Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

Matteo Bortolon
da il Manifesto
07.01.2017

Il 2016 è stato certamente un anno di svolta. Appare ancora prematuro un giudizio sulle conseguenze del Brexit, materia densa di tecnicismi e su cui è difficile azzardare previsioni; le negoziazioni devono ancora iniziare e l’appena dimissionario ambasciatore inglese a Bruxelles fa capire che il governo di May non avrebbe una strategia chiara in merito (accenna addirittura a «pensieri confusi»).

Qualcosa di più si può capire del perché considerandone gli aspetti economici con un passo indietro nella storia recente del paese.

Le politiche liberiste introdotte dal governo Thatcher nei primi Ottanta e, sostanzialmente, proseguite dai laburisti, hanno avuto un impatto deludente se non disastroso: la crescita del Pil è stata fiacca; la crescita della produttività si è inceppata, rallentando nella prima decade neoliberale e bloccandosi nei Novanta; fra un campione di paesi (Francia, Germania, Giappone, Svezia e Stati Uniti) il Regno Unito è quello che ha investito di meno in ricerca e sviluppo; il tasso di disoccupazione medio post-1979 è considerevolmente più alto che nel periodo precedente; non solo insomma, basandosi sui criteri mainstream stessi per cui un paese si può definire di successo il neoliberismo registra una decisa bancarotta (senza nemmeno citare i risultati in termini di sviluppo umano e povertà).

Ma il processo che sta alla base consiste in una decisa deindustrializzazione del paese, culla della rivoluzione industriale che ha una capacità manifatturiera inferiore non solo a Francia e Germania ma a Polonia e Rep. Ceca. La Gran Bretagna non produce più ma importa di tutto: il passivo sulla bilancia commerciale (cioè il saldo fra export e import) vede una progressione terrificante: da -24,3 miliardi di euro (2005), – 50,9 mld (2010), – 132,6 mld (2015). Il deficit nell’interscambio di beni (no servizi) nel 2014 è pari al 6,3% Pil. Il primo protagonista è il neo mercantilismo tedesco. Vi è stata una massiccia delocalizzazione di produzione nell’est Europa e in estremo Oriente.

Il paese si regge su una robusta finanziarizzazione e sull’indebitamento. Quanto alla prima si fa riferimento ai servizi finanziari e al settore bancario. Un indicatore significativo è che gli investimenti diretti all’estero sono passati dal 22,5% sul Pil (1990) al 74,4% (2013). L’indebitamento privato a sua volta è cresciuto fra il 1979-2007 in media del 7%, di contro ad un 4% del decennio precedente. La famosa City di Londra è conosciuta come «secondo impero britannico», non più basato sulle cannoniere e sulle colonie ma su una fitta rete di interscambi con vari centri finanziari. In questo quadro gli inglesi hanno sempre rifiutato una integrazione europea troppo stretta (vista anche la crescente egemonia tedesca). La crisi europea dei debiti ha però determinato un’accelerazione dei processi, in specie un accentramento su Bruxelles della regolamentazione bancaria (la famose «Unione bancaria»).

Questo non poteva piacere a Cameron che agitando minacciosamente il referendum lo ha usato per fare vittoriosamente pressione sulla Commissione e sulla Bce, strappando a febbraio 2016 condizioni assai vantaggiose a favore di una perdurante autonomia britannica.

Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi: ha vinto il Brexit, facendo emergere tutta la rabbia popolare verso un sistema volto a tutelare l’accumulazione finanziaria. E mentre le anime belle piangono sulla evaporazione del sogno europeo, i vertici della Ue strepitano e minacciano, il nuovo governo britannico non pare avere idee chiare su come gestire l’esito – imprevisto anche agli stessi promotori.

I pragmatici inglesi presumibilmente troveranno un aggiustamento; è l’Ue che deve far fronte alla sua crisi maggiore, in fase di sfaldamento e incamminata verso elezioni con forze euroscettiche molto decise.

