Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

14.03.2018

Giovanni Di Fronzo

 

Si profila un disastro ad Afrin. Nelle scorse settimane le difese delle Ypg/Ypj curde, accompagnate dalle Forze di Difesa Nazionale (NDF) legate al governo siriano sono rapidamente collassate di fronte all’avanzata dell’esercito turco e dei suoi proxy, nonché di fronte ai martellamenti dell’aviazione di Ankara, portati nell’ambito dell’operazione “ramo di ulivo” con lo scopo di rimuovere il cosiddetto Cantone di Afrin a guida del ramo siriano del Pkk; attualmente le forze filo-turche si trovano alle porte di Afrin (800 metri secondo alcune fonti, 2 km secondo altre) e sono sul punto di dividere in due la sacca in mani curde.

 

Al momento la situazione non sembra avere sbocchi: si avvicina una battaglia urbana sanguinosa con le forze filo-turche in netto vantaggio di uomini e mezzi; a nulla sono valsi i rinforzi giunti a migliaia ad Afrin dalle altre aree che le SDF controllano per conto degli USA; tale afflusso nel nord-ovest del paese di miliziani delle Ypg, fra l’altro, hanno costretto nei giorni scorsi i comandi militari yankee a dichiarare che la fase offensiva della battaglia contro l’Isis nelle aree orientali della Siria è sospesa per mancanza di uomini (si è trattata della prima ammissione aperta da parte della coalizione a guida USA che le Ypg sono in pratica l’unica forza militare efficace nell’ambito delle SDF, cosa che tutto il mondo sapeva ma, per l’appunto, non era mai stata ammessa apertamente per salvare le forme nei rapporti con la Turchia). A nulla è valso anche il limitatissimo accordo con il governo di Damasco che ha portato allo schieramento ad Afrin delle NDF, milizie che, essendo forze popolari per lo più volontarie non parte integrante dell’esercito siriano, sono state colpite dall’aviazione turca senza alcuna remora.

 

Vediamo ora come procederà la battaglia urbana.

 

Come considerazione a contorno si può dire che la Turchia sta riuscendo a sfruttare la situazione di isolamento politico del Cantone di Afrin, colpito in un momento in cui i rapporti fra le Ypg e l’asse Siria-Russia erano ai minimi termini: nella battaglia nella provincia di Deir-ez-Zor, infatti, le milizie curde si sono legate strettamente agli interessi strategici degli USA conquistando ai danni dell’Isis quasi tutti i giacimenti petroliferi situati a est dell’Eufrate e rivendicati dall’esercito siriano, che è stato costretto ad attestarsi sulla riva occidentale del grande fiume; ciò, evidentemente, nella convinzione mal riposta che questo servizio reso agli USA sarebbe stato ricambiato con la protezione del Cantone di Afrin, da mesi nelle mire turche. Tuttavia, come prevedibile, il Pentagono ha fatto orecchie da mercante ed ha abbandonato Afrin col pretesto dell’assenza di miliziani dell’Isis nell’area.

 

Nondimeno la Russia, anche a causa di quanto accaduto a Deir-ez-Zor, ha anch’essa privilegiato i rapporti con la Turchia, con cui aveva in piedi gli accordi sulle de-escalation zone, e ha dato il disco verde all’operazione “ramo di ulivo”, impedendo probabilmente anche un più vasto accordo fra Damasco e le autorità di Afrin.

 

Così un’area che era stata toccata relativamente poco dalla guerra e che, quindi, era tra l’altro il rifugio di centinaia di migliaia di profughi, rischia di passare di mano dal modello progressista e democratico delle Ypg all’oscurantismo islamista delle milizie filo turche, che andrebbero a ricongiungersi con i commilitoni, i quali già controllano il triangolo Abab, Azaz, Jarablus dalla precedente operazione militare turca “scudo dell’Eufrate”. Il rafforzamento di tali milizie, duramente colpite nei mesi precedenti dalle vittorie dell’esercito siriano a nord di Hama e nella parte sud-orientale della provincia di Idlib, e, in generale, dell’area di influenza turca potrebbero, tra l’altro, alimentare le ambizioni smisurate di Ankara e prolungare ulteriormente la guerra.

