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Il Manifesto

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Pubblicato il 18.07.2017
COMUNICATO STAMPA

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, e Roberta Fantozzi, responsabile politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano:
«E’ davvero irritante l’ipocrisia di Poletti che scopre con 5 anni di ritardo che la legge Fornero era sbagliata. Il PD prima vota le porcherie contro lavoratori e lavoratrici poi, all’approssimarsi delle elezioni, finge una sensibilità sociale e di sinistra per abbindolare elettori. Succede la medesima cosa per il Fiscal Compact, che votarono insieme al centrodestra, come la legge Fornero, e ora tutti scoprono essere insostenibile per il paese come noi soli denunciammo all’epoca. Se a Poletti non piace la legge Fornero, dovrebbe immediatamente proporre alla sua maggioranza di abrogarla o modificarla radicalmente. Dovrebbe farlo ora che è al governo e non prometterlo per un futuro improbabile. Non dicano che non c’è tempo visto che allora ci misero pochi giorni per rovinare la vita a milioni di persone».

Pubblicato il 17.07.2017
COMUNICATO STAMPA

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«Mentre proliferano gli incendi si conferma che avevamo ragione a criticare ed opporci alla scelta politica del Governo Renzi di sciogliere nel 2016 il Corpo Forestale dello Stato e far confluire gli addetti – circa 7.000 – nell'arma dei Carabinieri.
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Con lo scioglimento di un corpo di polizia a ordinamento civile in un corpo militare come l’Arma sono andati persi non solo i diritti dei lavoratori, ma anche un grande patrimonio di competenze e professionalità negli interventi per la salvaguardia del patrimonio boschivo e faunistico.
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Ora che varie Regioni sono devastate dagli incendi solo i Vigili del Fuoco e la Protezione Civile vengono impiegati per cercare di spegnere questi enormi fuochi, ma ambedue non sono sufficientemente addestrati e attrezzati per questi tipi di eventi.
I Vigili di solito intervengono nelle aree urbane mentre erano i forestali a conoscere bene le zone montane scarsamente urbanizzate.
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L’Arma dei Carabinieri ha assorbito gli organici del Corpo Forestale e li ha destinati a svolgere compiti completamente diversi da quelli per cui, all'atto del reclutamento, erano stati addestrati e formati.
Le stesse attrezzature del Corpo Forestale, come gli elicotteri o le autobotti, sono stati destinati a mezzi per l’uso militare o giacciono inutilizzati mentre si affittano mezzi privati.
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Questa scelta folle che ha reso inutilizzabili nella lotta agli incendi è confermata dalla disposizione del 7 luglio del Comando generale dei carabinieri con cui il generale Antonio Riccardi specifica che gli ex-forestali debbono limitarsi a chiamare i Vigili del Fuoco e al massimo a intervenire per non meglio precisati “piccoli fuochi”.
Va notato che anche in questo caso però gli ex-forestali sono impossibilitati a intervenire in quanto non possono indossare le vecchie tenute anti-incendio ma non ne hanno ricevute di nuove.
Tra l’altro andare con le pistole in mezzo alle fiamme non è particolarmente indicato.
Grandi e gravi sono le responsabilità dei Governi Renzi e Gentiloni per queste sbagliate scelte politiche.
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Pensando di risparmiare qualche migliaio di euro (ma i costi per il personale sono aumentati e non diminuiti) si è scelta una soluzione che comporta e comporterà maggiori spese di prima con in più un danno ambientale enorme e irrecuperabile.
Le autobotti sono ferme ma in compenso si sono dotati i dipendenti civili ex-forestali di pistole d’ordinanza!
Per Rifondazione Comunista-Sinistra Europea va ripristinato il Corpo Forestale dello Stato cancellando questa come tante altre psudo-riforme del PD».

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Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-Se
Enzo Jorfida, responsabile nazionale forze di polizia e forze armate PRC-Se

Da Contropiano
Stefano Porcari
17.07.2017

l’Italia brucia ma un documento inchioda il governo e la sua irresponsabilità. A rivelarlo è l’Usb sul suo sito pubblicando una circolare del 7 luglio del Comando dei Carabinieri con il quale si indica alle ex Guardie Forestali – forzatamente integrati nei Carabinieri grazie alla Legge Madia – dal non intervenire più in caso di incendi ma di limitarsi ad avvisare i Vigili del Fuoco. Sull’emergenza incendi (così come su quella invernale) pesano poi le divaricazioni burocratiche che lasciano a terra molti degli elicotteri della ex Guardia Forestale portati “in dote” ai Carabinieri.

Eppure dalle zone interessate dai devastanti incendi di questo periodo, si levano quotidianamente gli allarmi per l’insufficienza di uomini e mezzi. Sono pochi i Vigili del Fuoco, sono pochi i volontari…. e sono pochi i Forestali… Anzi i Forestali ormai non ci sono più, perchè il loro Corpo è stato sciolto dal governo. Si tratta di oltre settemila dei quasi ottomila effettivi che sono passati armi e bagagli nell’Arma dei Carabinieri, mentre le loro competenze sono state accollate ai Vigili del Fuoco. Non bastasse, il loro prezioso patrimonio di mezzi sul fronte della lotta agli incendi boschivi, giace praticamente inutilizzato nei capannoni, bloccato dalla burocrazia, cioè dalla mancanza di decreti attuativi della riforma Madia. Classica storia all’italiana.
Le vette dell’assurdo sono però raggiunte dalla disposizione di servizio del 7 luglio scorso, emanata dal comando generale dei Carabinieri, in cui si chiarisce una volta per tutte cosa devono fare in caso di incendio boschivo gli ex Forestali entrati nell’Arma: niente.
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Come si può leggere nel documento qui sopra, firmato dal generale Antonio Ricciardi, in caso di incendio bisogna chiamare i Vigili del Fuoco e poi andarsene. Al limite, ma proprio al limite, si interviene per soffocare “piccoli fuochi”. Trattandosi di comunicazioni burocratiche, si attende una disposizione di servizio che definisca meglio il concetto di “piccoli fuochi”: una fiammella? Una vampa di un paio di metri? Chissà…

