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Il Manifesto

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16/05/2021

da il Manifesto

Alberto Negri

 

La guerra promessa. Oggi le proteste della famiglie arabe minacciate di espulsione dal quartiere di Sheik Jarrah vengono viste come il casus belli di questa ultima guerra. In realtà prima del 1948, della sconfitta araba e della Nakba ricordata ieri, il 77% delle proprietà nel lato Ovest di Gerusalemme appartenevano ai palestinesi, sia cristiani che musulmani

 

La rivolta arabo-palestinese è quella di tutti noi, per la giustizia e la vera pace, contro ogni doppio standard che da decenni avvelena Gerusalemme, la Palestina e tutto il Medio Oriente. Israele vive, da noi pienamente tollerato, nella condizione di uno Stato fuorilegge, i palestinesi, a causa anche della sua dirigenza e di Hamas, sono perpetuamente nella lista nera dei popoli criminali, non degli stati criminali semplicemente perché i palestinesi hanno diritto a uno Stato solo nella retorica occidentale che si lava le mani della questione.

 

La posizione mediana assunta dai politici e dalla maggior parte dei media occidentali in realtà è la più ipocrita di tutte le sanzioni architettate in Medio Oriente. Quella che pagheremo forse in un prossimo futuro: le guerre altrui entreranno in casa nostra, come è già accaduto un decennio fa quando le primavere arabe si trasformarono, come in Siria, in guerre per procura e nel jihadismo. Finora Israele, nelle mente degli europei, ha fatto da antemurale alle rivolte e alla diffusione del estremismo islamico: in realtà ha alimentato l’incendio – Hamas sin dalla sua fondazione negli anni Ottanta serviva a mettere sotto scacco Al Fatah e i laici – e incoraggiato ogni degenerazione perché lo stato di guerra perpetuo giustifica la sua impunità e il non rispetto assoluto dei diritti degli arabi, delle leggi internazionali e delle Risoluzioni delle Nazioni unite.

 

Ma la maschera israeliana, come pure la nostra, sta per cadere. È scattata la sirena d’allarme, non soltanto quella per i razzi di Hamas, ma dei linciaggi e delle rivolte nelle città israeliane abitate «anche» dagli arabi. Il venti per cento della popolazione di un Paese che si dichiara lo Stato degli ebrei ignorando tutti gli altri.
Come scriveva questa settimana su il manifesto Tommaso Di Francesco non basta dire che entrambi i popoli hanno diritto a vivere in pace, di questa frasette inutili ne abbiamo piene le tasche e molto più di noi i palestinesi. E persino una parte consistente dell’opinione pubblica arabo-musulmana, anche di quei Paesi entrati nel Patto di Abramo, nella sostanza un’intesa che non è un accordo di pace, come è stato venduto dalla propaganda, ma di fatto un via libera a Israele per fare quello che vuole.

 

Come fai a vivere in pace quando confiscano le tue terre, la tua casa viene demolita, i coloni moltiplicano gli insediamenti e ogni giorno viene eretto, oltre al Muro, un reticolato di divieti di cemento difesi con il mitra spianato? La terra viene divorata, i monumenti della tua cultura sono vietati e si cambia la faccia del mondo che conoscevi: tutto questo avviene sotto occupazione militare, cioè contro il diritto internazionale. E noi qui vorremmo che gli arabi rispettassero leggi di cui noi stessi ci facciamo beffe?

 

Gerusalemme è diventato il simbolo di tutte queste ingiustizie, di tutte le violazioni del diritto internazionale. Questa storica e magica città non è per niente la capitale delle tre religioni monoteiste come viene ripetuto fino alla noia: è la capitale soltanto dello Stato di Israele, come ha sancito Trump nel 2018 trasferendo l’ambasciata americana da Tel Aviv. In questa città Israele decide quello che vuole non solo per gli ebrei ma anche per musulmani e cristiani. Anche questa è una violazione del diritto internazionale, delle Risoluzioni Onu e degli Accordi di Oslo: non solo non abbiamo fatto niente per evitarlo ma lo abbiamo accettato senza reagire. Tollerando che avvenga pure senza testimoni con il bombardamento del centro stampa internazionale di Gaza e l’uccisione di una collega palestinese Reema Saad, incinta al quarto mese, polverizzata da una bomba insieme alla sua famiglia.

 

Oggi le proteste della famiglie arabe minacciate di espulsione dal quartiere di Sheik Jarrah vengono viste come il casus belli di questa ultima guerra. In realtà prima del 1948, della sconfitta araba e della Nakba ricordata ieri, il 77% delle proprietà nel lato Ovest di Gerusalemme appartenevano ai palestinesi, sia cristiani che musulmani. Ma i loro beni, una volta cacciati via e i proprietari classificati come «assenti» sono stati espropriati e venduti allo Stato o al Fondo nazionale ebraico. Così si costruisce con l’ordine «liberale» del «diritto di proprietà» ogni ingiustizia. Non solo: gli ebrei possono reclamare le case che possedevano a Gerusalemme prima del 1948 ma questo diritto non è previsto per i palestinesi. Una beffa. Queste le chiamate leggi, questa la possiamo chiamare giustizia? Si tratta soltanto di un sopruso accompagnato quotidianamente dall’uso della forza militare.

