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Eleonora Martini
da il Manifesto
18.05.2017

Senato. Con 195 voti a favore, 8 contrari e 34 astenuti, il Senato approva l’introduzione del reato richiesto dalle convenzioni internazionali. Limitata l’area di punibilità del reato Casson: «Sarà una corsa ad ostacoli, applicarla». Ddl «provocatorio e inaccettabile» secondo l’appello firmato anche dal pm Zucca, Cucchi e Guadagnucci
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La montagna ha partorito il topolino. Dopo tanti rimpalli, veti incrociati, out out da parte di alcuni sindacati di polizia megafonati dalle destre estreme e di centro, il Senato ieri ha licenziato – con 195 sì, 8 voti contrari e 34 astensioni – un testo che molti di coloro che si battono da anni per introdurre il reato di tortura nell’ordinamento penale italiano non temono di definire «una legge truffa».
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La definizione è dei sottoscrittori di un appello firmato tra gli altri dal pm che indagò sulle violenze nella scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001, Enrico Zucca, dal giornalista Lorenzo Guadagnucci che in quella scuola venne torturato insieme a tanti altri dalle forze di polizia, e da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano che nel 2009 morì con atroci sofferenze mentre era sotto la custodia dello Stato. L’appello, che bolla il ddl come «provocatorio e inaccettabile», si rivolge «ad Antigone, ad Amnesty International, alle associazioni, a tutte le persone di buona volontà», chiedendo loro «di battersi con ritrovata fermezza affinché la Camera dei deputati cambi rotta e il Parlamento compia l’unica scelta seria possibile, ossia il ritorno al testo concordato in sede di Nazioni Unite».
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Con diversi toni ma simili motivazioni, alcuni senatori si sono astenuti, solo perché di votare contro una legge necessaria all’Italia per rientrare nella legalità internazionale non se la sentivano. Astensioni a volte prevedibili, come nel caso di Sinistra Italiana, a volte meno scontate, come quella del presidente della commissione Diritti umani, il dem Luigi Manconi, o l’ex magistrato Felice Casson, passato con Mdp, che non hanno partecipato al voto in aperto dissenso con i loro partiti.
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Una legge dal travaglio lungo – malgrado sia tra le più facili da scrivere, perché la fattispecie è dettata chiaramente dalla Convenzione Onu ratificata dall'Italia nel 1988 -, iniziato a marzo 2014 nel peggiore dei modi proprio al Senato, e che non si è ancora concluso. Infatti il testo approvato ieri dalla maggioranza di Palazzo Madama dovrà tornare ora, per la quarta lettura, alla Camera, dove era già stato rimaneggiato e licenziato nell’aprile 2015, in una versione migliore di quella attuale. Il pericolo – difficile però dire se sia il peggiore possibile – è che nel ping pong si arrivi a fine legislatura. E arrivederci legge sulla tortura.
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Un rischio che il ministro della Giustizia Andrea Orlando vorrebbe evitare: «È stato compiuto un passo decisivo che ci consente finalmente di sbloccare una fase di stallo durata troppo – ha commentato in una nota il Guardasigilli – Il testo, frutto delle necessarie mediazioni parlamentari, ci avvicina all'obiettivo di introdurre nel nostro ordinamento una nuova figura di reato, su cui anche molti organismi internazionali sollecitano da tempo il nostro Paese. Ora l’auspicio è che la Camera approvi in tempi rapidi e in via definitiva la legge, colmando cosi un vuoto normativo molto grave».
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Allo stato dell’arte, il «compromesso» raggiunto tra chi pretende l’impunità completa delle forze dell’ordine e chi si batte per un provvedimento che rechi giustizia alle vittime degli agenti e dei pubblici ufficiali, è tutto definito dall’articolo 1 della legge che introduce il nuovo reato nell’ordinamento penale con gli articoli 613 bis e 613 ter. Il primo comma restringe, rispetto al testo della Camera, la fattispecie del reato («violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà» che cagionano «acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico») e delimita la punibilità: «è punito con la pena della reclusione da 4 a 10 anni se il fatto è compiuto mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona» (nelle Convenzioni Onu i trattamenti sono inumani o degradanti, e non occorrono più condotte; inoltre, come sostiene l’appello contro la «legge truffa», «la possibilità di prescrizione permane»).
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Nel testo, la pena sale da 5 a 12 anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio nelle sue funzioni, e arriva a 30 anni di reclusione nel caso di morte «non voluta» del torturato; ergastolo se il decesso è nella volontà del torturatore. La pena però «non si applica nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall'esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti». Un passaggio, quest’ultimo, «decisamente superfluo» (lo sottolineano i senatori di SI) ma necessario per tranquillizzare certi sindacati di polizia.
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Scritta così, «tecnicamente male», secondo l’ex pm e giudice istruttore Felice Casson, «è inapplicabile», soprattutto perché «le condizioni poste alla punibilità, reintroducendo il concetto di reiterazione del reato, renderanno i processi una corsa ad ostacoli sempre più complicata». Anche il M5S parla di «formule che annacquano il testo», ma alla fine opta per il voto a favore. Per l’associazione Antigone, il ddl è «molto confuso, pasticciato, arzigogolato». In una parola: limitato, se non inutile. La palla passa ora alla Camera, in una corsa contro il tempo. Anche se una soluzione ci sarebbe: tornare al testo concordato in sede internazionale fin dal 1952.
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sopra una scena del film di Daniele Vicari «Diaz - Non pulire questo sangue» (2012)

