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EDITORIALI E COMMENTI

 

21/01/2022

da il Manifesto

Tommaso Di Francesco

 

 

 

Per citare solo i più recenti “casus belli”, ricordiamo – come scrive il generale della Nato Fabio Mini nel suo bel pamphlet dimenticato Perché siamo così ipocriti sulla guerra? – che era falso il pretesto dell’incidente del Tonchino che diede il via all’intervento decennale degli Stati uniti in Vietnam, come è stato rivelato dai Pentagon Papers del 1964; come era falso il massacro di Racak del 1999, che fornì il pretesto per la guerra Nato in Kosovo (i corpi ritrovati, raccontati come “eccidio” erano frutto di una raccolta fatta a bella posta di vittime dell’Uck morte in battaglie di giorni e in un’area molto vasta), e i consiglieri militari occidentali fecero il resto; altresì era falso il pretesto delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein che portarono in guerra gli Stato uniti, nel pieno della guerra afghana, anche quella motivata falsamente la cui vera ragione, la vendetta dell’11 settembre 2001, è stata rivelata dalla stessa Casa bianca solo al momento del disastroso ritiro, dopo venti anni di occupazione sanguinosa e inutile.
Facciamo queste considerazioni non tanto per sottolineare alcune storiche verità, ma sotto l’influsso negativo delle parole usate dal presidente Biden nella sua lunga, imbarazzata conferenza stampa di mercoledì sera alla Casa bianca, tenuta sulla situazione della crisi americana e sull’Ucraina. Che cosa ha detto Biden di tanto terribile?

 

Questo: prevediamo «una mossa di Putin, la Nato sta verificando», ma non crediamo che voglia «la guerra totale», se ci fosse una «incursione limitata» la risposta degli Stati uniti «sarebbe minore», Putin deve decidere, «se aggredirà l’Ucraina, pagherà un costo molto alto, perché gli Stati uniti hanno inviato un equipaggiamento molto sofisticato a Kiev». Dopo settimane di trattative, questo è quanto. Sgomento e sorpresa durante la conferenza stampa, tanto che in serata la portavoce Jen Psaki si è affrettata a precisare che il presidente si riferiva «alla differenza tra una azione militare» vera e propria «e una cibernetica» – eppure Biden la differenza non l’ha fatta -e che comunque in caso di invasione «la risposta sarebbe disastrosa per la Russia». L’ambiguità della presa di posizione è arrivata al governo ucraino – quello che a tutti i costi vuole entrare nella Nato – che ha dichiarato che non accetta nessun via libera a Putin per una «invasione ridotta». Oggi Blinken incontra Lavrov, ma è difficile che si diradino le nebbie gravide di tempesta.

 

In buona sostanza, qual è il pretesto, il casus belli più appropriato che gli Usa e la Nato stanno cercando? Perché appare chiaro che il clima di incertezza in questo pericoloso momento, propone proprio uno scenario pretestuoso. Temiamo, assai simile a quella che fu la vicenda georgiana dell’agosto del 2008. Quando lo sconsiderato premier Saakashvili – diventato poi perfino ministro ucraino e ora in galera in Georgia – lanciò su consiglio improvvido della Nato un attacco contro i ribelli russi e filorussi dell’Ossetia, e nel giro di 24 ore arrivarono centinaia di carri armati russi per una guerra che fu disastrosa per Tbilisi. Questa è la possibilità: un incidente, o meglio un attacco ucraino sul fronte del Donbass – una guerra civile che ha già fatto 14mila morti e due milioni di profughi -, una tacco che provochi la reazione immediata delle truppe russe da tempo denunciate come ammassate ai confini. Non dimenticando però che gli accordi di Misk fin qui raggiunti con il ruolo centrale di Angela Merkel, dicono che la Russia non considera un’altra Crimea il Donbass, per il quale accetta una autonomia interna all’Ucraina.

 

Dimenticavamo di raccontare che le ambiguità della conferenza di Biden non hanno riguardato solo l’Ucraina, ma la crisi interna. Per la quale Biden riconosce che il suo programma ha raggiunto la condizione dell’impotenza, al limite della sconfitta: sei mesi fa ha decretato la sconfitta della pandemia e oggi invece negli Usa più che diseguali dilaga; l’inflazione è il dato economico più preoccupante; non riesce a superare l’ostruzionismo dei repubblicani; per i disegni sul diritto di voto non sembrano esserci speranze, contraddetti anche in casa democratica – alla faccia del Paese che si considera «faro della democrazia».

 

Apparteniamo alla scuola di pensiero che è contro la guerra, da bandire come strumento scellerato nelle crisi internazionali, come da dettato costituzionale. Siamo contro ogni militarismo e blocco militare, sia esso occidentale, russo, cinese o quant’altro. Una convinzione dura a morire, anche di fronte ad una evidenza tragica: i due anni di pandemia . È mai possibile che, di fronte a ben altre priorità, i governi occidentali rivendichino l’allargamento della Nato ad Est, con sistemi d’arma, missili, truppe, basi navali e terrestri di 28 Paesi alleati, tutti intorno alla Russia, con un «assembramento ai confini» che sembra fatto apposta per provocare una reazione? È possibile che i governi europei investano in ulteriori riarmi, come fa il nostro «migliore» Draghi, o Macron nella sua prolusione programmatica? È possibile pensare che dietro la chiacchiera sulla «transizione ecologica», ci sia il rilancio produttivo del complesso militare-industriale, che tra gli altri effetti nefasti ha quello di indurre al riarmo ogni Paese, a cominciare dalla Russia e dall’antagonista vero, la Cina? E tutti poi a cercare il nemico e ad imporre nuove sanzioni, che altro non sono ormai che un’arma a doppio taglio nell’epoca della carenza di risorse? Il tutto come unica ragione di legittimità politica. Eppure la fragilità del sistema economico mondiale, di fronte alla carenza di energia e di materie prime dopo due anni di pandemia, dice tutto il contrario. Una fragilità che un focolaio «afghano» di guerra, acceso in piena Europa farebbe esplodere definitivamente.

