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12/02/2021

da Left

Giulio Cavalli

Sta facendo (per fortuna) molto rumore la storia di Malika, la ragazza di Castelfiorentino (Firenze) che nei giorni scorsi ha rilasciato la sua drammatica testimonianza a Fanpage.it in cui racconta di essere stata cacciata di casa, di essere stata umiliata e di essere minacciata di morte dalla sua famiglia dopo avere raccontato di essersi innamorata di una donna.

 

La storia ha tutti gli ingredienti della famosa “famiglia tradizionale” che si preoccupa molto più dell’orientamento sessuale dei propri figli che dei figli stessi. «Ti auguro un tumore», «Meglio una figlia drogata che lesbica», «Mi parli di altra gente? Son fortunati perché hanno figli normali, e solo noi s’ha uno schifo così», sono solo alcune delle frasi che la madre di Malika le ha rivolto con dei messaggi vocali. Il fratello da mesi – racconta Malika – la minaccia promettendole di tagliarle la gola. Lei è uscita con niente, solo quello che aveva addosso e da gennaio cerca di volta in volta una sistemazione di fortuna. Ha provato anche a ripresentarsi a casa della madre almeno per recuperare i suoi effetti personali ma la madre, di fronte agli agenti che accompagnavano la ragazza, l’ha addirittura disconosciuta.

 

Dopo l’uscita della notizia la mobilitazione è stata altissima: il sindaco della città si è subito attivato per aiutare la ragazza, molti cittadini si sono fatti avanti e Malika ha ricevuto anche qualche offerta di lavoro. Intanto la procura di Firenze, dopo 3 mesi e solo dopo l’enorme pubblicità che si è creata intorno all’evento, ha deciso di aprire un’inchiesta. La storia di Malika ha anche riacceso i fari sul Ddl Zan.

 

Insomma potrebbe sembrare una storia a lieto fine se non fosse che rimane addosso quella sensazione che c’è ogni volta che qualcosa si risolve dopo avere fatto rumore: quante Malika ci sono in giro? E la domanda giusta la pone proprio Malika intervistata da Fanpage quando dice: «Purtroppo ho dovuto sperimentare sulla mia pelle la lentezza della burocrazia italiana, che contribuisce a creare un clima di isolamento intorno a chi è vittima di odio omofobico, di bullismo, di stalking o di qualsiasi altro genere di violenza. Ho sporto denuncia contro i miei genitori il 18 gennaio 2021, ma fino a ieri l’altro non è stato fatto praticamente nulla di concreto. Ho dovuto ricorrere alla stampa per farmi sentire, sono felice che alla fine la mia richiesta di ascolto sia arrivata, ma mi chiedo: quante grida di aiuto si perdono nelle maglie della burocrazia italiana? Io ho dovuto urlare per vedere riconosciuto quello che è un mio diritto, se non l’avessi fatto sarei ancora invisibile».

Eccola, è questa la domanda.

11.04.2021

da il Manifesto

 

Caso Gregoretti. La procura: «Il fatto non sussiste e le sue scelte condivise dal governo»

 

Che la procura di Catania fosse da sempre contraria all’idea di processare Matteo Salvini per la vicenda Gregoretti si sapeva fin dall’inizio. Quindi ieri nell’aula bunker del carcere Bicocca del capoluogo etneo – dove si svolge l’udienza preliminare a carico del leader della Lega – non c’è nessuna sorpresa quando il pm Andrea Bonomo rinnova la richiesta di non luogo a procede nei confronti dell’ex ministro dell’Interno accusato di sequestro di persona per aver ritardato, nel luglio del 2019, lo sbarco di 131 migranti dalla nave della Guardia costiera italiana.

 

Per il magistrato, infatti, le scelte fatte da Salvini quando era ai vertici del Viminale furono «condivise dal governo» (Conte 1, ndr) e «non integrano gli estremi del reato di sequestro di persona perché il fatto non sussiste». Parole che Matteo Salvini ascolta con evidente soddisfazione. «Sentire la pubblica accusa dire che ho rispettato le norme italiane e internazionali, ho salvato vite, mi ripaga di mesi e mesi di amarezze. Torno dai miei figli tranquillo», dice una volta uscito dall’aula.

 

Siamo ormai alle ultime battute del procedimento. Per il 23 aprile sono previste le arringhe delle parti civili mentre la sentenza del gup Nunzio Sarpietro è attesa per il 14 maggio. Ieri Salvini ha voluto presentare una nuova memoria difensiva a integrazione di quella già consegnata lo scorso mese di settembre: 63 pagine nella quali l’ex ministro ha di nuovo ricostruito la sequenza degli avvenimenti accaduti a luglio del 2019 e chiesto il non luogo a procedere.

 

Da parte sua la procura ha sostanzialmente ribadito quanto sostenuto fin dall’inizio, vale adire che nel caso della nave Gregoretti «l’attesa di tre giorni non può considerarsi una illegittima privazione della libertà», visto che anche in seguito, una volta negli hotspot , per i migranti sono proseguite le limitazioni di movimento. E comunque ci sarebbe stata una condivisione da parte di tutto il governo della linea scelta dal Viminale: «Non che sia giusto e condivisibile – dice rivolto al gup – ma si può ritenere che l’ex ministro Salvini abbia violato le convenzioni internazionali? Si può definire illegittima la sua scelta di tardare il Pos (Place of safety, ndr)? A mio avviso no». Anche perché, è la conclusione del pm, «se vengono garantite le condizioni dei migranti a bordo» anche «una nave può essere considerata un Pos» cioè un porto sicuro.

