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Il Manifesto

Pubblicato il 17 nov 2017

 

Segnaliamo l’assemblea promossa a Roma da Ex Opg  Occupato – Je so pazzo 

 

SABATO 18 NOVEMBRE – ORE 11 – ROMA, TEATRO ITALIA (via Bari, 18)

 

Noi non facciamo i politici di mestiere, non abbiamo niente da perdere, quindi scusateci se parleremo schietto. Ci rivolgiamo a tutta l’Italia, a questo paese che sta scivolando nel risentimento, nell’imbroglio e nella violenza, nel cinismo e nella tristezza, e che però è pieno di gente degna, che resiste ogni giorno, che mantiene dei valori.

 

Ci chiediamo: perché non possiamo sognare? Perché noi giovani, donne, precari, lavoratori, disoccupati, emigrati ed immigrati, pensionati, perché noi che siamo la maggioranza di questo paese dobbiamo essere rassegnati, ingannati dalla politica, costretti ad astenerci o votare il meno peggio?

 

Perché dobbiamo emigrare, perché dobbiamo accettare di essere umiliati per un lavoro, perché dobbiamo farci venire l’ansia per far quadrare i conti della famiglia, perché ci dobbiamo nascondere se pensiamo cose diverse da quelle razziste e inumane urlate ogni giorno in TV? E perché se siamo donne dobbiamo accettare disuguaglianze ed umiliazioni ancora più gravi, molestie, violenza verbale e fisica? 

 

Perché non possiamo sognare di migliorare tutti insieme la nostra condizione, di prenderci diritti e salari decenti, di poter vivere una vita collaborando con il prossimo?

 

Noi dopo aver subito dieci anni di crisi siamo stufi, non ce la facciamo più. Dopo anni, ed evidenti prove, abbiamo la piena consapevolezza che nessuna delle forze politiche attuali ci può rappresentare. Le loro differenze sono tutte un teatrino. Sembrano litigare ma poi in fondo sono tutti d’accordo, e nei fatti per noi non cambia niente. Anche perché non vivono le nostre condizioni.

 

Nessuna delle forze politiche dice: la gente ha fame, prendiamo i soldi dai ricchi che in questi anni se ne sono messi in tasca tanti, facciamo una vera patrimoniale, recuperiamo la grande evasione. Oppure: togliamo soldi alle spese militari e assumiamo giovani da mettere a lavoro per sistemare scuole, ospedali, territori, visto che abbiamo un paese che cade a pezzi. Aboliamo Jobs Act e contratti precari, lanciamo un programma di investimenti pubblici, disobbediamo a Fiscal Compact e ai tagli dei servizi…
Non lo dicono e quando pure un po’ lo dicono non lo possono fare, perché hanno tutti dei buoni rapporti da salvare, con le banche e con Confindustria. Per questo parlano, parlano. Solo noi non possiamo parlare mai. A noi ci hanno chiuso fuori dal teatrino. Ma se noi che siamo esclusi ci organizzassimo? Se saltassimo sul palco?
È una cosa da pazzi, però, visto che nessuno ci rappresenta, rappresentiamoci direttamente!

 

Inutile aspettare che qualcuno ci venga a “salvare”. L’ultimo tentativo del genere è stato quello iniziato a giugno da Falcone e Montanari, sostenuti da diverse forze partitiche. Tentativo che ha ripetuto tutti gli schemi fallimentari della sinistra degli ultimi dieci anni, anzi peggio. È iniziato facendo parlare Gotor di MDP, cacciando dal teatro chi osava contestare D’Alema, ed è continuato in una marea di chiacchiere sterili, inseguendo Pisapia e vedendosi in segrete stanze, finché da quel teatro non sono stati cacciati proprio tutti. Perché rischiavano di decidere troppo. Rischiavano di fare una cosa troppo a sinistra.

 

Ecco, siamo stanchi di tutte le cose “un poco” a sinistra, di ambiguità, di mezze parole. Bisogna parlare chiaro, anche perché non c’è tempo. Dobbiamo organizzarci e usare questi mesi di campagna elettorale per parlare fra di noi, per parlare di noi, per gridare tutti insieme, per far esistere un messaggio di riscossa agli occhi di milioni di persone, perché noi esistiamo già, nei territori, nei quartieri popolari, nelle università e quotidianamente mettiamo a disposizione tempo ed energia per provare a costruire qualcosa di nuovo dal basso. E magari anche per divertirci, perché la situazione è tragica, ma lottare è bello, ti fa progettare, ti ridà un futuro, ti regala momenti di gioia.

 

Ci hanno detto che per fare le cose ci vogliono raccomandazioni, soldi, mezzi. Ma ce l’hanno detto per scoraggiarci, o per farci andare con loro… Non è vero! Anche una persona da sola può fare la differenza, può salvare delle vite, può rendere il suo quartiere migliore. E mille persone pulite e determinate possono cambiare un paese.
Quindi iniziamo da qualche parte. E iniziamo per non smettere, per costruire qualcosa che vada da qui a cinque, a dieci anni. Ricominciamo a pensare di poter fare la storia! Perché non possiamo sognare, e realizzare un poco alla volta questo sogno?
Ci vediamo a Roma sabato 18 novembre, alle 11, al Teatro Italia. Bisogna sognare!

16.11.2017 

Fabrizio Salvatori

 

 

"Abbiamo deciso di convocarla noi l'assemblea che doveva tenersi sabato a Roma". E' uno dei passaggi del video dei ragazzi di "Je so pazzo". E in poche ore quello che era il retropensiero diffuso nel popolo della sinistra all'indomani della cancellazione della data da parte di Tomaso Montanari sta diventando una realtà concreta. L'appuntamento è alle 11 presso il Teatro Italia, il 18 novembre ovviamente. 
Il ragionamento degli "Ex-Opg" è molto semplice. A marzo, con le elezioni politiche una larga fetta di popolazione di questo paese, giovani, disoccupati, lavoratori precari, classe media in declino, pensionati poveri, studenti disperati, rischia di vedersi calare addosso una pietra tombale, stretta tra populismo leghista e rigore socialdemocratico. "Nessuno si farà carico dei nostri bisogni". E quindi, quel "ci rappresentiamo da soli" ha riacceso gli animi anche di quelli che al Brancaccio credevano al "percorso dal basso". 