 

Si tratta, pertanto, di un vero disastro. Che, stando alle dichiarazioni del Presidente Erdogan, potrebbe estendersi alla città di Manbij, prossimo obiettivo dichiarato. Per quel che riguarda Manbij, non è chiaro se nell’area vi sia una presenza militare americana a fare da potenziale deterrente; tuttavia, stando alle dichiarazioni ufficiali del pentagono, l’alleanza con le SDF riguarda esclusivamente le aree situate sulla sponda orientale dell’Eufrate, quindi nemmeno Manbij.

 

Al netto di ciò, riporre speranze nell’”alleato”, come si è visto, non garantisce alcuna protezione sicura alle Ypg; né a est, né a ovest dell’Eufrate, aggiungiamo noi. Pertanto, l’alternativa sarebbe anche in questo caso implementare un più largo accordo di coesistenza con Damasco, che dovrebbe prevedere una qualche forma di condivisione del potere nell’area di Manbij e il collocamento di soldati dell’esercito siriano sul confine con la Turchia al fine di togliere ad Ankara il pretesto del “pericolo terrorista sul confine” e di poter svolgere una funzione di deterrenza più ampia rispetto a quella che stanno svolgendo le NDF ad Afrin. Tale opzione converrebbe, ovviamente, anche a Damasco e forse anche alla Russia, la quale, concessa Afrin, potrebbe non avere voglia di alimentare eccessivamente gli appetiti neo-ottomani. Tuttavia, al momento non pare la più probabile.

 

Intanto sull’altro fronte caldo, ovvero l’ex-area di de-escalation del Ghouta Orientale che Damasco e Mosca hanno deciso di porre interamente sotto il controllo dell’esercito siriano, le Forze Tigre stanno rapidamente avanzando e sono riuscite a dividere in due la sacca jihadista, dove le formazioni salafite sotto egida delle potenze straniere (Ahrar al-Sham, Faylaq al-Rahman, Jaysh al-Islam e altre) collaborano con i “terroristi riconosciuti” di Hayat Tahrir al-Sham, ex al-Nusra e continuano a bersagliare il centro della capitale con colpi di mortaio e ad impedire la fruizione dei corridoi umanitari ai civili in fuga.

 

Anche qui si approssima una dura battaglia urbana e i media occidentali, a fronte del sostanziale silenzio su Afrin, sono pieni di report che accusano Damasco di ogni sorta di atrocità, comprese le ormai trite e ritrite menzogne sull’utilizzo di armi chimiche che ci accompagnano ormai dal 2013.

 

Nina Valoti

 

Indagine Bankitalia. Rapporto della Banca d'Italia: situazioni gravi soprattutto al Sud, tra i migranti e per i nuclei con capofamiglia più giovani.

 

Per avere la spiegazione dell’esito elettorale – soprattutto al Sud – basta leggere l’indagine di Banca d’Italia resa nota ieri. Nel 2016, infatti, le persone a rischio povertà sono aumentate al 23 per cento, il massimo storico mai toccato prima. Non solo, l’indice di Gini che misura la disuguaglianza è salito a 33,5 punti. Per trovare un livello simile, spiegano da via Nazionale, bisogna tornare indietro alla «seconda metà degli anni novanta».

 

I DATI ESCONO DA UNO STUDIO condotta dalla Bankitalia su oltre 7mila nuclei familiari nel 2016. E se, analizzando il reddito medio si scopre che è cresciuto del 3,5 per cento rispetto a quello dell’indagine precedente del 2014, dopo essere pressochè ininterrottamente caduto dal 2006, si scopre però che è rimasto tuttavia ancora inferiore dell’11 per cento rispetto al picco raggiunto in quell’anno.

