Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Giuliano Santoro

da Il Manifesto

 

Calcio. Il giudice sportico condanna «lo striscione». Daspo e sanzioni pecuniarie in arrivo

 

 

 

Secondo il giudice sportivo, esporre all’interno di uno stadio la faccia di Federico Aldrovandi è una «provocazione rivolta alle forze dell’ordine».
I fatti risalgono al 9 e 10 dicembre scorso. Acad, Associazione contro gli abusi in divisa, aveva invitato le tifoserie italiane a esporre il volto del giovane ferrarese ucciso da alcuni agenti mentre tornava a casa, in una notte di settembre del 2005. L’iniziativa era arrivata dopo che all’interno dello stadio Olimpico di Roma, in occasione della partita tra Roma e Spal, ai sostenitori della compagine ferrarese era stato impedito di entrare con il bandierone che porta il volto di Aldrovandi.

L’appello di Acad aveva raccolto tantissime adesioni delle curve italiane ed europ

ee. La faccia di «Aldro» era comparsa un po’ dovunque, segnalando l’ostinazione a non dimenticare la sua morte in seguito ad un fermo di polizia. Adesso sono in arrivo sanzioni pecuniarie e Daspo, il divieto di partecipare a manifestazioni sportive, un provvedimento amministrativo che non necessita di essere approvato dalla magistratura ordinaria. E che in questa occasione porta questa motivazione: «I sostenitori, durante la gara, esponevano uno striscione di contenuto provocatorio nei confronti delle forze dell’ordine».

 

Il padre di Federico, Lino Aldrovandi, ha espresso la sua solidarietà ai colpiti dai provvedimenti repressivi: «Ripeto quello che ebbi a dire qualche giorno fa – sostiene – Ricordare le vittime di quel male irreversibile ’causato’, non sarà mai sinonimo di violenza, ma monito a richiamare al rispetto della vita di ognuno di noi, da parte di chi quella vita, quando chiamato in causa, abbia l’onere ed il privilegio di averla in consegna».
Il regolamento in vigore non prevede il divieto di esporre bandiere. Quel divieto è limitato agli striscioni offensivi e a quelli dal contenuto considerato «politico». Ne deriva che le norme che disciplinano i comportamenti dei tifosi riconoscono ampio potere discrezionale ai funzionari di polizia. Qualsiasi stendardo di dimensioni superiori a un metro deve essere autorizzato. Da qui aveva avuto origine il divieto di Roma. La motivazione del giudice non richiama espressamente il volto di Aldrovandi. Ma i protagonisti di questa vicenda non hanno dubbi: è quella faccia l’unica «anomalia» che compare sugli spalti nel corso di quella giornata calcistica. E sono i suoi occhi, che interrogano il prossimo e mantengono vivo il suo ricordo, ad essere considerati una «provocazione».

 

Così, ad esempio, dalla questura di Terni si annunciano provvedimenti nei confronti di cinque ultrà del Parma. E da Prato i tifosi raccontano: «All’inizio del secondo tempo, alcuni steward assieme a poliziotti in divisa e non, dopo aver strappato un drappo di Aldrovandi dalla curva del Siena sono entrati nel nostro settore intimandoci, pena il Daspo, di levare lo striscione con la foto di Aldrovandi». «Il divieto di Roma che ha dato il via alla campagna non era frutto della decisione di qualche funzionario di polizia troppo solerte, ma di una precisa volontà politica – spiega Luca Blasi di Acad – La nostra campagna #FedericoOvunque ha raccolto e continua a raccogliere adesioni dalla maggior parte delle tifoserie italiane, molte da altri paesi europei e da una miriade di realtà sociali e singoli cittadini. La risposta a questa azione di massa nonviolenta è gravissima: non potendo impedire fisicamente l’accesso agli striscioni in tutte le partite delle differenti categorie stanno fioccando multe e divieti nei confronti di chi ha portato striscioni, bandiere o cartelli con l’immagine di Federico».

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

 

«Farebbe ridere se non ci fosse da piangere la levata di scudi trasversale contro la Bolkestein da parte di centrodestra e centrosinistra che l’hanno votata! 

