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Pubblicato il 22 mag 2017
COMUNICATO STAMPA

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TORINO, GIOVANI DENUNCIATI – ACERBO (PRC): «VIETATO CONTESTARE MINNITI. PD PEGGIORE DESTRA»
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«A Torino tre persone sono state portate presso gli uffici della Questura dove sono state denunciate per manifestazione non preavvisata.
Il motivo è aver “osato” contestare Minniti, intervenuto al salone del libro. Come dire, è vietato contestare il ministro Minniti: il PD si dimostra ancora una volta peggiore della destra».

Luca Fazio
da Il Manifesto
21.05.2017

Insieme senza muri. Con la giornata per l'accoglienza, fortemente voluta dall'assessore Piefrancesco Majorino, e sostenuta dal sindaco Beppe Sala, si materializza il corteo antirazzista più imponente che ci sia mai stato in Italia. Un successo clamoroso che ha dato voce a chi con diverse sfumature chiede a questo governo politiche immigratorie inclusive e non discriminatorie come la legge Minniti-Orlando

Siamo contenti? Contentissimi. Ma consapevoli. Che non ci si può godere in eterno un pomeriggio come questo trascorso in una delle piazze più accoglienti d’Europa. Torneremo nella dura realtà, ma domani. Oggi siamo stati travolti, organizzatori compresi, da una delle più grandi manifestazioni degli ultimi anni. La parata per l’accoglienza è sfuggita di mano, a tutti. Meno male. Passerà alla storia come il corteo antirazzista più imponente che ci sia mai stato in Italia, anche perché si è materializzato come per incanto in uno dei momenti peggiori della storia recente. I numeri contano: sono circa100 mila persone, vere. Chilometri di storie diverse, unite da uno stesso sentimento, magari confuso ma sincero. Milano-Barcellona 1-1. E così Milano – e speriamo che davvero sia sempre in anticipo sui tempi – da ieri potrebbe cominciare a raccontarsi come una città “top player” dell’accoglienza.
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Direbbe così il sindaco manager Beppe Sala, uno dei protagonisti assoluti di questo 20 maggio che somiglia a un 25 aprile di quelli meglio riusciti. Sembra l’unico politico, lui che politico non è, consapevole che – sommessamente – “il tema dell’immigrazione riguarderà le nostre vite per i prossimi decenni e io voglio essere un costruttore di ponti non di muri”. E ancora: “Di fronte al tema epocale delle migrazioni non si può girarsi dall'altra parte, vi prometto che non lo farò. Lavoro ogni giorno per costruire una grande Milano, ma questo non avrebbe senso se si perdesse l’anima solidaristica della città, io cercherò di fare Milano grande ma senza dimenticare la solidarietà”. Vedremo nei fatti se saprà onorare questo suo indiscutibile successo. Anche il presidente del Senato, Pietro Grasso – “chi nasce e studia qui è italiano” – si è lasciato andare sul palco in piazza del Cannone che fino a sera ha raccolto i pensieri di chi ha voluto testimoniare la propria presenza (con Radio Popolare che trasmetteva il tutto facendo gli onori di casa). Emma Bonino ha guardato avanti: “Milano oggi esprime quello che sarà il futuro del paese, piaccia o non piaccia”.