Tra i primi ad annunciare la propria partecipazione c'è Maurizio Acerbo, segretario del Prc. "Sarò all'assemblea - dichiara a Controlacrisi - al fianco di una sinistra popolare che ha deciso di rialzare la testa per difendere i propri bisogni". "Una buona iniziativa", aggiunge Acerbo. Tra l'altro organizzata proprio da quelli, "Ex-Opg" che al Brancaccio non hanno potuto parlare.

Dall'altra parte, in area sinistra-fuori-dal-Pd ci sono altri gruppi che non si rassegnano alla morsa dei vertici SI-Possibile-Mdp e cespuglietti vari del Brancaccio. E così in vista dei vari passaggi tra la terza decade di novembre e i primi di dicembre hanno deciso di far girare un documento (a firma di Edoardo Mentrasti, Sinistra italiana e Sergio Zampini, Altraeuropa) in cui si legge: "Non sono accettabili ipotesi di definizione- spartizione delle medesime attraverso l’assemblea di delegati nazionali che rappresentano l’ennesima foglia di fico dietro la quale si mascherano i gruppi dirigenti nazionali per perpetuare il loro potere di decisione. Resta fermo in ogni caso il principio che tutti coloro che hanno fatto parte di esperienze di Governo negli anni passati, utili se a disposizione del progetto, non saranno candidati nelle liste.Su tali presepposti va convocata l’Assemblea Nazionale aperta a tutte/i la quale poi disporrà una celere verifica, nel confronto con tutti gli interlocutori, della sussistenza delle condizioni richiamate e dunque della praticabilità e dell’esito più larghi possibili della lista alle prossime elezioni politiche".

Domenico Moro 15/11/2017

 

Il percorso partito dal teatro Brancaccio e che avrebbe dovuto dar luogo a una lista di sinistra alternativa al Pd, mettendo insieme la società civile e un ampio spettro di forze da Mdp a Sinistra italiana, Possibile e Partito della rifondazione comunista, è fallito. Mdp, Si e Possibile si sono riuniti per elaborare un loro documento escludendo Rifondazione, la quale ha valutato i contenuti del suddetto documento non coerenti con la formazione di una lista alternativa al Pd. A questo punto, Anna Falcone e Tomaso Montanari, i due promotori della assemblea del Brancaccio, hanno annullato l’assemblea prevista per il 18 novembre.

 

L’impasse era tutt’altro che imprevedibile. Ma quali ne sono le ragioni? Tomaso Montanari le rintraccia nella contrapposizione tra la forma partito e la società civile. In pratica i partiti, tutti i partiti che hanno partecipato al Brancaccio, avrebbero schiacciato le esigenze e la spontaneità della società civile. Si tratta di una posizione tutt’altro che nuova. Sono più di due decenni che si contrappongono i partiti alla società civile. In modo alquanto schematico, i primi sono identificati con il male, la seconda con il bene. I primi sono il vecchio, la “casta”, sempre corrotta e da rottamare, la seconda il nuovo da far emergere. Tuttavia, in questi anni, abbiamo visto come sono andate le cose e quale prova di sé abbiano dato la società civile e il nuovo (di solito rapidamente divenuto obsoleto) allorché si siano trasformati in classe politica.
Secondo Montanari, il punto sarebbe quello di non versare “vino nuovo in otri vecchi e compromessi”. A questo scopo si proponeva una lista organizzata con quote che garantissero “otri nuovi”: 50% di donne, 30% di under 40 e un 50% di candidati mai stati in Parlamento. La questione in realtà andrebbe rovesciata: siamo sicuri che al di là degli otri il vino sia veramente nuovo?

 

C’è un problema di contenuti che viene molto prima dei nomi, del genere, della generazione e delle esperienza pregresse dei candidati. Dietro il fallimento del Brancaccio ci sono differenze di più ampia portata che ben difficilmente si sarebbe potuto ricomporre. Ad ogni modo, si sarebbe dovuto parlare di nomi e di candidature solamente dopo avere chiarito l’orientamento di fondo e definito un programma preciso, come del resto si dovrebbe fare sempre, legando le persone a obiettivi e posizioni politiche. In effetti, si preferisce fare altrimenti, lasciando i programmi e l’orientamento generale nel vago.


Se l’Arcobaleno e Rivoluzione civile hanno clamorosamente fallito, non è stato certo per colpa della forma partito, ma per altre ragioni, spesso opposte. Tra di esse ci sono il fallimento dei governi di centro-sinistra e l’incapacità di fare chiarezza sull’orientamento di fondo, illudendosi che la deideologizzazione e il superamento della forma partito organizzata e di massa o l’intervento della società civile potessero colmare la mancanza di un profilo e di un posizionamento chiari e adeguati alla realtà che si trasforma.
Il punto di fondo sta nel fatto che Mdp è una forza che ha una provenienza e un posizionamento sociale e politico preciso.

 

Il settore dei transfughi dal Pd che gli ha dato vita non è certamente reduce da un lungo percorso di posizioni di sinistra e di battaglie a favore del mondo del lavoro salariato e della democrazia, che sarebbero state vanificate soltanto dall’avvento del marziano Renzi. Chi oggi fa parte di Mdp ha giocato per vent’anni un ruolo di protagonista nella ideazione e nella applicazione delle controriforme neoliberiste: precarizzazione del lavoro (da Treu in poi), privatizzazioni, esternalizzazioni dei servizi pubblici, aumento dell’età pensionabile, senza contare la partecipazione a operazioni di guerra all’estero, compreso il bombardamento della Serbia. Soprattutto il settore ora in Mdp è stato tra i maggiori interpreti della integrazione e dei trattati europei, applicando in modo rigido l’austerity e la disciplina di bilancio, che hanno strozzato l’economia italiana. Il governo di Monti, con cui l’Europa del capitale finanziario ha commissariato il nostro Paese e che è stato tra i peggiori (se non il peggiore) della storia repubblicana, è stato sostenuto dal Pd quando il segretario era Bersani, cioè chi ha fondato Mdp. Insomma la bandiera della sinistra è stata abbandonata ben prima che arrivasse Renzi. Invece, sembra che il problema per Mdp (e per una parte della sinistra fuori dal Pd) sia soprattutto Renzi. Però, Renzi non cade dal cielo e, se si è affermato in così breve tempo, è solo perché ha potuto inserirsi all’interno di un solco già tracciato.