Al di là delle battute, è chiarissimo il cambiamento in peggio nella lotta agli incendi boschivi. Se ne occupino i Vigili del Fuoco, che hanno già miliardi di grattacapi. Gli ex Forestali, tutti oggi dotati di pistola di ordinanza, si dedicheranno alle indagini. Come ha anche rivendicato il ministro dell’Ambiente Galletti ai microfoni di Rai News: “Noi vogliamo che i carabinieri siano impegnati nell’attività d’indagine”. Un cambiamento totale di politica: una volta si parlava di prevenzione, ora di repressione. E l’Italia può continuare a bruciare, mentre gli elicotteri e le ex Guardie Forestali dovranno correre dietro ai ladri di polli.

Marco Revelli da il Manifesto 16.07.2017 Ogni giorno una nuova gittata di dati – una nuova slide tombale – viene emessa dalle torri del sapere ufficiale a coprire la precedente, con un effetto (voluto?) d’irrealtà del reale. . Giovedì l’Istat, nella sua nota annuale sulla Povertà, ci dice che le cose vanno male, stabilmente male, e forse peggioreranno. . Venerdì la Banca d’Italia, nel suo bollettino trimestrale, ci dice che (al netto del record del debito) le cose vanno abbastanza bene, e probabilmente miglioreranno… . Viene in mente Isaia (21,11) e la domanda che sale da Seir: «Sentinella, a che punto è la notte?», a cui dalla torre si risponde: «Vien la mattina, poi anche la notte». . Per la verità la situazione della povertà è persino più grave di quanto a prima vista potrebbe sembrare. Nei commenti a caldo ci si è infatti soffermati soprattutto sui dati generali: i 4.742.000 poveri «assoluti» e gli 8.465.000 poveri «relativi», grandezze di per sé impressionanti, ma definite nella Nota arrivata dall’Istat «stabili», essendo entrambi aumentati rispetto all’anno 2015 «solamente» di 150.000 unità. . Se però si spacchettano i due insiemi aggregati si scopre che il peggioramento è stato ben più consistente, addirittura catastrofico, per almeno tre categorie cruciali: i minori, gli operai, e i membri di «famiglie miste». . Tra le «famiglie con tre o più figli minori», ad esempio, la povertà assoluta è cresciuta in un anno di quasi dieci punti. . Schizzando al 26,8%. Nel Mezzogiorno la povertà relativa in questa categoria sfiora addirittura il 60%. . Tra gli «Operai e assimilati», poi, i poveri assoluti raggiungono il livello del 12,6% (un punto percentuale più del 2015, una crescita del 9% in un anno!) e le famiglie con breadwinner operaio in condizione di povertà relativa sfiorano il 20% (una su cinque). Sono i working poors: coloro che sono poveri pur lavorando – pur avendo un «posto di lavoro» -, ed è bene ricordare che si definisce «in povertà assoluta» chi non può permettersi il minimo indispensabile per condurre una vita dignitosa, alimentarsi, vestirsi, curarsi, mentre in «povertà relativa» è chi ha una spesa mensile pro capite inferiore alla metà di quella media del Paese. Una parte consistente del mondo del lavoro italiano è in una di queste due condizioni. . Infine le «famiglie miste», quelle in cui cioè uno dei due coniugi è un migrante: nel loro caso la povertà assoluta è quasi raddoppiata nell’Italia settentrionale (dal 13,9 al 22,9%) e quella relativa ha raggiunto nel Meridione il 58,8% (era il 40,3 nel 2015), con buona pace di chi ha fatto dell’urlo tribale «Perché a loro e non a NOI» la propria bandiera e considera privilegio lo jus soli in nome della propria miseria. . Se poi si considera il quadro nell’ultimo decennio, la storia assume i tratti del racconto gotico. Non solo il numero delle famiglie e degli individui in condizione di povertà assoluta risulta raddoppiato rispetto al 2007, ma per alcune figure la dilatazione è stata addirittura esplosiva: così per i minori, tra i quali i «poveri assoluti» sono quadruplicati (l’incidenza passa dal 3% al 12,5%). . Stessa dinamica per gli «operai e assimilati», tra i quali la diffusione della povertà assoluta, drammatica nel quinquennio 2007-2012, era rallentata fino al 2014, e poi è ritornata prepotente nel biennio successivo (3 punti percentuali in più!) dove si può leggere con chiarezza l’effetto-Renzi e l’impatto del Jobs Act sul potere d’acquisto e sulla stabilità del lavoro. . In questa luce l’inno alla gioia intonato da politica e media per le notizie da Bankitalia potrebbe sembrare una beffa (un «insulto alla miseria» registrata invece dall’Istat), se non contenesse però un tratto di realtà. . E cioè che economia e società hanno imboccato strade diverse, e per molti versi opposte. Che i miglioramenti dell’una (o l’attenuazione della crisi sul versante economico) non significano affatto un simmetrico rimbalzo per l’altra (una risalita sul versante della condizione sociale). . Anzi. I ritocchini al rialzo delle previsioni sul Pil (+1,4 nel ’17, + 1,3 nel ’18, + 1,2 nel ’19) sono in effetti perfettamente compatibili col parallelo degrado dei tassi di povertà e delle condizioni di vita delle famiglie. . Convivono nell’ambito di un paradigma, come quello vigente, nel quale la crescita redistribuisce la ricchezza dal basso verso l’alto, dal lavoro all’impresa (e soprattutto alla finanza), dai many ai few (all’1% che possiede il 20% di tutto). E in cui il Pil, appunto, s’arricchisce (in termini economici) impoverendo (in termini sociali). . Forse nel 2019 (forse!) ritorneremo ai livelli pre-crisi del «valore aggiunto» monetario, ma saremo un po’ di più vicini al Medioevo nell’equità sociale. . Finché non si spezzerà questo circolo vizioso, la sentinella dalla torre non potrà annunciare la definitiva fine della notte.

