Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

Alfonso Gianni
da Il Manifesto
12.04.2017

.
Forse mai come in questa occasione la manovra economica si intreccia con quella politica, quasi oscurata da quest’ultima, giocata sullo sfondo del Def e del Pnr (Programma nazionale di riforme), nonché della “manovrina” di 3,4 miliardi di euro voluta da Bruxelles.
.
Il punto è che il Pd, in affanno di consensi, non può rischiare di presentarsi alle elezioni, in ogni caso molto prossime, come l’esecutore inflessibile di una politica rigorista a fronte di un’economia con ritmi da bradipo. E il suo segretario-padrone, Renzi, non può mancare l’appuntamento rigeneratore delle primarie del 30 aprile, dopo gli schiaffi presi dal plebiscito capovolto del 4 di dicembre. D’altro canto il governo fotocopia giorno dopo giorno rafforza la sua crescente ambizione di durare fino alla morte naturale della legislatura. Come insegna l’indecente vicenda del voto di fiducia sui decreti Minniti-Orlando.
.
Così è andato in scena un ministro Padoan prono ai diktat europei e di un Renzi fautore di un surplus di flessibilità. Il primo ha cercato l’appoggio preventivo alle misure approvate ieri dal CdM da parte di Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea e di Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici. E lo ha ottenuto, come era prevedibile. Dal momento che o l’Italia accettava il capestro della manovrina aggiuntiva o si esponeva alle conseguenze delle procedure d’infrazione.
.
Ma la demagogia di Renzi non poteva spingersi fino a questo punto. Se non altro perché si sarebbe ripercosso sul dopo. Perché la vera partita non si gioca ora sul Def quanto sul Nadef di autunno, ovvero, al di là della cacofonia degli acronimi, sulla Nota di aggiornamento del documento di politica economico finanziaria. Il governo è atteso al varco delle cosiddette clausole di salvaguardia, pari a 19,5 miliardi di gettito annuo derivante dall’incremento dell’Iva dal 10 al 13% e dal 22 al 25%. Una mazzata per i consumi, per chi ha redditi più bassi e per l’economia nel suo complesso. Il tutto tra settembre e ottobre. E il governo spera che per allora si concluda l’istruttoria avviata a livello europeo per la revisione dei criteri che determinano il valore del deficit strutturale.
.
Intanto Padoan ha maggiorato di un decimale la previsione di crescita, dall’1 al 1,1%, ma in compenso ha ridimensionato quelle relative agli anni a seguire. Per il 2018 dall’1,3 all’1%, per il 2019 dall’1,2 all’1%. La colpa sarebbe di una politica fiscale particolarmente stringente, che “fa parte degli accordi europei” che né il governo né il Pd, al di là delle sceneggiate, hanno alcuna intenzione di modificare.
.
E quest’anno si dovrà decidere se integrare o meno il Fiscal compact nell’ordinamento Ue. Il Pd – in coerenza con il suo fanatismo rigorista che lo spinse alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio – nel febbraio scorso ha già votato nel parlamento europeo per farlo. Il che pregiudicherebbe le politiche di bilancio per i prossimi venti anni, vista l’elevata differenza del nostro debito dall’obbiettivo del 60%, livello al quale si vorrebbe ridurlo.
.
La follia sta per diventare realtà, se non si svilupperà una coerente opposizione di popoli e paesi.
.
Nella conferenza stampa Padoan ha celebrato le politiche di “benessere e di inclusione sociale”. Non si vede quali, a meno che non intendesse i bonus che hanno fatto la fine a tutti nota. E’ impossibile praticare simili politiche senza un rilancio degli investimenti. E quelli pubblici dovrebbero trainare quelli privati. Ovviamente bisogna intervenire nelle zone terremotate – su cui si costruiscono contenziosi con la Ue – ma il tema degli investimenti è ben altro.
.
Gli investimenti in Italia sono al di sotto dei livelli pre-crisi del 2008 (-28%). La componente pubblica degli stessi è in picchiata: dal 2009 un 35% in meno. Eppure l’ effetto moltiplicatore di buoni investimenti pubblici è più del doppio di quello che si ottiene con trasferimenti e detassazioni. Un investimento pubblico partito in deficit, in settori innovativi, che fanno bene all’ambiente e all’occupazione, in un biennio può autofinanziarsi, grazie all’effetto espansivo. Se si vuole benessere e inclusione di questo bisognerebbe parlare e decidere. Ma ci vorrebbe un’altra classe politica. Non un governo fotocopia.

