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02/01/2020

da il Manifesto

Maurizio Pagliassotti

Bussoleno

 

Val Susa. Lettera dal carcere del volto storico No Tav: «L’appoggio e l’affetto confermano la mia scelta»

 

L’osteria «La credenza» di Bussoleno è stata per anni il cuore del movimento No Tav, e solo pochi anni fa Nicoletta Dosio e il marito Silvano hanno ceduto la gestione a una donna curda, e alla sua famiglia, profuga di guerra.

 

Sotto le bandiere No Tav che pendono ancora dal balcone dell’antica osteria ieri sera si sono dati appuntamento migliaia di amici e compagni di Nicoletta: un lungo serpentone ha marciato per oltre un’ora, illuminato dalle fiamme delle fiaccole che in molti reggevano in mano. Volti noti, ma anche persone mai viste prime mosse dall’enormità di quanto accaduto. Una comunità vagamente preoccupata per le sorti di una donna rinchiusa in carcere, dove sconterà una pena detentiva di nove mesi.

 

«HAI VISTO? L’ha fatto sul serio, è andata fino in fondo», «Chissà come sta là dentro, da sola, in un carcere a quell’età»: questi i commenti più diffusi in un mondo che più che arrabbiato si sente offeso da una scelta voluta dalla Procura di Torino.
Che attraverso un comunicato del Procuratore Generale Francesco Saluzzo ha sottolineato come la carcerazione di Nicoletta Dosio sia un passaggio formale atto a non creare disparità di trattamento.

 

«Chi ha mosso le critiche – ha dichiarato il procuratore – non vorrebbe che i cittadini fossero trattati secondo il cognome o le ragioni che hanno spinto a delinquere. Tutti hanno diritto allo stesso trattamento e nei confronti di tutti vi è il dovere di applicare il trattamento previsto, che è solo quello dettato dalla legge. Solo il legislatore, nella sua saggezza, può modificare le norme, a patto che rispetti i principi costituzionali».

 

IN PRECEDENZA aspre critiche erano giuste perfino da esponenti del Partito Democratico, come il sottosegretario dem all’Ambiente Roberto Morassut: «Non condivido nulla del movimento No Tav, ma le proteste anche scomode e con le quali non si è d’accordo non vanno ignorate. Trovo sproporzionato l’arresto di Nicoletta Dosio. Credo sia una misura sbagliata e senza senso, frutto di un meccanismo burocratico che prescinde dalla concretezza delle cose». Imbarazzo invece dal M5s, che tra i No Tav ha fatto il pieno di voti eleggendo tre parlamentari: Luca Carabetta, Laura Castelli e Alberto Airola, al momento silenti.

 

NICOLETTA DOSIO, intanto, ha fatto pervenire una lettera dal carcere dove è rinchiusa: «Sto bene e sono contenta della scelta che ho fatto perché è il risultato di una causa giusta e bella, la lotta NoTav che è anche la lotta per un modello di società diverso e nasce dalla consapevolezza che quello presente non è l’unico dei mondi possibili». Lettera che prosegue ricordando gli altri tre incarcerati per reati relativi alle dimostrazioni contro la Torino – Lione: «Sento la solidarietà collettiva e provo di persona cosa sia una famiglia di lotta. L’appoggio e l’affetto che mi avete dimostrato quando sono stata arrestata, e le manifestazioni la cui eco mi è arrivata da lontano, confermano che la scelta è giusta e che potrò portarla fino in fondo con gioia. Parlo di voi alle altre detenute e ripeto che la solidarietà data a me è per tutte le donne e gli uomini che queste mura insensate rinchiudono».

 

IN QUESTE MANIFESTAZIONI, che da decenni vengono aperte delle donne Notav, Nicoletta Dosio sarebbe stata in testa al corteo, tra coloro che reggono lo striscione: ieri sera il suo posto era occupato da un’altra donna della valle, una delle tante impegnate nella battaglia contro il super treno che dovrebbe collegare Torino a Lione.

 

Presenti diversi rappresentanti di Potere al Popolo – di cui la Dosio è una delle coordinatrici nazionali, la più votata – in arrivo da tutta Italia e Rifondazione Comunista. Sotto un cielo stellato e con un freddo pungente il corteo ha girato per le strade del paese, fermandosi poi di fronte al monumento ai caduti Partigiani.

 

Qui il professor Luigi Richetto, storico e filosofo nonché collega di Nicoletta Dosio, ha così sottolineato l’impegno della storica militante No Tav: «Una partigiana da sempre. La sua vita è stata caratterizzata da un impegno costante e schierato in ogni campo: scuola, famiglia, lavoro». Il coro che ha scandito per lunghi minuti la marcia ricordava questo tratto della Dosio, definita: «partigiana, generosa e fiera». Prossime iniziative di protesta e solidarietà sono previste in tutta Italia.

30/12/2019

 

Ingiustificabile la decisione di revocare la sospensione dell’ordine di carcerazione a Nicoletta che, ricordiamo, non ha chiesto nessuna misura alternativa al carcere.  La Procura Generale di Torino ancora una volta dà dimostrazione dell’ossessione repressiva contro il movimento NoTav.   

 

Nicoletta a 73 anni è stata condannata lo scorso novembre insieme ad altri 12 compagni per una manifestazione di protesta pacifica davanti a un casello autostradale del 2012. Una professoressa di greco e latino della Val di Susa è considerata talmente pericolosa da revocare la sospensione dell’esecuzione di una condanna già palesemente abnorme. Chi conosce Nicoletta, e siamo in tante/i, sa bene che affronta anche questa prova con serenità e determinazione. Ma non per questo possiamo accettare questo arresto insensato.   

 

E’ inaudito, intollerabile che Nicoletta di cui tutti conoscono dignità, coerenza, animo pacifico sia stata tradotta in carcere. La sua unica colpa, imperdonabile, al pari di molti altri attivisti denunciati o arrestati nel corso di questi mesi e anni, è di essere irriducibilmente NoTav, di continuare ad anteporsi alla realizzazione di un’opera affaristica, inutile, dissipativa di colossali somme di denaro pubblico. Rifondazione Comunista chiama tutti i suoi iscritti e simpatizzanti a partecipare o a promuovere nelle prossime ore e nei prossimi giorni iniziative unitarie su tutto il territorio nazionale perché sia restituita piena libertà a Nicoletta e a tutte le persone sottoposte ingiustamente a misure restrittive. La lotta contro il Tav non si fermerà. Meritano un grande ringraziamento i cittadini di Bussoleno che stanno bloccando l’auto dei carabinieri in strada dimostrando di quali valori di solidarietà sia testimonianza la resistenza popolare della Val di Susa contro un mega-affare devastante. 

