Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Filippo Miraglia* da il Manifesto 18.07.2018   Salvini è sicuramente il Ministro dell’Interno più anti italiano che potesse capitare al Bel Paese. Il Ministro della Propaganda interviene ossessivamente sull’immigrazione con parole e discorsi d’odio.   Convinto, a ragione, che questo gli farà...
16.07.2018 da Controlacrisi Fabio Sebastiani   Qualcuno minaccia sfaceli occupazionali. Cobas: "Bene così. I frutti avvelenati del decreto Monti sono sotto gli occhi di tutti"   La proposta di legge di Davide Crippa, deputato del Movimento Cinque Stelle e sottosegretario allo Sviluppo economico,...
16.07.2018 Eleonora Camilli da Redattore Sociale   Dietro l’ultimo caso politico del fine settimana ci sono le storie delle 450 persone arrivate in Sicilia stanotte e accolte dagli operatori. Unhcr: “Sono somali ed eritrei, hanno passato tutti almeno un anno nei centri di detenzione in Libia”. Medu...
  13.07.2018 di Sergio Cararo Da Cntropiano   Nostra intervista a Mimmo De Stradis, operaio di Melfi e delegato Usb dello stabilimento. Ormai è uno storming mediatico internazionale la notizia dello sciopero degli operai della Fca contro le enormi cifre per l’ingaggio di Cristiano Ronaldo alla...
Andrea Colombo da Il Manifesto 13.07.2018   Scontro istituzionale. Mattarella chiama Conte: via libera allo sbarco della Diciotti. E nessuno scende in manette. Il ministro va su tutte le furie e il Viminale fa filtrare «stupore» e per l'intervento del Colle e «rammarico» per le decisioni della...
12.07.2018 di GERARDO ADINOLFI su Repubblica   L'uomo, 37 anni, lascia moglie e un figlio piccolo. Si fermano i lavoratori delle cave. Altro incidente sul lavoro nel Padovano. La Cgil: "Tragedia indice del fallimento di tutta la nostra comunità"   Molte cave, in segno di lutto, hanno subito sospeso...
Carlo Lania da il Manifesto 12.07.2018   I facinorosi. La ministra della Difesa: «Chi fugge ha diritto ad essere accolto» Il titolare del Viminale replica: «Per me parlano i numeri»   Dipendesse da Giuseppe Conte probabilmente neanche varrebbe la pena di parlarne. Divergenze interne al governo?...
10.7.2018   COMUNICATO STAMPA   “A Monfalcone, in provincia di Gorizia, – dichiarano Maurizio Acerbo e Stefano Galieni, segretario nazionale e responsabile Immigrazione di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea – i due unici comprensori scolastici hanno sottoscritto una convenzione col Comune ad...
10.07.2018 di Guido Salerno Aletta      Tira aria di bufera sul governo inglese: sulla Brexit si è ormai alla stretta finale. Il vento del sovranismo che ora agita l’intera Europa ha iniziato a spirare dalla Gran Bretagna, che ambisce tornare a navigare liberamente, in mare aperto, tornando alla...
08.07.2018 Alex Zanotelli   APPELLO RIVOLTO AI GIORNALISTI   Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo.   Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate,...
Adriana Pollice da il Manifesto 07.07.2018   Onu. Il vice premier Salvini smentito da Unhcr e Ue. Un morto in mare ogni 38 migranti nel 2017, un morto ogni sette nel 2018, la riduzione della capacità di salvataggio causa un aumento dei decessi, dice l'agenzia delle Nazioni unite. Bruxelles: l’...
06.07.2018 Maurizio Buzzani Segretario Provinciale Grosseto   Nulla è mutato: Poste italiane Spa imperversa per la Provincia nostrana al pari di eserciti invasori. Il progetto dei giorni alterni, per la consegna della corrispondenza, è nel vivo delle operazioni, e con Settembre i comuni nostrani...

Adriana Pollice

da Il Manifesto

 

Sicuri da morire. Morti una donna e un bambino, un’altra donna tratta in salvo da Open Arms. Salvini: «Tutte bugie, io tengo duro»

 

Una barca con 158 migranti è stata intercettata dalla Guardia costiera libica al largo di Khoms: una nota della Marina di Tripoli ieri mattina informava brevemente sull’operazione aggiungendo che il gruppo aveva ricevuto aiuti umanitari e assistenza medica prima di essere portato in un campo profughi. Secondo Proactiva open arms al racconto manca un pezzo: «La Guardia costiera libica non ha detto che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e hanno affondato la nave perché non volevano salire sulle motovedette» ha scritto ieri sui social il fondatore della Ong catalana, Oscar Camps. Nel video postato si vedono i corpi di una donna e di un bambino, privi di vita, sulle assi di legno del fondo di un gommone distrutto. «Quando siamo arrivati – prosegue Camps – abbiamo trovato solo una delle donne ancora viva. Quanto tempo avremo a che fare con gli assassini arruolati dal governo italiano?». I corpi sono stati recuperati e portati a bordo dell’Open arms: a una prima analisi del medico di bordo, Giovanna Scaccabarozzi, il bambino di circa cinque anni ha resistito più a lungo ma non abbastanza per poter essere salvato.

 

È riuscita invece a sopravvivere Josephine: viene dal Camerun ed è rimasta due giorni in mare, aggrappata a un asse della carena. Uno dei volontari si è gettato in acqua per recuperarla e, con il resto dell’equipaggio, l’ha issata a bordo assiderata e sotto choc, come racconta Annalisa Camilli, giornalista dell’Internazionale che ha seguito il salvataggio.

 

Secondo l’Ong, lunedì erano stati avvistati due gommoni, come da comunicazioni tra il mercantile Triades e la Marina libica. La Guardia costiera di Tripoli avrebbe però deciso di effettuare le operazioni di salvataggio da sola. Quello che è avvenuto, accusa Camps, «è la conseguenza diretta del fatto che l’Europa ritiene la Libia un paese con un governo e una Guardia costiera capace di intervenire. Denunciamo l’omissione di soccorso in acque internazionali della presunta Guardia costiera libica, legittimata dall’Italia». Open arms nel pomeriggio ha messo la prua verso nord, in direzione Lampedusa. Non per entrare in porto ma almeno consegnare i due corpi e la sopravvissuta alla Marina italiana. Non è escluso però che possa dirigersi verso al Spagna.