 

PER «RISCHIO POVERTÀ» Bankitalia intende coloro che dispongono di un reddito equivalente inferiore al 60 per cento di quello mediano: soglia fissata a 830 euro al mese circa nel 2016). L’incidenza di questa condizione interessa soprattutto le famiglie giovani, del Mezzogiorno, o degli immigrati: nel caso di questi ultimi, ad esempio, sono a rischio povertà ben il 55 per cento degli individui (contro il 33,9 per cento nel 2006). Ma una crescita consistente si verifica anche al Nord del paese, con il rischio povertà passato dall’8,3 al 15 per cento degli individui. Negli ultimi 10 anni fino al 2016 tale rischio è diminuito solo tra le famiglie con capofamiglia pensionato o con oltre 65 anni.

 

QUANTO ALLA DISEGUAGLIANZA, si legge nell’Indagine sui bilanci delle famiglie, il 30 per cento più ricco detiene circa il 75 per cento del patrimonio netto complessivamente rilevato, con una ricchezza netta media di 510mila euro. Oltre il 40 per cento di questa quota è detenuta dal 5 per cento più ricco, che ha un patrimonio netto in media pari a 1,3 milioni di euro.
La quota di ricchezza netta detenuta dal 30 per cento più povero delle famiglie italiana, invece – in media pari a circa 6.500 euro – è di appena l’un per cento del totale. Inoltre se il reddito ha smesso di cadere nel 2016, bisogna andare cauti anche su questo dato. Infatti, sottolinea palazzo Koch, «il reddito equivalente è ancora inferiore di 11 punti percentuali a quello registrato» nel 2006. Insomma resta ancora del lavoro da fare per ritornare ai livelli pre-crisi.

 

NEL 2016 IL REDDITO ANNUO familiare, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali, è stato in media pari a circa 30.700 euro, contro i 30.600 euro nel 2014. Al netto della variazione dei prezzi è un valore che l’indagine definisce «sostanzialmente analogo» a quello di 2012 e 2014 «ma ancora inferiore di circa il 15 per cento a quello registrato nel 2006». Gli italiani si confermano proprietari di case e cauti sul ricorso ai finanziamenti. In Italia circa il 70 per cento delle famiglie è proprietaria dell’abitazione in cui risiede e alla fine del 2016 solo il 2 per cento delle famiglie possedeva immobili che non comprendevano l’abitazione principale. La quota di proprietari è però ancora diminuita tra le famiglie con capofamiglia fino a 45 anni dal 59 al 52 per cento tra il 2006 e il 2016. Da Palazzo Koch spiegano che tra il 2014 e il 2016 la ricchezza netta è diminuita, quasi interamente per effetto del calo del prezzo delle case.

 

LA QUOTA DI FAMIGLIE indebitate si è ridotta dal 23 al 21 per cento tra il 2014 e il 2016. Tra il 2006 e il 2016 il calo della quota di famiglie indebitate è stato più marcato (oltre 10 punti percentuali) per le famiglie con capofamiglia tra i 25 e i 45 anni, riflettendo soprattutto il minor ricorso al credito al consumo. Se uno su quattro erano a rischio di scivolare nella povertà nel 2016, un livello mai toccato, alcune categorie lo erano più di altre. Via Nazionale spiega che il rischio è più elevato per le famiglie con capofamiglia più giovane, meno istruito, nato all’estero, e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno. Sembra proprio l’identikit di chi ha votato M5s.

 

TRA IL 2006 E IL 2016 infine la ricchezza netta delle famiglie è diminuita del 5 cento, quasi interamente per effetto del calo dei prezzi delle case, che costituiscono sempre il grosso del patrimonio degli italiani.