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista 

Ezio Locatelli, segretario Federazione di Torino

23/12/2019

da Left

Quinto Tozzi

 

Secondo il pensiero dominante, la spesa pubblica, specie quella sanitaria, sarebbe uno spreco da ridurre. Ma è falso. Il vero problema è costituito dai criteri di spesa e da scelte politiche sbagliate. E intanto si aprono le porte ai privati

 

Sono tempi di vacche magre, a volte magrissime; lo sappiamo bene tutti. La carenza di risorse pubbliche è un argomento oggi diffusamente ritenuto inconfutabile e giustificato da anni dolorosissime scelte. Sanità, e welfare in generale, sono ormai ritenuti sempre più insostenibili. Ne consegue l’ovvia necessità di ridimensionarli e trovare qualche privato che ci metta nuovi soldi. Ma se non fosse proprio così? Se le motivazioni forniteci fossero parziali e solo parzialmente vere? Se servissero a farci accettare scelte evitabili o mal distribuite? Se addirittura avessero anche altri scopi? Fantasie? Possibile, ma vista la posta in gioco vale sicuramente la pena approfondire. È una tecnica nota; una certa politica insegna, le fake news e la pubblicità dimostrano ulteriormente che alcuni concetti ripetuti numerose volte, in un certo modo, per un certo tempo dai media e da personaggi ritenuti credibili diventano, per moltissime persone, veri senza che però vi sia stata una reale dimostrazione. Asserire dopo la verità diventa così controdeduttivo perché cozza contro un pensiero comune ormai radicato; il gioco è fatto, perché cambiare un’opinione ritenuta giusta è difficilissimo. Queste verità posticce, questo credere cieco, senza pensare, senza evidenze vere si verifica molto più spesso di quanto riteniamo; non sono fatti episodici, né tantomeno casuali. Media e social media hanno un ruolo oggi determinante nel far perdere la distinzione fondamentale tra opinioni soggettive e fatti oggettivamente dimostrati, nel creare e mantenere una visione parziale della realtà, nell’ignorare le relazioni non visibili ma che danno il vero quadro e il senso alle situazioni. Partiamo quindi dai fatti. Per affrontare correttamente il tema delle risorse non si può non partire dalla corretta definizione dei concetti di carenza e di sostenibilità. Entrambi i concetti sono relativi e tra loro strettamente interdipendenti.

 

Per la salute pubblica, l’Italia spende il 35% in meno della media dei Paesi Ue più sviluppati

 

Concettualmente le risorse sono sempre insufficienti perché non è possibile dare tutto a tutti ma solo alcune cose (in tutto o in parte) a tutti o solo ad alcuni. È il concetto dell’uso alternativo delle risorse ben presente anche nella nostra vita quotidiana. Ed è proprio in quest’obbligo di scelta che si inserisce la sostenibilità. È della politica (sostenuta da economisti capaci) il dovere di scegliere ovvero decidere, tra le molte cose desiderabili, quello che è più importante e quindi prioritario e quello che lo è meno. Fatta questa scelta (teoricamente con criteri espliciti, condivisi ed oggettivi) si deve poi coerentemente decidere quante risorse assegnare. L’altra strada possibile è partire dalle risorse disponibili e vedere quante cose si possono fare. In questo caso è maggiore il rischio che per farne il più possibile si polverizzino le risorse, sprecandole; si fanno più cose (poco e male) per poter dire che sono state fatte. Teoricamente quindi tutto o quasi potrebbe essere sostenibile o insostenibile; palese che se ad una attività non sono state assegnate sufficienti risorse la si è di fatto ritenuta meno importante e meno prioritaria di altre facendola quindi diventare insostenibile. Sono i criteri adottati che orientano le scelte; diverse visioni politiche hanno diversi e legittimi criteri decisionali anche se però a monte ci dovrebbero essere altri criteri basilari e invalicabili di natura etica, sociale e normativa. Troppo facile l’esempio delle decine di miliardi spesi per gli F-35 ritenuti sostenibili invece di rafforzare, ad esempio, la sanità o il welfare che si dicono insostenibili. In questo complesso discorso è un errore considerare isolatamente la sanità ma è necessario ampliare l’orizzonte all’intero welfare ed alla varietà degli aspetti sociali ed economici di riferimento con cui ha rapporti reciprocamente condizionanti. Lo Stato sociale o welfare (sanità, istruzione, pensioni, casa, sussidi, indennità di disoccupazione, interventi sociali, sostegno alla disabilità, ecc.) è una delle maggiori innovazioni che l’Europa ha portato nel mondo moderno. È uno dei cardini del nostro vivere sociale; e come tale sancito indelebilmente come diritto dalla nostra, per alcuni scomoda, Costituzione. Ciò non solo per motivi etici o filantropici; sin dai tempi della rivoluzione industriale ci si rese conto che una popolazione sana (soprattutto lavoratori) e senza gravi problemi sociali lavora e produce di più e crea meno problemi. Questo approccio cozza contro la teoria economica neoliberista oggi dominante che al contrario considera questa particolare spesa pubblica uno spreco eliminabile o fortemente riducibile. Idee dominanti che condizionano tutto il sistema ed hanno radici profonde anche nei crescenti venti autonomisti; facile prevedere che, soprattutto nelle regioni malmesse e che non si differenzieranno mai, gli ulteriori tagli saranno per sanità, welfare e scuola. I recenti e cruenti fatti del Cile sono illuminanti per comprendere le dinamiche estreme di questo tema. Fatti che nascono dalla macelleria sociale provocata da un governo iperliberista e da idee fasciste mai scomparse. Le drammatiche proteste di piazza sono la reazione disperata alle immense disuguaglianze sociali non attutite da un welfare quasi virtuale, dalla riduzione delle pensioni e dalla privatizzazione della sanità e della scuola. Il silenzio, anche mediatico, calato sui fatti del Cile ci dice che il sistema ha assorbito e neutralizzato la protesta: qualche cambiamento di facciata affinché la sostanza vera non cambi. Il welfare, e la sanità universalistica in particolare, sono però ormai parte inscindibile e fondante della nostra cultura e della nostra vita; ancora faticosamente resistono alla bulimia neoliberista perché ridimensionarli drasticamente avrebbe un costo politico insopportabile e da noi imprevedibile. Gli immensi interessi legati alle privatizzazioni e alla soppressione/riduzione sostanziale dei finanziamenti statali, dell’ordine di centinaia di miliardi l’anno, hanno portato ad una diversa strategia di attacco al welfare. Più sottile e insidiosa, più lunga ma sicuramente efficace e poco problematica: con il pretesto della crisi lo si erode progressivamente ed in modo non palese, definanziandolo; le tecniche di marketing fanno il resto. Obiettivo, purtroppo raggiunto, è far giungere proprio la gente e gli stessi utilizzatori alla conclusione che non sia più sostenibile e che purtroppo è ovvia e necessaria una sua progressiva e importante riduzione. Per salvare almeno qualcosa è quindi addirittura auspicabile la sua privatizzazione.

Due miliardi all’anno in più per la sanità sono purtroppo soltanto briciole

Vediamo come ciò accade. Il welfare necessita di risorse crescenti per due principali e non eliminabili motivi. Il primo è per compensare la pur bassa inflazione al fine di mantenere almeno la stessa capacità di produrre o acquistare prestazioni; il secondo per far fronte alla crescita continua dei bisogni. Il definanziamento si concretizza in due modi: dando la stessa cifra dell’anno precedente e quindi non coprendo l’inflazione e scoprendo ancor di più i bisogni, oppure aumentandolo leggermente ma sempre senza coprire tutti i bisogni crescenti. Accade anche, come vedremo, che la politica ribalta addirittura la frittata: di fatto definanzia ma dice che non lo fa mostrando numeri veri ma parziali e quindi fuorvianti. In questo attacco il welfare è il più vulnerabile perché poco privatizzabile e di fatto riguarda solo i “poveracci” che sono costretti a ricorrervi e la cui importanza vale qualche spicciolo solo quando si vota, salvo essere un grande gregge cui vendere prodotti.

