Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

Norma Rangeri
da il Manifesto
09.03.2017

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In fondo era solo il 1955 quando davanti alla Ducati di Bologna alcune ragazze giovanissime furono arrestate, processate e condannate, con l’accusa di accattonaggio, perché offrivano mimose alle operaie in lotta contro i licenziamenti. Potremmo, oggi, considerarci soddisfatte di aver lasciato per sempre alle nostre spalle quei tempi “moderni”. Però la cronaca di questi giorni ci racconta di una ragazza a Vicenza, condannata a 15 giorni di carcere per aver abortito. La donna, ghanese, si era imbottita di farmaci per procurarsi l’interruzione della gravidanza, per la quarta volta.
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Storia e cronaca si parlano e ci ricordano perché tante ragazze, in Italia e nel mondo, sono in piazza all’insegna dello sciopero generale. L’esplosione della protesta, in Italia come altrove, abbraccia le due storie, la repressione degli anni ’50 e quella di oggi, vicende sorelle di una condizione comune, nel lavoro e nel privato.
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Le donne che oggi manifestano agiscono con un protagonismo politico che ricorda quello degli anni ’70 del secolo scorso quando il femminismo interpretò e rappresentò la rivoluzione culturale di un movimento giovane e radicale. Come lo è quello di questo 2017 quando il lavoro e lo sciopero entrano a far parte della sua esperienza, dettato dalla condizione sociale di chi ha la mente aperta e la borsa vuota.
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Così si capisce poco questa polemica sullo sciopero al femminile, come se la conclamata condizione di massima precarietà ancora non fosse sufficiente a motivarlo. Polemizza chi si sente spiazzato e critica l’uso di uno strumento di lotta concreta che non ha nulla di simbolico. Infatti il senso della parola d’ordine dello sciopero di ieri è la conseguenza di condizioni di lavoro insopportabili, tanto fuori che in famiglia.
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È uno sciopero politico, che peraltro ha coinvolto sindacati di base e la Cgil in un settore strategico come quello del mondo della scuola. Come altrettanti no ha ricevuto dai Confederali negli altri settori. E dalla Fiom. All’ordine del giorno c’è il lavoro delle donne nel paese europeo che ha il tasso più basso di occupazione femminile dopo Grecia e Cipro. Sarebbero necessari altri 170 anni per colmare quel 23% di disparità di salario delle donne che abbatte le retribuzioni femminili, dicono i dati Oxfam. Perché la crisi brucia per tutti ma specialmente sulla pelle di chi è costretta, nella misura dell’81%, a ricorrere al part-time involontario.
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Naturalmente la forte radice femminista di queste mobilitazioni si esprime nella battaglia contro la violenza che porta la guerra e i suoi morti dentro casa, davanti ai figli. Perpetuandola se è vero che tra gli uomini che usano violenza, a mogli e figlie, c’è lo zoccolo duro del 22% che ha assistito alle violenze del padre sulla madre. Ieri si moriva di aborto clandestino, e si riempivano le piazze per difendere un diritto nella più universale battaglia per l’autodeterminazione dell’essere umano. Oggi si muore di femminicidio e continua a fare scandalo se un’amministrazione regionale chiede di assumere anche medici non obiettori. C’è persino chi si stupisce che il crollo della nascite non conosca limiti nel nostro paese.
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Nella consueta cerimonia del Quirinale il presidente Mattarella ieri ha parlato di una voce femminile «autorevole e credibile, che non ha bisogno di alzare i toni, anche se alzarli, in alcuni casi diventa l’unico modo per farsi sentire». Lo sciopero di questo Lotto Marzo sembra proprio esserci riuscito.