Pubblicato il 16 mag 2017
COMUNICATO STAMPA
Università – ACERBO (PRC): «NO A NUMERO CHIUSO»
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Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
«Ci auguriamo che il Senato accademico della Università Statale di Milano rifiuti la proposta del numero chiuso per le lauree umanistiche, un grave vulnus per il diritto allo studio, una insensata acquiescenza alla legge del mercato e alla subordinazione dei saperi in una sede universitaria ricca e ambita. Rifondazione è contro il numero chiuso anche per le facoltà in cui è previsto oggi per legge e appoggia tutte le lotte e i soggetti che lo contrastano. Il numero chiuso rappresenta la sconfitta di un paese che non investe sul sapere e che ha approvato pseudo-riforme che hanno dequalificato università. Comprendiamo le difficoltà derivanti da carenza di fondi e adeguate risorse umane ma la soluzione non è accettabile. Siamo in fondo alle classifiche del numero di laureati e pensano di risolvere i problemi col numero chiuso?
Il numero chiuso e’ meglio metterlo alle spese militari».

15.05.20117
Da contro la crisi
Fabrizio Salvatori

Le organizzazioni sindacali dei medici e della dirigenza sanitaria del SSN, a fronte del rifiuto da parte del Ministro Madia di incontrarle, hanno deciso di effettuare un sit in davanti a Palazzo Vidoni il prossimo 16 maggio dalle ore 11 alle 13 per sostenere le proprie proposte di modifica al Testo unico del pubblico impiego.
Le organizzazioni sindacali avevano chiesto un incontro al Ministro Madia per esporre la preoccupazione delle categorie professionali che rappresentano su alcuni aspetti del Testo Unico sul pubblico impiego ritenuti "in grado di gravemente compromettere la funzionalità del Servizio Sanitario Nazionale nonché l’iter dei rinnovi contrattuali, da tutti auspicati dopo un blocco durato 8 anni".

In particolare, le organizzazioni sindacali chiedevano la soppressione dell’articolo 23, comma 1 e 2, che, dopo anni di decurtazione continua, congela al 2016 i fondi aziendali accessori. Tali fondi sono invece necessari per la valorizzazione del merito, per la costruzione delle carriere professionali, per la remunerazione delle attività disagiate (reperibilità, lavoro notturno e festivo, straordinari) in crescita per il blocco del turnover.

L’opinione dei sindacati è che il mantenimento di tali norme comporta la perdita degli incrementi previsti dai meccanismi contrattuali in vigore di entità tale da risultare, per i medici ed i dirigenti sanitari del SSN, superiore agli aumenti annunciati con il finanziamento del rinnovo contrattuale 2016-2018 nelle leggi di bilancio 2016 e 2017, determinando l’impossibilità di valorizzare il lavoro professionale e di conseguenza il rinnovo di lavoro.

