Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

Manlio Dinucci
da il Manifesto
30.04.2017

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«L’Italia partecipa a testa alta all'Alleanza Atlantica, nella quale è il quinto maggiore contributore, e conferma l’obiettivo di raggiungere il 2 per cento del Pil nelle spese militari»: lo ha dichiarato il presidente del consiglio Gentiloni.
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Proprio ricevendo il 27 aprile a Roma il segretario generale della Nato Stoltenberg. Ha così ripetuto quanto già detto al presidente statunitense Donald Trump, ossia di essere «fiero del contributo finanziario dell’Italia alla sicurezza dell’Alleanza», garantendo che, «nonostante certi limiti di bilancio, l’Italia rispetterà l’impegno assunto».
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I dati sulla spesa militare mondiale, appena pubblicati dal Sipri, confermano che Gentiloni ha ragione ad andare fiero e a testa alta: la spesa militare dell’Italia, all'11° posto mondiale, è salita a 27,9 miliardi di dollari nel 2016. Calcolata in euro, corrisponde a una spesa media giornaliera di circa 70 milioni (cui si aggiungono altre voci, tra cui le missioni militari all'estero, extra budget della Difesa).Sotto pressione Usa, la Nato vuole però che l’Italia arrivi a spendere per il militare il 2% del Pil, ossia circa 100 miloni di euro al giorno.
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Su questo, Trump è stato duramente esplicito: ricevendo Gentiloni alla Casa Bianca, riferisce lui stesso in una intervista alla Associated Press, gli ha detto: «Andiamo, devi pagare, devi pagare…».
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E, nell'intervista, Trump si dice sicuro: «Pagherà». Non è però Gentiloni a pagare, ma la stragrande maggioranza degli italiani, direttamente e indirettamente attraverso il taglio delle spese sociali.
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C’è però, evidentemente, chi ci guadagna. Nel 2016, l’export italiano di armamenti è aumentato di oltre l’85% rispetto al 2015, salendo a 14,6 miliardi di euro. Un vero e proprio boom, dovuto in particolare alla vendita di 28 cacciabombardieri Eurofighter al Kuwait, che diviene primo importatore di armi italiane. Un maxi-contrattto da 8 miliardi di euro, merito della ministra Roberta Pinotti, efficiente piazzista di armi (v. il manifesto del 23 febbraio 2016). Si tratta della più grande commessa mai ottenuta da Finmeccanica, nelle cui casse entra la metà degli 8 miliardi. Garantita con un finanziamento di 4 miliardi da un pool di banche, tra cui UniCredit e Intesa Sanpaolo, e dalla Sace del gruppo Cassa depositi e prestiti.
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Si accelera così la riconversione armata di Finmeccanica, con risultati esaltanti per i grossi azionisti: nella classifica delle 100 maggiori industrie belliche mondiali, redatta dal Sipri, Finmeccanica si colloca nel 2015 al 9° posto mondiale con una vendita di armi del valore di 9,3 miliardi di dollari, equivalente ai due terzi del suo fatturato complessivo.
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L’azienda accresce fatturato e profitti puntando su industrie come la Oto Melara, produttrice di sistemi d’arma terrestri e navali (tra cui il veicolo blindato Centauro, con potenza di fuoco di un carrarmato, e cannoni con munizioni guidate Vulcano venduti a più di 55 marine nel mondo); la Wass, leader mondiale nella produzione di siluri (tra cui il Black Shark a lunga gittata); la Mbda, leader mondiale nella produzione di missili (tra cui quello anti-nave Marte e quello aria-aria Meteor); l'Alenia Aermacchi che, oltre a produrre aerei da guerra (come il caccia da addestramento avanzato M-346 fornito a Israele), gestisce l’impianto Faco di Cameri scelto dal Pentagono quale polo dei caccia F-35 schierati in Europa.
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Poco importa che Finmeccanica – in barba al «Trattato sul commercio di armamenti» che proibisce di fornire armi utilizzabili contro civili – fornisca armi a paesi come il Kuwait e l’Arabia Saudita, che stanno facendo strage di civili nello Yemen.Come stabilisce il «Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa» a firma della ministra Pinotti, convertito in disegno di legge, è essenziale che l’industria militare sia «pilastro del Sistema Paese», poiché «contribuisce, attraverso le esportazioni, al riequilibrio della bilancia commerciale e alla promozione di prodotti dell’industria nazionale in settori ad alta remunerazione», creando «posti di lavoro qualificati».
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Poco importa naturalmente che si spendano per il militare, con denaro pubblico, oltre 70 milioni di euro al giorno, ormai in continuo aumento.Essenziale, stabilisce il «Libro Bianco», è che l’Italia sia militarmente in grado di tutelare, ovunque sia necessario, «gli interessi vitali del Paese». Più precisamente, gli interessi vitali di chi si arricchisce con la guerra.

