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11/05/2020

Giuliana Sgrena

da il Manifesto

 

Silvia Romano. Dopo 535 giorni nelle mani dei suoi rapitori la giovane cooperante è stata finalmente liberata. Intorno a questo evento e alla questione della sua conversione si è scatenata una vergognosa canea mediatica e politica.

 

Una donna che torna, dopo un rapimento, non è mai la stessa che è partita. E questo vale anche per Silvia Romano.

 

Le prime reazioni dopo la liberazione penso siano ancora condizionate dallo shock. Per questo credo debbano essere prese con cautela anche le dichiarazioni «emerse» dall’interrogatorio di domenica. Ci vuole tempo perché prendano forma i particolari di una vita vissuta in cattività. Particolari che forse inconsciamente abbiamo negato a noi stesse, così come altri sono stati probabilmente solo la concretizzazione di suggestioni.

 

Certo ogni rapimento è una storia a sé, ma credo che per una donna trovarsi isolata in un contesto culturale e religioso così diverso da quello in cui siamo cresciute rappresenti una difficoltà maggiore nella comprensione dei comportamenti e delle reazioni dei sequestratori che sono sempre maschi e trucidi.

 

Che non capiscono spesso le esigenze di una donna, soprattutto quelle del ciclo mestruale, durante il quale si allontanano perché sei «sporca». Il tabù del corpo della donna ha tuttavia un aspetto positivo: nessuna donna occidentale rapita – almeno negli ultimi anni e a quanto mi risulta – ha mai subito violenze fisiche se non quella estrema della morte. Questo non è poco, ma restano le violenze psicologiche. A volte persino più subdole e traumatizzanti.

 

Importante è anche il contesto in cui si consuma la prigionia: isolate, con altri prigionieri, la possibilità di comunicare con una donna… Certo per comunicare vi è anche il problema della lingua e non penso che gli shabab di oggi conoscano l’italiano come gli anziani che avevano subito la colonizzazione e la presenza italiana anche dopo l’indipendenza. Oltre al somalo si è diffuso l’arabo, soprattutto attraverso le scuole coraniche che, avevo appurato l’ultima volta che sono stata in Somalia, insegnavano la storia e la geografia dell’Arabia saudita! Scuole coraniche che hanno formato molti jihadisti. Già allora a Mogadiscio era in vigore la sharia fatta applicare da una Corte islamica che mozzava mani e piedi senza nemmeno l’anestesia usata, ipocritamente, dai sauditi.

 

Non mi meraviglierebbe quindi che Silvia si sia trovata in un contesto da «stato islamico».

 

Questo non vuol dire che non sia rimasta colpita dal suo abbigliamento quando è scesa dall’aereo che l’ha riportata in Italia. Le domande che subito mi sono posta però sono passate in secondo ordine rispetto alla gioia per la sua liberazione. La libertà vale anche per le scelte che lei ha fatto. Anche se dubito che in uno stato di prigionia – per di più durata così tanto – si possa mantenere lucidità e libertà nelle scelte.

 

Il mio rapimento – fortunatamente – è durato «solo» un mese durante il quale ho sempre mantenuto un atteggiamento conflittuale – e senza una lacrima – con i miei rapitori con i quali comunque comunicavo, come si può rimanere giorni senza parlare, anche correndo il rischio di non farsi capire? E non è mancata nemmeno la suggestione di farmi convertire all’islam facendomi recitare una preghiera – in questo caso con la sciarpa in testa – per dimostrarmi che in fondo era facile la conversione… Ma per fortuna i miei rapitori non erano fondamentalisti e mentre uno diceva che ero una «senza dio» l’altro – più politico – sosteneva che mi vedeva meglio come «combattente» che come donna sottomessa all’islam.

 

In effetti l’unico risultato ottenuto è stata la conferma di essere atea.

 

Ma 535 giorni sono lunghi, interminabili, e come sopportarli senza cercare di adattarsi per sopravvivere? E poi i contesti sono diversi – l’Iraq non è la Somalia – e anche i rapitori sono diversi.

 

Ma la canea che si è scatenata contro Silvia perché si è convertita all’islam non ha limiti e si scontra con il suo sorriso disarmato e disarmante, quasi ingenuo.

 

Paragonarla a una detenuta nei campi di concentramento che torna vestita da nazista è un orrore inconcepibile e dovrebbe offendere chi ha il senso della storia, ma purtroppo non è così, non c’è il minimo pudore nelle affermazioni di chi si sente in diritto di giudicare.

 

Come sempre succede quando una donna torna a casa dopo un rapimento la destra si scatena contro il pagamento del riscatto. Lecito o non lecito? Quanto vale una vita umana? I cittadini italiani devono essere tutti salvati o dipende dalle loro convinzioni? È lecito pagare un riscatto che finirà nelle mani di jihadisti e magari anche in quelle di chi ha fatto da tramite, in questo caso i servizi segreti turchi che hanno fatto il loro spot pubblicitario con il giubbotto antiproiettile indossato da Silvia al suo rilascio?

 

Interrogativi che fanno passare in secondo piano una vita umana solo quando è una donna che deve essere riportata casa, in questo caso si tratta di Silvia «l’ingrata», che per la sua conversione non potrà essere annoverata tra le «vispe Terese» o le «oche giulive», quelle «che se la sono andata a cercare» o, peggio, hanno messo a rischio la vita di chi le ha volute salvare.

 

Non potrò mai dimenticare che devo la vita a Nicola Calipari e non basta una vita per elaborare questo trauma.

 

Ho parlato di donne rapite, perché quando è tornato un fotografo convertito nessuno si è pentito di averlo liberato e in nessun caso i rapiti maschi se la sono «andata a cercare».

 

P.S. A proposito della diatriba Conte-Di Maio, su chi doveva andare a ricevere Silvia all’aeroporto, per quel che vale, quando sono tornata io a Ciampino è venuto Berlusconi e non Fini!

10/05/2020

 

La decisione da parte del governo di avviare la cosiddetta fase 2 nonostante il contagio sia ancora in atto – come d’altronde in altri paesi – è assai indicativa dell’egemonia capitalistica sulle nostre società e in particolare sulla politica. Esce confermato il quadro che delineato nel documento approvato nella precedente riunione della direzione. Nessuna emergenza di per sé induce automaticamente cambiamenti positivi senza conflitto sociale e lotta politica adeguata. Un dato appare chiarissimo: i dati più gravi vengono dai due paesi guida della destra iperliberista, gli USA e la Gran Bretagna.