7 aprile 2017
.
«Non contenti dei disastri già procurati in Iraq, Libia, Afghanistan, – dichiara Eleonora Forenza, eurodeputata de L’Altra Europa – gruppo GUE/NGL – gli Stati Uniti compiono un ulteriore atto contro ogni legalità internazionale: un atto che con ogni evidenza non contribuirà alla pace, ma rischia di provocare una nuova sanguinosa e dolorosa escalation di guerra. Le violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra cesseranno in Siria solo attraverso un processo di pace e negoziale, mettendo fine al sostegno ai gruppi jihadisti attraverso cui gli Usa e i suoi alleati regionali ed europei hanno portato avanti una guerra per procura.
L’Unione Europea e gli Stati Membri che si affrettano a sostenere l’azione unilaterale di Trump continuano così in una politica estera irresponsabile nei confronti delle popolazioni civili e colpevole dell’acutizzazione della guerra civile siriana, della destabilizzazione del Medio Oriente, e di mantenere alleanze con paesi come Arabia Saudita, Turchia e Qatar, che hanno serie responsabilità nell'aver sostenuto e finanziato i gruppi terroristi.
L’azione di Trump va condannata senza ambiguità».

Pubblicato il 07.04.2017
di Maurizio Acerbo

segretario nazionale Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
.
Non essendo bastati i tagliagole dell'Isis e di Al Qaeida arruolati in tutto il mondo ora Trump e Erdogan intervengono direttamente con le loro armi. Le atrocità dello Stato islamico, la cui avanzata i russi hanno fermato, da tempo sono scomparse dalla scena mediatica per ridare fiato alla narrazione sulla ferocia di Assad che giustifica l’intervento contro il diritto internazionale nel territorio di uno stato sovrano.
L’uso dei corpi dei bambini asfissiati dal gas ammucchiati per le foto serve a Trump per legittimare l’aggressione. Non so chi abbia usato il gas, non sono esperto di cose militari e non so districarmi tra gli assassini. So che Assad ha a disposizione l’aviazione russa e sta vincendo sul terreno. Perché fare un autogol del genere? Qualcosa non quadra ma non voglio avventurarmi in congetture. Sul campo operano potenze che certo non sono nuove all'uso del terrore. Certo non sono Trump e Erdogan dei campioni di democrazia dietro le cui insegne marciare. Non sono certo gli integralisti islamici armati dall'occidente e dai suoi alleati sauditi e turchi i combattenti per la libertà. Non facciamoci arruolare. Non beviamoci le balle di chi ha seminato morte e distruzione dall'Iraq alla Libia. Opponiamoci alla guerra senza se e senza ma. Invece di destabilizzare e alimentare una guerra senza fine sosteniamo le forze come i curdi in Turchia e Siria che si battono per pace, giustizia sociale, tolleranza, democrazia. Accogliamo i profughi che fuggono dalla guerra come i nostri padri furono accolti quando fuggivano dalle città bombardate. E’ chiarissimo fin dall'inizio che i settori americani più imperialisti e i loro alleati non hanno lavorato per favorire una transizione democratica e una pacificazione ma per rovesciare un regime, dissolvere uno stato sovrano, trasformarlo in un altro ‘stato fallito’ come son definiti con linguaggio cinico Libia, Somalia, Iraq ecc.
Qualsiasi giudizio sul regime di Assad non giustifica la guerra per procura in atto da anni in Siria.

E’ da notarsi che come già accaduto con Libia e Iraq gli americani a parole combattono l’islamismo ma bombardano e colpiscono regimi che avevano tanti difetti ma certo non erano amici dell’integralismo.
I missili di Trump non sono al servizio della democrazia e dei diritti umani, l’attacco americano è un atto di terrorismo internazionale. Informazione e politica europee e italiane non si allineino a un presidente americano fascistoide. Riprendiamo il ruolo di pace e mediazione che ci spetta nel Mediterraneo e in Medio Oriente.