Lo Stato sociale è una delle innovazioni che l’Europa ha portato nel mondo moderno

C’è comunque un fronte, non proprio sparuto, di addetti ai lavori e ricercatori che si oppone a questo pensiero dominante. Non pochi i documenti scientificamente rilevanti sul tema; lo scorso anno è uscito un bel libro (La salute sostenibile di Marco Geddes de Filicaia, Pensiero Scientifico Editore), il Gimbe ha pubblicato il suo quarto rapporto sulla sostenibilità del Ssn e all’inizio del 2018 è uscito il documento finale della commissione del Senato sulla sostenibilità del Ssn, cui si aggiungono i report Ocse e fonti istituzionali e scientifiche. Questi dati non parlano proprio di insostenibilità. La spesa sanitaria pubblica, che copre oltre i tre quarti della spesa sanitaria totale, dal 2005 al 2016 è passata dal 6,5% del Pil al 6,9 toccando un picco del 7,1% nel 2012 (sensibilmente più bassa però degli altri Paesi dell’Europa occidentale come Germania, Francia, Inghilterra, Austria). La spesa sanitaria privata (il cosiddetto out of pocket che i cittadini pagano di tasca propria) passa dal 22,5%, sempre della spesa sanitaria totale, del 2005 al 23,3% del 2016, ovvero senza grandi variazioni (è questa la voce che nell’immediato fa più gola ad un certo privato). Dato di assoluta rilevanza è che spendiamo circa il 35% meno (una enormità!) per la sanità pubblica della media dei Paesi più sviluppati dell’Europa occidentale e siamo allineati con i Paesi dell’Europa dell’Est che notoriamente in questi ambiti sono messi piuttosto male. Nonostante questo, la qualità e l’efficacia del nostro Ssn è però allineata tra le migliori dei Paesi più avanzati. È questo un fatto rilevantissimo, non noto, praticamente nascosto perché fa cadere i molti alibi ai tagli della spesa. Fatti concreti quindi e non opinioni campate in aria. Non è neppure vero il tanto strombazzato aumento dei finanziamenti avvenuto in questi anni. Se infatti guardiamo solo la percentuale di spesa pubblica rispetto al Pil in effetti c’è un piccolo aumento dal 6,5 % del 2005 al 6,9% del 2016; se però colleghiamo questo modesto aumento con l’inflazione di quello stesso periodo questo piccolo incremento è solo apparente perché non copre neppure l’inflazione di quello stesso periodo. È in realtà un definanziamento; ovvero il contrario di quanto detto dalla politica e dalle istituzioni pubbliche. Una menzogna. Fatti concreti non confutabili con un post o un tweet o con schiamazzi da talk show. Il problema attuale è che (particolarmente nelle regioni più malmesse) dopo aver tagliato i rami secchi ora, per risparmiare ancora, si stanno tagliando anche quelli verdi e le radici stesse della pianta, uccidendola. Inutile dire che tutto ciò innesca una spirale negativa sulla qualità delle prestazioni e sulla sicurezza dei pazienti. Anche qui ineludibile la domanda: è solo incapacità o c’è altro?

Ma purtroppo non basta ancora: il definanziamento mascherato è stato previsto e addirittura programmato per i prossimi anni; nel Def dell’11 aprile 2017 si prevede che la spesa sanitaria aumenterà dal 2017 al 2020 da 114 miliardi a 118 (anche in questo caso senza considerare l’inflazione). La verità non parziale emerge però se andiamo a vedere la percentuale della spesa sanitaria rispetto al Pil: 6,7% nel 2017 e 6,4% nel 2020. È quindi falso dire che aumentano le risorse quando in realtà accade il contrario. Un definanziamento suicida (o forse un omicidio accuratamente pianificato) che colpevolmente non tiene conto e se ne infischia che in quell’arco temporale invecchia la popolazione, aumentano i bisogni di salute, invecchiano anche le apparecchiature e gli ospedali, invecchia il personale che viene sostituito solo in piccola percentuale (perché è la voce più costosa della sanità), aumentano i costosissimi farmaci innovativi, ecc. Ma è proprio il personale l’elemento più profondamente destabilizzante l’intero sistema; sempre più carente, anziano, malpagato e demotivato per le cattive condizioni di lavoro. Una cosa è certa: non si fa nessuna sanità senza gli operatori sanitari, se non messi nelle condizioni di lavorare decentemente e non più considerati un peso e un costo da tagliare. Il resto del welfare non se la passa meglio della sanità. Ma cosa accadrà in futuro? I pericoli forse più insidiosi sono per il welfare perché è di scarso interesse per le privatizzazioni ed è fumo negli occhi ed emblema di uno Stato assistenziale per i neoliberisti.

 

In tutti i Paesi sviluppati (eccetto, come visto, in Italia) c’è una correlazione diretta tra spesa sanitaria pubblica e aumento del Pil. Già allineare veramente al Pil compenserebbe in parte i costi sempre crescenti della sanità, il resto deve necessariamente essere una priorità da finanziare. La soluzione ottimale e definitiva c’è: essere ricchi e sani ma morire appena si diventa poveri e si diventa un peso sociale. È di questi ultimi giorni la notizia fortemente enfatizzata dal governo dell’aumento del finanziamento alla sanità di dieci miliardi sino al 2023; due miliardi e mezzo l’anno. Soldi che, al netto dell’inflazione, dovranno coprire le troppe cose da troppo tempo necessarie. Briciole in realtà. E quindi si dovrà scegliere ancora (con priorità e criteri non sempre chiari) quale sia la cosa più necessaria tra tutte quelle cronicamente ormai necessarie. Risorse sicuramente preziose e segno che qualche cosa di ancora confuso si vorrebbe fare. È una boccata di ossigeno per far sopravvivere ancora un po’ la sanità pubblica senza (forse?) rendersi conto che in tal modo la si indebolisce ulteriormente a favore di quella privata. Sarà, ad esempio, abolito l’odioso super ticket ma non si è però detto dove ed a chi verranno tolte le centinaia di milioni necessari per farlo; onestà e coerenza intellettuale è anche avere il coraggio di dirlo. I tappabuchi hanno qualche vago senso solo se temporanei e per traghettare verso una revisione profonda del sistema. La prima e vera risposta alla carenza delle risorse è una diversa definizione delle priorità sulla base dei bisogni reali. L’insostenibilità è una scusa e un pretesto; serve farlo conoscere soprattutto tra chi utilizza sanità e welfare; per pensare liberi e con la propria testa. Opporsi alla falsità, di matrice neoliberista, della carenza di risorse è un atto politico basilare; è un dovere etico e sociale. La socialità è uno degli elementi caratterizzanti la nostra umanità e non può essere disgiunta dal concetto di solidarietà pubblica e privata. Sostenerla e difenderla spetta in primis alla politica. È la politica di oggi, quasi sempre senza coraggio, miope, opportunista, fatua, senza idee, che decide se il welfare e la sanità debbano sopravvivere e come. È lì che si deve incidere. Ma la “politica” e i “politici” siamo anche noi, con le nostre idee, la nostra coerenza e le nostre anche piccole ma sempre, a loro modo, importanti azioni. Azioni veramente efficaci solo se messe in rete e socializzate.

