22 milioni, rappresenterebbe assai male – come una foto a bassa risoluzione – i 60 milioni di abitanti attuali, che pertanto avrebbero sempre più difficoltà ad accettare e rispettare le leggi di un Parlamento, in cui si riconoscono poco o non si riconoscono affatto. Una riduzione di numero e di rappresentatività che colpirebbe in particolar modo il Senato, che, ridotto a 200 senatori, cioè a meno dei 247 che nel 1963 fu necessario aumentare a 315, non potrebbe più adempiere in maniera efficiente agli impegni, cui la Camera adempirebbe invece con 400 deputati. Una riduzione numerica, poi, gravemente ingiusta per Regioni come la Calabria, che con 2 milioni di abitanti, eleggerebbe 6 senatori come farebbe il Trentino – Alto Adige, che ha 1 milione di abitanti, sì che, violando l’art. 48 della Costituzione, secondo cui tutti i voti sono uguali, cioè hanno valore uguale, il voto dei trentini e degli altoatesini varrebbe il doppio del voto dei calabresi. Così dalla “legge truffa” del 1953 si giunge alla deforma truffa del 2019.

 

Elezione


L’art. 48 della Costituzione, parlando degli elettori, dice che “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Gli articoli 56, 57 e 58, invece, parlando di Camera e Senato, dicono che i deputati sono 630 e i senatori 315, che 12 deputati e 6 senatori sono eletti nella circoscrizione Estero e che la Camera dei deputati e i senatori sono eletti “a suffragio universale e diretto”. Quanto alla legge elettorale, con cui essi avrebbero dovuto essere eletti, avendo scelto il bicameralismo perfetto, la Costituente, per differenziare ulteriormente le due Camere e rispettare meglio la diversità di opinioni, che sui sistemi elettorali esisteva anche allora tra i costituenti e tra i cittadini, decise che le due Camere fossero elette con due sistemi elettorali diversi.

 

Il 23 settembre 1947, infatti, su proposta di Antonio Giolitti, comunista, essa approvò il seguente ordine del giorno: «L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale.» Poi, il 7 ottobre, su proposta di Francesco Saverio Nitti, liberale, e di altri 18 deputati, tra cui Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, essa approvò il seguente ordine del giorno: «L’Assemblea Costituente afferma che il Senato sarà eletto con suffragio universale e diretto col sistema del collegio uninominale.» Ma il 20 gennaio 1948, quando, a Costituzione ormai promulgata, si trattò di stabilire la legge con cui sarebbe stato eletto il Senato – la Camera sarebbe stata eletta con il sistema proporzionale, con cui era stata eletta l’Assemblea Costituente – nel fissare il quorum maggioritario, la Costituente approvò l’emendamento di Giuseppe Dossetti, democristiano, che propose di sostituire le parole «metà più uno» della proposta governativa con «settantacinque per cento», quorum altissimo, che la successiva legge elettorale 6 febbraio 1948, n. 29, sostituì con «un numero di voti validi non inferiore al 65 per cento dei votanti», stabilendo, inoltre, che gli altri seggi spettanti alla Regione rimasti vacanti sarebbero stati assegnati alle liste e ai candidati in proporzione ai voti ottenuti.

 

Con questo sistema elettorale, proporzionale non soltanto per la Camera, ma, di fatto, anche per il Senato, gli italiani hanno votato dal 1948 al 1992, quando, in seguito agli scandali partitocratici di tangentopoli e ai referendum elettorali di Mario Segni, nel 1993 esso fu sostituito dal mattarellum, che assegnava il 75 % dei seggi con il sistema uninominale e il 25 % con il proporzionale. Nel 2005, il mattarellum fu sostituito dal porcellum, con cui fu rinnovato per tre volte il Parlamento, ma che, avendo liste bloccate e premio di maggioranza senza soglia, fu dichiarato incostituzionale nel 2014 e sostituito nel 2015 dall’italicum, dichiarato incostituzionale nel 2017, prima ancora di essere applicato, e perciò subito sostituito dal rosatellum, un sistema elettorale misto, che assegna il 37 % dei seggi con il sistema uninominale, il 61 % con il sistema proporzionale e ne riserva il 2 % agli italiani residenti all’estero, senza comunque permettere ai cittadini di eleggere con voto “personale e diretto”, come volle la Costituente e vuole la Costituzione, la persona in cui essi meglio si riconoscano. Sì che gli eletti, anziché preoccuparsi dei propri elettori, che neppure conoscono, si preoccupano dei capipartito, che li hanno messi in lista, in posizione utile per essere eletti.

 

Così, mentre il Governo resta in mano ai partiti, che in 72 anni non hanno ancora attuato l’art. 49 della Costituzione, che pretende da essi il rispetto del metodo democratico, da cui essi rifuggono, il Parlamento, stretto tra le pretese dei partiti e i ricatti del Governo, perde rappresentatività, prestigio e autostima, fino a essere considerato pletorico e nullafacente da molti cittadini, e ad autoinfliggersi la “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, che costituisce la prima ganascia del progetto eversivo della Repubblica, progettato dal M5S e dalla Lega; la seconda è l’autonomia differenziata.

 

Autonomia


Come abbiamo accennato al punto 3. di questo Vienimecum, oltre alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, il punto 20. del Contratto, firmato dal M5S e dalla Lega nel maggio 2018 davanti a un notaio, prevedeva anche, sotto il profilo del regionalismo, l’impegno “di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle competenze necessarie per un autonomo esercizio delle stesse”.

