Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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17/06/2021

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il caso. Secondo l'Istat ecco i primi effetti della pandemia sociale in un paese privo di un Welfare che assicura il diritto dell'esistenza delle persone: 5,6 milioni in povertà assoluta. E il «reddito di cittadinanza» ne copre solo 2,6. 1,3 milioni di minori sono in povertà. Secondo la Garante per l'Infanzia Garlatti sono aumentati di 200 mila unità in un solo anno. 29,3 per cento: è l’incidenza della povertà assoluta tra i cittadini stranieri residenti, è il 7,5% tra gli italiani. I cittadini extracomunitari residenti da meno di 10 anni sono stati esclusi da una norma razzista di Lega e Cinque Stelle. Ora serve la trasformazione del loro "reddito" in un reddito di base incondizionato. Altrimenti il prossimo anno ci sarà l'aumento di un altro milione di poveri in più.

 

Un milione di poveri assoluti in più nel primo anno della pandemia: da 4,6 milioni nel 2019 a oltre 5,6 nel 2020. Le famiglie in povertà sono oltre due milioni. Senza un’evoluzione del cosiddetto «reddito di cittadinanza» verso un reddito di base l’anno prossimo ci ritroveremo a commentare l’aumento di un altro milione di poveri. Questa misura può essere creata innalzando i criteri di accesso come l’indicatore della situazione economica equivalente (Isee) liberato da vincoli e condizionalità che oggi escludono i soggetti più colpiti: i lavoratori poveri che hanno perso il lavoro e i cittadini extracomunitari residenti da meno di dieci anni.


LE STIME comunicate ieri dall’Istat sono definitive. Mai questo livello era stato raggiunto dal 2005, anno in cui sono iniziate ad essere compilate le serie storiche. Rispetto alla crisi del 2007-2008, da cui l’Italia non si è ancora ripresa, quella innescata dal Covid si annuncia peggiore, mentre gli strumenti del Welfare restano inadeguati.

 

I SENATORI dei Cinque Stelle in commissione lavoro ancora ieri hanno rilanciato l’idea per cui il «reddito di cittadinanza» – in realtà un sussidio di ultima istanza collegato a politiche attive del lavoro particolarmente feroci sulla carta e mai ancora applicate – è stato «un fondamentale strumento di protezione sociale in questo anno drammatico». Più che una diga, questo «reddito» è stato un lenitivo che non ha raggiunto nemmeno tutta l’area della povertà assoluta preesistente al Covid. Secondo l’Istat nel 2019 gli individui in questa condizione erano poco più di 4,6 milioni, mentre l’anno prima erano poco superiori ai 5 milioni (un calo di poco più di 400 mila unità, dunque). Per l’Inps ad aprile 2021 il «reddito» (559 euro medi mensili) copriva 1,1 milioni famiglie, 2,6 milioni di persone, poco più della metà dei poveri assoluti nel 2019.

 

COME SI SPIEGA questo fenomeno? Per i limiti restrittivi concepiti per escludere e non includere. Per ottenere il beneficio bisogna avere, tra l’altro, un Isee inferiore a 9.360 euro; un patrimonio finanziario non superiore a 6 mila euro; un reddito familiare inferiore a 6 mila euro moltiplicato per una scala di equivalenza che penalizza le famiglie numerose (le più colpite oggi). Questi criteri, già oggi, impediscono di raggiungere potenzialmente tutti i poveri assoluti. Non solo: escludono tutti coloro che hanno perso il lavoro, quindi una fonte di reddito, e quelle che non hanno perso il lavoro ma il reddito con la cassa integrazione. Il problema è stato posto inutilmente già durante i mesi più drammatici dei lockdown. Invece di modificare questi problemi strutturali il governo «Conte 2» ha inventato un’altra misura, il «reddito di emergenza». Si tratta di un doppione del «reddito di emergenza» che risponde a criteri leggermente più ampi, ma pur sempre temporanei e occasionali, del tutto inadeguati per rispondere a un’emergenza strutturale che rischia di durare anni.

 

NELLA SUA ANALISI l’Istat segnala come il «reddito di cittadinanza», misure straordinarie come bonus erogati senza alcuna prospettiva e le casse integrazioni abbiano diluito «l’intensità della povertà assoluta», ma in tutta evidenza non hanno fermato il suo aumento in termini assoluti. Sono stati persi molti redditi principali nelle famiglie, ma anche molti secondi redditi, quelli ad esempio delle donne che di solito permettono di mantenere la famiglia al di sopra la soglia della povertà. Insieme ai giovani la crisi le ha colpite molto duramente. L’Istat dimostra che la nuova povertà riguarda anche le famiglie che, pur pagando un mutuo, sono povere e non riescono ad affrontare le spese fondamentali per il sostentamento. I criteri del «reddito di cittadinanza» escludono molte di queste persone che non erano povere in termini assolute, ma erano in condizioni critiche. La crisi ha peggiorato la loro condizione. Oggi però non possono dimostrare di essere povere perché il sussidio viene erogato in base alla situazione economica di due anni fa e non in base di quella corrente.