Pubblicato
il 27.04.2017

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Maurizio Acerbo, nuovo segretario nazionale di Rifondazione Comunista, in esclusiva a BN parla degli obiettivi del partito e di futuro della sinistra.
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In occasione del corteo organizzato dall'ANPI a Roma questo 25 aprile per il 72° anniversario della Liberazione, Blasting News ha intervistato in esclusiva Maurizio Acerbo. 51 anni, abruzzese, ex deputato e da meno di un mese nuovo segretario nazionale di Rifondazione Comunista, prendendo il posto di Paolo Ferrero che lascia la guida del partito dopo quasi nove anni. Ecco cosa ci ha detto.
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Acerbo, quali sono gli obiettivi principali della sua segreteria di Rifondazione Comunista?
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“Il nostro obiettivo è quello di far uscire dallo stato di marginalità quel poco di #sinistra che è rimasto in Italia.
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Abbiamo fatto una traversata nel deserto come Rifondazione, in direzione ostinata e contraria dal 2008 quando scegliemmo di non allearci col PD. Fin dall'inizio avevamo capito che tale partito aveva nel codice genetico il neoliberismo e la fine del rapporto con l’eredità della storia della sinistra, tutto ciò ben prima dell’arrivo di Renzi, il quale è il risultato e l’esito di un processo, che ha molti responsabili, compresi tanti di quelli che oggi lo criticano. Le nostre scelte di questi anni ci sono costate l’uscita dal Parlamento, dove saremmo potuti rientrare comodamente come hanno fatto altri con meno voti di noi, ci è costato l’uscita da gran parte delle Regioni e dei Comuni, ma era indispensabile per ridare un profilo di credibilità a una sinistra che ha perso il radicamento popolare e il capitale di fiducia che aveva in ampi settori, perché è apparsa come l’ala sinistra dei politicanti e della casta. Noi vogliamo uscire da questa frantumazione che ci vede deboli non solo nella rappresentanza politica ma anche nelle lotte sociali: fino a quando Rifondazione ha avuto una sua forza di massa, una sua visibilità e una presenza parlamentare, pur magari criticando il partito c’erano giganteschi movimenti: non vi era un weekend in cui Roma non fosse attraversata da una grande manifestazione; mi pare evidente che questo indebolimento della sinistra politica si è tradotto anche in un drammatico indebolimento della sinistra sociale”.