EDITORIALI E COMMENTI

 

20.01.2022

da il Manifesto

 

La lettera aperta ai grandi elettori. Tre ex presidenti della Corte Costituzionale e centinaia di giuristi e intellettuali: la candidatura di Berlusconi al Quirinale è "un’offesa alla dignità della Repubblica e di milioni di cittadini italiani"

 

La Fondazione Basso ha promosso un appello (redatto da Lugi Ferrajoli, Gaetano Azzariti e Franco Ippolito), rivolto ai grandi elettori, sulla candidatura di Silvio Berlusconi alla Presidenza della Repubblica. 

 

Il testo è stato già sottoscritto da tre ex presidenti della Corte costituzionale (Valerio Onida, Gustavo Zagrebelsky, Gaetano Silvestri), da molti autorevoli giuristi e costituzionalisti (tra cui Roberto Bin, Paolo Caretti, Lorenza Carlassare, Mario Dogliani, Riccardo Guastini, Francesco Pallante, Roberto Romboli, Massimo Villone, Mauro Volpi, Vladimiro Zagrebelsky, Roberto Zaccaria), da  filosofi della politica (tra cui Giacomo Marramao, Marco Revelli, Nadia Urbinati), da personalità della cultura (tra cui Dacia Maraini, Carlo Ginzburg).

 

Ecco il testo:

Considerazioni per gli elettori del Presidente della Repubblica

 

Il Presidente della Repubblica deve essere espressione dell’«unità nazionale», come richiede l’articolo 87, 1° comma della Costituzione. È garante di questa Costituzione e deve assicurare fedeltà ad essa come impone l’articolo 91.

 

L’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica, come è preteso dall’articolo 84, 2° comma. Egli presiede il Consiglio Superiore della Magistratura a garanzia dell’autonomia e indipendenza dell’ordine della magistratura da qualsiasi altro potere, come è scritto negli articoli 87 e 104.

 

Silvio Berlusconi, protagonista di uno scontro che per lunghi anni ha diviso il nostro Paese, già esponente della loggia P2 che aveva come fine l’instaurazione in Italia di un’altra Repubblica, titolare tuttora di un vistoso conflitto di interessi, condannato per gravi reati, prosciolto per prescrizione da delitti di corruzione e tuttora imputato in procedimenti penali, non ha i requisiti per poter svolgere le funzioni di Capo dello Stato.

 

Riteniamo pertanto un’offesa alla dignità della Repubblica e di milioni di cittadini italiani il fatto che venga candidato a Presidente della Repubblica.

 

Roma, 17 gennaio 2022

 

Hanno aderito:

 

Maria Fausta Adriani, Vittorio Agnoletto, Fabio Alberti, Alessandra Algostino, Mario Agostinelli, Stefano Anastasia, Valerio Aprea, Maurizio Acerbo, David Armando, Franco Astengo, Gaetano Azzariti, Luca Baccelli, Francesco Baicchi, Maria Vittoria Ballestrero, Mauro Barberis, Fabrizio Barca, Laura Barile, Antonella Barina, Vincenzo Barnaba, Elena Basso, Paola Basso, Sofia Basso, Francesca Barzini, Vittorio Bellavite, Sergio Bellucci, Antonella Bellutti, Giovanni Benzoni, Myriam Bergamaschi, Irene Berlingò, Mario Beschi, Piero Bevilacqua, Anna Maria Bianchi, Roberto Bin, Italo Birocchi, Michelangelo Bovero, Marco Brigaglia, Massimo Brutti, Romeo Bufalo, Giovanna Caggia, Antonello Calore, Roberta Calvano, Antonio Cantaro, Piero Caprari, Francesco Carchedi, Paolo Caretti, Devino Caregnato, Lorenza Carlassare, Paolo Carnevale, Thomas Casadei, Elisabetta Catenacci, Adolfo Ceretti, David Cerri, Furio Cerutti, Irene Cervellera, Silvia Chiatante Corsi, Maurizio Chierici, Antonello Ciervo, Nicola Colaianni, Amalia Collisani, Luigi Condorelli, Giancarlo Consonni, Paolo Corsini, Pietro Costa, Giuseppe Cotturri, Andrea Deffenu, Stefano Deliperi, Raffaele De Leo, Roberta De Monticelli, Giovanna De Sensi, Francesco De Vanna, Enrico Diciotti, Paolo Di Lucia, Francesco Di Matteo, Piero Di Siena, Mario Dogliani, Francesco Donfrancesco, Giannina Dore, Angelo D’Orsi, Alessandra Facchi, Anna Falcone, Maria Fano, Fiorenzo Fantaccini, Gianni Farneti, Tommaso Fattori, Paolo Favilli, Luigi Ferrajoli, Alessandro Ferrara, Maria Rosaria Ferrarese, Roberto Ferrucci, Francesca Fici, Mara Filippi Morrione, Roberto Finelli, Mario Fiorentini, Carlo Fiorio, Domenico Gallo, Luigi Ganapini, Olivia Ghiandoni, Alfonso Gianni, Giovanni Giannoli, Carlo Ginzburg, Lisa Ginzburg, Chiara Giorgi, Elisa Giunchi, Enrico Giusti, Alfiero Grandi, Dino Greco, Riccardo Guastini, Maria Pia Guermando, Maria Teresa Iannelli, Franco Ippolito, Pino Ippolito Armino, Giulio Itzcovich, Antonio Jovene, Francesca Koch, Maria Lalatta Costerbosa, Rossella Latempa, Raniero La Valle, Cristina Lavinio, Marina Leone, Maria Concetta Liberatore, Massimo Loche, Anna Loretoni, Mario G. Losano, Claudio Luzzati, Cristiana Mancinelli Scotti, Dacia Maraini, Nicoletta Maraschio, Fabio Marcelli, Valeria Marcenò, Laura Marchetti, Giacomo Marramao, Paola Marsocci, Eleonora Martelli, Maria Antonella Martelli, Antonio Marturano, Luca Masera, Ignazio Masulli, Lorenzo Mattotti, Silvio Mazzarese, Tecla Mazzarese, Ezio Menzione, Gian Giacomo Migone, Marino Missirini, Sara Modigliani, Giancarlo Monina, Tomaso Montanari, Andrea Mulas, Paolo Napoli, Luigi Narducci, Hannà Nassisi, Cinzia Niccolai, Vito Noviello, Valerio Onida, Daniela Padoan, Paola Paesano, Francesco Pallante, Marina Pallottini, Massimo Pàlmera, Giovanni Palombarini, Paola Palombaro, Maria Pia Palombini, Ilaria Minio Paluello, Francesco Pardi, Elena Pariotti, Rita Paris, Paola Parolari, Francesca Paruzzo, Valentina Pazé, Rossano Pazzagli, Barbara Pezzini, Pierluigi Pedretti, Vera Pegna, Livio Pepino, Enrico Peyretti, Attilio Pisanò, Tamar Pitch, Piero Pollastro, Pier Paolo Portinaro, Lucia Re, Silvia Rea, Adrian Renteria Diaz, Giuseppe Ugo Rescigno, Eligio Resta, Marco Revelli, Francesco Riccobono, Salvatore Ritrovato, Nicola Riva, Roberto Romboli, Graziella Rumer Mori, Andreina Russo, Giuseppe Salmè, Mariuccia Salvati, Vittorio Salvatore, Maria Cristina Sangelantoni, Maria Adelaide Sanna, Valia Santella, Emilio Santoro, Giuseppe Saponaro, Gino Satta, Maria Teresa Savio Hooke, Aldo Schiavello, Gaetano Silvestri, Paolo Solimeno, Alessandro Somma, Maria Stiffoni, Rita Svandrlik, Manuela Tatti, Alessandra Tempesta, Vito Teti, Persio Tincani, Walter Tocci, Gianni Tognoni, Graziella Tonon, Fausto Tortora, Franco Toscani, Gabriella Turnaturi, Nadia Urbinati, Federica Vacca, Roberta Vacca, Silvio Vacca, Enzo Varano, Luigi Vavalà, Guido Viale, Giacomo Viggiani, Vittorio Villa, Massimo Villone, Vincenzo Vita, Itala Vivan, Mauro Volpi, Roberto Zaccaria, Gustavo Zagrebelsky, Loriana Zanuttigh, Alberto Ziparo.

