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03.02.2018

 

COMUNICATO STAMPA

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, candidato di Potere al Popolo, dichiara:

 

«Quanto accaduto in queste ore a Macerata dimostra che siamo alla barbarie, che ormai in questo Paese c’è chi pensa di potersi fare giustizia da solo, tirando al bersaglio contro persone di colore, dopo aver fatto il saluto nazista…Siamo al far west, al razzismo più bieco sdoganato come nulla fosse. Siamo vicini ai feriti. Aspettiamo una parola di conforto anche dal razzista Salvini: temo non arriverà. Perchè non possono arrivare parole di buon senso e umanità da chi alimenta ogni giorno questa cultura dell’odio e della xenofobia. Si dirà che questo fascista è solo uno squilibrato, ma a fomentare queste persone sono quei Salvini e Meloni la cui propaganda è indistinguibile da Casa Pound e Forza Nuova».

Marco Revelli

 

Di colpo, il buio. A Macerata, ieri, siamo caduti in uno dei punti più oscuri della nostra storia recente. Di quelli in cui sembrano materializzarsi i peggiori incubi, da «scene di caccia in Bassa Baviera». Il folle tiro al bersaglio su base etnica, i corpi che cadono uno dopo l’altro, la corsa dell’auto alla ricerca di nuove vittime di colore, la città paralizzata, rinchiusa in casa, tutto questo ci dice che un nuovo gradino dell’orrore è stato sceso.

 

Non è il primo caso di violenza sanguinosa di tipo razzista: il 13 dicembre del 2011, in Piazza Dalmazia a Firenze, due giovani senegalesi,  Samb Modou e Diop Mor, caddero sotto i colpi della 357 Magnum di Gianluca Casseri, un fascista di Casa Pound che poco dopo, braccato dalla polizia, si suicidò. Ed è di appena un anno e mezzo fa l’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi, nigeriano, massacrato a botte da un energumeno di estrema destra mentre cercava di difendere la fidanzata a Fermo, non molto lontano da Macerata.

 

Ma questo di Macerata sta ancora un passo oltre. Per la modalità e il movente del fatto: l’intento di vendicare l’atroce morte di Pamela Mastripietro, secondo le cadenze tipiche del linciaggio nell’America dell’apartheid, colpendo indiscriminatamente i presunti compatrioti del presunto assassinio (e dimenticando, fra l’altro, che la rapidissima cattura di questo si deve alla preziosa testimonianza non di un italiano ma di un africano).

 

Per le caratteristiche del protagonista, ancora un fascista, candidato senza fortuna nella Lega, ma prima già vicino a Forza nuova e Casa Pound come Casseri, che però a differenza di quello non si è suicidato ma ha inscenato una teatrale rappresentazione, salendo sulla base del monumento ai caduti avvolto nel tricolore, quasi a lanciare un proclama alla nazione. Prontamente accolto, d’altra parte, da un impressionante seguito sui social, ed è questo il terzo fattore che colloca Macerata «oltre»: energumeni della tastiera che invocano «Luca Traini Santo Subito», invitano a fare altrettanto e proclamano che «questo non è che l’inizio» scaricando su «chi apre le porte all’invasione» degli africani la colpa sia dell’uccisione di Pamela che della reazione del «giustiziere» di Corridonia. Un argomento quest’ultimo, sostanzialmente in linea con le prime esternazioni di Matteo Salvini, che nel segno di una feroce campagna d’odio sta conducendo il proprio giro elettorale.

 

Non possiamo più ignorarlo. Macerata non è un fatto isolato. Né semplicemente opera di un disadattato. Macerata si inserisce in un quadro spaventosamente degradato. Ci parla di un vero sfondamento antropologico del nostro Paese. Viene dopo le oscene esternazioni della sindaca di Gazzada sul giorno della memoria nella terra del leghismo. Dopo la pubblicazione in rete di un aberrante fotomontaggio in cui la testa mozzata della Presidente della Camera Boldrini appare sotto la scritta  «Sgozzata da un nigeriano inferocito, questa è la fine che deve fare così per apprezzare le usanze dei suoi amici», e dopo il rogo del manichino che la rappresentava, da parte dei «giovani padani» di Busto Arsizio. Dopo un lungo rosario di dichiarazioni, atti, ordinanze di sindaci leghisti, sfregi da parte di squadristi fascisti di cui si va perdendo il conto.

 

Macerata ci dice che l’azione dei tanti «imprenditori dell’odio» in felpa o in camicia bianca, sta tracimando oltre il terreno delle propaganda, e generando vere e proprio azioni terroristiche. Perché quello che si è visto a Macerata è in senso proprio un episodio di terrorismo, non diverso da quelli organizzati dall’Isis o dai suoi cani sciolti a Barcellona, Londra o Bruxelles, con le persone inermi fatte bersaglio e le città chiuse nel terrore. Come tale va trattato l’attentatore di Macerata. E come tale il mondo democratico dovrebbe trattare l’evento, organizzando subito una risposta di massa, lì dove il fatto è avvenuto, mobilitando chi ancora crede che quella deriva possa essere arrestata. E che la notte della memoria non è del tutto caduta su di noi. Se non ora, quando?

 

Moni Ovadia

 

Il senato della Polonia ha approvato con larga maggioranza la legge 104 che, qualora firmata dal presidente della repubblica, Andrzej Duda, punirebbe penalmente, fino a tre anni di carcere chiunque sostenga complicità polacche nello sterminio nazista o neghi i crimini dei nazionalisti ucraini di Bandera contro i polacchi.

