Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

In evidenza

25/10/2019

Partito della Sinistra Europea

 

I ministri della Difesa della NATO si incontrano a Bruxelles per continuare i preparativi per il prossimo vertice NATO a Londra. Il gruppo di lavoro sulla pace della Sinistra Europea è profondamente preoccupato per gli sforzi in corso dei ministri della NATO per aumentare drasticamente le spese militari ad almeno il due percento del PIL in ciascun paese.

 

Allo stesso tempo, i membri della NATO stanno discutendo ulteriori schieramenti militari pericolosi delle loro truppe. A seguito di una proposta del ministro della difesa tedesco Kramp-Karrenbauer, è in discussione una zona militare nella Siria settentrionale controllata dagli alleati europei della NATO.

 

Questo è uno sviluppo preoccupante. Invece di inviare più truppe in Siria, è necessaria una soluzione politica che includa una forte pressione politica sul governo di Erdogan e una chiara condanna dell’invasione turca nel territorio siriano.

 

La Sinistra Europea si oppone categoricamente alle politiche di guerra della NATO, non importa se riguardano l’Afghanistan, il Golfo Persico, la Siria o l’Europa. Per sottolineare la nostra lotta per soluzioni politiche, civili e diplomatiche e per il disarmo, la Sinistra Europea aderisce alle proteste contro il vertice della NATO a Londra.

 

23/10/2019

da Il Manifesto

Chiara Cruciati

 

Rojava. Accordo turco-russo a Sochi: il ràis incassa un quarto di zona cuscinetto e il ritiro curdo. Damasco lo accusa di furto, ma Mosca negozia. Ospedali fuori uso e mezzo milione di persone senza acqua: il Rojava è al collasso

 

A poche ore dalla scadenza dell’ultimatum turco alle unità di difesa curde e alle Forze democratiche siriane, mentre il presidente Erdogan incontrava Putin nel palazzo presidenziale di Sochi, nel Rojava proseguiva la conta delle vittime. «Oltre 500mila persone sono da più di una settimana senza acqua – scrive in una nota la Mezzaluna rossa curda – Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco abbiamo documentato l’uccisione di 21 civili e il ferimento di 27. Senza contare quelli che sono sotto le macerie degli edifici bombardati, i rapiti e i giustiziati dagli alleati della Turchia. Nove i soccorritori uccisi finora».

 

Con l’avvicinarsi della deadline turca (le 22 di ieri, ora locale), le comunità provavano ad organizzarsi, coprendo con il nylon i centri di Derik e Tel Temer per impedire ai droni di colpire. In giornata 500 soldati governativi siriani hanno attraversato Tel Temer sull’autostrada M4 per mettere in sicurezza l’arteria.

 

Ma il fuoco non cessa: secondo l’agenzia curda Anf, che riportava voci da Serekaniye (Ras al-Ain), cecchini islamisti sui tetti della città ormai occupata dalle milizie filo-turche hanno sparato sui passanti, ferendone due.

 

L’operazione «Fonte di pace» non è mai stata sospesa e ha provocato, in questi cinque giorni di falsa tregua, un ulteriore collasso della capacità dell’amministrazione autonoma di fornire sostegno alla gente: «Non ci sono rifugi, non c’è abbastanza cibo né medicine – continua la Mezzaluna – Non siamo più in grado di assicurare i servizi essenziali. Cinque ospedali sono fuori uso, quelli di Kobane e Tel Temer sono vuoti e non possiamo più rifornire Manbij e Kobane di medicine. Dopo il ritiro delle organizzazioni umanitarie, il numero delle vittime è cresciuto in modo drammatico».

 

Nelle stesse ore sul Mar Nero i due alleati-rivali, il turco Erdogan e il russo Putin, discutevano di Siria. Un vertice dirimente, anticipato prima dalla notizia (apparsa sul russo Kommersant) dell’arrivo nell’ex base aerea Usa di Tabqa, a Raqqa, di elicotteri militari di Mosca, e poi dalle dichiarazioni del ràis: Ankara riprenderà l’offensiva «con maggiore determinazione» se i combattenti curdi non si ritireranno dalla frontiera.

 

Alla fine dell’incontro-fiume (sette ore), mentre uscivano le foto dei due seduti in poltrona con in mano una mappa della Siria, ecco l’annuncio: c’è l’accordo. Integrità territoriale della Siria, zona cuscinetto di 32 km da Tal Abyad a Ras al Ain, ingresso (dalle 12 di oggi) di truppe russe e siriane a est e ovest della safe zone per garantire l’uscita delle forze curde entro 150 ore, ritiro delle Ypg/Ypj da Manbij e Tel Rifat e pattugliamento congiunto russo-turco.

 

Erdogan sorride : salva la faccia, caccia le forze curde e ottiene il controllo di almeno un quarto della safe zone desiderata, 100 km dove «sarà mantenuto l’attuale status quo». Già nel pomeriggio il capo delle Forze democratiche siriane, Mazlum Abdi, in una lettera al vicepresidente Pence aveva confermato «il ritiro di tutte le forze Ypg» dalla safe zone.

 

Chi non se ne va sono le truppe governative siriane, arrivate su richiesta curda. Ieri il presidente Assad è stato chiaro in merito al territorio oggi in mano alla Turchia (secondo il ràis, 2.200 km quadrati e 160 villaggi), per essere smentito dall’accordo con Putin: «Erdogan è un ladro, ruba la nostra terra – ha detto in una visita ai soldati a Idlib, la provincia nord-ovest dove è in corso da aprile uno scontro indiretto tra Damasco e Ankara – Ha rubato fabbriche, grano, carburante e oggi ruba terra. Ci stiamo preparando a sostenere ogni gruppo che porterà avanti resistenza popolare contro l’aggressione turca. Non è una decisione politica, ma un dovere costituzionale».

 

Dall’altro lato della frontiera, a parlare era il governo di Baghdad. Le truppe americane ritirate dalla Siria del nord ed entrate in Iraq, si legge in una nota governativa, «non hanno il permesso di restare». Un messaggio in aperta contraddizione con quello del Pentagono secondo cui i mille marines (che lunedì si sono presi sassi e pomodori marci della gente di Qamishlo, capitale del Rojava) si sarebbero fermati in Iraq per proseguire – non si sa bene come – la campagna anti-Isis.