06.01.2017

Si chiamano Invest Real Security, Obelisco, Europa Immobiliare 1, Alpha. Collocati tra il 2002 e il 2005, sono tutti in difficoltà.
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Dal 2002 al 2005 le Poste, insieme ad altri, hanno venduto a migliaia di piccoli investitori un prodotto finanziario ad alto rischio. Si tratta di quattro Fondi immobiliari (Invest Real Security, Obelisco, Europa Immobiliare 1 e Alpha) che in qualche modo venivano venduti agli ignari clienti delle Poste, magari pensionati e non certo esperti di borsa, convinti della sicurezza assicurata da una parte dalle Poste e dall'altra dal “mattone”.
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Questi Fondi infatti investivano nell'ambito immobiliare, compravano e rivendevano edifici, palazzi, locali, ecc.: che c'è di meglio del “mattone”, avranno pensato gli investitori, invogliati magari dal fatto che non si poteva certo pensare ad una operazione speculativa fatta dentro gli uffici postali.
Il 31 dicembre 2016, dopo 10 anni di durata più tre di proroga il primo Fondo, l'Invest Real Security, ha chiuso rimborsando 390 euro a quota che forse potranno diventare qualche euro di più dopo la liquidazione. Ma le quote erano state vendute 13 anni fa a 2.500 euro e la perdita secca è enorme. Con il mercato immobiliare in discesa da anni nessuno può ragionevolmente pensare che anche gli altri Fondi non facciano la stessa fine.
La storia sarebbe lunga e sicuramente da approfondire tecnicamente, ma le dolenti note per chi aveva investito la propria liquidazione o i propri piccoli risparmi in questi Fondi sono evidenti.
La stampa parla di “risparmio tradito”: vero! Come è vero che chi doveva controllare, Banca d'Italia e Consob, avrebbero dovuto impedire una collocazione di strumenti finanziari ad alto rischio tra piccoli investitori. Ed è vero anche che le Poste si sono prestate a questa operazione.
Chi ha guadagnato in tutta questa operazione sono state le società che hanno gestito i Fondi e che per più di un decennio hanno percepito ingenti quote (tra lo 0,8 e l'1,8 del valore nominale del Fondo), chi ha venduto a prezzi altissimi gli immobili e chi li ha ricomprati a pochi euro.
Una storia che sicuramente farà meno rumore di quelle che hanno investito il Monte dei Paschi o banca Etruria, ma che produrrà danni altrettanto enormi per migliaia di persone.
Le banche vanno salvate però a suon di decine di miliardi mentre i piccoli investitori possono anche perdere liquidazione e risparmi dopo decine di anni di lavoro.
Di sicuro due riflessioni emergono chiaramente e ancor più avvalorate da queste storie.
La prima è che i soldi pubblici che non si trovano per rinnovare i contratti di lavoro, per tutelare e sviluppare il welfare, per combattere la povertà diffusa, per assumere il controllo e nazionalizzare aziende strategiche ed in crisi come l'Ilva o l'Alitalia, si trovano invece per salvare le banche e la grande finanza internazionale, senza che l'Unione Europea faccia tante storie.
La seconda è che i meccanismi della “finanza creativa”, quella che ha determinato la grande crisi che dura ormai da dieci anni, sono ormai insiti nel sistema economico, bancario, istituzionale e politico di questo paese e che pensare che istituti come la Banca d'Italia (in mano a privati) o la Consob diano garanzie di equità e giustizia è cosa assolutamente fuori dalla realtà.
Essere coscienti di ciò ci porta naturalmente ad affermare che è questo sistema, complessivamente, che necessita di un cambiamento generale e radicale: lavorare per questo è il nostro compito.

Pubblicato il 03.01.2017
di Ezio Locatelli

Adesso non ci sono più dubbi. Gli arresti domiciliari a carico di Nicoletta Dosio, arresti decisi dalla Procura di Torino, erano del tutto mancanti di fondamento giuridico, detto in altre parole erano una misura arbitraria, vessatoria, priva di qualsiasi ragion d’essere. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che in ragione di ciò ha provveduto anche ad annullare le varie ordinanze applicative delle varie misure restrittive poste a carico di Nicoletta e di Fulvio, altro attivista NoTav. La disobbedienza di Nicoletta portata vanti in questi mesi sottraendosi a misure restrittive illegittime - la sua “evasione” dichiarata, esibita - ha sortito un risultato importante: la demistificazione e l’annullamento di provvedimenti intimidatori rivolti contro la lotta portata avanti dal movimento NoTav in Val Susa . La Procura di Torino si faccia un esame di coscienza sulla linea di condotta repressiva portata avanti in tutti questi anni nei confronti del movimento Notav. Da oggi Nicoletta è a tutti gli effetti libera. Come Rifondazione Comunista gioiamo di un risultato che da rinnovata forza alla lotta contro la linea di AV Torino Lione, uno spreco colossale di denaro pubblico per un’opera inutile.
* segretario provinciale PRC Torino e membro segreteria nazionale Prc-Se
Torino, 30.12.2016

Tommaso Di Francesco
da il Manifesto
03.01.2017

Ecco che l’anno nuovo comincia e dalla litania di stragi sembra purtroppo fotocopia di quello appena passato. Non è così però. L’attentato di Istanbul è stato troppo paragonato ad altri efferati e siccome ha avuto di mira la discoteca lussuosa Reina ha indubbiamente ricordato il Bataclan di Parigi, per modalità e natura del bersaglio colpito.

