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STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

di Aldo Carra
17.08.2016
da "il Manifesto"

Toscana. Un sempre più ampio «distretto energetico» minaccia paesaggio e vigneti maremmani. Gli impianti industriali suscitano allarme per la salute e proteste. Nascono i comitati Sì Morellino

Il rapporto tra politiche energetiche e politiche del territorio è un tema cruciale per la politica e per lo sviluppo e la Toscana una sede importante di sperimentazione. Da appena due anni i “paesaggi vitivinicoli” delle Langhe del Piemonte sono entrati nella lista Unesco dei siti patrimonio dell’umanità, ma quelli della Maremma toscana rischiano di essere esclusi prima di essere presi in considerazione.

Qui, infatti, in aree che hanno fatto della bellezza della natura e del paesaggio una leva di sviluppo, si sta cercando di realizzare un sempre più ampio “distretto geotermico” che potrebbe modificarne l’aspetto e che sta provocando la nascita di Comitati «Si Morellino, No geotermico».

Questi territori hanno caratteristiche geologiche e naturali, in termini di risorse minerarie e termali che sono state, ed in parte ancora sono, fonte di benessere economico e di ricchezza. La loro storia è fortemente intrecciata con quella delle miniere ed è parte importante della storia industriale del nostro paese.

Ad essa sono legati fenomeni migratori interni di minatori che scendevano dalle montagne e che dopo la chiusura delle miniere hanno dovuto, a loro volta, migrare verso il nord del paese in cerca di un futuro che non c’era più.

Ha un grande valore simbolico il fatto che nella miniera di Baccinello, proprio quando essa si avviava alla chiusura, siano stati trovati i resti dell’ominide, scimmia antropomorfa della specie Oreopithecus bambolii. Quasi a ricordare che si spezzava un filo tra passato millenario dell’uomo che aveva abitato queste terre e futuro che spingeva a nuove migrazioni.

Ma le risorse del sottosuolo non sono le sole di questi territori e al declino della vecchia fase industriale le comunità locali hanno saputo reagire costruendo i germi di una nuova economia e utilizzando altre importanti risorse di cui sono dotati questi territori – clima, natura, paesaggio – risorse che già in passato avevano contrassegnato le fasi di sviluppo altalenante di queste comunità.

Si pensi che alla fine del 18° secolo fu addirittura regolamentato un fenomeno originale chiamato “estatatura” perché non solo persone, ma anche uffici pubblici del capoluogo Grosseto si trasferivano in estate a Scansano ed altre zone interne per sfuggire alla malaria ed al clima delle zone marine paludose.

Insomma la vita di questi territori nel corso del tempo è stata contrassegnata da alti e bassi, si è snodata in parallelo con quella economica dell’intero paese e, negli ultimi decenni, essi hanno saputo trovare la bussola per attivare un nuovo modello di sviluppo: il territorio ha accentuato la sua vocazione turistica, si sono sviluppate strutture ricettive diffuse e di piccole dimensioni, l’agricoltura ha saputo resistere alle spinte di un mercato difficile, la vocazione vinicola ha saputo consolidarsi e affermarsi. E il Morellino è oggi conosciuto in tutto il mondo.

In questo processo storico il paesaggio è stato l’infrastruttura primaria sulla quale la nuova economia è cresciuta e vive. La trasformazione di questi territori in un distretto geotermico è compatibile con questo tipo di sviluppo e con le caratteristiche dei luoghi?

Il geotermico è considerata un’energia rinnovabile che sfrutta il calore proveniente dalle profondità terrestri portando in superficie il vapore per generare energia. Ma la sua utilizzazione può variare da quella per uso domestico (proprio a Grosseto è stato di recente costruito un fabbricato residenziale autosufficiente) fino a quella industriale con centrali a forte impatto paesaggistico e ambientale (come quelle di S.Fiora sull’Amiata) che suscitano allarme per la salute e proteste.

