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04/03/2020

da Left

Vincenzo Musacchio

 

Ho appena aderito al “Coordinamento per la democrazia costituzionale per il No del referendum sulle modifiche alla Costituzione sulla riduzione del numero dei Parlamentari” presieduto dal professor Massimo Villone, ordinario di diritto costituzionale presso l’Università di Napoli. L’ho fatto perché credo siamo chiamati ancora una volta a scegliere tra democrazia parlamentare e sistema oligarchico. In fondo, mi guidano le stesse motivazioni che mi spinsero a votare No al referendum del 4 dicembre del 2016.

 

Come dico sempre ai miei studenti, ribadisco al lettore che l’elemento più importante della Carta Costituzionale, è la spinta unitaria verso tutti i Costituenti dell’epoca. Si unirono tutti attorno al valore sacro della persona umana. L’individuo finalmente inteso non più come mezzo ma come fine primario dell’ordinamento giuridico e sociale. Si tracciò così una visione della persona non più statica ma dinamica, poiché titolare di diritti e di doveri, diretta allo sviluppo, non solo economico ma sociale e culturale. La persona, però, non può realizzarsi completamente se non in condizione di libertà indissolubilmente connessa al concetto di uguaglianza.

 

Entrata in vigore il 1° gennaio 1948, a tre anni dalla Liberazione della Nazione e dalla fine della seconda guerra mondiale, è, a mio avviso ancor oggi, una delle più avanzate del mondo, soprattutto perché è costruita in modo da non limitarsi a elencare i diritti, ma dare indicazioni per la loro effettività e per la loro attuazione. Piero Calamandrei nel suo famoso discorso agli studenti nel 1955 rimarcò come la Costituzione non fosse una macchina che una volta messa in moto andava avanti da sé. «La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica».

 

Nella nostra Costituzione c’è la nostra storia, il nostro passato, i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Al suo interno ci sono anche valori intrinseci, non sempre esplicitamente dichiarati, ma chiaramente desumibili: la persona, il lavoro, la dignità, la libertà e l’uguaglianza, la democrazia, l’etica, la legalità; non dimenticando, peraltro, che nella schiera dei valori vanno considerati anche i doveri e tra di essi emergono principalmente la solidarietà e la partecipazione attiva.

 

Quando all’art. 1 si scrive che l’Italia è una “Repubblica democratica”, si dichiara una scelta e si evidenzia un valore: la democrazia. Da cittadino ritengo che la democrazia sia il governo di molti e non di pochi. La democrazia esprime partecipazione e legame stretto tra elettore ed eletto. La democrazia è il governo del popolo. La nostra si qualifica come parlamentare (che vuol dire strutturata attorno ad un Parlamento che esercita il potere legislativo), ma non esclude, e anzi esplicitamente prevede anche forme di partecipazione diretta dei cittadini (l’iniziativa popolare delle leggi, il diritto di petizione, il referendum e così via).

 

La democrazia è l’humus necessario della convivenza civile. Un valore che noi cittadini abbiamo l’obbligo morale e materiale di proteggere e tutelare contro ogni attacco e contro ogni rischio, soprattutto in un Paese che ha vissuto la dittatura. Il valore della partecipazione attiva è fondamentale. Pericle nel suo discorso agli ateniesi già nel 431 a.C. affermava: «Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore».

 

Pericle ci insegna che il cittadino, non solo deve esercitare la sovranità popolare partecipando alle elezioni (quali che siano le sue scelte), ma poi deve chiedere conto ai suoi “delegati” di ciò che fanno nell’interesse comune, deve far sentire la propria voce, partecipare al dibattito pubblico sulle questioni di fondo, indignarsi per le cose che non vanno, svolgere azioni concrete di controllo sul bene comune. Questa è la cittadinanza attiva che, alla fine, è il valore più rilevante di ogni altro, non solo perché è il sale della democrazia, ma anche, e soprattutto, perché è la maggior garanzia del rispetto e dell’attuazione di tutti gli altri valori costituzionali. Il distacco, l’indifferenza, non appartengono alla democrazia e non la qualificano; non valorizzano la persona e non ne esaltano la dignità.

 

L’invito che implicitamente ci rivolge la Carta Costituzionale è di essere cittadini partecipi e consapevoli. Per questo, bisogna conoscere la Costituzione, approfondirne le norme specifiche ed i principi, estrarre consapevolmente i valori che essa emana e farli vivere nelle istituzioni, nella politica, nella società, ed anche nei comportamenti quotidiani, convincendosi che anche nei momenti difficili sta nella Costituzione e nei suoi valori, l’unica e vera prospettiva di rinnovamento e di riscatto. Ma soprattutto bisogna amarla, questa Costituzione: è la base e il fondamento della nostra convivenza civile per la quale in tanti hanno sacrificato la loro vita.

 

Sono profondamente convinto che il prossimo 29 marzo con il nostro voto saremo chiamati a decidere non tanto se vogliamo la Costituzione del ’48 per il suo prestigio e il suo valore simbolico, ma dobbiamo optare tra democrazia parlamentare e sistema oligarchico. Questo referendum verterà sul carattere centralistico, oppure pluralistico e partecipativo della nostra democrazia. La nostra Costituzione è stata concepita per unire non per dividere: è questa la sua essenza rivoluzionaria. La riforma proposta si caratterizza, sin dal metodo, come una Costituzione che non unisce ma, di fatto, divide. L’attuale Costituzione è nata dal consenso unanime di quasi tutti i partiti politici dell’epoca e per questo ha in sé ha un enorme valore aggregante e democratico. Una Costituzione che legittimerebbe una oligarchia sarà giocoforza regressiva e non avrà più il prestigio, il valore che deve avere la Costituzione in un sistema democratico solidaristico-sociale.

