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CIBO, VESTITI E DIGNITÀ : QUELLE "BRIGATE" TRA I TERREMOTATI

Pubblicato il 20 gen 2017
di Davide Falcioni

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Portano aiuti alle vittime del sisma. E, allo stesso tempo, li aiutano a organizzarsi in comitati di cittadinanza locali. Per andare oltre l’emergenza, attraverso il mutualismo .
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Elena vive a Uscerno, un pugno di case lungo la strada di montagna che collega Ascoli Piceno ai Monti Sibillini. Un bar-alimentari-ristorante-tabaccheria, una macelleria e poco altro. Elena ha un marito, tre bambini piccoli e nonostante le tre scosse di terremoto che hanno sconvolto questi posti, ha deciso che da qui non se ne andrà: la sua casa è inagibile e per mesi si è arrangiata in una vecchia roulotte, ma c’è la legna da tagliare nei boschi, ci sono le patate nei campi e i progetti futuri che non possono essere abbandonati. Soprattutto, c’è lo stretto legame con una terra magica e meravigliosa.
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Quando bussano alla sua porta Elena apre con il solito sorriso: sono i volontari delle Brigate di Solidarietà Attiva, hanno scatoloni colmi di beni di cibo, vestiti e coperte, e per questa famiglia sono uno dei pochi punti di riferimento.
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Per lei, e per centinaia di altre persone che hanno rifiutato la proposta della Protezione Civile di fare i bagagli e andare negli hotel sulla costa adriatica, le BSA sono un sostegno concreto alla loro resistenza tenace. Sanno, Elena e molti altri, che molti di quelli che sono stati costretti ad andarsene qui rischiano di non tornare più, perché se abbandoni il tuo lavoro, trasferisci i tuoi figli in altre scuole e trovi un’altra casa non è facile, poi, mantenere i legami con i luoghi d’origine.
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Le Brigate di Solidarietà Attiva sostengono le fasce più deboli tra i cittadini terremotati. Dopo i terremoti del 24 agosto, 26 e 30 ottobre e 18 gennaio sono presenti in tutto il cratere, con due “campi base” ad Amatrice e Norcia e altri due poli logistici a Colli del Tronto e Fermo. “Abbiamo potuto verificare – dicono – in questi cinque mesi, come il terremoto non sia stato che un acceleratore della crisi. Per questo sosteniamo e fasce più deboli con staffette di consegna aiuti a domicilio e spacci popolari, cioè punti di approvvigionamento beni gratuiti. Per questo, anche, abbiamo organizzato sportelli informativi, affinché i cittadini possano ottenere informazioni sui decreti del governo e i loro diritti, che spesso ignorano del tutto”.
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C’è chi le ha definite la “Caritas Rossa”. Sbagliato: le Brigate Di Solidarietà Attiva puntano, attraverso pratiche di mutualismo e solidarietà, ad alimentare e sostenere i piccoli comitati di lotta che – a cinque mesi dalla prima scossa – sono sorti un po’ ovunque.
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A riflettori spenti, e mentre i mezzi d’informazione sembrano aver smobilitato, i problemi sono molti e importanti.