Sono allo studio adesso centrali che reimmettono nel sottosuolo i vapori utilizzati, riducendo così l’impatto esterno nell’aria, ma i pareri sulle implicazioni di queste modalità di produzione sono contrastanti sia per quanto riguarda l’emissione di sostanze nocive e conseguenti malattie, sia per le conseguenze sulla staticità dei terreni ed eventuali scosse.

Comunque, anche scartando conseguenze sull'aria, sulle falde acquifere, sulla stabilità geologica e sulla salute (i pochi dati dell'Amiata mostrerebbero comunque tassi di mortalità superiore del 13% rispetto a quelli dei territori più distanti dalle centrali) non ci sono dubbi su un fatto: gli impianti di produzione geotermica industriale sono di per sé manufatti di notevoli dimensioni, che emettono nell’aria sostanze residue e che impattano pesantemente sul paesaggio.

Tanto che il sindaco di un comune contiguo ha dichiarato la sua contrarietà precisando che il suo era un «no politico» perché, a prescindere dagli aspetti tecnici, il suo territorio ha portato avanti una politica di sviluppo legata alla valorizzazione dell’ambiente, del paesaggio, dell’agricoltura, dell’enogastronomia, del turismo, del suo patrimonio storico, culturale ed archeologico, ed anche perché tali interventi sono stati in gran parte realizzati attraverso strumenti finanziari pubblici, di provenienza europea, nazionale e regionale.

Parole sante, verrebbe da dire, ma che non tutti pronunciano perché la legge non dà voce in capitolo ai comuni su queste scelte e perché quelli che accettano il geotermico ricevono benefici economici con i quali possono compensare i tagli che lo stesso governo fa.

Qui sta un problema, politico nel senso nobile della parola, che sarebbe il caso di sviscerare: scelte così importanti per la vita attuale e futura di un territorio possono essere sottratte al potere decisionale dei territori? Si può sollecitare l’interesse emergenziale immediato a risanare i bilanci vanificando politiche fatte nel passato con finanziamenti pubblici ed europei? Si può fare tutto questo trascurando il valore del paesaggio fondamentale per un paese come il nostro?

Pochi giorni fa il parlamento ha approvato la decisione di produrre ad ottobre un nuovo documento di bilancio che non farà riferimento solo al Pil, ma anche agli Indicatori di Benessere Equo e Sostenibile (Bes) e le Camere voteranno una risoluzione su ambiente, trasporti, servizi… Si tratta di una svolta importante perché le politiche pubbliche dovranno cominciare a misurarsi con obiettivi più precisi rispetto al generico Pil. Il paesaggio è uno dei più importanti aspetti del Benessere Equo e Sostenibile.

Perseguire a livello nazionale una politica di tutela e di valorizzazione per farne una leva di sviluppo sostenibile non può ridursi a vuote parole da scrivere nel documento di programmazione se poi, a livello territoriale, si impongono politiche che vanno in direzione opposta.

Si rischia, così, di fare una politica in cui parole e fatti non si incontrano e i cittadini si allontanano danneggiando anche il paesaggio democratico che è altrettanto prezioso di quello naturale.

12.08.2012

“Houston, abbiamo un problema…” Parafrasando, visto che la centrale di comando sul bilancio è la Commissione Europea, in queste ore il governo Renzi starà messaggiando un “Bruxelles, abbiamo un problema serio…”

La crescita s’è fermata. Prima era lenta e insufficiente a ridurre il debito pubblico (che infatti continua ad aumentare), pur in presenza di tagli straordinari alla spesa pubblica (sanità, pensioni, università scuola, ricerca, ecc). Ora, semplicemente, non c’è più.

I dati Istat diffusi stamattina fotografano uno stallo assoluto nel secondo trimestre dell’anno in corso (aprile-giugno) rispetto a quello precedente, mentre la crescita rispetto allo stesso periodo dello scorso anno si ridimensiona pesantemente: appena lo 0,7%, invece dell’1 e qualcosa, scritto nei documenti di previsione su cui si fonda la prossima legge di stabilità.