 

12.03.2018

 

Giorgio Cremaschi di stamattina in Tv! Ascoltate una cosa verissima e che nessuno ha avuto il coraggio di dire: a 7 giorni dal voto tutti a parlare delle esigenze dei "rappresentanti", quali accordi possibili, quali equilibri e giochi di ruolo, alleanze trasversali a programmi ed esperienze, e nessuno che dica una parola sulla volontà dei rappresentati!
Quando si tornerà a parlare dei problemi reali e soprattutto di quali strategie in campo per risolverli

 

12.03.2018

 

In queste ore l’esercito turco avanza ed è ormai a pochi chilometri dalla città di Afrin nel nord della Siria.

 

Con la complicità dei governi europei Erdogan sta aggredendo e minacciando l’esperienza democratica più avanzata in Medio Oriente.

 

Raccogliamo l’appello del popolo curdo alla mobilitazione internazionale.

 

Il Comitato Politico Nazionale invita tutto il Partito alla immediata mobilitazione in tutte le città italiane, con presidi e manifestazioni, coordinandosi con Potere al Popolo, Rete Kurdistan e tutte le realtà associative e di movimento interessate.

 

 

11.03.2018

Siria. La città divenne famosa nel 2015 per la resistenza dei combattenti curdi capaci, dopo aver subito un assedio di quattro mesi, di infliggere la prima sconfitta allo Stato Islamico. Intanto l'esercito siriano avanza a Ghouta Est da dove ieri sono stati evacuati 13 qaedisti di HTS.

 

Le truppe turche e i mercenari dell’Esercito libero siriano (Els) sono a pochi chilometri da Afrin, l’enclave curda nel nord siriano, e Recep Tayyip Erdogan alza ancora la posta. L’offensiva “Ramo d’olivo” cominciata il 20 gennaio ed entrata nella sua seconda fase il 2 marzo, sarà estesa fino al confine con l’Iraq, compresa Kobane, ha annunciato ieri il presidente turco in un discorso televisivo pronunciato a Mersin.

 

Ankara pur di ottenere i suoi obiettivi non si fa scrupolo di prendere di mira anche Kobane, la città divenuta famosa nel 2015 per la resistenza e l’orgoglio dei combattenti curdi capaci, dopo aver subito un assedio di quattro, di capovolgere le sorti della battaglia e di infliggere la prima sconfitta ai jihadisti dello Stato Islamico.

Ad Erdogan non importa nulla del coraggio dimostrato in quella occasione dai curdi. «Una volta che Afrin sarà purificata dai terroristi, ripuliremo anche Manbji, Ayn al Arab (nome arabo di Kobane, ndr), Tal Abyad, Ras al Ain e Qamishli», ha avvertito.

 

In quello stesso momento a centinaia di chilometri più a sud, l’esercito siriano continuava ad avanzare all’interno di Ghouta Est, la zona a ridosso di Damasco dal 2012 nelle mani di Jaish al Islam, Failaq ar Rahman e altri gruppi jihadisti e salafiti appoggiati da miliziani giunti da altri Paesi e finanziati dall’Arabia saudita.

 

Le truppe governative ora controllano circa il 40% della Ghouta orientale e sono riuscite a spaccare l’area in tre parti isolando Douma e prendendo il controllo della strada che da questa città porta ad Harasta. Infine nelle ultime ore hanno ripreso anche Misraba, malgrado Jaish all’Islam e altri gruppi sostengano di aver respinto l’offensiva governativa. All’interno di questa enorme zona di combattimento ci sono diverse decine di migliaia – centinaia di migliaia secondo altre stime – di civili soggetti a cannoneggiamenti, bombardamenti e tiri dei cecchini.

 

Uomini, donne e bambini che non riescono a mettersi in salvo nonostante il corridoio umanitario aperto dall’esercito a Wafedin su richiesta del presidente russo Putin, perché i jihadisti non lo consentono. Lo afferma anche Sajjad Malik, il rappresentante dell’Unhcr in Siria, che tuttavia ha anche denunciato i raid aerei governativi. Sino ad oggi solo un pugno di civili ha potuto mettersi in salvo.