22/12/2019

da Il Manifesto

Albero Negri

 

North Stream 2. Il presidente Usa, sotto impeachment, vuole mostrare che tiene sotto tiro Putin e vara lo SpaceCom con i toni belligeranti del pistolero spaziale.

 

Se per Trump la politica estera è un Far West, Mike Pompeo è il suo bounty killer. Quando gli europei lo vedono arrivare fanno gli scongiuri. E puntualmente, dopo la sua visita di venerdì in Germania, gli Usa hanno sanzionato le società coinvolte nel North Stream 2, il gasdotto da 11 miliardi di dollari con la Russia che passa sotto il Baltico e aggira i Paesi di Visegrad (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria), Stati baltici e Ucraina.

 

«Queste sono tutte attività legali» protesta stavolta l’Unione europea. La Germania grida: «È ingerenenza», e la Merkel solo due giorni fa ha dichiarato nel Bundestag, rispondendo ad una domanda proprio sul North Stream 2: «Noi siamo contro le sanzioni extraterritoriali, come si è già visto anche nel caso dell’Iran, dove abbiamo lo stesso problema», con un tono così duro che ha fatto dire alla Bild che la sua è «una dichiarazione di guerra a Trump».

 

IL PROBLEMA è che l’America trumpiana irride ogni legalità esistente: la rottura dell’accordo sul nucleare con l’Iran, imponendo sanzioni a tutti, aveva forse una giustificazione se non accomodare Israele e i sauditi, suoi maggiori acquirenti di armi? È una questione di marketing non di principi. E ora Donald Trump, proprio perché sotto impeachment, spara nuove sanzioni per mostrare che tiene sotto tiro Putin e vara lo SpaceCom con i toni belligeranti del pistolero spaziale.

 

È evidente che ormai l’Europa si dibatte in una battaglia del gas stritolata nel triangolo Trump-Putin-Erdogan. Una guerra economica ma con risvolti militari nel Mediterraneo orientale e in Libia. E che alla fine potrebbe risultare strategica per il futuro del continente.

 

LE SANZIONI statunitensi al North Stream 2 sono arrivate proprio mentre Mosca raggiungeva un accordo con Kiev per le forniture di gas all’Ucraina e alla Ue, un passo certamente positivo per la distensione nell’Est Europa.

 

Ma agli Usa non va bene: intendono controllare le vie dell’energia e soprattutto vendere agli europei il loro “shale gas” (estratto dalle argille) – che ci costa di più – con la scusa di diminuire la dipendenza europea da Mosca.

 

Trump si vuole disimpegnare dall’Europa e dal Medio Oriente ma non intende rinunciare ai mercati dell’energia, degli armamenti e a gestire, a colpi di dazi e sanzioni, i flussi commerciali in funzione anti-russa e anti-cinese. Anche la Brexit in questo senso gli dà una mano, indebolendo un concorrente come l’Unione europea.

 

Vedremo se gli Stati uniti useranno la stessa determinazione sanzionatoria per le rivendicazioni della Turchia sul gas offshore di Cipro greca che colpiscono gli interessi di Italia, Francia, Grecia e Israele. Navi da guerra italiane e francesi sono già in zona. Ma forse a noi dovrà pensare ancora Putin, l’unico in grado di trattare con Erdogan, in Siria, Libia e anche sul gas, visto che è partito il Turkish Stream, sostituto del South Stream – un progetto italiano di Saipem – annullato nel 2014 per le sanzioni a Mosca sull’Ucraina.

 

LA LIBIA è in primo piano perché il governo di Tripoli guidato dal «nostro» Al Sarraj ha firmato con Erdogan, in cambio della sua protezione militare, un accordo che autorizza la Turchia a fare esplorazioni per il gas offshore nella zona esclusiva di Cipro greca dove sono attive società italiane come l’Eni, la francese Total ma anche compagnie americane. Un’area dove ha forti interessi Israele che ha stretto accordi con la Grecia e Cipro per il passaggio di un gasdotto sottomarino che dovrà trasferire in Europa le risorse energetiche israeliane e quelle egiziane. A rigor di logica Washington dovrebbe proteggere questi progetti ma di logico negli Usa c’è rimasto ben poco.

 

ERDOGAN ha strappato l’intesa a Sarraj con la pistola puntata alla tempia: senza i turchi Tripoli potrebbe soccombere all’offensiva del generale Khalifa Haftar sostenuto da mercenari russi, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Arabia Saudita. E proprio per questo “sgarbo” di Sarraj che l’Italia si sta riposizionando in Libia, il vero argomento dell’ultima telefonata tra Conte ed Erdogan.

 

Si sta verificando quanto scritto più volte sul manifesto. Erdogan ha gioco facile a tenere in scacco gli europei su vari dossier, dai profughi siriani ai foreign fighter, dalla Libia al gas. E dimostra di volerlo fare anche con gli Stati uniti che minacciano sanzioni per l’acquisto delle batterie russe anti-missile S-400: per ritorsione il leader turco potrebbe chiudere la decisiva base aerea e nucleare Usa di Incirlik. Cosa che del resto ha già fatto dopo il fallito colpo di stato del 15 luglio 2016, quando europei e americani si aspettavano che lo facessero fuori.

 

Si paga una lunga serie di errori, come aver lasciato far credere a Erdogan che l’Occidente avrebbe fatto fuori Assad in Siria con l’appoggio ai ribelli “moderati”. E si paga anche l’ultimo crimine: il via libera americano al massacro dei curdi siriani nel Rojava, alleati nella lotta all’Isis e al terrorismo jihadista. Non c’è da stupirsi che Sarraj si rivolga alla Turchia, visto che i suoi amici europei, compresa l’Italia, lo sostengono più a parole che non con i fatti, pur essendo Tripoli il governo riconosciuto dall’Onu.

 

Princìpi e legalità internazionale ormai si sono liquefatti con il risultato che le sorti del Mediterraneo le decidono Erdogan, Putin e il pistolero spaziale Trump, come gli va e se gli va.

Tommaso Di Francesco

 

 

Il tempo è più che galantuomo. Alla fine illumina la scena, tanto da rendere evidente quello che, pur essendo già chiaro, è stato goffamente mascherato. Parliamo dello scontro in atto tra gli esponenti della ex coalizione di governo giallo-verde (cioè giallo-bruna), M5s e Lega. Contrassegnata dal protagonismo del «capitano» che voleva fermare «l’invasione», il signor «voglio i pieni poteri» Matteo Salvini, sui sequestri in mare di esseri umani, i profughi in fuga da guerre e miserie che ci riguardano.