“La variazione congiunturale è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dei servizi e di una diminuzione in quello dell’industria. Dal lato della domanda, vi è un lieve contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte), compensato da un apporto positivo della componente estera netta”. La traduzione è piuttosto semplice: ci tengono precariamente a galla l’agricoltura e i servizi, perché il settore industriale continua la marcia indietro (del resto tutte le imprese hanno ridotto mediamente gli investimenti e l’output). Anche la domanda interna è in calo (e come potrebbe aumentare se il salario medio si va riducendo di precarizzazione in precarizzazione?), e il pareggio viene raggiunto solo grazie a un po’ di export supplementare.

Si conferma insomma un andamento da “paese arretrato”, che comprime i consumi interni e cerca di guadagnare posizioni sui mercati esteri grazie a prezzi più contenuti. Ma anche un ignorante assoluto in materia economica considererebbe demenziale un “modello di sviluppo” che presuppone un arretramento drastico sulla via dello sviluppo.

Per il governo Renzi il dato è quasi mortale. Sul fronte interno, infatti, demolisce la narrazione relativa all'”efficacia” del Jobs Act nel rilanciare produzione e occupazione. Se il Pil si ferma, infatti, anche l’occupazione non può che peggiorare, qualsiasi siano le condizioni contrattuali (parola grossa, lo ammettiamo…) dei lavoratori e il grado di innovazione tecnologica medio. Insomma, difficile presentarsi all'appuntamento referendario potendo vantare “grandi successi”, “ripartenze”, ecc.

Ma diventa difficile anche promettere, in modo credibile, grandi “concessioni al popolo” se la controriforma costituzionale dovesse essere approvata. Con numeri del Pil così ridotto, infatti, buona parte della “flessibilità” sui conti strappata a Bruxelles viene vaporizzata prima ancora di poter essere utilizzata. Le maggiori spese allo studio (per anticipo pensionistico, ricongiunzioni, quattordicesime, ecc), miranti a comprare un po’ di consenso pre-elettorale, diventano improvvisamente fumo negli occhi per revisori dei conti della Troika (Bce, Ue, Fmi).

Il che crea un problema anche per i cerberi di Bruxelles: lasciar sforare i parametri di Maastricht per mantenere a galla il fedele esecutore di Palazzo Chigi oppure restare “inflessibili” e lasciarlo cadere a fondo?

A un dipendente impiegato nell’industria italiana servono 31 anni di lavoro per guadagnare come un amministratore delegato in un anno. Se l’A.d. raddoppia, e trova un altro stipendio, mettiamo da direttore generale, l’impiegato deve lavorare 43 anni. Una vita intera per guadagnare il reddito di un anno dei «capi».

I dati e i calcoli sono stati presentati nell’edizione 2016 dell’Annuario R&S realizzato dall’ufficio studio di Mediobanca che ha analizzato i redditi dei 41 maggiori gruppi industriali privati e pubblici. Il compenso mediano per un amministratore delegato risulta di 1,56 milioni di euro, per un a.d. con una carica in più il reddito sale a 2,38 milioni. Forse per la crisi, o molto più probabilmente per un caso, in un anno questi guadagni sono diminuiti. Nel 2015, infatti, gli anni necessari per un impiegato a eguagliare la retribuzione dell’a.d. erano 36. L’Annuario ha rilevato che l’età media dei componenti dei Consigli di Amministrazione nelle società industriali è di 58 anni, invariata sul 2014. È aumentata la partecipazione delle donne dal 26% al 30%. Nei board delle società pubbliche la presenza femminile è maggiore (35%) e l’età media più bassa (55 anni). Tuttavia comandano sempre gli uomini e il «gender gap» è più forte che mai. Nell’alta dirigenza la presenza femminile si ferma al 12%. Acea ha il cda più giovane (47 anni), Ferragamo il più attempato (66,5 anni) e Edison quello più «rosa» (56%).

