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07/01/2020

Monica Sgherri

responsabile diritto alla casa, diritto all’abitare

 

Mostrando elementi di grave irresponsabilità sociale il Governo, nel suo ultimo Dpcm e in altri suoi provvedimenti, si era “scordato” di rinnovare la proroga del blocco delle esecuzioni degli sfratti.   “Dimenticanza” poi recuperata prorogando tale blocco fino a giugno, ma che già in quei pochi giorni aveva provocato grande apprensione se non disperazione. E relative forti proteste.

 

Alla perdita del lavoro e del reddito, da gennaio si sarebbe avverata anche quella, tragica, dell’alloggio. Quello che noi abbiamo definito proprio uno tsunami sociale, l’automatismo dell’equazione perdi il lavoro = perdi la casa, quindi per ora è rimandato a giugno.

 

Ma è solo la punta dell’iceberg che è stata tamponata. Ciò che è ancora infatti più grave è che in questi mesi, e dunque neanche nell’ultimo dpcm e nei provvedimenti di dicembre, nessuna misura sia stata presa per risolvere a monte il bisogno casa. Centinaia di migliaia di famiglie che non possono e non potranno accedere al mercato immobiliare privato per trovare un alloggio. Un bisogno casa destinato a crescere in questi anni proprio per gli effetti della crisi economica determinata dalla pandemia. Non ci stancheremo mai di ricordare che ormai oltre il 90% degli sfratti concessi è per morosità incolpevole, ossia per famiglie che non sono più riuscite a sostenere il canone locatorio per la perdita del lavoro di un loro componente. Una conferma indiretta ci arriva anche dal fatto che gli sfratti per fine locazione sono ormai in via di esaurimento e questo conferma che il mercato della locazione si era spostato su affitti a breve brevissimo tempo.

 

Vediamo quindi il corpus nel suo complesso: Blocco dell’esecuzione degli sfratti, fondo per il contributo affitti e fondo per contrastare la morosità incolpevole le abbiamo sempre definite come misure tampone. Misure certo necessari per contrastare la crisi ma  che da sole non  possono, ne dicono di poterlo fare, risolvere il bisogno di casa a costi più che calmierati. Siamo quindi a una per nulla ingenua istant Policy, quando va bene, che oggi vista la crisi non può essere più nemmeno sufficiente a “nascondere sotto il tappeto ciò che non va”.

 

Se infatti in questi mesi si è visto crescere esponenzialmente il numero delle famiglie in difficoltà per la perdita, o ridimensionamento del reddito da lavoro, da parte della proprietà immobiliare nella maggioranza dei casi, non si è manifestata nessuna volontà di fare i conti con la crisi stessa, non adottando, come richiesto da parte di molte amministrazioni locali, un ridimensionamento provvisorio e limitato nel tempo dei canoni di locazione. Sia per le abitazioni che per gli esercizi commerciali. Una proprietà immobiliare parassitaria, sempre più caratterizzata da appetiti finanziari e speculativi, completamente indifferente e distaccata dalla realtà sociale in cui opera. Una ottusità che ad esempio non mette al riparo piccoli e medi proprietari da un fenomeno che viene avanzando nelle città d’arte: compratori “stranieri” che cercano di lucrare ulteriormente sulla crisi e sulla mancanza di liquidità per accaparrarsi a minor prezzo pezzi consistenti di città.

 

La lettera pubblica su “Il Giornale” del 5 gennaio di Matteo Salvini volutamente paventa come pericolo conseguente al blocco degli sfratti, quello che invece è già avvenuto, ossia lo spostamento del mercato privato delle locazioni su affitti giornalieri, week-end, o tempi comunque brevissimi.

 

Volutamente nella lettera si ignora che gli sfratti concessi sono al 90% per morosità incolpevole, aprendo la caccia al “cattivo” locatario per denunciare l’effetto nefasto sul proprietario “innocente” il quale invece, nella realtà effettiva, va avanti nella causa pur avendo quasi sempre davanti a se un inquilino incolpevolmente moroso. Proprietario che spesso rifiuta di accettare la corresponsione di tutto l’importo dovuto (avviene quando interviene l’amministrazione comunale) alla sola condizione di annullare la causa giudiziaria.  Come dire non importano i soldi che si perdono, non importa se si caccia una famiglia in mezzo alla strada, l’importante è rientrare nella disponibilità dell’alloggio per poter speculare. Perché questo è quasi sempre l’esito.

 

Vale forse anche ricordare che si è voluto negli anni cancellare il dover comprovare la “necessità” del proprietario dell’alloggio che chiedeva lo sfratto, e questo proprio per agevolare quel proprietario che necessità non ne aveva se non quella di speculare|

 

La questione centrale però rimane: per le famiglie sotto sfratto è una tortura dipendere mese dopo mese da rinvii senza che si apra una strada per trovare una soluzione abitativa stabile. Il blocco della esecuzione degli sfratti non blocca l’iter giudiziario per la concessione dello sfratto per cui si prepara comunque un futuro dove il numero di sfratti concessi sarà cresciuto in maniera più che allarmante, e se non vi saranno risposte nuove ed aggiuntive in termini di patrimonio abitativo disponibile, sarà una situazione insostenibile per le famiglie private di un tetto. Ma anche per le amministrazioni che non sapranno come agire!

 

Quindi torniamo a dirlo: è necessario utilizzare il primo passo del blocco dell’esecuzione degli sfratti per adottare e realizzare un piano straordinario casa:

 

Un piano casa dimensionato sul numero delle famiglie che da anni sono in graduatoria (650.000) alle quali aggiungere le famiglie che sotto sfratto esecutivo, prevedendo alloggi per giovani single e giovani famiglie che vogliono avviare una vita autonoma e con dignità.

 

Un piano straordinario casa da finanziare con una quota del Recovery found, a consumo di suolo zero perché incentrato sul recupero a fini residenziali dell’immenso patrimonio pubblico, e privato, dismesso e inutilizzato da anni (spesso nella speranza di una sua valorizzazione immobiliare speculativa). Non è più tempo, se mai lo fosse stato, di sogni immobiliari e turistici, il patrimonio compatibile con la residenza deve essere riconvertito ad alloggi di Edilizia Economica e Popolare e parte a social housing.

 

Un piano straordinario che chieda ai Comuni di cessare di attendere la soluzione dal Governo e di lamentarsi se questa non arriva, e invece contribuire con risorse proprie, appunto con la messa a disposizione del patrimonio dismesso compatibile con la residenza.

 

Un piano casa che potrebbe consegnare alloggi in tempi contenuti, e avviare politiche del diritto all’abitare prevedendo il recupero di spazi sociali proprio per superare la desertificazione e l’inaridimento dell’abitare, caratteristica di questi ultimi decenni, valorizzando invece forme di partecipazione, protagonismo e l’auto organizzazione degli spazi collettivi e sociali.

