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Tonino Perna

 

Siamo entrati improvvisamente e drammaticamente nella seconda ondata della pandemia che sta modificando e ridisegnando le strutture economiche, sociali e politiche in tutto il mondo. Con effetti di lungo periodo, rintracciabili intorno ad alcune questioni di fondo. La prima riguarda l’egemonia cinese. Il paese dove tutto è cominciato è anche il paese che ne è uscito e mentre il mondo va in recessione, la Cina ha ripreso il suo cammino inarrestabile, con un Pil che si stima quest’anno crescerà intorno al 3 per cento.

 

Se il commercio internazionale ha subito una caduta verticale, la più forte dopo la seconda guerra mondiale, la Cina ha compensato la minor propensione all’export di alcuni settori industriali con un forte allargamento del mercato interno, a partire dal turismo come ci ricorda Simone Pieranni su questo giornale. Una indicazione che sarebbe preziosa anche per l’Italia se ci fosse una svolta nella politica economica che puntasse ad investimenti mirati nel Mezzogiorno, dalle energie rinnovabili alla agricoltura di qualità, al recupero delle aree interne, al potenziamento delle Università e centri di ricerca.

 

Il secondo effetto duraturo di questa pandemia riguarda le istituzioni democratiche. Il successo cinese, sia nel controllo della diffusione del virus, sia nella capacità di ripresa economica, mette in crisi la democrazia liberale che appare farraginosa, lenta, inefficace. In più lo “stato d’eccezione”, che scaturisce dall’emergenza generata dal Coronavirus, consente svolte autoritarie che godono inizialmente del consenso della popolazione. Anche in Italia cogliamo i segni di questo cambiamento nell’atteggiamento di alcuni presidenti di regione che fanno gli sceriffi, e nell’uso di un linguaggio bellico che si sta diffondendo in tutta Europa. La democrazia vince se risulta efficace ed efficiente nel contrasto della pandemia senza bisogno di usare mezzi autoritari. Una scommessa difficile.

 

Il terzo effetto è decisamente positivo. Dopo trent’anni di gloria dell’ideologia neoliberista, di una avanzata che sembrava inarrestabile e coinvolgeva tutti i settori, un virus, entità invisibile, l’ha messa in ginocchio: da questa pandemia ne esce comunque rafforzato il ruolo dello Stato e la necessità di recuperare il ruolo di bene comune della sanità, della scuola, dei servizi sociali. Lo tsunami della privatizzazione che partendo dagli Usa aveva coinvolto tutti i paesi del mondo, è stato arrestato.

 

Il quarto effetto è devastante: cresce in tutto il mondo la povertà assoluta, le persone che soffrono la fame, che perdono il lavoro. In una economia capitalistica la recessione economica colpisce innanzitutto le fasce più deboli, i lavoratori precari e marginalizzati, il Sud del mondo più del Nord, le piccole imprese più delle grandi multinazionali. Il mercato autoregolato risulta impotente a rispondere ad ampie fasce della popolazione: solo un intervento pubblico può ridurre il malessere sociale provocato da questa recessione generalizzata.

 

Il quinto effetto riguarda il lavoro e la diffusione dello smart working. Coinvolge soprattutto i lavoratori della pubblica amministrazione e quelli che, nel settore privato, svolgono una attività amministrativa, di elaborazione dati, programmi di software, comunicazione, informazione, ecc. Crea una divisione forte e inedita in queste dimensioni, tra lavoro manuale e intellettuale, e quindi una ulteriore frattura nel mondo del lavoro già soggetto a profonde frantumazioni. Riduce la socialità, perché il luogo di lavoro è stato nella storia un fattore fondamentale della socializzazione e della presa di coscienza dei lavoratori.

 

Il sesto effetto riguarda l’impatto ambientale di questo modello di sviluppo. Durante i mesi di lockdown abbiamo registrato una straordinaria caduta nell’emissione della CO2. Finita la clausura siamo ritornati ad inquinare come prima, anzi peggio: la paura del contagio ha aumentato l’uso di mezzi di trasporto privato. I danni che provoca l’inquinamento del pianeta, anche in termini di vite umane, sono stati “sotterrati” dai dati sulle morti da Coronavirus, e tutto il dibattito sugli effetti del cambiamento climatico è stato messo in stand by. Forse uno dei danni maggiori di questa pandemia e di come è stata gestita dai media.
Infine, esiste un impatto che riguarda il nostro rapporto col prossimo, la nostra vita quotidiana.

 

“Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto” è l’incipit di Elias Canetti nel famoso saggio Massa e Potere; e così proseguiva: “Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati. Ci si chiude nella case, in cui nessuno può entrare; solo là ci si sente relativamente al sicuro”.

 

Scritto con altri intenti, Canetti sembra scrivere per noi oggi: è questa la condizione in cui ci troviamo e da cui dovremmo uscire al più presto. La paura dell’altro, con il preoccupante impatto sui bambini che potrà essere stimato solo nei prossimi anni, ha un riflesso immediato sulla polis, sull’agorà, sulla vita sociale e la dimensione politica dell’essere umano. Dobbiamo resistere e, rispettando tutte le norme di sicurezza anti-Covid, continuare a incontrarci, a guardarci in faccia (sia pure mascherati), a non chiuderci nella cerchia familiare e né a ridurci spettatori bolliti davanti alla Tv o al telefonino. Per quanto internet ci abbia tenuti connessi consentendoci di partecipare a conferenze e dibattiti, non potrà mai sostituire l’incontro reale, personale, fisico.

