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Il Manifesto

Marco Revelli
da il Manifesto
16.07.2017

Ogni giorno una nuova gittata di dati – una nuova slide tombale – viene emessa dalle torri del sapere ufficiale a coprire la precedente, con un effetto (voluto?) d’irrealtà del reale.
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Giovedì l’Istat, nella sua nota annuale sulla Povertà, ci dice che le cose vanno male, stabilmente male, e forse peggioreranno.
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Venerdì la Banca d’Italia, nel suo bollettino trimestrale, ci dice che (al netto del record del debito) le cose vanno abbastanza bene, e probabilmente miglioreranno…
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Viene in mente Isaia (21,11) e la domanda che sale da Seir: «Sentinella, a che punto è la notte?», a cui dalla torre si risponde: «Vien la mattina, poi anche la notte».
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Per la verità la situazione della povertà è persino più grave di quanto a prima vista potrebbe sembrare. Nei commenti a caldo ci si è infatti soffermati soprattutto sui dati generali: i 4.742.000 poveri «assoluti» e gli 8.465.000 poveri «relativi», grandezze di per sé impressionanti, ma definite nella Nota arrivata dall’Istat «stabili», essendo entrambi aumentati rispetto all’anno 2015 «solamente» di 150.000 unità.
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Se però si spacchettano i due insiemi aggregati si scopre che il peggioramento è stato ben più consistente, addirittura catastrofico, per almeno tre categorie cruciali: i minori, gli operai, e i membri di «famiglie miste».
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Tra le «famiglie con tre o più figli minori», ad esempio, la povertà assoluta è cresciuta in un anno di quasi dieci punti.
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Schizzando al 26,8%. Nel Mezzogiorno la povertà relativa in questa categoria sfiora addirittura il 60%.
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Tra gli «Operai e assimilati», poi, i poveri assoluti raggiungono il livello del 12,6% (un punto percentuale più del 2015, una crescita del 9% in un anno!) e le famiglie con breadwinner operaio in condizione di povertà relativa sfiorano il 20% (una su cinque). Sono i working poors: coloro che sono poveri pur lavorando – pur avendo un «posto di lavoro» -, ed è bene ricordare che si definisce «in povertà assoluta» chi non può permettersi il minimo indispensabile per condurre una vita dignitosa, alimentarsi, vestirsi, curarsi, mentre in «povertà relativa» è chi ha una spesa mensile pro capite inferiore alla metà di quella media del Paese. Una parte consistente del mondo del lavoro italiano è in una di queste due condizioni.
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Infine le «famiglie miste», quelle in cui cioè uno dei due coniugi è un migrante: nel loro caso la povertà assoluta è quasi raddoppiata nell’Italia settentrionale (dal 13,9 al 22,9%) e quella relativa ha raggiunto nel Meridione il 58,8% (era il 40,3 nel 2015), con buona pace di chi ha fatto dell’urlo tribale «Perché a loro e non a NOI» la propria bandiera e considera privilegio lo jus soli in nome della propria miseria.
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Se poi si considera il quadro nell’ultimo decennio, la storia assume i tratti del racconto gotico. Non solo il numero delle famiglie e degli individui in condizione di povertà assoluta risulta raddoppiato rispetto al 2007, ma per alcune figure la dilatazione è stata addirittura esplosiva: così per i minori, tra i quali i «poveri assoluti» sono quadruplicati (l’incidenza passa dal 3% al 12,5%).
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Stessa dinamica per gli «operai e assimilati», tra i quali la diffusione della povertà assoluta, drammatica nel quinquennio 2007-2012, era rallentata fino al 2014, e poi è ritornata prepotente nel biennio successivo (3 punti percentuali in più!) dove si può leggere con chiarezza l’effetto-Renzi e l’impatto del Jobs Act sul potere d’acquisto e sulla stabilità del lavoro.
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In questa luce l’inno alla gioia intonato da politica e media per le notizie da Bankitalia potrebbe sembrare una beffa (un «insulto alla miseria» registrata invece dall’Istat), se non contenesse però un tratto di realtà.
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E cioè che economia e società hanno imboccato strade diverse, e per molti versi opposte. Che i miglioramenti dell’una (o l’attenuazione della crisi sul versante economico) non significano affatto un simmetrico rimbalzo per l’altra (una risalita sul versante della condizione sociale).
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Anzi. I ritocchini al rialzo delle previsioni sul Pil (+1,4 nel ’17, + 1,3 nel ’18, + 1,2 nel ’19) sono in effetti perfettamente compatibili col parallelo degrado dei tassi di povertà e delle condizioni di vita delle famiglie.
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Convivono nell’ambito di un paradigma, come quello vigente, nel quale la crescita redistribuisce la ricchezza dal basso verso l’alto, dal lavoro all’impresa (e soprattutto alla finanza), dai many ai few (all’1% che possiede il 20% di tutto). E in cui il Pil, appunto, s’arricchisce (in termini economici) impoverendo (in termini sociali).
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Forse nel 2019 (forse!) ritorneremo ai livelli pre-crisi del «valore aggiunto» monetario, ma saremo un po’ di più vicini al Medioevo nell’equità sociale.
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Finché non si spezzerà questo circolo vizioso, la sentinella dalla torre non potrà annunciare la definitiva fine della notte.

Adriana Pollice
da il Manifesto
15.07.2017

La soppressione della Forestale. 16 elicotteri su 32 sono passati ai carabinieri e sono stati trasformati in velivoli militari.

