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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

Luciana Castellina
da il Manifesto
20.08.2017


Brava Ada Colau a convocare subito una manifestazione a Piazza de Catalunya, nemmeno 24 ore dopo l’orribile massacro. Bravi i barcellonesi che a centinaia di migliaia hanno risposto all'appello gridando «no tinc por». E bravi i cittadini globali che si sono uniti a loro, piangendo per la ferita inferta alla città simbolo dell’accoglienza e dell’inclusione, ma anche per le proprie vittime: impressionante la cifra di 35 nazionalità. Hanno espresso, oltre alla pena per i corpi maciullati, la protesta per l’insulto che è stato fatto a quello che viene chiamato il «nostro libero modello di vita».

E però c’è qualcosa che non mi convince nella ormai ripetuta proclamazione dei nostri valori, non sono certa che la nostra idea di libertà sia davvero così acriticamente proponibile ad un mondo in cui la maggioranza degli esseri umani ne sono stati privati.
So bene che a proporre questo discorso si entra su un terreno scivoloso, quasi si volesse negare l’importanza dei diritti e delle garanzie individuali che la Rivoluzione francese ci ha conquistato, così come il sistema democratico-borghese che accorpa oramai quasi tutto l’occidente. Non vorrei scambiarlo con nessun altro sistema attualmente vigente, quale che sia la sua denominazione. Per questo, del resto, penso si debba difendere un’idea di Europa che lo salvaguardi dal vortice terrificante che attraversa il mondo.

E però non posso non chiedermi se questo modello, questa idea di libertà, possono davvero risultare convincenti per chi ne vive la contraddizione, per chi abita l’altra faccia del modello: una moltitudine di esseri umani, quelli che disperatamente attraversano il Mediterraneo e vengono respinti; chi vive nelle desolate periferie urbane e patisce una discriminazione di fatto (no, non «legale», per carità!); chi abita i villaggi del Sahel o mediorientali.
La nostra orgogliosa riaffermazione «non abbiamo paura» ha certamente un senso molto positivo: vuol dire non sopprimeremo la libertà, non ricorreremo ad antidemocratiche misure di polizia, non ridurremmo per garantirci sicurezza le nostre libertà. È un messaggio importante ed è bello che a Barcellona sia stato riaffermato a Piazza de Catalunya. Ma non basta, e, anzi, ripeterlo, se non ci si aggiunge qualche cos’altro, rischia di essere controproducente.

Siamo tutti consapevoli che la disfatta che l’Isis sta subendo sul territorio non rappresenta affatto la fine della minaccia terrorista. Che, anzi, lo smantellamento delle sue roccaforti potrebbe rendere anche più intenso il ricorso alle azioni di gruppo, o persino individuali, che colpiscono senza possibilità di prevedere come e dove. Sappiamo oramai anche che è ben lungi dall’essere esaurito il reclutamento di giovani jihadisti pronti a morire. Che provengono dall’Oriente, dal Sud, ma sempre più spesso anche dalla strada accanto. Contro di loro non c’è polizia che tenga, una sicurezza militare è impossibile.
La sola ancorché ardua via da imboccare sta innanzitutto nell’interrogarsi su cosa muove l’odio di questi ragazzi. Non l’abbiamo fatto abbastanza. Non ci riproponiamo la domanda con altrettanta forza quando ribadiamo la superiorità della nostra idea di libertà. E così questo nostro atto di coraggiosa resistenza rischia di suonare inintellegibile a chi di quella libertà gode così poco. Perché chiama in causa non solo il nostro orrendo passato coloniale, le responsabilità per le rapine neocoloniali del dopoguerra, il razzismo di fatto, le sanguinose, offensive guerre che continuiamo a produrre con la scusa di portar la democrazia. Queste sono responsabilità di governi che anche noi combattiamo, anche se dovremmo farlo con maggiore vigore. ( Ha ragione Ben Jelloun che si è chiesto perché non abbiamo portato dinanzi alla Corte per i delitti contro l’umanità il presidente Bush, il maggiore artefice dell’esplosione jihadista).

E però c’è qualcosa che tocca a noi, proprio a noi di sinistra, fare: ripensare il nostro stesso, superiore modello di democrazia, ripensarlo con gli occhi dell’altro, dell’escluso, sforzarsi di capire la rabbia che induce al martirio. Non per giustificarlo, per carità, e neppure per chiudere gli occhi sulle occultate manovre di potere che guidano e finanziano il terrorismo. Ma – ripeto – per capire e impegnarsi a ripensare il nostro stesso modello di civiltà, all’ individualismo che la caratterizza, tant’è che la democrazia la decliniamo sempre più in termini di diritti e garanzie personali, non come rivendicazione di un potere che deve riuscire a liberare l’intera umanità.
Penso che questo bisognerebbe gridarlo nelle piazze, aggiungendo un impegno politico al «non abbiamo paura».
L’Europa, che gli attentati vogliono colpire, è forse il meglio di questo orrendo mondo globale, ma non è innocente, non può essere riproposta semplicisticamente come punto d’approdo del processo di civilizzazione.

Pubblicato il
19 ago 2017
di Jean-Pierre Stroobants (Bruxelles, bureau européen), Philippe Ricard, Sandrine Morel (Madrid, correspondance) et Raphaëlle Besse Desmoulières


“In molti paesi d’Europa, I sondaggi e a volte le elezioni rilevano un’inversione dei rapporti di forza”. Lo scrive il quotidiano francese LE MONDE che l’11 agosto ha dedicato due pagine alla sinistra radicale.
Nella bagarre tra le due sinistre, quella detta “di governo” ha per molto tempo tenuto a distanza la sua rivale d’estrema sinistra, che guardava con condiscendenza. Ma il rapporto tra le forze sembra oramai essere invertito, come lo hanno dimostrato le recenti elezioni in una parte del continente europeo.