21/10/2020

da Il Manifesto

Massimo Franchi

 

Emergenza Covid. Denuncia della Fp Cgil: il personale ha giustamente preferito passare al settore pubblico, ora servono strutture che sappiano gestire anziani infetti

 

Sono state i luoghi più colpiti durante la prima ondata. Rischiano di esserlo anche nella seconda. Le Rsa, residenze sanitarie assistenziali, ritornano a essere colpite dal Covid-19 e in tante regioni si torna a parlare di contagi e morti: gli anziani sono la categoria più a rischio.


Nello studio dell’Istituto superiore di sanità di giugno si erano certificate ben 3.772 morti nelle Rsa. Al questionario predisposto dall’Iss avevano risposto 1.356 strutture, pari al 41,3% di quelle contattate. Ben 278, ben il 21,1%, hanno dichiarato casi di contagio tra il personale.
La mente va subito al Pio Albergo Trivulzio di Milano. Ma la stragrande maggioranza delle Rsa ha caratteristiche diverse: sono molto più piccole e spesso gestite da istituti religiosi o cooperative di assistenza.


Se molti presidenti hanno già vietato le visite, il rischio di una nuova valanga è dovuto a quanto è successo in questi mesi: A Bologna ci sono stati 40 casi di Covid al Giovanni XXIII, una delle strutture più grandi in città. «La recrudescenza è dovuta principalmente al fatto che gran parte delle Rsa sono prive di personale medico e infermieristico – spiega Michele Vannini, segretario nazionale della Fp Cgil – . Negli scorsi mesi medici e infermieri che hanno dovuto affrontare la prima ondata a mani nude, senza dispositivi e lasciati allo sbando, hanno giustamente deciso di passare, seppur con contratti a tempo determinato, al settore pubblico». Oltre alle ragioni di sicurezza, c’è una evidente differenza salariale e di diritti: «Nelle gran parte delle Rsa i contratti sono della cooperazione sociale o del terzo settore, con stipendi del 30% inferiori rispetto alla sanità pubblica, senza contare ferie, malattia e altre voci che nel settore pubblico sono garantiti».


La carenza di medici e infermieri era già nota a marzo. In un report dell’Istituto superiore di sanità (Iss) si avvertiva della necessità «di garantire laddove siano presenti ospiti Covid-19 sospetti o accertati (anche in attesa di trasferimento) la presenza di infermieri sette giorni su sette H24 e supporto medico – continua Vannini – . A fine settembre l’assessore del Piemonte Icardi, coordinatore della Conferenza delle Regioni stima invece che le Rsa possono assicurare copertura medica e infermieristica solo per 30 minuti al giorno».


Una sproporzione incredibile che mostra come le Rsa rischiano veramente di tornare ad essere luoghi ad altissimo rischio. «L’unica possibile soluzione è la creazione di Rsa Covid – conclude Vannini – se i pazienti in Rsa si positivizzano occorre spostarli immediatamente in strutture idonee dove posso ricevere l’assistenza specializzata». Un modello già adottato, «con buoni risultati», dalla Provincia autonoma di Trento. Invece il grido di dolore cresce da molte regioni: «In Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte abbiamo moltissime segnalazioni di casi di Covid e ancor di più di carenza di personale», conclude Vannini.

20/10/2020

da Il Manifesto

Massimo Villone 

 

Secessione dei ricchi. Sono in campo letture alternative dell’Italia che verrà. Le truppe sono schierate

 

La crisi sanitaria si intreccia con l’economia, la politica e le istituzioni. L’attenzione è tutta sui conti quotidiani del contagio, ed è comprensibile. Ma altre vicende in atto, oggi in parte oscurate dal fracasso mediatico, peseranno sul paese anche dopo la pandemia.

 

Il 2 ottobre Galli e Gottardo, economisti della Cattolica e dell’Osservatorio per i conti pubblici italiani (Ocpi), attaccano il Mezzogiorno con un saggio che ho già citato su queste pagine. La tesi di fondo è che la spesa pubblica ha favorito e favorisce il Sud, ma non ne ha risollevato né può risollevarne le sorti, perché il Sud non riesce a beneficiarne per la debolezza delle istituzioni (in ipotesi, inefficienti, clientelari e quant’altro). Cottarelli e Galli ribadiscono la tesi (Domani, 14 ottobre). L’Agenzia per la coesione, voce pubblica e ufficiale, giunge nei Conti pubblici territoriali (Cpt) a conclusioni opposte. È seguita dalla Svimez, da studiosi e commentatori, tra cui io stesso. È censurata dagli economisti Ocpi. Qualcuno sbaglia, o magari imbroglia?

 

È semplice. Si espungono alcune voci dalla spesa pubblica computabile nel raffronto Nord-Sud, e per magia non è il Nord che scippa al Sud, ma il Sud che scippa al Nord. Ocpi espunge anzitutto società quotate in borsa come Eni, Enel, Poste Italiane e Leonardo, essendo «pressoché inevitabile che la spesa di queste società sia maggiore nelle regioni più ricche, in cui la domanda è più elevata e le opportunità d’affari sono tipicamente maggiori». Una questione esclusivamente di mercato? L’argomento prova troppo. Portandolo fino in fondo, qualunque politica di riequilibrio territoriale sarebbe preclusa a quelle società. Anzi, potrebbero solo dividere ulteriormente il paese. Ma allora come giustificare la presenza pubblica? La sola risposta sarebbe una privatizzazione integrale.

 

Si espunge poi la spesa pensionistica. Al Nord più lavoro, più reddito, più contributi, più pensioni. È un dato puramente fattuale, non una scelta. Quindi la spesa pensionistica non va conteggiata. Ma le pensioni in atto sono – e saranno per molti anni – basate anche sul metodo retributivo, e quindi almeno in parte a carico della fiscalità generale. Ancora, al Sud la vita costa meno. Dimenticando che i servizi di cui dispone il cittadino del Mezzogiorno sono di gran lunga inferiori. Infine, chiude la partita la debolezza istituzionale, perché in essa si bruciano le risorse pubbliche che non giungeranno mai a migliorare le sorti del Sud. Quindi, sono uno spreco che reca al paese danni, non vantaggi. Concorrono persino ad accrescere il debito pubblico.

