Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

Oggi i Compagni del Circolo di Santa Fiora nella piazza principale del paese hanno invitato tutti gli amici ed i compagni a degustare i prodotti tipici del territorio e nel frattempo li hanno informati che è partita
LA PRIMAVERA DEI REFERENDUM SOCIALI E COSTITUZIONALI
Perché il lavoro sia dignità e libertà.
Perché le persone crescano libere ed uguali.
Perché la natura è bene comune per il futuro.
Perché la democrazia è potere nelle mani di tutte e di tutti

, ,

7 MAGGIO MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA
29 Aprile 2016

Roma h 14,30 corteo da p.za Repubblica a p.za del Popolo+ Concerto

Unione Europea e USA stanno negoziando da quasi tre anni il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), il cui obiettivo, al di là della riduzione dei già esigui dazi doganali, è soprattutto quello di ridefinire le regole del gioco del commercio e dell’economia mondiale, anche attraverso l’armonizzazione di regolamenti, norme e procedure su beni e servizi prodotti e scambiati nelle due aree.

L’Unione Europea e gli Stati Uniti presentano questo accordo come una questione tecnica, invece si tratta di argomenti che toccano da vicino la quotidianità di tutti: l’alimentazione e la sicurezza alimentare, le prospettive di sviluppo economico e occupazionale, soprattutto delle piccole e medie imprese, il lavoro e i suoi diritti, la salute e i beni comuni, i servizi pubblici, i diritti fondamentali, l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e la democrazia.

Da ora al prossimo giugno, i negoziati entrano in una fase decisiva. Infatti, nonostante gli incontri negoziali siano ben lungi dall’aver trovato un accordo su molti dei punti in agenda, esiste una forte pressione per produrre una sintesi prima che le elezioni statunitensi entrino nel vivo con il rischio di regalare ai cittadini un esito molto pericoloso: un accordo quadro generico, che permetta ad USA e UE di sbandierare il risultato raggiunto, per poi procedere alla sua applicazione dettagliata attraverso tavoli “tecnici”, che opereranno con ancor più segretezza eopacità di quelle che da tempo denunciamo.

In questo modo inoltre il governo degli Stati Uniti, la Commissione Europea e le multinazionali che spingono il TTIP vorrebbero ottenere il risultato di depotenziare la protesta, che in questi tre anni si è estesa a macchia d’olio su entrambe le sponde dell’Atlantico, mettendo assieme comitati, associazioni di movimento, organizzazioni contadine e sindacali, consumatori, cittadine e cittadini, che hanno rivendicato trasparenza e sfidato la segretezza che ha circondato lo sviluppo del negoziato sul TTIP.

Una campagna che denuncia il delinearsi di un nuovo quadro giuridico pericoloso per i diritti e la democrazia, nel quale i profitti delle lobby finanziarie e delle grandi imprese multinazionali prevarrebbero sui diritti individuali e sociali, sulla tutela dei consumatori, sui beni comuni e sui servizi pubblici, negando nei fatti un modello di sviluppo e di economia attento ai lavoratori, alla qualità e all’ambiente.

Il TTIP minaccia i diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente e la sicurezza alimentare, mette sul mercato sanità, istruzione e servizi pubblici, pone a rischio la qualità del cibo e dell’agricoltura e l’attività di gran parte delle piccole e medie imprese.

Il TTIP è anche un attacco alla democrazia, permettendo alle imprese multinazionali di chiamare in giudizio tramite strumenti di arbitrato estranei alla magistratura ordinaria e ad esse riservati in esclusiva, qualsiasi governo che con le proprie normative pregiudichi i loro profitti, limitando e disincentivando di fatto l’esercizio del diritto a legiferare di parlamenti, governi e amministrazioni locali democraticamente eletti.

In questi tre anni anche in Italia è nata e si è diffusa la campagna Stop TTIP, costruendo – territorio per territorio – informazione, sensibilizzazione e mobilitazione sociale.

Data la fase in cui sta entrando il negoziato TTIP, è arrivato il momento di costruire, tutte e tutti assieme, un grande appuntamento nazionale sabato 7 maggio 2016 a Roma.

Chiediamo a tutte le donne e gli uomini da sempre attivi in difesa dei diritti e dei beni comuni, ai sindaci, ai comitati, alle reti di movimento, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni contadine e consumeristiche, agli ambientalisti e al mondo degli agricoltori e delle piccole imprese e a tutti quanti hanno a cuore la democrazia, di costruire assieme a noi una grande manifestazione nazionale e promuovere iniziative di informazione dei cittadini e di approfondimento sulle conseguenze del TTIP con la partecipazione dei diversi soggetti coinvolti.

Per fermare il TTIP. Per tutelare i diritti e i beni comuni. Per costruire un altro modello sociale ed economico, per difendere la democrazia.

Tutte e tutti insieme è possibile.

https://www.youtube.com/watch?v=K_qdkgcZB0Q

Pubblicato il 28 apr 2016

Ramon Mantovani

Sono seguite roboanti dichiarazioni di protesta di esponenti di Sinistra Italiana e del Movimento 5 Stelle. Numerosi articoli critici con la decisione del PD, del Governo, e della maggioranza della Camera. Tra i quali uno ottimo di Marco Bersani, esponente del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, nel quale si preannunciano mobilitazioni.