Per Pascal Delwit, politologo all’Università libera di Bruxelles e autore dell’opera Les Gauches radicales en Europe (Editions de l’ULB, 2016), “ la crisi economica e finanziaria sta all’origine di questa tendenza”. “È là dove ha colpito con più violenza che questi partiti sono nati o hanno ripreso vigore, sottolinea. Nel Nord dell’Europa, la crisi non ha avuto lo stesso impatto a ha piuttosto portato beneficio alla destra radicale.”

In questo contesto, lo spettro della “pasokizzazione” aleggia al di sopra di certi dirigenti socialisti, in riferimento alla quasi-sparizione del Pasok d’Andréas e Georges Papandréou in Grèce, a favore della formazione di sinistra radicale Syriza d’Alexis Tsipras.
Ma la sinistra radicale è una reale alternativa? Non così certo. La via “movimentista, nata sulla scia dell’altermondismo, e della critica al neoliberalismo, è difficile da tradurre in termini istituzionali considerando la sfiducia di molti verso la politica e la difficoltà di portare i simpatizzanti della cultura radicale verso un comportamento elettorale determinato”, constata Paul Delwit.

Una Francia ribelle

In Francia, il capofila della France insoumise (LFI) Jean-Luc Mélenchon si è servito molto dello spaventapasseri greco- il voltafaccia di M. Tsipras verso le esigenze budgettarie di Bruxelles – e della critica all’austerità per realizzare il suo sogno di soppiantare il partito socialista(PS).

Le elezioni presidenziali hanno accelerato l’inversione del rapporto di forze. Il fondatore di LFI si è concesso il 23 aprile il quarto posto delle presidenziali, con il 19,6 % dei suffragi, più di 13 punti davanti il candidato socialista Benoît Hamon. La prova si è trasformata nelle legislative di giugno. Al secondo turno, il movimento di M. Mélenchon arriva ad inviare 17 eletti a Palais-Bourbon – anche lui ottiene un seggio a Marsiglia-, cosa che permette loro di costituire un gruppo.

Un mese dopo, J.L. Mélenchon e le sue truppe si sono imposti come la principale opposizione di sinistra nell’Emiciclo di fronte ai socialisti, più numerosi, ma divisi sull’atteggiamento da adottare di fronte alla politica del presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Consapevoli che il loro numero rende limitati i loro margini di manovra, gli eletti di LFI contano di prolungare la loro battaglia nella strada. Un primo incontro parigino è stato fissato per il 23 settembre, a Bastille, contro il “colpo di Stato sociale” del governo.

Belgio, la fortezza PS resiste male

Nessuno avrebbe veramente voluto crederci per il primo, ma il secondo è venuto a confermarlo quattro mesi più tardi: due sondaggi, in marzo e in luglio, hanno fatto del Partito del lavoro del Belgio (PTB), una formazione d’ispirazione comunista con un seguito fino ad allora confidenziale, la prima forza politica di Wallonia. Superando l’onnipotente Partito socialista (PS) dell’ex-premier ministro Elio Di Rupo, gomito a gomito con il Movimento riformatore (MR, liberale) del capo del governo federale, Charles Michel.

Accreditato, nei due casi, d’un punteggio oscillante tra il 20% e il 25%, quello che non fu per molto tempo che un gruppuscolo dalle radici maoiste approfitta del clima politico deleterio nella parte francofona del Belgio. Non aveva realizzato che il 5,5% alle legislative del 2014, ma sembra essere il principale beneficiario degli scandali che, in Wallonia e a Bruxelles, hanno infangato il PS. Secondo i sondaggisti, la sinistra radicale capterebbe attualmente i voti del 40% dell’elettorato socialista tradizionale. Il PS passerebbe d’altronde dal 32% al 20, oppure al 16%.

In Spagna, una sinistra in due parti eguali

La guerra delle sinistre spagnole è altrettanto intensa. Il giovane partito Podemos ha rischiato di superare il Partito socialista operaio spagnolo (PSOE) al momento delle legislative del 2015 e 2016. Le due forze si sono stabilizzate intorno al 20% dei voti ciascuna. Il colpo è duro per il partito social-democratico, che ha perso 6 milioni di elettori dal 2008, essenzialmente a vantaggio della sinistra radicale incarnata da Pablo Iglesias.

“La sinistra si è divisa in due parti eguali, ed è ancora troppo presto per sapere chi riporterà la vittoria sull’altra, stima il politologo Pablo Simon. Il PSOE ha resistito bene grazie al suo radicamento locale, ma è consapevole che il 70% degli elettori che l’hanno abbandonato hanno deciso per Podemos.”

La formazione di Pablo Iglesias è particolarmente forte presso i giovani e nelle regioni dei Paesi baschi e della Catalogna. Ciò ha condotto il segretario generale del PSOE, Pedro Sanchez, ad abbracciare un gran numero di tesi di Podemos e ad operare una virata a sinistra che gli è valsa una ribellione interna nel 2016.

Rieletto segretario generale a giugno, Sanchez si definisce sempre social-democratico, ma difende un PSOE più contestatario, abbandonando per il momento l’idea d’avere influenza sulle decisioni politiche del governo conservatore del Partito popolare (PP), pertanto minoritario in Parlamento. Il suo primo obiettivo è di smarcarsi il più possibile dalla destra, alfine di sotterrare lo slogan lanciato dal movimento degli indignati per denunciare, nel bel mezzo della crisi, il “PPSOE”.

“Gli sembra più utile negoziare con Podemos una politica d’opposizione al governo per definirsi a sinistra e cercare di prendere vantaggio dalle contraddizioni interne di Podemos, di cui molti membri sono ostili a ogni riavvicinamento con il “PSOE”, analizza Pablo Simon.

In Portogallo, la sinistra plurale

Ad oggi, solo la sinistra portoghese sembra essere riuscita a risolvere la quadratura del cerchio. Nel 2015 il Partito socialista di Antonio Costa è tornato al potere dopo essersi associato a delle formazioni “anti-troika” -coloro che gestiscono i fondi dell’Unione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale-, cioè ai comunisti e al Blocco di sinistra, che lo sostengono senza partecipare al governo, in cambio di certe misure come il ritorno alle 35 ore nel servizio pubblico o un leggero aumento del salario minimo.