 

Siamo chiari su un punto. Nessuno assolve il ceto politico e le classi dirigenti del Sud, certamente colpevoli. Né si nega la necessità di scelte oculate (come chiedono Drago e Reichlin (Corriere della Sera, 19 ottobre). Ma le false rappresentazioni e i luoghi comuni sul Sud, che sono alla base dell’autonomia differenziata, tali rimangono anche in panni di accademia. Oggettivamente, si spara a chi vorrebbe assumere tra le priorità essenziali per i fondi Ue un favor per il Sud allo scopo di ridurre il divario territoriale. Al tempo stesso, si offre un assist al separatismo dell’autonomia differenziata. Alla fine, secessione dei ricchi e spacchettamento in repubblichette diventano cosa buona e giusta.

 

E Boccia? Abbiamo già criticato la debolezza della sua proposta, e non ci ripetiamo. Quanto al nuovo regionalismo che predilige, tutto concertazione tra esecutivi e conferenze, è palesemente a rischio di letture strumentali e in malam partem. Vediamo poi commenti per cui il premier Conte vorrebbe evitare scelte impopolari mettendole nelle mani dei governatori, già sicuri di aver guadagnato come categoria un Oscar alla carriera per l’emergenza sanitaria. La sintonia con la strategia Boccia è evidente. Ma l’istinto di sopravvivenza di Conte si traduce in una debolezza di tutte le istituzioni nazionali.

 

Sono in campo letture alternative dell’Italia che verrà. Le truppe sono schierate. Si coglie la vacuità e in qualche punto la pericolosità della proposta riformatrice in giallorosso, dal taglio del parlamento ai correttivi di là da venire. Mentre a destra avanza un progetto ben più concreto e condiviso di frammentazione in chiave di autonomia differenziata bilanciata dal presidenzialismo. Bisogna vigilare e resistere. Ogni passo ci allontanerebbe dalla Costituzione e dalla Repubblica una e indivisibile.

11/10/2020

 

Intervista all’ex sindaco di Riace. Giudica le recenti modifiche ai decreti di Salvini solo un “palliativo”: “Culturalmente non è mutato il paradigma. Si continua a ritenere l’immigrazione un problema di ordine pubblico e non invece una risorsa sociale”

 

Intervista di Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti. Riace (Reggio Calabria). Il manifesto, 10.10.2020 - 

 

Il sindaco leghista Tonino Trifoli gli ha appena comunicato che entro 90 giorni dovrà demolire «in quanto abusiva» l’antica forgia ricostruita in estate grazie al lavoro dei volontari della cooperazione sociale calabrese. Ma Mimmo Lucano tira dritto. D’altronde, per il Tar “l’abusivo” sarebbe proprio Trifoli dichiarato ineleggibile.

 

Intanto, come una trottola l’ex sindaco gira l’Italia per presentare il suo libro autobiografico Il fuorilegge. Pur immerso nelle difficoltà di un modello di accoglienza che malgrado le traversie sta cercando di far rinascere, non esita in nome di una battaglia ideale e culturale a dire la sua sul nuovo provvedimento del governo in tema di immigrazione.

 

Sindaco, il suo acerrimo avversario Matteo Salvini grida allo scandalo. Annuncia la raccolta firme per i referendum abrogativi e li chiama “decreti clandestini”. Quindi tutto bene? Il nuovo decreto è impeccabile? Non crede che, piuttosto, esca rafforzata la linea Minniti sui respingimenti alle frontiere e sugli accordi con le milizie?

 

I decreti Salvini nascono in continuità con i decreti Minniti-Orlando. E il nuovo decreto non supera entrambi se non lievemente. Si tratta del settimo intervento sull’immigrazione e culturalmente non ne è mutato il paradigma. Si continua a ritenere l’immigrazione un problema di ordine pubblico e non una risorsa sociale. Viene demandato tutto alle prefetture e sono emarginati gli enti locali.

 

Questo decreto è solo un palliativo, non ci vedo una svolta. La legge Bossi-Fini non è stata intaccata e rappresenta l’anticamera dello sfruttamento con quello scambio indegno tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Il salvataggio in mare viene ancora punito. E quanto al permesso per motivi umanitari era già sancito dalla Convenzione di Ginevra.

 

Nel libro lei scrive che “in questo disastro economico e sociale in cui siamo precipitati all’improvviso, avremmo un enorme bisogno di idee e prima di diventare un modello per ridar vita a una comunità, Riace era un’idea: era un’idea di futuro”. Perché, per dare futuro e prospettiva, non pensare a un sistema di accoglienza diffuso nelle aree interne spopolate? Perché non utilizzare il Recovery Fund, come proposto da questo giornale, per affrontare il dramma epocale delle migrazioni?

 

Quando ero sindaco ne parlai con l’allora presidente calabrese Agazio Loiero. La Calabria era “l’obiettivo 1” tra le aree fragili destinatarie dei fondi europei. Poi non se ne fece più nulla. Anzi Riace ben presto l’hanno pure smantellata per far posto al modello bidonvilles, tipo san Ferdinando. Invece sarebbe di grande valore sociale riattivare un processo di ripopolamento nazionale dei borghi abbandonati e delle aree fragili.

 

La questione meridionale potrebbe anche essere in parte risolta attraverso l’accoglienza virtuosa. L’Europa dovrebbe finanziare e fare da traino a questo processo. Invece Bruxelles si gira dall’altra parte, ha un atteggiamento pilatesco come nel caso della mancata revisione degli accordi di Dublino.

