Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

In evidenza

15.10.2017 Maurizio Acerbo  In tutta Italia la Rete dei Numeri Pari ha organizzato iniziative mettendo al centro "casa, lavoro, conoscenza, costituzione, reddito, dignità, terra, welfare". Diritti che dovrebbero essere garantiti per tutte e tutti secondo la nostra Costituzione e sempre più non lo sono. Se secondo i dati ISTAT ci sono quasi 4.800.000 persone in Italia in condizioni di povertà assoluta e se circa una persona su 4 è a "rischio povertà", non lo si deve al caso o a responsabilità di chi non sopravvive neanche avendo uno stipendio. Lo si deve a due decenni di politiche economiche che hanno aumentato il divario fra poveri e ricchi. Lo si deve alle politiche neoliberiste condivise da centrodestra e centrosinistra e a chi le ha applicate con scientifico cinismo, dall’Unione Europea fino ai governi che si sono succeduti. Le manifestazioni di oggi ci ricordano dati e fatti che rendono evidente la necessità di un cambiamento radicale nel nostro paese e in Europa. Se non si mettono al centro del dibattito e dello scontro politico questi temi i ceti popolari saranno inevitabilmente arruolati sempre più largamente nella guerra fra poveri, con migranti e richiedenti asilo come capro espiatorio. Il Def e la manovra da questo punto di vista rappresentano una presa in giro rispetto a questa situazione di palese ingiustizia e sofferenza sociale. Neanche lontanamente sono previste misure e risorse per affrontare le reali emergenze di questo paese: si continua a negare l'istituzione di un "reddito di dignità" per milioni di poveri, intermittenti e senza lavoro, nessuna risposta alla crescita degli sfratti per morosità incolpevole e nessun programma per garantire il diritto alla casa, nessun adeguato stanziamento per il Fondo Nazionale Sociale in grado di garantire un livello di assistenza omogeneo su tutto il territorio nazionale, invece della garanzia del diritto allo studio abbiamo una ridicola alternanza scuola-lavoro. Alla richiesta di mettere la “spesa sociale fuori dal patto di stabilità” si risponde con l’impegno all’ultimo vertice di Taormina del G7 a raddoppiare spesa militare per la quale l’UE concorda che si possano sforare gli altrimenti sacri parametri di Maastricht. Le classi dirigenti italiane e europee non solo con le politiche neoliberiste producono un crescente impoverimento, altissimi tassi di disoccupazione e un aumento esponenziale dei lavori sottopagati e dei working poors ma non sentono nemmeno il dovere di far corrispondere a questi fenomeni un welfare più forte. Siamo da troppi anni di fronte all’aperta delegittimazione del programma di lotta alle disuguaglianze contenuto nell’articolo 3 della Costituzione e alla negazione di fatto dei diritti sanciti dalla Carta. La storia insegna che la povertà si riduce e la sfera dei diritti si allarga soltanto quando chi sta in basso e vive sulla propria pelle le conseguenze delle ingiustizie e delle disuguaglianze prende la parola sulla scena pubblica e impone la propria agenda attraverso l’azione collettiva. Le associazioni giustamente pongono questioni ineludibili e indicano provvedimenti indispensabili. Difficilmente però questi obiettivi potranno concretizzarsi senza una forza materiale che si raccolga intorno a un programma di attuazione della Costituzione. Da troppi anni in questo paese le classi subalterne sono prive nel sistema politico di una voce e di una forza per difendere i propri diritti subendo gli effetti di pseudo-riforme che si susseguono peggiorando le condizioni di vita della stragrande maggioranza del paese. E’ ora di costruirla e ci pare l'unico progetto di sinistra di cui ci sia bisogno e per il quale un appuntamento elettorale possa essere occasione che non debba andare sprecata.

13.10.2017

Franco Astengo

 