 

Il senato della repubblica polacca è dominato dal partito ultraconservatore Diritto e Giustizia (Pis) del leader Jaroslaw Kaczynski. La legge è evidentemente improntata ad una sorta di delirio revisionista storico.

 

Che da sempre, ma in particolare dall’89, dal crollo del «socialismo reale» in avanti si è sviluppato con crescente virulenza nei paesi dell’ex blocco sovietico orientale, ma non solo.

 

Ora, al di là della fattispecie della legge approvata in Polonia sarebbe interessante capire cosa il fenomeno culturale e politico rappresenti, quali ne siano le caratteristiche e cosa esso significhi nel contesto di un’Europa unita.

 

Questo revisionismo appartiene chiaramente alla sottocultura delle destre estreme, ultra nazionaliste e fascistoidi e, non di rado conseguentemente antisemite ma non necessariamente anti-israeliane.

 

Si origina nel concetto fondamentale di ontologica innocenza della propria gente. I colpevoli sono sempre gli altri (in questo caso gli ucraini, che vengono accusati di essere stati collaborazionisti dei nazisti. E i polacchi invece no?).

 

Ne consegue l’ assunto che i nostri morti sono santi, quelli degli altri no. In Italia, per esempio, questo sentiment ha preso la nota e frusta forma del «italiani brava gente».

 

Il revisionismo revanscista si caratterizza per un furioso anticomunismo viscerale per il quale chiunque sia di sinistra o supposto tale è come se fosse Lenin in persona.

 

Il fascismo, in forma di nostalgia per i bei tempi andati o per vocazione mai estinta è sempre presente almeno sottotraccia. Ma appaiono sotto forme e maschere «nuove», come ha denunciato l’Appello presentato ieri al Museo della Liberazione di Roma.

 

I «mai morti» della passione nera riemergono in questa temperie sia per la crisi sociale profonda che rischia di non trovare risposte a sinistra, sia perché il processo di defascistizzazione dell’Europa non è mai stato realmente e autenticamente voluto. In primis anche per volontà dei governi degli Stati uniti di cui l’Europa occidentale è sempre stata fedele e servile alleata.

 

E dopo il crollo del muro di Berlino anche quella orientale si è più che allineata e ben prima di entrare nell’Ue, è passata con entusiasmo da neofita sotto l’ombrello della Nato che irresponsabilmente si allarga sempre più ad Est.

 

Questa alleanza militare – si illudeva qualcuno – avrebbe via via perso funzione con la fine della Guerra fredda, invece si è rinforzata e attizza nuovi conflitti (Georgia, Ucraina ecc…) perché la guerra fredda è stata sempre più un pretesto per affermare l’egemonia assoluta di un unica superpotenza occidental-atlantica.

 

I paesi dell’Est-Europa del blocco di Vysegrad, i più entusiasti e partecipi di questo assetto geopolitico, rappresentano ormai una nuova frattura, tra le tante, dell’Unione europea, erigendo muri e srotolando nuove matasse di fili spinati contro la disperazione dei migranti, ma anche contro lo stato di diritto, sul controllo delle libertà interne, della stampa e perfino della magistratura.

 

E l’Unione europea che fa?

 

Nano politico, privo di un orizzonte unico nel campo della politica estera, incapace di difendere i propri principi è stato a guardare mentre morso a morso, proprio gli ultimi arrivati nell’Unione, sbranavano l’idea democratica e inclusiva fondativa, e insieme il senso stesso di Europa Unita: la ripulsa di ogni nazionalismo, che per sua natura cerca nemici da dare in pasto ai propri sostenitori e così si alimenta dell’odio per l’altro e per le minoranze interne sempre sospettate di essere quinta colonna dello straniero.

 

Ovviamente per dare autorevolezza alla propria chiamata alle armi la destra nazional-revisionista deve attaccare anche i propri omologhi ultranazionalisti di altri paesi e questo spiega l’altro articolo di legge, punitivo dei nostalgici di Bandera, il filo-nazista ucraino durante la Seconda guerra mondiale.

 

In tutto ciò la posizione più ambigua e debole mi pare purtroppo quella che viene da Israele.

 

Basta ascoltare il premier israeliano Netanyahu, il quale essendo ultranazionalista, revisionista – è arrivato ad incolpare i palestinesi per la Shoah – reazionario, razzista e segregazionista (vedi il suo governo in carica), accusa ora di negazionismo la Polonia, che in realtà è stata finora ed è la sua migliore alleata, come il suo interlocutore Kaczynski e come del resto il fraterno sodale ungherese Viktor Orbán.

 

01.02.2018

 

Potere al Popolo non sarà presente sulle schede elettorali degli italiani residenti in Europa. Non siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo delle 500 firme necessarie. Abbiamo deciso di sporgere denuncia penale, perché crediamo di aver assistito ad un’inaccettabile negazione dei diritti politici degli italiani all’estero. Discriminazione nel numero di firme da raccogliere rispetto al territorio nazionale, assenza ed impreparazione del personale consolare, intimidazioni per aver organizzato dei semplici volantinaggi al di fuori delle sedi diplomatiche italiane: nei prossimi giorni sarà pronto un dossier completo di tutti gli episodi verificatisi.

In ogni caso la campagna politica con e tra gli italiani all’estero non si ferma: già in programma iniziative per il prossimo mese. E intanto continuano a nascere gruppi di Potere al Popolo nelle città di tutta Europa!