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C’è infatti chi ha trovato nel terremoto nuove occasioni per speculare, come quei proprietari di case che hanno raddoppiato o triplicato gli affitti con l’obiettivo di accaparrarsi l’intero contributo di autonoma sistemazione fornito dal governo alle famiglie terremotate. E soprattutto c’è il “non fatto” del governo, con i container che sono ancora un miraggio e le case di legno che forse arriveranno solo a partire dall'estate. In questo quadro, poi, ci sono le economie di sussistenza di montagna: piccoli produttori agricoli e allevatori costretti a svendere o veder morire di freddo i loro capi di bestiame. Da queste parti, si dice, dei terremotati si ricorda solo il terremoto.
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Quello che si respira nei luoghi distrutti dal terremoto è una sensazione di rabbia e incredulità: poco è stato fatto dal 24 agosto per sostenere chi non ha voluto andarsene. Qualche settimana fa è anche spuntata una delibera della Regione Marche che minacciava di denuncia i cittadini che avessero installato i container davanti alle loro vecchie case inagibili. Deturpano il paesaggio, per i dirigenti del settore urbanistica, gli stessi che però hanno benedetto di buon grado il capannone industriale che Diego Della Valle aprirà ad Arquata Del Tronto su una superficie di migliaia di metri quadri. Quello stabilimento, costruito a cavallo tra due parchi naturali (Sibillini e Monti della Laga) lì sembra non deturpare nulla.
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Le Brigate di Solidarietà Attiva tentano di convogliare quella rabbia in conflitto e auto organizzazione.
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Dal 25 agosto sono stati centinaia i volontari, per lo più attivisti politici, che hanno dato una mano: quintali di beni consegnati, spacci popolari e decine di roulotte donate in anticipo persino rispetto alla Protezione Civile.
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Accanto a ciò, un progetto di filiera antisismica che sostiene i piccoli e piccolissimi produttori agricoli, distribuendo i loro prodotti in tutta Italia e contribuendo così a mantenere gli agricoltori sul posto.
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La finalità delle BSA però è un’altra: «Cerchiamo di stimolare partecipazione attiva dei soggetti colpiti dal trauma, coinvolgendoli nelle pratiche di gestione dell’emergenza, per ripristinare una coscienza collettiva che permetta, invece che subire le decisioni, di appropriarsi di un percorso di autodeterminazione e di autorganizzazione sul territorio. Se dove ha operato una BSA la gente poi si organizza e rielabora opinioni proprie sul terremoto, sulla ricostruzione e anche sull'approccio con le istituzioni locali e nazionali, allora il nostro intervento ha un senso. Se dove abbiamo operato non nasce nulla, abbiamo magari assistito benissimo la popolazione, ma tecnicamente, per quanto ci riguarda, è come aver fallito perché non si è prodotta su quel territorio la possibilità di un percorso che continui».
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A quasi cinque mesi dalla prima scossa, quella del 24 agosto, i volontari e le volontarie delle Brigate di Solidarietà Attiva sono ancora nel cratere, senza nessuna intenzione di andarsene nonostante la neve e i nuovi terremoti. La loro presenza è oggi un riferimento per centinaia di persone, molte delle quali sarebbero altrimenti completamente sole.
fonte: L’Espresso