 

Stiamo entrando nella Fase 2 senza che spesso sussistano le condizioni minime per salvaguardare lavoratrici e lavoratori e col rischio di una ripresa dei contagi. Non sono state previste sanzioni penali rilevanti per le aziende responsabili di mancata garanzia delle condizioni di sicurezza per la salute dei lavoratori, né un serio e capillare piano di controlli nei luoghi di lavoro, né pianificata la sicurezza nella rete del trasporto pubblico.

 

Mancano il personale e le strutture sanitarie a livello territoriale, il trasporto pubblico è totalmente impreparato tanto che si fa affidamento sull’uso dei mezzi privati, la gestione della salute e della sicurezza delle fabbriche è lasciata alla buona volontà degli imprenditori senza controlli preventivi e strutture che possano effettuarli nel tempo.

 

Denunciamo come irresponsabili queste scelte e il tentativo in atto su tutti i media di attribuire tutte le responsabilità di una possibile ripresa dei contagi ai cittadini indisciplinati.

 

Ma ora occorre che esercitiamo tutta la vigilanza possibile per documentare e denunciare i casi nei quali cittadini e lavoratori, vuoi su mezzi di trasporto affollati, vuoi in luoghi di lavoro privi delle condizioni di sicurezza vedono messa a rischio la propria salute.

 

La vigilanza dal basso e la denuncia delle situazioni di rischio è un terreno di intervento politico a cui dobbiamo dedicare la massima attenzione in tutti i territori.

 

Nonostante il governo si sia dimostrato fin troppo cedevole alle pretese di Confindustria assistiamo a un’offensiva dei nuovi vertici che va contrastata in quanto ha come obiettivo palese quello di far cadere il costo della crisi sulla classe lavoratrice e i ceti popolari.

 

Il blocco dell’egoismo proprietario e delle imprese è molto aggressivo e tende non solo a interdire qualsiasi misura riformatrice ma a rilanciare una nuova ondata di riduzione dei diritti e di prepotenza padronale. E’ bene che a questa offensiva si risponda a voce alta ricordando le responsabilità del padronato nella strage lombarda e l’irresponsabilità sociali di grandi gruppi che hanno spostato la sede legale all’estero ma acquistano grandi quotidiani nazionali per condizionare politica e opinione pubblica.

 

Va contrastata la tendenza a stringersi intorno al governo Conte rinunciando a una critica più che necessaria a scelte politiche assolutamente inadeguate e spesso negative e inaccettabili. La sinistra in questa fase deve con la massima autonomia dare voce alle istanze sociali e prospettare alternative concrete non rassegnandosi alla dialettica tra le posizioni della destra e quelle governative.

 

Nessuno come noi ha denunciato in Lombardia e in Piemonte le Giunte della destra leghista e proseguiamo la battaglia contro la cattiva gestione dell’emergenza sanitaria e per il commissariamento anche sul piano giudiziario. Contrastiamo una destra che mostra un volto sempre più padronale e che propone le solite ricette di deregulation di berlusconiana memoria che già hanno seminato danni.

 

Anche la sentenza della Corte Costituzionale tedesca evidenzia le contraddizioni della destra fascioleghista. Il ricorso contro l’intervento della BCE è stato promosso, tra gli altri, proprio da un fondatore dell’AFD, partito di riferimento della Lega in Germania.

 

La realtà è che lo spazio sociale a una destra becera, senza proposte e piena di contraddizioni lo offrono invece le inadeguate politiche del governo e dell’UE.

 

Il risultato dei vertici europei è assolutamente disastroso per la mancanza di volontà di aprire sul serio una fase nuova di interventi in grado di affrontare una crisi di dimensioni enormi. E la posizione del governo italiano continua a essere troppo condizionata dalla fedeltà alla governance ordoliberista europea del Partito Democratico.

 

E’ il momento per una battaglia in Italia e in Europa per imporre un’uscita dalla crisi nel segno della solidarietà, della difesa e del rilancio della sanità pubblica e del welfare, dei diritti di lavoratrici e lavoratori, dell’occupazione, della riconversione dell’economia.

 

La nostra proposta di utilizzare i soldi della Bce senza creare nuovo debito per gli stati – in parte simile a quella del governo spagnolo – è l’alternativa a scelte che sono volte a spendere ora per poi rimettere i popoli sotto il ricatto del debito come vincolo esterno per imporre ulteriori tagli, precarietà, riduzione dei diritti, e saccheggio del pubblico e dei beni comuni.

 

Di qui la necessità che la campagna per l’intervento diretto della Bce deve proseguire con un impegno forte di tutto il partito, utilizzando la raccolta delle firme sulla petizione che abbiamo lanciato per far comprendere la nostra proposta e costruire intorno ad essa lo schieramento necessario politico, sociale e sindacale. In Italia e a livello europeo.

 

Rimane aperta anche a livello nazionale la questione centrale del conflitto di classe in questa fase: quella del come e da dove devono venire le risorse necessarie per garantire la salute, i diritti, i redditi, il lavoro, le attività economiche dentro l’emergenza e nella fase di uscita.

 

Dobbiamo constatare che il governo si attesta su posizioni sbagliate di chiusura alla patrimoniale e anche a modesti e provvisori aumenti della progressività fiscale per i redditi più alti. Questo orientamento a difesa dell’egoismo proprietario del 10% più ricco della popolazione lo pagheranno le classi popolari e le aree più povere del paese se non si impone una politica di effettivo cambiamento. Se ne profilano le conseguenze già nel DEF e nell’intenzione di sottrarre risorse a un meridione già penalizzato nell’ultimo ventennio.

 

La tassazione dei grandi patrimoni, la progressività fiscale, il taglio della spesa per gli armamenti e le grandi opere inutili e dannose sono scelte imprescindibili se si vuole rispondere all’emergenza sociale seguendo le indicazioni contenute nella Costituzione.

 

L’arroganza di Confindustria ricorda che solo uno schieramento che dia voce agli interessi e si radichi nella classe lavoratrice può contrastare derive antidemocratiche e l’imbarbarimento della società con un programma come quello che da tempo prefiguriamo.

 

Il fatto che un’antica nostra proposta programmatica – la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – riemerga nel dibattito pubblico su iniziativa di una task force di esperti incaricati da un ministero dimostra che dal punto di vista sociale la rottura con le politiche e il pensiero unico neoliberista ormai dovrebbe essere semplice scelta di buon senso. La stessa piattaforma dei sindacati della scuola che ricalca proposte che avanziamo da tempo contro le cosiddette “classi pollaio” conferma che nel nostro paese c’è bisogno di un’alternativa di sinistra.