Nei sondaggi, oscilla attorno al 40% dei voti, cifra stabile da molti mesi, come quelli dei partner di governo, il Blocco, attorno al 10 %, e i comunisti al 6 %. In cambio, i suoi alleati in Parlamento hanno per ora rinunciato a una delle loro rivendicazioni: l’uscita dalla zona euro.

traduzione di Laura Nanni – brigata traduttori

Massimo Serafini
Da il Manifesto
18.08.2017


Hanno colpito il cuore di Barcellona, Las Ramblas e lo hanno fatto approfittando della sottovalutazione che da tempo viene dedicata al pericolo del terrorismo in questo paese. Non era certamente la paura di un attentato come quelli che hanno insanguinato le altre capitali europee a preoccupare né il governo spagnolo né i suoi apparati di sicurezza, tanto che il livello di attenzione non era stato elevato al suo massimo possibile. Tanto più inaspettata la scia di sangue perché era lontano il pensiero che il terrorismo si riprendesse la sua macabra scena proprio a Barcellona. Rendendo così tragicamente protagonista una città da settimane invasa da un turismo di massa, da tempo considerato da tanti residenti non più una risorsa, ma il principale problema per la qualità della loro vita.

Forse a preoccupare in questo momento il governo era lo sciopero degli addetti alla sicurezza dell’aeroporto di Barcellona, in lotta contro le condizioni di lavoro durissime e sottopagate. A impensierire ancora di più era l’avvicinarsi veloce del primo ottobre, cioè il giorno in cui le forze indipendentiste che governano la Catalogna hanno convocato un referendum con l’obiettivo di separarsi dalla Spagna se otterranno la maggioranza dei voti di questa importante parte del paese.

Invece ieri pomeriggio, mentre migliaia di persone passeggiavano, tutto è stato travolto.

Si tratta di un attentato che fa tornare a galla i ricordi delle precedenti giornate di sangue, quando altri attentati si piazzarono ferocemente al centro della vita di spagnole/i.

Le immagini che dalle cinque della sera tutte le principali reti televisive, nazionali e locali, trasmettono sono di una città sorpresa e impaurita. Al di là delle solite parole di circostanza e di solidarietà alle vittime di tutti o il solito tentativo delle destre di far decollare un clima emergenziale per spostare l’attenzione delle spagnole/i dalla crisi che attanaglia il paese alla lotta al terrorismo, magari di azzerare, cavalcando la mobilitazione anti-terrorista, i difficili tentativi di creare una alternativa alle destra su cui si stanno faticosamente misurando Psoe e Podemos.

Al di là di tutto quel che ora inevitabilmente cambierà nel clima politico del paese, è augurabile che invece si rifiuti la paura e il richiamo allo stato di emergenza. A cominciare, da domani, in tantissimi a seguire l’appello della sindaca Ada Colau che ha chiamato le cittadine e i cittadini a scendere per le strade di Barcellona per testimoniare e ribadire che la paura non prevarrà con un minuto di silenzio.

Marta Fana
da il Fatto quotidiano
17 ago 2017

In vista dell’autunno, i temi più caldi tornano a essere quelli del lavoro e delle pensioni. Dalla maggioranza e suoi megafoni celebrano le riforme degli ultimi due anni, soprattutto il Jobs Act. Un ritornello che compete con le hit estive: non soltanto la crisi è alle spalle, ma addirittura, dice a Repubblica l’ex sottosegretario Tommaso Nannicini, le aspettative del governo sugli effetti del Jobs Act erano inferiori a quel che poi si è osservato. L’economista della Bocconi sostiene che “rispetto a più di un milione di posti di lavoro bruciati dalla crisi, in due anni è stato colmato quasi l’80%, in gran parte con lavoro stabile”.
Secondo i dati della Rilevazione delle forze di lavoro dell’Istat, a fine trimestre 2017 si contano ancora 363.489 lavoratori in meno rispetto al 2008. Nel 2014, ultimo anno di recessione tecnica, la contrazione degli occupati rispetto al 2008 ammontava 811.431 unità. Il recupero millantato da Nannicini si ferma al 55% dei posti persi e non all’80%. Il tasso di occupazione nel primo trimestre 2017 è il 57,2% contro il 58,6% del 2008, record negativo europeo. Il dato più lampante è quello della distribuzione anagrafica dei nuovi occupati tra il 2014 e il 2017: quasi un milione di lavoratori in più tra gli over 50, mentre tra i 35 e 49 anni si contano ancora 373 mila lavoratori in meno e soltanto un aumento di 60 mila unità per gli under 35.
La stabilizzazione del lavoro, poi, non esiste. La quota di lavoratori a termine sul totale degli occupati dipendenti raggiunge di trimestre in trimestre un nuovo record. Inoltre, la transizione da lavoro a termine verso il lavoro (precariamente) stabile è aumentata, come ormai ampiamente dimostrato, soltanto grazie agli imponenti sgravi contributivi alle imprese – fino a 8.060 euro per le assunzioni del 2015 poi ridotti con la legge di Stabilità 2016. L’effetto dovuto all’abbattimento delle tutele dei lavoratori, cioè quello diretto del al Jobs Act, non emerge dai dati. L’incidenza della transizione da lavoro a tempo determinato in indeterminato aumenta soltanto nel 2015, interessando il 24,2% dei lavoratori che avevano un contratto a termine. Già nel 2016, la dinamica delle stabilizzazioni torna ai livelli pre Jobs Act, attorno al 19,6% (contro il 19,8% del 2014). Ad aumentare sensibilmente, +23,6% rispetto al primo trimestre del 2016, è invece la quota di lavoratori gestiti attraverso le agenzie di somministrazione che assumono lavoratori, principalmente a termine, e li prestano alle aziende che ne fanno richiesta. Il lavoro sempre più usa e getta.
Nel racconto governativo non c’è mai un ragionamento sulla qualità del lavoro dal punto di vista della produzione. a nuova occupazione si concentra nei settori dei servizi a scarso potenziale espansivo: il turismo, i servizi alle imprese (come la logistica), la ristorazione. Nulla che possa innescare una crescita robusta dell’economia e della produttività. Non potrebbe essere altrimenti per un Paese il cui livello di investimenti rimane drammaticamente basso e non rivolto a innovazione, ricerca e sviluppo. Nonostante una realtà inconfutabile, la direzione politica rimane ancorata a ricette fallimentari (sgravi contributivi e politica dell’offerta) ma efficaci a trasferire risorse dalle tasse dei lavoratori ai conti delle aziende.
L’ostinazione con cui governo e suoi sodali perseverano nel raccontare una realtà che non esiste cela un altro dibattito, tutto interno alle correnti di potere che da qui a qualche mese dovranno emergere in vista delle elezioni. Da un lato il ministro Calenda che lancia la necessità di un piano industriale – dichiarazioni ancora tutte da verificare – e dall’altro, i renziani imperterriti nel difendere l’utilità di spostare risorse e potere dai lavoratori alle imprese.

