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01/03/2021

da il Manifesto

Luca Tancredi Barone

 

L'iniziativa dei cittadini europei. 86 mila le firme già raccolte. Agnoletto: «Come voterà il governo al consiglio Trips?»

 

«Sono sommerso di messaggi di gente disperata, ultraottantenni che ricevono sms dalla Regione Lombardia in cui dicono loro che per ora non li vaccinano». È Vittorio Agnoletto a parlare, come presidente dell’Osservatorio Coronavirus, di Medicina Democratica.

 

LA PANDEMIA ha messo in evidenza l’urgenza di una battaglia che Agnoletto e molti altri combattono da anni: quella contro i brevetti che ostacolano l’accesso alle cure per tutti. A novembre un comitato internazionale di ricercatori e attivisti, di cui lo stesso Agnoletto è stato uno dei promotori, ha presentato una Iniziativa dei cittadini europei, o Ice, uno strumento istituzionale attraverso il quale è possibile proporre una modifica legislativa alla Commissione europea. Se entro il prossimo novembre si raggiunge il milione di firme, la Commissione è obbligata ad ascoltare i promotori e proporre una iniziativa legislativa in merito.

 

L’HANNO DENOMINATA «Right to cure», diritto alle cure, e chiede di «garantire che i diritti di proprietà intellettuale, compresi i brevetti, non ostacolino l’accessibilità o la disponibilità di qualsiasi futuro vaccino o trattamento contro la Covid-19», di «introdurre obblighi giuridici per i beneficiari di finanziamenti della Ue per quanto riguarda la condivisione di conoscenze in materia di tecnologie sanitarie, di proprietà intellettuale e/o di dati» e anche «per quanto riguarda la trasparenza dei finanziamenti pubblici e dei costi di produzione e clausole di trasparenza e di accessibilità insieme a licenze non esclusive».
Tutto questo prima che venissero alla luce gli accordi commerciali opachi siglati dalla Commissione con le principali aziende che oggi stanno fornendo i vaccini, peraltro senza rispettare gli impegni presi a cambio dei generosi pagamenti ricevuti quando le sperimentazioni non si erano ancora concluse.

 

PER ORA LE FIRME RACCOLTE sono 86.000 (l’Italia, che ha riunito 60 organizzazioni, tra cui tutte le forze sindacali, e associazioni come Emergency, Arci, Acli, e personalità come Strada, Garattini, Ciotti, Di Sisto o Petrella, da sola ne ha 23.000, seguita da Francia, Belgio e Spagna). Agnoletto annuncia due giornate di mobilitazione, l’11 marzo e il 7 aprile (giornata mondiale della salute). A marzo è prevista la discussione del consiglio Trips (gli accordi di proprietà intellettuale) dell’Organizzazione mondiale per il commercio (Omc) dell’iniziativa presentata da India e Sudafrica (attuale presidenza del consiglio Trips) di una moratoria sui brevetti per i farmaci e i vaccini Covid. 57 paesi dei 164 membri dell’Omc e 115 europarlamentari si sono detti favorevoli a questa moratoria.

 

IN UN DOCUMENTO DEL 24 FEBBRAIO, gli europarlamentari scrivono che «la Ue deve rafforzare la sua leadership e assicurare che promuove un sistema di solidarietà realmente multilaterale, sostenendo tutti i paesi in una risposta efficiente alla pandemia» perché «l’aperta opposizione della Ue alla moratoria Trips rischia di esacerbare una pericolosa divisione nord-sud quando si parla di accesso economico alle diagnosi di Covid-19, a dispositivi di protezione individuale, a cure e vaccini».
Come sottolinea India today, oggi come oggi il mondo avrebbe bisogno di 11 miliardi di vaccini per fermare l’epidemia in tutti i paesi. Ne sono disponibili solo 7 miliardi e mezzo. E mentre i paesi ricchi rappresentano solo il 16% della popolazione, si sono accaparrate il 60% delle dosi disponibili.

 

LO STESSO DIRETTORE GENERALE dell’Organizzazione mondiale della salute Tedros Adhanom Ghebreyesus ha detto venerdì che «è il momento di usare tutti gli strumenti a disposizione per poter aumentare la produzione, compreso il trasferimento di licenze e l’esenzione dei diritti di proprietà intellettuale. Ora o mai più», ha concluso. Sulla stessa linea il direttore generale dell’Onu Antonio Gutierres in un tweet questa settimana: «I vaccini devono essere un bene pubblico globale, accessibile ed economico per tutti».

 

Agnoletto si rivolge ai parlamentari della maggioranza: «Oltre alle belle parole e ai messaggi sui social, che cosa voterà il governo sulla moratoria nel consiglio Trips? Chi appoggerà la nostra Ice? Tutto questo non c’entra nulla con permettere ai giganti come Pfizer, AstraZeneca o Moderna di individuare aziende nazionali a cui delegare la produzione. Qui parliamo di costringere le aziende a socializzare le conoscenze. L’opinione pubblica oggi è a favore di questa iniziativa».

28/02/2021

Marco Revelli

Da il Manifesto

 

In tempi di crisi il tempo vola. In appena tredici giorni il «governo dei migliori» ha rivelato un’altra faccia, rovesciandosi nel proprio opposto: una kakistocrazia. Un «governo dei peggiori». In questo senso la fotografia inguardabile dell’accozzaglia di sottogovernisti che ieri hanno giurato potrebbe essere considerata come una «prova della verità». Una sorta di prova del nove – o meglio «dei 39» – di quanto fosse fallace, e infantile, il Te deum elevato da quasi tutti – opinion leader e leader senza opinione – al momento dell’elevazione al trono.

 

E di quanto sia malconcio, prostrato ed esangue – diciamolo pure: «senza speranza» – un Paese che si affidi a una tale soluzione con entusiasmo cieco. È la conferma dell’infausta diagnosi di chi fin da subito ha colto nella sua sindrome «bipolare» la patologia del nuovo governo, diviso tra caveau e pollaio: la cassaforte nelle mani dei fidati uomini di banca (ribattezzati per l’occasione «i migliori») e il resto ridotto a stia appollaiati sulla quale gli avatar delle diverse forze politiche ormai estenuate potessero starnazzare a piacere, impaludati nella propria mediocrità. Insomma, un pasticciaccio brutto, degno risultato del «gesto inconsulto» con cui Matteo Renzi il 13 gennaio ha dato inizio alla reazione a catena che ci ha portati fin qui.

 

È, d’altra parte, questa bipolarità, l’applicazione concreta del concetto di «pilota automatico» evocato dallo stesso Mario Draghi nel 2013 per tranquillizzare «i mercati» spaventati dai risultati di quelle elezioni: formula con cui frenò lo spread, è vero, ma inferse un colpo durissimo all’idea di democrazia, confessando di fatto che «i fondamentali» economici e finanziari – in sostanza le cose che contano e su cui si fanno i conti – sono sottratti al voto popolare, custoditi sempre e comunque «in buone mani».

 

Ora quell’immagine si fa carne e sangue, se è vero, come si dice, che il nuovo presidente del Consiglio non ha voluto neppur «vedere» la lista dei sottosegretari e dei viceministri (de minimis non curat praetor) concentrato com’è sugli strumenti di volo e sul timone, senza badare a cosa accade nella stiva.