 

Come Rifondazione Comunista lavoriamo affinchè i movimenti e le soggettività della sinistra anticapitalista, antiliberista, ambientalista, femminista trovino le forme di mobilitazione per dare forma a un’opposizione sociale efficace. La gravità della crisi sociale e sanitaria e la pressione enorme che esercita Confindustria dovrebbero spingere le organizzazioni sindacali, e in particolar modo alla Cgil, a una risposta più forte e incisiva in termini di mobilitazione e di piattaforma programmatica.

 

Il governo non mostra l’intenzione di perseguire politiche redistributive e di reperire risorse laddove ci sono e tantomeno di tagliare le spese militari o sulle grandi opere inutili come il Tav in Val di Susa. Di conseguenza gli interventi per aiutare le persone e le famiglie rimaste senza redditi e garantire la tenuta dei settori economici sono del tutto insufficienti e molto inferiori rispetto a quanto stanziato da altri stati.

 

Tanto più gravi appaiono i ritardi con cui vengono erogati anche perché in molti casi riguardano settori sociali che già in tempi normali non arrivano a fine mese o piccole e piccolissime aziende che spesso hanno entrate assimilabili a quelle da lavoro dipendente.

 

Se nell’erogazione della cassa integrazione ordinaria si registrano ritardi discutibili, nel caso della cassa in deroga i ritardi sono gravissimi. Anche in questo caso le Regioni, esaltate dalla retorica delle fallimentari riforme di centrodestra e centrosinistra, si dimostrano una palla al piede del paese e gravano negativamente le 21 procedure e 21 tempistiche diverse, evidenziando i danni per l’efficienza e l’universalità dei diritti nel Paese.

 

Ma il fatto più grave è che fino ad oggi per milioni di persone non è stato stanziato nulla. Parliamo di una platea di milioni di cittadine/i e la scelta di trasformare in “contributo provvisorio” il reddito di emergenza va nella direzione opposta rispetto a quella di un’estensione del reddito di cittadinanza auspicata persino dal Papa.  Ai proclami di Grillo e alle dichiarazioni di Zingaretti corrisponde nella realtà la scelta di non affrontare l’emergenza sociale nel paese e di non implementare un welfare inclusivo. Da quanto finora emerso il “decreto Maggio” non contiene risposte nemmeno i contributi per gli affitti.

 

Non è con queste politiche che si contrasta la destra che soffia sul fuoco della sofferenza sociale e della paura.

 

Per affrontare la crisi bisogna fare il contrario di quel che propone Confindustria e lavorare per la costruzione di un’alternativa politica e sociale al governo Conte.

 

La Direzione nazionale impegna il partito nella prosecuzione e rilancio delle campagne avviate e in particolare

10/05/2020

Fabrizio Floris

 

Finalmente . La cooperante italiana rapita in Kenya un anno e mezzo fa è stata liberata in Somalia. L’annuncio di Conte: «Sta bene, è al sicuro»

 

La notizia appare alle 17.17 sull’account twitter del premier Giuseppe Conte: «Silvia Romano è stata liberata! Ringrazio le donne e gli uomini dei servizi di intelligence esterna. Silvia, ti aspettiamo in Italia!». Sta bene e si trova al sicuro a Mogadiscio in un compound delle Nazioni unite.

 

SONO PASSATI 535 GIORNI da quel 20 novembre 2018 quando la giovane cooperante che lavorava per la Onlus marchigiana «Africa Milele» in un progetto di sostegno all’infanzia e con i bambini di un orfanotrofio venne rapita nel villaggio di Chakama in Kenya, a 80 chilometri da Malindi, da un gruppo di uomini di etnia wardei.

 

La prima ipotesi era che si trattava di un rapimento a scopo di rapina da parte di una banda di balordi che si sarebbe risolta, per la polizia kenyana, in 48-72 ore. In seguito si è attivata una massiccia operazione interforze anche con arresti di massa che hanno creato solo altrettanti rilasci e qualche informazione preziosa secondo il capo della polizia Joseph Boinett.

 

Alla fine vennero arrestate tre persone implicate nel sequestro e sono ancora sotto processo. Successivamente si è cercata la collaborazione con la popolazione locale per avere informazioni e per potersi muovere in un’area di 40.000 kmq che si fa fatica a chiamare Kenya.

 

DAI PRIMI MESI DEL 2019 è probabile che sia entrato in scena qualche altro attore: come se la banda iniziale fosse stata a sua volta catturata da qualcuno di più forte. I miliziani al Shabaab (anche se si tratta solo di un’ipotesi perché non c’è mai stata una rivendicazione ufficiale del rapimento) l’avrebbero portata, secondo ipotesi di stampa, prima nel Jubaland e poi verso le zone di Shabeelle, Jilib e Janale perché il governatore locale Ahmed Madobe – ex al Shaabab – è poi diventato un alleato degli Stati uniti. Oppure sarebbe sempre rimasta nella foresta di Boni, al confine tra Kenya e Somalia, dove i rapitori avrebbero smesso di scappare: hanno atteso.

 

Tante storie speculative si sono succedute in questo anno e mezzo, ma lentamente è subentrato il silenzio per proteggere le indagini. Lo stesso parroco di Chakama, Joseph Wesonga, lo scorso aprile aveva ipotizzato che «il silenzio sulla vicenda potrebbe essere il segno che c’è una trattativa in corso».

 

Fatto sta che i servizi dell’Aise, diretti dal generale Luciano Carta, hanno lavorato anche grazie alla collaborazione dei servizi turchi (che hanno una grande base militare a Mogadiscio) e di quelli somali, fino ad arrivare alla liberazione. L’operazione sarebbe iniziata lo scorso 23 aprile, quando è arrivata la prova che Silvia era viva ed è stata così avviata una trattativa per il rilascio.

 

LA FAMIGLIA NON STA PIÙ nella pelle. Il padre Enzo Romano aveva scritto una lettera commovente in occasione del 24esimo compleanno della figlia, lo sorso 13 novembre: «Questo compleanno è diverso… – scriveva tra l’altro -. Ma posso regalarti dolci pensieri, trasmetterti forza ed energia dal profondo di un cuore che soffre, ma che non ha mai smesso di credere che tornerai tra le nostre braccia». Ieri si è limitato a dichiarare: «Lasciatemi respirare, devo reggere l’urto. Finché non sento la voce di mia figlia per me non è vero al 100%».