 

Che le responsabilità del Viminale fossero condivise dall’intero governo Conte 1 è quanto sostenuto anche dall’avvocato Giulia Bongiorno, che difende il leader della Lega. «C’era un preciso orientamento politico di avviare lo sbarco dopo la redistribuzione i Europa», ha detto il legale. «Sono scelte politiche che possono piacere o non piace, ma sono insindacabili».

10.04.2021

da Il Manifesto

Alberto Negri

 

Medio Oriente . La realtà è che Stati uniti ed Europa nel Mediterraneo e in Medio Oriente hanno lasciato in questi anni un vuoto riempito dal “reis” turco e dalla Russia ma adesso ci vuole un «ritorno all’ordine», alla nuova guerra fredda decretata dalla coppia Biden-Blinken. E Draghi esegue

 

Draghi, in sintesi, dice che Erdogan è un dittatore che ci fa comodo: tradotto significa che gli facciamo fare quel che vuole fino a quando ci serve. Una pericolosa e irrealistica illusione, del premier ma anche Usa ed europea. Erdogan fa quello che vuole con il nostro consenso e indignarsi perché non rispetta i diritti umani o il galateo diplomatico è assai ipocrita. Gli Usa e gli europei speravano che il golpe fallito del 15 luglio 2016 lo sbalzasse dal potere: da allora il “reis” preferisce mettersi d’accordo con Putin piuttosto che con l’Occidente atlantico, che lo vorrebbe manovrare in funzione anti-russa ma alla fine lo detesta e lo ammansisce, magari sulla pelle degli altri.

 

Qualche esempio? Trump, con il ritiro delle truppe Usa dal Nord della Siria nell’ottobre 2019, lasciò che Ankara massacrasse i curdi siriani, nostri alleati contro l’Isis, usando i jihadisti terroristi e tagliagole. In Tripolitania, di fronte alla incapacità italiana a sostenere il governo Sarraj, siamo suoi ospiti e le milizie filo-turche fanno la guardia all’ambasciata italiana mentre i suoi militari si sono fatti fotografare sulle motovedette donate dall’Italia. I turchi hanno la memoria lunga: l’Italia conquistò la Libia nel 1911 sottraendola all’Impero ottomano e l’anno dopo si portò via anche il Dodecaneso. Erdogan, il neo-ottomano sgarbato, è uno che gli insulti se li lega al dito.

 

La realtà è che Stati uniti ed Europa nel Mediterraneo e in Medio Oriente hanno lasciato in questi anni un vuoto riempito dal “reis” turco e dalla Russia ma adesso ci vuole un «ritorno all’ordine», alla nuova guerra fredda decretata dalla coppia Biden-Blinken. E Draghi esegue.

 

La sostanza è questa: gli Usa non vogliono un nuovo accordo tra Erdogan e Putin che possa incoraggiare la Russia a restare in Cirenaica e magari aprire un’altra base militare nel Mediterraneo dopo quelle in Siria.

 

Si tratta di una manovra che fa parte di una strategia più ampia con cui Washington vuole mettere pressione a Mosca: dallo schieramento dei missili ipersonici in Europa al blocco del gasdotto Nord Stream 2 tra Russia e Germania, all’eventuale ingresso dell’Ucraina nella Nato. Biden, sta per nominare l’inviato speciale incaricato di bloccare il gasdotto Nord Stream 2: è il suo uomo di fiducia in Ucraina, Amos Hochstein, già nel consiglio del colosso energetico ucraino Naftogatra, un passato nell’esercito israeliano, che durante l’amministrazione Obama fece saltare il South Stream con Mosca (2 miliardi di commesse Saipem) e si adoperò per attivare il Tap, il gasdotto alternativo con l’Azerbaijan.

 

Erdogan si oppone a Putin in Siria, in Azerbaijan e in Libia ma si è anche messo d’accordo con il capo del Cremlino: compra il suo gas e le batterie anti-missile S-400 ed è incline a una spartizione in zone di influenza che irrita gli americani, soprattutto Antony Blinken che nel 2011 era un sostenitore dei raid contro Gheddafi e ora vorrebbe cacciare i mercenari russi asserragliati con il generale Haftar su una “Linea Maginot|” nella sabbia della Cirenaica. La non guerra e la non pace è la situazione la Russia gestisce meglio, dal Medio Oriente al Caucaso, finché non si rompono gli equilibri.

 

Draghi, l’atlantista buono, ha orecchiato sul manuale Biden-Blinken che bisogna bacchettare Erdogan, l’atlantista ribelle, e ha fatto la sua uscita, un po’ alla carlona, durante una conferenza stampa. Fa parte di un’offensiva diplomatica che ha portato il premier a Tripoli- grazie ad Erdogan – nello stesso giorno in cui arrivava il greco Mitsotakis: mai si erano visti in Libia due capi di governo europei in un solo giorno – la stampa italiana non ha dato l’evento per non sminuire il «primato» italico nell’ex colonia. Poi subito dopo c’è stata la missione von der Leyen-Michel ad Ankara.

 

La crisi di poltrone e sofà, grave se fosse uno sgarbo e una offesa voluta al ruolo di rappresentanza delle donne in politica, non a caso esplode ora dentro l’Ue, sia per le priorità dei ruoli sia perché davvero il protocollo dell’incontro era stato approvato dalle due parti. Ma lo sgarbo ha oscurato il vero problema. La Turchia non ha nessuna intenzione di cedere su quattro dossier: i profughi, le frontiere marittime del Mediterraneo orientale, la Libia e i diritti umani. Erdogan fa valere la sua vittoria militare in Libia a Sarraj che aveva il generale Haftar e i russi alle porte di casa.