EDITORIALI E COMMENTI

 

19/01/2022

da Left

Di Simona Maggiorelli

 

Una immensa perdita quella di David Sassoli presidente del Parlamento europeo, lo ribadiamo tanto più oggi quando viene eletta la nuova presidente Roberta Metsola, del Ppe, che a parole dice di volerne onorare la memoria e rendere il testimone, ma ben altro è il suo percorso.

 

Una immensa perdita quella di David Sassoli, lo ribadiamo, sul piano umano ma anche su quello politico. Mentre si affollano candidature improbabili e offensive per la presidenza della Repubblica italiana, Sassoli, abbiamo sempre pensato sarebbe stato un grande presidente della Repubblica, europeista, nel rispetto della Costituzione nata dalla Resistenza.

 

Le affermazioni che da ultimo da presidente del Parlamento europeo aveva fatto sulla necessità della cancellazione del debito pubblico, di ripensare il patto di stabilità dopo la pandemia ci erano sembrate lungimiranti. Ma su questi temi, sciaguratamente, non era stato sostenuto dal centrosinistra nostrano, che anzi lo isolò.

 

La battaglia per un’Europa più inclusiva e più giusta, per il sogno che noi di Left coltiviamo, tanto più oggi, dovrebbero ripartire dalle sue parole, lui cattolico (con lui su questo non ci trovavamo) ma abbiamo apprezzato che specie negli ultimi anni  esprimesse il suo credo nel suo privato, rispettando la  laicità delle istituzioni pubbliche.

 

Parole, quelle di Sassoli, che non sono quelle della nuova presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola del Ppe, per quanto nella cerimonia gli abbia reso omaggio.

 

Nel suo intervento Metsola ha speso parole giuste per la lotta al cambiamento climatico, immaginando che l’Europa possa essere il primo continente con neutralità di emissioni, accennando vagamente a temi di giustizia sociale.

 

Al contempo però la nuova presidente del Parlamento Europeo dice  di pensare a un nuovo modello economico per la Difesa (ancora armi per militarizzare i confini?).

 

Molto ambiguo e preoccupante è anche il suo messaggio riguardo ai diritti delle donne. Ricordiamo che Metsola è religiosamente anti abortista. Non a caso l’ha votata la Lega, proprio per le affinità “sulla difesa dei valori della famiglia”. E’ un  fatto è che la giovane politica maltese abbia sempre votato contro le risoluzioni del Parlamento europeo che chiedevano ai Paesi dell’Ue di legalizzare l’aborto. Sempre ligia al suo Paese, Malta, che all’interno della Ue ha una delle leggi sull’aborto più severe al mondo.

ECONOMIA E FINANZA

 

18/01/2022

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il caso. Secondo l’ong Oxfam nei primi 21 mesi della pandemia i dieci uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i patrimoni da 700 a 1.500 miliardi di dollari. Ogni secondo hanno guadagnato 15 mila dollari, 1,3 miliardi di dollari ogni giorno. Nello stesso periodo 163 milioni di persone sono cadute in povertà a causa della pandemia. In Italia i 40 miliardari più ricchi posseggono oggi l’equivalente della ricchezza netta del 30% dei più poveri: 18 milioni di persone adulte. Un milione di individui e 400 mila famiglie sono sprofondati nella povertà. E il mercato del lavoro resta profondamente disuguale e genera, in modo strutturale, povertà. Ogni 4 secondi una persona muore perchè mancano le cure e i vaccini anti-Covid. In occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos ecco il volto del coronacapitalismo: la secessione dei ricchi

 

Alla fine del primo anno pandemico, il 2020, il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre due terzi della ricchezza nazionale mentre il 60% più povero appena il 14,3%. In quella platea già ristretta spuntava un’avanguardia di capitalisti che possedeva oltre sei volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. C’era poi un’élite delle élite, il 5%, la cui ricchezza era pari a quanto posseduto dall’80% della fascia più povera della popolazione.