Pubblicato il 05.04.2017

Il Partito della Rifondazione Comunista Sinistra Europea è fortemente impegnato alla organizzazione di iniziative pubbliche in tutte le città contro il decreto Minniti Orlando SABATO 8 APRILE essendo stato protagonista, con le proprie amministratrici ed amministratori, della costruzione dal basso di questa iniziativa, a partire dalle liste unitarie della sinistra alternativa al PD nei territori.
Inviamo anche la bozza di un ordine del giorno da presentare in tutti i Consigli Comunali, come è già avvenuto a Bologna, a Pisa, a Napoli ed in tanti altri centri.
Riteniamo importante organizzare presidi sotto le Prefetture o iniziative nei luoghi di aggregazione delle varie città, lavorando a costruire una visibilità di tali iniziative.

No ai Decreti Minniti-Orlando su immigrazione e sicurezza urbana. La “Rete delle città in comune”:
lanciamo la giornata di mobilitazione nazionale per l’8 aprile, per una risposta dal basso contro la barbarie securitaria, che fomenta la “guerra fra poveri”. Auspichiamo che siano tante e tanti i compagni di strada di quest’appuntamento.
.
Restiamo umani. Diamo un futuro diverso al nostro paese e all'Europa. Con questi auspici e obiettivi promuoviamo per il prossimo 8 aprile una giornata di mobilitazione nazionale contro i decreti Minniti – Orlando su immigrazione/ respingimenti e – cosiddetta – sicurezza urbana.
Noi che facciamo parte della “rete delle città in comune” – siamo consiglieri comunali e sindaci di realtà piccole e grandi del nostro paese, esponenti di associazioni, movimenti, singoli cittadini – vediamo in questi atti una preoccupante deriva autoritaria che – per inseguire le posizioni più barbare e retrive di natura securitaria – vuole “espellere” dalla società i cosiddetti diversi, siano essi migranti o soggetti già socialmente deboli. Insomma militarizzare e arrestare ed espellere la marginalità sociale, acuendone e ampliandone i drammi. Cd Daspo urbano, carcerazione dei migranti e espulsioni facili, ecc. insomma un film già visto che punta dritto a fomentare nient’altro che la discarica sociale e la guerra fra poveri.
Occorre fermali, perché questo conduce non solo alla disperazione.Il decreto sui migranti determinerà diritto speciale, detenzione prolungata, rimpatrio forzato per i migranti, costringerà le persone a vivere nell'ombra e a non potersi costruire un futuro. Oltre a mettere a rischio la vita di chi sarà deportato, queste norme non faranno altro che aumentare proprio quelle paure che dicono di voler vincere. Quindi non si creerà solo ingiustizia, ma moltiplicazione dei problemi e dei fenomeni che si dichiara di voler combattere. E si darà ancor più fiato a chi vuol costruire muri, divisioni e odi, che mettono in discussione il futuro stesso delle comunità sociali, del paese, e della stessa Europa.
Quello sulla “sicurezza urbana” è un decreto che investirà risorse in retate fra chi lavora in nero, sgomberi di case occupate, allontanamenti per le persone il cui stile di vita è considerato deviante. Si vuole combattere i poveri e non le cause della povertà.
Già troppi sindaci, incapaci di affrontare i problemi delle città che amministrano o strangolati da debiti e patti di stabilità da rispettare, stanno cercando di ottenere consenso spostando l’attenzione dei/delle propri/e concittadini/e sull'importanza della sicurezza, sgomberando, allontanando chi è considerato fonte di degrado.
Ed è grottesco che questo accada in un paese in cui i reati predatori e contro la persona sono in calo mentre ad aumentare è la percezione della paura, spesso amplificata dai media. Una ricetta tante volte provata e questa volta fatta propria anche dall'ANCI, ma che si rivela inutile e spesso dannosa.
Gli amministratori locali che aderiscono alla rete hanno già presentato o stanno presentando nei propri consigli comunali un ordine del giorno contro i decreti Minniti – Orlando dove si chiede che le città avanzino con forza la richiesta del ritiro degli stessi, dichiarandosi pronte a ricorrere in tutte le sedi e a “disobbedire” alla loro applicazione.
A impegno istituzionale però deve corrispondere una mobilitazione dal basso di tutti coloro vogliono opporsi alla logica della “tolleranza zero”, imposta dall'alto, e invece promuovere convivenza e inclusione sociale – minata da questo governo anche con la riduzione dei fondi fondi dedicati ai bisogni sociali e delle risorse allocate ai Comuni. Per questo ci rivolgiamo a quel forte e variegato mondo associativo che – nella pluralità dell’impegno su questi temi – già ha fatto sentire la propria voce, nonché alle tante e tanti che vogliano dare un segnale preciso di una strada diversa, affinché condividano e con noi promuovano il percorso che ci porti alla giornata di mobilitazione nazionale del prossimo 8 aprile, dando vita nelle proprie realtà a appuntamenti diffusi che facciano della pluralità e della risposta sui territori e dal basso un tratto distintivo di impegno umanitario, civile, civico e politico. Contro l imposizione di provvedimenti dall'alto che istituzionalizzino la barbarie.
Il momento è ora, è il momento di dimostrare che c’è chi non ci sta, chi vuol “restare umano”.