 

Sequestri in mare decisi volta a volta o dalla compagine di governo tutta – dal Consiglio dei ministri – oppure d’autorità, dal solo ministro degli Interni. Siamo alla nemesi. Perché il conflitto esplode proprio nei giorni in cui la sequestrata Sea Watch 3 può tornare nel Mediterraneo a salvare vite umane, con ordinanza del Tribunale civile di Palermo dopo ricorso della Ong tedesca; e mentre ieri la nave Ocean Viking, di Sos Mediterranée e Msf, ha salvato dal naufragio sulle coste libiche 112 migranti.

 

Lo scontro tra ex alleati di governo, di sostanza e verbale, si rappresenta come una sceneggiatura dell’arroganza del potere. Luigi Di Maio, forte non a caso del rituale pellegrinaggio da neo-ministro degli esteri nel luogo del misfatto libico, quell’improbabile «dopoguerra» a Tripoli e a Bengasi per il quale portiamo dal 2011 responsabilità criminali, dà l’autorizzazione a procedere contro Salvini sotto accusa della magistratura per la vicenda della nave Gregoretti.

 

E prende le distanze dalla chiamata di correo dell’ex inquilino del Viminale che insiste a dire che tutto era stato deciso «insieme», mostra le carte che lo proverebbero e fa addirittura ricorso a Mia Martini per definire il ministro pentastellato «piccolo uomo». Che si difende, distinguendo il sequestro della nave Gregoretti, decisa dal solo Salvini ma giustificando il blocco in mare per la nave Diciotti. Dichiarando: «Diciotti atto di governo, Gregoretti propaganda».

 

Dal nostro punto di vista, c’è davvero poco da distinguere. Le due operazioni di governo, tutte e due in applicazione pubblicitaria del famigerato “Decreto sicurezza bis”, non si differenziano infatti nemmeno per la natura delle navi sequestrate, la Gregoretti e la Diciotti sono entrambe militari, ma solo per la specifica autorità esercitata, se collegiale o individuale, che ha deciso teatralmente le due operazioni: la prima per premere sul governo e sulla coalizione, mostrando i muscoli per stabilire gerarchie; la seconda per insistere sulla Commissione Ue e avere così la pur giusta «redistribuzione». Ma per entrambe ci troviamo di fronte sempre ad un uso strumentale del potere. A danno delle vite umane di disperati che, invece di essere prontamente soccorsi sono stati tenuti come ostaggi in mare aperto, mentre veniva scatenata la guerra alle Ong e alle navi di soccorso impegnate a salvare quelle vite. Nei due casi diritto internazionale, solidarietà e legge del mare, sono stati fatti a pezzi nello stesso modo.

 

Il presidente Conte e Di Maio, certo ora impegnati con diverso stile nella nuova compagine giallo-rossa, non appaiono davvero molto diversi da Matteo Salvini in questa storia appena trascorsa ma ancora così interna all’ambiguità che restituisce autorità ogni volta per i soccorsi in mare alla cosiddetta «guardia costiera libica». Dovrebbero prendere atto della deriva democratica e della vergogna rappresentata dai “Decreti sicurezza bis” che hanno promulgato insieme a Salvini e cancellarli una volta per tutte. La loro responsabilità e quella dei governi Ue, è stata bene denunciata in questi giorni dalle Nazioni unite e non riguarda solo i sequestri in mare, ma i respingimenti forzati e i naufragi che hanno fatto del Mediterraneo e dei deserti libici e sahariani un cimitero ininterrotto di decine migliaia di vittime.

 

Tre uomini in barca, verrebbe da dire, parafrasando il titolo dell’esilarante romanzo di Jerome K. Jerome. Per non dire che sulla barca di questa sventurata avventura non possiamo non far salire anche l’ex ministro Minniti, vero apripista della delega all’«umanità» delle milizie libiche della vita di migliaia di disperati. Quattro uomini in barca, dunque. Mentre già vacillano i numeri – l’ex solidale Faraone di Italia Viva già si smarca – nella giunta per l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini che la farà franca anche stavolta. Nel rimpallo di omertà e scarica barile di responsabilità, ecco che sullo sfondo compare una memoria incancellabile, immobile come un testimone del teatrino in corso: quella dell’affondamento, nel 1997, della Kater I Rades, una carretta del mare stracarica di profughi in fuga dalla guerra civile albanese – 108 le vittime -, speronata da una nave militare italiana impegnata in un criminale blocco navale governativo.

20/12/2012

Giulio Cavalli

Da Left

 

Imponente operazione antimafia ieri in Calabria. Ne esce Vibo Valentia completamente assoggettata alla cosca dei Mancuso, ne escono cittadini lavoratori costretti a subire angherie di ogni tipo ed esce quella ‘ndrangheta che sembra essere completamente scomparsa dai radar delle agende politiche (ne parlavo proprio qui qualche giorno fa, che curiosa coincidenza) fatta di massoneria, mala politica e protezioni in alto.

 

Giancarlo Pittelli, ad esempio, a Catanzaro era (fino a ieri) uomo conosciuto e fin troppo riverito. Era lo stesso Pittelli che odiava pubblicamente De Magistris perché dodici anni fa aveva osato descriverlo in modo molto simile al suo ritratto che esce dalle carte dell’indagine coordinata da Gratteri. Più volte parlamentare di Forza Italia (e da poco passato a Fratelli d’Italia, come ogni buon annusatore del vento) è descritto come cerniera tra il mondo criminale e quello della politica, dell’imprenditoria, dell’università, sempre con la massoneria sullo sfondo. Eppure Pittelli a Catanzaro è il maestro di tanti avvocati che lo veneravano. Oggi, ovviamente, spariranno tutti: la caduta dei mostri sacri come Pittelli indica che sono cambiati i rapporti di forza.

 

L’ex vicepresidente della regione Nicola Adamo era anche lui nell’inchiesta di De Magistris di dodici anni fa. Altra sponda politica: ai tempi era il segretario regionale dei Ds. Poi è finito nell’inchiesta Eolo nel 2012, poi Rimborsopoli e a ottobre la procura di Catanzaro aveva chiesto il suo rinvio a giudizio per l’inchiesta sugli appalti riguardanti la costruzione della metropolitana leggera destinata a collegare Cosenza, Rende e l’Università della Calabria oltre al nuovo ospedale di Cosenza.

 

Persone insospettabili sospettate da sempre che rimangono dove sono perché la politica non ha gli anticorpi per prenderne le distanze. Ma mica solo la politica: sono sostenuti dai salotti, dai loro cortigiani, da pezzi interi delle città in cui vivono.

 

Gli insospettabili sospettati da sempre sono un classico letterario nelle nostre città: camminano fieri, a testa alta, fanno anche la morale agli altri (chiedete in giro di Giorgio Naselli, ex comandante del Reparto operativo nucleo investigativo dell’Arma di Catanzaro) e poi quando decadono sembra che non li conoscesse nessuno.

 

C’è bisogno di tanta vigliaccheria perché trionfino i prepotenti. E poiché la vigliaccheria non è reato quelli, i vigliacchi, si salvano sempre.

Norma Rangeri

 

Sarde subito. E’ come se il popolo democratico si fosse destato da un torpore, da un senso di impotenza e di depressione. Lasciando come regalo di Natale una carica di positività

 

Una piazza popolare, non populista. Una piazza contro i fascioleghisti e con il cuore a sinistra. Una mescolanza politica, culturale, sociale che oggi si fa sardina perché non sa più che pesci pigliare avendo maturato un disincanto profondo verso tutti i partiti, grandi, medi, minuscoli. Una piazza enorme a Roma, ma anche un appuntamento nazionale che simbolicamente ha riunito tutto il paese.