 

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è stato costretto a correre ai ripari. Lunedì aveva ripetuto: «Dobbiamo cambiare la normativa per includere i porti libici in quelli sicuri. C’è questa ipocrisia in Europa per cui si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». Nel pomeriggio è arrivata una nota: secondo il Viminale quella di Proactiva Open Arms sarebbe «una fake news», la fonte una giornalista tedesca presente al salvataggio. Il portavoce della Marina di Tripoli, Ayoub Qasem, si è poi difeso: «Nessuno è rimasto in mare. Probabilmente alcuni migranti sono annegati prima dell’arrivo delle motovedette» per poi accusare le Ong che «ostacolano le nostre attività».

 

Intanto però ci sono i numeri. In base ai dati diffusi dall’Oim, i morti nel Mediterraneo nel 2018 sono stati 1.443, in proporzione molti di più rispetto al 2017 visto che gli sbarchi sono calati dell’81%. Il deputato di Leu Erasmo Palazzotto, che è a bordo dell’Astral (la seconda imbarcazione della Proactiva open arms), ha attaccato: «Caro Salvini e caro Minniti, di questi assassini siete responsabili voi con i vostri accordi. L’Italia presti soccorso alla donna sopravvissuta che ha urgente bisogno di cure». Il leader leghista non fa una piega: «Il mio obiettivo è salvare tutti, ma evitare che arrivino in Italia. Bugie e insulti di Ong straniere confermano che siamo nel giusto. Le Ong i porti italiani li vedranno in cartolina».

 

Le conseguenze degli attracchi bloccati sono altri morti. Gli ultimi, in acque italiane, risalgono a venerdì. I 450 a bordo del peschereccio partito da Zuara erano arrivati a Linosa. Il tragitto monitorato dal Centro di coordinamento di Malta e poi di Roma ma nessuno è andato a salvarli perché la politica dei due governi questo impone. Erano senza acqua né cibo, al largo dell’isola siciliana hanno visto due motovedette della Capitaneria di porto e una della Guardia di finanza ferme e nessuna operazione per prenderli a bordo. In 34 allora si sono buttati in mare per raggiungere i soccorritori a nuoto. Solo allora, difronte al pericolo immediato, è stato possibile mettere da parte il veto del Viminale e mettere i battelli in acqua per salvarli. Quattro somali però sono annegati.

 

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Andrea Colombo

 

Bruxelles. Bertaud, portavoce della Commissione Europea per l'immigrazione: «Nessuna imbarcazione europea riporterà i profughi in Libia»

 

La scelta cinica di adoperare i migranti come ostaggi da spendere nel braccio di ferro con l’Unione europea ha forse fatto le prime vittime. Il ministro Salvini, da Mosca, trascura il particolare. Conferma di procedere sulla stessa linea e ingaggia un nuovo scontro con l’Europa. Chiede alla Ue di considerare la Libia «porto sicuro». Incassa un secco no da parte della portavoce della Commissione europea, Natasha Bertaud: «Non consideriamo che lo sia». Nessun Paese nessuna imbarcazione europea riporteranno i profughi su quelle spiagge. Il ministro italiano replica minaccioso: «O si cambia o saremo costretti a procedere da soli».

 

SIA CHIARO, se la cura suggerita da Salvini, cioè la blindatura dei confini, «il blocco delle partenze aiutando Tunisia, Marocco, Libia ed Egitto a controllare mari, porti e confini», è totalmente sbagliata, non si può dire altrettanto della diagnosi. Quando accusa l’Europa di doppiezza dargli torto è impossibile: «C’è un’ipocrisia di fondo in base alla quale si danno i soldi ai libici, si forniscono le motovedette, si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». In effetti da un lato, giustamente, l’Europa riconosce che respingere i profughi significherebbe metterli nelle mani di torturatori e stupratori, ma allo stesso tempo la commissaria Mogherini vanta come risultato eccezionale la «caduta degli sbarchi dell’85% rispetto all’anno scorso». Come se fosse inumano riportare i migranti nei lager libici ma non lasciarceli per impedirgli di arrivare in Europa.

 

LE STESSE FONTI della Commissione devono percepire la contraddizione, perché fanno filtrare una spiegazione di tipo giuridico e non politico. C’è una sentenza del 2012 della Corte europea per i diritti dell’uomo che va in questo senso, spiegano. Ecco perché sia Salvini che la stessa Mogherini che la sottosegretaria agli Esteri Del Re insistono sulla possibilità che la Libia venga dichiarata invece «Paese sicuro» nel prossimi futuro. Pensando alle notizie che dalla Libia arrivano, suona come una beffa macabra.

 

Salvini ci spera. Punta a fare della Fortezza Europa la nuova strategia dell’intera Ue: «Non far partire e non far più sbarcare nessuna persona è l’obiettivo. La Ue deve convincersi che è l’unica soluzione». E sul divieto dei respingimenti: «Qualcosa che è vietato oggi può diventare normalità domani». Non è la linea di Conte, che mira a ripetere lo schema di accordi bilaterali con vari Paesi che ha sbloccato la situazione dei 450 profughi tra sabato e domenica. Non è la linea degli «alleati a metà» della Lega, i forzisti che, al contrario, insistono con la Gelmini sulla revisione di Dublino. Non è neppure, ovviamente la linea della Ue, che però gela anche Conte. «Siamo contenti che nel weekend si sia trovata una soluzione sulle due navi, ma siamo convinti che soluzioni ad hoc non possano durare a lungo termine», commenta infatti il portavoce della Commissione Schinas. «La politica estera non si improvvisa», chiosa la capogruppo azzurra al Senato Bernini.

 

TRA LA FINE di questo mese e l’inizio del prossimo la Commissione cercherà di mettere a punto una soluzione provvisoria basata sui «centri sorvegliati» nei Paesi di primo ingresso e sul tentativo di codificare maggiormente le ridislocazioni. La Mogherini insisterà per un’accelerazione della già prevista modifica della missione Sophia. L’idea di Conte è apportare una modifica lieve ma radicale: ripartire nei diversi paesi i porti di sbarco, mentre al momento le navi arrivano tutte in Italia. Far accettare la proposta è però un’impresa quasi impossibile. Difficilmente però la «revisione» metterà in discussione la guida italiana della missione. Perdere il comando significherebbe infatti avere meno argomenti e minor potere contrattuale. Sarebbe autolesionismo anche per Salvini, che pare essersi convinto.