Adriana Pollice
da il Manifesto
15.07.2017

La soppressione della Forestale. 16 elicotteri su 32 sono passati ai carabinieri e sono stati trasformati in velivoli militari.

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Le telecamere della Rai, ieri, hanno mostrato le immagini dell’aeroporto di Ciampino, dove è ospitata la flotta antincendio dello stato. La maggior parte degli elicotteri resta a terra: sono 16 ma solo 3 vengono utilizzati. La colpa, secondo il servizio, è la mancanza dei decreti attuativi per rendere operativo il personale che è passato dal Corpo forestale ai Vigili del fuoco. La riforma Madia ha infatti soppresso la forestale, dividendo il personale tra caschi rossi e Arma. Altri 16 velivoli sono andati ai Carabinieri che però non avrebbero ancora stanziato fondi sufficienti per la manutenzione di tutti gli elicotteri.
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La polemica su una delle riforme simbolo dei mille giorni del governo Renzi è proseguita anche ieri. «Che lo squilibrio nella ripartizione numerica degli uomini del soppresso Corpo forestale avrebbe depotenziato la lotta agli incendi lo avevamo denunciato inascoltati da mesi – ha spiegato Antonio Brizzi, del sindacato Conapo dei Vigili del fuoco -. Sin da quando, a fine 2016, si era saputo che solo 360 ex forestali sarebbero stati assegnati ai pompieri, per svolgere mansioni che sino al 2016 svolgevano, seppur in modo non esclusivo, in quasi 8 mila forestali e nonostante eravamo già carenti di 3.500 caschi rossi».
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Sotto accusa anche la gestione dei mezzi: «Ai Carabinieri sono stati assegnati 8 elicotteri Breda idonei all'uso civile antincendio – spiega Brizzi -. Ci risulta che quest’anno non hanno versato nemmeno una goccia d’acqua sino a giovedì, quando li hanno visti in volo per la prima volta. A conferma che questa assurda riforma è squilibrata, avendo assegnato ai Carabinieri elicotteri che servirebbero ai Vigili del Fuoco».
Ieri l'Usb ha diffuso un documento, firmato il 7 luglio dal generale dell’Arma Antonio Ricciardi, comandante dell’Unità per la Tutela Forestale, Ambientale e Agroalimentare, nel quale si dice che gli ex forestali non hanno il compito di sedare gli incendi boschivi. Il documento, precisa l'Usb, impartisce ordini precisi: in caso di incendio chiamare i Vigili del Fuoco. L’intervento diretto è consentito solo in caso di «piccoli fuochi». Dei 32 elicotteri di cui il Corpo Forestale disponeva, prosegue l’Usb, 16 sono passati ai carabinieri e sono stati trasformati in velivoli militari con un cambio di matricola.
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Mancanza di uomini, risorse e programmazione è quanto denuncia il coordinatore regionale Cgil dei pompieri toscani, Massimo Marconcini: «La situazione è disperata, gli elicotteri sono tutti fermi per problemi vari, le autopompe serbatoio e le auto hanno in media 15-20 anni. Le recenti scelte legislative hanno prodotto da un lato l’abbandono del corpo dei vigili, lasciato senza mezzi e con risorse inadeguate, dall'altro hanno creato confusioni normative e comportamentali con la soppressione del Corpo forestale».
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Ai problemi legati alle decisioni del governo si sommano i ritardi a livello regionale: le due realtà più bersagliate dagli incendi, Sicilia e Campania, si sono fatte trovare impreparate. La Sicilia, che aveva 23 mila lavoratori forestali, al momento non ha ancora stipulato la convenzione con il corpo dei Vigili del Fuoco per la prevenzione degli incendi. Il governatore Rosario Crocetta nega di esserne responsabile: «Abbiamo sempre avuto una convenzione con il Corpo forestale, dopo che l’hanno smantellato i mezzi dovevano essere trasferiti ai pompieri. Ho chiesto di rinnovare la convenzione e aspettiamo una risposta».
In Campania la firma in calce alla convenzione è stata messa dal governatore ieri e dovrebbe partire oggi. Il capogruppo di FI in regione ipotizza un’illegittimità nella procedura.