 

In questi anni è stato smantellato lo Stato sociale, è stato distrutto il diritto del lavoro, la sanità non più solidale e gratuita perché si è economizzata e pesa sulle spalle soprattutto dei più poveri. Lo smantellamento di tutti questi diritti è possibile solo se prima di tutto si smobilita la società, e cioè si indeboliscono i partiti, e i cittadini sono ridotti a spettatori davanti alle televisioni a guardare gli scontri fra i politici, che naturalmente si scontrano su questioni secondarie. Ciò che viene perseguito è prima di tutto la neutralizzazione del controllo dal basso, del radicamento sociale, e in secondo luogo la neutralizzazione dei limiti e dei vincoli dall’alto, e cioè da parte delle Costituzioni, perché le Costituzioni sono ormai scomparse dall’orizzonte della politica.

 

Con questa riforma il Parlamento conterà sempre di meno, sarà per l’appunto una maggioranza di parlamentari, fortemente vincolati da chi deciderà della loro successiva elezione, a causa anche della disarticolazione sociale dei partiti, della loro neutralizzazione come fonti di legittimazione titolari delle funzioni di indirizzo politico, di controllo e di responsabilizzazione. Il nostro voto è una scelta o a favore della democrazia pluralistica costituzionale oppure a favore di un’involuzione personalistica e autocratica del sistema politico. Per tutti questi motivi all’interno della cabina elettorale occorre meditare e riflettere profondamente sul nostro prossimo futuro prima di votare per il Sì o per il No.

 

Io voterò convintamente No essenzialmente per tre ragioni. La prima: con la attuale legge elettorale e con listini bloccati e candidati nominati, i nuovi parlamentari saranno tutti indicati dalle segreterie di partito, sottraendo di fatto al popolo sovrano totalmente il diritto di scegliersi i suoi rappresentanti. Deputati e senatori risponderanno al segretario del partito e non più agli elettori. La seconda: con questa riforma la rappresentanza politica sarà concentrata nelle aree più popolose del Paese, a scapito di quelle con meno abitanti ma territorialmente più vaste, ed inoltre non tutela in modo adeguato le minoranze linguistiche. La terza: eletto ed elettore, non avranno più legami e ciò favorirà ancor di più il distacco dei cittadini dalla politica, ampliando l’astensionismo e il disinteresse nei confronti delle pubbliche Istituzioni, soprattutto del Parlamento, l’unico luogo dove il cittadino dovrebbe vedersi democraticamente rappresentato. Un Parlamento con meno eletti, per giunta nominati, creerà di fatto una nuova cerchia ristretta di potenti.

Care compagne, cari compagni,

 

come sapete, il 29 marzo voteremo NO nel referendum costituzionale avente ad oggetto la conferma o meno della legge costituzionale approvata dal Parlamento riguardante la riduzione (molto drastica) del numero dei parlamentari ( senza prevedere, tra l’altro, alcuna differenziazione di funzioni tra Camera e Senato ).

 

Demagogia populista diffusa, soprattutto dal M5S a piene mani con la meschina motivazione di risparmi di spesa ( peraltro modestissimi).

 

E’ importante la più ampia mobilitazione per il NO, collegata ad una attenta e diffusa controinformazione.

 

E’ un referendum costituzionale , in cui, pertanto, non è previsto il raggiungimento del quorum per la sua validità. Conta, dunque, moltissimo il numero di persone che convinceremo a votare NO, perché l’esito, che oggi appare scontato, potrebbe comportare qualche piacevole sorpresa ( se non altro nelle dimensioni).

 

Ciò che è ancora più rilevante è la possibilità di costruire assemblee territoriali che discutano, finalmente, la nostra concezione della centralità della democrazia costituzionale e della rappresentanza. La centralità del Parlamento è messa in discussione sia dalla cosiddetta “autonomia regionale differenziata” ( la “secessione dei ricchi”), sia dalle pulsioni presidenzialiste , fortissime a destra ma presenti anche nel centrosinistra, sia dalla proposta di legge elettorale. La quale , allo stato della attuale discussione, prevede una torsione maggioritaria e una soglia di sbarramento così alta da configurare una “democrazia a numero chiuso”.

 

Istanze critiche e minoranze vengono espulse dai percorsi istituzionali e dalla rappresentanza. La riduzione del numero dei parlamentari è la metafora di un Parlamento ridotto a tre o quattro partiti.

 

Tentiamo di utilizzare l’occasione referendaria per discutere le nostre ragioni, allargando la meschina visione della riduzione sovranista e populista del numero dei parlamentari. Sul piano organizzativo e del comune lavoro siamo, come PRC, parte del Comitato per il NO che abbiamo costruito partendo dal Comitato per la Difesa della Costituzione. Consigliamo di costruire simili comitati nei territori, per elaborare materiale propagandistico comune ed iniziative unitarie e, insieme, plurali.

Buon lavoro

Giovanni Russo Spena
Resp.le nazionale Area democrazia, diritti, istituzioni PRC-SE

Dario Russo

09/01/2020

 

I corsi e ricorsi della storia si ripetono  e le conquiste per migliorare l’esistenza del popolo lo possono fare solo le lotte dei lavoratori.

Alla fine dell’ottocento gli operai lavoravano una media di 16 0re al giorno.Ci vorrà una legge del 1899 per fissare un massimo di 12 ore di lavoro giornaliere e poi l’interdizione dal lavoro notturno per i ragazzi dai 13 ai 15 anni.

Nel maggio del 1906 a Torino vengono rivendicate le 10 ore giornaliere e dopo lunghe lotte e scioperi le 10 ore vengono concesse.

Dopo la fine della I Guerra mondiale (1915/18) e dopo dure battaglie sindacali vengono accolte le richieste della FIOM a Torino contro la Federazione Industriale Metalmeccanici e dalle 55/60 ore settimanali si passa alle 48 ore ed anche i siderurgici passano dalle 72 alle 48 ore settimanali e le 48 ore come orario legale sarà riconosciuto a tutte le categorie.

 

Si raggiungeranno le 40 ore settimanali  dopo tutte le lotte del 1968 con la conquista dei diritti dei lavoratori nel 1972/73. Negli anni successivi negli enti pubblici verranno acquisite le 36 ore settimanali.

 

Quindi sono passati oltre 45 anni che le ore lavorative sono di 40 ore settimanali. Inoltre in quet’ultimi anni con l’avvento prima della legge Treu (1966) con il Centrosinistra ed in seguito con la legge Biagi(2003- governo Berlusconi) i lavoratori sono stati penalizzati con i lavori precari e così pure  l’economia, portando indietro le conquiste dei lavoratori a suo tempo raggiunte.