 

«Le vite palestinesi contano», ammonisce il leader democratico Bernie Sanders. Ma il presidente americano Biden che ieri ha mandato un inviato per verificare le possibilità di una tregua deve uscire dall’ambiguità: se concede a Israele di violare tutte le leggi e i principi più elementari di giustizia diventa complice di Trump e delle sue scellerate decisioni. In ballo non c’è soltanto un cessate il fuoco ma un’esecuzione mortale: quella che viene perpetrata ogni giorno al popolo palestinese messo al muro dalla nostra insipienza. E con le spalle al muro ci siamo pure noi che difendiamo con la stessa maschera dei governi israeliani la nostra insostenibile ipocrisia e disonestà intellettuale.

15/05/2021

Marco Consolo *

*Resp. Area Esteri e Pace,  PRC-SE

 

Mentre scriviamo, secondo il Ministero della Sanità di Gaza, è di almeno 119 morti, tra cui 31 bambini, l’ultimo bilancio dei bombardamenti aerei compiuti dalle forze di occupazione israeliana nella Striscia di Gaza, dove predomina il movimento palestinese Hamas. Sono almeno 830 i feriti, tra cui molti bambini, come denunciato dall’UNICEF. Anche in Cisgiordania ci sono 7 morti e circa 500 feriti.

In queste ore è in atto il bombardamento di Gaza da parte delle truppe israeliane e non si fermano i razzi lanciati da Gaza su Israele. Dopo i massacri degli anni scorsi  con i bombardamenti di “Piombo fuso” e “Margine protettivo”, assistiamo all’ennesimo attacco criminale contro Gaza, dove 2 milioni di persone vivono assediati da 14 anni in una prigione a cielo aperto, sottoposte a un “bloqueo” criminale ed in balia della potenza occupante, senza nessuna protezione internazionale.

Ancora una volta, la provocazione è venuta dalla repressione israeliana (arrivata a profanare i luoghi sacri alle tre religioni durante le celebrazioni del Ramadan), dalla ininterrotta pulizia etnica a Gerusalemme Est occupata,  dal boicottaggio delle elezioni palestinesi con la proibizione di realizzarle nella legittima capitale dello Stato di Palestina.

In una situazione di apartheid anti-palestinese, continuano la violenza e le provocazioni delle forze di occupazione e dei coloni, le flagranti violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale in spregio arrogante ed impune alle molteplici risoluzioni dell’ONU, con detenzioni arbitrarie e omicidi. Sono oltre 5.000 i-le prigionieri-e politici nelle carceri israeliane (decine i bambini), la gran parte sottoposti a “detenzione amministrativa”, senza accuse e senza processo, vittime di isolamento e di torture fisiche e psicologiche. La cosiddetta “comunità internazionale” si mantiene  indifferente (quando non complice diretta) all’occupazione, all’espansione senza limiti delle illegali colonie, alla demolizioni delle case palestinesi,  al rifiuto israeliano di accettare il diritto al ritorno dei profughi e di negoziare davvero la creazione di uno Stato di Palestina.

Dopo 4 elezioni in 2 anni, traballa ancora il governo di Benjamin Netanyahu, rinviato a giudizio, con gravi accuse di corruzione da cui cerca di sviare l’attenzione con la guerra. Da quando è tornato al governo, (il più a destra della storia) Netanyahu non ha mai voluto seri negoziati con i palestinesi (nonostante Abbas sia un leader palestinese moderato), e si è opposto più o meno apertamente all’opzione “due popoli, due Stati”, in alleanza con il fondamentalismo religioso suprematista.  Lo ha potuto fare, grazie al sostegno degli Stati Uniti a Israele, da anni avamposto politico-militare dell’imperialismo nella regione mediorientale, ricca di petrolio e di importanza strategica.

Come sottolineato da diversi esponenti dell’ebraismo non sionista (da Ilan Pappe ai “rabbini contro l’occupazione, dagli obiettori di coscienza a Moni Ovadia), non esiste alcun “diritto divino” perché insediamenti ebraici occupino territori. Così come non esiste nessun diritto di proprietà israeliano su Gerusalemme Est, con la sfacciata pulizia etnica degli abitanti palestinesi. Lo sa bene la parte migliore della società israeliana, che con coraggio prova a alzare la voce contro questa ennesima strage.

Come sancito dall’ONU, bisogna applicare il diritto internazionale e la pace deve basarsi sulle frontiere internazionali del 1967. Ma non ci sarà mai pace senza giustizia, e senza un vero appoggio internazionale al popolo palestinese e alle sue legittime rivendicazioni. In sua assenza, è ipocrita far finta di stupirsi se un popolo oppresso da più di 70 anni cerca di esercitare il proprio diritto all’autodifesa.   Ed è profondamente ipocrita parlare di simmetria tra occupanti e occupati, tra vittime e carnefici, di fronte all’uso letale della forza militare da parte dello Stato occupante.

Rimandiamo al mittente le probabili e trite accuse di anti-semitismo, che abbiamo sempre condannato senza mezzi termini. In Italia storicamente gli anti-semiti hanno nome e cognome, a partire dalla destra con chiare radici fasciste, accolta a braccia aperte da settori della comunità ebraica, in particolare a Roma.