Ma quella strage e le altre di quel periodo rappresentavano ancora la fase predicatoria-criminale dello Stato islamico, una sorta di offensiva nei luoghi dell’Occidente, subito in Europa. Simbolo del male assoluto per la loro presunta dissolutezza.

Ma erano e sono gli stessi Paesi che avevano attivato in Siria la guerra per procura insieme alle petromonarchie del Golfo; e che avevano visto partire, senza commento, migliaia di foreign fighters. Una scia di sangue di rientro in casa.

Stavolta c’è una novità. L’attentato avviene a poche ore dal voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che ha approvato all’unanimità con il voto positivo degli Stati uniti ancora a presidenza Obama le condizioni della tregua trattate da una parte da Russia, Turchia e Iran e dall’altra dal fronte dell’opposizione siriana, non solo quella moderata ma anche dei salafiti, escludendo naturalmente Isis e qaedisti.

Dovrà avere verifiche ulteriori prossimamente ad Astana, è nel solco del vertice di Ginevra. Ma, anche con il suo più grave punto debole – fuori, per ora, sembrano stati lasciati i kurdi siriani dell’Ypg che hanno combattuto l’Isis e hanno costruito una alternativa politica nel Rojava -, è finora la soluzione più avanzata e più credibile. «L’unica che può tenere», sostiene l’inviato dell’Onu per la Siria Staffan de Mistura.
Le condizioni della tenuta della tregua votata all’Onu sono due però e rappresentano un vortice di contraddizioni.

La prima è che tenga il fronte unitario che combatte lo Stato islamico e i gruppi che a vario nome e titolo si richiamano ad Al Qaeda: da questo punto di vista è fragile e negativa l’esclusione dei kurdi, abbandonati alla mercé delle truppe turche che proprio il loro rafforzamento vogliono impedire.

La seconda condizione è che tenga la Turchia, la sua compagine politica e sociale alle prese anche con milioni di profughi in fuga dalla guerra siriana.

Proprio quando Ankara sembra volgere lo sguardo dalla Nato, l’alleanza militare di storica appartenenza, che è stata «a guardare» il golpe tentato da un terzo dell’esercito turco contro Erogan, per rivolgere invece attenzione all’iniziativa della Russia. Con la quale, abbandonando per ora la visione egemonica ottomana, ha fatto un voltafaccia di 360 gradi, tagliando con le milizie dell’Isis che fino all’ultimo ha protetto in traffici di armi, petrolio, finanziamento e addestramento.

Il fianco debole della tregua di pace votata all’Onu è proprio la Turchia. Che è in guerra con una parte del suo popolo nel Kurdistan interno; e che finora è stata il santuario del fronte.

Questo è il fianco debole e sposto alla vendetta, che lo Stato islamico in ritirata vuole e, vista la recente connivenza, può colpire.

L’Europa si augura dunque che la Turchia resista. Dobbiamo sapere che questo accadrà nella ferocia della cancellazione ulteriore di diritti, libertà e democrazia. Con tanti, troppi silenzi che copriranno, insieme alla difesa e salvaguardia contro l’Isis, la repressione di tante, troppe libertà per le quali le capitali occidentali sono state taciturne e complici.

La guerra, in Siria e prima in Libia e Iraq, è stata solo seminagione d’odio. La scia nefasta che «ci torna a casa» non è solo quella degli attentati sanguinosi.

Diventa normalità essere costretti ad una democrazia blindata, sul chi vive, fittizia, affidata a protezioni eccezionali, magari militari.

Fino a quando la spirale guerra-terrorismo?