Roberto Ciccarelli
da il Manifesto
14.07.2017

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Rapporto Istat Povertà in Italia 2016. Nel 2016 oltre 4 milioni di persone in «povertà assoluta», erano la metà nel 2007. E aumenta anche il «lavoro povero». 8 milioni e 465mila persone, pari a 2 milioni 734mila famiglie, sono in «povertà relativa». In questa condizione si trova chi è prigioniero della «trappola della precarietà». 7 miliardi di euro all’anno sarebbero necessari per finanziare un sussidio contro la povertà. 14-21 miliardi per un «reddito minimo». In Italia è in corso una guerra economica silenziosa, ma concretissima, che precarizza tutta la vita
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Nel paese dove si salvano le banche con 68 miliardi di euro, non si trovano i 7 miliardi all'anno necessari per un sostegno «universale» contro la povertà assoluta. Senza contare i 14-21 miliardi necessari per finanziare le ipotesi di reddito minimo che permetterebbe di affrontare seriamente un nuovo problema: la «trappola della precarietà». Oggi in Italia chi lavora con un reddito basso non riesce a sottrarsi alla povertà e arrivare a fine mese.
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LA CLAMOROSA asimmetria, prodotto di un gigantesco spostamento di ricchezza verso il capitale e di politiche economiche sbagliate come i bonus a pioggia o l’abolizione della tassa sulla prima casa, si ritrova nel report «La povertà in Italia» nel 2016, pubblicato ieri dall'Istat. Come sempre i dati vanno interpretati, e visti sulla tendenza di medio periodo: gli ultimi dieci anni, quelli della crisi. L’Istat sostiene che nel 2016 i «poveri assoluti» erano 4 milioni e 742 mila persone, pari a 1 milione e 619 mila famiglie residenti. La «povertà relativa» riguarda 8 milioni 465 mila persone, pari a 2 milioni 734mila famiglie. Rispetto al 2015, il livello si presenta «stabile». Dato in sé preoccupante a conferma che nulla è stato fatto in quei 12 mesi dal governo Renzi, in un periodo in cui le statistiche attestavano una «crescita» che non produce occupazione fissa, né un arretramento della povertà. Tuttavia c’è qualcosa che peggiora ancora. L’incidenza della povertà assoluta sale tra le famiglie con tre o più figli minori e interessa più di 814 mila persone. Oggi aumenta e colpisce 1 milione e 292 mila minori.
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PARLIAMO DI PERSONE che non riescono a raccogliere risorse primarie per il sostentamento umano: l’acqua, il cibo, il vestiario o i soldi per un affitto. Questa situazione riguarda anche coloro che possiedono un lavoro. L’incidenza della povertà assoluta è doppia per i nuclei il cui capofamiglia è un «male breadwinner» e lavora come operaio. L’Istat registra anche un’altra tendenza: la «povertà relativa» colpisce di più le famiglie giovani. Raggiunge il 14,6% se la persona di riferimento è un under35 mentre scende al 7,9% nel caso di un ultra sessantaquattrenne. L’incidenza della povertà relativa si mantiene elevata per gli operai (18,7%) e per le famiglie dove il «breadwinner» è in cerca di occupazione (31,0%). Suggestioni statistiche che indicano l’esistenza di un continente sommerso: il lavoro povero, e non solo quello della deprivazione radicale a cui spesso è associata la tradizionale immagine della povertà.
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LA SITUAZIONE GENERALE è tale che Marco Lucchini, segretario della fondazione Banco alimentare onlus, ha sostenuto che oltre 80 mila tonnellate di cibo distribuite in 8 mila strutture caritative in Italia hanno arginato la crescita del fenomeno, ma non non risolvono l’emergenza sociale più dimenticata nel Belpaese. Dieci anni fa, nel 2007, i poveri assoluti erano 2 milioni e 427 mila persone. Oggi sono raddoppiati: 4 milioni e 742 mila. È uno scenario di guerra, quella economica che prosegue silente, ma concretissima, da anni. A tutti i livelli.
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I RIMEDI SONO PANNICELLI CALDI. Ieri il ministro del Welfare Giuliano Poletti si affannava, ancora, nel tentativo di spiegare come il governo ha modificato i criteri di accesso alla prima, e modesta, misura «contro la povertà». Quest’anno 800 mila persone dovrebbero prima beneficiare della social card del «Sia» che sarà trasformata in corsa nel «reddito di inclusione». La sproporzione è evidentissima: solo i poveri assoluti sono 4 milioni e 742 mila persone. Ci sarebbe bisogno di una misura pluriennale crescente fino a 7 miliardi, ma i fondi stanziati resteranno fermi al miliardo. E poi dovranno essere rifinanziati. Ma questa è un’altra storia: riguarderà la prossima legislatura. Quindi un altro mondo, un altro universo, lontanissimo. Concretamente si parla di un sussidio di ultima istanza che va da un minino di 190 a un massimo di 485 euro per le famiglie più numerose con 5 componenti. Importi per di più vincolati a una serie di condizionalità che rendono tale sussidio tutto tranne che «universale».
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LA DISCONNESSIONE TOTALE tra la politica economica seguita in questi 10 anni e la condizione materiale che urla da questi dati è evidente. L’Alleanza contro la povertà, il cartello di associazioni e sindacati che ha premuto per ottenere il «reddito di inclusione» chiede l’introduzione di un piano pluriennale già dalla prossima legge di bilancio che permetta a chi non ha una famiglia con figli di condurre uno standard di vita dignitoso. Susanna Camusso (Cgil) ritiene che tale «reddito» sia uno «strumento corretto da finanziare» evitando di «distribuire bonus a pioggia». Il Movimento 5 Stelle attribuisce gran parte delle responsabilità di questa situazione «all'immobilismo politico del governo Renzi». Giulio Marcon (Sinistra Italiana) fa un ragionamento di sistema: questo è il frutto del cieco rigore delle politiche Ue e dell’incapacità dei governi di uscire dalle disuguaglianze e dalla precarizzazione progressiva