 

La voglia contagiosa di ritrovarsi esprime un desiderio altrettanto contagioso di liberazione contro l’asfissiante propaganda di una destra carica di odio e di menzogne. A un mese dalla prima manifestazione di Bologna “6000 sardine contro Salvini”, la multipolitico-partitica S.Giovanni di ieri chiude un’onda lunga di mobilitazioni contro chi «per troppo tempo ha tirato la corda dei nostri sentimenti», come hanno scritto nel loro bel manifesto le ragazze e i ragazzi di Bologna.

 

In modo semplice e diretto hanno spiegato la necessità di dare voce a una appassionata ribellione contro chi «per anni ha rovesciato bugie e odio su di noi approfittando della nostra buona fede, delle nostre paure e difficoltà, per rapire la nostra attenzione», mettendo così a nudo le debolezze e i sentimenti di impotenza dell’area democratica e di sinistra, che hanno permesso alle destre nazionaliste di stendere sul paese una spessa cappa di minacciosi messaggi, xenofobi e sessisti, contro ogni voce diversa.

 

Così è successo che le sardine di un giorno contro Salvini, si sono poi moltiplicate innescando un processo a catena, poderoso e inedito, che ha contrastato e sopraffatto la propaganda violenta del ridicolo uomo solo al comando.

 

Non era per niente facile vincere la sfida della comunicazione, oggi terreno principe della battaglia politica e ovunque nel mondo arma vincente delle destre.

 

Le sardine di Bologna ci sono riuscite e speriamo che continuando a nuotare nelle fredde acque dell’Emilia Romagna riescano a regalare a Salvini una sonora batosta. Perché se questo è un sommovimento che suona la sveglia a sinistra, non c’è dubbio che mette in difficoltà anche la funerea predicazione della destra.

 

Questo movimento non somiglia a nessun altro, è nato dal basso (e per questa ragione molto vulnerabile), e grazie ai quattro amici al bar che hanno fatto da detonatore, ha dato una salutare scossa al paese. E a chi chiede dove sono i contenuti bisognerebbe rispondere che le piazze sono politica, nuova politica come quelle dei ragazzi di Greta, delle donne, tutte in pacifica sintonia, dai giovanissimi del clima alle femministe contro la violenza alle sardine che riuniscono tutte le generazioni dai nonni ai nipoti.

 

L’inaspettata e sorprendente epidemia che ha riacceso le cento città della penisola senza l’ombra di una struttura organizzata, non si sovrappone ma si aggiunge ai contenuti e alle lotte dell’associazionismo, del volontariato, del mondo culturale. Ieri in piazza, il volto nazionale delle sardine, Mattia Santori, da un microfono improvvisato e un palco invisibile, ha detto che la funzione principale di questo movimento di opinione è fare da tramite tra il mondo politico e l’impegno civico. E ha chiesto ai politici e al governo di fare bene il loro lavoro, di svolgerlo non sui social ma nelle istituzioni, cominciando con il cancellare i decreti sicurezza, perché la parola d’ordine delle sardine è inclusione.

 

Di sicuro non si tratta di un partito nonostante i maniaci dei sondaggi già pretendano di pesarne la forza al borsino elettorale. E, a ben vedere, neppure ancora di un movimento se non nel senso fisico di muovere le piazze e riempirle con quelli che gli organizzatori chiamano flash-mob, mobilitazioni spontanee, intermittenti, estemporanee. E’ come se il popolo democratico si fosse destato da un torpore, da un senso di impotenza e di depressione. Lasciando come regalo di Natale una carica di positività.

 

Stefania Brai

04/12/2019



Gli Agnelli si riprendono La Stampa e comprano Repubblica”. Questo il titolo e il senso – in realtà “riduttivo” – di quasi tutti gli articoli usciti in questi giorni per dare la notizia dell’acquisto da parte della finanziaria Exor (famiglia Agnelli) del gruppo editoriale Gedi, la società che possiede l’Espresso e Repubblica, La Stampa e Il Secolo XIX, ma anche 13 quotidiani locali (dal Piccolo di Trieste al Tirreno, dal Messaggero veneto alla Nuova Venezia, dalla Gazzetta di Reggio a Il Piccolo, tanto per capirci), una serie di periodici tra cui MicroMega, National Geographic e Limes, una rete di radio tra cui Dee Jai e Radio Capital, una divisione “Digitale” (Tvzap, Dee Jai tv, Maymovies) e infine – tanto per gradire – la concessionaria di pubblicità A. Manzoni e &.

 

È ovvio che l’attenzione si concentri sul dato più eclatante – l’acquisto di Repubblica e de l’Espresso – che già da solo dovrebbe far preoccupare tutti sullo stato del pluralismo dell’informazione nel nostro paese. Ma se a questo si aggiunge un controllo capillare di fatto del territorio attraverso i giornali locali, le radio e le televisioni e il controllo “economico” attraverso la concessionaria di pubblicità, direi che l’allarme diventa davvero serio.

 

Serio sul piano dell’occupazione: già a novembre il gruppo Gedi aveva dichiarato per il Secolo XIX un esubero di 37 lavoratori poligrafici su 38 e a livello nazionale l’esubero di 121 poligrafici. E il piano di ristrutturazione degli Agnelli dopo l’acquisizione della Gedi non prevederà certo un incremento di lavoratori poligrafici né di giornalisti.

 

E serio ancor più sul piano della democrazia reale, sul quel diritto alla libertà di informazione e ad essere informati previsto dalla Costituzione.

 

Credo però che insieme alle preoccupazioni e agli allarmi occorra interrogarsi sul come si sia potuti arrivare a rendere possibile una tale situazione, su quanto si siano a volte sottovalutate leggi di settore o più spesso la mancanza di leggi che regolino la produzione di cultura e di informazione, sul perché in tutti questi anni ci sia stato un sostanziale silenzio da parte di tutte quelle forze professionali sociali e culturali che avrebbero dovuto quantomeno “vigilare” sul sistema delle comunicazioni e della produzione culturale.

 

E ancora di più credo sia urgente cominciare a ragionare insieme (forze politiche, sociali, culturali e professionali) sul ruolo centrale dello Stato in questi settori e sull’elaborazione di nuove leggi di sistema non solo all’altezza delle nuove sfide tecnologiche, come si usa spesso dire, ma in grado di garantire realmente a tutti le possibilità concrete di accedere alla produzione e alla fruizione dell’informazione, della comunicazione e della produzione culturale. Perché questo è quello che garantisce la Costituzione; perché questo è quello per cui penso si debba battere qualunque forza realmente di sinistra; perché anche questo è un terreno della lotta di classe.