 

Il 6 febbraio 1947, nella Relazione al Progetto di Costituzione, Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75, che l’aveva elaborato, scriveva: “L’innovazione più profonda introdotta dalla costituzione è nell’ordinamento strutturale dello Stato, su basi di autonomia; e può aver portata decisiva per la storia del Paese.” In effetti, nel rifiutare la repubblica federale proposta da Emilio Lussu e Piero Calamandrei, azionisti, l’Assemblea Costituente non intendeva ribadire il centralismo prefettizio dello Statuto albertino, aggravato dalla dittatura fascista, ma intendeva valorizzare al massimo le autonomie locali, secondo i principi del regionalismo autonomista. In questo senso, autonomia regionale nell’unità statale, l’art. 5 della Costituzione proclama che “la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”. Se il compromesso costituzionale, che aveva prodotto questo Stato regionale, fosse stato subito attuato e lealmente applicato, l’autonomia, come scriveva Ruini, avrebbe potuto avere davvero una “portata decisiva per la storia del Paese”; in senso migliorativo s’intende. Ma la Costituzione rimase per decenni inattuata e dimenticata; e quando, negli anni Ottanta, cominciò a tornare al centro del dibattito politico, vi tornò perché chi l’aveva per decenni tradita cominciò a denigrarla come vecchia e bisognosa di aggiornamenti, che furono tentati più volte negli anni Novanta e che nel 2001 portarono alla deforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, voluta soprattutto dai partiti che sostenevano il governo dell’Ulivo.

 

A seguito di questa sciagurata deforma voluta dai partiti dell’Ulivo, per sottrarre consensi alla Lega Nord, che poneva con forza e successo l’aut-aut federalismo o secessione, il terzo comma del nuovo art. 116, richiamato dal Contratto M5S-Lega, prevede che alle Regioni, che le richiedano, lo Stato può attribuire “forme e condizioni particolari di autonomia” in ben 23 materie, articolate in circa 130 funzioni, che toccano tutti gli aspetti della vita sociale ed economica dei cittadini: dal lavoro, alla sanità, alla scuola, all’ambiente, ai trasporti, alle infrastrutture (strade, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti), alla giustizia di pace. Ora, poiché le maggioranze politiche di destra e di sinistra, susseguitesi dopo il 2001, anziché curare l’attuazione del Titolo V deformato, si sono dedicate a deformare altre decine e decine di articoli della Costituzione, finendo però sconfitti nei referendum oppositivi del 2006 e del 2016, oggi, a 72 anni dall’approvazione della Costituzione e a quasi 20 dalla deforma del Titolo V, ci troviamo ancora a dovere difendere l’unità e indivisibilità della Repubblica dalla secessione regionalista promossa dalla Lega, ma anche dal PD, a favore di Regioni, che peraltro hanno dato pessima prova di sé nella pandemia da Covid 19.

 

Altri


Un argomento del tutto assente nel Contratto M5S-Lega, ma molto presente, invece, nella propaganda politica dei sostenitori del SÌ alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, è il confronto tra il numero dei parlamentari italiani e il numero dei parlamentari di altri Paesi, vicini e lontani, federali e unitari, dalla Francia, all’India, agli Stati Uniti d’America.

 

Questo modo di argomentare per una riduzione del numero dei parlamentari non è né nuovo né profondo. Convinto che il numero dei parlamentari previsti dalla Commissione dei 75 fossero troppi, il 16 settembre 1947, parlando alla Costituente, Francesco Saverio Nitti disse: “Accadrà dei legislatori come della nostra moneta, che più ne emettiamo e più diminuisce di valore; più aumenta il numero dei nostri legislatori e più essi diminuiranno di serietà e di prestigio! Sapete l’America quanti senatori ha per ogni Stato? Due. E quanti sono i Senatori? Sono 96. I Deputati invece sono 435, cioè assai meno di noi, della nostra Costituente. Dunque noi abbiamo meno di un terzo degli abitanti degli Stati Uniti e siamo qui dentro molto più numerosi dei rappresentanti degli Stati Uniti che sono soltanto 435.” Ma tre giorni dopo, il 19 settembre, Meuccio Ruini, presidente e portavoce della Commissione dei 75, che aveva preparato il Progetto, su cui allora l’Assemblea Costituente discuteva, disse: “L’onorevole Nitti ha sollevata una questione sul numero dei membri del Parlamento, secondo il progetto. Troppi, ha detto; in nessun altro paese sono tanti quanti voi proponete! Non è così; ho a disposizione dell’onorevole Nitti un quadro, dal quale risulta che se i parlamentari, i politicians, sono in minor numero negli Stati Uniti (e qualcuno se ne lagna, per il carattere «professionale ed oligarchico» che ne deriva), sono di più in Francia, in Inghilterra ed altrove. L’onorevole Nitti troverà resistenza nei piccoli partiti, come il suo, se vorrà ridurre il numero. Siamo ad ogni modo d’accordo: non troppi”.

 

Conosciamo la decisione presa in merito dalla Costituente, sappiamo come essa fu modificata nel 1963, aumentando il numero dei senatori, e come è stata cambiata nel 2019, riducendo i deputati a 400, lo stesso numero cui li aveva ridotti nel 1929 Mussolini, che dieci anni dopo, nel 1939, abolì le elezioni e la Camera dei deputati, dichiarando un anno dopo, il 10 giugno 1940, guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, precipitando così l’Italia nella seconda guerra mondiale, senza che nessuna autorità costituita avesse o trovasse la forza di opporsi a tale follia. In ogni caso, quando oggi si fanno questi confronti, bisogna distinguere almeno tra Stati federali, come USA e Germania, che oltre a un Parlamento federale hanno anche un Parlamento per ognuno degli Stati federati, e Stati unitari, come Francia e Italia, che hanno soltanto il Parlamento nazionale, costituito da un numero di membri necessariamente superiore a quello di un Parlamento federale. Così, per esempio, il Parlamento dell’Unione Europea è costituito da 705 deputati, benché i suoi abitanti siano quasi 450 milioni e gli Stati membri 27, ciascuno dei quali, però, ha almeno un Parlamento nazionale, oltre agli eventuali parlamenti degli Stati federati. Senza tenere conto se non altro di queste grandi differenze istituzionali, che sono il risultato delle storie diverse dei vari Paesi, ridurre il numero dei nostri parlamentari, perché quelli di qualche altro Paese sono di meno, sarebbe come accorciare i pantaloni dei watussi, perché i pigmei li hanno più corti.

 

Del resto: quanti e quali sono gli altri Paesi che, con tutti i problemi che abbiamo e che hanno, stanno spaccandosi per ridurre il numero dei loro parlamentari?