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SABATO 21 GENNAIO 2017 ALLE ORE 11,00 PRESSO LA FEDERAZIONE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA A GROSSETO VIALE EUROPA 63 PRESENTAZIONE DEL DOSSIER SU LE POSTE ITALIANE

La condizione del servizio postale in provincia di Grosseto
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La Federazione provinciale di Grosseto del partito della Rifondazione Comunista e il circolo di R.C. di Santa Fiora, hanno da sempre seguito le vicissitudini legate alla trasformazione genetica di Poste Italiane con molta attenzione.
Abbiamo da almeno 20 anni manifestato una chiara posizione di critica serrata dell'evolversi di tale mutamento aziendale e delle sue drammatiche ripercussioni che puntuali si sono abbattute sul nostro territorio. Un territorio una nazione, si deve dire, poiché coinvolge ogni angolo del nostro bel Paese. Ogni cittadino italiano ne viene coinvolto, come fosse dentro "una grande e unica fabbrica in ristrutturazione".
Nell'organizzazione del nostro partito, la presenza di lavoratori postali, iscritti o solo nostri sostenitori e simpatizzanti, ci ha permesso di conoscere anche il clima interno dell'azienda, partecipandone i sentimenti della trasformazione,direttamente dall'esperienza e sulla "pelle" dei diretti interessati: i lavoratori.
In sintesi: una realtà letteralmente tragica. Tutto questo per illustrarvi la nostra sensibilità sull'argomento in oggetto.
Ma il nostro obiettivo nel porci al vostro interesse è, oltre a quello di catalizzare il vostro impegno pubblico e sociale sull'argomento, contemporaneamente lanciare un prioritario allarme per quanto riguarda la prossima introduzione del servizio del recapito della corrispondenza a giorni alterni che, come senz'altro ne sarete al corrente, verrà implementata in modo progressivo a partire dal mese di Febbraio 2017 anche nei nostri territori e provincia.
Il dossier che Vi trasmettiamo, elaborato con il contributo fondamentale dei lavoratori delle poste simpatizzanti e aderenti al Prc, oltre a rappresentare un momento di riflessione, può essere un contributo per salvaguardare l’Universalità dei servizi pubblici essenziali quale elemento fondamentale per la tenuta del tessuto civile del paese.
Questo è un tema sempre più spiccatamente drammatico in quei territori definiti spopolati, marginali, rurali, montani che rappresentano la provincia della provincia, il 90% dell'Italia. In poco più di 15 anni la dirigenza di Poste Italiane ha chiuso centinaia di uffici postali e ridotto il servizio settimanale dappertutto, ma parallelamente e anticipatamente ha sempre agito tagliando zone postali e i relativi portalettere accorpandoli in sempre meno uffici; mossa necessaria e propedeutica al taglio successivo degli uffici stessi. Ecco svelato il prossimo scontato grande pericolo insito nell'introduzione della consegna della corrispondenza a giorni
alterni. Guardate, I disservizi postali come quelli che recentemente abbiamo appreso e letto in quel di Monterotondo Ma.mo e Cinigiano, Santa Fiora e Roccalbegna, quest'ultimi due apparsi per la loro assurdità addirittura per una intera settimana sui mezzi di informazione in una escalation mediatica progressiva fino a giungere su Rai 3 in prima serata: "Un postino solo su quattro", " Un postino solo dalla Selva di Santa Fiora fino a Cana-Roccalbegna...80 km in perfetta solitudine..", si sono verificati ancora in regime di recapito della posta su cinque giorni la settimana (fino a 5 anni fa erano 6 i giorni di consegna) e rappresentano la norma del nostro sistema postale italico, viste
le condizioni materiali, il modo che viene concepito, gestito, motivato il servizio: una volta sono le auto di servizio che scarseggiano, un'altra volta le lunghissime riparazioni, i percorsi dei portalettere che si sono fatti sempre più impossibili ristrutturazione dopo ristrutturazione, il personale sistematicamente scarso, le mancate sostituzioni, i carichi di lavoro, l'aumento esponenziale delle sanzioni e dei licenziamenti disciplinari ecc... " Quindi, altro che "postino telematico"! Questa "mitica" figura che viene tanto decantata dalla dirigenza postale per far digerire i tagli che procurerà l'introduzione del recapito della corrispondenza a giorni alterni. Tutto ciò accade sotto la guida privatistica e rampante dei nuovi manager postali (Poste è una Spa dal 1998, primo storico e notissimo amministratore delegato Corrado Passera). Se non vengono rimosse le criticità di fondo non si va da nessuna parte, o meglio, si va dalla parte di chi tira con più forza: speculazione e finanza, borsa e dividendi, scalate societarie e fondi cinesi. I "giorni alterni"
vanno fermati assolutamente, perché saranno ben poca cosa di fronte al deserto della
privatizzazione che "nonostante tutto avanza". Nonostante tutto avanza: fa parte dei disegni di questo governo, che raccoglie e accoglie l'impostazione economica abbracciata dai precedenti governi a partire almeno dal 1996. I giorni alterni sono già un fallimento in tutte quelle zone d'Italia che da mesi vivono questo regime postale, telefonate ai vostri colleghi istituzionali di Arezzo o Prato, per dire, per esempio. Tale ennesimo progetto non è che non è valido a prescindere, semplicemente segue tutti gli altri piani di ristrutturazione non validi, nati come questo, già morti. Perchè? per il semplice fatto che di fondo non deve e non entra nel business core aziendale (la fonte principale dell'attività di un'azienda, ovvero la normale fonte di guadagno relativa all'attività svolta, in base a una previsione di fatturato). E la cittadinanza, il servizio pubblico, l'Universalità?
Certi di esserVi utili, porgiamo i nostri Cordiali saluti.
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Segretario Provinciale Federazione PRC Grosseto Maurizio Buzzani
PRC - federazione provinciale: Viale Europa 65- 58100 Grosseto - prcgrosseto@gmail.com
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Circolo Prc Santa Fiora - Via Carolina 16 - 58037 Santa Fiora - info@rifondazionesantafiora.it
Allegato: Dossier sul servizio postale
Gennaio 2017