In queste ore facciamo appello alla mobilitazione per cessare il fuoco e fermare l’assedio a Gaza. Mentre il complice governo italiano balbetta, da parte nostra non smetteremo di chiedere il ritiro dai territori occupati, il blocco immediato della demolizioni di case palestinesi e  degli insediamenti dei coloni, la fine della pulizia etnica. Siamo per boicottare il regime d’apartheid israeliano, interrompere ogni accordo militare con lo Stato d’Israele, applicare le risoluzioni ONU.

Per il diritto all’autodeterminazione, per il riconoscimento dello Stato di Palestina !

 

14/05/2021

da il Manifesto

Tommaso Di Francesco

 

Palestina. Ora occorrerebbe una vera mobilitazione democratica, consapevole del precipizio rappresentato da un’altra guerra in Medio Oriente e nel già mortale Mediterraneo, perché la crisi di Gerusalemme è il cuore della crisi internazionale

 

Siamo sull’orlo di un baratro. Scene da buio della specie, con linciaggi da una parte e dall’altra, assalto a sinagoghe e moschee, vanno condannate e fermate.

 

Non è questo odio tra i popoli che serve anche e soprattutto alla parte infinitamente più debole, quella palestinese, come dimostra la sproporzione delle vittime. Questo odio ci ripugna e probabilmente chiama in causa le tre religioni monoteiste che sul Medio Oriente qualche responsabilità nel conflitto ce l’hanno.

 

Ora occorrerebbe invece una vera mobilitazione democratica, consapevole del precipizio rappresentato da un’altra guerra in Medio Oriente e nel già mortale Mediterraneo, perché la crisi di Gerusalemme è il cuore della crisi internazionale. Che triste impressione invece la presenza di Letta insieme a Salvini dal palco del Portico d’Ottavia della Comunità ebraica, tutti uniti a nascondere le responsabilità d’Israele e i diritti cancellati dei palestinesi insieme all’estrema destra italiana sodale di Orbán e Netanyahu – provi il neosegretario del Pd, se non ha vergogna, a proporre nel questionario che ha avviato nel suo partito la domanda su cosa pensa la base della crisi israelo-palestinese.

 

E insieme servirebbe una vera iniziativa diplomatica internazionale per fermare la crisi arrivata sull’orlo del baratro. Purtroppo in verità, guardando quel che accade e ai veti nel Consiglio di sicurezza Onu, non c’è né l’una né l’altra. Come dimostra in queste ore il ruolo di Biden.

 

«Israele ha diritto a difendersi, ma attenzione alle vite dei civili, torni la calma», queste in sintesi le dichiarazioni della Casa bianca e di Biden stesso che, «preoccupato» invia, per mercoledì – a cose fatte, visto che Tel Aviv prepara l’intervento di terra – un sottosegretario esperto di Medio Oriente, e ci sarebbe pure una telefonata ad Abu Mazen perché «si fermino i lanci di razzi da Gaza».

 

C’è da rimanere esterefatti da tanta ignoranza e protervia. Ma come fa Biden a trovarsi impreparato, come se non ne sapesse nulla quando in campagna elettorale e poi nei primi 100 giorni di potere, ha confermato la scelta incendiaria di Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme, considerandola così anche lui – contro il diritto internazionale che dice che quella è una città condivisa da due popoli, anche da quello palestinese, e da tre religioni – di fatto capitale esclusiva di uno Stato come Israele che con le sue leggi sulla nazionalità si definisce ebraico, come Stato dei soli ebrei.

 

È questa decisione scellerata che premia l’occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi e che ha alimentato le marce dell’estrema destra israeliana di Levaha parafascista al grido di «morte agli arabi» nei giorni che hanno preceduto la rivolta della Spianata, che ha preparato la «marcia delle bandiere» la celebrazione della riconquistata capitale, e che ora esplode come un bubbone nelle città miste d’Israele stessa.

 

È sempre questa decisione che legittima istituzionalmente le espulsioni dei palestinesi dalle loro case dei quartieri di Gerusalemme Est per darle ai coloni. Si chiama pulizia etnica.

 

Del resto di che sorprendersi, così si porta a termine l’espulsione definitiva anche nel luogo più simbolico, dove i militari israeliani sparano, in pieno Ramadan, come in un tiro segno. Infatti nella Cisgiordania occupata centinaia di insediamenti dei coloni integralisti hanno espulso così tanti palestinesi dalla loro terra che non esiste più la continuità territoriale perché nasca uno Stato palestinese – senza dimenticare il Muro, lo sradicamento violento delle colture, l’abbattimento delle case, i posti di blocco che spezzano la vita, la repressione quotidiana con uccisioni che non fanno notizia nei media occidentali, le migliaia di detenzioni arbitrarie.

 

È un regime di apartheid – legga Biden il saggio Apartheid scritto dal suo predecessore Jimmy Carter sulla condizione dei palestinesi se non vuole ascoltare Human Right Watch, Amnesty International e i Rapporteur dell’Onu come Richard Falk che dicono che il governo d’Israele deve essere processato per questo regime imposto alla popolazione palestinese. «Israele ha diritto di difendersi», ma quante volte in questi ultimi tre anni l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi «militari» e colpendo impunemente civili in Siria – dove la guerra all’Isis non è ancora finita -, e quante volte con una «guerra coperta» ha attaccato obiettivi civili e istituzionali in Iran? «Attenti alle vittime civili», ma nei due tre mesi precedenti alla rivolta della Spianata, quanti giovani e padri di famiglia palestinesi sono stati uccisi magari solo per un falso movimento ad un check point militare?