 

E non so se sia stato in questo prudente, perché comunque gli strafalcioni del suo membro di ciurma che confonde Dante Alighieri con Topolino (nell’anno del VII centenario della morte) e si accomoda alla Pubblica istruzione, o di quella che, incardinata ai Beni culturali, si vanta di non aver letto un libro da anni, o ancora la presenza dell’avvocato specialista in escort berlusconiane alla Giustizia, tutta questa fanghiglia, insomma, un qualche schizzo sulla sua immacolata tunica angelica finirà pur per lasciarlo… Tanto più che sotto quell’abito qualche magagna spunta: per esempio nell’acclamato discorso al Senato quel «copia incolla» (mica cosa da poco, una trentina di righe che a un normale tesista costerebbero la laurea) di un articolo di Francesco Giavazzi del 30 giugno 2020 – s’intitolava «I passaggi necessari sul fisco» -, per cui non si sa se deprecare di più l’atto del plagio o il profilo ideologico del plagiato…

 

Da quel testo «sinottico» (come per i Vangeli) del nuovo capo del governo e del suo nuovo consigliere, un osservatore maligno ma attento (Giovanni La Torre, un esperto in istituzioni bancarie e finanziarie, nella rubrica “I gessetti di Sylos” inteso come Labini), ha voluto trarre la costatazione «blasfema» che in realtà «san Supermario è un neoliberista di destra» – come, appunto, l’autore dell’originale e suo neoconsigliere – «e che tutto quanto si continua a diffondere su di lui, quale liberalsocialista, keynesiano, erede di Caffè, ecc. ecc., sono solo delle ciarle, e nulla più». Cosicché la bruttezza estetica dell’emisfero inferiore del Governo non sarebbe che il corrispettivo dell’ insensibilità sociale del suo emisfero superiore.

 

E il tanto decantato «cambio di passo» impresso dall’esecutivo non sarebbe altro che un «mettersi al passo» di un esistente intrascendibile, in cui appunto il dogma privatistico-liberista che ha dominato (e ci ha rovinati) nell’ultimo trentennio – sia pur temperato e riadattato alla situazione estrema prodotta dalla pandemia – si conferma come unica regola del mondo. Un universo, questo, in cui la mediocrità del personale politico appare più che un difetto una regola, come ci ha spiegato, d’altra parte, già qualche anno fa, il canadese Alain Deneault, che alla Mediocrazia ha dedicato un intero volume.

 

In società altamente specializzate, con routines e funzioni standardizzate e orientate all’interesse di megastrutture tendenzialmente monopolistiche – dice il filosofo – «i poteri costituiti non deplorano i comportamenti mediocri, li rendono inevitabili». Nelle «strutture dominate dall’allettamento del lucro» la «stupidità funzionale» – ovvero il «rifiuto di ricorrere al proprio potenziale intellettuale se non in maniera miope» e «l’arte dell’elusione di fronte a qualunque richiesta di giustificazione» – è «dottamente raccomandata» e sistematicamente praticata. In questi contesti la forma politica dominante è la République des girouettes (delle banderuole), in cui «appena data, la parola, fragile, fluida, effimera, si ritrova sciupata».

 

E il rischio perenne è la prevalenza della destra, spesso la peggiore, quella di cui si può dire che «la pulsione di morte è il suo mestiere, la fine del pensiero complesso il suo sogno e l’estirpazione di ogni differenza la sua soluzione».

 

Qui siamo. E forse dovremmo smettere di illuderci sulla sopravvivenza di un brandello di quella democrazia in cui crediamo, e incominciare a pensare al livello del buio in cui camminiamo. A chi come noi insiste nel chiedere «a che punto è la notte» la sentinella non può non rispondere che «l’alba è lontana».

25/02/2021

da Il manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Capitalismo digitale. Le richieste della procura di Milano dopo più di un anno di indagine sul sistema dello sfruttamento dei ciclofattorini in Italia, indagate sei persone, rappresentanti dei colossi del "food delivery". Il procuratore capo Francesco Greco: "Non è più il tempo di dire che sono schiavi, ma che sono cittadini che hanno bisogno di una tutela giuridica". E' uno dei risultati delle lotte dei rider negli ultimi cinque anni

 

Da oggi sappiamo che lo sfruttamento di almeno 60 mila ciclofattorini che sfrecciano nelle città italiane per portare il cibo a domicilio costerà alle piattaforme digitali Glovo, Uber Eats, Just Eat e Deliveroo 733 milioni di euro di ammenda e l’obbligo di assumerli tutti entro novanta giorni, da oggi, con un contratto di «prestazione coordinata e continuativa», passando da lavoratori autonomi e occasionali a parasubordinati, come stabilito da una sentenza della Corte di cassazione del 24 gennaio 2020. Se le aziende pagheranno almeno un quarto della cifra massima stabilita da queste ammende, «ciò consentirà loro l’estinzione del reato» compiuto sulla violazione delle norme sulla sicurezza di questi lavoratori ha sostenuto Antonino Bolognani, comandante del Nucleo tutela del lavoro dei carabinieri di Milano.

 

QUESTO COLPO COLOSSALE, e unico per ora al mondo, ad alcune delle aziende del capitalismo digitale che operano in Italia approfittando delle incertezze delle leggi e della debolezza dei tre ultimi governi è stato impartito ieri dalla procura di Milano. Le conclusioni dell’inchiesta iniziata nel luglio 2019 dopo una serie di incidenti stradali che hanno coinvolto i rider sono state accompagnate dall’apertura delle indagini su sei persone tra amministratori delegati, legali rappresentanti o delegati per la sicurezza delle società in questione. E ancora: il procuratore aggiunto milanese Tiziana Siciliano e il pubblico ministero Maura Ripamonti hanno aperto un’indagine fiscale su Uber Eats, filiale italiana del colosso americano che opera anche nel «food delivery», già finita in amministrazione giudiziaria per caporalato sui rider. «Vogliamo verificare se sia configurabile una stabile organizzazione occulta» dal punto di vista fiscale ha detto ieri il procuratore di Milano Francesco Greco nel corso di una conferenza stampa.

 

DALLE CARTE dell’inchiesta che copre tre anni dal 2017 al 2020 emerge la durezza del caporalato digitale che tratta la forza lavoro come un «servizio umano», secondo una celebre definizione coniata da Jeff Bezos che richiama una categoria del diritto romano usata per indicare il lavoro servile disumanizzato. «È vergognoso che l’azienda per cui lavoriamo non ci tuteli affatto. Prendiamo acqua, vento, freddo e gelo. Ci picchiano, ci derubano e ci deridono ma nessuno fa nulla. Il mio è uno sfogo ma spero serva da lezione per tutti» ha detto un rider di Benevento, 750 consegne in quasi sette mesi e «soltanto due recensioni negative» , sospeso per qualche giorno per «aver difeso» un collega «novellino» accusato ingiustamente dal «manager» di un locale «di aver mangiato il panino di un ordine». In altri casi è emerso quello che abbiamo denunciato su Il Manifesto nei mesi del primo lockdown: ci sono casi di «esposizione al rischio biologico da Covid». Spesso questi lavoratori sono immigrati che «hanno un permesso di soggiorno regolare, ma a cui non permettiamo di costruire un futuro».