 

La raccolta delle firme per presentare la lista di Potere al Popolo nella circoscrizione estero Europa era fin dall’inizio emersa come una follia nella follia – ma era una sfida che abbiamo affrontato con coraggio ed entusiasmo. Grazie ad un’impressionante mobilitazione dal basso, abbiamo depositato i moduli e raccolto firme in più di venti città europee – da Madrid a Mosca passando per Barcellona, Berlino, Londra, Parigi, Dublino, Budapest, Zurigo, Bruxelles, dando vita ad un network di gruppi di Potere al Popolo all’estero che offre finalmente nuove prospettive di partecipazione politica a tant* che per troppo tempo sono stati abbandonati e tagliati fuori dalla politica italiana. Siamo molto fieri degli sforzi fatti e del risultato ottenuto: 400 firme di iscritti AIRE raccolte in soli dieci giorni! Vorremmo innanzitutto ringraziare tutte e tutti individualmente, perché sappiamo bene i salti mortali che hanno dovuto fare per andare ad apporre una “semplice” firma!

 

Perché gli ostacoli politici e burocratici che ci siamo trovati ad affrontare si sono rilevati ostici al di là di ogni possibile immaginazione. Già la settimana scorsa, avevamo denunciato l’emergenza democratica che stava caratterizzando la raccolta delle firme per la presentazione della lista nella circoscrizione estero – Europa https://poterealpopolo.org/i-diritti-negati-degli-italiani-allestero/.

 

Ci siamo trovati a dover raccogliere l’assurda cifra di di 500 firme – senza alcuna sforbiciata del numero totale necessario, differentemente da quanto accaduto invece per il territorio italiano. Forse gli italiani all’estero sono cittadini di serie B?

 

Inoltre, non era possibile organizzare alcun banchetto pubblico o raccogliere le firme al di fuori dei consolati generali e delle agenzie consolari, unici luoghi utili. La Costituzione italiana non dice forse che compito della Repubblica è rimuovere gli ostacoli che impediscono l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese? È forse garantita tale partecipazione a cittadini che devono percorrere centinaia di kilometri – e sostenere a volte spese di centinaia di euro – per andare ad apporre semplicemente una firma? È esattamente quanto verificatosi in tutta Europa, considerato che i consolati si sono quasi sempre rifiutati di inviare messi al di fuori dei consolati stessi.

 

In tanti casi, poi, le persone che si sono recate a firmare appositamente negli orari di aperture dei consolati (assolutamente inaccessibili per chi lavora!) hanno dovuto fare file lunghissime per mancanza di personale agli sportelli preposti. E questo per i fortunati, visto che non sono pochi i casi di chi è dovuto andar via senza possibilità di sottoscrivere la nostra lista, sempre per assenza di personale. Probabilmente il non plus ultra si è raggiunto a Barcellona: nel consolato della città catalana i funzionari non presentavano i moduli validi per il Senato ai cittadini che lì si recavano per firmare per Potere al Popolo! Il risultato è che abbiamo il modulo per la Camera pieno di firme e quello per il Senato vuoto, fatta eccezione per l’unica firma di colui che aveva depositato la modulistica!

 

In alcune città abbiamo addirittura ricevuto intimidazioni quando ci trovavamo a promuovere la possibilità di sottoscrivere la lista fuori dai consolati. Ostacoli intollerabili per chiunque abbia a cuore, nei fatti e non solo in discorsi vuoti e inutilmente retorici, i diritti politici degli italiani all’estero.

 

Alla luce di questa esperienza e dei tanti abusi a cui abbiamo assistito, constatiamo dunque con rabbia che il diritto di partecipazione politica degli italiani all’estero è fortemente compromesso. Abbiamo perciò deciso di affiancare alla denuncia politica anche una denuncia penale che sarà presentata nei prossimi giorni. A breve sarà pronto anche un dossier con i vari episodi che a nostro parere testimoniano una condotta lesiva dei diritti degli italiani all’estero.

 

Considerato che la lista di Potere al Popolo NON sarà dunque presente nella circoscrizione estero – Europa, la follia in Europa finisce qui? Certo che no! Innanzitutto invitiamo chiunque sia temporaneamente residente all’estero (non iscritto AIRE) e volesse votare Potere al Popolo il 4 marzo a tornare a votare in Italia nel comune di residenza, perché chi vota dall’estero potrà votare solo le liste presenti sulle schede delle circoscrizioni estere – e Potere al Popolo, purtroppo, non ci sarà.

 

Per i tanti e le tante che non possono tornare o che sono iscritti all’AIRE, abbiamo già in programma altri modi per continuare a partecipare al processo politico e fare sentire la nostra voce in questa tornata elettorale. Nei prossimi giorni aspettatevi novità su questo fronte! Abbiamo sempre detto che nessun* sarà lasciato solo, che costruiremo comunità e solidarietà laddove oggi c’è solitudine e frammentazione. E non ci fermeremo certamente ai confini nazionali!

 

Dov’era il no faremo il sì!

 

 

 

01.02.2018

 

Un appello al mondo della cultura. Contro le politiche neoliberiste portate avanti dai governi di centrodestra e centrosinistra in questi anni; contro «la barbarie che oggi ha mille volti: il lavoro che sfrutta e umilia, la povertà e l’ineguaglianza, i migranti lasciati annegare in mare, i disastri ambientali, i nuovi fascismi, la violenza sulle donne, la crescente repressione, i diritti negati»

 

Siamo lavoratori della cultura, dell’informazione e della conoscenza. Siamo scrittori, docenti, autori, musicisti, giornalisti, registi, ricercatori, attori, artisti, scenografi, direttori della fotografia, produttori; abbiamo tutti storie personali diverse e diversi percorsi interni alla sinistra. Ma tutti ci siamo ritrovati concordi nello scegliere, oggi, di votare i candidati della lista di «Potere al popolo».

