Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

In evidenza

07/12/2020

di Paolo Ferrero

 

Lidia, che ci ha lasciato stamattina, non ha solo vissuto una vita lunga ma ha saputo vivere da protagonista. Innanzitutto protagonista di se stessa. Lidia non si è lasciata scegliere ma ha scelto. Ha scelto, giovanissima, la lotta partigiana. Pacifista antimilitarista, femminista – ha scelto, dopo essere cresciuta in un ambiente cattolico e aver ricoperto incarichi pubblici per la Democrazia Cristiana – la sinistra, il marxismo, il comunismo. Senatrice per Rifondazione Comunista, mi piace ricordarla quando nel 2008, a 84 anni si è iscritta a Rifondazione Comunista, accettando di entrare a far parte degli organismi dirigenti e poi di dirigere il mensile Su la testa. Lidia non si è iscritta a Rifondazione quando eravamo un partito sulla cresta dell’onda ma dopo la sconfitta della sinistra arcobaleno del 2008, per sostenere la necessità di cambiare decisamente linea politica e di praticare la svolta in basso a sinistra che proponemmo al congresso di Chianciano.

 

In questa capacità di fare scelte controcorrente vi è molto della Lidia che ho conosciuto: fragile nell’aspetto, articolata e creativa nel ragionamento, pacatamente decisa ed inflessibile nelle scelte.

 

Lidia era pacifista ed antimilitarista, fino in fondo. Non solo nelle proposte politiche ma anche sul piano simbolico e nei comportamenti. Era solita polemizzare con chi utilizzava parole tratte dal lessico della guerra e proponeva con un sorriso di utilizzare la parola lotta invece della parola battaglia.

 

Lidia era femminista e comunista, fino in fondo. Lo era nella piena consapevolezza della non coincidenza delle due cose. Lidia ci ha insegnato che la lotta per il comunismo deve accompagnarsi – esplicitamente – con la lotta al patriarcato. Perché non basta lottare per il superamento delle differenze di classe e per il superamento dello sfruttamento del lavoro e della natura: occorre lottare per il superamento di ogni ruolo sociale gerarchico che si riproduca nella società. Con un sorriso ti faceva notare che – consapevole o inconsapevole – ti stavi muovendo su un terreno tipico dell’immaginario maschile scambiandolo per un terreno neutrale.

 

Con un sorriso perché la capacità di Lidia di fare scelte nette, controcorrente e che coinvolgevano l’intera esistenza, si accompagnava ad una grande gentilezza, che parlava di una grande serenità d’animo.

 

Di questa comunista libertaria, indignata ma non incattivita, oggi piangiamo la scomparsa e lo facciamo con un tocco di malinconia in più per il dover sottolineare l’essere comunista di Lidia, l’essere iscritta al Partito della Rifondazione Comunista. Lo dobbiamo sottolineare perché sui giornali main stream questi “piccoli” fatti, vengono taciuti.

 

Lo facciamo convinti che Lidia ne sia felice, che non si vergogni della nostra pedanteria. Perché adesso che non può più scegliere, sarà felice che almeno non ne venga “normalizzata” la memoria. Perché come ci diceva Walter Benjamin, “neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha mai smesso di vincere”.

 

Per questo ricordiamo e ricorderemo Lidia militante comunista e vogliamo pensare che quando ci ha lasciati stamattina lo abbia fatto con il sorriso sulle labbra, quel sorriso che l’ha accompagnata in questa lunga vita piena di anni e di significato.

 

Ciao Lidia, siamo contenti di aver potuto condividere un po’ della tua esistenza e di essere stati riconosciuti come tuoi compagni e compagne. Che la terra di sia lieve.

06/12/2020

da il manifesto

Maurizio Acerbo

 

Lidia Menapace. Non ricevette mai la nomina vitalizia, ma per il mondo della sinistra è un'istituzione, oltre che una compagna e amica sempre pronta al dialogo. Ci stringiamo intorno alla sua battaglia per la vita

 

Ricordate la tentata strage di Macerata e il ministro Minniti che annunciava che avrebbe vietato la manifestazione antirazzista? Telefonai a Lidia. Le dissi che noi intendevamo manifestare lo stesso. Mi rispose: sono d’accordo, ci sarò. E così fu.

 

La foto di Lidia che saluta con dolcezza a pugno chiuso pubblicata sui social e anche sul Manifesto è stata scattata durante quel corteo che percorse tutto, circondata dall’affetto di compagne e compagni. Se in tutta Italia in queste ore sono tantissime le persone in sincera apprensione per la salute di Lidia è perché non si è mai risparmiata e ha distribuito ovunque la sua disponibilità all’incontro, al dialogo, al racconto, a socializzare le sue riflessioni, le sue storie, la sua intelligenza e la sua gioia nel condividere pensieri e bicchieri di vino.

 

Come si può non voler bene a Lidia? Ammirazione, stima, amicizia, riconoscenza nei suoi confronti sono sentimenti condivisi e autentici. E ripensando alla sua biografia appaiono davvero dei miserabili quei parlamentari che complottarono nel 2007 per impedirle di diventare presidente della commissione Difesa del Senato.