Questa frammentazione a sinistra sembra però non essersi conclusa, c’è la possibilità di una ricomposizione anche in vista delle #Elezioni politiche che sono sempre più vicine?
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Io penso che non dobbiamo lavorare per una semplice alleanza elettorale, noi proponiamo da anni che nasca in Italia un soggetto unitario della sinistra antiliberista alternativo al PD. Non ha senso un discorso del ‘volemose bene’ perché quando ci sono divergenze politiche enormi è ovvio e giusto che ci sia divisione, ma oggi c’è uno schieramento possibile di forze (o peggio di debolezze) politiche e sociali che possono ritrovarsi sugli obiettivi concreti: la critica all'Unione Europea per come è stata costruita sulla base dei Trattati, la difesa della Costituzione, la lotta dei beni comuni e dell’ambiente, nelle battaglie per il lavoro, contro la precarietà e per un reddito minimo garantito (che noi proponiamo da tanti anni prima del M5S), sulla richiesta della riduzione dell’orario di lavoro (lavorare meno, lavorare tutti è l’unica soluzione in questo contesto).
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Quelli che sono d’accordo con questo, e pertanto sono alternativi al PD, possono costruire insieme un soggetto politico senza sciogliersi, nella massima pluralità delle culture e insieme fare una soggettività nuova che coinvolga la gran maggioranza dei comunisti e delle persone di sinistra, degli ecologisti e dei libertari, che oggi sono senza la tessera di alcun partito. Si guardi alla Spagna dove le più grandi città sono governate dalla sinistra radicale. A Barcellona pochi giorni fa ho partecipato all'assemblea fondativa del nuovo soggetto politico catalano, che è un passo ulteriore rispetto alle liste unitarie di Podemos e Izquierda Unida: un nuovo soggetto fatto di tanti partiti ma anche di persone e attivisti sociali. Perché non si può fare anche in Italia? Perché qui l’opposizione deve essere delegata a un movimento virtuale fatto da gente che non è mai stata nelle lotte e invece non ci può essere un movimento di quelli che le lotte le fanno davvero?”
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‘Risultato francese di Melenchon è speranza per l’Europa; la sinistra sia alternativa alla peste e al colera’
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A proposito di esperienze estere, pochi giorni fa il voto in #Francia. Voi appoggiavate Melenchon che è andato molto bene, ma adesso non ha dato indicazione di voto al ballottaggio. Cosa pensa di quanto sta accadendo oltralpe?
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“Ovviamente sia i compagni del PCF che Melenchon fanno parte come noi del Partito della Sinistra Europea, quello che decidono di fare in Francia lo scelgono loro e noi rispettiamo le loro scelte. Ma quello che hanno fatto tutti insieme è storico, il 20% è il più alto risultato della storia per chi sta alla sinistra dei socialisti; mi pare che Melenchon abbia voluto dare un segno, ovvero che noi non abbiamo più niente da sparire con chi rappresenta il grande capitale finanziario come Macron. Poi magari i compagni della sinistra francese andranno a votare per impedire che vinca la Le Pen, ma senza più l’idea che ci possa essere un centrosinistra perché Macron è uno dei responsabili delle politiche di governo di Hollande, contro la quale in Francia ci sono stati vari scioperi generali. L’importante è che la Francia, dopo la Grecia, la Spagna e il Portogallo, dimostra come una sinistra che sia molto radicale e di rottura, non compromessa con le classi dirigenti responsabili della crisi sociale, che trovi il linguaggio giusto e il coraggio di innovare mantenendo i propri principi, può riaggregare il suo popolo disperso e conquistare dentro la crisi tanta altra gente. Il 20% di Melenchon è un segnale di speranza per l’Europa e mostra che non dobbiamo rifugiarci in formule da politicanti ma scegliere la strada del rapporto diretto con le persone. Come è stato scritto da qualcuno in Francia al ballottaggio dovranno scegliere fra la peste e il colera, ecco in Italia la sinistra deve dare l’idea di essere un’alternativa sia alla peste che al colera”.

26.04.2017

«L’attacco ai lavoratori dell’Alitalia, che hanno giustamente votato no nel referendum – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea -, è vergognoso. Tra doppi hub e ruberie, i governi e i manager si sono mangiati la compagnia e adesso criminalizzano i lavoratori.
I privati a cui ci si è affidati invece di risanare la compagnia l’hanno affondata. Ci sono costati tantissimo i danni fatti dai finti salvatori privati. Ora lo spezzatino per sancire la fine definitiva di quella che era stata una grande impresa pubblica. Il governo intervenga a tutela dei posti di lavoro. Meglio nazionalizzare, lasciando perdere gli editoriali reazionari di Alesina e Giavazzi che a forza di dare retta a quelli come loro questo paese sta andando a picco».

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Lo avrai camerata Kesselring
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Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
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Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
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Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
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Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
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Piero Calamandrei

24.04.2017
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Il reporter è atterrato alle 10.30 all'aeroporto di Bologna,dopo 14 giorni in carcere senza alcun motivo, è stato liberato dalle autorità turche. Era stato arrestato il 9 aprile,nella provincia di Hatay, al confine con la Siria, in Turchia durante un controllo .
Gabriele Del Grande, appena sceso dall'aereo a Bologna, ha riabbracciato la compagna e gli altri familiari ed ha detto «Sto bene, il problema è stata la detenzione, la privazione della libertà personale. Non ho subito alcun tipo di violenza».
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“Quello che mi è successo è illegale, un giornalista privato della libertà mentre sta svolgendo un lavoro in un paese amico”, ha aggiunto, specificando che “ancora non ho capito perché sono stato fermato, non mi è stato lasciato nessun provvedimento”. Poi ha fatto un appello a “non dimenticarci degli altri giornalisti ancora in carcere, non solo in Turchia, e in condizioni peggiori delle mie”.
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Del Grande era stato fermato il 9 aprile in Turchia durante un controllo nella provincia di Hatay, al confine con la Siria. La notizia del fermo era emersa il giorno successivo e fin dall'inizio avevano seguito la vicenda il consolato italiano a Smirne e l’ambasciata italiana ad Ankara, in stretto raccordo con la Farnesina. Il 18 aprile la prima telefonata alla famiglia: “Non mi è stato torto un capello ma non posso telefonare, hanno sequestrato il mio telefono e le mie cose”, aveva detto, come era stato riferito sulla pagina Facebook del suo film Io sto con la sposa.