 

Noi firmatari di questo appello votiamo «Potere al popolo» perché ci siamo battuti e continueremo a batterci contro le politiche neoliberiste portate avanti dai governi di centrodestra e centrosinistra in questi anni; contro «la barbarie che oggi ha mille volti: il lavoro che sfrutta e umilia, la povertà e l’ineguaglianza, i migranti lasciati annegare in mare, i disastri ambientali, i nuovi fascismi, la violenza sulle donne, la crescente repressione, i diritti negati».

 

Viviamo il tempo buio di una crisi economica, sociale, ambientale e culturale che apre la strada ad una vera e propria crisi di civiltà il cui emblema è la guerra tra i poveri, il razzismo, la xenofobia.

 

Noi firmatari di questo appello votiamo «Potere al popolo» perché ci battiamo per la costruzione di una sinistra basata sulla connessione tra diversi soggetti del conflitto e culture critiche, che coinvolga persone, associazioni, partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale, culturale e politica, antiliberista e anticapitalista; una sinistra che in tutti questi anni si è battuta contro le ingiustizie e lo sfruttamento, la demolizione della democrazia, dei diritti sociali e civili, contro la mercificazione della cultura, dei diritti, della vita, per la piena applicazione della Costituzione; una sinistra che non si è mai arresa; una sinistra che non ha rinunciato ad elaborare un pensiero forte, che non ha rinunciato alla sfida per l’egemonia e alla costruzione di un nuovo senso comune alternativo al pensiero unico neoliberista. Pensiero unico che l’intera gamma della comunicazione ha costruito in anni e anni di lavoro determinando una ormai generalizzata sfiducia e «insofferenza» nei confronti della politica e delle istituzioni, che produce rifiuto senza la forza di proposte di cambiamento.

 

Noi firmatari di questo appello votiamo «Potere al popolo» perché ci riconosciamo nell’alternativa di società che propone: una società fondata sulla dignità e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, sull’eliminazione di ogni discriminazione, sull’affermazione dei diritti delle donne, sul principio di eguaglianza sostanziale, sulla riconquista dei diritti sociali e civili, sulla salvaguardia del patrimonio ambientale, culturale ed artistico, sul ripudio della guerra.

 

Noi firmatari di questo appello votiamo «Potere al popolo» perché vogliamo cambiare lo stato delle cose esistenti.

 

Citto Maselli, Moni Ovadia, Francesca Fornario, Paolo Pietrangeli, Fabio Alberti, Carmine Amoroso, Gianluigi Antonelli, Enzo Apicella, Piero Arcangeli, Giorgio Arlorio, Marco Asunis, Manuela Ausilio, Saverio Aversa, Stefano G. Azzarà, Simona Baldanzi, Tiziana Barillà, Mauro Berardi, Cesare Bermani, Luca Bigazzi, Paola Boffo, Susanna Bhome-Kuby, Cinzia Bomoll, Marina Boscaino, Sergio Brenna, Mario Brunetti, Benedetta Buccellato, Paolo Cacciari, Enrico Calamai, Francesco Calandra, Francesco Caruso, Riccardo Cardellicchio, Carlo Cerciello,  Salvatore Cingari, Lorenzo Cini, Paolo Ciofi, Elena Coccia, Gastone Cottino, Wasim Dahmash, Franco D’Aniello, Massimo Dapporto, Fabio de Nardis, Marco Dentici, Pippo di Marca, Enzo di Salvatore, Angelo d’Orsi, Valerio Evangelisti, Amedeo Fago, Paolo Favilli,, Luigi Fazzi, Beppe Gaudino, Alfonso Giancotti, Michele Giorgio, Giovanni Greco, Alexander Hobel, Maria Jatosti, Francesca Lacaita, Maria Lenti, Maria Grazia Liguori, Guido Liguori, Antonio Loru, Fabiomassimo Lozzi, Romano Luperini, Silvia Luzzi, Maicol&Mirco, Lucio Manisco, Danilo Maramotti, Fabio Marcelli, Gino Marchitelli, Eugenio Melandri, Lidia Menapace, Magda Mercatali, Maria Grazia Meriggi, Massimo Modonesi, Francesco Moneti, Giorgio Montanini, Giovanna Montella, Lia Francesca Morandini, Raul Mordenti, Roberto Musacchio, Federico Odling, Federico Oliveri,Federico Pacifici, Marco Pantosti, Vera Pegna, Riccardo Petrella, Pina Rosa Piras,  Sabika Shah Povia, Alberto Prunetti, Stefania Ragusa, Christian Raimo,  Elisabetta Randaccio, Gianfranco Rebucini, Gianluca Riggi, Annamaria Rivera, Annalisa Romani, Maria Letizia Ruello, Mimma Russo, Nino Russo, Giovanni Russo Spena, Arianna Sacerdoti, Carla Salinari, Cesare Salvi, Edoardo Salzano, Antonio Sanna, Angela Scarparo, Marino Severini, Alessandro Simoncini, Ernesto Screpanti, Paolo Sollier, Massimo Spiga, Stefano Taglietti, Angelo Tantaro, Enrico Terrinoni, Mario Tiberi, Stefania Tuzi, Renzo Ulivieri, Pierfrancesco Uva, Fulvio Vassallo Paleologo,  Vauro, Guido Viale, Imma Villa, Lello Voce, Annalisa Volpone, Pasquale Voza, Giulia Zoppi.