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L'EUROPA NEL NUOVO MONDO

Aldo Carra
da il Manifesto
17.01.2017

Abbassare le tasse o ridurre il debito pubblico? Aumentare gli investimenti o rimpinguare le riserve per coprire le spese per i rifugiati? In Germania si discute di questo e lo si sta facendo perché il bilancio si è chiuso con un avanzo da sogno di 20 miliardi.
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Quindi, secondo la propensione delle diverse forze politiche, anche in vista delle elezioni, vengono avanzate proposte diverse dal suo utilizzo.
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Non c’è da meravigliarsi perché quel paese cresce con un tasso doppio di quello italiano e da molto tempo registra un saldo nelle operazioni correnti con l’estero – Ue ed extra Ue – che si aggira mensilmente sui 20 miliardi (anche in violazione delle regole europee). Stiamo parlando, insomma, di un’economia che cresce del 2% in uno scenario globale da stagnazione secolare, fortemente vocata alle esportazioni che si sta distaccando sempre di più dal resto d’Europa.
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E proprio da qui prende il via una dichiarazione clamorosa del ministro delle Finanza Schäuble: «La Bce dovrà quest’anno uscire dalla politica monetaria ultra espansiva».
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Insomma, siamo avvertiti, troppa liquidità in giro. Perché se in molti paesi, tra cui l’Italia, malgrado questo il cavallo non beve, come usano dire gli economisti, in Germania rischia di affogare.
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Quindi possiamo prevedere con certezza nei prossimi mesi pressioni su Draghi perché allenti la politica di liquidità seguita dalla Bce.
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Ma attenzione, forse non si tratta di un fatto contingente ma di un vero e proprio passaggio di fare: seppellito definitivamente il bipolarismo Francia-Germania, si ufficializza l’indiscutibile egemonia tedesca sull'Europa.
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E questo passaggio si può inquadrare nel nuovo scenario geopolitica che vede emergere un gruppo ristretto di paesi potenti con guide forti – da Trump e Putin – che si accingono a ridisegnare i poteri e le aree di influenza con una forte accentuazione del peso degli interessi nazionali.
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In questo contesto la Germania potrebbe decidere di giocare un ruolo in prima persona.
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L’indirizzo che si intravede nella dichiarazione di Schäuble è chiaramente il contrario di quello che servirebbe – propagare all'Europa la crescita tedesca – e opposto a quello giustamente sollecitato da Laura Pennacchi sul manifesto di domenica: di incentivare gli investimenti pubblici fino a prevedere un quantitative easing spinto a finanziarli.
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Ma con questo avremo molto a che fare nei prossimi mesi. Ed anche con questo possibile scenario che dovremo confrontarci in Italia e nella sinistra. Qui anche per lo sviluppo del dibattito congressuale di Sinistra italiana, le posizioni critiche sull'euro e le ipotesi di un’uscita – graduale, concordata e pilotata – stanno lievitando a scapito di tesi più possibiliste sul rilancio di un’altra Europa.
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Sarà possibile un ultimo tentativo di ridare all'Europa una funzione d’avanguardia come la ebbe nei decenni del Welfare?
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Certo servirebbe un’alleanza tra le forze progressiste europee per un nuovo sviluppo possibile fondata su pochi pilastri: incentivare gli investimenti pubblici, finalizzarne l’uso a nuova occupazione e alla redistribuzione di quella esistente con incentivi alla riduzione degli orari di lavoro, riequilibrio della pressione fiscale accentuandone la progressività per favorire i consumi delle classi più disagiate.
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Se fosse possibile realizzare un fronte che pone questi obiettivi avrebbe senso e credibilità l’ipotesi che se l’Europa non è in grado di assumere questi obiettivi, allora si programmi un’uscita concordata e pilotata di alcuni paesi.
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Se non si fa questa chiarezza e se non si assumono queste decisioni rischiamo di trovarci un altro scenario: l’uscita della Germania per affacciarsi al nuovo mondo che si sta configurando. E dietro … si salvi chi può.

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REFERENDUM ART.18 : CONSULTA SI PIEGA AI POTERI FORTI ED IMPEDISCE AL POPOLO DI VOTARE

Paolo Ferrero
Pubblicato il 11.01.2017

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REFERENDUM – FERRERO (PRC – SINISTRA EUROPEA): LA CONSULTA SI PIEGA AI POTERI FORTI E IMPEDISCE AL POPOLO ITALIANO DI VOTARE PER IMPEDIRE LA LIBERTÀ’ DI LICENZIAMENTO. SUBITO I COMITATI PER IL SI CONTRO LA PRECARIETÀ’

Paolo Ferrero, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista ha dichiarato:

“La sentenza della Consulta sui referendum è un atto di sottomissione alla volontà dei poteri forti italiani ed europei ed impedisce al popolo italiano di pronunciarsi contro la libertà di licenziamento. Si tratta di una decisione gravissima perché altre volte la Consulta si è pronunciata favorevolmente all'ammissibilità di referendum che avevano un carattere assai più marcatamente manipolativo di quello bocciato oggi. Non vi è quindi alcuna base giuridica per questa sentenza ma solo una cattiva scelta politica. Rifondazione Comunista è in ogni caso impegnata per il pieno successo dei referendum ammessi su voucher e appalti, in modo che il popolo bocci chiaramente le politiche che provocano la precarietà: Costruiamo immediatamente i Comitati per il SI contro la precarietà. Diffidiamo il governo da qualunque ulteriore atto manipolativo finalizzato unicamente ad impedire che il popolo italiano possa votare contro la precarietà.