 

A Riace, negli anni novanta, non esistevano quasi più né agricoltura, né allevamento. L’unica possibilità per i pochi abitanti rimasti era fuggire. Poi il sistema di accoglienza creato da noi ha cambiato tutto. Centinaia di profughi hanno rimesso in moto l’economia del paese.

 

Lei ha rinunciato, per sua ammissione, a candidature elettorali. Preferisce restare a Riace e far ripartire dal basso il borgo multietnico. I progetti sul territorio, in effetti, stanno rinascendo: il turismo solidale, le botteghe artigianali, il frantoio sociale, la fattoria didattica. Però ugualmente le difficoltà sono tante per fronteggiare le emergenze: bollette, fornitori, medicinali, il latte per i bambini. Vuole lanciare un appello?

 

Sono tornato a fare il militante, il volontario semplice. Il primo ottobre abbiamo aperto l’asilo multietnico, ci danno una mano le associazioni come la Terra di Piero e riceviamo aiuti dal Banco Alimentare, abbiamo ripristinato il bonus sociale per la spesa. Insomma, abbiamo fatto rinascere un embrione di economia della speranza contro il delirio del libero mercato e del profitto che si sta acuendo durante questa crisi pandemica.

 

Malgrado ciò, Riace continua ad essere esclusa dalla programmazione nazionale, non riusciamo neanche a recuperare le spese per i servizi sociali resi negli anni scorsi e mai pagati. La prefettura di Reggio deve ancora versare i fondi del 2017. Noi proviamo a far tutto da soli. Ma certo non è facile.

09/10/2020

da Repubblica

Giacomo Talignani 

 

La protesta nazionale degli studenti di Fridays For Future. Obiettivo, chiedere ai potenti di porre la crisi climatica al centro dell'agenda. Con loro anche Extinction Rebellion

 

Uno sciopero che si terrà lo stesso, nonostante il periodo e la crisi legata al Covid, per ricordare anche all'Italia che la questione climatica è un'emergenza non più rimandabile. Il settembre appena trascorso è stato il più caldo della storia, i livelli del ghiaccio Artico sfiorano i minimi storici, incendi ed eventi meteo terribilmente intensi continuano a devastare il Pianeta, Italia compresa: ecco perché migliaia di studenti italiani oggi, 9 ottobre, protesteranno in centinaia di piazze, per fermare il riscaldamento globale, subito.


Protetti dalle mascherine, armati di creatività, biciclette, cartelloni e persino scope, i ragazzi del clima tornano dunque nuovamente a fare sentire la propria voce nel primo grande sciopero nazionale (dopo quelli pre-Covid e dopo la giornata internazionale del 25 settembre), per tentare di spingere la politica a mettere la crisi climatica al centro dell'agenda. Non solo la politica globale, ma anche quella italiana: il Green Deal e i fondi del Recovery Fund, chiedono i giovani, devono essere tutti usati nella giusta direzione, ovvero quella per combattere e mitigare gli effetti del global warming. 

 

Il nuovo sciopero, che vede coinvolte tutte le principali città italiane, cade nel giorno in cui Greta Thunberg, come vorrebbero molti dei ragazzi, potrebbe persino vincere il premio Nobel per la Pace. Candidata per il secondo anno, secondo i ragazzi del clima un premio indirizzato alla teenager attivista ambientale potrebbe diventare un simbolo molto importante per la battaglia sulla crisi climatica. 

 

Greta a parte, in questo primo grande sciopero dalla riapertura delle scuole i giovani di Fridays For Future Italia daranno vita a una serie di iniziative per farci tornare a parlare di clima. Se ovunque sono previsti cortei e cartelloni, a Ravenna il gruppo locale di FFF invita tutti a presentarsi con delle scope per organizzare un flashmob: continuare a non affrontare la crisi climatica è un po' come "nascondere la polvere sotto il tappeto senza risolvere i veri problemi", ricordano a tutti. 

 

Roma invece andrà in scena una grande biciclettata di massa con partenza nel quartiere Garbatella alle ore 9. Biciclettata che vede unire le forze sia dei ragazzi di Fridays For Future, sia degli attivisti di XR Extinction Rebellion, movimento che in Inghilterra ha fatto scalpore e che ora sta crescendo anche in Italia. Questo gruppo, che si batte contro l'estinzione a cui ci stanno portando le nostre stesse scelte, chiede ai governi di invertire la rotta che ci sta trascinando verso il disastro climatico e ecologico, e ha in serbo una serie di iniziative per farci riflettere. Fra queste, quella organizzata appunto con FFF e chiamata  "Ride for Future", una biciclettata per le vie della capitale "colorata, costumata e rumorosa". 

 

Scongiurato lo slittamento dello sciopero al pomeriggio - come avrebbe voluto la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina - e nel rispetto di tutte le disposizioni di sicurezza per la protezione contro il coronavirus, i ragazzi del clima spiegano di tornare in piazza perché "costretti a chiedere alle istituzioni di agire".

 

"La pandemia ha reso evidenti le contraddizioni del nostro sistema economico e sociale, costringendoci ad affrontare la realtà, ascoltare la scienza e trattare ogni situazione di emergenza come tale. Nonostante ciò la crisi climatica continua ad essere ignorata e trascurata dalla classe politica. Nessun governo - men che meno quello italiano - ha cominciato ad affrontare in modo serio i numerosi richiami ed allarmi che la comunità scientifica ci ha fornito fino ad oggi. I politici hanno tutti gli strumenti per comprendere la portata esistenziale dell’emergenza ambientale, climatica ed ecologica che stiamo affrontando. Gli incendi, gli uragani, la siccità, la distruzione dei raccolti, le alluvioni e le migrazioni stanno già oggi mietendo vittime e di anno in anno rendono la vita sempre più difficile a milioni di persone in tutto il mondo" scrivono gli attivisti di Fridays For Future. 