Con il Jobs act del PD la situazione dei lavoratori è ulteriormente peggiorata ed i lavoratori hanno perso molti diritti ((art.18 e l’uso dei voucher  senza contratti di lavoro, ecc)e non c’è futuro per i lavoratori.

Gli imprenditori e gli industriali sono così sempre più ricchi e le classi lavoratrici sempre più povere e la disoccupazione è in aumento.

Non è vero che la disoccupazione è intorno all’11% come ci vogliono fare intendere ma è molto più alta ,perchè la maggioranza dei disoccupati non cercano più lavoro.

I costi dello Stato vanno così sempre ad aumentare in quanto tante industrie usufruiscono della Cassa Integrazione per sopperire alla crisi, mentre se il reddito di inclusione venisse usato per tutti i disoccupati lo Stato andrebbe in defoult.

L’unica alternativa è quella di battersi per la riduzione delle ore di lavoro a 30 ore settimanali per aprire una strada per una nuova occupazione, in particolare per i giovani  così l’economia potrebbe prendere l’avvio ad un nuovo sviluppo per il paese.

 

Forza  coinvolgiamo tutto i sindacati   discutendone in ogni posto di lavoro.

08/01/2020

Loredana Fraleone

Responsabille Scuola Università e Ricerca PRC/SE

 

Insieme ai venti di guerra, scatenati ancora una volta dall’arroganza USA, emergono notizie relative alle spese militari che il nostro paese sostiene in Medio Oriente, ossia circa due miliardi solo nelle aree interessate da occupazioni di contingenti NATO, che come si vede in questi giorni tutto hanno portato tranne che la pace. Diventa allora più stridente l’atteggiamento dei governi passati e il presente, che dovrebbero obbedire all’articolo 11 della Costituzione, quello per cui “l’Italia ripudia la guerra”, e garantire secondo altri principi costituzionali diritti prioritari come quello allo studio.

 

Come si è visto con le dimissioni del ministro Fioramonti, non è stato possibile reperire un miliardo per il fondo che garantisce il funzionamento dell’Università, che scivola sempre più in basso rispetto agli altri paesi europei, per numero di iscritti e laureati in costante calo.

 

Di conseguenza il sistema accademico e della ricerca si avvale sempre più di lavoro precario, oltre a premiare le università che fanno pagare tasse “congrue” agli studenti (leggi università del Nord).

 

In questo contesto è preziosa la mobilitazione nazionale proclamata dal coordinamento dei “Ricercatori determinati” per il 9 gennaio, che oltre a chiedere finanziamenti adeguati si batte per una riforma del reclutamento e del sistema di valutazione gestito dall’ANVUR.

 

Il Partito della Rifondazione Comunista/SE è al fianco dei lavoratori e degli studenti nella mobilitazione del 9 gennaio, e in tutte le occasioni di lotta per il diritto a un lavoro dignitoso e allo studio.

05/01/2020

da Controlacrisi

Federico Giusti 

 

Si stanno scaldando i motori di guerra, ha avuto il sopravvento l'ala dura pro Israeliana del Pentagono (ne parla perfino il Sole 24 Ore), allora per guadagnare consensi in vista delle presidenziali e allontanare il rischio di impeachment cosa c'è di meglio, per Trump, di una escalation militare?


Il presidente Usa non ha ordinato l'attacco mortale al generale iraniano per fermare una guerra ma piuttosto per provocarla, l'uccisione di Qassem Soleimani è la risposta da tempo richiesta tanto da Israele quanto dai falchi repubblicani del Congresso per non parlare poi delle multinazionali petrolifere che guardano con interesse alla dissoluzione della Libia e ai bacini iraniani .


Senza entrare nel merito di analisi geopolitiche, quanto sta accadendo sotto i nostri occhi ci riguarda direttamente come lavoratori e pacifisti.
L'attacco della Turchia alla Siria ha rivitalizzato l'Isis, la destabilizzazione ulteriore della Libia evidenziano il ruolo sempre piu' marginale dell'UE, incapace perfino di una presa di posizione. Il ministro degli esteri e il Governo italiano sono in vacanza, tutto tace e nel silenzio si acconsente ai futuri scenari bellici.


La guerra da sempre è lo strumento privilegiato per superare le crisi politiche o per annettersi il controllo di territori , corridoi, aree nevralgiche e petrolio ma anche strumento neokeynesiano per superare le crisi economiche e finanziarie.


Di questo non si parla piu' sopraffatti da un afflato emotivo irrazionale e dalla cattiva coscienza di chi ha fatto prevalere la falsa etica e morale sulle ragioni materiali della guerra e del conflitto di classe.
Se cosi' non fosse saremmo stati attenti a non sottovalutare la presenza degli Usa sul territorio italiano quando invece abbiamo concesso parti rilevanti del nostro territorio a fini di guerra.         

 

Potremmo, anzi dovremmo, fare molto, ad esempio contestare la perdita di ogni sovranità popolare sulle aree occupate dalle basi militari, chi del sovranismo ha fatto la propria bandiera politica come la Lega è allineato con le posizioni di Trump e considera una sorta di atto dovuto la eliminazione del generale iraniano.

 

Sulla guerra i democratici Usa si stanno già dividendo, del resto Obama o Clinton non sono stati da meno negli anni scorsi.

 

In queste ore comprendiamo quanto importante sia il ruolo italiano con le basi militari Usa e Nato indispensabili per la guerra di Tump, da queste basi partono supporti, truppe, armi , il trasporto avviene lungo i nostri territori, utilizzano porti e aeroporti italiani. E i governi locali e nazionali hanno perfino assecondato il potenziamento delle basi,anzi la loro ristrutturazione a fini di guerra. In questa ottica vanno letti i lavori attorno alla base Usa di Camp darby, situata tra le province di Pisa e di Livorno, il collegamento della stessa alla ferrovia e al porto di Livorno per consentire un massiccio trasferimento di mezzi , uomini e armi. Questi lavori di potenziamento sono stati resi possibili dalla complicità e attiva collaborazione delle Giunte locali che hanno fatto a gara a rimuovere ogni ostacolo burocratico alla realizzazione di opere infrastrutturali indispensabili per il rapido e massiccio trasporto richiesto dai comandi militari Usa. E questa collaborazione resta un atto di guerra, anzi di subalternità alla guerra, un atto sottovalutato anche dal sindacato che in anni lontani seppe schierarsi a favore della pace e contro l'imperialismo.