In questa sede è del tutto superfluo insistere sul fatto in sé.

È evidente che si tratta di un evento di inaudita gravità. Sia sul piano democratico sia su quello dei contenuti.

Tuttavia c’è qualcosa che non va nelle proteste ed anche nelle descrizioni del “misfatto”.

O meglio, c’è qualcosa che manca.

E senza questo “qualcosa”, come vedremo, la contestazione della privatizzazione dell’acqua, e le conseguenti mobilitazioni, rischiano di essere inefficaci.

Da anni, per non dire ormai da decenni, in tutto il mondo, e in particolare nei paesi dove la gestione del bene comune acqua era o è integralmente pubblica, è in corso il tentativo, già riuscito in molti casi, di affidare la gestione dei sistemi di distribuzione e manutenzione dell’acqua a società private, riconoscendo loro il diritto di estrarre dall’attività un profitto.

Per quanto possa apparire “irrazionale” che un bene indispensabile alla vita stessa possa divenire fonte di guadagno per società private, in realtà non lo è.

È certamente irrazionale dal punto di vista dell’umanità, delle specie viventi e dello stesso nostro pianeta. Ma non lo è per il mercato, per il sistema finanziario e in definitiva per il capitalismo.

La ricerca del massimo profitto non conosce limiti. Né ambientali, né sociali, né politici e né democratici.

I limiti imposti al capitale nello scorso secolo, sia dalle lotte del movimento operaio sia dagli stati nazionali (che hanno applicato le teorie keinesiane in risposta alla crisi del 29), sono risultati incompatibili con lo sviluppo capitalistico, e soprattutto con la finanziarizzazione che ne contraddistingue l’attuale fase.

Non si tratta soprattutto di “cattiveria”, di “cinismo”, di “egoismo” o di “avidità”. Tutte cose rintracciabili in quell’uno per cento dell’umanità che possiede più della metà della ricchezza mondiale. Si tratta invece di una necessità esiziale affinché il sistema capitalistico possa continuare ad esistere. Esso per continuare ad esistere ha bisogno di espandersi e mercificare tendenzialmente tutto. In altre parole si tratta di un meccanismo intrinseco alla natura stessa del sistema capitalistico, e non di un incidente o di un’escrescenza estemporanea propiziata magari da governi corrotti o semplicemente irresponsabili.

Non pretendo certo, in queste brevi note, di dimostrare l’assunto più sopra esposto. Eppure la semplice osservazione dei fatti dovrebbe almeno far riflettere tutti coloro che si sono mobilitati e si mobilitano in difesa dell’acqua bene comune.

È secondo me evidente che coltivare l’illusione di poter difendere i beni comuni individuando come nemico il governo di turno, senza la sufficiente consapevolezza delle reali origini del problema, può portare a gravi ed irrimediabili disillusioni.

Questa considerazione non incide minimamente sugli obiettivi della lotta in difesa dei beni comuni.

Lottare affinché la gestione dell’acqua sia integralmente pubblica, ed ispirata dagli interessi e dalle necessità della popolazione è un obiettivo sacrosanto, giusto, comprensibile ed anche realizzabile.

Ma bisogna, per non vedere rifluire la lotta alla prima battaglia, sapere che si tratta di una guerra mondiale e non di una scaramuccia con un Renzi di turno. Bisogna avere coscienza di quali interessi concreti si combattono. Bisogna, accanto alla lotta per gli obiettivi immediati, costruire un progetto alternativo al sistema che ha bisogno, per riprodursi, della privatizzazione e della mercificazione di ogni cosa. Bisogna condurre una battaglia culturale e ideologica contro l’egemonia del pensiero dominante che fa apparire “naturale” e perciò privo di alternative lo stato di cose esistente.

È fin troppo evidente, da questo punto di vista, l’inadeguatezza e la contradditorietà del Movimento 5 Stelle, che è incapace di capire la vera natura del problema e si limita a denunciarne, anche efficacemente, gli effetti superficiali e le responsabilità secondarie.

Per non essere frainteso concludo questa prima serie di considerazioni chiarendo che il movimento e la mobilitazione in difesa dei beni comuni in nessun caso devono, secondo me, dividersi fra chi possiede, o ritiene di possedere, la coscienza della portata del problema e chi no. O, peggio ancora, tra distinzioni prive di senso, come quella fra anticapitalisti e antiliberisti. Senza per questo evitare, eludere o sottovalutare la necessità di discutere approfonditamente e seriamente in sede di analisi due cose: l’origine dei problemi che si affrontano con la lotta e la fattibilità e realizzabilità degli obiettivi della lotta.

Detto questo, che vale soprattutto per le sorti del movimento per l’acqua bene comune, passiamo ad analizzare un secondo problema, che per quanto intrecciato con il precedente, ha una sua notevole importanza.

Nel 2011 il referendum è stato vinto.

È giusto e necessario rivendicare la portata e la pregnanza di quella vittoria, e conseguentemente denunciare i vari tentativi, fino al più recente, di vanificare il contenuto preciso ed inequivocabile del referendum.

Il popolo italiano ha deciso di abrogare la possibilità di affidare a privati la gestione di servizi pubblici e specificamente per l’acqua, la norma che prevedeva la “remunerazione del capitale investito”. Ogni tentativo di far rientrare dalla porta o dalla finestra ciò che per decisione popolare è stato cancellato è una violazione gravissima della democrazia. Un vero e proprio tradimento della volontà popolare. Punto.