La Camera dei deputati ha appena approvato la nuova legge elettorale mista maggioritario / proporzionale con il voto automaticamente trasferito da una parte all’altra della scheda senza possibilità di disgiunzione (almeno così può essere definita tecnicamente). Il testo adesso passa al Senato dove probabilmente il percorso sarà molto più complicato di quanto non sia avvenuto nella Camera bassa. Non è questo però il punto da rimarcare in questo frangente. Piuttosto dall’ascolto del dibattito è emerso un elemento da rimarcare: l’assoluta strumentalità dei passaggi di ricostruzione storica al riguardo delle vicende relative alla legge elettorale che si sono ascoltati nei vari interventi. Nessuno ha ammesso le gravi responsabilità che le forze politiche hanno accumulato su questo delicato terreno contribuendo ad una vera e propria caduta di credibilità dell’intero sistema e alla rilevante flessione fatta registrare nella partecipazione elettorale, indicatore di una vera e propria crisi democratica che attanaglia il Paese. Un parlamento che ha approvato di seguito due leggi elettorali entrambe bocciate dalla Corte Costituzionale, a cui si è avuto accesso soltanto grazie al generoso impegno di un gruppi di cittadine e cittadine e non certo grazie all’operato di chi questa sera ha in maniera roboante rivendicato quell’esito. Questa legge per ora parzialmente approvata da un solo ramo del Parlamento presenta nel suo testo ancora i principali elementi per i quali per ben due volte la Corte Costituzionale ha bocciato i precedenti testi del cosiddetto Porcellum nel 2014 e dell’altrettanto cosiddetto Italikum nel 2017. Una continuità che si esplicita essenzialmente su di un punto preciso; quello del Parlamento dei “nominati”. Era proprio la continuità del “Parlamento dei Nominati” la questione che interessava alle forze politiche che hanno trascurato perfino la tanto decantata governabilità, oltre ad ignorare – come accade da tempo – quell’elemento della rappresentatività politica che pure rappresenta l’indicazione più rilevante presente, sulla materia, nella Costituzione Repubblicana. Il trasferimento automatico del voto dal candidato uninominale a quello dei listini bloccati nel proporzionale rappresenta infatti il meccanismo concreto perché sicuramente i 2/3 dei componenti delle future Camere siano semplicemente indicati dall’alto senza alcuna possibilità di scelta da parte delle elettrici e degli elettori. La quota dei nominati risulterà comunque sicuramente più elevata dei 2/3, al di là delle fole sul collegio uninominale e la vicinanza tra eletto ed elettore (davvero una favola incredibile) con un bel numero di “paracadutati” nei tanti collegi considerati “sicuri” nella apparente contesa tra le diverse forze politiche. Nel caso malaugurato di approvazione definitiva della legge aspettiamo con ansia il disegno dei collegi che, detto per inciso, è stato delegato al governo nel testo della legge. Sicuramente nell’esaminare i dettagli dei confini dei singoli collegi ci sarà di divertirci, come già accadde nel Mattarellum. In sostanza ci sono tutte le ragioni per continuare la battaglia contro il “Parlamento dei nominati” in ogni sede, dentro e fuori il Parlamento. Infine qualcuno dovrebbe ricordare a queste signore e signori che con apparente passione discettano di “democrazia” e “interesse del Paese” che non sono mai stati eletti da nessuno e che la loro temporanea posizione di parlamentari deriva dal dato di promessa fedeltà d a qualche cordata interna alle varie consorterie politiche che hanno semplicemente deciso una certa posizione piuttosto di un’altra all’interno di una lista la cui esatta composizione è stata letta per intero da una quota sicuramente minoritaria di elettrici ed elettori. Un Parlamento delegittimato dalla Corte Costituzionale ha tentato di modificare la Costituzione (e qui ci hanno pensato le espressioni voto “vero”) e hanno varato ben due leggi elettorali: la prima smontata dalla Corte Costituzionale, la seconda di vedrà.

