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Pubblicato il 05.04.2017

Il Partito della Rifondazione Comunista Sinistra Europea è fortemente impegnato alla organizzazione di iniziative pubbliche in tutte le città contro il decreto Minniti Orlando SABATO 8 APRILE essendo stato protagonista, con le proprie amministratrici ed amministratori, della costruzione dal basso di questa iniziativa, a partire dalle liste unitarie della sinistra alternativa al PD nei territori.
Inviamo anche la bozza di un ordine del giorno da presentare in tutti i Consigli Comunali, come è già avvenuto a Bologna, a Pisa, a Napoli ed in tanti altri centri.
Riteniamo importante organizzare presidi sotto le Prefetture o iniziative nei luoghi di aggregazione delle varie città, lavorando a costruire una visibilità di tali iniziative.

No ai Decreti Minniti-Orlando su immigrazione e sicurezza urbana. La “Rete delle città in comune”:
lanciamo la giornata di mobilitazione nazionale per l’8 aprile, per una risposta dal basso contro la barbarie securitaria, che fomenta la “guerra fra poveri”. Auspichiamo che siano tante e tanti i compagni di strada di quest’appuntamento.
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Restiamo umani. Diamo un futuro diverso al nostro paese e all'Europa. Con questi auspici e obiettivi promuoviamo per il prossimo 8 aprile una giornata di mobilitazione nazionale contro i decreti Minniti – Orlando su immigrazione/ respingimenti e – cosiddetta – sicurezza urbana.
Noi che facciamo parte della “rete delle città in comune” – siamo consiglieri comunali e sindaci di realtà piccole e grandi del nostro paese, esponenti di associazioni, movimenti, singoli cittadini – vediamo in questi atti una preoccupante deriva autoritaria che – per inseguire le posizioni più barbare e retrive di natura securitaria – vuole “espellere” dalla società i cosiddetti diversi, siano essi migranti o soggetti già socialmente deboli. Insomma militarizzare e arrestare ed espellere la marginalità sociale, acuendone e ampliandone i drammi. Cd Daspo urbano, carcerazione dei migranti e espulsioni facili, ecc. insomma un film già visto che punta dritto a fomentare nient’altro che la discarica sociale e la guerra fra poveri.
Occorre fermali, perché questo conduce non solo alla disperazione.Il decreto sui migranti determinerà diritto speciale, detenzione prolungata, rimpatrio forzato per i migranti, costringerà le persone a vivere nell'ombra e a non potersi costruire un futuro. Oltre a mettere a rischio la vita di chi sarà deportato, queste norme non faranno altro che aumentare proprio quelle paure che dicono di voler vincere. Quindi non si creerà solo ingiustizia, ma moltiplicazione dei problemi e dei fenomeni che si dichiara di voler combattere. E si darà ancor più fiato a chi vuol costruire muri, divisioni e odi, che mettono in discussione il futuro stesso delle comunità sociali, del paese, e della stessa Europa.
Quello sulla “sicurezza urbana” è un decreto che investirà risorse in retate fra chi lavora in nero, sgomberi di case occupate, allontanamenti per le persone il cui stile di vita è considerato deviante. Si vuole combattere i poveri e non le cause della povertà.
Già troppi sindaci, incapaci di affrontare i problemi delle città che amministrano o strangolati da debiti e patti di stabilità da rispettare, stanno cercando di ottenere consenso spostando l’attenzione dei/delle propri/e concittadini/e sull'importanza della sicurezza, sgomberando, allontanando chi è considerato fonte di degrado.
Ed è grottesco che questo accada in un paese in cui i reati predatori e contro la persona sono in calo mentre ad aumentare è la percezione della paura, spesso amplificata dai media. Una ricetta tante volte provata e questa volta fatta propria anche dall'ANCI, ma che si rivela inutile e spesso dannosa.
Gli amministratori locali che aderiscono alla rete hanno già presentato o stanno presentando nei propri consigli comunali un ordine del giorno contro i decreti Minniti – Orlando dove si chiede che le città avanzino con forza la richiesta del ritiro degli stessi, dichiarandosi pronte a ricorrere in tutte le sedi e a “disobbedire” alla loro applicazione.
A impegno istituzionale però deve corrispondere una mobilitazione dal basso di tutti coloro vogliono opporsi alla logica della “tolleranza zero”, imposta dall'alto, e invece promuovere convivenza e inclusione sociale – minata da questo governo anche con la riduzione dei fondi fondi dedicati ai bisogni sociali e delle risorse allocate ai Comuni. Per questo ci rivolgiamo a quel forte e variegato mondo associativo che – nella pluralità dell’impegno su questi temi – già ha fatto sentire la propria voce, nonché alle tante e tanti che vogliano dare un segnale preciso di una strada diversa, affinché condividano e con noi promuovano il percorso che ci porti alla giornata di mobilitazione nazionale del prossimo 8 aprile, dando vita nelle proprie realtà a appuntamenti diffusi che facciano della pluralità e della risposta sui territori e dal basso un tratto distintivo di impegno umanitario, civile, civico e politico. Contro l imposizione di provvedimenti dall'alto che istituzionalizzino la barbarie.
Il momento è ora, è il momento di dimostrare che c’è chi non ci sta, chi vuol “restare umano”.