Alex Corlazzoli
Maestro e giornalista
05.04.2017
Da il Fatto Quotidiano

I licei ai figli dei ricchi, i professionali a quelli degli operai. Ecco il manifesto del fallimento della nostra scuola. Lasciamo parlare i dati raccolti da AlmaDiploma su 261 istituti per un totale di 43.171 studenti di Lazio, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Puglia, Toscana, Trentino, Sicilia, Veneto e altre sette regioni.
.
Solo un liceale su sei proviene da una famiglia operaia. Nel 2016 al Classico si sono diplomati solo l’8,7% di ragazzi figli di impiegati o di genitori che stanno alla catena di montaggio a fronte di un 45% di figli di professionisti, dirigenti, docenti universitari e imprenditori. Allo Scientifico sono usciti il 13,1% di ragazzi che provengono dalle classi sociali più povere. Ma non basta. Se andiamo a vedere la questione ripetenti scopriamo che il 30% di chi viene bocciato al liceo due o più volte appartiene alle famiglie operaie contro il 17% della classe elevata.
.
Tenterò di non scomodare per la gioia dei miei detrattori Lettera ad una professoressa di don Lorenzo Milani ma bastano questi numeri per farsi qualche domanda: perché Angela, figlia di un disoccupato e di una mamma che si arrabatta con qualche lavoro domiciliare, che a casa non ha nemmeno la libreria ma che di fronte ad una tavolozza sa dipingere meglio di tutti gli altri, non andrà al liceo classico? Perché quel liceo è rimasto lo stesso di quando lo frequentavo io, figlio d’operai bocciato perché raccoglievo le firme contro la figlia dell’avvocato che arrivava un’ora più tardi perché andava dall’estetista? Perché è rimasto lo stesso liceo del professor Rossi, dirigente che impettito diceva “Solo da qui uscirà la classe dirigente”? Forse dobbiamo pensare che i figli dei ricchi, dei dirigenti, dei professori abbiano un dna diverso da quello di chi nasce da una commessa del supermercato o di un operaio della Piaggio? Forse per loro ci sono solo “certe” scuole e altre sono riservate ai borghesi?
.
Ai miei ragazzi faccio studiare l’articolo tre della Costituzione: “… E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” perché sappiano che anche se son figli di operai hanno gli stessi diritti di chi ha in casa babbo e mamma con due lauree appese alla parete a far bella mostra.
.
Eppure i numeri di AlmaDiploma ci raccontano un’altra storia. Ci dicono che alla fine il figlio del dottore fa il dottore così come il figlio dell’avvocato farà l’avvocato. Il 43% dei laureati in Medicina proviene da classi sociali elevate e in generale il 34% degli iscritti a corsi di laurea magistrale a ciclo unico. I figli di operai e impiegati rappresentano solo il 15% dei laureati magistrali a ciclo unico contro un 34% costituito da figli della classe sociale più elevata. Secondo l’Annuario Statistico italiano nel 1963 fra gli studenti universitari i figli di papà erano l’86,5%. I figli dei lavoratori dipendenti il 13,5%. Fra i laureati: figli di papà 91,9%, figli di lavoratori dipendenti 8,1%. Fatte le giuste proporzioni possiamo dire che è cambiato ben poco.
.
Una scuola che continua a dividere, a mettere i figli di papà da una parte e i figli degli operai dall'altra è una scuola che è fallita, che non ha saputo essere “aperta a tutti”, che non ha realizzato alcun miglioramento della società, che non ha puntato al progresso ma solo allo status quo. Appositamente non ho citato don Milani in questo periodo in cui tutti (persino Paola Mastrocola domenica scorsa sul Sole 24 ore) parlano di lui, anche a sproposito, ma dopo aver letto questi dati, riprendete in mano Lettera ad una professoressa.

Servirà a capire che la scuola ha davvero fallito il suo compito.

