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il 31 ott 2017
Paolo Ciofi


Il lettino dello psichiatra, suggerito da Eugenio Scalfari, non basta per portare allo scoperto le ferite inferte da Matteo Renzi alla sinistra e alla democrazia. Con l’uomo di Rignano il Pd ha compiuto la sua parabola ed è diventato il partito di un uomo solo al comando: un altro partito padronale schierato sfacciatamente sul fronte del capitale, che usando l’etichetta del socialismo tenta di coprire con la demagogia una politica di destra. Dannosa soprattutto per tutti coloro, uomini e donne, i quali per vivere devono lavorare, ma anche per l’intero Paese.

È una realtà che la comunicazione dominante edulcora o nasconde. D’altra parte, scissa dal sociale, la politica è stata pressoché privatizzata, con il risultato che il mondo del lavoro e i ceti subalterni si sono ritrovati senza un partito che li rappresentasse e li organizzasse. Rigettati nel recinto della prepolitica, oggi vivono in uno stato di sofferenza, di precarietà e di paura, che opportunamente eccitato finirà per favorire Berlusconi e le destre più estreme. Se non si prende atto di questo stato delle cose, a sinistra non si farà alcun reale passo avanti.

Dopo la clamorosa sconfitta nel referendum costituzionale subita dal segretario del Pd, dovrebbe essere chiaro che serve una svolta radicale di prospettiva e di contenuti, facendo piazza pulita del tatticismo elettoralistico. Per costruire la sinistra che non c’è sono necessarie almeno due condizioni. In primo luogo, un progetto di nuova società, che alimenti la speranza di un effettivo cambiamento. E al riguardo noi abbiamo con la Costituzione una bussola preziosa che illumina il cammino, se si bandisce ogni forma di sottovalutazione diffusa anche a sinistra. In secondo luogo, un programma concreto che su tale base affronti le questioni più urgenti e drammatiche del nostro tempo, muovendo dalla condizione di disagio e di sfruttamento in cui milioni di persone, donne e uomini, giovani e anziani, sono costretti a vivere.

Proprio sul programma credo sia necessario concentrarsi in questo momento, spostando l’attenzione dall’inutile e stucchevole chiacchiericcio sui leader o presunti tali, sui personalismi, tatticismi e politicismi, che sono il contrario della politica intesa come impegno e lotta di massa per cambiare la società. Prima i contenuti, poi gli schieramenti: questa dovrebbe essere la regola per dare vita a una lista unitaria come primo passo per la costruzione di una sinistra nuova.

Prioritario in proposito è il tema del lavoro, fattore imprescindibile per assicurare agli esseri umani una vita dignitosa, sul quale la Costituzione del 1948 fonda l’intero edificio della Repubblica democratica ridefinendo i principi di libertà e uguaglianza. E ponendo il problema di un ordinamento sociale diverso da quello dominato dal capitale, in cui l’economia sia posta al servizio degli esseri umani e non viceversa. Se, come recita l’articolo 4, «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto», affermando con ciò l’obiettivo della piena occupazione, allora, di fronte al degrado dei lavoratori retrocessi allo stato di pura merce e alle politiche di “flessibilità” condotte in Italia e promosse dall’Europa, forte si deve alzare la protesta diffondendo la consapevolezza che tutto ciò è anticostituzionale. Fuori dal patto che ci lega come italiani, cittadini della Repubblica democratica.

Ma in pari tempo è urgente definire un piano per il lavoro che metta in sicurezza il Paese dal punto di vista umano e ambientale, da porre a fondamento del programma su cui imbastire la lista unitaria della sinistra. Non si può rinunciare all’obiettivo della piena occupazione, né a un’occupazione stabile e sicura con una«retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» di pari entità tra uomini e donne, e comunque sufficiente ad assicurare un’esistenza «libera e dignitosa», secondo il principio che «la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni» (artt. 35, 36, 37). Un obiettivo che va posto con chiarezza su un duplice versante.

Da un lato, di fronte alle drammatiche emergenze con le quali siamo costretti a misurarci ogni giorno, finalizzando l’occupazione a un piano rivolto alla tutela del territorio, al riassetto idrogeologico della penisola, al rinnovamento e alla manutenzione degli edifici scolastici e di tutte le infrastrutture indispensabili al buon vivere della società, puntando sul risparmio energetico e sulla riduzione delle emissioni inquinanti. Dall’altro, promuovendo decisamente la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, ciò che comporta una riduzione progressiva dei tempi di lavoro per tutti e per tutte, e una qualificazione culturale sempre più elevata degli addetti al ciclo della produzione materiale e immateriale. Quindi, la disponibilità per tutti e per tutte dei saperi, nonché dei mezzi di produzione e di comunicazione, come la Costituzione prevede (art. 42 e 43).

All’obiezione secondo cui, di fronte alla dimensione europea e ai problemi dell’Europa, la Costituzione non incide e non ha rilievo, faccio notare che oggi in tutto il Vecchio Continente come in Italia una domanda non si può più evitare: da che parte stai? Se vuoi stare dalla parte del lavoro e non del capitale, allora la nostra Carta fondamentale è un punto di riferimento ineludibile. E noi italiani dovremmo impugnarla come una tavola di valori da portare in Europa per aprire le porte a una civiltà più avanzata.

Non solo perché è sempre più urgente costruire l’unità dei lavoratori di tutto il continente intorno a obiettivi comuni, come un salario unico europeo e uno standard europeo di welfare. Pena un’ulteriore disgregazione e la moltiplicazione delle guerre tra poveri dagli esiti imprevedibili. Ma anche perché la presenza in Costituzione di principi universali come la pace, l’uguaglianza sostanziale, i diritti sociali va nella direzione di un’altra Europa: non l’Europa delle oligarchie finanziarie, bensì quella dei popoli e dei lavoratori.