Pubblicato il 14 dic 2016
di Ezio Locatelli

Il Tribunale di Torino ha inflitto otto mesi di condanna a Nicoletta Dosio, storica esponente No Tav, per non aver ottemperato alla misura cautelare degli arresti domiciliari. In attesa del pronunciamento in secondo grado Nicoletta è stata riaccompagnata in Valsusa, di nuovo agli arresti domiciliari. Una misura vessatoria, palesemente ingiustificata, rivolta unicamente ad interdire il diritto di manifestare contro la realizzazione di un’opera distruttiva e inutile, alla quale Nicoletta continuerà a disobbedire. Che la misura restrittiva sia smaccatamente politica e giuridicamente infondata è dimostrato dalla stessa istanza presentata dalla Procura della Repubblica – istanza che sarà vagliata il 20 dicembre – di revoca degli arresti domiciliari. L’istanza oltre che essere basata “sull'insussistenza di eccezionali ragioni cautelari … sulla insussistenza di ragioni cautelari tout court” è motivata dalla necessità di “interrompere una ritualità mediatica finalizzata alla propaganda delle ragioni della “militanza anti-Tav”. Più chiaro di così! Nicoletta è stata vittima di una operazione smaccatamente politica, nonché giuridicamente infondata nel contesto di una più generale strategia repressiva che punta a ridurre il conflitto sociale in Valsusa a mera questione di ordine pubblico. La sua disobbedienza civile è un atto di dignità e di denuncia dell’insostenibilità del clima di stato d’assedio e di repressione che si respira da anni in Valsusa. Non c’è altra via possibile: a Nicoletta deve essere ridata piena libertà e data assoluzione piena rispetto a ipotesi di reato, frutto di una macchinazione politica. A lei e a tutto il movimento No Tav, in lotta contro un’opera affaristica e contro la repressione, va tutta la solidarietà di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea.

Antonio Sciotto
13.12.2016

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Occupazione. Le cessazioni di contratti sono di più delle nuove attivazioni: fine del «doping» incentivi. Allarme collaboratori: saltate le proroghe nel pubblico e della Dis-Coll, almeno 40 mila a rischio
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Nel giorno in cui il ministero del Lavoro, in un rapporto, torna a certificare che il Jobs Act è stato un danno non solo per i lavoratori italiani, ma anche per i nostri conti pubblici (vedi i miliardi investiti a dopare il mercato), lui, il titolare dello stesso dicastero, Giuliano Poletti, viene confermato: passa dalla squadra di Matteo Renzi a quella di Paolo Gentiloni, forse a testimoniare che nei mesi a venire l’impostazione del nuovo esecutivo sulle tematiche dell’occupazione e delle tutele non cambierà.
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D’ALTRONDE LO STESSO Gentiloni, presentando la lista dei ministri, ha spiegato che «il governo proseguirà nel lavoro di innovazione iniziato dal governo Renzi». Ed ecco alcuni dati che certificano l’«innovazione», freschi freschi di ieri: nel terzo trimestre del 2016 sono stati attivati il 18,7% di contratti a tempo indeterminato in meno rispetto allo stesso trimestre del 2015 (precisamente 406.691, e 93.533 in meno),il che appunto conferma che dopo il doping dell’anno scorso (gli incentivi alle assunzioni a tutele crescenti erano pari a poco più di 8 mila euro per neo assunto) con il taglio ai sussidi di quest’anno (si sono ridotti a poco più di 3 mila euro) i numeri hanno cominciato a precipitare.
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Dall’altro lato le cessazioni sono diminuite a un ritmo più lento: sono state 483.162, con una flessione del 3,2%. Tra l’altro è da segnalare anche la dinamica delle motivazioni: si riducono del 17,2% le dimissioni e aumentano del 10,8% i licenziamenti. Un capolavoro made in Poletti & Renzi.
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E CHISSÀ COSA NE PENSA l’esercito di precari e voucheristi che (si suppone, visto anche l’alto dato giovanile registrato) ha votato No al referendum del 4 dicembre: spinto sicuramente dal desiderio di difendere la Costituzione da una riforma ritenuta pasticciata se non pericolosa, il mondo dei lavoratori più fragili ha inteso anche mandare un segnale al governo. Che con la conferma di Poletti al ministero non sembra per nulla essere stato recepito.
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Fatti due conti, quindi – a fronte di quasi 407 mila attivazioni abbiamo 483 mila cessazioni – il Jobs Act si conferma un Flop Act, perché il saldo è negativo. Torna positivo solo se si calcolano anche le trasformazioni di tempi determinati o contratti di apprendistato, perché in questo caso le attivazioni salgono a 517 mila.
Giù anche la quota sul totale degli avviamenti a tempo indeterminato: rappresentano poco più del 17% del volume totale delle attivazioni, il 2,8% in meno rispetto al dato registrato un anno prima.
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MA C’È UN ALTRO allarme, un’urgenza, che riguarda il lavoro, e lo hanno lanciato i sindacati degli atipici Nidil Cgil, Felsa Cisl e UilTemp: i lavoratori con contratto di collaborazione che perderanno il posto nel 2017, non avranno più diritto alla disoccupazione.
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È l’effetto – spiegano i sindacati – della legge di Bilancio approvata la settimana scorsa. La Dis-Coll, ovvero l’indennità di disoccupazione per i collaboratori prevista in via sperimentale per il 2015 e successivamente prorogata anche nel 2016, rientrava infatti fra le misure di riordino degli ammortizzatori sociali nell’ambito dei decreti attuativi del Jobs Act. Ma non c’è stato il tempo (e anche la volontà politica, possiamo dire) di approvare una nuova proroga per il 2017.
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MANCATA PROROGA a cui si aggiunge quella per le collaborazioni attivate presso la pubblica amministrazione (attualmente circa 40 mila): per magia di una legge di Bilancio approvata in fretta e furia, si troveranno così, a partire dall’1 gennaio 2017, senza posto e senza ammortizzatori sociali.
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Nidil, Felsa e UilTemp spiegano che il divieto di stipula di nuovi contratti vigente dall’1 gennaio «non si è voluto modificare nella legge di Bilancio, nonostante l’impegno alla prosecuzione di questi rapporti contenuto nella recente intesa fra sindacati e governo sul rinnovo dei contratti pubblici».