Il territorio italiano diventa crocevia di trasporti bellici e la nostra popolazione essa stessa bersaglio . Il rifiuto della guerra non nasce dall'ignavia o dalla paura ma solo dalla consapevolezza che ogni escalation militare è finalizzata ad assecondare il controllo del mondo da parte degli Usa e da quanto mondo è mondo sono proprio le classi subalterne a pagare lo scotto della guerra. E qualcuno, i grandi capitali finanziari ed economici, sulla guerra lucrano e fanno affari, ieri come oggi.

 

E' forse troppo chiedere allora una presa di posizione chiara contro l'utilizzo del territorio italiano a fini di guerra? E' fuori luogo tornare a parlare di uscita dalla Nato ?

 

Noi pensiamo di no, anzi anche il sindacato avrebbe tutto da guadagnarci recuperando quel ruolo di avversario della guerra che ha accompagnato le pagine migliori della storia del movimento operaio.

03/01/2020

 

L’attacco statunitense all’aeroporto di Baghdad, ordinato da Donald Trump, che ha avuto “tra le altre conseguenze” l’assassinio el generale iraniano della guardia rivoluzionaria Qassem Soleimani e di altre cinque persone, non è solo condannabile “per sè”, ma  anche perchè significa aumentare la forte tensione che già esiste nella regione, tensione di cui gli Stati Uniti e la NATO sono i principali responsabili.


“Questa aggressione militare, contraria al diritto internazionale, dimostra l’interesse di Trump a destabilizzare la regione in modo da giustificare la sua presenza militare”, afferma Maite Mola, vicepresidente del Partito della Sinistra europea e responsabile delle relazioni internazionali.

 

Il Partito della Sinistra Europea vuole la Pace nella regione e “chiede la condanna di questa azione militare da parte dell’Unione Europea e di altri organismi internazionali”.

 

La Sinistra Europea è convinta che la Pace sarà possibile solo bloccando le interferenze nell’area, contribuendo a cercare la riconciliazione in popoli devastati dalle guerre provocate dall’esterno, rispettando il diritto dei popoli a eleggere i propri governi e non cercare di imporli dall’esterno attraverso un nuovo neocolonialismo

 

L’UE dovrebbe avere un ruolo nella difesa dei più elementari diritti umani, come il diritto alla vita e deve condannare questo attacco, costituendo un elemento per la costruzione della pace.

03/01/2020

da Il manifesto

Alberto Negri

 

Mediterraneo. La verità è che non siamo né carne né pesce. Non stiamo con Sarraj e non stiamo con Haftar ma non siamo neppure realmente neutrali. E soprattutto non sappiamo cosa ci facciamo noi qui, nel Mediterraneo, oltre a respingere o accogliere profughi a seconda delle stagioni politiche e meteorologiche

 

Siamo finiti nelle mani di Erdogan (e Putin), eccolo qui il vero «uomo forte» cui aspirano gli sprovveduti italiani descritti nell’ultimo editoriale di Norma Rangeri. Visto che noi non decidiamo nulla ci pensano i turchi a farlo per noi.

 

Con l’approvazione del parlamento di Ankara di inviare soldati a Tripoli da opporre al generale Khalifa Haftar, l’Italia è sempre più «alleata» di Erdogan, avendo finora sempre sostenuto il governo di Sarraj nonostante le virate dell’ultim’ora di Conte e Di Maio verso il generale della Cirenaica Haftar.

 

Una situazione paradossale. Perché Erdogan è anche uno dei nostri avversari, in quanto con il patto sul Mediterraneo appena firmato con la Libia di Sarraj rivendica lo sfruttamento delle risorse di gas offshore nella zona esclusiva di Cipro greca in concorrenza con Eni e Total: la difesa da parte turca di questi interessi è stata citata esplicitamente nel documento votato ieri ad Ankara.

 

Come si suole dire «carta canta e villan dorme», nonostante la diplomazia da mesi tenti di frenare le ambizioni turche. Ci sono echi che ad Ankara rimbombano dal 1911, quando l’Italia portò via all’impero ottomano prima la Libia e poi il Dodecaneso.

 

Così la Turchia a Tripoli alza la posta in gioco, in vista dell’incontro dell’8 gennaio ad Ankara tra Putin ed Erdogan, l’accoppiata di amici-nemici che ormai decide le sorti della Siria, della Libia e anche, in parte, quelle dei rifornimenti di gas, avendo appena inaugurato la pipeline russo-turca del Turkish Stream, in esplicita opposizione ai progetti del gasdotto East-Med tra Egitto-Israele-Cipro-Grecia, una sorta di inedita alleanza inter-religiosa tra musulmani, ebrei e ortodossi, dettata da forti interessi economici e strategici.

 

Adesso qualche domanda a Roma dovrebbero farsela. Con chi stiamo in Libia? Che cosa faremo dei nostri 300 soldati a Misurata di guardia a un ospedale nel caso – speriamo vivamente di no – di escalation dei conflitto?

 

La verità è che non siamo né carne né pesce. Non stiamo con Sarraj – governo riconosciuto dall’Onu ma che nessuno vuole perché tenuto in piedi dai Fratelli Musulmani– non stiamo con Haftar – generale dai dubbi successi militari – ma non siamo neppure realmente neutrali perché abbiamo bombardato la Libia nel 2011 per far fuori Gheddafi, il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo, nemmeno sei mesi dopo che lo avevamo ricevuto a Roma in pompa magna firmando accordi sulla sicurezza e contratti miliardari approvati del 98% del parlamento.