 

Il presidente del Copasir Raffaele Volpi ha dichiarato che la ragazza «sta bene ed è in forma. Provata ovviamente dallo stato di prigionia. Domani alle 14 dovrebbe la famiglia potrà riabbracciarla all’aeroporto di Ciampino dove Silvia Romano arriverà, con un volo speciale. Festa e commozione tra i volontari e il mondo della cooperazione, nel quartiere di Milano il Casoretto da cui Silvia proviene hanno risuonato le campane a festa, sono state intonate canzoni per lei che «è una del quartiere, aspettavamo il suo ritorno e finalmente è arrivata la bella notizia».

 

Grande commozione anche a Fano dove ha sede Africa Milele e tra i tanti volontari internazionali che non «ci speravano più», lacrime di gioia e hanno attraversato il Paese.

 

SIGNIFICATIVI anche i commenti provenienti dalla comunità somala in Italia, a ricordarci che «se sai gioire delle gioie altrui, sei il più degno abitante del villaggio».

 

La cooperante nel pomeriggio di ieri ha parlato al telefono con la madre e con il premier Conte: «Sono stata forte – ha detto – e ho resistito. Sto bene e non vedo l’ora di ritornare in Italia». Ora restiamo in attesa di nuovi motivi per fare festa, pensando a Pier Luigi Maccalli e Paolo Dall’oglio.

08/05/2020

da Il Manifesto

Tommaso Di Francesco

 

A Taranto non si fanno mancare nulla. Non solo c’è l’impresa Ilva che riproduce lavoro e inquinamento mortale. Nelle prime ore di giovedì scorso la mastodontica portaerei Cavour si è riposizionata con abili manovre per riguadagnare il suo posto d’ormeggio nella Nuova Stazione Mar Grande, per prepararsi a solcare l’oceano Atlantico e raggiungere così gli Stati uniti per caricare lì i cacciabombardieri F35 modello B.

 

Con gran vanto di Fincantieri, Arsenale Militare Marittimo e Ministero della Difesa, perché si è trattato per due anni di riadattare ponte di volo, hangar, locali tecnici, capacità di imbarco dell’avio-combustibile, strumentazione elettronica. Gran vanto, anche perché a questo punto la Marina Militare italiana, con la Us Navy e la Royal Navy britannico saranno le uniche Marine al mondo in grado di dispiegare portaerei che permettono decollo e atterraggio ai micidiali F35.

 

A questo punto dunque è chiaro che, per quel che riguarda l’«eccellenza italiana» della produzione di armi per le guerre – i trafficanti di morte che non smette di denunciare, inascoltato è dir poco, papa Francesco – e l’«innovazione degli F35», tanto cara al nuovo direttore de la Repubblica Maurizio Molinari, non solo non cambia nulla ma tutto continua come prima e anzi peggio di prima.

 

Intanto la portaerei stessa non è proprio un sistema di difesa conforme al dettato costituzionale, visto che trasporterà armi d’offesa in giro per i mari del mondo, ben oltre i confini nazionali.

 

Ma soprattutto i cacciabombardieri F35 sono un’arma d’offesa, progettati per il first strike, vale a dire per sparare per primi, con capacità perfino di montare ogive nucleari. Ma non eravamo nell’epoca degli interessi comuni e pubblici derivati dal disastro provocato dalla pandemia di Covid 19 che, tutt’altro che debellata, nel mondo sta mietendo centinaia di migliaia di vite umane? La domanda allora diventa spontanea: quanto ci costa quest’avventura?

 

Ecco la risposta: ogni F35 costa poco più di 100 milioni di euro (156 milioni era quello dei prototipi iniziali), tanto siamo costretti a pagare per il nuovo modello B, il più costoso perché permette il decollo corto e l’atterraggio verticale; ma è un costo approssimato perché si tratta di un «affare» che è un pozzo senza fondo. Una volta comprato deve continuamente essere aggiornato con nuovi sistemi d’arma e sistemi elettronici in mano al committente Usa. Un aggravio pesantissimo per un Paese atlantico come l’Italia la cui spesa militare complessiva ha superato ormai i 70 milioni di euro al giorno.

 

Ci si chiede: ma quanti reparti di terapia intensiva, quanti respiratori polmonari, quanti sistemi scolastici video-integrati potremmo comprare con la cifra destinata invece da questo governo, come dai governi precedenti, allo sventurato «affare» degli F35B? La Protezione civile, costretta alla sottoscrizione tra i cittadini volenterosi, può fare il calcolo, per favore?

 

Ora che la corsa folle della Fase 2 si avvia con dichiarazioni improbabili sulle garanzie di sicurezza, forse su questa vergogna una voce di sinistra – dentro, fuori e contro il governo – almeno dovrebbe levarsi. Insieme alla protesta.

 

Mentre è probabile che ci stiamo preparando solo ad uno sventolio di bandierine tricolori di un popolo festante magari munito dal Ministero della Difesa di mascherine con sopra l’effige d’«eccellenza» degli F35.

06/05/2020

Alfonso Gianni

da il Manifesto

 

Non si può che essere d’accordo con il giudizio scritto a chiare lettere dal Financial Times: la sentenza di ieri della Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe ha messo una bomba sotto l’ordinamento giuridico dell’Unione europea. Anche se non del tutto inaspettata, e infatti temuta, questa giunge quando la Ue si gioca la sua esistenza.

 

E’ una sentenza bifronte relativamente alla materia del Quantitative easing.

 

Da un lato afferma che il programma di acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario da parte della Bce, relativo sia al primo che al secondo Quantitative easing, non costituisce finanziamento degli Stati. Quindi rispetta il divieto del Trattato di Maastricht alla monetizzazione del debito.

 

Col che la Corte però ne ribadisce l’assoluta insormontabilità. Dall’altro lato gli otto giudici di Karlsruhe mettono in discussione il comportamento della Bce che avrebbe violato il suo mandato scavalcando il principio di proporzionalità negli acquisti dei titoli di stato, approdando ad una sorta di monetizzazione indiretta, assumendo così un ruolo di natura politica.

 

La sentenza non si applica al programma pandemico di acquisti (Pepp) recentemente varato (i 750 miliardi almeno fino al 31 dicembre 2020). Ma la miccia è accesa. Ed è corta, visto che la Bce dovrà entro tre mesi giustificare la presenza nel programma dell’azionista di maggioranza, cioè la Bundesbank.