 

DALL’INDAGINE emerge la descrizione, cruda e realistica, della disciplina impartita dalle piattaforme per organizzare la forza lavoro tramite algoritmo. Questo è il ruolo del «ranking» per classificare il rendimento e aumentare la performatività obbligata i rider. «Non lavorare in alcuni giorni e fasce orarie porta alla retrocessione – si legge – è impossibile usufruire di ferie e malattia. Si è accertato che si ricorre all’espediente di cedere temporaneamente l’account a terzi in grado di garantire le stesse prestazioni». è una pressione continua alla quale non ci si può sottrarre per evitare di essere retrocessi». E poi lo schiaffo durissimo ai capitalisti delle piattaforme : «Il rider non è affatto un lavoratore occasionale che svolge una prestazione in autonomia e a titolo accessorio. Al contrario è inserito nell’organizzazione d’impresa e opera nel ciclo produttivo del committente che coordina il suo lavoro a distanza attraverso un’applicazione digitale preinstallata su smartphone o tablet». Anni di propaganda dissolti in poche righe, la verifica concreta di quanto sostengono le lotte dei rider almeno dal 2016 in Italia (vedi qui le reazioni alla notizia di ieri. «Oggi – ha commentato il procuratore Greco – non è necessario un approccio morale al tema ma un approccio giuridico: non è più il tempo di dire che sono schiavi, ma che sono cittadini che hanno bisogno di una tutela giuridica».

 

LE AZIENDE hanno subìto il colpo, la gravità delle indagini le ha spiazziate. «Siamo sorpresi, rispettiamo regole» sostiene l’associazione Assodelivery. Deliveroo ha usato il contratto firmato con Ugl, da molti ribattezzato «truffa», per dire che «dal novembre 2020 per ribadire che i rider «sono lavoratori autonomi» e che «il quadro lo contesteremo nelle sedi opportune». Just Eat «ha avviato approfondimenti interni per effettuare le verifiche necessarie». Laconica Uber Eats: «Siamo impegnati per maggiori tutele ai lavoratori». Il neo-ministro del lavoro Andrea orlando si è complimentato con la procura e i carabinieri per l’imponente indagine e ha detto che «la dignità e la sicurezza vanno tutelate in ogni ambito». Non ha detto però se intende lasciare alla magistratura il compito di colmare ciò che la politica non riesce a fare.

 

 

RIDER, INTELLIGENZA DEL CONFLITTO, RISULTATI DELLE LOTTE

 

Le conclusioni dell’indagine sulle piattaforme digitali di consegna a domicilio condotta dalla procura di Milano sono un altro risultato dell’intelligenza e della determinazione dei rider che, negli ultimi cinque anni, hanno lottato per affermare i loro diritti sociali e il riconoscimento dello statuto di lavoratori dipendenti in Italia. «Finalmente stiamo ottenendo giustizia anche da parte della magistratura milanese – afferma Angelo Avelli dei ciclofattori autorganizzati Deliverance Milano – Questa è la dimostrazione del fatto che lottare in questi anni è servito e sta servendo a qualcosa. Sentiamo che, passo dopo passo, ci avviciniamo ai nostri obiettivi. Questo è un messaggio per tutti i precari: la lotta dei rider non è solo dei ciclofattorini delle piattaforme. È la lotta dei lavoratori contro lo sfruttamento. Questo sta accadendo davvero».

 

OGGI ALLE 17, a questo indirizzo https://forms.gle/3fbV1cSCTSeyyRgR7 e su facebook, ci sarà l’assemblea nazionale indetta dalla rete «RiderXidiritti»alla quale parteciperanno lavoratori da 27 città. L’incontro si preannuncia frequentatissimo e lancerà una nuova ondata di manifestazioni e scioperi da domani a fine marzo: «Questa notizia è una bomba, non ti nascondo l’emozione. E ora noi rider vogliamo dare l’affondo finale alle piattaforme e arrivare alla regolamentazione di questo mondo del lavoro digitale – sostiene Tommaso Falchi di Riders Union Bologna – Vogliamo sottolineare che in Italia è mancata la politica. Da quando abbiamo iniziato le lotte sono passati tre governi. Hanno detto tante belle parole, di fatto i risultati sono stati modesti, il settore non è ancora regolamentato. A me questa situazione ricorda l’Ilva. Dove non arriva la politica, arriva la magistratura. In ogni caso questa situazione è stata imposta dalle lotte. Ci sono costate anche denunce. Le abbiamo prese per affermare quello che, oggi, la magistratura sta affermando anche con le indagini e anche con le sentenze».

 

IL RUOLO GENERATIVO del nuovo diritto e, si spera, anche di reali tutele sociali effettive svolto dalle lotte dei rider è riconosciuto anche da alcuni dei giuristi del lavoro che in questi anni hanno studiato e spesso anche affiancato i ciclofattorini capaci di inventare nuove forme di auto-organizzazione espansiva nella società. «L’esito delle indagini della procura di Milano testimonia che, anche grazie ai rider, si è finalmente modificato in senso estensivo il campo di applicazione del diritto del lavoro – afferma Federico Martelloni, docente di diritto del lavoro all’università di Bologna e consigliere comunale di Coalizione civica per Bologna – Avevano ragione i rider a dire “Non per noi, ma per tutti”. Questi lavoratori sono una parte di un arcipelago immenso di lavori che potrebbero giovare delle modifiche normative in corso che possono essere applicate sia al loro lavoro mediato dalle piattaforme digitali, ma anche a tutte le attività di carattere personale inserite con continuità in un’organizzazione altrui. Per esempio, se non ci fosse il contratto collettivo, tutti i lavoratori dei call center o le commesse di Calzedonia, per citare i casi più conosciuti. La notizia di ieri è una bomba. Finalmente è caduto il velo sulla pretesa autonomia dei ciclofattorini. È un esito consonante con accertamenti compiuti dalle alti corti tanto in Francia quanto in Spagna richiamati dal tribunale di Palermo che, fino ad oggi, è stato il solo giudice italiano a riconoscere la natura subordinata del rapporto di un rider di Glovo».

 

«ORA IL GOVERNO deve nuovamente e immediatamente convocate le piattaforme e i sindacati rappresentativi perché si arrivi a una soluzione che garantisca effettivamente il rispetto delle norme e tutela dei lavoratori – sostiene Valerio De Stefano, docente di diritto di lavoro all’università di Lovanio e autore con Antonio Aloisi del libro Il tuo capo è un algoritmo – Quello che emerge dall’inchiesta è che l’autorità chiede alle aziende di riqualificare i lavoratori come etero-organizzati e quindi l’applicazione di tutta la normativa di tutela del lavoro subordinato a meno che un contratto collettivo firmato da organizzazioni sindacali realmente rappresentative autorizzi deroghe specifiche rispetto a questa legislazione. Tutto questo è in linea con la giurisprudenza della Corte di cassazione che ha già affermato che i rider possano essere considerati lavoratori dipendenti»

 

COSA SI MUOVE IN EUROPA

 

L’enorme estensione del lavoro attraverso le piattaforme digitali, realizzata durante il primo anno della pandemia, ha spinto ieri la Commissione Ue ad avviare la prima fase di una consultazione delle parti sociali per migliorare le condizioni della nuova forza lavoro. La contraddizione in cui essa è implicata è giuntacosì all’attenzione di Bruxelles: da un lato, c’è il ruolo preponderante del comando capitalistico esercitato dalle piattaforme che disconosce in maniera sistematica la subordinazione di lavoratori come i rider trattandoli come “collaboratori”; dall’altra parte, quella che viene spacciata ancora come “automazione” ed “efficienza” algortimica moltiplica il precariato e le politiche di desalarizzazione dell’attività produttiva realizzata attraverso le piattaforme, nella quasi totale mancanza di trasparenza e prevedibilità negli accordi contrattuali.