A questo si aggiunge lo stallo delle procedure per la stabilizzazione dei precari e le nuove assunzioni previste dalle stesse leggi di bilancio, causata da contrasti tra i vari ministeri interessati e le Regioni sulle modalità di calcolo del fabbisogno la conseguenza dei quali ricade sui professionisti del SSN e sui cittadini.

I medici ed i dirigenti sanitari chiedono al Governo che venga finalmente riconosciuta la peculiarità del loro ruolo specifico nel contesto del pubblico impiego, insieme con il valore del lavoro professionale svolto a garanzia della esigibilità di un diritto costituzionale.

12.05.2017
di Ezio Locatelli
Della segreteria nazionale, responsabile organizzazione Prc-Se

Raccogliamo le nostre forze e mettiamoci in movimento. Facciamolo con rinnovata fiducia. L’aver fatto un buon congresso non era per niente scontato dopo anni di resistenza vissuta affrontando difficoltà a non finire, le difficoltà derivanti da un quadro di sconfitta sociale, di estromissione dalle istituzioni.
Dopo aver percorso il tratto più difficile della nostra storia diversi segnali – la vittoria referendaria in difesa della Costituzione, le manifestazioni promosse dalle donne in tutte le maggiori città del mondo e qui in Italia, l’affermazione delle sinistre anti liberiste in diversi Paesi d’Europa – dicono che siamo giunti a un punto da cui si può ripartire, superando una fase di rassegnazione.
C’è un fatto di novità. La fine del “credo” in un sistema che ha disatteso le tante promesse di prosperità, democrazia, pace apre a un momento di possibilità. O più precisamente, per usare le parole di Samir Amin, un “momento in cui tutto è possibile, il meglio e il peggio. I giochi sono aperti. Le lotte politiche e sociali, con i loro successi e insuccessi, determineranno quello che sarà il futuro prossimo”.
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E’ proprio in ragione di ciò che vanno rifiutati tutti i discorsi che cercano di convincerci della nostra impotenza, i discorsi intrisi di negatività, che parlano solo di crisi ma non della possibilità di liberarsene, discorsi che sono in ritardo rispetto a una realtà in ebollizione, discorsi che non individuano e agiscono i nuovi conflitti, le nuove possibilità di rompere il cerchio, di costruire il cambiamento.
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Sta a noi vedere e interpretare questa nuova fase, lavorare per una opposizione sociale che rovesci la crisi su chi l’ha prodotta, avendo chiaro che la strategia del meno peggio non regge più.
Una strategia siffatta finisce per diventare elemento di logoramento e di continua perdita di attendibilità. E ancora, sta a noi lavorare a un processo di ricostruzione che insieme al rafforzamento di Rifondazione Comunista assuma il tema della costruzione di una sinistra della trasformazione sociale, di una sinistra che deve riguadagnare la forza di trasformare la contestazione all'esistente in un progetto di cambiamento.
Perché questo avvenga occorre lavorare, in ogni realtà e luogo in cui siamo presenti, a un forte dispiegamento organizzativo. L’obiettivo è ricostruire, in forme aggiornate, una cultura della partecipazione e della militanza politica come cultura di liberazione collettiva.
Come diceva Marx “la storia non fa niente”.
Quello che conta sono gli uomini e le donne che agiscono nelle condizioni date per crearsi un avvenire con la propria azione concreta. Sta a noi consentire che un nuovo senso del possibile e del cambiamento si faccia strada.

Norma Rangeri
Da Il Manifesto
12.05.2017

Succede che mentre Bce e Commissione, da Francoforte e da Bruxelles, sfornano i numeri sulla nostra disoccupazione (altissima) e sulla nostra crescita (bassissima), gli attori politici danno vita a una serie di caotiche sceneggiate da far dubitare dell’esistenza di una regia. L’impressione è quella di un tana libera tutti che dalle stanze di palazzo Chigi rimbomba in quella dei partiti, per poi essere destinata a concludersi in quella delle urne.

In primo piano si recita la pantomima ingannevole sulla legge elettorale. Ciascuno inventa la sua legge preferita, poi la cambia e i conigli che escono dal cilindro non finiscono mai. Così fan tutti con il risultato che alla fine è probabile si vada al voto con l'Italicum ritoccato.