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Le telecamere della Rai, ieri, hanno mostrato le immagini dell’aeroporto di Ciampino, dove è ospitata la flotta antincendio dello stato. La maggior parte degli elicotteri resta a terra: sono 16 ma solo 3 vengono utilizzati. La colpa, secondo il servizio, è la mancanza dei decreti attuativi per rendere operativo il personale che è passato dal Corpo forestale ai Vigili del fuoco. La riforma Madia ha infatti soppresso la forestale, dividendo il personale tra caschi rossi e Arma. Altri 16 velivoli sono andati ai Carabinieri che però non avrebbero ancora stanziato fondi sufficienti per la manutenzione di tutti gli elicotteri.
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La polemica su una delle riforme simbolo dei mille giorni del governo Renzi è proseguita anche ieri. «Che lo squilibrio nella ripartizione numerica degli uomini del soppresso Corpo forestale avrebbe depotenziato la lotta agli incendi lo avevamo denunciato inascoltati da mesi – ha spiegato Antonio Brizzi, del sindacato Conapo dei Vigili del fuoco -. Sin da quando, a fine 2016, si era saputo che solo 360 ex forestali sarebbero stati assegnati ai pompieri, per svolgere mansioni che sino al 2016 svolgevano, seppur in modo non esclusivo, in quasi 8 mila forestali e nonostante eravamo già carenti di 3.500 caschi rossi».
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Sotto accusa anche la gestione dei mezzi: «Ai Carabinieri sono stati assegnati 8 elicotteri Breda idonei all'uso civile antincendio – spiega Brizzi -. Ci risulta che quest’anno non hanno versato nemmeno una goccia d’acqua sino a giovedì, quando li hanno visti in volo per la prima volta. A conferma che questa assurda riforma è squilibrata, avendo assegnato ai Carabinieri elicotteri che servirebbero ai Vigili del Fuoco».
Ieri l'Usb ha diffuso un documento, firmato il 7 luglio dal generale dell’Arma Antonio Ricciardi, comandante dell’Unità per la Tutela Forestale, Ambientale e Agroalimentare, nel quale si dice che gli ex forestali non hanno il compito di sedare gli incendi boschivi. Il documento, precisa l'Usb, impartisce ordini precisi: in caso di incendio chiamare i Vigili del Fuoco. L’intervento diretto è consentito solo in caso di «piccoli fuochi». Dei 32 elicotteri di cui il Corpo Forestale disponeva, prosegue l’Usb, 16 sono passati ai carabinieri e sono stati trasformati in velivoli militari con un cambio di matricola.
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Mancanza di uomini, risorse e programmazione è quanto denuncia il coordinatore regionale Cgil dei pompieri toscani, Massimo Marconcini: «La situazione è disperata, gli elicotteri sono tutti fermi per problemi vari, le autopompe serbatoio e le auto hanno in media 15-20 anni. Le recenti scelte legislative hanno prodotto da un lato l’abbandono del corpo dei vigili, lasciato senza mezzi e con risorse inadeguate, dall'altro hanno creato confusioni normative e comportamentali con la soppressione del Corpo forestale».
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Ai problemi legati alle decisioni del governo si sommano i ritardi a livello regionale: le due realtà più bersagliate dagli incendi, Sicilia e Campania, si sono fatte trovare impreparate. La Sicilia, che aveva 23 mila lavoratori forestali, al momento non ha ancora stipulato la convenzione con il corpo dei Vigili del Fuoco per la prevenzione degli incendi. Il governatore Rosario Crocetta nega di esserne responsabile: «Abbiamo sempre avuto una convenzione con il Corpo forestale, dopo che l’hanno smantellato i mezzi dovevano essere trasferiti ai pompieri. Ho chiesto di rinnovare la convenzione e aspettiamo una risposta».
In Campania la firma in calce alla convenzione è stata messa dal governatore ieri e dovrebbe partire oggi. Il capogruppo di FI in regione ipotizza un’illegittimità nella procedura.