 

Quasi mille invece, secondo fonti legate all’opposizione siriana, sono rimasti uccisi in bombardamenti aerei e combattimenti. Malik nei giorni scorsi è riuscito a portare aiuti umanitari alla popolazione della Ghouta e ha riferito di una situazione drammatica. Ieri comunque qualcuno è riuscito a lasciare la zona dei combattimenti. Si tratta di 13 uomini di Hayat Tahrir al-Sham, la coalizione armata controllata dal An Nusra, il braccio siriano di al Qaeda. Erano stati presi prigionieri da Jaish al Islam durante uno dei numerosi e frequenti litigi tra i vari gruppi islamici radicali che impropriamente vengono definiti “ribelli” dai media internazionali.

 

La Turchia ha preso il controllo di circa 850 kmq nell’area di Afrin e il suo obiettivo è di occupare circa 2 mila kmq nel nord della Siria, ha spiegato Erdogan. E il contributo dell’Els all’offensiva turca si sta rivelando decisivo. I mercenari ieri hanno conquistato altri villaggi a nord di Afrin: Qurt Qulaq Kafr Rum, Horan, al Tiflah e Zamalqah. Ankara e i suoi alleati intendono eliminare dal confine turco-siriano i combattenti curdi delle Ypg e il loro partito, l’Unione democratica, che considerano “terroristi” perché legati al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) che da anni lotta per i diritti dei curdi in Turchia.

 

Erdogan ieri non ha avuto riguardi neppure per la Nato che ha accusato di avere doppi standard nella sua politica e di aver negato sostegno alla Turchia (Paese membro del Patto Atlantico). Il suo ministro degli esteri, Mevlut Cavusoglu, invece ha annunciato che Stati Uniti e Turchia hanno raggiunto un’intesa comune per la «stabilizzazione della città di Manbij», nel nord della Siria e di altre città ad est del fiume Eufrate. Ankara chiede che Washington metta fine a qualsiasi sostegno al sostegno alle formazioni combattenti curde.

 

10.03.2018

 

Il corteo antirazzista che vuole ricordare Idy Diene, cittadino senegalese ucciso "per caso" a Firenze lunedì scorso da un pensionato fiorentino, Roberto Pirrone.


Non è possibile rimanere zitti, soprattutto perché il sindaco di Firenze Nardella non solo ha negato alla comunità il lutto cittadino e qualsiasi riconoscimento del dolore, ma perché la reazione di molte persone è stata più tesa a indignarsi per due fioriere rotte che per una vita spezzata!
Restiamo umani, lo abbiamo detto nella campagna elettorale e lo ripetiamo ora.

 

Potere al Popolo è ora in corteo anche a Firenze!
Sempre dalla parte degli ultimi, degli esclusi, degli sfruttati!

09.03.2018

Giorgio Cremaschi

 

L’accordo sul sistema contrattuale firmato con scene di giubilo comune tra i vertici di CgilCislUil e quelli di Confindustria è la peggiore politica di austerità fatta contratto. Esso conclude un percorso iniziato nel 2009 da un’ intesa che la Cgil inizialmente non sottoscrisse, salvo poi cambiare idea successivamente.

 

L’ultimo contratto dei metalmeccanici sottoscritto anche dalla Fiom – il peggiore della storia della categoria con zero aumenti salariali, la flessibilità a go go e i fondi sanitari- ha dato il via libera definitivo a quest’intesa.


L’accordo programma la riduzione dei salari impedendo di chiedere aumenti nei contratti nazionali e legando rigidamente quelli aziendali ai massimi profitti dell’impresa. Nello stesso tempo flessibilità e precarietà sono assunti come elementi costitutivi del rapporto di lavoro. E l’orario di lavoro e l’intensità della prestazione possono solo aumentare.

 

Questa è la nuova costituzione delle relazioni sindacali e l’organizzazione che non l’accetta vedrà messo in discussione il suo stesso diritto ad esistere.