 


Dunque, come è possibile pensare a una alleanza con un forza del genere mantenendosi al contempo coerenti con una impostazione non dico anticapitalista, ma almeno antiliberista, non dico di uscita dall’euro, ma almeno di critica ai trattati europei, di superamento dei vincoli di bilancio? Come è possibile mantenere una credibilità e quindi avere una capacità di attrazione verso milioni di lavoratori, molti dei quali astenutisi nelle ultime elezioni? Ma soprattutto, come è possibile pensare di porre le basi per la ricostruzione della sinistra in Italia, che sicuramente va ben oltre le prossime elezioni, se si riproducono per l’ennesima volta alleanze che sono un pateracchio?

 


Il documento Mdp-Si-Possibile è volutamente vago, con l’uso di frasi genericamente di sinistra che non individuano alcun nodo preciso, come, ad esempio, l’abolizione della legge Fornero e dell’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, e la revisione dei trattati europei, in particolare nell’aspetto dei vincoli al deficit e al debito. In effetti, l’obiettivo dell’Mdp non è l’alternatività al Pd, per quello che rappresenta dalla sua fondazione, ma l’alternatività a Renzi. La stessa scissione di Mdp è un modo per modificare dall’esterno i rapporti di forza all’interno del gruppo dirigente del Pd, vista l’impossibilità di farlo dall’interno. L’orientamento strategico di Mdp è di rieditare, in una forma o nella altra, il vecchio centro-sinistra. Inoltre, si sta lavorando su accordi elettorali (nell’uninominale) e sono possibili anche alleanze post-elettorali con il Pd di Renzi, che potrebbe essere ricondotto a più miti consigli dalla perdita di consensi e dalla doppia minaccia grillina e berlusconiana. Per questa ragione un percorso come quello del Brancaccio, con la presenza di Rifondazione e di altre realtà associative, non si confaceva ai progetti di Mdp, che, con il miraggio di poter rientrare in Parlamento, è riuscito a portare sulle sue posizioni Si e Possibile.


I ragionamenti machiavellici di certi sottili ingegni, però, fanno i conti senza l’oste, rappresentato nel nostro caso dalla realtà sociale e economica. Le elezioni siciliane in questo senso sono state significative della debolezza del progetto di Mdp in un contesto di forte mobilità elettorale e astensionismo. Non solo la Sicilia, anche l’Italia e l’Europa di oggi non sono quelle degli anni ’90 e neanche quelle del 2006, quando il centro-sinistra vinse le elezioni. Già allora quella formula si rivelò incapace di rappresentare le istanze delle classi subalterne. Ora, è ancora più assurdo riproporla. La crisi strutturale del capitale e il modo in cui le istituzioni europee hanno scelto di affrontarla hanno devastato la società europea, recidendo i legami tra una parte crescente delle classi subalterne e i tradizionali partiti di sinistra. Milioni di lavoratori, precari e disoccupati europei si astengono o votano per forze di destra, o di estrema destra. La tradizionale sinistra del Partito socialista europeo, fedele sostenitrice dell’integrazione europea, ne è uscita distrutta o duramente ridimensionata. Partiti con una lunga tradizione, come il Partito socialista francese o greco, non esistono più, altri, come i socialisti spagnoli e i socialdemocratici tedeschi, sono stati drasticamente ridimensionati.

 


I nodi del Brancaccio ora sono venuti al pettine, e questo è un bene. Purché si traggano le necessarie conseguenze da quanto accaduto. Non si può prescindere dai contenuti, e cioè da un posizionamento e da un orientamento generale adeguato a una realtà nuova e difficile. Non bisogna perdere altro tempo né con alchimie politiche né con alleanze innaturali, che minerebbero definitivamente la credibilità di chi continua a lottare per una alternativa all’esistente, pregiudicando la possibilità di intraprendere un percorso di ricostruzione della rappresentanza politica del lavoro salariato e dei subalterni, che di necessità sarà lungo, e che non permette scorciatoie solo apparentemente facili e promettenti di risultati.

 


Bisogna, al contrario, costruire una rete di relazioni, tra forze politiche, associazioni, movimenti, che porti a una coalizione effettivamente di sinistra, unificata non sull’obiettivo di superare uno sbarramento elettorale, ma sulla condivisione di un orientamento generale e di pochi punti programmatici chiari e precisi: il lavoro in primo luogo e poi la sanità, le pensioni, la pace e l’opposizione alla guerra. E, soprattutto, l’alternatività al primato del capitale e del mercato autoregolato. Ma non è possibile parlare di lavoro, di difesa del welfare, di nuovo intervento statale in economia e, quindi, di applicazione della Costituzione senza riconoscere che questa è stata quantomeno intaccata ed ora è ingabbiata dai trattati e dal processo di integrazione europea, che ha svolto un ruolo del tutto funzionale al grande capitale europeo, incluso quello italiano. È, dunque, tra le forze che individuano questo discrimine – il superamento dei trattati e dell’attuale assetto europeo - che bisogna cercare gli interlocutori per costruire una alternativa al Pd e alla destra.

 

componente del Comitato politico nazionale del Prc

Pubblicato il 14 nov 2017

COMUNICATO STAMPA

Roberta Fantozzi, responsabile nazionale Politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

 

«L’1% di super-ricchi possiede oltre il 50% della ricchezza complessiva (ne aveva il 42,5% nel 2008). Se si guarda al 10% più ricco, la quota di ricchezza detenuta è pari all’88%. Invece il 50% più povero della popolazione mondiale non possiede nemmeno l’1% della ricchezza totale. La ricchezza globale è cresciuta, in maniera particolare nell’ultimo anno, ma si concentra sempre di più in poche mani. 

 

Sono i dati dell’ottava edizione del Global Wealth Report di Credit Suisse.

 

E’ l’ennesima conferma delle disuguaglianze abissali prodotte dalle politiche neoliberiste, di un mondo talmente iniquo da essere insostenibile: tale da incorporare strutturalmente la tendenza alla guerra e alla crisi di civiltà.

 

Ed è per questo motivo che vanno costruite alternative nette e radicali, in ogni ambito e ad ogni livello. Quando diciamo che è necessario anche nel nostro paese costruire una sinistra antiliberista, radicalmente alternativa alle politiche degli ultimi anni e a chi le ha portate avanti, stiamo solo parlando di questo.

 

Non è possibile che le parole più radicali sullo stato di cose presenti, vengano dai rapporti di una banca svizzera!».

13.11.2017

«Con grande amarezza – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – stamattina abbiamo preso atto dell’annullamento dell’assemblea che avrebbe dovuto rilanciare il percorso del Brancaccio.