 

L’APERTURA dell’istruttoria, tutta da definire nei reali contenuti, è stata accompagnata ieri dalla presa di posizione della Ces, la Confederazione europea dei sindacati, che ha chiesto alla Commissione europea di fronteggiare «i nuovi cinici sforzi delle società di piattaforme per evitare i loro obblighi più elementari nei confronti dei loro lavoratori». «La Commissione ha lanciato una consultazione sul miglioramento delle condizioni di lavoro nelle società di piattaforme come Uber, Deliveroo o Glovo. Un’iniziativa che arriva dopo alcune importanti sentenze legali in tre Paesi, che hanno stabilito che i conducenti di Uber e i conducenti di Deliveroo non erano realmente lavoratori autonomi e che, invece, dovrebbero essere riconosciuti come lavoratori, con diritti al salario minimo legale, ferie pagate, contributi previdenziali e altri benefici». «Uber ha risposto invitando la Commissione a esentare le piattaforme e dal diritto del lavoro in modo che possano continuare a trarre profitto dal falso lavoro autonomo» ha sostenuto la Ces che ha citato un documento di lobbying di 32 pagine pubblicato dalla società la scorsa settimana. Un modello «che si basa su un’esenzione dal diritto del lavoro per le piattaforme, approvata in California nel 2020 a seguito di una campagna di lobbying da 205 miliardi di dollari da parte di Uber, Lyft e altri. La stessa somma di denaro avrebbe potuto essere utilizzata per dare a 14.000 lavoratori un aumento di 1.000 euro in più al mese di salari e sussidi sociali per un anno»,.

 

«LE PIATTAFORME piattaforme hanno anche aumentato le loro attività di lobbying a Bruxelles. Uber ha quasi raddoppiato i suoi costi di lobbying dal 2015, Deliveroo ha aperto un ufficio a Bruxelles nel 2018 e lo scorso anno ha raddoppiato il suo personale, mentre Just Eat si è registrato come lobbista solo due mesi fa, secondo LobbyFacts.Eu», spiega la nota. Per il segretario confederale della Ces Ludovic Voet: «Non sorprende che le società di piattaforme con pratiche illegali vogliano evitare il controllo quando continuano a perdere casi giudiziari in tutta Europa. Gli costa milioni. Alcune società di piattaforme realizzano enormi profitti attraverso il falso lavoro autonomo di persone che dovrebbero essere trattate come lavoratori e beneficiare di salari, ferie e sicurezza sociale adeguati».

24/02/2021

da Il manifesto

Giuliana Sgrena

 

La sua Africa. I rapimenti non sono certamente l’unico mezzo di sostentamento dei gruppi armati che, in una terra di confine come questa tra Congo e Ruanda, possono facilmente contrabbandare i materiali preziosi estratti illegalmente nella zona

 

La verità. Tutti si impegnano a cercarla, come sempre, di fronte all’assassinio di «servitori dello stato» diventati «eroi». I giornali «aprono gli occhi» sull’Africa ma li chiuderanno subito dopo la sepoltura delle salme. Difficilmente si scoprirà cosa si nasconde veramente dietro l’agguato teso al convoglio del World Food Programme.

 

Che trasportava anche l’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci. Ipotesi diverse, plausibili che lasceranno il posto all’oblio. Come in molti altri casi.
La politica, i media non si occupano di un continente grande e soprattutto ricchissimo, ma le sue ricchezze sono fonte di sfruttamento, affari, speculazioni che si realizzano meglio senza testimoni. Nelle zone dove i conflitti sono endemici e le risorse naturali enormi sono in molti i contendenti che per combattere la propria guerra usano qualsiasi mezzo.

 

E la regione del Kivu è una di queste: minerali tra i più preziosi (come il coltan, il cobalto e i diamanti), una zona estremamente fertile, il parco nazionale dei Virunga, il più grande dell’Africa e patrimonio dell’Unesco, paradiso dei gorilla di montagna, il lago Kivu che copre un giacimento di metano.

 

In questo contesto sono nati e si sono moltiplicati i gruppi armati, tra i quali quelli formati dagli hutu che hanno lasciato il Ruanda dopo il genocidio contro i tutsi senza rinunciare a riprendersi il controllo del paese e il ramo locale dello Stato islamico. Milizie che si scontrano con i ranger che proteggono il parco (sei di loro sono stati uccisi all’inizio di gennaio), le Forze armate della repubblica congolese e i caschi blu della missione delle Nazioni unite (Monusco).

 

Si tratta della più importante missione Onu in Africa – conta oltre 17mila unità tra civili e militari (12mila) – istituita undici anni fa nel 2010 per proteggere i civili, personale umanitario e attivisti dei diritti umani e sostenere il governo del Congo per stabilizzare e consolidare la pace. In scadenza lo scorso dicembre, la missione era stata prolungata di un anno riducendo però il dispiegamento nelle regioni in cui «la minaccia rappresentata dai gruppi armati non è più significativa».

 

Lunedì mattina quando l’ambasciatore italiano è stato colpito si trovava su un’auto della missione Onu. Questo fatto suscita molti dubbi sulla capacità della Monusco di proteggere civili e personale umanitario, di valutare la pericolosità della situazione e di mettere in campo le azioni di peacekeeping.

 

L’imboscata mirava a sequestrare o a uccidere i componenti del convoglio? La dinamica dei fatti sembra accreditare il tentativo di sequestro, anche perché di rapimenti ce ne sono spesso nella zona anche se soprattutto di locali, per estorcere denaro. Lo scontro a fuoco, pare, con ranger ha portato al drammatico epilogo e l’intervento delle forze governative è servito solo a trasportare in ospedale a Goma Luca Attanasio ma non a salvargli la vita.

 

I rapimenti non sono certamente l’unico mezzo di sostentamento dei gruppi armati che, in una terra di confine come questa tra Congo e Ruanda, possono facilmente contrabbandare i materiali preziosi estratti illegalmente nella zona.

 

Non è azzardato immaginare che le imprese che lavorano nella regione, per la loro «sicurezza», siano costrette a dare il loro contributo alle milizie di turno.

 

Ma al di là di tutte le supposizioni un dato è certo: in queste situazioni di conflitti esasperati a rimetterci sono le persone che si mettono in gioco, che non si accontentano di condannare o di stare a guardare, che scelgono da che parte collocarsi, quella della popolazione che soffre, anche per colpa nostra.

 

Ancora più grave quando affrontando una pandemia dagli esiti incerti in tutto il mondo ci si preoccupa solo di suddividere i vaccini tra europei o occidentali lasciando gli scarti ai popoli del sud del mondo.

 

Dove solo la Cina è arrivata, sicuramente non per altruismo, ma per un tornaconto che si traduce in una penetrazione capillare nel continente africano ricco di materie prime.