30.10.2017 Salvatore Allocca Alla notizia che l’attesa di vita è aumentata di circa 5 mesi, Tito Boeri ha festeggiato ribadendo la necessità di allungare ulteriormente l’età anagrafica di pensionamento portandola a 67 anni. In realtà dietro tale conteggio c’è una “truffa colossale” ai danni delle classi economicamente più deboli. Infatti il dato pubblicizzato si riferisce ad una “media” che non restituisce la concreta realtà della nostra società così come è divisa in classi e non solo per il fattore reddito, ma anche sotto il profilo della salute e quindi della attesa di vita. Insomma in Italia, come nel resto del mondo capitalistico, nemmeno la morte costituisce la “livella” che supera steccati di censo, di ruolo sociale e di vita lavorativa. È insomma un po’ come sul Titanic dove la media dei passeggeri annegati era complessivamente del 52% ma la differenza tra la I e la III classe era di oltre 25 punti. ( per la precisione annegarono il 68% dei passeggeri di III classe ed il 40%di quelli di I). Allo stesso modo con il calcolo della attesa di vita che ha fatto brindare Boeri, ci viene restituita la realtà come se fosse pressoché uguale per tutti mentre presenta differenze sostanziali tra un classe e l’altra. In realtà l’ISTAT non studia l’attesa di vita per condizione lavorativa e reddito, come sarebbe opportuno ai fini di una valutazione del sistema pensionistico, ma esclusivamente in riferimento al livello di istruzione che comunque, anche se non direttamente, rappresenta una “differenza di classe”. Allora sarà bene sapere che tra l’attesa di vita residua all’età di 65 anni (vecchio limite di pensione) c’è una sostanziale differenza tra un laureato ed un bracciante con la licenza elementare. Insomma un laureato che ha tagliato il traguardo dei 65 si aspetta di vivere altri 20 anni tondi tondi, mentre chi ha la sola licenza elementare morirà “statisticamente” 2 anni e 4 mesi prima. Non ostante ciò vanno tutti e due in pensione alla stessa età per far quadrare i conti dell’INPS, ma non certo quelli della giustizia sociale. Se poi si ricorre ai dati del 2000, riferiti direttamente alla attività lavorativa, gli anni di differenza tra un operaio generico ed un professionista salgono a 4 anni e 6 mesi e ciò che più ci fa rizzare i capelli in testa è che nell'universo femminile, che ha subito sul terreno pensionistico l’attacco più pesante, i livelli di retribuzione più bassa hanno subito un peggioramento della attesa di vita in valori assoluti e che quindi per loro, mentre l’attesa di vita si accorcia l’attesa della pensione si allunga. Ma ovviamente per il concetto di giustizia di Boeri vanno tutti in pensione alla stessa età. E Boeri continua a ritenersi soddisfatto aggiungendo un’ultima perla ai suoi ragionamenti affermando che tutto sommato, in Italia, la durata della vita lavorativa non è più lunga che negli altri paesi visto che si comincia a lavorare più tardi e che se si va in pensione troppo presto le pensioni risulterebbero troppo basse. Non sfiora neppure il cervello di questo grande manager pubblico che questo sarebbe un motivo in più per far lavorare meno gli anziani e prima i giovani?

Massimo Serafini, Marina Turi

da Il Manifesto

29.10.2017

Catalogna. La minaccia indipendentista è diventata il nemico perfetto di cui aveva bisogno il governo per continuare indisturbato il massacro sociale e ambientale e le sue politiche di corruzione. L’esile speranza di fermare questa corsa verso il precipizio è legata alla capacità di variare gli obiettivi e l’orientamento delle mobilitazioni

 

A seguito della dichiarazione della Repubblica Catalana il consiglio comunale di Girona si è riunito e ha dichiarato il re Felipe VI persona non grata. Mentre il consiglio generale della Valle di Arán – diecimila abitanti che parlano occitano – si riunirà lunedì per decidere l’indipendenza dall’indipendenza, perché la maggioranza della valle vuole rimanere in Spagna. Intanto Pablo Iglesias affida a tre tweet le sue considerazioni sulle dichiarazioni di Rajoy e la convocazione delle elezioni in Catalogna: 1) si deve garantire che il processo elettorale si svolga senza repressione e con il coinvolgimento di tutte le opzioni politiche presenti. 2) continueremo a difendere l’idea che la Catalogna resti in Spagna per contribuire ad un progetto di paese plurinazionale, solidale e fraterno. 3) continueremo a difendere il dialogo e la proposta di un referendum legale e concordato come migliore soluzione alla crisi catalana. L’indipendenza è il bene. Insomma nulla di nuovo. Anche la sindaca Ada Colau non si stanca di ripetere che è un errore rinunciare a quell’80% a favore di un referendum concordato, per un 48% a favore dell’indipendenza. E dichiara di stare dalla parte di chi costruisce nuovi scenari di autogoverno che diano più democrazia, non meno. Ripete che lei lavora per una femminilizzazione della politica che vuole l’empatia come pratica per costruire consensi in cui le diversità siano un valore aggiunto. In dissonanza con le scelte prese da due minoranze che precipitano la Spagna al bordo di un abisso, proprio spaccando la convivenza tra le diversità. L’avventura secessionista catalana per ora è un grande regalo a Rajoy, capo del partito politico più corrotto dell’Ue, ma che invoca sempre il rispetto della legge. E che la farà rispettare a qualsiasi costo, ripristinando il suo ordine e la sua legalità. E che nessuno si illuda, l’applicazione del 155 non si fermerà alla Catalogna, ma si estenderà ad altre autonomie, come già invocano dal Pp per le regioni di Euskadi, Navarra e Castilla-La Mancha. Per riformare sì la costituzione del ’78, ma secondo il disegno che hanno in testa il Partito Popolare e le destre. Che potrebbe essere quello di incorporare e attuare anche l’articolo 116 che parla di poteri eccezionali e il coinvolgimento dei militari per garantire l’ordine costituzionale. Un aiuto agli indipendentisti l’ha dato il Psoe. Poteva, appoggiando la piattaforma di Zaragoza, dare un corso diverso alle cose e sfiduciare il Pp e le destre, dando forza all’idea della Spagna plurinazionale attraverso un referendum concordato. Invece no, ma anche peggio. Perché nella stessa seduta del congresso che, tra applausi e grida di giubilo, ha deciso di avviare l’applicazione del 155, è stata votata – con l’astensione dei socialisti, come da accordi – l’approvazione del trattato Ceta, l’accordo commerciale liberista tra la Ue e il Canada. E se la ride Rajoy ora che la notizia dell’anno, l’implicazione del suo Pp nella più grande opera di corruzione europea, è stata eclissata dalla Repubblica Catalana e volutamente dimenticata dai principali mezzi di comunicazione. La minaccia indipendentista è diventata il nemico perfetto di cui aveva bisogno il governo per continuare indisturbato il massacro sociale e ambientale e le sue politiche di corruzione. Politiche a favore delle loro vere patrie, quelle off-shore ed esentasse. È indispensabile una nuova ondata di indignazione che non lasci le strade delle città a chi verrà mobilitato in difesa della Dui, cavalcando l’odio sociale contro i Borboni, o da chi lo farà in difesa della unità di Spagna, su cui non può che crescere la peggiore destra fascista. L’esile speranza che ancora c’è di fermare questa corsa verso il precipizio è legata alla capacità di variare gli obiettivi e l’orientamento delle mobilitazioni. O se ne conquista l’egemonia, togliendola alle forze indipendentiste da un lato e alle destre dall’altro, o la sconfitta sarà inevitabile. Spazio per riuscirci c’è. Si è visto nello sciopero generale, autoconvocato da una rete di organizzazioni sociali, sindacati, imprenditori e collettivi di base, per manifestare contro la repressione del referendum. C’è spazio per una mobilitazione per una Catalogna sovrana che si riconnetta con la Spagna del 15M che ha sempre gridato per la democrazia a Madrid, per cacciare gli autoritari e i corrotti dal palazzo della Moncloa. Una opportunità per lottare contro la finanza illegale, l’applicazione selvaggia dell’articolo 155, contro i lacchè di banche europee che hanno distrutto la sanità e l’istruzione spingendo la Catalogna in una avventura senza legittimità democratica. Questa è la sfida per Unidos-Podemos e la sua rete di alleanze e per Sí que es pot, il partito di Ada Colau. Così le elezioni catalane potrebbero essere un boomerang per chi le ha imposte.