Geraldina Colotti
da il Manifesto
05.03.2017

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Sciopero globale. Il movimento delle donne al diapason in 40 paesi
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Il movimento Non una di Meno si prepara allo sciopero globale dell’8 marzo: con lo stesso simbolo in oltre 40 paesi dei cinque continenti. Un movimento forte, e numericamente consistente. Prima in Polonia e poi in Argentina, le donne hanno dato il «la», gridando: basta femminicidi, «se la nostra vita non vale, allora ci fermiamo». Il 26 novembre a Roma hanno sfilato oltre 200.000 persone. Ni una menos ha riempito le strade argentine e la Plaza del Congreso.
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IL 21 GENNAIO scorso, dopo l’elezione di Trump negli Stati uniti, una manifestazione – replicata in tutto il mondo – ha portato in piazza a Washington almeno 500.000 persone. A prepararla, Women’s March, un’organizzazione orizzontale che si è mobilitata per i diritti delle donne, dei migranti senza documenti, delle persone Lgbtq e dei lavoratori poveri. Dopo il successo dell’iniziativa, il 14 febbraio scorso, il movimento ha rilanciato sulle reti sociali l’idea di «una giornata senza le donne» anche negli Stati uniti, per il prossimo 8 marzo.
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GLI ANTECEDENTI ci sono, e provengono dal secolo scorso: il secolo delle rivoluzioni, delle indipendenze e del femminismo. Il secolo in cui la lotta per la libertà delle donne si è intrecciata a quella per la libertà dal capitalismo e dal colonialismo. Un obiettivo che torna fortemente anche nello sciopero globale di questo 8 marzo.
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IL 24 OTTOBRE del 1975, l’idea è stata lanciata in Islanda e ha raccolto l’adesione del 95% delle donne: astenersi da ogni attività per denunciare il doppio lavoro compiuto ogni giorno, per un imprenditore o a casa. In quegli anni, il Movimento di liberazione delle donne era molto forte, sia in Europa che in Nordamerica. La proposta di un piccolo gruppo radicale, quello delle Red sokkana, ebbe subito presa, oltre ogni aspettativa. Com’è accaduto ora. L’isola dell’Europa settentrionale allora contava un po’ più di 200.000 persone (oggi ne conta oltre 320.000). Circa 30.000 donne sfilarono nella capitale Reykjavik.
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GLI ARCHIVI storici del movimento femminista riportano le testimonianze di giovanissime dirigenti del sindacato delle lavoratrici senza qualifica, il meno pagato. «Gli uomini governano il mondo dalla notte dei tempi, e a cosa assomiglia quel mondo?» Un venerdì nero, quello, per i maschi – ironizzarono le donne osservando i padri «sfiniti», i proprietari dei supermercati e i direttori di banche obbligati a stare alle casse per tenere aperto…
Vigdis Finnbogadottir, madre single e divorziata, quando, nel 1980, verrà eletta presidente, dirà che senza quel 25 ottobre non sarebbe mai arrivata a essere «la prima donna presidente eletta democraticamente al mondo». Ma se pure in Islanda le donne sono il 44% in Parlamento, a parità di lavoro continuano a percepire solo il 64% circa del salario degli uomini. E molta polvere cova sotto il tappeto dell’isola che sembrava dover portare al governo il Partito Pirata, e invece è tornata ai conservatori, e resta sempre membro fondatore della Nato (pur essendo l’unico senza Forze armate).
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LA NUOVA ondata di destra che sta dilagando in Europa e che rischia di far breccia anche in Olanda alle elezioni del prossimo 15 marzo, mostra il ritorno del sessismo più arcaico, proprio in un momento storico in cui il patriarcato è invece più in crisi. Le disuguaglianze nei luoghi di lavoro permangono. L’Istat lo ha confermato in questi giorni per l’Italia: aumenta la distanza fra occupati maschi e femmine: di circa il 20%. L’occupazione maschile è in crescita (al 67%), quella femminile è in calo (al 48,1%).
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UNA TENDENZA che si registra anchenel giornalismo. Nell’arco del 2016, le donne hanno guadagnato in media 52.158 euro, i colleghi 66.092 euro. La forbice si alza con l’età, ma si riduce notevolmente per le più giovani. Nel movimento Non una di meno, il tema del sessismo nell’informazione e nella narrazione mediatica è stato discusso in uno degli 8 tavoli, così come quello della distribuzione del potere fra i generi e nelle carriere accademiche. «Nonostante sia luogo di produzione di cultura “alta”, l’università italiana continua a essere attraversata da una cultura profondamente sessista che quotidianamente si esprime attraverso la violenza dei più retrivi stereotipi di genere», dice l’appello di lottomarzo, tettodicristallo@gmail.com.
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DIVERSA la situazione in alcuni paesi dell’America latina: principalmente Cuba, ma anche il Venezuela, che ha una costituzione declinata nei due generi in cui si riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico. L’America latina che si richiama al «socialismo del XXI secolo» ha volto di donna. A prendere il centro della scena sono le ultime della catena: indigene, contadine, afrodiscendenti. Donne che pagano sovente un caro prezzo, vittime della violenza di genere e dei femminicidi politici.
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UN ANNO FA è stata uccisa in Honduras l’ambientalista femminista Berta Caceres. In questi giorni è stata ammazzata in Colombia la dirigente indigena Alicia Lopez Guisao, promotrice del progetto Cumbre Agraria e Gobierno Nacional. L’hanno uccisa due uomini armati, probabilmente paramilitari al soldo delle grandi imprese che devastano i territori indigeni. Si batteva per l’applicazione degli accordi di pace firmati dal governo con la guerriglia marxista Farc. Le donne colombiane e venezuelane hanno organizzato a Caracas un grande incontro per la pace per chiedere il rispetto degli accordi. Durante i due primi mesi del 2017, in Colombia, sono stati uccisi 20 leader sociali, sei erano donne

RICORDIAMO Art. 37 della Costituzione italiana
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La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.
Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.
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La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
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La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

MARTEDÌ 28 FEBBRAIO 2017 ALLE ORE 12 A GROSSETO C'E' STATA CONFERENZA STAMPA PER ILLUSTRARE
LA SITUAZIONE SULL'INQUINAMENTO DELLE FALDE ACQUIFERE DI SCARLINO/FOLONICA .