Roberto Ciccarelli
da il Manifesto
14.07.2017

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Rapporto Istat Povertà in Italia 2016. Nel 2016 oltre 4 milioni di persone in «povertà assoluta», erano la metà nel 2007. E aumenta anche il «lavoro povero». 8 milioni e 465mila persone, pari a 2 milioni 734mila famiglie, sono in «povertà relativa». In questa condizione si trova chi è prigioniero della «trappola della precarietà». 7 miliardi di euro all’anno sarebbero necessari per finanziare un sussidio contro la povertà. 14-21 miliardi per un «reddito minimo». In Italia è in corso una guerra economica silenziosa, ma concretissima, che precarizza tutta la vita
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Nel paese dove si salvano le banche con 68 miliardi di euro, non si trovano i 7 miliardi all'anno necessari per un sostegno «universale» contro la povertà assoluta. Senza contare i 14-21 miliardi necessari per finanziare le ipotesi di reddito minimo che permetterebbe di affrontare seriamente un nuovo problema: la «trappola della precarietà». Oggi in Italia chi lavora con un reddito basso non riesce a sottrarsi alla povertà e arrivare a fine mese.
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LA CLAMOROSA asimmetria, prodotto di un gigantesco spostamento di ricchezza verso il capitale e di politiche economiche sbagliate come i bonus a pioggia o l’abolizione della tassa sulla prima casa, si ritrova nel report «La povertà in Italia» nel 2016, pubblicato ieri dall'Istat. Come sempre i dati vanno interpretati, e visti sulla tendenza di medio periodo: gli ultimi dieci anni, quelli della crisi. L’Istat sostiene che nel 2016 i «poveri assoluti» erano 4 milioni e 742 mila persone, pari a 1 milione e 619 mila famiglie residenti. La «povertà relativa» riguarda 8 milioni 465 mila persone, pari a 2 milioni 734mila famiglie. Rispetto al 2015, il livello si presenta «stabile». Dato in sé preoccupante a conferma che nulla è stato fatto in quei 12 mesi dal governo Renzi, in un periodo in cui le statistiche attestavano una «crescita» che non produce occupazione fissa, né un arretramento della povertà. Tuttavia c’è qualcosa che peggiora ancora. L’incidenza della povertà assoluta sale tra le famiglie con tre o più figli minori e interessa più di 814 mila persone. Oggi aumenta e colpisce 1 milione e 292 mila minori.
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PARLIAMO DI PERSONE che non riescono a raccogliere risorse primarie per il sostentamento umano: l’acqua, il cibo, il vestiario o i soldi per un affitto. Questa situazione riguarda anche coloro che possiedono un lavoro. L’incidenza della povertà assoluta è doppia per i nuclei il cui capofamiglia è un «male breadwinner» e lavora come operaio. L’Istat registra anche un’altra tendenza: la «povertà relativa» colpisce di più le famiglie giovani. Raggiunge il 14,6% se la persona di riferimento è un under35 mentre scende al 7,9% nel caso di un ultra sessantaquattrenne. L’incidenza della povertà relativa si mantiene elevata per gli operai (18,7%) e per le famiglie dove il «breadwinner» è in cerca di occupazione (31,0%). Suggestioni statistiche che indicano l’esistenza di un continente sommerso: il lavoro povero, e non solo quello della deprivazione radicale a cui spesso è associata la tradizionale immagine della povertà.
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LA SITUAZIONE GENERALE è tale che Marco Lucchini, segretario della fondazione Banco alimentare onlus, ha sostenuto che oltre 80 mila tonnellate di cibo distribuite in 8 mila strutture caritative in Italia hanno arginato la crescita del fenomeno, ma non non risolvono l’emergenza sociale più dimenticata nel Belpaese. Dieci anni fa, nel 2007, i poveri assoluti erano 2 milioni e 427 mila persone. Oggi sono raddoppiati: 4 milioni e 742 mila. È uno scenario di guerra, quella economica che prosegue silente, ma concretissima, da anni. A tutti i livelli.
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I RIMEDI SONO PANNICELLI CALDI. Ieri il ministro del Welfare Giuliano Poletti si affannava, ancora, nel tentativo di spiegare come il governo ha modificato i criteri di accesso alla prima, e modesta, misura «contro la povertà». Quest’anno 800 mila persone dovrebbero prima beneficiare della social card del «Sia» che sarà trasformata in corsa nel «reddito di inclusione». La sproporzione è evidentissima: solo i poveri assoluti sono 4 milioni e 742 mila persone. Ci sarebbe bisogno di una misura pluriennale crescente fino a 7 miliardi, ma i fondi stanziati resteranno fermi al miliardo. E poi dovranno essere rifinanziati. Ma questa è un’altra storia: riguarderà la prossima legislatura. Quindi un altro mondo, un altro universo, lontanissimo. Concretamente si parla di un sussidio di ultima istanza che va da un minino di 190 a un massimo di 485 euro per le famiglie più numerose con 5 componenti. Importi per di più vincolati a una serie di condizionalità che rendono tale sussidio tutto tranne che «universale».
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LA DISCONNESSIONE TOTALE tra la politica economica seguita in questi 10 anni e la condizione materiale che urla da questi dati è evidente. L’Alleanza contro la povertà, il cartello di associazioni e sindacati che ha premuto per ottenere il «reddito di inclusione» chiede l’introduzione di un piano pluriennale già dalla prossima legge di bilancio che permetta a chi non ha una famiglia con figli di condurre uno standard di vita dignitoso. Susanna Camusso (Cgil) ritiene che tale «reddito» sia uno «strumento corretto da finanziare» evitando di «distribuire bonus a pioggia». Il Movimento 5 Stelle attribuisce gran parte delle responsabilità di questa situazione «all'immobilismo politico del governo Renzi». Giulio Marcon (Sinistra Italiana) fa un ragionamento di sistema: questo è il frutto del cieco rigore delle politiche Ue e dell’incapacità dei governi di uscire dalle disuguaglianze e dalla precarizzazione progressiva

Manfredi Alberti
da il Manifesto
14.07.2017

Lavoro. Negli anni Sessanta e Settanta le leggi davano diritti e il reddito cresceva. Agli inizi dei Novanta la grande discesa dei salari e la lunga marcia della precarietà
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I recenti dati diffusi dall'Istat sulla crescita della disoccupazione e della precarietà, specialmente fra i giovani, chiariscono come la deregolamentazione del mercato del lavoro, che imperversa da vent'anni, ha prodotto i risultati devastanti a cui assistiamo.
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Già durante i “ruggenti” anni Ottanta si era tentato intaccare le tutele dei lavoratori introdotte negli anni precedenti, ma con scarsi risultati. Si dovette aspettare il crollo del comunismo, il Trattato di Maastricht e il nuovo vento liberista degli anni Novanta per giungere a risultati concreti. Il pacchetto Treu (legge 196 del 1997), che compie ora vent'anni, costituì una svolta decisiva verso la flessibilità contrattuale: il provvedimento introdusse infatti la possibilità di utilizzare il rapporto di lavoro interinale, ampliando notevolmente i margini di applicabilità del lavoro a tempo determinato.
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Alla fine degli anni Novanta il dilagare di forme di lavoro subordinato mascherate da contratti di collaborazione portò alla necessità di un’ulteriore regolamentazione normativa, la legge Biagi.
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Da un lato delimitò l’ambito di applicazione dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, dall'altro allargò ulteriormente le tipologie contrattuali «atipiche». I livelli di protezione normativa del lavoro, secondo la misura che ne dà l’Ocse, si sono via via ridotti negli anni più recenti, a seguito dell’introduzione di ulteriori livelli di flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro.
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Dapprima la riforma Fornero (la legge 92 del 2012) ha ridotto la possibilità di reintegro del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Da ultimo il Jobs act varato dal governo Renzi ha previsto sia una maggiore libertà nell'uso del contratto di lavoro a tempo determinato, sia l’abolizione di fatto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