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ALL IN: UN PASSO AVANTI SUL DIRITTO ALLO STUDIO, UN PASSO AVANTI PER IL DIRITTO AL FUTURO

Pubblicato il 9 gen 2017
di Filippo Vergassola
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Come Giovani Comuniste/i esprimiamo immensa soddisfazione per lo straordinario risultato ottenuto dalla campagna All In- Per il diritto allo studio: una legge di iniziativa popolare promossa da Link-Studenti Indipendenti, che ha raccolto 57mila firme.
Il percorso di questa campagna politica è stato improntato a una reale partecipazione degli studenti, che hanno ripreso parola, autorganizzandosi ed andando a spiegare in tutta Italia le ragioni che ci spingono oggi a credere che un altro modello di università sia possibile.
Un sistema che garantisca effettivamente le borse di studio agli aventi diritto, che riconosca allo studente la possibilità di usufruire di una borsa servizi, che renda adeguate le strutture di alloggio, che istituisca una no tax area, che riveda quindi i parametri di reddito con cui calcolare la tassazione.
Come Giovani Comunisti siamo doppiamente soddisfatti, per aver fin da subito sostenuto la campagna, partecipando anche con il Prc al comitato promotore politico e successivamente al comitato organizzativo ; abbiamo svolto la raccolta firme sia in modo autonomo con banchetti di raccolta firme organizzati dai Giovani Comunisti da Nord a Sud del Paese (ed anche in occasione di eventi come la festa nazionale del Prc), sia insieme alle compagne e ai compagni di Link e delle altre realtà che hanno sostenuto questa importantissima battaglia, per andare a spiegare le ragioni dell’importanza di una proposta sull’università che vada oggi nella direzione contraria a quella delle politiche di smantellamento e distruzione dell’istruzione pubblica.
Riteniamo inoltre che questo terreno di lotta politica dimostri la capacità e la possibilità di creare rete tra i soggetti sociali che oggi a sinistra si oppongono alle politiche neoliberiste che sottraggono tutele e futuro in nome della logica della mercificazione e del profitto.
La connessione coi bisogni reali dei soggetti, soprattutto i più deboli, ci consegna oggi la chiave di lettura della nostra azione politica : catalizzare le esigenze reali e metterle a sistema per creare una proposta politica che indichi una strada diversa dallo schema dominante, una via alternativa al pensiero unico, un paradigma di cui le proposte contenute nella legge di iniziativa popolare rappresentano un ottimo punto di partenza.
Ed é proprio questo che significa per noi oggi il risultato ottenuto : il promettente inizio di un cammino, che tramite il metodo della pratica dell’obiettivo prosegua, passo dopo passo , alla costruzione di un modello più equo, che garantisca la possibilità a tutte e tutti di vivere in una società più giusta e meno diseguale.
Grazie al lavoro di tutte e tutti oggi si può discutere in Italia di un’università più aperta, più democratica, più libera dai poteri forti.
Adesso la palla passa al Parlamento, che dovrà decidere se essere sordo di fronte alla voce di migliaia di studenti che chiedono di invertire la rotta, oppure come auspichiamo se attuerà ciò che la legge di iniziativa popolare chiede.
Intanto, come sempre, c’è chi continua a lottare.
* Esecutivo Nazionale Giovani Comuniste/i – resp.scuola e università
www.giovanicomunisti.it

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BREXIT, IL PROBLEMA E' BRUXELLES

Matteo Bortolon
da il Manifesto
07.01.2017

Il 2016 è stato certamente un anno di svolta. Appare ancora prematuro un giudizio sulle conseguenze del Brexit, materia densa di tecnicismi e su cui è difficile azzardare previsioni; le negoziazioni devono ancora iniziare e l’appena dimissionario ambasciatore inglese a Bruxelles fa capire che il governo di May non avrebbe una strategia chiara in merito (accenna addirittura a «pensieri confusi»).

Qualcosa di più si può capire del perché considerandone gli aspetti economici con un passo indietro nella storia recente del paese.

Le politiche liberiste introdotte dal governo Thatcher nei primi Ottanta e, sostanzialmente, proseguite dai laburisti, hanno avuto un impatto deludente se non disastroso: la crescita del Pil è stata fiacca; la crescita della produttività si è inceppata, rallentando nella prima decade neoliberale e bloccandosi nei Novanta; fra un campione di paesi (Francia, Germania, Giappone, Svezia e Stati Uniti) il Regno Unito è quello che ha investito di meno in ricerca e sviluppo; il tasso di disoccupazione medio post-1979 è considerevolmente più alto che nel periodo precedente; non solo insomma, basandosi sui criteri mainstream stessi per cui un paese si può definire di successo il neoliberismo registra una decisa bancarotta (senza nemmeno citare i risultati in termini di sviluppo umano e povertà).