 

Per adesioni: maselli.citto@fastwebnet.it

Roberto Ciccarelli

 

30° rapporto Eurispes: più del 50% ne sovrastima la presenza. Ritratto di un paese dove i penultimi fanno la guerra agli ultimi.

 

 

 

Smontare le fake news che alimentano la propaganda contro i migranti e per il rafforzamento delle politiche securitarie. Per di più in campagna elettorale dove le destre razziste e liberiste sono lanciatissime. Succede nel trentesimo rapporto Euripses, pubblicato ieri da cui risulta che più della metà del campione interpellato «sovrastima» la presenza di immigrati nel nostro Paese.

 

PARTIAMO DAI DATI conosciuti. Gli stranieri residenti in Italia sono oltre 5 milioni, pari all’inizio del 2017 all’8,3% della popolazione residente. Se agli stranieri regolari si sommano quelli che la legge «Bossi Fini» definisce «clandestini (tra le 500-800 mila unità) si arriva al massimo al 10% sulla popolazione. Ancor prima delle politiche, discutibilissime di Minniti, secondo l’Istat le immigrazioni si sono ridotte del 43% Negli ultimi dieci anni, passando da 527mila nel 2007 a 301mila nel 2016. La percezione di questa realtà è completamente diversa grazie al ruolo propagandistico a favore del neo-razzismo di molti media e delle conseguenti decisioni della politica «democratica» che cerca di inseguire il panico mediatico con strumenti che, invece di calmarlo, lo consolidano. Risultato: pur in presenza di dati inequivocabili, il sistema mediatico e quello politico cancellanola realtà della situazione.

 

ECCO I RISULTATI. Per il 35% degli interpellati dall’Eurispes sarebbe presente sul territorio nazionale una quota di stranieri pari al 16% della popolazione totale. Per il 25,4% degli interpellati un residente su quattro in Italia sarebbe non italiano. La realtà è, invece, un’altra. L’incidenza di stranieri sulla popolazione è, come detto, all’incirca del 10%. Il problema è che lo sa solo il 28,9% degli interpellati. Va un po’ meglio il dato sulla conoscenza di quanti cittadini stranieri di religione musulmana sono presenti nel nostro paese: il 31,2% è consapevole che si tratta di una quota minima: allo stato è il 3%. In tutti gli altri casi (68,7%) gli interpellati rivelano una percezione distorta di una presenza in fondo molto minoritaria. Per non parlare della presenza in Italia di immigrati di origine africana. Stando alla rilevazione risulta che solo il 15,4% degli italiani è consapevole del fatto che la loro presenza è esigua rispetto alla popolazione residente (l’1,7%). Non si conosce esattamente nemmeno da quale nazione africana provengano queste donne e uomini. Per il 27,4% degli interpellati arrivano dall’«Africa del Nord». In realtà, le statistiche riportano un dato del tutto diverso: i cittadini arrivati da questa zona sono meno della metà: solo il 12,9% degli stranieri in Italia.

 

QUESTI DATI sono già emersi nel lavoro della commissione «Jo Cox», istituita alla Camera, e sono stati citati nel quindicesimo «Rapporto Diritti globali 2017», curato da Sergio Segio. Qui si è appreso che l’Italia è il paese con il più alto tasso di ignoranza sullo stato dell’immigrazione. La maggioranza pensa che gli immigrati siano il 30% della popolazione, anziché l’8%, e che i musulmani siano il 20%, mentre sono solo il 3%. Sui richiedenti asilo la situazione è la seguente: nel 2016 sono stati registrati in Italia 123.600 richiedenti asilo. Nel 60% dei casi la loro richiesta è stata respinta. In Germania sono stati 722.300, il 60% del totale all’interno dell’Ue. Alla faccia dell’invasione.

 

QUESTO SENSO COMUNE è alimentato dal «razzismo istituzionale e democratico», che ha gradatamente permeato la società italiana impedendo – anche a causa della gestione politica timorosa del Pd e del governo Gentiloni, l’approvazione di una misura molto condizionata di «ius soli». Secondo l’Eurispes solo il 17,7% degli interpellati conosce i contenuti della proposta. E solo il 17,7% la associa non solo alla nascita, ma anche alla frequentazione della scuola italiana. In realtà la prima proposta risale al 1992 e prevedeva che chiunque nasca in uno Stato ne ottenga automaticamente la cittadinanza.

 

DAL RAPPORTO EURISPES emerge, in generale, il ritratto di un paese deluso e confuso,tradito da un «sistema» che non riesce più a garantire crescita,stabilità, sicurezza economica e prospettive per il futuro. In questo paese quattro persone su 10 arrivano a fine mese usando i risparmi e solo il 30,5% riesce a far quadrare i conti. Il 18,7% riesce a risparmiare, mentre il 29,4% ha difficoltà a pagare le utenze. Inoltre, il 23,2% ha difficoltà ad affrontare spese mediche, il 25,4% a sostenere il mutuo e il 38% a pagare l’affitto.

 

È IL RITRATTO di un paese dove i penultimi odiano gli ultimi e il «sistema» contrappone poveri a disperati, giovani a genitori, attivi a pensionati.

 

Comunicato stampa

Sì Toscana a Sinistra

30 gennaio 2018

 

Pace e diritti umani. Approvata mozione di Sì Toscana a Sinistra: “Fermare e condannare bombardamenti Turchi su popolo kurdo, in prima fila contro l’Isis”.