 

LA SITUAZIONE è in realtà lontanissima da una soluzione. Le parole di Salvini da Mosca, dopo aver minacciato il veto sulla conferma delle sanzioni contro la Russia, sfiorano la dichiarazione di guerra: «La Ue vuole continuare ad agevolare lo sporco lavoro degli scafisti? Non lo farà in mio nome».

 

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di Alessandro Avvisato

da Contropiano

 

Vista da fuori, la querelle tra Di Maio, Tria, Salvini e Boeri sul numero di disoccupati che creerebbe il cosiddetto “decreto dignità” è decisamente divertente. E molto istruttiva.

 

Il nostro giudizio sulla prima versione di questo decreto l’abbiamo dato subito, e non ci sembra di doverlo correggere, visti i “peggioramenti” che sono stati fin qui concordati (reintroduzione dei voucher, più “flessibilità” sulle causali dei contratti a termine, ecc). In pratica, per chi lavora, cambia poco o nulla; così come per le imprese. Solo un’operazione pubblicitaria per dare a Di Maio e all’ala Cinque Stelle del governo un po’ di visibilità in più rispetto allo straripante Salvini sul bagnasciuga, a fare la sentinella conto i barconi.

 

Nonstante la pochezza, però, i campioni del neoliberismo rimasti in carica anche dopo il disastro elettorale del Pd hanno trovato il modo di fare un po’ di cagnara. Gli ormai famosi “8.000 occupati in meno”, apparsi nottetempo nella Relazione tecnica che accompagna il provvedimento nel suo iter verso la discussione in Parlamento, hanno fatto evocare “complotti”, “manine” e “manone” come ai gloriosi vecchi tempi della Dc e di Craxi.

 

Lì per lì i grillini se la sono presa col ministro dell’economia, Giovanni Tria, che nell’esecutivo rappresenta insieme a quello degli esteri (Moavero Milanesi) la “garanzia europeista”, ovvero il rispetto dei trattati e degli impegni presi in materia di bilancio. Poi Di Maio e Tria hanno emanato una nota congiunta da cui si capisce che la “manina” è di Tito Boeri, presidente dell’Inps snominato da Renzi ed economista famoso per l’intransigente difesa dei dogmi neoliberisti conditi da un sorriso piacione.

 

La nota sarebbe forse bastata a tacitare i malumori infra-governativi, senza sollevare altri conflitti, se non ci fosse stata una critica che “un professionista dell’economia” non poteva far finta di non vedere: «il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ritiene che le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili».

 

“Privo di basi scientifiche” significa che quei numeri sono inventati, messi lì solo per creare diffidenza nei confronti del governo, uno sgambetto politico… E uno come Boeri non se la poteva ovviamente tenere.

 

Nella sua risposta c’è però davvero il concentrato della voodoo economics che regola il mondo, spacciata per verità scientifica unanimemente riconosciuta. E una visione del mondo che spiega benissimo come il mondo del lavoro sia arrivato a contare zero, il Pd a scomparire dalla scena politica e “la sinistra” a essere identificata come “nemico del popolo”.

 

«Siamo ai limiti del negazionismo economico. Il provvedimento comporta un innalzamento del costo del lavoro per i contratti a tempo determinato e un aumento dei costi in caso di interruzione del rapporto di lavoro per i contratti a tempo indeterminato. In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro. In un’economia con disoccupazione elevata, questo significa riduzione dell’occupazione. È difficile stabilire l’entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione. La stima dell’Inps è relativamente ottimistica. Prevede che il 10% dei contratti a tempo determinato che arrivano a 24 mesi di durata non vengano trasformati in altri contratti, ma diano luogo a flussi verso la disoccupazione riassorbiti al termine della durata della Naspi. Non si contemplano aggravi occupazionali legati alle causali. In termini assoluti l’effetto è trascurabile: si tratta dello 0,05% dell’occupazione alle dipendenze in Italia».

 

Abbiamo messo in evidenza il passaggio che ci sembra decisivo: se il costo del lavoro aumenta, anche solo di una frazione infinitesimale (lo 0,5%, nel caso di rinnovo del contratto a termine, previsto dal decreto), l’occupazione scende. Il che è vero solo in una situazione di perenne crescita zero. Sembra invece di sentire, dietro le forbite e accademiche parole di Boeri, l’urlo scomposto delle imprese italiote che sono disposte ad assumere solo se possono retribuire il lavoro il meno possibile (il sogno è il “lavoro gratuito che fa curriculum”, come sperimentato per Milano Expo).

 

E si comprende anche perché le imprese italiche siano così poco competitive con quelle del resto del mondo. L’idea di “sistema economico” che sta dietro quelle parole è infatti una specie di danza immobile, dove la situazione non cambia mai, non si cresce mai, a somma zero; e dunque ogni sopravvivenza dell’impresa si fonda sull’impoverimento del lavoro. E’ l’introiezione della stagnazione permanente, senza progetti e senza speranze, di fatto di un sistema di imprese senza futuro.

 

Che questa “visione” possa essere dipinta come l’”opposizione democratica e liberale” a un governo effettivamente fascioleghista e pasticcione dà la misura della devastazione del quadro politico nazionale. E’ come se, sulla legislazione del lavoro, si fosse scatenata una gara a chi è più boia. La destra fa finta di voler “dare qualcosa”, ma si guarda bene ovviamente dal farlo sul serio; l’opposizione “democratico-scientifica” ribatte polemica che non bisogna nemmeno far finta. Sia mai detto che poi i lavoratori si convincano che qualcosa, in effetti, gli spetta….

 

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11/07/2018

Leo Lancari

 

Mediterraneo. Sbarcheranno in Italia i 66 migrati salvati dalla Vos Thalassa. «Motivi di ordine pubblico». I migranti si erano ribellati per paura di tornare in Libia. A salvare la situazione la Guardia costiera

 

Salvini nega l’approdo ad una nave italiana e per la prima volta Toninelli decide di aprire i porti nonostante la decisione contraria del collega di governo. Sui migranti è di nuovo crisi tra Lega e M5S. Questa volta ad accendere lo scontro sono i 66 migranti tratti in salvo domenica dal rimorchiatore italiano Vos Thalassa e che avevano tentato un presunto ammutinamento alla vista di una motovedetta libica che si stava avvicinando alla nave. La situazione si è risolta solo quando, dopo aver ricevuto la richiesta di aiuto da parte del comandante del rimorchiatore, la nave Diciotti della Guardia costiera italiana si è avvicinata e ha preso a bordo i migranti.