Alex Corlazzoli
Maestro e giornalista
05.04.2017
Da il Fatto Quotidiano

I licei ai figli dei ricchi, i professionali a quelli degli operai. Ecco il manifesto del fallimento della nostra scuola. Lasciamo parlare i dati raccolti da AlmaDiploma su 261 istituti per un totale di 43.171 studenti di Lazio, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Puglia, Toscana, Trentino, Sicilia, Veneto e altre sette regioni.
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Solo un liceale su sei proviene da una famiglia operaia. Nel 2016 al Classico si sono diplomati solo l’8,7% di ragazzi figli di impiegati o di genitori che stanno alla catena di montaggio a fronte di un 45% di figli di professionisti, dirigenti, docenti universitari e imprenditori. Allo Scientifico sono usciti il 13,1% di ragazzi che provengono dalle classi sociali più povere. Ma non basta. Se andiamo a vedere la questione ripetenti scopriamo che il 30% di chi viene bocciato al liceo due o più volte appartiene alle famiglie operaie contro il 17% della classe elevata.
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Tenterò di non scomodare per la gioia dei miei detrattori Lettera ad una professoressa di don Lorenzo Milani ma bastano questi numeri per farsi qualche domanda: perché Angela, figlia di un disoccupato e di una mamma che si arrabatta con qualche lavoro domiciliare, che a casa non ha nemmeno la libreria ma che di fronte ad una tavolozza sa dipingere meglio di tutti gli altri, non andrà al liceo classico? Perché quel liceo è rimasto lo stesso di quando lo frequentavo io, figlio d’operai bocciato perché raccoglievo le firme contro la figlia dell’avvocato che arrivava un’ora più tardi perché andava dall’estetista? Perché è rimasto lo stesso liceo del professor Rossi, dirigente che impettito diceva “Solo da qui uscirà la classe dirigente”? Forse dobbiamo pensare che i figli dei ricchi, dei dirigenti, dei professori abbiano un dna diverso da quello di chi nasce da una commessa del supermercato o di un operaio della Piaggio? Forse per loro ci sono solo “certe” scuole e altre sono riservate ai borghesi?
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Ai miei ragazzi faccio studiare l’articolo tre della Costituzione: “… E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” perché sappiano che anche se son figli di operai hanno gli stessi diritti di chi ha in casa babbo e mamma con due lauree appese alla parete a far bella mostra.
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Eppure i numeri di AlmaDiploma ci raccontano un’altra storia. Ci dicono che alla fine il figlio del dottore fa il dottore così come il figlio dell’avvocato farà l’avvocato. Il 43% dei laureati in Medicina proviene da classi sociali elevate e in generale il 34% degli iscritti a corsi di laurea magistrale a ciclo unico. I figli di operai e impiegati rappresentano solo il 15% dei laureati magistrali a ciclo unico contro un 34% costituito da figli della classe sociale più elevata. Secondo l’Annuario Statistico italiano nel 1963 fra gli studenti universitari i figli di papà erano l’86,5%. I figli dei lavoratori dipendenti il 13,5%. Fra i laureati: figli di papà 91,9%, figli di lavoratori dipendenti 8,1%. Fatte le giuste proporzioni possiamo dire che è cambiato ben poco.
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Una scuola che continua a dividere, a mettere i figli di papà da una parte e i figli degli operai dall'altra è una scuola che è fallita, che non ha saputo essere “aperta a tutti”, che non ha realizzato alcun miglioramento della società, che non ha puntato al progresso ma solo allo status quo. Appositamente non ho citato don Milani in questo periodo in cui tutti (persino Paola Mastrocola domenica scorsa sul Sole 24 ore) parlano di lui, anche a sproposito, ma dopo aver letto questi dati, riprendete in mano Lettera ad una professoressa.

Servirà a capire che la scuola ha davvero fallito il suo compito.