Pubblicato il 15.08.2017
Da ADIF (Associazione Diritti e Frontiere)

Siamo persone privilegiate perché nel nostro cammino abbiamo incontrato una persona straordinaria come Don Mussie Zerai, da cui tanto tuttora impariamo. Lo abbiamo incontrato quando c’era da piangere e celebrare i morti e quando c’era da salvare i vivi, chiunque, indipendentemente dalla provenienza. Abbiamo apprezzato negli anni lo scrupolo con cui ha sempre operato nel pieno rispetto di quelle istituzioni – come la Guardia costiera italiana – impegnate ad affrontare drammi umanitari che passeranno alla storia, considerandole partner di riferimento, soggetti a cui affidare la sorte di chi era sull’orlo dell’abisso, in mare così come nei paesi di transito.

Lo abbiamo conosciuto mentre sosteneva “Mare Nostrum” e mentre tentava di far conoscere l’osceno commercio di organi nelle montagne del Sinai. Lo abbiamo visto, infaticabile, gettare fiori in memoria della strage del 3 ottobre insieme ai sopravvissuti, lo abbiamo sentito denunciare con forza l’inerzia complice dei governi europei, incapaci di far terminare la strage ventennale che si realizza nel Mediterraneo Centrale.

Ne abbiamo condiviso il coraggio quando, con pochi altri, raccoglieva o rispondeva a chiamate di soccorso che sarebbero altrimenti rimaste senza esito, trasmettendole immediatamente alle istituzioni competenti nel rispetto di quanto previsto dalle legislazioni nazionali e internazionali. Tra l’omissione di soccorso e l’intervento umanitario non ci sono margini di scelta.

Abbiamo gioito speranzosi quando è stato proposto per il Nobel per la Pace: lo abbiamo considerato un segnale importante, soprattutto perché Don Mussie cominciava a ricevere minacce esplicite dal governo eritreo.

Quando ci capita di incontrare uomini o donne che si sono salvati grazie al suo intervento, dichiararsi suoi amici significa ricevere uno sguardo di gratitudine eterna. Don Mussie Zerai lascia dietro di sé l’immagine di una persona umile a cui si deve semplicemente la vita.

Eppure, in questi giorni di pausa d’agosto e di guerre in arrivo, si prova, ancora una volta, a screditare il suo operato, a insinuare sospetti, dubbi, mezze verità. Siamo certi che quando incontrerà i suoi accusatori, Don Mussie saprà difendersi e far valere le ragioni della solidarietà. L’impresa di metterlo sul banco sugli imputati si rivelerà fallimentare e suicida Su quel banco dovranno un giorno finirci i responsabili, a vario titolo, di stragi, sofferenze, violenze, violazioni dei diritti umani, e coloro che contribuiscono a sostenere la dittatura di Isaias Afewerki. Ma nel frattempo il dubbio sulla sua figura si insinuerà – come è già successo per le Ong che salvano i migranti in mare – erodendo l’onorabilità di chi agisce disinteressatamente per aiutare il prossimo. Colpendo, anche solo col sospetto, Don Mussie si finirà per colpire i tanti uomini e le tante donne che hanno deciso di restare dalla parte degli ultimi. Non possiamo permettere che il “reato di solidarietà” si imponga come un dato di fatto, nutrito da populismi xenofobi, interessi geopolitici, disinformazione o cattiva informazione diffusa, e avveleni ancora di più il nostro paese, già incamminato verso un declino morale e politico.

Per questo siamo con Don Mussie Zerai e invitiamo uomini e donne di ogni fede e cultura politica a schierarsi dalla sua parte: non solo per il profondo rispetto che non si può che nutrire nei suoi confronti, ma perché nell’insensata logica di distruzione di ogni senso civico, di ogni barlume di solidarietà, la prossima vittima potrebbe essere ognuno/a di noi.

ADIF Associazione Diritti e Frontiere

(Fulvio Vassallo Paleologo, Stefano Galieni, Alessandra Ballerini, Sergio Bontempelli, Amalia Chiovaro, Cinzia Greco, Daniela Padoan)