 

Superata positivamente e senza danni per nessuno l’emergenza in mare, si è però aperto lo scontro politico. Toninelli – dal quale la Guardia costiera dipende – decide di far sbarcare i migranti in modo anche di permettere l’apertura di un’inchiesta su quanto avvenuto a bordo del rimorchiatore. Dal Viminale però, che lunedì sera aveva annunciato di non voler far approdare la Vos Thalassa, per tutto il giorno non arriva nessuna indicazione sul porto prescelto nonostante la cosa riguardi ormai la Diciotti e non più il rimorchiatore. E niente arriva fino a ieri sera, quando la Diciotti si trovava ornai a poche miglia dalle coste italiane.

 

Per ore tra Toninelli e Salvini va avanti uno scontro silenzioso ma palpabile, che si materializza nella riunione convocato dal premier Conte a palazzo Chigi per discutere del vertice dei ministri degli Interni che si apre domani a Innsbrick ma dalla quale, guarda caso, manca proprio il titolare del Viminale. «Ci siamo chiariti», prova a gettare acqua sul fuoco Toninelli all’uscita da Palazzo Chigi. «Salvini pensava che fossimo di fronte all’ennesimo salvataggio, io gli ho spiegato che era un intervento di ordine pubblico perché c’erano state delle minaccia di morte all’equipaggio» della nave battente il tricolore. Chiarimento o no, la situazione non cambia.

 

Non è la prima volta che il rimorchiatore Vos Thalassa – che presta servizio alla piattaforme petrolifere che si trovano ai limiti delle acque internazionali, interviene in soccorso di barconi in difficoltà, ma in passato tutto è sempre filato liscio anche perché nel Mediterraneo non c’erano ancora le motovedette di Tripoli e perché nessuno minacciava di chiudere i porti alle navi che prestavano soccorso ai migranti come avviene oggi. Domenica scorsa il Von Thalassa ha avvistato un barchino in procinto di affondare in acque internazionali.

 

A comporre il gruppo di 66 migranti tra i quali anche tre donne e sei bambini. A determinare l’ammunitamento è stata molto probabilmente la paura di essere riportati dalla Guardia costiera libica nei campi di detenzione del Paese nordafricano, paura che ha portato il gruppo di migranti a minacciare l’equipaggio della Vos Thalassa. In serata un ghanese e un sudanese sono stati individuati come due tra gli autori della rivolta.«In quali di questi paesi c’è guerra?», ha chiesto ieri Salvini polemizzando sulla nazionalità delle persone tratte in salvo.

 

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Leonardo Clausi

LONDRA

da il Manifesto

 

 

Dimissioni in Massa. Il ministro degli Esteri segue chi ha trattato sulla Brexit (Davis). Corbyn all’attacco con ironia: hanno aspettato di essere a casa.

 

«Polishing a turd» (letteralmente: lucidare una merda). Non nel senso dell’epiteto ingiurioso, ma in quello letterale. È l’ornata espressione utilizzata dal classicista Boris Johnson per definire l’accordo preliminare faticosamente ottenuto da Theresa May sulla linea da tenere nel negoziato sulla Brexit con l’Ue dopo un consiglio dei ministri-fiume tenutosi a Chequers, la residenza estiva cinquecentesca della premier, lo scorso venerdì. Ieri scattavano le sue dimissioni da Ministro degli esteri.

 

IL FINE DICITORE Johnson è ovviamente acceso capofila, con il ministro dell’ambiente Michael Gove, della fazione pro-Brexit del partito conservatore, entrambi poi confluiti nel gabinetto May per il delicato equilibrio di pesi e misure sul quale la premier è in bilico da mesi. L’uscita di scena di “Boris”, da sempre pretendente al ruolo di leader del partito e del Paese e permanente spina nel fianco del leader di turno, è stata preceduta – ed evidentemente innescata – da quelle del Brexit Secretary in persona, David Davis, e dal suo vice Steve Baker.

 

DAVIS, prominente alfiere della Gran Bretagna «globale» – cioè libera dai ceppi dell’Ue per involarsi in fiorenti rapporti commerciali col resto del mondo – è stato prontamente sostituito dall’euroscettico ex-ministro dell’edilizia abitativa Dominic Raab, ancora non si sa chi siederà alla scrivania di Johnson al Foreign Office. Ma se la dipartita del primo è per May un problema, quella del secondo una benedizione: lo dimostra la secca e puntuta replica di Downing Street alle dimissioni, con la pubblicazione della notizia ancora prima che il ministro finisse la propria lettera ufficiale indirizzata personalmente a May.

 

MA CHE ABBIA mollato per carrierismo politico o per ostentare ossequio al mandato referendario (su cui era saltato all’ultimo momento mentre il treno era in corsa: la sua decisione in extremis di sostenere la Brexit ha pesato senz’altro nell’esito finale vista la sua popolarità), la stella di Johnson, ormai considerato un brillante intrattenitore anche nel suo partito, pare opacizzata. A subentrargli come capofila nella difesa dell’orgoglio nazionale è ormai Jacob Rees-Mogg, il Tory che sembra uscito da un cinegiornale Luce e capo degli uscitisti duri. I sondaggi di YouGov lo danno davanti Johnson nel gradimento come futuro leader del partito.