04.04.2017
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Abbandoni scolastici in aumento. Ogni anno, sono oltre 50mila gli studenti di scuola media e superiore che smettono di frequentare le lezioni scolastiche per dedicarsi ad altro. Ragazzini e ragazzi, sovente sotto l’obbligo scolastico, che marinano gli studi mettendo nei guai i genitori. E sulle cui tracce si dirigono le forze dell’ordine per capire cosa sia successo, nel tentativo di riportarli a scuola. Un fenomeno che, stando ai numeri estratti dai Rav (i Rapporti di autovalutazione delle scuole) pubblicati dal ministero dell’Istruzione, è in aumento. I dati, sempre poco diffusi, sono gli ultimi disponibili e si riferiscono a due anni scolastici consecutivi: il 2013/2014 e il 2014/2015. Raccontano di una fetta di popolazione scolastica che nelle aule non riesce proprio a stare e preferisce cercare un lavoretto per guadagnare qualcosa o cade nelle mani della criminalità.

Quella degli abbandoni è la parte più drammatica della cosiddetta dispersione scolastica, che raggruppa tutti gli insuccessi: bocciature e rimandature comprese. Alla scuola media, il fenomeno è abbastanza circoscritto ma in crescita di un decimo di punto in tutte le classi rispetto al 2013/2014: 0,3 per cento in prima, 0,5 in seconda e 0,6 in terza. In tutto, 7mila e 700 ragazzini che spariscono dalle classi senza più dare notizie e in alcune realtà del Sud Italia il fenomeno assume dimensioni macroscopiche da emergenza educativa. Come alla scuola media dell’istituto comprensivo Primo Levi/Ilaria Alpi di Napoli, nel popolare quartiere di Scampia, dove in prima classe le interruzioni di frequenza toccano addirittura quota 7,4 per cento. A contribuire di più sono gli istituti dei quartieri periferici e popolari delle grandi città. All’istituto comprensivo di via Tiburtina 25, nell’omonimo quartiere di Roma, hanno preferito dribblare compiti e interrogazioni 6,2 ragazzini ogni cento delle terze classi. Un record.

Passando alle superiori, gli abbandoni scolastici crescono rapidamente. Anche al liceo, che raccoglie sempre più iscritti, parecchi dei quali con tutta probabilità hanno sbagliato indirizzo scolastico. Alla secondaria, a lasciare gli studi a metà anno o dopo qualche settimana, optando per il primo lavoro che capita, sono quasi 2 studenti su cento, in tutto circa 45mila giovani, concentrati soprattutto negli istituti tecnici e nei professionali. Ma la cosa che sorprende maggiormente è che nei licei, le cui classi sono sempre più affollate, il fenomeno è in rapida crescita. Nel 2013/2014 interrompevano gli studi circa 9.150 ragazzi e ragazze che l’anno successivo diventano oltre 10mila e 300. Nel breve volgere di 12 mesi il fenomeno è cresciuto di 12 punti e mezzo. Un effetto collaterale di quella crescita abnorme di preferenze che negli ultimi anni ha dirottato parecchi studenti, che in passato avrebbero preso la strada di tecnici e professionali, proprio al liceo.

Il ministero visti i dati annuncia contromisure: “Il tema della dispersione è fra le priorità del piano in dieci azioni da 840 milioni lanciato dalla ministra Valeria Fedeli con i fondi del Piano operativo nazionale: attraverso i bandi del Pon sono stati finanziati
ad esempio, con 180 milioni il rafforzamento delle competenze di base e con 20 milioni la formazione per gli adulti. Nel frattempo al Ministero è stata costituita una cabina di regia alla quale partecipa come consulente sul tema della dispersione Marco Rossi Doria".
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Dati del Ministero istruzione,
dell'Università e Ricerca

02.04.2017
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Rifondazione comunista ha un nuovo segretario, Maurizio Acerbo. Lo ha eletto oggi pomeriggio il Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista, al termine del X congresso nazionale del partito, che si è concluso a Spoleto.
Pescarese, classe 1965, Maurizio Acerbo è stato deputato, consigliere regionale in Abruzzo e comunale a Pescara, componente della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista, ed è da sempre attivo nei movimenti e nelle lotte sociali e ambientaliste.

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Paolo Ferrero - segretario uscente di Rifondazione Comunista, vice presidente del Partito della Sinistra Europea - ha dichiarato: "Dopo aver fatto per nove anni il segretario di Rifondazione Comunista sono molto felice di poter passare il testimone a Maurizio Acerbo che con il suo entusiasmo, la sua intelligenza e la sua passione saprà dare un contributo decisivo allo sviluppo del partito, alla costruzione di una sinistra unitaria, al rilancio della lotta per l'alternativa."
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Intervenendo in tarda mattinata davanti alla platea di circa 400 delegati al Decimo Congresso, Acerbo aveva dichiarato: "Proporci in alternativa a tutti, perché rappresentiamo la maggioranza sociale di questo paese".
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Eleonora Forenza, rappresentante del secondo documento di opposizoine, intervenendo prima di lui aveva sottolineato l'importanza di tornare ad una gestione condivisa del Prc nel segno di "unire le lotte".

