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"DIFENDIAMO LA NOSTRA CARTA". IL NO DEI CIGIELLINI E' COMPATTO

Referendum. Delegati e segretari spiegano le ragioni del voto: stiamo sul merito, il premier non c’entra. I lavoratori pubblici dopo la firma dell'accordo sugli 85 euro di aumento: «Bene le linee guida, ma sulla riforma Boschi ci esprimiamo in assoluta autonomia»
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Antonio Sciotto
02.12.2016
da il Manifesto

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Un No «consapevole» e «responsabile», mai di pancia, e che non può farsi carico dei ricatti e catastrofismi diffusi in questi giorni sul dopo referendum: la segretaria Cgil Susanna Camusso, Carlo Smuraglia dell’Anpi e Francesca Chiavacci dell’Arci ieri hanno diffuso l’ultimo appello per il voto di domenica sulla riforma Boschi. «Non si tratta di una legge ordinaria ma della Costituzione, la nostra Carta fondamentale», perciò l’invito è a esprimersi sul contenuto, perché «modifiche sbagliate e destinate a non funzionare, così come lo stravolgimento del sistema ideato dai Costituenti, avrebbero effetti imprevedibili e disastrosi per l’equilibrio dei poteri, per la rappresentanza, per l’esercizio della sovranità popolare, in sostanza per la stessa democrazia».
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La Cgil, pur non essendo entrata nel Comitato del No (a eccezione della Fiom), si è comunque impegnata in questi mesi per difendere l’integrità della Carta e in chiusura di campagna ci sembra utile riportare alcune riflessioni di delegati e segretari sindacali.
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GIORDANA PALLONE lavora all'Ufficio riforme istituzionali della Cgil, quello dove si sono elaborate l’analisi e la critica della riforma renziana: «Abbiamo individuato tre macro aree su cui interviene il testo che dovremo votare domenica – spiega – Il nuovo Senato, il Titolo V e i rapporti con le autonomie locali, i criteri per l’elezione degli organi di garanzia. Abbiamo innanzitutto informato in modo neutro i nostri iscritti alle assemblee, esponendo poi le nostre perplessità. E soprattutto abbiamo sempre insistito su un punto: non si vota sul governo o sul premier, ma sulle regole della democrazia, quelle che determineranno le nostre istituzioni nei prossimi anni».
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Secondo la Cgil, «il Senato non darà vera rappresentanza alle Regioni, non solo perché permane una confusione su come verrà eletto, ma anche perché è facile prevedere che consiglieri regionali e sindaci si raggrupperanno per appartenenza politica, non esprimendo le posizioni dei territori». Sul titolo V si verifica «un accentramento a Roma», mentre «l’elezione degli organi di garanzia rischia di essere subordinata alla legge elettorale, facendo venir meno la certezza del bilanciamento dei poteri».
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Rischi che ravvisa anche PAOLO FANTI, professore associato di Biologia applicata all'Università della Basilicata e iscritto alla Flc. «La semplificazione di cui tanto si parla in realtà si traduce in uno spostamento di poteri a favore dell’esecutivo», spiega. «Mi pare che si vogliano risolvere i problemi dell’Italia come si fa con il nodo gordiano, con un taglio netto: ma la complessità, lo vedo anche nei sistemi che studio in Biologia, non si può affrontare in modo semplicistico». «La riforma punta solo sulla decisione, ma in democrazia esiste anche il momento del confronto di pareri opposti, che non si può tagliare con una scorciatoia».
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È un no deciso anche da parte di MARIA LUISA GHIDOLI, educatrice in un nido di Siena e delegata Fp: «Mi pare – spiega – che ci sia un rischio per i nostri equilibri democratici e per la possibilità di partecipazione». Ma la firma delle linee guida per il contratto, siglate a quattro giorni dal voto, non convincerà magari qualcuno dei dipendenti pubblici? «Sicuramente non me, e credo neanche gli altri: voglio dire che ricordiamo bene i 7 anni di vuoto contrattuale, e poi siamo abituati a stare nel merito».
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La stessa SERENA SORRENTINO, segretaria generale della Fp e che al tavolo con la ministra Marianna Madia ha partecipato e poi firmato, ieri twittava: «Se arrivo a un accordo che cancella leggi ingiuste #iofirmo. Se fanno pessima riforma Costituzione #iovotoNo. È autonomia». Insomma, tenere separati i rapporti con il governo dal giudizio sulla riforma.
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Concetto che aveva già espresso una decina di giorni fa il segretario Fiom MAURIZIO LANDINI durante il confronto con il premier Matteo Renzi a In mezz’ora: «Io non dico che Renzi è il pericolo della democrazia, ma vorrei mantenere una Costituzione che, anche se cambiano i governi o qualora dovesse arrivare il Trump di turno, possa tutelare la democrazia. Perché i governi passano, la Costituzione resta».
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Non è facile prevedere come andrà il voto. I sondaggi, prima del silenzio imposto dalla legge due settimane fa, davano il No in vantaggio, ma nel frattempo tanta acqua è passata sotto i ponti: i vari endorsement delle istituzioni internazionali e degli ambienti finanziari, la questione del voto all'estero, il Sì di Romano Prodi. Nella sua scuola, lo scientifico Primo Levi di Roma, l’insegnante e delegata Flc VINCENZA MICCOLI però ha percepito una nettissima maggioranza di No.
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«Per tradizione non dico mai quello che voto io, ma posso testimoniare che circa l’80% se non il 90% dei miei colleghi è per rigettare la riforma. E devo dire che lo stesso ho notato facendo un piccolo sondaggio tra gli studenti che voteranno». Certo, il campione è piccolo, ma è indicativo. Anche perché in questo caso pesa l’insoddisfazione degli insegnanti.
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«Siamo stanchi, siamo i meno pagati in Europa e dopo la Buona scuola i carichi di lavoro sono enormemente cresciuti. Anche gli stessi 500 euro dati ai docenti: non si immaginano le file infinite, gli appuntamenti alle Poste, la burocrazia che si deve superare per poterli utilizzare. Io credo che al di là del merito, diversi insegnanti sceglieranno di dire No per cercare di cambiare le cose».
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Nel voto di domenica confluiscono tanti elementi, per alcuni lavoratori senza dubbio si caricherà anche di altri significati. Si deve fare uno sforzo per tenere separati i vari temi: «Le difficoltà dell’Italia sono altre, non derivano dalla Costituzione e non si risolvono con questa riforma», osserva MARIA GRAZIA GABRIELLI, segretaria generale della Filcams.