 

Sono necessari ovviamente anche provvedimenti immediati, di giustizia sociale, come quello prioritario, che manca da anni, cioè una legge di riforma dei canoni di locazione, fino a provvedimenti più modesti ma di indubbia giustizia sociale come quello di cancellare  l’IMU sull’edilizia economica e popolare, di proprietà dei Comuni ma gestita (per scelta dei Comuni stessi in nome alla cosiddetta efficienza) da società di gestione interamente pubbliche  ma in regime giuridico privatistico  (una privatizzazione della gestione fatta sull’onda delle privatizzazioni più generali, con il risultato di far pagare alle società l’IMu degli immobili di proprietà dei Comuni stessi!). Scelta tale da consentire invece anche a Ater ecc. di realizzare una quota di alloggi da affittare in social housing.

 

Un piano straordinario casa perché l’obiettivo è costruire risposte al bisogno e non dipendenza dall’”elemosina. Ma l’emancipazione dal bisogno è possibile solo se si realizza una risposta pubblica corrispondente alla reale esigenza. Oggi si può e si deve fare, e si può fare senza consumo di suolo ma recuperando un immenso patrimonio abbandonato e dismesso.  Gli effetti della crisi economica dureranno ancora per svariati anni, il ritorno alle presenze turistiche anch’esso è rimandato per diversi anni, Il vuoto non esiste, e già si avvicina un’imprenditoria interessata ad approfittare delle difficoltà economica per rastrellare pezzi di città. Riavviare un ciclo virtuoso di economia, piccola imprenditoria edilizia, rivitalizzare pezzi di città e ridare speranza di vita dignitosa a famiglie sotto l’incudine della perdita della casa, è possibile. È indubbio che l’urgenza inderogabile, pena il rischio di rivolta sociale, è l’approvazione di un piano casa straordinario che in pochi anni consegni un aumento consistente e realistico di alloggi di edilizia popolare ed è proprio – per obbligare proprietari di case, inquilini e richiedenti casa in una lotta unitaria e coesa – vincolare alla realizzazione di questo piano che va vincolato la cogenza e la temporalità del blocco dell’esecuzione degli sfratti.

 

Questa è l’unica scadenza tollerabile.  La riconversione di questo patrimonio abbandonato è il volano della ripartenza: se non ora quando?

05.01.2021

Antonello Patta

 

Irresponsabili: si spartiscono il “bottino” invece di usarlo per rilanciare il Paese

 

Un’occasione sprecata! È quanto viene da dire leggendo la legge di bilancio per il 2021.

Poteva rappresentare, dopo anni di tagli dettati dall’austerità,  l’occasione per  avviare un’inversione di rotta rispetto  alle politiche neoliberiste che hanno prodotto il ridimensionamento  del  Pubblico e del comune a vantaggio del privato, la perdita di diritti, il declino dell’economia, la precarizzazione , l’impoverimento del lavoro, il degrado ambientale e la distruzione del territorio.
Invece vediamo che le risorse che il covid ha obbligato a render disponibili , vengono  sprecate  da una classe dirigente  indegna di questo nome, interessata soprattutto  a   coltivare, con un’ inedito profluvio di bonus,  i propri orti elettorali. E ad elargire la gran parte delle risorse, sia quelle legate all’emergenza covid sia quelle di natura espansiva, alle imprese, senza vincoli di sorta, né occupazionali, né salariali, né ambientali.
Oltre all’assenza di un serio progetto di politiche industriali, nel DDL approvato manca totalmente  e in modo assolutamente irresponsabile , anche  un piano per il lavoro in grado di affrontare seriamente il grave problema occupazionale attuale che diventerà drammatico  con la fine del blocco dei licenziamenti che sembra data per certa al 31 marzo 2021.
Le risorse  per investimenti, che sono il pacchetto più cospicuo della manovra, sono date per di più a pioggia senza nessun indirizzo  che prefiguri un  futuro economico e produttivo diverso  e migliore dì quello attuale risultato di anni di politiche orientate alla libertà discrezionale dei mercati.
Una parte consistente delle risorse continua a essere erogata alle imprese come incentivi alle assunzioni che non solo come si è già visto, non risolvono il problema, ma perpetuano il vizio di gran parte delle imprese italiane di  puntare sulla competizione  sul basso costo del lavoro, invece che su innovazioni di processo, di prodotto e  gestionali, favorendo quella spirale spinge  il nostro sistema produttivo sempre più in basso nella gerarchia delle catene del valore europee e mondiali.

 

Ma la considerazione più negativa su questa manovra, che induce forti preoccupazioni sulle intenzioni del governo per quanto riguarda la  struttura del recovery plan, attiene alla totale assenza di investimenti strutturali sul Pubblico a cominciare da sanità e scuola.
Sulla sanità le cifre stanziate, detratti gli aumenti previsti per il personale, le risorse per i tamponi antigenici, e le assunzioni  a tempo determinato già  previste, non sono sufficienti  nemmeno  a coprire i costi di misure già deliberate come l’assunzione degli  infermieri di comunità, i  piani di potenziamento dei servizi territoriali e di assistenza domiciliare ,i limitati piani di potenziamento degli ospedali.
Anche la Corte dei conti ha segnalato la mancanza di quasi 1,5 miliardi di risorse.
Anche gli incrementi di spesa previsti per i prossimi anni  sono assolutamente inadeguati a recuperare il pluriennale definanziamento della sanità pubblica, che vede l’Italia largamente al di sotto della spesa di importanti Paesi europei.
Riguardo alla scuola la situazione è, se possibile, anche peggiore: mancano totalmente misure strutturali che indichino l’intenzione di voler almeno avviare la risoluzione dei gravissimi problemi che affliggono la scuola italiana e negano l’universalità del diritto all’istruzione collocando l’Italia agli ultimi posti in Europa per diplomati e laureati.
Non ci sono risorse per la riduzione di alunni per classe, il tempo pieno, l’estensione della scuola  dell’obbligo e la generalizzazione della scuola d’infanzia pubblica.
La straordinaria  lezione impartita a caro prezzo dalla pandemia sulla necessità di rafforzare il Pubblico i nostri governanti fingono  di averla fatta propria  nei talk show o quando cercano consenso a basso prezzo con la retorica sugli eroi, ma poi nei fatti, come dimostra la legge di bilancio,  si muovono in direzione opposta.
Rafforzare il Pubblico è una necessità per l’oggi e per il domani, per i cittadini e per il paese, per dare risposte alle domande dei cittadini cui il privato ha mostrato di essere  per sua natura insensibile, invertire l’estensione delle disuguaglianze e affrontare i problemi strutturali dell’economia e dell’ambiente con quello sguardo di lungo periodo che è sempre mancato al privato e al mercato orientati al profitto a breve.
Il recovery plan se gestito mettendo al centro i diritti e il bene comune potrebbe essere la grande occasione per ricostruire un Pubblico in grado di affrontare positivamente quelle attuali e le future sfide  sul piano della tutela della salute, del diritto all’istruzione, a un reddito dignitoso, del contrasto alla povertà e alle disuguglianze, della ricostituzione delle  competenze professionali, progettuali e gestionali delle amministrazioni e degli enti pubblici distrutte da anni di tagli, indispensabili per gestire le risorse e processi oramai irrinviabili come la riconversione ambientale dell’economia e delle produzioni con l’attenzione rivolta  agli interessi generali e non di pochi.
E’ urgente e necessario che si facciano contemporaneamente due cose: Investire  le risorse necessarie  sia  per il potenziamento  e la riqualificazione  di tutto il Pubblico , sia per un deciso ampliamento,  con almeno 500 mila assunzioni,  dei suoi organici  per  riportarli  progressivamente a livelli “europei”.
Così  non solo si rafforzerebbe  tutto il paese , ma si metterebbe un tassello importante nella costruzione di  un grande  piano per il lavoro   indispensabile  per  dare un futuro a milioni di cittadini, specie donne e giovani di cui sono stati privati da decenni di disoccupazione e precarietà.
Sappiamo bene che per fare ciò occorre sconfiggere  l’ispirazione neoliberista dei  nostri governanti così radicata da non riuscire nemmeno più a vedere, diversamente da altri colleghi europei, come  questa contrasti da tempo non solo con i diritti dei cittadini, ma con gli interessi generali del Paese.
Serve subito  una nuova stagione di lotte in grado di unificare tutti i soggetti  che stanno pagando i costi della crisi e i movimenti che non hanno smesso di lottare, su una piattaforma che, oltre alla richiesta di investimenti che restituiscano centralità al Pubblico  assuma tra gli  obiettivi la garanzia del reddito per tutte e tutti, l’estensione a tutto il 2021 del blocco dei licenziamenti e degli ammortizzatori sociali  accompagnati da un vero piano per il lavoro connesso con la  riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il  blocco degli sfratti .