12.10.2017  La legge elettorale in discussione in Parlamento concordata tra PD e Forza Italia con la benedizione degli alfaniani e della Lega Nord è un peggioramento delle leggi attuali uscite dalle sentenze che hanno dichiarato parzialmente incostituzionali il Porcellum e l’Italicum. L’armonizzazione delle due leggi poteva essere realizzata uniformando la soglia di sbarramento tra le due Camere al 3% e cancellando per la Camera dei deputati l’abnorme premio di maggioranza alla prima lista (diventato anche inutile perché nessuna otterrà il 40% dei voti) e l’obbrobrio dei capilista bloccati. Al contrario la nuova legge colpisce come quelle precedenti il diritto degli elettori di scegliere i parlamentari e il principio di rappresentanza. Infatti impone liste bloccate per quasi i due terzi dei deputati e dei senatori, cancellando del tutto le preferenze e attribuendone la scelta interamente ai capipartito. Inoltre per circa un terzo dei parlamentari da eleggere nei collegi uninominali prevede delle coalizioni di cartone senza indicazione di un simbolo, di un programma, quindi buone come specchio per le allodole e pronte ad essere disfatte il giorno dopo le elezioni per dare vita ad un’ammucchiata trasversale. Infine agli elettori è imposto un voto unico per il candidato nel collegio uninominale e una o più liste a questo collegate: se votano per una lista lo fanno anche per il candidato. Il voto per il candidato si trasferisce automaticamente a tutte le liste collegate, in rapporto percentuale ai loro voti. Anche il principio di rappresentatività viene stravolto. Non vi è un premio di maggioranza esplicito, ma sono privilegiate le coalizioni o i partiti maggiori che conquisteranno gran parte dei seggi nei collegi uninominali e, grazie al voto unico, potrebbero utilizzare la propaganda del “voto utile” anche per i seggi attribuiti alle liste. Inoltre la soglia di sbarramento del 3% non impedisce alle liste civetta coalizzate che ottengano l’1% dei voti di far conteggiare i propri voti a vantaggio della coalizione, ottenendo in cambio qualche seggio parlamentare. In realtà il nuovo sistema è stato escogitato per soddisfare le convenienze politiche dei partiti proponenti e dei loro leader e per danneggiare una lista unitaria di sinistra e il Movimento 5 Stelle, in vista di un nuovo patto governativo tra Pd e Forza Italia da realizzare dopo le elezioni. Diciamo NO a questa nuova porcheria e rimettiamo al centro del sistema elettorale i cittadini senza imposizioni dall'alto e senza distorsioni della loro volontà.   Scheda Collegi maggioritari. Saranno 231 collegi, pari al 36% dei Seggi della Camera. I partiti si potranno coalizzare per sostenere un comune candidato.   Proporzionale. Dei restanti 399 deputati, 12 continueranno a essere eletti nelle Circoscrizioni Estere, con metodo proporzionale. In Italia un deputato è eletto in Valle d’Aosta in un collegio uninominale; i restanti 386 deputati saranno eletti con metodo proporzionale in listini bloccati di 2-4 nomi. Le liste proporzionali sono bloccate, vale a dire che l’elettore non ha nessuna possibilità di scelta cosicché i candidati saranno eletti secondo l’ordine deciso dai capi dei partiti. Poiché sono possibili le pluricandidature, fino a cinque, i capi dei partiti e delle correnti sono praticamente certi della loro rielezione. Il testo delega il governo a definire questi collegi plurinominali. Le Circoscrizioni, importanti per il recupero dei resti, saranno 28. In Senato saranno 20.   Soglia. Nella parte proporzionale la soglia a cui dovranno fare riferimento i partiti sarà il 3% sia alla Camera che al Senato. Per essere eletti a Palazzo Madama lo sbarramento si calcola su base nazionale e non più solo regionale. Le (finte) coalizioni, vere protagoniste della legge, devono superare il 10%. I partiti che superano l’1% ma non il 3% regalano i loro voti all’intera coalizione.   Una scheda, voto unico. Diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di un voto disgiunto), con il “Rosatellum 2.0” ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono, così l’elettore non è più pienamente libero di esprimere la sua volontà .   Voto disperso. I voti degli elettori che avranno barrato il nome del solo candidato del collegio uninominale saranno distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio. Barrando sul simbolo del partito il voto andrà al candidato del collegio e al partito per la parte proporzionale. Dunque gli elettori non avranno due voti, ma uno solo. Quindi, non potranno scegliere il candidato che preferiscono nel collegio uninominale e una lista di un altro partito nella parte proporzionale com’è non solo possibile e desiderabile, ma ampiamente praticato con la legge proporzionale vigente in Germania. Sotto la soglia dell’1% i voti andranno dispersi. Scorporo. Non è previsto lo scorporo come accadeva invece nel Mattarellum.   In caso di pareggio il candidato più giovane vince. Nel caso in cui due candidati in un collegio uninominale ottengano lo stesso numero dei voti «è eletto il più giovane d’età». Le firme. Viene dimezzato rispetto al testo originario il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo. Il numero di firme da raccogliere passa, dunque, da 1.500-2.000 a circa 750. Pure in questo caso solo per le prossime elezioni, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste elettorali. Incontestabile il commento di Gianfranco Pasquino: “Questa legge elettorale, che non esiste da nessuna parte al mondo, dicono che garantirebbe la governabilità. Non è affatto chiaro perché lo farebbe né che cosa sia la governabilità per i suoi sostenitori, a meno che si riferiscano alla fabbricazione di una maggioranza parlamentare ampia a sostegno di un governo. Tutto questo, però, sarà affidato alla formazione di coalizioni, difficilmente prima del voto, inevitabilmente dopo, in Parlamento che è quello che avviene normalmente in tutte le democrazie parlamentari, ma è stato a lungo demonizzato come “inciucio”, consociazione, Grande Coalizione, addirittura paventando, del tutto a sproposito, l’esito tragico di Weimar (1919-1933).   Nelle democrazie parlamentari la governabilità dipende e discende da una buona rappresentanza parlamentare delle preferenze e degli interessi, delle aspettative e degli ideali degli elettori. Stabile e efficace sarà quel governo prodotto da partiti e da parlamentari che rappresentano effettivamente i loro elettorati. Con la legge Rosato, gli elettori non avranno nessuna possibilità di scegliere i parlamentari, i quali, a loro volta, non avranno nessun interesse a rapportarsi ad elettori che non li hanno votati e dai quali non dipende la loro rielezione, tutta nelle mani dei dirigenti di partito che li hanno messi in testa nelle liste oppure in collegi uninominali “sicuri”. Credo che una legge elettorale che dà ai partiti e ai loro dirigenti più potere che ai cittadini-elettori sia sbagliata e, poiché democrazia significa “potere del popolo”, molto poco democratica. Darà cattiva e inadeguata rappresentanza politica e non contribuirà affatto alla governabilità.”