 

Il via libera a Erdogan è venuto da noi, come del resto in Siria quando fece passare 40mila jihadisti per combattere Assad: era questo che volevano gli Usa, «guidare da dietro» la caduta del regime di Damasco. Per questo si è preso in casa tre milioni di profughi, incassa miliardi da Bruxelles e ricatta gli europei sulla rotta balcanica, dove camminano alla disperata tante donne migranti senza sedia e senza speranza. Ma noi paghiamo il dittatore per tenerle lontane.

 

La Germania lo sa perfettamente e quindi impone soltanto sanzioni europee «cosmetiche» per le violazioni di Erdogan delle «zone economiche esclusive» del gas offshore di Grecia e Cipro, dove hanno interessi la Total francese, l’Eni italiana, le compagnie americane e Israele.

 

I «dittatori fanno comodo» anche per tacere: Draghi nel suo discorso d’insediamento non ha detto una parola su al-Sisi, Regeni e Zaki. Si capisce bene allora che una sedia non è solo una questione di arredamento diplomatico ma rappresenta cosa si muove davvero dietro la pace e la guerra nel Mediterraneo: una spasmodica lotta di potenze e una nuova guerra fredda, dove l’Italia ha il solito ruolo di penisola portaerei americana. E non basta dire che Erdogan “è un dittatore che ci fa comodo”.

09/04/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Ci sono alcune novità dopo la conferenza stampa di ieri di Mario Draghi. Draghi, l’abbiamo capito bene, è uno con la stoffa democristiana, uno che le conferenze stampa le sa gestire provando ad accontentare tutti ma soprattutto stando attento a non scontentare nessuno, rimanendo sempre in bilico su quell’area di grigio che può essere scambiata per meritevole equilibrio oppure per inutile furbizia. Ognuno si costruirà la sua opinione, ognuno gli concederà la sua porzione di stima.

 

Draghi ha seppellito Salvini. E ha fatto bene, una volta per tutte: dire «ho voluto io Speranza nel governo e ne ho molta stima» significa togliere una volte per tutte dalle mani di Salvini e compagnia cantante la vecchia scusa di essere con Draghi ma contro Speranza, di fare opposizione a un pezzo del governo continuando a restare nel governo. Non sarà facile ora per il leader leghista raccontarlo ai suoi. Ci sarà da ridere e fa piacere che un presidente del Consiglio (ancora una volta) metta Salvini di fronte alla sua patetica doppia faccia.

 

Draghi durissimo su Erdogan: «Con questi dittatori, di cui però si ha bisogno per collaborare, bisogna essere franchi per affermare la propria posizione ma anche pronti a cooperare per gli interessi del proprio Paese, bisogna trovare l’equilibrio giusto». Chiamare un dittatore “dittatore” è sempre una bella notizia, cooperare con un dittatore rientra in quella realpolitik che può piacere o meno.

 

Ma se qualcuno è felice per la stoccata al sultano turco, allora dovrebbe ascoltare però le giustificazioni piuttosto flebili sulla Libia. Perché Draghi ha parlato di corridoi umanitari che non esistono, al di là di qualche sparuta persona e perché ha parlato di “superamento dei centri di detenzione libici” che sono proprio quel “salvataggio” per cui aveva ringraziato la Libia. No, proprio no. Non ci siamo.

 

Quindi un colpo di qua e un colpo di là. Non accontentare nessuno e non scontentare tutti. Come gli equilibristi, quelli che ti stupiscono per i primi metri sulla corda e poi annoiano tantissimo, e riescono a essere pericolosi per sé e per gli altri.

08/04/2021

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

Decreto Sostegni. Il segretario Cgil: allungare il blocco da giugno a tutto ottobre, l’emergenza non è finita. In audizione al senato stoccata al governo sul condono: serve lotta all’evasione e una riforma fiscale

Il blocco dei licenziamenti va allungato e nel frattempo serve «un piano straordinario del lavoro». Maurizio Landini in audizione al senato sul decreto Sostegni bacchetta il governo Draghi e lancia una proposta per battere gli effetti della pandemia sull’occupazione.

 

Per il segretario generale della Cgil la situazione è ancora troppo grave per consentire altre scelte: il blocco dei licenziamenti – che proprio il decreto Sostengi allunga da fine marzo al 30 giugno – va portato fino al 31 ottobre. «È importante – ha detto Landini in video collegamento con il senato –. Siamo ancora in piena emergenza».

 

NEL CORSO DELL’AUDIZIONE il leader della Cgil ha anche ricordato che è aperto il confronto sulla riforma degli ammortizzatori e, dunque, «avere questo periodo che evita di aprire la strada dei licenziamenti – ha detto – credo sia un tema importante». Il decreto Sostegni, ha poi riconosciuto, è un «fatto nuovo e importante», anche se è necessaria «una strategia più generale che affronti un piano straordinario per l’occupazione sia nel settore privato che in quello pubblico».

 

I sindacati, dunque, pur sottolineando l’importanza del provvedimento da 32 miliardi, tornano in pressing, chiedendo modifiche durante l’iter parlamentare. «Pur apprezzando gli sforzi fatti, continuiamo a ritenere che la data del 30 giugno per lo sblocco dei licenziamenti sia troppo vicina – ha affermato Ignazio Ganga – la distinzione, presente nel decreto, tra datori di lavoro rientranti nel perimetro della cassa integrazione ordinaria (cigo) e cassa integrazione in deroga – rileva la Cisl – non trova riscontro nella situazione reale ancora molto grave sotto i profili sanitario ed economico-sociale, una situazione che non vede settore economico nel Paese che non sia direttamente o indirettamente colpito dagli effetti del virus». Per questo «rinnoviamo la richiesta di prorogare il blocco dei licenziamenti per tutti», prolungando in parallelo la cassa integrazione Covid, «fino a quando sarà terminata la campagna vaccinale e l’emergenza sanitaria», insiste il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra. l licenziamenti «vanno bloccati fino alla fine della pandemia», rimarca Proietti.