Pubblicato il 02 Aprile 2017
di Roberta Fantozzi

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Gli ultimi dati sulle pensioni dicono tre cose.
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La prima è, come sottolinea l’Inps stesso, che vi è “una forte concentrazione nelle classi basse”, cioè la maggior parte delle pensioni sono povere.
L’entità delle pensioni non corrisponde per fortuna al reddito complessivo dei pensionati/e, perché vi sono persone che hanno più assegni pensionistici o comunque altre forme di reddito, ma è certamente vero che se nel 26% dei casi l’assegno è sotto i 500 euro mensili e nel 63% sotto i 750 euro, la gran parte dei pensionati vive in condizioni di disagio ed in molti casi sotto il livello di povertà.
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La seconda è la diseguaglianza tra donne e uomini nelle prestazioni previdenziali. I percorsi lavorativi discontinui e le retribuzioni inferiori fanno sì che gli assegni sotto i 750 euro per le donne siano il 76,5%, nettamente superiori alla media del 63,1%.
Le donne scontano, anche quando vanno in pensione, tanto il carico del lavoro riproduttivo quanto il perdurare degli elementi di inferiorizzazione nelle carriere lavorative.
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La terza è la diminuzione del numero delle pensioni nel corso degli ultimi 5 anni: -2,7% dal 2013 ad oggi a fronte del +6,1% dal 2004 al 2012.
E’ l’altra faccia della medaglia dell’andamento dell’occupazione. I dati Istat indicano che nel mese di gennaio 2017 rispetto ad un anno fa ci sono 236mila occupati in più, ma se si guardano le fasce di età viene fuori un’altra storia: diminuiscono di 131mila gli occupati fino a 49 anni mentre aumentano di 367mila gli occupati ultracinquantenni.
L’occupazione in più in sostanza è il frutto tanto dei miliardi buttati nella decontribuzione associata al Jobs Act (circa 18 miliardi nel triennio 2015-2018) quanto della controriforma Fornero che inchioda al lavoro gli adulti/anziani, tenendo fuori tutti gli altri.
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Boeri suggerisce di intervenire sui vitalizi per ridurre il sostegno di cui godono “i populisti”. Da tempo chiediamo di intervenire sui vitalizi, ma non basta a risolvere i problemi. Tagliare i vitalizi è giusto perché elimina una condizione di privilegio, ma le risorse che dà sono del tutto insufficienti a aumentare le pensioni basse, o a ripristinare condizioni anagrafiche e contributive accettabili per andare in pensione. Per questo ci vuole la radicale rottamazione della controriforma Fornero.
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Infattibile? Tutt'altro. Basterebbe smettere di usare i contributi previdenziali come un bancomat per finanziare il bilancio pubblico. Come ripetiamo da anni, è dal 1996 che i contributi versati superano ogni anno le pensioni erogate, se si calcola il peso delle tasse – che rientrano nelle casse dello stato. Si libererebbero risorse sufficienti per un intervento realmente in grado di aumentare gli assegni più bassi e far andare le persone in pensione ad un’età decente, eliminando una delle barriere che impedisce l’accesso al lavoro ai giovani e non solo.
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Certo vanno messe radicalmente in discussione le politiche di austerità, a partire dal Fiscal Compact, non a caso approvato dallo stesso governo che ha fatto la controriforma Fornero: quel Fiscal Compact che pretende di abbattere il debito accumulato a favore delle grandi banche e finanziarie, tagliando welfare e diritti. Quel Fiscal Compact che alla fine di quest’anno verrà costituzionalizzato come parte dei trattati europei, contro il quale va rilanciata un’opposizione frontale.
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Non pretendiamo che lo rivendichi Boeri, a cui suggeriamo però un altro esercizio. Quello stesso rapporto dell’Inps segnala che le pensioni sopra i 3500 euro sono oltre duecentomila. Un paio di anni fa calcolammo quali risorse si sarebbero potute reperire con un tetto sui redditi da pensione e sui cumuli pensionistici a 65mila euro lordi annui: faceva quasi 4 miliardi di euro, più o meno la metà dei “risparmi” sempre su base annua della Fornero.
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Il tetto è incostituzionale? Forse, ma lo è anche una situazione in cui sono sempre più aspre le disuguaglianze mentre si nega il futuro alle ragazze e ai ragazzi e ad una parte crescente della nostra società.