Ma come è possibile che una simile cosa possa accadere? Come siamo arrivati fino a questo punto?

Come mai non c’è una vera e propria sollevazione popolare in risposta ad un simile tradimento? E soprattutto: come è possibile che gran parte di coloro che fecero la campagna referendaria per il Si oggi ne disconoscano gli effetti?

In altri paesi europei una simile cosa è impensabile. Le privatizzazioni dei servizi e della gestione dell’acqua sono state decise e promosse indifferentemente da governi di destra e da governi socialisti e socialdemocratici. Non sono mai divenute oggetto di contrasto fra i due schieramenti politici ed elettorali principali.

In Italia, invece, il referendum promosso sui contenuti del movimento contro le privatizzazioni fu usato strumentalmente dal PD per infliggere un duro colpo politico al governo Berlusconi. Accusato, giustamente, di voler rendere obbligatorie le privatizzazioni per gli enti locali.

Chiunque all’epoca abbia assistito ad un dibattito televisivo, sapendo distinguere fra fumo e arrosto, dovrebbe sapere fin da allora che il PD di Bersani fece la campagna esattamente sulla obbligatorietà o meno delle privatizzazioni e non sulle privatizzazioni in sé. Le forze della sinistra alternativa, tutte, e le associazioni interne ai movimenti di lotta, invece centrarono la battaglia coerentemente con il contenuto dei quesiti.

Non ci fu, che io ricordi, un solo talk show e/o un solo giornalista che abbia chiesto a Bersani conto della contraddizione nella quale stava più che comodamente. Contraddizione più che evidente anche perché la norma che introdusse la possibilità di privatizzare la gestione delle acque e il profitto riconosciuto alle società private fu introdotta nel 1993 con il voto favorevole del PDS (e dell’allora deputato Stefano Rodotà). Ed anche dei Verdi.

A votare contro, e non lo dico per apporre una medaglietta al bavero della mia giacca perché votare contro la privatizzazione dell’acqua dovrebbe essere un dovere elementare di qualsiasi forza che si consideri minimamente di sinistra, fummo soltanto noi di Rifondazione Comunista.

Ma c’è di più. Purtroppo.

Nel 2013 ci furono le elezioni politiche, alle quali si presentò una coalizione di centrosinistra composta da PD, SEL e PSI. Il nome della coalizione era “Italia bene comune”.

Nel nome stesso della coalizione è evidente il tentativo di ricollegarsi all’allora recente vittoria referendaria.

E certamente Bersani e Vendola usarono a piene mani in campagna elettorale l’evocazione della vittoria nel referendum.

Ma cosa diceva il programma della coalizione ITALIA BENE COMUNE sul punto che ci interessa?

Riporto qui uno stralcio di un mio articolo dell’epoca.

“Beni comuni

Anche qui attenzione a parole e concetti.

“Per noi salute, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non deve esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese.

I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

Bisogna fare i complimenti agli estensori di questo capolavoro!

Nella prima frase basta un aggettivo per rovesciare il senso apparente, che sembra al lettore il vero contenuto. L’aggettivo è PURA.

Per favore togliere PURA e rileggere il testo. Si trova l’esito del referendum sull’acqua e servizi pubblici. Poi rileggere con PURA. Si trova la legislazione pre referendum. I servizi possono essere pubblici o privati, basta che siano regolati secondo l’interesse pubblico.

Una cosa è dire che sono indisponibili alla logica del mercato e del profitto e un’altra, diversa e contrapposta è che sono indisponibili alla PURA logica del mercato e del profitto.

Non esiste in natura un neoliberista che proponga di privatizzare servizi per metterli a disposizione della pura logica del mercato e del profitto. Tutti dicono che la funzione pubblica va regolamentata e controllata.

Peccato che ciò che divide destra da sinistra è la concezione secondo la quale acqua, sanità, istruzione ecc possono essere privatizzati o meno. Punto! Perché, al contrario, una volta accettata l’idea che possono essere gestiti privatamente prevedendo il profitto (remunerazione del capitale investito o altre definizioni ipocrite analoghe) pur potendo distinguere fra posizioni leggermente diverse sulla qualità della mediazione fra interessi pubblici e privati, sulle forme concrete del controllo ecc. ci si trova comunque nel campo del neoliberismo più sfacciato.

Anche qui la domanda fatidica. Esagero?

Beh. Basta, per scoprirlo, leggere il resto del testo eliminando l’eco dei paroloni apparentemente di sinistra appositamente usati poco prima.

Rileggiamo.

“I referendum del 2011 hanno affermato il principio dell’acqua come bene non privatizzabile. L’energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni.”

Qui si fa finta in un testo impegnativo di non conoscere i quesiti referendari. L’acqua non è mai stata privata. Nella legge Galli è infatti definita così:

“Art. 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà.”

Quando si parla di privatizzazione dell’acqua si parla della sua gestione. Come è ovvio.

Basta dire che l’acqua non è privatizzabile e poi elencare beni e servizi che “devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo delle prestazioni.” e il gioco è fatto!