 

Una pacifista avrebbe rappresentato un’offesa alla sovranità limitata di un paese in cui classi dirigenti hanno chiuso in un armadio della vergogna l’articolo 11 della Costituzione e fanno a gara nell’acquistare armi e far finta di non accorgersi che siamo pieni di bombe atomiche. E ancor più infelice la mancata nomina a senatrice a vita da parte di un Presidente della Repubblica che fu comunista.

 

Forse Lidia non garantiva affidabilità verso le forze armate, la Nato, l’ordoliberismo dell’Unione Europea e la finanza internazionale ma semplicemente quella alla Costituzione per la quale aveva rischiato la vita nella Resistenza. Ma in queste giornate in cui siamo sommersi dai messaggi e dalle telefonate possiamo dirlo forte che Lidia Menapace è stata nominata da lungo tempo senatrice a vita dall’altra Italia, quella di sinistra, antifascista, femminista, pacifista, ambientalista oggi dispersa e sconfitta ma che le vuole un gran bene e ha condiviso con lei migliaia di incontri, manifestazioni, lotte.

 

E credo che tutte e tutti in queste ore speriamo che la nostra compagna Lidia ci sorprenda di nuovo, come ha fatto tante volte. Pasolini definì quello della Resistenza “stile tutta luce, memorabile coscienza di sole”. Sono parole che ben descrivono la maniera con cui Lidia Menapace ci ha dimostrato che si può far politica, anzi si deve fare e pensare la politica.

 

Senza mai cedere sul piano della radicalità, dell’onestà intellettuale, del rigore. Avendo consapevolezza della complessità e cercando di non perdere il contatto con la vita e la realtà inseguendo formule astratte. Con gioia e ironia (una volta mi disse che la politica l’aveva salvata dalla depressione in un momento assai difficile della sua vita).

 

Comunismo, femminismo, antifascismo, pacifismo, tutti i nostri ismi nel ragionare e discorrere di Lidia si trasformano in parole fresche di semplice buonsenso, mai noiose sempre illuminanti, capaci di comunicare anche con chi non ha condiviso i vocabolari del Novecento. Lo scrivo senza retorica e con assoluta convinzione: Lidia è davvero una compagna che la rifondazione comunista l’ha fatta e praticata.

 

Forse per questo non è mai diventata una reduce. È una partigiana in servizio attivo. E anche ora sta lottando come sempre. Forza Lidia! Ti vogliamo bene!  E non vediamo l’ora di organizzare con te il 2 giugno quel grande pic nic nazionale che tu proponi da anni per riprenderci dal basso la festa e soprattutto la Repubblica. 

05/12/2020

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

54esimo Rapporto Censis:. "Se da un lato, da marzo a settembre 2020 «ci sono 582.485 individui in più che vivono nelle famiglie che percepiscono un sussidio di cittadinanza (+22,8%)», dall'altro 1.496.000 individui (il 3% degli adulti) hanno una ricchezza che supera il milione di dollari (circa 840.000 euro): di questi, 40 sono miliardari e sono aumentati sia in numero che in patrimonio durante la prima ondata dell'epidemia-.Cinque milioni di lavoratori precari si sono inabissati senza fare rumore"

 

Prima il lockdown generalizzato, poi le quarantene intermittenti nelle regioni colorate di rosso, arancione o giallo per contenere la diffusione del Covid. In nove mesi sono aumentate le diseguaglianza sociali. Ne è convinto oltre il 90% del campione degli intervistati scelti quest’anno dal Censis che ieri ha presentato a Roma il suo 54esimo rapporto. In un paese dove la stragrande maggioranza delle forze politiche in parlamento considera una follia tassare i grandi patrimoni con un modesto «contributo di solidarietà» ci sono appena 40.949 persone che dichiarano un reddito oltre i 300 mila euro annui, con una media di 606.210 euro pro capite. Sono lo 0,1% del totale dei dichiaranti, un milione e 496 mila persone in possesso di una ricchezza che supera 840 mila euro, 40 sono miliardari e sono aumentati in numero e patrimonio durante la prima ondata dell’epidemia. Il 3% degli italiani adulti possiede il 34% della ricchezza. Questo divario tra ricchi e poveri sta aumentando velocemente.

 

NELLA CLASSE MEDIA, una categoria composita definita dal sociologo americano Wright Mills «un’insalata mista di occupazioni» tra partite Iva imprenditoriali e lavoratori (artigiani, piccoli e medi imprenditori) professionisti e precari solo il 23% ha continuato a percepire gli stessi redditi familiari del 2019. Già da tempo si registrano forti segnali di proletarizzazione in questa fascia sociale, il Covid ha trasformato la sua parte più esposta in «vulnerabili inattesi» senza incassi né fatturati. Nel ceto medio c’è poi l’altra parte del cielo: il lavoro dipendente. Nel privato è stato per il momento evitato uno tsunami occupazionale nel lavoro subordinato. La disoccupazione «non è un evento remoto», osserva il Censis. È stato rimandato, per ora, dopo il 21 marzo 2021 quando terminerà il divieto di licenziamento. In questa sospensione «il rapporto distingue i più vulnerabili», i dipendenti del settore privato a tempo determinato nelle piccole imprese e le partite Iva, dagli addetti delle grandi imprese. Ma i primi effetti della crisi si sono visti sui precari con i contratti a termine: da marzo a oggi non sono stati rinnovati quasi quattrocentomila.