 

Non è facile ma è il compito di una sinistra degna di questo nome.

02.01.2021

da il Manifesto

Chiara Cruciati

 

Italia/Egitto. Esposto per la violazione della legge italiana 185/90 dopo il boom di vendite degli ultimi anni. Nel 2016 e nel 2019 Sardegna Pulita fece lo stesso per le bombe Rwm usate in Yemen e ci ha raccontato come è andata a finire

 

Poche ore dopo l’attracco della prima fregata Fremm di Fincantieri ad Alessandria, Claudio Regeni e Paola Deffendi su La7 a Propaganda Live hanno presentato la loro ultima iniziativa. Un esposto alla procura incentrato proprio sulla vendita di armi, che prosegue indisturbata, dall’Italia all’Egitto: «Assieme alla nostra legale abbiamo predisposto un esposto-denuncia contro il governo italiano per violazione della legge 185/90, che vieta l’esportazione di armi verso paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertati dai competenti organi della Ue, dell’Onu e del Consiglio d’Europa. Il governo egiziano rientra certamente tra quelli che si sono macchiati di queste violazioni».

 

Nel pomeriggio di giovedì era ben altro il clima dall’altra parte del Mediterraneo con i media egiziani impegnati a celebrare l’arrivo di Al-Galala, dopo un viaggio di 6mila miglia marittime, e a citare il capo della Marina militare egiziana, Ahmed Khaled, durante la cerimonia al porto: la fregata (inizialmente destinata alla Marina italiana, poi dirottata insieme a una seconda nave da guerra sull’Egitto) partirà per Suez dove sarà impegnata «contro ostilità e sfide nella regione».

 

Quella fregata, ex Spartaco Schergat F598, è parte di un pacchetto da 1,2 miliardi di euro che prevede per il 2021 la consegna di una seconda nave, la Emilio Bianchi F599. Non solo: il boom nell’esportazione militare all’Egitto del presidente golpista al-Sisi è dovuto anche all’autorizzazione alla vendita di 20 pattugliatori, 24 caccia Eurofighter e 20 aerei addestratori M346, per un valore complessivo che oscilla tra 9 e 11 miliardi di euro.

 

Un record che segue ad anni di incremento costante nel business bellico, coincisi con quelli della battaglia per la verità sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni: 7,1 milioni nel 2016, 7,4 nel 2017, 69 nel 2018 e ben 871,7 nel 2019. La famiglia del ricercatore chiede di fermare il flusso, richiesta che si aggiunge al ritiro dell’ambasciatore dal Cairo: «Chiediamo questo come atto forte. È importante che l’Italia dia l’esempio».

 

Una battaglia condivisa con tanti altri, da Rete Disarmo che fece lo stesso nel 2016 contro la vendita di armi dalla Rwm di Domusnovas all’Arabia saudita (un esposto per violazione dell’articolo 1 della 185/90 depositato alle Procure di Roma, Brescia, Verona e Pisa tra le altre) e dalle realtà pacifiste sarde che nel 2016 e di nuovo nel 2019 hanno denunciato i ministri competenti per concorso in strage.

 

La Rwm si conferma un pivot, punto di contatto tra due abusi, quelli commessi in Yemen dai sauditi e quelli subiti da Giulio Regeni: come riportavamo mercoledì su queste pagine, dalla provincia di Cagliari a giugno sono stati esportati 8,1 milioni di euro di munizionamento pesante all’Egitto. La Rwm è ovviamente la prima e unica sospettata.

 

L’ultimo esposto presentato da Sardegna Pulita risale al 27 febbraio 2019, diretto alle Procure della Repubblica presso i tribunali di Roma e di Cagliari: indagare per concorso in strage commessa in Yemen contro i civili i ministri di Esteri (all’epoca Moavero Milanesi), Interni (Salvini), Difesa (Trenta), Sviluppo economico (Di Maio) e Ambiente (Costa).

 

«Quei ministri sono responsabili perché è tramite il comitato interministeriale che danno il via libera all’Uama che poi autorizza le esportazioni – ci spiega Angelo Cremone di Sardegna Pulita – Li abbiamo denunciati come in passato denunciammo la ministra della Difesa Pinotti del governo Gentiloni. In quel caso l’esposto fu trasmesso per competenza da Cagliari a Roma e poi archiviato senza che ci venisse comunicato nulla».