 

La Cina è diventata un nemico per l’occidente difficile da combattere con l’egoismo dei privilegiati.
Luca Attanasio parlava del suo lavoro come di una «missione», altri di «restare umani» di fronte alla barbarie.

23/02/2021

da Il Manifesto

Raffaele K. Salinari

 

Congo. La decomposizione iniziò dalla morte di Lumumba, primo e ultimo leader eletto democraticamente

 

L’uccisione a Goma, nella regione dei Grandi Laghi congolese, dell’Ambasciatore italiano Luca Attanasio e di un militare dell’Arma dei Carabinieri in forze alla missione Onu Monusco, riaccende i riflettori su una guerra civile strisciante che da oltre un quarto di secolo insanguina quella parte del mondo. Dalla morte del dittatore Mobutu nel 1997, infatti, quello che al tempo si chiamava Zaire, oggi Repubblica democratica del Congo, ha conosciuto un costante processo di scomposizione territoriale, favorito da interessi multinazionali ben precisi, e che si servono di interposte fazioni paramilitari per continuare imperturbati a fare i loro interessi di parte sulla pelle delle popolazioni locali.

 

L’EPISODIO DELITTUOSO di ieri va dunque inquadrato nella cornice del cronico prolungamento di quella che venne chiamata la Prima Guerra Mondiale Africana. Scoppiata nel 1996 nella Repubblica democratica del Congo per via di spinte secessioniste proprio nella regione di Goma, innescata dall’espansionismo del piccolo Ruanda alla ricerca del suo Lebensraum, degenerò ben presto in un conflitto interstatuale che ha visto coinvolti anche Uganda, Angola, Burundi, Zimbabwe e Namibia.

 

L’entità degli scontri continentali, durati sino al 2004 e costati oltre quattro milioni di morti ed altrettanti di rifugiati interni, venne cinicamente ignorata dalla comunità internazionale e derubricata a diatribe inter-etniche, come nella miglior tradizione coloniale. In realtà, come sempre, trasparivano chiaramente i forti interessi economici e geopolitici internazionali, in particolare quelli delle multinazionali legate al controllo delle materie prime tra cui, il coltan, la lega di colombite e tantalite adoperata per la fabbricazione di cellulari, computer portatili, fibre ottiche, strumentazioni per l’industria aerospaziale, data la sua caratteristica di superconduttore, e degli immancabili diamanti.

 

MA LE FAGLIE di scomposizione del Congo vengono da ben più lontano. Si può dire che tutto comincia dalla morte di Patrice Lumumba, il primo e ultimo leader congolese eletto democraticamente nel lontano 1960, e subito destituito con un colpo di stato, a guida statunitense e belga, dall’allora tenente colonnello Joseph Desiree Mobutu, poi divento il più longevo dittatore africano col grado di Maresciallo e col nome «tradizionale» di Mobutu Sese Seko Kuku G’guendu Wa Za Banga, garante degli stessi interessi che oggi continuano a destabilizzare la parte est del Paese. Già allora, infatti, a fronte della volontà popolare a sostegno della linea politica di Lumumba, intenzionato a ridistribuire ai congolesi almeno una parte dei proventi derivati dall’estrazione mineraria, gli appetiti attorno alle materie prime strategiche del tempo, in particolare il rame ed il cobalto, scatenarono una secessione nella zona sud, il Katanga, che innescò una prima guerra civile in cui venne ucciso in un attentato aereo, preparato dai servizi segreti statunitensi e belgi, niente meno che l’allora Segretario generale dell’Onu Dag Hammarskjöld, in volo verso Kinshasa per coordinare l’intervento dei Caschi Blu in favore del Governo legittimo.

 

IN QUELLA STESSA TEMPERIE avvenne il tristemente famoso massacro di Kindu che l’11 novembre 1961 vide trucidati tredici aviatori italiani facenti parte del contingente dell’Operazione dell’Onu. La lunga cleptocrazia di Mobutu, 1961-2016, ha tenuto nella morsa del terrore questo gigante africano ben sette volte l’Italia, impoverendo oltremodo la popolazione e distruggendo sistematicamente ogni embrione di democrazia partecipativa. Ed è la stessa estensione del Paese, e le sue enormi ricchezze, che spiegano, tragicamente, il posto che il mondo ricco gli ha destinato nella divisione internazionale del lavoro.

 

LA PERMANENTE INSTABILITÀ di quella zona si chiarisce se calcoliamo che l’impronta ecologica- sistemi ibridi e nuova elettrificazione – dei Paesi europei, o in generale dei G8, ha bisogno di almeno il doppio delle aree a loro disposizione per mantenere il loro (nostro) insostenibile stile di vita che vogliamo giustamente pulito qui, ma che lì è sporco di sfruttamento e sangue. Se, infatti, l’Italia ha bisogno di due Italie, e gli Usa di due Stati Uniti e via di seguito, cosa di meglio di guerre permanenti e a bassa intensità mediatica per continuare a farci pensare che i nostri cellulari costano poco perché c’è la concorrenza tra i gestori e non per via del lavoro schiavo che ne estrae le materie prime? Ecco , allora, che il quadro si rischiara, come pure le responsabilità personali e collettive; ciò che appare lontano ed incomprensibile ci interroga ora da molto vicino e con chiarezza cristallina. L’Italia, che oggi giustamente piange la morte del suo Ambasciatore e del carabiniere in servizio, dedica alla cooperazione internazionale solo lo 0, 19% del suo Pil. Anche in questo dato ci sono molte risposte.

22.02.2021

da Left

Giulio Cavalli

 

ll Parlamento, si sa, è fatto di numeri. Con i 15 espulsi del M5S che non si sa se saranno espulsi, in Senato il centrodestra è diventato decisivo. Quel centrodestra che era fuori gioco nella maggioranza parlamentare precedente ora è fondamentale per la tenuta del governo Draghi: tutti gli altri non sarebbero maggioranza o comunque si tratterebbe di una maggioranza talmente pericolante da non poter nemmeno essere presa in considerazione.

 

Cosa significa questo? Che Draghi bene o male è appeso a Salvini e alle sue decisioni, soprattutto con Forza Italia che da tempo è a ruota del leader leghista per sopravvivere e con Berlusconi che sa benissimo che tra i suoi sono in molti, in casi di spaccatura, ad essere pronti ad accasarsi da Salvini o Meloni. C’è di più: un pezzo fondamentale del centrodestra in forte ascesa come Giorgia Meloni e il suo partito si può addirittura permettere il lusso di restare all’opposizione. E all’opposizione Fratelli d’Italia svuoterà ancora di più il bacino di consensi di Salvini e per questo è inimmaginabile che la Lega accetti di farsi svuotare.

 

Posto che Draghi, nonostante sia Draghi, dovrà occuparsi di mantenere in equilibrio la sua maggioranza in Parlamento questo significa che le concessioni alla Lega saranno molto più corpose di quello che pensiamo e tutti coloro che esultano per il disfacimento del gruppo parlamentare grillino forse non si rendono conto che questo si rivelerà un enorme regalo a destra.

 

E se qualcuno pensa che Salvini accetti silenziosamente di farsi logorare dai Giorgetti del suo partito, che Salvini accetti di farsi schiacciare da Giorgia Meloni o che Salvini possa fingere a lungo di essere europeista significa non avere capito nulla del personaggio e nulla della sua retorica populista.