Andrea Fabozzi

da il Manifesto

12.10.2017

 

Legge elettorale. Il segretario del Pd scarica sul potenziale rivale la responsabilità dello strappo sul Rosatellum: è discutibile, a me la questione non appassiona. Passano con il minimo dei voti le prime fiducie alla camera. Tra stasera e domani il voto finale a scrutinio segreto. Ma i grillini spostano la battaglia al senato: bloccheremo l'aula. Ci sarà anche Napolitano «La fiducia è prevista dal diritto parlamentare. Si può discutere dell’opportunità, io non sono particolarmente appassionato al tema. Il Rosatellum non è la nostra legge elettorale, è solo un po’ meglio del Consultellum». Non parla il presidente il Consiglio che ha messo la fiducia sulla legge elettorale, parla il segretario del Pd che lo ha spinto a farlo. Nel silenzio prolungato di Gentiloni, Renzi incassa subito i bonus che accompagnano la fiducia. Il governo si è logorato ed è più difficile ipotizzare un finale lungo della legislatura; il presidente del Consiglio ha improvvisamente perso quel patrimonio di pacatezza e moderazione che ne faceva un possibile leader non divisivo. Per il segretario Pd sono due ottimi vantaggi collaterali del Rosatellum, una legge studiata per rovesciare i sondaggi e consentire a Pd e centrodestra di scavalcare il Movimento 5 Stelle. Rendendo più facili le larghe intese post voto tra Renzi e Berlusconi. A questo punto manca poco per il bersaglio grosso del segretario, ma è ancora presto per dire che la missione legge elettorale è compiuta. Al senato si annunciano passaggi più difficili e giornate anche più incandescenti. Con il governo praticamente assente dall’aula (solo un sottosegretario), a sottolineare l’entusiasmo dell’esecutivo, ieri la camera ha votato le prime due fiducie sul testo del Rosatellum. Entrambe sono passate con un quasi record negativo: 307 sì la fiducia sull’articolo 1 e 308 sì la fiducia sull’articolo 2. In dieci mesi il governo Gentiloni ha fatto peggio una sola volta, a fine luglio sul decreto vaccini. Forza Italia e Lega non hanno partecipato al voto ma torneranno provvidenzialmente in campo per il voto finale previsto a scrutinio segreto. Non sono particolarmente appassionato alla legge elettorale, il Rosatellum non è quello che proponeva il Pd. È solo un po’ meglio del Consultellum. Matteo Renzi I numeri delle fiducie, per quanto bassi, non autorizzano a farsi illusioni sull’eventualità che la legge venga affondata. Le votazioni di oggi già scontano una quota di deputati Pd dissidenti che non hanno risposto alla chiama (Cuperlo, Pollastrini, Monaco) e solo Rosi Bindi ha annunciato il suo no nel voto finale. Franchi tiratori ce ne saranno sicuramente in tutti i gruppi, anche in quello dei democratici. Ma per avere successo dovrebbero essere un centinaio, visto che oltre cento voti in più sono quelli annunciati tra berlusconiani, salviniani e piccole formazioni di centrodestra. Stamattina si comincia con la terza fiducia sul terzo articolo della legge elettorale, poi dal pomeriggio gli emendamenti agli articoli 4 e 5, non coperti dalla fiducia perché considerati dalla maggioranza pro Rosatellum non esposti alle rischiose votazioni segrete. Almeno un emendamento, però, ed è l’unica modifica che il relatore concede all’aula, sarà approvato per correggere una norma del voto all’estero – non quella che d’ora in poi consentirà anche i residenti in Italia di candidarsi nelle circoscrizioni estere (pare interessi a Verdini). Gli ordini del giorno e le dichiarazioni di voto finali allungheranno di certo i lavori fino a sera. I grillini vorrebbero arrivare a venerdì e hanno organizzato una veglia di protesta al calar del sole. Sono già occasioni di campagna elettorale, generosamente offerte dal Pd. Dal punto di vista pratico non cambia nulla, visto che la legge arriverà comunque in prima commissione al senato martedì prossimo. E da lì partirà una nuova corsa. La maggioranza al senato è più ristretta, ma comunque con Forza Italia e Lega sufficientemente solida. Non sono previsti voti segreti, con l’eccezione di quelli sulle norme che riguardano minoranze linguistiche – una di queste però è proprio il famoso emendamento sul Trentino Alto Adige che ha affondato il «Tedeschellum» a giugno. La fiducia si giustifica soprattutto con la volontà del Pd di approvare definitivamente la legge prima dell’inizio della sessione di bilancio (i primi di novembre). Una o più fiducie potrebbero essere presentate come la reazione al prevedibile ostruzionismo della sinistra e dei 5 Stelle. Soprattutto i grillini già annunciano l’intenzione di bloccare l’aula di palazzo Madama (prima di tutto c’è la legge sui vitalizi, dicono, stravolgendo completamente le priorità della maggioranza). Avranno maggiori margini di intervento visto che in questo caso la discussione parte da zero e non ha i tempi contingentati della camera. C’è anche Giorgio Napolitano che annuncia un intervento polemico sulla norma che prevede l’indicazione del capo della forza politica, norma che adesso lo vede contrarissimo. L’ex presidente è contrario anche alla fiducia, che pure incoraggiò ai tempi dell’Italicum. Se non ci sarà discussione in aula, Napolitano potrebbe intervenire in commissione. Per Renzi è ormai un avversario dichiarato e ieri, senza citarlo, lo ha attaccato per quello che disse contro il «Tedeschellum». Dimostrando una volta di più di appassionarsi alla legge elettorale.