Jacopo Rosatelli d

a Il Manifesto

28.10.2017

 

Intervista ad Andrea Greppi . «Ma dietro la tensione di questi giorni ci sono anche la riforma che ha attribuito alla Corte costituzionale il potere di sanzionare la mancata applicazione delle proprie sentenze e alcuni articoli del codice penale dai tratti autoritari», spiega il docente di filosofia del diritto all’Università Carlos III di Madrid

 

«Si era entrati in un gioco che non prevedeva potersi tirare indietro: nessuno dei due attori principali poteva prendere una decisione diversa senza deludere il proprio ‘pubblico’». Per Andrea Greppi, docente italo-spagnolo di filosofia del diritto all’Università Carlos III di Madrid, ospite a Torino dell’annuale seminario della Scuola di buona politica, gli avvenimenti di ieri erano già scritti. Professore, lo scontro fra Madrid e Barcellona è dunque l’unica prospettiva? Quel che accade è condizionato da rendite di breve termine: sia al governo del Pp che agli indipendentisti interessa l’escalation della tensione. Dal punto di vista centralista, la fine dell’Eta aveva fatto venir meno la figura del nemico interno, che per l’identità politica spagnolista era il punto di aggregazione più evidente: oggi ce n’è uno nuovo. Sul versante opposto, il sistema di potere autonomista del nazionalismo catalano era ormai pesantemente compromesso dall’emersione di una corruzione enorme: la risposta non è stata un ripiegamento del nazionalismo, come ci si sarebbe potuti aspettare, ma un innalzamento della posta verso l’indipendenza. Era possibile un esito diverso dal muro contro muro? Purtroppo pesa la chiusura ideologica del Pp nei confronti dell’unica soluzione possibile per la Spagna di oggi: un assetto federale. L’assenza di dialogo con le istanze che vengono dalla Catalogna è il risultato di una mancata pedagogia politica che rendesse l’opzione federale accettabile dalla grande maggioranza degli spagnoli. E oggi purtroppo la prospettiva federale è improponibile. Perché? L’opinione pubblica spagnola non è preparata ad accettare davvero una discussione sull’articolo 2 della Costituzione, quello che afferma «l’indissolubile unità della Nazione spagnola». Ma tutto passa da lì: finché si pensa che questo articolo sia incompatibile con un assetto federale del Paese non c’è uscita dalla crisi attuale. Ci sono però anche molte voci federaliste a livello statale: il Psoe e Podemos, ad esempio. Podemos ha una posizione confusa sulla crisi catalana, e i socialisti sono in realtà molto divisi al proprio interno: c’è anche chi si oppone in modo feroce al federalismo, in particolare un elettorato tradizionale e più anziano. Il Psoe è in trappola: dovrebbe fare la scommessa del federalismo, ma sa di non poterla fare davvero. Ora siamo all'applicazione dell’articolo 155, appoggiato anche dal Psoe: cosa implicherà? Bisogna dire chiaramente che è un articolo fatto male, troppo generico, non stabilisce limiti, giurisdizioni e garanzie intorno a questo intervento del governo centrale sulle comunità autonome. Ma il problema non è solo quella norma: dietro la tensione di questi giorni ci sono anche la riforma che ha attribuito alla Corte costituzionale il potere di sanzionare la mancata applicazione delle proprie sentenze, e alcuni articoli del codice penale che hanno dei tratti autoritari, come quelli che stabiliscono i delitti di ribellione e sedizione con pene spropositate. La minaccia di quindici anni di prigione per attività che sono in gran parte protette dal diritto alla libertà di espressione è molto grave. Ha citato la Corte costituzionale: è un’istituzione che ha un ruolo notevole in tutta la vicenda. Sì, a cominciare dalla sentenza sullo Statuto catalano del 2010. In quella circostanza avrebbe potuto decidere diversamente, in modo più lungimirante, invece fece prevalere una visione molto restrittiva del concetto di nazione. E poi va detto che la Corte stessa soffre da tempo di un problema di scarsa indipendenza reale dal potere politico, e quindi un problema di legittimazione. Il rischio maggiore ora qual è? Escludo scenari di tipo «balcanico», anche perché non tutti gli indipendentisti sono nazionalisti. Ci sono ovviamente pulsioni localiste e di chiusura identitaria, ma c’è anche chi sostiene il separatismo solo perché non crede più che lo stato centrale sia qualcosa di utile. È una spinta verso il governo di prossimità che va oltre il caso spagnolo, perché dipende dalla crisi degli stati, che nella globalizzazione hanno perso il potere di decidere sull'economia e sulla vita delle persone. Riguarda tutte le società benestanti, la Catalogna come il Veneto. La dichiarazione di indipendenza votata a Barcellona non avrà nessun effetto giuridico, ma la partita è appena cominciata ed è destinata a varcare i confini della penisola iberica.

Eleonora Martini d

a il Manifesto

27.10.2017

Strasburgo. La Corte europea dei diritti dell’uomo ordina risarcimenti per oltre 4 milioni di euro. È la prima sentenza che riconosce il reato commesso in una "regolare" prigione italiana

 

Due condanne in un solo giorno provenienti da Strasburgo confermano ancora una volta l’uso della tortura nelle carceri italiane, reato per il quale lo Stato non ha mai chiesto scusa alle vittime e non ha mai punito i responsabili (ma non li ha neppure sospesi durante l’inchiesta e il processo, come sottolinea la Corte europea dei diritti dell’uomo). Sono 63 in totale le persone che, da recluse, hanno subito violenze fisiche e psicologiche da parte di autorità di polizia: due durante la detenzione nel carcere di Asti nel 2014, quando vennero sottoposte a maltrattamenti di vario tipo da parte di cinque agenti penitenziari, e 61 a Bolzaneto tra il 20 e il 22 luglio 2001, durante i giorni del G8 di Genova. A tutti loro la Cedu ha riconosciuto ieri un indennizzo che va dai 10 mila agli 88 mila euro a testa (a seconda delle gravità delle violenze subite e della «conciliazione amichevole» eventualmente già pattuita con il governo italiano), condannando così Roma al pagamento complessivo di 4 milioni e 10 mila euro per aver violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani.

 

«A GIUDIZIO DELLA CORTE, i giudici nazionali hanno fatto un vero e proprio sforzo per stabilire i fatti e individuare i responsabili», scrive la Cedu, ma a causa della lacuna normativa di allora i torturatori sono rimasti impuniti. Il problema, sul quale i giudici di Strasburgo ovviamente non si soffermano ma che viene sottolineato dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, è che il reato di tortura rischia di rimanere impunito in alcuni casi anche in futuro, perché la legge entrata in vigore il 18 luglio scorso che introduce finalmente quella fattispecie di reato nell'ordinamento italiano è volutamente contorta e difficilmente applicabile. Anche se il ministro Orlando un paio di giorni fa si è detto convinto che la nuova legge abbia recepito le direttive della Cedu contenute nella sentenza Cestaro del 2015 e ha spiegato che comunque il testo ha bisogno di essere applicato per verificare eventuali «elementi di fragilità normativa», caso in cui, ha detto, «non escludiamo una riflessione».