In italiano, per quanto il concetto venga sempre mascherato adeguatamente, vuol dire che sono si beni pubblici, ma che possono essere dati in gestione ai privati, che però devono rispettare programmazione, regolazione e controllo. E vorrei vedere!

Ripeto. Esagero?

Eh no che non esagero!

Infatti nell’ultima parte c’è scritto nero su bianco:

“Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l’universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo.“

In italiano vuol dire che se la gestione è pubblica ci devono essere norme che ne definiscano i parametri. Cosa ovvia e scontata. Ma che se è privata la ALTERNATIVA è che ci siano controlli a tutela delle finalità pubbliche dei servizi.

Accidenti! Tutela delle finalità pubbliche? Tutela da che? Ma dalla PURA logica del mercato e del profitto. Appunto.

L’ultima frase è un altro capolavoro.

Vuol dire che se la gestione di acqua, altri beni e servizi è privata la RESPONSABILITA’ PUBBLICA si esercita affinché TUTTI possano ACCEDERE ai servizi ed utilizzare i beni, ma pagando ai privati che hanno diritto alla remunerazione del capitale investito.

Questo vuol dire! E sfido chiunque a dimostrare il contrario. Qui o in qualsiasi altra sede.

Insomma, il referendum è citato per poterlo tradire meglio.”

Naturalmente in quella campagna elettorale non ci fu un solo giornalista televisivo o della carta stampata che mise in evidenza l’imbroglio (perché di vergognoso imbroglio si tratta!) teso contemporaneamente a rivendicare la vittoria referendaria e a tradire, al tempo stesso, il referendum. Nessuno chiese a Vendola come potesse parlare contro la privatizzazione dell’acqua avendo contribuito a redigere e avendo firmato solennemente, con grande clamore di stampa, il programma di governo. Nessuno che mise in evidenza la differenza sostanziale fra il programma del centrosinistra e quello della coalizione Rivoluzione Civile, che sul punto in questione era inequivocabile.

Se scrivo queste cose non è per riaccendere inutili polemiche, e nemmeno per mettere in dubbio la buonafede dei deputati eletti nelle liste di SEL e del PD con il programma del centrosinistra guidato da Bersani, che oggi gridano scandalizzati al repentino ed improvviso tradimento del referendum da parte del PD di Renzi. Se hanno cambiato opinione dovrebbero dirlo esplicitamente. Se si sono fatti eleggere in buona fede su un preciso programma credendo che fosse contro le privatizzazioni mentre non lo era dovrebbero interrogarsi sulle loro capacità e serietà e rendere pubbliche le risposte. Se invece pensano che la “politica” sia esattamente far finta di essere, apparire, imbrogliare, dire cose ambigue che nascondono le vere intenzioni, allora la malafede è conclamata.

Se ho scritto queste cose è per cercare di far chiarezza.

Il PD di Renzi, sulle privatizzazioni (acqua compresa), è coerente e in linea con il PDS, con i DS, e con il PD e il centrosinistra di Bersani.

Gli imbrogli che si sono consumati intorno al referendum sull’acqua bene comune e col suo tradimento dovrebbero insegnare a tutte le persone di sinistra, ambientaliste, progressiste, o anche semplicemente interessate ad una gestione pubblica dei beni comuni, che il nemico è molto potente e che è necessario unirsi, lottare essendo consapevoli delle difficoltà della lotta.

L’unità di tutti/e coloro che sono contro le privatizzazioni e contro gli effetti delle politiche neoliberiste, per essere efficace necessita di chiarezza. Non può essere rappresentata nelle istituzioni da leader o partiti o coalizioni che alla prova dei fatti dimostrano di considerare i contenuti come variabili dipendenti da formule come il centrosinistra (come dimostra inequivocabilmente il programma del centrosinistra di Bersani e Vendola).

La vicenda dell’acqua dimostra che in Italia è possibile vincere battaglie ed essere maggioranza, a patto che si costruisca l’unità dal basso, sui contenuti antiliberisti e senza discriminazione alcuna.

È possibile a patto che il fronte antiliberista non venga diviso da preclusioni ingiustificate.

Attualmente esistono due proposte per unire la sinistra antiliberista.

Da una parte c’è Sinistra Italiana che chiede a tutti/e di abbandonare e sciogliere le proprie organizzazioni per far parte di un nuovo partito già pensato e predisposto dai parlamentari che si sono costituiti in gruppo. Dirigenti e parlamentari che però sono stati eletti su un programma incoerente con i contenuti proclamati, e che mantengono una pericolosissima ambiguità sul giudizio della natura del PD e conseguentemente del centrosinistra.

Dall’altra c’è la proposta, sostenuta da Rifondazione Comunista ed altri, che chiede di formare una forza politica unitaria alla quale tutti e tutte possano aderire senza per questo rinunciare alla propria ideologia e appartenenza, che venga costruita dal basso e funzioni democraticamente con il principio di una testa un voto, e che si dichiari inequivocabilmente indisponibile per accordi di governo e/o elettorali con il PD.

Non si tratta di una querelle fra gruppi dirigenti. Non si tratta di formule organizzative astratte o di scelta di leader.

O l’unità sarà dal basso, senza discriminazioni e con coerenza programmatica o avremo di nuovo divisioni inutili e perniciose.