04.04.2017
.
Abbandoni scolastici in aumento. Ogni anno, sono oltre 50mila gli studenti di scuola media e superiore che smettono di frequentare le lezioni scolastiche per dedicarsi ad altro. Ragazzini e ragazzi, sovente sotto l’obbligo scolastico, che marinano gli studi mettendo nei guai i genitori. E sulle cui tracce si dirigono le forze dell’ordine per capire cosa sia successo, nel tentativo di riportarli a scuola. Un fenomeno che, stando ai numeri estratti dai Rav (i Rapporti di autovalutazione delle scuole) pubblicati dal ministero dell’Istruzione, è in aumento. I dati, sempre poco diffusi, sono gli ultimi disponibili e si riferiscono a due anni scolastici consecutivi: il 2013/2014 e il 2014/2015. Raccontano di una fetta di popolazione scolastica che nelle aule non riesce proprio a stare e preferisce cercare un lavoretto per guadagnare qualcosa o cade nelle mani della criminalità.

Quella degli abbandoni è la parte più drammatica della cosiddetta dispersione scolastica, che raggruppa tutti gli insuccessi: bocciature e rimandature comprese. Alla scuola media, il fenomeno è abbastanza circoscritto ma in crescita di un decimo di punto in tutte le classi rispetto al 2013/2014: 0,3 per cento in prima, 0,5 in seconda e 0,6 in terza. In tutto, 7mila e 700 ragazzini che spariscono dalle classi senza più dare notizie e in alcune realtà del Sud Italia il fenomeno assume dimensioni macroscopiche da emergenza educativa. Come alla scuola media dell’istituto comprensivo Primo Levi/Ilaria Alpi di Napoli, nel popolare quartiere di Scampia, dove in prima classe le interruzioni di frequenza toccano addirittura quota 7,4 per cento. A contribuire di più sono gli istituti dei quartieri periferici e popolari delle grandi città. All’istituto comprensivo di via Tiburtina 25, nell’omonimo quartiere di Roma, hanno preferito dribblare compiti e interrogazioni 6,2 ragazzini ogni cento delle terze classi. Un record.

Passando alle superiori, gli abbandoni scolastici crescono rapidamente. Anche al liceo, che raccoglie sempre più iscritti, parecchi dei quali con tutta probabilità hanno sbagliato indirizzo scolastico. Alla secondaria, a lasciare gli studi a metà anno o dopo qualche settimana, optando per il primo lavoro che capita, sono quasi 2 studenti su cento, in tutto circa 45mila giovani, concentrati soprattutto negli istituti tecnici e nei professionali. Ma la cosa che sorprende maggiormente è che nei licei, le cui classi sono sempre più affollate, il fenomeno è in rapida crescita. Nel 2013/2014 interrompevano gli studi circa 9.150 ragazzi e ragazze che l’anno successivo diventano oltre 10mila e 300. Nel breve volgere di 12 mesi il fenomeno è cresciuto di 12 punti e mezzo. Un effetto collaterale di quella crescita abnorme di preferenze che negli ultimi anni ha dirottato parecchi studenti, che in passato avrebbero preso la strada di tecnici e professionali, proprio al liceo.

Il ministero visti i dati annuncia contromisure: “Il tema della dispersione è fra le priorità del piano in dieci azioni da 840 milioni lanciato dalla ministra Valeria Fedeli con i fondi del Piano operativo nazionale: attraverso i bandi del Pon sono stati finanziati
ad esempio, con 180 milioni il rafforzamento delle competenze di base e con 20 milioni la formazione per gli adulti. Nel frattempo al Ministero è stata costituita una cabina di regia alla quale partecipa come consulente sul tema della dispersione Marco Rossi Doria".
.
Dati del Ministero istruzione,
dell'Università e Ricerca

02.04.2017
.

Rifondazione comunista ha un nuovo segretario, Maurizio Acerbo. Lo ha eletto oggi pomeriggio il Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista, al termine del X congresso nazionale del partito, che si è concluso a Spoleto.
Pescarese, classe 1965, Maurizio Acerbo è stato deputato, consigliere regionale in Abruzzo e comunale a Pescara, componente della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista, ed è da sempre attivo nei movimenti e nelle lotte sociali e ambientaliste.