 

SI AVVERTE FORTISSIMA in questi giorni la tentazione di contrapporre i garantiti ai non garantiti. Invece di pretendere subito una tutela sociale universale per chi non ha un lavoro salariato si attaccano i 3,2 milioni di dipendenti pubblici che hanno un reddito e non corrono rischi. Un riflesso ideologico corale di altre epoche scattato dopo l’annuncio dello sciopero dei sindacati nella pubblica amministrazione il 9 dicembre. L’idea è che non si rivendicano diritti nell’emergenza. Il problema è invece l’opposto: perché oggi in questa crisi non li rivendicano tutti gli altri. Il Censis ricorda, opportunamente, che sono oltre 10 milioni i lavoratori dipendenti, compresi quelli della pubblica amministrazione che attendono il rinnovo del contratto collettivo nazionale. A dicembre ce ne saranno altri 400 mila. L’85,2% dei dipendenti attende l’adeguamento. La crisi del 2008 l’hanno già pagata: blocco degli scatti, allungamento dell’età pensionabile, precarizzazione. Oggi i precari della P.A. sono almeno 370 mila.

 

NELLA SOCIETA’ PANDEMICA in basso ci sono 5 milioni di precari: gli «scomparsi senza fare rumore» nei «lavoretti», nei servizi e nel lavoro nero. Il «congelamento» dell’economia ha portato nel secondo trimestre del 2020 a 841 mila occupati in meno e a 1.424.000 che non cercano più lavoro, il 60% dei quali sono donne. Allora chi può risparmia, non spende e si prepara a un futuro peggiore. E poi c’è chi non ha nulla da mettere da parte: il 17% della popolazione, in maggioranza giovani, non può affrontare spese improvvise.

 

«BONUS ECONOMY»: così ilCensis ha definito la politica dei «ristori» del governo con i sussidi temporanei a fondo perduto. A ottobre sono stati coinvolti 14 milioni di persone per 26 miliardi di euro. Il rapporto li definisce «ad personam». Lo sarebbero se fossero individuali nella prospettiva di una lunga crisi e di un ripensamento della cittadinanza attiva. Il Censis critica, senza fare troppe distinzioni, «la pioggia di bonus di ogni genere» e l’inadeguatezza dei «ristori» e i loro ritardi. In realtà situazioni simili esistono anche in altri paesi, ad esempio gli Stati Uniti, e non andrebbero confusi gli aiuti insufficienti alle imprese con le tutele che andrebbero garantite alle persone. A queste ultime andrebbero assicurate in maniera incondizionata, come nei fatti è diventato il «reddito di cittadinanza», ma esteso in maniera strutturale com’è stato fatto per le casse integrazioni dove però i lavoratori perdono il loro reddito. Per evitare di buttare soldi dalla finestra si cerca una forza politica capace di trasformare il Welfare e finanziarlo con una riforma fiscale progressiva.

 

NON È in questo senso che sembra avviata la «classe dirigente» che «pensa all’oggi» e non a un «progetto collettivo» osserva il segretario Censis Giorgio De Rita. Questo «presentismo» non riguarda solo i «dirigenti», ma i «diretti». La mancanza di prospettive oggi può portare alla rinuncia della solidarietà, a pensare, dice il Censis, «meglio sudditi che morti» e alla paura che spinge a chiedere pene esemplari per chi non porta le mascherine. Domani tutto questo può portare alla rinuncia della libertà sociale di tutti.

993

04/12/2020

Giulio Cavalli

da Left

 

Ieri, 3 dicembre, sono morte 993 persone di Covid. La cifra più alta in un solo giorno in Italia. Ma i numeri sono diventati muti, non condizionanti, si sommano e si continuano a sommare come cifre nude e vuote.

 

Ieri 993 famiglie hanno pianto la morte di un loro famigliare. Non l’hanno potuto salutare, non lo possono vedere nemmeno da morto perché quei 993 sono stati sigillati e ora vengono messi in coda per la cremazione. Ieri 993 famiglie hanno smesso di pensare alle feste, agli addobbi, ai menù, a tutto.

 

Per dare un’idea delle proporzioni, negli Usa il dato più alto di morti in un solo giorno, in tutti gli Usa, è di 2.880.

 

Questa seconda ondata che per alcuni non doveva arrivare è arrivata e si rivela più mortifera della prima. In Italia non ci sono mai stati così tanti decessi. Novecentonovantatré morti mentre ancora qualcuno gioca a dipingere come disfattisti quelli che parlano di Covid. Novecentonovantatré morti in un Paese che ci diceva che avevamo imparato la lezione, che ora sappiamo come curarli, che sono state migliorate le prestazioni, le cure e l’assistenza sanitaria.

 

Dal 10 ottobre sono morte 21.898 persone. Dall’inizio della pandemia sono morte 58.038 persone. È sparita una città come Agrigento.

 

Ma i numeri sono diventati muti, non condizionanti, si sommano e si continuano a sommare come cifre nude e vuote, una sopra all’altra. Anche di fronte a questa pandemia continuiamo a non riuscire a restare umani, a sentire le store che ci sono dietro, a leggere con un vocabolario che non sia burocratico, medico, politichese.

 

Sono 760mila gli attualmente positivi al virus; 760mila.