 

E soprattutto non sappiamo neppure cosa ci facciamo noi qui, nel Mediterraneo, oltre a respingere o accogliere profughi a seconda delle stagioni politiche e meteorologiche. L’Italia, anche nel discorso di fine anno del presidente della Repubblica, sembra galleggiare nel nulla: «Il Bel Paese proteso nel Mediterraneo» come dice lui è circondato da guerre e conflitti e noi non siamo «il punto di incontro» di un bel niente. Siamo ai margini dalla realtà internazionale e non vogliamo capirlo.

 

Abbiamo appoggiato Sarraj perché in Tripolitania ci sono i nostri maggiori interessi energetici e dell’Eni (gasdotto Green Stream), perché i nostri governi finanziano la guardia costiera di Tripoli, una sorta di Tortuga del Maghreb che lascia morire la gente in mare o al massimo la riporta in un «porto sicuro» che è in realtà la sentina di ogni nefandezza.

 

Per diverso tempo abbiamo snobbato non solo Haftar ma anche le profferte di Mosca di fare da mediatrice con Bengasi e Tobruk. I nostri governi inarcavano le sopracciglia? Noi con i russi? Non sia mai. Si baloccavano con la falsa promessa americana della «cabina di regia» sulla Libia. In realtà da noi sono sempre impauriti dall’eventualità di prendere decisioni autonome dagli Stati uniti, come se gli altri ci avessero mai chiesto il nostro parere per far fuori Gheddafi.

 

I nostri strateghi non hanno capito, o fanno finta di non capire, quello che Erdogan – ma anche Macron – ha afferrato da un pezzo: la Nato non esiste quasi più come alleanza efficace e utile agli Stati che la compongono.

 

Non a caso gli americani stanno facendo armi e bagagli dalla Turchia che ha accordi militari con la Russia e l’Iran: Incirlik per loro non è più una base sicura. E infatti con una certa probabilità sposteranno le testate atomiche qui in Italia.

 

Non solo: gli americani stanno trasferendo le «bombe intelligenti» e quelle anti-bunker in Iraq nel caso gli Usa, incoraggiati da Israele, dovessero bombardare la Repubblica islamica. Questo è il vero motivo degli eventi iracheni e la ragione per cui gli alleati di Teheran nel mondo sciita si stanno posizionando per questa eventualità.

 

Nulla di tutto questo, dalla Libia al Medio Oriente, qui è materia di discussione perché l’Italia non è «protesa nel Mediterraneo», come dice il nostro rispettabile presidente, ma affacciata a un balcone dove scruta nel buio della penombra il passaggio di nuovi e vecchi padroni.

02/01/2020

da il Manifesto

Maurizio Pagliassotti

Bussoleno

 

Val Susa. Lettera dal carcere del volto storico No Tav: «L’appoggio e l’affetto confermano la mia scelta»

 

L’osteria «La credenza» di Bussoleno è stata per anni il cuore del movimento No Tav, e solo pochi anni fa Nicoletta Dosio e il marito Silvano hanno ceduto la gestione a una donna curda, e alla sua famiglia, profuga di guerra.

 

Sotto le bandiere No Tav che pendono ancora dal balcone dell’antica osteria ieri sera si sono dati appuntamento migliaia di amici e compagni di Nicoletta: un lungo serpentone ha marciato per oltre un’ora, illuminato dalle fiamme delle fiaccole che in molti reggevano in mano. Volti noti, ma anche persone mai viste prime mosse dall’enormità di quanto accaduto. Una comunità vagamente preoccupata per le sorti di una donna rinchiusa in carcere, dove sconterà una pena detentiva di nove mesi.

 

«HAI VISTO? L’ha fatto sul serio, è andata fino in fondo», «Chissà come sta là dentro, da sola, in un carcere a quell’età»: questi i commenti più diffusi in un mondo che più che arrabbiato si sente offeso da una scelta voluta dalla Procura di Torino.
Che attraverso un comunicato del Procuratore Generale Francesco Saluzzo ha sottolineato come la carcerazione di Nicoletta Dosio sia un passaggio formale atto a non creare disparità di trattamento.

 

«Chi ha mosso le critiche – ha dichiarato il procuratore – non vorrebbe che i cittadini fossero trattati secondo il cognome o le ragioni che hanno spinto a delinquere. Tutti hanno diritto allo stesso trattamento e nei confronti di tutti vi è il dovere di applicare il trattamento previsto, che è solo quello dettato dalla legge. Solo il legislatore, nella sua saggezza, può modificare le norme, a patto che rispetti i principi costituzionali».

 

IN PRECEDENZA aspre critiche erano giuste perfino da esponenti del Partito Democratico, come il sottosegretario dem all’Ambiente Roberto Morassut: «Non condivido nulla del movimento No Tav, ma le proteste anche scomode e con le quali non si è d’accordo non vanno ignorate. Trovo sproporzionato l’arresto di Nicoletta Dosio. Credo sia una misura sbagliata e senza senso, frutto di un meccanismo burocratico che prescinde dalla concretezza delle cose». Imbarazzo invece dal M5s, che tra i No Tav ha fatto il pieno di voti eleggendo tre parlamentari: Luca Carabetta, Laura Castelli e Alberto Airola, al momento silenti.

 

NICOLETTA DOSIO, intanto, ha fatto pervenire una lettera dal carcere dove è rinchiusa: «Sto bene e sono contenta della scelta che ho fatto perché è il risultato di una causa giusta e bella, la lotta NoTav che è anche la lotta per un modello di società diverso e nasce dalla consapevolezza che quello presente non è l’unico dei mondi possibili». Lettera che prosegue ricordando gli altri tre incarcerati per reati relativi alle dimostrazioni contro la Torino – Lione: «Sento la solidarietà collettiva e provo di persona cosa sia una famiglia di lotta. L’appoggio e l’affetto che mi avete dimostrato quando sono stata arrestata, e le manifestazioni la cui eco mi è arrivata da lontano, confermano che la scelta è giusta e che potrò portarla fino in fondo con gioia. Parlo di voi alle altre detenute e ripeto che la solidarietà data a me è per tutte le donne e gli uomini che queste mura insensate rinchiudono».