 

LANDINI NON HA POI PERSO occasione per parlare anche della vertenza Alitalia: «Non è accettabile che perdiamo una nostra compagnia così importante e che si subiscano una serie di diktat dall’Europa, che non ha lo stesso comportamento con tutti, come si vede per Air France», facendo riferimento al salvataggio della compagnia francese avallato dalla commissione europea. Il sindacato, proprio per questo, sta «chiedendo la convocazione al governo delle parti sociali per evitare una situazione di non ritorno e drammatica per i posti di lavoro e la capacità industriale, turistica e produttiva del nostro paese».

 

Infine un giudizio negativo sul condono fiscale che «non ci convince». Esiste il problema del cosiddetto «magazzino» – l’arretrato di cartelle esattoriali che lo stato difficilmente riuscirà a smaltire – , ha detto «ma un conto è cancellare ciò che è realmente irrecuperabile, altro è arrivare a forme che assumono carattere di condono fiscale». «Lotta all’evasione fiscale e una vera e propria riforma del fisco sono l’esigenza che poniamo, il tema che deve essere aperto – ha concluso -. Non può essere che chi paga le tasse debba sentirsi un cittadino si serie B o poco furbo. C’è la necessità di un intervento strutturato di riforma».

 

POSIZIONI CONDIVISE DA CISL e Uil che sono state audite, sebbene con i soli segretari nazionali e non generali. Per Ignazio Ganga, Cisl, è «necessario sedersi a un tavolo per la riforma fiscale e quindi – ha aggiunto – siamo contrari a un condono». E Domenico Proietti della Uil chiede «preliminarmente di stralciare dal decreto tutto quello che riguarda la rottamazione delle cartelle»: in primo luogo perché «è una vergogna e uno schiaffo in faccia ai lavoratori dipendenti, ai pensionati e alle imprese che fanno il loro dovere con il fisco. La seconda ragione è che non è coerente alle finalità del decreto che vuole sostenere le politiche attive. Chiediamo al Parlamento un atto preciso: stralciare la norma». Proietti si è detto a favore di una «riforma fiscale per la trasparenza e l’equità». E ha chiesto di «mantenere nella sua attuale forma il cashback (contestato da Fratelli d’Italia e da buona parte della destra, ndr) perché – ha detto – come dimostrano i dati dell’Agenzia delle entrate, ogni euro investito nella lotta all’evasione produce 4 euro».

Tommaso Di Francesco

 

Libia. Diciamolo francamente, le parole del presidente del consiglio Mario Draghi in missione d’affari a Tripoli da Dabaiba, l’ultimo leader tripolino da noi accreditato dopo lo sponsorizzato al-Sarraj, rappresentano insieme una menzogna ed una offesa

 

«Sul piano dell’immigrazione noi esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa nei salvataggi e nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia…». Diciamolo francamente, le parole del presidente del consiglio Mario Draghi in missione d’affari a Tripoli da Dabaiba, l’ultimo leader tripolino da noi accreditato dopo lo sponsorizzato al-Sarraj, rappresentano insieme una menzogna ed una offesa.

 

Una menzogna – con pure una sua spolverata umanitaria sui «corridoi» che purtroppo restano iniziativa marginale – perché, ed è impossibile che non ne sia informato, i governi che lo hanno preceduto – Renzi, Gentiloni, Conte 1, Conte 2, unica eccezione Enrico Letta che attivò la missione della Marina militare Mare Nostrum per salvarli davvero i migranti – si sono caratterizzati per avere delegato alle sedicenti autorità libiche e alle loro milizie, volta a volta ammantate da divise ufficiali, la gestione sia del controllo dei migranti a terra che del blocco, whatever it takes, delle loro disperate partenze. Di questo siamo soddisfatti? La nostra delega ha costituito infatti la legittimazione di una aperta violazione dei diritti umani, perché l’area della Tripolitania e non solo si è trasformata – in piena e prolungata guerra civile intestina tra clan contrapposti dopo la caduta di Gheddafi ad opera della Nato – in un immenso campo di concentramento, dove i migranti sono stati catturati come prede, raccolti come merce di scambio.

 

Spesso barbaramente torturati e sottoposti a violenze di ogni genere. Parliamo di una migrazione inarrestabile che arriva dalla poverissima – ma ricchissima di materie prime – Africa dell’interno, dove le crisi politiche e le guerre si moltiplicano e spesso vedono coinvolti proprio gli interessi europei e occidentali. Fuggono dalla miseria e dai conflitti armati che contribuiamo ad alimentare con il traffico di armi e la corruzione di tanti governi in carica. Nell’imbuto libico, attraversando i deserti, devono essere fermati, non debbono arrivare nella Fortezza Europa. Il misfatto deve essere tenuto lontano.