Nel 2012, dopo una lunghissima serie di errori ed omissioni, compiuti dagli Enti locali , finalmente è stato dato l'incarico di realizzare il Progetto di Bonifica delle falde idriche, che scaricano almeno dal 1994 Arsenico in concentrazioni molto pericolose, affiorando in superficie, sia sul Padule di Scarlino, che in riva al mare tra Follonica e Scarlino.
Quelle falde arrivano dal monte pulite, ma transitando sotto l'area industriale del Casone di Scarlino, vengono avvelenate dai rifiuti tossici interrati illegalmente in quell'area o depositati in superficie in via transitoria (da oltre trenta anni…) da Solmine Spa (azienda del gruppo Eni).
L'inquinamento delle falde, dei terreni agricoli e dei sedimenti del Canale Solmine sono ampiamente documentate sia da studi non contestati che dall'inserimento dell’area del Casone nel Piano regionale di bonifica, avvenuto venti anni fa.
Il suddetto progetto di bonifica delle falde, presentato nel 2013, definitamente approvato da tutti gli organi pubblici in Conferenza dei Servizi nel 2015, oggi è stato accantonato perché i soggetti responsabili non lo vogliono mettere in pratica: sembra non trovando un accordo sui criteri di ripartizione dei costi.
I soggetti responsabili sono oggi tutti coloro che hanno acquisito da Eni gli impianti, accollandosi negli atti di trasferimento anche gli oneri di bonifica. Questi soggetti hanno realizzato in superficie opere di bonifica parziali, dimostratesi inefficaci e mai hanno contestato le Ordinanze o le ripetute Prescrizioni date in sede di Conferenze dei Servizi, che nel passato li hanno obbligati alle opere di messa in sicurezza di emergenza delle falde inquinate.
Disperdere consapevolmente nell'ambiente Arsenico, uno dei peggiori cancerogeni certi per l'uomo, per oltre 30 anni in concentrazioni centinaia di volte superiore ai limiti normativi che impongono l'immediata bonifica, in termine di mesi, non è consentito dalla legge. Perché la Regione Toscana non interviene?
Il Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale di Grosseto, che nel 2009 per prescrizione del reato ipotizzato, archiviò l’indagine, scrisse1: “Un caso quale quello in esame sarebbe stato un ottimo banco di prova e di applicazione della responsabilità degli Enti, poiché è indubbio che la gestione dei rifiuti da pirite secondo criteri che hanno portato all'inquinamento del suolo e delle falde sia stata operata in vista dell’interesse aziendale”.
Tale Giudice nel 2009 forse ha ritenuto che le procedure di Bonifica autorizzate e avviate dagli Enti locali fossero finalmente anche efficaci, oppure che fosse stata cancellata dal Parlamento italiano la vigente legge e la continuazione del reato. Non risulta verificata né l'una né l'altra ipotesi.

Roberto Barocci,
Forum Ambientalista Grosseto

Pubblicato il 21 feb 2017
di Maria R. Calderoni

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Febbraio 1943. Ricordando Stalingrado. La Stalingrado che a un prezzo sovrumano ha sconfitto il nazismo. Febbraio 1943. Si riprendono in mano i libri e ancora una volta, settant’anni dopo, il cuore fa un balzo. Eppure sí, Stalingrado c’è stata, la Battaglia di Stalingrado c’è stata, l’inenarrabile è avvenuto.
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Queste cifre danno il capogiro. Nella Battaglia di Stalingrado, i sovietici perdono 478 mila soldati, i feriti sono 650 mila; e contando i morti dall’altra parte, tra tedeschi, italiani, rumeni, ungheresi il “conto” è di oltre un milione di vittime.
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Apocalisse now, cioè Stalingrado in era Seconda guerra mondiale. Iniziata nell’estate 1942 e finita il 2 febbraio 1943, quella di Stalingrado è passata alla Storia come la più grande battaglia della Seconda guerra mondiale. Sei mesi ininterrotti di furibondo ferro e fuoco, tutti combattuti dentro la citta, strada per strada, quartiere per quartiere, casa per cas; e tutti all’ultimo sangue, nel senso letterale del termine.
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Hitler voleva Stalingrado a tutti i costi (nel senso letterale del termine): non solo per il suo nome “fatale” – che gran colpo anche “propagandistico” sarebbe stato – ma soprattutto per la sua importanza strategica, militare ed economica. E ci si è impegnato di persona. Il 5 aprile 1942 Hitler stesso infatti emana quella Direttiva 41 – nota anche come “Operazione Blu” – con la quale ordina la nuova offensiva; e ci tiene così tanto che arriva a definirne persino i dettagli tattici. Voleva prenderla e massacrarla a tutti i costi, Stalingrado.
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Proclama, ordina il macello, mettendo in campo su quel fronte oltre 1 milione di soldati con circa 2 500 carri armati, più altri 600.000 uomini dell’Asse, (rumeni, italiani, ungheresi).
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Stalingrado, nodo di comunicazioni ferroviarie e fluviali nonché centro industriale importantissimo e via d’accesso ai pozzi petroliferi del Caucaso – vale a dire le risorse energetiche necessarie alla Germania per proseguire la guerra – deve essere conquistata.
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Dalla parte dei sovietici, il fronte è altrettanto enorme, in campo 1.800.000 uomini, oltre 3.500 carri armati.
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Hitler non prenderà Stalingrado. Anche Stalin con il suo Stato maggiore è in campo, personalmente. , è l’ “Ordine del giorno n. 227″, 28 luglio 1942, col quale dá le sue direttive.
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L’inenarrabile è in corso. La lunga e gigantesca battaglia, ritenuta dagli storici “la più importante di tutta la Seconda guerra mondiale”, quella che fu la prima grande sconfitta politico-militare della Germania nazista. La battaglia, in sostanza, che decise le sorti dell’intero conflitto.
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La battaglia inarrestabile, quella che segnò l’inizio di quella avanzata sovietica verso ovest che sarebbe terminata due anni dopo a Berlino, con la conquista del Reichstag e Hitler suicida nel suo bunker.
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Terrificante.