Ricordiamo infatti che quando fu varata, furono i gruppi popolari e socialisti, cioè centrodestra e centrosinistra, ad approvarla. Rifondazione votò contro, per la cronaca…

Quando si sono accorti che la direttiva colpiva anche un settore come quello delle concessioni balneari, che godono in Italia di un trattamento che non ha pari in Europa, centrodestra e centrosinistra si sono messi a fare demagogia.

Sanno benissimo che non ci sono ragioni che giustifichino una durata infinita delle concessioni su un bene demaniale, ma a fini elettorali votano proroghe, invece di avere il coraggio di riformare un settore, garantendo che le spiagge non vengano accaparrate da banche o società multinazionali, che sia tutelato il lavoro, che vengano liberate dal cemento e riqualificate sul piano paesaggistico e ambientale.

Di proroga in proroga, l’Italia rischia di pagare cara la demagogia, senza nemmeno conseguire risultati concreti per le 30.000 aziende del settore.

Comunque la difesa delle imprese del settore balneare richiede una fermezza della politica nel contrastare il dilagare delle costruzioni sulle spiagge, considerate da troppi di questi operatori come proprietà privata».

Adriana Pollice

 

Sinistra. Presentati all'Ambra Jovinelli di Roma il simbolo e il programma della lista. Acerbo: possiamo occupare uno spazio finora lasciato vuoto

 

Ambra Jovinelli pieno domenica scorsa, oltre mille persone hanno partecipato al battesimo del simbolo e del programma di Potere al popolo, la lista che sta nascendo dalle lotte nei territori (80 assemblee tenute da nord a sud) con l’intenzione di presentarsi alle prossime politiche. Significativa la presenza sul palco di esponenti della nuova sinistra europea e dell’ambasciatrice palestinese in Italia, Mai Alkaila.

 

Gabriel Amard, di France Insoumise, ha spiegato il metodo comune alle formazioni che si stanno affermando al di fuori delle vecchie burocrazie di partito: «Ognuno è il benvenuto, non chiediamo il curriculum. Nel nostro progetto, il popolo è il soggetto politico che prende il potere e cambia la società. Non vogliamo personalizzare la lista, vogliamo innescare un processo costituente per il popolo, con il popolo per l’interesse generale. Alla gente, nei territori, diciamo venite a fare le leggi per voi stessi, entrate in rapporto diretto con la costruzione delle leggi con una scrittura cooperativa fatta insieme nelle assemblee o sulle piattaforme in rete».

 

Gli attivisti dell’Ex Opg Je so’ pazzo hanno chiamato a raccolta a Roma reti civiche, collettivi e spazi sociali, sindacati di base, comitati ambientali come No Tav, No Tap e No Muos, soggetti strutturati come Rifondazione comunista, Rete dei comunisti, Sinistra anticapitalista e Pci (ex Pdci), i lavoratori impegnati in battaglie simbolo come Thyssen Krupp e Almaviva.

 

Le prossime tappe prevedono nuove assemblee locali per selezionare le candidature scegliendo chi nei territori si è fatto carico delle battaglie della propria comunità: «Casa per casa, università per università, sui luoghi di lavoro, nelle lotte e in ogni provincia noi andremo avanti a portare le idee per le quali ci battiamo – spiegano -. Che sono semplici, oltre i tecnicismi di programmi infiniti, e sono quelle che uniscono tutti: lavorare senza essere sfruttati, non essere costretti a emigrare e vivere in territori che non vengano deturpati. È una follia cominciata per le elezioni ma che non si fermerà un giorno di marzo con una percentuale di votanti».

 

Una delle figure di riferimento della lista è Haidi Gaggio Giuliani perché è dalle repressioni dei movimenti dopo il G8 di Genova che si è formata questa generazione di attivisti.

 

«Quello di domenica è stato un bel momento di partecipazione dal basso – racconta Maurizio Acerbo, segretario del Prc.

 

Jean-Luc Mélenchon, fondatore di France Insoumise, ha dedicato all’iniziativa un post sul suo blog, la partecipazione di rappresentanti della spagnola Podemos ci dice che nel vecchio continente c’è una sinistra radicale sopra il 10% e pure in Italia si può occupare questo spazio, finora lasciato vuoto, lavorando anche oltre il momento elettorale».