Vincenzo Comito

da Il Manifesto

10.10.2017

 

Al Corriere della Sera, forse stanchi di registrare ogni giorno tutti i malanni del mondo, hanno inaugurato un supplemento del loro quotidiano dedicato alle «buone notizie»; al di là della statura del giornalista che si occupa dell’iniziativa, figura certamente stimabilissima, l’idea non sollecita il nostro entusiasmo. Ad ogni modo c’è una buona notizia che vogliamo segnalare al giornale sopra citato: i giudici hanno respinto la richiesta di patteggiamento avanzata da Fabio e Nicola Riva, due componenti della famiglia già proprietaria dell’Ilva, rispetto al procedimento a loro carico in corso nei tribunali. Ma le buone novità sul gruppo siderurgico si fermano certamente a questo punto. Quelle negative sovrastano certamente quelle favorevoli. Ieri, in effetti, come è noto, c’è stata una giornata di sciopero in tutti gli stabilimenti per protestare contro il piano presentato dalla cordata vincitrice della gara per la gestione del complesso siderurgico. E il governo, nella figura del ministro Calenda, con una mossa di cui non lo credevamo forse capace (peraltro è plausibile che con le elezioni alla porte non se la sia sentito di dare un’altra botta ai lavoratori, attività cui questo come il precedente esecutivo, bisogna dire, si sono dedicati con molta applicazione), ha annullato il tavolo tra le parti sociali previsto al Mise; il ministro ha fatto sapere alla cordata vincitrice che non era possibile aprire un confronto senza il rispetto delle condizioni già concordate per quanto riguardava i dipendenti. I tempi per la soluzione della questione Ilva, che si trascina ormai da parecchi anni, si allungano così ulteriormente, come da tradizione tipica del nostro paese. Ricordiamo tra quelle più recenti anche la vicenda Alitalia. Nel caso dell’Ilva, dopo una storia molto lunga, come è noto a suo tempo il governo ha assegnato la gestione del complesso alla cordata AM InvestCo, di cui è capofila l’indiana Arcelor Mittal e a cui partecipa anche la Marcegaglia. Si è trattato di una decisione largamente contestabile. Intanto Arcelor Mittal è già largamente presente in Europa e c’è il rischio che l’acquisizione del complesso italiano, in una situazione di sovraccapacità produttiva del settore a livello mondiale, sia da loro vista soprattutto come un mezzo per bloccare velleità espansive di altri, o, anche, per arrivare con il tempo ad una chiusura pilotata dello stesso. La presenza poi di un’impresa come la Marcegaglia, i cui risultati economici e finanziari degli ultimi dieci anni non sembrano essere stati molto brillanti, è solo la classica foglia di fico. Manca poi qualsiasi piano di lungo termine su quello che si vuol fare veramente con un gruppo una volta orgoglio dell’industria nazionale, mentre tante altre grandi imprese del nostro paese sono finite in maniera ignominiosa. Infine, il governo accetta di procrastinare ancora sino al 2023 la presunta soluzione del drammatico problema dell’inquinamento ambientale. Ora la nuova proprietà vorrebbe lasciare a casa circa 4000 dipendenti su 14.000; essi sarebbero assorbiti dall’amministrazione straordinaria in lavori di bonifica del sito, gli stipendi dei 10.000 addetti «salvati» verrebbero fortemente ridimensionati sino a 6000 euro all’anno, somma certamente non trascurabile per delle remunerazioni già ridotte. Mentre essi verrebbero riassunti senza la protezione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ancora più grave poi, forse, la situazione di circa 7.600 lavoratori dell’indotto, di cui si preferisce tacere del tutto la sorte. Certo l’intera questione dell’Ilva è comunque assai emblematica dell’incapacità del nostro paese di risolvere un problema complesso, anche se in questo caso il sentiero è stato comunque sin dall’inizio molto stretto. Una parte della popolazione di Taranto, esasperata dalla drammatica situazione sanitaria dell’area, mentre anche altri importanti impianti produttivi locali presentano grandi problemi da anni, preferirebbe ormai la chiusura dell’impianto, sperando magari nell’avvio di un grande programma di riconversione dell’area verso nuove attività industriali. Ma nella situazione in cui versano ormai il governo del paese e le amministrazioni pubbliche ci sembra un’idea del tutto irrealistica da realizzare. D’altro canto, la questione della salute è irrinunciabile e la soluzione prospettata a suo tempo su di essa nell’accordo del governo con la Arcelor Mittal ci sembra contestabile. Vogliamo ricordare che nel mondo ci sono ormai molti esempi di impianti siderurgici che funzionano riuscendo a tutelare la salute dei dipendenti e delle popolazioni circostanti. Bisognerebbe cercare di continuare a lottare in questa direzione anche le soluzioni tecniche appaiono complicate, se la stanchezza prende ormai alla gola e se chi abita vicino all’impianto non crede più a nessuna ipotesi salvifica. Sono in ogni caso soprattutto gli operai di Taranto e la popolazione locale che devono decidere della sorte dell’impianto, anche se sono in ballo diversi siti produttivi del gruppo in altre località della penisola.