 

SONO alcuni dei dati contenuti nel rapporto «La pandemia della disuguaglianza», pubblicato da Oxfram, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze, in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, che quest’anno si terranno in forma virtuale. Un’occhiata alla lista Forbes è essere sufficiente per comprendere la natura classista delle politiche economiche e finanziarie varate nel corso dei 21 mesi appena trascorsi della pandemia del Covid. Tra marzo 2020 e novembre 2021 i miliardari nostrani sono aumentati da 36 a 49. A livello globale i 10 uomini più ricchi del mondo hanno raddoppiato, in termini reali, i loro patrimoni guadagnando 15 mila dollari al secondo, 1,3 miliardi di dollari al giorno. Solo Jeff Bezos, imperatore che regna nel mondo Amazon, ha ottenuto un surplus patrimoniale di +81,5 miliardi di dollari. Questi soldi basterebbero da soli per pagare la vaccinazione completa contro il Covid (due dosi e la terza «booster») all’intera popolazione mondiale. Bezos non perderebbe nulla del suo potere. In compenso potrebbe contribuire a finanziare anche la logistica mondiale, mettendo a disposizione la potenza della sua impresa (aerei compresi) per aiutare i paesi meno attrezzati a vaccinare la propria popolazione. Il problema riguarda anche il capitalismo farmaceutico. Pfizer, BioNTech e Moderna hanno realizzato utili miliardari, ma meno dell’1% dei loro vaccini ha raggiunto le persone nei Paesi a basso reddito, dove è stata vaccinata appena il 4,81% della popolazione. E pensare che per spendere le proprie fortune al ritmo di 1 milione di dollari al giorno ciascuno, Bezos e gli altri ultra-miliardari necessiterebbero di 414 anni. 414 anni di pena per tutto il resto del mondo. . Non sarebbe un esproprio. Sarebbe giustizia.

 

«LE BANCHE centrali hanno pompato miliardi di dollari nei mercati finanziari per salvare l’economia, ma gran parte di queste risorse sono finite nelle tasche dei miliardari che cavalcano il boom del mercato azionario – sostiene Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International – I settori come quelli farmaceutici hanno beneficiato della crisi con conseguenze avverse per troppi ed è succube alla logica del profitto e restio alla sospensione temporanea dei brevetti e alla condivisione di know-how e tecnologie necessarie per aumentare la produzione di vaccini Covid e salvare vite anche nei contesti più vulnerabili del pianeta».

 

LE DONNE, insieme ai lavoratori giovani e stranieri, sono tra le più colpite dalla crisi. La quota di «working poor» (lavoratori con retribuzione annuale inferiore a 10.837 euro e mensile inferiore a 972 euro nel 2017) è aumentata dal 26% del 1990 al 32,4% nel 2017. Ciò che ha contribuito all’aumento della povertà lavorativa è stato il precariato, il part-time in prevalenza involontario la cui incidenza è quasi triplicata in questi anni.

 

OXFAM ha inoltre individuato la ragione di fondo che mina le politiche di bonus e incentivi con i quali i governi hanno illuso, facendo addirittura parlare di un fantomatico «ritorno dello Stato». I massicci trasferimenti hanno solo attenuato le disuguaglianze retributive e reddituali, ma le prospettive a breve restano incerte, data la temporaneità degli interventi e i rischi, tutt’altro che scongiurati, di un ritorno allo status quo pre-pandemico. Il desiderio di tornare al mondo di prima è stato coltivato anche dal governo Draghi è che il virus sia l’eccezione. E che il business as usual la regola. Gli effetti di questa decisione politica sono quelli indicati anche da Oxfam. E questo è solo il primo tempo della crisi.

 

*** Maslennikov (Oxfam): «Con il governo Draghi sono difficili da adottare misure di giustizia sociale»

 

EDITORIALI E COMMENTI

 

17/01/2022

da Left

Giulio Cavalli

 

Il Covid, un certificato di guarigione arrivato due giorni dopo il tampone negativo, il solo Green pass valido 72 ore e il lavoro che salta. La pandemia burocratica ha delle chiare responsabilità

 

Mentre fuori infuriava la narrazione dell’ondata Omicron che là fuori è descritta come semplice raffreddore ho preso per la terza volta negli ultimi 2 anni il Covid. Avevo in corpo 2 vaccinazioni, con terza dose booster già prenotata, e avevo già contratto la malattia. Come accade a tutti si raccolgono le informazioni dai media che ci sono intorno e ho avuto la sensazione che questa nuova variante l’avremmo presa tutti, superandola con “qualche starnuto e un po’ di tosse” come ripetono sognanti il fior fiore delle star televisive di quest’epoca.

 

Ho fatto due tamponi mentre il mio Commissario straordinario generale Figliuolo diceva che un po’ di coda ci avrebbe fatto bene e ci invitava a non drammatizzare quelli che secondo lui sono solo “piccoli disagi”. La somma delle ore di coda per effettuare i due tamponi (un primo negativo e uno positivo pochi giorni dopo) si attesta sulle 10 ore. Non male per i saldi. Ovviamente in coda con febbre alta, stanchezza e problemi di ipertensione e cardiaci. Forte, ‘sto raffreddore, mi sono detto.

 

Quando la situazione si è aggravata l’unica soluzione era “andare al Pronto Soccorso” (non mi pareva una grande idea) oppure “chiamare un’ambulanza”. Queste sono le istruzioni che ho ricevuto. Ho pensato che probabilmente qualcuno fosse in una situazione peggiore della mia, così ho potuto provare il brivido dell’auto-vigilanza: incrociare le dita e sperare che tutto andasse bene.