Per adesioni info@a-dif.org

Primi Firmatari

Sen. Francesco Martone, Alessandro Dal Lago (Genova), Comitato Nuovi Desaparecidos nel Mediterraneo, Cornelia Isabelle Toelgyes (Cagliari), Nicola Teresi, Emmaus Palermo, Maurizio Acerbo (Segretario Prc S.E.), Paolo Maddalena (Vicepresidente emerito della Corte Costituzionale), Giuseppina Cassarà (medico Palermo), Avv. Paola Regina (Milano), Giovanni Maria Bellu (presidente dell’Associazione Carta di Roma), Roberto Loddo (Il manifesto sardo), Stefano Pasta (giornalista, Milano), Stefania Ragusa (giornalista Milano), Barbara Spinelli (parlamentare GUE/NGL), Domenico Stimolo (Catania), Livia Apa (Napoli), Moreno Biagioni (Firenze), Gigi Bettoli (Gorizia), Giovanna Vaccaro, Chiara Sasso- Rete Comuni Solidali (Carmagnola Torino), Cristina Neri, Flavia Santarelli, assistente sociale, (Roma), Ruggero D’Alessandro (scrittore, saggista, docente, Lugano, Svizzera), Giancarlo Pavesi Incerti, Alessandra Coppola, Emanuele Petrella (CoOperatore sociale), Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, Loretta Mussi, Francesca Koch (Casa Internazionale delle Donne, Roma), Raffaella Lavia, Anna Camposampiero (Milano), Cristina Mantis, Anna Polo, Franco Lorenzoni, Daniele Barbieri, Andrea Billau ( giornalista e conduttore su Radio Radicale della rubrica Fortezza Europa), Antonella Barranca (Milano), Eugenio Viceconte (Roma), Lorena Fornasir, Alessio Di Florio, Annalisa Romani (Parigi), Alessandro Mascoli (Collettivo Lavoratori Capitolini), Franco Cilenti ( Redazione periodico Lavoro e salute Torino), Nelly Bocchi, Marco Gaibazzi, Sara Soldi, Floriana Lipparini, Daniela Radaelli (Milano), Leondardo De Franceschi, Guido Viale, Rete Femminista “No muri, No Recinti”, Carla Cengarle, Annamaria Mandese, Michele Citoni, Edda Pando (Ass. Culturale Todo Cambia), Michele Del Gaudio, Alessandro Triulzi, Redazione “I SICILIANI”, Giovani, Caruso Castrogiovanni, Paolo Vernaglione Berardi, Alessandro Natalini, Roberta Pappadà, Andrea Perissi, Piero Scarselli (Firenze), Armando Michelizza, Federico Oliveri (ricercatore aggregato, Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace, Università di Pisa), Sveva Haertter, Alessandra Mecozzi, Luisa Morgantini, Ciss/Cooperazione Internazionale Sud Sud, Leonardo Cavaliere, minoristranierinonaccompagnati.blogspot.com, Silvia Marani, Kátia Lôbo Fiterman Giornalista e attivista sociale per i Diriti umani ( Firenze), Gennaro Avallone (ricercatore, Università di Salerno), Nicoletta Pirotta, Manuela Giugni (Rete Antirazzista Fiorentina), Paola La Rosa, Angelo Orientale, Gianfranco Schiavone (vicepresidente ASGI),Paolo D’Elia (Torino), Angelo Baracca (Firenze), Gianfranco Tomassini (Firenze), Mariafrancesca D’Agostino, Pinella Depau, Andrea Monti, Maria Rosaria Baldin, Gabriella Guido, Ass. Culturale K-Alma, Sergio Ruggieri (direttivo Arci -Jesi e Fabriano), Rete Primo Marzo, Elisa Cesan, Ilaria Boniburini, Edoardo Salzano, Michela Becchis, Maurizio Fiorillo, Enrico Calamai, Elio Romano, Franca Di Lecce, Circolo di Rifondazione Comunista di Santa Fiora...

Guido Caldiron
da il Manifesto
15.08.2017

Stati uniti. Le anime dell'estrema destra Usa

L’appuntamento di Charlottesville era stato lanciato da tempo e, fin dal titolo scelto, «Unite the Right», Unire la destra, annunciava che si sarebbe trattato di uno spartiacque. Il possibile punto di partenza di un nuovo movimento in grado di mettere gli uni accanto agli altri i neonazisti, gli eredi del Ku Klux Klan e gli aderenti a quel circuito della alt-right e della destra identitaria, che trae ispirazione dalla nouvelle droite europea e dal differenzialismo reazionario, cresciuta in visibilità intorno alla figura di Donald Trump.

Le violenze diffuse e l’uccisione di una manifestante antirazzisti non devono far dimenticare che l’obiettivo del raduno era sì anche quello di offrire una brutale prova di forza, ma era e resta prima di tutto politico: trasformare in qualcosa di stabile quella mobilitazione permanente delle diverse anime della destra radicale che non ha smesso di realizzarsi nel corso degli ultimi due anni proprio a sostegno di The Donald.

All'indomani dei fatti di Charlottesville, storici e studiosi si interrogano perciò soprattutto sul ruolo che tali tendenze vanno assumendo ancora una volta nella fase di crisi politica e sociale degli Stati Uniti.

«Ciò che è accaduto in Virginia racconta uno dei volti della realtà sociale dell’America di oggi. Questi giovani che sfilano per esprimere la loro “fierezza di essere bianchi”, che si definiscono di estrema destra o come aderenti alla alt-right, indicano in realtà soprattutto la loro frustrazione di fronte a una realtà profondamente multiculturale, come è quella del nostro paese», spiega lo storico David Billings che lo scorso anno ha pubblicato un saggio di grande interesse dedicato proprio a questo tema: Deep Denial, The Persistence of White Supremacy in United States History and Life.

«All’origine di questo modo di pensare, più radicato di quanto siamo pronti ad ammettere noi stessi – aggiunge lo studioso, nato nel 1946 in Mississippi e a lungo attivo nel movimento per i diritti civili -, si possono evocare temi significativi che hanno a che fare con la situazione economica, il declassamento di una parte del ceto medio bianco e via dicendo. Ma personalmente credo che la radice più profonda di tutto ciò vada ricercata nella paura che la nazione americana non favorisca più i bianchi, cosa per altro non vera visto che sono proprio costoro ad avere ancora gli stipendi medi e i titoli di studio più alti rispetto agli appartenenti alle minoranze. Eppure, è questa frustrazione quanto al proprio ruolo, o meglio al ruolo che il colore della propria pelle dovrebbe tributargli, abilmente alimentata dai media di destra e dal circuito dell’alt-right, che fanno passare i bianchi per vittime, che produce un risentimento crescente e una volontà di vendetta pronta a trasformarsi anche in violenza».