 

Sempre a proposito del capolavoro politico che qualcuno continua a cianciare. E badate bene: qui Draghi c’entra poco o niente perché il presidente del Consiglio semplicemente deve nuotare tra i numeri che ha a disposizione. E non sarà una traversata facile.

21.02.2021

da il Manifesto

Mario Di Vito

 

Pfizer. L'azienda ha uno stabilimento nelle Marche, che a Natale ha mandato a casa 60 dipendenti, mentre il titolo di Pfizer volava in borsa e i contratti per le forniture di vaccinazioni nel mondo raggiungevano cifre impressionanti

 

Le regole del mercato non si possono rivedere, o quantomeno discutere, nemmeno durante una pandemia globale. Ieri mattina, di fronte alla sede di Ascoli Piceno della Pfizer, i centri sociali delle Marche si sono presentati per protestare contro le politiche della multinazionale principale produttrice mondiale di vaccini anti Covid. Tute bianche d’ordinanza, fumogeni e un lungo striscione: «Basta profitti sulla salute. Espropriamo i brevetti».

 

La richiesta è financo banale, visti i tempi, ma sono pochissimi i paesi del mondo che fin qui si sono dimostrati disposti a mettere in discussione le scelte di Pfizer-Biontech, Moderna o AstraZeneca: tra mercato e salute pubblica non c’è partita. Non c’è mai stata. Chi vuole il vaccino lo deve pagare, in un modo o nell’altro, non può produrlo in autonomia e non può che accettare i ritardi e i capricci dei produttori. «È inaccettabile che i giganti del farmaco facciano profitti su quello che oggi si può tranquillamente definire un bene primario – sostengono i centri sociali delle Marche -.

 

È ancora più grave che mentre si rallenta drasticamente la campagna vaccinale per presunti problemi produttivi, inizino ad emergere filiere di mercato parallele con la conseguenza non solo di un maggior lucro, ma anche dell’aumento del prezzo d’acquisto degli stessi vaccini».

 

Alla Pfizer di Ascoli non si sforna il vaccino, ma un antivirale impiegato comunque nella cura del Covid. Per il resto, la produzione è incentrata su compresse e capsule di antinfiammatori, farmaci oncologici e del sistema nervoso centrale. Fino a qualche anno fa, quello marchigiano, aperto sul confine più a nord della vecchia Cassa del Mezzogiorno, era famoso per la produzione del Viagra e dello Xanax.

 

Qualcuno ci vedeva una metafora perfetta della provincia marchigiana, in continua oscillazione tra euforia e depressione, senza soluzione di continuità. Adesso, dopo una crisi che ha ridotto il personale (circa 500 persone) ma non la produzione («Serviamo cento paesi del mondo», dicono dalla dirigenza locale), Pfizer è una delle ultime multinazionali ancora presenti lungo i dieci chilometri di asse industriale che dalla città di Ascoli costeggiano il fiume Tronto fino a congiungersi con la Bonifica, la «strada della prostituzione» che separa le Marche dall’Abruzzo e porta al mare.

 

La settimana prima dello scorso Natale, mentre il titolo di Pfizer volava in borsa e i contratti per le forniture di vaccinazioni nel mondo raggiungevano cifre impressionanti, nelle Marche l’azienda ha annunciato la propria intenzione di allontanare sessanta dipendenti, di cui 17 subito e altri 43 nei prossimi mesi. Non si è trattato di licenziamenti, tecnicamente, visto che si parla di lavoratori assunti in leasing da Ranstad e Adecco. Nel frattempo, visto che danno e beffa viaggiano sempre in coppia, sempre da Pfizer è arrivato l’annuncio di una generosa donazione di centocinquanta pasti per la mensa dei poveri di Ascoli.

 

A parte la Cgil (Daniele Lanni del Nidil: «Non ha alcun senso considerare uno stabilimento come comparto a se stante per una multinazionale che ha siti in tutto il mondo»), gli altri sindacati non hanno dato molto peso alla cosa: Ranstad e Adecco, d’altra parte, ricollocheranno i lavoratori altrove. Secondo l’azienda il problema è che la pandemia «ha ridotto del 25% il volume produttivo dello stabilimento», e non fa niente se nel frattempo Pfizer ha un bilancio delle dimensioni di una manovra finanziaria europea. La linea è chiara e indiscussa: i vaccini si pagano e i lavoratori se sono inutili vengono allontanati. Il mercato è inflessibile. La flessibilità, casomai, ce la devono mettere gli altri.

18/02/2021

Circolo PRC “Raniero Amarugi”

Santa Fiora

 

Il Bilancio di previsione per un Comune è tra gli atti annuali più importanti, se non il più importante, che il Consiglio Comunale si trova ad affrontare nell’esercizio delle sue funzioni. La Giunta di Santa Fiora, in maniera diligente ha portato in votazione, e fatto approvare, il Bilancio di previsione 2021-2023, esattamente il 29 dicembre 2020. Per pubblicarlo (come d’obbligo) sull’Albo Pretorio online ha impiegato più di un mese, infatti, è stato posto sull’Albo e portato a conoscenza dei cittadini amministrati il 4 febbraio 2021. Inoltre, ci pare giusto segnalare in base alla trasparenza, che l’obbligo di pubblicare sulla pagina web del Comune la registrazione dei Consigli Comunali, viene costantemente ignorato, infatti, l’ultima seduta registrata e pubblicata è quella del 4 agosto 2020.

Ma tornando al Bilancio di previsione triennale, è evidente che la parte che richiama la maggiore attenzione è quella relativa all’anno in corso, ossia il 2021. Questo per capire quali sono nell’immediato le voci di entrata e di uscita del bilancio stesso, oltre a vedere quali sono i lavori pubblici che sono stati scelti, insomma per vedere complessivamente cosa è stato deciso per i prossimi dodici mesi.

Noi di Rifondazione Comunista, da sempre, impegniamo costantemente un poco del nostro tempo per tentare di capire cosa c’è scritto in questi Bilanci, e confessiamo che facciamo sempre più fatica a decifrarli perché il metodo di compilazione dei moduli standard dei bilanci stessi (gli allegati, le note integrative, i pareri, ecc.) rendono di scarsa comprensione questo atto che dovrebbe essere decifrabile da chiunque senza intermediazioni politiche. Ma la situazione è questa e quindi, con un po’ di affanno tentiamo di trovare dove vogliono andare a parare gli amministratori di turno.

Per prima cosa è necessario segnalare che questo Bilancio (come abbiamo detto l’atto più importante che il Consiglio Comunale affronta) è stato approvato dalla maggioranza con i suoi otto voti a disposizione, e con l’astensione dell’opposizione di destra con i tre consiglieri che la rappresentano. Peraltro immediatamente dopo il Consiglio abbiamo letto le parole di giubilo del Sindaco, ma non ci sembra di aver letto nessuna dichiarazione dell’opposizione. Eppure è di una logica stringente che l’opposizione, avendo chiesto nelle elezioni il voto dei cittadini su un programma del tutto opposto a quello dell’attuale maggioranza, in linea razionale dovrebbe votare contro questo Bilancio, queste proposte. Non solo, ma dovrebbe aver avuto anche l’obbligo di spiegare ai cittadini il proprio punto di vista sul Bilancio stesso, sulle entrate e sulle uscite decise dalla maggioranza, Invece, come ripetiamo, l’opposizione si è astenuta silenziosamente. Non ce ne vogliano, ma confessiamo che ci pare bizzarro.