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Il 20 maggio è anche una liberazione per tutti. Da un incubo che per anni ha paralizzato e continua a demoralizzare la parte migliore della società: è la paura di dichiararsi e fare politica definendosi antirazzisti, anche alzando la voce. Invece, forse, si può fare anche se per essere convincenti bisognerà lavorare duro, aggiornarsi e sporcarsi le mani. Compitino per la sinistra: erano tutti a Milano i leader del nuovo frastagliato corso (Mdp compreso). La voce per esempio l’ha alzata l’assessore Piefrancesco Majorino (giù il cappello, please) quando ha urlato contro Matteo Salvini e le sue “infamie” dette per insultare le persone che hanno raccolto il suo invito ad esserci, ognuno con la sua specificità e non senza qualche asprezza dichiarata.
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Sono schegge di un vortice impossibile da mettere a fuoco con un’occhiata. Lasciamo perdere il “variopinto” ed il “colore”. La musica, ça va sans dire, ma non basta per dare l’idea. Ecco: il vero motivo per cui è andata alla grande è la presenza dei cittadini stranieri, mai visti così tanti tutti insieme. Non erano invitati, sono protagonisti a casa loro. Un mondo è già qui. Speriamo che un documentarista abbia raccontato la complessità delle moltitudini che si sono palesate con le loro storie drammatiche o già risolte, in t-shirt pettoruta o in costume tradizionale come all’apertura delle Olimpiadi. C’erano tutti. Ucraini, cinesi (nella loro compostezza marziale), cingalesi, salvadoregni, messicani, senegalesi, e profughi, persone non illegali che stanno aspettando di sapere se l’Italia vorrà farne dei cittadini o nuovi prigionieri da rispedire da qualche parte. Forse a morire. Tanto per tornare sul tema dell’accoglienza, che dopo una giornata come questa sarebbe bene non declinare in maniera approssimativa per lavarsi la coscienza senza tenere conto che le leggi approvate dal governo fanno carta straccia proprio di tutto quanto è stato detto ieri a Milano. Nuove prigioni, legislazione su base razziale, espulsioni di massa e respingimenti in Libia concordati con milizie da addestrare.
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Chiedono altro i centomila. La contrarietà alla legge Minniti-Orlando è stata espressa in forme diverse lungo chilometri di percorso. Con cartelli, sventolando lembi di coperte termiche oro e argento, quelle che avvolgono i corpi dei migranti sopravvissuti. Guardarsi attorno e cogliere questo comune sentire non significa voler semplificare il dato politico. Il nodo rimane quello. Ognuno lo ha ribadito a modo suo. Tutte le associazioni cattoliche la pensano così e hanno dato prova di una grande capacità di mobilitazione (un leader credibile loro ce l’hanno). Tutte le associazioni laiche che si occupano di immigrazione hanno voluto esserci e potrebbero tenere seminari sui danni che provocherà la legge del Pd. I ragazzi dei centri sociali, quelli della piattaforma “Nessuna persona è illegale”, lo hanno urlato in faccia ai pochi esponenti del partito che ieri hanno preso coraggio e si sono rintanati nel primo spezzone del corteo. Chi con la guardia del corpo e chi un po’ meno al sicuro protetto da una gabbietta comica costruita dai City Angel per attutire le contestazioni. Sono stati presi a male parole ma niente di che, l’unico striscione del Pd che ha preso aria era un simpatico fake che ha guastato il colpo d’occhio alle prime file ingessate: “Pd, peggior destra” (niente di eversivo, solo centri sociali che citano Saviano…).