 

"Le scelte che facciamo, le decisioni che prendiamo, le politiche che adottiamo saranno determinanti per il futuro delle prossime generazioni. Il 2020 deve essere l'anno dove cominciare ad implementare le giuste politiche di transizione ecologica, dove lavorare per avere una speranza di contenere il riscaldamento globale entro i +1.5 gradi°C di aumento medio delle temperature globali rispetto ai livelli pre-industriali, evitando così le conseguenze peggiori della crisi climatica. Ogni Paese dovrà far e la sua parte, e rispettare gli accordi di Parigi che ha sottoscritto per salvaguardare il nostro clima e conseguentemente il nostro futuro su questo pianeta".

 


Infine, concludono, "siamo ancora in tempo per cambiare tutto. Ma dobbiamo fare in fretta, e trattare la crisi climatica come una vera crisi e abbiamo bisogno di un'economia non più basata sul Pil ma sul benessere delle persone e la tutela degli ecosistemi".

06/10/2020

da  Il Manifesto

Andrea Fabozzi

 

La prima donna dell’Anpi

 

La prima presidente donna. Gli anni di Carla Nespolo, morta ad Alessandria dopo una lunga battaglia contro la malattia. Condotta senza mai lasciare, fino all'ultimo, la guida dell'associazione partigiani. Quel gesto coraggioso nell'ultimo 25 aprile

 

Alessandria, l’ultimo 25 aprile. Con il lockdown le manifestazioni sono tutte cancellate. Il sindaco leghista ne ha approfittato per comunicare ai cittadini che causa Covid l’omaggio ai caduti lo farà da solo, aggiungendo che la liberazione che intende celebrare è quella dalla pandemia. Carla Nespolo lotta da mesi contro la malattia, il tumore che nella notte tra domenica e lunedì l’ha infine portata via. Ma decide ugualmente di uscire di casa e presentarsi davanti al «campo della gloria», il monumento nel cimitero di Alessandria che ricorda i caduti in guerra. Il giorno prima aveva ottenuto, battagliando al telefono, il ritiro di una goffa circolare della presidenza del Consiglio in cui si escludeva l’Anpi – per «ragioni di sicurezza» – dalle cerimonie di questo anniversario della Liberazione. Una foto, la pubblichiamo qui accanto, ritrae di spalle Carla Nespolo davanti alle lapidi. Dell’ultimo 25 aprile tutti ricordano la bella immagine di Sergio Mattarella con la mascherina che scende da solo le scale dell’altare della Patria. Ma non è meno bella quest’altra presa con un telefono e lontano da Roma. Testimonia come, malgrado gli ostacoli e i rischi per la sua salute, la presidente dell’Anpi era lì al suo posto.

 

Carla Nespolo è rimasta a dirigere l’Associazione nazionale partigiani fino a un paio di settimane fa. Al telefono, da casa, ma seguendo tutte le riunioni e i dibattiti che si facevano a Roma e – racconta uno dei suoi vice segretari – «sostanzialmente dandoci la linea». Nel novembre di tre anni fa era stata eletta alla presidenza e si trattò di un’elezione storica. Prima donna e prima presidente non partigiana, arrivava dopo la carismatica guida di Carlo Smuraglia – che ieri parlando con Radio Popolare ha voluto ricordare gli ultimi anni come «un’esperienza meravigliosa di coraggio e di forza» – e soprattutto dopo la rottura con il Pd di Renzi che non aveva accettato che l’Anpi si fosse schierata per il No al referendum costituzionale del dicembre 2016. Scatenando la polemica sui «veri partigiani». «I nostri avversari dicevano che senza più partigiani l’Anpi non serve – chiarì subito Nespolo, appena eletta presidente -. E invece serve a continuare una memoria che non è retorica, ma lotta per la costruzione di un paese migliore».

 

Quella tensione che ha mantenuto e ribadito, intervistata da questo giornale, ancora nel suo ultimo 25 aprile. Quando, ragionando sull’uscita dall’emergenza Covid, diceva che «dobbiamo essere capaci di progettare un mondo migliore, meno inquinato, con maggiore giustizia sociale e maggiore solidarietà». Aggiungendo anche che «ricominciare dalla Costituzione vuol dire esattamente non ricominciare come prima».
Carla Federica Nespolo era nata a Novara nel 1943 in una famiglia partigiana e antifascista. Lo zio Amino Pizzorno (nome di battaglia Attilio) è stato il vice comandante della sesta zona partigiana, tra Piemonte e Liguria. Laureata in pedagogia, insegnante, negli anni Settanta è stata giovane consigliera provinciale e poi assessora provinciale ad Alessandria. Dal 1976 al 1983 è stata deputata per due legislature e dal 1983 al 1992 senatrice per altre due per il partito comunista italiano (Pds dal ’91). Si è occupata soprattutto di scuola e di diritti delle donne, ma anche di affari costituzionali e ambiente. Molto legata alla provincia di Alessandria, nel 2004 era diventata presidente del locale istituto per la storia della Resistenza. Poi l’impegno nell’Anpi nazionale che la porterà ad assumerne la guida.

 

Negli ultimi anni ha proseguito nell’apertura dell’associazione ai giovani, ha intensificato l’impegno antifascista e anti razzista, la difesa della Costituzione nelle piazze e nelle scuole. Pronta a entusiasmarsi nelle battaglie, con una grande capacità di lavoro dimostrata fino all’ultimo, Carla Nespolo non guidava e si faceva accompagnare senza mai staccare lo sguardo dalla strada, amava i gatti. Lascia una sorella e un testimone impegnativo per l’Anpi che il 30 ottobre riunirà il comitato nazionale per decidere a chi affidarlo. I suoi funerali si terranno ad Alessandria, probabilmente giovedì.