 

ALTRO DATO fondamentale per capire la natura della crisi: sono colpite le famiglie con figli minori ed è aumentata la povertà assoluta dei bambini e degli adolescenti: 1,3 milioni di persone. Secondo l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Carla Garlatti tra il 2019 e il 2020 i minorenni in povertà assoluta sono aumentati di 200 mila unità. L’incidenza di povertà assoluta è più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti. E qui emerge il lato più inquietante, e meno discusso, della misura voluta da Lega e Cinque Stelle nel 2019: il suo razzismo. Per l’Istat le famiglie dei cittadini stranieri extracomunitari con figli sono le più colpite (29,3%). Tranne quelle residenti da più di dieci anni le altre sono escluse dal beneficio del «reddito» da una norma abnorme e incostituzionale.

 

*** Bin Italia: «Ora il reddito di base»
«Dal 2020 il dibattito sul reddito di base ha ricevuto un interesse mai registrato prima in tutto il mondo. Il primo ministro del Galles ha avviato una sperimentazione su 5 mila persone – afferma Sandro Gobetti del Basic Income Network-Italia – Accadrà lo stesso in Scozia per superare le forme di reddito minimo condizionato come l’Universal Credit inglese, cioè la somma dei sostegni ma più bassa. È quello che vogliono istituire da noi con il reddito di cittadinanza. In Italia noi chiediamo già da 1 anno l’innalzamento dei criteri di accesso alla misura (Isee) così da estendere la platea per raggiungere anche la povertà relativa e anticipare il rischio della povertà assoluta. Tra un anno ci sarà 1 milione di poveri in più. La somma dev’essere dignitosa. Va fatto un vero investimento sul Welfare. È giunto il momento di fare un vero dibattuto sul reddito incondizionato come richiesto dall’iniziativa dei cittadini europei in corso».

 

*** Alleanza contro la povertà: «Interventi urgenti,modificare il Reddito di emergenza»
Il cartello di associazioni e sindacati «Alleanza contro la Povertà» (che comprende realtà che vanno dalla Caritas alla Cgil) chiede la riforma del «reddito di cittadinanza» inglobando una parte della platea dei percettori del «reddito di emergenza» e il superamento delle misure che penalizzano o escludono dal beneficio proprio alcune famiglie con i minori e/o composte da cittadini stranieri. Chiede inoltre di «potenziare i servizi sociali per assicurare «un’adeguata presa in carico della popolazione e l’attivazione di percorsi di inclusione sociale». Chiede infine di «valutare con attenzione nella definizione dell’assegno unico ed universale a sostegno dei figli, introdotto il prossimo anno e nell’assegno temporaneo per figli di recente introduzione, modalità di integrazione con il reddito di Cittadinanza che tengano conto della drammatica incidenza della povertà tra le famiglie con minori».

16/06/2021

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

Blocchi di Partenza. Manifestazioni di Cgil, Cisl e Uil a Torino, Firenze e Bari sabato 26: serve più lavoro. Incontro con Italia Viva sugli emendamenti al decreto Sostegni bis. Anche Draghi vede i leader

 

La «voglia di piazza» – evocata da Francesca Re David nell’intervista di lunedì – era troppo forte. E condivisa anche da Cisl e Uil. Così i sindacati tornano a fare manifestazioni nazionali: l’ultima fu il 18 settembre dell’anno scorso. La prima post pandemia – si spera – sarà sabato 26 giugno, ancora articolata in tre manifestazioni come l’anno scorso ma cambiando le città: una a Torino con Maurizio Landini, a Firenze con Luigi Sbarra e a Bari con Pierpaolo Bombardieri a Bari, mentre 10 mesi fa si tennero a Milano, Roma e Napoli. E incentrata sulla richiesta di prolungare il blocco dei licenziamenti «almeno fino a ottobre per evitare un dramma sociale e nel frattempo preparare una riforma universalistica degli ammortizzatori sociali».

 

LA SCELTA DELLE TRE PIAZZE è dovuta alla necessità di evitare l’eccessivo affollamento che una sola manifestazione nazionale avrebbe comportato e anche l’individuazione delle tre piazze è stata fatta potendo garantire la massima partecipazione in uno spazio più grande possibile. I tre segretari organizzativi delle confederazioni hanno lavorato per qualche giorno prima di sciogliere la riserva, mentre Landini lunedì ha riunito i segretari delle categorie per comunicare la decisione.

 

«Riprenderci le piazze, chiamare i lavoratori a prendersi la propria parola e indicare una prospettiva che sia fondata non sui licenziamenti ma sulla difesa e la creazione di nuovo lavoro e anche su quelle riforme fondamentali, come per esempio quella fiscale che per noi è centrale e deve riguardare sia il salario, sia le pensioni», ha spiegato Landini.

 

«VOGLIAMO INTENSIFICARE la fase di mobilitazione unitaria sui temi del lavoro e della sua sicurezza, sollecitando i necessari cambiamenti al decreto Sostegni bis. Il 26 giugno faremo tre grandi manifestazioni ed andremo avanti fino a quando non raggiungeremo i nostri obiettivi e sulla base delle priorità indicate nella nostra piattaforma unitaria», ha detto il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra.

 

«LO SBLOCCO dei licenziamenti alla fine di giugno determinerà una situazione sociale ingestibile: bisogna trovare una soluzione per prolungare la moratoria – spiega Pierpaolo Bombardieri, leader Uil – . Noi abbiamo delle idee e siamo pronti al confronto. Con questo spirito costruttivo e a sostegno delle nostre istanze per il rilancio del paese, abbiamo deciso di dare continuità alla mobilitazione di Cgil, Cisl, Uil: sabato 26 giugno saremo in piazza, non “contro”, ma “per” una proposta di crescita e di futuro», ha concluso.