18 dic 2017

Fabio Panero

 

Leggo che la salma del “Re cit” ovvero il Re piccolo in tutti i sensi, Vittorio Emanuele III è arrivata dall’Egitto con volo di Stato (quindi pagato dai contribuenti) alla volta del Santuario di Vicoforte Mondovi’ (Cuneo, Piemonte)

 

Nessuno potrà e dovrà dimenticare mai che Vittorio Emanuele III consegnò l’Italia alla dittatura fascista, calpestando lo Statuto su cui aveva giurato e così venendo meno all’unico dovere che aveva. Per vanagloria e soddisfatto del ridicolo titolo di Imperatore d’Etiopia, diede il suo assenso alle leggi razziali, spianando la strada allo sterminio dei suoi sudditi ebrei. Portò l’Italia in guerra accanto a Hitler: ogni famiglia cuneese ha praticamente un morto in Russia e penso che ognuno di questi morti si stara’ rivoltando nella tomba.

 

Unica scelta sensata fu quella di voltare la gabbana e far arrestare Mussolini , salvo poi scappare a gambe levate l’8 di settembre, lasciando allo sbando centinaia di migliaia di soldati italiani sui vari fronti, deportati nei lager nazisti o trucidati sul campo.
E’ vergognoso che si sia speso un singolo euro per portare in Italia le ossa di un personaggio tanto deplorevole. Se proprio ci tenevano tanto i discendenti avrebbero dovuto pagare loro questa operazione pubblicitaria.

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

«Ma quale compassione? Noi non proviamo nessuna umana compassione, al contrario di quanto dichiarato da Grasso, nè pensiamo che ci debba essere alcun onore e nemmeno nessun onere per la collettività quando si parla della Casa Savoia, che rifilò all’Italia due guerre mondiali, 20 anni di dittatura fascista, crimini coloniali, leggi razziali. La compassione la proviamo per le vittime dei Savoia e del fascismo.

Va ricordato che solo Rifondazione Comunista e i Comunisti italiani votarono contro l’abrogazione dei primi due commi della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione avvenuta nel 2002 con i voti di centrodestra e centrosinistra. I due commi recitavano: “I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive. Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale”. Questi commi non avevano nulla di disumano perchè richiedevano ai Savoia di rinunciare a pretese dinastiche per rientrare in Italia.
Furono aboliti nel clima di revisionismo storico e di svuotamento della Costituzione tipico della seconda repubblica. Ora ci tocca pure pagare i viaggi!»

 

 

Fabio Sebastiani

da Contro la crisi

18.12.2017

 

 

"Unità e partecipazione dai territori". E' questo il risultato più importante, nelle parole di Viola Carofalo dell'assemblea nazionale di Potere al popolo che ha registrato il tutto esaurito all'Ambra Jovinelli. Sul nodo cruciale della raccolta delle firme Viola risponde: "In strada a fare i banchetti ci siamo sempre stati. Stavolta non sono ottimista, di più". 

Delle firme utili a presentare le liste, così come degli altri ostacoli, in realtà non si è parlato tanto nel corso degli interventi. La preoccupazione di tutti, a cominciare da Giorgio Cremaschi, è stata la tenuta del patrimonio di unità. E, dentro questo percorso, anche certificare il passo indietro dei "vecchi militanti". Non era così scontato. E finalmente il passaggio di testimone non è più soltanto un'auspicio gridato come uno slogan. Ora, sempre guardando alle incrostazioni della sinistra antagonista, resta da sciogliere il nodo del variegato mondo dei centri sociali, rimasti un po' alla finestra in questa fase. La partecipazione dei No-Tav e della stessa Haidi Giuliani, che non manca di sottolineare la discrasia, dovrebbero funzionare da disgelo. Ma per raccogliere i frutti bisognerà aspettare più del classico "medio periodo".
Tutta l'Europa ci guarda. Spagnoli e francesi sono addirittura intervenuti per incoragggiare Potere Popolare e per dire che "il problema della sinistra è il popolo".

La formula più efficace per dare un significato ben definito alla parola "popolo", altro tema di punta della giornata, è quella di "working poor generation". Tradotto, la generazione che si riconosce nella lotta allo sfruttamento e alla precarietà, migranti compresi ovviamente. Qqualcuno potrebbe obiettare che non cambia molto rispetto al passato. E invece sì. A spiegarlo è Franco Turigliatto, più di qualche capello bianco e decenni di lotta politica sulle spalle. Turigliatto racconta di quel momento magico tra gli anni sessanta e settanta quando nel nord Italia la rivolta venne accesa dai ragazzi, mentre alla Fiat "i giovani immigrati dal Sud" rompevano lo schema degli operai di vecchio stampo.