«Se l’obiettivo è la riduzione dei costi della politica – riprende la segretaria dei lavoratori del commercio e del turismo – è possibile farlo con leggi ordinarie». «Non si tratta di essere contrari ad alcune modifiche della Costituzione, come nel caso del bicameralismo perfetto, ma devi decidere in quale direzione va il cambiamento. Noi non vogliamo un cambiamento come viene prodotto da questa riforma, che ha l’unico obiettivo di accentrare i poteri nelle mani dell’esecutivo a discapito della democrazia e della sovranità popolare».

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GIOVEDÌ 1 DICEMBRE ORE 20,30 PAOLO FERRERO SU RAI UNO PER LO SPECIALE REFERENDUM : # IoVotoNO

Paolo Ferrero partecipa giovedì 1 dicembre, dalle 20.30 alle 21.15 in diretta su Rai Uno allo speciale sul referendum costituzionale, per sostenere le ragioni del NO.

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IL MIO REGNO PER UN CAVALLO

Pubblicato il 25 nov 2016
di Domenico Gallo

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Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo! E’ l’invocazione che Shakespeare mette in bocca al Re Riccardo III che, sconfitto nella battaglia di Bosworth Field, cerca disperatamente un cavallo per sfuggire alla morte.
Mi è ritornato in mente questo aforisma quando ho letto la lettera che mi ha inviato una lettrice: “Egregio dr. Gallo, le sue belle parole non mi hanno convinto a recarmi a votare al referendum. Io non ho più alcuna fiducia nella politica. Ogni volta che ci sono delle elezioni i politici ci blandiscono con un mare di promesse per carpire il nostro voto e poi quando vanno nel Palazzo fanno quel che gli pare e noi non contiamo più niente. E non ha più alcun senso votare per un partito o per un altro, tanto poi quando sono lì fanno tutti le stesse cose: quei progetti che non avevano portato a termine quelli di destra, adesso li completano quelli di sinistra.
Comunque noi votiamo non cambia niente”
. Le considerazioni amare di questa lettrice mettono il dito nella piaga e ci fanno intendere quanto sia grave la patologia che affligge la vita delle nostre istituzioni. Non v’è dubbio che la democrazia non funziona se i cittadini non hanno più fiducia nelle istituzioni rappresentative e se ritengono che non sia più possibile cambiare lo stato di cose esistenti attraverso la politica.
Io capisco l’amarezza di quei cittadini che si sono mobilitati per difendere il Mare Adriatico dalle trivellazioni e poi hanno visto i politici che li avevano appoggiati in quella battaglia votare una legge che rende perpetue le concessioni petrolifere.
Capisco la frustrazione di milioni di cittadini che hanno votato al referendum per l’acqua pubblica e adesso vedono il risultato di quel voto completamente ribaltato da un Parlamento in cui valgono solo gli interessi delle lobbie s.
Comprendo che per milioni di cittadini andare a votare alle elezioni politiche può sembrare un rito inutile, perché non si può cambiare la politica e la politica non può cambiare la nostra vita. Tutto questo è comprensibile, ma non vale per il referendum costituzionale.
Questa riforma, se sarà approvata, sancirà la definitiva trasformazione della Repubblica in un Principato civile e l’abbandono di quel progetto di democrazia (oggi più incompiuto che mai) che i costituenti ci hanno tramandato mettendo a frutto la lezione della Resistenza. Dobbiamo scegliere se mantenere aperta la porta di una democrazia fondata sulla centralità del Parlamento e sul dialogo fra la società civile e le istituzioni rappresentative oppure rassegnarci per sempre allo stato delle cose vigenti, che verrebbe reso perpetuo attraverso una riforma della Costituzione che sancisce il predominio dell’esecutivo sul Parlamento e del Governo centrale sulle autonomie regionali. Poiché il referendum costituzionale per la saggezza dei costituenti è senza quorum, la riforma non può passare se il no sopravanza il sì anche di un solo voto. Questo è l’unico caso in cui il voto di ciascuno di noi può essere decisivo.
Le sorti della Repubblica sono nelle nostre mani, dipendono dall'ultimo voto che saremo riusciti a conquistare nell'ultima ora delle votazioni. Parafrasando Riccardo III, potremmo dire: un voto, un voto, il nostro regno per un voto, anzi la nostra Repubblica!

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4 DICEMBRE: finanza e multinazionali votano sì. NOI NO!