È Winston Churchill, giunto a Mosca appunto in quello stesso 1942, a comunicare a Stalin che non ci sará nessun “secondo fronte” in Europa; l’Urss è sola, Stalingrado è sola. Il primo bombardamento della Lutwaffe avviene il 23 agosto1942 e provoca 40 mila morti. E già qualche giorno dopo, in settembre, ha inizio la fase più sanguinosa della battaglia: la 6ª Armata tedesca , al comando di von Paulus, sferra il primo tremendo attacco frontale; e la guerra è già tutta lì, dentro la città. È da subito una lotta quartiere per quartiere, palazzo per palazzo, addirittura stanza per stanza.
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È da subito, l’inferno Stalingrado. Devastata dai bombardamenti, in preda agli incendi , i porti distrutti, la popolazione evacuata disperatamente sui battelli colpiti dagli aerei tedeschi, le truppe asserragliate nei palazzi in rovina o nelle fabbriche assalite, i depositi di petrolio in fiamme.
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Ma le “fortezze” sovietiche resistono. Le “fortezze” in mezzo alle rovine (spesso composte anche solo da pochi uomini) si difendono fino all'ultimo. Come nel caso della famosa “Casa di Pavlov” (dal nome del sergente – appunto Jvanov Pavlov – che difese il caposaldo per settimane con poche decine di soldati), e che oggi è monumento nazionale.
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La fine: il feldmaresciallo Paulus e il suo stato maggiore si arrendono il’ 31 gennaio 1943.
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Il 2 febbraio la bandiera rossa sventola su una Stalingrado in macerie; sventola sui suoi
palazzi sventrati, le sue ciminiere mozzate, le sue strade sconvolte, le sue case bruciate.
Quella Stalingrado. Dove, dicono quei numeri infernali, nel giro di 9 settimane, gli attacchi sono stati oltre 700, una media di 12 al giorno.
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L’ultimo scontro avviene il 10 gennaio 1943, è in atto la controffensiva sovietica; e lì saranno annientati, insieme alle truppe di von Paulus anche l’armata ungherese e il Corpo alpino italiano.
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Stalingrado.
Pablo Neruda ha dedicato alla città, che oggi come è noto si chiama Volgograd, il “Canto de amor”, una lunga poesia, «…città, chiudi i tuoi raggi, chiudi le tue porte dure, chiudi, città, il tuo famoso lauro insanguinato, e che la notte tremi con lo splendore cupo
dei tuoi occhi dietro un pianeta di spade…»
Stalingrado.
Mai più.

Pubblicato il
20 feb 2017

Appello firmato da Susanna CAMUSSO, Francesca CHIAVACCI, Andrea CAMILLERI, Stefano RODOTA, Renato ACCORINTI, Vezio DE LUCIA, Luigi DE MAGISTRIS, Olga NASSIS,, Monica DI SISTO, Anna FALCONE, Paolo FAVILLI, Carlo FRECCERO, Tomaso MONTANARI, Moni OVADIA, Marco REVELLI.
La Grecia ha intrapreso la strada per uscire dalla crisi. Il Fmi e la Commissione Europea pretendono nuove misure di austerità per dopo il 2018, peraltro in contraddizione tra di loro, che non sono previste né dai Trattati europei né nella costituzione di nessun paese al mondo, e per questo assolutamente ingiuste, dannose ed inaccettabili. Non solo la Grecia, ma anche altri Paesi, subiscono le conseguenze nefaste delle politiche di austerità, nuove richieste di sacrifici e contro riforme. Sessant’anni dopo la firma dei Trattati di Roma, l’Europa deve tornare alle sue radici democratiche, di pace, di solidarietà e di giustizia sociale. L’Europa deve riprendere il processo di integrazione, all’insegna di unità e solidarietà. Ciò significa archiviare la stagione dell’austerità con le sue ricadute negative, oltre che mettere in discussione la cultura del Patto di stabilità e del Fiscal Compact.
L’austerità ha scatenato la frammentazione dell’Europa, ha sfregiato le costituzioni democratiche con l’assurdo Patto di stabilità, ha creato disoccupazione di massa in tanti paesi, impoverimento e marginalizzazione.
L’Europa non deve tornare nei suoi nazionalismi egoistici, i fili spinati, la divisione dei suoi popoli e dei suoi lavoratori, la xenofobia e il razzismo.
L’Europa deve e può uscire dalla crisi unita e solidale cambiando politica e riscrivendo i Trattati ingiusti, creando un grande programma di investimenti pubblici e privati per far ripartire le sue economie e creare posti di lavoro veri per la prosperità di tutti i suoi cittadini. È necessario che l’Europa avvii una politica di contrasto al dumping salariale e sociale e faccia di questo il fondamento del Pilastro europeo dei diritti sociali attualmente in discussione, rilanciando un’idea di welfare inclusivo e di protezione sociale su scala continentale. Si tratta di scelte urgenti soprattutto per restituire speranza e fiducia nel futuro si giovani europei.
Facciamo un appello a tutte le forze democratiche a prendere posizione e a mobilitarsi e al governo italiano di sostenere la Grecia nella riunione dell’Eurogruppo del 20 di febbraio e chiediamo che già il Consiglio Europeo del 25 di marzo per il 60° anniversario dei Trattati istitutivi dell’UE sia l’occasione per rivendicare un’Europa diversa e migliore, quella dei suoi popoli e dei suoi principi democratici.
L’Europa, il suo e il nostro futuro, sono nelle nostre mani!
· Susanna Camusso, segretario generale CGIL
· Francesca Chiavacci, presidente ARCI
· Andrea Camileri, scrittore, sceneggiatore e regista
· Stefano Rodotà, giurista, politico ed accademico
· Vezio De Lucia, urbanista
· Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
· Olga Nassis, presidente delle comunità greche in Italia
· Renato Accorinti, sindaco di Messina
· Monica Di Sisto, giornalista, campagna contro il TTIP
· Anna Falcone, avvocato, costituzionalista
· Paolo Favilli, storico
· Carlo Freccero, c.d.a RAI
· Tomaso Montanari, storico dell’arte, vicepresidente di
Libertà e Giustizia
· Moni Ovadia, attore teatrale, drammaturgo, scrittore,
compositore e cantante
· Marco Revelli, storico, sociologo e politologo