La crisi non ha solo allargato le disuguaglianze tra i redditi, ma ha abbassato i rendimenti delle aziende. Gli stipendi d’oro non rispondono a un miglioramento delle imprese. Nel 2015 il fatturato dell’industria è calato del 5% sul 2014, -4,2% sul mercato domestico e -5,4% all’estero. Senza le dismissioni pubbliche il calo sarebbe dell’1,1%. I ricavi del settore sono arretrati del 16,1%.

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24.07.2016
da il manifesto
di Massimo Villone

Un voto contro un governo oligarchico. Ora pensiamo al da farsi per il momento delle urne, quando farà comodo al governo

Prima o poi, per il referendum costituzionale voteremo. Forse. Giunge notizia di una tesi che potrebbe farci dubitare. La Cassazione ha dichiarato ammissibili le richieste referendarie presentate dai parlamentari in data 6 maggio 2016. Secondo la legge 352/1970 il referendum viene indetto entro i 60 giorni successivi. Quindi il termine, se dovesse farsi decorrere dal 6 maggio, sarebbe ampiamente scaduto. Dando luogo ad almeno due domande: può essere indetto un referendum oltre il termine di legge? E se non fosse più possibile indirlo, che ne sarebbe della legge Renzi-Boschi?

Una tesi insostenibile. Anzitutto, come ho già scritto su queste pagine, la presentazione da parte di un comitato promotore della richiesta di raccogliere 500 mila firme apre la via al termine di tre mesi per la raccolta. La richiesta è stata nella specie presentata prima che i parlamentari presentassero la propria. L’iniziativa dei parlamentari non incide sulla richiesta del comitato promotore. Le norme vigenti pongono sullo stesso piano le tre possibili richieste referendarie: popolo, parlamentari, consigli regionali. Non c’è alcun criterio di supremazia gerarchica o di priorità.

Se l’iniziativa dei parlamentari non azzera quella di un comitato promotore, tanto meno può produrre questo effetto la pronuncia della Cassazione sull’iniziativa medesima. La pronuncia della Corte è meramente strumentale al prosieguo del procedimento per quanto riguarda la specifica richiesta. Quello che conta è il diritto garantito ai soggetti promotori dalla Costituzione e dalla legge. E quindi per l’indizione del referendum non può non tenersi conto dei tre mesi previsti per la raccolta delle 500 mila firme.

D’altra parte, se volessimo ritenere perentorio e scaduto il termine per l’indizione del referendum, ne verrebbe l’impossibilità di indirlo. La mancanza del voto popolare avrebbe come conseguenza inevitabile che la legge Renzi-Boschi non vedrebbe mai la luce. Ai sensi dell’art. 138 Cost. la legge di revisione approvata a maggioranza assoluta dei componenti è promulgata ed entra in vigore, qualora venga chiesto il referendum, solo a seguito di un voto popolare positivo. Se il voto è negativo, questo effetto non si produce. Lo stesso ovviamente accadrebbe se il voto mancasse del tutto. Possiamo discutere sulla qualificazione giuridica, Ma la riforma non esisterebbe come tale.

Lasciamo perdere. E pensiamo al da farsi per il voto che ci sarà, quando farà comodo al governo. La raccolta delle firme sui referendum istituzionali – legge Renzi-Boschi e Italicum – non ha avuto successo, ma ha comunque mobilitato centinaia di migliaia di persone, e ha fatto nascere un gran numero di comitati locali in tutto il paese. È su queste forze che dovremo contare nella campagna che sta per iniziare.

Va detto però che una campagna per la raccolta delle firme è cosa ben diversa da quella per il voto referendario. La persona che viene a un banchetto per firmare è già almeno in parte informata, o è disposta ad ascoltare e informarsi. Si ha la possibilità di argomentare le proprie ragioni e di controbattere quelle degli avversari. C’è un contatto ravvicinato che si conclude con la firma. Tutto questo in larga misura viene meno nella campagna elettorale in senso stretto. Nel 2006 votarono sulla riforma del centrodestra oltre 25 milioni di italiani (il 53,84% degli aventi diritto), e i no furono oltre 15 milioni (61,64%). Con una platea così vasta già sappiamo che non è il fine argomento giuridico a dare la vittoria. Non illudiamoci che possa far presa oltre una cerchia comunque relativamente ristretta l’illustrazione delle aporie, delle contraddizioni, delle omissioni, degli errori tecnici e di scrittura. Soprattutto quando dall’altra parte vengono argomenti rozzi che strizzano l’occhio all’antipolitica.