Pubblicato il 30.10.2016
di Roberta Fantozzi
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Siamo ormai a cinque settimane dal voto del 4 dicembre sulla controriforma costituzionale del governo Renzi.
Ed in queste cinque settimane ogni strumento sarà impiegato per “convincere” a votare sì: mance e promesse, spettri e paure, carote e bastoni. Tutto l’armamentario manipolatorio sarà messo in campo, tutta la possibilità di disporre di spazi e risorse comunque superiori a quelli del No, dall'uso della comunicazione “istituzionale” per forzare le regole, agli strumenti che ha sempre in mano chi abita le stanze del potere. I sondaggi vanno presi con le molle, ma certo i tantissimi indecisi, ed i tantissimi che dichiarano di non conoscere o conoscere poco quello di cui si sta discutendo, offrono ampio margine al tentativo di far leva sulla spoliticizzazione diffusa, creando un “rumore di fondo” che porti infine ad un voto favorevole.
Del resto è palese come lo slittamento del referendum alle porte di Natale sia stato voluto da Renzi proprio per avere più tempo: settimane e giorni essenziali per recuperare sondaggi sfavorevoli ma con sufficienti margini di manovra.
Per questo motivo le prossime settimane devono davvero essere usate al meglio.
E’ stata molto importante la manifestazione di sabato scorso, riuscita oltre le aspettative, e saranno importanti le iniziative future già programmate. Sono due le necessità. La prima è quella di concentrare il messaggio fondamentale, facendo vivere i contenuti del NO SOCIALE, oltre la manifestazione. La seconda è quella di fare un salto di qualità nella capacità di mettere in campo un’iniziativa capillare, riuscendo a parlare con le persone una per una: in ogni territorio, paese, luogo di lavoro, caseggiato.
L’impegno in ogni ambito, dai comitati per il NO, che rappresentano un patrimonio importantissimo di ricostruzione di relazioni concrete tra le persone, ad Altra Europa, alle iniziative che faremo autonomamente come partito, dovrebbe essere tutto indirizzato in questo senso.
Per questo è necessario programmare con cura volantinaggi diffusi, iniziative esterne nelle piazze, striscioni, presidi e tutta la creatività che serve per parlare fuori di noi, avendo come obiettivo non solo la parte della popolazione in contatto con la politica, quella che più facilmente viene alle iniziative, ma anche quella che non lo è, quella grande quantità di indecisi che può orientarsi all'ultimo minuto.
Per questo è utile riepilogare gli argomenti principali e “semplici” da usare per far capire qual è la posta in gioco, utilizzando tutte le conoscenze specifiche, i saperi più “tecnici” al servizio della comprensione dei nodi di fondo. Ed evitando invece i “tecnicismi” incomprensibili per i più.
Non si tratta di contrapporre un populismo buono ad uno cattivo, piuttosto di cercare di compiere quello stesso esercizio che fa la nostra Costituzione, scritta in modo che anche le questioni più complesse possano essere comprese da tutti, esempio concreto di “rimozione degli ostacoli” che impediscono l’uguaglianza delle persone. Proviamo a metterli in fila.
1. Questa “riforma” è stata dettata dalle elitès della finanza e dell’economia: banche e multinazionali. Va fatta conoscere il più possibile la dichiarazione contenuta nel famoso documento di J.P. Morgan, documento noto a chi è più consapevole, ma non alla maggior parte delle persone. Che la seconda più grande banche d’affari del mondo, la prima nel settore dei derivati cioè nella finanza speculativa, condannata per 13 miliardi per lo scandalo dei mutui sub-prime, abbia messo nero su bianco che andavano rottamate le Costituzioni dei paesi del Sud Europa perché prevedono “la tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori.. il diritto di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo.. esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni” è cosa che può parlare ad un’ampia parte della società. Raccoglie la giusta indignazione contro le elitès, esplicita il carattere inaccettabilmente autoritario di quel disegno, esplicita il legame tra l’attacco ai diritti sociali e l’attacco alla democrazia. J.P.Morgan è l’emblema di quello che vogliono oggi le grandi multinazionali dell’economia e della finanza: concentrare il potere nelle mani di pochi per fare gli interessi di pochi. Ed è chiarissimo quel messaggio quando dice che “il test chiave sarà in Italia.”
2. Va demistificata la propaganda sulla “velocità”. Forse che leggi come la controriforma Fornero delle pensioni, il Jobs Act, la “buona scuola” avrebbero dovuto essere approvate più rapidamente, eliminando persino la possibilità di costruire un’opposizione? I 70 giorni di tempo previsti dalla controriforma per approvare quelle leggi che il governo definirà prioritarie, servono a impedire che le persone possano organizzarsi e lottare contro le leggi inique. Servono a rendere le istituzioni ancora più impermeabili al conflitto sociale. Servono esattamente per imporre “l’agenda delle riforme” neoliberiste, e per bloccare “il diritto di protestare”… ancora JPMorgan.
3. Si produce una centralizzazione delle decisioni politiche fortissima nel rapporto tra centro e territori. Si portano sotto la competenza esclusiva dello Stato materie come “produzione, trasporto, distribuzione dell’energia.. infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e navigazione.. promozione (e non più solo tutela) della concorrenza..porti e aereoporti.. beni paesaggistici.. governo del territorio…”. Viene introdotta la clausola di supremazia statale per consentire al governo di imporre politiche e progetti che contrastano con le comunità chiamate poi a subirne le conseguenze: sull’ambiente, la salute, l’assetto del territorio. Si prova a far rientrare dalla finestra quello che è uscito dalla porta, quando il deposito dei referendum sulle trivelle da parte di alcune regioni e di numerose associazioni ambientaliste, ha costretto il governo a modificare lo “Sblocca Italia” e rispetto alla dichiarazione di incostituzionalità dell’esclusione delle regioni dai processi decisionali in materia energetica ed infrastrutturale. E’ evidente la volontà di trovare corsie preferenziali per gli interessi forti contro gli interessi diffusi, per le lobbies energetiche e delle grandi opere e per i loro intrecci con la politica: chi non si ricorda delle dimissioni della ministra Guidi avrà presente l’arresto dei tangentisti di questi giorni! Sono gli stessi interessi che hanno indirizzato risorse ingentissime su progetti dannosi e inutili a scapito di ciò che sarebbe urgentissimo, a partire dalla messa in sicurezza del territorio dal rischio sismico e idrogeologico.
4. Non si abolisce il Senato, ma il diritto dei cittadini di eleggerlo. Al posto del voto popolare, i futuri membri saranno tutti nominati: 95 dai consigli regionali, tra cui 21 sindaci e 5 dal Presidente della Repubblica. Dato il carattere non elettivo e “part-time” dei membri del Senato, non ci sarà nessuna rappresentanza reale delle regioni ma solo di alcuni territori, presumibilmente i più forti. Allo stesso tempo i compiti dei senatori sono tanto confusi, quanto gravosi: impossibile da svolgere per chi contemporaneamente fa il sindaco di una grande città.
5. La “riforma” Renzi della Costituzione insieme all'Italicum produce una svolta autoritaria senza precedenti. Le disponibilità ora manifestate da Renzi a modificare l'Italicum sono promesse che non valgono nulla, perché tutto sarà comunque deciso dopo il referendum.
Mentre il Senato sarà composto di nominati, la Camera con il premio di maggioranza abnorme dell’Italicum vedrà attribuire ad un partito con il 25% dei voti o anche meno, il 54% dei seggi alla Camera cioè 340 seggi. Il premio di maggioranza potrà più che raddoppiare i seggi ottenuti se vigesse un principio di rispondenza proporzionale.
Un solo partito potrà formare il governo anche se espressione di una esigua minoranza e ottenere la fiducia alla Camera. Un solo partito potrà deliberare lo stato di guerra ed eleggere il Presidente della Repubblica.
6. Se anche tutto questo facesse risparmiare quanto dice Renzi, andrebbe rispedito al mittente. Ma neppure la storia dei “risparmi” è vera. La Ragioneria Generale dello Stato ha quantificato i “risparmi” in 49 milioni (non 500 come dice ora Renzi, né tantomeno 1 miliardo come diceva qualche tempo fa). Significano meno di un caffè all’anno per ogni abitante. Nulla rispetto a quanto si potrebbe risparmiare colpendo privilegi ingiustificati dei parlamentari, meno di nulla rispetto a quanto si potrebbe recuperare con politiche fiscali che colpiscano quell’1% più ricco della popolazione che da solo possiede il triplo della ricchezza del 40% meno abbiente.
Ma questo Renzi non lo farà, perché è esattamente l’interesse e il potere di quell’1%, all'origine della controriforma della Costituzione.
Mettiamocela davvero tutta. La vittoria del NO significherebbe battere la volontà di dominio della finanza e delle multinazionali sulla nostra società, emblema del tempo del capitalismo barbarico, e significherebbe riaprire una possibilità vera di un nuovo ciclo di lotte, diritti, democrazia. Una nuova possibilità per la promessa di una società giusta, libera, solidale, incarnata nella Costituzione.