 

SCIOPERO ILVA , RIFONDAZIONE COMUNISTA: SIAMO CON I LAVORATORI E SINDACATI Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, ed Enrico Flamini, responsabile Lavoro di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano: «I lavoratori e i sindacati di tutti i stabilimenti Ilva con la pressoché adesione totale allo sciopero e alle mobilitazioni di oggi hanno detto chiaramente no al piano annunciato da ArcelorMittal, un piano che non propone nulla sul versante della riconversione ambientale e che annuncia oltre 4 mila esuberi in tutta Italia, determinando inoltre il licenziamento per gli altri 10 mila dipendenti con la successiva riassunzione senza le tutele dell’articolo 18. Questi sono i veri risultati delle politiche economiche e del lavoro degli ultimi venti anni, questi sono i risultati del Pd, dell’assenza di una politica industriale e del Jobs Act. Rifondazione comunista è e sarà a tutti i livelli a sostegno di lavoratori e sindacati perché l’unica sinistra che serve al paese è quella in grado di ridare valore e dignità al lavoro. Per salvaguardare lavoro e territorio in Francia si nazionalizza. Anche in Italia bisogna difendere le aziende strategiche e imporre la salvaguardia dei posti di lavoro e del risanamento ambientale. I lavoratori che oggi stanno scioperando a Taranto e Genova non vanno lasciati soli».

Riccardo Chiari

da Il Manifesto

07.10.2017

 