 

DOPO LA CONDANNA del giugno scorso per le torture perpetrate dalle forze dell’ordine nella scuola Diaz, i giudici di Strasburgo riconoscono ad altre 61 persone, alcune delle quali arrestate proprio durante quell'irruzione, il diritto ad essere risarcite per le violenze subite «dagli ufficiali di polizia e dal personale medico» a Bolzaneto, una delle due caserme, insieme a Forte San Giuliano, adibite a centri temporanei di detenzione dei manifestanti “rastrellati”. Per due giorni, le vittime vennero «aggredite, picchiate, spruzzate con gas irritanti, subirono la distruzione degli effetti personali e altri maltrattamenti – ricorda la Corte – Mai avrebbero ricevuto adeguate cure per le ferite riportate, e la violenza sarebbe continuata anche durante le visite mediche», oltre a non aver potuto contattare familiari, avvocati e consolati. Per questi fatti «la procura di Genova indagò 145 tra poliziotti e medici, di cui 15 vennero poi condannati a pene tra i 9 mesi e i 5 anni di reclusione». Ricorda la Corte che successivamente «dieci di loro hanno beneficiato di una grazia, tre di una completa remissione della pena detentiva e due di una remissione di 3 anni; quasi tutti i delitti sono stati prescritti». Undici dei ricorrenti davanti alla Cedu hanno già accettato di ricevere dal governo italiano 45 mila euro per una «conciliazione amichevole» e perciò hanno diritto ad un risarcimento minore. Ma a nessuna delle tante vittime dei torturatori di Genova, sottolinea Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum del 2001, «a 16 anni dai fatti, dopo varie condanne italiane e internazionali, non è ancora arrivata alcuna parola di scusa a nome dello Stato da parte dei suoi massimi rappresentanti, primi tra tutti il presidente della Repubblica. Una vergogna nella vergogna».

 

FORSE PERFINO più importante e incisiva è la seconda sentenza emessa ieri dalla Cedu, perché è la prima volta che viene riconosciuta la tortura in un “regolare” carcere italiano e l’Italia viene condannata sia per il delitto in sé «(aspetto sostanziale») che per quanto riguarda la risposta delle autorità nazionali (aspetto procedurale)». In questo caso, il governo dovrà risarcire con 88 mila euro ciascuno, due detenuti del carcere di Asti o i loro familiari (i torinesi Andrea Cirino e Claudio Renne, quest’ultimo morto in una cella a Torino nel gennaio scorso), per le torture subite nel dicembre 2014 da cinque poliziotti penitenziari, tutti assolti dal tribunale di Asti per mancanza di reato specifico. E perché «malgrado le sanzioni disciplinari imposte», ritenute dalla Cedu, «non sufficienti», gli agenti «non sono stati sospesi durante l’inchiesta o il processo». Due sentenze che il Garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma, considera «un campanello d’allarme che richiede importanti e urgenti azioni da parte dell’Italia».

Massimo Franchi

da il Maifesto

25.10.2017

Previdenza. L’Istat certifica i 5 mesi di innalzamento dell’aspettativa di vita. Tutti i partiti contrari. Si muove il fronte bipartisan in Parlamento. Camusso: follia

 

L’Istat a fare da ragioniere, il governo ad adeguarsi senza ascoltare il grido di protesta dei sindacati e del fronte parlamentare bipartisan. Dal primo gennaio 2019 l’età pensionabile salirà per tutti di ben 5 mesi. Raggiungendo i 67 anni per la pensione di vecchiaia per i lavoratori dipendenti a prescindere dal sesso, mentre per le pensioni anticipate (ex-anzianità) si arriva a 43 anni e tre mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e tre mesi per le donne.

COME ERA SCONTATO ieri è arrivato il verdetto dell’istituto nazionale di statistica: nel suo annuale studio «Indicatori di mortalità della popolazione residente» per il 2016 è contenuto il computo utilizzato per le pensioni – l’aspettativa di vita a 65 anni che arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, allungandosi di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013 – come da legge del 2009 – ancoraggio dell’età di accesso alla pensione all'aspettativa di vita – ritoccata – in peggio – dalla riforma Fornero che ha stabilito che – a prescindere dall'aspettativa di vita – dal primo gennaio 2021 la soglia dei 67 anni.

 

IL TUTTO SENZA TENER CONTO dell’opinione di insigni demografi come Gian Carlo Blangiardo (Milano Bicocca) che da agosto sostiene che nel 2017 l’aspettativa di vita calerà di molto visto il boom dei decessi (+ 14,6 per cento nel primo trimestre rispetto al 2016) e il calo delle nascite (2,6 per cento). Ma la legge è inflessibile e ingiusta: l’adeguamento vale solo al rialzo, se cala la speranza di vita non calerà l’età pensionabile.

 

DUNQUE SI ARRIVERÀ A 67 ANNI con due anni di anticipo rispetto alla Fornero. E la scelta sarà certificata dalla nota congiunta dei direttori dei ministeri di Economia e Lavoro che verrà redatta entro la fine dell’anno. Rafforzando a livelli record il già poco invidiabile primato dell’Italia in Europa: l’età pensionabile più alta del continente, specie per le donne. UN’ESCALATION che negli ultimi anni ha tratti vergognosi: l’età pensionabile per le donne dal 2010 ad oggi è aumentata di ben 7 anni, in pratica un anno in più ogni anno che passava. Con diseguaglianze grottesche: la classe delle donne del 1953 ha tra le sue fila le dipendenti pubbliche assunte appena dopo il diploma che sono in pensione «baby» dal 1988 – con 14 anni, sei mesi e un giorno di contributi – a soli 35 anni e chi invece ora dovrà attendere di compiere i 67 anni di età e dunque andrà in pensione nel 2020: una differenza di ben 32 anni di età.

 

IL PARADOSSO DELLA SITUAZIONE è presto detto: non esiste una forza politica che ieri si è detta favorevole all’aumento, ma a meno di colpi di scena l’aumento ci sarà. Il governo infatti non ha mosso un dito e anche ieri ha lasciato alle forze politiche l’onere del cambiamento.

 

A CAPEGGIARE LA RICHIESTA di congelamento c’è il presidente delle commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano che fin da luglio ha lanciato il tema assieme al suo pari ruolo del Senato Maurizio Sacconi – convertito recentemente a difensore dei diritti dei pensionati dopo essere stato autore di molti scalini. «Faremo una battaglia politica per convincere il governo che Si puo’ rimandare il decreto che fissa a 67 anni l’età di pensione a giugno 2018, del resto l’adeguamento scatterebbe dal 2019. O – suggerisce sempre Damiano – si può dare corso a quanto scritto nel verbale con i sindacati del 2016, bloccando l’aspettava di vita anche per i lavoratori che accedono all'Ape sociale». Il problema è come sempre di risorse: congelare i 5 mesi di innalzamento costa fra 1,2 e 1,5 miliardi e Padoan non vuole metterci un euro.