I provvedimenti renziani sono il triste epilogo di una storia ventennale, segnata sia da un progressivo indebolimento della classe lavoratrice, sia, non casualmente, da una generale penalizzazione dei salari. I limiti e le contraddizioni dell’ultima stagione che abbiamo vissuto emergono con maggiore chiarezza se tentiamo un confronto con le vicende degli anni Sessanta e Settanta, quando l’allargamento dei diritti (che per il capitale sono solo “rigidità”) andava di pari passo con la crescita economica e la bassa disoccupazione.

Molti dei principi costituzionali in tema di protezione del lavoro e parità fra i sessi trovarono per la prima volta applicazione, in un contesto di espansione del reddito, stabilità dei livelli generali di occupazione e in particolare, a partire dal 1973, di crescita dell’occupazione femminile. Non mancarono certo le criticità, specialmente per i giovani e le donne, ma è anche vero che in quegli anni il tasso di disoccupazione maschile si mantenne sempre inferiore al 5%. La vivace stagione di riforme di quegli anni si aprì con la legge 1369 del 1960, che vietava l’intermediazione nelle prestazioni di lavoro. Seguì nel 1962 la legge 230, la quale fissava vincoli stringenti per la stipula di contratti a termine, stabilendo la centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

La legge 7 del 1963 vietò il licenziamento per matrimonio, una pratica molto diffusa che costituiva un fattore discriminante nei confronti delle donne. La legge 604 del 1966 riconobbe il principio della giusta causa nei licenziamenti individuali, anticipando quanto stabilito dallo Statuto dei lavoratori del 1970. Dopo anni di lotte, nel 1969 si arrivò anche all'abolizione delle «gabbie salariali», i differenziali retributivi per area geografica introdotti nel 1945.

Nel 1975 i sindacati ottennero poi il totale adeguamento dei salari all’inflazione, una riduzione della differenza retributiva fra categorie e un’estensione della Cassa integrazione come ammortizzatore sociale dei licenziamenti.

Nel 1977 si giunse infine a una legge che stabilì la parità fra uomo e donna nell’accesso al lavoro e nella retribuzione. Un’altra epoca, si dirà. Ma lo studio del passato serve proprio a questo: a offrire termini di confronto, a dimostrare che altri scenari sono sempre possibili e a confutare i dogmi che le classi dominanti ci impongono.

Come la presunta necessità di barattare i diritti in cambio dell’occupazione e del benessere economico.