Per accaparrarsi una parte in commedia c’è la fila. E tra chi sgomita per avere un ruolo da protagonista primeggia la ministra a cui il governo ha affidato nientedimeno che la tutela della nostra salute.

Ieri ne ha fatta un’altra delle sue, clamorosa. Ha annunciato, a favore di telecamere, che tutti gli alunni del regno saranno vaccinati per decreto. Dunque per accedere alla scuola dell’obbligo bisognerà essere vaccinati altrimenti si resterà analfabeti (e con il morbillo). Ne è scaturito un mezzo finimondo con la ministra dell’istruzione che in un sussulto costituzionale ha ricordato alla collega che il diritto alla scuola dell’obbligo non può essere condizionato alle direttive del ministero della salute. Oltretutto come si permette di invadere il campo “vaccinaro” scelto da Renzi per farne la sua carta elettorale preferita contro i 5Stelle?
In questo parapiglia di sgangherati protagonismi, sullo fondo del palcoscenico intanto vaga la mina di una ex ministra oggi sottosegretaria di governo. A chi la inchioda al suo conflitto di interessi, raccontando di incontri e cene per salvare la banca di famiglia, la mina vagante promette querele milionarie. Ma intanto la sua credibilità è ai minimi termini e lei, pur se arrampicata su tacchi vertiginosi, non riesce più a procedere con passo leggero e via via diventa pesante zavorra, per Renzi e per Palazzo Chigi.

Se potessimo indossare i panni degli spettatori, in un certo senso lo spettacolo varrebbe il prezzo del biglietto. Sarebbe una commedia, anche comica, con ricca galleria di maschere. Invece ne siamo pienamente coinvolti e tutto alla fine verrà messo in conto a noi, al paese.

Pubblicato il 04.05.2017
COMUNICATO STAMPA
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«I fatti degli ultimi giorni danno l’idea che in Italia l’egemonia di Salvini determini l’intero quadro politico – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea -. Dalla corsa al centro siamo passati alla corsa all'estrema destra con PD, governo e M5S che convergono sulle campagne xenofobe della Lega. I rastrellamenti spettacolari a Milano, la tragica morte dell’ambulante a Roma, la criminalizzazione delle Ong, le nuove norme da Far West appena approvate che incentivano l’uso delle armi da parte dei cittadini danno l’idea che stiamo entrando in un clima da Ku Klux Klan. I migranti sono diventati il capro espiatorio su cui gli italiani possono scaricare il proprio malcontento e la “sicurezza” l’emergenza con cui distrarre l’opinione pubblica. Pd e M5S accodandosi a Salvini e alla destra per cinici calcoli elettorali stanno contribuendo all'imbarbarimento di questo paese».

02.5.2017
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Con Valentino Parlato la sinistra italiana perde una figura di assoluto valore. Si può essere comunisti, intelligenti, aperti, liberi e sorridenti. Valentino Parlato di sicuro lo è stato. Per chi è cresciuto leggendo Il manifesto è forte l’emozione per una grande perdita. Attraverso i decenni ci ha aiutato a riflettere e a agire contribuendo a fare del giornale un luogo di incontro prezioso e unico per culture, storie e punti di vista diversi e non allineati. Ma anche di confronto con le culture riformiste laddove se ne trovava qualche traccia in questo disgraziato paese. Valentino Parlato è sempre rimasto testardamente comunista: “realizzare il comunismo non è cosa da poco. E’ – dovrebbe essere – un passaggio storico, come l’uscita dalla schiavitù, come il passaggio dall’età feudale a quella moderna. E non va dimenticato neppure che dopo la gloriosa Rivoluzione Francese arrivò Napoleone I, sovrano assoluto, anche se un po’ meglio di Stalin”, scriveva in un intervento di pochi anni fa. Poneva la domanda “il comunismo è davvero finito?” e rifiutava la riduzione a “barbarie” di un’intera vicenda storica di cui rivendicava i meriti. Ricordava che con quella “scrittarella” quotidiano comunista sotto la testata del Manifesto avevano voluto affermare che si poteva essere comunisti anche al di fuori del PCI. E dunque lo si poteva rimanere anche dopo la morte del grande partito: quell’indicazione dovrebbe “segnare ancora una linea”, scriveva. Valentino Parlato concludeva invitando a ragionare su “che cosa può o dovrebbe essere il comunismo del XXI° secolo e di fronte alla crisi capitalistica più grave e drammatica della nostra storia”. Non vi era nulla di conservatore, ma certo il rifiuto di arrendersi allo spirito dei tempi e al senso comune dominante anche a sinistra. Non a caso nelle ultime interviste rimarcava la necessità di fare i conti con le discontinuità e le trasformazioni del capitalismo odierno. Si rimane comunisti se – come Valentino Parlato – non si smette di interrogarsi e se non si perde la curiosità.
Le più sentite condoglianze di tutte le compagne e i compagni di Rifondazione Comunista alla moglie, ai figli e agli amici di Valentino Parlato.