28/09/2020

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Movimenti. Sotto la pioggia a Roma un’ampia alleanza sociale di genitori, docenti, studenti e sindacati raccolta dal movimento "Priorità alla scuola" ha criticato l’impreparazione del governo: «Un disastro annunciato». La versione del presidente del Consiglio Conte: la «ripartenza è avvenuta con ordine». La proposta del movimento: più spazi e fondi all'istruzione dal Recovery Fund (20 miliardi e 1% del Pil). E basta con le «classi pollaio» e la precarietà dei docenti e del personale Ata. Ora è il momento per ripensare didattica e saperi

 

Trentamila e 655 aule mancanti rispetto alle 406.424 necessarie per mantenere il distanziamento fisico tra gli studenti come stabilito dal protocollo del comitato tecnico scientifico sulla scuola. Quasi 550 mila studenti non hanno una postazione adeguata per fare lezione a due settimane dall’inizio dell’anno scolastico al tempo del Covid. Sulle 85 mila assunzioni dei docenti propagandati in questi mesi solo 22 mila posti sono stati coperti perché in Italia non ci sono più prof abilitati nelle graduatorie. Mancano 2.278 dirigenti del personale amministrativo, nonostante l’ultimo concorso. Al primo settembre avrebbe dovuto esserci un piano di assunzioni straordinario ma la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina non ha voluto mettere in cattedra i 32 mila docenti che saranno assunti nei prossimi mesi dopo il concorso che si terrà ad ottobre.

 

I DATI sono stati snocciolati ieri dalla segretaria nazionale della Flc Cgil Francesca Ruocco sotto una pioggia battente in Piazza del popolo a Roma nel corso della manifestazione indetta dal movimento «Priorità alla scuola» alla quale hanno aderito 80 associazioni e movimenti provenienti da trenta città e i sindacati Flc Cgil, Cisl e Uil scuola, Snals, Gilda e Cobas. «La ministra Azzolina vuole fare i concorsi in piena emergenza sanitaria senza rispettare i docenti fragili e chi potrebbe essere in quarantena. Sono anni che insegnamo, ci sono leggi e direttive Ue che dispongono l’assunzione di chi ha più di 3 anni di servizio – ha aggiunto Anita Pelaggi del Coordinamento Precari della Scuola Autoconvocati – E poi c’è lo scandalo dei 70 mila docenti e del personale “Covid” che sarà licenziabile senza indennizzo al primo lockdown».

 

«IN MOLTE SCUOLE si sta facendo in media un’ora e 45 minuti di lezione, dalle 11,25 alle 13,40 ad esempio, senza laboratori né insegnanti. Il resto con la didattica a distanza» sostiene Gloria Ghetti, docente e attivista di «Priorità alla scuola». «Il ritorno a scuola è stata pura propaganda ha detto Giammarco Manfreda (Rete studenti medi) – A Roma, durante il lockdown, il 56% degli studenti non ha potuto continuare a seguire le lezioni». «La pandemia ha fatto esplodere i problemi che assediamo la scuola già da anni» ha detto Alessandro Personè dell’Unione degli Studenti. «Il governo non ha fatto nulla di quello che doveva fare, ha avuto sette mesi di tempo, ma è arrivato totalmente impreparato. Stiamo come stavamo prima della chiusura. Per avere una scuola senza doppi turni, senza didattica online che è puro intrattenimento e senza precari bisogna ripartire con classi da 15 studenti» ha detto Piero Bernocchi dei Cobas.

 

LA CONDIZIONE dei docenti di sostegno in questa riapertura emergenziale della scuola è è stata raccontata da Maddalena Gissi, segretaria della Cisl Scuola: «Sono 21 mila i posti vacanti, ma è stata possibile l’assunzione di sole 1.657 persone, il tutto per mancanza di candidati». Nella scuola italiana ci sono «259.757 disabili, per loro ci sono quasi 200 mila insegnanti, il 52% sono precari». Mentre era in corso la manifestazione ieri il ministero dell’Istruzione ha ribadito che la nomina dei supplenti annuali sarà completata entro la prossima settimana. Tutt’altra versione hanno dato i sindacati: «È stato nominato il 30-40% fino a pochi giorni fa, secondo i nostri calcoli non si va oltre il 50%» ha detto Pino Turi (Uil Scuola). Oltre alle cattedre vuote ci sarebbero molte irregolarità nell’assegnazione dei punteggi delle Graduatorie provinciali per le supplenze, da quest’anno realizzate online. Per i sindacati ci sarà una valanga di ricorsi nei prossimi mesi.

 

PER SETTIMANE è stata raccontata l’epopea dei banchi, con e senza rotelle. Questa era l’urgenza del governo. I banchi, non i nuovi spazi per dimezzare le classi sovraffollate, non la stabilizzazione dei precari per assicurare il diritto allo studio e ai saperi agli studenti. Ad oggi sono 400 mila su oltre 2 milioni richiesti, in attesa dei nuovi dati. «La scuola ha riaperto solo grazie al sacrifico dei docenti e del personale. I problemi sono tutti ancora da risolvere» ha aggiunto Rino Di Meglio della Gilda.

 

L’INCHIESTA collettiva raccolta ieri dal palco della manifestazione romana è utile per decostruire la realtà parallela raccontata dal governo. Ancora ieri il presidente del consiglio Conte ha detto che «l’anno scolastico è ripreso in modo ordinato, nel rispetto delle regole, simbolo di un’Italia che si rialza e riprende a correre». A questo atletismo retorico Conte ha aggiunto dal festival dell’Economia di Trento: «In questo contesto chiedere di avere tutti supplenti il 14 settembre significa vivere nel mondo delle fiabe». Nessuno, a ben vedere, ha fatto questa ipotesi, semmai è stata chiesta la stabilizzazione e in prospettiva una riforma del reclutamento. «Il governo farebbe bene a non sottovalutare la protesta» ha osservato Annamaria Furlan (Cisl). Un’indicazione saggia, dato che ci sono milioni di persone che vivono una scuola dimezzata e subiscono la distanza tra gli annunci e la realtà.