Non a caso nel suo intervento Maurizio Acerbo ci tiene a sottolineare che all'Ambra Jovinelli "c'è la storia della sinistra migliore di questo paese". "Concentriamoci sulla nostra passione", è invece l'esortazione di Eleonora Forenza. 

Altro tema su cui si è fatto un netto salto di qualità, infine, è stato quello dei migranti. La manifestazione di ieri è andata bene. E la trasversalità raggiunta nel nome della battaglia contro lo sfruttamento e la precarietà di vita e di lavoro apre nuove prospettive. La prossima assemblea territoriale sarà, non a caso, a Lampedusa.  

16.12.2017

da la Citta Futura

di Ascanio Bernardeschi

 

I dati sulle persone che per motivi economici non possono accedere alle prestazioni del servizio sanitario nazionale ci dicono che l'universalità del diritto alla salute è solo un ricordo.

 

Mentre i nostri governanti ci dicono quotidianamente che, grazie ai loro meriti, la “crisi non c'è più” e che l'“economia tira”, la povertà aumenta. Oggi anche le cure mediche sono diventate un privilegio per chi può permettersele e l'universalità del diritto alla salute, previsto dalla Costituzione e attuato con la riforma sanitaria degli anni 70, è solo un ricordo.

 

La fondazione Banco Farmaceutico Onlus, per tramite del suo organo di ricerca, e con il contributo tecnico scientifico di Caritas Italiana, Associazione Medicina e Persona e ACLI, ha pubblicato il rapporto 2017, intitolato “Donare per curare: Povertà sanitaria e Donazione Farmaci”.

 

Ne viene fuori che, nel 2017, 580mila persone (+4% rispetto al 2015) non possono acquistare farmaci.

 

È in aumento la povertà sanitaria, visto che nel 2017 la richiesta di medicinali da parte degli enti assistenziali è cresciuta del 9,7% e negli ultimi 5 anni del 27,4%.

 

Crescono del 3,2% i poveri under 18, che rappresentano quasi un quarto degli assistiti, e ancor di più crescono i minorenni in tale condizione (+4,5).

 

Anche chi non è povero ha difficoltà a curarsi: più di un quarto, il 26 per cento, ha rinunciato almeno una volta in un anno a visite specialistiche o accertamenti diagnostici e gran parte di queste persone ha dovuto anche rinunciare a curarsi. Poco meno di un quarto, il 23 per cento, ha rinunciato almeno qualche volta ad acquistare farmaci. Ma fra chi ha un titolo di studio basso la percentuale sale al 40,85 per cento, e al 42,1 fra chi ha più figli. Al Sud più della metà della popolazione deve rinunciare (50,6%). Così come superano la metà (51,2%) i “lavoratori atipici” costretti a rinunciare, cioè l'enorme e crescente esercito del precariato legalizzato dal pacchetto Treu passando per il decreto Biagi, fino al Jobs act, segno evidente che anche l'accesso alle cure subisce una selezione su basi di classe.

 

Perfino fra gli utenti coperti dal Servizio Sanitario Nazionale più del 10% ha rinunciato a visite ospedaliere o a esami del sangue, non potendosi permettere il ticket.

 

Elaborando poi alcune statistiche dell'Istat viene fuori che le persone indigenti hanno potuto spendere nel 2015, mediamente, 106 euro a testa (29 centesimi al giorno), 14 euro meno dell'anno precedente.

 

In tutto, nel 2015, oltre 13 milioni di italiani (un milione in più dell'anno precedente) hanno limitato per motivi economici la fruizione di prestazioni sanitarie, il 20 per cento delle famiglie non povere e il 42 per cento di quelle povere, un italiano su 3 nel complesso.

 

A suon di “razionalizzazioni”, aziendalizzazioni, tagli, chiusure dei presidi nelle zone svantaggiate, la funzione universalistica del Servizio Sanitario Nazionale si è andata nel tempo affievolendo e sempre più si è aperto lo spazio del privato che a costi competitivi surroga le inefficienze del pubblico. Di questo ultimo aspetto il rapporto non parla, ma ormai la popolazione ne è ben più che consapevole. Con pochissimi soldi in più si evitano le liste di attesa e le code ai CUP, siamo accolti con guanti di velluto e usciamo soddisfatti. Non ci rendiamo conto però che così il servizio pubblico va gradualmente a farsi benedire e aumenterà il numero di coloro che non si potranno curare.