 

NO e poi NO La lettura attenta del punto 20 del loro Contratto dimostra che M5S e Lega mirano a cambiare, con “alcuni interventi limitati, puntuali, omogenei” sulla nostra Costituzione, sia la forma di governo, rovesciando il rapporto di priorità tra Governo e Parlamento, sia la forma di Stato, spostando potere dallo Stato alle Regioni, mutando così radicalmente i delicati equilibri di potere stabiliti dall’Assemblea Costituente, unica ad averne storicamente e giuridicamente il potere e il diritto, poiché il popolo italiano l’aveva eletta con questo specifico scopo.

 

Con la “drastica riduzione del numero dei parlamentari” il Parlamento perderebbe efficienza e rappresentatività, e i parlamentari sarebbero ancora più esposti ai ricatti del Governo, che si serve della questione di fiducia per ottenere l’approvazione delle leggi che pretende, e alle pressioni dei capipartito, che li espellono o li mettono in lista secondo l’obbedienza dimostrata alle loro direttive. Con l’autonomia regionale, invece, differenziata in base ai desiderata delle Regioni, recuperando tacitamente l’emendamento Caronia, che voleva esentarle dall’obbligo di rispettare le leggi dello Stato, ma che la Costituente bocciò seccamente il 3 luglio 1947, la Repubblica “una e indivisibile”, proclamata dall’art. 5 della Costituzione, finirebbe frantumata staterelli regionali, così che l’Italia prederebbe anche l’unità politica conquistata prima con il Risorgimento e le guerre d’indipendenza, e difesa poi con la Resistenza e la guerra di liberazione dal fascismo e dall’occupatore nazista

 

Per questi motivi, chi ama la Costituzione – “Quanto sangue, quanto dolore, per arrivare a questa Costituzione!” diceva, il 26 gennaio 1955, Piero Calamandrei agli studenti milanesi – dovrebbe respingere il progetto eversivo del Contratto M5S-Lega, prima votando NO alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, pretesa dal M5S, e poi dicendo NO all’autonomia differenziata, pretesa dalla Lega, ma anche dal PD, che porterebbe a un’ulteriore e forse definitiva spaccatura tra il Nord più ricco del Paese e il Sud più povero, con una vera e propria “secessione dei ricchi”.

 

NO e poi NO a codesta deforma.

25/08/2020

 

L’obiettivo, dice la prima ministra Sanna Marin, è aumentare la produttività, migliorare  la  qualità  della  vita e  ridurre la disoccupazione dovuta al covid

 

La prima ministra finlandese, Sanna Marin, 34 anni, ha chiesto di tagliare l’attuale giornata lavorativa di otto ore e di portarla a sei, sostenendo che orari più corti potrebbero essere compensati da una maggiore produttività. Lo riferisce il quotidiano Helsinki Times. La richiesta è stata avanzata durante il discorso della premier di ieri sera al partito socialdemocratico di cui è stata nominata presidente.
Marin aveva lanciato l’idea di una giornata di sei ore già prima di diventare premier ma ora ha bisogno di convincere gli altri quattro partiti della sua coalizione di governo per realizzarla davvero.
Nel suo discorso Marin ha detto che il partito socialdemocratico deve lavorare con questo obiettivo: arrivare alla riduzione dell’orario per aumentare l’occupazione messa a dura prova dalla pandemia di coronavirus e migliorare al tempo stesso produttività e qualità lavorativa: «Dobbiamo sforzarci di migliorare la produttività del lavoro come società, come aziende e come dipendenti».

 

Distribuire meglio la ricchezza

«Un modo per distribuire equamente la ricchezza è migliorare le condizioni di lavoro e ridurre l’orario in modo da non compromettere i livelli di reddito», ha detto ancora Sanna Marin che ha ricordato i precedenti nel paese: «Quando la Finlandia è passata a una giornata lavorativa di otto ore e una settimana lavorativa di cinque giorni, in conformità con gli obiettivi dei socialdemocratici, ciò non ha portato a un crollo dei salari, ma al contrario i salari sono migliorati nel corso dei decenni».

 

Lavorare sei ore, essere pagati per otto

 

Marin ha anche indicato studi secondo i quali la riduzione dell’orario di lavoro comporta un miglioramento della produttività consentendo comunque ai datori di lavoro di pagare otto ore di stipendio per sei ore lavorative. «Ci saranno sicuramente delle sfide da affrontare, ma ciò non significa che non dobbiamo porci degli obiettivi audaci». Ha ricordato, poi, che l’epidemia di covid non ha influito solo sull’economia ma anche sulla sensibilità dei finlandesi che hanno riflettuto su ciò che considerano importante nella vita: «La salute, il benessere dei propri cari e della vita di tutti i giorni. Quando ciò che è normale e a cui siamo abituati è messo in discussione, abbiamo dovuto pensare alle nostre vite da un nuovo punto di vista».

20/08/2020

da il Manifesto

Massimo Villone

 

Referendum. Il No ci difende come cittadini, e conforta che nonostante le difficoltà si moltiplichino i comitati e le voci variamente motivate che lo sostengono

 

Oggi il meeting di Cl presenta un evento dal titolo emblematico: «Il parlamento serve ancora?». Troveremo Di Maio e Speranza, poi Boschi, Delrio, Lupi, Meloni, Salvini, Tajani. Facciamo uno scoop: nessuno dirà che non serve. Ma forse sarebbe stato più giusto titolare «A cosa serve il parlamento, e a chi?».

 

Tra i partecipanti troviamo quelli che la democrazia della rete è tempo sostituisca la democrazia rappresentativa, che ci vuole il sindaco d’Italia, che il presidente della repubblica deve essere eletto dal popolo, che il sistema elettorale maggioritario dà subito un vincitore, che il voto bloccato deve garantire al leader una coorte di pretoriani, che il popolo nelle urne elegge un governo che nessuno ha il diritto di ostacolare perché il giudizio spetta agli elettori cinque anni dopo.

 

Il centrodestra si accorda – a quanto leggiamo – su autonomia differenziata, presidenzialismo, giustizia. Il progetto separatista di Zaia viene assunto dalla coalizione. Non c’è dubbio che presenti il conto al parlamento, intaccando il ruolo del legislatore nazionale. La contropartita richiesta da Giorgia Meloni -il presidenzialismo – può solo peggiorare il saldo negativo a carico dell’assemblea elettiva. Tra l’altro, qualcuno dovrà spiegarle che uno stato indebolito non si rafforza con l’elezione diretta di un presidente, che sarà fatalmente anche lui debole.