13.07.2017
fabrizio salvatori
da Contro la crisi

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"28 elicotteri antincendio fermi su 32”. L’assurda vicenda della quasi totale mancanza di coordinamento nel far fronte all'emergenza incendi comincia ad assumere dei contorni davvero grotteschi. I Verdi sono pronti alle carte bollate con un esposto alla Procura Generale della Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica di Roma “per i mezzi rimasti inutilizzati in questo momento drammatico di emergenza incendi a causa degli effetti nefasti dell'applicazione della Riforma Madia", come annuncia in una nota il coordinatore nazionale dei Verdi Angelo Bonelli; ma c’è anche chi è pronto a scendere in piazza. A Napoli domani,
le realtà di base e l’associazionismo ambientalista intendono denunciare il "molteplice attacco" in corso in Campania: dai roghi di rifiuti che tornano a verificarsi nella Terra dei fuochi alle immagini della vegetazione vesuviana divorata da incendi dolosi.
Attraverso un tam tam di due giorni le realta' di base, le associazioni ambientaliste e i cittadini, "stanchi di aspettare risposte che non arrivano o di ascoltare promesse che non diventano fatti", si sono messe in rete e hanno organizzato la giornata di mobilitazione. Si parte la mattina con il presidio alla Regione, in via Santa Lucia, indetto dalla cittadinanza attiva di Acerra, uno dei territori che per primo si e' attivato contro gli ennesimi atti di devastazione ambientale. Il momento culminante della giornata di mobilitazione e' in programma per le 17 a Largo Berlinguer, antistante la fermata Metro di Toledo. "Questo e' solo l'inizio di una campagna che dovrà proseguire nei prossimi giorni, tenendo alta l'attenzione e pretendendo tempistiche chiare di intervento e dispositivi democratici di controllo su di esso - dichiarano gli organizzatori del corteo - perché da troppi anni la Campania ha imparato che non ci si può fidare e che, spesso, l'unica soluzione e' mettere sotto il tappeto l'emergenza e fingere che tutto sia normale. Esiste - concludono - un disegno criminale complessivo che ciclicamente minaccia il nostro territorio che va fermato".
"Aggiungiamo - prosegue l'esposto dei Verdi - che in seguito agli effetti della succitata legge Madia degli 8000 forestali, solo 360 sono stati assegnati ai Vigili del Fuoco con compito di spegnimento, oltre 6400 sono stati assegnati ai Carabinieri e altri 1240 sono stati assegnati alla Pubblica Amministrazione con funzioni diverse. E' noto, anche per denuncia dei sindacati, che l'organico dei Vigili del Fuoco era sottostimato di 3000 unità ancor prima che a questi venissero assegnate le funzioni antincendio."
"Ci troviamo quindi - scrive Bonelli nell'esposto - di fronte a una situazione di grave negligenza in una emergenza climatica di siccità che era già stata ampiamente prevista dagli organi competenti al punto che vi era denunce in tal senso ancor prima che scoppiassero i focolai di incendi in tutta Italia che non ha portato le Regioni e le istituzioni competenti ad adottare le misure conseguenti."
Secondo la Cgil, "l'Italia, assediata dalle fiamme e dalla siccità, ha urgenza innanzitutto di una seria politica di prevenzione degli incendi e contemporaneamente della risoluzione della crisi idrica, a partire dalla riduzione degli sprechi. Secondo la Cgil nazionale, “l'assenza di piogge e l'aumento delle temperature hanno favorito l'innescarsi degli incendi e reso più facile il compito di coloro che non si fanno scrupoli a devastare interi territori. Riteniamo necessarie ai fini della prevenzione - prosegue la Confederazione - una seria manutenzione del territorio, operazioni di pulizia e realizzazione di fasce parafuoco”. “Per affrontare interventi all'altezza della gravità della situazione, servono - sottolinea - più risorse, più mezzi e aumentare il personale. Nonostante le numerose difficoltà il Corpo dei Vigili del Fuoco sta operando al meglio".
Sul fronte emergenza siccità, la Cgil evidenzia come “la riduzione delle piogge (-65,4%) e una dispersione media di acqua nelle nostre reti idriche del 40% hanno aggravato la crisi del nostro Paese, che questa estate ha raggiunto livelli storici. La Regione a soffrire di più per servizi idrici inefficaci - ricorda, citando i dati 'Italia Sicura' - è la Sardegna, con una dispersione del 54.8%, seguita da Molise (47.2%), Campania (45.8%), Sicilia (45.6%) e Lazio (45.1%)”.
“Privatizzare il servizio, e quindi gestire l'acqua come una merce con il solo obiettivo di trarne profitto, non è la soluzione, e i dati lo dimostrano: a Cagliari, Grosseto, Firenze, Trieste, dove sono subentrati gestori privati, la dispersione è addirittura superiore al 40%. Nessun beneficio in termini di investimenti e efficacia del servizio”.
“Rilanciamo quindi una contrattazione per lo sviluppo sostenibile in attuazione del nostro Piano del lavoro - conclude la Cgil - che abbia tra i capisaldi del confronto i temi del dissesto idrogeologico, la manutenzione del territorio e la gestione della risorsa idrica”.

Riccardo Chiari
da il manifesto
13.07.2017

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Credit crack. A Montecitorio il primo via libera al provvedimento, con Si contraria e Mdp-Articolo Uno favorevole. Ostruzionismo del M5S, mentre Rifondazione osserva: "Con un fiume di risorse pubbliche Intesa ristrutturerà anche se stessa e aumenterà i propri utili".
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Il “decreto regalo” (a Intesa) sulle due banche venete passa a Montecitorio con il voto di fiducia: 318 voti a favore, 178 contrari e un astenuto. L’aula passa il resto della giornata affrontando i 142 ordini del giorno, di cui 83 presentati da M5S e tutti illustrati, nell’ottica ostruzionistica annunciata alla conferenza dei capigruppo. Nel voto di fiducia, come rileva velenosamente il piddino Roberto Giachetti, alla sinistra del Pd si registrano i 13 voti contrari di Sinistra italiana, i 17 voti favorevoli di Mdp-Articolo Uno, e sempre nelle schiere dei bersanian-dalemiani altri 22 deputati non votanti.
A cercare di chiarire la posizione di Mdp-Articolo Uno è Davide Zoggia: in conferenza stampa spiega che Articolo Uno vota la fiducia solo perché si tratta di “una pistola puntata alla tempia dei dipendenti e dell’intero sistema bancario italiano”; mentre, per quanto riguarda il provvedimento in generale, secondo Zoggia si poteva intervenire per migliorare il testo, che è “la prerogativa principale del Parlamento rispetto ai decreti”.
Il problema è che il “decreto regalo” è stato blindato, venendo proposto così come uscito dal consiglio dei ministri del 25 giugno scorso. Questo perché Intesa ha detto a chiare lettere che il provvedimento, con tutti i desiderata della stessa Intesa, non doveva cambiare di una virgola. Ma anche perché fra alcuni emendamenti, che pure erano stati concordati con il governo, ce n’era uno (evidenziato dal Fatto Quotidiano) a firma di Pierluigi Bersani che in sostanza avrebbe fatto chiudere la carriera di banchiere a Pier Luigi Boschi, già peraltro miracolato dal Tribunale di Arezzo nelle pieghe della bancarotta di Banca Etruria.
Fra i contrari il gruppo parlamentare di Sinistra italiana-Possibile ha spiegato la situazione con Giulio Marcon: “Un decreto sbagliato e immodificabile per il ricatto di Banca Intesa che mette soldi pubblici per licenziare un terzo dei lavoratori delle due banche, 4.000 su 12.000. Un doppio costo per lo Stato: la bad bank più gli ammortizzatori sociali”. Quelli necessari per i prepensionamenti dei lavoratori. A seguire un’analisi più dettagliata: “La nostra contrarietà è inversamente proporzionale all'entusiasmo dell'Abi (l’associazione dei banchieri, ndr.) per questo provvedimento, che sana una situazione già nota da tempo e su cui prima o poi si dovranno accertare le responsabilità. Perché quanto successo in questi anni dovrebbe interrogarci sul ruolo di Bankitalia e sulla prevenzione delle crisi. Le cose sono due: o Bankitalia non ha fatto bene suo lavoro, o il governo non ha raccolto le indicazioni della nostra banca centrale”.
Anche se fuori dal Parlamento, ha fatto sentire la sua voce Rifondazione: “L’esito era scontato ma resta scandaloso – osservano Maurizio Acerbo e Roberta Fantozzi – visto che il decreto del governo ha fatto chiedere al Wall Street Journal, non proprio un giornale bolscevico, perché Intesa San Paolo si sia aggiudicata un accordo così buono sugli asset delle due banche. Un accordo per cui a Intesa San Paolo vanno subito 5,2 miliardi di risorse pubbliche per la ‘riorganizzazione’ dei due istituti di credito. E con lo Stato, cioè la collettività, che si accolla invece, oltre ai 5,2 miliardi, i crediti deteriorati, mettendo a disposizione risorse fino a 17 miliardi di euro complessivi.
Insomma un enorme regalo a Intesa San Paolo, che con il fiume di risorse pubbliche ristrutturerà se stessa e aumenterà i propri utili (secondo le stime di Mediobanca Securities con un aumento del 6% dell’utile atteso per azione), a carico della collettività. Un esempio scandaloso di socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili. Invece la strada doveva essere tutt'altra, quella della nazionalizzazione, anche aprendo un contenzioso con la Ue. Una strada ineccepibile a fronte delle risorse ingentissime messe a disposizione. Quelle che non si trovano mai se c’è da finanziare la sanità o la scuola pubblica o il reddito minimo per disoccupati”. Proprio per questo, se può servire di minima consolazione, i sondaggi hanno rilevato che il 97% degli italiani – di quelli che studiano un minimo e si informano – è contro il “decreto regalo” a Intesa. Ora la parola passerà al Senato.