 

Mentre il grande statista di Rignano sull'Arno ci racconta ogni giorno dei magnifici progressi dell'economia, la povertà aumenta, i lavoratori perdono sempre più diritti e il welfare si assottiglia. Le poche risorse reperibili spulciando fra i miseri margini che l'Europa delle banche ci concede, vengono destinate a mance elettorali, anziché ai servizi pubblici. Oppure, peggio ancora, se ne vanno in aerei da guerra, armamenti e salvataggi delle banche decotte.

 

Intanto che fa il nuovo astro nascente nazionale della a-sinistra, Enrico Rossi, nella sua Toscana? Chiude i piccoli ospedali, penalizza i servizi sanitari dei territori svantaggiati, conferma la fiducia ai superpagati e inconcludenti supermanager, che sanno solo a tagliare sui servizi e non sugli sprechi e sull'eccessiva burocrazia, allontanando sempre più gli utenti dal servizio sanitario nazionale e consentendo invece agli specialisti dipendenti dei servizi pubblici di operare anche privatamente e con criteri di massima concorrenzialità.

 

Di questo passo il servizio pubblico si ridurrà al minimo, si elogeranno le virtù del privato e chi non avrà i mezzi per curarsi dovrà portare pazienza.

 

Adriana Pollice

 

Migranti. Il rapporto dell’Ong svela il sistema di violenza e sfruttamento da parte della Guardia costiera di Tripoli, sostenuta dai governi europei

 

 

«I governi europei, e in particolare l’Italia, sono complici delle torture e degli abusi sui migranti detenuti dalle autorità libiche» è la denuncia contenuta nel rapporto di Amnesty International, presentato ieri a Bruxelles. «I governi europei non solo sono pienamente a conoscenza di questi abusi, ma sostengono le autorità nel trattenere le persone in Libia» ha spiegato il direttore di Amnesty per l’Europa, John Dalhuisen. L’Ong ricorda che 500mila persone sono bloccate in Libia, dove subiscono terribili violenze, fino a finire all’asta nei moderni mercati di schiavi.

 

IL RAPPORTO DI AMNESTY, intitolato Libia: un oscuro intreccio di collusioni, descrive come l’Ue stia sostenendo un sofisticato sistema di sfruttamento dei migranti da parte della Guardia costiera libica, delle autorità addette ai detenuti e dei trafficanti: «In centinaia di migliaia sono in balia delle autorità locali, delle milizie, dei gruppi armati, spesso in combutta tra loro per ottenere vantaggi economici», spiega Dalhuisen. Dalla fine del 2016, l’Ue e l’Italia hanno cercato di sigillare la rotta migratoria. La cooperazione con i libici, spiega l’Ong, prevede: supporto al Dipartimento che gestisce i centri di detenzione; addestramento ed equipaggiamento della Guardia costiera libica; accordi con autorità locali, leader tribali e gruppi armati per incoraggiarli a bloccare il traffico di esseri umani. Dopo il 2011 le milizie sono state integrate nella struttura di sicurezza dello stato: «I gruppi si sono trovati ben pagati e protetti dall’affiliazione alle istituzioni. Così hanno rivolto la loro attenzione anche al controllo della costa».

 

LA PRESENZA, nella legislazione libica, del reato d’ingresso irregolare e l’assenza di norme per la protezione dei richiedenti asilo generano la carcerazione di massa: torture, lavori forzati, estorsioni, uccisioni, stupri sono la quotidianità per almeno 20mila persone. Altre migliaia sono imprigionate da gang criminali. Spiega Amnesty: le guardie torturano per estorcere danaro e, quando lo ricevono, passano le vittime ai trafficanti, che organizzano la partenza con la complicità della Guardia costiera. A fine settembre, l’Oim aveva identificato 416.556 migranti presenti in Libia. Nel 2017 le motovedette di Tripoli hanno intercettato 19.452 persone. Un uomo del Gambia, detenuto per tre mesi, ha raccontato: «Volevano soldi per rilasciarmi. Telefonavano ai miei a casa, mentre mi picchiavano con un tubo di gomma, per costringerli a cedere». Pagato il riscatto, è stato messo su un’auto diretta a Tripoli. L’autista ha chiesto altri soldi: «Fino a quando non avessi pagato, avrei dovuto rimanere con lui oppure mi avrebbe venduto».