“La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Ho subito interrogatori al riguardo. Ho potuto telefonare solo dopo giorni di protesta. Non mi e’ stato detto che le autorità italiane volevano mettersi in contatto con me”, aggiungeva Del Grande nel breve colloquio, spiegando di essere stato prima “tenuto in un centro di identificazione e di espulsione di Hatay” e poi “trasferito a Mugla“, sulla costa egea, “sempre in un centro di identificazione ed espulsione, in isolamento“. Negli ultimi giorni il governo italiano aveva intensificato i contatti con le autorità turche per chiederne la liberazione e venerdì il reporter aveva incontrato una delegazione consolare italiana, insieme al suo legale turco.
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Gabriele del Grande da anni è impegnato sul tema delle migrazioni. Fondatore del blog Fortress Europe, che dal 2006 racconta il Mediterraneo e le vittime dei confini, è fra i tre registi di Io sto con la sposa, documentario del 2014 finanziato dal basso in cui racconta il viaggio di cinque profughi siriani e palestinesi per raggiungere la Svezia dall'Italia.

Del Grande era partito per la Turchia pochi giorni prima di essere fermato, per raccogliere materiale per il suo nuovo libro: si tratta di Un partigiano mi disse, che sta realizzando grazie al crowdfunding. L’idea, come spiega lui stesso sul sito della raccolta fondi, è quella di “guerra in Siria e nascita dell'Isis raccontate attraverso l’epica della gente comune in un intreccio di geopolitica e storytelling”. Su Facebook, l’8 aprile il documentarista aveva fatto sapere di essere “di nuovo in viaggio, Istanbul, sulle tracce di una nuova storia per il libro”, mentre il 5 aprile aveva scritto: “Il giornalismo dovrebbe denunciare i crimini di guerra. Di tutti. Per farlo però c’è bisogno che ai corrispondenti di guerra siano garantiti l’ingresso sicuro e l’indipendenza del loro lavoro”.

r. g.
Da il Manifesto
19.04.2017

Arrestiamo umani. Dopo nove giorni in isolamento il reporter ha potuto fare ieri solo una breve telefonata sorvegliata.

«Sto bene, non mi è stato torto un capello ma non posso telefonare, hanno sequestrato il mio cellulare e le mie cose, sebbene non mi venga contestato nessun reato». La prima telefonata di Gabriele Del Grande, il giornalista italiano fermato in Turchia durante un controllo di polizia nella provincia sudorientale dell'Hatay al confine con la Siria e trattenuto in un centro di detenzione amministrativa da domenica 9 aprile fino a ieri senza possibilità di contatto con l’esterno è arrivata solo ieri. «Da stasera inizio lo sciopero della fame e invito tutti a mobilitarsi per chiedere che vengano rispettati i miei diritti», ha annunciato chiamando la sua compagna e alcuni amici.
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La telefonata è comunque stata concessa sotto stretta sorveglianza. «Sto parlando con quattro poliziotti che mi guardano e ascoltano», ha riferito infatti. «Mi hanno fermato al confine, e dopo avermi tenuto nel centro di identificazione e di espulsione di Hatay, sono stato trasferito a Mugla, sempre in un centro di identificazione ed espulsione, in isolamento. I miei documenti sono in regola ma non mi è permesso di nominare un avvocato, né mi è dato sapere quando finirà questo fermo – ha aggiunto – La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Ho subito interrogatori al riguardo. Ho potuto telefonare solo dopo giorni di protesta».
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Gabriele Del Grande, 35 anni, è reporter e documentarista. Fondatore dell’osservatorio sulle vittime dell’immigrazione «Fortress Europe», nel 2014, insieme ad Antonio Augugliaro e Khaled Soliman Al Nassiry, ha realizzato il documentario «Io sto con la sposa» che racconta la vera storia di cinque profughi palestinesi e siriani, sbarcati a Lampedusa, che per arrivare in Svezia mettono in scena un finto matrimonio. Finanziato con il crowdfunding, il film è stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia, sezione Orizzonti.
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Sempre attraverso il crowdfunding stava realizzando un altro progetto, una serie di interviste ai profughi di guerra siriani per il libro «Un partigiano mi disse», descritto nella presentazione come un’opera «sulla guerra in Siria e la nascita dell'Isis raccontate attraverso l’epica della gente comune in un intreccio di geopolitica e storytelling».
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Ieri dopo l’annuncio dell’inizio dello sciopero della fame di Del Grande il presidente della Commissione per i diritti umani Luigi Manconi ha incontrato a porte chiuse per un’ora l’ambasciatore turco a Roma, mantenendo il massimo riserbo sul contenuto del colloquio.
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Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea:
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“Mi unisco al suo sciopero della fame. Subito libero il reporter italiano”
Il sequestro di Gabriele Del Grande da parte del regime di Erdogan è un atto gravissimo rispetto al quale il nostro governo e l’Europa appaiono troppo silenziosi. Non è tollerabile che un giornalista italiano venga fermato per giorni senza alcuna imputazione dalla polizia di uno stato che tra l’altro è anche nostro alleato della NATO. Cosa aspettano il Presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri, il Presidente della Repubblica, lo stesso Presidente italiano del Parlamento europeo a battere i pugni per esigere l’immediata liberazione del nostro connazionale? Gabriele Del Grande è un giornalista e un regista che in mezzo alla barbarie che avanza racconta l’umanità che supera barriere e frontiere: il suo film IO STO CON LA SPOSA andrebbe proiettato ovunque. Abbiamo tutti il dovere di mobilitarci per riportare subito a casa Gabriele. A partire da questo momento mi unisco al suo sciopero della fame.