Alfiero Grandi
Manifesto
16.02.2017
I risultati del referendum costituzionale continuano ad essere ignorati o sottovalutati dal dibattito politico e partitico, oscurando progressivamente l’alta percentuale di votanti e la vittoria del No.
Perfino tra chi si è dichiarato per il No sembra esserci se non la rimozione come fanno altri, una certa fretta di dimenticare il referendum del 4 dicembre. E’ una pratica pericolosa per la democrazia.
Pericolosa perché se in questa fase di crescente astensione e di disaffezione politica dilagante, terreni di coltura del populismo, dovesse prevalere la rimozione del voto le elettrici e gli elettori si sentirebbero respinti, verso una radicalizzazione, qualunque forma possa assumere. Sarebbe uno schiaffo alla voglia di partecipazione democratica, con conseguenze imprevedibili.

Piaccia o non piaccia il No si è raccolto attorno alla bandiera della difesa della Costituzione. Non era l’unica motivazione, ma è significativo che sia stata quella egemone, adottata da tutti, con maggiore o minore sincerità. Costituzionalizzare le opposizioni è stato in passato un obiettivo comune ad un ampio arco di forze, oggi sembra essersene persa la memoria.

Dopo tante chiacchiere sul cambiamento necessario, piaccia o meno, il 4 dicembre ha prevalso una forte volontà di cambiamento, a meno che non si confonda il cambiamento con il consenso.
Sta iniziando una stagione di congressi con al centro la rideterminazione della collocazione dei partiti, in vista della nuova legge elettorale, con la quale è sperabile si riesca ad eleggere un parlamento effettivamente rappresentativo, che possa contribuire a risalire la china della credibilità delle istituzioni, oggi al minimo. La legge elettorale è un banco di prova coerente con il referendum.

Per avere un parlamento credibile e rappresentativo occorre che gli elettori possano scegliere i loro rappresentanti, in cui possano riconoscersi.

Le liste bloccate, tutte o in gran parte, sono la scelta più grave, perché prefigurano dei nominati dall’alto anziché degli eletti dai cittadini, quindi condizionabili, debitori al capo della loro elezione, senza alcuna autonomia e soprattutto distanti da quelli che dovrebbero rappresentare e sempre più reclusi in un recinto autoreferenziale.
Le liste bloccate sono un colpo mortale alla partecipazione democratica. Scegliere con le preferenze comporta problemi di cui si è persa in parte la memoria, ma se si guarda ai collegi del Senato, composti da milioni di elettori, è evidente che il costo di una campagna elettorale sarebbe proibitivo, quindi selettivo per censo, inoltre le preferenze potrebbero portare a fenomeni di inquinamento del voto. Meglio i collegi uninominali.

Il proporzionale oggi è un correttivo inevitabile dopo un maggioritario pasticciato e impresentabile, prima con il porcellum poi con l’Italicum. Il proporzionale può avere gradi diversi di correzione del maggioritario, ad esempio con le soglie di accesso, pur diverse, previste dalle sentenze della Corte.

La combinazione del proporzionale con i collegi uninominali è del tutto possibile, come è già avvenuto in passato. La via più semplice è che i candidati collegati ad una lista entrino in proporzione ai voti oppure alla percentuale ottenuta, nella misura dei voti ottenuti dalla lista.

E’ possibile che dopo le elezioni non ci sia un unico vincitore e sia necessario affrontare la costruzione di una coalizione di governo. Il che non è affatto una bestemmia. Quante volte il governo Renzi ha giustificato le non scelte con l’esigenza dell’accordo con gli alleati ? Vero o falso che fosse, è la conferma che gli accordi sono necessari. La vocazione maggioritaria può poco se i voti non ci sono, e se solo gli artifici elettorali fanno diventare maggioranza una minoranza politica.