 

IN QUESTE MANIFESTAZIONI, che da decenni vengono aperte delle donne Notav, Nicoletta Dosio sarebbe stata in testa al corteo, tra coloro che reggono lo striscione: ieri sera il suo posto era occupato da un’altra donna della valle, una delle tante impegnate nella battaglia contro il super treno che dovrebbe collegare Torino a Lione.

 

Presenti diversi rappresentanti di Potere al Popolo – di cui la Dosio è una delle coordinatrici nazionali, la più votata – in arrivo da tutta Italia e Rifondazione Comunista. Sotto un cielo stellato e con un freddo pungente il corteo ha girato per le strade del paese, fermandosi poi di fronte al monumento ai caduti Partigiani.

 

Qui il professor Luigi Richetto, storico e filosofo nonché collega di Nicoletta Dosio, ha così sottolineato l’impegno della storica militante No Tav: «Una partigiana da sempre. La sua vita è stata caratterizzata da un impegno costante e schierato in ogni campo: scuola, famiglia, lavoro». Il coro che ha scandito per lunghi minuti la marcia ricordava questo tratto della Dosio, definita: «partigiana, generosa e fiera». Prossime iniziative di protesta e solidarietà sono previste in tutta Italia.

30/12/2019

 

Ingiustificabile la decisione di revocare la sospensione dell’ordine di carcerazione a Nicoletta che, ricordiamo, non ha chiesto nessuna misura alternativa al carcere.  La Procura Generale di Torino ancora una volta dà dimostrazione dell’ossessione repressiva contro il movimento NoTav.   

 

Nicoletta a 73 anni è stata condannata lo scorso novembre insieme ad altri 12 compagni per una manifestazione di protesta pacifica davanti a un casello autostradale del 2012. Una professoressa di greco e latino della Val di Susa è considerata talmente pericolosa da revocare la sospensione dell’esecuzione di una condanna già palesemente abnorme. Chi conosce Nicoletta, e siamo in tante/i, sa bene che affronta anche questa prova con serenità e determinazione. Ma non per questo possiamo accettare questo arresto insensato.   

 

E’ inaudito, intollerabile che Nicoletta di cui tutti conoscono dignità, coerenza, animo pacifico sia stata tradotta in carcere. La sua unica colpa, imperdonabile, al pari di molti altri attivisti denunciati o arrestati nel corso di questi mesi e anni, è di essere irriducibilmente NoTav, di continuare ad anteporsi alla realizzazione di un’opera affaristica, inutile, dissipativa di colossali somme di denaro pubblico. Rifondazione Comunista chiama tutti i suoi iscritti e simpatizzanti a partecipare o a promuovere nelle prossime ore e nei prossimi giorni iniziative unitarie su tutto il territorio nazionale perché sia restituita piena libertà a Nicoletta e a tutte le persone sottoposte ingiustamente a misure restrittive. La lotta contro il Tav non si fermerà. Meritano un grande ringraziamento i cittadini di Bussoleno che stanno bloccando l’auto dei carabinieri in strada dimostrando di quali valori di solidarietà sia testimonianza la resistenza popolare della Val di Susa contro un mega-affare devastante. 

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista 

Ezio Locatelli, segretario Federazione di Torino

23/12/2019

da Left

Quinto Tozzi

 

Secondo il pensiero dominante, la spesa pubblica, specie quella sanitaria, sarebbe uno spreco da ridurre. Ma è falso. Il vero problema è costituito dai criteri di spesa e da scelte politiche sbagliate. E intanto si aprono le porte ai privati

 

Sono tempi di vacche magre, a volte magrissime; lo sappiamo bene tutti. La carenza di risorse pubbliche è un argomento oggi diffusamente ritenuto inconfutabile e giustificato da anni dolorosissime scelte. Sanità, e welfare in generale, sono ormai ritenuti sempre più insostenibili. Ne consegue l’ovvia necessità di ridimensionarli e trovare qualche privato che ci metta nuovi soldi. Ma se non fosse proprio così? Se le motivazioni forniteci fossero parziali e solo parzialmente vere? Se servissero a farci accettare scelte evitabili o mal distribuite? Se addirittura avessero anche altri scopi? Fantasie? Possibile, ma vista la posta in gioco vale sicuramente la pena approfondire. È una tecnica nota; una certa politica insegna, le fake news e la pubblicità dimostrano ulteriormente che alcuni concetti ripetuti numerose volte, in un certo modo, per un certo tempo dai media e da personaggi ritenuti credibili diventano, per moltissime persone, veri senza che però vi sia stata una reale dimostrazione. Asserire dopo la verità diventa così controdeduttivo perché cozza contro un pensiero comune ormai radicato; il gioco è fatto, perché cambiare un’opinione ritenuta giusta è difficilissimo. Queste verità posticce, questo credere cieco, senza pensare, senza evidenze vere si verifica molto più spesso di quanto riteniamo; non sono fatti episodici, né tantomeno casuali. Media e social media hanno un ruolo oggi determinante nel far perdere la distinzione fondamentale tra opinioni soggettive e fatti oggettivamente dimostrati, nel creare e mantenere una visione parziale della realtà, nell’ignorare le relazioni non visibili ma che danno il vero quadro e il senso alle situazioni. Partiamo quindi dai fatti. Per affrontare correttamente il tema delle risorse non si può non partire dalla corretta definizione dei concetti di carenza e di sostenibilità. Entrambi i concetti sono relativi e tra loro strettamente interdipendenti.