Ma il processo che sta alla base consiste in una decisa deindustrializzazione del paese, culla della rivoluzione industriale che ha una capacità manifatturiera inferiore non solo a Francia e Germania ma a Polonia e Rep. Ceca. La Gran Bretagna non produce più ma importa di tutto: il passivo sulla bilancia commerciale (cioè il saldo fra export e import) vede una progressione terrificante: da -24,3 miliardi di euro (2005), – 50,9 mld (2010), – 132,6 mld (2015). Il deficit nell’interscambio di beni (no servizi) nel 2014 è pari al 6,3% Pil. Il primo protagonista è il neo mercantilismo tedesco. Vi è stata una massiccia delocalizzazione di produzione nell’est Europa e in estremo Oriente.

Il paese si regge su una robusta finanziarizzazione e sull’indebitamento. Quanto alla prima si fa riferimento ai servizi finanziari e al settore bancario. Un indicatore significativo è che gli investimenti diretti all’estero sono passati dal 22,5% sul Pil (1990) al 74,4% (2013). L’indebitamento privato a sua volta è cresciuto fra il 1979-2007 in media del 7%, di contro ad un 4% del decennio precedente. La famosa City di Londra è conosciuta come «secondo impero britannico», non più basato sulle cannoniere e sulle colonie ma su una fitta rete di interscambi con vari centri finanziari. In questo quadro gli inglesi hanno sempre rifiutato una integrazione europea troppo stretta (vista anche la crescente egemonia tedesca). La crisi europea dei debiti ha però determinato un’accelerazione dei processi, in specie un accentramento su Bruxelles della regolamentazione bancaria (la famose «Unione bancaria»).

Questo non poteva piacere a Cameron che agitando minacciosamente il referendum lo ha usato per fare vittoriosamente pressione sulla Commissione e sulla Bce, strappando a febbraio 2016 condizioni assai vantaggiose a favore di una perdurante autonomia britannica.

Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi: ha vinto il Brexit, facendo emergere tutta la rabbia popolare verso un sistema volto a tutelare l’accumulazione finanziaria. E mentre le anime belle piangono sulla evaporazione del sogno europeo, i vertici della Ue strepitano e minacciano, il nuovo governo britannico non pare avere idee chiare su come gestire l’esito – imprevisto anche agli stessi promotori.

I pragmatici inglesi presumibilmente troveranno un aggiustamento; è l’Ue che deve far fronte alla sua crisi maggiore, in fase di sfaldamento e incamminata verso elezioni con forze euroscettiche molto decise.

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POSTE : RISPARMI IN FUMO. IL RISPARMIO TRADITO DAI FONDI IMMOBILIARI

06.01.2017

Si chiamano Invest Real Security, Obelisco, Europa Immobiliare 1, Alpha. Collocati tra il 2002 e il 2005, sono tutti in difficoltà.
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Dal 2002 al 2005 le Poste, insieme ad altri, hanno venduto a migliaia di piccoli investitori un prodotto finanziario ad alto rischio. Si tratta di quattro Fondi immobiliari (Invest Real Security, Obelisco, Europa Immobiliare 1 e Alpha) che in qualche modo venivano venduti agli ignari clienti delle Poste, magari pensionati e non certo esperti di borsa, convinti della sicurezza assicurata da una parte dalle Poste e dall'altra dal “mattone”.
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Questi Fondi infatti investivano nell'ambito immobiliare, compravano e rivendevano edifici, palazzi, locali, ecc.: che c'è di meglio del “mattone”, avranno pensato gli investitori, invogliati magari dal fatto che non si poteva certo pensare ad una operazione speculativa fatta dentro gli uffici postali.
Il 31 dicembre 2016, dopo 10 anni di durata più tre di proroga il primo Fondo, l'Invest Real Security, ha chiuso rimborsando 390 euro a quota che forse potranno diventare qualche euro di più dopo la liquidazione. Ma le quote erano state vendute 13 anni fa a 2.500 euro e la perdita secca è enorme. Con il mercato immobiliare in discesa da anni nessuno può ragionevolmente pensare che anche gli altri Fondi non facciano la stessa fine.
La storia sarebbe lunga e sicuramente da approfondire tecnicamente, ma le dolenti note per chi aveva investito la propria liquidazione o i propri piccoli risparmi in questi Fondi sono evidenti.
La stampa parla di “risparmio tradito”: vero! Come è vero che chi doveva controllare, Banca d'Italia e Consob, avrebbero dovuto impedire una collocazione di strumenti finanziari ad alto rischio tra piccoli investitori. Ed è vero anche che le Poste si sono prestate a questa operazione.
Chi ha guadagnato in tutta questa operazione sono state le società che hanno gestito i Fondi e che per più di un decennio hanno percepito ingenti quote (tra lo 0,8 e l'1,8 del valore nominale del Fondo), chi ha venduto a prezzi altissimi gli immobili e chi li ha ricomprati a pochi euro.
Una storia che sicuramente farà meno rumore di quelle che hanno investito il Monte dei Paschi o banca Etruria, ma che produrrà danni altrettanto enormi per migliaia di persone.
Le banche vanno salvate però a suon di decine di miliardi mentre i piccoli investitori possono anche perdere liquidazione e risparmi dopo decine di anni di lavoro.
Di sicuro due riflessioni emergono chiaramente e ancor più avvalorate da queste storie.
La prima è che i soldi pubblici che non si trovano per rinnovare i contratti di lavoro, per tutelare e sviluppare il welfare, per combattere la povertà diffusa, per assumere il controllo e nazionalizzare aziende strategiche ed in crisi come l'Ilva o l'Alitalia, si trovano invece per salvare le banche e la grande finanza internazionale, senza che l'Unione Europea faccia tante storie.
La seconda è che i meccanismi della “finanza creativa”, quella che ha determinato la grande crisi che dura ormai da dieci anni, sono ormai insiti nel sistema economico, bancario, istituzionale e politico di questo paese e che pensare che istituti come la Banca d'Italia (in mano a privati) o la Consob diano garanzie di equità e giustizia è cosa assolutamente fuori dalla realtà.
Essere coscienti di ciò ci porta naturalmente ad affermare che è questo sistema, complessivamente, che necessita di un cambiamento generale e radicale: lavorare per questo è il nostro compito.