 

CGIL, CISL E UIL INSISTONO per una sospensione del meccanismo di adeguamento automatico tra aspettativa di vita ed età di uscita. Un modo, sostengono, per avere il tempo di rimettere mano alla materia. I confederali puntano a uno sconto di qualche mese o a tarare l’aumento sulla «gravosità dei lavori» – escludendo così dagli incrementi maestre d’asilo, operai edili, macchinisti. Le parole più dure le usa la leader della Cgil. Susanna Camusso va all'attacco, bollando il rialzo dell’età come una «follia» e lamentando che l’esecutivo «aveva assunto l’impegno a discuterne». La risposta del ministro del Lavoro Giuliano Poletti è furbesca: «I tempi per il Parlamento o per le forze politiche che vogliono intervenire ci sono». Ma se il governo non si impegnerà, i 67 anni rimarranno. <>

Daniela Preziosi

da il Manifesto

25.10.2017

 

Sinistre&alleanze. Ma la lista unitaria è ancora al palo. Fratoianni: «Basta, siamo stanchi di aspettare Mdp». I comitati annunciano la «Festa della Costituzione», inizia il 4 dicembre a un anno dalla vittoria su Renzi

 

La folla non è sterminata ma c’è. È stata convocata in fretta davanti al senato, mentre dentro «si consuma l’ennesimo sconcio alla Costituzione» dal Coordinamento per la democrazia costituzionale, nato dalle ceneri dei Comitati per il No al referendum del 4 dicembre e da Sinistra italiana. Sfilano i deputati e i militanti con le bandiere (a quelle rosse di famiglia vanno aggiunte quelle della ’Fgci’ e del ’Pci’, nomi impegnativi scelti dall’ex Pdci; e quelle del Partito del Sud). I senatori fanno passaggi più veloci, devono tornare in aula. Hanno aderito Mdp, presente in forze il gruppo quarantenni (Laforgia, Gotor, Stumpo, D’Attorre, Fornaro, Scotto) e i ’civici’ del Brancaccio (c’è l’avvocata Anna Falcone). A sorpresa nel finale arriva il grillino Vito Crimi, inconsueto gesto di considerazione per un 5 stelle (oggi il loro presidio) molto apprezzato dai presenti. I convenuti non sono moltissimi ma si assegnano un compito titanico: le prossime elezioni «saranno un nuovo 4 dicembre», promettono. Dal palco Alfiero Grandi lancia la «festa della Costituzione» dal 4 al 22 dicembre. Nel calendario dei patrioti della Carta sono due date cerchiate di rosso: l’anniversario della vittoria del referendum sulla riforma Renzi-Boschi e l’anniversario dell’approvazione della Carta (nel 1947). Sarà l’abbrivio della campagna elettorale delle sinistre. «Questa mobilitazione deve proseguire e prendere una forma politica», applaude Civati dal palco, dove si presenta in coppia con Nicola Fratoianni (Si). Ma è ancora qui che casca l’asino. Quella di ieri è la seconda manifestazione unitaria delle diverse sigle di sinistra contro il Rosatellum (la prima è stata l’11 ottobre). Sinistra Italiana, Possibile, Brancaccio, Mdp, Cdc. Ma la carovana della lista unitaria è ancora ferma ai box. Nel frattempo Giuliano Pisapia è uscito dai radar in attesa – spiegano i suoi – di valutare gli effetti sul Pd del voto siciliano. Ma anche le altre sigle aspettano: macinano dibattiti su dibattiti, professano unità, si giurano fedeltà. Ma alla fine tutto resta al palo. L’ultimo inciampo è stata l’apparente offerta di dialogo di Roberto Speranza (Mdp) a Renzi, peraltro subito rifiutata. Fratoianni l’ha presa male: «Ora basta, siamo stanchi di aspettare le titubanze degli ex Pd. Noi partiamo». Segnale di questa insofferenza è l’impennare della polemica sul presidente del senato Pietro Grasso ’reo’, come la collega Laura Boldrini alla camera, di aver accettato la fiducia chiesta dal governo. In aula Loredana De Petris (Si) ne occupa lo scranno. «Sono con lei», dice Fratoianni, «Grasso ci ha deluso, da lui ci aspettavamo almeno un sussulto». Sul presidente del senato cala il gelo dei civici. E le sferzanti parole del segretario di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo: «Dopo la vergogna della camera che ha visto la presidente Boldrini accettare l’imposizione del governo e del Pd del voto di fiducia in spregio della Costituzione, al Senato fa il bis il presidente Grasso. Mi domando se si tratti dello stesso Grasso che D’Alema e Bersani proponevano nei giorni scorsi come leader della sinistra». In effetti Mdp da mesi corteggia Grasso per averlo in primissima fila fra i suoi big. E ora infatti preferisce alzare i decibel sul governo: «Oggi Gentiloni è passato alla storia per aver battuto un triste primato: essere il primo presidente del Consiglio dall’Unità d’Italia a porre la fiducia sulla legge elettorale sia alla Camera sia al Senato», dichiarano i senatori Maria Cecilia Guerra, Fornaro e Pegorer. Una performance peggiore di Mussolini, insomma, che «nel 1923 pose la fiducia su di un ordine del giorno e su di un emendamento della legge Acerbo», «una invasione di campo del governo in una materia parlamentare che non sarebbe stata concepibile in nessuna grande democrazia europea». Altro che dialogo, le reazioni del Pd sono scatenate. Intanto nella Corsia Agonale, il vicolo davanti a Palazzo Madama, al microfono sfilano costituzionalisti, giuristi, un ex presidente di Cassazione, politici delle tante sigle di sinistra ancora disunita. Ma la compagnia è variegata. Parla anche Antonio Esposito, il giudice che ha condannato in via definitiva Silvio Berlusconi nel processo Mediaset (ora ha lasciato la toga). Il direttore del Fatto Marco Travaglio evoca la manifestazione dei girotondi, quella del febbraio 2002 in cui Nanni Moretti prese la parola e spalancò una stagione politica: «Con questi dirigenti la sinistra perderà per i prossimi vent'anni». È un augurio. Come lo è quello di Felice Besostri, l’avvocato che ha fatto franare l'Italicum alla consulta: «Non c’è due senza tre», promette, «Se hanno bocciato già due leggi elettorali la Consulta boccerà anche la terza anche se loro correranno contro il tempo per evitare la sentenza»

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23 ott 2017

 