E allora? Bisogna far passare il messaggio che difendere la Costituzione conviene, è utile nel vivere quotidiano. Difendere la Costituzione non per il ricordo di ieri, ma per i bisogni di oggi. Partendo dalla constatazione che l’attacco è già cominciato con la riduzione dei diritti che la Costituzione garantisce – lavoro, salute, istruzione, ambiente – e la crescita esponenziale delle diseguaglianze. Le riforme in campo sono volte a consolidare e perpetuare le fratture sociali, economiche, territoriali, mettendo il bavaglio al dissenso e riducendo oltre ogni ragionevole misura la rappresentatività delle assemblee elettive. Puntano a un governo oligarchico e autoreferenziale, espressione di una minoranza che non sarà certo dalla parte dei più deboli. La vittoria del no può capovolgere questo indirizzo e aprire vie nuove per la politica italiana. La domanda è: Volete esserci e contare, tutti i giorni, e non un solo giorno ogni cinque anni, in cui votate per mettere i vostri diritti di cittadinanza in mano a chi comanda?

Pubblicato il 22 lug 2016

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, ha dichiarato:
“Trenitalia ha deciso che dal 1° agosto i biglietti sui treni regionali valgano solo 24 ore invece dei due mesi attuali. Questa misura viene giustificata come mossa contro l’evasione, cioè contro chi sale e non timbra il biglietto. Siamo completamente contrari. Già i treni dei pendolari sono in condizioni vergognose , con cancellazioni, sovraffollamenti e ritardi, per non parlare dei disastri. Adesso anche il disagio di dover programmare il viaggio come se uno andasse in Messico in aereo. Se uno non fa il biglietto, paga la multa, mi pare abbastanza. Inoltre questa logica di combattere l’evasione a partire dai più piccoli e più poveri è inaccettabile. Le banche e le grandi imprese contrattano con il fisco le tasse che devo pagare – non sto scherzando, succede proprio così, contrattano – mentre i poveracci vengono salassati fino all'ultimo centesimo. Il governo cominci a perseguire i grandi ladri invece che continuare a vessare la gente che già fa fatica ad arrivare a fine mese”.

22 luglio 2016

di Paolo Ferrero -
16.07.2016

Il golpe in Turchia è fallito. E’ bene fare alcune riflessioni prima che la storia venga completamente riscritta.
In primo luogo tutti i partiti dell’opposizione in Turchia si sono schierati contro il golpe, a partire dall’HDP che ha detto chiaramente che la loro è una battaglia per la democrazia e che questa strada non ha alternative.
In secondo luogo i leader occidentali sono stati a vedere e solo dopo varie ore, quando è stata chiara la divisione dentro le forze armate e l’entità della reazione popolare, Obama ha preso posizione contro il Golpe. Evidentemente tutti questi sinceri democratici, in buona compagnia con Salvini, hanno sperato che il golpe gli togliesse di mezzo il governo Turco. Il fatto che gli addetti militari turchi nelle cancellerie occidentali fossero stati allertati sul golpe ci parla probabilmente di qualche superficie di contatto tra la NATO e i golpisti.
Il fascista Erdogan adesso utilizzerà questo golpe fallito per accentuare la repressione nel paese e accentuare gli aspetti dittatoriali del suo governo.
Compito nostro aumentare ed alimentare la controinformazione sulla repressione in Turchia, aumentare ed alimentare il nostro lavoro di solidarietà con il popolo Kurdo, con i compagni e le compagne del PKK e dell’HDP. W la lotta del popolo Curdo! W il PKK e Ocalan!
Migliaia di soldati, giudici, impiegati e poliziotti messi agli arresti con l’accusa di complicità con il cosiddetto «Stato parallelo» dell’imam Gülen. Preoccupazione per il ritorno della pena capitale. Crescono le tensioni nel paese: sostenitori del governo linciano e assaltano i quartieri delle minoranze. Retate di massa della polizia contro i sospetti