Ma veniamo al Bilancio ed a quello che siamo riusciti a decifrare. Intanto diciamo che noi non ci siamo soffermati alla sola lettura dell’annuale 2021, ma abbiamo valutato il triennale nel suo complesso, soprattutto il passaggio, ovvero il raffronto sull’annualità 2023. Questo perché, come dovrebbe essere noto a tutti, quell’anno non ci saranno in bilancio 1.560.000 euro corrispondenti alle compensazioni ambientali, di durata decennale, che il Comune riceve dall’Enel dal 2013 (vedi Delib. CC n. 26 del 24/06/2013 di approvazione del Bilancio).

La complessità del Bilancio deriva anche dall’alto numero degli allegati che contiene; il primo che ha attirato la nostra attenzione è l’allegato n. 11 (nota integrativa al bilancio 2021) dove a pagina 18 troviamo indicata la cifra di oltre 900 mila euro quale “Risultato di amministrazione dell’esercizio 2020 e alla data di redazione di bilancio dell’anno 2021”. Questo è da ritenere un risultato negativo perché indica l’incapacità dell’amministrazione di aver saputo/potuto spendere gli stanziamenti dell’anno appena passato.

Limitandoci alle questioni essenziali, abbiamo anche calcolato che nel Bilancio per il 2021 della quota delle compensazioni ambientali dell’Enel per lo sfruttamento geotermico (1.560.000 euro) 

ben 653.000 sarà la cifra destinata alle spese correnti, che è un errore che viene ripetuto da nove anni; anzi, questo anno si sono contenuti, perché nel 2020 ne avevano destinati oltre 834.000 e nel 2022 saranno poco più di 527.000. Ovviamente nel 2023 saranno zero.

Come spese in conto capitale, nel 2021 l’amministrazione prevede di impegnare 1.634.862,31 euro (saranno 1.160.175,24 nel 2022 e 81.086,99 nel 2023). Ma la cosa che lascia stupiti è che se osserviamo la Delib. n. 74 “Approvazione del programma triennale dei lavori pubblici 2021-2023 e annuale 2021” approvata nella stessa seduta del Bilancio, per il 2021 la previsione di spesa è zero. Nel Piano dei lavori pubblici, per legge, devono essere pubblicati solo i lavori di importo sopra i 100.000 euro, quindi, come sopra ricordato, avendo previsto sempre nel 2021 quali spese in conto capitale 1.634.862,31 euro, significa che questa cifra sarà trasformata in decine di rivoli corrispondenti a lavori inferiori a 100.000 euro.

Nel 2022, sempre nel Piano dei lavori, sono stati previsti 250.000 euro per la biblioteca e 182.000 per la messa in sicurezza di un tratto di strada di via del Fiora. Nel 2023 la cifra prevista sarà di nuovo zero. Ma guardando agli anni passati, sappiamo benissimo che le previsioni pluriennali non sono mai state rispettate, e così sarà per il futuro.

Ma l’hannus horribilis sarà il 2023, e non lo diciamo noi, sta scritto nel Bilancio approvato, dove ci saranno maggiori entrate di natura tributaria e contributiva, per 133.000 euro (non è chiaro se derivanti da Imu o/e addizionale Irpef) e minori uscite, questo per ottenere necessariamente il bilanciamento del taglio delle compensazioni ambientali geotermiche.

L’elenco relativo alla parte delle uscite è lungo, ci limitiamo agli esempi più significativi: per la Missione 01 Servizi istituzionali generali e di gestione il taglio sarà di 93.656 euro. Per la Missione 04 Istruzione e diritto allo studio taglio di 20.450 euro. Missione 05 Tutela e valorizzazione dei beni e attività culturali, meno 75.377 euro. Missione 06 Politiche giovanili sport tempo libero meno 6.694 euro. Missione 07 Turismo meno 57.500 euro. Missione 12 Diritti sociali, politiche sociali e famiglia meno 18.572 euro. Missione 14 Sviluppo economico e competitività meno 64.601 euro.

Sarebbero ancora molte le cose da segnalare, riteniamo che ci si possa limitare a queste, che comunque rimangono cifre aride ma molto importanti, perché riguardano la vita dei cittadini di Santa Fiora.

Noi di Rifondazione Comunista già dal 2013 abbiamo provato ad impegnare le nostre energie politiche affinché il Comune facesse un uso appropriato dei soldi delle compensazioni ambientali provenienti dall’Enel. Ricordiamo per i distratti che si chiamano compensazioni per i danni ambientali pesanti e probabilmente irreversibili che il nostro territorio ha conosciuto e continua a subire a causa dello sfruttamento geotermico. Questo denaro doveva servire a rilanciare il territorio, la sua economia, l’occupazione, ed invero i risultati sono miseri se non vergognosi. Per giustificare questo duro giudizio basta ricordare che i posti di lavori, creati alla fine di questa giostra milionaria da 15.600.000 euro, sono zero. Chissà se insieme alle cose colpevolmente non fatte, sarà finito anche il tempo in cui gioiosamente venivano lanciati dal balcone del Palazzo centinaia di palloncini colorati per allietare la cittadinanza festante.

18/02/2021

da Il Manifesto

Norma Rangeri

 

Sapendo che, al di là delle promesse programmatiche, la sua nomina al timone della politica italiana è una trave nell’occhio del sistema democratico, Mario Draghi ha iniziato il suo discorso di investitura rivolgendo al parlamento una captatio benevolentiae con l’evocazione dello spirito repubblicano.

 

E sapendo che il suo essere stato catapultato a palazzo Chigi segna un arretramento della normale e virtuosa contrapposizione tra maggioranza e opposizione, ha assicurato che il suo ruolo non segna il fallimento della politica perché a nessuno è stato chiesto “un passo indietro rispetto alla propri identità”, anche se ha poi dovuto convenire che “prima di ogni appartenenza c’è il diritto di cittadinanza” dove “ciascuno rinuncia a qualcosa per il bene di tutti”.

 

Una volta chiamato a santo protettore Cavour e il bene supremo della nazione per profumare l’odore del dirigismo finanziario, ancor prima di addentrarsi sulle linee programmatiche, Draghi ha rivolto a Conte un ringraziamento suffragato dal riferimento ai binari costruiti del suo predecessore, sul punto cruciale del Recovery plan, della lotta alla pandemia, del cambiamento del modello di sviluppo attraverso una rivoluzione ecologica.

 

Un discorso è un discorso e nulla garantisce che un “Conte ter” spostato a destra sia la soluzione. Anzi.

 

Ma se dobbiamo stare alle parole pronunciate ieri nell’aula del Senato, sono da rimarcare tre passaggi significativi.

 

A cominciare dal ripetuto riferimento alla parità di genere, a quel “farisaico rispetto delle quote” che anche laddove si riesce a raggiungere, è poi immediatamente smentito dalla “disparità salariale, tra le più alte d’Europa”. Così come, a proposito delle politiche per il Sud, ha insistito sul l’occupazione femminile.

 

Il secondo elemento di forte connotazione è giunto a metà discorso con la citazione delle parole di papa Francesco sulla necessaria radicalità del rispetto dell’ambiente, mettendo in stretta relazione la pandemia, il salto del virus dall’animale all’uomo, con la tumultuosa distruzione del pianeta: “Vogliamo lasciare un buon pianeta non solo una buona moneta”.