Il documento di Anna Falcone e Tomaso Montanari rilancia con forza il percorso di costruzione di un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza che era partito con l’assemblea del Brancaccio. Abbiamo con convinzione aderito a quel percorso e accolto positivamente l’idea di una lista che unificasse la sinistra sociale e politica e le tante forme di civismo e partecipazione su un programma di attuazione della Costituzione e di netta alternativa al PD le cui politiche da anni sono “indistinguibili da quelle della destra”. Rinnoviamo dunque l’invito a tutte le compagne e i compagni del PRC-SE a partecipare attivamente e a promuovere le assemblee in tutti i territori. Condividiamo in particolare che sia “chiusa la stagione del centro-sinistra: perché è giunto il tempo di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, non di venirci a patti”. Il centro sinistra in questi anni, a livello italiano come europeo, è stato il protagonista indiscusso dell’attuazione delle politiche liberiste: dai trattati di Maastricht fino al Fiscal Compact passando per guerre e privatizzazioni. Queste politiche non solo hanno favorito i ceti più ricchi e il grande capitale ma aumentato le diseguaglianze e peggiorato nettamente le condizioni di vita e di lavoro delle giovani generazioni e di larghi settori della popolazione. La precarietà dilagante e le decine di migliaia di giovani emigranti sono la sintesi di queste politiche che il centrosinistra e il centrodestra hanno prodotto e condiviso in questo paese. Il governo Monti, con il pareggio di bilancio in Costituzione e la Legge Fornero, spicca come vero e proprio monumento della contiguità di politiche economiche e sociali tra centrodestra e centrosinistra. Le politiche del centrosinistra però non hanno solo impoverito e reso più ingiusto il nostro paese: hanno deluso speranze, desertificato i processi di partecipazione democratica, svuotato di significato agli occhi di milioni di persone persino la parola sinistra. Il ritornello secondo cui non c’è alternativa alle politiche europee, all’austerità, alle privatizzazioni, alla massimizzazione della concorrenza ed al peggioramento delle condizioni di vita, ha prodotto sconforto e impotenza, ha aperto la strada alla guerra tra i poveri, al razzismo e alla xenofobia. Le leggi elettorali incostituzionali, il tentativo di manomissione della Costituzione e poi lo scippo attuato dal governo Gentiloni e dalla sua maggioranza parlamentare ai danni del popolo italiano, a cui è stato impedito di pronunciarsi attraverso un referendum sui voucher (ma in realtà sulla precarietà), esplicitano una volontà palese di impedire al popolo di esercitare la propria sovranità. Per questo “serve costruire la Sinistra che ancora non c’è” e “non ci basta più difendere la Costituzione e lo Stato democratico di diritto, vogliamo attuarli e costruire insieme un fronte politico e sociale alternativo al pensiero unico neoliberista e alle riforme dettate e imposte dal capitalismo finanziario a Parlamenti e governi deboli o conniventi”, come scrivono Anna Falcone e Tomaso Montanari. Per questo la sinistra che vogliamo costruire deve essere fondata su contenuti chiari a partire dallo smantellamento delle misure liberiste che hanno devastato la condizione di esistenza di milioni e milioni di persone. Il No al fiscal compact, l’eliminazione del pareggio di bilancio dalla Costituzione, la disobbedienza ai trattati europei che sono in palese contrasto con l’attuazione dei principi e degli obiettivi della nostra Costituzione sono elementi centrali e imprescindibili di un programma di alternativa che non sia solo di enunciazione di buone intenzioni. Dentro la camicia di forza che i governi italiani e l’UE hanno contribuito a determinare non è possibile una svolta. Una lista di sinistra si costruisce intorno a un programma che sia effettivamente di sinistra e che può raccogliere come negli altri paesi europei un grande consenso popolare: la difesa dei diritti di chi lavora a partire dalla reintroduzione dell’articolo 18 e dall’abolizione del Jobs Act e della legge 30, la redistribuzione del reddito a partire dall’aumento della tassazione sulle grandi ricchezze, la redistribuzione del lavoro a partire dall’abolizione della legge Fornero e dal perseguimento di una drastica riduzione di orario (32 ore settimanali), il rilancio della scuola pubblica a partire dall’abrogazione della Buona Scuola e delle tante riforme che, con diverso segno hanno impoverito il sistema scolastico nazionale e dallo stop al finanziamento delle scuole private, lo stop ai tagli alla sanità e allo smantellamento della servizio sanitario nazionale, il contrasto all’impoverimento crescente a partire dall’istituzione di un reddito minimo garantito e dal rilancio del welfare, una politica per il diritto alla casa, la salvaguardia dell’ambiente e dei beni comuni a partire dall’abrogazione dello Sblocca Italia e dallo stop al consumo di suolo e alle grandi opere inutili come la Tav in Val di Susa o il gasdotto Tap, la ri-pubblicizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici in attuazione del referendum del 2011, il rilancio dell’intervento pubblico a partire da un grande piano per il lavoro incentrato sulla messa in sicurezza del territorio, la riconversione ambientale e sociale delle produzioni e dell’economia, lo stop e la messa in discussione delle privatizzazioni di aziende strategiche o che forniscono servizi universali, un impegno senza se e senza me contro la guerra e gli interventi militari che nulla hanno di umanitario, ma perseguono un progetto imperialista e colonialista, per il dimezzamento delle spese militari e la riconversione dell’industria bellica, contro la permanenza di testate