Perché continuerà sempre ad esserci qualcuno che non imbroglia, che non fa finta di essere coerente mentre non lo è per nulla, che non è disponibile a tradire i contenuti delle lotte per miseri calcoli elettoralistici.

I COMPAGNI DI RIFONDAZIONE DI SANTA FIORA PARTECIPANO ALLA MANIFESTAZIONE DI COMMEMORAZIONE DEL 25 APRILE 1945
Il 25 aprile 1945 segna la vittoria della Resistenza Italiana sui nazifascisti. Quel giorno la città di Milano, sede del comando partigiano, insorge e prende il sopravvento sui fascisti. Anche Torino viene liberata. Ormai la maggior parte d'Italia è liberata e la guerra sta per finire. Il 28 aprile Mussolini verrà catturato e giustiziato. I tedeschi si arrenderanno l'8 maggio, mentre i giapponesi lo faranno il 2 settembre di quello stesso anno.

, ,

Pubblicato il 22 apr 2016
di Marco Revelli

Sono ritornati. Gli operai. Sono loro la notizia del 20 aprile, anche se sui media ma in stream bisogna cercarli col lanternino. Assenti nel portale di Repubblica. Invisibili su quello de La Stampa. Non pervenuti al Corriere della sera. Eppure le poche immagini filtrate in televisione mostrano cortei come non se ne vedevano da tempo, uomini e donne come fiumi in piena con l’energia, il passo, le grida e la determinazione – e anche l’unità – cui non eravamo più abituati.

Le notizie che arrivano dal reticolo di città in cui la protesta si è espressa, frammentate nell’informazione locale, parlano ovunque di un successo dello sciopero e della mobilitazione: 80% di adesioni a Bolzano (!), tre cortei nel padovano, 90% alle Acciaierie Valbruna a Vicenza, «adesione straordinaria» a Udine, punte del 100% a Cremona, 70% in Val d’Aosta più o meno come in Abruzzo, 90% a Messina, altrettanti nel casertano, «sciopero record» in Umbria…

«Oggi le fabbriche si sono svuotate, lo sciopero è riuscito, le piazze sono piene», ha detto Landini, presente alla manifestazione di Milano. Ed è così. Nella crisi italiana c’è un nuovo protagonista, finora silente e ora furente.

In gioco non c’è solo «un contratto». Una vertenza come tante altre. C’è «il Contratto». La sopravvivenza dell’istituto contrattuale nazionale come condizione di un necessario livello di unità del mondo del lavoro. E la questione del salario.

Due aspetti che hanno finito per fondersi di fronte alla pretesa padronale di “sfondare” l’istituto nazionale cancellandone di fatto la dinamica salariale a cominciare da quella relativa ai minimi e riservandola alla sola contrattazione aziendale.

Un’ ipotesi che non prevederebbe aumenti (caso unico nella storia sindacale italiana) se non per una minoranza di lavoratori (all’incirca un 5%), offrendo in cambio un set di servizi sostitutivi del welfare pubblico in smantellamento). Dunque un tentativo neppur mascherato di spallata e di divisione dei lavoratori, a cui le piazze hanno risposto con un simmetrico e contrario grado di unità che ha coinvolto ampie fasce di precariato e di giovani.

Ma c’è, in gioco, anche molto di più.

Ci sono le opposte strategie nel cuore della crisi, con il padronato determinato a perseguire pervicacemente la via catastrofica della compressione salariale, quella che ci ha precipitato nel buco nero in cui siamo, e l’opzione opposta che vede nell’incremento del reddito – in primo luogo da lavoro, e dunque del salario – la leva per una ripresa vera, alimentata da una altrettanto vera redistribuzione della ricchezza. Tertium non datur.

L’epifania operaia del 20 di aprile ci dice che provarci è possibile. Tanto più che il ritorno in campo dei metalmeccanici avviene in corrispondenza con l’inizio della raccolta di firme per i «referendum sociali», in primis quello contro il Jobs Act, che potranno costituire la porta d’ingresso della protesta e della resistenza «dal basso» sul terreno altrimenti blindato delle vicende istituzionali e della legislazione.

Se il milione e mezzo di metalmeccanici, e gli altri milioni di lavoratori che in questi mesi sono chiamati alla lotta per i rispettivi contratti sapranno dialogare e connettersi con i 13 milioni e oltre di «cittadini consapevoli» che sono andati ai seggi nonostante la dissuasione di Renzi e Napolitano e hanno votato sì; e se entrambi, almeno un po’, decideranno di frequentare i «banchetti» a cui affidare le proprie firme, allora davvero potremo, con l’ironia che la socialità vissuta assicura, sussurrare ogni volta che lo vedremo istrioneggiare in tv: #matteostaisereno…

fonte: il manifesto 22 aprile 2016

da il Manifesto del 19.04.2016
Serena Giannico

31,19%. Quasi 16 milioni alle urne, altro che «referendum bufala». La rabbia dei No Triv della Lucania, unica regione in cui è stato raggiunto il quorum. Scoperchiato il vaso di Pandora delle concessioni scadute: il ministero sapeva. Arriva una nuova richiesta di moratoria. In attesa che la Ue apra un procedimento d’infrazione

I no oil rilanciano. E per Renzi – è quasi una promessa quella che viene fatta il giorno dopo il referendum – saranno seccature grosse. Se il premier pensava che, dopo il voto, il fastidioso refrain del «no alle piattaforme offshore», si sarebbe esaurito, beh, si sbagliava. Perché «il referendum bufala», come lui l’ha definito, in realtà per gli ambientalisti, per tante organizzazioni e associazioni è servito come spinta a proseguire la battaglia contro l’assalto delle compagnie del petrolio alle coste, e non solo, del Belpaese.