 

Iinfatti abbiamo inventato l’esternalizzazione delle frontiere dell’Europa: arrivano fino al Sahel, al Mali, al Niger, al Ciad. Fino dove arrivano i nostri affari. Lì portiamo avanti con missioni militari e occupazioni, con interventi «mirati» alimentando nuovi nemici, nuovi conflitti e radicalità che ormai dappertutto in Africa vestono i panni dell’integralismo islamico, il nemico propizio del circolo vizioso della nostra «civiltà»: più armi più guerre, più guerre più asimmetrico terrorismo di ritorno, più macerie più profughi, più profughi più campi di concentramento e più razzismo populista, più conflitti, più distruzioni più affari per le ricostruzioni…

 

Ma le parole di ringraziamento di Draghi suonano anche come offesa a quanti hanno denunciato la gestione criminale in tutti questi anni della questione dei migranti: parliamo dell’Oim, dell’Alto Commissariato per i Diritti umani delle Nazioni unite (Unhcr), che hanno più volte denunciato la dichiarazione cara prima al democratico neo-coloniale Minniti poi al razzista Salvini, che la Libia era «un posto sicuro», documentando le sevizie e la prigionia alle quali sono stati sottoposti – senza dimenticare i tanti reportage del giornalismo d’inchiesta non embedded; una offesa alle Ong di soccorso a mare che, incuranti della prepotenza dei governanti che hanno voluto e vogliono la loro criminalizzazione, hanno rischiato sottraendo ogni essere umano dalle mani delle milizie costiero-carcerarie. Ma soprattutto è una offesa ai tanti morti delle stragi nel Mediterraneo dove, nella sostanziale amministrazione della «teoria e pratica dei porti chiusi» l’Unione europea e l’Italia nel rimpallo di responsabilità nei soccorsi e nel salvataggio, sono stati a guardare che si estendesse il vasto cimitero mediterraneo, con una strage di affogati dietro l’altra.

 

Dal 2011 a oggi i morti nel Mediterraneo sono 25 mila, secondo i dati Oim e Unhcr-Onu. E dal 2017 a oggi, cioè dalla firma del memorandum di Minniti, oltre 55 mila persone sono state riportate indietro dalla guardia costiera libica, ossia sono respingimenti per procura – l’Italia o l’Ue non potrebbero farlo ma lo abbiano fatto fare ai libici, pagandoli profumatamente. Senza contare le vittime cadute negli attraversamenti dei deserti.
Draghi però non si muove certo in solitudine. Fatto significativo, nelle stesse ore della sua missione a Tripoli con Di Maio, i rappresentanti dell’Europa Charles Michel e von Der Leyen sono stati ospiti di Erdogan in Turchia. Viaggio d’affari anche lì, quindi con il dare e l’avere: riallacciare i rapporti con il Sultano atlantico perché continui nell’opera di contenimento delle rotte dei profughi in fuga da tre guerre: irachena, afghana e soprattutto dall’inferno della Siria. Dove Erdogan – che cancella in patria i diritti umani – ha fatto di tutto: è entrato in guerra, ha massacrato i curdi, ha gestito il flusso di jihadisti trafficando con loro in petrolio e armi – come hanno denunciato giornalisti indipendenti finiti in galera o in esilio – , diventandone il santuario. E questo su istigazione della coalizione degli Amici della Siria (Usa, Arabia saudita, Paesi europei) nell’intento di destabilizzare la Siria com’era riuscito in Libia. Il risultato è un paese di milioni di esseri umani in macerie. Ora l’Europa, così attenta ai diritti umani altrui, chiede offrendo miliardi di euro, che la Turchia continui a trasformare parte del suo territorio a partire dalle sue frontiere in un immenso sistema concentrazionario.

 

Così Draghi fa la sua parte sull’altra sponda del Mediterraneo. Sa poco di Libia, forse, ma sa di affari e finanza: al primo posto nuovo import export energetico e business della ricostruzione. Lo scambio vale dunque la consegna della medaglia al «salvataggio» alle milizie libiche che a giorni anche il «parlamento» italiano, vale a dire questa mega-coalizione di governo con la finta opposizione dell’estrema destra di Fd’I, sta per ri-approvare. E ora Draghi, contento e soddisfatto, elogia la Libia per le catture delle prede umane.

06.04.2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Gregorio Piccin, responsabile pace

 

Dentro l’uovo di pasqua di governo e maggioranza – ma l’opposizione di FdI sarà certamente entusiasta – le italiane e gli italiani troveranno un bel regalo.


Le commissioni parlamentari di Camera e Senato hanno dato il via libera alla destinazione di ben 17 miliardi del Recovery Fund in armamenti.


Va detto che è una scelta in parte ereditata dal governo Conte e non ci si poteva aspettare che la mettesse in discussione un uomo della Nato come Draghi.
Si tratta di 17 miliardi sottratti a sanità, scuola, servizi sociali, messa in sicurezza del territorio, trasporto pubblico, case popolari e mille altre esigenze sociali.


Non era meglio destinare questa somma alle tante piccole imprese che stanno chiudendo?
Non si dovrebbero aumentare il numero delle terapie intensive o impiantare un’industria farmaceutica pubblica capace di produrre vaccini come fa la piccola Cuba invece che sovvenzionare la produzione di strumenti di morte?


Come al solito una scelta condivisa dalla destra e dal PD, dettata dall’assoluta subalternità delle forze politiche al governo agli imperativi che giungono dagli USA e dalla NATO oltre che dalla lobby dell’industria bellica.


Questa insensata spesa militare è un’offesa ai valori della pace e della Costituzione.
Non si ricostruisce l’Italia con le armi.
Tutte le chiacchiere di rossi e verdi sulla convergenza col PD si fondano sulla rimozione della realtà del concrete scelte programmatiche e, lo scriviamo con rispetto, risultano essere operazioni di greenwashing.

04.04.2021

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Pandemia sociale. Un milione di indigenti in più nell’anno del Covid: Viaggio in Italia da Nord a Sud, nelle mense per i poveri, con le scuole chiuse, mentre aumenta il lavoro in nero per necessità, la povertà alimentare ed educativa dei bambini e la disoccupazione femminile A Milano una coda da mezzo chilometro davanti a una mensa. Da Genova a Vicenza e Cosenza si teme il momento in cui saranno sbloccati i licenziamenti e gli sfratti: "L'onda crescerà". È l’esito del fallimento di un Welfare emergenziale e del rifiuto di estendere il "reddito di cittadinanza" con misure incondizionate e universali. A Roma i movimenti per la casa e le associazioni protestano contro il piano "Lupi-Renzi" che colpisce gli occupanti per necessità in situazioni drammatiche nella pandemia.