 

POI CI SONO LE ACCUSE all’Italia. Video mostrano una motovedetta libica, la Ras Jadir, provocare il 6 novembre scorso l’annegamento di almeno 50 persone: ignorando i protocolli operativi, non ha lanciato in acqua gli scafi di salvataggio ma ha accostato un gommone in avaria provocandone il semiaffondamento, molti migranti sono finiti in mare. La nave dell’Ong Sea Watch, mandata dal Centro di coordinamento di Roma, è stata costretta ad allontanarsi dal personale libico. Un video mostra i migranti a bordo della Ras Jadir frustati con una cima, un uomo si getta in acqua e viene travolto dalla motovedetta, nessuno prova a salvarlo.

La Ras Jadir è stata donata dall’Italia alle autorità libiche con due cerimonie (a Gaeta il 21 aprile, ad Abu Sittah il 15 maggio), in entrambi i casi c’era il ministro Marco Minniti, grande sponsor degli accordi con Tripoli. Secondo Amnesty, è la prima volta in cui viene documentato che la marina libica ha provocato morti in mare utilizzando mezzi forniti da un governo europeo, quello italiano. L’Italia, prosegue Amnesty, per garantire che la Guardia costiera libica sia il primo attore a intercettare i migranti ha anche agito per limitare il lavoro delle Ong, di nuovo con il sostegno dell’Ue: «La priorità dei governi è la chiusura della rotta del Mediterraneo, con poco riguardo per la sofferenza che ne deriva». Amnesty chiede che l’Europa attivi percorsi legali per i migranti e si impegni affinché «le autorità libiche pongano fine alla detenzione arbitraria, consentano piena operatività all’Alto commissariato Onu per i rifugiati». Amara la conclusione: «I paesi Ue non dovrebbero fingere shock per il costo umano quando collaborano assiduamente con i responsabili». Il commissario europeo alle migrazioni, Dimitris Avramopoulos, respinge le accuse: «Siamo consapevoli ma non complici».

 

EPPURE LE ACCUSE di Amnesty sono state confermate dai naufraghi sbarcati ieri ad Augusta, salvati dalle Ong Proactiva open arms e Sos Méditerranée. «Sulla spiaggia le guardie in uniforme ci hanno puntato contro le pistole e costretto a salire sul gommone» ha raccontato un ragazzo. «In cella in Libia – ha aggiunto una donna del Camerun – ci picchiavano: mani e piedi legati, appesi a testa in giù, ci hanno colpito per tre giorni sulle articolazioni. Quando gli europei venivano a visitarci, le guardie ci dicevano di non parlare, sceglievano loro chi mostrare. Io però ho parlato, mi hanno punito trascinandomi in strada per 200 metri».

Alfonso Gianni

da il Manifesto

12.12.2017

 

Due fatti ieri si scontravano a distanza. A Palazzo Chigi, la presentazione del rapporto integrato sul mercato del lavoro 2017. A Napoli un gruppo di disoccupati e di precari ha contestato il presidente del Consiglio e subito sono stati respinti con violenza dalla polizia. I giovani di Napoli non avevano bisogno delle dichiarazioni trionfalistiche alla Renzi che Gentiloni ha fatto curvando le statistiche ufficiali. Lo vedono da sé che lavoro non ce n’è e quel poco che c’è è precario, privo di diritti, sottopagato. Ma persino il giornale della Confindustria non scherza. La prima cosa che riporta è l’aumento dei contratti a termine, in particolare quelli di breve durata. Il che preoccupa non poco anche il Presidente dell’Inps, Tito Boeri. Erano poco meno di 4 milioni i lavoratori coinvolti nel 2016 da rapporti di lavoro a termine, in forte crescita sui tre milioni del 2012. Dal primo trimestre del 2017 la precarietà cresce ancora fino a raggiungere nel secondo trimestre un + 4,8%.