I SINDACATI CHIEDONO che a questo punto «si intervenga attraverso il decreto di fine anno, (il “milleproroghe”», a maggior ragione adesso che si è formato il governo Gentiloni, da mercoledì nella pienezza dei suoi poteri e dell’operatività dopo che avrà ottenuto la fiducia dalle due Camere. Per agire restano meno di 20 giorni.

Pubblicato il 12 dic 2016
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COMUNICATO
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Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
«La nascita del governo Renzi bis con il mandato di rifare la legge elettorale é uno schiaffo alla sovranità del popolo italiano. Noi chiediamo che si vada al voto appena la Consulta si sarà pronunciata sulla costituzionalità dell'italicum, senza che il parlamento metta nuovamente le mani sulla legge elettorale.
É un parlamento eletto sulla base di una legge elettorale incostituzionale e che ha varato a sua volta una legge elettorale che sarà certamente dichiarata incostituzionale. Il parlamento non è legittimato a scrivere nuove regole per ingabbiare la volontà del popolo italiano e tanto meno lo è il governo Renzi bis. Il governo, invece della legge elettorale, si occupi di povertà e faccia il reddito minimo, in modo che si vada a votare rapidamente e che l’elettorato non ci debba andare con la pancia vuota».
12 dicembre 2016

10.11.2016
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È un sollievo sentirsi ancora felicemente protetti e difesi dalla Costituzione. Con la soddisfazione dei giusti, ci sentiamo protagonisti della vittoria referendaria di domenica scorsa e guardiamo con maggiore fiducia al nostro futuro.
Ci siamo schierati per il No non solo per salvaguardare la Costituzione, ma soprattutto per valorizzare la sua preziosa cultura giuridica, riproporre la sua sensibilità sociale, impegnarci ad attuarla compiutamente.
Non un riflesso di retroguardia, dunque, ma uno slancio, una tensione che siamo sicuri aiuteranno il paese a diventare migliore.
Con un risultato squillante sono state sconfitte le oligarchie liberiste e le centrali finanziarie, strapazzato il conformismo interessato e gli istinti rassegnati.
In quel voto si scorge soprattutto una rivolta sociale, che ha largamente oltrepassato bacini elettorali e indicazioni di partito. E’ stata l’Italia sfruttata, impoverita, precaria, deprivata a vincere il referendum. Un’Italia sfinita e sfiduciata che ha tuttavia trovato la forza di chiedere un cambiamento, quell'alternativa che gran parte della politica non sembra in grado di raccogliere e rappresentare né, tanto meno, di imprimere.
Ed è esattamente a questa furente domanda che dovremmo provare a offrire un’adeguata risposta. Superando le incertezze e le cautele che ci imprigionano, abbandonando movenze e liturgie consunte e inutili, se non proprio impedienti.
Ci siamo serenamente ritrovati in una battaglia che non era scontato potesse vederci tanto uniti e motivati. Associazioni, partiti, sindacati, movimenti, intellettualità, civismo. Ed è innanzitutto per questa ragione che il nostro contributo è risultato così prezioso: per vincere il referendum, ma anche per dimostrare, intanto a noi stessi, quanto sia proficuo ed efficace lottare insieme.
Sentiamo pertanto l’esigenza di mettere a disposizione un’occasione d’incontro collettivo, dove poter valorizzare il protagonismo dei tanti che hanno partecipato alla battaglia referendaria, chiamando tutti noi, tutte noi a riflettere, discutere, ragionare, progettare. Riteniamo necessario un confronto politico che raccolga le nostre energie e le nostre passioni. Per provare a comporre nuovi percorsi da condividere, in grado di poter incidere sullo scenario politico, sociale e culturale che si sta delineando con la vittoria del No. E cominciando finalmente a costruire insieme quell'alternativa al neo-liberismo di cui il paese ha urgente bisogno.
Con lo stesso sentimento unitario con cui abbiamo lottato in questi ultimi mesi abbiamo promosso l’appuntamento di domenica prossima: un’assemblea libera e plurale, inclusiva e partecipata, in cui tutte le componenti, le soggettività, le singolarità possano manifestarsi ed esprimersi. Con la speranza che tutti i nostri No si trasformino presto in una “politica in comune”.
Giorgio Airaudo, Fabio Alberti, Maria Luisa Boccia, Stefano Fassina, Adriano Labbucci, Giulio Marcon, Sandro Medici