 

«Anche questo secondo esposto contro i ministri del Conte 1 è stato trasmesso al Tribunale di Roma, ma non abbiamo notizie. Non sappiamo se sia stato archiviato, se così fosse avremmo potuto fare opposizione. La famiglia Regeni può rimettere in discussione quanto fatto da noi, parla di un problema che c’è. Ce n’è anche un altro: il ruolo della magistratura che non ha ascoltato le nostre denunce. La Procura della Repubblica non può archiviare violazioni di leggi da parte di chi dovrebbe essere il primo a rispettarle, i ministri di un esecutivo».

 

«Di fronte alla denuncia dei Regeni – conclude Cremone – il tribunale ci dica che fine ha fatto il nostro esposto e dove sono le bombe della Rwm. Si indaghi: i codici di quegli ordigni li conosciamo, vogliamo sapere chi è l’utilizzatore finale, dove e contro chi li ha usati».

30/12/2020

Loredana Fraleone

Responsabile Scuola Università Ricerca di Rifondazione Comunista / Sinistra Europea

 

Nello spazio brevissimo, avuto a disposizione, abbiamo presentato il nostro emendamento sul numero degli alunni per classe in Senato, dove Rifondazione Comunista è rappresentata dalla senatrice Paola Nugnes. Il Parlamento italiano funziona ormai come se avesse una sola Camera, dal momento che le leggi finanziarie arrivano in Senato, in tempi talmente ristretti, da poter incidere poco o nulla su ciò che è già stato deciso alla Camera. L’emendamento, che avrebbe aumentato la quota di spazio per alunno all’interno delle classi e con un numero non superiore ai 15, non è stato ammesso in commissione, a riprova che le “classi pollaio” non sono un problema per maggioranza e opposizione, nonostante i proclami sull’importanza della scuola e della formazione per il futuro del paese. Questo tentativo, che avrebbe comportato una vera inversione di tendenza, necessaria da tempo, ma urgente per i problemi posti dalla pandemia, ha suscitato interesse e aspettative diffuse, rappresentate nei pressi del Senato da un presidio di compagne e compagni di Rifondazione contingentati dall’autorizzazione della polizia per un numero non superiore ai 20. Che la questione delle classi numerose sia un problema di sicurezza, ma anche di relazione didattica efficace è difficilmente confutabile, ma la resistenza a incrementare i fondi per l’istruzione, per avvicinarli almeno alla media europea, è dettata da un’idea di società e di futuro, in cui non sia necessaria cultura diffusa e tanto meno cultura critica. Meno risorse al sistema pubblico più spinta verso quello privato; non sia mai che un settore della società sia sostanzialmente fuori dal mercato. Vale per la scuola come per Università, Ricerca e tutti i settori pubblici, sanità compresa.

La pandemia però apre contraddizioni rimaste in ombra fino ad ora e la centralità della sicurezza comincia a entrare nel senso comune. Non può rimanere tutto come prima e anzi peggiorare. Le omissioni e le bugie sulla situazione del pubblico in Italia, messo in contrapposizione al “bello del privato”, cominciano a ricevere colpi significativi, anche dai dati sulla media europea dei finanziamenti per l’istruzione, ben più alti dell’Italia, e da ultimo su quella del numero degli alunni per classe, che in Europa è intorno ai 15, mentre in Italia è al 20,34%, con punte superiori al 21% in Emilia Romagna, Lombardia e Toscana.

La nostra battaglia non si ferma all’emendamento al documento di contabilità, la riprenderemo in sede istituzionale in altre occasioni e insieme a tutti i soggetti che si sono pronunciati a favore di questa proposta, continueremo a sostenerla in tutti i modi, per rendere strutturale una condizione della Scuola vivibile ed efficace.

19/12/2020

 

Documento approvato dalla direzione nazionale del PRC, giovedì 17 dicembre.

 

La Direzione nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea ringrazia le compagne e i compagni che in tutta Italia hanno dato vita a iniziative lo scorso sabato 12 dicembre per la campagna per il rilancio del pubblico.

 

La campagna va proseguita nella prossime settimane sviluppando iniziative nelle regioni e nelle città dove non vi sono ancora state e sarà sviluppata con nuove giornate di mobilitazione proposte dalla segreteria nazionale evidenziando i temi e le proposte contenute nel documento “Per il rilancio del pubblico” che abbiamo approvato nell’ultima riunione del CPN e più in generale nella nostra piattaforma sociale.

 

Le rivendicazioni che sono al centro della campagna individuano priorità rese evidenti dalla pandemia che ha evidenziato il fallimento delle politiche neoliberiste e gli effetti nefasti di decenni di privatizzazioni, tagli e attacco al ruolo del settore pubblico. L’ideologia del mercato ha fornito la giustificazione per lo smantellamento e il saccheggio del pubblico. In particolare ne ha sofferto la sanità e dopo decine di migliaia di morti oggi nella consapevolezza collettiva unanime è il riconoscimento del ruolo insostituibile della sanità pubblica. Ma la crisi ha evidenziato le conseguenze dei tagli nella scuola, nella sanità, nel trasporto pubblico, nei servizi e più in generale l’indebolimento fortissimo della capacità della Repubblica di garantire i diritti sanciti dalla Costituzione. La pandemia ha mostrato quanto l’idea che il benessere della società dipenda dalla crescita economica e dalla centralità dell’imprese sia fallimentare, ideologia e propaganda usata per dirottare le risorse pubbliche verso i grandi gruppi capitalistici e affermarne l’egemonia sulla società. Bisogna per questo uscire dall’economia del profitto e costruire un altro modello sociale, economico, culturale e un nuovo welfare finalizzato al superamento delle discriminazioni di genere e sul contrasto alla crescita delle disuguaglianze.

 

I dati dicono chiaramente che l’Italia è al di sotto della media europea per quanto riguarda il numero dei dipendenti pubblici e per questo assume centralità la nostra campagna che rappresenta una risposta netta alla canea scatenata dalla politica e tanta parte dei media contro il lavoro pubblico in occasione dello sciopero del 9 dicembre.

 

Al tentativo di dividere le classi popolari e il mondo del lavoro occorre rispondere sul terreno della solidarietà e della risposta alle emergenze del paese: un settore pubblico efficiente è garanzia di più diritti per l’intera società.

 

Nel dibattito su come utilizzare i fondi europei del Recovery Fund e sulla manovra all’esame delle camere non vediamo una risposta strutturale all’emergenza sociale causata dalla pandemia.