Non a caso, questa visione paranoica è cresciuta durante gli anni della presidenza Obama, e sta conoscendo proprio una sorta di vendetta attraverso l’affermazione di Trump.
In questo senso, sottolinea Brian Levin, docente dell’Università della California di San Bernardino e responsabile del locale Center for the Study of Hate and Extremism, «Trump ha per certi versi risvegliato il gigante addormentato dell’America bianca. Prima di lui le diverse formazioni dell’estrema destra, spesso in lotta tra loro, non si sarebbero mai unite per sostenere un candidato comune, né tantomeno per lanciare un progetto di unità strategica sul larga scala». Si tratta, aggiunge Levin, di formazioni che in alcuni casi esistono da anni, ma «cui mancava una celebrità carismatica che gli disse l’idea di riunirsi e di proporsi così all’opinione pubblica. Trump ha per certi versi aperto loro il campo della politica mainstream e ciò che sta accadendo né una delle più pericolose conseguenze».

Se a questo si aggiunge, come ha fatto il presidente del maggiore istituto di documentazione sulla destra radicale del paese, il Southern Poverty Law Center dell’Alabama, Richard Cohen, la considerazione che buona parte dei leader dei gruppi che hanno lanciato l’appello per la manifestazione di Charlottesville hanno tra i 30 e i 40 anni, rappresentano cioè a tutti gli effetti una nuova leva di dirigenti del «nazionalismo bianco» è chiaro che «questa minaccia pesa sul futuro stesso della nazione».

Pubblicato il 11.08.2017
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È in corso un nuovo sterminio di massa.
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Donne, bambini, uomini, intere famiglie costrette a fuggire dalla guerra e dalla fame. Costretti a farlo indebitandosi, subendo violenze e torture nelle carceri libiche, rischiando di annegare, di morire di sete e di ustioni da carburante su barconi fatiscenti.
Costretti a questo calvario dai governi dell’Europa che ha prima saccheggiato le risorse dell’Africa e armato i conflitti che la dilaniano e poi ha chiuso le porte ai profughi di quelle guerre, obbligandoli alla fuga per l’unica via accessibile, la più pericolosa: il Mediterraneo, dove muoiono il 75 per cento dei migranti che in tutto il mondo, a migliaia, perdono la vita durante la loro fuga.
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Il nostro Governo non è indifferente a questa carneficina ma complice: invia navi militari per impedire ai migranti di lasciare le coste dell’Africa; si accorda con i dittatori dei paesi che perseguitano i profughi per bloccare ai confini chi tenta la fuga; perseguita le Ong che – senza alcun fine di lucro – salvano i migranti in mare; impone loro condizioni che rendono impossibile o vano l’intervento, come il divieto di trasbordare i profughi su imbarcazioni più grandi o l’obbligo della presenza sulle navi di ufficiali militari armati, inaccettabile per le associazioni umanitarie che operano in terre di conflitto solo grazie alla loro neutralità.
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Il governo italiano si accanisce poi contro chi approda. Lo respinge in Libia e lo riconsegna agli aguzzini che lo hanno torturato, perché i segni di stupri e torture sono vecchi e non vengono refertati, rendendo spesso vana la richiesta di asilo e protezione. Ai richiedenti asilo viene comunque richiesto di svolgere lavori socialmente utili: di lavorare gratis, per noi.
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Alcuni sindaci minacciano di ritorsioni le famiglie che accolgono i migranti, vogliono che paghino più tasse.Altri si rifiutano di destinare all’accoglienza dei profghi strutture abbandonate. Altri intimano lo sgombero dei presidi dove volontari distribuiscono gratuitamente pasti e vestiti e dispensano cure mediche. Il servizio pubblico diffonde la falsa informazione che l’Italia sia sotto assedio, che sia in corso un’invasione di profughi, che l’accoglienza non sia sostenibile, quando il nostro paese non figura nella lista di quelli che ospitano più rifugiati e non è nemmeno tra le destinazioni più ambite in Europa: ogni cento richiedenti asilo, solo 7 fanno domanda in Italia.
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Noi preferiremmo che non fosse così. Ci adoperiamo ogni giorno perché non sia così. Siamo qui a sfidare il Governo che criminalizza chi salva vite umane, a disobbedire ai sindaci che intimano di non accogliere i profughi, a denunciare la loro complicità con questo deliberato sterminio.
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«Preferirei di no», risposero i professori universitari che si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Furono solo 12 su 1200. Stavolta sappiamo di essere di più, e desideriamo creare un luogo dove chi pensa che la fuga dalla guerra e dalla fame sia un diritto e l’accoglienza un dovere possa ritrovarsi, mobilitarsi, esprimere la propria solidarietà nei confronti di chi rischia la vita e di chi la salva. Non staremo in silenzio, non staremo a guardare.
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Hanno già firmato: Maurizio Acerbo, Pietro Adami, Giorgio Airaudo, Franco Berardi, Gigi Bettoli, Mauro Biani, Alessandro Blasi, Ilaria Bonaccorsi, Loretta Bondì, Maria Brighi, Beppe Caccia, Eleonora Camilli, Antonio Caputo, Luca Casarini, Luciana Castellina, Giulio Cavalli, Domenico “Megu” Chionetti, Danilo Chirico, Giuseppe Civati, Emily Clancy, Neva Cocchi, Raffaella Cosentino, Andrea Costa, Susanna Crostella, Erri De Luca, Gianmarco De Pieri, Marina del Vecchio Roma, Pino De Lucia, Peppe De Marzo, Gianluca Dicandia, Alessio Di Florio, Antonio Di Lisa, Anna Falcone, Marta Fana, Mauro Farina, Serena Felici, Luigi Ferrajoli, Enrico Fletzer, Eleonora Forenza, Francesca Fornario, Nicola Fratoianni, Andrea Fumagalli, Stefano Galieni, Alessandro Gilioli, Patrizio Gonnella, Franco Ippolito, Francesca Koch, Adriano Labbucci, Roberto Lamacchia, Riccardo Laterza, Vittorio Longhi, Maddalena Lovadina, Andrea Maestri, Rosanna Magarò, Curzio Maltese, Giulio Marcon, Lorenzo Marsili, Roberto Martelli, Federico Martelloni, Susanna Marietti, Sandro Medici, Sandro Mezzadra, Francesco Miazzi, Filippo Miraglia, Alessandro Metz, Fabrizio Modoni, Tomaso Montanari, Elena Monticelli, Cristina Morini, Michela Murgia, Grazia Naletto, Maria Teresa Ninni, Maso Notarianni, Fredo Oliviero, Niccolò Ollino, Moni Ovadia, Erasmo Palazzotto, Giovanni Palombarini, Claudio Pelagallo, Livio Pepino, Sara Prestianni, Alberto Prunetti, Christian Raimo, Alessandro Robecchi, Marco Revelli, Claudio Riccio, Rosa Rinaldi, Giulia Rodano, Mauro Romualdo, Melita Rosenholz, Marina Rubino, Pio Russo Krauss, Alessandra Sciurba, Vauro Senesi, Giacomo Russo Spena, Bia Sarasini, Fabio Scaltritti, Elly Schlein, Sara Scognamillo, Giovanna Maria Seddaiu, Vauro Senesi, Sergio Sorrentino, Cecilia Strada, Ugo Sturlese, Giovanni Tognoni, Massimo Torelli, Roberta Tumiatti, Roberto Viviani, Alex Zanotelli, Don Armando Zappolini, Don Mussie Zerai
Associazioni e organizzazioni: Accoglienza Degna Bologna, Associazione Babele Grottaglie (Ta), Associazione Laura Lombardo Radice, Associazione Marco Mascagna, Atletico Pop United-Anzio Nettuno, Baobab Experience, Casa Internazionale delle Donne, Comunità San Benedetto al Porto, Coordinamento genitori democratici Roma-CGD, Coopertativa Sociale Agorà Kroton, Làbas Occupato, L’Isola di Arran, Movimento DemA- Democrazia Autonoma, Rete Operatori e Operatrici sociali contro i Decreti Minniti Orlando, Tpo Bologna, Unione Sindacale Italiana, Ya Basta Bologna
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per firmare appello:http://www.progressi.org/iopreferireidino
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Chiara Cruciati
da il Manifesto
11.08.2017