17/10/2019

da Il Manifesto

Guido Rampoldi

 

E così Siria. Nessuno può condannare una minoranza oppressa se con l’indipendenza vuol sottrarsi agli artigli della tirannide. Ma contro le modifiche dei confini vanno incalzati i regimi

 

La diplomazia ventriloqua che circonda premurosamente Di Maio gli aveva fatto dire una cosa sensata, perfino intellegibile: l’Europa affronti Erdogan con una voce sola. Ma il passaggio successivo – cosa dire con una voce sola – si è rivelato un obiettivo troppo ambizioso per quell’Europa irrisolta, casuale come la vogliono i governi sovranisti dell’Unione. Quel che è peggio anche il nucleo storico della Ue pare incapace di produrre una proposta, un concetto strategico, una visione d’insieme con la quale affrontare non solo la guerra del Rojava ma più in generale i grandiosi sommovimenti che stanno terremotando il mondo ex ottomano.

Dal Maghreb al Golfo tramonta il vecchio ordine e non si intravede il nuovo, se somiglierà all’Isis o piuttosto a quanto di meglio mostrarono le primavere arabe, se accoglierà l’opposizione nei parlamenti oppure nelle mai dismesse camere di tortura. Ma due cose sin d’ora sono perfettamente chiare. La prima: stanno tornando in discussioni molti confini. Si discute sottovoce se tripartire la Libia, lo Yemen è una poltiglia di territori, Il Sudan è stato spaccato, la destra israeliana vuole prendersi gran parte della West Bank, i tuareg ambiscono ad uno stato, la nuova frontiera tra Siria e Turchia sarà la linea del fronte: e siamo solo all’inizio di un’onda lunga che pare arrivata perfino nei Balcani, dove Croazia e Serbia già tramano per squartare definitivamente la Bosnia nel santo nome dell’autodeterminazione dei popoli.

 

Qui sarà il caso di ricordare le parole con le quali il Segretario di Stato Robert Lansing tentò di distogliere il presidente Wilson dall’insano proposito di applicare intensivamente l’autodeterminazione dei popoli nei negoziati di pace del 1919-1920: quel principio, avvertì Lansing, “è caricato con la dinamite”. Lo è tuttora. Tra le varie colpe degli occidentali una tra le più gravi è l’aver continuato a giocherellare col vecchio progetto lanciato un secolo fa dal trattato di Sevres: una patria per i curdi. Per costruirla occorrerebbe smontare quattro stati (Siria, Turchia, Iraq, Iran) e ove mai riuscisse a nascere, quel Kurdistan rischierebbe la fine del Sud Sudan, l’ultima ‘autodeterminazione dei popoli’ che appassionò le opinioni pubbliche occidentali. Pareva che laggiù l’esercito dell’islamica Khartoum macellasse la popolazione cristiana, ma al solito le cose erano più complicate, come dimostrò il seguito: dall’anno dell’indipendenza (2011) il Sud Sudan è devastato dalla guerra civile tra due grandi milizie ‘cristiane’ che si contendono i giacimenti petroliferi con una ferocia senza pari.

 

Questo ed altri disastri hanno da tempo suggerito alla diplomazia europea di ripiegare sull’idea di ‘autodeterminazione interna’, cioè una larga autonomia che non metta in discussione i confini nazionali. Ma dove l’entità autonoma si attribuisce prerogative statuali, i risultati non sono molto migliori.

 

Due anni fa la regione autonoma del Kurdistan iracheno pensò di annettersi mediante referendum la provincia petrolifera di Kirkuk, turcomanna in epoca ottomana, poi mista, quindi arabizzata da Saddam mediante ingegneria demografica, infine curda o curdizzata dopo l’invasione americana. Di conseguenza Baghdad mandò l’esercito a ricondurre, sparando, Kirkuk sotto la sovranità irachena. Una milizia curda si oppose a quel corpo di spedizione e un altro lo spalleggiò, mentre gruppi di turcomanni e arabi invadevano abitati curdi per riprendersi le case da cui a loro dire erano stati espulsi – insomma una bolgia tuttora irrisolta, non avendo la regione curda mollato la presa sul petrolio iracheno di Kirkuk, che vende in proprio alla Turchia.

 

Se i secessionismi hanno una relazione forte con le risorse del territorio, ancor più li motiva la brutalità degli stati centrali. E questa è l’altra cosa definitivamente chiara nella grande crisi che indirizzerà la storia di questo secolo. Nessuno può condannare una minoranza oppressa se persegue l’indipendenza per sottrarsi agli artigli di una tirannide. Di conseguenza un’Europa che saggiamente rifiutasse come destabilizzanti le modifiche dei confini dovrebbe impegnarsi con altrettanta determinazione ad incalzare i regimi dispotici del Medio Oriente e del Nord Africa, in primis quelli che ci piace chiamare ‘filo-occidentali’ malgrado siano i più grandi produttori di terrorismi e secessionismi.

 

In sostanza si tratterebbe di riaffermare i due principi che fondarono gli accordi di Helsinki (1975) fino ai disastrosi riconoscimenti di Slovenia e Croazia (1991) – e allo stesso tempo offrire alle opposizioni democratiche quel che l’Europa ha stupidamente negato: protezione e strumenti. Se avessimo posto il giornalismo turco in esilio nella condizione di raggiungere la propria opinione pubblica con tv satellitari e quotidiani online, forse oggi Erdogan non sarebbe così spavaldo. Se avessimo sostenuto il Free syrian army con un quinto dei mezzi che i sauditi riversarono sui guerrieri salafiti, forse oggi l’alternativa ad Assad non sarebbero i guerrieri fondamentalisti.

 

E se sperimentazioni laiche, incluso il Communitarism curdo-americano in gestazione nel Rojava, avessero trovato attenzione presso i governi europei, forse questi ultimi avrebbero avuto qualche possibilità di prevenire eventi che oggi sono costretti a rincorrere. Dunque vanno bene gli appelli, i cortei, la commozione, lo sdegno, le sanzioni o sanzioncine, ma rendiamoci conto che tutto questo serve a poco: è troppo tardi.