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VALERIO ONIDA FIDUCIOSO SUI RICORSI AL REFERENDUM.

"Riforma figlia della cultura della fretta, l'intento è l'elezione diretta del premier"
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Alle battute polemiche di Matteo Renzi preferisce non rispondere. “Io replico agli argomenti, non alla propaganda elettorale”. E se il premier dice che “i grandi professori hanno perso anche di fronte al Tar”, l’ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida, si limita a ricordare che il ricorso da lui presentato insieme alla professoressa Barbara Randazzo è in realtà un altro. Dietro le schermaglie, il nodo del contendere è in punta di diritto e riguarda il quesito del referendum costituzionale del 4 dicembre. Onida, in realtà, di ricorsi ne ha presentati due: uno al Tar del Lazio (che dovrebbe esaminarlo il 17 novembre), l’altro al tribunale civile di Milano, che dovrebbe decidere il 27 ottobre. La scorsa settimana, però, il Tar ha già bocciato le richieste avanzate da M5s e Sinistra italiana per stoppare il quesito. “Si tratta di due cose diverse”, sottolinea Onida, che critica una riforma "figlia della cultura della fretta e dello scontro", dietro cui si cela l'intento di traghettare il paese verso "l'elezione diretta del premier".

In cosa consiste la differenza e perché pensa che i due ricorsi possano avere esiti diversi?
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Quel ricorso puntava sul fatto che il quesito sia ingannevole. Quello che abbiamo presentato noi, invece, solleva essenzialmente il problema della disomogeneità del quesito stesso, che si riferisce ad oggetti e contenuti multipli e molto diversi tra loro. Questo lo rende lesivo della libertà di voto dell'elettore perché gli viene sottoposta un’unica domanda a cui può rispondere con un Sì o con un No, mentre ad essere oggetto di modifiche costituzionali sono molti aspetti diversi ed eterogenei: per citarne alcuni, la riforma del Senato, i rapporti tra Stato e Regioni, l'elezione del presidente della Repubblica, la disciplina del referendum. In tal modo, come ha detto la Corte costituzionale a proposito del referendum abrogativo, si verrebbero “in sostanza a proporre plebisciti o voti popolari di fiducia, nei confronti di complessive inscindibili scelte politiche dei partiti o dei gruppi organizzati che abbiano assunto e sostenuto le iniziative referendarie”.
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Nel respingere il ricorso di Sinistra italiana e M5S, però, il Tar ha spiegato che c’era un “difetto di giurisdizione”. In pratica che non era di sua competenza. Perché nel suo caso dovrebbe essere diverso?
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Nella sentenza il Tar rinvia la questione alle decisioni adottate o che potrebbero essere adottate dall’ufficio centrale della Cassazione. Ma noi abbiamo fatto ricorso come semplici elettori. Dal momento che non siamo promotori del referendum, non potevamo e non potremmo interloquire direttamente con l’ufficio centrale e chiedere ad esso di sollevare questione di costituzionalità della legge davanti alla Corte costituzionale: che è ciò che noi chiediamo al Tar di fare.
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Torniamo al merito della riforma. Quali sono i punti su cui la ritiene sbagliata?
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Sul Senato la mia tesi è che l’idea di partenza fosse buona ma sia stata realizzata male, perché non si dà luogo a una vera ed efficace rappresentanza delle istituzioni regionali. I senatori sarebbero espressione di un voto proporzionale da parte del consiglio regionale e dunque porterebbero in Senato la voce non della Regione ma dei rispettivi partiti. I sindaci che dovrebbero essere eletti senatori non rappresenterebbero né i Comuni, non essendo scelti da essi, ma dai consigli regionali, né la Regione. Inoltre il nuovo Senato avrebbe funzioni debolissime e avrebbe poca possibilità di incidere proprio sulla legislazione che interessa di più le Regioni, in ordine alla quale invece avrebbe dovuto avere una funzione rilevante.
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Non è positiva la fine del bicameralismo perfetto?
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Che la doppia fiducia al Governo sia inutile e ripetitiva è vero. Non è vero invece che il bicameralismo sia responsabile di un procedimento legislativo troppo lungo e complicato. Qui è la diagnosi ad essere sbagliata. Il problema dell’Italia è che si approvano troppe leggi, fatte spesso troppo in fretta e male. I ritardi, quando ci sono, sono dovuti a fattori politici, non costituzionali e procedimentali. Il punto più critico di questa riforma è poi nel rapporto tra Stato e Regioni.
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Perché?