 

Diciamolo chiaramente: se Biden mantiene la decisione di Trump sappia almeno che è incendiaria, e cominci a stupirsi di meno.

 

Perché se «Israele ha diritto di difendersi», chi difende i palestinesi che sono occupati militarmente? Non lo fanno più i Paesi arabi dei quali i palestinesi non si fidano più, e che sono in rotta di collisione con i loro popoli figuriamoci con chi vive sotto occupazione in Cisgiordania. Eppure, anche per effetto di questa crisi e non certo per la sofferta riattivazione degli accordi sul nucleare civile iraniano, sta vacillando quel Patto di Abramo voluto da Trump che mirava a cancellare i palestinesi.

 

Non lo fa l’Unione europea e nemmeno quell’Europarlamento sempre pronto sui diritti umani a senso unico. Non lo fa nessuno.

 

Lo fa con azioni militari a dir poco controproducenti, Hamas. Che non ci piace, non ci piace il suo fondamentalismo religioso, i suoi rapporti con Turchia e Qatar che opprimono altri popoli. Ma lo fa, e agli occhi dei palestinesi conta.

 

Se è vero poi che Biden ha telefonato ad Abu Mazen «perché fermi i lanci di razzi da Gaza» è a dir poco allucinante. Abu Mazen non ha certo questo potere. Hamas è cresciuta sulle disfatte dell’Anp e della laica Al Fatah di fronte alle false promesse occidentali e alla negazione degli accordi Oslo 1993, rimessi subito in discussione nel ’95 con l’uccisione, da parte di un integralista ebreo, del premier Rabin che li aveva firmati con Arafat e Clinton; Hamas vinse le elezioni in tutta la Palestina non solo a Gaza nel 2006 e probabilmente le avrebbe ri-vinte in questo mese se le elezioni fossero stata confermate. Comunque ora invece di un Stato palestinese – l’altro, lo Stato d’Israele, c’è più forte che mai e con uno degli eserciti più e agguerriti della Terra – abbiamo frantumi di terra occupata da nuovi insediamenti subito diventati avamposti militari israeliani, lanciati ad ogni piè sospinto da ogni governo israeliano con il campione Netanyahu in testa.

 

Il mondo laico palestinese è in declino e se la scomparsa della sinistra da noi è un bel problema, in Israele e in Palestina è una tragedia. È questo disastro e fallimento che alimenta il protagonismo di Hamas. E poi guardiamo in faccia la realtà: non è un caso che in piazza ci siano i giovani palestinesi che appartengono alla generazione post-accordi di Oslo. Ora per di più il giornalismo tace. È morto dentro il suo silenzio.

13/05/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista

 

Le dichiarazioni in parlamento di Emanuele Fiano e la decisione di Enrico Letta di partecipare a un presidio di solidarietà con Israele configurano dopo il silenzio di questi giorni una posizione di complicità con il bombardamento di Gaza e le provocazioni israeliane.


Il Pd finge di essere equidistante ma in realtà è incapace di condannare Netanyahu e la destra israeliana e solidale con aggressori.


La posizione del Pd fin dalla fondazione di questo mostro è in netta rottura con la storia della sinistra italiana che nelle sue componenti socialista e comunista – da Craxi a Berlinguer – era sempre stata solidale con il popolo palestinese.

 

Di tutta altra qualità la presa di posizione di Bernie Sanders che ha individuato nel comportamento del governo israeliano e della destra ebraica la causa dell’attuale escalation.

 

Manifestiamo in tutte le città la nostra solidarietà al popolo palestinese.

Sabato, dalle 16 alle 19, saremo a Roma alla manifestazione indetta dalla comunità palestinese in piazza Esquilino.

 

13/05/2021

da Il Manifesto

Michele Giorgio

 

Guerra. Sono sette gli israeliani uccisi dai razzi, tra i quali un bambino. La destra estrema all'assalto degli arabi a Lod e in altre città

 

La Torre Shuruk fu colpita e danneggiata già nel 2014, sebbene al suo interno ci fossero le sedi di media locali e internazionali. I comandi israeliani dissero sette anni fa che vi si nascondevano miliziani armati. Ieri la Shuruk è crollata in un lampo di fuoco, avvolta in una nuvola di fumo e polvere: dieci piani si sono trasformati in un cumulo di macerie in pochi secondi. Martedì Israele aveva distrutto altri due alti edifici a Gaza city. Gli abitanti della Torre Shuruk, messi in allarme da missili denominati «colpi al tetto» – con piccola carica esplosiva lanciati per avvertimento – sono riusciti a scappare ma senza poter portare via nulla. In un attimo hanno perduto tutto e si sono uniti al numero crescente di sfollati e senzatetto generati dai raid aerei israeliani.

 

Annunciata con largo anticipo dall’ala militare di Hamas e da altre organizzazioni armate palestinesi – a Gaza dicono con l’intento di avvertire la popolazione in Israele –  è partita una ondata di 130 razzi verso il centro e il sud del territorio dello Stato ebraico. A Sderot hanno ucciso un bambino e causato gravi danni. Lo stesso in altre città. Il totale dei morti israeliani è di sette, tra cui un soldato ucciso da un razzo anticarro sparato da Gaza contro la sua automobile.