nucleari nel nostro territorio e per l’adesione dell’Italia al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. Tra i prodotti tossici del neoliberismo va evidenziato quello di aver trasformato, anche nell’immaginario popolare, una guerra contro i poveri in una guerra fra poveri, cercando nel migrante, nel richiedente asilo il capro espiatorio. Per una sinistra di alternativa accogliere non si traduce in una semplice seppur necessaria etica antirazzista. Il modello di società a cui dobbiamo tendere è quello che garantisca la parità nell’accesso ai diritti fondamentali e lo smantellamento di ogni atto legislativo – dalla Turco – Napolitano alle leggi Minniti Orlando, passando per la Bossi- Fini che hanno prodotto apartheid e abbassamento generalizzato delle tutele per migranti e autoctoni. La sinistra che vogliamo realizzare considera “nostra patria il mondo intero” rigetta i dogmi della “Fortezza Europa” e aspira verso una società aperta e meticcia in cui i diritti costituzionali, in primis la cittadinanza sostanziale, non siano vincolati da reddito o provenienza ma considerino l’eguaglianza come fondamento e valore comunemente condiviso. Razzismo e scontro fra ultimi e penultimi vengono giustificati e propagandati con il dogma liberista secondo cui non ci sono le risorse, si deve tirare la cinghia e fare sacrifici. Si tratta di una pura e semplice menzogna: i soldi ci sono. Basta prenderli dalle tasche di chi controlla la maggior parte delle risorse del paese, ricchi italiani e multinazionali. Sarebbe sufficiente obbligare la BCE a finanziare con i soldi nostri piani per il welfare e per l’occupazione e non solo le banche private. I soldi ci sono e nostro nemico è chi è ricco non chi scappa dalle guerre. Va contrastato con forza questo impianto ideologico con cui detengono il potere tanto le destre dichiarate quanto quelle che, in nome della “sicurezza” ne copiano gli stessi slogan. Da troppo tempo manca di visibilità, forza e credibilità un punto di vista che si contrapponga al populismo reazionario e al neoliberismo pseudo-progressista. Una sinistra che si batte per l’attuazione della Costituzione non contrappone diritti civili e diritti sociali, si batte per l’uguaglianza e la libertà. Consideriamo fondamentale la nuova ondata di mobilitazione delle donne e il suo caratterizzarsi sempre più per un femminismo del 99% con un’agenda inclusiva – allo stesso tempo antirazzista, anti-imperialista, anti-eterosessista, anti-neoliberista – come definita nell’appello per la giornata internazionale di sciopero dell’8 marzo 2017 e più in generale dal movimento “non una di meno”. Libertà significa per noi anche la piena autodeterminazione delle persone nel proprio orientamento sessuale, il rifiuto di ogni forma di omofobia e transfobia, la piena affermazione del valore della laicità. Tante esperienze europee, dalla Spagna alla Francia alla Grecia alla Gran Bretagna, dimostrano che le posizioni di una sinistra radicale e in netta rottura con classi dirigenti delegittimate possono conquistare consenso popolare, anzi che solo una sinistra nuova e radicale può contrastare il diffondersi nei ceti popolari della destra razzista e xenofoba che cresce proprio in conseguenza delle politiche neoliberiste sostenute in Europa dai governi di centrodestra e centrosinistra. La sinistra si ricostruisce mettendo in discussione non solo le scelte di Renzi ma quelle del complesso del Partito Socialista Europeo e le politiche dominanti nell’Unione Europea che hanno visto la condivisione di liberali, socialisti e popolari. Non basta dunque invocare genericamente l’unità, bisogna avanzare una proposta credibile ed effettivamente alternativa al PD che faccia delle elezioni un passaggio verso la costruzione di una forza e di uno schieramento popolare che lavori per un’alternativa di società: una sinistra antiliberista, antirazzista, antisessista, democratica e ambientalista che si batta per l’attuazione della Costituzione. Non si tratta dunque di fare una lista per ricostruire il centrosinistra ricontrattando con il PD dopo le elezioni. Parallelamente la sinistra che vogliamo costruire deve fondarsi su un percorso democratico e partecipato che segnali la più netta discontinuità con la stagione del centrosinistra di cui il PD renziano rappresenta solo la fase terminale. Se si ha l’obiettivo di riportare al voto chi ha scelto l’astensione o chi deluso si è rivolto al M5S, la sinistra non deve essere in alcun modo confusa con gli scampoli della fase precedente e deve essere chiaro che non intende allearsi col PD né prima né dopo le elezioni. Serve un percorso basato sulla democrazia e la partecipazione, non un accordo pattizio tra vertici politici. Serve un chiaro rinnovamento nella composizione delle liste, con una forte presenza di chi è impegnato nella società e nei movimenti e la scelta chiara che non siano candidati coloro che negli anni e nei decenni scorsi hanno ricoperto responsabilità di governo nel vecchio centrosinistra. Dobbiamo costruire una lista di sinistra che costruisca l’oggi e il domani, non una lista di reduci chiamati a giustificare gli errori – ingiustificabili – commessi negli ultimi vent’anni e che hanno prodotto la situazione attuale. La sinistra che dobbiamo unire è anzitutto quella che si espressa negli ultimi anni nei conflitti sociali, nelle lotte, nei movimenti per la democrazia, i beni comuni, la giustizia sociale, la solidarietà e la pace. Insomma c’è bisogno di una lista che rappresenti chi ha saputo dire NO. Serve un codice etico e regole (a partire dalle retribuzioni) per elette/i che renda ben chiara l’alterità della sinistra nei comportamenti concreti e una piattaforma radicale per quanto riguarda la lotta alla corruzione.