 

La giornata di ieri è stata fitta di incontri. I tre segretari generali hanno incontrato i gruppi parlamentari di Italia Viva, di certo non favorevoli al blocco dei licenziamenti. I parlamentari renziani hanno preso impegni generici e puntato tutto sulle politiche attive.
Continua invece il tentativo di mediazioni di Mario Draghi, consapevole della delicatezza della materia «licenziamenti», che ieri ha incontrato nel tardo pomeriggio il leader della Uil Pierpaolo Bombardieri, mentre lunedì aveva visto Landini e Sbarra. Ma la posizione di Cgil, Cisl e Uil è rimasta sempre ferma: un prolungamento del blocco solo per alcuni settori – tessile in testa – non basta, serve una norma generale.

 

Gli emendamenti depositati al decreto Sostegni bis che ricalcano la volontà dei sindacati sono numerosi, sia da parte di Sinistra Italiana, Leu, Pd e M5s. Difficile però immaginare a oggi che il governo dia parere favorevole. Più probabile un accordo nella fin troppo composita maggioranza su una proposta governativa. Ma con la possibilità della beffa temporale: la conversione del decreto scavallerà certamente il primo luglio, giorno in cui le aziende di industria, manifattura e costruzioni – quelle dotate di cassa integrazione ordinaria – potranno già iniziare a licenziare, come da decreto Sostegni uno.

 

«NON È QUELLA LA NOSTRA proposta perché un blocco selettivo vuol dire che qualcuno lo proteggi e qualcun altro no, non è la soluzione del problema», spiegava Landini al termine dell’incontro con Italia viva. «Alle imprese viene data la possibilità usare la cassa ordinaria a costo zero, e sono stati dati anche altri contributi e forme di sostegno: pensiamo che questi debbano essere condizionati al fatto che però licenziamenti non ne fai».

14/06/2021

 

Commemorazione della Liberazione di Grosseto Martedì 15 Giugno 2021

 

Programma Ore 18.00

a Porta Vecchia deposizione della corona alla lapide apposta nel 2014 dalla Sezione ANPI di Grosseto e dal Comune di Grosseto in memoria dei caduti della Liberazione a Porta Vecchia

 

Indirizzo di saluto

Giuseppe Corlito, Presidente della Sezione ANPI “E. Palazzoli”di Grosseto Dott. Fabio Marsilio, Prefetto di Grosseto Antonfrancesco Vivarelli Colonna Sindaco di Grosseto

 

A seguire:

attribuzione della medaglia ricordo alla famiglia del partigiano Renato Ginanneschi, caduto a Porta Vecchia;

 

distribuzione degli attestati alle famiglie dei partigiani presenti;

consegna da parte della famiglia in custodia della sezione ANPI di Grosseto della croce di merito e dei documenti recentemente ritrovati del partigiano Elvio Palazzoli.

La Commemorazione avverrà nel rispetto delle misure previste dalla vigente normativa per il contenimento dell’epidemia da Covid 19

 

12/06/2021

Il Manifesto

Alex Zanotelli

 

Acqua pubblica. La politica è rimasta sorda e non ha rispettato la decisione del popolo italiano. In questi 10 anni abbiamo avuto 8 governi, ma nessuno si è azzardato a ripubblicizzare l’acqua

 

Ritengo importante celebrare il decimo anniversario del Referendum (11-12 giugno 2012) per sottolineare il grande coraggio che ha avuto il popolo italiano nel votare con due Sì e quasi all’unanimità (95,8%) a quelle due domande referendarie: l’acqua deve uscire dal mercato e non si può fare profitto sull’acqua. È stato l’unico popolo in Europa a tenere un referendum sull’acqua e a vincerlo. Il popolo italiano non si è lasciato ingannare, né dalla stampa, né dalle televisioni, né dai partiti (salvo poche eccezioni), schierati per la privatizzazione. La battaglia iniziò da un piccolo gruppo di attivisti che si oppose alla privatizzazione decretata dall’allora governo Berlusconi.

 

Quel gruppo capì subito che, se si voleva ottenere una vittoria, bisognava impegnarsi perché nascesse un vasto movimento popolare. Questo si è potuto realizzare attraverso il lavoro capillare dei comitati che, con uno sforzo straordinario, si impegnarono a informare i cittadini utilizzando mille stratagemmi e iniziative.

 

Quanta creatività! Una delle iniziative più indovinate fu la legge di iniziativa popolare, scritta dagli stessi comitati, che raccolse oltre 400.000 firme consegnate trionfalmente alla Corte Costituzionale a Roma. Questo ci aprì la porta alla vittoria referendaria, raggiunta grazie alla capacità del movimento di fare rete, partendo dai comitati cittadini, dai coordinamenti regionali, dal Forum con la sua preziosa segreteria. È stata questa capacità di lavorare insieme a determinare il buon esito della lotta fino al felice epilogo.

 

Purtroppo, la politica è rimasta sorda e non ha rispettato la decisione del popolo italiano. In questi dieci anni ben otto governi si sono susseguiti alla guida del paese, ma nessuno si è azzardato a ripubblicizzare l’acqua. Sono rimasto soprattutto sconcertato dall’inerzia dei Cinque Stelle e anche il presidente della Camera Roberto Fico ha disatteso le promesse fatte al Forum quando si insediò, cioè quella di legare la sua presidenza alla ripubblicizzazione dell’acqua. La portavoce alla Camera dei 5S ha scritto su questo giornale (8/06/21), sottolineando le azioni portate avanti dal suo Movimento. Ma quello che si chiedeva ai 5Stelle era l’obbedienza al Referendum: una legge per la gestione pubblica dell’acqua che non è stata fatta. Trovo altrettanto strano che si vanti di aver trovato cinque miliardi (in verità sono 4,38) destinati ai lavori per migliorare le condizioni delle reti idriche.