A proposito, sinceri applausi all’assessore extraterrestre del Pd Pierfrancesco Majorino. Ci ha creduto fin dall’inizio. Adesso? E’ già ora di rimettere i piedi per terra. Ieri sono sbarcati 358 migranti a Trapani, 560 a Vibo Marina e 734 ad Augusta.

di Sergio Cararo
19.05.2017
Da Contropiano

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La notizia è di quelle che farebbero salire il sangue agli occhi anche a un santo. Ammonta infatti a quasi 9,4 milioni di euro l'assegno di buonuscita che riceverà Mauro Moretti da Leonardo, l'azienda del settore aerospaziale di Finmeccanica del quale è stato amministratore delegato per soli tre anni.
Il consiglio di amministrazione di Leonardo, nella prima riunione del nuovo cda tenutasi il 16 maggio scorso, "ha verificato la sussistenza dei presupposti per l'attribuzione all'ex amministratore delegato e direttore generale di un'indennità compensativa e risarcitoria pari a 9.262.000 euro oltre alle competenze di fine rapporto e di quanto spettante in relazione ai diritti maturati nell'ambito della partecipazione ai piani di incentivazione a breve e medio-lungo termine, come riportati nella relazione sulla remunerazione della società". A tale indennità, spiega ancora la nota, si aggiunge un importo di 180 mila euro "a fronte di rinunce specifiche effettuate" da Moretti "nell'ambito della risoluzione del rapporto". A Moretti subentra Profumo, anche lui ex presidente dell’Unicredit e persino del Monte dei Paschi di Siena.
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Moretti, durante il suo mandato di a.d di Leonardo, è stato condannato a sette anni per la strage di Viareggio, avvenuta quando era amministratore delle Ferrovie dello Stato.
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Proprio in questi giorni, il rapporto annuale dell’Istat ha provato a radiografare – con criteri posti sulla graticola da sociologi come Schizzerotto – il boom delle disuguaglianze sociali nel nostro paese.
Una forbice cresciuta enormemente in questi ultimi dieci anni e che in larga parte è determinata proprio dalla bassa retribuzione del lavoro. Una condizione che ha portato alla crescita della popolazione che vive in condizione di povertà relativa.
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Ma in un paese dove solo le pensioni d’oro non possono essere toccate perché sono un “patto tra stato e cittadini” (criterio non valido invece per quelli massacrati dalla riforma Fornero); dove il tetto alle retribuzioni più ricche viene giudicato un disvalore mentre i tagli a quelle più basse una inevitabile necessità; dove si muore e ci si ammala di più perché non ci sono più i soldi per curarsi, leggere che un pessimo personaggio come Moretti, per soli tre anni di lavoro in una azienda si porti a casa 9,4 milioni di euro di buonuscita, è una notizia che invoca quasi naturalmente quello che Marx prima e il grande Edoardo Sanguineti poi definirono come un giustificato odio di classe. Una categoria della coscienza sociale completamente diversa da quella che gentaccia come Briatore liquida come "invidia". E' qualcosa, anzi molto di più.