 

Se ci fosse un segreto perché i numeri non cancellino le storie bisognerebbe usarlo ora, subito. Restituire il dolore, su numeri così grossi, diventa un’impresa così titanica che sembra non volerla fare nessuno. Superare i lutti scavalcandoli senza farsene carico è la reazione meno consapevole e meno etica, anche se viene facile facile. Chissà se troveremo le parole per raccontare questo tempo. Chissà se conieremo parole nuove per descrivere la levità con cui siamo passati attraverso un giorno così.

02/12/2020

da il manifesto

Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti

 

Emergency in Calabria. Conferenza stampa dopo aver iniziato la collaborazione con la Asp locale: una situazione figlia della chiusura degli ospedali e del fatto che i fondi pubblici finiscono alla sanità privata

 

A mezzogiorno a bordo di una utilitaria azzurra Gino Strada arriva nel piazzale antistante il vecchio pronto soccorso. Il cielo è plumbeo, minaccia pioggia. Le arterie intorno al San Giovanni di Dio e allo stadio comunale sono fangose. I rioni Marinella e Margherita fanno tuttora i conti con la terribile alluvione di dieci giorni fa. Emergency a Crotone è nomen omen.

 

Il fondatore della ong milanese è nella città di Pitagora dal pomeriggio di lunedì. Aveva già incontrato il direttore sanitario del nosocomio crotonese, Lucio Cosentino, per mettere a punto i dettagli della collaborazione per la gestione dei pazienti covid. Quando arriva per il sopralluogo le tende ospedaliere sono in fase di completamento. Saranno utilizzate per 20 posti letto.

 

La Protezione civile sta finendo di allestire gli interni delle tende color militare, direttamente collegate al reparto covid del nosocomio crotonese. L’ispezione del medico di Sesto San Giovanni dura circa mezz’ora. Insieme a lui, il direttore generale facente funzione dell’Asp di Crotone, Francesco Masciari. Strada si intrattiene a lungo con il responsabile del reparto Covid, Gaetano Mauro, e con il caposala Giuseppe Diano. Qualche giorno fa il presidente reggente della Calabria Nino Spirlì aveva firmato una ordinanza: Emergency oltre ai 16 posti letto delle tensostrutture gestirà anche il reparto Covid 2 ospitato nel reparto neurologia, dotato di 15 posti letto, e i 5 posti di sub intensiva del San Giovanni di Dio.

 

Spirlì è lo stesso che qualche settimana fa paragonava Strada al «demonio» e assicurava che Emergency in Calabria sarebbe dovuta passare sul suo corpo. Ora ha cambiato idea. Ma nella saga a puntate che è diventata la sanità calabrese capita anche questo. D’altronde l’emergenza Covid impatta con un sistema allo sbando e sovente teatro di loschi affari. La procura di Reggio proprio ieri ha aperto un fascicolo contro ignoti. I magistrati reggini indagano su posti letto anti Covid fantasma e Usca mai avviate. Ma l’inchiesta si allarga anche ai ritardi nel tracciamento dei contagi.

 

Sotto la lente degli inquirenti gli ospedali di Locri e Polistena a cui si contesta un aumento fittizio di 14 posti di terapia intensiva e 10 di semi-intensiva. In questo marasma, Strada termina la sua giornata crotonese incontrando i giornalisti da remoto. Ai cronisti i comitati per la sanità pubblica avevano chiesto di porre a Strada una domanda sul paradosso degli ospedali da campo aperti negli ultimi giorni, sebbene numerosi siano i nosocomi chiusi, come quello di Cariati.

 

Emergency si muoverà in tale contraddizione. «Questa situazione è paradossale e non sarebbe mai dovuta succedere – ha dichiarato Strada, rispondendo alle domande de il manifesto -, ma purtroppo sono anni che si chiudono ospedali in Calabria. Tanti sono i calabresi che devono affrontare viaggi della mezza speranza. Noi possiamo solo dare il nostro contributo per lenire questa sofferenza.

 

Mi auguro che si proceda con la riapertura ma è una decisione politica che non spetta a noi. Di sicuro Emergency solleciterà questa scelta». In merito all’intervento su Crotone precisa che «non è un ospedale da campo. Abbiamo preso in consegna un reparto Covid. Disporremo di una trentina di letti. Abbiamo anche montato all’esterno alcune tende. Serviranno in caso di estrema necessità.

 

Opereranno una decina di medici di Emergency e gli infermieri che saranno messi a disposizione dall’Asp. Inoltre, sul resto del territorio calabrese attiveremo delle unità mobili entro una settimana».
In merito al ruolo sanguisuga dei privati, Strada ha dichiarato che non abolirebbe la sanità privata, «ma dovrebbe svolgere il proprio ruolo con i suoi soldi, non con quelli della sanità pubblica, che pur avendo i fondi necessari poi non se li ritrova, perché finiscono nelle tasche del privato che ne trae profitto».

 

Infine ha ribadito che non gli è stato mai chiesto di fare il commissario: «Tra l’altro non mi vedo in quel ruolo. Avrei dovuto mettere in campo una quadra di manager e avvocati. Ma non è nelle mie corde». Infine, la chiosa tutta per Spirlì: «Non sono un missionario. E l’Afghanistan non si trova in Africa».