Il vero problema è che gli accordi, se non sono compromessi impresentabili, debbono avvenire tra soggetti che hanno una loro identità ed essere trasparenti, discussi ed accettati, cercando consenso nel paese. In sostanza richiedono la presenza della politica, dei partiti. Oggi partito è un termine desueto, eppure è proprio questo che è necessario.
I partiti come possono ricostituirsi? Difficile ricostruirli senza fondamenti importanti, idealità, perfino discrimini. Le diversità non sono un danno, se si muovono entro regole comuni come la Costituzione, oggi per fortuna confermata, e perfino destra e sinistra possono tornare ad essere termini con significato. Per questo il risultato del 4 dicembre non è archiviabile, anzi è un discrimine. Nessuno pensa che ci siano elettori di serie A e di serie B, ma il problema di fondo è partire dalla vittoria del No per costruire i fondamenti della propria identità. Non basta ma è un punto forte. Le alleanze, le convergenze, le formazioni politiche non possono che essere costruite partendo da questo punto che delinea diverse, se non opposte, concezioni della democrazia e del governo, da cui derivano altre conseguenze come il rapporto con l’Europa e la globalizzazione, il ruolo del lavoro, partendo dai referendum cgil, la coesione sociale fondata sull’attuazione dei diritti fondamentali.

Ce n’è abbastanza per costruire partiti e motivare la partecipazione. Se invece prevale la palude, l’assorbimento per stanchezza, peggio la restaurazione incurante delle pulsioni di rinnovamento, il risultato sarà una crisi di credibilità della democrazia che può assumere forme più o meno gravi, di cui risultati elettorali come quello di Trump sono un segnale d’allarme di proporzioni enormi, ma non è l’unico.

La sinistra ritiene che questo discorso non la riguarda ? Chi pensa così sbaglia, è esattamente rivolto a lei e il primo banco di prova sarà proprio la legge elettorale, a partire dalla raccolta delle firme già iniziata.@

Muro contro muro. Il presidente della Bce Draghi ha difeso la funzione della moneta unica ed è pronto a aumentare il programma di acquisti di titoli, quantitative easing. Ma pensare di battere i nazionalismi rilanciando le virtù del liberoscambismo, del quale approfitta solo il neomercantilismo tedesco, appare del pari suicida. . . Alfonso Gianni 07.02.2017 . Che la Ue possa implodere e con essa la sua moneta era ed è una consapevolezza che si sta facendo strada persino nei templi del pensiero mainstream e tra le elites europee. Specialmente dopo la Brexit e il possibile asse Trump-May. Il guaio è che il morto rischia di afferrare il vivo. Così le terapie che vengono avanzate appaiono peggiori della malattia, mancando una diagnosi corretta. Non solo si vuole un ennesimo giro di vite nei confronti della Grecia ed entrano nel mirino dei contabili di Bruxelles il Portogallo e l’Italia. Ma in vista dell’incontro, che si profila non solo celebrativo, del 25 marzo, in occasione del 60° dei trattati di Roma, tiene banco la trovata dell’Europa a due velocità. L’ha rilanciata Merkel, trovando il plauso di Gentiloni, ma soprattutto il placet entusiasta di Prodi. Il quale ha scoperto che l’America di Trump si comporta come un «cugino dispettoso» nei confronti dell’Europa e che quindi bisogna reagire. . Solo che lo si vuole fare nella direzione sbagliata. I nazionalismi e i populismi dall'alto, d’oltreoceano o europei, Trump come Le Pen, vengono agitati sia per motivi interni ai singoli paesi che vanno incontro a elezioni, fra cui la Germania, sia per allargare il metodo Schaeuble, proposto a suo tempo alla Grecia, nei confronti di un arco di paesi più ampio. Ne risulterebbe un’Europa a due velocità, o due gironi, nella quale il nucleo forte sarebbe naturalmente a dominanza tedesca, magari con un ministro delle finanze unico, in grado di tenere ancor meglio sotto controllo i bilanci altrui in un quadro istituzionale del tutto a-democratico. Attorno si distribuirebbe una corona di paesi più deboli, con l’onere di fare da filtro e da assorbimento dei processi migratori. Il tema centrale al vertice di Malta. . Si può e si deve osservare che già questa è la tendenza reale. Ce lo dicono i dati economici con la potenza germanica incurante delle regole: il suo surplus non dovrebbe superare il 6%, mentre veleggia di più di due punti e mezzo al di sopra. Ce lo ricorda il fatto che proprio quest’anno il famigerato fiscal compact dovrebbe entrare nel diritto europeo di primo livello, come i trattati istitutivi dell’Unione. Ma la codificazione di questa realtà costituirebbe una potente accelerazione verso l’implosione e la disgregazione dell’Europa. Anche perché è ben poco chiaro quali siano le effettive condizioni che dovrebbero regolare i due diversi livelli di integrazione sotto il profilo economico e delle sorti debito pubblico dei singoli paesi. . Diversi i toni usati da Draghi che ieri ha ammonito chi vuole andarsene di regolare prima i propri conti con la Bce, cosa devastante per chi ha i debiti pubblici più elevati. Poi ha orgogliosamente difeso la funzione della moneta unica, attribuendole addirittura ruoli taumaturgici nei confronti della crisi economica, per ribadire che la Bce è pronta ad aumentare “in termini di mole e durata” il programma di acquisti di titoli, cioè il quantitative easing. Ma pensare di battere i nazionalismi rilanciando le virtù del liberoscambismo, del quale approfitta solo il neomercantilismo tedesco, appare del pari suicida. . Non è questa la risposta, come però non lo è neppure l’illusione, coltivata anche a sinistra, che il ritorno alle sovranità nazionali e alle monete di un tempo aiuti la lotta alle diseguaglianze e per un diverso sviluppo. Spaccare in due l’Europa non è l’uovo di Colombo ma la china che porta alla negazione di ogni progetto europeo. La indispensabile lotta contro il liberismo dei trattati, quelli originari e quelli che hanno costruito la governance europea in questi ultimi anni di crisi, non può che coinvolgere e svolgersi nell'Europa nel suo complesso, con un ruolo crescente proprio dei paesi che si vorrebbero collocare nel secondo girone, come già la crescita di movimenti politici e sociali, alcuni assurti a esperienze di governo, hanno dimostrato di sapere fare. Un’Europa dimidiata sarebbe un interlocutore ancora meno credibile, in uno scenario internazionale ove le spinte belliche con Trump sono destinate a moltiplicarsi e ad aggravarsi.