Eleonora Martini
da il Manifesto
18.05.2017

Senato. Con 195 voti a favore, 8 contrari e 34 astenuti, il Senato approva l’introduzione del reato richiesto dalle convenzioni internazionali. Limitata l’area di punibilità del reato Casson: «Sarà una corsa ad ostacoli, applicarla». Ddl «provocatorio e inaccettabile» secondo l’appello firmato anche dal pm Zucca, Cucchi e Guadagnucci
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La montagna ha partorito il topolino. Dopo tanti rimpalli, veti incrociati, out out da parte di alcuni sindacati di polizia megafonati dalle destre estreme e di centro, il Senato ieri ha licenziato – con 195 sì, 8 voti contrari e 34 astensioni – un testo che molti di coloro che si battono da anni per introdurre il reato di tortura nell’ordinamento penale italiano non temono di definire «una legge truffa».
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La definizione è dei sottoscrittori di un appello firmato tra gli altri dal pm che indagò sulle violenze nella scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001, Enrico Zucca, dal giornalista Lorenzo Guadagnucci che in quella scuola venne torturato insieme a tanti altri dalle forze di polizia, e da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano che nel 2009 morì con atroci sofferenze mentre era sotto la custodia dello Stato. L’appello, che bolla il ddl come «provocatorio e inaccettabile», si rivolge «ad Antigone, ad Amnesty International, alle associazioni, a tutte le persone di buona volontà», chiedendo loro «di battersi con ritrovata fermezza affinché la Camera dei deputati cambi rotta e il Parlamento compia l’unica scelta seria possibile, ossia il ritorno al testo concordato in sede di Nazioni Unite».
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Con diversi toni ma simili motivazioni, alcuni senatori si sono astenuti, solo perché di votare contro una legge necessaria all’Italia per rientrare nella legalità internazionale non se la sentivano. Astensioni a volte prevedibili, come nel caso di Sinistra Italiana, a volte meno scontate, come quella del presidente della commissione Diritti umani, il dem Luigi Manconi, o l’ex magistrato Felice Casson, passato con Mdp, che non hanno partecipato al voto in aperto dissenso con i loro partiti.
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Una legge dal travaglio lungo – malgrado sia tra le più facili da scrivere, perché la fattispecie è dettata chiaramente dalla Convenzione Onu ratificata dall'Italia nel 1988 -, iniziato a marzo 2014 nel peggiore dei modi proprio al Senato, e che non si è ancora concluso. Infatti il testo approvato ieri dalla maggioranza di Palazzo Madama dovrà tornare ora, per la quarta lettura, alla Camera, dove era già stato rimaneggiato e licenziato nell’aprile 2015, in una versione migliore di quella attuale. Il pericolo – difficile però dire se sia il peggiore possibile – è che nel ping pong si arrivi a fine legislatura. E arrivederci legge sulla tortura.
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Un rischio che il ministro della Giustizia Andrea Orlando vorrebbe evitare: «È stato compiuto un passo decisivo che ci consente finalmente di sbloccare una fase di stallo durata troppo – ha commentato in una nota il Guardasigilli – Il testo, frutto delle necessarie mediazioni parlamentari, ci avvicina all'obiettivo di introdurre nel nostro ordinamento una nuova figura di reato, su cui anche molti organismi internazionali sollecitano da tempo il nostro Paese. Ora l’auspicio è che la Camera approvi in tempi rapidi e in via definitiva la legge, colmando cosi un vuoto normativo molto grave».
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Allo stato dell’arte, il «compromesso» raggiunto tra chi pretende l’impunità completa delle forze dell’ordine e chi si batte per un provvedimento che rechi giustizia alle vittime degli agenti e dei pubblici ufficiali, è tutto definito dall’articolo 1 della legge che introduce il nuovo reato nell’ordinamento penale con gli articoli 613 bis e 613 ter. Il primo comma restringe, rispetto al testo della Camera, la fattispecie del reato («violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà» che cagionano «acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico») e delimita la punibilità: «è punito con la pena della reclusione da 4 a 10 anni se il fatto è compiuto mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona» (nelle Convenzioni Onu i trattamenti sono inumani o degradanti, e non occorrono più condotte; inoltre, come sostiene l’appello contro la «legge truffa», «la possibilità di prescrizione permane»).
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Nel testo, la pena sale da 5 a 12 anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio nelle sue funzioni, e arriva a 30 anni di reclusione nel caso di morte «non voluta» del torturato; ergastolo se il decesso è nella volontà del torturatore. La pena però «non si applica nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall'esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti». Un passaggio, quest’ultimo, «decisamente superfluo» (lo sottolineano i senatori di SI) ma necessario per tranquillizzare certi sindacati di polizia.
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Scritta così, «tecnicamente male», secondo l’ex pm e giudice istruttore Felice Casson, «è inapplicabile», soprattutto perché «le condizioni poste alla punibilità, reintroducendo il concetto di reiterazione del reato, renderanno i processi una corsa ad ostacoli sempre più complicata». Anche il M5S parla di «formule che annacquano il testo», ma alla fine opta per il voto a favore. Per l’associazione Antigone, il ddl è «molto confuso, pasticciato, arzigogolato». In una parola: limitato, se non inutile. La palla passa ora alla Camera, in una corsa contro il tempo. Anche se una soluzione ci sarebbe: tornare al testo concordato in sede internazionale fin dal 1952.
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sopra una scena del film di Daniele Vicari «Diaz - Non pulire questo sangue» (2012)