L’iniziativa si svolge a Roma domani 11 dicembre, ore 10, al Roma meeting center, Largo Scoutismo 1

Tra le prime adesioni:
Anna Falcone, Luigi Ferrajoli, Tomaso Montanari, Gaetano Azzariti, Claudio De Fiores, Vezio De Lucia, Sebastiano Aceto , Ciccio Auletta, Andrea Baranes, Imma Barbarossa, Roberta Calvano, Martina Carpani, Giusto Catania, Elena Coccia , Michele Conia, Antonello Falomi, Andrea Ferroni, Francesca Fornario, Elettra Deiana, Barbara Evola, Tommaso Fattori, Monica Frassoni, Nicola Fratoianni, Monica Di Sisto, Ida Dominijanni, Paolo Ferrero, Carlo Galli, Alfonso Gianni, Chiara Giorgi , Sergio Giovagnoli, Gianpaolo Lambiase, Stefano Lugli , Nando Mainardi , Massimiliano Manfroni, Maurizio Marcelli, Elena Mazzoni, Giorgio Mele, Lidia Menapace, Filippo Miraglia, Roberto Musacchio, Grazie Naletto, Silvia Niccolai, Alessio Pascucci, Antonello Patta, Livio Pepino, Bianca Pomeranzi, Giovanni Principe, Michele Prospero, Marco Ravera , Marco Revelli, Claudio Riccio, Giulia Rodano, Massimo Rossi , Federico Santi , Bia Sarasini, Massimo Torelli, Raffaele Tecce, Walter Tocci, Andrea Torti, Sara Visintin, Vincenzo Vita, Riziero Zaccagnini

Alfonso Gianni
08.12.2016

La sconfitta del Sì non poteva essere più piena.