 

Nel Pd, invece, gli ex renziani tornano all’attacco del segretario. Nardella e Marcucci riprendono il mantra della vocazione maggioritaria. Sembra di sentire il Veltroni del 2008, che ne fu massimo interprete. Pensavamo fosse ormai possibile passare oltre, giungendo senza traumi a una legge elettorale proporzionale. A quanto pare, no. Fa tenerezza Nardella che non accetta l’idea di un partito di medie dimensioni costretto a fare alleanze (Repubblica, 19 agosto). Il Pd oggi è tale non per un destino cinico e baro, ma per la politica di dirigenti come Nardella.

 

Per un trentennio il pensiero dominante e le scelte conseguenti hanno puntato a marginalizzare il parlamento. Se i risultati fossero buoni ne prenderemmo atto. Ma la politica è in degrado, il paese arranca e perde posizioni in Europa e nel mondo, crescono esponenzialmente le diseguaglianze tra persone, gruppi sociali, territori, crollano le speranze di generazioni. Da ultimo, l’emergenza Covid non è passata attraverso un effettivo vaglio parlamentare, che non è in vista nemmeno per le ingenti risorse in arrivo. Si sostituisce al confronto nelle assemblee elettive la concertazione tra esecutivi nelle conferenze stato-autonomie, che qualcuno vorrebbe trasformare in una terza camera para-legislativa. Proprio la pandemia offre l’ennesima prova che bisogna invertire la rotta, riportando in parlamento le grandi scelte.

 

In un tempo di partiti politici evanescenti e – salvo pochi casi – privi di una effettiva organizzazione sul territorio la voce del paese arriva nelle assemblee attraverso gli eletti. Il parlamento serve a tutti noi, perché oggi assai più di ieri è la vera garanzia di una partecipazione democratica. Per questo il taglio dei parlamentari, senza nemmeno la parziale riduzione del danno data dai correttivi che erano stati ipotizzati nell’accordo di governo, va respinto con il No. È un voto che non difende la casta o i parlamentari in carica, che – con eccezioni – poco lo meritano. Né va giocato nella dialettica di maggioranza o di partito. Corregge il peccato originale del baratto tra una riforma di grande portata e un governo. Una Costituzione forte e duratura è una necessità imprescindibile. Nessun governo lo è.

 

Il No ci difende come cittadini, e conforta che nonostante le difficoltà si moltiplichino i comitati e le voci variamente motivate – da ultimo Orfini, e il giornale Repubblica – che lo sostengono. Certo, è solo un primo passo immediato, cui deve seguire la pretesa di un’istituzione parlamento rinnovata. Si può fare, con una legge elettorale proporzionale, che renda le assemblee specchio del paese e rimetta nelle mani degli elettori la scelta degli eletti. E con una legge sui partiti, che garantisca la democrazia interna, la trasparenza, i diritti degli iscritti.

Così si torna alla Costituzione e si avvia la ricostruzione della politica. Lo diciamo in specie a Nardella: un grande partito egemone non basta volerlo. Bisogna costruirlo dal basso, mattone su mattone.

Alfonso Gianni

 

Presentando il 41° meeting di Rimini, Bernhardt Scholtz che ne è il nuovo presidente, ha difeso e rilanciato il senso dell’ambizioso titolo che era stato deciso fin dall’anno prima: “Privi di meraviglia restiamo sordi al sublime”. Frase davvero fascinosa con la quale il filosofo Abraham Joshua Heschel, vissuto nel secolo scorso, invitava a guardare la realtà con quello stupore che ci può spalancare verso la ricerca del sublime, del significato delle cose, del senso del vivere. Ma, se in effetti nel corso dell’ultimo anno di cose di cui stupirsi ve ne sono state parecchie, pandemia in testa, del sublime non v’è traccia nel meeting di Comunione e Liberazione.

 

Almeno per ora. Chi la aspettava dal discorso di Draghi sarà rimasto deluso. Al di là delle diverse dietrologie che nei commenti della stampa e dei rappresentanti della politica – se Draghi voglia candidarsi come futuro presidente del Consiglio piuttosto che spingersi fino all’alto colle, oppure giocare il ruolo più comodo di grande riserva per il Paese – il discorso dell’ex presidente della Bce ha colpito per la distanza fra le aspettative e forse le sue stesse intenzioni e quanto si è udito. Certamente, vista anche la sede, sarebbe stato improprio attendersi una riattualizzazione postweberiana dello spirito etico del capitalismo, ma quando l’etica lascia il passo al più piatto pragmatismo significa che siamo davvero su un altro terreno. Quello purtroppo che ancora una volta scarta l’esigenza di un nuovo slancio in direzione di un profondo cambiamento, per rifugiarsi nella elencazione di quanto è stato fatto.

 

Sarebbe stato necessario, proprio in ragione dell’etica della responsabilità, accennare almeno a qualche passaggio autocritico sul comportamento della Ue nei confronti della Grecia, quanto sulle ricette che lo stesso Draghi assieme a Trichet avevano impartito al nostro paese nella famosa lettera e che i governi da Monti in poi hanno applicato con malriposta tenacia.

 

Non per cospargersi il capo di cenere, ma per dare sostanza alle nuove scelte, tanto più credibili e convincenti se esse partono non da un’obbligata condizione derivante dalla pandemia e dalla conseguente recessione, ma anche dalla consapevolezza che le strade percorse in un non lontano passato sono concausa del disastro presente.

 

Non solo è troppo poco dire che “è probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e quando lo saranno certamente non lo saranno nella loro forma attuale”. Il problema è che quelle regole devono essere radicalmente cambiate, altrimenti il riferimento al futuro dei giovani è pura retorica.

 

Ha colpito molti commentatori la distinzione di Draghi tra “debito buono” e “debito cattivo”. In realtà si dovrebbe parlare di spesa buona e spesa cattiva, ovvero della necessità di impiegare fondi pubblici e privati in un’opera di ricostruzione capace di dare inizio a un nuovo modello di economia e di società. Altrimenti la porta torna sui vecchi cardini. Non come ma probabilmente peggio di prima. Ma questo comporta anche una visione ben diversa del processo di costruzione europea.