 

Non è troppo tardi, invece, per dotarsi di una strumentazione politica, diplomatica e concettuale adeguata ad affrontare le crisi prossime. Ma occorrerebbe un’altra Unione europea, o almeno un suo nucleo centrale finalmente consapevole che affrontare questa grande crisi senza un’idea-guida, un concetto strategico, comporta rischi enormi. Non ultimo il pericolo di convincere le popolazioni mediorientali, e soprattutto quel 60% in età inferiore ai 25 anni, che l’Europa sia quel che appare: un vecchio piagnucoloso e rimbambito che ciabatta ai margini della Storia.

15/10/2019

da il manifesto

Manlio Dinucci

 

Germania, Francia, Italia e altri paesi, che in veste di membri della Ue condannano la Turchia per l’attacco in Siria, sono insieme alla Turchia membri della Nato, la quale, mentre era già in corso l’attacco,  ha ribadito il suo sostegno ad Ankara. Lo ha fatto ufficialmente il segretario generale della Nato Jean Stoltenberg, incontrando l’11 ottobre  in Turchia il presidente Erdoğan e il ministro degli esteri Çavuşoğlu.

 

«La Turchia è in prima linea in questa regione molto volatile, nessun altro Alleato ha subito più attacchi terroristici della Turchia, nessun altro è più esposto alla violenza e alla turbolenza  proveniente dal Medioriente», ha esordito Stoltenberg, riconoscendo che la Turchia ha «legittime preoccupazioni per la propria sicurezza». 

 

Dopo averle diplomaticamente consigliato di «agire con moderazione», Stoltenberg ha sottolineato che la Turchia è «un forte Alleato Nato, importante per la nostra difesa collettiva», e che la Nato è «fortemente impegnata a difendere la sua sicurezza». 

 

A tal fine – ha specificato – la Nato ha accresciuto la sua presenza aerea e navale in Turchia e vi ha investito oltre 5 miliardi di dollari in basi e infrastrutture militari. Oltre a queste, vi ha dislocato un importante comando (non ricordato da Stoltenberg): il LandCom, responsabile del coordinamento di tutte le forze terrestri dell’Alleanza

 

Stoltenberg ha evidenziato l’importanza dei «sistemi di difesa missilistica» dispiegati dalla Nato per «proteggere il confine meridionale della Turchia», forniti a rotazione dagli Alleati. A tale proposito il ministro degli esteri Çavuşoğlu ha ringraziato in particolare l’Italia. E’ dal giugno 2016 che l’Italia ha dispiegato nella provincia turca sudorientale di Kahramanmaraş  il «sistema di difesa aerea» Samp-T, coprodotto con la Francia. 

 

Una unità Samp-T comprende un veicolo di comando e controllo e sei veicoli lanciatori armati ciascuno di otto missili. Situati a ridosso della Siria, essi possono abbattere qualsiasi velivolo all’interno dello spazio aereo siriano. La loro funzione, quindi, è tutt’altro che difensiva. 

 

Lo scorso luglio la Camera e il Senato, in base a quanto deciso dalle commissioni estere congiunte, hanno deliberato di estendere fino al 31 dicembre la presenza dell’unità missilistica italiana in Turchia. 

 

Stoltenberg ha inoltre informato che sono in corso colloqui tra Italia e Francia, coproduttrici del sistema missilistico Samp-T, e la Turchia che lo vuole acquistare. 

 

A questo punto, in base al decreto annunciato dal ministro degli Esteri Di Maio di bloccare l’export di armamenti verso la Turchia, l’Italia dovrebbe ritirare immediatamente il sistema missilistico Samp-T dal territorio turco e impegnarsi a non venderlo alla Turchia.

 

Continua così il tragico teatrino della politica, mentre in Siria continua a scorrere sangue. Coloro che oggi inorridiscono di fronte alle nuove stragi e chiedono di bloccare l’export di armi alla Turchia, sono gli stessi che voltavano la testa dall’altra parte quando lo stesso New York Times pubblicava una dettagliata inchiesta sulla rete Cia attraverso cui arrivavano in Turchia, anche dalla Croazia, fiumi di armi per la guerra coperta in Siria (il manifesto, 27 marzo 2013). 

 

Dopo aver demolito la Federazione Jugoslava e la Libia, la Nato tentava la stessa operazione in Siria. La forza d’urto era costituita da una raccogliticcia armata di gruppi islamici (fino a poco prima bollati da Washington come terroristi) provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia e altri paesi. 

 

Essi affluivano nelle province turche di Adana e Hatai, confinante con la Siria, dove la Cia aveva aperto centri di formazione militare. Il comando delle operazioni era a bordo di navi Nato nel porto di Alessandretta. 

 

Tutto questo viene cancellato e la Turchia viene presentata dal segretario generale della Nato come l’Alleato «più esposto alla violenza e alla turbolenza  proveniente dal Medioriente».

13/10/2019

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

"Omicidi bianchi". Oggi l’Anmil organizza la 69esima giornata per le vittime del lavoro «Necessaria una riforma del sistema di assicurazione e del Welfare». 1.133 morti sul lavoro solo nel 2018, oltre 600 mila infortuni. Dal 10 settembre, giorno d’insediamento del nuovo governo,i morti sono stati 57. Landini (Cgil): «E' una strage. Si muore come 40 e 50 anni fa». Se questa è una strage, allora non chiamamole "morti bianche" ma "omicidi bianchi". Non è una fatalità: si chiama capitalismo.

 

È una strage: 17 mila morti dal 2009, 1.133 solo nel 2018 e 600 mila infortuni. Dal 10 settembre giorno d’insediamento del nuovo governo sono stati 57 i morti sui posti di lavoro, 123 considerando i decessi avvenuti sulle strade per raggiungere il lavoro. E 18 sono stati i lavoratori schiacciati da un trattore da quando Teresa Bellanova è alla guida del ministero delle politiche agricole. Nel 2019 sono stati schiacciate 122 persone da questa macchina simbolo del lavoro agricolo, oggi anche macchina di morte, leggiamo sul blog «Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro» di Carlo Soricelli, tecnico metalmeccanico in pensione, oggi pittore. L’ultima delle vittime è di due giorni fa. Un operaio di 57 anni a Roffia, nel comune di San Miniato, in provincia di Pisa, è morto mentre puliva. Un oleodotto che attraversava le campagne. È rimasto incastrato in una macchina che tritura il legno. Abituati a vedere la vita attraverso uno schermo, riusciamo a immaginare, concretamente, cosa significa morire squarciati da una macchina che taglia il legno? E schiacciati da un trattore?