 

Ma la portavoce del M5S ha letto il Pnrr del governo Draghi? Così è scritto nel testo: “Il quadro nazionale è ancora caratterizzato da una gestione frammentata e inefficiente delle risorse idriche, e da scarsa efficacia e capacità industriale dei soggetti attuativi nel settore idrico, soprattutto nel Mezzogiorno.” Quei 4,38 miliardi andranno alle multiutility del centro-nord (Acea, A2A, Iren e Hera) per gestire industrialmente le acque del Meridione, in barba al Referendum! E questo di fronte a un pauroso surriscaldamento del Pianeta che avrà come prima vittima il bene più prezioso che abbiamo: “sorella acqua.”

 

E non è solo un problema per il sud del mondo ma coinvolge anche il Nord. L’Italia rischia di perdere il 50% dell’acqua potabile entro il 2040. I ricchi troveranno qualche soluzione, ma gli impoveriti del Sud del mondo sono destinati a morire? Se l’acqua venisse privatizzata, saranno i poveri a pagarne le conseguenze. Se oggi abbiamo 20-30 milioni di persone all’anno che muoiono di fame, domani, con queste politiche di privatizzazione, potremo avere cento milioni di morti di sete. Le prime avvisaglie di questo processo le abbiamo avute lo scorso dicembre quando l’acqua è stata quotata in borsa in California e poi a Wall Street. Questo è un peccato di onnipotenza: la follia dell’uomo.

 

Per questo i comitati dell’acqua di tutta Italia, domani 12 giugno, celebreranno a Roma con una manifestazione nazionale alle 15,30 in piazza Esquilino, per ricordare a tutti la disattesa applicazione del referendum da parte del governo italiano. A Napoli, unica grande città ad obbedire al referendum, con una azienda speciale pubblica(Abc), l’appuntamento è per oggi alle ore 18 davanti al Municipio.

 

Mi appello alla coscienza di Draghi perché utilizzi quei 4,38 miliardi di euro per ripubblicizzare la nostra “sorella acqua” (i nostri esperti hanno calcolato che si può fare con molto di meno). Papa Francesco scrive nella sua enciclica Laudato Si’: “Questo mondo ha un debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità”. È la prima volta che un Papa parla dell’acqua come “diritto alla vita” (un termine usato in campo cattolico per l’aborto e l’eutanasia). Privatizzarla equivale a vendere la propria madre. Difendiamo tutti la nostra comune Madre

11/06/2021

da Il Manifesto

Adriana Pollice

 

Sesto rapporto sul Covid-19 redatto da Istat e Istituto superiore di Sanità. Il 45% percento del totale dei positivi (quasi 2 milioni) si è infettato nei primi quattro mesi del 2021

 

Il 46% dei casi Covid sono stati registrati nei primi 4 mesi del 2021: è quanto emerge dal sesto rapporto sulla diffusione dell’epidemia, redatto da Istat e Istituto superiore di Sanità. Dal 20 febbraio 2020 al 30 aprile 2021 sono stati segnalati 4.035.367 di positivi, 1.867.940 da gennaio ad aprile di quest’anno. Da inizio pandemia al 30 aprile 2021 sono stati registrati 120.628 decessi. La campagna di vaccinazione ha fatto segnare nel primo quadrimestre, rispetto al 2020, un calo dei contagi tra gli over 80 e un abbassamento dell’età dei casi segnalati: dopo 7 settimane dalla prima inoculazione si è stimata una riduzione di circa l’80% del rischio di infezione, del 90% del rischio di ricovero e del 95% del rischio di decesso.

 

Nel 2020 il totale dei decessi è stato il più alto mai registrato in Italia dal secondo dopoguerra: 746.146 morti, 100.526 in più rispetto alla media 2015-2019 (15,6% di eccesso). L’eccesso di mortalità tra marzo e dicembre 2020 fotografa l’effetto del virus: in questo periodo si sono osservati 108.178 decessi in più rispetto alla media del 2015-2019 (21% di eccesso). Il picco il 28 marzo 2020 (928 vittime in un giorno), per la seconda ondata il giorno più nero è stato il 19 novembre (805 decessi).

 

LA SPERANZA DI VITA alla nascita è scesa a 82 anni, ben 1,2 anni sotto il livello del 2019, per osservare un valore analogo occorre risalire al 2012. Negli uomini la speranza di vita è scesa a 79,7 anni (1,4 anni in meno dell’anno precedente), mentre per le donne si attesta a 84,4 anni (un anno in meno). Bergamo è la provincia con la più alta mortalità generale rispetto agli anni precedenti, seguita da Cremona, Lodi e Piacenza. Nel Centro, record negativo per Pesaro Urbino, mentre nel Mezzogiorno è Foggia. L’incremento delle morti della popolazione over 80 anni copre il 76,3% dell’eccesso complessivo. L’incremento della mortalità nella classe di età 65-79 anni spiega un altro 20%. Analizzando la diffusione del virus nei primi mesi del 2021, le province con il maggior tasso di incidenza sono state quelle del versante Nord-orientale: Bologna, Gorizia, Forlì-Cesena, Udine, Rimini, Bolzano.