Roberto Ciccarelli
Da il Maifesto
31.03.2017

Previdenza. L’Inps conferma: la «riforma» Fornero funziona, si lavora più a lungo, donne penalizzate. Sei pensionati su dieci in Italia vivono al di sotto della soglia di povertà perché percepiscono meno di 750 euro al mese. E nel frattempo cala la spesa pensionistica. Il presidente dell’Inps Tito Boeri parla di un «reddito minimo», preferito a quello di «cittadinanza» perché «meno costoso»

Sei pensionati su dieci in Italia vivono al di sotto della soglia di povertà perché percepiscono meno di 750 euro al mese. Tra le donne la percentuale aumenta. Secondo l’Osservatorio pensioni dell’Inps raggiunge il 76,5%. Su 18 milioni e 29.590 mila pensioni, ben 11 milioni e 374.619 mila si trovano in questa situazione. Di queste, solo il 44,9% – ovvero 5 milioni e 106.486 mila – beneficia delle prestazioni previste per chi una reddito basso: integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali, oltre che assegni di invalidità civile.

Va ricordato che in molti casi i pensionati riscuotono più di un assegno, il macro-dato indica solo sommariamente una condizione di povertà assoluta. Certo è che nel 26% dei casi, l’assegno resta sotto 500 euro al mese.
I dati diffusi ieri dall’Osservatorio Inps disegnano la mappa della diseguaglianza tra i generi che vige sul mercato del lavoro e logicamente continua quando i lavoratori hanno smesso di lavorare. il divario tra i due generi è accentuato; infatti per gli uomini la percentuale di prestazioni con importo inferiore a 750 euro scende al 45,1% e se si analizza la situazione della categoria vecchiaia si osserva che questa percentuale scende al 23,7%, e di queste solo il 23,3% è costituito da pensioni in possesso dei requisiti a sostegno del reddito. Sempre per i maschi, si osserva che oltre un terzo delle pensioni di vecchiaia è di importo compreso fra 1.500 e 3 mila euro.

Questa disuguaglianza va analizzata rispetto al funzionamento della «riforma» Fornero, adottata dal «governo di emergenza austera» guidato da Mario Monti. Nel 2011 l’intervento ha innalzato l’età per le pensioni di vecchiaia delle lavoratrici private da 60 anni a 65 e aumentato di un anno le pensioni di anzianità, ridenominate «anticipate».

Per andare in pensione prima dell’età dio vecchiaia oggi occorrono 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Oggi i risultati iniziano a vedersi: nel 2016 le pensioni anticipate sono crollate del 46,4% in un anno, passando da 158.589 mila a 84.988. Le donne sono le più penalizzate: solo 29.333 sono riuscite a ritirarsi.

L’allungamento dell’età pensionabile, e la messa al lavoro intensiva dei lavoratori over 50 realizzata dal Jobs Act di Renzi e del Pd, sono i fattori convergenti che permettono oggi all’Inps di registrare un calo della spesa per le pensioni dell’11,3%. Tenendo conto che per le generazioni nate dal 1970 in poi difficilmente ci sarà una pensione, almeno paragonabile a quelle «novecentesche» di cui parla oggi l’Inps, l’esperimento di ingegneria sociale neoliberale prospettato dal 1995 a oggi, sta riuscendo.

Risparmiare sulla spesa pensionistica, facendo lavorare più intensamente e più a lungo i lavoratori maturi. Mentre i precari, e gli autonomi, compresi i professionisti, continueranno a versare contributi per una pensione che non avranno mai. La spesa pensionistica non aumenta e, anzi, da tre anni c’è stata un’inversione di tendenza (-0,6% annuo), anche se in valori assoluti l’importo complessivo annuo è in crescita.

Il presidente Inps Tito Boeri ritiene che il taglio dei «vitalizi» dei parlamentari (risparmio 57 milioni) sia un «antidoto» per ridurre «il sostegno alla piattaforma dei populisti», anche se questo è uno dei punti del movimento 5 Stelle. E poi ha rilanciato un «reddito minimo garantito» per «i più poveri» perché «è meno costoso» del «reddito di cittadinanza».

Resta da capire se tale «reddito minimo» coincide con l’irrisorio sussidio di ultima istanza voluto dal governo Gentiloni, o sia riservato solo agli over 55. In entrambi i casi sarebbe una misura del tutto insufficiente per contrastare la crisi.

30.03.2017
Di Domenico Gallo
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E’ passato quasi inosservato uno dei più assurdi provvedimenti varati da questo governo. Si tratta di un decreto legge (20 febbraio 2017 n. 14) che porta l’ambizioso titolo di “disposizioni urgenti in materia di sicurezza nelle città”.