 

Invece Draghi ripercorre le solite linee evoluzioniste e funzionaliste alla Mitrany, per cui “gradualmente” si sarebbe passati dalla creazione del mercato unico all’euro e di lì a un bilancio comune che peraltro ancora non c’è. Ovvero l’economia fa la politica. Il che è stato pur vero. Ma nella direzione sbagliata, con una politica ancella degli interessi economici Questa strada non verrà corretta se si continuerà in una dimensione intergovernativa entro il quale si muove anche il “compromesso storico” che ha dato vita al Recovery fund. Draghi fa riferimento a grandi esempi storici quando la capacità di previsione superava le terribili difficoltà del momento. Parla di Bretton Woods ove nel ’44 le nazioni anticipando l’esito vittorioso della guerra. disegnavano il mondo futuro, dando vita a istituzioni internazionali che in seguito non dettero esattamente grande prova di sé.

 

Si pensi al citato Fondo Monetario internazionale. Anche perché, ma questo Draghi ben sapendolo lo tace, non fu la visione di Keynes a prevalere in quell’assise, bensì quella del più oscuro Wright che però dietro di sé aveva gli Usa che si apprestavano a dominare il mondo. Se quindi per avere buone risposte è indispensabile porsi le domande esatte, quella immortalata da Keynes: When facts change, I change my mind. What do you do sir? citata anche nel suo discorso di Rimini, Draghi dovrebbe rivolgerla innanzi tutto a se stesso.

29/07/2020

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Antonello Patta, responsabile lavoro

 

Oggi il falco Bonomi, presidente di Confindustria, sulle pagine del Corriere torna alla carica pretendendo per le imprese assistenzialismo incondizionato e attaccando a muso duro i contratti nazionali. Neanche la strage provocata in Lombardia induce il padronato ad atteggiamenti meno prepotenti. Dal governo ha la faccia tosta di esigere da una parte l’eliminazione dell’Irap e soldi alle imprese senza la pretesa che il pubblico entri nella gestione, dall’altra la fine dei sussidi “a pioggia” cioè a chi è senza reddito e la libertà di licenziare.

 

Ai sindacati manda a dire che non solo non ci sono aumenti per i contratti nazionali, ma che “in alcuni casi dovrebbero essere i dipendenti a restituire gli aumenti” e che il contratto nazionale deve essere superato da quello aziendale con aumenti solo sulla produttività. In sostanza Bonomi pretende una totale continuità con quelle politiche fallimentari che hanno impoverito il tessuto produttivo italiano, cancellato o quasi intere filiere e produzioni nonostante i salari tra i più bassi d’Europa, alta disoccupazione, libertà di licenziare, precarietà diffusa e lavoro nero. Se il governo continua ad assecondare Confindustria – le imprese hanno ricevuto i due terzi dei fondi erogati quest’anno – il paese andrà incontro a una regressione peggiore di quella vissuta dopo l’ultima crisi. E’ evidente che in mancanza di una forte iniziativa del mondo del lavoro continuerà a prevalere l’influenza dei poteri economici e finanziari. Solo con una decisa, larga e unitaria ripresa delle lotte che coniughino la difesa dei diritti, del welfare, dell’occupazione con la necessità inderogabile di una riconversione ambientale dell’economia sarà possibile rispondere alla crisi. Bonomi chiede al governo un piano di riforme? Ne indichiamo alcune noi:

 

- riduzione orario di lavoro a 32 ore a parità di salario,

 

- introduzione salario minimo orario di 9 euro,

 

- reintroduzione articolo 18 e abrogazione norme di precarizzaxione del lavoro,

 

- piano per il lavoro con assunzioni a tempo indeterminati nella scuola, nella sanità e nella PA che ci collochino almeno entro la media europea,

 

- garanzia reddito per tutte/i attraverso estensione del reddito di cittadinanza eliminando attuali condizionalità,

- tassazione patrimoni al di sopra di 1 milione di euro con aliquote più alte per grandi ricchezze,

- progressività imposizione fiscale secondo dettato costituzionale,

- accesso alla banca dati delle banche per Agenzie delle Entrate,

- ripubblicizzazione autostrade, servizi pubblici (acqua) e settori strategici a partire dalla siderurgia,

- stop al consumo di suolo, nuova legge urbanistica (quella di Eddyburg) e misure di riconversione ecologica,

- abrogazione modifiche titolo V e pareggio di bilancio dalla Costituzione.

Basta con i finanziamenti a pioggia alle grandi imprese!

30 anni di subalternità a Confindustria hanno reso più povero il paese, si riparta dagli interessi di lavoratrici e lavoratori.

 

28/07/2020

da Il Manifesto

Francesca Del Vecchio

 

NATO CON IL CAMICE. Le opposizioni si dicono disposte a utilizzare «tutti i mezzi a disposizione». Ma Italia Viva è contro la mozione di sfiducia

 

Attilio Fontana prova a difendersi nell’aula del consiglio regionale. In un discorso durato quasi un’ora, con la maggioranza che gli fa quadrato intorno – sventolando bandiere lombarde con la rosa camuna – ribadisce la correttezza delle sue azioni e attacca le «polemiche strumentali lesive della mia persona e del ruolo che ricopro».

 

DOPO IL TERREMOTO giudiziario del weekend, quando la procura di Milano gli aveva notificato l’avviso di garanzia per frode in pubblica fornitura nell’ambito della vicenda dei camici forniti da Dama spa ad Aria (società che controlla gli acquisti del Pirellone), il governatore leghista si è presentato in consiglio regionale per raccontare la sua verità. «Chiesi io a mio cognato di non accettare il pagamento» per i 75 mila camici forniti dalla sua società «proprio per evitare polemiche e strumentalizzazioni», dice il presidente della Regione che prova a smarcarsi dalle accuse.

 

«Ho saputo dei rapporti negoziali tra Dama e Aria solo il 12 maggio», continua Fontana ma nella sua ricostruzione qualcosa non torna, come ribadiscono le opposizioni: «Il mancato bonifico è del 19 maggio, mentre le dichiarazioni di Fontana di estraneità all’ordine di camici e kit sanitari è del 7 giugno», spiegano dalla minoranza.