 

NELLA PIATTAFORMA dell’ampia alleanza sociale creata da «Priorità alla scuola» c’è lo stanziamento di 20 miliardi del Recovery Fund e almeno l’ 1% del Pil per l’istruzione. «Stabile e costante» ha precisato Francesco Sinopoli (Flc Cgil) che ha ricordato la necessità di rinnovare il contratto della scuola per aumentare i salari più bassi d’Europa. «È il minimo dopo 20 anni di tagli» ha aggiunto Costanza Margiotta di «Priorità alla scuola». Il banco di prova sarà la prossima legge di bilancio. è il momento di aprire un vero confronto e pensare a una vera riforma» ha aiiunto Maurizio Landini (Cgil). «La vertenza è importante, ma lo è altrettanto l’immaginazione collettiva su cosa e su come insegnare e apprendere. Questo movimento ha iniziato a farlo» ha concluso Maddalena Fragnito di «Priorità alla scuola» .

27/09/2020

da Il Manifesto

 

Enti pubblici. Ad agosto un decreto per più che raddoppiare il compenso dell'economista vicino a Di Maio. Per l'opposizione di deve dimettere

 

Né Giuseppe Conte né Luigi Di Maio sapevano niente, dicono. Ma si informeranno, promettono. Il 7 agosto scorso, lo stesso giorno in cui un Dpcm dettava le ultime regole di contenimento del Covid-19, un altro decreto questa volta firmato dalla ministra del lavoro Catalfo con il concerto del ministro dell’economia Gualtieri alzava, fino a raddoppiarlo, lo stipendio del presidente dell’Inps, da 62 a150 mila euro lordi l’anno. La notizia dell’aumento per Pasquale Tridico, economista assai vicino a Di Maio, oltre che per la sua vice e per i consiglieri di amministrazione, allora non fu divulgata. Ma due giorni dopo, il 9 agosto scorso, l’Inps finì ugualmente al centro di una polemica, accadde quando Repubblica rivelò che cinque deputati avevano ottenuto il bonus Covid. Tridico dovette garantire di non essere stato lui ad aver fatto trapelare l’informazione, rivelatasi utilissima ai 5 Stelle ai fini della campagna elettorale per il Sì al referendum. Ieri è stata di nuovo Repubblica a raccontare dell’aumento riconosciuto a Tridico.

 

In realtà il decreto firmato Catalfo e Gualtieri prevede identico aumento (cifre più modeste sono previste per i vicepresidenti e i consiglieri di amministrazione, 40mila e 23mila euro) anche per la dirigenza dell’Inail – ma in questo caso nessuna polemica né richieste di dimissioni. Che invece arrivano puntuali per Tridico, da parte di tutto il centrodestra, il più scatenato ovviamente Salvini che non ricorda più di aver concorso alla nomina di Tridico ai tempi del governo gialloverde. Ma non attacca solo l’opposizione, anche Italia viva non perde l’occasione per polemizzare contro i 5 Stelle e l’uomo voluto da Di Maio. «La retorica anti casta – dice il capogruppo dei senatori renziani Faraone – è finita in farsa». Nemmeno il ministro degli esteri prende immediatamente le difese di Tridico: «Chiederò chiarimenti nelle prossime ore», dichiara. Nel silenzio del resto della maggioranza, anche Conte cerca di sfilarsi. «Non ero informato e ovviamente ho chiesto accertamenti», dice. Eppure a leggere il decreto che prevede l’aumento, la decisione sembra scaturire da un lavoro istruttorio (con tanto di videoconferenza a giugno) compiuto proprio dalla presidenza del Consiglio, che a sua volta veniva incontro a una richiesta partita dall’Inps.

 

Nel mirino delle polemiche di ieri soprattutto la retroattività dell’aumento. Che però, informa nel pomeriggio una nota della direzione risorse umane dell’Inps a parziale smentita di quanto scritto da Repubblica, non è prevista se non a far data dall’effettivo esercizio della funzione di presidente. Cioè dal 15 aprile scorso. La retroattività del decreto di agosto, vale a dire, c’è ma è solo di quattro mesi (aprile 2020) non di quindici (maggio 2019). Assai più consistente potrebbe essere invece la dimensione degli arretrati per l’Inail, dove il cda è stato nominato a dicembre 2019.

24/09/2020

Stefano Porcari

da Contropiano

 

Oggi giovedì 24 e domani venerdì 25 settembre, i sindacati Usb, Unicobas, Cub, Cobas Sardegna e gli studenti dell’Osa, con la parola d’ordine “Curiamo la scuola” hanno indetto due giorni di scioperi e mobilitazioni della scuola e del settore educativo e scolastico. Sono state convocate manifestazioni e presidi a Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Livorno, Pisa, Catania e in altre città..

 

Questo sciopero preoccupa non poco le istituzioni e il governo, al punto che la scorsa settimana  il presidente della Commissione di Garanzia, Giuseppe Santoro Passarelli, è intervenuto a gamba tesa da un lato riconoscendo la fondatezza delle motivazioni, dall’altro invocando la precettazione di tutto il personale della scuola.

 

L’Usb -Scuola in un comunicato fa sapere che nei mesi dell’emergenza Covid, ha monitorato le azioni del Ministero dell’Istruzione, ultime quelle per la riapertura degli istituti scolastici, e il risultato è stato miserevole: investimenti scorretti e inadeguati, interventi sull’edilizia scolastica praticamente nulli, complicazioni derivanti dalle innovazioni al sistema di reclutamento dei supplenti.