 

Tomaso Montanari ha ricostruito le circostanze che hanno portato alla decisione.

 

Invece di investire sul Brancaccio, cioè la creazione di una lista unica a sinistra davvero innovativa e non solo partitica, MDP-SI-Possibile hanno preferito un accordo di vertice su un profilo politico ambiguo che prelude a liste che riprodurranno gli attuali gruppi parlamentari.

 

Noi abbiamo sempre pubblicamente condiviso i criteri proposti da Tomaso e Anna per costruire liste innovative e aperte e che dessero il segno di una rottura con i governi del centrosinistra e gli errori del passato. Non condividiamo la scelta di annullare assemblea perchè riteniamo che il Brancaccio abbia tutto il diritto di proporre contenuti e metodi per costruire lista unitaria.

 

Comprendiamo il momento e non ce la prendiamo con l’ingenerosa simmetria tra il comportamento di MDP-SI-Possibile e la nostra coerente partecipazione al percorso.

 

Noi fin dal primo momento abbiamo detto che solo sul terreno di una “sinistra nuova e radicale” come quella proposta al Brancaccio a giugno avremmo partecipato a una lista “unica” ed è per questo che non ci siamo seduti ai tavoli tra partiti.

 

Eravamo e siamo convinti, come Tomaso Montanari e Anna Falcone hanno ripetuto mille volte, che unità, radicalità, partecipazione e rinnovamento delle liste siano elementi indispensabili per costruire una proposta credibile per milioni di persone di sinistra che non votano più o si sono rivolti verso il M5S.

 

Tomaso Montanari lo attesta scrivendo che il nostro è “l’unico partito” rimasto nel percorso che lui e Anna Falcone hanno promosso.

 

Continueremo a lavorare nello spirito del Brancaccio e delle cento assemblee che si sono svolte: per una lista unitaria della sinistra antiliberista, alternativa al Pd e alle altre destre, che si batta per un programma di attuazione della Costituzione, costruita con la democrazia e la partecipazione dal basso».

 

 

 

Pubblicato il 08.11.2017

Giovedi 9 novembre alle ore 12.00 presso la sede del Parlamento Europeo, in via IV Novembre 149, a Roma è convocata la conferenza stampa di presentazione della manifestazione nazionale a Roma dell’11 novembre e dello sciopero generale del 10 novembre.

Partecipano i rappresentanti del Coordinamento 11/11 (la lista degli aderenti è di oltre 50 associazioni e movimenti ) e On. Eleonora Forenza, parlamentare europeo.

Le vere fake news sono quelle che ci vengono raccontate dai governi e dall’establishment: “la crisi è finita, la ripresa è in corso, i diritti sono rispettati, la democrazia è effettiva…”.

Il paese invece si trova a fare i conti con gli stipendi inchiodati ad alcuni anni fa, la disoccupazione reale che cresce, i “lavoretti” che ora sono la vita normale invece che un momento adolescenziale, la pensione che si allontana all'orizzonte e diminuisce di valore, i diritti calpestati sul lavoro e fuori, la nostra opinione che non conta nulla.

Una condizione che la “legge di stabilità” in corso di discussione in Parlamento perpetua e aggrava.
Per questo secondo gli organizzatori è indispensabile mettere in campo una “Operazione Verità” che rappresenti e difenda gli interessi di tutte le figure sociali che vengono lentamente stritolate da politiche economiche decise altrove, nelle stanze e negli “istituti” dove hanno accesso solo i grandi gruppi dell’industria e della finanza multinazionale.

Per questo un vasto fronte di forze si è raccolto per una due giorni di mobilitazione così articolata.

Venerdì 10 novembre, sciopero generale di tutte le categorie (con orari e modalità riportate sui siti dei sindacati promotori), proclamato da Usb, Cobas e Unicobas.

Venerdì 10, presso la Sala Galilei in via Galilei (Metro Manzoni), alle ore 16, assemblea indetta da Eurostop su “LA COSTITUZIONE NEGATA.

Dallo Stato sociale alle leggi di polizia”, con relazioni di Ivan Cavicchi, Riccardo De Vito. Presiedono Giorgio Cremaschi, Franco Russo, Paola Palmieri.

Sabato 11 novembre, MANIFESTAZIONE NAZIONALE
a Roma “L’11 novembre portiamo nelle strade la verità”, “Via il governo delle banche e dei manganelli”, convocata dal COORDINAMENTO 11/11.


Appuntamento in Piazza Vittorio alle ore 14, da dove partirà il corteo fino a Piazza Madonna di Loreto.
A seguire il testo dell’Appello unitario

Appello Unitario
I governanti nascondono le loro politiche di austerità e guerra dietro una montagna di false notizie. Rompiamo la loro bolla di bugie!
L’11 novembre portiamo nelle strade la verità.
Mentre i governanti annunciano trionfanti la ripresa, dilagano i licenziamenti, la precarietà, lo sfruttamento e la povertà.
Mentre i governanti ci dicono che non ci sono soldi per le pensioni, la sanità, la scuola, i contratti di lavoro; alle banche, alle multinazionali, ai ricchi vengono donati miliardi e miliardi di danaro pubblico.
Mentre i governanti parlano di diritti e libertà, i principali diritti sociali affermati dalla nostra Costituzione vengono stracciati.
Mentre i governanti parlano di democrazia, chiunque contesti o non accetti il loro ordine viene colpito da leggi e misure antisciopero e di polizia sempre più autoritarie.
Mentre parlano di accoglienza i governanti finanziano schiavisti e tagliagole perché fermino i migranti. E con politiche discriminanti e sicuritarie alimentano guerre tra i poveri, razzismo e xenofobia.
Mentre parlano di pace, i governanti aumentano le spese e gli interventi militari e installano nel nostro paese terribili ordigni nucleari.