 

MA NEL TARDO POMERIGGIO di ieri, diverse ore dopo la conclusione dell’intervento in aula, spunta fuori un dettaglio non da poco dall’interrogatorio di Filippo Bongiovanni, dirigente dimissionario di Aria, anche lui accusato dello stesso reato di Fontana. L’ex dg avrebbe infatti affermato davanti ai pm milanesi di aver riferito già il 10 maggio a Giulia Martinelli, capo della segreteria di Fontana, nonché ex moglie di Salvini, dell’esistenza di un contratto di affidamento diretto per la fornitura a Dama.

 

Versione che sembra scontrarsi con quella del governatore. Fontana, però, potrebbe decidere di presentarsi davanti ai magistrati per l’interrogatorio già a settembre, come ha spiegato il legale Jacopo Pensa che ha incontrato il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli per «uno scambio di vedute».

 

Il difensore sostiene che si tratti ancora «di accuse fumose e ipotetiche» e aggiunge che la Procura non ha apprezzato il mancato completamento della fornitura dei camici: «chi non ha rispettato il contratto è stato il cognato», puntualizza.

 

Alla ricostruzione dei fatti manca però anche la conversione della fornitura in donazione: passaggio che non fu mai registrato. I giudici di Milano comunque vogliono vederci chiaro e stanno estendendo le verifiche anche al conto in Svizzera da cui doveva partire il bonifico di 250 mila euro, su cui il governatore, nel 2015, avrebbe scudato i 5 milioni di euro di «eredità materna».

 

Una vicenda giudiziaria che ha investito a pieno titolo la politica con le accuse a Fontana di non poter più guidare la giunta lombarda. Non bastano le dichiarazioni di sostegno che il governatore leghista riceve dai colleghi Zaia e Toti: le opposizioni lombarde (Pd, M5s, + Europa Radicali, Azione e Lombardi Civici europeisti) si dicono pronte a utilizzare «tutti i mezzi a disposizione, compresa la mozione di sfiducia della quale il M5S si è fatto promotore, per metterlo davanti alle proprie responsabilità».

 

ITALIA VIVA, INVECE, con la consigliera Baffi si smarca e fa l’occhiolino alla maggioranza: «Non condivido la mozione, frutto di un’elencazione di fatti sommari. Fontana ha ripercorso le fasi della gestione dell’emergenza sanitaria in modo puntuale». Anche a Roma, i più agguerriti restano i 5 stelle che attaccano il «modello Lega» applicato alla sanità.

 

«Il problema intorno alla gestione degli ospedali in Lombardia resta, in perfetta continuità con Formigoni. Si è voluto trasformare un momento difficile in una spettacolarizzazione politica», ha detto il viceministro M5s allo Sviluppo economico Stefano Buffagni mentre dal leader pentastellato, Vito Crimi, arriva l’accusa a Fontana di essere «attaccato alla poltrona».

 

Il capo politico del Movimento non perde l’occasione per una bordata anche a Salvini, «principale sponsor: non stupisce che difenda a spada tratta il governatore arrivando a sbraitare contro chi indaga».

 

Intanto, arriva nel tardo pomeriggio di ieri la convocazione della commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid per il 7 settembre. La task force del consiglio regionale, che da mesi attende la nomina di un presidente tra le file dell’opposizione, era ostaggio del veto della Lega sul candidato del Pd, oltre che di divergenze interne all’opposizione.

26/07/2020

da il Manifesto

Voncenzo Scalia

 

Riforme. I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto

 

Da George Floyd a Piacenza, gli abusi commessi da parte delle forze dell’ordine hanno conquistato la ribalta pubblica. Il dibattito che ne è seguito si articola in due direzioni: alcuni insistono sull’integrità dell’operato di poliziotti e Cc, rifugiandosi nella formula delle poche mele marce.
Questa posizione mira a liquidare sbrigativamente un problema che si connota come un fiume carsico della vita pubblica italiana, e, per rimanere nella storia recente, da Carlo Giuliani a Riccardo Magherini, ha rivelato l’inadeguatezza delle forze di polizia italiana a rapportarsi con la complessità sociale contemporanea.

 

Altri, sull’onda di quanto è successo a Minneapolis, propongono di smantellare le forze di polizia. Anche questa posizione, per quanto prospetticamente valida, mostra le sue evidenti lacune. Innanzitutto, perché sorvola sulle specificità del contesto statunitense. In secondo luogo, perché i tagli alla polizia, in UK e negli Usa, sono parte del pacchetto neoliberista. Ad esempio, dal 2010, quando i Tories sono tornati al potere, i tagli alle forze di polizia si attestano al 30%, con la cancellazione di esperienze come le Female Units, vere e proprie unità di supporto per le donne vittime di violenze, composte da poliziotte, assistenti sociali e counsellors.
All’interno della cornice neoliberista, privatizzare la polizia significa affidarsi a gruppi equivoci, come è successo in Francia e in UK, con società che facevano capo ai neofascisti a gestire i centri di permanenza e gli hotspot. Come vorrebbe fare la Lega con le ronde padane.

 

La questione di una polizia all’altezza di una società democratica, multiculturale e, possibilmente, inclusiva, rimane in tutta la sua attualità. I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano, per dirla col criminologo inglese Maurice Punch, che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto. Da un lato, le forze di polizia non sono asettiche rispetto alla società in cui operano, bensì ne riflettono gli umori, le percezioni e le pulsioni.

 

In altre parole, il razzismo, il sessismo e il classismo, in una società che ha fatto della domanda di sicurezza la sua cifra politica, si pone come un elemento strutturale delle forze dell’ordine. Dall’altro lato, lo spirito di corpo, l’identità professionale, l’esercizio di funzioni repressive, rendono i poliziotti più lenti a recepire i mutamenti sociali.
È stato così nell’Inghilterra dei primi anni Ottanta, coi bobbies ad agire verso gli afrocaraibici sull’onda del pregiudizio verso i lavoratori ospiti, senza tenere conto che si trovavano di fronte a cittadini britannici di nascita e di cultura. È così nell’Italia di oggi, dove Ps e Cc si ostinano a utilizzare categorie moraliste come «drogato» nei confronti del popolo della notte, fino a provocare tragedie come quella di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini.