 

Lo scorso giovedì alle 13.07 ho effettuato il tampone che ha sancito la fine della malattia. Meglio: io pensavo che fosse finita la malattia e invece un certificato di guarigione mi è arrivato 2 giorni dopo. Ma non è quello che conta, con il certificato non ne faccio nulla: il tampone negativo mi ha concesso un Green Pass valido 72 ore. Le 72 ore sono scadute ieri alle 13.07. Solo che questo fine settimana avrei potuto lavorare partecipando a una trasmissione televisiva ma non avrei avuto modo di prendere un treno, di prenotare un hotel, di entrare in uno studio televisivo. Ieri ho fatto una gita in famiglia ma senza copertura di Green Pass quindi non potendo entrare ovviamente in nessun locale, mangiando all’aperto e altre cose così, quelle che i No Green Pass riprendono in diretta sui loro social per essere rivoluzionari e che invece io trovo una grande rottura di coglioni.

 

Dalla guarigione dello scorso giovedì io non posso lavorare e ascolto presunti grandi esperti che mi dicono che il problema per l’economia sono le persone che si ammalano, che non hanno sintomi e fanno finta di stare male, che per divertimento vogliono farsi un tampone e che si inventano scuse per stare a casa.

 

Alla fine ci diventi, Djokovic, anche se hai voglia di essere in regola. La pandemia burocratica però a differenza della pandemia sanitaria ha delle chiare responsabilità.

ECONOMIA E FINANZA

 

16.01.2022

da Coniare Rivolta

 

Negli ultimi giorni del 2021, il Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi e il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron hanno preso carta e penna e scritto una lettera al Financial Times, dall’altisonante titolo “Le regole fiscali dell’Unione Europea vanno riformate, se vogliamo mettere in sicurezza la ripresa”.

Una lettura superficiale della missiva potrebbe far pensare a un attacco, garbato ma fermo, ai cosiddetti ‘falchi’ che, appena passata la tempesta della pandemia, vorrebbero un ripristino rapido dell’austerità imposta dal Patto di Stabilità e Crescita, sospeso negli ultimi due anni e che tornerà in vigore a partire dal 2023. Una sorta di manifesto politico della nuova Europa che verrà, forgiata nella solidarietà degli ultimi due anni e negli enormi, ci dicono Draghi e Macron, sforzi messi in campo per arginare le conseguenze economiche della pandemia.

 

La lettera è, in massima parte, deliberatamente vaga e generica, limitandosi ad una enunciazione di principi che ruota intorno alla constatazione che le regole fiscali europee, imperniate sul Patto di Stabilità e Crescita, vanno aggiornate e riformate, alla luce del nuovo scenario globale e delle molte sfide che ci aspettano.

 

Come dicevamo, la lettera è sì generica, ma è anche particolarmente esplicita nel delineare l’orientamento strategico di un pezzo di padronato europeo, in particolare su come usare l’architettura dell’UE per riprendere a macinare profitti: alle soglie del terzo anno di emergenza sanitaria, l’economia è rallentata in misura talmente violenta che si rende necessario un deciso intervento pubblico, per rimettere in moto la produzione e ridare vigore agli utili, messi a repentaglio dalla mazzata che la pandemia ha inferto al potere d’acquisto di milioni di persone. Gli Stati devono quindi poter spendere, almeno un po’, ma non nell’interesse del benessere collettivo. Come ci dicono Draghi e Macron: “la nostra strategia consiste nel mettere un freno alla spesa pubblica corrente (cioè ad esempio salari dei dipendenti pubblici e pensioni) attraverso riforme strutturali ragionevoli”. La logica del PNNR in purezza, con la spesa pubblica usata come strumento per imporre una radicale ristrutturazione alle economie dei Paesi membri e per porre l’attacco definitivo ai residui di stato sociale.

 

Non finisce però qui. È possibile, facendo un passo di lato, farsi un’idea più chiara dei contenuti sottesi alla lettera Draghi-Macron. Nella parte finale della stessa, si trova un link (l’unico presente) a un documento, pubblicato sul sito del Governo italiano e firmato da, tra gli altri, Francesco Giavazzi, già entusiasta cantore delle virtù dell’austerità espansiva e attuale principale consigliere economico di Draghi, e Charles-Henri Weymuller, figura analoga per il Presidente francese. Se dalle parole di Draghi-Macron si evince il senso politico della proposta, le pagine di Giavazzi- Weymuller si premurano di chiarirne gli aspetti tecnici.

 

La proposta ha due gambe:

  • la creazione di un’Agenzia Europea di Gestione del Debito, a cui trasferire una quota di debito pubblico dei paesi europei corrispondente a quello accumulato nel biennio 2020-21. Una porzione sostanziosa di tale debito recente è adesso detenuta dalla Banca Centrale Europea e proprio parte di essa verrebbe acquistata dall’Agenzia che, prendendo come esempio il nostro Paese, arriverebbe gradualmente a possedere debito pubblico italiano per un ammontare pari al 19% del PIL (19 punti percentuali di PIL corrispondono, infatti, all’aumento dello stock di debito italiano negli ultimi due anni). Per finanziare tale spesa, l’Agenzia emetterebbe titoli propri. Negli anni a venire, inoltre, la stessa Agenzia continuerebbe ad acquistare debito italiano, in maniera tale da mantenere in pancia titoli per un valore intorno al 19% del PIL italiano. Questa misura renderebbe meno traumatico il graduale processo attraverso il quale la BCE si libererà di titoli del debito sovrano nei prossimi anni, e permetterebbe anche di risparmiare qualcosa sui tassi di interesse che ogni Paese paga sul proprio debito, in particolare su quella porzione posseduta dall’Agenzia Europea di Gestione del Debito.
  • la revisione delle regole fiscali europee. Giavazzi e compagnia partono da una constatazione: le attuali regole sono troppo complesse, hanno troppi parametri e sono poco realistiche. Portando l’esempio concreto dell’Italia, notano come convergere in 20 anni ad un rapporto debito/PIL pari al 60%, come il Patto di Stabilità prescrive, è di fatto impossibile e irrealizzabile, cosa che – di fatto – avrebbe fornito all’Italia una scusa per non compiere gli aggiustamenti fiscali che sarebbero necessari per migliorare la salute dei nostri conti pubblici. Ecco, quindi, l’uovo di Colombo: i vincoli di bilancio vanno semplificati all’estremo, adottando un unico parametro di riferimento, cioè un obiettivo di medio periodo, a dieci anni, per il debito pubblico, da implementare tramite un unico strumento, rappresentato da un tetto alla spesa pubblica. Non tutto il debito pubblico sarebbe trattato alla stessa maniera, però. Quello che deriva da spese sostenute “per il futuro” sarebbe debito “a bassa velocità” ed eserciterebbe una pressione minore, più graduale, sull’aggiustamento richiesto per riportare il debito in linea con il parametro del 60% (che, come viene detto en passant, rimane in vigore anche nella proposta Draghi-Macron-Giavazzi). Ci sarebbe anche, ovviamene, un debito “ad alta velocità”, dove quest’espressione corrisponde al ritmo con cui andrebbe abbattuto. Come dicevamo, la convergenza verso l’obiettivo sul debito di medio periodo va raggiunto attraverso una regola che impone un “tetto” alla spesa pubblica: maggiore è la distanza dall’obiettivo, minore sarà la spesa consentita. Sarebbero esentate da tale misura, però, le “spese per il futuro”, che non rientrerebbero quindi nel computo delle spese totali sulle quali si applica il “tetto”.

Rimane da capire, solamente, che cosa sono queste spese per il futuro. Come riporta il documento, “l’esperienza del Next Generation EU può fornire una utile via maestra, per la definizione sia delle specifiche aree di intervento, scelte dalle istituzioni europee, sia di un sistema che verifichi e imponga l’adempimento delle regole”. Con un’aggiunta: se un Paese vuole far rientrare in questa categoria privilegiata di spesa qualcos’altro, deve accettare un livello ulteriormente rafforzato di vigilanza e condizionalità da parte della Commissione.

 

La natura della proposta Draghi-Macron-Giavazzi, al di fuori della cortina fumogena di retorica che la avvolge, è chiara e ambisce a porsi all’avanguardia del progetto di ristrutturazione a cui le classi dominanti europee guardano per il post-pandemia.

 

Per capire i veri intenti della riforma delle regole fiscali europee, così come immaginata da Giavazzi e compagnia e che ci viene venduta come il superamento dell’austerità incarnata dal Patto di Stabilità e Crescita, dobbiamo anzitutto chiederci quale sarebbe la dimensione della contropartita economica. Cosa otterremmo concretamente, in cambio di una ulteriore e pressoché definitiva cessione di sovranità sulla politica fiscale, cioè sulla capacità dello Stato di intervenire nell’economia? Per trovare la risposta non bisogna cercare a lungo, basta leggere a p. 5 e p. 11 del documento: stiamo parlando di una possibilità, ad esempio per l’Italia nel 2023 e nel 2024, di spendere meno dello 0.3% di PIL in più all’anno rispetto a quanto previsto dall’ ultima di Legge di Bilancio italiana, approvata con il Patto di Stabilità e Crescita (ovviamente) ancora in vigore. Un topolino meno che insignificante, a fronte della montagna che lo ha partorito.

 

Allora il senso di quella proposta va colto nella duplice regressività dei suoi contenuti.

 

Da un lato, l’apparentemente singolare proposta di creazione di un’agenzia apposita per la gestione di una quota rilevante di debito potrebbe verosimilmente rispondere alla volontà di gestire la politica monetaria del debito pubblico (consistente nel comprare e vendere titoli pubblici per manipolare lo spread) tramite una struttura dedicata, liberando la BCE dal costante presidio di questo aspetto della politica monetaria. Dalla crisi greca ad oggi, la BCE si è occupata di gestire gli spread, ma questo ha condizionato la sua politica monetaria e ha costretto la banca centrale a numerose acrobazie non sempre agevoli. Da qui la possibile esigenza di fare uso di un’istituzione apposita per la gestione degli spread nel corso del tempo che, liberando la BCE da questo compito, allo stesso tempo mantenga saldo il controllo del ricatto de debito, da potere agitare non appena ve ne sia il bisogno.

 

Dall’altro lato emerge chiaramente la volontà di orientare sempre di più la spesa pubblica alle esigenze del capitale. L’artificiale e capziosa distinzione sempre enfatizzata tra spesa corrente e spesa per investimenti ha esattamente questa funzione.

 

La cosiddetta spesa per investimenti, che naturalmente è spesa di vitale importanza per lo sviluppo del paese e per il benessere della maggioranza delle stesse classi subalterne, contiene in un vasto calderone numerose voci, tra cui il finanziamento di grandi opere, la riconversione ecologica delle imprese, la digitalizzazione dell’economia, lo sviluppo di settori strategici: tutti ambiti dove è potenzialmente più semplice dirottare risorse verso le esigenze del capitale. La spesa corrente invece è spesa per i bisogni sociali immediati e difficilmente può essere fagocitata a favore dei profitti. La polemica spesso agitata dai detrattori del ruolo dello Stato nell’economia nello specifico contro la spesa corrente è una polemica contro il cosiddetto assistenzialismo, al fine di promuovere una controrivoluzione radicale del concetto stesso di Stato sociale, articolata sul taglio drastico di ogni spesa diretta ai bisogni dei più.