15.07.2016

Quando avvengono questi fatti sanguinari di terrorismo si rimane sgomenti e c'è il rischio di abituarsi all'orrore di quello che avviene.
La Francia da un anno a questa parte è l'obiettivo della Jihad.

Per ora 84 persone sono state uccise a Nizza da un camion che zigzagando per la promenade des Anglaais si è lanciato ieri sera sulla folla in festa poco dopo lo spettacolo dei fuochi d’artificio .
Gli spari si confondevano con i fuochi di artificio e le urla erano coperte dalle musiche dello spettacolo. Almeno 54 bambini sono ricoverati all'ospedale Lenval.

Sul viale sono partite anche raffiche di mitra. L’attentatore, un francese di origini tunisine residente a Nizza è stato poi ucciso a sua volta.
Rifondazione Comunista desidera esprimere il più profondo cordoglio alle famiglie delle 84 vittime e ai tanti feriti.

D.R

Pubblicato il 12 lug 2016

COMUNICATO STAMPA

PUGLIA – FORENZA (ALTRA EUROPA – GUE): «INCIDENTE TERRIBILE. DA PUGLIESE SONO ANCORA PIù VICINA SE POSSIBILE ALLE FAMIGLIE DELLE VITTIME, AI FERITI»
«Sono atterrita e sconvolta dalle notizie che arrivano dal luogo del terribile incidente tra Andria e Corato – dichiara Eleonora Forenza, barese, eurodeputata dell’Altra Europa – GUE – . Desidero esprimere il più profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e ai tanti feriti. Dolore e sgomento, quindi, ma anche sconcerto per un incidente avvenuto su una linea a ancora a binario unico, nel 2016, e frequentata da così tante persone, lavoratori e studenti. Le responsabilità di questa tragedia andranno accertate, ma resta incomprensibile che una linea così frequentata viaggi su un binario unico. Il mio pensiero ora va a chi è morto questa mattina andando a lavoro o in università e a chi lotta per sopravvivere».

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
«Esprimo il più profondo cordoglio mio e di Rifondazione Comunista per le vittime dello scontro frontale tra treni, stamattina in Puglia, il cui bilancio purtroppo continua a crescere. Siamo vicini alle loro famiglie e alle decine di feriti».

Il dolore di fronte a decine di vittime – non ne conosciamo ancora il numero esatto – è enorme. Il dolore tende a diventare rabbia di fronte all’insensatezza di queste morti: sono morti per nulla. Sono morti a causa di scelte politiche sbagliate che si accompagnano all’ignavia e al pressapochismo. Per questo credo che il minimo che possiamo fare è quello di onorare queste morti con un deciso cambio di indirizzo politico, che renda impossibile tragedie come questa. La scelta da fare è molto semplice: la si smetta di gettare via soldi per la TAV e si mettano quelle risorse per le linee dei pendolari in modo che funzionino e siano messe in condizioni di operare in piena sicurezza. E’ lo Stato che dovrebbe garantire che si tuteli soprattutto chi prende il treno ogni giorno per andare a lavoro o a scuola».