Golfo. Due casi in 24 ore: le vittime sono adolescenti etiopi e somali. La guerra saudita non ferma i migranti africani: 55 mila gli arrivi nel 2017, 117 mila lo scorso anno. Dal Gibuti pagano 150 dollari, dalla Somalia 250. E gli yemeniti seguono il percorso inverso

Li hanno deliberatamente spinti in acqua: almeno 106 migranti somali e etiopi sono morti nello stretto di Bab al-Mandeb spinti dagli scafisti che li stavano portando in Yemen. Erano tutti adolescenti, «l’età media era di 16 anni», spiega Olivia Headon, portavoce dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim).

È successo due volte, mercoledì e ieri: due imbarcazioni con a bordo 120 e 180 migranti sono state letteralmente svuotate dai trafficanti. Mercoledì sono morte 51 persone, ieri 55.

«I sopravvissuti hanno detto che gli scafisti li hanno spinti in mare dopo aver visto un qualche tipo di autorità vicino la costa – dice Laurent de Boeck, capo missione Oim in Yemen – Ci hanno detto che i trafficanti sono tornati indietro, verso la Somalia, per continuare i loro affari e portare altri migranti per la stessa tratta».

I corpi recuperati sono stati seppelliti dai compagni di viaggio su una spiaggia della provincia yemenita di Shabwa. Dei sopravvissuti solo alcuni sono rimasti, gli altri sono fuggiti prima dell’arrivo dei funzionari dell’Oim.

Non è la prima tragedia simile: altre imbarcazioni sono affondate, altre – come successo a metà marzo, almeno 42 morti – sono state bombardate dagli Apache sauditi.

«Troppi giovani pagano i trafficanti che gli vendono la falsa speranza di un futuro migliore», aggiunge de Boeck. Già, perché lo Yemen è sotto assedio militare da due anni e mezzo.

Ma la guerra brutale che l’Arabia Saudita e la sua coalizione di pretoriani gli ha lanciato contro non ferma i migranti africani. Per mancanza di informazioni precise, per quelle false che i contrabbandieri gli propinano o perché i loro paesi sono colpiti – allo stesso modo dello Yemen – dalla peggiore carestia dalla fondazione dell’Onu, nel 1945.

Tra le coste di Gibuti e Eritrea e quelle yemenite la tratta è breve, meno di 20 km. Più lungo il percorso dalla Somalia e più pericoloso a causa dei forti venti che spirano sull’Oceano Indiano. Se parti dal Gibuti paghi 150 dollari, dalla Somalia tra i 200 e i 250: «spiccioli» se paragonati ai costi della tratta mediterranea.

Tra i più trafficati ci sono i porti somali di Berbera e Lughaya, nel Somaliland, e quello di Obock in Gibuti. Si attraversano mar Rosso e Golfo di Aden per approdare lungo la costa ovest dello Yemen, nei porti di Hodeidah e al-Mokha (da mesi target giornalieri dei raid sauditi perché è lì che oggi la resistenza Houthi si concentra, vista la vicinanza con la strategica città di Taiz).

C’è chi dalla Somalia raggiunge la provincia est di Hadhramaut, per lo più controllata da al Qaeda. E c’è chi, come i migranti uccisi mercoledì, raggiunge la costa meridionale di Shabwa.

Partono comunque, alla ricerca di una via terrestre per arrivare nei ricchi paesi del Golfo, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Oman e lì lavorare in semi schiavitù per stipendi miseri. Dall'Etiopia partono quasi esclusivamente oromo, minoranza da sempre discriminata.