 

Governo e opposizione di destra propongono ancora di distribuire incentivi alle imprese senza condizionalità precise né salvaguardia dei livelli occupazionali mentre si prepara una catastrofe sociale alla scadenza ormai vicina del blocco dei licenziamenti. L’intenzione di utilizzare solo una parte delle risorse europee stornandone una parte consistente a copertura del debito è dentro la logica che ha prodotto la situazione attuale. Siamo di fronte a un impianto programmatico del PD che ripropone le politiche neoliberiste del passato: la maggioranza dice si alla riforma peggiorativa del MES che diventa un meccanismo salva banche mentre si continua a rifiutare qualsiasi proposta di patrimoniale sulle grandi ricchezze e di seria progressività fiscale e lotta ai paradisi fiscali. In questo paese maggioranza e opposizione di destra convergono nella difesa dell’egoismo proprietario e neanche di fronte alla pandemia e a una crisi devastante sul piano economico c’è il coraggio di fare una scelta di giustizia fiscale e redistribuzione della ricchezza. Le uniche riforme che centrosinistra o centrodestra riescono a fare da 30 anni sono quelle che diminuiscono i diritti di chi lavora. E’ incredibile poi che ci sia chi ossessivamente richiede il ricorso ai fondi del MES, cioè nuovo debito e dipendenza, mentre dalla patrimoniale sulle grandi ricchezze arriverebbero risorse aggiuntive. Assai grave che si continuino a destinare miliardi alle spese militari e all’acquisto di nuovi sistemi d’arma – come denunciato dalle associazioni pacifiste – mentre il paese vive la più grave crisi da decenni. Dei 209 miliardi messi a disposizione dell’Italia con il Next Generation Europa, con il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR), il Governo intende riservare agli investimenti per la salute solo 9 miliardi (il 4,6%). Cifra molto lontana rispetto ai 68 miliardi ipotizzati dallo stesso Ministero della Salute già dalla scorsa estate. Gli oltre 65.000 morti, il numero più alto al mondo in proporzione alla popolazione, sono il prodotto non solo del virus ma di tagli e privatizzazioni che hanno riguardato ospedali, posti letto, personale e servizi territoriali, prevenzione e assistenza sanitaria di base. L’obiettivo della riorganizzazione e del rafforzamento della sanità pubblica avrebbe dovuto essere centrale. E dovrebbe esserlo anche il rilancio della scuola laddove siamo uno dei paesi europei col più alto numero di alunni per classe.

 

La nostra proposta di 500.000 assunzioni nel settore pubblico a partire da sanità e scuola non ha un carattere agitatorio e propagandistico ma rappresenta una realistica e urgente risposta strutturale al depauperamento e invecchiamento del lavoro pubblico in Italia. E anche sul piano morale dovrebbe essere sentito come un dovere da parte di parlamento e governo cominciare con il garantire l’assunzione a tempo indeterminato alle migliaia di precari che stanno affrontando nei reparti l’emergenza covid. La reinternalizzazione dei servizi e la fine del precariato nel pubblico sono misure strutturali da assumere invece di alimentare nuove forme di caporalato legalizzato.

 

I dati sulla crescita del numero dei poveri nel nostro paese mostrano quanto sia indifferibile l’estensione del reddito di cittadinanza al fine di garantire il diritto all’esistenza con un reddito per tutte e tutti come rivendichiamo da tempo. La decisione da parte della maggioranza di non prorogare blocco degli sfratti impone di rilanciare mobilitazione per il diritto alla casa e costruire una campagna nazionale.

 

La nostra adesione alle iniziative dei cittadini europee (ICE) per l’introduzione di un reddito di base incondizionato e per la garanzia di vaccino e cure per tutti/e è parte del nostro impegno per un’uscita da sinistra dalla crisi fondata sui valori di solidarietà.

 

La fedeltà ai principi costituzionali ci impone di esprimere il più netto dissenso rispetto al tentativo del ministro Boccia di far approvare il progetto dell’autonomia differenziata come collegato alla finanziaria. Giudichiamo molto positivamente la presa di posizione dell’ANPI, del Coordinamento per la democrazia costituzionale e del Comitato contro ogni autonomia differenziata, delle organizzazioni sindacali che si sono espresse contro il separatismo regionale, dei tanti comitati locali e siamo parte della mobilitazione nazionale del 18 dicembre che si articolerà con numerose iniziative territoriali. Invece di proseguire sulla strada della divisione del paese e dello svuotamento della democrazia, bisogna garantire l’uguaglianza dei diritti facendo marcia indietro rispetto alla modifica del Titolo V del 2001 e reintrodurre una legge elettorale proporzionale pura come garanzia di pluralismo e centralità del parlamento.

 

L’emergenza sanitaria con la crescita nella seconda ondata del numero di morti rispetto alla prima dimostra i danni che produce la subalternità della politica alla logica del profitto mascherato come primato dell’economico. Abbiamo sostenuto fin dall’inizio che la tutela della salute e il contenimento del contagio dovessero essere la priorità. Purtroppo ha prevalso finora con enormi costi umani la logica espressa con involontaria sincerità dal presidente della Confindustria marchigiana.

La crisi economica e la pandemia continuano a evidenziare la necessità di fronte ai disastri del capitalismo neoliberista di un punto di vista anticapitalista e dell’impegno di comuniste/i per la costruzione di una sinistra antiliberista, ambientalista, femminista, pacifista, un polo rossoverde schierato dalla parte delle classi lavoratrici, dell’ambiente e dei beni comuni. Per questa ragione, anche in vista delle elezioni amministrative che ci vedranno impegnati in centinaia di città italiane nella prossima primavera, il nostro partito è impegnato nella costruzione di liste e/o coalizioni di alternativa ai poli esistenti.

 

La Direzione nazionale impegna tutto il partito nella prosecuzione della campagna sulla nostra piattaforma sociale e dà mandato alla segreteria di coordinare e proporre nuove scadenze e iniziative e di sviluppare l’interlocuzione con le altre soggettività della sinistra sociale e politica.

 

Esprimiamo un giudizio negativo su finanziaria e “recovery plan” perché bisogna invertire totalmente l’ordine delle priorità partendo dal no alle spese per armamenti e destinando la maggior parte delle risorse al

 

- rafforzamento del pubblico nelle strutture, negli organici e nei trattamenti economici a partire da sanità e istruzione;

 

- garanzia del reddito per tutte/i e forti investimenti nel welfare a contrasto di povertà e disuguaglianze, per la garanzia dei diritti sociali;

 

- proroga del blocco degli sfratti per tutto il 2021 e piano straordinario per la casa con rilancio dell’edilizia sociale e riconversione del patrimonio pubblico dismesso compatibile con la residenza;

 

- proroga del blocco dei licenziamenti per tutto il 2021 e l’elaborazione di un piano straordinario per il lavoro con politiche industriali dirette a una riconversione ambientale dell’economia, alla difesa dei livelli occupazionali e alla creazione di nuova occupazione.

Sabato 12 dicembre in tutta Italia ha preso  il via la campagna nazionale del Partito della Rifondazione Comunista per il rilancio del pubblico e 500.000 assunzioni.


La pandemia ha reso evidente l’insostituibilità di solide e diffuse strutture pubbliche per assicurare le condizioni di base, salute, formazione e ricerca, trasporti, qualità dei servizi e competenze operative. Il pubblico serve, a cittadine e cittadini, alla stessa economia.