Il 10 novembre le lavoratici ed i lavoratori sciopereranno per il posto di lavoro, i contratti, i diritti, lo stato sociale. Siamo con loro e l’11 novembre manifesteremo a Roma per dire NO alle ingiustizie e alle bugie che le nascondono.
Per:
- L’abolizione completa delle 4 legislazioni infami: Jobsact, legge Fornero, Buona scuola, leggi di polizia Minniti Orlando e Bossi Fini
- Per il lavoro dignitoso con contratti veri, contro le paghe di fame, il supersfruttamento, la schiavitù. Per mettere fuori legge ogni forma di lavoro gratuito. Lavoro e reddito per tutte e tutti
- Per l’intervento pubblico nella economia e le nazionalizzazioni. Per il rifiuto dei vincoli di bilancio imposti dalla Unione Europea, per il rigetto del Fiscal Compact. Per la disdetta del trattato CETA e l’abbandono definitivo del TTIP
- Per il rilancio delle stato sociale, della sanità, della scuola, delle pensioni pubbliche,Per dare la casa a chi non ce l’ha. Per la fine delle Grandi Opere devastanti e il risanamento dell’ambiente e del territorio.
- Per il taglio immediato delle spese militari, il ritiro delle truppe all’estero e il rifiuto delle armi nucleari e degli impegni NATO.
- Per la solidarietà e l’eguaglianza contro la violenza di sesso, il razzismo, l’oppressione di classe.


PER APPLICARE QUEI DIRITTI COSTITUZIONALI CHE UN ANNO FA ABBIAMO DIFESO E CHE IL POTERE ECONOMICO E POLITICO STA DISTRUGGENDO.
VIA IL GOVERNO
DELLE BANCHE DELLA PRECARIETÀ DEI MANGANELLI !

07.11.2017

  • da il Manifesto

La vicenda Ilva non conosce momenti di pace. Dopo il riavvicinamento, anche soltanto a parole, tra ArcelorMittal, governo e sindacati sulla vertenza che riguarda oltre 14mila lavoratori in tutta Italia, ieri la tensione è tornata altissima.E l’epicentro si è spostato a Genova. Dove i lavotori aderenti alla Fiom hanno deciso di occupare lo stabilimento di Cornigliano in segno di protesta nei confronti del governo che non fa rispettare l’accordo di programma del 2005. Che, firmato da governo, enti locali e sindacati, garantisce la tutela del reddito e dell’intera occupazione dei quasi duemila lavoratori genovesi del gruppo siderurgico, mentre il piano industriale della cordata Am Investco prevede per Cornigliano un taglio di 600 dipendenti sugli attuali 1.650.Oltre all’occupazione i lavoratori sono scesi in corteo per le vie di Cornigliano fino al tardo pomeriggio. Al termine della manifestazione, sono stati tolti i blocchi alla rampa di accesso all’autostrada ed il presidio alla stazione ferroviaria, con i lavoratori che sono rientrati in stabilimento dove hanno passato la notte in attesa di decidere se oggi, quando arriverà a Genova il segretario nazionale della Fiom Cgil Rosario Rappa, dovrà essere effettuata un’altra manifestazione esterna allo stabilimento. La posizione della Fiom è: nessun tavolo separato, convocazione al Mise prima possibile.L’iniziativa di ieri dimostra «che la Fiom non è isolata. I lavoratori sono gli unici che possono isolare la Fiom, ma con la mobilitazione di oggi dimostrano esattamente il contrario», hanno affermato Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil e lo stesso Rappa. La Fiom «ringrazia i lavoratori di Genova che con la loro iniziativa stanno mantenendo alta la mobilitazione per permettere l’avvio del negoziato per la vertenza Ilva. Per la nostra organizzazione è necessario che il ministro Calenda riveda la sua scelta di non convocare al tavolo sull’Accordo di programma tutti i soggetti firmatari. Non è sufficiente aver congelato il procedimento ex articolo 47 per avviare il confronto – concludono Rappa e Re David -. La vertenza per la cessione del Gruppo Ilva non è un fatto tecnico tra governo, azienda e sindacati: è un confronto da cui dipendono occupazione, produzione industriale e risanamento ambientale».Ma l’iniziativa di ieri ha creato una pericolosa spaccatura tra i sindacati in vista dell’incontro di giovedì 9 a Roma al Mise, dove le parti si ritroveranno per discutere del piano industriale di ArcelorMittal. Per la Fim Cisl l’iniziativa della Fiom è stata «inutile e dannosa, oltre che inaccettabile sul piano della democrazia interna. Perché appena 100 hanno deciso di occupare la fabbrica non curandosi della maggioranza (oltre 1500) che invece la pensa in maniera diversa», afferma Alessandro Vella, segretario generale Fim Liguria. L’accordo di programma resta secondo Vella «centrale» ma la vertenza «si risolve con tutti i lavoratori del gruppo e dentro le complessità che la contraddistinguono», afferma Vella. «Una minoranza di lavoratori si è sostituita alla maggioranza dell’insieme dei dipendenti – scrive Apa – attraverso un atto intollerante, che non rappresenta un bel biglietto da visita nei confronti di Mittal e del Governo, rispetto alla trattativa in corso né un favore ai lavoratori», ha dichiarato invece Antonio Apa, segretario generale della Uilm di Genova.Posizione simile ha assunto il ministero dello Sviluppo economico, che in una nota ufficiale ha evidenziato «stupore e sconcerto» che la Fiom promuova, «fuori da ogni regola, l’interruzione delle attività e proclami il presidio dello stabilimento Ilva di Genova, mentre il confronto fra le parti si è finalmente concretamente avviato». «Proprio mentre si apre il confronto, reparto per reparto, del piano industriale proposto dall’investitore una simile iniziativa rischia di mettere a repentaglio la trattativa per tutta l’Ilva», sostengono dal Mise. Giovedì infatti le parti si ritroveranno a Roma per trattare sul piano industriale e sugli esuberi, con la promessa di mantenere inalterati i livelli salariali di tutti i lavoratori del gruppo Ilva, da Genova a Taranto, che saranno riassunti da ArcelorMittal..«Rifondazione Comunista sostiene la lotta dei lavoratori dell‘Ilva – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – che hanno deciso di dare inizio all‘occupazione dello stabilimento di Genova Cornigliano e la posizione assunta dalla Fiom. Basta con la ritirata e la svendita dei diritti a multinazionali. Vanno tutelati posti di lavoro e respinti licenziamenti, va rifiutata l’applicazione del Jobs Act. Se una multinazionale e la Marcegaglia pensano dopo i Riva di continuare a fare affari sulla pelle dei lavoratori e della salute, è doveroso rispondere con la richiesta di nazionalizzazione di un’industria strategica. Sosteniamo la lotta dei lavoratori senza se e senza ma».