Ma il conflitto ha blindato i confini: Riyadh ha dispiegato l’esercito per frenare gli attacchi Houthi. E con cadenza regolare procede alla deportazione di migliaia di irregolari.

Secondo l’Oim dall’inizio dell’anno sono almeno 55mila i migranti che dal Corno d’Africa (per lo più Eritrea e Somalia) sono sbarcati in Yemen, 117mila nel 2016, 92mila nel 2015. I minori non accompagnati sono il 20% del totale. In tutto lo Yemen ospita oltre 270mila rifugiati e richiedenti asilo a cui si aggiungono gli sfollati interni yemeniti, più di tre milioni.

Numeri enormi per uno Stato fallito, diviso in autorità diverse, costantemente bombardato dai jet sauditi e vittima di un blocco aereo e navale (imposto da Riyadh) che impedisce l’arrivo degli aiuti e l’attività delle poche organizzazioni umanitarie rimaste ad operare.

Lanciata a marzo 2015, l’operazione «Tempesta decisiva» contro il movimento sciita Houthi ha ucciso oltre 10mila persone (numeri al ribasso, il bilancio Onu è fermo da mesi), provocato una carestia di proporzioni inimmaginabili con l’80% della popolazione, 20 milioni di persone, che non ha accesso regolare a cibo e acqua, e sviluppato un’epidemia di colera che ha già ucciso 2mila persone e che si diffonde ad una velocità impressionante.

Condizioni di vita disumane che spingono gli stessi yemeniti a prendere la via del mare, in direzione opposta: sarebbero 200 mila i rifugiati (il 38% bambini) in Gibuti, Somalia, Sudan e Eritrea

Pubblicato il 09.08.2017
Maurizio Acerbo
Loredana Fraleone

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Per il sistema d’istruzione, questo governo, come quelli che l’hanno preceduto, conosce una sola operazione, la sottrazione.
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Meno discipline, meno ore, meno classi con l’elevamento del numero minimo di alunne/i da inserirvi, meno istituzioni scolastiche con mega accorpamenti di sedi anche distanti tra loro e via discorrendo. Meno fondi anche per università e ricerca, ridotte allo stremo.
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Insieme all'annuncio trionfale di circa 58.000 assunzioni nella scuola, dovute e comunque insufficienti a coprire il fabbisogno, in particolare per il personale ATA, viene rinnovata la sperimentazione del “liceo breve”, quattro anni invece dei cinque canonici, con un’ottica ancora una volta di sottrazione di tempo alla formazione. Ovviamente nessuna informazione è data sulla sperimentazione in corso.
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Le denunce d’intellettuali e docenti universitari sul progressivo impoverimento culturale dei nostri giovani non sono prese neanche in considerazione, importante è tagliare e favorire un sapere superficiale e acritico da acquistare in una sorta di supermercato, dove prendere con un “mordi e fuggi” ciò che serve a un’ideologia capitalista barbara e ottusa.
Alla ripresa autunnale si aggiunge un altro motivo per riaprire il conflitto.

Roberto Ciccarelli
da i Manifesto
08.08.2017

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Maturità in quattro anni, poi al lavoro o, per chi potrà, all'università. La ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ieri ha firmato un decreto che avvia un «Piano nazionale di sperimentazione» che coinvolgerà dal 2018 in poi 100 classi in tutto il paese. Al momento la «sperimentazione» coinvolge solo 11 scuole, sei pubbliche e cinque paritarie, dunque al Nord, due al Centro, quattro al Sud, per un totale di 60 classi.
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Sono numeri modesti quelli del «liceo breve», e la sperimentazione va presa per quello che è. Tuttavia ieri il decreto è stato presentato come l’anticipazione di una riforma auspicata da qualche anno a questa parte dagli ultimi titolari di Viale Trastevere. È la chiusura del cerchio della professionalizzazione dell’istruzione pubblica già segnata dall'obbligo dell’«alternanza scuola-lavoro»; della sostituzione dei saperi con le «competenze», in nome di un fantomatico allineamento della scuola italiana a quella «europea». Dove, invece, le soglie sono diverse e non esiste un orientamento omogeneo.
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Questi discorsi, e le conseguenti deliberazioni, sembrano ignorare la situazione del mercato del lavoro che penalizza, più di tutti gli altri, proprio i giovani compresi nella fascia anagrafica tra i 15 e i 24 anni. Senza contare che la riduzione di un anno della scuola evidenzierà un’altra tendenza registrata, da ultimi, dai rapporti Almadiploma e Almalaurea: la differenza tra gli studenti che provengono da famiglie abbienti e dove i genitori sono laureati e quindi in grado di garantire ai figli esperienze, cultura, conoscenze e gli studenti che queste possibilità non hanno., indebolendo ulteriormente il ruolo di ascensore sociale che la scuola pubblica e statale ha avuto per molti anni. La combinazione di questi fattori – una didattica orientata alla professionalizzazione e al teaching to test (insegnamento finalizzato alle risposte ai test) e l’anticipo dell’ingresso nella precarietà generalizzata – rischia di ridurre il tempo-scuola e produrre cittadini specializzati, ma non abituati al pensiero critico. Orientamenti che portano l'Usb scuola a chiedere ai collegi docenti di bocciare una sperimentazione priva «di valore pedagogico, ma utile al progetto di smantellamento del sistema scolastico pubblico e statale in favore della scuola azienda funzionale al mercato».
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Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti, invita i collegi dei docenti a «esprimere un voto che tenga conto di tutte le criticità e delle ricadute che l’accorciamento del percorso di studi potrebbe avere sulla preparazione degli alunni e sull'organico del corpo docente». Per la Gilda il liceo breve è uno specchietto per le allodole: «ridurre di un anno l’iter formativo dei ragazzi non significa garantire automaticamente un posto di lavoro appena terminata la scuola superiore». C’è anche un motivo di preoccupazione: «Tagliando di un anno il percorso di studi, si ridurrebbe anche il corpo docenti. Si tratta di un aspetto che inevitabilmente suscita preoccupazione»-

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