11.07.2017
da Treviso, Enrico Baldin

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Parla Maurizio Acerbo, segretario Prc: «Ogni giorno perso per cercare l’unità coi responsabili di 25 anni di neoliberismo è un giorno sottratto a costruire l’unità della sinistra nelle strade
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Basta perder tempo dietro a Pisapia e a D’Alema».
Lo ripete quasi ossessivamente Maurizio Acerbo, abruzzese recentemente eletto segretario nazionale di Rifondazione Comunista.
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Lo incontriamo a margine di una festa di partito, al termine di un dibattito sulle grandi opere. Acerbo è preoccupato per il percorso della lista di sinistra che dovrebbe nascere in alternativa al Pd e che sta subendo la “melina” di altre formazioni che «hanno interesse che non nasca niente di davvero alternativo».
«Se ci fossimo mossi prima, forse la gente di sinistra non avrebbe riposto i suoi ideali nel Movimento 5 stelle.
Di Maio e Di Battista, come Salvini e Renzi, ragionano sulla base della convenienza elettorale. Come sull'immigrazione»
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Acerbo sta girando l’Italia in lungo e in largo per spiegare le sue convinzioni, pure domani ha la sveglia all'alba per andare dall'altro capo d’Italia, avendo giusto lo spazio di tre ore per dormire nel divano-letto di un compagno di partito.
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Mentre lo intervistiamo in una mano regge un telefono cellulare con lo schermo frantumato con cui si è appena accertato delle condizioni dell’europarlamentare Eleonora Forenza, da poco rilasciata dalle forze dell’ordine a margine delle manifestazioni contro il G20. Nell’altra mano tiene la maglietta donatagli dagli RSU Fiom dell’Electrolux in sostegno di Augustin Breda, operaio e RSU recentemente licenziato dalla sua azienda dopo che era stato spiato fuori dalla fabbrica da un detective privato.
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Allora Acerbo, con chi va fatta questa lista di sinistra?
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Con le persone che fanno cose di sinistra e con tutte quelle formazioni che in questi anni hanno fatto opposizione da sinistra a Gentiloni, a Renzi, a Letta, a Monti.
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Niente D’Alema quindi?
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No. D’Alema e la sua formazione stanno tutt’ora sostenendo il governo, anche quando fa cose che di sinistra non hanno nulla, come la reintroduzione dei voucher appena tolti per evitare il referendum che li avrebbe abrogati.
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Però l’area di D’Alema, Pisapia e Bersani ha partecipato all'assemblea al teatro Brancaccio e sostiene che un accordo a sinistra si deve fare. Chi decide allora chi può stare dentro a questa lista e chi ci deve rimanere fuori?
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Lo decidono le persone di sinistra, dal basso. Per me ogni giorno perso per cercare l’unità coi responsabili di 25 anni di politiche neoliberiste è un giorno sottratto a costruire l’unità della sinistra nelle strade, tra chi non ha più un lavoro, tra chi chiede diritti.
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Corbyn e Sanders hanno avviato percorsi molto radicali dentro alle formazioni che erano state di Blair e di Clinton. Non le viene il dubbio che si possa intraprendere da outsider la sfida dentro un accordo col PD?
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No. Corbyn e Sanders da oltre trentanni sono outsiders coerenti coi loro principi che sono i nostri stessi principi. Né dentro il Pd né tra i predicatori di un accordo col Pd c’è qualcuno che dall'interno abbia fatto opposizione vera, votando costantemente contro alle schifezze fatte dagli ultimi governi. Di Corbyn e Sanders nel centrosinistra non ne vedo l’ombra.
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Siamo comunque ancora daccapo. C’è un’area che spinge per fare l’accordo col Pd e che sta paralizzando quel che è nato all'incontro al teatro Brancaccio. Chi vuole questa paralisi e perché?
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C’è una idea diffusa a sinistra, sostenuta da diversi intellettuali, come anche dal Manifesto, secondo cui bisognerebbe mettere tutti assieme. Il risultato è che il progetto di Bersani e Pisapia va avanti mentre quello di una sinistra radicale ed alternativa al PD è in stand by. Pare ci sia un comandamento nelle tavole della legge secondo cui “Non avrai altra sinistra al di fuori del centrosinistra”. Lo pensano in tanti, e su progetti come quello di Pisapia mi pare ci sia anche l’endorsment di Repubblica. Noi invece pensiamo sia un errore politico grave rincorrere Pisapia rincorrendo quindi il Pd. Come nel resto d’Europa serve una sinistra forte, alternativa alle politiche del Pd che non è altro che una destra economica, chiamiamo le cose col proprio nome.
Io l’unità non voglio venga fatta con questa gente qui. Devono esserci invece coloro che in questi anni, come noi, sono stati all'opposizione, hanno manifestato in piazza.
Parlo anche delle realtà che rimasero fuori da Altra Europa, come i sindacati di base e Eurostop. E’ fondamentale che il carattere di questa formazione sia di radicale rottura con l'establishment e che quindi permetta a milioni di persone che sarebbero d’accordo con noi, di trovare una sinistra degna di questo nome. Non è questione di aggettivi ma di fatti.
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Facciamo ordine allora: che passi andrebbero fatti ora?
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Io credo che i promotori dell’assemblea al teatro Brancaccio dovrebbero lanciare una campagna di adesioni in tutto il paese, su pochi punti semplici e definiti che allo stesso tempo descrivono le cose essenziali del programma e definisca il confine di una intesa. Credo che da questo punto di vista la relazione introduttiva di Montanari al Brancaccio è stata molto buona, sia per contenuti sia per l’orizzonte del progetto, un’ottima base.
Poi debbono moltiplicarsi in modo strutturato assemblee territoriali in tutta Italia per mettere le radici a questa lista. Queste cose vanno fatte subito, senza aspettare un minuto di più, senza farsi inscatolare da una cosa vecchia e sbagliata come quella di piazza S.Apostoli. A Montanari e Falcone dico di andare avanti.
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I tempi appunto. Indipendentemente dalla data del voto non siete già in ritardo?
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Certo. Sta cosa doveva partire cinque anni fa dopo il disastro del governo Monti, ma SEL e altri di sinistra non ci diedero retta.
Avevamo una possibilità anche subito dopo le elezioni Europee, quando la lista che avevamo composto superò il 4%.
Si doveva lanciare una campagna di adesioni per trasformare la lista in progetto politico. Oggi saremmo stati in grado di non porci il problema della soglia di sbarramento.
Sinistra Arcobaleno e Rivoluzione Civile insegnano che le somme matematiche di sigle realizzate all'ultimo minuto non servono a niente.
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Liste e programmi come vanno scelti?
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Li devono scegliere dal basso gli aderenti. Ma deve nascere subito uno spazio, filar dietro a Pisapia e D’Alema è una perdita di tempo.
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Lei è segretario di Rifondazione Comunista da tre mesi. Come ha trovato il suo partito?
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Rifondazione è un vero elemento di alterità in un paese di voltagabbana.
Nove anni fuori dal parlamento e resistiamo ancora, certo rimaneggiati, ma resistiamo senza chiuderci in noi stessi.
Questo partito ha aperto le sue porte a diversi tipi di vertenze, da quelle sui beni comuni a quelle sul lavoro e i diritti sociali. Rifondazione è una risorsa per costruire una sinistra alternativa alle politiche disastrose degli ultimi anni.
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12.07.2017