 

IL RAPPORTO OSSERVASALUTE, curato dall’Osservatorio nazionale sulla Salute nelle regioni italiane, mostra che la riduzione dell’aspettativa di vita, in un anno, ha annullato tutto il guadagno ottenuto nel decennio precedente. Il Covid è stato la seconda causa di morte dopo il tumore. Il Pil è crollato di almeno 5 punti. L’analisi della mortalità da Covid, depurata dalla struttura per età della popolazione, evidenzia che la Valle d’Aosta (246,1 decessi per 100mila abitanti) e la Lombardia (208,6 per 100mila abitanti) hanno avuto una mortalità più che doppia rispetto alla media nazionale (103,9). La pandemia ha concorso al peggioramento delle condizioni di salute dei fragili come dimostra l’aumento, rispetto alla media 2015-2019, di altre cause di morte quali demenze (più 49%), cardiopatie ipertensive (più 40,2%) e diabete (più 40,7%).

 

PER SCOPRIRE come tutto è iniziato si possono leggere i resoconti delle riunioni della task force nuovo Coronavirus istituita dal ministero della Salute il 22 gennaio del 2020, pubblicati tre giorni fa sul sito dello stesso ministero dopo il ricorso al Tar del Lazio da parte di FdI. Il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, che alle riunioni prendeva parte, ha bollato i verbali come «appunti sciatti». Ma da FdI attaccano: «Emerge la totale impreparazione e le troppe bugie sul Piano pandemico». Rileggendo i resoconti, ci si rende conto di quanto sfuggisse la gravità di una malattia fino ad allora sconosciuta. Il 22 gennaio si attivano i corridoi sanitari per i passeggeri in arrivo dalla Cina via aereo, non c’è filtro però per chi già è nei confini o per chi arriva con voli indiretti. Anche a febbraio si continuerà a puntare sul controllo degli scali maggiori, lasciando il Covid libero di arrivare via treno, via mare o lungo le autostrade. Nei primi due mesi si teme quasi esclusivamente la Cina e l’Oriente mentre si sottovaluta il fatto che il contagio si è già affacciato in Germania e Belgio, quindi in Francia e nel Regno Unito.

 

LA RICERCA DEI DISPOSITIVI di protezione, come le mascherine, cominci il 29 gennaio. Il 4 febbraio Confindustria spiega che lo stock è sufficiente per 2/3 mesi. Il Covid non fa ancora paura. Il 2 febbraio si legge: «La trasmissione da parte dei casi asintomatici è rara. Queste situazioni non dovrebbero contribuire alla diffusione del virus in modo continuativo». Il giorno successivo i tecnici dello Spallanzani spiegano: «È verosimile che il virus si attenui nelle prossime settimane. La diffusione è simile a quella dell’influenza». Solo 12 febbraio dal ministero della Salute spiegano: «Non notificare pazienti positivi asintomatici sarebbe gravissimo».

 

Solo il 15 febbraio il direttore generale della Prevenzione «evidenzia la necessità di procedere a un aggiornamento del Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale, risalente al 2009». Ma il 18 febbraio c’è ancora ottimismo: «Per quanto riguarda i voli, il 28 marzo è una data che segna il passaggio dalla stagione invernale a quella estiva, auspicando che per tale data si possa addivenire a una soluzione positiva della vicenda “coronavirus”».

09/06/2021

Marco Bersani 

 

Giustizia fiscale è fatta?
Il suo nome era Cerutti Gino,
Ma lo chiamavan Drago
Gli amici al bar del Giambellino
Dicevan che era un mago (1)

 

“Accordo storico” è stata definita dai leader europei l’intesa di principio, uscita dal G7 finanziario di Londra, di applicare un’aliquota globale minima di almeno il 15% su tutte le imprese multinazionali e di tassare il 20% della quota eccedente il 10% dei profitti nei Paesi in cui vengono realizzati.

 

E subito, su tutti i media mainstream, si sono sprecati i peana al fondamentale ruolo avuto dal nostro Presidente del Consiglio, Mario Draghi, grazie alla cui autorevolezza tutto questo è stato possibile.

 

Si tratta davvero, come dice Draghi, di “un passo verso una maggiore equità e giustizia sociale per i cittadini” o siamo di fronte alla più grande presa per i fondelli per gli stessi?

 

Di cosa parliamo quando diciamo multinazionali

 

Secondo il rapporto 2020 “Top 200. La crescita del potere delle multinazionali”2, elaborato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, le imprese multinazionali sono 320.000 e occupano 130 milioni di dipendenti, pari al 4% degli occupati mondiali. Il loro fatturato è pari a 132mila miliardi di dollari, con profitti netti pari a 7.200 miliardi di dollari. Il 14% di questo fatturato è coperto dalle prime 200 imprese multinazionali.

 

Molte multinazionali hanno un fatturato superiore al Prodotto Interno Lordo degli Stati: nella comparazione, nei primi 100 posti compaiono 42 multinazionali (con la prima al 25esimo posto). Ma se il confronto viene effettuato con le entrate degli Stati, le multinazionali presenti nei primi cento posti diventano 69 (con la prima al 13esimo posto).

 

Sempre secondo il rapporto, le società quotate in Borsa sono circa 41.000, con un capitale complessivo di 84 mila miliardi di dollari, pari al Pil dell’intero pianeta.