 

La fila lunga mezzo chilometro vista anche ieri a Milano alla vigilia di Pasqua in attesa di ricevere un pasto con uova di cioccolata e colombe è la concretizzazione del dato sconvolgente comunicato dall’Istat il 4 marzo scorso: le famiglie in povertà assoluta sono oltre 2 milioni, 335 mila in più. In totale gli individui censiti in questa condizione sono 5,6 milioni, oltre un milione in più rispetto al 2019. Dopo il primo anno della pandemia ci sono in Italia un milione di individui poveri assoluti in più che non riescono a sostenere le spese per la casa, per la salute e il vestiario, i pasti e quelle per i figli.

 

QUESTA SITUAZIONE è, da mesi, visibile in viale Toscana a Milano, una delle sedi di Pane Quotidiano, l’associazione laica di volontariato milanese (dal 1898), a pochi passi dalla nuova sede dell’università Bocconi dove sorgono torri avveniristiche e circolari, mentre le file arrivano al semaforo dell’incrocio con via Castelbarco. Qui, ogni giorno, raccontano i volontari, ci sono circa 3500 persone che ritirano un pasto, la fila può durare anche un’ora. Al sabato si mettono in fila anche oltre 4 mila persone. Il profilo sociale del povero è quello del lavoratore impoverito, non solo straniero ma sempre di più anche di cittadinanza italiana, disoccupato e precario. Comunque di una persona che, prima della pandemia, si manteneva in equilibrio sul bordo della povertà e, negli ultimi mesi, è stato preso in pieno e, più, è stato escluso dai bonus simbolici, temporanei e occasionali erogati dal governo «Conte 2» e oggi prorogati solo in una piccola parte residuale dall’esecutivo Draghi. I volontari milanesi raccontano di incontrare liberi professionisti, persone con lavori precari, non regolari e anche in nero, che non hanno potuto accedere al Welfare dell’emergenza e oggi sono ancora più esclusi. Una percentuale rende l’idea: il 65 per cento di chi ricorre sono stranieri, ma nell’ultimo anno si sono moltiplicati gli italiani. Il menu cambia, di solito sono previsti 300-350 grammi di pane, un litro di latte, un pacco pasta, yogurt, formaggi e talvolta anche salumi, frutta e verdura e dolciumi.

 

ALLA MENSA di Santa Sabina della Comunità di Sant’Egidio di Genova hanno calcolato un aumento dei pasti serviti ogni giorno dall’inizio della pandemia da 450 a 850. La composizione sociale si avvicina molto a quella vista a Milano. Anziani, madri sole, padri separati, colf e badanti, italiani, stranieri e giovani che non riescono a sopravvivere con lavori precari. E poi professionisti ultracinquantenni, spesso lavoratori autonomi per i quali è impossibile accedere al modesto, e simbolico, bonus con il nome impronunciabile «Iscro». Il reddito massimo da dimostrare per accedere a questa misura è 8.350 euro annui, mentre la media di chi è iscritto alla gestione separata Inps è 15 mila euro. I responsabili della mensa sostengono che era dall’ultima guerra che non si vedeva in città una richiesta così massiccia di aiuti primari. A Genova la sensazione è che siamo solo all’inizio. L’onda della crisi sociale è lunga e sta montando.

 

LA POVERTA’ non dilaga solo a Nord, ma anche a Sud. Alla Fondazione Casa San Francesco D’assisi-Onlus di Cosenza è stato descritto un profilo sociale preciso delle nuove povertà che riguardano «anche nuclei familiari che fino a prima della pandemia avevano un equilibrio anche non precario e che ora accedono ai nostri servizi dall’esterno. Chi, invece, aveva un equilibrio precario, è stato completamente sconvolto. Penso a tutti quelli che lavoravano in nero, o alla giornata, ma anche alle famiglie monoreddito».

 

UNO SPACCATO SOCIALE di questa situazione è emerso ieri in un rapporto della Cgia di Mestre. Camerieri in attesa di tornare a lavorare che si improvvisano edili, dipintori, idraulici, giardinieri o addetti alle pulizie. Eseguono piccoli lavori pagati poco e in nero che permettono a molte famiglie di mettere assieme il pranzo con la cena. Addetti del settore alberghiero e della ristorazione, parrucchiere ed estetiste che si recano nelle case degli italiani ed esercitano irregolarmente i servizi e i lavori più disparati. In una crisi che ha già bruciato 450 mila posti soprattutto precari, sta facendo crescere il lavoro in nero. Prima della pandemia erano 3,2 milioni di persone. Tuttavia il numero di questi invisibili è difficilmente quantificabile, così come lo sarà quello di chi lavorerà in nero nelle campagne durante le raccolte stagionali.

 

L’ASSENZA DI UN REDDITO di base non favorisce solo la crescita del lavoro nero e senza diritti, ma anche della povertà dei bambini. In settimana Save The Children ha reso nota la stima: sono 160 mila i bambini che non hanno accesso a un pasto garantito dalle mense scolastiche. Questo è un aspetto drammatico della chiusura delle scuole decisa in Italia, un paese che ha uno dei record europei negativi di didattica in presenza. La mensa era uno dei modi usati dai genitori per assicurare ai figli un pasto quotidiano. Questo, in realtà, non avviene in maniera uniforme sul territorio nazionale. Su 40.160 edifici scolastici, solo 10.598 hanno una mensa. A Nord ce ne sono di più, a Sud molto meno. Questo è un altro aspetto sostanziale della povertà educativa, aumentata a causa delle carenze tecnologiche che in Italia non assicurano un diritto all’accesso alla rete uguale per tutti e per le condizioni abitative dove le famiglie sono state costrette a convivere in spazi angusti durante la pandemia.