 

Lungi dal voler favorire davvero investimenti di medio-lungo periodo per lo sviluppo del Paese, i nostri autori, in coerenza con una retorica che imperversa da anni, fanno il panegirico della spesa per investimenti usandola come grimaldello per nascondere il doppio intento di spostare risorse pubbliche verso gli interessi delle grandi imprese e allo stesso tempo tagliare drasticamente quelle destinate allo stato sociale: alle prestazioni previdenziali, assistenziali e alla fornitura dei principali servizi pubblici universali diretti alla cittadinanza.

 

Niente di nuovo sotto il sole, ma un salto di qualità nella quotidiana lotta di classe dalle classi dominanti europee contro le classi subalterne.

LAVORO E DIRITTI

 

15/01/2022

da il Manifesto

Riccardo Chiari

 

Delocalizzazioni. L'assemblea delle lavoratrici dell'Ortofrutticola del Mugello conferma la mobilitazione. La Flai Cgil: "Da Italcanditi solo parole, da qui non esce nemmeno un bullone se non c'è un dettagliatissimo piano industriale che tenga conto degli ingenti investimenti necessari per progettare nuove lavorazioni". Istituzioni locali e regionali al fianco delle operaie.

 

Sciopero a oltranza e avanti con il presidio davanti ai cancelli della fabbrica, nonostante il freddo e la neve. Non hanno avuto alcun dubbio le 80 operaie dell’Ortofrutticola del Mugello, al termine di un’assemblea in cui si è fatto il punto delle supposte novità emerse al tavolo regionale con i proprietari di Italcanditi. Supposte, perché agli occhi delle lavoratrici, della Flai Cgil e della Fai Cisl non è apparsa convincente l’apertura, solo verbale, al mantenimento dello stabilimento a Marradi. Ma con il trasferimento dei macchinari a Bergamo, dove Italcanditi intende accentrare la lavorazione dei marron glacès. Passando da una produzione a chilometro zero, grazie al prelibato Marrone del Mugelllo Igp, a non meglio precisate lavorazioni del prodotto semilavorato.


“Per fare i marron glacès chiesti dal mercato devono trasferire i macchinari – conferma Mirko Borselli della Flai fiorentina – ma da qui non esce nemmeno un bullone, se non c’è un dettagliatissimo piano industriale che tenga conto degli ingenti investimenti necessari per progettare nuove lavorazioni. E anche del fattore tempo, visto che ad aprile la produzione deve essere a pieno regime”.
In presidio accanto alle operaie, che continuano ad essere assistite nelle lotta dall’intera comunità marradese, Borselli offre anche una efficace radiografia della situazione del mercato: “L’Ortofrutticola del Mugello detiene una quota europea del 50% di produzione del marron glacès, e Italcanditi sua concorrente diretta del 30%. Per questo nel 2020 l’aveva acquistata, e dopo solo un anno e mezzo ora vogliono portare tutto a Bergamo”.


Anche dal fronte istituzionale viene chiesto un piano industriale particolarmente convincente, se davvero Italcanditi intende restare con un sito produttivo nell’Alto Mugello. Così Susanna Cenni, vicepresidente della commissione agricoltura alla Camera e responsabile dem del settore, dopo aver incontrato le lavoratrici al presidio con il sindaco Tommaso Triberti a fare gli onori di casa, ha spiegato lo stato delle cose: “E’ stata avanzata una ipotesi di riconversione. Non c’è tuttavia, al momento, un piano industriale chiaro, il progetto è stato solo illustrato a voce. Per questo le istituzioni locali e regionali presenti hanno richiesto dati e numeri, preannunciando l’avvio di un percorso condiviso con i sindacati, e la disponibilità ad attivare misure concrete”.


In difesa della “fabbrica dei marroni” di Marradi anche la Rifondazione mugellana, che ha sua volta ha incontrato le operaie al loro presidio, mentre Forza Italia ha presentato un ordine del giorno in consiglio regionale. E la commissione Pari opportunità ha invitato le lavoratrici e la vicesindaca Vittoria Mercatali. “Vanno tutelati quei valori che oggi più che mai dobbiamo difendere – ha osservato Francesca Basanieri che guida la commissione – e che rappresentano le sfide trasversali del Pnrr: pari opportunità e lavoro per le donne, e sviluppo delle aree interne. Pensiamo che l’attuale proprietà non abbia ben compreso il valore sociale e l’importanza che l’azienda riveste per quel territorio. L’Ortofrutticola del Mugello rappresenta l’intera comunità”.


“La Flai sostiene a tutti i livelli la lotta dei lavoratori – chiude Giovanni Mininni che guida la categoria della Cgil – di fronte di una decisione che nulla ha a che fare con problemi legati alla produzione ma, molto probabilmente, risponde a logiche dettate da scelte finanziare e possibili quotazioni in borsa. Ma questi giochi non si fanno sulla pelle di lavoratrici e lavoratori, provocando l’impoverimento di un intero territorio”.

 

 

ECONOMIA E FINANZA

 

14/01/2022

da il Manifesto

Mario Pierro

 

Il caso. Rapporto Bankitalia: buoni segnali dal rimbalzo dell'economia dopo i lockdown ma c'è il ritorno massiccio dei contagi, l'aumento dei prezzi dell'energia e del blocco delle catene di fornitura. Per molti servirebbero 30-35 miliardi nel 2022 per calmierare il maxi aumento delle bollette di elettricità e gas. E i partiti, in vista del voto per il Quirinale, si fanno concorrenza e vanno in pressing su Draghi per uno scostamento di bilancio al governo Draghi giunto al fotofinish. L'Istat: la produzione industriale è ripresa. Ma i costi dell'energia possono vanificarla. No, la crisi non è finita e continua in altre forme

 