 

RIAVVOLGIAMO IL FILM dall’estate scorsa. Sette agosto: un uomo è morto nel Ferrarese per il cedimento di una cinghia mentre installava una pesa. Nove agosto: sono deceduti un muratore colpito da un tondino di ferro in provincia di Bergamo e un operaio che a Cremona stava scaricando travi d’acciaio. 14 agosto: un operaio ha perso la vita schiacciato da una pedana in provincia di Bergamo. 16 agosto: un operaio è precipitato da una scala in una azienda di logistica alle porte di Piacenza. 17 agosto: un operaio è morto nel Cosentino in un cantiere, incastrato con la testa tra un container e la cabina dei comandi. 20 agosto: un muratore è precipitato da una terrazza nel Catanese. 26 agosto: nell’Aquilano un uomo ha perso la vita schiacciato dalla pedana di un mezzo pesante che stava riparando. 30 agosto: tre operai morti nel Frusinate, a Varese e a Latina. La progressione è impressionante. E pensare che i numeri sono inferiori rispetto allo stesso mese del 2018 funestato da una serie incredibile di incidenti mortali plurimi che hanno fatto stragi di braccianti in Puglia (16) e a Genova per il crollo del Ponte Morandi. Tra le vittime c’erano 15 persone che andavano al lavoro, ha denunciato l’Inail.

 

QUESTO È IL FARDELLO che grava sulla 69esima giornata per le vittime del lavoro, organizzata oggi dall’associazione tra mutilati e invalidi del lavoro (Anmil) con il patrocinio del presidente della repubblica Sergio Mattarella. A Palermo si terrà una manifestazione nazionale, numerose le iniziative territoriali. Prevista la campagna di sensibilizzazione: «Non raccontiamoci favole, sul lavoro non c’è sempre il lieto fine». «Gli incidenti mortali sono aumentati del 6% rispetto all’anno scorso, con una media di oltre 3 morti ogni giorno» sostiene il presidente Anmil Zoello Forni. L’Anmil ritiene necessario cambiare il testo unico sull’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro che risale al 1965. Da allora sono cambiate le condizioni della produzione. Oggi i lavoratori sono obbligati a un’instabilità e a una flessibilità che sono spesso le cause dell’aumento degli infortuni e dei decessi. Una simile modifica avrebbe bisogno di una trasformazione della previdenza e del Welfare. Una «riforma organica» che sembra lontana dalle prospettive del governo che parla di un «piano strategico per la sicurezza». La ministra del lavoro Nunzia Catalfo ha convocato un tavolo con il ministero della Salute e le parti sociali, Inail, Ispettorato Nazionale del Lavoro (Inl) e Inps. Punta al coordinamento delle banche dati sulla sicurezza, formazione, selezione delle imprese virtuose per l’accesso ad appalti, assunzioni all’Ispettorato del lavoro. «Quella che vediamo è una strage – ha detto il segretario della Cgil Maurizio Landini – Si continua a morire come si moriva 40/50 anni fa.C’è un problema di formazione che va fatta sia a chi comincia a lavorare sia anche agli imprenditori visto che stiamo parlando anche di tante piccole e medie imprese. Abbiamo chiesto di introdurre anche uno schema di patente a punti per le imprese».

 

OGGI ABBIAMO a disposizione una ricca documentazione che ci permette di ragionare sulle cause e gli effetti di quanto accade. L’ultimo rapporto dell’Inl ha dimostrato che le ispezioni sono dimuite del 9% quest’anno, anche se l’accertamento delle irregolarità è cresciuto (3%) come le denunce per caporalato: 263, più del triplo rispetto al 2018. Il numero di chi lavora in nero è aumentato da 20.398 a 23.300. Crescono le denunce delle «malattie professionali», a ritmi più contenuti per l’ampliamento delle malattie «tabellate» che esonerano i lavoratori dall’onere della prova. Per l’Inail sono 41 mila, 800 in più rispetto al 2018. Crescono nell’industria e nei servizi, mentre calano in agricoltura dove sono numerose quelle che colpiscono l’apparato muscolo-scheletrico. Nel 2019 in questo settore sono aumentati gli infortuni mortali. Tra gennaio e agosto sono morti 16 braccianti.

 

SE QUESTA è una strage allora non chiamiamole «morti bianche». Sono omicidi «bianchi». Si muore a causa del lavoro e si muore in assenza di lavoro. E tutto questo parlare di sicurezza non produce più sicurezza. Ogni giorno pretende il suo tributo di lutti. Questo lavoro è una maledizione, un’epica senza riscatto, il grido dell’impotenza, del dolore e della rabbia. Il suo lessico è: malattia, caporalato, lavoro nero, sfruttamento. Non è una fatalità, non è la moira dei tragici greci. È un sistema. Si chiama capitalismo.

Michele Giorgio

da Il Manifesto

 

Fuga dall'inferno. Le forze armate turche e i 14mila mercenari dell’Els sarebbero penetrati fino a 8 km dal lato di Tal Abyad e 4 km dal lato di Serekaniye e avrebbero "neutralizzato" 342 combattenti curdi. Morti anche in Turchia, colpiti dai mortai delle Fds. 100mila civili in fuga.

 

È feroce la battaglia che si combatte in queste ore tra Tal Abyad e Serekaniye (Ras al Ayn). Da questa striscia di territorio lunga 120 km, sul confine tra Siria e Turchia, giungono immagini drammatiche ma che allo stesso tempo testimoniano la resistenza indomita dei curdi all’offensiva “Fonte di pace”. Le forze armate turche e i 14mila mercenari dell’Esercito libero siriano, non risparmiano le munizioni. Dopo tre giorni di combattimenti cruenti sarebbero penetrati fino a 8 km dal lato di Tal Abyad e 4 km dal lato di Serekaniye. La giornalista Zeina Khodr di Al Jazeera ieri, dalla città di frontiera turca di Akcakale, raccontava che l’esercito agli ordini di Recep Tayyib Erdogan sta usando una potenza di fuoco eccezionale pur di prendere il controllo dell’area di Tel Abyad: attacchi aerei, artiglieria e missili. «I turchi concentrano la loro operazione in questa zona – ha spiegato Khodr – dicono che questa è la fase iniziale della loro operazione. Al momento, è difficile dire se le operazioni si estenderanno o meno».