30.11.2020

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Da anni come Rifondazione Comunista ci battiamo per l’introduzione della patrimoniale e di una tassazione progressiva in attuazione della Costituzione. Da anni sentiamo levarsi un coro indignato dei difensori della disuguaglianza sociale. Ancora una volta il coro si è levato contro la modesta proposta di una tassa patrimoniale avanzata con un emendamento alla Camera. Il dato evidente è che il 97% del parlamento è schierato dalla parte del 10% più ricco del paese. Destra, Pd e M5S difendono tutti l’egoismo proprietario e al coro si aggiungono i finti rivoluzionari sovranisti come Fusaro e i fascisti di Casa Pound.

 

Pur di demonizzare la patrimoniale giornalisti come Porro con sprezzo del ridicolo giungono a scrivere che colpirebbe la “stragrande maggioranza degli italiani”. Tiri fuori i dati di questo paese della cuccagna oppure taccia. Pur di demonizzare la patrimoniale politici e opinionisti evitano di chiarire che la proposta comporterebbe l’eliminazione della tassazione che oggi paga chi ha un patrimonio inferiore ai 500.000 euro, cioè gran parte degli italiani in realtà pagherebbe meno tasse.

 

Emerge chiaramente che partiti e parlamento sono schierati contro la classe lavoratrice e la maggioranza del paese e mantengono il consenso solo perché non ci fanno discutere di cose serie.

 

Certo si può discutere nel merito della proposta di Nicola Fratoianni. Noi innalzeremmo la soglia da cui farla pagare a 1 milione per togliere ogni scusa ai difensori del privilegio e aumenteremmo le aliquote per le grandi ricchezze. Ma oggi una cosa va sottolineata: quella contro la patrimoniale è una canea indecente che dimostra che in questo paese c’è bisogno di ricostruire una sinistra che difenda gli interessi della maggioranza della popolazione che è stata massacrata dalle pseudoriforme.

 

Apprezzo l’emendamento di SI ma la risposta del Pd dimostra che la sinistra non può che essere alternativa a un partito che ha un impianto programmatico più vicino a Forza Italia che alla Cgil. Proponiamo che tutte le soggettività politiche e sociali favorevoli alla patrimoniale lavorino insieme per costruire una mobilitazione nel paese su una piattaforma di uscita dalla crisi fondata sulla giustizia sociale. Tocca constatare che la patrimoniale rimane una provocazione da cui la maggioranza prende le distanze mentre governo e opposizione di destra convergono sull’erogazione di enormi risorse a favore delle grandi imprese senza porre vincoli occupazionali o ambientali.

 

 

28/11/2020

da il Manifesto

Andrea Capocci

 

Emergenza sanitaria . L'assistenza domiciliare dei pazienti Covid è rimasta sulle spalle dei medici di base

 

Per mesi medici ed epidemiologi hanno spiegato che il Covid-19 si combatte sul territorio, e che le terapie intensive dovrebbero rappresentare l’estrema difesa. Asl e medici di base, cioè quel che resta della sanità territoriale, avrebbero dovuto svolgere un ruolo di primo piano. Impoverite da anni di tagli le prime, anziani e privi di infrastrutture adeguate per la gestione dei malati Covid i secondi, il governo in piena prima ondata aveva provato a rimediare mettendo in campo le Usca.

 

La sigla per “Unità Sanitarie di Continuità Assistenziale” e compare per la prima volta in un decreto governativo del 9 marzo, che prevede «una unità speciale ogni 50.000 abitanti per la gestione domiciliare dei pazienti affetti da Covid-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero». Significa oltre mille Usca attive sul territorio nazionale.

 

Quel decreto però è rimasto abbondantemente disatteso dalle regioni incaricate di emanare le ordinanze attuative. Come recita un rapporto della Corte dei Conti presentato al Parlamento il 23 novembre, a fine ottobre «la media a livello nazionale era inferiore al 50 per cento». «L’attivazione delle Unità speciali di continuità assistenziale, che ben avrebbero potuto rappresentare uno strumento di assistenza sul territorio anche in grado di alleviare la pressione sugli ospedali, ha avuto un andamento inferiore alle attese e con forti differenze territoriali», si legge nel rapporto.

 

Anche le regioni che si sono attivate hanno spesso fatto pasticci. Nella Regione Lazio il Tar ha annullato l’ordinanza regionale che istituiva le Usca-r (la “r” finale, che sta per “regionale”, non è un errore). La regione governata da Nicola Zingaretti, infatti, ha interpretato in modo un po’ troppo liberamente il decreto nazionale. Alle Usca-r del Lazio non è stata affidata l’assistenza domiciliare dei pazienti Covid, una possibilità esplorata solo in via «eventuale».

 

Le Unità laziali hanno operato soprattutto in operazioni di screening di comunità presso residenze per anziani, scuole, ospedali, aeroporti. L’assistenza domiciliare dei pazienti Covid è rimasta in gran parte sulle spalle dei medici di base, che devono allo stesso tempo badare anche al resto della popolazione bisognosa di assistenza sanitaria.