Pubblicato il 16 mag 2017
COMUNICATO STAMPA
Università – ACERBO (PRC): «NO A NUMERO CHIUSO»
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Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
«Ci auguriamo che il Senato accademico della Università Statale di Milano rifiuti la proposta del numero chiuso per le lauree umanistiche, un grave vulnus per il diritto allo studio, una insensata acquiescenza alla legge del mercato e alla subordinazione dei saperi in una sede universitaria ricca e ambita. Rifondazione è contro il numero chiuso anche per le facoltà in cui è previsto oggi per legge e appoggia tutte le lotte e i soggetti che lo contrastano. Il numero chiuso rappresenta la sconfitta di un paese che non investe sul sapere e che ha approvato pseudo-riforme che hanno dequalificato università. Comprendiamo le difficoltà derivanti da carenza di fondi e adeguate risorse umane ma la soluzione non è accettabile. Siamo in fondo alle classifiche del numero di laureati e pensano di risolvere i problemi col numero chiuso?
Il numero chiuso e’ meglio metterlo alle spese militari».

15.05.20117
Da contro la crisi
Fabrizio Salvatori

Le organizzazioni sindacali dei medici e della dirigenza sanitaria del SSN, a fronte del rifiuto da parte del Ministro Madia di incontrarle, hanno deciso di effettuare un sit in davanti a Palazzo Vidoni il prossimo 16 maggio dalle ore 11 alle 13 per sostenere le proprie proposte di modifica al Testo unico del pubblico impiego.
Le organizzazioni sindacali avevano chiesto un incontro al Ministro Madia per esporre la preoccupazione delle categorie professionali che rappresentano su alcuni aspetti del Testo Unico sul pubblico impiego ritenuti "in grado di gravemente compromettere la funzionalità del Servizio Sanitario Nazionale nonché l’iter dei rinnovi contrattuali, da tutti auspicati dopo un blocco durato 8 anni".

In particolare, le organizzazioni sindacali chiedevano la soppressione dell’articolo 23, comma 1 e 2, che, dopo anni di decurtazione continua, congela al 2016 i fondi aziendali accessori. Tali fondi sono invece necessari per la valorizzazione del merito, per la costruzione delle carriere professionali, per la remunerazione delle attività disagiate (reperibilità, lavoro notturno e festivo, straordinari) in crescita per il blocco del turnover.

L’opinione dei sindacati è che il mantenimento di tali norme comporta la perdita degli incrementi previsti dai meccanismi contrattuali in vigore di entità tale da risultare, per i medici ed i dirigenti sanitari del SSN, superiore agli aumenti annunciati con il finanziamento del rinnovo contrattuale 2016-2018 nelle leggi di bilancio 2016 e 2017, determinando l’impossibilità di valorizzare il lavoro professionale e di conseguenza il rinnovo di lavoro.

A questo si aggiunge lo stallo delle procedure per la stabilizzazione dei precari e le nuove assunzioni previste dalle stesse leggi di bilancio, causata da contrasti tra i vari ministeri interessati e le Regioni sulle modalità di calcolo del fabbisogno la conseguenza dei quali ricade sui professionisti del SSN e sui cittadini.

I medici ed i dirigenti sanitari chiedono al Governo che venga finalmente riconosciuta la peculiarità del loro ruolo specifico nel contesto del pubblico impiego, insieme con il valore del lavoro professionale svolto a garanzia della esigibilità di un diritto costituzionale.

12.05.2017
di Ezio Locatelli
Della segreteria nazionale, responsabile organizzazione Prc-Se