 

Strettamente collegata a questa situazione è la condizione sempre più precaria delle donne. L’Istat ha fatto un primo bilancio parziale degli effetti del ‘lockdown’ dell’ultimo anno. Tra il secondo trimestre del 2019 e quello del 2020 sono saltati 470.000 posti per le donne. E, su 100 impieghi persi al tempo del Coronavirus sono il 55,9%. Commentando con Il Manifesto questi dati Chiara Saraceno ha detto: «Si sono persi molti redditi principali nelle famiglie, ma anche molti secondi redditi, quelli che di solito permettono di mantenere il nucleo sopra la soglia della povertà. Sono le donne ad avere il secondo reddito, sono loro a fare da cuscinetto di riserva. La crisi le colpisce molto duramente».

 

IN QUESTA SITUAZIONE il timore è che alla fine del blocco dei licenziamenti a fine giugno per chi lavora nelle Pmi e nelle grandi imprese, e in autunno, per gli occupati nelle micro e piccolissime aziende, la fine delle proroghe dei cosiddetti «sostegni» (ex «ristori») si aggiungeranno molti altri a questi esclusi dal Welfare sia dal cosiddetto «reddito di cittadinanza» che dal «reddito di emergenza». Misure che non hanno impedito tale aumento della povertà perché pensate per segmentare la povertà e governare l’esclusione dei poveri. Non avere pensato l’anno scorso come più volte scritto anche su Il Manifesto ad allargare, in maniera incondizionata e senza vincoli, il «reddito di cittadinanza» inteso come misura unica e universalistica sta comportando queste conseguenze.

 

GIA’ NELL’OTTOBRE scorso il rapporto Caritas 2020 aveva descritto gli effetti delle politiche sociali estemporanee adottate in Italia nei primi mesi del lockdown duro. Con l’introduzione del reddito di emergenza è stato il «paradosso di misure emergenziali che generano esclusione e favoriscono gli “affiliati” al sistema di protezione e assistenza sociale, invece di coinvolgere nella maniera più ampia e inclusiva i destinatari dei sostegni». Un simile paradosso è stato l’effetto della moltiplicazione dei sussidi (i bonus per le partite Iva iscritte all’Inps e ad altre categorie di lavoratori indipendenti e intermittenti) e dei sussidi (il «reddito di emergenza» che ha duplicato temporaneamente il cosiddetto «reddito di cittadinanza»). Insieme, questi elementi, hanno rafforzato una politica tradizionale in Italia, quella della segmentazione della povertà in categorie create per governare i poveri e respingere nell’invisibilità milioni di altri che ora riappaiono nelle file in molte città.

 

MENTRE la politica si industria a sdoppiare il reddito di cittadinanza in una politica dell’assistenza e in una delle «politiche attive del lavoro», già prevista dalla legge che lo ha istituito nel 2019, continua l’inesorabile frammentazione della misura a livello regionale. Ad esempio in Puglia dove nel primo mandato del presidente Emiliano è stato varato un «reddito» locale, chiamato «reddito di dignità» (Red). Questo modello risponde alla consueta idea «workfarista» per cui i poveri devono lavorare in cambio di un sussidio a tempo da 500 euro mensili in media. E questo anche quando non esiste un lavoro e mancano gli strumenti amministrativi per la formazione obbligatoria. In più mancano anche i fondi. «Purtroppo – ha detto l’assessora regionale al Welfare, Rosa Barone – viste le tante domande arrivate l’assessorato è stato costretto a sospendere la presentazione delle domande il 30 dicembre 2020 e tante sono state quelle ammissibili ma non finanziabili». In ogni caso la Puglia investirà altri 22 milioni di euro e sostiene che arriveranno a 3.600 famiglie.

 

A VICENZA la Caritas Diocesana racconta che, oltre alle richieste di cibo alle mense, ci sono anche quelle per i posti letto. Prima della pandemia riguardavano una media di due italiani, oggi è salita a sette persone che non hanno un tetto e chiedono ospitalità. Sono persone più che adulte che hanno perso il lavoro e non riescono a pagare l’affitto. Questa situazione potrebbe peggiorare quando scadrà la proroga del blocco degli affitti dopo il prossimo 30 giugno. Nessuno, in un anno di pandemia, ha pensato a rilanciare una politica pubblica del diritto all’abitare.

 

L’UNIONE INQUILINI ha chiesto un vero piano pluriennale e strutturale di edilizia residenziale con le risorse del «Recovery plan». Venerdì 9 aprile i movimenti per la casa di Roma, insieme a associazioni come a Buon Diritto, Asgi e altri hanno lanciato una mobilitazione all’anagrafe della Capitale contro il «Piano casa» Renzi–Lupi ancora in vigore dal 2014 che, di fatto, i poveri che vivono in occupazione per necessità vengono espulsi dallo stato di diritto e privati dei diritti fondamentali. Anche nella pandemia la guerra ai poveri continua.