 

Non solo, ma i membri dell’Alta corte hanno invitato perentoriamente il governo e il Bundestag a pronunciarsi sulla questione del Quantitative easing. In effetti l’acquisto di titoli di Stato non proporzionati alla quota capitale dei paesi membri era uno dei punti qualitativamente più significativi dell’intervento della Bce. Una parte rilevante, 29,6 dei 38,5 miliardi di titoli raccolti sul mercato sono stati infatti destinati ai titoli di Stato e tra questi 10,9 miliardi sono stati impiegati per i Buoni del tesoro pluriennali italiani.

 

Pur tenendo conto dei reinvestimenti effettuati per compensare le obbligazioni che già la Bce possedeva e che erano venute in scadenza, è certamente vero che per il secondo mese consecutivo presso l’istituto centrale è stato allocato un quantitativo di titoli di Stato italiani doppio rispetto alle nostre quote di capitale. Anche i titoli francesi e spagnoli hanno beneficiato della sospensione della regola della capital key, ma i titoli italiani hanno fatto la parte del leone aggiudicandosi un terzo dell’intero programma relativo ai titoli di Stato.

 

Mentre l’Eurotower ha comprato “appena” 600 milioni dei 7 miliardi di Bund previsti. Naturalmente ciò che dovrebbe risultare perfettamente logico e cioè che i paesi più in difficoltà ricevano maggiore sostegno in virtù di una semplice e solo parziale applicazione del principio di solidarietà, viene considerato insopportabile dalla parte più retriva delle classi dirigenti tedesche.

 

E, come sappiamo, non solo da queste ultime. Prima della sentenza in diversi si chiedevano se il programma di acquisti della Bce potesse andare avanti anche senza la Bundesbank. Teoricamente e tecnicamente sì. Le altre 18 banche centrali potrebbero turare la falla e portare avanti i piani di acquisto previsti.

 

Ma a pochi giorni dalla nuova riunione dei vertici europei che dovrebbe sciogliere il problema delle modalità di finanziamento e di erogazione, se aiuti o prestiti, del Recovery Fund, per non parlare delle condizionalità soft o presunte tali del Mes, la miccia diventa cortissima. E’ impossibile pensare che la decisione di Karlsruhe sia come un elefante che se ne sta pacifico nel corridoio. Inevitabilmente vorrà occupare un ingombrante posto d’onore.

 

Tanto più che la decisione dei togati non si limita a condizionare il governo tedesco, ringalluzzendo sciovinismi e sovranismi di ogni sorta, ma apre un contrasto palese con la Corte di Giustizia europea che aveva dato il proprio placet al piano di acquisti del 2018, sostenendo che questo “non eccede e non travalica il mandato della Bce e non viola il divieto di finanziamento monetario”.

 

Un contrasto fra l’istituzione di uno Stato dotato di Costituzione e un organismo istituito da un Trattato. Era ovvio che prima poi la questione esplodesse, mettendo a nudo l’intima fragilità della costruzione a-costituzionale dell’Unione europea e la natura intergovernativa del suo sistema di governance. Nei momenti di maggiore difficoltà, servirebbe il massimo del reciproco aiuto per una crisi sanitaria ed economica che ha il volto di una terribile recessione. I diavoli non fanno i coperchi.

03/05/2020

Mauro Gallegati

da Sbilanciamoci

 

Negli ultimi 20 anni l’Italia ha pagato per interessi sul debito pubblico una somma pari a 2 anni di Pil. Per non restare in una condizione di eterni debitori, si deve abbattere il debito. Come? Aumento del Pil su regioni e produzioni strategiche, lotta all’evasione, patrimoniale sull’1% più ricco.

 

Negli ultimi 20 anni l’Italia ha pagato per interessi sul debito pubblico una somma equivalente a 2 anni di Pil. Una somma enorme, per pagare la quale abbiamo dovuto cercare l’attivo di bilancio al netto del pagamento degli oneri finanziari. Questo è stato ottenuto riducendo la spesa pubblica in sanità, istruzione e ricerca, welfare e investimenti.

 

Nel conseguimento del surplus primario ha contato anche l’aumento della pressione tributaria che, in un paese con l’evasione fiscale che conosciamo, si traduce in un aumento asimmetrico della pressione sui contribuenti che non evadono. La condizione di attivo di bilancio al netto degli interessi – surplus primario – e un debito/Pil corrente abbastanza basso (inferiore a quello di stato stazionario) garantiscono la stabilità del debito in rapporto al Pil, ossia la sostenibilità del pagamento degli interessi. Il pagamento degli interessi provoca un triplice ordine di trasferimenti. Uno: dall’interno di un paese all’estero per quella parte dei titoli del debito che sono in mano straniera. Due: da tutta la popolazione dei contribuenti ai, si presume ricchi, sottoscrittori dei titoli. Tre: dalla generazione futura a quella presente, sia perché sarà la prima a pagare per i nostri debiti sia perché più alto è il tasso di interesse meno valutiamo il futuro.

 

Il pagamento perpetuo degli interessi su un ammontare di debito che in assoluto non cala e in rapporto col Pil è costante, è un meccanismo che ricorda molto da vicino quello della “servitù della gleba”, quando i contadini erano costretti a pagare per tutta la vita l’affitto dei mezzi di produzione. Il meccanismo del tasso di interesse composto – come ben sanno gli studenti di matematica finanziaria e le Anime morte di Gogol – ci rende schiavi del debito ed essere sostenibili vuol solo dire “restare debitori per sempre”. Contrariamente alla vulgata neoliberista, la spesa pubblica non è di per sé improduttiva. Con le dovute cautele della similitudine, è come se una famiglia si indebitasse per mandare a studiare i propri figli e un’altra si indebitasse poiché ammalata di ludopatia. Ci si indebita in entrambi i casi, ma il rendimento atteso è assai diverso.

 

Cosa dobbiamo fare allora? Uscire il prima possibile dalla spirale pagamento degli interessi sul debito-freno alla spesa dello “Stato imprenditore” e fornitore di welfare, abbattendo debito. Storicamente, l’Italia lo ha già fatto in tre occasioni. Nell’età giolittiana la crescita del Pil è stata ben al di sopra del tasso di interesse; Mussolini ristrutturò nel primo dopoguerra il debito trasformandolo in “prestito littorio”, mentre nel secondo dopoguerra fu l’iperinflazione ad abbatterlo in termini reali. Oggi la prima via è al di fuori delle possibilità, ristrutturare è assai rischioso con mercati dei capitali globalizzati e la terza via è impraticabile fino a che esiste l’euro.