Oltre ai cittadini, con il loro voto, ci hanno pensato pure i più spregiudicati operatori economici che hanno seppellito il terrorismo psicologico dei guru di Renzi sparso a piene Tv nelle ultime settimane.
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Il lunedì da nero è diventato roseo. Piazza Affari è ai massimi dal post Brexit con i titoli bancari; lo spread scende a 158 punti; i BTp sotto il 2% segnalano che il rischio Italia non c’è o non è percepito; le notizie che trapelano di un intervento statale diretto in salvataggio del Monte dei Paschi di Siena – dopo il fallimento della soluzione privata voluta da Renzi – fanno rimbalzare anche questo titolo.
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Intanto si attende che il giorno dell’Immacolata porti ad un allargamento di durata e di criteri del quantitative easing della Bce, la sola promessa del quale aveva tranquillizzato i mercati.
Ma per chi non ha il portafoglio ricco di titoli di stato o di azioni c’è poco da gioire.
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Il Senato ha licenziato la manovra di bilancio con un voto di fiducia dato a un governo che si era già dichiarato dimissionario per bocca del suo leader in diretta TV domenica notte. In tempi surreali, si potrebbe dire. Salvo poi accettare di procrastinare di qualche ora l’effettività dell’atto per chiudere la vicenda della legge di Bilancio. In fretta e furia.
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Il presidente della Commissione Bilancio del Senato, il PD Tonini, si è pubblicamente dispiaciuto per non avere potuto effettuare una lettura completa della legge. E già questo la dice lunga sulla consapevolezza della fiducia concessa. Ma ciò che è più grave è che la Camera, dove pure la legge era stata licenziata con voto di fiducia, aveva lasciato al Senato diverse questioni da cambiare e introdurre. Questo ovviamente non è avvenuto. È la prima volta che il disegno di legge finanziaria viene modificato solo da un ramo del Parlamento. Una vendetta per il mancato bicameralismo non paritario?
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Sta di fatto che in questo modo è ancora più evidente si tratta di una manovra di bilancio a netto favore dei ceti forti e di coloro che si sono arricchiti illecitamente.
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Restano le provvidenze per le imprese, nella speranza che questo rilanci l’economia, malgrado gli evidenti fallimenti di simili politiche; il ritorno senza pagare pegno dei capitali fuggiti all'estero; la cancellazione di Equitalia con annessa rottamazione delle relative cartelle. Spariscono invece quelle provvidenze che erano state pensate per accalappiare voti per il Sì. II referendum c’è già stato: passata la festa gabbato lo santo.
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Non si tratta solo di briciole. Restano fuori i soldi per la sanità di Taranto per i guasti provocati dall'Ilva; il già incerto accordo sugli 85 euro nel pubblico impiego rimane scoperto per il 2018; l’ampliamento degli ecobonus e del sisma bonus agli incapienti non pervenuto; sparisce il taglio del 33% delle slot machines negli esercizi commerciali; non ci sono certezze sul «bonus mamme» che avrebbe dovuto essere erogato dal 1 gennaio secondo un emendamento caduto come altri mille, a degna conclusione della farsa del fertility day; viene rimandata sine die l’assunzione dei 350 precari dell’Istat; manca lo sconto fiscale per la bonifica dall’amianto o per chi immette il fotovoltaico nell'immobile; non si sa quale sarà la ripartizione del fondo di tre miliardi per gli enti locali; si rinvia l’estensione dell’accesso alla pensione anticipata per le lavoratrici. E si potrebbe continuare.
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Più d’uno ha sostenuto che ciò che è caduto verrà poi ripreso in successivi decreti a cura del governo che verrà. Fingendo di dimenticare che la Commissione europea, al cui giudizio la nostra legge di Bilancio è sottoposta, ha già fatto sapere, seppure in modo non ancora perentorio, di pretendere una nuova manovra aggiuntiva di 5 miliardi. E c’è ragione di sospettare che la sua severità sarà tanto più intransigente, quanto meno risulterà gradita la figura dell’eventuale successore di Renzi alla guida del prossimo governo, tecnico o istituzionale che sia.
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Bisognerà prepararsi, a livello politico e sociale, a respingere questa nuova mannaia.