 

Per la salute pubblica, l’Italia spende il 35% in meno della media dei Paesi Ue più sviluppati

 

Concettualmente le risorse sono sempre insufficienti perché non è possibile dare tutto a tutti ma solo alcune cose (in tutto o in parte) a tutti o solo ad alcuni. È il concetto dell’uso alternativo delle risorse ben presente anche nella nostra vita quotidiana. Ed è proprio in quest’obbligo di scelta che si inserisce la sostenibilità. È della politica (sostenuta da economisti capaci) il dovere di scegliere ovvero decidere, tra le molte cose desiderabili, quello che è più importante e quindi prioritario e quello che lo è meno. Fatta questa scelta (teoricamente con criteri espliciti, condivisi ed oggettivi) si deve poi coerentemente decidere quante risorse assegnare. L’altra strada possibile è partire dalle risorse disponibili e vedere quante cose si possono fare. In questo caso è maggiore il rischio che per farne il più possibile si polverizzino le risorse, sprecandole; si fanno più cose (poco e male) per poter dire che sono state fatte. Teoricamente quindi tutto o quasi potrebbe essere sostenibile o insostenibile; palese che se ad una attività non sono state assegnate sufficienti risorse la si è di fatto ritenuta meno importante e meno prioritaria di altre facendola quindi diventare insostenibile. Sono i criteri adottati che orientano le scelte; diverse visioni politiche hanno diversi e legittimi criteri decisionali anche se però a monte ci dovrebbero essere altri criteri basilari e invalicabili di natura etica, sociale e normativa. Troppo facile l’esempio delle decine di miliardi spesi per gli F-35 ritenuti sostenibili invece di rafforzare, ad esempio, la sanità o il welfare che si dicono insostenibili. In questo complesso discorso è un errore considerare isolatamente la sanità ma è necessario ampliare l’orizzonte all’intero welfare ed alla varietà degli aspetti sociali ed economici di riferimento con cui ha rapporti reciprocamente condizionanti. Lo Stato sociale o welfare (sanità, istruzione, pensioni, casa, sussidi, indennità di disoccupazione, interventi sociali, sostegno alla disabilità, ecc.) è una delle maggiori innovazioni che l’Europa ha portato nel mondo moderno. È uno dei cardini del nostro vivere sociale; e come tale sancito indelebilmente come diritto dalla nostra, per alcuni scomoda, Costituzione. Ciò non solo per motivi etici o filantropici; sin dai tempi della rivoluzione industriale ci si rese conto che una popolazione sana (soprattutto lavoratori) e senza gravi problemi sociali lavora e produce di più e crea meno problemi. Questo approccio cozza contro la teoria economica neoliberista oggi dominante che al contrario considera questa particolare spesa pubblica uno spreco eliminabile o fortemente riducibile. Idee dominanti che condizionano tutto il sistema ed hanno radici profonde anche nei crescenti venti autonomisti; facile prevedere che, soprattutto nelle regioni malmesse e che non si differenzieranno mai, gli ulteriori tagli saranno per sanità, welfare e scuola. I recenti e cruenti fatti del Cile sono illuminanti per comprendere le dinamiche estreme di questo tema. Fatti che nascono dalla macelleria sociale provocata da un governo iperliberista e da idee fasciste mai scomparse. Le drammatiche proteste di piazza sono la reazione disperata alle immense disuguaglianze sociali non attutite da un welfare quasi virtuale, dalla riduzione delle pensioni e dalla privatizzazione della sanità e della scuola. Il silenzio, anche mediatico, calato sui fatti del Cile ci dice che il sistema ha assorbito e neutralizzato la protesta: qualche cambiamento di facciata affinché la sostanza vera non cambi. Il welfare, e la sanità universalistica in particolare, sono però ormai parte inscindibile e fondante della nostra cultura e della nostra vita; ancora faticosamente resistono alla bulimia neoliberista perché ridimensionarli drasticamente avrebbe un costo politico insopportabile e da noi imprevedibile. Gli immensi interessi legati alle privatizzazioni e alla soppressione/riduzione sostanziale dei finanziamenti statali, dell’ordine di centinaia di miliardi l’anno, hanno portato ad una diversa strategia di attacco al welfare. Più sottile e insidiosa, più lunga ma sicuramente efficace e poco problematica: con il pretesto della crisi lo si erode progressivamente ed in modo non palese, definanziandolo; le tecniche di marketing fanno il resto. Obiettivo, purtroppo raggiunto, è far giungere proprio la gente e gli stessi utilizzatori alla conclusione che non sia più sostenibile e che purtroppo è ovvia e necessaria una sua progressiva e importante riduzione. Per salvare almeno qualcosa è quindi addirittura auspicabile la sua privatizzazione.

Due miliardi all’anno in più per la sanità sono purtroppo soltanto briciole

Vediamo come ciò accade. Il welfare necessita di risorse crescenti per due principali e non eliminabili motivi. Il primo è per compensare la pur bassa inflazione al fine di mantenere almeno la stessa capacità di produrre o acquistare prestazioni; il secondo per far fronte alla crescita continua dei bisogni. Il definanziamento si concretizza in due modi: dando la stessa cifra dell’anno precedente e quindi non coprendo l’inflazione e scoprendo ancor di più i bisogni, oppure aumentandolo leggermente ma sempre senza coprire tutti i bisogni crescenti. Accade anche, come vedremo, che la politica ribalta addirittura la frittata: di fatto definanzia ma dice che non lo fa mostrando numeri veri ma parziali e quindi fuorvianti. In questo attacco il welfare è il più vulnerabile perché poco privatizzabile e di fatto riguarda solo i “poveracci” che sono costretti a ricorrervi e la cui importanza vale qualche spicciolo solo quando si vota, salvo essere un grande gregge cui vendere prodotti.

Lo Stato sociale è una delle innovazioni che l’Europa ha portato nel mondo moderno