 

È salito a 14 il bilancio, riferito dai palestinesi, di bambini e ragazzi uccisi dagli attacchi aerei israeliani, una porzione elevata del totale di 57 morti. E l’elenco delle vittime è destinato ad aumentare perché fino a ieri sera la mediazione egiziana per il cessate il fuoco di fatto non era ancora partita. Israele, come ha spiegato due giorni fa, il premier Netanyahu intende prima infliggere «un duro colpo ad Hamas». Ma il conto vero lo pagano i civili palestinesi, con morti e distruzioni. Hamas da parte sua ripete che intensificherà i lanci di razzi in proporzione diretta alla gravità dei raid aerei israeliani.

 

Il bagno di sangue va avanti, lo scontro si allarga. Il ministro della Difesa Benny Gantz ha detto che Israele andrà avanti. Ieri le forze aeree dello Stato ebraico hanno martellato duramente Gaza. Le prime luci del giorno sono state segnate dal più pesante bombardamento aereo dall’offensiva Piombo Fuso del 2008. I comandi israeliani sostengono di aver ucciso dirigenti militari importanti di Hamas in un’operazione congiunta tra esercito e Shin Bet. Tra questi Bassem Issa, capo delle Brigate al Qassam a Gaza City, descritto come il braccio destro del leader militare di Hamas, Mohammed Deif. «Non è che l’inizio», ha minacciato il premier Netanyahu aggiungendo che Israele infliggerà «all’organizzazione terrorista colpi che non può neanche immaginare». Il movimento islamico per tutto il giorno ha risposto con lanci di razzi, massicci o sporadici, contro i centri israeliani a ridosso della Striscia e contro le città di Ashkelon e Ashdod.

 

«La grave escalation in Israele e nei Territori palestinesi occupati, compreso il forte aumento della violenza dentro e intorno a Gaza – ha detto il capo della diplomazia dell’Unione europea Josep Borrell – deve cessare. L’Europa è sgomenta per il gran numero di morti e feriti civili, compresi i bambini. La priorità deve essere proteggere i civili». Gli Stati uniti sono scesi in campo dalla parte di Israele ma il segretario di Stato Antony Blinken pur affermando che «Israele ha il diritto a difendersi» ha esortato Tel Aviv ad evitare vittime civili.

 

Ma non è solo il conflitto militare in corso che merita attenzione. In Israele lo scontro tra ebrei ed arabi si aggrava di ora in ora. Ieri il presidente Reuven Rivlin, sdegnato, ha descritto quanto avvenuto martedì notte a Lod come un «pogrom» anti-ebraico ed ha evocato le persecuzioni antisemite del secolo scorso nell’Europa dell’Est.

 

E il sindaco della città Yair Revivo ha parlato di una nuova «notte dei cristalli» riferendosi alla distruzione di sinagoghe da parte di una folla di abitanti arabi e all’incendio di automobili di ebrei. Rivlin e Revivo, se sono coerenti con quanto dicono, allora dovranno condannare, usando la stessa parola «pogrom», quanto hanno compiuto ieri sera centinaia di ebrei, dell’estrema destra, contro gli arabi e le loro proprietà a Lod, Acri e in altre cittadine miste del paese.

 

Chiamati per garantire protezione, i coloni israeliani più fanatici della Cisgiordania si sono riversati nei quartieri arabi di Lod. «I volontari sono centinaia – ha affermato un esponente della comunità ebraica locale – consiglio agli arabi di non avventurarsi per strada». A nulla è servito il coprifuoco proclamato dalla polizia che in molti casi, secondo testimoni, si è tenuta a distanza senza garantire alcuna protezione ai residenti arabi presi di mira. Ieri sera si parlava di numerosi feriti e di distruzioni gravi non solo a Lod.

Alfedo Marsala

 

Mediterraneo. Alla Conferenza di Lisbona si ripete il solito copione. Vertice Lamorgese Draghi e Di Maio

 

Non c’è ancora alcun impegno dell’Europa per la ricollocazione dei migranti sbarcati negli ultimi giorni a Lampedusa, dove il mare agitato ieri ha frenato nuovi arrivi. Alcuni paesi membri, come l’Austria, starebbero facendo resistenza: così a Bruxelles si registra un nulla di fatto. Questo nonostante la commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson, abbia chiesto ai paesi di mostrare solidarietà all’Italia e alle persone arrivate nel weekend. «Fino ad ora non abbiamo ricevuto nessun impegno specifico ma i nostri contatti con i paesi membri stanno andando avanti, così come i contatti diretti con le autorità italiane», riferisce il portavoce della Commissione, Adalbert Jahnz.

 

Prima del Cdm, in mattina il premier Draghi ha affrontato il dossier migranti con i ministri dell’Interno Luciana Lamorgese, il titolare della Farnesina Luigi di Maio e il ministro della Difesa Lorenzo Guerini per fare il punto anche in vista della bella stagione che favorirà le partenze dei barconi dal nordafrica: si calcola che nelle aree costiere tra Tripoli e il confine tunisino ci siano tra 50mila e 70mila profughi pronti a partire.