.La scelta sbagliata sta nell’aver voluto rovesciare l’impostazione del 2001 e di aver voluto trasferire alla competenza esclusiva dello Stato non solo quelle due o tre materie che sono di indubbio carattere nazionale come le grandi infrastrutture di trasporto o energetiche, ma tutte le materie tipicamente di interesse regionale, come sanità, assistenza o governo del territorio, sostenendo che le Regioni intralciano e creano incertezze e conflitti. Questi nascono più spesso dalla pretesa dello Stato di legiferare su tutto fin nei minimi particolari. Abolire le competenze legislative “concorrenti”, in cui lo Stato detta i principi, la Regione legifera nel dettaglio, è un errore. E’ un ritorno al centralismo, un enorme passo indietro. Senza dire della clamorosa contraddizione per cui le nuove norme sulle Regioni non varrebbero per le Regioni a statuto speciale, per le quali si rimanda agli statuti da rivedere in un futuro indeterminato.
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Una delle obiezioni più frequenti contro questa riforma è il problema del famoso “combinato disposto” con la legge elettorale. Lei pensa che invece i due temi vadano scissi?
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Questa riforma non va bene di per sé, per le motivazioni che ho accennato. Tra essa e la legge elettorale il nesso non è tecnico-giuridico, visto che parliamo di una revisione costituzionale e di una legge ordinaria distinta dalla prima. Tuttavia, il nesso è nell’ispirazione che c’è dietro: la cultura della fretta - dove la parola d’ordine non è fare meglio, ma ‘semplificare’ ad ogni costo, anche dove questa esigenza non c’è - la cultura dello scontro, per cui il Parlamento viene visto come un luogo in cui si perde tempo o in cui una maggioranza monocolore ed una opposizione dai molti volti si limitano a scontrarsi, mentre le decisioni politiche devono essere prese dall’esecutivo, o meglio dal premier e dai suoi collaboratori. L’intento è quello di arrivare sostanzialmente all’elezione diretta del premier: si prevede infatti, nella legge elettorale, che debba vincere un solo partito ottenendo la maggioranza assoluta, quale che sia il livello di partenza del suo consenso, e che presentando la sua lista il partito debba indicare nome e cognome del ‘capo della forza politica’, destinato quindi, in caso di vittoria, ad essere presidente del Consiglio. In pratica, è una elezione diretta del premier introdotta in maniera surrettizia.
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Renzi non rinuncia a mandare frecciatine ai “professori”, da ultima, proprio quella sul ricorso bocciato dal Tar. Cosa gli risponde?
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Io rispondo agli argomenti, non alle polemiche, non mi interessano. Quella è solo propaganda elettorale. Peraltro, constato che nella propaganda del Sì molti argomenti sono quelli dell’antipolitica. Come ‘tagliare le poltrone’, ridurre i ‘costi della politica’. Il numero dei componenti delle assemblee elettive non si stabilisce in base al costo, ma in base a criteri di rappresentatività e di efficienza. Se poi si vuole parlare della misura delle indennità, questa non è materia costituzionale, ma delle leggi relative. Le si modifichino: la riforma non riduce il numero dei deputati, e non dice nulla sulla misura delle loro indennità.
Intervista
da L'Huffington Post |
Di Barbara Acquaviti
24.10.2016

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ECCO COME IL "JOBS ACT " FUNZIONA : IN OTTO MESI SONO AUMENTATI I LICENZIATI

Riforma del lavoro. Dati Inps, i risultati della cancellazione dell’articolo 18 da gennaio ad agosto 2016: +28 % licenziamenti «disciplinari» (per giusta causa e giustificato motivo). Prosegue il calo assunzioni stabili: -33 %. Boom dei voucher: +36%
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da il Manifesto
Roberto Ciccarelli
del 19.10.2016

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Il Jobs Act è scoppiato come una bolla di sapone. Secondo i dati di agosto pubblicati ieri dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps, la bandiera che il governo Renzi sventola nei consessi internazionali per dimostrare che le riforme in Italia sono «impressionanti» (il copyright è della cancelliera Merkel che lo disse già a Monti) serve in realtà a coprire questa situazione: il mercato del lavoro è stagnante, anzi le attivazioni e le cessazioni dei contratti diminuiscono; crollano del 33% i rapporti di lavoro a tempo indeterminato con il contratto «a tutele crescenti», dove l’unica cosa che cresce è la libertà di licenziare i lavoratori.

I licenziamenti sono aumentati tra gennaio e agosto 2016. Quelli sui contratti a tempo indeterminato sono passati da 290.656 del 2015 a 304.437 (+4,7%). Sono cresciuti soprattutto i licenziamenti individuali per ragioni disciplinari sui quali è intervenuto il Jobs act eliminando la possibilità di reintegra sul posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato dei nuovi assunti dal 7 marzo 2015, data di entrata in vigore della riforma. In otto mesi i licenziamenti per giusta causa e giustificato motivo soggettivo sono passati da 36.048 a 46.255 con un aumento del 28%. Nello stesso periodo le dimissioni sui contratti a tempo indeterminato, sono passate da 599.248 a 510.267 con un calo del 14,8%.

Per il presidente dell’Inps Tito Boeri questa crescita dei licenziamenti rispetto al 2015 «è agli stessi livelli del 2014». «Dicono che il Jobs act ha aumentato i licenziamenti – ha precisato – ma le tutele crescenti c’erano già nel 2015». «Si cominciano a vedere gli effetti concreti dell’aver abolito la tutela nei confronti del licenziamento, con particolare riferimento a quelli individuali o disciplinari – ha detto invece il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – in mancanza di tutele nei confronti dei licenziamenti e in mancanza di ammortizzatori sociali, le nostre preoccupazioni si stanno dimostrando più che fondate». «dovremo gestire questi licenziati in più proprio a causa della riduzione delle tutele generata dal Jobs Act – ha aggiunto Carmelo Barbagallo (Uil).Qual è la soluzione per queste altre persone che, ora, si ritrovano senza occupazione?». Una domanda, al momento, senza risposta.