Riccardo Chiari
03.02.2017

Acciaio spezzato. In migliaia ancora una volta in corteo, per denunciare che il piano industriale di Aferpi per le Acciaierie è un fantasma. E che quel che restava della cittadella dell'acciaio - i soli laminatoi - sono costretti allo stop per mancanza di materie prime. Sos al governo: «Sulle politiche industriali si deve cambiare rotta»
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Sotto la pioggia, in quasi duemila hanno sfilato lungo le strade di Piombino, per denunciare che il piano industriale di Aferpi per le Acciaierie è un fantasma. E che quel che restava della cittadella dell’acciaio – i soli laminatoi – sono costretti allo stop per mancanza di materie prime. Di fronte alle difficoltà dell’algerino Issad Rebrab e della sua Cevital di ottenere credito dal sistema bancario, la giunta regionale ha approvato una delibera che consentirà a Fidi Toscana di farsi garante con le banche, con 20 milioni, per concedere ad Aferpi il credito necessario ad acquistare le materie prime. La garanzia però sarà efficace solo dopo che Rebrab avrà presentato il piano industriale. Sul quale la Fiom, con il responsabile siderurgico Mauro Faticanti, ha ormai una montagna di dubbi: «Vista l’evidente incapacità di Cevital di mantenere gli impegni, è necessaria una azione straordinaria da parte dei soggetti, a partire dal governo, che hanno firmato l’accordo consegnando la ex Lucchini alla società algerina. Il governo si è impegnato a convocare Rebrab, ma noi non accetteremo più di non essere ascoltati, come è successo negli ultimi mesi».
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Alla manifestazione unitaria metalmeccanica c’era fra gli altri anche il segretario generale toscano della Fiom, Massimo Braccini: «Oggi a Piombino c’erano tantissimi lavoratori, anche Rsu di altre fabbriche toscane, per ribadire che non si possono perdere importanti pezzi d’industria. Il governo deve verificare se Rebrab ha intenzione di andare avanti. Se poi continuerà a non rispettare i tempi degli accordi, bisogna che il governo pensi anche ad una strategia alternativa. Ed è chiaro, per l’ennesima volta, che sulle politiche industriali si deve cambiare rotta».

Pubblicato il 27 gen 2017
di Enzo Collotti
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Giornata della Memoria. Oggi la minaccia più insidiosa non è rappresentata dal negazionismo né dal neofascismo o dal neonazismo, ma piuttosto dall’acquiescenza diffusa a comportamenti di insofferenza se non di ostilità nei confronti dell’altro
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Anche quest’anno si rinnova quello che non deve diventare un rito ma deve rimanere l’occasione per tornare a sottolineare la necessità di non dimenticare. Contro i dubbi sollevati da più parti sull’opportunità di mantenere il Giorno della Memoria.
Va infatti ripetuto con forza che questa scadenza, il Giorno della Memoria, oggi è più necessaria che mai.
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Se da una parte la crescente distanza che ci separa dai fatti in cui si concretizzò lo sterminio degli ebrei contribuisce ad affievolirne la memoria, dall’altra la realtà nella quale viviamo sollecita la riflessione su una serie di circostanze che ricordano da vicino aspetti della cultura della quale si nutrì l’indifferenza dei tanti e che consentì la realizzazione quasi indolore dello sterminio.
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Nella crisi attuale dell’Europa il dilagare del populismo maschera a fatica il volto del razzismo che non è né vecchio né nuovo, è il razzismo di sempre, contro ogni minoranza e contro ogni eguaglianza tra i popoli.
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È chiaro che il passare delle generazioni produce cambiamenti nella memoria e nei modi di esprimerla e di rappresentarla, tanto più oggi che la testimonianza dei sopravvissuti incomincia a farsi sempre più rara per ovvie ragioni fisiologiche. Troppo spesso la tragedia delle migrazioni viene dissociata nell’attenzione e nella memoria dei più dalle derive degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso. Dappertutto in Europa l’irresponsabile diffusione della minaccia di una invasione da parte di chi fugge da guerra e miseria genera confusione e oblio.
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Situazioni paradossali e insieme esemplari come quella dell’Ungheria di Viktor Orbán, che dimentica la catastrofe degli ebrei ungheresi e rifiuta l’accoglienza ai migranti con cinismo e crudeltà. Un comportamento che apparentemente dovrebbe isolare l’Ungheria dal resto d’Europa ma che in realtà rischia ormai di diffondersi al di là delle sue frontiere, in assenza tra l’altro di fratture interne che costringano Viktor Orbán a modificare o almeno a mitigare il rigore dei suoi rifiuti.
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Questo significa anche una frattura nella memoria collettiva dell’Europa che indebolisce la possibilità di una presa di coscienza non parcellizzata, solidale senza riserve.
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Il Giorno della Memoria dovrebbe servire a tenere viva la sensibilità di popoli e società verso problemi che ne hanno plasmato negativamente la storia ma che sono anche terribilmente attuali.
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Oggi la minaccia più insidiosa non è rappresentata dal negazionismo né dal neofascismo o dal neonazismo, ma piuttosto dall’acquiescenza diffusa a comportamenti di insofferenza se non di ostilità nei confronti dell’altro.
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Nessuno ha il coraggio di dirsi anti-semita o anti-musulmano, ma nei fatti il prevalere di una sorta di agnosticismo etico ci riporta al punto in cui tutto è incominciato, alla deresponsabilizzazione e all’indifferenza.
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È un problema politico e culturale di enorme portata che si inserisce nella crisi dell’Europa non meno che in quella della nostra democrazia.