06.11.2017 . COMUNICATO STAMPA.Elezioni Sicilia, Acerbo (Prc): «Perde il PD, non la sinistra.La lista Fava con il determinante contributo di Rifondazione Comunista ha una buona affermazione.Ha vinto l’astensione perché la politica sta impoverendo questo paese».Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:«La sonora sconfitta del PD nelle elezioni siciliane è una buona notizia: un partito che da anni fa politiche di destra è stato bocciato dagli elettori. Perde il PD, non ha perso la sinistra.I risultati siciliani evidenziano la rovinosa crisi del renzismo. L’altissima astensione – più della metà degli aventi diritto al voto – testimonia la crescente distanza e sfiducia nei confronti di politica e istituzioni.La crescita del M5S dimostra che in aree vaste dell’elettorato c’è una domanda di rottura e cambiamento che non possiamo liquidare con supponenza.Il buon risultato della lista unitaria della sinistra alternativa e di molte esperienze civiche e di movimento “Cento passi per la Sicilia” con Fava evidenzia che, se la sinistra si mostra con volti e storie non responsabili di pessime esperienze di governo, riesce a rimotivare una parte del suo potenziale elettorato. A questa lista il PRC-SE ha dato un contributo determinante e generoso, del quale ringraziamo tutte le nostre compagne ed i nostri compagni siciliani. La Sinistra dopo dieci anni rientra nell’ Assemblea Regionale con un programma importante che ha parlato ai soggetti colpiti dalla crisi ed agli ultimi, offrendo una prospettiva di radicale cambiamento e questo è un fatto storico assai importante.In un contesto come questo, ci appare sempre più indispensabile una sinistra nuova e radicale che possa parlare all’elettorato astensionista e a quello che affida la propria protesta al M5S.Questo è possibile solo con un progetto che proponga un’alternativa di società, comportamenti coerenti, un programma di radicale rottura con le politiche liberiste che hanno impoverito il paese e che quindi offra una prospettiva a quella metà di popolazione italiana che non va più a votare». 