 

A PROVOCARE l’ennesimo sfarinamento di questo governo May – di minoranza e che si regge grazie agli unionisti nordirlandesi del Dup – è il malcontento sul compromesso strenuamente raggiunto da lei con il governo medesimo, diviso in fazioni pro e contro una Brexit cosiddetta dura: un compromesso che tenta un’impossibile terza via fra lo stare fuori dell’Unione doganale e dal mercato comune europeo ardentemente invocato dalla destra euroscettica e le preoccupazioni del mondo dell’impresa, congelato da mesi in un frustrante limbo che impedisce di pianificare gli investimenti. Dopo ore di febbrili consultazioni nelle sale pannellate che sfrigolavano sotto un sole mediterraneo, May era emersa vittoriosa da un negoziato interno al suo partito cominciato ormai due anni fa, un negoziato su come e cosa negoziare con Bruxelles alla scadenza del marzo prossimo, data in cui i rapporti fra il Paese e l’Ue dovranno aver assunto un nuovo assetto. Ma le possibilità che il suo virtuosismo equilibrista – che ora propone un modo per restare nel mercato unico con merci e prodotti agricoli pur non osservando le altre libertà (di circolazione di persone, servizi e capitali) venga accolto da Bruxelles sono pari a zero.

 

SE PERDERE due figure di simile cabotaggio nel proprio governo in qualunque altro momento avrebbe facilmente aperto un assalto alla leadership da parte dei brexiteers, May rischia ancora una volta di restare in sella e potrebbe, anzi, uscirne rafforzata. Nonostante l’emorragia di ministri, May continuerà ad attingere dallo stesso serbatoio euroscettico, accontentandosi di quello che trova. Mancano i numeri in parlamento per ribaltarla, e il rischio di elezioni anticipate che rischierebbero di consegnare il Paese al Labour di Corbyn è – prevedibilmente – uno scenario di fronte al quale anche al più ideologico isolazionista tremano i polsi.

 

AI COMUNI, quest’ennesimo colpo di teatro nelle file della «maggioranza» ha galvanizzato Jeremy Corbyn, solitamente magnanimo con l’avversario quando è in difficoltà in aula. In un attacco devastante alla prima ministra ha anche strappato risate ai suoi, ironizzando sul fatto che, fosse stato per loro, i due ministri avrebbero rassegnato le dimissioni già alla riunione di venerdì nel Buckinghamshire. «Ma di fronte alla prospettiva di una lunga camminata…e – visti i tagli del governo – senza nemmeno un autobus in vista, hanno preferito saggiamente attendere e prendere un passaggio a casa», riferendosi alla perdita istantanea dell’auto blu usata come deterrente verso le defezioni.

 

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06.07.2018

 

Vi informo con piacere, che ieri su iniziativa di Don Ciotti, i presidenti nazionali di Libera, ANPI, ARCI e Legambiente hanno promosso un appello dal titolo:una maglietta rossa per fermare l'emorragia di umanità.Si tratta di una iniziativa con cui si chiede alle cittadine e ai cittadini di indossare il giorno 7 luglio una maglietta rossa, appunto, non solo in memoria dei bambini recentemente morti in mare ma per lanciare un messaggio forte e corale: restiamo umani. Abbandonare l’accoglienza e la solidarietà al loro destino è un atto, oltreché indegno, pericoloso perché lesivo della convivenza civile. E’ importante “prendere per mano questo appello” sostenerlo con iniziative anche piccole, ma simboliche, in tutta Italia. Vi chiedo dunque di esserci, come sapete fare con passione, dedizione ed orgoglio antifascista.

 

La presidente dell'ANPI

Sandra nespolo

 

 

Sabato 7 luglio: indossiamo una maglietta rossa per un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà

 

Rosso è il colore che ci invita a sostare. Ma c’è un altro rosso, oggi, che ancor più perentoriamente ci chiede di fermarci, di riflettere, e poi d’impegnarci e darci da fare. È quello dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo. Di rosso era vestito il piccolo Alan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso erano vestiti . Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio, quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori.

 

Muoiono, questi bambini, mentre l’Europa gioca allo scaricabarile con il problema dell’immigrazione – cioè con la vita di migliaia di persone – e per non affrontarlo in modo politicamente degno arriva a colpevolizzare chi presta soccorsi o chi auspica un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. Bisogna contrastare questa emorragia di umanità, questo cinismo dilagante alimentato dagli imprenditori della paura. L’Europa moderna non è questa. L’Europa moderna è libertà, uguaglianza, fraternità. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini.

 

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05.07.2018

Giorgio Cremaschi 

da Contropiano

 

È facilissimo e praticamente gratuito fare i progressisti se si hanno contro il PD, i residui berlusconiani e i patrioti padronali, il Decreto Dignità lo dimostra.

Ciò che viene presentato come la Waterloo del Jobsact ne è. in realtà, la sostanziale conferma; solo la sfacciataggine di imprese che si preparano ad incassare miliardi di bonifici fiscali e la dabbenaggine reazionaria dei renziani possono accreditare la versione di Di Maio.

 

L’intervento sui contratti a termine ne riduce la durata, costringe le imprese a qualche piccola bugia, che mai sarà verificata, sulle cosiddette “causali”, ma non cambia la sostanza. Oggi il il 78% dei contratti a termine sono sotto i 12 mesi, per questi non cambia nulla, si verrà assunti e scartati a go go, senza regole come prima. Per gli altri il contratto potrà essere prorogato fino a 24 e non più fino a 36 mesi e per 4 volte e non per 5. Sia chiaro questo vale solo se il contratto viene prorogato, se invece il padrone lascia a casa il precario e poi lo riassume dopo più di venti giorni, si può anche ricominciare da capo; e su questa clausola truffa della legge il decreto non dice nulla.

 

Il contratto precario è più corto, ma alla fine di esso che succede? Nulla. Se davvero si fosse voluto colpire l’uso distorto di questi contratti si sarebbe dovuto affermare il principio della conferma a tempo indeterminato almeno per una parte di essi. Ti prendi cento dipendenti a tempo determinato per 24 mesi? Bene dopo non puoi ricominciare da capo con altri lavoratori, ma almeno un buona percentuale di coloro che hai assunto li dovrai confermare a tempo indeterminato, non sostituire con altri. Di questo limite invece non c’è traccia nel decreto.

 

Come tutti sanno, il Jobsact ha come misura simbolo contro il lavoro l’abolizione della tutela dell’articolo 18 per i licenziamenti ingiusti.