Il compito principale di tutti i governi è quello di tutelare la sicurezza dei cittadini, anzi, secondo Hobbes, la ragion d’essere dello Stato è proprio quella di assicurare la conservazione della vita e del benessere dei consociati, facendo sì che la convivenza esca da quello stato di natura in cui ogni uomo è homini lupus. Quindi la sicurezza è una cosa seria. Il principale fattore della sicurezza è il diritto. Se noi non abbiamo la sicurezza di avere diritto alle cure mediche, di avere diritto a percepire la retribuzione per il lavoro che svolgiamo, di avere diritto alla pensione quando non potremo più lavorare, la nostra vita diviene precaria ed esposta ad incertezze micidiali. La sicurezza dei diritti è il principale interesse dei consociati. Sono molti anni che l’albero dei diritti viene investito da un uragano che un po' alla volta lo spoglia dei suoi frutti più preziosi. Da quando il fenomeno economico-sociale ha messo in crisi la sicurezza dei diritti, la politica ha scoperto il miraggio del “diritto alla sicurezza”. Da qui hanno preso l’avvio una serie di politiche securitarie che hanno raggiunto l’apice nel 2009 con i vari decreti sicurezza del Ministro Maroni, che voleva incrementare la nostra sicurezza – per esempio – vietando i matrimoni misti fra i cittadini italiani e gli extracomunitari privi di permesso di soggiorno, oppure infliggendo delle multe impossibili (da pagare) ai disperati che sbarcavano dai barconi. Adesso quella politica sta tornando in auge, anche se è cambiato il colore politico del Ministro che dovrebbe tutelare la nostra sicurezza. Si chiama Minniti, anziché Maroni, però, a parte il nome, non ci sono altre differenze. Il decreto Minniti addirittura ci dà la definizione della sicurezza urbana: “Si intende per sicurezza urbana il bene pubblico che afferisce alla vivibilità ed al decoro delle città, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree e siti più degradati, l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale, la prevenzione della criminalità…” Ma come si fa a rendere più vivibile una città: riducendo l’inquinamento, rafforzando il trasporto su rotaia, curando il verde pubblico, dando lavoro ai disoccupati, creando strutture per combattere il disagio sociale e la marginalità? Nient’affatto! Il decreto non stanzia neanche il becco di un quattrino per la riqualificazione ed il recupero delle aree più degradate o per l’eliminazione dei fattori di marginalità ed esclusione sociale. Poiché non si può eliminare l’emarginazione, allora per tutelare la sicurezza, che nella mente del legislatore coincide con il decoro, si eliminano gli emarginati, dando ai sindaci-sceriffi il potere di allontanarli per 48 ore dalle aree urbane di particolare pregio o “interessate da consistenti flussi turistici”. Insomma al turista non far vedere quelle brutte facce dei poveri, dei drogati, dei mendicanti, delle prostitute di strada. I sindaci avranno sempre meno potere di fornire servizi pubblici ai cittadini però, in compenso, potranno rivalersi ripulendo le parti pregiate delle città dall'indecoroso stazionamento degli emarginati, che verranno nascosti sotto il tappetino, inventando una nuova forma di apartheid. A noi rimane un dubbio: la nostra sicurezza si accresce combattendo la povertà o spezzando le reni ai poveri?

28.03.2017

Due cariche della polizia hanno sgomberato il blocco di manifestanti davanti al cantiere Tap a Melendugno, in Salento. Le cariche hanno provocato contusi, e qualche malore. Le operazioni di espianto degli ulivi sono state momentaneamente sospese, e poi riprese grazie alla scorta della polizia. Tra le persone caricate anche due consiglieri regionali, Mino Borraccino, di Sinistra Italiana, e Tony Trevisi, del Movimento 5 Stelle.
"Quello che e' avvenuto a Melendugno e' inaccettabile. Caricare sindaci, consiglieri regionali, anziani e ragazzini non e' degno di un Paese civile. Il governo ne e' responsabile e ne dovra' rendere conto in Parlamento", afferma Nicola Fratoianni segretario nazionale di Sinistra Italiana. "Le autorita' di Pubblica Sicurezza responsabili di questo capolavoro lo dovranno spiegare al Paese. Ora si riporti il confronto su un terreno di dialogo", conclude.
Su quanto è avvenuto a Meledugno c'è un post twitter di Alessandro Di Battista: "Chi manifesta contro il tap (siate non violenti presto il M5S sara' al governo e bloccheremo questa vergogna) ha ragione".
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Paolo Ferrero, segretario del Prc esprime "piena solidarietà alle persone che animano il presidio NO TAP vicino Lecce, per impedire l'espianto degli ulivi, pestate stamattina dalla polizia". "E' vergognoso che le forze di polizia - aggiunge Ferrero - pagate con i soldi dei cittadini vengano utilizzate continuamente in questo modo: le forze dell'ordine arrestino i mafiosi, invece di fare le cariche contro chi difende il territorio!".
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Con una sentenza pubblicata nei giorni scrosi, la IV Sezione del Consiglio di Stato aveva respinto gli appelli proposti dal Comune di Melendugno e dalla Regione Puglia nei confronti della sentenza del T.a.r. (l'udienza di discussione si era tenuta il 9 marzo) sul TAP - Trans Adriatic Pipeline. Il Consiglio di Stato, infatti, ha ritenuto che la valutazione di impatto ambientale resa dalla Commissione VIA "avesse approfonditamente vagliato tutte le problematiche naturalistiche e che anche la scelta dell'approdo nella porzione di costa compresa tra San Foca e Torre Specchia Ruggeri (all'interno del Comune di Melendugno) fosse stata preceduta da una completa analisi delle possibili alternative (ben undici)". Inoltre e' stato escluso che l'opera dovesse essere assoggettata alla cosiddetta 'Direttiva Seveso'.