Alessandro Avvisato 05.11.2017 da Contropiano I media filogovernativi (tutti, di fatto) hanno presentato come una “grande concessione umanitaria” l’idea di non far scattare l’aumento automatico dell’età pensionabile per alcune categorie di lavoratori che sicuramente hanno mansioni più logoranti della media. Contemporaneamente, viene presentato come “normale” lo stesso aumento automatico – da 66 anni e sette mesi a 67 anni – giustificandolo con un analogo aumento delle aspettative di vita registrato dall’Istat. Cinque mesi in più di vita, dunque cinque mesi in più di lavoro. Come se fosse la stessa cosa vivere e lavorare, o peggio ancora vivere per lavorare. C’è una logica mortifera sotto questi ragionamenti che abbiamo messo in evidenza molte volte. Ma non abbiamo l’illusione che basti pubblicare un’analisi seria o ironica sulle nostre pagine per smontare una “narrazione” che giustifica un prevedibile sterminio di massa. Proviamo dunque ad accendere i riflettori su alcuni trucchi statistici piuttosto grossolani, che nessun giornalista mainstream osa neppure menzionare. I cinque mesi di “aumento dell’aspettativa di vita” sono infatti estrapolati dal raffronto tra il 2013 e il triennio successivo. Da cui risultano per l’appunto mediamente cinque mesi in più. Dov’è il trucco? Nel fatto che il 2016, per esempio, registra invece un calo dell’aspettativa di vita rispetto all’anno precedente, pienamente e drammaticamente confermato dal primo trimestre 2017. In pratica usando i grafici, si vedrebbe che la curva dell’età aumenta fino al 2015 e poi prende ad abbassarsi. Un governo serio – e un consiglio direttivo dell’Istat meno servile – si preoccuperebbero di una così clamorosa inversione di tendenza rispetto alle dinamiche precedenti, che mette in discussione tutta una serie di aspettative sul futuro prossimo. Ma, come sappiamo, l’imperativo contenuto nelle indicazioni dell’Unione Europea è contenere la spesa pubblica per ridurre il debito, il deficit e raggiungere il pareggio di bilancio (diventato nel frattempo “obbligo costituzionale” senza neppure uno straccio di dibattito parlamentare). Dunque l’impegno del governo (di tutte le forze “politiche”) e del sistema mediatico è per la giustificazione dell’aumento automatico dell’età pensionabile. Per non apparire “prevenuti” riportiamo qui di seguito l’articolo pubblicato a ferragosto dal docente di demografia Gian Carlo Blangiardo sul quotidiano “sovversivo” L’Avvenire (organo della Cei, insomma i vescovi italiani). Oltre ai numeri da lui presentati, ci sembra utile qui chiarire alcune dinamiche che preparano una tagliola mortifera. L’aspettativa di vita – dipendendo dalle condizioni materiali di vita (lavoro, sicurezza sul lavoro, istruzione, diritti, sanità, frequenza fisiologica di ferie e riposi, ecc) – può infatti anche scendere. E dai dati recentissimi sembra che questo stia già avvenendo. Ma il “meccanismo automatico” previsto dalla legge Fornero, oltre a essere criminale, non prevede retroazioni. Una volta fissata per legge una certa età pensionabile, questa non potrà essere “automaticamente” abbassata. E’ insomma un meccanismo predisposto solo per salire, non viceversa. Ne consegue che ci potremmo trovare nel giro di un decennio o poco più davanti a una situazione in cui l’età pensionabile è vicinissima o superiore alle aspettative di vita! A quel punto i conti Inps sarebbero perfettamente in ordine, visto che non dovrebbe più erogare pensioni… Nel frattempo l’età pensionabile delle donne – cui quotidianamente vengono rivolti alti apprezzamenti e propositi di “promozione sociale” – è aumentata di ben 7 anni. Per chi avrà iniziato a lavorare nel 1996 arriverà tranquillamente a 71 anni. Diciamo che è l’unico punto su cui è stata veramente raggiunta la parità di genere… I giovani – che sono indicati in cima alle priorità in ogni discorso governativo – si trovano invece in una situazione ancora peggiore. Inchiodando gli anziani al lavoro finché morte non li liberi, infatti, ritardano progressivamente l’ingresso nel mondo del lavoro “vero” (diciamo mediamente stabile, nulla di più). Nel frattempo, grazie alla “decontribuzione previdenziale” messa come incentivo all’assunzione, si vedranno drasticamente decurtati i contributi validi ai fini pensionistici futuri, venendo così condannati a pensioni da fame (se ci arriveranno vivi). Inutile aggiungere che, con la decontribuzione, intanto calano le entrate annue dell’Inps, il cui garrulo presidente potrà così continuare a dire che “non abbiamo i conti a posto” per giustificare altre e più infami modifiche al sistema (senza peraltro lamentarsi troppo delle aziende, che evadono contributi previdenziali per almeno 8 miliardi ogni anno). Ultimo appunto. Aumentare l’età pensionabile non significa affatto che le persone avranno un lavoro fino a quell’età. Significa soltanto che prima di quell’età non verrà corrisposta loro una pensione. Il Jobs Act, abolendo l’art. 18 (che vietava i licenziamenti “senza giusta causa”), permette alle aziende di licenziare individualmente in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo. Dunque è facile prevedere – ma sta già avvenendo – che tenderanno a liberarsi in anticipo di dipendenti così invecchiati da non poter essere abbastanza “produttivi”. E naturalmente questo avviene ed avverrà soprattutto in quelle mansioni più “usuranti”. Il cerchio si chiude. ”Dovete morire prima”, come ha osato dire il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan… ***** Morti in forte aumento e pochi nati: il vero deficit italiano Gian Carlo Blangiardo – L’Avvenire, 13 agosto 2017 Nel primo trimestre 2017 le morti sono aumentate del 15 per cento, i nati sono in ancora in calo (-2,6%) e Il saldo naturale negativo è a livelli record: 346mila unità. Parlare di demografia attorno alla metà del mese d’agosto, quando i ritmi della vita rallentano e si vorrebbe assaporare il piacere del meritato riposo, sembra un accanimento che solo Giovanni Sartori, con le sue vivaci (e francamente spesso discutibili) considerazioni sui temi della popolazione, si poteva permettere. Tuttavia, il recente aggiornamento del bilancio demografico della popolazione italiana, fornito dall’Istat per il primo trimestre del 2017, offre spunti che inducono a travalicare gli scrupoli nel proporre una riflessione impegnativa pur in presenza di un clima agostano e vacanziero. Alla luce dei nuovi dati, ciò su cui conviene innanzitutto soffermarsi non è tanto il prosieguo della tendenza a perdere popolazione – altri 57mila residenti in meno tra il 1° gennaio e il 31 marzo 2017 che si aggiungono agli oltre 200mila persi nel biennio 2015-2016 – quanto le modalità con cui tale risultato è andato concretizzandosi. Ci troviamo infatti in presenza di un quadro statistico che anticipa la prospettiva di un nuovo anno contraddistinto da record negativi su tutti i fronti. Partiamo dalle nascite. La loro frequenza nel primo trimestre del 2017, pari a 112mila unità, è inferiore del 2,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Anno in cui – è bene ricordarlo – si era già registrato il più basso numero di nati dai tempi dell’Unità Nazionale (1862-1916). Se dovessimo estrapolare su base annua il dato parziale di questo inizio 2017 avremmo un bilancio finale di 461mila nascite. Un valore che, stando ai più recenti scenari previsionali diffusi dall’Istat, ben si concilia con una prospettiva di ulteriore estremo regresso sul piano della vitalità demografica del nostro Paese, lasciando intendere un calo di quasi 3 milioni di abitanti nel prossimo ventennio e una discesa del peso relativo della componente più giovane (i residenti in età 0-14 anni) dall’attuale 13,5% al 10,9%. Ma il messaggio più impressionante che ci consegnano le statistiche di questo primo scorcio del 2017 è quello relativo alla frequenza dei decessi. Ne sono stati conteggiati 192mila nel trimestre in oggetto: il 14,9% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Con persino una crescita del 2% rispetto ai primi tre mesi del 2015, un anno che – come è ben noto – si era distinto negativamente per una sorprendente impennata della mortalità (a suo tempo messa tempestivamente in luce proprio sulle colonne di “Avvenire”). Siamo dunque in presenza di un nuovo improvviso peggioramento dei livelli di sopravvivenza della popolazione italiana, e soprattutto della sua componente più anziana e fragile? Attualmente i dati disponibili non consentono ancora adeguati accertamenti sulle cause dei decessi e sulle caratteristiche dei soggetti coinvolti, ma è senz’altro da escludere che un aumento così consistente della frequenza di morti sia unicamente imputabile a cambiamenti quantitativi o strutturali dei residenti. L’invecchiamento della popolazione tra il 1° gennaio 2016 e la stessa data del 2017 potrebbe, infatti, spiegare al più un incremento dei decessi nell’ordine del 3%: non quel quasi 15% di cui si è detto! Per altro va rilevato che se la variazione osservata in questo primo trimestre dovesse valere per l’intero anno ci troveremmo a contabilizzare nel 2017 ben 707mila morti. Occorre risalire al 1944 per trovare un dato simile! Nel complesso, estrapolando su base annua i primi dati trimestrali su natalità e mortalità avremmo un saldo naturale per il 2017 di segno negativo, più morti che nati, per 346mila unità: un valore quasi equivalente alla somma dei due saldi – già negativi e di dimensione preoccupante – che hanno caratterizzato il precedente biennio 2015-2016. Che dire davanti a un tale scenario? Per prima cosa si può sperare che, trattandosi di dati ancora parziali, ci sia strada facendo una qualche correzione di rotta. Tuttavia, affinché un cambiamento sia realisticamente configurabile sarebbe necessaria una strategia condivisa e tempestiva capace di rimettere al centro la famiglia, sia come protagonista delle scelte legate alla genitorialità, sia come rete di supporto ai membri fragili sul piano socio economico e sanitario. Ma quali novità ci sono, se ci sono, su questo fronte? Anche per questo è importante che sia stata confermata la terza Conferenza nazionale sulla famiglia (Roma 28 e 29 settembre 2017) e che essa possa essere, come previsto, l’occasione per discutere una versione aggiornata del ‘Piano nazionale per la famiglia’ e renderne operativi i contenuti. Non dimentichiamo però che mentre la Seconda Conferenza (Milano, 2010) si interrogava – già allora con toni preoccupati – sul futuro demografico di un’Italia caratterizzata da 562mila nascite e da un saldo naturale negativo per ‘sole’ 25mila unità (dati 2010), l’edizione 2017 sembrerebbe capitare in un anno con circa 100mila nati in meno e con un ipotetico squilibrio naturale di quattordici volte più grande. Ce n’è dunque quanto basta per sottolineare l’urgenza che, sul fronte dei risultati, il nuovo Piano Nazionale sappia essere, diversamente dalla sua precedente versione, ben più che un bel ‘libro dei sogni’.