.
Paolo Ferrero - segretario uscente di Rifondazione Comunista, vice presidente del Partito della Sinistra Europea - ha dichiarato: "Dopo aver fatto per nove anni il segretario di Rifondazione Comunista sono molto felice di poter passare il testimone a Maurizio Acerbo che con il suo entusiasmo, la sua intelligenza e la sua passione saprà dare un contributo decisivo allo sviluppo del partito, alla costruzione di una sinistra unitaria, al rilancio della lotta per l'alternativa."
.

Intervenendo in tarda mattinata davanti alla platea di circa 400 delegati al Decimo Congresso, Acerbo aveva dichiarato: "Proporci in alternativa a tutti, perché rappresentiamo la maggioranza sociale di questo paese".
.
Eleonora Forenza, rappresentante del secondo documento di opposizoine, intervenendo prima di lui aveva sottolineato l'importanza di tornare ad una gestione condivisa del Prc nel segno di "unire le lotte".

Pubblicato il 02 Aprile 2017
di Roberta Fantozzi

.
Gli ultimi dati sulle pensioni dicono tre cose.
.
La prima è, come sottolinea l’Inps stesso, che vi è “una forte concentrazione nelle classi basse”, cioè la maggior parte delle pensioni sono povere.
L’entità delle pensioni non corrisponde per fortuna al reddito complessivo dei pensionati/e, perché vi sono persone che hanno più assegni pensionistici o comunque altre forme di reddito, ma è certamente vero che se nel 26% dei casi l’assegno è sotto i 500 euro mensili e nel 63% sotto i 750 euro, la gran parte dei pensionati vive in condizioni di disagio ed in molti casi sotto il livello di povertà.
.
La seconda è la diseguaglianza tra donne e uomini nelle prestazioni previdenziali. I percorsi lavorativi discontinui e le retribuzioni inferiori fanno sì che gli assegni sotto i 750 euro per le donne siano il 76,5%, nettamente superiori alla media del 63,1%.
Le donne scontano, anche quando vanno in pensione, tanto il carico del lavoro riproduttivo quanto il perdurare degli elementi di inferiorizzazione nelle carriere lavorative.
.
La terza è la diminuzione del numero delle pensioni nel corso degli ultimi 5 anni: -2,7% dal 2013 ad oggi a fronte del +6,1% dal 2004 al 2012.
E’ l’altra faccia della medaglia dell’andamento dell’occupazione. I dati Istat indicano che nel mese di gennaio 2017 rispetto ad un anno fa ci sono 236mila occupati in più, ma se si guardano le fasce di età viene fuori un’altra storia: diminuiscono di 131mila gli occupati fino a 49 anni mentre aumentano di 367mila gli occupati ultracinquantenni.
L’occupazione in più in sostanza è il frutto tanto dei miliardi buttati nella decontribuzione associata al Jobs Act (circa 18 miliardi nel triennio 2015-2018) quanto della controriforma Fornero che inchioda al lavoro gli adulti/anziani, tenendo fuori tutti gli altri.
.
Boeri suggerisce di intervenire sui vitalizi per ridurre il sostegno di cui godono “i populisti”. Da tempo chiediamo di intervenire sui vitalizi, ma non basta a risolvere i problemi. Tagliare i vitalizi è giusto perché elimina una condizione di privilegio, ma le risorse che dà sono del tutto insufficienti a aumentare le pensioni basse, o a ripristinare condizioni anagrafiche e contributive accettabili per andare in pensione. Per questo ci vuole la radicale rottamazione della controriforma Fornero.
.
Infattibile? Tutt'altro. Basterebbe smettere di usare i contributi previdenziali come un bancomat per finanziare il bilancio pubblico. Come ripetiamo da anni, è dal 1996 che i contributi versati superano ogni anno le pensioni erogate, se si calcola il peso delle tasse – che rientrano nelle casse dello stato. Si libererebbero risorse sufficienti per un intervento realmente in grado di aumentare gli assegni più bassi e far andare le persone in pensione ad un’età decente, eliminando una delle barriere che impedisce l’accesso al lavoro ai giovani e non solo.
.
Certo vanno messe radicalmente in discussione le politiche di austerità, a partire dal Fiscal Compact, non a caso approvato dallo stesso governo che ha fatto la controriforma Fornero: quel Fiscal Compact che pretende di abbattere il debito accumulato a favore delle grandi banche e finanziarie, tagliando welfare e diritti. Quel Fiscal Compact che alla fine di quest’anno verrà costituzionalizzato come parte dei trattati europei, contro il quale va rilanciata un’opposizione frontale.
.
Non pretendiamo che lo rivendichi Boeri, a cui suggeriamo però un altro esercizio. Quello stesso rapporto dell’Inps segnala che le pensioni sopra i 3500 euro sono oltre duecentomila. Un paio di anni fa calcolammo quali risorse si sarebbero potute reperire con un tetto sui redditi da pensione e sui cumuli pensionistici a 65mila euro lordi annui: faceva quasi 4 miliardi di euro, più o meno la metà dei “risparmi” sempre su base annua della Fornero.
.
Il tetto è incostituzionale? Forse, ma lo è anche una situazione in cui sono sempre più aspre le disuguaglianze mentre si nega il futuro alle ragazze e ai ragazzi e ad una parte crescente della nostra società.