 

Dobbiamo immaginare una operazione nuova, a tre livelli. Intanto, si dovrà cercare di far aumentare il Pil del Sud attraverso ricerca, turismo e investimenti – anche pubblici – in quelle produzioni “complesse” e foriere di sviluppo individuate dal CNEL e dal gruppo di lavoro di Pietronero e nel Green New Deal di matrice pubblica. In secondo luogo, bisognerà recuperare grossa parte di quell’evasione fiscale che solo ragioni politiche oggi frenano: se fossimo in grado di recuperarne il 30% ridurremmo il debito del 50% in 20 anni. Infine, occorrerà adottare una imposta patrimoniale sull’1% dei più ricchi da destinare alla riduzione del debito.

 

La soluzione migliore sarebbe ovviamente quella di far pagare il debito accumulato sia agli evasori fiscali che alla classe politica responsabile di questo sperpero. Ma pur non raggiungendo il pessimismo di Pareto – a Pantaleoni che gli chiedeva se in Italia fossero peggio gli eletti o gli elettori, rispondeva: “che domanda, è come chiedersi se puzza di più la c. o la m.” – non la ritengo una via fattibile.

01/05/2020

Paolo Ciofi

 

Mai come in quest’anno devastato dal Coronavirus è emersa la centralità del lavoro. Sia nella salvaguardia e nella riproduzione della nostra vita, sia nell’imprescindibile – e rispettoso – rapporto con la natura che ci circonda.

A maggior ragione, perciò, non possiamo non rendere onore a tutte e a tutti coloro che lavorano, e che nell’emergenza debbono essere messi in condizioni di sicurezza, con la garanzia dell’occupazione e di retribuzioni adeguate.


I medici e il personale sanitario prima di tutto, ma anche i lavoratori delle campagne e delle città, i braccianti, gli operai e i tecnici nelle fabbriche, gli operatori della logistica e della distribuzione, gli impiegati negli uffici privati e pubblici, nelle scuole, in ogni luogo di lavoro, di studio e di ricerca. Come pure tutti coloro i quali lavorando nell’isolamento a distanza non mancano di cooperare a risollevare il Paese.


È una urgenza tanto più incalzante dal momento che la classe lavoratrice, tutte le persone che per vivere devono lavorare, sono state divise, rese precarie, private del lavoro stabile e di diritti fondamentali con l’effetto di indebolire il Paese. Esponendolo a una drammatica emergenza sanitaria che si accompagna a disuguaglianze insostenibili sul piano sociale e democratico.


È emblematico del degrado in cui versano il Paese e la sua politica il fatto che ripetuti richiami alla Costituzione vengano in questi giorni da chi ha combattuto per rovesciarla o per renderla innocua. Dalla destra di Berlusconi, Salvini e Meloni anzitutto, nata contro la Costituzione antifascista che fonda sul lavoro la Repubblica, e sempre orientata a toglierla di mezzo. Ma anche da Matteo Renzi, che già prima del referendum costituzionale dal quale è uscito sconfitto, le aveva inferto un colpo micidiale liquidando lo Statuto dei diritti dei lavoratori.

 

Della scoperta strumentalità di tale operazione, e del suo obliquo tatticismo politico, distanti mille miglia dalla condizione umana di chi con il proprio lavoro tiene a galla questo pur generoso Paese, parla a squarcia gola il silenzio sul lavoro.

E infatti, negli urlati richiami ai vulnus che alla Carta costituzionale sarebbero stati inferti, del lavoro non si fa menzione come se non fosse il tema cruciale che la Costituzione mette al centro.


La presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia ha osservato che «anche nell’emergenza la Costituzione non è sospesa», giacché «nella Costituzione sono indicate le ragioni che possono giustificare limitazioni dei diritti», in particolare «per motivi di sanità e di sicurezza» come indica l’articolo 16. E poiché «i principi costituzionali sono sempre finestre aperte sulla realtà», per la cui attuazione vale «la solidarietà», la loro limitazione può avvenire soltanto secondo criteri di «necessità, proporzionalità, ragionevolezza, bilanciamento e temporaneità».


Stiamo parlando, ovviamente, di motivata e temporanea sospensione di principi e diritti costituzionali rispetto alla loro normale e constatata attuazione. Ma allora sorge inevitabile una domanda: chi può sostenere che in materia di lavoro i principi e i diritti costituzionali sono stati attuati?

Si può affermare che sono stati rimossi gli ostacoli economici e sociali, che, «limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», come prescrive l’articolo 3? O è vero il contrario, dal momento che quegli ostacoli sono cresciuti, e della partecipazione dei lavoratori alla vita politica, economica e sociale del Paese non si vede neanche l’ombra?

 

E che dire dell’art. 4, secondo cui «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto»? O, per fare qualche altro esempio, dell’art. 35? («La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni»). E degli articoli seguenti, che riguardano il diritto del lavoratore a un salario sufficiente ad assicurare «un’esistenza libera e dignitosa», e della donna lavoratrice alla stessa retribuzione dell’uomo «a parità di lavoro»? L’elenco sarebbe lungo.


Senza dimenticare l’articolo 41, il quale sancisce che «L’iniziativa economica privata è libera», ma «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».


La conclusione da trarre è chiara. La Costituzione antifascista, che a fondamento della democrazia repubblicana pone il lavoro non solo come fattore produttivo della ricchezza e dei beni materiali e immateriali, nonché della riproduzione umana, e non solo come rapporto permanente e rispettoso della natura, ma anche come fattore costitutivo della personalità, comporta un rivoluzionamento del sistema economico-sociale dominante, che sopporta la «Costituzione più bella del mondo» come un peso di cui liberarsi.

Il vero punto di svolta allora è esattamente questo, nel momento in cui il grande capitale si sta riorganizzando per aggiornare il suo comando nella fase della pandemia e del suo possibile superamento.

Come dimostrano due significativi cambi della guardia. Quello alla testa della Confindustria con il «concreto» Bonomi seguace di Marchionne, e quello alla testa di Repubblica e del gruppo Gedi con Molinari, un altro uomo del gruppo ex Fiat, che punta a un governo molto osservante e volonteroso.


La pandemia e l’emergenza che stiamo attraversando mettono in chiaro la necessità di un cambiamento di sistema. Ma perché questo non resti appeso tra le nuvole di un indistinto e confuso avvenire c’è bisogno di un progetto e di una lotta. La nostra storia qualcosa dovrebbe insegnare alle formazioni politiche di sinistra e progressiste, ai sindacati, ai movimenti, al mondo diffuso dell’associazionismo.