«Il quorum – dice il Coordinamento nazionale No Triv all’indomani della consultazione popolare che ha portato alle urne 15.806.788 cittadini su 50.675.406 aventi diritto (31,19%) – non è stato raggiunto a causa dei reiterati attacchi del governo alla democrazia. Inoltre lo smantellamento progressivo dei diritti, il dilagare della precarietà e della disoccupazione di massa, hanno incancrenito livelli inediti di sfiducia nello Stato, relegando alla chiusura in sé quasi il 50% della popolazione. Ancora più grave, in tale contesto, la scelta, contra legem, di un presidente del Consiglio e di un ex presidente della Repubblica, di invitare all’astensione. Ma il referendum – viene aggiunto – non è mai stato un punto di arrivo: è una tappa di percorso, perché la nostra battaglia contro le lobby delle fossili continua».

A rintuzzare l’attacco Enzo Di Salvatore, costituzionalista, autore dei quesiti referendari. Che spiega, al di là delle cifre, l’utilità dell’iniziativa referendaria: «Innanzitutto la Strategia energetica nazionale, avviata da Monti, ha subito modifiche. La questione delle trivelle e della necessità delle rinnovabili pulite è entrata nelle case degli italiani, ha mobilitato i territori – mentre prima questi temi erano relegati alle aule universitarie – e ha conquistato uno spazio centrale nel dibattito politico. Ventisette procedimenti per il rilascio di nuove concessioni in mare sono stati chiusi e alcune compagnie petrolifere, come Shell e Petroceltic, hanno rinunciato a permessi già ottenuti. In Abruzzo è stato bloccato il progetto “Ombrina Mare” sulla Costa dei Trabocchi».

Ancora. È stato scoperchiato il vaso di Pandora delle concessioni scadute in Adriatico, di cui il ministero dello Sviluppo economico sapeva, e rispetto alle quali ha lasciato che l’attività estrattiva «andasse avanti in spregio alla legge». «Io – tuona Di Salvatore – non mi posso permettere di andare i giro con l’assicurazione o la patente scaduta perché scattano sanzioni. Mentre i petrolieri, con le autorizzazioni scadute e non rinnovate – qualcuna addirittura dal 2009 – continuano a tirar fuori idrocarburi». Tutti adesso – viene inoltre sottolineato – «sanno che non c’è da fidarsi dei controlli che vengono fatti e che il ministero dell’Ambiente ignora (come nel caso della piattaforma Basil), lasciando che le multinazionali avvelenino il nostro mare».

«La battaglia contro le trivelle – prosegue Di Salvatore – riparte con più forza: innanzitutto con la messa in mora del Mise rispetto alle concessioni scadute prima del 31 dicembre 2015, che dovranno cessare la loro attività immediatamente e, in seconda battuta, con una nuova richiesta di moratoria delle attività estrattive, sull’esempio di Francia e Croazia». In ballo poi c’è anche l’interrogazione dell’europarlamentare Barbara Spinelli (gruppo Gue/Ngl) che ha chiesto alla Commissione europea se non ritenga di aprire una procedura di infrazione per violazione delle regole sulla concorrenza in merito alla durata delle concessioni fino a esaurimento dei pozzi. «Invitiamo tutti a non abbassare la guardia e a non farsi abbindolare da frasi barzelletta su posti di lavoro e cali sulla bolletta».

Durissimi i No Triv della Lucania, l’unica regione in cui il quorum è stato raggiunto. In un documento attaccano il «governo burattino delle lobby del petrolio che, stando alle inchieste dei carabinieri del Noe e della Direzione nazionale antimafia in atto in Basilicata, mostra di ora in ora la sua vera natura di comitato d’affari. Numeri alla mano, – sottolineano – questo referendum mette definitivamente in minoranza le pulsioni petrolifere del presidente renziano Pittella, che deve smetterla di blaterare di “limite invalicabile” dei 154mila barili giornalieri, ben sapendo che sta chiedendo il raddoppio estrattivo di fatto, in una realtà che ha già dato troppo, in termini di salute, di esodo, di sacrificio della propria autonomia decisionale, economica e democratica! Chiederemo i dovuti e necessari accertamenti sulla situazione delle falde acquifere dopo un secolo di attività estrattive in Basilicata; sulla situazione dei pozzi chiusi, incidentati, abbandonati».

È rabbia pura nel posto d’Italia dove i due terzi del territorio sono stati «sacrificati alle multinazionali del fossile e alle casse del fisco come hub energetico”» Insomma i «4 comitatini» (come li ha definiti Renzi) si sono organizzati…

Compagni in piazza a Santa Fiora per informare i cittadini perché votare SI al
Referendum del 17 Aprile 2016.

Dalle rivelazioni di Zita, ex dirigente VIA regione Toscana, Rossi e la sua giunta non possono più negare che non sapevano dei gravi danni sanitari.