 

Tra gli azionisti delle prime 10.000 di queste società figurano per il 41% investitori istituzionali (assicurazioni, fondi di investimento, fondi pensione), per il 27% azionariato diffuso, per il 14% investitori pubblici, per l’11% imprese private e per il 7% investitori individuali.

 

I primi dieci fra gli investitori istituzionali gestiscono da soli il 57% della ricchezza totale finanziaria, mentre tra gli investitori pubblici, è il capitale pubblico cinese a fare la parte del leone (57%).

 

Come evidenziano i dati, siamo in presenza di una ricchezza enorme, sempre più concentrata in poche mani. Ma quanto di questa ricchezza ritorna alla collettività attraverso le tasse?

 

Di cosa parliamo quando diciamo elusione fiscale

 

Per ridurre il carico fiscale, le multinazionali utilizzano diverse tecniche. Quella più semplice consiste nella creazione di una società controllata con sede in un paradiso fiscale, in cui spostare gli utili conseguiti dalle altre società del gruppo.

 

Un’altra tecnica è quella del transfer pricing, che consiste nell’effettuare transazioni (prestiti, cessioni di marchi e brevetti o servizi) tra società che fanno capo a una controllante che ha sede in un paradiso fiscale.

 

Nessun paese europeo rientra nella cosiddetta “lista nera” dei paradisi fiscali adottata dal Consiglio d’Europa. Eppure, non c’è alcun dubbio che alcuni Stati membri dell’UE svolgano un ruolo centrale nel trasferimento di capitali verso giurisdizioni a fiscalità privilegiata.

 

Uno degli indizi dell’importanza di alcuni centri finanziari europei nel sistema internazionale dell’elusione fiscale, è dato dagli enormi flussi di investimenti diretti esteri che vi si dirigono.

 

Lo conferma la “Relazione sui reati fiscali e l’evasione”1 del Parlamento Europeo, che evidenzia come l’elevato livello di investimenti esteri rispetto al Pil in Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Olanda sia solo in parte spiegato da attività economiche effettive.

 

Parte degli investimenti esteri è destinato, infatti, a sussidiarie o “società a destinazione specifica”. Si tratta di società “buca-lettere”, cioè entità giuridiche senza consistenza fisica e che non svolgono alcuna attività economica reale, costituite per minimizzare il carico effettivo globale delle multinazionali.

08/06/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Abbiamo appreso direttamente dai social dell’aviazione israeliana che sei caccia stealth F-35 stanno partecipando a un’esercitazione aerea in Italia denominata Falcon Strike 2021 insieme a forze aeree italiane, statunitensi, britanniche.

 

L’esercitazione si svolge prevalentemente sui cieli della Sardegna ma riguarda il Tirreno e arriva fino al Golfo di Taranto.

 

La presenza dell’aviazione israeliana ricorda ancora una volta che Israele è un avamposto della Nato e degli USA in Medio Oriente e che il “mondo libero” è complice e corresponsabile dell’apartheid e dell’occupazione illegale dei territori palestinesi. Per questo l’Italia non riconosce lo Stato di Palestina e non interrompe la vendita di armi a Israele.

 

Il governo italiano – tradendo i valori della Costituzione e della Resistenza – si è collocato non in una posizione equidistante ma dalla parte di Israele cioè contro i diritti del popolo palestinese.

 

Di questa politica di complicità è testimonianza non solo il fatto che PD e M5S non hanno partecipato alle manifestazioni dei palestinesi durante il bombardamento di Gaza e anche all’ultima di sabato scorso a Roma. Come si potranno indurre governi e forze politiche israeliane al dialogo se si continua a garantire il più totale sostegno ai peggiori misfatti?

07/06/2021

da Controlacrisi

Federico Giusti

Una Pa inefficiente che in pochi anni ha perso 600 mila posti di lavoro, con gli stipendi piu' bassi della Ue e la forza lavoro ultracinquantenne, la piu' vecchia per età anagrafica d'Europa, non era il biglietto da visita ideale per un paese del capitalismo avanzato.

 

Non siamo davanti solo al disinvestimento nel settore pubblico ma all'idea che la Pa non sia utile anche ai fini del Pil, a erogare servizi allla cittadinanza (e non solo alle imprese per capirci) capaci di assicurare anche un welfare dignitoso con sanità e istruzione funzionanti ed efficienti. E senza un sistema scolastico e sanitario efficiente un paese non puo' essere in salute come si evince dai mesi pandemici.

 

Una Pa moderna significa anche investire nella ricerca , nella formazione e nelle risorse umane, l'esatto contrario di quanto avvenuto in Italia negli ultimi 25 anni.

 

Nel corso degli anni la stabilizzazione dei precari, presenti soprattutto in alcuni comparti della Pa, ha rappresentato un tabu', i fautori del presunto merito non hanno perso occasione per accusare i presunti meccanismi autonomatici di reclutamento in barba al merito e alla selezione, peccato che molti di questi precari siano stati assunti, nel campo della ricerca, all'estero con contratti e borse di studio assai piu' generosi dei nostri.

 

La questione ideologica del merito è stata funzionale al contenimento della spesa e dell'investimento nel pubblico, ha alimentato la precarizzazione del lavoro e il crescente disinvestimento in tutta la PA.

 

L'arrivo al Governo di Mario Draghi, ce lo chiedeva l'Ue non dimentichiamolo, ha segnato una svolta? In sostanza no, la Pa è sempre piu' piegata alle logiche e ai bisogni di impresa, il merito (la performance) continua a farla da padrone, i contratti a tempo determinato sono incentivati in funzione del Recovery .