 

E tornano in queste ore in primo piano anche i miliziani dello Stato islamico – cinque dei quali sono scappati da una prigione curda – che ieri hanno compiuto un duplice attentato in una delle città curde più importanti e popolose, Qamishlo, nella parte orientale del Rojava, facendo cinque morti e numerosi feriti. Nella stessa zona l’artiglieria di Ankara ha preso di mira i villaggi di Sermsax, Heyaka, Girke Xezna e Derna Axi. L’agenzia ANF ha postato un video da Ayn Diwar, a 12 km da Derek, ridotto in macerie e vuoto. Il ministero della difesa turco ieri parlava di 342 «terroristi» uccisi, feriti e fatti prigionieri e della conquista di 13 villaggi all’interno del territorio controllo dai curdi siriani. «L’operazione continua con successo, come pianificata. Finora sono stati neutralizzati 342 terroristi. Speriamo di finire quel che abbiamo iniziato», ha dichiarato con soddisfazione il ministro della difesa Hulusi Akar. Secondo il ministro l’offensiva si basa su un (presunto) «diritto all’autodifesa» previsto dalla Carta delle Nazioni Unite. «Il nostro obiettivo – ha aggiunto Akar – è di porre fine alla presenza di ‘terroristi’ a est del fiume Eufrate…e di istituire un corridoio di pace che permetta il ritorno in patria dei nostri fratelli siriani (i profughi attualmente in Turchia, ndr)».

 

Il potente esercito turco però non è ancora in grado di fermare i colpi di mortaio sparati dai curdi su Akcakale e altre località turche vicine al confine. Un razzo ha ucciso due persone a Suruc, portando a otto il numero dei cittadini turchi morti. A Nusabin, diverse persone sono state feriti da colpi sparati dalle Fds curde. Intanto la violenza delle cannonate turche e dei raid aerei su Tal Abyad ha costretto “Medici senza frontiere” a chiudere il suo ospedale nella cittadina dove la paura ha fatto fuggire quasi tutta la popolazione. Era l’unico nell’intera area. «Questo potrebbe lasciare migliaia di persone senza accesso ad aiuti cruciali e senza alcuna soluzione in vista», sottolinea in un comunicato l’organizzazione che chiede alle parti in guerra di «garantire l’assistenza umanitaria salva-vita».

 

L’ospedale di Tal Abyad non è l’unica struttura costretta a chiudere i battenti dopo pesanti bombardamenti. La Mezzaluna Rossa curda da parte sua denuncia l’impossibilità per medici e infermieri di operare nelle aree più colpite dai bombardamenti. Il dottor Hassan, intervistato dai media curdi, ha parlato di 30-35 bambini feriti gravi. Alla salvezza dei più piccoli è dedicato l’appello lanciato dall’Unicef. Tra i centomila in fuga dall’offensiva turca, sottolinea l’agenzia dell’Onu, ci sono molti bambini provenienti in maggioranza da Tal Abyad e Serekaniye. «Alcune delle persone sfollate sembra si stiano dirigendo verso Raqqa (90km a sud di Tal Abiad), mentre la maggior parte si sta dirigendo verso altre città come Ampuda, Al Derbasiya, Tal Tamer e Hassakeh», fa sapere l’Unicef.

 

Sul piano diplomatico si moltiplicano le condanne dell’offensiva di Ankara. Ma non mancano le approvazioni. L’ultima è quella del Pakistan che ha parlato di «diritto all’autodifesa della Turchia». Il ministro della difesa Akar ieri ha discusso al telefono con alcuni colleghi stranieri fra cui lo statunitense Mark Esper, il britannico Ben Wallace e il francese Florence Parly. In apparente contrasto con il via libera dato da Donald Trump all’avanzata anti-curda, Esper ha o avrebbe detto ad Akar che l’operazione in corso potrebbe portare a «serie conseguenze» per la Turchia e favorire l’Isis. Esper ha aggiunto che fermare ora l’offensiva consentirebbe ad Ankara di aprire uno spazio per colloqui volti a trovare «una via comune per ridurre le tensioni prima che la situazione diventi irreparabile». Dichiarazioni che servono a placare le critiche all’Amministrazione Usa finita sotto accusa, anche in casa, dopo l’annuncio del ritiro dei soldati statunitensi dalla Siria nordorientale. Esper peraltro nega che sarà completato.

 

La verità è che mentre Erdogan avanza sul velluto, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ancora non trova un accordo su una dichiarazione comune per condannare l’offensiva turca. I Paesi europei vorrebbero una condanna esplicita ma Usa e Russia frenano sui toni. Washington ha diffuso una bozza di dichiarazione in cui si afferma che le preoccupazioni per la sicurezza della Turchia sono «legittime».

Michele Giorgio

 

Terrore turco. Ieri appena i soldati statunitensi hanno evacuato le due postazioni frontaliere di Ras al Ayn e Tal Abyad, la Turchia ha dato inizio alla “Operazione fonte di pace" – così l’ha chiamata il Erdogan - contro il popolo curdo nel Rojava.

 

 

 

Approvata da Donald Trump la massiccia offensiva militare turca contro il popolo curdo scattata ieri pomeriggio nel nord-est della Siria, è stata benedetta anche da Jens Stoltenberg. «Spero che qualsiasi iniziativa intrapresa dalla Turchia sia proporzionata e misurata», ha detto il segretario generale della Nato al termine dell’incontro con Giuseppe Conte, a Palazzo Chigi. Come dire: andate avanti senza problemi ma non ammazzatene tanti. Fanno perciò tenerezza gli appelli alla Nato «a fermare la Turchia» lanciati da deputati e dirigenti del M5S, del Pd, della Lega e di tutti gli altri amici fedeli del Patto Atlantico, di cui Ankara è un membro di grande importanza. I curdi si sono scoperti ancora più soli, abbandonati dagli Usa e dall’Europa che li hanno usati come carne da macello in Siria nelle battaglie contro l’Isis, per poi scaricarli una volta giunti sulle rovine del Califfato.