Il 9 aprile scorso, a Firenze, nel corso del Convegno della Rete nazionale NoGesi, l'arch.Zita, ex dirigente della Regione Toscana, che ha seguito la procedura di VIA per la centrale di Bagnore 4 a Santa Fiora, dal 2005 fino a luglio 2012, quale responsabile del Settore Valutazioni di Impatto Ambientale, ha fatto affermazioni di estrema gravità (*) che, se confermate, ci consentono di denunciare che la Giunta Rossi è consapevolmente corresponsabile dell'eccesso di mortalità che stiamo registrando in Amiata da parecchi anni.
Sappiamo che lo studio Epidemiologico, commissionato nel corso della procedura di VIA all'Agenzia Regionale della Sanità (ARS) sulle condizioni di salute della popolazione residente nei comuni sede di impianti geotermici, aveva certificato nel 2010 in Amiata un eccesso di mortalità negli uomini, sia rispetto ai comuni limitrofi che rispetto al resto della Toscana del + 13%. In sintesi brutale in Amiata era in corso una decimazione.
Inoltre tale studio, nel suo Allegato 6 (**), aveva individuate ben 54 relazioni, statisticamente significative, tra incrementi di malattie e concentrazioni crescenti di diversi inquinanti misurati e presenti in aria, acqua e terreno, prodotti anche dalle centrali geotermiche.
Essendo riconosciuta come vera la relazione, nei comuni geotermici, tra l’aumento notevole di mortalità in funzione di concentrazioni crescenti di arsenico, mercurio, acido solfidrico, ecc. (**) ed essendo ritenuta ancora come vera l’esistenza di emissioni di arsenico, mercurio, acido solfidrico, ecc. dalle centrali geotermiche dell’Amiata (pag.16-18 dello Studio ARS), risulta quindi statisticamente vera anche la conclusione - per la legge transitiva della logica, valida da Aristotele in poi in tutto il mondo sano ed onesto - che l’incremento delle malattie e mortalità sull’Amiata era dovuta anche alle emissioni delle centrali geotermiche.
Ed infatti ieri l'arch.Zita ha confermato che nel 2012 ricevette un parere negativo dall'ARS in sede di VIA alla realizzazione del progetto che portava a triplicare la potenza da installare a Bagnore. Con tale parere il responsabile del procedimento non avrebbe potuto chiudere positivamente la procedura di VIA e l'arch. Zita riferì all'allora Assessore all'Ambiente Bramerini il parere negativo di carattere sanitario.
Se l'art.3 della Costituzione Italiana fosse stato rispettato anche dalla Giunta Rossi, il nuovo impianto non sarebbe stato autorizzato e si sarebbero dovuti chiudere anche quelli già in esercizio in Amiata.
Sempre secondo le dichiarazioni rilasciate ieri, dopo quindici giorni l'arch.Zita ricevette un secondo parere dall'Agenzia Regionale di Sanità con il quale il parere negativo diventava parere positivo, con una motivazione incredibile e del tutto illogica: cioè che nel frattempo era pervenuta all'Ars una nota chiarificatrice del Settore Energia della Regione Toscana. Poichè nulla variava in merito alle emissioni in atmosfera di inquinanti dannosi alla salute, non si giustifica in nessun modo la rivalutazione di un quadro sanitario già compromesso dalle centrali esistenti e che avrebbe subito ulteriori aggravi con la costruzione del nuovo impianto.

Rete nazionale NoGesi (No Geotermia Speculativa e Inquinante)
Ricevuto e pubblicato 13.04.2016

di Roberta Fantozzi
09/04/2016

E' partita oggi la raccolta delle firme sui referendum, mentre continua e si intensifica la campagna elettorale per il 17 aprile in una staffetta simbolica in cui il primo tempo, quello del referendum sulle trivelle, collocato dal governo in una data impossibile per il raggiungimento del quorum, può diventare all’opposto il miglior lancio di tutta la campagna. L’affaire Guidi ha squadernato davanti agli occhi di tutti l’intreccio tra interessi privati e scelte politiche, la subordinazione dell’interesse pubblico a quello di pochi affaristi, dando un colpo rilevante alla credibilità del governo e al tempo stesso una forte spinta al voto. Come registrano tutti i sondaggi, il quorum è possibile e questi giorni di campagna possono essere decisivi! La partenza della raccolta firme di oggi intanto è una buona partenza. Certo si scontano ritardi, le firme da fare sono tante, i promotori diversi, ed il percorso sarà faticosissimo. Ma questi referendum sono straordinariamente importanti.

Lo sono perché possono rappresentare la costruzione in corso d’opera di un nuovo campo di forze, di un’alleanza tra tanti e diversi soggetti, che pure hanno promosso ognuno con un proprio percorso l’appuntamento referendario. Scuola, lavoro, ambiente e beni comuni, Costituzione: alle spalle ci sono movimenti che in alcuni casi come in quello della scuola hanno realizzato livelli impensabili di unità tra studenti, docenti, lavoratori, famiglie, come tra le diverse organizzazioni sindacali; grandi mobilitazioni come quelle contro il Jobs Act; migliaia di iniziative capillari sul terreno dell’ambiente, della salute, dei beni comuni; un lungo periodo di preparazione per quel che riguarda Costituzione e legge elettorale.