I numeri dimostrano che il Jobs Act non ha scalfito la struttura del mercato del lavoro fondato sul contratto a breve e brevissimo termine e, oggi, su un’alluvione di voucher. Questo è il risultato dell’ulteriore liberalizzazione dei «buoni lavoro» che si comprano in tabaccheria voluta dal governo Renzi. Ad agosto ne sono stati venduti 96,6 milioni in più, il 35,9% in più rispetto ai primi otto mesi del 2015. La regione che ha registrato il maggior aumento di ticket-lavoro è la Campania (+55,6%), seguita dalla Sicilia (+50,7%).

*** Il girone infernale del popolo dei voucher

Questa ondata di ticket influisce sui dati complessivi dell’occupazione e si riverbera sulla crescita che il governo continua a rivendicare. Questa crescita trainata dagli over 50 obbligati a restare al lavoro dalla legge Fornero. Tra queste persone si registra l’aumento maggiore dell’occupazione dovuta a una quota più alta di trasformazioni dei contratti precari nel nuovo a «tutele crescenti». Ne sono esclusi i giovani e gli under 49.

Il nuovo monitoraggio dell’Inps conferma inoltre il legame tra i fondi pubblici erogati alle imprese per la decontribuzione sui neoassunti con il «contratto a tutele crescenti»: tra i 14 e i 22 miliardi in tre anni e l’aumento relativo dell’occupazione. Erano oltre 8 mila euro nel primo anno del Jobs Act, ora sono a poco più di 3 mila euro, e sono destinati a scomparire, a parte alcuni incentivi mirati per le assunzioni a Sud.

Le statistiche registrano un crollo clamoroso degli assunti con questa formula. L’andamento era già evidente da un anno al punto che lo stesso governo sembra, oggi, avere rinunciato a rifinanziare i costosissimi sgravi. La droga degli incentivi non ha tuttavia risolto uno dei problemi che gli ideatori del Jobs Act speravano di avere risolto: il costo del lavoro per i contratti a tempo indeterminato. Invece di tagliarlo effettivamente, il governo ha abbassato i salari e dato incentivi alle imprese. È difficile tuttavia assumere qualcuno quando non esiste una domanda e non si sa bene cosa produrre. Chi ha concepito questa strategia ha ignorato un problema fondamentale. I fondi generosamente elargiti sarebbe stato più utile investirli in un reddito minimo, ad esempio. Le perdite sono pubbliche. I guadagni sono dei privati.

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FERRERO : SOLDATI ITALIANI IN LETTONIA, PURA PROVOCAZIONE. VOGLIONO TORNARE ALLA GUERRA FREDDA, ITALIA SUPINA ALLA NATO.

Pubblicato
il 14 ott 2016

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
«L’invio di soldati italiani in Lettonia è una pura, gravissima provocazione. I ministri Gentiloni e Pinotti sono due irresponsabili che, con questa decisione, riaprono il peggio della guerra fredda.
Quando Gentiloni dichiara che non si tratta di un’aggressione mente sapendo di mentire. Se Putin schierasse l’esercito al confine tra Usa e Messico cosa direbbe Obama, quale sarebbe la reazione degli Stati Uniti?
Chiediamo che il governo italiano ritiri questo suo impegno e non invii alcun contingente, l’Italia non partecipi a operazioni Nato che hanno come unico obiettivo quello di ricostruire la cortina di ferro e l’odio tra Russia ed Europa.
Sono dei criminali, il governo italiano è supino ai voleri della Nato»
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IL SI A RETI UNIFICATE ,UNO SPOT GRATIS DA 2 MILIONI DI EURO

Vincenzo Vita
12.10.2016
da il Manifesto

Ri-Mediamo. Venti passaggi al giorno per sette giorni (per ora) fanno circa due milioni di euro, se parlassimo di spot pubblicitari. E in verità ne stiamo parlando, perché la comunicazione cosiddetta istituzionale del governo sul referendum è un’inserzione commerciale pura e semplice. E ha inondato le reti della Rai sotto specie di comunicazione di utilità sociale

Venti passaggi al giorno per sette giorni (per ora) fanno circa due milioni di euro, se parlassimo di spot pubblicitari. E in verità ne stiamo parlando, perché la comunicazione cosiddetta istituzionale del governo sul referendum è un’inserzione commerciale pura e semplice. E ha inondato le reti della Rai sotto specie di comunicazione di utilità sociale, secondo la dizione prevista dalla legge. Quest’ultima è bellamente aggirata, per trarre vantaggio dalla bulimia propagandistica. Tra l’altro, se fossero spot, questi che tratteggiano estasiati il quesito furbamente apposto in testa alla legge di revisione della Carta, sarebbero bloccati dal codice di autosciplina : scorretti e ingannevoli. Si chiuda simile pagina indecorosa, sintomo se mai delle difficoltà del fronte del sì, se ricorre a tali pratiche mendaci.

Si tratta di una delle mosse spericolate per tentare di vincere domenica 4 dicembre, quando Renzi ha convocato il plebiscito su di sé. Malgrado i tentativi di attenuare la prima indicazione a la De Gaulle, il voto referendario ha mantenuto il tono e la cifra iniziali, che poco pagano in termini di consenso reale, almeno stando ai sondaggi. Di qui l’abbuffata mediatica.

La presenza del Presidente del consiglio a ciclo continuo è impressionante e non ha precedenti, neppure nel e del periodo berlusconiano. Da ultimo, le partecipazioni a Politics e, soprattutto, all'Arena di Giletti. È bene ricordare che la legge sulla par condicio è in vigore, essendo andata in Gazzetta ufficiale on line la decisione della data già lo scorso 27 settembre. Tanto è vero che in questi giorni sia l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni sia la Commissione parlamentare di vigilanza hanno varato i rispettivi regolamenti, con un certo ritardo.