Manfredi Alberti
da il Manifesto
14.07.2017

Lavoro. Negli anni Sessanta e Settanta le leggi davano diritti e il reddito cresceva. Agli inizi dei Novanta la grande discesa dei salari e la lunga marcia della precarietà
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I recenti dati diffusi dall'Istat sulla crescita della disoccupazione e della precarietà, specialmente fra i giovani, chiariscono come la deregolamentazione del mercato del lavoro, che imperversa da vent'anni, ha prodotto i risultati devastanti a cui assistiamo.
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Già durante i “ruggenti” anni Ottanta si era tentato intaccare le tutele dei lavoratori introdotte negli anni precedenti, ma con scarsi risultati. Si dovette aspettare il crollo del comunismo, il Trattato di Maastricht e il nuovo vento liberista degli anni Novanta per giungere a risultati concreti. Il pacchetto Treu (legge 196 del 1997), che compie ora vent'anni, costituì una svolta decisiva verso la flessibilità contrattuale: il provvedimento introdusse infatti la possibilità di utilizzare il rapporto di lavoro interinale, ampliando notevolmente i margini di applicabilità del lavoro a tempo determinato.
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Alla fine degli anni Novanta il dilagare di forme di lavoro subordinato mascherate da contratti di collaborazione portò alla necessità di un’ulteriore regolamentazione normativa, la legge Biagi.
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Da un lato delimitò l’ambito di applicazione dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, dall'altro allargò ulteriormente le tipologie contrattuali «atipiche». I livelli di protezione normativa del lavoro, secondo la misura che ne dà l’Ocse, si sono via via ridotti negli anni più recenti, a seguito dell’introduzione di ulteriori livelli di flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro.
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Dapprima la riforma Fornero (la legge 92 del 2012) ha ridotto la possibilità di reintegro del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Da ultimo il Jobs act varato dal governo Renzi ha previsto sia una maggiore libertà nell'uso del contratto di lavoro a tempo determinato, sia l’abolizione di fatto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

I provvedimenti renziani sono il triste epilogo di una storia ventennale, segnata sia da un progressivo indebolimento della classe lavoratrice, sia, non casualmente, da una generale penalizzazione dei salari. I limiti e le contraddizioni dell’ultima stagione che abbiamo vissuto emergono con maggiore chiarezza se tentiamo un confronto con le vicende degli anni Sessanta e Settanta, quando l’allargamento dei diritti (che per il capitale sono solo “rigidità”) andava di pari passo con la crescita economica e la bassa disoccupazione.

Molti dei principi costituzionali in tema di protezione del lavoro e parità fra i sessi trovarono per la prima volta applicazione, in un contesto di espansione del reddito, stabilità dei livelli generali di occupazione e in particolare, a partire dal 1973, di crescita dell’occupazione femminile. Non mancarono certo le criticità, specialmente per i giovani e le donne, ma è anche vero che in quegli anni il tasso di disoccupazione maschile si mantenne sempre inferiore al 5%. La vivace stagione di riforme di quegli anni si aprì con la legge 1369 del 1960, che vietava l’intermediazione nelle prestazioni di lavoro. Seguì nel 1962 la legge 230, la quale fissava vincoli stringenti per la stipula di contratti a termine, stabilendo la centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

La legge 7 del 1963 vietò il licenziamento per matrimonio, una pratica molto diffusa che costituiva un fattore discriminante nei confronti delle donne. La legge 604 del 1966 riconobbe il principio della giusta causa nei licenziamenti individuali, anticipando quanto stabilito dallo Statuto dei lavoratori del 1970. Dopo anni di lotte, nel 1969 si arrivò anche all'abolizione delle «gabbie salariali», i differenziali retributivi per area geografica introdotti nel 1945.

Nel 1975 i sindacati ottennero poi il totale adeguamento dei salari all’inflazione, una riduzione della differenza retributiva fra categorie e un’estensione della Cassa integrazione come ammortizzatore sociale dei licenziamenti.

Nel 1977 si giunse infine a una legge che stabilì la parità fra uomo e donna nell’accesso al lavoro e nella retribuzione. Un’altra epoca, si dirà. Ma lo studio del passato serve proprio a questo: a offrire termini di confronto, a dimostrare che altri scenari sono sempre possibili e a confutare i dogmi che le classi dominanti ci impongono.

Come la presunta necessità di barattare i diritti in cambio dell’occupazione e del benessere economico.