 

Tutti i nuovi assunti, giovani al primo lavoro o anziani che il lavoro l’hanno perso, sono senza la tutela dell’articolo 18, cioè il loro contratto a tempo indeterminato in realtà è un contratto precario, possono essere licenziati in qualsiasi momento. Se si fosse ripristinato l’articolo 18, davvero il Jobsact e il suo autore Renzi sarebbero stati rovinosamante sconfitti. Ma la sola cosa che fa il governo é aumentare l’indennità di licenziamento ingiusto, fino a 36 mesi rispetto ai 24 attuali per chi ha 12 anni di anzianità. Anzianità che ovviamente non ha maturato nessuno dei lavoratori assunti da quando è in vigore il Jobsact e alla quale è difficile che molti di loro arrivino mai.

 

Il Jobsact ha cancellato la tutela reale contro i licenziamenti ingiusti, cioè la reintegra al lavoro, degradandola a tutela risarcitoria, cioè prendi un po’ di soldi e vai. Per questo è nella storia delle infamie contro il lavoro. Ora il governo consolida la tutela risarcitoria renziana, cioè fa suo proprio il nucleo ideologico centrale del Jobsact. Che per altro ha distrutto tanti altri diritti del lavoro, con i demansionamenti, il controllo a distanza, i voucher che verranno ripristinati, le 40 differenti forme di assunzioni precarie. Nulla di tutto questo viene toccato dal Decreto Dignità, e non vorrei che Di Maio, parlando di Waterloo del Jobsact, si sia ispirato a quel manager che credeva che in quella storica battaglia il vincitore fosse stato Napoleone.

L’altro tema centrale del decreto è la penalizzazione delle aziende che delocalizzano. Qui sarebbe davvero un cambiamento, ma la montagna ha partorito un topolino. Le aziende che trasferiscono gli impianti all’estero dovrebbero restituire gli aiuti di stato ricevuti, con l’aggiunta di una forte multa. A parte che il principio affermato è ingiusto, cioè paghi e te ne vai, senza alcun obbligo di restare o di trovare lavoro per chi finisce in mezzo ad una strada, c’è da chiarire: ma di quali aiuti di stato si parla?

 

Come si sa, l’Unione Europea ha proibito gli aiuti di stato alle imprese e in questo modo ha favorito le multinazionali contro le imprese pubbliche e ha distrutto le politiche industriali di paesi come il nostro. Ma naturalmente la proibizione è ipocrita. Ci sono fondi europei, esenzioni fiscali che non sono considerati aiuti di stato. Quindi il decreto colpisce gli aiuti pubblici permessi dalla UE, quelli e solo quelli. Ma chi li ha presi? Sarebbe interessante fare un incrocio tra la le penalizzazioni del decreto e le aziende reali che hanno trasferito gli impianti all’estero, la mia impressione è che su di loro l’effetto sarebbe nullo. Perché tante agevolazioni alle imprese non rientrano negli aiuti di stato ufficiali, anche se sono un bel po’ di aiuto ai loro profitti. Chi penalizza davvero il decreto tra i tanti che hanno fatto o stanno facendo decine di migliaia di licenziamenti? A me pare nessuno.

 

Il decreto chiede la restituzione dei soldi anche alle imprese che hanno ricevuto ingenti sconti fiscali per comprare macchinari ed impianti e poi se li sono rivenduti e hanno licenziato. Però qui si aggiunge che si dovrà tenere conto del danno che potrebbe arrecare, all’occupazione residua dell’impresa, la penalizzazione per aver trasferito i macchinari. Insomma i licenziamenti dovrebbero essere in modica quantità e si potrebbe scampare alla multa.

 

Ben più rilevanti sono i provvedimenti varati e promessi alle imprese e agli imprenditori, tutti riconducibili alle regalie fiscali. Si promette un bel bonus sul costo del lavoro e anche qui si è nella pura continuità con i miliardi donati alle imprese con il Jobsact, inoltre si riducono la pressione e soprattutto il controllo fiscale. È la flat tax fai da te: io non ti controllo, tu guadagni. Per altro la più scandalosa di queste misure è l’abolizione sostanziale del redditometro, con il quale se al fisco risulta che un imprenditore ha la villa a Portofino e quattro SUV Mercedes, allora non può più dichiarare 10.000 euro di reddito all’anno.

 

Infine si colpiscono le pubblicità ai giochi d’azzardo, giusto; ma la gente si rovinava anche quando non c’erano gli spot in tv. É contro le bische di stato, che producono ingenti entrate allo stato, che bisognerebbe agire.

 

Il Decreto Dignità è dunque sostanzialmente una operazione propagandistica che conferma e rafforza la sostanza del Jobsact, mentre proclama di distruggerlo in un certo senso gli conferisce dignità. Perché allora Confindustria ed imprese levano gli scudi? Intanto per la classica tattica di piangere danni sul nulla e così alzare il prezzo su regali ed agevolazioni. Che ora riceveranno sicuramente, povere imprese dopo tanto soffrire. E poi per dare un segnale inequivocabile al governo gialloverde: finché fate propaganda va bene, ma che davvero non vi venga in mente di stare col lavoro, occupatevi dei barconi e basta.

 

Oltre alla solita destra berlusconiana anche la Lega ha subito recepito il messaggio. Il partito dei padroni del Nord si darà da fare e vedrete che, se nei testi finali del decreto ci sarà qualcosa che davvero colpisca il potere delle imprese sul lavoro, beh il parlamento la cambierà. E i cinquestelle come sempre abbozzeranno.

 

Infine c’è il PD, che con Gentiloni si è collocato a destra della Confindustria, ventilando catastrofi occupazionali solo perché i contratti a termini durerebbero 12 mesi in meno. Qui il Decreto Dignità fa davvero chiarezza, mostrando definitivamente che il PD è un partito liberale di centrodestra inutilizzabile ed indisponibile per i diritti del lavoro e per la lotta allo sfruttamento. È solo grazie al PD che questo governo può conservare consenso nel mondo del lavoro, consenso che comincerà a perdere solo quando si troverà di fronte una sinistra vera, libera dal PD e dal suo Jobsact

Alfonso Gianni

 

Al peggio non c’è mai fine, lo conferma l’editoriale di Sallusti sul Giornale di ieri: «Salvini fermi i nuovi comunisti». Saremmo di fronte all’invasione degli ultracorpi ove grifagni comunisti avrebbero l’aspetto di Luigi Di Maio.

 

E sarebbero pronti a impadronirsi delle ricchezze delle classi abbienti e a svuotare le casse dello stato. Questo terrore artatamente diffuso sarebbe originato dal “decreto dignità” che affronta temi del lavoro, il primo banco di prova di legislazione economica del governo gialloverde.