 

A promuovere il ricorso al Tar sono stati lo Smi e lo Snami, due sindacati di medici, contro cui ha avuto parole durissime l’assessore alla sanità del Lazio Alessio D’Amato: «Nel Lazio vi sono oltre 60 mila persone in isolamento domiciliare ed è tecnicamente impossibile gestirle unicamente con le Usca-r. È innanzitutto compito della medicina territoriale farsi carico, con i dovuti mezzi di protezione e la dovuta formazione, di questi pazienti che molte volte non sono affetti unicamente da Covid, ma anche da altre patologie croniche».

 

La regione si è ora rivolta al Consiglio di Stato. Nessuno dica che i medici di base non vogliono occuparsi degli assistiti malati di Covid, giura la segretaria dello Smi Pina Onotri. «Come facciamo ad assistere a casa chi riteniamo sia un sospetto Covid senza esporci al contagio e poi trasmetterlo agli altri pazienti che vediamo negli studi, ai nostri colleghi di studio, ai nostri collaboratori?» chiede. La spalleggia Giuseppe di Donna, presidente dello Snami del Lazio: «Non abbiamo mai chiesto, come Snami, di non fare le visite domiciliari. I medici di medicina generale hanno seguito i propri pazienti in telesorveglianza e visitato a domicilio quelli non Covid, coprendo anche le disfunzioni dei Servizi di Igiene e Sanità Pubblica».

 

Mentre l’assessore D’Amato lamenta l’insufficienza delle Usca-r, ben 800 medici del Lazio si sono messi a disposizione della Regione per occuparsi dei pazienti Covid nelle Unità (l’elenco è ancora sul sito web regionale). Eppure, raccontano molti di loro, non sarebbero mai stati coinvolti nei turni.

 

Le critiche al modello Usca-r riguarda anche la sua gestione eccessivamente centralizata. La supervisione delle Usca-r tocca all’istituto Spallanzani, ma il coordinamento reale spetta a Pierluigi Bartoletti, vicesegretario del potente sindacato dei medici Fimmg. La Regione ha annunciato da tempo di voler attuare un modello più decentrato, con le istituzioni di Usca “di distretto” gestite dalle singole Asl, ma il nuovo sistema non è mai decollato.

27/11/2020

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

È tra le catene di supermercati più diffuse a Padova e in Veneto. E ora cerca di allargarsi in Emilia-Romagna. Si chiama Alì ed è gestita dalla famiglia Canella in crescita ininterrotta da quando il capostipite Francesco aprì il primo. Gode d’ottima stampa ed è bravissima a fare beneficienza e riempire di pubblicità i media locali.


Peccato che chi ci lavora – in specialmodo gli operai della logistica – racconti, prove alla mano, tutt’altra realtà. Condizioni di lavoro «da schiavi, zero diritti, contestazioni disciplinari tutti i giorni anche se ti fermi a parlare», spiega Pardeep, lavoratore originario dell’India che da 8 anni è addetto alla movimentazione nei magazzini padovani che riforniscono i supermercati Alì.


Minacce di licenziamento permettendo, questa mattina alle 6 Pardeep e gli altri 160 lavoratori terranno uno sciopero proclamato dall’Adl Cobas con picchetto davanti al magazzino di via Olanda, all’interporto di Padova. «Oggi questo magazzino è gestito come un carcere», denuncia l’Adl Cobas, «il nostro sciopero e la richiesta di boicottaggio è contro il tentativo della famiglia Canella di cancellarci con minacce e intimidazioni, veri e propri guardioni pagati per seguire i dipendenti e impaurirli, centinaia di contestazioni e sanzioni disciplinari».
«A me solo ieri ne sono arrivate tre – racconta Pardeep che si trova in sospensione cautelare – me ne arrivano continuamente tanto che mia madre mi chiede: “Cos’hai combinato?”. Io non ho combinato niente, ho solo chiesto di rispettare i miei diritti».


Una battaglia che Adl Cobas – sindacato leader nella logistica – porta avanti da anni. «Prima i due magazzini erano gestiti da una cooperativa – racconta Marco Zanotto – e con la nostra battaglia abbiamo migliorato le condizioni strappando superminimi e ticket. In mezzo alla pandemia i sindacati confederali che hanno solo 20 iscritti e alcuni capi hanno sottoscritto un accordo per internalizzare i lavoratori in Alì passando dal contratto Logistica a quello della Grande distribuzione, peggiorando le condizioni».
Il paradosso lo spiega Pardeep: «Credevamo d’essere trattati meglio, invece c’hanno bloccato gli straordinari e ci fanno lavorare di più sotto minaccia, spostandoci continuamente di mansione e di magazzino».


Solo la lotta ha portato a mantenere i miglioramenti strappati con il contratto precedente e a non far ripartire l’anzianità da zero, come voleva la famiglia Canella. «Vengono in magazzino durante le assemblee dicendo: “Dovete lavorare, non parlare”. Ci obbligano a ritmi incredibili: 200 colli l’ora e durante il Covid, quando hanno fatto i soldi mentre noi lavoravamo con alcuni casi e senza che ascoltare la richiesta di fare i tamponi, ci chiedevano le domeniche senza pagarcele: per loro siamo solo numeri, non persone – denuncia Pardeep – . Minacciano tutti di lasciare l’Adl e tanti sono spaventati ma sono sicuro che sciopereremo in molti e convinceremo anche chi ha paura che solo uniti possiamo riavere i nostri diritti».