 

Nei prossimi mesi arriveranno tante assunzioni anche a tempo indeterminato ma se confrontiamo i nuovi arrivi con i pensionati per la quota 100 e la Fornero, con i 9 anni di blocco sostanziale delle assunzione, anche i futuri organici risulteranno deficitari.

 

Nella Pa mancano ricercatori, insegnanti, amministrativi e tecnici, manca personale sanitario (la cgil parlava mesi fa di 22 mila unità indispensabili) se pensiamo che per tamponi e vaccinazioni si è fatto ricorso anche al personale militare non avendo organici civili in numero adeguato alle necessità.

 

Ora apprendiamo che le prossime assunzioni saranno in funzione del Recovery puntando sui contratti a tempo determinato (massimo per 5 anni, circa 24 mila assunzioni) e indeterminato (per le figure tecniche indispensabili a realizzare i Piani), la spesa per neo assunti non graverà sui costi del PNRR e le spese correnti dovranno essere mantenute inferiori a certi tetti.

 

I tetti di spesa , responsabili della debacle del sistema pubblico, continuano ad imperversare, le assunzioni giudicate indispensabili per la Pa in buona parte saranno a tempo determinato o a collaborazione perseverando con quella precarietà occupazionale madre di tutte le sventure.

 

Ci sembra evidente che i problemi strutturali della Pa non saranno risolti con queste scelte, nel frattempo si fa strada una revisione della sempre presente legge Brunetta con la cosiddetta fascia di eccellenza da premiare con quote maggiorate di salario accessorio a discapito della maggior parte dei dipendenti pubblici.

 

Dinanzi all'ennesima scelta all'insegna della precarietà, la Pa diventa sempre piu' funzionale agli interessi di impresa con il silenzio assenso dei sindacati rappresentativi che si accontenteranno di gestire il welfare aziendale favorendo sanità e previdenza pubblica. Argomenti già trattati in qualche domenicale ma ormai evidenti e comprensibili anche ai piu' ostinati ottimisti per i quali il Governo Draghi rappresenterebbe una inversione di tendenza, anzi una sorta di rilancio neoKeynesiano del ruolo statale. Gli ottimisti sono ciechi e creduloni e confondondo Keynes con l'ordoliberalismo di origine teutonica. Beata ignoranza!

05/06/2021

DA FarodiRoma

Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali

 

Il primo passo lo ha fatto lui, Papa Francesco, nel novembre 2019, tornando da un viaggio in Asia, quando ha raccontato sull’aereo di aver letto sui giornali del coraggio mostrato dai portuali di Genova nel rifiutarsi di caricare le armi su navi destinate a paesi in guerra, come l’Arabia Saudita, Yemen e Israele. E li ha indicati pubblicamente come esempi da seguire, cioè come eroi civili.

 

“In un porto, adesso non ricordo bene – ha detto Papa Francesco – è arrivata una nave piena di armi che doveva passare le armi a una nave più grande che doveva andare nello Yemen, e noi sappiamo cosa succede nello Yemen. I lavoratori del porto hanno detto no. Sono stati bravi! E la nave è tornata a casa sua. Un caso, ma ci insegna come si deve andare” avanti perchè “la pace oggi è molto debole, molto debole! Ma non dobbiamo scoraggiarci”.

 

“Buongiorno Santità – hanno scritto in wuesti giorni i portuali in un messaggio indirizzato a Francesco – siamo il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova.
Ci rivolgiamo a Lei, Papa Francesco perché nella lotta contro il traffico di armi che passano per i nostri porti e che erano dirette in Yemen lei ha fatto dichiarazioni importanti che ci hanno fatto sentire nel giusto”

 

“Quel porto – ricordano i portuali – era Genova e quei lavoratori eravamo noi che insieme a associazioni pacifiste, scout, gruppi e movimenti antimilitaristi e per i diritti umani e con alcune organizzazioni sindacali siamo riusciti a bloccare il traffico di armi per lo Yemen. Pochi giorni fa abbiamo fatto lo stesso per le armi dirette al conflitto israelo palestinese”.
Al Papa i portuali confidano le proprie inquietudini: “Ora succede – spiegano – che quella lotta e quella vittoria contro la guerra, contro i traffici di armi e per salvare vite umane ci si sta ritorcendo contro. La questura di Genova ci sta indagando per associazione a delinquere. Ci creda siamo tutto fuorché delinquenti.

 

Abbiamo organizzato scioperi, blocchi, qualche azione diretta per attirare l’attenzione su quanto stava passando dai nostri porti. Mettendoci la faccia, senza nasconderci, sempre alla luce del sole e prestando attenzione che nessuno si facesse male, con coraggio e ostinazione. Questa lotta ora sta coinvolgendo tanti altri lavoratori portuali italiani e stranieri e per questo stanno cercando di isolarci con condanne gravi che peseranno sulle nostre vite”.

 

“Abbiamo deciso di rivolgerci a Lei – rivelano i portuali- perchè abbiamo bisogno di un altro atto di solidarietà e coraggio da parte Sua per dimostrare che non bisogna aver paura a dire la verità, a lottare per la pace e contro quella che giustamente lei ha definito IPOCRISIA ARMAMENSTISTA.
Abbiamo bisogno di sentire nuovamente le sue parole quando ha detto “Occorre parlare come fratelli. La fratellanza umana! Fermiamoci ragazzi, fermiamoci perchè la cosa è brutta!” Abbiamo bisogno che questa vicenda che ci vede coinvolti venga archiviata e che certe accuse assurde vengano ritirate”.