Pubblicato il 27 mar 2017
da il manifesto
di Roberto Ciccarelli

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Contro il vertice Ue. Sfila da Testaccio a Bocca della verità il corteo “Eurostop”. Lo spezzone più stigmatizzato circondato a Bocca della Verità in una città militarizzata e deserta. 122 manifestanti provenienti da Piemonte, Nord Est e Marche trattenuti per ore a Tor Cervara. Gli è stato negato il diritto di manifestare.
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La sospensione del diritto di manifestare è stata dichiarata ieri a Roma, dentro e fuori il raccordo anulare. Una fortezza ampia decine di chilometri quadrati ha inglobato la Capitale per proteggere capi di stati e primi ministri europei asserragliati nel Campidoglio, dietro le grate e una quarantina di mezzi anti-sommossa schierati in massa in via Petroselli.
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Duemila persone sono state controllate, trenta i fogli di via che hanno colpito altrettanti manifestanti, sia al corteo del mattino «La nostra Europa», sia a quello del pomeriggio «Eurostop». In possesso dei manifestanti sarebbero stati trovati pericolose felpe con il cappuccio, kway, fumogeni.
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Centoventidue persone sono state bloccate ai varchi di Roma Nord a bordo di pullman e auto e sono state trasferite alla questura di Tor Cervara con motivazioni pretestuose. Provenivano da Torino, dal Nord Est, dalla Toscana e dalle Marche e sono state trattenute per almeno sei ore. I manifestanti bloccati hanno organizzato un corteo di protesta in un parcheggio vuoto e assolato. In diretta telefonica con lo spezzone del corteo «Eurostop», aperto da una gigantesca bandiera con lo slogan «Generazione ingovernabile», uno degli attivisti ha denunciato la detenzione preventiva e selettiva, quello che nel decreto Minniti è stato definito «Daspo urbano». Dopo un’attesa di tre ore, solo grazie a una telefonata con il prefetto Mario Morcone, l’europarlamentare Eleonora Forenza è riuscita a entrare in un ufficio che è sembrato essere usato per l’identificazione dei migranti insieme a Nicoletta Dosio e al giornalista Checchino Antonini. Dopo le 19 erano trattenute ancora 24 persone, cinque rinchiuse dietro una vetrata chiusa per accertamenti. Avevano precedenti, ma nessuna condanna. A un manifestante è stato trovato un coltellino per tagliare il formaggio.
Sono questi gli elementi che hanno causato una sospensione dello stato di diritto e il divieto preventivo a manifestare, in una giornata che ha confermato la rappresentazione oligarchica di un’Unione Europea separata dai cittadini e che tratta il dissenso schierando 5 mila agenti e mezzi come in una guerra civile.
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Il corteo «Eurostop», circa 5 mila persone, è partito da piazzale Ostiense con un paio d’ore di ritardo a causa del blocco preventivo dei manifestanti. Ha sfilato dentro Testaccio in un clima surreale, serrande abbassate, vetrine di banche sigillate, mentre qualcuno faceva capolino dalle persiane socchiuse. È questo il frutto della più clamorosa, e infondata, narrazione tossica degli ultimi tempi: quella su «scontri» animati da «black block» che, com’era prevedibile, non ci sono stati. Una manifestazione eterogenea, con posizioni che andavano dalla richiesta di uscita dell’Italia dall’Ue e dall’euro alla lotta contro sovranismi, populismi e nazionalismi, è riuscita a non scrivere la sceneggiatura già pronta condita da un allarmismo apocalittico criticato anche dal questore di Roma Guido Marino.
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Il corteo si è snodato velocemente tra le stradine di Testaccio e, giunto sul lungo Tevere ha incontrato il primo schieramento di Carabinieri sul ponte Sublicio. Tre file di camionette e di uomini rivestiti di armature, caschi calati sul volto. Una volta defluita la testa del corteo, tra bandiere del sindacato di base Usb e quelle dei movimenti per la casa, in coda al corteo lo spezzone «generazione ingovernabile» ha indugiato per qualche minuto sul lungotevere Aventino. A quel punto si è creata una distanza di almeno cinque-seicento metri con il resto del corteo che già svoltava per Bocca della Verità verso il Circo Massimo. Lo spezzone di un migliaio di persone era immobile, non aveva alcuna intenzione offensiva, nessuno indossava caschi o foulard, e non ha tentato alcuna deviazione. Dietro i carabinieri del ponte Sublicio ostruivano la via di fuga.
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All’improvviso, dalla curva del Circo Massimo, è spuntato un camion idrante seguito da due camionette e agenti in piena carica. Sul lungotevere si è avvicinato minaccioso un camion idrante e altri agenti con i manganelli. Un’operazione immotivata che ha circondato lo spezzone più stigmatizzato. La foga della carica ha spaventato manifestanti inermi che hanno provato a scappare per la salita di Vicolo di Rocca Savella inseguiti da agenti con caschi e manganelli. Un’operazione che ai presenti, e in diretta Tv, è sembrata del tutto gratuita. «Una provocazione» l’hanno definita i manifestanti. Che, invece, sono rimasti lucidi e fermi, mentre alcune persone – tra cui uno dei promotori di «Eurostop», Giorgio Cremaschi – si sedevano tra i mezzi blindati e i poliziotti per impedire le violenze contro i manifestanti. Alla fine i mezzi sono arretrati per centinaia di metri e lo spezzone è riuscito a entrare in piazza della Bocca della Verità presidiata centinaia di agenti in attesa dello scontro finale. Per la questura di Roma è stato «sventato un chiaro progetto di devastazione della città». Più probabilmente è stata sdoganata la presunzione di colpevolezza basata su suggestioni mediatiche e non fatti.