Quarto polo. La tappa fiorentina del giro d'Italia di 'quelli del Brancaccio' e della Rete delle città in Comune, per una lista di sinistra nel segno dell'attuazione della Carta repubblicana: "Compreso il titolo III". Cioè il modello economico. Al di là delle dichiarazioni ad effetto – “il nostro programma non è di stare al tavolo, ma di ribaltarlo” – che pure muovono l’applauso di Sant’Apollonia, è il filo del ragionamento di Tomaso Montanari che non mostra smagliature, almeno agli occhi di (quasi) tutta una platea fatta di attivisti di partiti, comitati e associazioni, e per fortuna anche di curiosi, compresi molti under 40. La tappa fiorentina del giro d’Italia “Cento piazze per il programma”, lanciato dall’ “Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza”, cioè ‘quelli del Brancaccio’, e dalle “Rete delle città in Comune”, non offre risposte definitive su un programma di sinistra che, appunto, è un work in progress. Ma segna comunque gli assi cartesiani di un rassemblement, non solo elettorale, “che intende ricostruire la sinistra con un percorso di partecipazione democratica dal basso, e che ci veda tutti sulla stessa rotta, nella stessa direzione”. Quale direzione? La risposta dello storico dell’arte tiene insieme una provocazione e un giudizio politico: “Alla fine di questo percorso faremo una nuova assemblea a Roma, al Brancaccio. Io vorrei farla il 19 novembre, e non perché quel giorno c’è un’iniziativa politica che vuol fare D’Alema. Lo vorrei fare quel giorno perché, nel 1944, in quel teatro un discorso memorabile lo fece Emilio Lussu, sulla ricostruzione dello Stato dopo vent’anni di fascismo. E lo Stato, negli ultimi 25 anni, è stato di nuovo smontato, pezzo per pezzo”. In realtà la futura assemblea novembrina del Brancaccio dovrebbe svolgersi una settimana più tardi. Anche per la sensibilità che si deve a chi sta organizzando un percorso politico parallelo. Difficilmente convergente però, se Montanari davanti alle telecamere di La7 osserva: “Le politiche di centrosinistra hanno provocato tanti disastri”. Parole che si accompagnano, pensando alla “sua” Toscana, all'invito rivolto ad Enrico Rossi in un auditorium che ben conosce, e denuncia, la reale natura delle scelte sanitarie e infrastrutturali della Regione: “Lo dico all’amico Rossi: va bene un percorso comune, ma solo se si cambia rotta sull'aeroporto di Firenze, sull'inceneritore, sul sottoattraversamento dell’alta velocità, sulle politiche sanitarie”. Il diretto interessato si schernisce: “Questo progetto non ha un leader. Credo sia finito il tempo in cui le case si costruivano dai tetti”. Ma i riflettori sono comunque per lui, Tomaso Montanari. Eppure l’auditorium ascolta con attenzione, in sintetici interventi di cinque minuti scanditi da Giulia Princivalli e Alberto Mariani, le parole assai critiche – vedi nuova possibile legge elettorale – di Alberto Cacopardo dei comitati per il “No” al referendum del 4 dicembre. Poi Tommaso Fattori, di Sì Toscana a Sinistra, pronto a rilevare: “Occorre nettezza, radicalità, credibilità: appena un mese fa uno dei leader di Mdp (Pierluigi Bersani, ndr) ha preso pubblicamente le distanze da Jeremy Corbyn sulla rinazionalizzazione dei servizi pubblici. E non dimentichiamo che, senza interconnettersi con il ‘campo di gioco’ europeo, non saremo mai in grado di difendere le nostre scelte politiche dai diktat dell'UE come il pareggio di bilancio. Dobbiamo imporre la nostra agenda e non inseguire quella degli altri, come abbiamo fatto con i referendum sull’acqua e i servizi pubblici”. Poi disattesi. Ancora, Massimo Torelli dell’Altra Europa, con un secco intervento a colpi di tweet sul modello coniato da Pablo Iglesias di Podemos. E, fra Dimitri Palagi (Prc), Serena Pillozzi (Si), Serena Spinelli (Mdp) e Miriam Amato (Al), c’è il prof di liceo Andrea Bagni: “ Per chi ha meno di 30 anni, la dimensione della politica è stata terra bruciata fino al 4 dicembre scorso. Non deludiamoli di nuovo”. Chiude Montanari: “Ricordiamolo sempre, il governo è un servizio, non un fine: al governo ci andremo quando avremo la forza di imporre un progetto. Di attuazione della Costituzione, compreso il titolo III”. Il modello economico.

Massimo Villone

da il Manifesto

06.10.2017

 