25.01.2017 Riceviamo e pubblichiamo da UIKI Ufficio Informazioni del Kurdistan in Italia . La lotta del Movimento di Liberazione Curdo per la democrazia, la coesistenza, l’ecologia e la liberazione delle donne ha raggiunto primi risultati positivi con l’allargamento del modello di autogoverno democratico nei territori liberati dal giogo delle bande ISIS. Ma con l’estensione della situazione di guerra attuale nel Bakur-Turchia, Rojava-Siria e nel Medio Oriente, i curdi e le altre popolazioni della regione affrontano gravi pericoli; lo stesso Movimento di Liberazione subisce nuove e pesanti minacce. . Per garantire la sua presidenza, Erdogan si è alleato con i fascisti e i nazionalisti turchi, così da affrontare la questione curda con la violenza e la repressione: tutto ciò che è collegato con i curdi e la loro identità è un obiettivo. Vengono commissariate le municipalità, i co-sindaci sono arrestati e sostituiti con amministratori fiduciari di nomina governativa. La brutalità della guerra in Kurdistan che ha visto la distruzione di intere città, è già costata la vita a migliaia di civili, arresti di massa di politici, intellettuali, accademici, giornalisti, attivisti, avvocati e magistrati, fino ad arrivare al piano per l’eliminazione fisica di Öcalan. . La pesante tortura psicofisica inflitta al leader curdo Abdullah Öcalan, nel corso degli ultimi 18 anni in condizioni di isolamento totale, è stata inasprita con ulteriori limitazioni del suo regime carcerario. Dal 5 aprile 2015, dopo che Erdogan ha messo fine al negoziato “per una soluzione politica e democratica della questione curda”, i contatti con l’isola di Imralı sono praticamente interrotti. . In base a recenti informazioni ci sono gravi motivi di preoccupazione per la stessa vita di Ocalan. Nel mentre il regime di Erdogan si prepara a reintrodurre la pena di morte. . Abdullah Öcalan è il rappresentante riconosciuto del popolo curdo, egli svolge un ruolo decisivo per una possibile soluzione duratura e democratica della crisi profonda del Medio Oriente. . La storia ha dimostrato che la questione curda non può essere risolta militarmente. Le guerre di logoramento e i genocidi dello stato turco non hanno mai funzionato. Hanno sempre avuto l’effetto contrario. La Turchia non deve continuare ad attizzare un fuoco che non può spegnere. I colloqui per una soluzione politica della questione curda devono riprendere in una condizione di parità. L’unico modo per garantirlo è l’immediata liberazione di Abdullah Öcalan. . IN OCCASIONE DELL’ANNIVERSARIO DEL SEQUESTRO DI ÖCALAN, COMUNITÀ CURDA DI ZONA AMIATA ORGANIZZIAMO UN INCONTRO CON MAHMUT SAKAR AVV.DI ÖCALAN . DOMENICA 29 GENNAIO 2017 ALLE ORE 14.30 NELLA SALA CONSILIARE DEL COMUNE DI CASTEL DEL PIANO (GR) . IN CONTEMPORANEA CON LA MANIFESTAZIONE INTERNAZIONALE DI STRASBURGO, SCENDIAMO IN PIAZZA A MILANO L’11 FEBBRAIO , PER: . • La libertà per tutti i prigionieri politici e le prigioniere politiche in Turchia! Basta alla tortura e all’isolamento! Chiudere la prigione di Imralı! • Una soluzione politica e democratica della questione curda! Revocare il bando contro le organizzazioni curde! • La libertà di Öcalan e la Pace in Kurdistan!

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