Manlio Dinucci da il Manifesto 30.04.2017 . «L’Italia partecipa a testa alta all'Alleanza Atlantica, nella quale è il quinto maggiore contributore, e conferma l’obiettivo di raggiungere il 2 per cento del Pil nelle spese militari»: lo ha dichiarato il presidente del consiglio Gentiloni. . Proprio ricevendo il 27 aprile a Roma il segretario generale della Nato Stoltenberg. Ha così ripetuto quanto già detto al presidente statunitense Donald Trump, ossia di essere «fiero del contributo finanziario dell’Italia alla sicurezza dell’Alleanza», garantendo che, «nonostante certi limiti di bilancio, l’Italia rispetterà l’impegno assunto». . I dati sulla spesa militare mondiale, appena pubblicati dal Sipri, confermano che Gentiloni ha ragione ad andare fiero e a testa alta: la spesa militare dell’Italia, all'11° posto mondiale, è salita a 27,9 miliardi di dollari nel 2016. Calcolata in euro, corrisponde a una spesa media giornaliera di circa 70 milioni (cui si aggiungono altre voci, tra cui le missioni militari all'estero, extra budget della Difesa).Sotto pressione Usa, la Nato vuole però che l’Italia arrivi a spendere per il militare il 2% del Pil, ossia circa 100 miloni di euro al giorno. . Su questo, Trump è stato duramente esplicito: ricevendo Gentiloni alla Casa Bianca, riferisce lui stesso in una intervista alla Associated Press, gli ha detto: «Andiamo, devi pagare, devi pagare…». . E, nell'intervista, Trump si dice sicuro: «Pagherà». Non è però Gentiloni a pagare, ma la stragrande maggioranza degli italiani, direttamente e indirettamente attraverso il taglio delle spese sociali. . C’è però, evidentemente, chi ci guadagna. Nel 2016, l’export italiano di armamenti è aumentato di oltre l’85% rispetto al 2015, salendo a 14,6 miliardi di euro. Un vero e proprio boom, dovuto in particolare alla vendita di 28 cacciabombardieri Eurofighter al Kuwait, che diviene primo importatore di armi italiane. Un maxi-contrattto da 8 miliardi di euro, merito della ministra Roberta Pinotti, efficiente piazzista di armi (v. il manifesto del 23 febbraio 2016). Si tratta della più grande commessa mai ottenuta da Finmeccanica, nelle cui casse entra la metà degli 8 miliardi. Garantita con un finanziamento di 4 miliardi da un pool di banche, tra cui UniCredit e Intesa Sanpaolo, e dalla Sace del gruppo Cassa depositi e prestiti. . Si accelera così la riconversione armata di Finmeccanica, con risultati esaltanti per i grossi azionisti: nella classifica delle 100 maggiori industrie belliche mondiali, redatta dal Sipri, Finmeccanica si colloca nel 2015 al 9° posto mondiale con una vendita di armi del valore di 9,3 miliardi di dollari, equivalente ai due terzi del suo fatturato complessivo. . L’azienda accresce fatturato e profitti puntando su industrie come la Oto Melara, produttrice di sistemi d’arma terrestri e navali (tra cui il veicolo blindato Centauro, con potenza di fuoco di un carrarmato, e cannoni con munizioni guidate Vulcano venduti a più di 55 marine nel mondo); la Wass, leader mondiale nella produzione di siluri (tra cui il Black Shark a lunga gittata); la Mbda, leader mondiale nella produzione di missili (tra cui quello anti-nave Marte e quello aria-aria Meteor); l'Alenia Aermacchi che, oltre a produrre aerei da guerra (come il caccia da addestramento avanzato M-346 fornito a Israele), gestisce l’impianto Faco di Cameri scelto dal Pentagono quale polo dei caccia F-35 schierati in Europa. . Poco importa che Finmeccanica – in barba al «Trattato sul commercio di armamenti» che proibisce di fornire armi utilizzabili contro civili – fornisca armi a paesi come il Kuwait e l’Arabia Saudita, che stanno facendo strage di civili nello Yemen.Come stabilisce il «Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa» a firma della ministra Pinotti, convertito in disegno di legge, è essenziale che l’industria militare sia «pilastro del Sistema Paese», poiché «contribuisce, attraverso le esportazioni, al riequilibrio della bilancia commerciale e alla promozione di prodotti dell’industria nazionale in settori ad alta remunerazione», creando «posti di lavoro qualificati». . Poco importa naturalmente che si spendano per il militare, con denaro pubblico, oltre 70 milioni di euro al giorno, ormai in continuo aumento.Essenziale, stabilisce il «Libro Bianco», è che l’Italia sia militarmente in grado di tutelare, ovunque sia necessario, «gli interessi vitali del Paese». Più precisamente, gli interessi vitali di chi si arricchisce con la guerra.