 

Dal Viminale, in video collegamento con la Conferenza sulla gestione dei flussi migratori di Lisbona organizzata dalla presidenza portoghese del Consiglio dell’Unione, il ministro Lamorgese ha sostenuto che è necessario «realizzare interventi strutturali nel sistema di gestione del fenomeno all’interno dell’Ue, con l’attivazione di concreti e solidi meccanismi di solidarietà, anche d’emergenza, sul modello di quelli previsti a Malta nel 2019, nonché attuare una strategia condivisa per la lotta ai trafficanti di esseri umani e il contrasto alla tratta e alla immigrazione illegale». Parallelamente, ha aggiunto, c’è «l’esigenza di sviluppare un dialogo costruttivo con i partner africani».

 

Il tema è stato messo sul tavolo anche dal sottosegretario agli Affari europei Enzo Amendola al Consigli affari generali. «L’auspicio – ha spiegato – è che, mentre si continua a negoziare il nuovo patto sulle migrazioni e l’asilo, si dia una risposta urgente agli sbarchi in corso, nel segno della solidarietà europea. La frontiera marittima italiana è una frontiera europea».

 

Ma se la strategia su cui punta Bruxelles è quella di evitare che migliaia e migliaia di persone partano piuttosto che organizzare una missione di salvataggio in mare, come riferisce la commissaria Johansson, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli invoca una «forte iniziativa dell’Ue per salvare vite umane in mare e proteggere le persone bisognose».

 

Intanto a Lampedusa si tenta di alleggerire le presenze nell’hotspot: 260 migranti sarebbero dovuti essere trasferiti con il pattugliatore «Asso30» sulla nave quarantena «Azzurra» ma il maltempo ha bloccato le operazioni. Altri 80 sono stati invece trasferiti col traghetto di linea «Cossydra» a Porto Empedocle. Nell’hotspot restano in 1.408 e oggi, se il traghetto Sansovino riuscirà ad attraccare, altri 200 migranti lasceranno l’isola.

 

Le 200 persone che avevano trascorso la notte sotto un tendone allestito nel molo Favarolo sono state trasferite nell’hotspot, che ha toccato una punta massimo di 1.800 ospiti rispetto a una capienza massima di 250 posti. Il comandante del rimorchiatore Asso30 ha riferito al giornale RadioRai di avere recuperato 17 migranti, su indicazione della guardia costiera libica, che si erano arrampicati su un’installazione petrolifera aiutandosi con una sorta di cordone creato legando i jeans che si erano tolti per mettersi in salvo. Dalla nave quarantena «Allegra» sono sbarcati a Porto Empedocle altri 249 migranti che hanno concluso la sorveglianza sanitaria anti-Covid. Di questi, 44 – su ordine del questore di Agrigento – dovranno lasciare l’Italia nel giro di pochi giorni, mentre gli altri sono stati distribuiti nei centri d’accoglienza dell’isola.

11/05/2021

Giulio Cavalli

da Left

 

Si dice preoccupato anche il segretario dell'Onu Guterres per le continue violenze di Israele... Ma quello che accade a Gerusalemme, come al solito, sembra interessare poco qui da noi

 

Quello che accade a Gerusalemme, come al solito, sembra interessare poco qui da noi, perfino a quelli che non disdegnano ogni anno di pubblicare una foto di Vittorio Arrigoni tanto per mostrarsi aperti e attenti.

 

Accade che l’Onu, per bocca del suo segretario generale Antonio Guterres, esprima «la sua profonda preoccupazione per le continue violenze nella Gerusalemme est occupata, nonché per i possibili sgomberi di famiglie palestinesi dalle loro case nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan». In una nota del portavoce ha «esortato Israele a cessare le demolizioni e gli sfratti, in linea con i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario. Le autorità israeliane devono esercitare la massima moderazione e rispettare il diritto alla libertà di riunione pacifica».

 

Cosa accade? Gli israeliani stanno confiscando alcune abitazioni a famiglie palestinesi nel quartiere Sheik Jarrah: la spoliazione per legge (con Israele che ripete «abbiamo un nostro sistema legale e la Corte internazionale di giustizia non deve intervenire») andrà avanti e altri palestinesi saranno da annoverarsi fra le vittime dirette dell’occupazione. La questione per ora riguarda solo una manciata di case ma rientra nel più ampio tema del cosiddetto “diritto al ritorno”: la legge israeliana impedisce che i profughi palestinesi possano tornare a vivere nei territori che oggi fanno parte dello Stato di Israele ma evidentemente per lo Stato di Israele quel diritto può essere concordato agli ebrei. sostanzialmente un diritto su base etnica. E non è una novità. Ancora una volta. Le famiglie palestinesi, ricche o povere, cominciano a perdere le case in cui hanno vissuto per decenni a Sheik Jarrah, Silwan e altri quartieri.

 

La protesta si è spostata sulla Spianata delle Moschee e i numeri parlano chiaro: dei 305 feriti, riferiscono i responsabili della Mezzaluna Rossa, 7 sono in condizioni gravi, mentre oltre 220 sono stati ricoverati in un ospedale di Gerusalemme Est o in un ospedale da campo allestito vicino al luogo delle proteste. Il governo israeliano da parte sua risponde parlando di agenti feriti. Il premier uscente, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che la battaglia in corso «per lo spirito di Gerusalemme» è «la lotta secolare tra tolleranza e intolleranza, fra violenza selvaggia e mantenimento di ordine e legge».