Il filo che li lega, al di là dell’articolazione dei comitati promotori, è fortissimo. E’ la volontà di dare una risposta su tutti i principali terreni su cui si è esercita l’azione degli ultimi governi e del governo Renzi in particolare, quell’azione che ha puntato a far diventare il neoliberismo autoritario la costituzione sostanziale del nostro paese. Neoliberismo autoritario: cioè dominio del mercato, mercificazione integrale di ogni ambito della società, connesso alla distruzione della democrazia per dare ogni potere a “l’uomo solo al comando”.

La controriforma costituzionale insieme all’Italicum non hanno altro obiettivo che quello di attuare il programma eversivo esposto senza pudore nel documento del 2013 di J.P.Morgan, quel programma per cui le costituzioni dei paesi europei andavano sovvertite perché portavano impresso il segno della lotta di liberazione,la “forte influenza socialista, che riflette la forza raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo” e dunque prevedono “la tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori.. il diritto di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo.. esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni”. Tutte cose da spazzare via per poter imporre “l’agenda delle riforme”: il dominio delle élites economiche e finanziarie, attraverso la concentrazione di ogni potere in poche mani.

Né è altro l’obiettivo della controriforma della scuola: eliminare un presidio di democrazia decisivo per quella società dell’uguaglianza promessa dall’articolo 3 della nostra Costituzione, costruire una scuola che all’opposto acuisce le differenze di classe e territorio, cancella il principio costituzionale della libertà di insegnamento, concentra tutti i poteri nelle mani dei dirigenti scolastici.

E che cos’è il Jobs Act se non la volontà di distruggere ogni libertà e soggettività delle lavoratrici e dei lavoratori per poter imporre con il ricatto della precarietà e dei licenziamenti, il dominio unilaterale delle imprese?

Né altra è la logica per cui dalle trivellazioni agli inceneritori, ciò che conta non è la salvaguardia della natura e la necessità di mettere in atto politiche che diano risposta alla crisi ambientale e climatica, ma il fare tabula rasa di ogni vincolo al potere delle grandi multinazionali.

Dovremo stare in campo in questi mesi con la capacità di parlare di ogni singolo quesito e ad ogni parte della società che viene direttamente colpita dalle politiche del governo, costruendo allo stesso tempo la connessione tra temi e soggetti.

I referendum sono l’occasione per dire che il popolo italiano non ci sta. Rappresentano la possibilità di opporre alla costituente neoliberista del governo Renzi, una controcostituente popolare per l’alternativa.

Va costruita, con la raccolta firme e con le iniziative. Noi ci siamo.

,

Pubblicato il 4 apr 2016

di Ezio Locatelli

Lo strumento è modesto ma nella sua essenzialità “dire fare Rifondazione” vuole essere uno stimolo all’avvio di una nuova fase di ripresa e di radicamento del partito. Un proposito ambizioso, certamente, che deve fare i conti con una crisi della politica – la politica come mezzo di autodeterminazione democratica – diventata il tratto distintivo del nostro tempo. Già molti anni fa Zygmunt Bauman scriveva che “la disintegrazione sociale è al contempo una condizione e il risultato della nuova tecnica del potere, che utilizza quale propria arma il disimpegno e l’arte della fuga”. Un’arma usata per smantellare ogni organismo di azione collettiva, per scompaginare la sinistra, per cercare di spegnere ogni possibilità di pensare e agire la rifondazione comunista. Per anni ci siamo attestati su una linea di resistenza. Una scelta necessaria – non potevamo fare diversamente – in quanto il problema era innanzitutto tenere vive istanze politiche, sociali, culturali.
Detto ciò non commettiamo l’errore di sopravvalutare la forza attuale dell’avversario di classe. Il neoliberismo è sì forte e autoritario nel dettare le scelte di governo dell’economia e della società ma, al tempo stesso, è sempre più in difficoltà a costruire consenso intorno a politiche antipopolari che hanno demolito qualsiasi idea di progresso sociale. La fase dell’ubriacatura liberista è finita. Per questo penso che bisogna farla finita con i piagnistei e i profeti di sventura. Bisogna tornare a pensare in termini di politica di movimento, di conflitto, a porci obiettivi di riorganizzazione sociale. Senza questa sfida non c’è possibilità alcuna di riaprire uno spazio di cambiamento. Se le cose stanno in questi termini diventa prioritario riannodare la trama di una presenza continuativa di contro ai processi di dispersione della sinistra di questi anni. Tutto questo a partire dalla riattivazione delle non poche energie e intelligenze che hanno in Rifondazione Comunista il loro punto di riferimento. Per dirla con Antonio Gramsci abbiamo il “dovere di organizzarci”, di mettere insieme le nostre forze.
Il notiziario “dire fare Rifondazione” vuole essere un tassello di questo lavoro. Sia detto, un lavoro che intendiamo portare avanti rifuggendo da qualsiasi idea di autosufficienza o propensione all’autoreferenzialità ma in pieno spirito unitario con tutto ciò che si muove in alternativa al liberismo e al capitalismo. Il notiziario, diffuso online, è redatto in un formato che ne permetta la riproduzione in cartaceo. Mettiamolo a disposizione degli iscritti e dei simpatizzanti, diffondiamolo in occasione delle iniziative pubbliche. Facciamo vedere che il partito c’è e vuole tornare ad accrescere le sue forze e il suo ruolo.

Pagine