Un accordo liberticida contro tutti i diritti dei lavoratori.


I metalmeccanici tedeschi hanno raggiunto le 28 ore settimanali con aumento dei salari. L’accordo sul sistema contrattuale italiano non solo impedisce che simili risultati possano essere mai acquisiti, ma vieta persino che possano essere richiesti. La piattaforma della IgMetall nel sistema sottoscritto da Camusso e compagnia sarebbe semplicemente fuorilegge. Neppure i vertici della UE avrebbero saputo imporre ai lavoratori italiani un sistema così capace di farli lavorare sempre di più e guadagnare sempre di meno.


CgilCislUil e Confindustria cancellano la possibilità per i lavoratori di ottenere contratti degni di questo nome, ma si mettono definitivamente assieme in affari. Fondi pensione, sanità privata, formazione e traffici vari sul lavoro, di questo si occuperanno davvero.


Alla firma dell’intesa i leader sindacali e confindustriali si sono abbracciati e hanno fatto sapere alla politica che essa non deve occuparsi di loro, che i lavoratori sono roba loro. Pensano così di essersi salvati dal crollo del PD, partito che, pur con finte polemiche, hanno sempre sostenuto. Hanno organizzato un sindacato unico di regime in cui padroni e vertici sindacali operano affratellati in una sola corporazione.
E hanno offerto i servigi di questo “sindacato” al nuovo governo, qualunque esso sia purché sia responsabile.


Questo accordo della vergogna, sottoscritto senza neanche un’assemblea nei luoghi di lavoro, è come la controriforma costituzionale di Renzi. E deve fare la stessa fine. Combattere e rovesciare il sindacato CGILCISLUILCONFINDISTRIA è oggi indispensabile per riconquistare diritti, salario e libertà in tutto il modo del lavoro.


PS : Guardate questa foto, non hanno neanche il senso del decoro..

08.03.2018

Redazione USB

 

Come in un copione già scritto, non sono passate che poche ore dall’esito elettorale ed ecco l’Unione Europea, e per lei la Commissione Europea, prendere carta e penna ed entrare immediatamente nelle nostre questioni interne. Non usa certo toni diretti, né potrebbe farlo, ma come sempre quando c’è da riportare ordine, usa quel tono sibillino e sornione con cui le cose si dicono ma è come se si trattasse di amichevoli e disinteressati consigli.

 


Non è infatti sfuggito a Moscovici né a Dombrovskis che dalle urne siano uscite come forze preponderanti destinate a governare l’Italia due compagini che dell’euroscetticismo hanno fatto, in campagna elettorale, uno dei cavalli di battaglia, forse quello politicamente più rilevante. E allora ecco i rimbrotti sull’accelerazione del costo del lavoro (sic!), sulle poche privatizzazioni, sul mancato alleggerimento della tassazione per i “fattori produttivi” (leggi sistema delle imprese), sulle “barriere significative” ad ostacolare gli affari, sul livello del debito ma soprattutto la messa in guardia dall’eventuale marcia indietro sulla riforma previdenziale che potrebbe peggiorare la sostenibilità del sistema paese.

 


In poche parole un vero e proprio monito preventivo al governo che verrà perché lasci perdere le boiate pre-elettorali, buone per prendere voti ma non per governare un paese, e si dedichi con professionalità e accondiscendenza a proseguire nel solco tracciato dai precedenti governi, quello cioè di seguire con attenzione e disponibilità le indicazioni, o meglio i diktat, dell’Unione Europea e della Banca Centrale Europea. Il pilota automatico è sempre pronto, sembrano dire nemmeno troppo velatamente da Francoforte, e il suo utilizzo dipenderà da che tipo di governo gli italiani saranno capaci di inventarsi nelle pieghe del risultato elettorale. Se sarà compatibile o meno con i progetti europei o, come roboantemente affermato sia da Salvini che da Di Maio si discosterà significativamente da questi.