Il clima in città è pesante: «I Canella finanziano tutti, fanno green washing: anche la ditta a cui abbiamo commissionato i manifesti per lo sciopero ha deciso di non stamparli, hanno promesso di ridarci i soldi, ma non sono arrivati», sorride amaro Zanotto.

26/11/2020

da il Manifesto

Ascanio Celestini

 

Roma/Cinema Palazzo. Mi disgusta sapere che la campagna elettorale che porterà all’elezione del prossimo sindaco di Roma stia passando sulla storia di un quartiere dove la resistenza al fascismo è stata affiancata da una resistenza all’omologazione culturale

 

Non conosco gli intrighi della politica romana. Non conosco i pettegolezzi di salotto. Non mi interessano le antipatie tra leader, né gli scontri tra correnti. Ignoro le manovre che si muovono sotto il pelo dell’acqua dell’informazione.

E mi astengo dalla pidocchiosa lettura tra le righe. Mi disgusta pensare che qualcuno stia tirando i dadi per conquistarsi una posizione nel prossimo governo cittadino, qualunque esso sia.

Ho visto stimabili professionisti alzare i tacchi da Vicolo Stretto per «ricicciare», come si dice a Roma, a capo del Parco delle Vittorie. Ne ho visti così tanti che non mi ricordo più i nomi, non li distinguo.

Ma l’ennesimo sgombero di uno spazio di libertà nella città che abito mi fa vedere in prospettiva una sconfitta culturale e umana che non sono disposto a vivere.

Il Cinema Palazzo sta in un quartiere che fu operaio. Ferito dal fascismo, dalle bombe, dall’occupazione nazifascista. Attraversato dalla contestazione studentesca e dall’impegno nei decenni più vivaci e conflittuali.

E ieri mattina è stato chiuso dal braccio armato della politica che ha rivendicato l’atto con un tweet: «Ringrazio la Prefettura e le forze dell’ordine per le operazioni di sgombero di oggi. A Roma le occupazioni abusive non sono tollerate. Torna la legalità».

 

Nelle stesse ore in cui avviene lo sgombero di uno spazio di socialità, infatti, si chiude anche un pub di estrema destra. È il ritorno di fiamma della teoria degli opposti estremismi declinata in una forma più moderna. Basta un cinguettio di Virginia Raggi per rispolverarla, impacchettarla e rivenderla ai consumatori del nuovo millennio, prossimi elettori della sindaca.

Rossi, neri, alla fine tutti uguali. Tanto i commentatori della televisione o della rete non ne sanno nulla. A malapena hanno un’idea di cosa sia uno spazio autogestito. O forse no, non ce l’hanno affatto.

Così il recinto che si ritagliano i neo o post fascisti alla faccia della Costituzione, con la coscienza gonfia di bombe e stragi, ma con le spalle coperte da decenni vale tanto quanto un cinema abbandonato che stava per diventare una sala Bingo. Un edificio che fa gola a chi vuole trasformare anche quest’ultimo spazio per i cittadini in un locale per consumatori.

 

Più sofisticata è la dichiarazione del vice della Raggi. «È una perdita di ricchezza per la comunità non essere riusciti a trovare una soluzione che rispettasse i diritti della proprietà e consentisse allo stesso tempo la continuazione dell’esperienza e delle attività in quel territorio, nel rispetto delle regole. Lo sgombero disposto dalla prefettura mette in evidenza questo fallimento».

 

Basta un’analisi semplice per notare che sui due piatti di una stessa bilancia non ha messo rossi e neri come la sua sindaca. Luca Bergamo non è stato così ruvido. Sulla sua bilancia ci mette la proprietà privata e la funzione sociale e culturale. Ovviamente la seconda pesa molto meno. E gli si chiude la porta in faccia, poi si vedrà. Nella città eterna in mano ai palazzinari si conclude un capitolo con la vaga promessa di un vincolo culturale e l’ancor più vaga ricerca di una sede idonea per chi ha animato una comunità.

Franca scende in piazza e segue il corteo per difendere il Cinema Palazzo. Ha i capelli bianchi e porta un fazzoletto tricolore al collo. Classe 1938, l’anno delle leggi razziali. Figlia del «fioraio» Agostino Raponi, partigiano della V° Zona di Roma. «Mio padre stava a Via Tasso con Leone Ginzburg. Lo prese in braccio dopo che l’avevano torturato a morte – mi dice – Come fanno a metterci sullo stesso piano dei fascisti?»

 

No, cara Franca. I neo o post fascisti servono solo a una parte della fascinazione del messaggio politico. Con uno spirito più moderno l’esperienza del Cinema Palazzo ha come avversario la speculazione, lo svilimento di una comunità che reagisce al vuoto.

 

Non conosco gli intrighi della politica romana. Non conosco i pettegolezzi di salotto. Non mi interessano le antipatie tra leader, né gli scontri tra correnti.