Il punto più alto conquistato nella lotta degli italiani per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia sociale, vale a dire la nostra Costituzione, è al tempo stesso il punto da cui muovere per cambiare il sistema avanzando verso una nuova civiltà. Nella quale gli sviluppi della scienza e della tecnica, che di continuo modificano il modo di lavorare e di vivere, siano posti al servizio del benessere dell’umanità e dell’intera natura, non dell’arricchimento di pochi.


Celebrare il Primo Maggio senza un richiamo forte alla Costituzione, che ci consente con la solidarietà di sconfiggere la pandemia e sul lavoro costruisce il progetto di una più alta civiltà, è un errore che non possiamo permetterci.

29 Aprile 2020 

Giulio Marcon

Sbilanciamoci

 

Nel 2019 sono stati spesi nel mondo quasi 2mila miliardi di dollari in armi, mentre il bilancio dell’Oms è di poco più di due. In Italia aumentano le spese militari e, nel pieno dell’emergenza Covid-19, si conferma il programma d’acquisto degli F-35 ed è in arrivo una legge da 6 miliardi di euro in armamenti.

 

Il nuovo Rapporto annuale del SIPRI, il prestigioso istituto svedese di ricerca sulla pace e il disarmo, ci dice che nel 2019 sono stati spesi 1.917 miliardi di dollari per le armi e la difesa. Nello stesso tempo il bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) è di poco superiore ai due miliardi di dollari, lo 0,11% di quanto si spende per le armi.

 

Si è paragonata – sbagliando – la pandemia del coronavirus a una guerra. Sta di fatto che per le guerre vere o inesistenti si spendono migliaia di miliardi di dollari e per difenderci a livello globale da una pandemia che sta causando centinaia di migliaia di morti si danno all’organismo globale che dovrebbe coordinarci e intervenire solo le briciole. Il bilancio dell’Oms è basato su contributi volontari e in parte sono privati: il secondo finanziatore dell’Organizzazione è la Fondazione Bill e Melinda Gates.

 

Intanto, che cosa fa il governo del nostro paese? Con il decreto Cura Italia sta mettendo un po’ di risorse sulla sanità, ma dal 2008 gli esecutivi che si sono succeduti in questi anni hanno definanziato il servizio sanitario nazionale. Lo certifica in queste ore l’Istat. Negli stessi anni sono aumentate le spese militari.

 

Nella conferenza stampa online tenutasi il 27 aprile scorso, Sbilanciamoci!, la Rete Disarmo e la Rete della Pace hanno chiesto al governo di bloccare l’imminente “legge terrestre” (6 miliardi di euro per carri armati, blindo, ecc.) e di fermare gli ulteriori investimenti per gli F-35. Il Movimento 5 Stelle ha ripreso la proposta e una cinquantina di parlamentari si sono attivati in questa direzione.

 

Il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il PD hanno fatto muro, sbandierando “accordi internazionali vincolanti” (non è vero) e inesistenti “penali” se si dovesse fermare il programma dei cacciabombardieri. E nei provvedimenti di queste settimane – mentre gran parte delle aziende si sono dovute fermare – si è consentito alle aziende militari di continuare a produrre, senza che fossero produzioni essenziali o strategiche. Anche durante un’emergenza così grave le scelte del governo sono piegate agli interessi dell’industria bellica.

 

Non sarebbe ora di invertire le scelte? Come propone Sbilanciamoci!, da tempo possiamo recuperare almeno dieci miliardi di risorse dalla riduzione delle spese militari e dei nuovi sistemi d’arma. Come viene scritto nel documento-appello In salute, giusta, sostenibile. L’Italia che vogliamo, le spese per la difesa non devono superare l’1% del Pil.

 

Si deve bloccare il programma F-35, evitando di spendere altri 12 miliardi nei prossimi anni. Si deve fermare una legge che ci farebbe spendere 6 miliardi di euro in carri armati e mitragliatrici. Oggi le urgenze sono quelle di un servizio sanitario nazionale pubblico che funzioni, di un welfare che dia diritti a tutti, di una scuola che non cada a pezzi. Queste sono le vere priorità del paese.

27/04/2020

Loredana Fraleone*

 

Ci voleva il dramma del corona-virus per mettere in discussione le classi “pollaio”, che abbiamo sempre contrastato per ragioni di efficacia educativa.

Sono da tempo una realtà diffusa in tutto il territorio nazionale, anche in presenza di alunni disabili, a causa dei ripetuti tagli alla scuola, anche attraverso l’aumento del numero degli alunni per classe.

 

Finalmente si parla di una loro messa in discussione anche in ambienti governativi, ma non delle risorse necessarie, per ridurre drasticamente il numero degli alunni per classe, per aumentare quello  del personale della scuola necessario e per un piano di edilizia scolastica che soddisfi l’esigenza di ambienti scolastici salubri, sicuri e attrezzati.

 

Temiamo soluzioni che puntino a mantenere quote di didattica on line e turnazioni di orari oltre la fase di emergenza.

 

Rifondazione Comunista chiede investimenti e provvedimenti adeguati “subito”, per garantire il diritto allo studio e alla salute dei nostri studenti.

 

*Responsabile Scuola Università Ricerca PRC/SE

Daniela Preziosi

da Il Manifesto

 

Parla lo storico e filologo classico. «Facili le critiche pregiudiziali. Conte può sfruttare l’occasione contro le diseguaglianze». «La torsione autoritaria per Salvini è solo un modo per squittire. Il M5s? È diviso, si chiarirà, diventerà un partito. Fare politica è una disciplina sempre formidabile». «Capisco la prudenza degli scienziati, ma a volte sembra un modo per cautelarsi a futura memoria»

 

Professore Luciano Canfora, a 75 anni dalla Liberazione si usa spesso il paragone fra la guerra e la pandemia. Oggi qualcosa ricorda quegli anni?

 

Tendo a evitare paragoni spericolati, dove gli elementi a raffronto non sono omogenei. Le guerre sono scelte deleterie che vengono da gruppi di potere. Le malattie no. L’altra faccia del problema è come fare fronte, una volta che il disastro si è prodotto, e le diseguaglianze si producono ed è lì che deve intervenire il potere politico. E quindi come fu faticosa la ricostruzione del 1945 altrettanto sarà domani la ripresa. Richiede un intervento sapiente, capillare e ben dosato.