Pubblicato il 16 apr 2017
Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista
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Nonostante il monopolio dei media, l’incarcerazione di decine di migliaia di oppositori, l’impossibilità per le opposizioni di fare campagna per il No Erdogan riesce a vincere solo per un soffio e solo attraverso i brogli.
Dal voto esce un paese diviso in due e in cui nelle grandi città, Istanbul, Ankara e Smirne, come nelle regioni curde ha prevalso il no.
Le opposizioni contestano la validità di almeno 2,5 milioni di voti e irregolarità in 2/3 dei seggi. Già si annunciano ricorsi per brogli ed è da notare come fra coloro che hanno avuto la possibilità di votare in carcere, l’80% ha espresso la propria contrarietà ai cambiamenti costituzionali.
La vittoria di Erdogan è una farsa antidemocratica.
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Sono 18 gli emendamenti modificati in base all'esito del referendum Abolita la carica di Primo Ministro eletto dal parlamento, si passa ad un presidenzialismo privo di fatto di ogni forma di bilanciamento dei poteri. Sul presidente della Repubblica, eletto ogni 5 anni insieme al parlamento si assommano gran parte dei poteri: proporre leggi, definire il bilancio dello Stato, comandare l’esercito, nominare non solo vice presidenti e ministri che possono essere destituiti in qualsiasi momento ma anche i generali, il direttore dei servizi segreti, i rettori universitari e altri importanti incarichi amministrativi e giudiziari. Il Presidente potrà nominare 12 su 15 membri della Corte Costituzionale e 4 su 13 del Consiglio dei Magistrati e dei Pubblici ministeri, (7 saranno di nomina parlamentare e 2 saranno il ministro e il sottosegretario della Giustizia, quindi entrambi nominati dal Presidente). Il presidente in carica Erdogan potrebbe governare per altri 17 anni, tenendo conto che è già al potere dal 2002, ma si ritroverà a dover gestire un paese non pacificato nonostante le dure ondate repressive.
L’Unione Europea non può far finta di niente: ha come partner un regime dittatoriale che è membro della NATO e del Consiglio d’Europa.
L’Italia e e gli altri governi dell’Unione Europea non riconoscano legittimità del referendum e non tradiscano le forze che si battono per la democrazia in Turchia.
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Come Rifondazione Comunista la vittoria di Erdogan è un ulteriore passo verso il baratro. Un regime guerrafondaio che già interviene in Siria e Iraq, che reprime lA minoranze curda e ogni forma di dissidenza interna, religiosa, politica, intellettuale non può essere considerato democratico.
Nel ribadire la nostra ferma condanna dell’accordo siglato fra UE e Turchia nel marzo 2016 che trasforma il paese in un carcere a cielo aperto, torniamo a chiedere la liberazione di tutti i detenuti politici a partire dai parlamentari dell'HDP e esprimiamo la nostra solidarietà ribadiamo la nostra solidarietà
a tutte le vittime di repressione, al mondo laico e progressista che sta resistendo all'oscurantismo religioso e nazionalista.
I dati del voto per il NO nelle città curde martoriate dall'esercito turco con migliaia di morti mostrano il coraggio di un popolo a cui nel corso degli anni il PKK ha dato voce e un progetto di liberazione.
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Soltanto la liberazione del presidente Ocalan e l’apertura di un dialogo sulle sue proposte di confederalismo democratico può aprire la strada a un processo che garantisca pace e democrazia in Turchia e nei paesi vicini.