 

 

Dopo il voto in Consiglio comunale a Firenze, anche il Consiglio regionale della Toscana ha approvato all’unanimità una mozione presentata da Sì-Toscana a Sinistra che impegna la Regione ad attivarsi presso il Governo Italiano per promuovere in tutte le sedi istituzionali opportune, dall’Unione Europea al Consiglio d’Europa fino alla Nato, la ferma condanna e la cessazione degli attacchi turchi nei confronti della popolazione kurda del cantone di Afrin e dell’intero Rojava in Siria, e il ripristino delle libertà democratiche.

 

“La Turchia - spiegano i consiglieri Tommaso Fattori e Paolo Sarti - con l’alibi della lotta al terrorismo usa l’esercito per sterminare la popolazione kurda, quando sono stati propri i kurdi, in questi anni, ad essere in prima linea contro l’Isis.”

 

“Lo scorso 20 gennaio la Turchia, con l’offensiva militare paradossalmente denominata 'Ramoscello d’Ulivo', ha violato la sovranità territoriale siriana, attaccando senza alcuna motivazione e giustificazione il cantone kurdo di Afrin, nel nord ovest della Siria”.

 

“E’ gravissimo che il presidente turco Erdogan abbia dichiarato di voler estendere l’offensiva militare a tutto il territorio abitato dai kurdi nel nord della Siria. La Comunità internazionale non può stare a guardare. L’aggressione militare della Turchia rappresenta un vero e proprio crimine contro l’umanità. Quest’aggressione militare -ricordano ancora i consiglieri- va ad aggiungersi alle distruzioni delle città kurde in Turchia, al massacro di centinaia di civili, alla destituzione e all'arresto di numerosi sindaci ed eletti locali in atto fin dal 2015”.



Segreteria Sì Toscana a Sinistra

Consiglio Regionale della Toscana
Via Cavour, 4 - Firenze
 

30/01/2018

 

RETE DELLE “CITTA’ IN COMUNE”

 

La Rete delle città in comune: rilanciamo questa esperienza con nuove iniziative, strumenti e appuntamenti. Ad Aprile un incontro nazionale a Firenze e nelle prossime settimane la piattaforma informatica

 

30 gennaio. La Rete delle Città in Comune - a seguito della propria assemblea nazionale - prosegue e rilancia la propria attività, nella convinzione della necessità di ampliare quello spazio pubblico che essa ha provato a costruire in questi mesi, aperto ad un “municipalismo” civico, partecipato e di sinistra che possa rappresentare un alternativa a identitarismi e logiche securitarie, secondo quel concetto di democrazia diffusa che gli enti locali rappresentano o dovrebbero rappresentare.

 

Per questo la Rete guarda alle prossime scadenze elettorali nazionali ponendo gli stessi contenuti che l’hanno nel merito sempre contraddistinta e vista realizzare – da sola o insieme ad altri – appuntamenti diffusi in ogni parte d’Italia: dal no alla deriva dei DASPO urbani e ai decreti Minniti Orlando, alla battaglia contro il Fiscal Compact e pareggio di bilancio, TTIP e CETA, ad iniziative svoltesi nei mesi scorsi della carovana “le piazze dell’alternativa” sui principali temi nazionale: diritto alla casa, contro la svendita del patrimonio pubblico, per la difesa del ruolo e dell’autonomia (anche fiscale ed economica) degli enti locali, ecc.

 

Tutte tematiche e impegni che saranno ripresi con iniziative ad hoc e con un primo appuntamento che si svolgerà all’inizio di aprile a Firenze. Una occasione e di confronto per supportare anche le tante esperienze che saranno impegnate a maggio nelle elezioni amministrative in alternativa alle destre, 5 stelle e centro sinistra

 

Il tutto nella consapevolezza che i territori, gli enti locali, siano stati fra le “vittime”  (così come la stragrande maggioranza dei cittadini) delle politiche di austerity e di 25 anni pensiero unico neo liberista, portato avanti tanto dal centro-destra quanto dal centro-sinistra. L’appuntamento di Firenze sarà anche una occasione per rilanciare nuovi temi e campagne: dalla "parità di salario a parità di mansione" nei contratti dell'amministrazione e delle sue partecipate anche in presenza di esternalizzazioni, l’applicazione della sentenza della corte costituzionale contro il pareggio di bilancio a favore dei servizi essenziali, e molti altri.

 

Inoltre potrà cominciare effettivamente ad essere utilizzata la piattaforma informatica che è stata predisposta, aprendola a nuove funzioni e a nuove realtà, sulla quale poi in autunno è già in calendario un altro appuntamento.

 

Andrea Fabozzi

 

Sinistra. Raccolte oltre 40mila firme. Viola Carofalo: «Siamo gli unici che non rischiano di sciogliersi prima delle elezioni»

 

Superato l’ultimo ostacolo in un collegio della circoscrizione Sicilia 1, è adesso ufficiale che alle elezioni del 4 marzo ci sarà anche la lista di sinistra Potere al Popolo! Liste e firme vengono consegnate stamattina alle 11.30 nelle corti d’appello, l’annuncio diffuso ieri ai militanti in giro per l’Italia è già di festa: «Portate i moduli, lo spumante, i dolci, le bandiere, le trombette, fate venire le persone da tutta la regione, trasformiamo un atto burocratico in una grande presa di parola collettiva». Servivano poco più di 25 mila firme, ne hanno raccolte in pochi giorni più di 40mila.