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VALSUSA : ILLEGITTIMI GLI ARRESTI "NO TAV". LA CASSAZIONE RIMETTE IN LIBERTA' NICOLETTA

Pubblicato il 03.01.2017
di Ezio Locatelli

Adesso non ci sono più dubbi. Gli arresti domiciliari a carico di Nicoletta Dosio, arresti decisi dalla Procura di Torino, erano del tutto mancanti di fondamento giuridico, detto in altre parole erano una misura arbitraria, vessatoria, priva di qualsiasi ragion d’essere. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che in ragione di ciò ha provveduto anche ad annullare le varie ordinanze applicative delle varie misure restrittive poste a carico di Nicoletta e di Fulvio, altro attivista NoTav. La disobbedienza di Nicoletta portata vanti in questi mesi sottraendosi a misure restrittive illegittime - la sua “evasione” dichiarata, esibita - ha sortito un risultato importante: la demistificazione e l’annullamento di provvedimenti intimidatori rivolti contro la lotta portata avanti dal movimento NoTav in Val Susa . La Procura di Torino si faccia un esame di coscienza sulla linea di condotta repressiva portata avanti in tutti questi anni nei confronti del movimento Notav. Da oggi Nicoletta è a tutti gli effetti libera. Come Rifondazione Comunista gioiamo di un risultato che da rinnovata forza alla lotta contro la linea di AV Torino Lione, uno spreco colossale di denaro pubblico per un’opera inutile.
* segretario provinciale PRC Torino e membro segreteria nazionale Prc-Se
Torino, 30.12.2016

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NEL PUNTO CIECO DELL'EUROPA

Tommaso Di Francesco
da il Manifesto
03.01.2017

Ecco che l’anno nuovo comincia e dalla litania di stragi sembra purtroppo fotocopia di quello appena passato. Non è così però. L’attentato di Istanbul è stato troppo paragonato ad altri efferati e siccome ha avuto di mira la discoteca lussuosa Reina ha indubbiamente ricordato il Bataclan di Parigi, per modalità e natura del bersaglio colpito.

Ma quella strage e le altre di quel periodo rappresentavano ancora la fase predicatoria-criminale dello Stato islamico, una sorta di offensiva nei luoghi dell’Occidente, subito in Europa. Simbolo del male assoluto per la loro presunta dissolutezza.

Ma erano e sono gli stessi Paesi che avevano attivato in Siria la guerra per procura insieme alle petromonarchie del Golfo; e che avevano visto partire, senza commento, migliaia di foreign fighters. Una scia di sangue di rientro in casa.

Stavolta c’è una novità. L’attentato avviene a poche ore dal voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che ha approvato all’unanimità con il voto positivo degli Stati uniti ancora a presidenza Obama le condizioni della tregua trattate da una parte da Russia, Turchia e Iran e dall’altra dal fronte dell’opposizione siriana, non solo quella moderata ma anche dei salafiti, escludendo naturalmente Isis e qaedisti.