01.04.2021

da Il Manifesto

Roberto Maggioni

 

Dopo il flop. Visita del commissario Figliuolo. L’esecutivo entra nella gestione della campagna lombarda con il sistema informatico e con la cogestione dei principali hub attraverso l’Esercito e la Protezione Civile

 

Da oggi l’organizzazione informatica della campagna di vaccinazione della Lombardia passa nelle mani del governo attraverso il portale di Poste italiane. «I sistemi informativi prenderanno una nuova luce con il sistema nazionale, quello della struttura commissariale di poste italiane, quindi sono confidente che si farà ancora meglio» ha detto molto diplomaticamente il commissario Covid governativo Francesco Paolo Figliuolo nel suo breve tour lombardo di ieri. Il commissario ha anche chiesto a Fontana e Moratti di smantellare i piccoli centri vaccinali pensati dalla giunta per accentrare il lavoro in grossi hub. Insomma, allinearsi con il piano nazionale.

 

Non è il commissariamento della sanità che migliaia di lombardi avevano chiesto firmando petizioni online, ma poco ci manca. È la certificazione del fallimento di Lega e Forza Italia in Lombardia. La principale regione italiana per numero di abitanti continua a non avere un piano di vaccinazione strutturato e un sistema informatico in grado di supportarlo e quindi, ora, la leva delle prenotazioni e dei grossi hub passa alla struttura nazionale di Poste. Non è chiaro però da quando sarà operativo e pienamente integrato il portale di Poste, anche su questo Fontana, Moratti e Bertolaso non sono stati in grado di dare tempi certi.

 

La Lombardia rappresenta un tassello fondamentale per raggiungere l’obbiettivo delle 500 mila vaccinazioni al giorno del piano Draghi-Figliuolo, i 10 milioni di abitanti lombardi faranno la differenza e il governo non vuole fallire l’obbiettivo. L’esecutivo entra dunque nella gestione della campagna lombarda con il sistema informatico e con la cogestione dei principali hub attraverso l’Esercito e la Protezione Civile. «In Lombardia vogliono arrivare a 120 mila inoculazioni al giorno su 500 mila totali» aveva detto il capo della protezione Civile Fabrizio Curcio, «se qualcosa non andasse bene influirebbe negativamente sull’obiettivo nazionale». Qui più che in altre regioni tutto dovrà funzionare perché, dice ancora Curcio, «la performance lombarda condiziona molto la campagna nazionale».

 

La vicepresidente lombarda Letizia Moratti parla di «leale collaborazione con il governo», ora questa giunta dovrà dimostrare di saper organizzare almeno la logistica della campagna di massa. Non potrà fare tutto il governo, l’ultimo miglio resterà in capo alla Regione che dovrà attrezzare gli hub vaccinali, coordinare il personale e rendere compatibile il portale di Poste ai sistemi delle Ats locali e degli ospedali. Per i lombardi dunque l’incubo non è ancora finito. Fontana promette l’avvio della campagna di massa il 13 o 14 aprile. Per le opposizione quella di ieri è stata la giornata che a certificato il fallimento della giunta.

30.03.2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Ve lo ricordate il 22 marzo 2020? 53 medici cubani della Brigata internazionale Henry Reeve arrivarono in Lombardia, c’erano medici, epidemiologi, anestesisti, rianimatori e infermieri specializzati in terapia intensiva. La Lombardia in quel momento era l’epicentro mondiale della pandemia nel mondo e i medici cubani, specializzati nel trattamento delle malattie infettive, vennero spediti nell’ospedale da campo di Crema. Gli “hermanos de Cuba” li chiamavano affettuosamente i colleghi italiani. La sindaca di Crema Stefania Bonaldi disse: «Ci sentiamo fortunati. All’alba siamo saliti sul loro autobus con la bandiera di Cuba tra le mani e con gli occhi lucidi per ringraziarli ancora una volta – raccontò ancora la sindaca -, ma ci piace pensare che sia stato solo un arrivederci e non un addio, perché continueremo a fare cose belle insieme». Se andate a cercare le dichiarazioni ufficiali del governo invece sono poche, rare.

 

Alcuni sostennero quei medici cubani addirittura come candidati al Nobel per la Pace. Peccato che l’arrivederci affettuoso che abbiamo riservato ai cubani sia uno schiaffo in faccia: nel Consiglio dei diritti umani cinque giorni fa è stata votata una risoluzione, inappuntabile giuridicamente dal punto di vista del diritto internazionale, che rilevava il pesante impatto negativo che le sanzioni, ovvero, con termine più tecnico, le misure coercitive unilaterali hanno sui diritti umani. Tra questi ovviamente c’è anche l’anacronistico embargo che gli Usa impongono a Cuba dal 1962. 59 anni di sanzioni durissime con cui lo Stato più forte impone sofferenze durissime a uno Stato più debole per piegarlo alle proprie decisioni, un bombardamento senza bombe per imporre la propria politica estera.

 

La risoluzione è ovviamente passata ma l’Italia è riuscita a farsi notare votando contro, in nome di un becero atlantismo che risulta assolutamente fuori tempo e che sembra essersi dimenticato dell’aiuto ricevuto in questi ultimi mesi. Un voto infame (che al momento non ha spiegazioni ufficiali) e di cui ci sentiamo di chiedere scusa. L’embargo durante la pandemia tra l’altro in campo sanitario mette a rischio anche l’approvvigionamento di macchinari indispensabili per affrontare il virus. «Potrebbe mancare qualsiasi cosa – spiegava l’Ambasciatore Josè Carlos Rodriguez Ruiz -: un componente di un apparecchio sanitario, una tecnologia o un principio attivo che potremmo reperire negli Stati Uniti, ma che non può raggiungere Cuba a causa del blocco. In quel caso saremmo costretti a rivolgerci altrove a costi molto più alti ma con grandi difficoltà. Un esempio: se volessimo acquistare una macchina della multinazionale tedesca Siemens dotata di una porzione di tecnologia statunitense non potremmo farlo…».

Scusa Cuba.

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