Norma Rangeri
da il Manifesto
26.03.2017

La cerimonia per celebrare i Trattati di Roma sarà ricordata nella storia dei posteri come quella dei nani sulle spalle dei giganti. L’Europa costruita sulle macerie della Seconda guerra mondiale oggi si è ritrovata nel salone degli Orazi e dei Curiazi del Campidoglio sommersa dalla retorica della pace mentre alle nostre frontiere il fenomeno migratorio ci ricorda ogni giorno che nuove macerie le stanno attraversando portando l’eco delle guerre.

Tante manifestazioni in programma, una partecipazione di migliaia di persone isolate per le piazze di una Roma spettrale, in un sabato pomeriggio che ha svuotato la città, con le strade deserte occupate da vigili urbani mai visti così numerosi a ogni angolo del centro storico. E naturalmente con uno spiegamento massiccio delle forze dell’ordine per i venti di guerriglia che giornali e televisioni annunciavano a tamburo, formidabile antidoto a una partecipazione più larga.

Così il cuore della presenza popolare ieri non era nella Roma blindata che ospitava i leader europei, ma era nella Milano dove centinaia di migliaia di persone accoglievano la visita di papa Bergoglio nel suo viaggio pastorale tra le periferie. A parlare di povertà, di lavoro, invitando la gente ad «abbracciare i confini».
Difficile del resto appassionarsi alla cerimonia del Campidoglio, ai discorsi ufficiali dei capi di stato e di governo. La scena mediatica, che avrebbe dovuto celebrare i fasti di un Renzi vittorioso al referendum del 4 dicembre, ha ricevuto la tranquilla accoglienza del suo successore. Che ha svolto diligentemente il suo compito. Come anche il presidente Mattarella che è tornato a insistere sulla necessità di una nuova Costituzione dopo averne già sottolineato l’urgenza nel discorso davanti alle Camere riunite, per una riforma dei trattati, per dare una nuova Costituzione all’Europa. Ma proprio ritrovarne le ragioni profonde non è semplice né scontato.

Se a parole e nei riti della ricorrenza, con dosi di retorica pari alla mancanza di solennità, tutti hanno parlato dei problemi sociali, dell’economia che si nutre delle diseguaglianze, nei fatti le promesse e gli impegni di costruire un’Europa sociale sono contraddetti dalle vicende degli anni recenti come l’esempio della Grecia dimostra con le sue sofferenze. Per iniziare un processo costituente bisognerebbe battersi per quei valori che noi italiani abbiamo appena difeso con il referendum del 4 dicembre, quando abbiamo fatto scudo alla Costituzione che vorremmo vedere riflessa a fondamento di un’altra Europa, di un altro progetto politico. Quello schieramento che si è unito nel referendum era in piazza, con la destra e la sinistra presenti con parole d’ordine che hanno trovato espressione trasversalmente agli schieramenti, tra nazionalismi risorgenti e principi europeisti messi a dura prova dal grande sonno delle classi dirigenti. Più vicine agli Orazi e Curiazi che allo spirito di Ventotene.

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