Da il Corriere
15.04.2017
di Andrea Nicastro

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È un minerale indispensabile per i nostri smartphone. Si estrae nelle miniere del Congo, controllate dai signori della guerra. Che danno «lavoro» a milioni di schiavi «volontari»
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Il coltan è un minerale di superficie e per estrarlo non bisogna fare costosi tunnel di chilometri. È raro, si trova in Congo e in pochi altri Paesi. E soprattutto è indispensabile per i nostri smartphone e per l’industria aerospaziale. Facile, prezioso, utile: tre vantaggi che ne fanno il bancomat della giungla, disponibile per chi abbia un esercito privato, sia guerrigliero o militare corrotto. La manodopera della disperazione è semplice da «creare». Basta razziare nelle province vicine, uccidere, violentare. La gente scapperà e verrà a scavare proprio per il «Signore della guerra» che controlla il coltan. Senza che lui investa un centesimo per allestire la miniera, la gente si organizzerà in clan di 30-40 persone. Gli uomini estrarranno le pietre con le vanghe, le donne e i bambini le laveranno a mano nell’acqua e le trasporteranno al mediatore più vicino. A volte cammineranno anche due giorni nella foresta con trenta chili sulle spalle. I minerali verranno imbarcati per la Cina o la Malesia dove i due metalli del coltan (columbine e tantalio) verranno separati per essere venduti all’industria high tech. A ogni passaggio il Signore della guerra prende una tangente e si arricchisce sulla miseria altrui. Può essere un ribelle, un colonnello dell’esercito o un poliziotto.
Il Congo è pieno di schiavi volontari al servizio di uomini forti. Milioni, senza neppure la dignità di una statistica attendibile: bambini analfabeti, orfani, condannati tramandare da una generazione all’altra la maledizione delle miniere. Rapporti Onu parlano di 11 milioni di morti legati al controllo di questo business. Di chi è la colpa? Di un Paese troppo ricco di risorse e troppo povero di capitale umano. Dell’era coloniale. Del post colonialismo. Del neoliberismo. Della corruzione. Del fallimento dello Stato. Dei nostri smartphone e missili spaziali. Quasi l’80 per cento del minerale per i telefonini proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, l’intero Paese, invece di arricchirsi, ne è sconvolto e per di più, boicottare l’uso del metallo sarebbe come condannare alla fame milioni di persone.
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Suor Catherine delle sorelle del Buon Pastore, in missione a Kowesi, nell’ex provincia congolese del Katanga si sforza di spiegare la corsa al coltan. «La gente non scava nelle miniere artigianali per diventare ricca. Lì si abbrutiscono, si prostituiscono, si ubriacano, si ammalano e muoiono. Chi comincia sa già quale sarà il suo destino. Eppure arrivano di continuo. C’entra il fatto che sono stati scacciati dalle loro terre, ma anche altro, come spiegare a un europeo?». Nella cornetta si sente un coccodé e Suor Catherine si illumina. «Ecco forse così potrete capire: lo fanno perché non hanno le galline. Questa gente ha fame, in un paradiso ricco d’acqua e piante meravigliose come il Congo, non sono in grado di coltivare o allevare un pollo, sanno solo scavare».
«È la maledizione della ricchezza — sostiene il funzionario Onu Maurizio Giuliano, grande conoscitore dell’Africa —. Da 20 anni a questa parte sono quasi scomparse per ragioni politiche le grandi compagnie minerarie che offrivano un certo welfare ai loro operai. C’era paternalismo sì, ma la privatizzazione delle concessioni in assenza di un aiuto alternativo ha distrutto la coesione sociale. Signori della guerra controllano decine di migliaia di lavoratori in schiavitù volontaria. Stupri di massa e abusi di ogni genere sono la regola. E chi non scava o spara, muore di fame». Bambini di 5 anni in miniera, bambine di 11 nei bordelli delle bidonville minerarie, madri abbandonate con 5-10 figli che muoiono di fatica e malattia a trent’anni, orfani, schiavi volontari per un uovo al giorno.