 

Nel caso italiano, inoltre, troviamo l’afflato etico delle polizie continentali, che pretendono di esercitare un presidio di tipo morale sui valori fondativi della vita associata, e si credono di conseguenza al di sopra della legge. È proprio questo il nodo da sciogliere, ovvero quello dell’accountability. Lo scarto tra le pratiche di polizia, ad orientamento contenitivo, e il flusso delle relazioni sociali, può essere colmato attraverso l’istituzione di meccanismi e procedure che tutelino i cittadini, e rendano le forze dell’ordine responsabili dei loro comportamenti.

 

Ad esempio, in UK esiste l’Independent Office for Police Conduct, a cui ci si può rivolgere nel caso si ritenga di essere stati vittime di abusi, che dispone del sostegno personale e legale a favore dei ricorrenti, e ogni anno presenta una relazione al Parlamento. Un organismo di questo tipo sostituirebbe le attuali procedure di inchiesta, che al momento, in Italia, sono interne alle singole forze di polizia. L’obbligatorietà del numero di matricola costituirebbe la seconda misura da implementare, in modo da rendere identificabili i poliziotti e di facilitare l’avvio di eventuali inchieste.

 

Altri aspetti riguardano la formazione e il reclutamento. A partire dalla rivolta afrocaraibica di Brixton del 1981, la polizia britannica si è adoperata per reclutare tra le sue fila membri delle minoranze razziali, fino ad espandere il discorso inclusivo verso il reclutamento di poliziotti Lgbtqi. Tali misure vanno di pari passo a una formazione orientata verso il rispetto delle diversità. Ovviamente, se i rapporti di forza rimarranno orientati a destra, queste misure non basteranno a cambiare positivamente l’operato delle forze di polizia. Costituirebbero comunque un passo avanti in un paese in cui nessuno, neppure la Lega, vuole smilitarizzare i Carabinieri.

25/07/2020

da Il Manifesto

Eleonora Martini

 

Nel 2018 la caserma Levante ha ricevuto una menzione speciale per la lotta allo spaccio. Sospesi il comandante provinciale di Piacenza, quello del reparto operativo e del nucleo investigativo

 

Correva l’anno 2018 quando un militante egiziano dei Si Cobas di Piacenza, arrestato e processato per direttissima per il possesso di tre grammi di marijuana (trasportati insieme ad una bandiera del sindacato), denunciava di «essere stato messo contro il muro da sei agenti e picchiato» all’interno della ormai famigerata caserma Levante. Quella che la procuratrice capo Grazia Pradella, dopo sei mesi di indagine, ha posto sotto sequestro due giorni fa, dopo aver incriminato l’intera squadra di carabinieri (tranne uno) che vi prestavano servizio, accusandoli di reati che vanno dal traffico di stupefacenti all’estorsione e alla tortura, commessi dal 2017 ad oggi. In quello stesso anno, numerosi attivisti di sinistra piacentini che avevano partecipato alle manifestazioni di piazza (a febbraio) contro l’apertura di una sede di CasaPound, subirono, oltre alle cariche della polizia, anche il fuoco incrociato di «denunce e repressioni».

 

PROPRIO A METÀ DEL 2018, nel corso della cerimonia per i 204 anni della fondazione dell’Arma, il comandante della legione carabinieri Emilia Romagna riconobbe ai carabinieri della Levante una menzione particolare «per essersi distinti per il ragguardevole impegno operativo e istituzionale e per i risultati conseguiti soprattutto nell’attività di contrasto al fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti».

 

E non c’era alcuna ironia. Nessuno evidentemente aveva notato nulla di strano, in quella caserma, o nel lusso ostentato da alcuni militari. Eppure Piacenza non era estranea a questo tipo di “scandali”: nel 2013, per esempio, sei poliziotti della Questura vennero arrestati insieme ad altre sette persone e accusati di traffico di stupefacenti, favoreggiamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina, falsificazione di atti d’ufficio per garantire l’impunità ai coindagati.

 

IERI PERÒ, MENTRE I PM piacentini Matteo Centini e Antonio Colonna iniziavano ad interrogare i primi due dei sei carabinieri arrestati, e mentre le indagini proseguono per scoprire se qualcuno, nella catena gerarchica militare, abbia volontariamente coperto i reati che si ipotizzano a carico dei loro sottoposti, il comando generale dell’Arma ha anticipato la magistratura e ha azzerato tutta la scala gerarchica sovrastante la caserma di via Caccialupo. Sono stati rimossi infatti il comandante provinciale Stefano Savo, che era arrivato a Piacenza nel novembre dell’anno scorso, il comandante del reparto operativo Marco Iannucci e il comandante del nucleo investigativo Giuseppe Pischedda, anche se nessuno dei tre al momento è sotto inchiesta. Poco prima, nel pomeriggio, la pm Pradella aveva ricevuto in procura il comandante della Legione carabinieri Emilia Romagna, Davide Angrisani.

 

DA VIALE ROMANIA fanno sapere che le rimozioni hanno «un duplice scopo: agevolare il sereno e regolare svolgimento delle attività di servizio di coloro che subentreranno nelle prossime ore ai vertici locali e agli otto militari mandati a sostituire quelli arrestati, e per recuperare il rapporto di fiducia con i cittadini», compromesso dalle rivelazioni dell’operazione «Odysseus». Una decisione che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini aveva in qualche modo preannunciato dicendo chiaramente che «non devono esserci spazi di ambiguità o scarsa chiarezza, e bisogna fare piena luce su quello che è accaduto».

 

Intanto i due militari ascoltati ieri in carcere per l’interrogatorio di garanzia hanno risposto alle domande dei pm ma si sono detti «estranei» ai fatti più gravi e, tra le lacrime, secondo quanto riportato dai loro legali di fiducia, si sono mostrati «provati» e timorosi. E hanno chiesto la liberazione. Oggi sarà la volta dell’appuntato, considerato il capo dell’organizzazione «criminale».