 

7 mar 2018

 

Comunicato stampa del Partito della Sinistra Europea sull’8 Marzo,

 

Negli ultimi anni c’è stato un rilevante aumento delle disparità di genere in Europa e nel mondo, una disuguaglianza che si fa sentire in tutti i settori e non solo non si sono visti passi in avanti, ma c’è stata purtroppo un’evidente regressione.


Nel 2017, in particolare, siamo tornati alle percentuali del 2006, con l’indice globale del divario di genere pari al 68%. Pertanto, il Partito della Sinistra Europea (EL) denuncia ancora una volta con determinazione l’enorme squilibrio tra le donne e gli uomini nella loro partecipazione politica ed economica, il che non è solo un problema di uguaglianza, ma un problema strutturale della società, in cui il machismo e i sistemi patriarcali capitalisti si diffondono in tutte le aree sociali.


Nel mercato europeo del lavoro, il divario salariale è del 16%. Attualmente, il notevole ricorso al lavoro part-time, l’instabilità contrattuale e il difficile accesso al mercato del lavoro per le donne più giovani sono solo alcuni dei maggiori problemi affrontati dalle lavoratrici.
I settori e le professioni sono segregati. Inoltre, in quasi tutti i settori, gli uomini vengono più spesso promossi a posizioni dirigenziali. Questa segregazione “verticale” spiega una percentuale significativa del divario salariale tra uomini e donne, così come il consolidamento del cosiddetto “soffitto di vetro” che limita le donne nel loro lavoro e nella loro progressione professionale.


Alle donne è ancora socialmente imposto di essere pienamente e unicamente responsabili per l’infanzia e le faccende domestiche. Questo si traduce nella difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare per le donne, un ambito in cui c’è pochissima regolamentazione e nessuna visibilità.
A causa delle difficoltà che le donne incontrano a questo riguardo, in molti casi le donne sono le uniche a prendere il congedo per la maternità e l’allattamento e spesso usufruiscono della possibilità di ridurre l’orario di lavoro per prendersi cura dei propri figli.


In molte occasioni, scelgono posti di lavoro in settori che consentono loro di conciliare la vita familiare con l’occupazione e in altre occasioni, poiché lo stipendio che ricevono è inferiore a quello degli uomini, decidono di dimettersi dal lavoro, il che solitamente equivale ad uscire definitivamente dal mercato del lavoro.


A causa di queste disparità, le donne sono nuovamente discriminate, poiché la durata della carriera professionale ha un effetto diretto sul divario nelle pensioni.
Nel campo della salute e dei diritti civili, l’OMS stima che le complicazioni derivanti da aborti non sicuri causano 47.000 decessi ogni anno e rappresentano il 13% del totale delle morti materne nel mondo.
Il diritto all’aborto è un problema politico. Negare a una donna il suo diritto all’aborto sta limitando il suo potenziale umano, ed è per questo che questo diritto è stato una delle prime richieste per la liberazione delle donne. La decisione di interrompere una gravidanza indesiderata è la risposta a un problema personale e privato in un determinato momento. Non è una dimostrazione del tuo modo di pensare o delle tue convinzioni.


Per tutto ciò, in quanto Partito della Sinistra europea, chiediamo in materia di lavoro:
- l’eliminazione del divario salariale per legge, a livello europeo, come stabilito dal TFUE nel suo articolo 157 e nell’articolo 4 della direttiva sull’uguaglianza tra uomini e donne (2006/54 / CE) che stabilisce il principio dell’uguaglianza salariale: lavoro uguale, salario uguale.
- Una vera battaglia europea contro la segregazione settoriale e professionale. Combattere gli stereotipi e la segregazione nell’istruzione, nella formazione e nel mercato del lavoro, enfatizzando le pari opportunità e promuovendo l’accesso delle donne nei settori produttivi che sono occupati da uomini.
- L’emancipazione economica delle donne è urgentemente necessaria, attraverso la promozione di politiche incentrate sull’equilibrio tra vita familiare e vita professionale.
- L’indipendenza economica, con un’efficace distribuzione delle faccende domestiche e con Stati che garantiscano i servizi pubblici, la stabilità occupazionale e la parità di retribuzione.
- Un sistema pubblico che garantisca pensioni dignitose per tutti, indipendentemente dallo stato civile o dal lavoro svolto, è essenziale.