Roberto Ciccarelli
Da il Maifesto
31.03.2017

Previdenza. L’Inps conferma: la «riforma» Fornero funziona, si lavora più a lungo, donne penalizzate. Sei pensionati su dieci in Italia vivono al di sotto della soglia di povertà perché percepiscono meno di 750 euro al mese. E nel frattempo cala la spesa pensionistica. Il presidente dell’Inps Tito Boeri parla di un «reddito minimo», preferito a quello di «cittadinanza» perché «meno costoso»

Sei pensionati su dieci in Italia vivono al di sotto della soglia di povertà perché percepiscono meno di 750 euro al mese. Tra le donne la percentuale aumenta. Secondo l’Osservatorio pensioni dell’Inps raggiunge il 76,5%. Su 18 milioni e 29.590 mila pensioni, ben 11 milioni e 374.619 mila si trovano in questa situazione. Di queste, solo il 44,9% – ovvero 5 milioni e 106.486 mila – beneficia delle prestazioni previste per chi una reddito basso: integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali, oltre che assegni di invalidità civile.

Va ricordato che in molti casi i pensionati riscuotono più di un assegno, il macro-dato indica solo sommariamente una condizione di povertà assoluta. Certo è che nel 26% dei casi, l’assegno resta sotto 500 euro al mese.
I dati diffusi ieri dall’Osservatorio Inps disegnano la mappa della diseguaglianza tra i generi che vige sul mercato del lavoro e logicamente continua quando i lavoratori hanno smesso di lavorare. il divario tra i due generi è accentuato; infatti per gli uomini la percentuale di prestazioni con importo inferiore a 750 euro scende al 45,1% e se si analizza la situazione della categoria vecchiaia si osserva che questa percentuale scende al 23,7%, e di queste solo il 23,3% è costituito da pensioni in possesso dei requisiti a sostegno del reddito. Sempre per i maschi, si osserva che oltre un terzo delle pensioni di vecchiaia è di importo compreso fra 1.500 e 3 mila euro.

Questa disuguaglianza va analizzata rispetto al funzionamento della «riforma» Fornero, adottata dal «governo di emergenza austera» guidato da Mario Monti. Nel 2011 l’intervento ha innalzato l’età per le pensioni di vecchiaia delle lavoratrici private da 60 anni a 65 e aumentato di un anno le pensioni di anzianità, ridenominate «anticipate».

Per andare in pensione prima dell’età dio vecchiaia oggi occorrono 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Oggi i risultati iniziano a vedersi: nel 2016 le pensioni anticipate sono crollate del 46,4% in un anno, passando da 158.589 mila a 84.988. Le donne sono le più penalizzate: solo 29.333 sono riuscite a ritirarsi.

L’allungamento dell’età pensionabile, e la messa al lavoro intensiva dei lavoratori over 50 realizzata dal Jobs Act di Renzi e del Pd, sono i fattori convergenti che permettono oggi all’Inps di registrare un calo della spesa per le pensioni dell’11,3%. Tenendo conto che per le generazioni nate dal 1970 in poi difficilmente ci sarà una pensione, almeno paragonabile a quelle «novecentesche» di cui parla oggi l’Inps, l’esperimento di ingegneria sociale neoliberale prospettato dal 1995 a oggi, sta riuscendo.

Risparmiare sulla spesa pensionistica, facendo lavorare più intensamente e più a lungo i lavoratori maturi. Mentre i precari, e gli autonomi, compresi i professionisti, continueranno a versare contributi per una pensione che non avranno mai. La spesa pensionistica non aumenta e, anzi, da tre anni c’è stata un’inversione di tendenza (-0,6% annuo), anche se in valori assoluti l’importo complessivo annuo è in crescita.