 

Certo fa un certo effetto sapere dall’Unicef che «negli ultimi due giorni, 29 bambini palestinesi sono stati feriti a Gerusalemme Est, anche nella Città vecchia e nel quartiere di Sheikh Jarrah. Otto minorenni palestinesi sono stati nel frattempo arrestati. Tra i feriti, anche un bambino di un anno. Alcuni bambini, che sono stati portati in ospedale per essere curati, avevano ferite alla testa e alla spina dorsale. L’Unicef ha ricevuto rapporti secondo cui alle ambulanze è stato impedito di arrivare sul posto per assistere ed evacuare i feriti e che una clinica in loco è stata colpita e perquisita».

 

Ieri mattina la polizia è entrata nella Spianata per disperdere i palestinesi facendo irruzione nella moschea di al Aqsa dove erano in corso le preghiere dei fedeli musulmani. I poliziotti hanno lanciato granate per disperdere i presenti che hanno risposto lanciando pietre e oggetti. Secondo diversi testimoni la polizia avrebbe sparato anche lacrimogeni e proiettili di gomma ma Netanyahu parla addirittura di “immagini contraffatte”. Dalla striscia di Gaza continua il lancio di razzi nel territorio israeliano.

 

L’ennesima puntata di una pulizia etnica e questo tragico, vigliacco silenzio tutto intorno. «Restiamo umani», scriveva Vik, perché che fossimo vigili lo dava per scontato, no?

BASTA MORTI SUL LAVORO

P R E S I D I O - giovedi 13 ore 9-12 , davanti sede INAIL in via G.Mameli.

D E N U N C I A M O!  le morti sui posti di lavoro, in aumento drammatico nel nosro Paese!

Mario Di Vito

 

Il lavoro uccide. Un operaio di 52 anni è precipitato da un'impalcatura di un cantiere in un centro commerciale. Quattro ore di sciopero in Umbria dopo l'esplosione di un laboratorio di cannabis terapeutica a Gubbio dove sono morte due persone. I sindacati: "Basta vittime inermi. È inaccettabile"

 

Sono due gli indagati dalla procura di Perugia per l’esplosione nel laboratorio di cannabis terapeutica nelle campagne di Gubbio, causa di due morti (Elisabetta D’Innocenti, 52 anni e Samuel Cuffaro, 19) e quattro feriti, tra cui un carabiniere che ha partecipato ai soccorsi. Sotto la lente della procura ci sono i due titolari della ditta, iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo. In un primo momento si era ipotizzato che la causa dell’esplosione fosse una fuga di gas, invece adesso pare che il disastro sarebbe stato generato dai solventi utilizzati per abbassare la concentrazione di Thc della cannabis per renderla adatta all’uso terapeutico. Le sostanze avrebbero saturato l’ambiente di lavoro e poi una scintilla avrebbe portato al disastro. Sulla ricostruzione di quanto successo, comunque, sono al lavoro i carabinieri.

 

I sindacati hanno proclamato per la giornata di ieri quattro ore di sciopero in Umbria e, in mattinata, si sono riuniti in presidio nella piazza centrale di Gubbio per chiedere maggiore attenzione sul fronte della sicurezza sul posto di lavoro. «È semplicemente inaccettabile quello che continua ad accadere in Umbria e nel resto del paese – dicono -. Non ci vogliamo rassegnare a questo stillicidio di vittime inermi». Il sindaco Mario Stirati ha proclamato il lutto cittadino.

 

Negli ultimi tre giorni, oltre alla tragedia di Gubbio, in Italia sono avvenute altre quattro morti sul posto di lavoro. L’ultima ieri mattina alle 11 a Tradate, in provincia di Varese, dove il 52enne Marco Oldrati, operaio della provincia di Bergamo, è precipitato dal ponteggio del cantiere di un centro commerciale, cadendo nel vuoto per quattro metri. L’uomo indossava il casco ma non è servito a salvargli la vita.

 

Nella tarda serata di giovedì, invece, ha perso la vita Andrea Recchia, 37 anni, travolto da quattordici quintali di mangime mentre guidava il muletto in un’azienda di Sorbolo, in provincia di Parma.

 

Venerdì mattina, in provincia di Bolzano, un 64enne di Teodone è stato schiacciato da una balla di fieno da 400 kg. Poche ore dopo a Campomarino, in Molise, a morire è stato un operaio di 55 anni residente a Jesi (Ancona). L’uomo, al lavoro per conto di una ditta di Fermo in uno dei cantieri della A14, è scivolato da un’impalcatura ed è precipitato da un’altezza di quasi trenta metri.
Il totale degli omicidi bianchi, nell’ultima settimana, conta dodici morti.

07/05/2021

da il Manifesto

Vittorio Agnoletto

 

Brevetti. In difesa di Big Pharma è rimasta fino all’ultimo la Commissione europea e i Paesi dell’Ue, tra questi il governo italiano. Draghi non ha ancora risposto al Comitato italiano

 

La decisione dell’amministrazione Biden è di estrema importanza e potrebbe rappresentare una svolta storica nella lotta contro la pandemia. È altresì il risultato dell’enorme pressione organizzata in tutto il mondo dalle reti associative attive in difesa del diritto alla salute, che hanno costruito alleanze con ampi settori del mondo scientifico, artistico e culturale. Vi è stato un susseguirsi impressionante di appelli in sostegno della moratoria: l’Oms, l’Unaids, l’Unitaid, la “Commissione Africana per i Diritti Umani”, 243 Ong e 170 personalità, fra cui numerosi premi Nobel. Prese di posizione che hanno rafforzato l’azione dell’ala sinistra del Partito Democratico statunitense verso il presidente.