Luciana Castellina
06.12.2016
Dopo il referendum.
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Evviva. Le vittorie, da un bel pezzo così rare, fanno bene alla salute. E poi questa sulla Costituzione non è stata una vittoria qualsiasi, come sappiamo, nonostante le contraddittorie motivazioni che hanno contribuito a far vincere il No.
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La cosa più bella a me è comunque sembrata la lunghissima campagna referendaria.
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Contrariamente a quanto è stato detto – «uno spettacolo indecente», «una rissa», ecc. – quel che è accaduto contro ogni attesa è stato un rinnovato tuffo nella politica di milioni di persone che non discutevano più assieme da decenni.Come se si fosse riscoperta, assieme alla Costituzione, anche la bellezza della partecipazione.
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In questo senso mi pare si possa ben dire che contro il tentativo di ridurre la politica alla delega ad un esecutivo che al massimo risponde solo ogni cinque anni di quello che fa si sia riaffermata l’importanza dell’art.3, quello in cui si riconosce il diritto collettivo a contribuire alle scelte del paese. Pur non formalmente toccato dalla riforma Boschi, è evidente che la cancellazione della sua sostanza era sottesa a tutte le modifiche proposte. Evviva di nuovo.
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Per noi sinistra il vero impegno comincia adesso.
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Non vorrei tuttavia turbare i nostri sogni nel sonno del dovuto riposo dopo questa cavalcata estenuante e però credo dobbiamo essere consapevoli che per noi sinistra il vero impegno comincia adesso.
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Quella che abbiamo combattuto non è stata infatti solo una battaglia per difendere la nostra bella democrazia da una deplorevole invenzione di Matteo Renzi: abbiamo dovuto impedire che venisse suggellata un’ulteriore tappa di quel processo di svuotamento della sovranità popolare, che procede, non solo in Italia, ormai da decenni. E che il nostro No non basterà di per sé, purtroppo, ad arrestare.
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Viene da lontano, si potrebbe dire dal 1973, quando all'inizio reale della lunga crisi che ancor oggi viviamo, Stati Uniti, Giappone e Europa,su sollecitazione di Kissinger e Rockfeller, riuniti a Tokio, decretarono in un famoso manifesto che con gli anni ribelli si era sviluppata troppa democrazia e che il sistema non poteva permettersela. Le cose del mondo erano diventate troppo complicate per lasciarle ai parlamenti, ossia alla politica, dunque ai cittadini.
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E’ da allora che si cominciò parlare di governance (che è quella dei Consigli d’amministrazione prevista per banche e per ditte) e ad affidare via via sempre di più le decisioni che contano a poteri estranei a quelli dei nostro ordinamenti democratici, cui sono state lasciate solo minori competenze di applicazione.
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Abbiamo protestato contro molte privatizzazioni, poco contro quella principale: quella del potere legislativo.
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Qualche settimana fa Bayer ha comprato Monsanto: un accordo commerciale, di diritto privato.Che avrà però assai maggiori conseguenze sulle nostre vite di quante non ne avranno molte decisioni dei parlamenti.
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Ci siamo illusi che la globalizzazione producesse solo una catastrofica politica economica – il liberismo, l'austerity – e invece ha stravolto il nostro stesso ordinamento democratico. Mettendo in campo per via extralegale quello che dal Banking Blog è stato definito l’acefalo aereo senza pilota del capitale finanziario, impermeabile alla politica.
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Per svuotare il potere dei parlamenti, un po’ ovunque, ma in Italia con maggiore vigore, sono stati delegittimati, anzi smontati, quegli strumenti senza i quali quei parlamenti non avrebbero comunque più potuto rispondere ai cittadini: i partiti politici, addirittura ridicolizzati e resi “leggeri”, cioè inconsistenti e incapaci di costituire l’indispensabile canale di comunicazione fra cittadini e istituzioni.
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Si sono via via annullate le principali forme di partecipazione, o, quando non è stato possibile, sono stati recisi i legami che queste tradizionalmente avevano con una rappresentanza parlamentare.
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Se adesso vogliamo che la vittoria del No non sia di Pirro dobbiamo ricominciare a costruire la sostanza della democrazia, e cioè la partecipazione.
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Se adesso vogliamo che la vittoria del No non sia di Pirro dobbiamo ricominciare a costruire la sostanza della democrazia, e cioè la partecipazione, i soggetti sociali – ma anche politici – in grado di non renderla pura protesta o mera invocazione a ciò che potrebbe fare solo un governo.
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Dobbiamo cioè uscire dall'ossessione governista che sembra aver preso tutta la sinistra, e cominciare a ricostruire l’alternativa dall'opposizione.
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La democrazia è conflitto (accompagnato da un progetto), perchè solo questo impedisce la pietrificazione delle caste e dei poteri costituiti. Se non trova spazi e canali, diventa solo protesta confusa, manipolabile da chiunque.
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Tocca a noi aprire quei canali, costruire le casematte necessarie a creare rapporti di forza più favorevoli; e poi, sì, cercare le mediazioni (che non sono di per sé inciuci) per raggiungere i compromessi possibili (rifiutando quelli cattivi e lavorando per quelli positivi).
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Del resto, non è stato forse proprio per via delle lotte e dell’esistenza di robusti canali e presenze parlamentari che fino agli anni ’70 siamo riusciti ad ottenere quasi tutto quanto di buono oggi cerchiano di difendere coi denti, dall’opposizione e non perchè avevamo un ministricolo in qualche governo?
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Dobbiamo fare subito, laddove siamo.
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Non voglio dire che un governo non sia importante, vorrei solo superassimo l’ossessione che si incarna negli slogan elettorali: «Se andremo al governo, faremo…». Dobbiamo fare subito, laddove siamo.
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Nella mia penultima iniziativa referendaria, a Gioiosa Jonica (in piazza come non si faceva da tempo) una splendida cantante locale è arrivata a concludere: con la canzone che ben conosciamo “Libertà è partecipazione”.
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Propongo divenga l’inno della nostra area No. (E speriamo anche che quest’area preservi l’unità di questi mesi).

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