26/06/2020

 

L'emergenza Covid non ha insegnato niente e per l' Ospedale di Castel del Piano continua tutto come se non fosse successo niente.

 

Non si parla di riaprire il reparto "temporaneamente chiuso", il laboratorio analisi rimane sotto utilizzato mentre si fanno convenzioni con quelli privati e, per la popolazione dell'Amiata, continuano i viaggi verso Grosseto per gli esami diagnostici e verso gli altri Ospedali della Provincia a causa della carenza di posti letto.

Per questi motivi e per mettere in evidenza le problematiche legate ai nosocomi periferici e delle zone disagiate, sabato 11 luglio riprenderemo da dove, a causa del blocco dovuto alla pandemia, avevamo lasciato e cioè con la manifestazione davanti all'Ospedale di Castel del Piano.

25/06/2020

da Il Manifesto

Andrea Capocci

 

Il rapporto. Pubblicato il dossier dell’Osservatorio sulla salute diretto da Walter Ricciardi. La pandemia ha messo in luce un sistema frammentato e diseguale. La sola spesa sanitaria in aumento è quella privata. 33 mila posti letto persi in 8 anni

 

La pandemia ha rappresentato un evento eccezionale nella storia di questo paese. Ma sarebbe un errore, una volta superata l’emergenza, ridurla a un brutto sogno da dimenticare rapidamente. Il Covid-19 ha infattI portato alla luce le lacune del nostro sistema sanitario, per le quali adesso è urgente correre ai ripari. È il messaggio principale del corposo rapporto «Osservasalute. Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle regioni italiane»: quasi 600 pagine dense di tabelle e grafici curate dall’Osservatorio sulla salute dell’università Cattolica di Roma, sotto la direzione di Walter Ricciardi. Il rapporto è stato presentato ieri e, pur riferendosi al 2019, non può non risentire del contesto in cui è stato redatto e pubblicato.

 

SE IL SALTO DI SPECIE del coronavirus non poteva essere anticipato, alla luce dei numeri erano prevedibili i punti deboli della nostra sanità. O, come sarebbe meglio dire, delle nostre sanità. Uno degli aspetti critici messi in luce dalla pandemia è stata infatti la frammentazione del Servizio Sanitario Nazionale conseguente alla riforma del 2001 che ha affidato alle regioni il compito di organizzare la sanità. «L’esperienza vissuta ha dimostrato che il decentramento della sanità, oltre a mettere a rischio l’uguaglianza dei cittadini rispetto alla salute, non si è dimostrato efficace nel fronteggiare la pandemia» spiega il direttore scientifico dell’osservatorio Alessandro Solipaca.

 

«Le Regioni non hanno avuto le stesse performance, di conseguenza i cittadini non hanno potuto avere le stesse garanzie di cura. Il livello territoriale dell’assistenza si è rivelato in molti casi inefficace, le strategie per il monitoraggio della crisi e dei contagi particolarmente disomogenee, spesso imprecise e tardive nel comunicare le informazioni».

 

È ESEMPLARE IL CONFRONTO tra Lombardia e Veneto, le prime regioni a entrare in emergenza dopo i casi di Codogno e di Vo’ Euganeo che da quel momento hanno seguito strategie autonome, con risultati ben diversi.

 

L’abbandono della sanità territoriale da parte delle giunte di centro-destra lombarde ha riversato un enorme numero di malati sui pronto soccorsi e sulle terapie intensive degli ospedali della regione. La rete della medicina di comunità del Veneto – prudentemente tutelata dal governatore Zaia – ha invece permesso di curare in anticipo, e a casa propria, i malati. Risultato: in Veneto si è rilevata la quota più elevata di casi positivi in isolamento domiciliare, dal 70% dei primi giorni al 90% della fine dell’ultimo periodo. In Lombardia, i pazienti ospedalizzati sono stati tra il 50 e il 60% inizialmente, per poi arrivare al 70-80% nel picco.

 

D’altronde, è toccato alle regioni tenere in piedi un servizio sanitario mediamente impoverito dal governo centrale. Le cifre parlano chiaro: la spesa sanitaria pubblica è riuscita nell’impresa di crescere ancora più lentamente (+0,2% su base annua tra il 2010 e il 2018) del Pil italiano, aumentato al tasso dell’1,2% nello stesso periodo. Compensare il taglio effettivo della spesa sanitaria è toccato alle famiglie, che hanno visto lievitare la spesa sanitaria privata del 2,5% annuo. Alla fine del 2018, la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto i 153 miliardi di euro. Di questi, 38 miliardi (il 25% circa) sono stati pagati direttamente dai cittadini. Nel frattempo, è continuata l’opera di “razionalizzazione” della sanità, con 33 mila posti letto cancellati (-1,8%).

 

LE DISPARITÀ REGIONALI si sovrappongono a quelle che colpiscono le diverse classi sociali. La popolazione immigrata dai paesi più poveri, ad esempio, utilizza i servizi sanitari il 40% in meno degli italiani. Secondo il rapporto, «tale divario potrebbe essere la risultante di un mix di fattori, costituito da un lato dal migliore stato di salute della popolazione immigrata (effetto “migrante sano”), che opera come selettore naturale sulle persone al momento della partenza, e dall’altro dall’effetto di barriere burocratiche e linguistico-culturali all’accesso».

 

LA CARENZA NELLE ATTIVITÀ di prevenzione si misura anche nella bassa copertura vaccinale contro l’influenza: nessuna delle regioni italiane ha raggiunto l’obiettivo minimo fissato nel piano nazionale di prevenzione, cioè la vaccinazione del 75% degli ultrasessantacinquenni. Ci si avvicina (si fa per dire) la Basilicata con il 66%, mentre in provincia di Bolzano non si arriva al 40%. Innalzare queste percentuali entro l’autunno sarà fondamentale. Dato che i sintomi di Covid-19 e influenza nelle fasi iniziali si assomigliano, le procedure di isolamento e test saranno estesi in maniera precauzionale anche ai malati di influenza. Una maggiore copertura vaccinale consentirebbe di ridurre per quanto possibile la componente influenzale nella popolazione malata e concentrare le risorse sul coronavirus.

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