 

Un programma radicale e un profilo di netta discontinuità col passato sono le condizioni che possono determinare l’unità auspicata dall’assemblea del Brancaccio. . La segreteria nazionale del Partito della Rifondazione Comunista . Invitiamo compagne e compagni a aderire, se non lo avete già fatto,online sul sito nazionale dell’Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza: . https://www.aderisci.perlademocraziaeluguaglianza.it/events/1/subscripti... -----

23.10.2017 Appello per l’adesione al Forum Internazionale per il diritto alla salute e l'accesso universale alle cure (4 e 5 novembre a Milano) Il 5 e il 6 novembre 2017 si svolgerà a Milano l’incontro dei ministri della salute del G7, ultima tappa di una serie di riunioni ministeriali che in questi mesi hanno visto le rappresentanze dei potenti della terra discutere su tematiche come l'ambiente, i trasporti, l'industria, la scienza, il lavoro, l'agricoltura, il cibo. Anche se l’agenda dell’incontro non è stata ancora resa nota, sembra che i principali temi al centro del dibattito saranno le ricadute sulla salute dei cambiamenti climatici e le politiche sui farmaci. I potenti della terra discuteranno su come trarre ulteriore profitto dalla nostra salute e dalla devastazione del pianeta. Decine di associazioni, da anni attive nella difesa della salute collettiva, hanno costituito il comitato " La salute senza padroni e senza confini" che, insieme al GUE/NGL - il gruppo della Sinistra Unita Europea al Parlamento europeo - e al gruppo consiliare "Milano in Comune", organizza il "  FORUM INTERNAZIONALE PER IL DIRITTO ALLA SALUTE E ALL' ACCESSO ALLE CURE" che si svolgerà a Milano sabato 4 novembre c/o lo spazio " BASE" in via Bergognone 34, dalle 9 alle 19. L'11% della popolazione mondiale ha problemi di alimentazione, soprattutto in zone coinvolte da conflitti e da situazioni ambientali disperate. Negli ultimi decenni l'aumento delle concentrazioni di carbonio, conseguenza della deforestazione e della combustione di carbone, petrolio e gas, ha provocato gravissime conseguenze come il surriscaldamento del globo e pericolose alterazioni all'ecosistema con un susseguirsi di eventi climatici estremi, il cui impatto sulla salute è di proporzioni disastrose. Si stima che, a livello globale, nel 2000 si siano verificati circa 150.000 morti a causa del cambiamento climatico. In assenza di cambiamenti decisivi nelle politiche ambientali l'OMS prevede che entro il 2040 si raggiungeranno i 250.000 morti all'anno. La desertificazione di vaste aree, la privatizzazione e il dirottamento di risorse idriche a beneficio del profitto delle multinazionali privano dell'accesso all'acqua intere popolazioni. Quasi 700 milioni di persone al mondo, secondo l’OMS e l’UNICEF, non possono usufruire di acqua pulita. La disuguaglianza nella disponibilità e nel consumo di acqua tra paesi ricchi e paesi poveri è enorme e sta continuamente aumentando. L’accesso ai farmaci è determinato dalle logiche di mercato imposte dalle multinazionali che governano il settore e non certo da priorità decise in base a obiettivi di salute pubblica. Mentre viene incentivato il consumismo di prodotti inutili, è ostacolata la diffusione dei più economici farmaci equivalenti e a milioni di malate e malati è negato il diritto di assumere i farmaci necessari perché troppo costosi. In questo quadro va sottolineato il ruolo del capitale finanziario che spinge l'acceleratore sulla commercializzazione della salute a danno di tutte le donne e gli uomini, soprattutto di quelli più poveri. Il prezzo dei farmaci innovativi è in continua ascesa, in quanto le aziende titolari dei brevetti stabiliscono in regime di monopolio prezzi non giustificati dai costi di produzione. Questa situazione è destinata a peggiorare ulteriormente se gli accordi commerciali internazionali allungheranno la durata dei brevetti, già garantiti per 20 anni dagli accordi TRIPs e porranno ulteriori vincoli al potere già debole degli stati di regolare il mercato. I governi della maggior parte dei paesi, anche di quelli che si sono dotati di un servizio sanitario nazionale, da anni riducono le risorse assegnate alla tutela della salute nei loro bilanci, perseguono politiche di privatizzazione dei servizi e di riduzione dell’accesso universale e gratuito alle cure. In tutte le regioni sono attivi processi di privatizzazione della sanità. In Lombardia ad es. è in atto uno dei più feroci tentativi di privatizzazione dei servizi sanitari che raggiunge l'apice con la proposta di sostituire, per 3.350.000 concittadine e concittadini affetti da una patologia cronica, il medico di Medicina Generale, con un "gestore" rappresentato spesso da società private finalizzate al profitto. Questi elementi, presi nel loro insieme, configurano un vero attacco alla salute delle popolazioni di cui le politiche neoliberiste, portate avanti dai potenti della terra rappresentati nel G7, sono la causa determinante. Difendere il diritto alla salute, il libero accesso alle cure e la conservazione del territorio significa contrapporsi in modo chiaro e deciso a queste politiche, a questi trattati, allo strapotere delle multinazionali, assumendo senza ambiguità una posizione di contrasto nei confronti di chi è parte integrante di questo sistema economico. La soluzione al problema non sta, come hanno tentato di farci credere anche qui in Italia, nell'aumentare di qualche migliaia il numero di malate e malati che possono accedere a terapie specifiche, mentre diverse migliaia di altre cittadine e cittadini ne restano esclusi. Garantire la salute per tutte e tutti significa anche mettere in discussione il ruolo di BIG PHARMA e la complicità delle politiche che ne tutelano, a tutti i livelli, gli interessi. Per questo il GUE, gruppo parlamentare “Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica” in collaborazione col gruppo consiliare “Milano in Comune” e con il Comitato “Salute senza padroni e senza confini”, costituitosi in questa occasione attraverso l’adesione di decine di realtà collettive, chiamano a raccolta associazioni e movimenti operanti nel settore dell'ambiente e del diritto alla salute per organizzare un Forum internazionale per diritto alla salute e l'accesso universale alle cure sabato 4 novembre a Milano presso BASE MILANO, in via Bergognone 34 (MM2 Porta Genova – MM Sant’Agostino) in concomitanza con la riunione dei ministri della salute del G7 e in contrapposizione all'ipocrisia dei partecipanti a questa riunione che anziché proporre soluzioni al bisogno di salute delle popolazioni, confermerà le politiche liberiste che sono la causa reale dello sfruttamento di donne e uomini e del territorio. L'obiettivo è quello di realizzare due giornate di riflessioni e confronti non solo per denunciare l’attacco durissimo condotto alle condizioni di salute degli esseri umani e del nostro pianeta da parte di chi è al vertice della politica, dell’economia e della finanza mondiale, ma anche per mostrare quali sono le reali priorità nel campo della tutela della salute, indicare le scelte da compiere, mostrare le buone pratiche sperimentate sui territori e organizzare un’agenda globale di lotta con obiettivi precisi contro la privatizzazione della sanità. In questo contesto non si può prescindere dall'enorme sviluppo della produzione di armi e dalle guerre in corso, che hanno, come prima conseguenza, la diffusione in tutto il globo di malattie e morte, ingiustizie e miseria, povertà e migrazioni di massa. Il 4 Novembre si terrà un Forum con la presenza di esperte, esperti, attiviste e attivisti provenienti da tutto il mondo che, intrecciando le loro comunicazioni con le testimonianze provenienti dai territori, affronteranno, tra gli altri, i seguenti temi: -la disuguaglianza sociale e la povertà come determinanti di malattie -l'accesso ai farmaci e alle cure -la privatizzazione dei servizi sanitari -le cause, le conseguenze e le responsabilità dei cambiamenti climatici, la difesa dell'acqua e della terra come beni comuni Il 5 novembre è previsto, sempre a Milano, un incontro nazionale tra le reti, le organizzazioni e i movimenti attivi sui diversi temi della tutela della salute e dei cambiamenti climatici operanti in Italia. L’incontro si svolgerà c/o il “Residence sociale Aldo dice 26x1”in via Oglio 8 (MM3 Brenta) Tutte le realtà interessate a partecipare a tale incontro e ad aderire al Comitato “Salute senza padroni e senza confini” ,sottoscrivendo questo appello, possono contattarci all'indirizzo e mail dirittoallasalute2017@gmail.com Il presente appello può essere inoltre visionato collegandosi alla pagina evento facebook Forum diritto alla salute e accesso universale alle cure e alla pagina facebook di Milano in Comune. Entrambe le pagine raccoglieranno gli aggiornamenti dell'iniziativa. Rivolgiamo un appello ai movimenti, alle associazioni, alle organizzazioni non governative, alle/ai rappresentanti delle/dei lavoratrici/lavoratori, alle realtà di base della società civile e alle forze politiche che si riconoscono nella lotta per affermare il diritto alla salute affinché aderiscano al Forum internazionale, partecipandovi attivamente, e diffondendone la notizia attraverso tutti i canali di comunicazione a loro accessibili. GUE, gruppo parlamentare “Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica” Milano in Comune, Gruppo consiliare al Comune di Milano Comitato “Salute senza padroni e senza confini” prime adesioni: Medicina Democratica, movimento di lotta per la salute; 37,2", la trasmissione di Radio Popolare sulla salute; AIEA Associazione Italiana Esposti Amianto; Rete per il diritto alla salute di Milano e Lombardia; Forum Diritto alla Salute; NAGA; Comitato per l’acqua pubblica; Il sindacato è un'altra cosa-opposizione CGIL; CONUP-coordinamento nazionale unitario pensionati di oggi e di domani; Comitato Nascere a Latisana; A. I. U. T. O. Associazione Italiana Umanitaria Tutela Ospedali; C. N. S. Comitato Nazionale Sanità Aderiscono: Partito della Rifondazione comunista - Sinistra europea; Partito della Rifondazione comunista-Sinistra Europea Federazione di Milano; Sial Cobas; ACU associazione consumatori utenti; Associazione culturale Cre-Azione Donne di Cormano; Associazione culturale Mille&Una voce di Cinisello Balsamo; Comitato per il diritto alla salute del Varesotto; Associazione A Sud; Redazione del periodico Lavoro e Salute; Associazione EMC; Sportello TiAscolto; Coordinamento Fiorentino Diritto alla Salute; Rimini in Comune; Mesa en defensa de la sanidad publica de Madrid Medsap; Marea blanca España; Coordinadora Antiprivatizacion De Sanidade Publica – A Coruña, Galicia; Terra Nuova Edizioni

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