 

Vittime delle bombe sganciate degli aerei del “sultano” Recep Tayyib Erdogan – atteso tra qualche settimana a Washington – i curdi hanno compreso, si spera definitivamente, che gli Usa agiscono non a favore ma contro i diritti dei popoli oppressi. La vicenda palestinese avrebbe dovuto insegnarlo anche a loro. E non possono passare inosservate in queste difficili ore le a dir poco caute dichiarazioni di Mosca e di Tehran, alleate di Damasco e del presidente Bashar Assad ma anche partner di Ankara nel processo di Astana «per una soluzione politica in Siria».

 

Ieri appena i soldati statunitensi hanno evacuato le due postazioni frontaliere di Ras al Ayn e Tal Abyad, la Turchia ha dato inizio alla “Operazione fonte di pace” – così l’ha chiamata Erdogan dandone l’annuncio ufficiale con un tweet: è la terza in Siria dal 2016 dopo “Scudo dell’Eufrate” e “Ramoscello d’ulivo”, quest’ultima è scattata nel gennaio 2018 nell’enclave di Afrin – contro il popolo curdo nel Rojava, nel nord est della Siria. Raid aerei e colpi di artiglieria si sono abbattuti nei pressi della diga di Bouzra (Derek), su Qamishlo, Ain Issa, Mishrefa, Tal Abyad, Ras al Ayn (Sere Kaniye) e altri centri abitati. Ci sarebbero state subito almeno 8 vittime civili anche se i turchi affermano di aver preso di mira basi e depositi di munizioni. Un bambino di sei anni è stato ferito gravemente da un bombardamento a Se Girka. «Chiediamo a gran voce a tutte le parti coinvolte di fermare l’escalation delle violenze – ha esortato Filippo Ungaro, un portavoce di Save the Children – e di assicurare in ogni modo possibile la protezione e la sicurezza delle migliaia di bambini, e delle loro famiglie, già sfiniti da una guerra che dura ormai da più di otto anni e la cui vita da oggi è ulteriormente a rischio». Nella zona teatro dell’offensiva, oltre un milione e mezzo di persone hanno già bisogno di assistenza umanitaria, tra cui più di 650.000 sfollati.

 

Prima e durante l’attacco turco migliaia di civili si sono messi in fuga dirigendosi verso Hasake e l’area territoriale della Amministrazione Autonoma curda nel nord della Siria che Erdogan e i suoi generali vogliono disintegrare. I comandi militari delle Fds e Ypg curde ribadiscono che resisteranno con ogni mezzo possibile a chi vuole allontanarle dal confine, distruggere qualsiasi idea di sovranità curda e mettere fine all’ eccezionale progetto politico, il Confederalismo Democratico, che raccoglie consensi ovunque del mondo. I combattenti delle Ypg ieri hanno lanciato sei razzi verso postazioni militari alla periferia della città turca di Nusaybin, senza fare vittime. Sempre le Ypg hanno respinto a Manbij un violento attacco dei mercenari, in gran parte islamisti, dell’Esercito libero siriano – l’Els, ora chiamato “Esercito nazionale”, per anni esaltato da Usa e Europa come una forza «ribelle» impegnata a «portare la democrazia in Siria» – addestrati da Erdogan e pagati, pare, dal ricco Qatar stretto alleato della Turchia. Il Centro di informazione del Rojava ieri ha diffuso un’indagine sulla composizione dell’Els, evidenziando che diversi dei gruppi armati che ne fanno parte sono vicini al jihadismo.

 

Ad anticipare l’inizio dell’attacco turco era stato ieri mattina Abdel Rahman Ghazi Dadeh, portavoce di Anwar al Haq, una delle milizie armate locali cooptate da Ankara nell’Els. Dadeh ha confermato che almeno 18 mila mercenari prenderanno parte all’operazione militare e ha precisato che 10 mila saranno impiegati a Ras al Ayn, gli altri a Tal Abyad. L’Els avrà un ruolo di primo piano nel controllo della “zona di sicurezza”, lungo il confine, che Erdogan intende costituire in territorio siriano. Terminata la prima fase di “Fonte della pace” dovranno prendere il posto dei militari turchi e presidiare una striscia lunga 120 km e profonda 30 tra Tal Abyad e Ras al-Ayn che farà naufragare, nei desideri di Erdogan, il sogno curdo del Rojava (quasi un terzo della Siria). Questo futuro protettorato turco spezzerà il territorio controllato dalle Ypg. Resterebbe isolata Kobane (Ayn al Arab), simbolo della resistenza curda contro l’Isis, già stretta tra le aree prese dai turchi con le due precedenti operazioni in Siria. Ankara avrebbe promesso a Trump di non attaccarla ma i mercenari filo-turchi premono per occuparla. In una seconda fase Erdogan vuole prendere il controllo di tutta la frontiera e inondare la “zona di sicurezza”, ossia la zona curda, di almeno due milioni di rifugiati siriani attualmente in Turchia. Una regione-cuscinetto che spingerà di fatto il confine fino a Raqqa, la “capitale” del Califfato liberata dai curdi, e a Deir ez-Zor. Un piano di ingegneria etnica – dal costo stimato da Ankara in oltre 26 miliardi – che dopo l’uscita di scena di Trump solo i partner di Astana, Russia e Iran, possono ostacolare.

 

Resta indecifrabile, al momento, l’atteggiamento di Damasco. La Siria è determinata a fronteggiare l’aggressione turca con «tutti i mezzi legittimi», ha fatto sapere una fonte del ministero degli esteri. Ma che Damasco sia pronta ad andare in guerra con Ankara è da escludere, pur manifestando sostegno ai cittadini curdi sotto attacco. La strada che preferisce è quella di un futuro intervento su Erdogan della Russia che si proclama garante della «integrità territoriale della Siria». In ogni caso l’eventuale soluzione diplomatica non andrà certo nella direzione di una sovranità curda.