Pubblicato
il 27.04.2017

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Maurizio Acerbo, nuovo segretario nazionale di Rifondazione Comunista, in esclusiva a BN parla degli obiettivi del partito e di futuro della sinistra.
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In occasione del corteo organizzato dall'ANPI a Roma questo 25 aprile per il 72° anniversario della Liberazione, Blasting News ha intervistato in esclusiva Maurizio Acerbo. 51 anni, abruzzese, ex deputato e da meno di un mese nuovo segretario nazionale di Rifondazione Comunista, prendendo il posto di Paolo Ferrero che lascia la guida del partito dopo quasi nove anni. Ecco cosa ci ha detto.
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Acerbo, quali sono gli obiettivi principali della sua segreteria di Rifondazione Comunista?
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“Il nostro obiettivo è quello di far uscire dallo stato di marginalità quel poco di #sinistra che è rimasto in Italia.
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Abbiamo fatto una traversata nel deserto come Rifondazione, in direzione ostinata e contraria dal 2008 quando scegliemmo di non allearci col PD. Fin dall'inizio avevamo capito che tale partito aveva nel codice genetico il neoliberismo e la fine del rapporto con l’eredità della storia della sinistra, tutto ciò ben prima dell’arrivo di Renzi, il quale è il risultato e l’esito di un processo, che ha molti responsabili, compresi tanti di quelli che oggi lo criticano. Le nostre scelte di questi anni ci sono costate l’uscita dal Parlamento, dove saremmo potuti rientrare comodamente come hanno fatto altri con meno voti di noi, ci è costato l’uscita da gran parte delle Regioni e dei Comuni, ma era indispensabile per ridare un profilo di credibilità a una sinistra che ha perso il radicamento popolare e il capitale di fiducia che aveva in ampi settori, perché è apparsa come l’ala sinistra dei politicanti e della casta. Noi vogliamo uscire da questa frantumazione che ci vede deboli non solo nella rappresentanza politica ma anche nelle lotte sociali: fino a quando Rifondazione ha avuto una sua forza di massa, una sua visibilità e una presenza parlamentare, pur magari criticando il partito c’erano giganteschi movimenti: non vi era un weekend in cui Roma non fosse attraversata da una grande manifestazione; mi pare evidente che questo indebolimento della sinistra politica si è tradotto anche in un drammatico indebolimento della sinistra sociale”.