Infatti, le regole generali valgono dal momento della convocazione dei comizi elettorali, mentre nell'ultimo mese si applicano le norme sulla rigorosa presenza dei diversi soggetti nei confronti e nelle tribune. L’apparizione sulle onde herziane è, però, strutturata prima, dalla pubblicazione della data. E uno dei tratti dello spirito della legge riguarda proprio le presenze dei rappresentanti istituzionali nelle trasmissioni – contenitore, dove è lecita solo se è inerente alla mera attività ufficiale. Senza uscire dal seminato o sfociare anche indirettamente nella sfera elettorale. Insomma, perché Renzi è andato da Giletti? Tra l’altro, il servizio pubblico ha obblighi specifici, che richiedono una particolare sensibilità.

Se non viene chiarita la questione, è fin troppo facile prevedere l’invasione barbarica delle reti e delle testate fino al 4 novembre. Sarebbe come giocare una partita ad armi clamorosamente impari e con regole stabilite in via di fatto da uno dei due contendenti.

Si apre, dunque, una fase di estrema delicatezza, che farà precedente laddove si verificheranno altri casi di referendum oppositivo o confermativo che dir si voglia.

I regolamenti approvati sono meglio di niente, ma eludono la necessità di rendere neutra la comunicazione di pubblica utilità e sono troppo conservativi nella previsione dei soggetti aventi diritto a partecipare agli spazi. Una logica troppo partitica, quando il referendum è il regno di comitati e associazioni mobilitati su uno specifico obiettivo. Ancora una volta è prevalsa l’impostazione classica e meno creativa, copia conforme dei testi sulle scadenze politiche e amministrative.

La legge 249 del 1997 ha attribuito all’Agcom compiti rilevantissimi, a cominciare dalla pubblicazione tempestiva e ravvicinata dei rilevamenti quantitativi sulle due parti. Il Comitato del no si è organizzato autonomamente. A pensar male.

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JOBS ACT, PRECARI, VOUCHER: SCONTRO TRA GOVERNO E CGIL.

Roberto Ciccarelli
dal Il Manifesto
09.10.2016

Due mondi distanti e in conflitto sul Jobs Act, la legge di bilancio e, entro certi termini, sul referendum costituzionale del 4 dicembre. Ieri, la seconda giornata della Biennale dell’economia cooperativa a Bologna, lo scontro a distanza tra la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso e l’ex presidente di Legacoop e Alleanza delle cooperative, ora ministro del lavoro, Giuliano Poletti si è acceso sul Jobs Act. Come sempre a dividere sono i numeri della riforma sulla quale Renzi ha puntato per farsi accreditare come interlocutore da Bruxelles. La Cgil fa un’analisi realistica e precisa dei magri risultati governativi. Poletti ripropone la logica aritmetica del male minore: meglio pochi posti di lavoro che nulla in una crisi che ha imposto due leggi: quella della crescita «anemica» e quella della crescita senza occupazione fissa.
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L’INTERPRETAZIONE DEI NUMERI rinvia a un problema molto sostanzioso: il governo ha affidato «18 miliardi di euro» pubblici in tre anni alle imprese « per poter permettere al presidente del Consiglio di dire che ha qualche centinaia di migliaia di occupati in più. Se facciamo due conti, una spesa straordinaria con un risultato minimo – sostiene Camusso – Con tutto il rispetto per le persone, riguarda prevalentemente la fascia degli over 50. Non ha cambiato significativamente la condizione dei giovani. A una parte dei giovani, anzi, l’ha peggiorata: sono passati dall’avere dei rapporti atipici a essere» pagati «a voucher, cioè all’inseguimento di un buono del tabaccaio. Sul piano generale, i dati del nostro Paese si muovono sullo zero virgola qualcosa». Sui voucher «ci muoviamo sull’aumento del 100% ogni anno».
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L’ATTACCO AL GOVERNO non si ferma qui, a riprova che il clima generale – che vedrà molti segmenti della sinistra e dei sindacati di base in piazza – si sta surriscaldando. Camusso ritiene insufficiente un tavolo «specifico» sulle pensioni di cui tra l’altro non condivide la principale proposta: la pensione con il mutuo – l’Ape. Nemmeno sulla legge di bilancio Corso Italia fa sconti: «Mi pare di capire che la sua nuova filosofia sarà la riduzione del costo del lavoro – ha aggiunto Camusso – Il vero crollo, però, non è stato l’aumento del costo del lavoro ma la diminuzione degli investimenti sia pubblici che privati. Continuano a ripetere la ricetta dell’austerità, quella che pensa che basti ridurre i costi, poi salari, poi i diritti dei lavoratori». Interrogata sul referendum Camusso ha escluso un legame con l’economia – al contrario di quanto va dicendo il ministro Padoan – e ha ribadito che la Cgil non aderirà a nessun comitato. In compenso ha ricordato il suo documento per il «No», non proprio un messaggio conciliante per il governo. «Se vincesse il No al referendum – ha detto – non ci sarà l’invasione delle cavallette».
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POLETTI SI È DIFESO con il vangelo di circostanza usato dall'esecutivo: da quando è in carica ci sono 585 mila occupati in più, cifra ben più alta degli occupati registrati da quando il Jobs Act è entrato in vigore il 7 marzo 2015: «Sono un risultato importante non fosse altro perché ne abbiamo persi un milione negli anni precedenti: piccolo o grande è una misura per ognuno di noi relativa» ha detto Poletti. Il ragionamento attribuisce al Jobs Act un ruolo più ampio di quello che ha avuto: la quota dei neoassunti con il «contratto a tutele crescenti» è una piccola percentuale in un oceano di contratti a termine e lavori occasionali. Tra l’altro, trascura i saldi tra i contratti, la tipologia dell’occupazione, oltre al fatto che il totale dei nuovi occupati è inferiore al 2014, quando il Jobs Act non c’era.
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SUI VOUCHER Poletti si è limitato ad affermare che «il problema lo abbiamo affrontato con una norma che obbliga alla tracciabilità. Se risolverà il problema saremo felici se è, invece, non lo risolverà siamo pronti a mettere le mani su questa vicenda». Il piccolo cabotaggio di governo non rassicurerà la maggioranza del milione e 380 mila percettori dei buoni lavoro nel 2015 che opera in nero e, solo in parte, viene pagata con i voucher. Il governo pensa di sconfiggere il mostro che ha contribuito a creare con un Sms dei committenti.