Mentre rallenta la crescita dei dipendenti a tempo indeterminato, anche perché i padroni attendono gli sgravi previsti dalla legge di bilancio 2018 e intanto utilizzano a piene mani il famigerato decreto Poletti che liberalizzò totalmente la possibilità di assumere a termine. Muta quindi il rapporto non solo nei flussi ma anche negli stock occupazionali fra lavoratori a tempo indeterminato e quelli a termine, squilibrandolo nella direzione di questi ultimi. Il Jobs Act è stato quindi un totale fallimento, malgrado sia costato, facendo media fra le stime, attorno ai 20 miliardi di euro, poiché invece di incrementare il lavoro permanente, come era nelle sue conclamate finalità, ha accresciuto quello precario.

Guardando il tasso di occupazione, salta agli occhi il disastro prodotto dalla crisi, ma soprattutto dalle politiche dei governi: tra i più giovani ha perduto ben 10,4 punti percentuali, mentre quello degli over55 è cresciuto di 16 punti, chiaro effetto della legge Fornero che costringe a prolungare l’età lavorativa. Difatti il Rapporto registra un aumento crescente dell’età media della forza lavoro. Se mettiamo insieme l’incremento del lavoro a termine e la conseguente ansia di essere confermati, con l’invecchiamento dei lavoratori e ci aggiungiamo le carenze di sicurezza nei luoghi di lavoro, ma soprattutto l’incremento dei ritmi, capiamo subito perché sono tornati ad aumentare gli infortuni sul lavoro, dell’1% tra il 2015 e il 2016. Nei settori più a rischio, dove peraltro è concentrata una maggiore percentuale di immigrati, come l’agricoltura e le costruzioni, il rischio di morire durante il lavoro è rispettivamente quadruplo e triplo del valore medio. Tra i lavoratori autonomi non va meglio: 430mila posti in meno nel periodo 2008-2016 (con un calo concentrato tra i collaboratori), mentre la Pubblica Amministrazione ha perso 230mila unità per il blocco del turn-over.

 

Il Rapporto fornisce anche dati significativi che spiegano la «fuga dei cervelli». Tra le 125 professioni «vincenti», ovvero quelle in aumento rispetto alle altre 385 in calo, compaiono quelle di baristi, camerieri, commessi, camionisti, badanti, addetti alla pulizia, tutti settori a bassa o nessuna qualificazione e scarsa produttivita, che difatti è diminuita in generale dell’1% nel corso del 2016.

 

Il tasso di disoccupazione è fissato all’11,2%, al quart’ultimo posto tra i paesi Ue28. Ma è assai più alto nella realtà, poiché per essere considerato «occupato», per il Rapporto che usa i criteri statistici correnti ma mistificanti, basta avere lavorato anche una sola ora, retribuita o no, nell’arco della settimana.

 

I contestatori di Napoli hanno ragione. Dovrebbero essere milioni.

10 dic 2017

 

E’ uscito questa mattina il manifesto di presentazione della proposta di lista popolare alle prossime elezioni. Sul programma continua il lavoro di confronto che sta raccogliendo decine di contributi  e che dovrebbe definire i punti di convergenza. Qui di seguito il testo del manifesto. Domenica 17 dicembre ci sarà una nuova assemblea nazionale a Roma. È stata oggi attivata una piattaforma grazie a cui è possibile avere notizie aggiornate in merito al percorso in atto.

 

Abbiamo aspettato troppo… Ora ci candidiamo noi!

 

Siamo le giovani e i giovani che lavorano a nero, precari, per 800 euro al mese perché ne hanno bisogno, che spesso emigrano per trovare di meglio.

 

Siamo lavoratori e lavoratrici sottoposte ogni giorno a ricatti sempre più pesanti e offensivi per la nostra dignità.

 

Siamo disoccupate, cassaintegrate, esodati.

 

Siamo i pensionati che campano con poco anche se hanno faticato una vita e ora non vedono prospettive per i loro figli.

 

Siamo le donne che lottano contro la violenza maschile, il patriarcato, le disparità di salario a parità di lavoro.

 

Siamo le persone LGBT discriminate sul lavoro e dalle istituzioni.

 

Siamo pendolari, abitanti delle periferie che lottano con il trasporto pubblico inefficiente e la mancanza di servizi. I malati che aspettano mesi per una visita nella sanità pubblica, perché quella privata non possono permettersela. Gli studenti con le scuole a pezzi a cui questo paese nega un futuro. Siamo le lavoratrici e i lavoratori che producono la ricchezza del paese.