09 Luglio 2016
Il Coordinamento Amiata Grossetana del Partito della Rifondazione Comunista aderisce con convinzione alla proposta per la creazione di Comitati per il “NO” al Referendum Costituzionale dell'autunno prossimo, avanzata dal Capogruppo della Lista “Un Comune per tutti” di Santa Fiora, Riccardo Ciaffarafà.
Siamo appena usciti da una mobilitazione per la racconta di firme per la richiesta di referendum contro la modifica di alcuni punti della Costituzione e contro la nuova legge elettorale (Italicum), che tuttavia non ha consentito il raggiungimento del quorum necessario anche a causa di azioni ed atteggiamenti di puro boicottaggio perpetrati in varie sedi istituzionali: un motivo in più per non far mancare il nostro impegno a favore di quella che si va delineando come la madre di tutte le battaglie, allo scopo di imprimere una svolta decisiva, sul piano politico, per la caduta di un Governo che ogni giorno di più va accentuando il suo carattere antidemocratico ed antipopolare.
Il Presidente Renzi ha infatti voluto trasformare il Referendum necessario ad approvare in via definitiva la sua sciagurata riforma della Costituzione in un plebiscito nei confronti della sua azione di governo ed addirittura sulla sua figura: ebbene, avrà pane per i suoi denti!
Partendo dal merito delle scelte compiute per la modifica della Costituzione (la trasformazione del Senato in una squalificata “camera delle regioni”; la farsa della legge elettorale che attribuisce un premio di maggioranza esagerato al partito che raccoglierà più voti degli altri, fino ad un misero 25% di coloro che andranno a votare; il ritorno alla competenza statale di vari poteri oggi decentrati alle Regioni …) avremo modo di dimostrare con chiarezza che lo scopo ultimo di questa “riforma” è in realtà quello di consentire l’accentramento dei poteri nelle mani di un unico individuo, in grado di sottomettere alle proprie decisioni sia il suo partito che gli organi principali dello Stato, Governo, Parlamento, Corte Costituzionale, fino al Presidente della Repubblica.
Si tratta quindi di una battaglia decisiva per il mantenimento della democrazia nel nostro paese, da portare avanti con grande decisione e capacità di coinvolgimento dell’opinione pubblica, già frastornata da una campagna a senso unico in atto da diverse settimane sugli organi di informazione, in particolare sulle TV di Stato, in cui vengono illustrate soltanto le ragioni del Sì al referendum.
Sarà nostro obiettivo saldare l’iniziativa per il No al referendum costituzionale con la lotta per far cadere il Governo Renzi, dando evidenza a quello che, d'altra parte, i cittadini stanno già vivendo sulla propria pelle, e cioè al carattere antipopolare e “di classe”, a favore dei poteri forti, della sua attività.

8 lug 2016

Prendiamo atto con grande gioia e soddisfazione politica dell’avvenuta consegna in cassazione di più di 2 milioni di firme relative ai quattro quesiti abrogativi dei punti dirimenti dell’impianto liberista e aziendalista della legge sulla cosiddetta Buona Scuola, votata con voto di fiducia nel luglio del 2015 nella generale opposizione di tutte le componenti del mondo della scuola. Consideriamo questo risultato un grande passo avanti nella lotta contro la legge 107.

Le decine e decine di migliaia di persone che sono state raggiunte con i banchetti nelle piazze di ogni paese d’Italia hanno firmato con convinzione, permettendo così di concludere positivamente la prima tappa di questa lunga e necessaria battaglia referendaria. È stata una grande prova di democrazia diretta che si è realizzata grazie alle migliaia di attivisti, fra i quali i compagni e le compagne del PRC, che hanno dovuto affrontare non poche difficoltà organizzative, spendendosi senza risparmio con grande spirito unitario, avendo chiaro quale era la posta in gioco.La capacità di riaggregazione e di pratica politica unitaria antiliberista di questi comitati nei territori non va dispersa, ma rimessa in moto per la prossima decisiva battaglia, quella del referendum costituzionale. I referendum in difesa della scuola della Repubblica hanno seminato bene. La cancellazione dell’impianto aziendalistico, autoritario e regressivo della 107 per difendere la Scuola della Costituzione può avvenire solo a Costituzione integra ed efficace.

Giovanna Capelli Segreteria Nazionale Responsabile Area Formazione PRC
Vito Meloni responsabile Scuola e Istruzione PRC
Paolo Ferrero, segretario nazionale PRC

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