Questi minatori «artigianali», dentro la giungla, guadagnano 3-4 dollari al giorno. Donne e trasportatori 2. I bambini anche meno. «Però così riescono almeno a mangiare — insiste ancora suor Catherine —. Il cibo in Congo è carissimo perché importato. Uova dallo Zambia, fagioli dalla Namibia, cavoli e mele dal Sud Africa». Chi compra il minerale dai minatori è spesso lo stesso che gli vende il cibo riprendendosi gli spiccioli che gli ha appena dato. «Basterebbero delle galline a dare un’alternativa».
Per aiutare i bambini minatori del Congo sarebbe, forse, utile un altro Leonardo DiCaprio. Il suo film Blood diamond (Diamanti di sangue) aiutò a incrinare il legame tra pietre preziose e guerre perché da sempre si cercano gemme per comprare armi, ma è con le armi che ci si impossessa delle gemme. Lo stesso sta accadendo con i metalli per l’High-Tech. Anche grazie a DiCaprio le regole internazionali sono cambiate in meglio. Il commercio dei diamanti non si è convertito in un esercizio di virtù, ma almeno chi vuole comprare pietre pulite oggi può farlo. Vale lo stesso per gli smartphone che abbiamo in tasca? «Da due anni a questa parte — spiega Cristina Duranti, della Fondazione Internazionale Buon Pastore — la catena di approvvigionamento dei metalli rari ha ricevuto maggiore attenzione. È entrata in vigore la riforma di Wall Street, la Dodd-Frank Act, che impone di controllare che le materie prime non alimentino i conflitti del Congo. Ci sono stati dei passi avanti, ma resta grande il problema del contrabbando e delle milizie».
Karen Hayes è la direttrice del programma «dalla miniere al mercato» della Ong Pact finanziata dalle industrie che usano il coltan e dal governo olandese. «Dal 2010 — racconta — abbiamo catalogato 800 miniere, mappato le zone di conflitto, distribuito computer e insegnato agli Stati a sorvegliare la catena dell’export. Oggi possiamo dire che le armi sono scomparse dalle miniere, anche se restano i bambini minatori e la povertà». Pochi però, vedono come Pact, il bicchiere mezzo pieno. Amnesty International sostiene che la Dodd-Frank Act ha solo scalfito il problema e la maggioranza delle società non ha neppure tentato di ottemperare alla Legge soprattutto per la parte del business che avviene nella giungla.
Una compagnia privata, la Fairphone, si vanta di produrre esclusivamente telefonini «senza guerra». «Controlliamo direttamente tutte le fasi dell’approvvigionamento — spiega Laura Gerritsen, responsabile del programma —. Così evitiamo il boicottaggio e non danneggiamo l’economia del Paese basato sulle miniere». Dalla parte opposta dell’etica del lavoro, società cinesi, kazake o comunque non quotate a Wall Street, ignorano qualsiasi procedura e comprano coltan da chiunque senza voler sapere come l’ha estratto. Il problema è enorme come il Congo, 80 milioni di abitanti, un governo conteso e un livello di scolarità che invece di crescere diminuisce.
«Non è più solo un problema di sfruttamento internazionale — dice il professor Luca Jourdan dell’Università di Bologna —. È peggio oggi il fallimento dello Stato. Le autorità hanno assunto una forma violenta e predatoria. Le istituzioni si mostrano efficienti quando distribuiscono concessioni minerarie ai famigli del potere e le proteggono con la forza. Quando invece si tratta di difendere i diritti basici delle persone, dai bambini, alle donne, ai lavoratori, lo Stato smette di esistere. Il risultato sono intere generazioni perdute, un popolo ridotto in schiavitù».