13.07.2017
fabrizio salvatori
da Contro la crisi

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"28 elicotteri antincendio fermi su 32”. L’assurda vicenda della quasi totale mancanza di coordinamento nel far fronte all'emergenza incendi comincia ad assumere dei contorni davvero grotteschi. I Verdi sono pronti alle carte bollate con un esposto alla Procura Generale della Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica di Roma “per i mezzi rimasti inutilizzati in questo momento drammatico di emergenza incendi a causa degli effetti nefasti dell'applicazione della Riforma Madia", come annuncia in una nota il coordinatore nazionale dei Verdi Angelo Bonelli; ma c’è anche chi è pronto a scendere in piazza. A Napoli domani,
le realtà di base e l’associazionismo ambientalista intendono denunciare il "molteplice attacco" in corso in Campania: dai roghi di rifiuti che tornano a verificarsi nella Terra dei fuochi alle immagini della vegetazione vesuviana divorata da incendi dolosi.
Attraverso un tam tam di due giorni le realta' di base, le associazioni ambientaliste e i cittadini, "stanchi di aspettare risposte che non arrivano o di ascoltare promesse che non diventano fatti", si sono messe in rete e hanno organizzato la giornata di mobilitazione. Si parte la mattina con il presidio alla Regione, in via Santa Lucia, indetto dalla cittadinanza attiva di Acerra, uno dei territori che per primo si e' attivato contro gli ennesimi atti di devastazione ambientale. Il momento culminante della giornata di mobilitazione e' in programma per le 17 a Largo Berlinguer, antistante la fermata Metro di Toledo. "Questo e' solo l'inizio di una campagna che dovrà proseguire nei prossimi giorni, tenendo alta l'attenzione e pretendendo tempistiche chiare di intervento e dispositivi democratici di controllo su di esso - dichiarano gli organizzatori del corteo - perché da troppi anni la Campania ha imparato che non ci si può fidare e che, spesso, l'unica soluzione e' mettere sotto il tappeto l'emergenza e fingere che tutto sia normale. Esiste - concludono - un disegno criminale complessivo che ciclicamente minaccia il nostro territorio che va fermato".
"Aggiungiamo - prosegue l'esposto dei Verdi - che in seguito agli effetti della succitata legge Madia degli 8000 forestali, solo 360 sono stati assegnati ai Vigili del Fuoco con compito di spegnimento, oltre 6400 sono stati assegnati ai Carabinieri e altri 1240 sono stati assegnati alla Pubblica Amministrazione con funzioni diverse. E' noto, anche per denuncia dei sindacati, che l'organico dei Vigili del Fuoco era sottostimato di 3000 unità ancor prima che a questi venissero assegnate le funzioni antincendio."
"Ci troviamo quindi - scrive Bonelli nell'esposto - di fronte a una situazione di grave negligenza in una emergenza climatica di siccità che era già stata ampiamente prevista dagli organi competenti al punto che vi era denunce in tal senso ancor prima che scoppiassero i focolai di incendi in tutta Italia che non ha portato le Regioni e le istituzioni competenti ad adottare le misure conseguenti."
Secondo la Cgil, "l'Italia, assediata dalle fiamme e dalla siccità, ha urgenza innanzitutto di una seria politica di prevenzione degli incendi e contemporaneamente della risoluzione della crisi idrica, a partire dalla riduzione degli sprechi. Secondo la Cgil nazionale, “l'assenza di piogge e l'aumento delle temperature hanno favorito l'innescarsi degli incendi e reso più facile il compito di coloro che non si fanno scrupoli a devastare interi territori. Riteniamo necessarie ai fini della prevenzione - prosegue la Confederazione - una seria manutenzione del territorio, operazioni di pulizia e realizzazione di fasce parafuoco”. “Per affrontare interventi all'altezza della gravità della situazione, servono - sottolinea - più risorse, più mezzi e aumentare il personale. Nonostante le numerose difficoltà il Corpo dei Vigili del Fuoco sta operando al meglio".
Sul fronte emergenza siccità, la Cgil evidenzia come “la riduzione delle piogge (-65,4%) e una dispersione media di acqua nelle nostre reti idriche del 40% hanno aggravato la crisi del nostro Paese, che questa estate ha raggiunto livelli storici. La Regione a soffrire di più per servizi idrici inefficaci - ricorda, citando i dati 'Italia Sicura' - è la Sardegna, con una dispersione del 54.8%, seguita da Molise (47.2%), Campania (45.8%), Sicilia (45.6%) e Lazio (45.1%)”.
“Privatizzare il servizio, e quindi gestire l'acqua come una merce con il solo obiettivo di trarne profitto, non è la soluzione, e i dati lo dimostrano: a Cagliari, Grosseto, Firenze, Trieste, dove sono subentrati gestori privati, la dispersione è addirittura superiore al 40%. Nessun beneficio in termini di investimenti e efficacia del servizio”.
“Rilanciamo quindi una contrattazione per lo sviluppo sostenibile in attuazione del nostro Piano del lavoro - conclude la Cgil - che abbia tra i capisaldi del confronto i temi del dissesto idrogeologico, la manutenzione del territorio e la gestione della risorsa idrica”.