 

NE HA DISCUSSO IL CONSIGLIO dei ministri, con la significativa assenza di Salvini che gli ha preferito il palio di Siena. In sostanza il leader della destra non ha voluto metterci la faccia, ha preferito per ora lasciar fare. Sembrerebbe un’altra incrinatura nello schieramento di maggioranza, più consistente della polemica fra Fico e Salvini sulla infame chiusura dei porti: non perché quella vicenda fosse meno grave, ma perché avviene all’interno dello stesso governo, tra i suoi massimi rappresentanti. Difficile in questo caso parlare di opinioni personali. Anzi può fare intravedere un iter di conversione del decreto piuttosto tormentato.

 

NATURALMENTE IL PROVVEDIMENTO governativo non ha smontato il jobs act o il pessimo decreto Poletti, i due pilastri della fallimentare politica del lavoro di Renzi, certificata ancora una volta dai dati Istat di maggio. Ovvero un incremento dell’occupazione massimamente dovuto (95 su 100) al lavoro temporaneo e che comunque colloca il nostro tra gli ultimissimi paesi dell’eurozona sul fronte occupazionale. Le alte grida del padronato e dei suoi corifei, ai quali si è aggiunto con un giudizio negativo, dalla parte sbagliata, anche Gentiloni – da Forza Italia, che deve pur farsi (ri)sentire, si denuncia non meno che “un colpo mortale alle imprese” – più che di spavento servono per intimorire chi volesse andare più in là. L’intervento sul contratto a termine c’è, limitato al fatto che la sua durata scende da 36 a 24 mesi e che la causale, generica, è obbligatoria solo in caso di proroga, per la quale si pagherà uno 0,5% in più del contributo addizionale.

 

Nulla impedisce al padrone di stipulare un nuovo contratto a termine, anziché rinnovarlo. Il lavoro interinale continuerà, tuttavia la sua disciplina sarà equiparata a quella del contratto a termine. Il licenziamento illegittimo resta, costerà un po’ di più: l’indennità sale fino a 36 mensilità (come aveva proposto a suo tempo Cesare Damiano, presidente Pd della commissione Lavoro).

 

LA “WATERLOO PER IL PRECARIATO” la vede solo Di Maio. Se le imprese delocalizzano devono restituire i contributi ricevuti dallo Stato nei cinque anni precedenti. Idea non nuova, che giunge però tardi, quando il vento della globalizzazione si è di molto affievolito e in alcuni casi invertito, riportando in patria produzioni prima delocalizzate (il cd. reshoring). Non solo, ma data l’organizzazione sovra e plurinazionale di molte imprese, la definizione stessa di delocalizzazione richiede un corposo restyling, se non si vuole che la norma sia inapplicabile. Mentre la revisione del redditometro porta a una sospensione immediata dei controlli sugli anni di imposta 2016 e seguenti, in sintonia con la proclamata “pace fiscale”, e i professionisti vengono esclusi dallo split payment, che era invece efficace per evitare evasione d’Iva. Dei voucher nel decreto non si parla, ma il ministro dell’Agricoltura Centinaio li reclama a gran voce, almeno nelle campagne, attaccando la legge contro il caporalato.

 

Su un altro versante non compreso nel decreto, quello dei ciclofattorini (i riders), ad ogni convocazione il governo abbassa la posta. In realtà o si affronta il nodo della subordinazione, quindi dell’articolo del codice civile che la definisce, o il destino di questi lavoratori, malgrado i miglioramenti, rimane in mano alle aziende. «Non solo per noi, ma per tutti» gridavano giustamente i riders sotto il ministero del Lavoro.

 

INTANTO LE ROSEE PREVISIONI sull’economia si stanno sgonfiando. Conseguenza degli andamenti congiunturali e ancor più della guerra dei dazi inaugurata dal protezionismo di Trump. Così il ministro dell’economia Tria coglie l’occasione per mettere le mani in avanti. Ci sarà probabilmente una revisione al ribasso nella crescita del 2018 – ha dichiarato ieri in Parlamento – per cui il deficit sarà oggetto di stretto controllo e non c’è margine per spese avventate.

 

Una linea prudente che non si discosta dal famoso “sentiero stretto” di Padoan, sotto la sempiterna e soffocante supervisione di Bruxelles. Parole che però suonano già come una campana a morto, non solo per quel sussidio impropriamente chiamato reddito di cittadinanza, ma persino per i timidi tentativi di Di Maio di conquistare un suo consenso, dal momento che non possono esistere misure consistenti in materia di lavoro che siano a costo zero, particolarmente con una disoccupazione che viaggia, da dati ufficiali quindi per autodefinizione inesatti, attorno all’11%.

 

ORA CHE LA DISCUSSIONE SI È spostata su un terreno che le dovrebbe essere più proprio, quello dell’economia e del lavoro, un’opposizione di sinistra, se ci fosse, potrebbe fare leva sulle contraddizioni della maggioranza e sulla riconquista di ceti popolari nuovamente delusi. Si aspettano risposte, anche da parte del sindacato. Altrimenti i trent’anni di regime minacciati da Salvini potrebbero diventare una distopica realtà.

Ignazio Masulli

 

Facile demagogia. Non è assolutamente vero che ci troviamo di fronte ad una grande ondata migratoria che rischierebbe di “sommergerci”. Dal 1990 al 2017 lo stock d’immigrati nati all’estero e censiti nei 27 paesi che fanno parte dell’Unione europea, più la Gran Bretagna, è cresciuto di 25,2 milioni. Ma di questi solo il 35% proviene da paesi del Sud del mondo. Ciò significa che gli africani, asiatici e latino-americani, di cui si cerca di popolare i nostri “incubi”, sono stati 8,8 milioni in 27 anni: una media di 327mila all’anno. Quando i migranti lavorano, i contributi al fisco eccedono del 60% tutto ciò che lo stato spende per il welfare. Nel 2016 hanno concorso all’aumento del 9% del Pil

 

Dalla Brexit all’elezione di Trump, dall’ ondata nazionalista e xenofoba montante in un numero crescente di paesi dell’Unione europea fino al lacerante dibattito attuale al suo interno (testimoniato dalla conclusione del vertice), il punto di leva è una spregiudicata strumentalizzazione del fenomeno migratorio.