Dopo anni di tagli che hanno reso più fragile e impoverito il nostro paese è venuto il momento di investire nel pubblico destinando la gran parte delle risorse disponibili per rafforzare tutte quelle strutture dotazioni e attività indispensabili per garantire i diritti e il futuro. L’Italia ha un numero di dipendenti pubblici molto al di sotto della media europea ed è indispensabile colmare questo gap con 500.000 assunzioni, reinternalizzare i servizi a tutti i livelli, stabilizzare tutti i precari a partire dalla sanità.


Mettiamo al centro della nostra campagna la valorizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici perché restituire loro dignità e riconoscimento sociale significa migliorare anche la qualità dei servizi.

Rifondazione Comunista sostiene le rivendicazioni del pubblico impiego.

L’hashtag della campagna sarà #PiùPubblicoSubito

14/12/2020

 

Il 18 dicembre Il Comitato per il Ritiro di qualunque autonomia differenziata e la Rete dei Numeri Pari promuovono in Piazza Montecitorio dalle ore 14:30 alle 18:30 - e in altre 14 piazze italiane - un presidio contro la secessione dei ricchi, propagandata come ‘regionalismo differenziato’, che distruggerebbe l’unità della Repubblica creando cittadini e cittadine di serie A, B e persino Z, a seconda del luogo di residenza.

 

In questi anni, abbiamo visto come la regionalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale e le relative privatizzazioni abbiano causato disastri, negato diritti a milioni di cittadine e cittadini italiani e amplificato l’impatto della pandemia da Covid19. Sarebbe grave quindi, se il Governo cedesse alle richieste scellerate di tre Presidenti di Regione di regionalizzare altre 22 materie, aumentando così le disuguaglianze nel Paese e frammentando ulteriormente l’unità della Repubblica. L’approvazione del Disegno di Legge Boccia getterebbe le basi per la costruzione di 20 piccole patrie, dando a ognuna di queste la possibilità di gestire autonomamente - tra le altre - il sistema scolastico, la tutela del territorio e dell’ambiente, i contratti di lavoro e il gettito fiscale. In questo modo si lascerebbe sempre più spazio alle privatizzazioni, anteponendo la legge del profitto ai bisogni e ai diritti universali di tutte e tutti.

 

Crediamo che la priorità sia lavorare per costruire l’uniformità delle prestazioni e dei servizi in tutto il Paese, garantire diritti, dignità, libertà, partecipazione e giustizia sociale a tutte e tutti. Per questo venerdì 18 saremo in piazza per chiedere al Governo e al Parlamento di ritirare il collegamento del DDL Boccia alla legge di Bilancio e stralciare definitivamente il progetto di Autonomia Differenziata.

 

NO al DDL Boccia, NO all’autonomia differenziata che cancella i principi fondamentali su cui si fonda la Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza; a un dibattito responsabile e privo di reticenze sui danni prodotti dalla riforma del Titolo V della Costituzione; alla Repubblica, una e indivisibile, che rimuova le diseguaglianze e attui i principi di uguaglianza e solidarietà contenuti nella nostra carta costituzionale.

12/12/2020

da il Manifesto 

Mario Di Vito

 

La strage di Piazza Fontana. Intervista a Silvia Pinelli, figlia dell’anarchico che 51 anni fa «volò» da una finestra della Questura di Milano nella notte del 15 dicembre

 

«A che punto siamo? Siamo ancora fermi al 1975, alla sentenza del giudice D’Ambrosio». Silvia Pinelli, figlia di Pino, il ferroviere anarchico precipitato dal quarto piano della questura di Milano nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, sa che il tempo si è sostanzialmente fermato. La verità sulla morte di suo padre, almeno per i tribunali, è vaga come le stelle dell’Orsa: per la giustizia si è trattato di «malore attivo» durante un interrogatorio che andava avanti da 48 ore. Anche la versione ufficiale sulla bomba che il 12 dicembre uccise 17 persone nella sede di piazza Fontana della Banca dell’Agricoltura è un contorsionismo non da poco: l’ultima sentenza, del 2005, identifica la matrice neofascista attraverso delle assoluzioni, con l’esecuzione materiale che ancora oggi rimane ignota.

 

Non c’è verità, dunque?
Al di là delle sentenze, diverse inchieste hanno portato alla luce dei fatti decisivi. Sono usciti molti libri, si è detto e scritto tanto. Manca il riconoscimento giudiziario, che non c’è mai stato. Ma fondamentalmente non c’è mai stata nemmeno la voglia di indagare davvero…

 

Da un punto di vista istituzionale, però, in molti hanno dato il loro sostegno alla lotta per la verità.
È vero. Nel 2009 il presidente della Repubblica Napolitano parlò di Pinelli “vittima due volte”. L’anno scorso il sindaco Beppe Sala ci chiese scusa a nome della città di Milano per tutto quello che non era stato fatto. La città, d’altra parte, ha sempre vissuto in maniera contraddittoria questa storia.

 

In che senso?
Basti pensare alla vicenda delle lapidi: ora in piazza Fontana ce ne sono due, una del Comune e un’altra degli studenti e dei democratici milanesi: nella prima c’è scritto “morto tragicamente” mentre nella seconda “ucciso innocente”. Si è sempre discusso molto di quest’ultima e benché nel 1990 il consiglio comunale la considerò ufficialmente parte integrante della piazza, in seguito il sindaco Gabriele Albertini e soprattutto il suo vice Riccardo De Corato vollero toglierla. Il perché bisognerebbe chiederlo a loro. Comunque alla fine sono stati i cittadini a rimetterla e adesso è ancora lì.

 

L’anno scorso in quindicimila parteciparono alla catena musicale per il cinquantesimo anniversario della bomba e della morte di Pinelli. Quest’anno?
Abbiamo organizzato un incontro con degli studenti dal titolo “Non c’è futuro senza memoria: lezione in piazza su una strage di stato” , poi ci saranno degli interventi (Benedetta Tobagi e Fortunato Zinni, oltre alle sorelle Claudia e Silvia Pinelli, nda), delle letture e un accompagnamento musicale. Martedì sarà proiettato in piazza il film “Pino, vita accidentale di un anarchico” di Claudia Cipriani. Come l’anno scorso, hanno aderito decine di associazioni, di partiti e di collettivi da tutta l’Italia.