04.11.2017

Albena Azmanova, Barbara Spinelli e 188 intellettuali, accademici e parlamentari europei chiedono il rispetto dello stato di diritto in Spagna e sollecitano una mediazione europea in una lettera aperta al Presidente della Commissione Juncker, al Presidente del Consiglio europeo Tusk e per conoscenza al Primo vice presidente Frans Timmermans

Caro presidente Juncker, caro presidente Tusk,
siamo accademici, politici, intellettuali, eurodeputati, e ci rivolgiamo a Voi per esprimere le seguenti preoccupazioni:

L’Unione ha proclamato che lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali sono vincolanti per gli Stati membri (articoli 2 e 6 del Trattato di Lisbona). La leadership UE è stata il custode di queste norme, da ultimo nel contrastare gli attacchi del governo polacco all’indipendenza dei giudici e le limitazioni delle libertà della società civile e dei media in Ungheria.

Tuttavia, siamo profondamente preoccupati dal modo in cui le istituzioni UE stanno condonando la violazione dello stato di diritto in Spagna, in particolare per quanto riguarda l’atteggiamento delle autorità spagnole verso il referendum del 1 ottobre sull’indipendenza catalana. Non prendiamo posizione sulla sostanza della disputa concernente la sovranità territoriale, e siamo coscienti dei difetti procedurali nell’organizzazione del referendum. La nostra preoccupazione centrale riguarda l’applicazione dello stato di diritto in uno Stato membro dell’UE.

Il governo spagnolo ha giustificato le proprie azioni invocando la difesa o il ripristino dell’ordine costituzionale. L’Unione ha dichiarato che si tratta di affari interni alla Spagna. In effetti, nelle democrazie liberali le questioni di sovranità nazionale sono interne. Tuttavia, il modo in cui le autorità spagnole hanno trattato la domanda di indipendenza espressa da una parte significativa dei catalani costituisce una violazione dello stato di diritto, e precisamente:

1/ Il Tribunale costituzionale spagnolo ha proibito il referendum sull’indipendenza indetto per il 1 ottobre, così come la sessione del Parlamento catalano programmata per il 9 ottobre, denunciando la violazione dell’articolo 2 della Costituzione che stabilisce l’unità indissolubile della nazione, e rendendo dunque illegale la secessione. Tuttavia, applicando in tal modo l’articolo 2, il Tribunale ha violato precise disposizioni costituzionali sulla libertà di riunione pacifica e di parola – i due principii incarnati dai referendum e dalle deliberazioni parlamentari, indipendentemente dalla materia su cui si esplicano. Senza interferire nelle controversie costituzionali in Spagna o nel suo codice penale, notiamo che applicare una disposizione costituzionale violando i diritti fondamentali è una caricatura della giustizia. Le sentenze del Tribunale, e le azioni governative alle quali queste sentenze hanno fornito una base legale, violano quindi sia lo spirito sia la lettera dello stato di diritto.

2/ Nei giorni che hanno preceduto il referendum le autorità spagnole hanno attuato una serie di azioni repressive contro funzionari pubblici, parlamentari, sindaci, media, società e cittadini. L’oscuramento di Internet e altre reti di comunicazione durante e dopo la campagna referendaria hanno avuto conseguenze gravi sulla libera espressione.

3/ Nel giorno del referendum, la polizia spagnola è ricorsa all'uso eccessivo della forza e della violenza contro votanti e dimostranti pacifici, secondo Human Rights Watch. Si tratta di un incontrovertibile abuso di potere nell'applicazione della legge.

4/ L’arresto e l’incarcerazione il 16 ottobre di Jordi Cuixart e Jordi Sànchez (presidenti rispettivamente dell’Assemblea Nazionale Catalana e di Omnium Cultural) con l’accusa di sedizione è un esempio di mala giustizia. I fatti all’origine dell’incriminazione vanno qualificati non come sedizione, ma come libero esercizio del diritto di manifestazione pacifica, sancito nell’articolo 21 della Costituzione spagnola.

Il governo spagnolo, nello sforzo di salvaguardare la sovranità dello Stato e l’indivisibilità della nazione, ha violato diritti e libertà basilari, garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dagli articoli 2 e 6 del Trattato di Lisbona. In nessun Paese membro la violazione dei diritti e delle libertà tutelati dalla legge internazionale ed europea può essere un affare interno. Il silenzio dell’UE e il suo rifiuto di mediazioni inventive è ingiustificabile.

Le misure del governo spagnolo non possono giustificarsi come azioni volte a proteggere lo stato di diritto, anche se basate su specifiche disposizioni legali. Contrariamente al “governo per mezzo della legge” (rule-by-law), applicata in forza di norme emanate attraverso una corretta procedura legale o emesse da un’autorità pubblica, lo stato di diritto (rule of law) implica la contemporanea salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali – una legge è vincolante non semplicemente perché proceduralmente corretta, ma perché rappresenta al tempo stesso la giustizia. È quest’accezione di stato di diritto a conferire legittimità alle autorità pubbliche nelle democrazie liberali.

Chiediamo dunque alla Commissione di esaminare la situazione in Spagna nel quadro dello stato di diritto, come ha fatto per altri Stati membri.

La leadership UE ha ribadito che la violenza non può essere uno strumento in politica, eppure ha implicitamente condonato le azioni della polizia spagnola, considerando le azioni del governo di Madrid in linea con lo stato di diritto. Tale versione riduzionista e menomata dello stato di diritto non deve diventare il nuovo senso comune politico in Europa. È pericoloso e rischia di causare danni a lungo termine nell’Unione. Chiediamo perciò al Consiglio europeo e alla Commissione di fare il necessario per restaurare il principio dello stato di diritto quale fondamento della democrazia liberale in Europa, contrastando ogni forma di abuso di potere commesso dagli Stati membri. In assenza di ciò, e di seri sforzi di mediazione, l’UE rischia di perdere la fiducia dei suoi cittadini.

Nel frattempo la crisi si è approfondita (il governo catalano in detenzione, un mandato di arresto spiccato nei confronti di Puigdemont). Seguiamo da vicino la situazione, avendo in mente gli inseparabili interessi della democrazia in Catalogna, in Spagna, in Europa, e insistiamo più che mai sull'importanza che l’UE eserciti vigilanza, affinché le libertà fondamentali siano rispettate da tutte le parti.

Seguono 185 Co-firmatari (a titolo personale).

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