Raccogliamo le nostre forze e mettiamoci in movimento. Facciamolo con rinnovata fiducia. L’aver fatto un buon congresso non era per niente scontato dopo anni di resistenza vissuta affrontando difficoltà a non finire, le difficoltà derivanti da un quadro di sconfitta sociale, di estromissione dalle istituzioni.
Dopo aver percorso il tratto più difficile della nostra storia diversi segnali – la vittoria referendaria in difesa della Costituzione, le manifestazioni promosse dalle donne in tutte le maggiori città del mondo e qui in Italia, l’affermazione delle sinistre anti liberiste in diversi Paesi d’Europa – dicono che siamo giunti a un punto da cui si può ripartire, superando una fase di rassegnazione.
C’è un fatto di novità. La fine del “credo” in un sistema che ha disatteso le tante promesse di prosperità, democrazia, pace apre a un momento di possibilità. O più precisamente, per usare le parole di Samir Amin, un “momento in cui tutto è possibile, il meglio e il peggio. I giochi sono aperti. Le lotte politiche e sociali, con i loro successi e insuccessi, determineranno quello che sarà il futuro prossimo”.
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E’ proprio in ragione di ciò che vanno rifiutati tutti i discorsi che cercano di convincerci della nostra impotenza, i discorsi intrisi di negatività, che parlano solo di crisi ma non della possibilità di liberarsene, discorsi che sono in ritardo rispetto a una realtà in ebollizione, discorsi che non individuano e agiscono i nuovi conflitti, le nuove possibilità di rompere il cerchio, di costruire il cambiamento.
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Sta a noi vedere e interpretare questa nuova fase, lavorare per una opposizione sociale che rovesci la crisi su chi l’ha prodotta, avendo chiaro che la strategia del meno peggio non regge più.
Una strategia siffatta finisce per diventare elemento di logoramento e di continua perdita di attendibilità. E ancora, sta a noi lavorare a un processo di ricostruzione che insieme al rafforzamento di Rifondazione Comunista assuma il tema della costruzione di una sinistra della trasformazione sociale, di una sinistra che deve riguadagnare la forza di trasformare la contestazione all'esistente in un progetto di cambiamento.
Perché questo avvenga occorre lavorare, in ogni realtà e luogo in cui siamo presenti, a un forte dispiegamento organizzativo. L’obiettivo è ricostruire, in forme aggiornate, una cultura della partecipazione e della militanza politica come cultura di liberazione collettiva.
Come diceva Marx “la storia non fa niente”.
Quello che conta sono gli uomini e le donne che agiscono nelle condizioni date per crearsi un avvenire con la propria azione concreta. Sta a noi consentire che un nuovo senso del possibile e del cambiamento si faccia strada.

Norma Rangeri
Da Il Manifesto
12.05.2017

Succede che mentre Bce e Commissione, da Francoforte e da Bruxelles, sfornano i numeri sulla nostra disoccupazione (altissima) e sulla nostra crescita (bassissima), gli attori politici danno vita a una serie di caotiche sceneggiate da far dubitare dell’esistenza di una regia. L’impressione è quella di un tana libera tutti che dalle stanze di palazzo Chigi rimbomba in quella dei partiti, per poi essere destinata a concludersi in quella delle urne.

In primo piano si recita la pantomima ingannevole sulla legge elettorale. Ciascuno inventa la sua legge preferita, poi la cambia e i conigli che escono dal cilindro non finiscono mai. Così fan tutti con il risultato che alla fine è probabile si vada al voto con l'Italicum ritoccato.

Per accaparrarsi una parte in commedia c’è la fila. E tra chi sgomita per avere un ruolo da protagonista primeggia la ministra a cui il governo ha affidato nientedimeno che la tutela della nostra salute.

Ieri ne ha fatta un’altra delle sue, clamorosa. Ha annunciato, a favore di telecamere, che tutti gli alunni del regno saranno vaccinati per decreto. Dunque per accedere alla scuola dell’obbligo bisognerà essere vaccinati altrimenti si resterà analfabeti (e con il morbillo). Ne è scaturito un mezzo finimondo con la ministra dell’istruzione che in un sussulto costituzionale ha ricordato alla collega che il diritto alla scuola dell’obbligo non può essere condizionato alle direttive del ministero della salute. Oltretutto come si permette di invadere il campo “vaccinaro” scelto da Renzi per farne la sua carta elettorale preferita contro i 5Stelle?
In questo parapiglia di sgangherati protagonismi, sullo fondo del palcoscenico intanto vaga la mina di una ex ministra oggi sottosegretaria di governo. A chi la inchioda al suo conflitto di interessi, raccontando di incontri e cene per salvare la banca di famiglia, la mina vagante promette querele milionarie. Ma intanto la sua credibilità è ai minimi termini e lei, pur se arrampicata su tacchi vertiginosi, non riesce più a procedere con passo leggero e via via diventa pesante zavorra, per Renzi e per Palazzo Chigi.