 

Abbiamo così classi pollaio, mancanza di banchi e DPI, decine di migliaia di cattedre vuote, precari in attesa, ATA insufficienti rispetto ai nuovi compiti, personale internalizzato spesso in regime di part-time perché i contratti full-time (che comunque scadranno il 31 dicembre) sono a macchia di leopardo. Il tutto senza mai avviare un vero confronto con lavoratori e studenti.

 

La propaganda governativa e dei sindacati concertativi dice invece che tutto va per il meglio, e su questa si fonda l’attacco alle organizzazioni che con noi hanno promulgato lo sciopero.

 

Gli studenti dell’Osa denunciano invece un tardivo e strumentale tentativo di cavalcare una protesta montante nelle scuole. La Rete degli Studenti Medi, organizzazione giovanile della CGIL legata a doppio filo al Partito Democratico, dopo aver ignorato le nostre richieste di confronto ha prima attaccato il 25 – provando a influenzare il movimento studentesco romano – per la “presenza di lavoratori e sindacati di base in piazza”.

 

Successivamente ha deciso di sabotare la piazza e di pacificarla rispetto allo scontro con le istituzioni, chiamando una piazza a Montecitorio in contemporanea (e in contrapposizione) a quella al MIUR, per dividere la lotta tra lavoratori e gli studenti stessi, in accordo con la Questura, la stessa questura che da due mesi ci negava la possibilità della piazza a Montecitorio per Venerdi 25 mattina e adesso l’ha regalata ai giovani della CGIL per sabotare  la mobilitazione del 25 settembre.

 

Infine, e non certo per importanza, venerdi 25 sciopereranno anche i lavoratori del trasporto pubblico chiamati alla mobilitazione dall’Usb proprio contro il totale venir meno delle misure di sicurezza antiCovid nei trasporti. Il distanziamento sociale – invocato e spesso imposto per legge – viene completamente meno sugli autobus ridotti a carri bestiame con la riapertura delle scuole, come era facilmente prevedibile.

 

Giovedì e venerdì saranno dunque due giorni di manifestazione comune del disagio di insegnanti, studenti e non docenti, della sofferenza personale e lavorativa, dell’ambizione di svolgere il proprio lavoro in sicurezza e stabilmente!

24/09/2020

Stefano Porcari

da Contropiano

 

Oggi giovedì 24 e domani venerdì 25 settembre, i sindacati Usb, Unicobas, Cub, Cobas Sardegna e gli studenti dell’Osa, con la parola d’ordine “Curiamo la scuola” hanno indetto due giorni di scioperi e mobilitazioni della scuola e del settore educativo e scolastico. Sono state convocate manifestazioni e presidi a Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Livorno, Pisa, Catania e in altre città..

 

Questo sciopero preoccupa non poco le istituzioni e il governo, al punto che la scorsa settimana  il presidente della Commissione di Garanzia, Giuseppe Santoro Passarelli, è intervenuto a gamba tesa da un lato riconoscendo la fondatezza delle motivazioni, dall’altro invocando la precettazione di tutto il personale della scuola.

 

L’Usb -Scuola in un comunicato fa sapere che nei mesi dell’emergenza Covid, ha monitorato le azioni del Ministero dell’Istruzione, ultime quelle per la riapertura degli istituti scolastici, e il risultato è stato miserevole: investimenti scorretti e inadeguati, interventi sull’edilizia scolastica praticamente nulli, complicazioni derivanti dalle innovazioni al sistema di reclutamento dei supplenti.

 

Abbiamo così classi pollaio, mancanza di banchi e DPI, decine di migliaia di cattedre vuote, precari in attesa, ATA insufficienti rispetto ai nuovi compiti, personale internalizzato spesso in regime di part-time perché i contratti full-time (che comunque scadranno il 31 dicembre) sono a macchia di leopardo. Il tutto senza mai avviare un vero confronto con lavoratori e studenti.

 

La propaganda governativa e dei sindacati concertativi dice invece che tutto va per il meglio, e su questa si fonda l’attacco alle organizzazioni che con noi hanno promulgato lo sciopero.

 

Gli studenti dell’Osa denunciano invece un tardivo e strumentale tentativo di cavalcare una protesta montante nelle scuole. La Rete degli Studenti Medi, organizzazione giovanile della CGIL legata a doppio filo al Partito Democratico, dopo aver ignorato le nostre richieste di confronto ha prima attaccato il 25 – provando a influenzare il movimento studentesco romano – per la “presenza di lavoratori e sindacati di base in piazza”.

 

Successivamente ha deciso di sabotare la piazza e di pacificarla rispetto allo scontro con le istituzioni, chiamando una piazza a Montecitorio in contemporanea (e in contrapposizione) a quella al MIUR, per dividere la lotta tra lavoratori e gli studenti stessi, in accordo con la Questura, la stessa questura che da due mesi ci negava la possibilità della piazza a Montecitorio per Venerdi 25 mattina e adesso l’ha regalata ai giovani della CGIL per sabotare  la mobilitazione del 25 settembre.

 

Infine, e non certo per importanza, venerdi 25 sciopereranno anche i lavoratori del trasporto pubblico chiamati alla mobilitazione dall’Usb proprio contro il totale venir meno delle misure di sicurezza antiCovid nei trasporti. Il distanziamento sociale – invocato e spesso imposto per legge – viene completamente meno sugli autobus ridotti a carri bestiame con la riapertura delle scuole, come era facilmente prevedibile.

 

Giovedì e venerdì saranno dunque due giorni di manifestazione comune del disagio di insegnanti, studenti e non docenti, della sofferenza personale e lavorativa, dell’ambizione di svolgere il proprio lavoro in sicurezza e stabilmente!

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