09/10/2019

da Il Manifesto

Gaetano Azzariti

 

Rappresentanza. Ridotto il numero dei parlamentari, se non si completa il percorso secondo gli impegni assunti dall’attuale maggioranza avremmo prodotto danni irreversibili alla nostra democrazia costituzionale e al pluralismo politico

 

Si sono bruciati i ponti, non c’è più nessuna possibilità di tornare indietro. Ridotto il numero dei parlamentari, se non si completa il percorso secondo gli impegni assunti dall’attuale maggioranza avremmo prodotto danni irreversibili alla nostra democrazia costituzionale e al pluralismo politico.

 

Per evitare quest’esito è necessario approvare entro brevissimo tempo una legge elettorale rigorosamente proporzionale. Inoltre, prima della fine della legislatura sarà fondamentale rivoluzionare i regolamenti parlamentari. Infine, alcune riforme costituzionali di contorno potranno essere utili, sebbene non saranno decisive.
A queste misure ci si riferiva quando le forze politiche che sostengono l’attuale maggioranza hanno sottoscritto il programma di governo impegnandosi ad approvare «la riduzione del numero dei parlamentari, avviando contestualmente un percorso per incrementare le opportune garanzie costituzionali e di rappresentanza democratica». Al momento della decisione definitiva sulla modifica della composizione delle Camere la «contestualità» ha prodotto unicamente un secondo documento politico in cui viene ribadita la necessità di addivenire in tempi brevi a riforme ulteriori. Basta allora confidare sul rispetto degli impegni presi? Le prime divisioni già affiorano e il cammino sarà più arduo di quel che non si pensi.

 

Per una ragione di fondo: per mettere in sicurezza la nostra democrazia pluralista è necessario che le due maggiori forze dell’attuale maggioranza cambino radicalmente le loro culture istituzionali. Il Movimento 5 stelle dovrà abbandonare le ambiguità populiste ed antiparlamentari e approdare ad una più matura visione della lotta politica entro le istituzioni, giungendo finalmente a considerare il Parlamento repubblicano per quel che è: il luogo centrale della rappresentanza politica plurale e non una scatoletta di tonno.

 

Si deve in sostanza chiarire che la ragione di fondo della riduzione dei parlamentari non è ascrivibile ad una demagogica ragione di «taglio delle poltrone» o di generica riduzione degli sprechi, ma rappresenta un tentativo di restituire dignità e ruolo all’organo centrale della nostra democrazia. Un Parlamento più snello perché si ritiene che così possa essere più autorevole e uscire dalla subalternità mostrata negli anni più recenti. Un organo autonomo dal Governo, titolare della funzione legislativa, a cui spetta conferire la fiducia, ma anche controllare e indirizzare l’esecutivo. Sarebbe la scoperta della centralità del Parlamento: il migliore antidoto contro le pulsioni autoritarie. Personalmente non credo sia solo o tanto una questione di numeri, ma se indirizzata in tal senso la riforma ormai approvata potrebbe avere un suo pregio e produrre effetti benefici. Condizione essenziale però è che questo Parlamento in miniatura sia effettivamente rappresentativo del conflitto sociale, requisito necessario affinché poi possa esercitare la sua funzione autonoma di mediazione e giungere a definire un compromesso reale tra le forze in campo.

 

Per questo sono essenziali le tre riforme inizialmente richiamate. Una legge elettorale per assicurare una rappresentanza reale delle divisioni sociali; un’organizzazione dei lavori dentro il Parlamento che assicuri la libera dialettica politica: non solo dunque – com’è ora – tempi certi e contingentati per giungere ad una decisione; forme di razionalizzazione, anche di natura costituzionale, che tendano ad evitare le degenerazioni nell’assemblearismo.
Per i 5 stelle si tratta in sostanza di maturare la convinzione che per governare un paese non basta Rousseau, ma è necessario rivalutare le istituzioni della rappresentanza, scoprire la difficile, ma nobile arte della weberiana politica come vocazione (Politik als Beruf).

 

Ma per giungere a questo risultato è necessario che muti anche la cultura istituzionale del Partito Democratico. Si abbandoni cioè quella koiné culturale che ha preso il sopravvento piegando la logica costituzionale alle esigenze di una governabilità ad ogni costo e artificialmente conseguita.

 

Per anni questo partito – più degli altri – ha scommesso sulla possibilità di affermare una democrazia maggioritaria che fosse in grado di semplificare il sistema politico, riducendo la frammentazione ritenuta eccessiva e assicurando la formazione di Governi stabili. Una strategia che ha operato principalmente su due fronti: quello elettorale con sistemi che hanno finito per sacrificare eccessivamente la rappresentanza democratica (lo ha riscontrato la Consulta, decretando l’incostituzionalità dell’Italicum); quello parlamentare adottando regolamenti – ma anche ammettendo prassi e comportamenti tenuti dai propri gruppi – proiettati unicamente a favorire la decisione e la disciplina di partito, a scapito della discussione e del confronto tra gli eletti. Ora ci troviamo di fronte ad un sistema politico ingovernabile che deve essere ricostruito dalle fondamenta. I partiti sono lacerati da guerre intestine, i confini tra maggioranze e opposizioni si sono dissolti, le strategie politiche di lungo corso sono state abbandonate, l’azione politica è dominata dall’emergenza. In questa situazione continuare a preoccuparsi di ricercare regole istituzionali che assicurino una stabilità artificiale ai Governi a scapito della rappresentanza reale appare un suicidio. Da ultimo, la richiesta dei «pieni poteri» da parte di un leader espressione di un’agguerrita minoranza del popolo italiano dovrebbe rappresentare un chiaro campanello d’allarme.

 

Comprendo che non sia facile per un partito che è nato con una vocazione maggioritaria cambiare prospettiva e sostenere un modello di democrazia che favorisce la libera dinamica politica, ma non si tratterebbe semplicemente di un’ammissione di colpa (d’altronde chi è senza peccato?), bensì della raggiunta consapevolezza che l’agognata governabilità non può essere considerata un presupposto, bensì un risultato. Costituzione, Parlamento, leggi elettorali e regolamenti parlamentari devono assicurare il valore essenziale della rappresentanza democratica, «sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente» (per richiamare le chiare parole della Consulta). Spetterà poi alle forze politiche definire indirizzi politici coerenti e assicurare Governi stabili. Ma questo potrà avvenire solo quando i partiti torneranno ad essere espressione di una rappresentanza reale.