 

“Abbiamo bisogno del suo aiuto e dell’aiuto di tutti per poter continuare da lavoratori portuali a contrastare il traffico di armi.
Grazie”, conclude infine il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali.

04/06/2021

da il Manifesto

Andrea Colombo

 

Un lavoraccio. Dopo l’«invito» della Ue a togliere il blocco, i sindacati sul piede di guerra. Mentre Confindustria insiste e volano di nuovo i falchi

 

L’invito Ue a riprendere di lena i licenziamenti? «Non è una valutazione ufficiale della Commissione ma uno studio», prova a minimizzare il ministro del Lavoro Andrea Orlando mentre infuria la tempesta e rullano i tamburi di guerra dei sindacati. Il governo si tiene in equilibrio su una fune sottile e Orlando lo sa: «Oggi si sta discutendo della gradualità con cui superare il blocco. Si è raggiunto un punto di equilibrio e credo che la discussione debba partire di lì tenendo conto delle posizioni diverse nella coalizione». Poi un colpo al cerchio, «Penso che lo studio non valuti adeguatamente tutte le variabili del caso italiano», e uno alla botte, «Siamo tutti d’accordo sul superare il blocco: si sta discutendo sulle modalità». Insomma, il governo è tra due fuochi e cerca una via per coniugare spinte difficilmente compatibili.

 

AI SINDACATI quello «studio» che di accademico non ha niente e che accusa il blocco dei licenziamenti di «andare a detrimento degli occupati a tempo determinato» e di essere «persino controproducente» è suonato come una dichiarazione di guerra. «È una bugia totale. Se c’è la necessità di riorganizzare il lavoro invece dei licenziamenti si devono utilizzare altri strumenti, dai contratti di solidarietà alla cig, dalla formazione ai contratti di espansione», sbotta Landini. Per la Cisl il segretario Sbarra è altrettanto tassativo: «Mantenere il blocco almeno fino a ottobre è solo una proposta di buon senso, un atto di responsabilità». Più apocalittico il leader della Uil Bombardieri: «Bisogna trovare soluzioni ragionevoli per evitare la catastrofe sociale».

 

È UNA PRESSIONE CHE il governo non può ignorare. Ma dall’altra parte non c’è solo Confindustria, che insiste invece per rimuovere il blocco il 30 giugno, nei tempi per ora fissati. C’è una Ue che ha sempre più palesemente fretta di chiudere la parentesi antirigorista dell’era Covid. A Berlino i falchi insistono per un ritorno al vecchio patto di Stabilità nel 2023. Sia in Germania che a Bruxelles c’è una corrente forte che preme per modificare le regole, almeno per quanto riguarda il rientro dal debito, ma le possibilità di farcela in tempo per la fine del prossimo anno sono esigue, come ammette lo stesso commissario Gentiloni. Ieri, per la seconda volta in pochi giorni, l’ex ministro delle Finanze tedesco Schäuble è partito all’attacco, stavolta dalle colonne del Financial Times. «Dobbiamo tornare alla normalità della politica monetaria e fiscale», spiegando poi che senza le adeguate pressioni gli Stati «si arrendono alla tentazione di fare debito a spese della comunità».

 

Quella di Schäuble è, non per la prima volta, una posizione opposta a quella di Draghi, che vuole invece scommettere proprio sul debito, purché «buono» cioè produttivo e non «assistenziale». Non è affatto detto che ad avere la meglio sia l’ala rigorista dell’ex ministro tedesco e del presidente di Bundesbank Weidmann, ma nello scontro la definizione del braccio di ferro sul blocco dei licenziamenti in Italia potrebbe avere il suo peso e questo spiega probabilmente, almeno in parte, la resistenza di Draghi a prolungare il blocco.

 

TIRATO IN DIREZIONI opposte dall’esterno, il governo deve fare i conti anche con una maggioranza nella quale si registrano le stesse divisioni. Fi è schierata contro la proroga perché la soluzione è «creare occupazione». LeU è sulla stessa linea dei sindacati e così pure il grosso dei parlamentari 5S, anche se il futuro leader Conte, come spesso gli capita a fronte di scelte difficili, opta per il mutismo. Nel Pd Letta sostiene che il «blocco per tutti non ha senso» e se la prende con la Lega, particolarmente ondivaga. Salvini oscilla infatti da un estremo all’altro e Zaia dice chiama le cose con il loro nome: «È una situazione di stallo».

 

DI LICENZIAMENTI, ieri, Draghi ha parlato anche con l’opposizione di destra, al secolo Giorgia Meloni. Grande soddisfazione della sorella d’Italia per il nuovo metodo, «Conte nemmeno ci ascoltava», e nello specifico dei licenziamenti la proposta di sostenere economicamente le aziende che scelgono di evitarli perché «se il 40% delle imprese chiude il blocco non serve». Ieri il premier ha anche riunito la cabina di regia ma sul decreto assunzioni. Di licenziamenti si riparlerà quando il dl Sostegni bis arriverà in parlamento per la conversione e gli emendamenti sul blocco non mancheranno. Gli estremi per un primo vero scontro sociale, in anticipo sull’autunno, ci sono tutti.

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