 

Pochissimi dati, solo per capire di cosa stiamo parlando, intanto per quanto riguarda l’informazione stampata (piccola ma determinante parte dell’informazione complessiva). Un dato generale, che riguarda l’editoria libraria (fonte Aie) ma che ci fa comprendere qualcosa anche per quanto riguarda la lettura dei giornali e ci dimostra come conoscenza, informazione, formazione e cultura siano elementi inscindibili: tra i 5 maggiori mercati editoriali europei, l’Italia è il paese con il più basso indice di lettura di libri tra la popolazione adulta. Tra i giovani solo l’1 % dedica alla lettura un’ora continuativa al giorno. Il nostro paese è all’ultimo posto per il livello di comprensione dei testi.

 

Secondo i dati Ads (Accertamento diffusione stampa) relativi al mese di settembre 2019 solo il Corriere della sera e Repubblica vendono nelle edicole intorno alle 200.000 copie, tutti gli altri quotidiani sono ampiamente sotto questa soglia: la Stampa 112.000, il Messaggero 78.000, il Fatto 30.000, il Manifesto circa 8.000.

 

Le edicole continuano a chiudere inesorabilmente: circa 4.000 in dieci anni. In Toscana hanno chiuso 377 edicole, nel Veneto 321, solo Milano ne ha perse 284. In Sicilia c’è un’edicola ogni 6.476 abitanti, una ogni 5.172 abitanti in Puglia.

 

Allora provo ad indicare solo alcuni dei temi sui quali iniziare a riflettere e che a mio parere costituiscono dei punti cardine per qualsiasi reale riforma del settore dell’informazione e della comunicazione.

 

Una vera normativa antitrust, verticale e orizzontale, che impedisca da un lato la formazione di posizioni dominanti (e non solo l’abuso di esse, come prevedono le attuali leggi) e dall’altro la concentrazione nelle stesse mani della produzione e/o distribuzione di diversi “mezzi di comunicazione”: chi edita quotidiani e periodici non può possedere emittenti televisive o radiofoniche né concessionarie di pubblicità; le imprese di produzione e distribuzione cinematografica non possono editare quotidiani o periodici né possedere emittenti televisive, e così per i diversi settori dell’industria culturale.

 

Leggi di sistema che mettano di nuovo al centro il ruolo sociale dello Stato e quindi l’intervento pubblico a sostegno dell’editoria indipendente, di quella cooperativa, di quella di partito, di quella culturale. La libertà, l’indipendenza e il pluralismo dell’informazione e della comunicazione si garantiscono con regole trasparenti e finanziamenti certi per tutte quelle attività che con le sole regole e i soli meccanismi di mercato non potrebbero neanche vedere la luce e che comunque una volta nate non riuscirebbero a vivere.

 

E la libertà, l’indipendenza e il pluralismo dell’informazione e della comunicazione si difendono se si garantisce da un lato con il sostegno pubblico la sopravvivenza e la vita dei cosiddetti “punti vendita”, cioè le edicole, e dall’altro la possibilità di accesso di tutti all’informazione: una delle principali cause della diminuzione drastica di vendita di quotidiani è la crisi economica e quindi la difficoltà – spesso l’impossibilità – per i lavoratori di acquistare anche un solo giornale. Il sostegno pubblico deve servire anche a garantire una politica dei prezzi per i quotidiani e i periodici.

 

E ancora, la libertà, l’indipendenza e il pluralismo dell’informazione e della comunicazione si difendono garantendo il lavoro e i lavoratori: quale libertà può avere un giornalista pagato 7 euro a “pezzo”? spesso senza contratto? Quale libertà può permettersi un giornalista che deve affrontare da solo, con i propri mezzi, denunce intimidatorie?

 

Ma non si garantisce la libertà di “in-formare” e di essere “in-formati” se non si capisce fino in fondo il nesso stretto tra informazione, formazione, comunicazione e cultura, se si affronta un solo settore dell’industria culturale e non tutto il sistema.

 

Se non si porta l’intervento pubblico complessivo nella cultura perlomeno all’1 percento del Pil. Se non si restituisce la Rai al suo ruolo di servizio realmente pubblico, riportandola sotto il controllo del Parlamento e sottraendola a quello del governo; se non si lavora per far sì che la Rai torni ad essere volano di tutta l’industria culturale del nostro paese, un’azienda democratica, decentrata e partecipata che possa ridare vita a tutta la produzione indipendente diffusa su tutto il territorio nazionale, pluralistica nella sua offerta culturale complessiva, nel rispetto dei tanti “pubblici”, sganciata dalle logiche di mercato superando l’aberrante distinzione tra programmi “di servizio” e programmi commerciali.

 

Se non si riformano tutti i settori della produzione culturale ed artistica tornando a finanziare con l’intervento pubblico le opere e non il mercato e le imprese, sostenendo la produzione indipendente. Se non si difendono tutti i luoghi della cultura.

 

Se non si riconoscono i diritti dei lavoratori di tutti i settori dei beni e della produzione culturale e artistica.

04/12/2019

da Il Manifesto

Anna maria Merlo

 

L'alieno atlantico. Dopo l’imposizione di una tassa sulle multinazionali americane da parte di Roma e Parigi, The Donald prepara «la punizione»

 

L’economia e gli scontri commerciali come antipasto indigesto di un già problematico vertice Nato, l’alleanza militare che celebra nel nervosismo i suoi 70 anni a Londra. Ieri, un primo bilaterale, molto teso, ha avuto luogo tra Donald Trump e Emmanuel Macron, prima di un incontro a quattro a Downing Street, tra Gran Bretagna, Germania, Francia e Turchia, su iniziativa francese, per chiarire i conflitti causati da Ankara con l’intervento in Siria e l’aggressione agli alleati curdi (preceduto da insulti di Erdogan verso Macron, a cui ha fatto seguito all’inizio della settimana la convocazione al Quai d’Orsay dell’ambasciatore turco a Parigi).

 

TRUMP HA DI NUOVO ESTRATTO la sua arma preferita: imporre (o minacciare) tasse doganali sui prodotti di importazione negli Usa per combattere i concorrenti. Ieri, nel mirino c’era una serie di prodotti di Francia e Italia, i due paesi sono considerati rei di avere imposto una tassa Gafa (Google, Apple, Facebook, Amazon), un’imposizione nazionale sulle multinazionali digitali (3% sul giro d’affari), in attesa che venga conclusa la trattativa in corso all’Ocse, per decidere una tassa a livello mondiale, che lotti contro l’ottimizzazione fiscale di queste grandi imprese. In via preventiva, Trump ha dichiarato di voler «punire Macron», che è stato «molto molto cattivo» per aver dichiarato che la Nato «è in stato di morte celebrale». Per «punirlo» ha scelto di incrociare Nato e commercio, minacciando formaggi tipo roquefort, yogurt, vino frizzante, cosmetici e borsette made in France di diritti doganali anche al 100% (per merci di un valore di 2,4 miliardi di dollari), per contrapporsi alla tassa francese Gafa, giudicata già quest’estate «molto antiamericana».

 

Al vertice del G7 di Biarritz, quest’estate, Macron era riuscito a evitare in extremis che partissero i dazi sul vino francese (i produttori di Bordeaux avevano spedito qualche bottiglia a Trump). Macron aveva promesso che la tassa Gafa sarebbe stato solo temporanea, in attesa di un accordo Ocse, e che la Francia avrebbe restituito alle società Usa l’eventuale differenza. L’accordo di Biarritz è scaduto qualche giorno fa.