Il 6 luglio scorso il Consiglio comunale di Pisa ha approvato una mozione del gruppo consiliare “Una Città in Comune – Rifondazione Comunista”, per condannare il grave atto compiuto dai neofascisti di “Forza Nuova” contro il parroco di Perignano Don Armando Zappolini. Questi, in linea con l’invito di Papa Francesco ad aprire le porte della Chiesa a migranti e a rifugiati, si sarebbe macchiato della colpa “eretica” di aver organizzato una festa di fine Ramadan insieme ai richiedenti asilo del territorio.
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Nel nostro paese si registra un clima generale di manipolazione politica della tragedia dei rifugiati, promosso da più parti: in questo contesto le formazioni neofasciste e nostalgiche del regime si sentono in diritto di alzare la testa e fomentare l’intolleranza. La violenta irruzione dello scorso 29 giugno nella sala del Consiglio comunale di Milano di un gruppo di militanti di Casa Pound e la conseguente aggressione contro gli esponenti del movimento antirazzista “Nessuno è illegale”, così come le indecenti manifestazioni di Forza Nuova sotto il Parlamento contro l’approvazione della legge sullo Ius soli, sono segnali estremamente preoccupanti.
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Per questo insieme alla solidarietà dovuta a Don Armando Zappolini e alla condanna del neofascismo, il Consiglio comunale di Pisa ha impegnato il Sindaco e la Giunta ad atti concreti e tangibili: «sostenere con convinzione l’iter parlamentare delle proposte di legge che tendono a rendere effettiva l’applicazione della XII disposizione finale della Costituzione italiana» contro l’apologia di fascismo, così come chiesto recentemente dall'Anpi, e «sostenere e finanziare progetti e azioni di educazione all'antifascismo, all'antirazzismo e al rispetto delle differenze interculturali, nelle scuole del territorio e attraverso iniziative aperte alla cittadinanza».
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Ci aspettiamo di vedere al più presto realizzate queste indicazioni, per il pieno rispetto della Costituzione e per la realizzazione di una società democratica e inclusiva.