Chiediamo l’aborto depenalizzato e libero senza i limiti delle valutazioni dei casi e delle scadenze legali, che aumentano i rischi per la salute delle donne a causa di procedure senza controllo medico e le disuguaglianzi sociali per quanto riguarda la libera scelta della maternità, così come la salute sessuale e riproduttiva. Chiediamo anche l’inclusione dell’istruzione sessuale e della contraccezione in tutti i programmi europei di educazione e salute.
Infine, EL supporta tutte le mobilitazioni dell’8 marzo: dagli scioperi femministi alle manifestazioni e a tutti gli eventi nei quali si chiede uguaglianza tra donne e uomini, in Europa e nel mondo.

 

05.03.2018

 

COMUNICATO STAMPA

 

Maurizio Acerbo 

 

«Oggi milioni di italiani sono felici per avere travolto una classe dirigente arrogante. La sconfitta del Partito Democratico di Renzi e più in generale della classe dirigente del centrosinistra e dello stesso Berlusconi è certamente un fatto positivo. Che i responsabili di politiche antipopolari che si preparavano al governo di “larghe intese” escano fortemente ridimensionati non può che farci piacere. Noi però non possiamo gioire.

L’orrenda propaganda xenofoba della Lega ha sfondato anche perché si è potuta presentare come sociale e popolare grazie a un PD forsennatamente neoliberista. Purtroppo non è stata un nuova sinistra radicale a incarnare il desiderio di rottura ma un partito come il Movimento 5 Stelle, che è stato percepito come lo strumento più efficace per farla finita con i responsabili della crisi sociale che vive il nostro paese.

 

Anche se ha raccolto tanti voti di sinistra, il M5S ha tenuto su temi fondamentali come l’immigrazione un profilo ambiguo e a volte simile a quello dei leghisti. In assenza di una proposta di sinistra forte e di rottura col passato, il malcontento non poteva che andare in altre direzioni. Il risultato di LeU conferma che avevamo ragione quando dicevamo che solo una sinistra nuova e radicale poteva chiamare a raccolta i giustamente delusi e arrabbiati.

 

Non potevano essere i leader del centrosinistra defenestrati da Renzi i campioni della rinascita della sinistra. Lo abbiamo ripetuto in tutte le lingue inascoltati.

 

Con Potere al popolo abbiamo fatto una scelta etica e politica coraggiosa e che sapevamo difficilissima. Non possiamo nasconderci che il risultato elettorale è insoddisfacente ma il patrimonio di energie militanti che si è riaggregato e che ha consentito in due mesi una campagna senza soldi e nella quasi totale invisibilità mediatica è un potenziale importante.

 

L’entusiasmo e la partecipazione che il progetto ha suscitato avevano creato aspettative forse eccessive, considerato che milioni di persone neanche hanno potuto conoscere la nostra lista. Il movimento che abbiamo contribuito a creare è solo un primo passo.

 

Grazie a tutte le compagne e i compagni di Rifondazione Comunista per aver lavorato con grande impegno per tenere aperta una speranza in questo paese. Non ci lasceremo demoralizzare: lavoriamo già da oggi per il rilancio di Rifondazione Comunista e del progetto di Potere al popolo.

Il fallimento delle politiche neoliberiste produce instabilità e imbarbarimento della società. E richiede da parte nostra senso di responsabilità: dobbiamo lavorare senza autoreferenzialità e con umiltà, per costruire un’alternativa di sinistra radicale e popolare».

 

 

Pagine