 

Di conseguenza, e siamo al terzo punto, la necessità di cambiare modello di sviluppo, ricondotto a molteplici aspetti, ma reso concreto con un esempio che tutti capiscono, specialmente in un paese come il nostro.

 

Draghi ha preso di petto il turismo, allontanando la vulgata del Bengodi dei costruttori e declinandolo invece in chiave di “preservazione del patrimonio naturale e artistico”. Tornando sul tema anche in sede di replica.

 

E se qualche vena polemica si è fatta sentire nel lungo intervento, è stata indirizzata alla destra leghista. Sia sul sistema fiscale (con la menzione della riforma elaborata dalla Commissione Visentini), sia sul fatto che “non c’è sovranità nella solitudine”, sia “sull’irreversibilità dell’euro”, come sulla sanità territoriale e di comunità, il contrario cioè del fallimentare modello lombardo.

 

Come queste impegnative parole (naturalmente insieme ad altre meno condivisibili) non siano destinate a restare lettera morta con un governo che, nella parte tecnica in primo luogo, non vede neppure l’ombra di un ecologista, ma, al contrario si consegna a una sfilza di economisti, è davvero arduo da credere.

 

E più in generale come tutto il vasto programma non si riduca poi a un’idea di aziendalizzazione del paese, in una sorta di berlusconismo di ritorno: il sistema Italia come un’azienda affidata a un buon padre di famiglia che rimette a posto il bilancio con un neoliberismo temperato.

 

Come possa conciliarsi, proprio l’annunciato cambiamento nel turismo avendo piazzato in quella casella un leghista alfiere dello sviluppismo è una contraddizione in termini.

 

Questo governo di tutti e di nessuno è tuttavia una sfida anche per la sinistra, sia per quella che gli voterà la fiducia, sia per quella che gli dirà di no.

 

In questa chiave la formazione di un intergruppo parlamentare tra Pd, 5Stelle e Leu, è un primo paletto per rinsaldare l’alleanza mandata a casa con una manovra di palazzo. Purché non abbia il fiato corto della tattica dei riposizionamenti, ma sia finalizzata alla costruzione di un’alternativa quando saremo chiamati al voto.

 

E, in questo ambito, avviare la formazione di una nuova forza di sinistra di cui siamo orfani da troppo tempo, non per responsabilità dell’ex banchiere centrale. Tanto più necessaria per far tornare al centro dell’azione politica la questione sociale quando, come dice Draghi, passata la pandemia, torneremo ad accendere la luce.

18/02/2021

da Il Manifesto

Norma Rangeri

 

Sapendo che, al di là delle promesse programmatiche, la sua nomina al timone della politica italiana è una trave nell’occhio del sistema democratico, Mario Draghi ha iniziato il suo discorso di investitura rivolgendo al parlamento una captatio benevolentiae con l’evocazione dello spirito repubblicano.

 

E sapendo che il suo essere stato catapultato a palazzo Chigi segna un arretramento della normale e virtuosa contrapposizione tra maggioranza e opposizione, ha assicurato che il suo ruolo non segna il fallimento della politica perché a nessuno è stato chiesto “un passo indietro rispetto alla propri identità”, anche se ha poi dovuto convenire che “prima di ogni appartenenza c’è il diritto di cittadinanza” dove “ciascuno rinuncia a qualcosa per il bene di tutti”.

 

Una volta chiamato a santo protettore Cavour e il bene supremo della nazione per profumare l’odore del dirigismo finanziario, ancor prima di addentrarsi sulle linee programmatiche, Draghi ha rivolto a Conte un ringraziamento suffragato dal riferimento ai binari costruiti del suo predecessore, sul punto cruciale del Recovery plan, della lotta alla pandemia, del cambiamento del modello di sviluppo attraverso una rivoluzione ecologica.

 

Un discorso è un discorso e nulla garantisce che un “Conte ter” spostato a destra sia la soluzione. Anzi.

 

Ma se dobbiamo stare alle parole pronunciate ieri nell’aula del Senato, sono da rimarcare tre passaggi significativi.

 

A cominciare dal ripetuto riferimento alla parità di genere, a quel “farisaico rispetto delle quote” che anche laddove si riesce a raggiungere, è poi immediatamente smentito dalla “disparità salariale, tra le più alte d’Europa”. Così come, a proposito delle politiche per il Sud, ha insistito sul l’occupazione femminile.

 

Il secondo elemento di forte connotazione è giunto a metà discorso con la citazione delle parole di papa Francesco sulla necessaria radicalità del rispetto dell’ambiente, mettendo in stretta relazione la pandemia, il salto del virus dall’animale all’uomo, con la tumultuosa distruzione del pianeta: “Vogliamo lasciare un buon pianeta non solo una buona moneta”.

 

Di conseguenza, e siamo al terzo punto, la necessità di cambiare modello di sviluppo, ricondotto a molteplici aspetti, ma reso concreto con un esempio che tutti capiscono, specialmente in un paese come il nostro.

 

Draghi ha preso di petto il turismo, allontanando la vulgata del Bengodi dei costruttori e declinandolo invece in chiave di “preservazione del patrimonio naturale e artistico”. Tornando sul tema anche in sede di replica.

 

E se qualche vena polemica si è fatta sentire nel lungo intervento, è stata indirizzata alla destra leghista. Sia sul sistema fiscale (con la menzione della riforma elaborata dalla Commissione Visentini), sia sul fatto che “non c’è sovranità nella solitudine”, sia “sull’irreversibilità dell’euro”, come sulla sanità territoriale e di comunità, il contrario cioè del fallimentare modello lombardo.

 

Come queste impegnative parole (naturalmente insieme ad altre meno condivisibili) non siano destinate a restare lettera morta con un governo che, nella parte tecnica in primo luogo, non vede neppure l’ombra di un ecologista, ma, al contrario si consegna a una sfilza di economisti, è davvero arduo da credere.

 

E più in generale come tutto il vasto programma non si riduca poi a un’idea di aziendalizzazione del paese, in una sorta di berlusconismo di ritorno: il sistema Italia come un’azienda affidata a un buon padre di famiglia che rimette a posto il bilancio con un neoliberismo temperato.

 

Come possa conciliarsi, proprio l’annunciato cambiamento nel turismo avendo piazzato in quella casella un leghista alfiere dello sviluppismo è una contraddizione in termini.

 

Questo governo di tutti e di nessuno è tuttavia una sfida anche per la sinistra, sia per quella che gli voterà la fiducia, sia per quella che gli dirà di no.

 

In questa chiave la formazione di un intergruppo parlamentare tra Pd, 5Stelle e Leu, è un primo paletto per rinsaldare l’alleanza mandata a casa con una manovra di palazzo. Purché non abbia il fiato corto della tattica dei riposizionamenti, ma sia finalizzata alla costruzione di un’alternativa quando saremo chiamati al voto.

 

E, in questo ambito, avviare la formazione di una nuova forza di sinistra di cui siamo orfani da troppo tempo, non per responsabilità dell’ex banchiere centrale. Tanto più necessaria per far tornare al centro dell’azione politica la questione sociale quando, come dice Draghi, passata la pandemia, torneremo ad accendere la luce.

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