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FUGA DEI GIOVANI DALL'ITALIA, NEL 2015 VIA IN 40 MILA

Secondo il rapporto Migrantes l'anno scorso si sono trasferiti all'estero oltre 100mila connazionali. L'incremento di emigranti è del 3,7 per cento
Il rapporto Migrantes ci dice che aumentano gli italiani che espatriano e che più di un terzo delle persone che se ne sono andate dall’Italia nel 2015 è composto da giovani. Con ogni evidenza l’Italia di Renzi non è un paese per i giovani che infatti sono costretti a fuggire per cercare una opportunità. Dopo Berlusconi, Monti e Letta, Renzi sta continuando nell’opera di distruzione del paese per questo diciamo al premier: Renzi vattene anche tu, invece di continuare a fare danni con il sorriso sulle labbra!
Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
«I poveri in Italia sono in crescita esponenziale a causa delle misure politiche degli ultimi governi e oggi ammontano a 4,6 milioni di persone: è quanto emerge dal rapporto della Caritas italiana presentato oggi. Di fronte a dati del genere, occorre istituire subito il reddito minimo per i disoccupati, in modo da aiutare chi è in gravi difficoltà economiche. I soldi per finanziare questa misura ci sono, basta prenderli dalle tasche dei ricchi, facendo una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze. In una condizione in cui 4,6 milioni di persone non hanno da mangiare è vergognoso che il governo non faccia nulla per redistribuire i soldi dai ricchi verso i poveri. Questo governo si sta assumendo la responsabilità di non fare nulla contro questa situazione vergognosa, ma anzi di peggiorarla con misure come il jobs act e il mantenimento della riforma Fornero».
ROMA - Anche per i millennials arriva l'ora di emigrare dall'Italia. Nei dati del rapporto 'Italiani nel mondo 2016' redatto dalla Fondazione Migrantes e presentato oggi, fanno irruzione i giovani che erano appena nati o adolescenti allo scoccare del Duemila. Oggi che hanno tra i 18 e i 32 anni si trovano protagonisti dei nuovi flussi migratori. Ma a differenza della generazione precedente rivendicano che non è una fuga ma "una scelta per coltivare ambizioni e nutrire curiosità".

Di certo, la fascia anagrafica che va tra la maggiore età e i 34 anni è quella che è più soggetta all'emigrazione. Raccoglie infatti oltre un terzo degli italiani residenti all'estero ed è quella in cui si registra il picco di partenze anche nel 2015. E a seguire, nella graduatoria di chi è emigrato nell'ultimo anno, c'è la fascia appena superiore, che arriva ai 49 anni: sommandole, si scopre che le persone maggiorenni con meno di 50 anni costituiscono la metà degli italiani che hanno portato la residenza oltre confine da gennaio a dicembre 2015. “Il grave problema dell'Italia di oggi è proprio l'incapacità di evitare il depauperamento dei giovani e più preparati a favore di altri Paesi”, commenta la Fondazione Migrantes nella premessa del rapporto.

UN ITALIANO SU 12 VIVE ALL'ESTERO - In totale, il conteggio dei connazionali residenti all'estero ha raggiunto al 31 dicembre 2015 quota 4.811.163 (in dieci anni la mobilità italiana è aumentata del 54,9%), un dato che rispetto all'anno precedente è più alto del 3,7 per cento. Significa che poco più di un italiano su 12 è emigrato. E il 50 per cento di questa diaspora ha origini meridionali: ci sono comuni come Licata e Favara, entrambi in Sicilia, nei quali più del 40 per cento dei cittadini è ormai residente all'estero. Nell'ultimo anno, 107.529 italiani hanno lasciato il Paese, diecimila in più rispetto all'anno prima. Aumenta poi la percentuale di chi parte per non tornare: il saldo migratorio tra chi rimpatria e chi parte, che era rimasto quasi costante nel primo decennio del millennio, sta subendo una brusca virata in negativo.

NEL REGNO UNITO PER STUDIARE – Tra le destinazioni predilette dai più giovani c'è il Regno Unito, meta preferita per chi vuole studiare. Ma la terra d'Oltremanica prima della Brexit conservava una capacità attrattiva anche per le altre fasce d'età, attestandosi al terzo posto nel conteggio della crescita annuale e al settimo posto complessivo nella graduatoria degli iscritti all'anagrafe degli italiani residenti all'estero, preceduto da Germania, Svizzera, Francia, Brasile e Belgio. A prevalere è invece l'Argentina, che risulta aver ospitato nel 2015 783mila italiani con un aumento record di ventinovemila unità rispetto all'anno precedente. Impennata alla quale tiene testa solo il Brasile, dove – allargando l'orizzonte temporale – si scopre che in dieci anni gli italiani sono aumentati del 151 per cento arrivando a contare 373mila residenti. E sempre nell'arco di un decennio è imponente anche il dato della Spagna che ha visto aumentare la presenza italica di oltre due volte e mezzo, anche se in termini assoluti si tratta di 143mila cittadini.

In questo senso, però, proprio i millennials segnano una novità: “La loro mobilità – fa rilevare il rapporto Migrantes – è in itinere e può modificarsi continuamente perché non si basa su un progetto migratorio già determinato ma su opportunità lavorative sempre nuove”. I millennials, sottolinea la fondazione che fa capo ai vescovi italiani, “cercano di mettersi alla prova, hanno voglia di nuove e migliori condizioni lavorative, puntano a conoscere e scoprire”. Sono, insomma, la “prima generazione mobile”. E il 43 per cento di loro afferma di considerare questo status come “unica opportunità di realizzazione”.

I DOPPI MIGRANTI – Se i millennials sono l'immagine dell'emigrante single, l'altra faccia nuova dell'emigrazione dall'Italia è costituita dai padri di famiglia che il rapporto Migrantes definisce “doppi migranti”: si tratta di coloro che sono arrivati in Italia da altri Paesi, si sono fermati almeno dieci anni acquisendo la cittadinanza e ora però decidono di partire per cercare fortuna altrove. Si tratta in particolare di persone originarie del Bangladesh. E la loro meta prediletta è ancora il Regno Unito.

06.10.2016

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