Riccardo Chiari
da il manifesto
13.07.2017

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Credit crack. A Montecitorio il primo via libera al provvedimento, con Si contraria e Mdp-Articolo Uno favorevole. Ostruzionismo del M5S, mentre Rifondazione osserva: "Con un fiume di risorse pubbliche Intesa ristrutturerà anche se stessa e aumenterà i propri utili".
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Il “decreto regalo” (a Intesa) sulle due banche venete passa a Montecitorio con il voto di fiducia: 318 voti a favore, 178 contrari e un astenuto. L’aula passa il resto della giornata affrontando i 142 ordini del giorno, di cui 83 presentati da M5S e tutti illustrati, nell’ottica ostruzionistica annunciata alla conferenza dei capigruppo. Nel voto di fiducia, come rileva velenosamente il piddino Roberto Giachetti, alla sinistra del Pd si registrano i 13 voti contrari di Sinistra italiana, i 17 voti favorevoli di Mdp-Articolo Uno, e sempre nelle schiere dei bersanian-dalemiani altri 22 deputati non votanti.
A cercare di chiarire la posizione di Mdp-Articolo Uno è Davide Zoggia: in conferenza stampa spiega che Articolo Uno vota la fiducia solo perché si tratta di “una pistola puntata alla tempia dei dipendenti e dell’intero sistema bancario italiano”; mentre, per quanto riguarda il provvedimento in generale, secondo Zoggia si poteva intervenire per migliorare il testo, che è “la prerogativa principale del Parlamento rispetto ai decreti”.
Il problema è che il “decreto regalo” è stato blindato, venendo proposto così come uscito dal consiglio dei ministri del 25 giugno scorso. Questo perché Intesa ha detto a chiare lettere che il provvedimento, con tutti i desiderata della stessa Intesa, non doveva cambiare di una virgola. Ma anche perché fra alcuni emendamenti, che pure erano stati concordati con il governo, ce n’era uno (evidenziato dal Fatto Quotidiano) a firma di Pierluigi Bersani che in sostanza avrebbe fatto chiudere la carriera di banchiere a Pier Luigi Boschi, già peraltro miracolato dal Tribunale di Arezzo nelle pieghe della bancarotta di Banca Etruria.
Fra i contrari il gruppo parlamentare di Sinistra italiana-Possibile ha spiegato la situazione con Giulio Marcon: “Un decreto sbagliato e immodificabile per il ricatto di Banca Intesa che mette soldi pubblici per licenziare un terzo dei lavoratori delle due banche, 4.000 su 12.000. Un doppio costo per lo Stato: la bad bank più gli ammortizzatori sociali”. Quelli necessari per i prepensionamenti dei lavoratori. A seguire un’analisi più dettagliata: “La nostra contrarietà è inversamente proporzionale all'entusiasmo dell'Abi (l’associazione dei banchieri, ndr.) per questo provvedimento, che sana una situazione già nota da tempo e su cui prima o poi si dovranno accertare le responsabilità. Perché quanto successo in questi anni dovrebbe interrogarci sul ruolo di Bankitalia e sulla prevenzione delle crisi. Le cose sono due: o Bankitalia non ha fatto bene suo lavoro, o il governo non ha raccolto le indicazioni della nostra banca centrale”.
Anche se fuori dal Parlamento, ha fatto sentire la sua voce Rifondazione: “L’esito era scontato ma resta scandaloso – osservano Maurizio Acerbo e Roberta Fantozzi – visto che il decreto del governo ha fatto chiedere al Wall Street Journal, non proprio un giornale bolscevico, perché Intesa San Paolo si sia aggiudicata un accordo così buono sugli asset delle due banche. Un accordo per cui a Intesa San Paolo vanno subito 5,2 miliardi di risorse pubbliche per la ‘riorganizzazione’ dei due istituti di credito. E con lo Stato, cioè la collettività, che si accolla invece, oltre ai 5,2 miliardi, i crediti deteriorati, mettendo a disposizione risorse fino a 17 miliardi di euro complessivi.
Insomma un enorme regalo a Intesa San Paolo, che con il fiume di risorse pubbliche ristrutturerà se stessa e aumenterà i propri utili (secondo le stime di Mediobanca Securities con un aumento del 6% dell’utile atteso per azione), a carico della collettività. Un esempio scandaloso di socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili. Invece la strada doveva essere tutt'altra, quella della nazionalizzazione, anche aprendo un contenzioso con la Ue. Una strada ineccepibile a fronte delle risorse ingentissime messe a disposizione. Quelle che non si trovano mai se c’è da finanziare la sanità o la scuola pubblica o il reddito minimo per disoccupati”. Proprio per questo, se può servire di minima consolazione, i sondaggi hanno rilevato che il 97% degli italiani – di quelli che studiano un minimo e si informano – è contro il “decreto regalo” a Intesa. Ora la parola passerà al Senato.