 

Per Cipriani fu la vita di Pinelli ad essere accidentale, per Dario Fo invece lo fu la morte. Che ricordo ha lei della figura di suo padre?
Credo che sia importante riscoprire che uomo sia stato: spesso guardando la lapide ci si interroga solo sulla sua morte senza chiedersi della sua vita. Un bel lavoro, in questo senso, l’ha fatto anche Paolo Pasi, che ha scritto per Eleuthera il libro “Pinelli, una storia”, in cui racconta della sua vita politica, da quando a 15 anni è diventato partigiano al suo attivismo nei collettivi anarchici e nel sindacato. Pino era un utopista normale, una persona che viveva la quotidianità con entusiasmo, capace di appassionarsi e di coinvolgere le persone che aveva attorno. Mia sorella e io molte cose le abbiamo scoperte soltanto grazie ai racconti di chi lo conosceva e allora era un ragazzo. Il suo modo di fare lo portava a confrontarsi spesso con un mondo assai variegato. Non dimentichiamo che il primo documento politico che chiedeva la verità sulla sua morte era quello del Partito Socialista, e tra i primi firmatari c’era Aldo Ainasi, che era sindaco di Milano all’epoca della strage.

 

Avete speranza che prima o poi la verità verrà finalmente a galla?
Aspettiamo da cinquantuno anni e ormai non è più una questione giudiziaria. Noi vogliamo soltanto sapere cosa accadde quella notte in questura. Chi sono i responsabili della morte di Pino Pinelli, mio padre.

11/12/2020

da il Manifesto

Chiara Cruciati

 

Italia/Egitto. La stanza 13 delle torture, il ruolo di cinque testimoni. E 13 sospetti ancora ignoti. La Procura di Roma chiede l’azione penale per quattro agenti dei servizi segreti egiziani

 

Ieri la Procura di Roma ha detto la verità. Cosa è successo a Giulio Regeni nei nove giorni tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Chi lo ha rapito, torturato e ucciso. Una verità ancora parziale (troppi restano gli ignoti aguzzini) ma che è primo passo nel percorso verso la giustizia, possibile solo con un atto politico, dovuto a Giulio e agli egiziani.

 

Di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, la Procura – la stessa che ne inaugurò i lavori il 17 dicembre 2019 – ha svolto un’audizione tra le più dolorose: il procuratore capo, Michele Prestipino e il sostituto procuratore Sergio Colaiocco hanno ricostruito i nove giorni passati dal ricercatore nelle mani dei suoi aguzzini. E hanno dato conto della chiusura delle indagini sul sequestro e l’omicidio di Regeni, tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016.

 

LA CONCLUSIONE. Partiamo dalla fine: «Stamattina abbiamo formalmente chiuso le indagini preliminari iniziate tra gennaio e febbraio 2016 nell’immediatezza del fatto – ha spiegato Prestipino – Sono state inizialmente indirizzate a carico di ignoti, poi gli elementi raccolti hanno consentito l’iscrizione nel registro degli indagati di cinque persone, tutte appartenenti genericamente a forze di polizia e di cui quattro agli apparati di sicurezza egiziani, la Nsa».

 

Si tratta dei nomi ormai noti all’opinione pubblica italiana: il generale Tariq Sabir, il colonnello Athar Kamel, il colonnello Usham Helmi, il maggiore Magdi Sharif e l’agente Mahmoud Najem. Ai primi quattro è stata notificata la conclusione delle indagini per sequestro di persona. Uno di loro (Sharif), aggiunge il procuratore, è responsabile anche di concorso in lesioni aggravate omicidio aggravato di Giulio Regeni.

 

Per loro la Procura chiederà il rinvio a giudizio. Solo uno si “salva”: per Najem è stata chiesta l’archiviazione per un quadro probatorio insufficiente.

 

«Non è un risultato scontato – dice più volte Prestipino – Riteniamo di aver acquisito elementi di prova univoci e significativi sulla responsabilità delle persone sottoposte a indagine».

 

Una lunga attività investigativa, diretta e indiretta, che ha intrecciato dati, consultato tabulati e celle telefoniche, sentito testimoni. E che, in parte, è stata possibile per una prima, breve e lacunosa collaborazione egiziana, intramezzata a palesi e offensivi atti di insabbiamento, mai venuti meno.

 

L’EGITTO. Sta tutta lì, nella natura del regime egiziano, la dirompente potenza del risultato ottenuto: «Il punto più significativo – continua Prestipino – è uno e uno soltanto: ci avviamo a esercitare l’azione penale nei confronti di alcuni appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani. Non credo che avvenga spesso che siano portati in giudizio appartenenti a istituzioni pubbliche di un altro Stato per un fatto commesso nel territorio di questo Stato».

 

«Per l’omicidio di Regeni si svolgerà un solo processo e si svolgerà in Italia secondo la procedura dei nostri codici. È il frutto di un’azione di concerto, che non è solo della procura, ma anche della famiglia, dei lavori di questa commissione e di altre autorità decisionali diplomatiche e politiche».

 

Qualcosa dall’Egitto è arrivato e l’elenco lo fa Colaiocco: «Abbiamo presentato quattro rogatorie che contenevano 64 quesiti. Abbiamo avuto 25 risposte, siamo in attesa delle altre 39. Una quindicina riguardano la posizione di 13 soggetti che appaiono collegati agli indagati ma di cui non abbiamo né generalità, né tabulati né dichiarazioni».

 

Un elemento da tenere presente: come spiegano i magistrati, le indagini continuano con l’obiettivo di dare un nome e un ruolo agli ignoti di oggi. Anche alla luce della parabola della collaborazione egiziana: se all’inizio qualcosa è stato consegnato, «dal 29 novembre 2018, quando comunicammo l’intenzione di procedere all’iscrizione del registro degli indagati, nessun atto è pervenuto».

 

LA RICOSTRUZIONE. Saber, Helbi, Kamel e Sharif sono accusati di sequestro di persona pluriaggravato, compiuto la sera del 25 gennaio alle 19.51: «Lo bloccavano nella metropolitana del Cairo – continua Colaiocco – e lo conducevano al commissariato di Dokki e poi in un altro edificio privandolo della libertà personale per nove giorni. Al maggiore Sharif sono contestati altri reati, le lesioni gravissime (non la tortura, perché inserita solo dopo nel nostro codice penale): sono state cagionate con crudeltà acute sofferenze fisiche che hanno provocato lesioni gravissime e l’indebolimento permanente di più organi, con una serie di strumenti affilati e taglienti, con bruciature e con mezzi contundenti. A Sharif è stato contestato il reato in concorso di omicidio pluriaggravato».

 

I TESTIMONI. Sono cinque e sono fondamentali. Testimonianze che hanno trovato riscontro nelle consulenze medico-legali, nella collocazione spazio temporale dei fatti, nei particolari non noti alle cronache. «Sono testi di diverse nazionalità, di diversa estrazione sociale con le attività lavorative più disparate e senza relazione tra di loro».