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Una Città in Comune – Rifondazione Comunista

Luca Fazio
da il Manifesto
11.07.2017

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La polemica. Il provvedimento a firma Emanuele Fiano che introduce il reato di propaganda del regime fascista - peraltro già esistente nell'ordinamento giuridico - è stato duramente criticato dai pentastellati (e dalla Lega): "E' un pastrocchio anti costituzionale e lesivo della libertà di pensiero". Immediate le reazioni del Pd e di Matteo Renzi: "Liberticida è il fascismo, non la legge"
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Voi siete un po’ fascisti, e voi siete ignoranti. Questo, in sintesi, il nuovo scontro. L’oggetto del contendere dell’ennesima baruffa propagandistica tra Pd e M5S è materia delicata che andrebbe maneggiata con cura, perché il problema esiste e non si risolve con un inasprimento del codice penale: stiamo parlando di fascismo (e per contro dell’efficacia dell’antifascismo). Tracce di fascismo, con le parole che lo accompagnano in forme più o meno rinnovate, ci sono ovunque: nelle strade, nelle edicole, nelle scuole, negli stadi, nel web, nella musica, nelle istituzioni, in tv, nelle librerie. Oggi di più? Può essere. La discussione da aprire semmai è se per arginare questo fenomeno, non solo italiano, sia utile o possibile vietarne l’espressione e il pensiero, per quanto ripugnanti.
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La pensano così, legittimamente, i parlamentari che hanno sottoscritto la proposta di legge a firma Emanuele Fiano che introduce il reato di propaganda del regime fascista e nazista, con reclusione da sei mesi a due anni (a dire il vero le leggi ci sono già, Scelba e Mancino). Ieri, in un parere depositato in Commissione giustizia alla Camera, il M5S si è detto contrario definendo il provvedimento “liberticida” e lesivo della libertà del pensiero (come la Lega di Salvini). Apriti cielo. Il terreno del resto è scivoloso, soprattutto per una formazione che fatica a spiegare e spiegarsi e che si vanta di non essere né di destra né di sinistra. Da qui all’accusa di filo fascismo (smentita con sdegno) è un attimo.
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La lezione di storia che dà il là alla polemica è a cura di Matteo Renzi, che una volta tanto crede di vincere facile: “Liberticida era il fascismo non la legge sull’apologia del fascismo. Bisogna dirlo al M5S: era il fascismo liberticida. Almeno la storia!”. Più argomentato il ragionamento di Emanele Fiano (Pd) che da sempre si batte contro chi minimizza la portata dei neofascismi e per questo definisce “molto preoccupante” la decisione del M5S. “La libertà – ha detto alla Camera – non deve offrire casa a chi la vuole negare. A chi dice che questo provvedimento è liberticida rispondo che liberticida è l’ideologia della quale vogliamo evitare l’esaltazione e la propaganda. E’ necessario dire basta all’indifferenza verso chi ancora oggi professa idee di violenza, sopraffazione, discriminazione o fascismo”.
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Vista la replica pentastellata – “l’antifascismo per noi è un valore, per loro uno spot” – verrebbe da pensare a un malinteso. Ma è solo campagna elettorale. “La proposta di legge è l’ennesima legge scritta con i piedi dal Pd – replica Vittorio Ferraresi, capo gruppo in Commissione giustizia M5S – che è stata criticata dai giuristi. Un pastrocchio non necessario, visto che esistono due leggi che puniscono l’apologia del fascismo che per noi è da condannare senza se e senza ma. Questa legge non serve al nostro paese perché si andrà a sovrapporre alle leggi Scelba e Mancino, infatti i comportamenti previsti in essa, come le manifestazioni di propaganda e il saluto romano, sono già punibili e puniti”.
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Secondo Ferraresi, “questa proposta maldestra è scritta talmente male da non distinguere fra prodotti propagandistici e prodotti storico-artistici. Il paradosso è che potremmo vedere chiuso il Foro italico o l’intero quartiere Eur”. Ironia a parte, l’argomento ha provocato le reazioni di tutta la sinistra per una volta unita contro il partito di Grillo.
Senza entrare nel merito della polemica, il presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia, a Radio Popolare invece si è chiesto “come mai per tanto tempo si è data così scarsa applicazione a norme che già esistevano”.
Pur apprezzando la proposta Fiano, il presidente dell'Anpi sa che “la legge non risolve i problemi”. Tanto più se si tratta di fascismo: “Ci vuole il funzionamento delle istituzioni e una coscienza collettiva convinta che questa è una Repubblica democratica e antifascista: purtroppo questa coscienza antifascista mi pare che non esista”.

Pubblicato il 11 lug 2017
COMUNICATO STAMPA

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Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
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«Che 307 mila famiglie detengano in Italia oltre il 20 per cento della ricchezza è un dato che ci parla di un Paese terribilmente ingiusto.
In un periodo di recessione come quello che stiamo vivendo non introdurre la patrimoniale – una misura che esiste in mezza Europa, non stiamo parlando di Unione Sovietica! – significa garantire e implementare la disuguaglianza.
Che i ricchi siano sempre più ricchi e i poveri più poveri è amorale e contro l’interesse generale. Infatti l’aumento della ricchezza di pochi si accompagna all'impoverimento progressivo della maggioranza del paese.
Proponiamo la patrimoniale da anni scontrandoci con tutte le forze politiche di centrodestra e centrosinistra che hanno concentrato la pressione fiscale su chi sta in basso, in forma diretta e indiretta».

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