C’è comunque un fronte, non proprio sparuto, di addetti ai lavori e ricercatori che si oppone a questo pensiero dominante. Non pochi i documenti scientificamente rilevanti sul tema; lo scorso anno è uscito un bel libro (La salute sostenibile di Marco Geddes de Filicaia, Pensiero Scientifico Editore), il Gimbe ha pubblicato il suo quarto rapporto sulla sostenibilità del Ssn e all’inizio del 2018 è uscito il documento finale della commissione del Senato sulla sostenibilità del Ssn, cui si aggiungono i report Ocse e fonti istituzionali e scientifiche. Questi dati non parlano proprio di insostenibilità. La spesa sanitaria pubblica, che copre oltre i tre quarti della spesa sanitaria totale, dal 2005 al 2016 è passata dal 6,5% del Pil al 6,9 toccando un picco del 7,1% nel 2012 (sensibilmente più bassa però degli altri Paesi dell’Europa occidentale come Germania, Francia, Inghilterra, Austria). La spesa sanitaria privata (il cosiddetto out of pocket che i cittadini pagano di tasca propria) passa dal 22,5%, sempre della spesa sanitaria totale, del 2005 al 23,3% del 2016, ovvero senza grandi variazioni (è questa la voce che nell’immediato fa più gola ad un certo privato). Dato di assoluta rilevanza è che spendiamo circa il 35% meno (una enormità!) per la sanità pubblica della media dei Paesi più sviluppati dell’Europa occidentale e siamo allineati con i Paesi dell’Europa dell’Est che notoriamente in questi ambiti sono messi piuttosto male. Nonostante questo, la qualità e l’efficacia del nostro Ssn è però allineata tra le migliori dei Paesi più avanzati. È questo un fatto rilevantissimo, non noto, praticamente nascosto perché fa cadere i molti alibi ai tagli della spesa. Fatti concreti quindi e non opinioni campate in aria. Non è neppure vero il tanto strombazzato aumento dei finanziamenti avvenuto in questi anni. Se infatti guardiamo solo la percentuale di spesa pubblica rispetto al Pil in effetti c’è un piccolo aumento dal 6,5 % del 2005 al 6,9% del 2016; se però colleghiamo questo modesto aumento con l’inflazione di quello stesso periodo questo piccolo incremento è solo apparente perché non copre neppure l’inflazione di quello stesso periodo. È in realtà un definanziamento; ovvero il contrario di quanto detto dalla politica e dalle istituzioni pubbliche. Una menzogna. Fatti concreti non confutabili con un post o un tweet o con schiamazzi da talk show. Il problema attuale è che (particolarmente nelle regioni più malmesse) dopo aver tagliato i rami secchi ora, per risparmiare ancora, si stanno tagliando anche quelli verdi e le radici stesse della pianta, uccidendola. Inutile dire che tutto ciò innesca una spirale negativa sulla qualità delle prestazioni e sulla sicurezza dei pazienti. Anche qui ineludibile la domanda: è solo incapacità o c’è altro?

Ma purtroppo non basta ancora: il definanziamento mascherato è stato previsto e addirittura programmato per i prossimi anni; nel Def dell’11 aprile 2017 si prevede che la spesa sanitaria aumenterà dal 2017 al 2020 da 114 miliardi a 118 (anche in questo caso senza considerare l’inflazione). La verità non parziale emerge però se andiamo a vedere la percentuale della spesa sanitaria rispetto al Pil: 6,7% nel 2017 e 6,4% nel 2020. È quindi falso dire che aumentano le risorse quando in realtà accade il contrario. Un definanziamento suicida (o forse un omicidio accuratamente pianificato) che colpevolmente non tiene conto e se ne infischia che in quell’arco temporale invecchia la popolazione, aumentano i bisogni di salute, invecchiano anche le apparecchiature e gli ospedali, invecchia il personale che viene sostituito solo in piccola percentuale (perché è la voce più costosa della sanità), aumentano i costosissimi farmaci innovativi, ecc. Ma è proprio il personale l’elemento più profondamente destabilizzante l’intero sistema; sempre più carente, anziano, malpagato e demotivato per le cattive condizioni di lavoro. Una cosa è certa: non si fa nessuna sanità senza gli operatori sanitari, se non messi nelle condizioni di lavorare decentemente e non più considerati un peso e un costo da tagliare. Il resto del welfare non se la passa meglio della sanità. Ma cosa accadrà in futuro? I pericoli forse più insidiosi sono per il welfare perché è di scarso interesse per le privatizzazioni ed è fumo negli occhi ed emblema di uno Stato assistenziale per i neoliberisti.

 

In tutti i Paesi sviluppati (eccetto, come visto, in Italia) c’è una correlazione diretta tra spesa sanitaria pubblica e aumento del Pil. Già allineare veramente al Pil compenserebbe in parte i costi sempre crescenti della sanità, il resto deve necessariamente essere una priorità da finanziare. La soluzione ottimale e definitiva c’è: essere ricchi e sani ma morire appena si diventa poveri e si diventa un peso sociale. È di questi ultimi giorni la notizia fortemente enfatizzata dal governo dell’aumento del finanziamento alla sanità di dieci miliardi sino al 2023; due miliardi e mezzo l’anno. Soldi che, al netto dell’inflazione, dovranno coprire le troppe cose da troppo tempo necessarie. Briciole in realtà. E quindi si dovrà scegliere ancora (con priorità e criteri non sempre chiari) quale sia la cosa più necessaria tra tutte quelle cronicamente ormai necessarie. Risorse sicuramente preziose e segno che qualche cosa di ancora confuso si vorrebbe fare. È una boccata di ossigeno per far sopravvivere ancora un po’ la sanità pubblica senza (forse?) rendersi conto che in tal modo la si indebolisce ulteriormente a favore di quella privata. Sarà, ad esempio, abolito l’odioso super ticket ma non si è però detto dove ed a chi verranno tolte le centinaia di milioni necessari per farlo; onestà e coerenza intellettuale è anche avere il coraggio di dirlo. I tappabuchi hanno qualche vago senso solo se temporanei e per traghettare verso una revisione profonda del sistema. La prima e vera risposta alla carenza delle risorse è una diversa definizione delle priorità sulla base dei bisogni reali. L’insostenibilità è una scusa e un pretesto; serve farlo conoscere soprattutto tra chi utilizza sanità e welfare; per pensare liberi e con la propria testa. Opporsi alla falsità, di matrice neoliberista, della carenza di risorse è un atto politico basilare; è un dovere etico e sociale. La socialità è uno degli elementi caratterizzanti la nostra umanità e non può essere disgiunta dal concetto di solidarietà pubblica e privata. Sostenerla e difenderla spetta in primis alla politica. È la politica di oggi, quasi sempre senza coraggio, miope, opportunista, fatua, senza idee, che decide se il welfare e la sanità debbano sopravvivere e come. È lì che si deve incidere. Ma la “politica” e i “politici” siamo anche noi, con le nostre idee, la nostra coerenza e le nostre anche piccole ma sempre, a loro modo, importanti azioni. Azioni veramente efficaci solo se messe in rete e socializzate.

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