 

Nata a Napoli in un’assemblea del centro sociale Je so’ pazzo la notte successiva al definitivo fallimento delle assemblee del Brancaccio, la proposta di una lista che tenesse assieme movimenti e partiti della sinistra radicale è cresciuta attraverso 150 assemblee territoriali e l’adesione di Rifondazione comunista, Partito comunista italiano, Sinistra anticapitalista e rete Eurostop. Il nome riprende lo slogan con il quale il centro sociale napoletano conclude da tempo si suoi comunicati – richiamo al motto all power to the people del Black panther party – il simbolo è tutto nuovo. «Ce ne avevano proposto uno incredibile che aveva dentro tutto: la bandiera italiana, la parola sinistra, un pugno, una stella e la falce e martello. Uno dentro l’altro, sembrava disegnato da Escher», raccontano i militanti napoletani. Che hanno fatto di testa loro.

 

L’invito alle assemblee è stato invece quello di scegliere i candidati nelle liste senza votazioni, ma con la discussione. Qualche volta ci si è persino riusciti. «Mentre tutte le forze politiche dal Pd a Liberi e Uguali litigano sulle candidature per spartirsi tra ceti politici le poltrone in palio – dice Viola Carofalo, portavoce che per la legge elettorale è il capo politico della lista, ma che non sarà neanche candidata – mentre i cinque stelle dimostrano ancora una volta la mancanza di democrazia delle parlamentarie, noi, che abbiamo iniziato dal basso e senza mezzi, siamo riusciti in pochissimi giorni a raccogliere le firme e a elaborare le candidature che vengono soprattutto dalle vertenze e dalle lotte del territorio».

 

Negli elenchi, maggioranza di donne capolista nel proporzionale alla camera, 35 (il 56%) contro 28 uomini (44%). Tra le candidate la partigiana e pacifista Lidia Menapace a Trento, a Verona Patrizia Buffa, impegnata nelle lotte contro le mafie, Stefania Iaccarino nel Lazio, protagonista della vertenza contro Almaviva, Nicoletta Dosio, storica attivista No Tav, capolista nel plurinominale in Piemonte 2. Altri candidati di movimento sono Giovanni Ceraolo che viene dalle lotte per la casa a Livorno e Gianpiero Laurenzano, impiegato di banca impegnato nel Clash city workers, Giuseppe Aragno, professore di storia che correrà a Napoli nel collegio del Vomero dove Renzi ha schierato Paolo Siani. I segretari di Rifondazione Maurizio Acerbo e del Pci Mauro Alboresi sono capolista rispettivamente a Roma e in Emilia Romagna 3. Giorgio Cremaschi in Campania 1.

 

«Abbiamo scelto i nostri candidati alla luce del sole – dice ancora Viola Carofalo – per condividere con tutti le scelte e le ragioni del programma. Siamo l’unica lista che non rischia di sciogliersi prima ancora di iniziare la campagna elettorale». La soglia di sbarramento del 3% sembra lontanissima, anche se il fatto di essere ostinatamente esclusi da ogni sondaggio autorizza almeno a sognare. «Se andrà male avremo fatto comunque un passo in avanti, messo in contatto realtà di movimento che non si conoscevano, imparato a fare cose che prima non sapevamo fare. E non finisce qui».

 

Enzo Collotti

 

Quest’anno il Giorno della Memoria coincide con la ricorrenza dell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi contro gli ebrei dell’Italia fascista. Promulgazione ad opera di quel sovrano Vittorio Emanuele III al quale, se non altro per questa ragione, devono essere precluse le porte del Pantheon.

 

Come giustamente ricorda una importante pubblicazione edita l’anno scorso in Germania per gli ottanta anni dalle leggi di Norimberga, fu una iniziativa tutta italiana senza che vi fosse alcuna pressione da parte del Reich nazista, come si ostina a ripetere qualche tardo estimatore di Benito Mussolini.

 

Tutto quello che si può dire in proposito è che nell’Europa invasa dall’antisemitismo, l’Italia fascista non volle essere seconda a nessuno, ossessionata come era, fra l’altro, dallo spettro della contaminazione razziale.

 

Frutto avvelenato dell’appena conquistato impero coloniale e della forzata coabitazione con i nuovi sudditi africani.

 

Come tutti i neofiti, anche il razzismo fascista ebbe il suo volto truce. La «Difesa della razza», l’organo ufficiale del regime che ebbe come segretario di redazione Giorgio Almirante, ne forniva la prova in ogni numero contraffacendo le fattezze fisiche degli ebrei o rendendo orripilanti quelle delle popolazioni nere.

 

Il tentativo di fare accreditare l’esistenza di una razza italiana pura nei secoli aveva il contrappasso di dare una immagine inguardabile delle popolazioni considerate razzialmente impure. L’arroganza della propaganda non impedì che essa facesse breccia in una parte almeno della società italiana e ancora oggi non è detto che essa si sia liberata dall’infezione inoculata dal fascismo, come stanno a dimostrare piccoli, ma numerosi episodi che si manifestano, e non solo negli stadi.

 

Non bisogna fra l’altro dimenticare che non solo tra il 1938 e l’8 settembre del 1943 l’odio razziale ebbe libero corso, ma che dopo l’armistizio e l’occupazione tedesca la caccia agli ebrei divenne uno dei principali motivi dell’esistenza della Repubblica Sociale neofascista.

 

In nome della purezza della razza il regime costrinse a fuggire o mise in campo di concentramento ebrei che in altre parti d’Europa si erano illusi di trovare un rifugio non precario entro i confini italiani; ma costrinse all’emigrazione scienziati e intellettuali italiani, privando il Paese di una componente culturale che, nella più parte dei casi, non avrebbe fatto ritorno in Italia neppure dopo la liberazione anche a causa degli ostacoli non solo burocratici alla reintegrazione di quanti erano stati costretti a espatriare e che per tornare a esercitare il proprio ruolo in patria non avrebbero potuto contare su nessun automatismo.