13.04.2017
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L’attacco di Trump alla Siria è stato un atto di terrorismo in violazione del diritto internazionale. E’ vergognoso che il governo italiano l’abbia giustificato. Anche le minacce alla Corea del Nord sono fuori da qualsiasi legittimità se non quella della prepotenza di chi sa di essere militarmente di gran lunga il più forte e armato. Trump è un pericolo per l’umanità e non si può assistere passivamente all'escalation delle sue iniziative e alla sottomissione con cui le Trumptruppen della politica e dell’informazione si accodano con argomenti ridicoli. Soltanto chi è in malafede può presentare il presidente del Ku Klux Klan come difensore dei valori della liberaldemocrazia e dei diritti umani.
E’ necessario rilanciare un movimento per la pace e contro la guerra in Italia e in Europa.

Maurizio Acerbo
segretario nazionale PRC- SE

Alex Corlazzoli
da Il Fatto quotidiano
12.04.201

Nei giorni scorsi il governo ha firmato il decreto con il quale assegna alle scuole paritarie private 575 milioni di euro. Pochi o tanti? Non solo. In queste ore il presidente nazionale dell’Associazione Nazionale degli Istituti non Statali di Educazione e di Istruzione, ha festeggiato il fatto che la ministra Valeria Fedeli (Pd) ha per la prima volta aperto un finanziamento Pon anche alle paritarie private: “Cade infatti, per la prima volta, la discriminazione verso di noi. La ministra è persona seria e coerente”, ha detto Luigi Sepiacci.
Credo sia arrivato il momento di riaprire un serio dibattito sulla questione.
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Una premessa.
L’articolo 30 della Costituzione cita: “E’ dovere e diritto dei genitori mantenere istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”. Pertanto sono mamma e papà a decidere come e dove istruire ed educare i propri bambini.
L’articolo 33, invece, dice: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. E aggiunge: “La legge nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad essere piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”.
A questo va aggiunta la Legge del 10 marzo 2000, a firma Berlinguer (oggi Partito Democratico e renziano doc) che all’articolo uno inseriva nel sistema nazionale di istruzione le scuole statali e le scuole paritarie private, alla pari. Non solo, all'articolo tre riconosceva a quest’ultime il loro ruolo di “servizio pubblico” quale effettivamente è.
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Detto questo qualche numero: oggi le scuole paritarie private coinvolgono un milione di famiglie, 13.000 scuole, 100.000 dipendenti, 332.548 studenti. Sono ragazzi iscritti più al Sud che al Nord dove la scuola paritaria offre il tempo pieno molto più che quella statale.
Una realtà che persino nella rossa Toscana è essenziale: in quella regione i bambini tra i tre e i cinque anni che frequentano scuole paritarie dove un quinto del personale è religioso e un terzo degli insegnanti sono suore. I servizi educativi per la prima infanzia sono gestiti per il 52,7% dal privato e dal 47% dal pubblico.
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Va preso atto: la scuola paritaria privata è una realtà presente e viva. Garantita dallo Stato che ha invece fallito sul fronte dei servizi per la prima infanzia, in primis. Non solo: non ha nemmeno riconosciuto l’obbligatorietà della scuola per i bambini dai tre ai cinque anni lasciando nelle mani dei privati la partita.
Chiaro, molti si appellano a quel “senza oneri per lo Stato” ma i sostenitori della paritaria non esitano a precisare che secondo loro il Costituente aveva pensato a ciò relativamente all’atto di nascita degli enti. Non è mio compito prendere posizioni giuridiche.
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Semmai è ora di fare un ragionamento. Le scuole paritarie private lamentano di avere pochi soldi dallo Stato, ed è vero: dal 2001 ad oggi il finanziamento è aumentato di poco, si è passati da 476 milioni di 15 anni fa ai 575 di oggi. Secondo i dati dell’Oecd in termini di spesa pubblica annuale per studente per le scuole primarie e secondarie siamo il Paese con il maggior gap tra pubbliche e private.
Ma dall'altro canto le cose non vanno meglio: secondo l’Ocse siamo tra gli ultimi in classifica in termini di spesa totale dal primo ciclo al ciclo terziario dell’istruzione. Basta entrare in una scuola statale anche della Lombardia per vedere aule senza wifi, con personal computer dei primi anni Novanta, con mappe vecchie appese alle pareti o ancora insegnanti che vengono pagati come una badante per le ore extracurriculari, per i viaggi d’istruzione con i ragazzi.
Lo Stato ha reso equipollente le paritarie e le statali senza accorgersi che quel “deve assicurare ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”. Forse vale al contrario. Non solo. Oggi non ci sono soldi per le paritarie private e nemmeno per le Statali.
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Un dibattito che va aperto e affrontato insieme come abbiamo provato a farlo sabato scorso a Melegnano dove allo stesso tavolo si è seduto un dirigente scolastico di una scuola statale, Giancarlo Sala, la presidente della Fidae suor Anna Monia Alfieri, l’assessore regionale Valentina Aprea ma anche Fabio Pizzul, consigliere regionale Pd in Lombardia. “Una battaglia quella tra scuole paritarie e statali Novecentesca che non ha più senso fare”, ha detto la Aprea. Una proposta è arrivata da suor Anna Alfieri: fissare un costo standard per studente da applicare alle scuole pubbliche italiane statali e paritarie. Un’idea che tuttavia pecca di escludere dai costi a carico dello Stato, le attività extracurriculari e i viaggi d’istruzione, per esempio. Inoltre non tiene conto di un’Italia divisa in due: si può applicare lo stesso costo standard a Palermo e a Milano?
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Intanto oggi chi controlla le paritarie private? Chi aiuta Melania a denunciare quella scuola paritaria che le ha dato i punti ma non lo stipendio? E’ complice di un sistema la ragazza del Sud che pur di fare punti accetta questo ricatto senza denunciare o è vittima? E poi è proprio così vero che il pluralismo educativo è assicurato dalle scuole paritarie private o forse è più garantito dalla scuola statale dove insegna il maestro ateo, la maestra buddista e quella cristiana cattolica? Il dibattito va riaperto, senza pregiudizi. Senza per forza scomodare il discorso di Calamandrei che aveva una sua ragion d’essere quando lo Stato faceva lo Stato.

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