Anziché preoccuparsi di curare le vere cause della perdurante stagnazione economica, delle crescenti diseguaglianze sociali, della crisi di legittimazione politica.

Conservatori e sedicenti progressisti hanno pensato di lucrare sulla facile demagogia di attribuirne le cause ad una migrazione presentata come massiccia e squilibrante.

Si tratta di una grossolana mistificazione, basta analizzare i numeri, ma quelli giusti.

Intanto, non è assolutamente vero che ci troviamo di fronte ad una grande ondata migratoria che rischierebbe di “sommergerci”.

Dal 1990 al 2017 lo stock d’immigrati nati all’estero e censiti nei 27 paesi che fanno parte dell’Unione europea, più la Gran Bretagna, è cresciuto di 25,2 milioni.

Ma di questi solo il 35% proviene da paesi del Sud del mondo. Ciò significa che gli africani, asiatici e latino-americani, di cui si cerca di popolare i nostri “incubi”, sono stati 8,8 milioni in 27 anni: una media di 327mila all’anno.

 

Non tolgono lavoro a nessuno. Chiunque confronti gli indici della disoccupazione con quelli dell’immigrazione negli Usa e nei maggiori paesi europei vedrà che non c’è alcun rapporto tra i due andamenti.

Disoccupazione e precarietà del lavoro dipendono dalle strategie di massimizzazione dei profitti fatte dai gruppi economici dominanti (delocalizzazione produttiva, automazione spinta, finanziarizzazione del capitale).

I costi? Sono quelli voluti dai governi che detengono gli immigrati e li sottopongono a lunghe procedure per stabilire se hanno diritto a chiedere asilo o devono essere rispediti nei paesi di provenienza.

 

Se e quando si permette loro di lavorare legalmente, i contributi che versano al fisco eccedono del 60% tutto ciò che lo Stato spende per loro in materia di edilizia convenzionata, sanità, pensione, istruzione e quant’altro.

Si veda, ad esempio, il bilancio italiano del 2016; ma ciò vale anche per gli altri paesi meta.

 

Sempre nell’Italia de 2016, gli immigrati nati all’estero hanno concorso ad un aumento del Pil del 9% e altrove in misura anche maggiore.

 

L’apporto demografico degli immigrati è essenziale.

 

Se consideriamo la popolazione dei 27 paesi dell’Ue, un cittadino troppo giovane o troppo anziano per lavorare, dipende da 1,8 persone in età lavorativa, che si ridurranno a 1,5 entro 12 anni. Il che prospetta una situazione insostenibile a detta della stessa Commissione europea.

 

Per quanto riguarda le spese sociali, il mantenimento degli attuali standard di welfare dei cittadini dell’Unione richiederebbe una base contributiva garantita da un aumento della popolazione europea di 42 milioni di persone in 5 anni. Cosa concepibile solo attraverso l’accoglienza e regolarizzazione di un numero di migranti molto maggiore di quelli che bussano attualmente alle nostre porte.

 

Purtroppo la mistificazione ha fatto strada. Sicché nel giro di pochi anni abbiamo assistito ad un crescendo di proposte ingannevoli e irresponsabili.

 

Prima governi e istituzioni dell’Ue sono andati alla cerca di guardiani capaci di sbarrare la strada ai migranti. Così è avvenuto con il finanziamento alla Turchia per chiudere la rotta balcanica.

 

Più difficile è stato trovare un gendarme altrettanto agguerrito in Libia per bloccare le traversate del Canale di Sicilia. La situazione caotica determinatasi in quel paese ha incoraggiato politiche di respingimento ancor più spregiudicate ed aggressive. Si vedano gli accordi dell’ex ministro Minniti con la guardia costiera libica, con gruppi militari attivi nelle zone interne, nonché con governi di paesi di transito dei profughi. Anche questa escalation si è valsa del consenso di altri paesi dell’Ue e delle sue istituzioni centrali.

 

Ora, di fronte ai crescenti contenziosi e competizioni all’interno dell’Unione, sembra prender forma un ulteriore allargamento del raggio d’azione, fino a stabilire hotspot ai confini dei paesi di provenienza dei migranti. Il che equivale a bloccare ogni tentativo d’emigrazione sul nascere. Per non dire della guerra a chi salva i naufraghi.

 

E’ evidente che questa escalation non fa che calpestare in maniera sempre più aggressiva ogni diritto e confine di legalità stabilito da precise norme e trattati. Ed è altrettanto chiaro che una degenerazione morale e politica di questo genere si riflette inevitabilmente nelle situazioni interne dei paesi e aggrava la crisi di legittimazione della stessa Ue.

02.07.2018

 

Nella vicenda Condotte, seguito del fallimento delle trattative fra la società e il fondo Oxy Capital, risulta concreto ed imminente il rischio di uno scenario disastroso che comporterebbe lo smantellamento del terzo gruppo industriale delle costruzioni e la perdita di 3000 posti di lavoro. Condotte è un ‘azienda che un portafoglio lavori come che ammonta a circa 6 M€ e un know how tra i principali nel settore delle costruzioni sia in Italia che all’ estero. 



"In questo contesto difficile - scrivono i tre sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil, ci saremmo aspettati un gesto di responsabilità da parte della proprietà con la conseguente attivazione delle procedure per l’ammissione all’ amministrazione straordinaria. Prendiamo atto invece che la proprietà in queste ore sta valutando l’attivazione di strumenti che non mirano alla salvaguardia del complesso industriale e dei livelli occupazionali che per la dimensione rappresentano interessi collettivi per l’ intero Paese".



Fillea Filca e Feneal Nazionali hanno chiesto al MISE la verifica dei requisiti per l’ accesso alla c.d. legge Marzano, e hanno scritto alla proprietà e al Tribunale di Roma chiedendo l’ attivazione urgente della relativa procedura. 
In coincidenza della convocazione degli organi societari e dell’ aggiornamento del tavolo di crisi istituito presso il MiSE, le organizzazioni sindacali hanno proclamato tre giornate di sciopero a sostegno della vertenza. Lo sciopero iè iniziato oggi e proseguirà fino a mercoledì 4, giorno in cui dalle ore 9 i lavoratori ed i sindacati saranno tutti in presidio al Mise.

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