 

Le leggi contro gli ebrei costituirono un’ulteriore penetrazione del regime nel privato dei cittadini: il divieto dei matrimoni con cittadini ebrei; l’espulsione degli ebrei come studenti ed insegnanti dalle scuole e dalle università; l’espulsione degli ebrei dalla pubblica amministrazione.

 

Di fatto, ma anche di diritto, si venne a creare una doppia cittadinanza con cittadini di serie A e cittadini di serie B, preludio dell’ostracismo generalizzato sancito dalla Repubblica Sociale che proclamò semplicemente gli ebrei cittadini di stati nemici, quasi a dare la motivazione non solo ideologica per la parteicpazione italiana alla Shoah.

 

Ancora oggi è difficile dare una valutazione sicura delle reazioni della popolazione italiana alle leggi razziali. Le azioni di salvataggio compiute dopo l’8 settembre non devono ingannare a proposito dei comportamenti che si manifestarono prima dell’armistizio.

 

Gli stessi ebrei non si resero esattamente conto della portata delle leggi razziali. Il fanatismo della stampa, in particolare nella congiuntura bellica in cui gli ebrei vennero imputati di tutti i disastri del Paese, andava probabilmente oltre il tenore dello spirito pubblico che oscillava tra indifferenza e cauto plauso, aldilà del solito stuolo dei profittatori.

 

Le autorità periferiche non ebbero affatto i comportamenti blandi che qualche interprete vuole tuttora addebitare loro. Il conformismo imperante coinvolse la più parte della popolazione. Il comportamento timido, più che cauto, della Chiesa cattolica non incoraggiò in alcun modo atteggiamenti critici che rompessero la sostanziale omogeneità dell’assuefazione al regime.

 

A ottanta anni di distanza la riflessione su questi trascorsi è ancora aperta e si intreccia con alcuni dei nodi essenziali della storiografia sul fascismo (per esempio la questione del consenso).

 

È una storia che deve indurci ad approfondire un esame di coscienza collettivo alle radici della nostra democrazia e a dare una risposta a fatti che sembrano insegnarci come la lezione della storia non sia servita a nulla se è potuto accadere che il presidente del tribunale fascista della razza diventasse anche presidente della Corte Costituzionale della Repubblica.

 

“Quelli che il fascismo ha fatto molte cose buone”, dal blog di Paolo Ferrero sul Fattoquotidiano.it

 

Nella Giornata della memoria non possiamo che registrare un drammatico avanzamento del revisionismo storico. Non è tanto un fenomeno accademico o colto, ma uno sdoganamento di fatto del fascismo e del nazismo che passa attraverso i media e comincia a farsi largo nel senso comune di massa.

 

Questo drammatico revisionismo storico diffuso è il frutto di due distinte narrazioni a cui i media hanno dato largo spazio in questi anni.

La prima è quella condotta dalle forze neofasciste che oggi si mascherano dietro “la difesa della patria della civiltà occidentale dall’invasione degli immigrati”. Nella vulgata di questa destra estrema, il fascismo ha fatto molti errori – guerra in primis – ma ha anche fatto molte cose buone. Matteo Salvini dice che il fascismo ha fatto le bonifiche, altri si allargano ai treni in orario per arrivare al welfare e così via. In genere si tratta di bufale clamorose visto che il fascismo produsse una decisa riduzione dei salari reali dei lavoratori italiani e che le elemosine di Stato non compensavano la politica di bassi salari che tenne l’Italia in una condizione di drammatica povertà. Il punto di offensiva accarezzata dai media è però ripetuto all’infinito: non tutto era cattivo.

 

La seconda offensiva culturale è quella liberale, che va avanti da anni e che tende ad equiparare i fascismi con il comunismo. Dai libri neri in avanti la cultura liberaldemocratica ha operato con determinazione degna di miglior causa a gonfiare le cifre dei morti – tra un po’ all’Unione Sovietica verranno addebitate anche i 20 milioni di morti che il popolo russo ha avuto nella lotta contro il nazifascismo – per dire che in fondo Hitler e Stalin pari erano. Il risultato di questa equiparazione – fatta per costruire una narrazione in cui solo il capitalismo liberale è positivo per l’umanità – è evidentemente che il nazismo e l’Olocausto non sono il male assoluto, perché altri sono stati negativi come loro. Da antistalinista convinto, penso che l’equiparazione tra comunismo e nazismo equivale a dire che siamo tutti un po’ cattivi e quindi il nazismo non deve più essere un tabù per il genere umano.

 

Neofascisti razzisti e liberal democratici di ogni latitudine convergono quindi nella costruzione di un discorso pubblico che relativizza la negatività totale del nazismo e del fascismo, aprendo la strada al fatto che il nazismo e il fascismo tornino a rappresentare opzioni politiche dicibili.

 

Nella Giornata della memoria vogliamo quindi denunciare come il revisionismo storico non sia pericoloso perché agitato da piccoli gruppi dichiaratamente neonazisti ma sia molto pericoloso perché è il frutto convergente tra razzisti di ogni ordine e grado e anticomunismo che il pensiero liberale ha profuso a piene mani in questi anni. Mettere sullo stesso piano gli aggressori e i difensori di Stalingrado non è solo una porcheria sul piano storico, è il primo passo per riarmare la belva nazista. Lo diciamo ai tanti sepolcri imbiancati che citano in continuazione Gobetti ma se lo sono completamente dimenticato.

 

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