Legge elettorale. L'Italicum, il Consultellum Camera, il Rosatellum nella versione originaria e nelle modifiche di cui si parla, sono in vario modo la medicina che uccide il malato Per capire meglio la colluttazione in atto nella Commissione affari costituzionali della Camera in tema di soglie di sbarramento e coalizioni bisogna tornare ai fondamentali. Proporzionale o maggioritario? Alcuni – tra cui io – insistono sul ritorno al proporzionale. Passatisti ultras? Niente affatto. Il maggioritario in qualunque forma – uninominale di collegio o proporzionale con premio di maggioranza – funziona su un principio di base: sovra-rappresentare i soggetti politici vincenti, sotto-rappresentare i perdenti. È proprio in questo l’incentivo alla cosiddetta governabilità: ai primi più seggi rispetto ai voti, ai secondi meno seggi. Basta guardare al Parlamento eletto con il Porcellum. Il punto è che il maggioritario trova condizioni ideali di funzionamento – si fa per dire – se esistono due maggiori partiti e poco altro. In un contesto effettivamente bipolare è probabile che i due partiti siano quasi equivalenti nei voti, e che basti un piccolo margine di vantaggio dato dal sistema elettorale per costruire una maggioranza parlamentare, senza distruggere la rappresentatività dell’assemblea. Il contrario accade in un sistema multipolare. Ad esempio, con tre partiti intorno al 30%, i – relativamente pochi -voti devono tradursi comunque in una maggioranza di seggi. Questo può accadere solo con una forte distorsione della rappresentatività. È il modello dei mega-premi di maggioranza che ha ispirato il Porcellum prima, l’Italicum poi, e ora anche il Consultellum Camera. Il maggioritario per antonomasia – quello britannico – ha funzionato in maniera ritenuta accettabile da osservatori e studiosi fino a quando i due maggiori partiti hanno totalizzato gran parte dei voti espressi. Nell’immediato dopoguerra, giungevano intorno al 90%. La crisi è venuta quando il sistema politico non è stato più effettivamente bipolare. E si è giunti da ultimo alle esperienze di coalizioni necessarie, e persino precarie come quella in atto. Esiste una interazione comunque ineliminabile tra sistema dei partiti e sistema elettorale. In una situazione multipolare l’incentivo maggioritario o non è sufficiente a garantire una maggioranza di seggi parlamentari e rimane dunque inutile, o raggiunge tale obiettivo negando la rappresentatività dell’assemblea elettiva e la sua aderenza rispetto al paese. Un esito politicamente e costituzionalmente inaccettabile. Inoltre, può paradossalmente produrre frammentazione, favorendo la nascita di mini-partiti, che pur con pochi voti siano determinanti per una coalizione nel vincere un collegio uninominale o conseguire un premio di maggioranza. È già successo con il Mattarellum e il Porcellum. In specie, quando il sistema politico è frammentato in una serie di potentati locali, legati alle dinamiche del territorio, si rafforza il “cacicchismo”. Il Rosatellum bis prevede uno sbarramento al 3%, ma consente che i voti di liste tra l’1 e il 3% siano computati per la coalizione. Apparentemente strano: voti sì, seggi no. Ma con sindaci e governatori abbiamo già visto candidature assistite da un codazzo di liste, improbabili e palesemente destinate a non avere un consigliere. In tali casi, il corrispettivo è a parte, magari in qualche consiglio di amministrazione di società partecipata dopo il voto. Ma chi si fida delle promesse? Ecco perché si collutta in Commissione sul se e come configurare la coalizione e consentire la distribuzione diretta di qualche seggio anche ai soggetti minori. Un obolo a cacicchi, capi e capetti. Può non interessare che questo vada a vantaggio o svantaggio di M5S, Pd, Fi, Mdp, Alfano, Pisapia o altri. Il punto è che favorisce l’ulteriore disfacimento del sistema politico, allontanando ancor più la ricostruzione di soggetti politici solidamente strutturati che oggi mancano. È qui il virus che corrode politica, istituzioni, governabilità. È un virus che si combatte tornando al proporzionale con soglie di sbarramento ragionevoli ed effettive, alla necessaria ricerca di consensi reali, all’essere quel che dicono i voti ricevuti, in assemblee pienamente rappresentative e non popolate dalle anime morte dei nominati. Si vota, e la politica costruisce il dopo, in Parlamento. L’Italicum, il Consultellum Camera, il Rosatellum nella versione originaria e nelle modifiche di cui si parla, sono in vario modo la medicina che uccide il malato.

Pubblicato il

4.10.2017

 

COMUNICATO STAMPA Roberta Fantozzi, responsabile nazionale Politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara: “Il governo continua con la stessa politica che ha portato avanti in questi anni e che diversamente dalla propria storytelling ha raccolto risultati che aumentano le divergenze con il resto d’Europa. Così per la crescita del Pil all’1,5% contro il 2,2% della zona euro e il 2,3% della UE, mentre la caduta del Pil in Italia negli anni passati è stata imparagonabilmente più grave che nel resto d’Europa. Così per l’occupazione, anch'essa in crescita più lenta, e che non considera inoltre che trattasi di lavoro precario – con il quasi raddoppio rispetto alla situazione pre-crisi di part-time involontario e sottoccupazione – e con la crescita abnorme degli occupati ultracinquantenni, incatenati al lavoro dalla Fornero e aumentati negli ultimi 2 anni e mezzo di oltre 900.000! E’ una politica fatta di decontribuzioni e sgravi, che continua quella con cui si sono regalate risorse alle imprese nel triennio per oltre 40 miliardi. Che rivendica come grande intervento un provvedimento sulla povertà che non copre nemmeno 1/3 delle persone in povertà assoluta con risorse totalmente insufficienti. Che continua con le politiche di privatizzazione mentre sarebbe necessario un piano di investimenti pubblici in grado di creare lavoro tanto nella salvaguardia dell’ambiente quanto nel rilancio del welfare. Nulla sulla sanità, a fronte di 12 milioni di persone che non si curano più tra ticket e liste di attesa. Nulla sulla previdenza dove si va verso un ulteriore e inaccettabile aumento dell’età pensionabile. Rifondazione Comunista parteciperà a tutte le iniziative di mobilitazione contro queste politiche e rafforza il suo impegno per la costruzione di una sinistra antiliberista in grado di rappresentare un’alternativa alle disuguaglianze e alle ingiustizie sociali”.

Pagine