Dovrà avere verifiche ulteriori prossimamente ad Astana, è nel solco del vertice di Ginevra. Ma, anche con il suo più grave punto debole – fuori, per ora, sembrano stati lasciati i kurdi siriani dell’Ypg che hanno combattuto l’Isis e hanno costruito una alternativa politica nel Rojava -, è finora la soluzione più avanzata e più credibile. «L’unica che può tenere», sostiene l’inviato dell’Onu per la Siria Staffan de Mistura.
Le condizioni della tenuta della tregua votata all’Onu sono due però e rappresentano un vortice di contraddizioni.

La prima è che tenga il fronte unitario che combatte lo Stato islamico e i gruppi che a vario nome e titolo si richiamano ad Al Qaeda: da questo punto di vista è fragile e negativa l’esclusione dei kurdi, abbandonati alla mercé delle truppe turche che proprio il loro rafforzamento vogliono impedire.

La seconda condizione è che tenga la Turchia, la sua compagine politica e sociale alle prese anche con milioni di profughi in fuga dalla guerra siriana.

Proprio quando Ankara sembra volgere lo sguardo dalla Nato, l’alleanza militare di storica appartenenza, che è stata «a guardare» il golpe tentato da un terzo dell’esercito turco contro Erogan, per rivolgere invece attenzione all’iniziativa della Russia. Con la quale, abbandonando per ora la visione egemonica ottomana, ha fatto un voltafaccia di 360 gradi, tagliando con le milizie dell’Isis che fino all’ultimo ha protetto in traffici di armi, petrolio, finanziamento e addestramento.

Il fianco debole della tregua di pace votata all’Onu è proprio la Turchia. Che è in guerra con una parte del suo popolo nel Kurdistan interno; e che finora è stata il santuario del fronte.

Questo è il fianco debole e sposto alla vendetta, che lo Stato islamico in ritirata vuole e, vista la recente connivenza, può colpire.

L’Europa si augura dunque che la Turchia resista. Dobbiamo sapere che questo accadrà nella ferocia della cancellazione ulteriore di diritti, libertà e democrazia. Con tanti, troppi silenzi che copriranno, insieme alla difesa e salvaguardia contro l’Isis, la repressione di tante, troppe libertà per le quali le capitali occidentali sono state taciturne e complici.

La guerra, in Siria e prima in Libia e Iraq, è stata solo seminagione d’odio. La scia nefasta che «ci torna a casa» non è solo quella degli attentati sanguinosi.

Diventa normalità essere costretti ad una democrazia blindata, sul chi vive, fittizia, affidata a protezioni eccezionali, magari militari.

Fino a quando la spirale guerra-terrorismo?

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OTTO MESI A NICOLETTA DOSIO, VITTIMA DI UNA MACCHINAZIONE POLITICA. LE SIA RIDATA AL PIÙ PRESTO PIENA LIBERTÀ

Pubblicato il 14 dic 2016
di Ezio Locatelli

Il Tribunale di Torino ha inflitto otto mesi di condanna a Nicoletta Dosio, storica esponente No Tav, per non aver ottemperato alla misura cautelare degli arresti domiciliari. In attesa del pronunciamento in secondo grado Nicoletta è stata riaccompagnata in Valsusa, di nuovo agli arresti domiciliari. Una misura vessatoria, palesemente ingiustificata, rivolta unicamente ad interdire il diritto di manifestare contro la realizzazione di un’opera distruttiva e inutile, alla quale Nicoletta continuerà a disobbedire. Che la misura restrittiva sia smaccatamente politica e giuridicamente infondata è dimostrato dalla stessa istanza presentata dalla Procura della Repubblica – istanza che sarà vagliata il 20 dicembre – di revoca degli arresti domiciliari. L’istanza oltre che essere basata “sull'insussistenza di eccezionali ragioni cautelari … sulla insussistenza di ragioni cautelari tout court” è motivata dalla necessità di “interrompere una ritualità mediatica finalizzata alla propaganda delle ragioni della “militanza anti-Tav”. Più chiaro di così! Nicoletta è stata vittima di una operazione smaccatamente politica, nonché giuridicamente infondata nel contesto di una più generale strategia repressiva che punta a ridurre il conflitto sociale in Valsusa a mera questione di ordine pubblico. La sua disobbedienza civile è un atto di dignità e di denuncia dell’insostenibilità del clima di stato d’assedio e di repressione che si respira da anni in Valsusa. Non c’è altra via possibile: a Nicoletta deve essere ridata piena libertà e data assoluzione piena rispetto a ipotesi di reato, frutto di una macchinazione politica. A lei e a tutto il movimento No Tav, in lotta contro un’opera affaristica e contro la repressione, va tutta la solidarietà di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea.

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