11.07.2017
da Treviso, Enrico Baldin

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Parla Maurizio Acerbo, segretario Prc: «Ogni giorno perso per cercare l’unità coi responsabili di 25 anni di neoliberismo è un giorno sottratto a costruire l’unità della sinistra nelle strade
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Basta perder tempo dietro a Pisapia e a D’Alema».
Lo ripete quasi ossessivamente Maurizio Acerbo, abruzzese recentemente eletto segretario nazionale di Rifondazione Comunista.
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Lo incontriamo a margine di una festa di partito, al termine di un dibattito sulle grandi opere. Acerbo è preoccupato per il percorso della lista di sinistra che dovrebbe nascere in alternativa al Pd e che sta subendo la “melina” di altre formazioni che «hanno interesse che non nasca niente di davvero alternativo».
«Se ci fossimo mossi prima, forse la gente di sinistra non avrebbe riposto i suoi ideali nel Movimento 5 stelle.
Di Maio e Di Battista, come Salvini e Renzi, ragionano sulla base della convenienza elettorale. Come sull'immigrazione»
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Acerbo sta girando l’Italia in lungo e in largo per spiegare le sue convinzioni, pure domani ha la sveglia all'alba per andare dall'altro capo d’Italia, avendo giusto lo spazio di tre ore per dormire nel divano-letto di un compagno di partito.
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Mentre lo intervistiamo in una mano regge un telefono cellulare con lo schermo frantumato con cui si è appena accertato delle condizioni dell’europarlamentare Eleonora Forenza, da poco rilasciata dalle forze dell’ordine a margine delle manifestazioni contro il G20. Nell’altra mano tiene la maglietta donatagli dagli RSU Fiom dell’Electrolux in sostegno di Augustin Breda, operaio e RSU recentemente licenziato dalla sua azienda dopo che era stato spiato fuori dalla fabbrica da un detective privato.
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Allora Acerbo, con chi va fatta questa lista di sinistra?
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Con le persone che fanno cose di sinistra e con tutte quelle formazioni che in questi anni hanno fatto opposizione da sinistra a Gentiloni, a Renzi, a Letta, a Monti.
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Niente D’Alema quindi?
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No. D’Alema e la sua formazione stanno tutt’ora sostenendo il governo, anche quando fa cose che di sinistra non hanno nulla, come la reintroduzione dei voucher appena tolti per evitare il referendum che li avrebbe abrogati.
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Però l’area di D’Alema, Pisapia e Bersani ha partecipato all'assemblea al teatro Brancaccio e sostiene che un accordo a sinistra si deve fare. Chi decide allora chi può stare dentro a questa lista e chi ci deve rimanere fuori?
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Lo decidono le persone di sinistra, dal basso. Per me ogni giorno perso per cercare l’unità coi responsabili di 25 anni di politiche neoliberiste è un giorno sottratto a costruire l’unità della sinistra nelle strade, tra chi non ha più un lavoro, tra chi chiede diritti.
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Corbyn e Sanders hanno avviato percorsi molto radicali dentro alle formazioni che erano state di Blair e di Clinton. Non le viene il dubbio che si possa intraprendere da outsider la sfida dentro un accordo col PD?
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No. Corbyn e Sanders da oltre trentanni sono outsiders coerenti coi loro principi che sono i nostri stessi principi. Né dentro il Pd né tra i predicatori di un accordo col Pd c’è qualcuno che dall'interno abbia fatto opposizione vera, votando costantemente contro alle schifezze fatte dagli ultimi governi. Di Corbyn e Sanders nel centrosinistra non ne vedo l’ombra.
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Siamo comunque ancora daccapo. C’è un’area che spinge per fare l’accordo col Pd e che sta paralizzando quel che è nato all'incontro al teatro Brancaccio. Chi vuole questa paralisi e perché?
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C’è una idea diffusa a sinistra, sostenuta da diversi intellettuali, come anche dal Manifesto, secondo cui bisognerebbe mettere tutti assieme. Il risultato è che il progetto di Bersani e Pisapia va avanti mentre quello di una sinistra radicale ed alternativa al PD è in stand by. Pare ci sia un comandamento nelle tavole della legge secondo cui “Non avrai altra sinistra al di fuori del centrosinistra”. Lo pensano in tanti, e su progetti come quello di Pisapia mi pare ci sia anche l’endorsment di Repubblica. Noi invece pensiamo sia un errore politico grave rincorrere Pisapia rincorrendo quindi il Pd. Come nel resto d’Europa serve una sinistra forte, alternativa alle politiche del Pd che non è altro che una destra economica, chiamiamo le cose col proprio nome.
Io l’unità non voglio venga fatta con questa gente qui. Devono esserci invece coloro che in questi anni, come noi, sono stati all'opposizione, hanno manifestato in piazza.
Parlo anche delle realtà che rimasero fuori da Altra Europa, come i sindacati di base e Eurostop. E’ fondamentale che il carattere di questa formazione sia di radicale rottura con l'establishment e che quindi permetta a milioni di persone che sarebbero d’accordo con noi, di trovare una sinistra degna di questo nome. Non è questione di aggettivi ma di fatti.
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Facciamo ordine allora: che passi andrebbero fatti ora?
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Io credo che i promotori dell’assemblea al teatro Brancaccio dovrebbero lanciare una campagna di adesioni in tutto il paese, su pochi punti semplici e definiti che allo stesso tempo descrivono le cose essenziali del programma e definisca il confine di una intesa. Credo che da questo punto di vista la relazione introduttiva di Montanari al Brancaccio è stata molto buona, sia per contenuti sia per l’orizzonte del progetto, un’ottima base.
Poi debbono moltiplicarsi in modo strutturato assemblee territoriali in tutta Italia per mettere le radici a questa lista. Queste cose vanno fatte subito, senza aspettare un minuto di più, senza farsi inscatolare da una cosa vecchia e sbagliata come quella di piazza S.Apostoli. A Montanari e Falcone dico di andare avanti.
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I tempi appunto. Indipendentemente dalla data del voto non siete già in ritardo?
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Certo. Sta cosa doveva partire cinque anni fa dopo il disastro del governo Monti, ma SEL e altri di sinistra non ci diedero retta.
Avevamo una possibilità anche subito dopo le elezioni Europee, quando la lista che avevamo composto superò il 4%.
Si doveva lanciare una campagna di adesioni per trasformare la lista in progetto politico. Oggi saremmo stati in grado di non porci il problema della soglia di sbarramento.
Sinistra Arcobaleno e Rivoluzione Civile insegnano che le somme matematiche di sigle realizzate all'ultimo minuto non servono a niente.
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Liste e programmi come vanno scelti?
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Li devono scegliere dal basso gli aderenti. Ma deve nascere subito uno spazio, filar dietro a Pisapia e D’Alema è una perdita di tempo.
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Lei è segretario di Rifondazione Comunista da tre mesi. Come ha trovato il suo partito?
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Rifondazione è un vero elemento di alterità in un paese di voltagabbana.
Nove anni fuori dal parlamento e resistiamo ancora, certo rimaneggiati, ma resistiamo senza chiuderci in noi stessi.
Questo partito ha aperto le sue porte a diversi tipi di vertenze, da quelle sui beni comuni a quelle sul lavoro e i diritti sociali. Rifondazione è una risorsa per costruire una sinistra alternativa alle politiche disastrose degli ultimi anni.
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