 

Alla base della decisione di Biden vi sono anche ragioni di opportunità mediatica ed economica: nello scenario interno può rivendicare la propria coerenza con quanto dichiarato in campagna elettorale sulla necessità di una risposta globale alla pandemia; nello scenario internazionale si pone come il salvatore dell’umanità, rimette gli Usa al centro dello scenario mondiale e contemporaneamente risponde agli allarmi lanciati da diversi centri studi di economia, secondo i quali il crollo del sud del mondo – geografico ed economico – con la conseguente contrazione del mercato globale, avrebbe prodotto una danno economico enorme nei Paesi maggiormente sviluppati, primi tra questi gli Usa.

 

QUESTE REALI contraddizioni interne all’attuale capitalismo neoliberista, nulla tolgono né all’oggettività importanza delle decisioni della Casa Bianca, né alla possibilità che, grazie a tale scelta, molte, forse milioni, di vite umane possano essere risparmiate.

 

A difendere gli interessi di Big Pharma è rimasta fino all’ultimo la Commissione europea e i Paesi dell’Ue, tra questi il governo italiano; il 19 aprile il Comitato italiano impegnato nella raccolta di un milione di firme sull’Ice- l’Iniziativa dei cittadini europei – “Diritto alla cura. Nessun profitto sulla pandemia” aveva inviato al presidente Draghi una lettera con le firme di oltre cento associazioni nazionali, tra le quali tutti i principali sindacati, chiedendo che il governo appoggiasse la moratoria sui brevetti richiesta dall’India e dal Sudafrica con l’appoggio di un centinaio di Paesi, e che esercitasse tutta la sua influenza per obbligare la Commissione europea a modificare la propria posizione.

 

Stiamo ancora aspettando la risposta. Ora, dopo la decisione di Biden, dalla presidente della Commissione europea ai ministri italiani è un susseguirsi di dichiarazioni di disponibilità alla trattativa. Non esprimo alcun giudizio, saranno i lettori a valutare l’eticità di simili comportamenti; mi auguro solo che a queste tardive dichiarazioni seguano comportamenti conseguenti.

 

Fino ad ora ci siamo battuti perché avesse inizio la partita, ossia la discussione sulla moratoria; ora che la partita ha inizio il gioco si fa estremamente duro e c’è bisogno di tutti. Big Pharma si è già scatenata alternando dichiarazioni minacciose “con queste decisioni sarà più difficile sconfiggere la pandemia”, a lacrime di coccodrillo sulle conseguenze economiche di queste scelte, dimenticandosi non solo che questi vaccini sono stati prodotti con ampi finanziamenti pubblici – ad esempio secondo quanto riportato dal the Guardian il vaccino AstraZeneca è stato prodotto con il 97% di soldi pubblici o provenienti da enti di beneficenza – ma anche ignorando i profitti stratosferici realizzati in questi mesi e nei prossimi. Infatti, la proposta di moratoria non prevede un esproprio, ma anzi un risarcimento, da definire in ambito Wto, alle aziende possessori del brevetto.

 

PER CONTRASTARE questa azione lobbistica sarà fondamentale, nelle prossime settimane, il ruolo della società civile nel premere per una rapida e soddisfacente soluzione per la salute dell’umanità. E’ importante rafforzare da subito la raccolta di firme “Diritto alla cura. Nessun profitto sulla pandemia” per obbligare la Commissione e gli stati europei a modificare a 180° la propria posizione. Il tempo è un fattore fondamentale; è diverso raggiungere un accordo tra una settimana o tra sei mesi, ogni giorno che passa ci sono delle morti evitabili.

 

E’ necessario vigilare perché l’accordo non sia una semplice dichiarazione d’intenti che rimane poi irrealizzabile, come fu la dichiarazione di Doha del 2001, nella quale il Wto affermava che la tutela dei brevetti non avrebbe mai dovuto impedire ai governi di fornire la miglior assistenza sanitaria possibile ai loro cittadini. Parole sante, ma solo parole.

 

Quello per cui ci battiamo è l’affermazione del diritto alla salute per tutti, non un aumento dell’intervento caritativo. La carità è importante, ma non può sostituire la fruibilità di un diritto, può eventualmente rafforzarlo.

 

AI TEMPI DELLA pandemia da Aids, pur di mantenere i brevetti fu attivato il “Fondo Globale Aids Tbc Malaria” attraverso il quale raccogliere fondi da privati e da Stati per distribuire farmaci ai Paesi poveri. In questi casi è sempre il “ricco” che decide a chi dare e cosa dare: in Africa sono ancora milioni le persone Hiv+ che non possono curarsi. E’ la filosofia proposta dalla Fondazione Gates e sostenuta anche da Big Pharma, che oltretutto potrebbe capitalizzare un’immagine di buon mecenate.
Quello di ieri è un passo importante, forse storico, ma la strada è ancora lunga.

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