 

Qual è il suo giudizio sul governo?

 

Si può fare ironia su tutti, ma io non condivido l’atteggiamento che è stato, per esempio, della Repubblica. Non so cosa farà il nuovo timoniere, ma in queste settimane leggevo editorialisti sparatissimi contro il governo, comunque. Come le critiche aprioristiche della destra. Sono del parere di Nenni: se la destra parla bene di me io mi allarmo. Dare addosso a chi si è trovato a fare il fattibile non è una gran ginnastica.

 

Conte ha messo al lavoro un gran numero di esperti. È un bene?

 

Stupisce e allarma la cacofonia di uomini dotti e scienziati. Gli esperti che chiedono la massima prudenza danno l’impressione che lo facciano per cautelarsi, forse più per salvarsi a futura memoria impongono cautela preventiva e unilaterale.

 

Dopo l’era in cui la competenza non era una virtù, cade anche il mito della scienza?

 

Per carità abbiamo alle spalle più di mezzo secolo di riflessione sulla non neutralità della scienza, sono abbastanza anziano da ricordarmi “L’ape e l’architetto” di Marcello Cini, un classico. Aggiungiamo che le nobilissime scienze esatte tante esatte non sono. Quando ad Atene scoppiò la peste i medici furono cacciati. A torto, perché la medicina è per antonomasia una scienza congetturale. È comprensibile che annaspino. Ma anche loro devono avere il coraggio di scegliere.

 

Ma anche la politica deve scegliere. Faccio l’esempio della scuola: ancora non c’è l’ufficialità su come finisce l’anno scolastico, e buio pesto su come ricomincerà.

 

La chiusura sigillata è stato un errore madornale, e al tempo stesso il momento della verità dopo anni di economie. All’epoca del ministro Gelmini la politica fu di ampliare le classi, scherzosamente si dice le classi pollaio, per risparmiare sul numero dei docenti e tagliare quelli di sostegno. Una politica demenziale che è venuta al pettine. Si deve puntare a classi di dieci-quindici scolari, per un rapporto fecondo con gli insegnanti. Il rischio del contagio sarebbe ridotto. Ma questo comporta un’edilizia coraggiosa e investimenti: non si realizza dall’oggi al domani. Ma si deve programmare subito. Capisco che è facile tratteggiare una realtà diversa. Ma non stiamo tratteggiando il socialismo, ma una soluzione civile, in alcuni paesi è una realtà.

 

A proposito di politiche. Oggi tutti statalisti?

 

Appena si determinano disastri gravi anche chi esultava in nome del liberismo si è messo a piagnucolare e a chiedere l’aiuto dello stato. Durerà a lungo il rinsavimento? Speriamo. La dura realtà convincerà anche i più sciocchi idolatri del liberismo.

 

Nell’Europa vede uno spiraglio?

 

Qui la disputa è impostata in termini spesso imbarazzanti, paralizzanti. Tutti conosciamo il difetto d’origine di come è stata costruita l’Unione europea, nome che è più un auspicio che una realtà. Le persone da senno da subito fecero notare che partire dalla moneta anziché dalla politica era uno sbaglio. Oggi porre in rilievo gli aspetti gravemente insoddisfacenti non significa essere salviniani. Ma mentre gli isterici politici disperati come i leader della destra, disperati perché sanno che la loro ora non tornerà, fanno solo un giuoco distruttivo, un governo intelligente dovrebbe calcare la mano sulla critica dei comportamenti dei paesi più egoisti all’interno dell’Unione.

 

I paesi definiti ‘frugali’.

 

L’avaro di Molière era frugale, cioè egoista. Un’affinità di intenti e speriamo di azione concreta dei paesi più sensibili alle difficoltà in atto può invertire la tendenza. Molto poi dipende da come si orientano i due paesi guida, la Francia e la Germania. La Francia ha smesso di giocare al direttorio. È un momento interessante da cogliere per cambiare gli equilibri. Aggiungo che gli euroscettici alla Salvini fanno il giuoco del neofascista che governa gli Stati uniti, che dal primo momento ha detto che voleva sfasciare l’Ue. La vera lotta è per riequilibrare, nell’Unione, i rapporti e le finalità. Spero che da questa crisi terribile venga fuori questo risultato.

 

L’ora dei nazionalisti è passata?

 

Vedo che l’abitudine ossessiva di rendere noti i sondaggi si sta perdendo. Ma la Lega sta scendendo, perché non ha portato nessun contributo alla risoluzione dei problemi. Questo ha segnato l’inizio di un declino inarrestabile. Certo, se ne giova Fratelli d’Italia, ma credo di capire che più passa il tempo più la battaglia di questi due partiti di estrema destra sia perdente.

 

Venerdì in sette grillini hanno votato con le destre sul Mes. I 5 stelle si stanno trasformando?

 

Solo sette su un gruppo parlamentare enorme. I democristiani hanno avuto ben più dissidenti. Nel ’48 furono maggioranza assoluta, e l’emorragia avvenne a sinistra. Mario Melloni, più noto come Fortebraccio, votò contro il Patto Atlantico e con lui vennero via altri. Non per questo De Gasperi crollò. I 5 stelle con il tempo diventeranno un partito. Hanno anime contrapposte, alcune molto confuse. Questo ex giovanotto Di Battista è un agitatore fine a se stesso, potrebbe stare in un partito populista di destra. Devono chiarirsi, ma il chiarimento non viene a tavolino o in un seminario. Viene nel concreto del fare la politica, che è una disciplina formidabile.

 

La destra filo Orbán dice che in Italia è in corso una torsione autoritaria con la scusa della pandemia. È così?

 

Sarei quasi del parere di considerarlo un problema inesistente. Strillano e squittiscono per segnalare la loro esistenza. Paragonano la pandemia alla guerra: è noto, a chi conosce un po’ la storia, che in guerra il parlamento è chiuso. È successo nella guerra del ’14, nell’Inghilterra del ’39. Fa ridere che provvedimenti di carattere sanitario adottati ai quattro angoli del pianeta vengano definiti libertici. Allora anche il medico che vieta all’ammalato di uscire è un tiranno.

 

Usciremo migliori dalla crisi?

 

I rapporti di forza sono decisivi. Se chi governa saprà tradurre in opere quei saggi provvedimenti di cui parlavamo, già quello sarà un cambiamento durevole. Ma la lezione va cavata subito prima che vengano dimenticati i dolori patiti. L’occasione va sfruttata. E forse c’è chi la saprà sfruttare.

 

 

 

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