 

Bruciati i ponti non possiamo più tornare indietro, ora dobbiamo scegliere quale direzione prendere: tentare di riscoprire il ruolo autonomo del Parlamento o abbandonarlo definitivamente? In molti puntano sulla seconda soluzione, noi sulla prima.

01/10/2019

Maurizio Acerbo

 

Autostrade:A Genova Lega e destra mostrano il loro vero volto, servi e complici dei prenditori 

 

Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno mostrato il loro vero volto con la bocciatura nel Consiglio Comunale di Genova di un ordine del giorno per la revoca della concessione a Autostrade per l’Italia.

 

Questi presunti populisti nemici dei poteri forti in realtà sono dei servi dei poteri forti, cani da guardia dei grandi gruppi di prenditori parassitari che hanno beneficiato delle privatizzazioni e delle controriforme liberiste che i partiti di Salvini e Meloni hanno sempre sostenuto insieme a Forza Italia.

 

Si presentano come antisistema ma in realtà la voce grossa la fanno solo verso immigrati e poveri. 

 

Salvini e Meloni scodinzolano davanti a concessioni autostradali, cliniche private, lobby delle grandi opere, palazzinari. Lega e fascisti hanno votato tutti i regali ai concessionari. 

 

Dopo la strage del Ponte Morandi la revoca della concessione – e non solo su un tratto – di Autostrade per l’Italia è un atto dovuto. 

Norma Rangeri

 

Autunno caldo. Questo movimento, con la sua carica di utopia rigenerante, mette al centro della scena niente di meno che il cambiamento di un modello di sviluppo non più sopportabile per i catastrofici risultati, naturali e sociali

 

In modo travolgente e libero, un’onda giovanissima ha invaso pacificamente le piazze, in Italia e nel mondo, facendoci assistere a qualcosa di nuovo. Slogan tipo «abbiamo l’acqua alla gola» spiegano bene la sensazione da ultima spiaggia che viene denunciata perché il possibile infarto del Pianeta invia segnali pressanti di apocalittiche distruzioni.

 

E se siamo con l’acqua alla gola il tema merita di essere messo al centro della politica del futuro come l’unica alternativa.

 

La giovane Greta è il volto di una ragazzina svedese che è riuscita a dare un clamoroso fischio di avvio alla battaglia di un movimento che nasce nelle democrazie occidentali, come quello del ’68 del secolo scorso, con cui ha in comune l’estensione, i luoghi della partecipazione giovanile, la grande capacità di mobilitazione, la forza unificante degli slogan, l’idiosincrasia da parte degli adulti.

 

Le diversità invece sono generazionali (i teenagers oggi gli universitari ieri), politiche (non vengono presi di mira i governi reazionari ma tutti i governi incapaci di affrontare i temi ambientali), ideologiche (nel ’68 venivano acclamati i personaggi simbolo delle lotte di classe, oggi c’è una ragazzina con grandi capacità comunicative). E mediatiche. Anzi, forse questa è la differenza più forte con il passato. La potenza della rete mette insieme proposte, idee, iniziative in brevissimo tempo riescono a mobilitare milioni di persone.

 

I ragazzi che contestavano 50anni fa avevano contro i governi e la repressione, volevano scardinare il potere (baronale, politico, aziendale), i ragazzi che protestano adesso sanno invece che le controparti non possono restare indifferenti nei confronti di chi lotta per salvare il Pianeta. I veri nemici saranno dunque le grandi potenze mondiali, le multinazionali, incapaci di trovare alternative all’attuale modello di crescita economica.

 

Questi ragazzi sanno benissimo cosa significa fermare la corsa verso la distruzione dell’ambiente, sanno cosa dice la scienza e sono forse gli unici che prendono sul serio le Conferenze sul clima, gli studi internazionali sui rischi che corre il mondo in cui si troveranno a vivere nel 2050, quando nemmeno trentenni avranno davanti scenari assai più foschi dei nostri.

 

La straordinaria forza delle manifestazioni interpella un governo appena nato che dovrebbe saper corrispondere alla domanda politica delle giovani generazioni, le prime a essere penalizzate, sotto ogni aspetto, rispetto alla generazione precedente. Non sarà facile per l’arretratezza culturale del nostro paese, a cui ha contribuito anche una sinistra novecentesca che storicamente, nella battaglia per un altro modello di sviluppo, non ha mai affrontato la questione ecologica. Se ne sono accorti tutti quando è esplosa la tragedia dell’Ilva di Taranto, quando la contraddizione tra lavoro e salute ha messo in evidenza la ruggine della vecchia cassetta degli attrezzi.

 

A questo punto non importa da dove si comincia dal momento che c’è assai poco da conservare e molto da cambiare. Questo movimento, con la sua carica di utopia rigenerante, mette al centro della scena niente di meno che il cambiamento di un modello di sviluppo non più sopportabile per i catastrofici risultati, naturali e sociali. La battaglia in difesa della Terra presuppone nuovi modelli produttivi, nuovi comportamenti individuali e collettivi, nuovi protagonisti sociali, nuovi obiettivi. E prima lo capiamo meglio sarà. 

 

C’è un altro aspetto, in questo caso di palese disinformazione, sugli scioperi per il clima, quando si imputa la dimenticanza dei popoli più poveri del Pianeta.

 

Come se non fosse abbastanza chiaro che i paesi saccheggiati dalle loro materie prime, spesso con la forza delle guerre, sono le prime vittime di un’economia rovinosa per territori e persone.

 

Questo impetuoso movimento arriva in un momento di passaggio anche per le sorti di una Unione europea che con le sue ricette economiche è riuscita a creare disuguaglianze crescenti e con la sua scarsa lungimiranza sulle politiche migratorie ha gonfiato le vele delle destre xenofobe. E induce alla speranza il fatto che già un’altra Europa è in prima fila, in un continente forte di una presenza storica di un movimento ecologista, sempre più popolare anche a livello elettorale.

Pagine