 

I primi due, ribattezzati alfa e beta, hanno riferito sulle perquisizioni dei servizi segreti nell’appartamento di Giulio prima della sua morte. Gli altri tre di eventi accaduti nei nove giorni successivi al rapimento.

 

Se il teste gamma è colui che, ascoltando un colloquio in Kenya nell’agosto 2017, sentì Sharif raccontare del sequestro, gli ultimi due accendono una luce sulle torture. «Il teste delta riferisce che il 25 gennaio, mentre era alla stazione di polizia di Dokki, alle 20 massimo le 21, ha visto arrivare una persona di 27-28 anni, parlava in italiano e ha chiesto un avvocato. Successivamente è stato fatto salire su un’auto, una Fiat 123, bendato. Uno dei poliziotti presenti si chiamava Sharif».

 

Il teste epsilon ha visto Giulio morire lentamente. Ha lavorato per 15 anni in una villa di epoca nasseriana, diventata sede del ministero degli interni e luogo scelto dalla National Security per torturare i cittadini stranieri sospettati di minare alla sicurezza dello Stato.

 

È lì, nella stanza 13 del primo piano, che Giulio è stato seviziato: «Ha visto lì Regeni con due ufficiali e due agenti, c’erano catene di ferro, lui era mezzo nudo e aveva segni di tortura, delirava nella sua lingua. Un ragazzo molto magro, sdraiato per terra, con il viso riverso con manette che lo tenevano a terra, segni di arrossamento sulla schiena. Non l’ha riconosciuto subito ma 4-5 giorni dopo vedendo le foto sui giornali ha capito che era lui».

 

IL MOVENTE. Perché Giulio è stato ammazzato così, se mai una ragione per tanta disumanità ci possa mai essere. Per la Procura di Roma «l’occasione è legata all’attività di ricerca di Regeni al Cairo – conclude Colaiocco – Ma l’elemento scatenante è il finanziamento della Fondazione Antipode, quando si è iniziato a parlare delle 10mila sterline. Per lui era un’idea per aiutare i sindacati indipendenti, del tutto equivocata dal sindacalista Abdallah e dagli agenti indagati. Hanno pensato che volesse finanziare una rivoluzione».

Massimo Villone

 

Recovery Plan.  Forse è vero che non si può pensare a una gestione efficace dei fondi Recovery nelle strutture e nei procedimenti ordinari. Ma buon senso politico e rispetto della Costituzione richiedono che la specialità sia mantenuta al minimo livello indispensabile. E soprattutto semplificando i procedimenti amministrativi, non le architetture istituzionali.

 

Alla fine, sul Mes è stata raggiunta la quadratura del cerchio. Sul Recovery Plan, invece, lo scontro è violento e non accenna a calare di intensità. È un terreno sul quale il governo rischia davvero. Un esito dell’esclusione di larga parte dell’esecutivo dalla governance dei fondi europei.
Un’interpretazione benevola suggerisce che la concentrazione in poche mani della governance fosse cercata non per bulimia di potere di Conte, ma per blindarsi contro possibili fibrillazioni di maggioranza e assalti alla diligenza.

 

Ma notiamo intanto che c’era una debolezza nell’approccio di palazzo Chigi. Non è stata avanzata un’idea di paese che andasse al di là di formulazioni vaghe. Si sono accumulati sul tavolo progetti in buona parte già esistenti. Una forte capacità progettuale volta al futuro palazzo Chigi non l’ha mai veramente dimostrata. Ed è un contesto in cui fibrillazioni e assalti si manifestano più facilmente.

 

L’organo collegiale Consiglio dei ministri è un punto essenziale di equilibrio nei rapporti di coalizione. È il luogo in cui si decide, e quindi primariamente si scaricano e si compongono le tensioni di coalizione. La collegialità è un dato formale e sostanziale insieme. Per questo assistiamo talvolta all’improvviso rinvio di una seduta già convocata, o all’approvazione «salvo intese» di un decreto-legge, che magari arriva al Quirinale e in Gazzetta Ufficiale un paio di settimane più tardi. Per questo non era pensabile che senza colpo ferire si potesse ridurre forzosamente la dialettica endo-governativa riportandola nelle mani di un paio di ministri, del premier, e di un esercito di manager e di esperti.

 

È corposo anche il dubbio sulla costituzionalità di un vero e proprio governo parallelo che – su un tema cruciale per il futuro del paese – si sostituisce alle istituzioni disegnate nella Carta fondamentale. A chi risponderà, e come, una simile struttura? Quale responsabilità politica avrà un supermanager cui è affidata la gestione di decine di miliardi di euro? Quale visibilità e trasparenza avranno le scelte manageriali, le valutazioni, i pareri, le proposte degli esperti?

 

Se un supermanager sbaglierà, lo si accompagnerà alla porta, magari con un trattamento milionario di fine rapporto come da contratto? Di quali rimedi disporranno i cittadini che ne avessero nel frattempo ricevuto un danno? Come potranno resistere a interventi sul territorio non condivisi e non condivisibili? Come potranno censurare l’assenza o il fallimento di obiettivi di fondo, come il superamento del divario Nord-Sud? E come potranno domani valutare l’operato di governanti che avranno nel frattempo ceduto i poteri di governo ad altri?

 

In buona parte, tali censure valgono già per quanto è accaduto nella crisi Covid. Anche per questa abbiamo assistito a una forzosa riduzione oligarchica delle scelte, cui si è aggiunta una frammentazione territoriale favorita dal metodo della concertazione e delle conferenze. Ma dalla lezione Covid non abbiamo imparato. Forse è vero che non si può pensare a una gestione efficace dei fondi Recovery nelle strutture e nei procedimenti ordinari. Ma buon senso politico e rispetto della Costituzione richiedono che la specialità sia mantenuta al minimo livello indispensabile. E soprattutto semplificando i procedimenti amministrativi, non le architetture istituzionali.

 

Invece, sta nascendo una prassi in senso opposto. Il processo decisionale in parlamento è complesso e faticoso? Si tagliano i parlamentari. È complicato il confronto nel governo? Si tagliano i ministri con le cabine di regia. È lenta e complessa la formazione di una maggioranza in parlamento dopo il voto? Si cerca la soluzione iper-maggioritaria che dia il vincitore la sera stessa, a prescindere dai consensi reali. È pesante la critica a scelte divisive come l’autonomia differenziata? Si evita ogni dibattito parlamentare e confronto davanti al paese, e si collega un disegno di legge attuativo al bilancio, sottraendolo così a possibili iniziative referendarie.

 

C’è qualcosa di profondamente sbagliato. La democrazia è per definizione più complessa, faticosa, e più lenta dei regimi autocratici. Ma sono difficoltà da affrontare con il confronto, la mediazione, la sintesi. In una parola, con la politica. Si cerca invece la risposta tagliando, comprimendo, riducendo. Una democrazia per sottrazione.

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