 

Ma siamo anche quelli che non cedono alla disperazione e alla rassegnazione, che non sopportano di vivere in un’Italia sempre più incattivita, triste, impoverita e ingiusta. Ci impegniamo ogni giorno, organizzandoci in comitati, associazioni, centri sociali, partiti e sindacati, nei quartieri, nelle piazze o sui posti di lavoro, per contrastare la disumanità dei nostri tempi, il cinismo del profitto e della rendita, le discriminazioni di ogni tipo, lo svuotamento della democrazia.

 

Crediamo nella giustizia sociale e nell’autodeterminazione delle donne, degli uomini, dei popoli.Pratichiamo ogni giorno la solidarietà e il mutualismo, il controllo popolare sulle istituzioni che non si curano dei nostri interessi. In questi anni abbiamo lottato contro i licenziamenti, il Jobs Act, la riforma Fornero e quella della Scuola e dell’Università; contro la privatizzazione e i tagli della Sanità e dei servizi pubblici; per la difesa dei beni comuni, del patrimonio pubblico e dell’ambiente da veleni, speculazioni, mafie e corruzione, per i diritti civili; contro le politiche economiche e sociali antipopolari dell’Unione Europea; contro lo stravolgimento della Costituzione nata dalla Resistenza e per la sua attuazione. Per un mondo di pace, in cui le risorse disponibili siano destinate ai bisogni sociali e non alle spese militari. E ogni giorno ci impegniamo a costruire socialità, cultura e servizi accessibili a tutte e tutti.

 

Abbiamo deciso di candidarci alle elezioni politiche del 2018. Tutte e tutti insieme. Perché questo pezzo di paese escluso è ormai la maggioranza, e deve essere ascoltato. Perché se nessuno ci rappresenta, se nessuno sostiene fino in fondo le nostre battaglie, allora dobbiamo farlo noi. Perché siamo stanchi di aspettare che qualcuno venga a salvarci…

 

Abbiamo deciso di candidarci per creare un fronte contro la barbarie, che oggi ha mille volti: la disoccupazione, il lavoro che sfrutta e umilia, le guerre, i migranti lasciati annegare in mare, la violenza maschile contro le donne, un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente, i nuovi fascismi e razzismi, la retorica della sicurezza che diventa repressione.

 

Abbiamo deciso di candidarci facendo tutto al contrario. Partendo dal basso, da una rete di assemblee territoriali in cui ci si possa incontrare, conoscere, unire, definire i nostri obiettivi in un programma condiviso. Vogliamo scegliere insieme persone degne, determinate, che siano in grado di far sentire una voce di protesta, che abbiano una storia credibile di lotta e impegno, che rompano quell’intreccio di affari, criminalità, clientele, privilegi, corruzione.

 

Potere al Popolo significa costruire democrazia reale attraverso le pratiche quotidiane, le esperienze di autogoverno, la socializzazione dei saperi, la partecipazione popolare. Per noi le prossime elezioni non sono un fine bensì un mezzo attraverso il quale uscire dall’isolamento e dalla frammentazione, uno strumento per far sentire la voce di chi resiste, e generare un movimento che metta al centro realmente i nostri bisogni.

 

Vogliamo unire la sinistra reale, quella invisibile ai media, che vive nei conflitti sociali, nella resistenza sui luoghi di lavoro, nelle lotte, nei movimenti contro il razzismo, per la democrazia, i beni comuni, la giustizia sociale, la solidarietà e la pace.

 

Affronteremo questa campagna elettorale con gioia, umanità ed entusiasmo. Con la voglia di irrompere sulla scena politica, rivoltando i temi della campagna elettorale. Non abbiamo timore di fallire, perché continueremo a fare – prima, durante e dopo l’appuntamento elettorale – quello che abbiamo sempre fatto: essere attivi sui nostri territori. Perché ogni relazione costruita, ogni vertenza che avrà acquisito visibilità e consenso, ogni persona strappata all’apatia e alla rassegnazione per noi sono già una vittoria. Non stiamo semplicemente costruendo una lista, ma un movimento popolare che lavori per un’alternativa di società ben oltre le elezioni.

 

Insieme possiamo rimettere il potere nelle mani del popolo, possiamo cominciare a decidere delle nostre vite e delle nostre comunità. Chi accetta la sfida?

 

#accettolasfida #poterealpopolo

 

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