 

MA ADESSO LA TENSIONE è tornata al colmo. Il ministro delle Finanze, Bruno Le Maire, ha giudicato «inaccettabile» la minaccia statunitense, «non è un comportamento che ci aspettiamo dagli Usa, verso uno dei principali alleati, la Francia, e in maniera generale verso l’Europa». Le Maire ha proseguito: «il mio messaggio è chiaro: non abbandoneremo mai mai e poi mai questa volontà giusta di tassare i giganti digitali».

 

La Francia e l’Europa si interrogano: gli Usa, dopo aver spinto per trovare una soluzione in sede Ocse, adesso sembrano aver cambiato idea. Il Senato Usa, infatti, ha approvato a luglio il progetto di una tassa mondiale definita in sede Ocse, in modo da poter ripartire in modo equo i suoi proventi, tra paesi sede sociale delle società e paesi dove i profitti vengono realizzati. La Ue spera nell’Ocse (l’organismo è stato incaricato dal G20 di proporre una soluzione), anche perché al suo interno non è riuscita a trovare un accordo per una tassa europea: i paesi sede sociale dei giganti (Usa) del digitale, Irlanda in testa, si sono opposti, per non perdere i vantaggi della defiscalizzazione.

 

LA TIMIDEZZA ITALIANA di queste ore la dice lunga sulla poca compattezza del fronte Ue in questa battaglia epocale, anche se ieri la Commissione ha affermato che aprirà «immediate discussioni» con gli Usa per «risolvere amichevolmente» lo scontro. La Ue teme che i dazi si abbattano presto su Airbus, accusato dalla Wto di avere «aiuti pubblici». Trump ha tassato le importazioni di acciaio e alluminio, rispettivamente al 25% e al 10%, per colpire la Cina, ma pochi giorni fa ha annullato l’esonero che era stata concesso a Argentina e Brasile.

 

Il protezionismo Usa, arma di guerra commerciale contro la Cina, rischia di schiacciare come vittima collaterale la Ue. La guerra commerciale al vertice Nato di Londra si sta intrecciando con le tensioni all’interno dell’Alleanza, dove Washington pretende che gli europei arrivino a spendere il 2% del pil nel settore militare. La Francia è l’unico paese che ci arriverà nel 2025 (la Germania non prima del 2030).

03/12/2019

da iL Manifesto

Giovanni Stinco

 

Fuori dalle scatole. Il 14 anche in altre città europee, poi la riunione: «Ma non chiamatelo congresso». Non solo flashmob ma anche «contenuti», come le iniziative con i migranti

 

L’onda delle sardine non si ferma. Se qualcuno, sopratutto a destra, si aspettava un fisiologico calo del movimento che sta mettendo sotto scacco mediatico il sovranismo italiano, ogni sua aspettativa in tal senso sta andando sistematicamente delusa. Le piazze di tutta Italia si stanno riempiendo e sembrano destinate a continuare così. Almeno fino al 14 dicembre, quando le sardine tenteranno di portare 100 mila persone a Piazza San Giovanni a Roma e, per il giorno dopo, annunciano una sorta di riunione nazionale per tirare le fila e capire come andare avanti. Sopratutto come creare un coordinamento che dia concretezza all’idea, lanciata dal bolognese Mattia Santori, di trasformare le sardine in un «anticorpo permanente» contro il salvinismo e la sua macchina mediatica.

 

«CI VEDREMO TUTTI assieme, ci guarderemo in faccia e tracceremo una linea. Quello sarà un momento per capire come continuare», spiega Andrea Garreffa, uno dei quattro fondatori del movimento assieme a Santori, Giulia Trappoloni e Roberto Morotti. «Ma per favore non chiamatelo congresso, non c’è niente di più lontano rispetto a quel che abbiamo in mente. Non ci saranno persone che potranno partecipare e altre che resteranno escluse». «Questa al momento è solo un’idea, nemmeno un movimento – gli fa eco Antonella Cerciello, una delle sardine di Napoli – Il 15 a Roma valuteremo e capiremo assieme». «Decideremo in modo orizzontale che fare – aggiunge la fiorentina Matilde Sparacino – Sarebbe da incoerenti pensare a un partito o a un movimento politico».

 

NEL FRATTEMPO PARLANO i numeri: a Milano domenica sono scesi in piazza in almeno 25 mila occupando Piazza Duomo, nel weekend in decine di migliaia hanno manifestato anche a Firenze e a Napoli. Le piazze scelte sono state completamente riempite, anche a dispetto del meteo. Mille sardine anche a Taranto, e almeno seimila a Padova. Si andrà avanti così per tutta la settimana. Domani a Savona, giovedì ad Ancona, Ravenna e Lecco. Sabato a Trento, Siena e Siracusa. Domenica a Vercelli, Catania, Pescara, Foggia, Vicenza, Cagliari, Bari e Latina. Ieri sera le sardine si sono fatte vedere – e hanno cantato «Bella ciao» – anche ad Anversa, in Belgio, dopo aver ottenuto praticamente all’ultimo minuto il via libera all’evento nato per rispondere al comizio di Matteo Salvini con l’estrema destra locale.

 

INFINE ALL’ORIZZONTE inizia a profilarsi la manifestazione di Roma, prevista per sabato 14. Non sarà isolata. In molte capitali europee le sardine stanno preparando flash-mob, presidi e piazze anti sovraniste. E’ presto per immaginarsi la nascita di un movimento europeo, anche perché quelle piazze saranno animate sopratutto da italiani all’estero, ma il bersaglio a quel punto non sarà più solo Salvini, ma «tutte le destre nazionaliste» Ad affiancare Piazza San Giovanni ci saranno Edimburgo, Berlino, Madrid, Dublino, Londra, Amsterdam, Helsinki, Parigi. E negli States le sardine si faranno vedere anche a San Francisco.

 

C’è di più: le piazze delle sardine non si limitano più alla semplice esibizione anti leghista. Stanno partendo anche azioni concrete capaci di connotare il movimento. A Milano, in Piazza Duomo, i manifestanti hanno donato centinaia di scatolette di cibo per una colletta benefica destinata a persone in difficoltà.

 

VIA FACEBOOK INVECE le sardine si sono associate ufficialmente ad un progetto bolognese, città dove sono nate, e che punta all’integrazione dei migranti. «Vogliamo darci da fare anche in un altro modo, dare voce e sostegno ai tanti progetti sociali che da tempo nuotano nella nostra stessa direzione. Sono state cucite delle sardine con materiali di recupero e stoffe africane. Piccoli oggetti concreti, come il lavoro necessario per realizzarli. Lavoro di richiedenti asilo che, imparando una professione, conquistano ogni giorno la loro integrazione e ce la consegnano nelle mani», si legge sulla pagina facebook delle 6.000 sardine.

 

«CONTINUAVANO a chiederci dove stavano i contenuti – spiega Andrea Gareffa – Ma noi non siamo politici, non scriviamo progetti di legge. Abbiamo scelto di far capire chi sono le sardine anche così, con progetti concreti di solidarietà». I ricavi aiuteranno le sardine ad autofinanziarsi, sosteranno i migranti impegnati nella sartoria e lo sportello della Caritas.

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