 

Mi disgusta sapere che la campagna elettorale che porterà all’elezione del prossimo sindaco di Roma stia passando sulla storia di un quartiere dove la resistenza al fascismo è stata affiancata da una resistenza all’omologazione cultural

25/11/2020

da il Manifesto

Alessandra Pigliaru

 

25 novembre. Dal Rapporto Eures: un femminicidio ogni tre giorni. Sono 91 le uccise dall’inizio dell’anno, in particolare in famiglia. Nell’89% dei casi si tratta di uccisioni in ambito domestico per mano di conviventi. Peggio nel lockdown. Lombardia e Piemonte contano il 36% dei casi nazionali

 

«Durante i primi lockdown molti Stati hanno registrato una crescita record di abusi domestici, e nonostante i recenti confinamenti siano, nella maggior parte dei Paesi, meno rigidi, le linee telefoniche nazionali stanno registrando di nuovo un drammatico incremento delle chiamate d’aiuto». A dichiararlo con preoccupazione è Marija Pejcinovic Buric, segretaria generale del Consiglio d’Europa, che ha scelto di intervenire ieri alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile sulle donne.

 

Quella della violenza maschile è questione che ogni anno arriva all’attenzione pubblica a ridosso della data del 25 novembre ma che oggi, a causa dei provvedimenti per la pandemia, ha richiesto maggiore sforzo nell’individuare situazioni già complesse o rese tali dalle condizioni di chiusura in casa. Ecco perché non si può discutere di questa giornata senza valutare quanto il tempo pandemico abbia procurato, nelle sue conseguenze, dei danni alle donne che hanno sì reagito mostrando una rara capacità di resistenza ma che nel caso di ambiti violenti spesso si sono trovate in una doppia trappola, quella dei propri aggressori e quella di una perdita di movimento.

 

ALLE VIOLENZE DOMESTICHE, aumentate negli scorsi mesi in tutta Europa, i segnali che arrivano dall’Italia – soprattutto nell’ambito dei femminicidi commessi nell’ultimo anno – sono dunque da analizzare con serietà; lo dice il VII Rapporto Eures sul Femminicidio in Italia reso noto ieri che parla di 91 donne morte in soli nove mesi rispetto alle 99 dell’anno scorso; il leggero calo tuttavia risponde alle vittime della criminalità comune, il femminicidio resta invece tragicamente stabile attestandosi in una percentuale media di uno ogni tre giorni.

 

Nell’89% dei casi si tratta di femminicidi in ambito famigliare, vuol dire che gli assassini sono mariti, compagni, parenti conviventi che hanno in comune una cosa: sono maschi e uccidono le donne in quanto donne; se il tempo del covid-19 ha accelerato il fenomeno di rischio della prossimità ai violenti, è pur vero che rimuovere si tratti di un fenomeno strutturale e sistemico sarebbe un errore fatale; sarebbe come a dire che dopo la pandemia le cose riprenderanno nella buona convivenza tra i sessi che precedeva questo presente.

 

Non potrà essere così, anche qui il tanto agognato «ritorno alla normalità» non è né auspicabile né plausibile: negli ultimi venti anni sono state sono 3.344 le donne uccise in Italia, tanto per avere contezza dell’aspetto così poco emergenziale di ciò che è la violenza di cui oggi si domanda l’eliminazione.

 

È tuttavia chiaro come, in ambito famigliare, vi sia stata l’aggravante di stare forzatamente dentro la stessa casa a causa delle misure anti-contagio; la maggior parte infatti delle vittime di femminicidio viveva sotto lo stesso tetto del proprio assassino. Per la stessa ragione vi è una flessione di femminicidi commessi da amanti e non conviventi. Altri due dati emergono dal Rapporto Eures: crescono vistosamente i femminicidi-suicidi e, sia pure in forma più residuale, anche le uccisioni delle madri da parte dei figli.

 

A proposito della collocazione geografica, si segnala un aumento delle uccisioni negli ultimi dieci mesi rispetto allo stesso periodo del 2019: +9,5% solo nel nord Italia con un allarme che riguarda Lombardia e Piemonte cui si riconosce il triste primato di coprire il 36% dei casi nazionali. La lettura non può che tenere presenti le maggiori misure di confinamento nelle case dovute alla condizione sanitaria. Una flessione che si registra invece al centro (con una diminuzione del 12,5%) e al sud (il 22,2% in meno rispetto l’anno scorso).

 

I CASI DI CRONACA non riportano solo femminicidi ma anche i cosiddetti «nuovi reati». Proprio a questo proposito è stato presentato ieri in streaming dal ministro Alfonso Bonafede il report relativo al «Codice Rosso», ovvero il pacchetto di misure per punire la «Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti» (art. 612 ter del codice penale). I numeri restituiti dipingono uno scenario tanto fosco quanto retrivo che si configura con 3932 indagini aperte tra il 10 agosto 2019 e il 31 luglio 2020 che riguardano il revenge porn (circa 1000 inchieste), la costrizione al matrimonio, la violazione delle misure di protezione per le vittime e gli sfregi permanenti. Al momento sono 120 i dibattimenti in corso, 90 i processi già conclusi, 80 le condanne e 686 i casi di rinvio a giudizio.

 

ACCADE in un paese come l’Italia in cui si è discusso per giorni se una donna adulta e consenziente debba o no essere licenziata, oltre che variamente dileggiata, con l’unica colpa di essere stata oggetto appunto di revenge porn. Ciò per dire che i dati sono fondamentali per capire la situazione esistente ma bisogna proseguire un lavoro di sponda, deve essere culturale, di immaginario, relazionale. In una parola: politico. E femminista.

Pagine