Il presidente Inps Tito Boeri ritiene che il taglio dei «vitalizi» dei parlamentari (risparmio 57 milioni) sia un «antidoto» per ridurre «il sostegno alla piattaforma dei populisti», anche se questo è uno dei punti del movimento 5 Stelle. E poi ha rilanciato un «reddito minimo garantito» per «i più poveri» perché «è meno costoso» del «reddito di cittadinanza».

Resta da capire se tale «reddito minimo» coincide con l’irrisorio sussidio di ultima istanza voluto dal governo Gentiloni, o sia riservato solo agli over 55. In entrambi i casi sarebbe una misura del tutto insufficiente per contrastare la crisi.

30.03.2017
Di Domenico Gallo
.
E’ passato quasi inosservato uno dei più assurdi provvedimenti varati da questo governo. Si tratta di un decreto legge (20 febbraio 2017 n. 14) che porta l’ambizioso titolo di “disposizioni urgenti in materia di sicurezza nelle città”.

Il compito principale di tutti i governi è quello di tutelare la sicurezza dei cittadini, anzi, secondo Hobbes, la ragion d’essere dello Stato è proprio quella di assicurare la conservazione della vita e del benessere dei consociati, facendo sì che la convivenza esca da quello stato di natura in cui ogni uomo è homini lupus. Quindi la sicurezza è una cosa seria. Il principale fattore della sicurezza è il diritto. Se noi non abbiamo la sicurezza di avere diritto alle cure mediche, di avere diritto a percepire la retribuzione per il lavoro che svolgiamo, di avere diritto alla pensione quando non potremo più lavorare, la nostra vita diviene precaria ed esposta ad incertezze micidiali. La sicurezza dei diritti è il principale interesse dei consociati. Sono molti anni che l’albero dei diritti viene investito da un uragano che un po' alla volta lo spoglia dei suoi frutti più preziosi. Da quando il fenomeno economico-sociale ha messo in crisi la sicurezza dei diritti, la politica ha scoperto il miraggio del “diritto alla sicurezza”. Da qui hanno preso l’avvio una serie di politiche securitarie che hanno raggiunto l’apice nel 2009 con i vari decreti sicurezza del Ministro Maroni, che voleva incrementare la nostra sicurezza – per esempio – vietando i matrimoni misti fra i cittadini italiani e gli extracomunitari privi di permesso di soggiorno, oppure infliggendo delle multe impossibili (da pagare) ai disperati che sbarcavano dai barconi. Adesso quella politica sta tornando in auge, anche se è cambiato il colore politico del Ministro che dovrebbe tutelare la nostra sicurezza. Si chiama Minniti, anziché Maroni, però, a parte il nome, non ci sono altre differenze. Il decreto Minniti addirittura ci dà la definizione della sicurezza urbana: “Si intende per sicurezza urbana il bene pubblico che afferisce alla vivibilità ed al decoro delle città, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree e siti più degradati, l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale, la prevenzione della criminalità…” Ma come si fa a rendere più vivibile una città: riducendo l’inquinamento, rafforzando il trasporto su rotaia, curando il verde pubblico, dando lavoro ai disoccupati, creando strutture per combattere il disagio sociale e la marginalità? Nient’affatto! Il decreto non stanzia neanche il becco di un quattrino per la riqualificazione ed il recupero delle aree più degradate o per l’eliminazione dei fattori di marginalità ed esclusione sociale. Poiché non si può eliminare l’emarginazione, allora per tutelare la sicurezza, che nella mente del legislatore coincide con il decoro, si eliminano gli emarginati, dando ai sindaci-sceriffi il potere di allontanarli per 48 ore dalle aree urbane di particolare pregio o “interessate da consistenti flussi turistici”. Insomma al turista non far vedere quelle brutte facce dei poveri, dei drogati, dei mendicanti, delle prostitute di strada. I sindaci avranno sempre meno potere di fornire servizi pubblici ai cittadini però, in compenso, potranno rivalersi ripulendo le parti pregiate delle città dall'indecoroso stazionamento degli emarginati, che verranno nascosti sotto il tappetino, inventando una nuova forma di apartheid. A noi rimane un dubbio: la nostra sicurezza si accresce combattendo la povertà o spezzando le reni ai poveri?

Pagine