Questa frammentazione a sinistra sembra però non essersi conclusa, c’è la possibilità di una ricomposizione anche in vista delle #Elezioni politiche che sono sempre più vicine?
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Io penso che non dobbiamo lavorare per una semplice alleanza elettorale, noi proponiamo da anni che nasca in Italia un soggetto unitario della sinistra antiliberista alternativo al PD. Non ha senso un discorso del ‘volemose bene’ perché quando ci sono divergenze politiche enormi è ovvio e giusto che ci sia divisione, ma oggi c’è uno schieramento possibile di forze (o peggio di debolezze) politiche e sociali che possono ritrovarsi sugli obiettivi concreti: la critica all'Unione Europea per come è stata costruita sulla base dei Trattati, la difesa della Costituzione, la lotta dei beni comuni e dell’ambiente, nelle battaglie per il lavoro, contro la precarietà e per un reddito minimo garantito (che noi proponiamo da tanti anni prima del M5S), sulla richiesta della riduzione dell’orario di lavoro (lavorare meno, lavorare tutti è l’unica soluzione in questo contesto).
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Quelli che sono d’accordo con questo, e pertanto sono alternativi al PD, possono costruire insieme un soggetto politico senza sciogliersi, nella massima pluralità delle culture e insieme fare una soggettività nuova che coinvolga la gran maggioranza dei comunisti e delle persone di sinistra, degli ecologisti e dei libertari, che oggi sono senza la tessera di alcun partito. Si guardi alla Spagna dove le più grandi città sono governate dalla sinistra radicale. A Barcellona pochi giorni fa ho partecipato all'assemblea fondativa del nuovo soggetto politico catalano, che è un passo ulteriore rispetto alle liste unitarie di Podemos e Izquierda Unida: un nuovo soggetto fatto di tanti partiti ma anche di persone e attivisti sociali. Perché non si può fare anche in Italia? Perché qui l’opposizione deve essere delegata a un movimento virtuale fatto da gente che non è mai stata nelle lotte e invece non ci può essere un movimento di quelli che le lotte le fanno davvero?”
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‘Risultato francese di Melenchon è speranza per l’Europa; la sinistra sia alternativa alla peste e al colera’
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A proposito di esperienze estere, pochi giorni fa il voto in #Francia. Voi appoggiavate Melenchon che è andato molto bene, ma adesso non ha dato indicazione di voto al ballottaggio. Cosa pensa di quanto sta accadendo oltralpe?
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“Ovviamente sia i compagni del PCF che Melenchon fanno parte come noi del Partito della Sinistra Europea, quello che decidono di fare in Francia lo scelgono loro e noi rispettiamo le loro scelte. Ma quello che hanno fatto tutti insieme è storico, il 20% è il più alto risultato della storia per chi sta alla sinistra dei socialisti; mi pare che Melenchon abbia voluto dare un segno, ovvero che noi non abbiamo più niente da sparire con chi rappresenta il grande capitale finanziario come Macron. Poi magari i compagni della sinistra francese andranno a votare per impedire che vinca la Le Pen, ma senza più l’idea che ci possa essere un centrosinistra perché Macron è uno dei responsabili delle politiche di governo di Hollande, contro la quale in Francia ci sono stati vari scioperi generali. L’importante è che la Francia, dopo la Grecia, la Spagna e il Portogallo, dimostra come una sinistra che sia molto radicale e di rottura, non compromessa con le classi dirigenti responsabili della crisi sociale, che trovi il linguaggio giusto e il coraggio di innovare mantenendo i propri principi, può riaggregare il suo popolo disperso e conquistare dentro la crisi tanta altra gente. Il 20% di Melenchon è un segnale di speranza per l’Europa e mostra che non dobbiamo rifugiarci in formule da politicanti ma scegliere la strada del rapporto diretto con le persone. Come è stato scritto da qualcuno in Francia al ballottaggio dovranno scegliere fra la peste e il colera, ecco in Italia la sinistra deve dare l’idea di essere un’alternativa sia alla peste che al colera”.

26.04.2017

«L’attacco ai lavoratori dell’Alitalia, che hanno giustamente votato no nel referendum – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea -, è vergognoso. Tra doppi hub e ruberie, i governi e i manager si sono mangiati la compagnia e adesso criminalizzano i lavoratori.
I privati a cui ci si è affidati invece di risanare la compagnia l’hanno affondata. Ci sono costati tantissimo i danni fatti dai finti salvatori privati. Ora lo spezzatino per sancire la fine definitiva di quella che era stata una grande impresa pubblica. Il governo intervenga a tutela dei posti di lavoro. Meglio nazionalizzare, lasciando perdere gli editoriali reazionari di Alesina e Giavazzi che a forza di dare retta a quelli come loro questo paese sta andando a picco».

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