Se potessimo indossare i panni degli spettatori, in un certo senso lo spettacolo varrebbe il prezzo del biglietto. Sarebbe una commedia, anche comica, con ricca galleria di maschere. Invece ne siamo pienamente coinvolti e tutto alla fine verrà messo in conto a noi, al paese.

Pubblicato il 04.05.2017
COMUNICATO STAMPA
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«I fatti degli ultimi giorni danno l’idea che in Italia l’egemonia di Salvini determini l’intero quadro politico – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea -. Dalla corsa al centro siamo passati alla corsa all'estrema destra con PD, governo e M5S che convergono sulle campagne xenofobe della Lega. I rastrellamenti spettacolari a Milano, la tragica morte dell’ambulante a Roma, la criminalizzazione delle Ong, le nuove norme da Far West appena approvate che incentivano l’uso delle armi da parte dei cittadini danno l’idea che stiamo entrando in un clima da Ku Klux Klan. I migranti sono diventati il capro espiatorio su cui gli italiani possono scaricare il proprio malcontento e la “sicurezza” l’emergenza con cui distrarre l’opinione pubblica. Pd e M5S accodandosi a Salvini e alla destra per cinici calcoli elettorali stanno contribuendo all'imbarbarimento di questo paese».

02.5.2017
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Con Valentino Parlato la sinistra italiana perde una figura di assoluto valore. Si può essere comunisti, intelligenti, aperti, liberi e sorridenti. Valentino Parlato di sicuro lo è stato. Per chi è cresciuto leggendo Il manifesto è forte l’emozione per una grande perdita. Attraverso i decenni ci ha aiutato a riflettere e a agire contribuendo a fare del giornale un luogo di incontro prezioso e unico per culture, storie e punti di vista diversi e non allineati. Ma anche di confronto con le culture riformiste laddove se ne trovava qualche traccia in questo disgraziato paese. Valentino Parlato è sempre rimasto testardamente comunista: “realizzare il comunismo non è cosa da poco. E’ – dovrebbe essere – un passaggio storico, come l’uscita dalla schiavitù, come il passaggio dall’età feudale a quella moderna. E non va dimenticato neppure che dopo la gloriosa Rivoluzione Francese arrivò Napoleone I, sovrano assoluto, anche se un po’ meglio di Stalin”, scriveva in un intervento di pochi anni fa. Poneva la domanda “il comunismo è davvero finito?” e rifiutava la riduzione a “barbarie” di un’intera vicenda storica di cui rivendicava i meriti. Ricordava che con quella “scrittarella” quotidiano comunista sotto la testata del Manifesto avevano voluto affermare che si poteva essere comunisti anche al di fuori del PCI. E dunque lo si poteva rimanere anche dopo la morte del grande partito: quell’indicazione dovrebbe “segnare ancora una linea”, scriveva. Valentino Parlato concludeva invitando a ragionare su “che cosa può o dovrebbe essere il comunismo del XXI° secolo e di fronte alla crisi capitalistica più grave e drammatica della nostra storia”. Non vi era nulla di conservatore, ma certo il rifiuto di arrendersi allo spirito dei tempi e al senso comune dominante anche a sinistra. Non a caso nelle ultime interviste rimarcava la necessità di fare i conti con le discontinuità e le trasformazioni del capitalismo odierno. Si rimane comunisti se – come Valentino Parlato – non si smette di interrogarsi e se non si perde la curiosità.
Le più sentite condoglianze di tutte le compagne e i compagni di Rifondazione Comunista alla moglie, ai figli e agli amici di Valentino Parlato.

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