Il caro dei prezzi delle materie prime energetiche e il blocco delle catene di fornitura a livello mondiale avvenuto dopo la «ripresa» dell’economia dai lockdown per contenere il Covid potrebbero portare a un aumento dei prezzi nel 2022. Secondo uno studio condotto da Bankitalia sulle aziende fra novembre e dicembre del 2021 già oggi le aziende hanno rivisto significativamente al rialzo i listini nell’ultimo trimestre del 2021, e le loro aspettative sull’inflazione al consumo sono salite ben oltre la soglia del 2 per cento. La dinamica della domanda resterebbe robusta, ma l’aumento del costo dell’energia e la risalita dei contagi provocati dalla variante Omicron del Sars Cov 2 può mettere a rischio il rimbalzo dell’economia italiana nei primi tre mesi del 2022 e colpire oltre il 50 per cento delle imprese. Il rischio per ora più concreto è l’aumento record delle bollette. Circola da giorni una nuova stima tra i 30 e i 35 miliardi di euro di aumento in un solo anno delle spese aa carico sia dei consumatori che delle imprese (ieri Standard & Poor’s). Unioncamere oggi spiega che gia’ nel 2021 le piccole medie imprese hanno pagato il 13,3% in più rispetto al 2020 per le bollette di elettricità, gas, acqua e rifiuti, ma che l’aumento è stato dovuto prevalentemente alle prime due. In pratica i profitti legati alla «ripresa» sarebbero usati per pagare le bollette. Una prospettiva che rivela quanto fragile sia la «crescita» nel capitalismo pandemico, un elemento strutturale perlopiù trascurato dalla ricerca di una «normalità» difficile da restaurare.

 

IL GOVERNO boccheggia in questa situazione. Non sono bastati i quasi 4 miliardi stanziati dalla legge di bilancio per calmierare i prezzi delle bollette in arrivo. Servono molti altri soldi e i partiti della maggioranza Frankenstein da giorni fanno a gara a chiedere a Draghi e al ministero dell’Economia un maxi scostamento bilancio pari al costo solo preventivato dell’aumento energetico. La Lega si è messa in pole position e ha tirato l’altro ieri la volata ai Cinque Stelle. Alla compagnia ieri si è unito anche il Pd, «Servono sostegni ai settori più colpiti della manifattura energivora e delle piccole e medie imprese anche prevedendo uno scostamento di bilancio, destinando in modo strutturale i proventi delle aste Ets e chiedendo una compartecipazione ai costi da parte dei produttori che stanno realizzando extra-profitti dall’aumento esponenziale del prezzo del gas» ha detto la responsabile ambiente del Pd Chiara Braga. Nella competizione tra i partiti in vista del voto per il Colle l’allineamento del Pd alle richiesta di Cinque Stelle e Lega è stata schernita da Salvini che ha evidenziato il ritardo della proposta. A parte l’idea condivisa da tutta la maggioranza, quella di Draghi che ha ipotizzato una tassa ai produttori di energia per pagare le bollette, il problema è l’entità dello stanziamento. Al Mef e Chigi non ci sarebbe l’intenzione di fare un altro scostamento di bilancio, come se la crisi fosse passata e la «ripresa» sarà continua e irreversibile. Si parla di due miliardi, mentre la richiesta è addirittura di 30. Prima della (sua?) elezione al Quirinale Draghi dovrebbe trovare una sintesi in un decreto che potrebbe arrivare la prossima settimana o a fine mese. Nelka massima confusione ieri la presidente della Commissione Ue Von Der Leyen ha aggiunto un peso da novanta: nucleare e gas naturale. «Ne avremo bisogno fino a che non ci saranno sufficienti energie rinnovabili». E in Italia è ripartita la grancassa nuclearista di Salvini, mentre Grillo dal suo blog diceva il contrario.

13.01.2022

da Left

Giulio Cavalli

 

Nonostante la legge italiana vieti non solo l'esportazione ma anche il transito di armamenti verso Paesi in conflitto armato o che violano i diritti umani, la nave Bahri Yanbu, con carri armati a bordo, ha fatto scalo a La Spezia. Destinazione: Arabia Saudita

 

La nave è sempre la Bahri Yanbu, che da anni fa la spola tra Usa, Europa e Arabia Saudita. Lunedì ha fatto scalo al porto di La Spezia e trasportava materiali militari e esplosivi. Una fonte ha raccontato a Il Manifesto: «Sono più o meno dieci, carri armati senza i cingoli atti al movimento nel deserto. Sono mezzi da guerra: nonostante la fasciatura chirurgica si può scorgere la forma del cannone. Sui ponti di coperta, come sempre, ci sono moltissimi contenitori con all’interno esplosivo. Lo usano poi per riempire gli involucri delle bombe. Imbarcati negli Stati Uniti».

 

Opal (l’osservatorio permanente sulle armi leggere e sulle politiche di difesa e sicurezza) ci fa sapere che i veicoli provengono dal Canada, spediti dalla General dinamic land systems, specializzata in mezzi militari corazzati da combattimento e in carri armati. Sono destinati alla Royal Guard, la Guardia Reale della Monarchia assoluta islamica dell’Arabia Saudita. Si tratta di veicoli blindati su gomma Apc (Armoured personal carrier, veicoli per trasporto truppe) modello Lav, fabbricati in Canada nello stabilimento di London, Ontario, dalla General Dynamics Land Systems. Un rapporto di Project Ploughshares e Amnesty International dello scorso agosto documenta che questo tipo di veicoli è stato impiegato nella guerra in Yemen. Conflitto che è iniziato nel marzo del 2015 con l’intervento militare a guida saudita e, secondo l’ufficio delle Nazioni Unite UNDP, ha portato ad oltre 377mila vittime, dirette e indirette, tra cui la metà bambini al di sotto dei cinque anni.

 

Opal aveva già chiesto alla Prefettura e alla Capitaneria di Porto-Guardia costiera di verificare preventivamente se la nave Bahri Yanbu stia trasportando materiali militari diretti a Paesi sottoposti alle misure di divieto di esportazione. La Legge n. 185 del 1990 (Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento), che regolamenta tutta questa materia, ha stabilito una serie di divieti non solo all’esportazione ma anche al transito di materiali militari. Tra questi il divieto all’esportazione e al transito di materiali di armamento «verso i Paesi in stato di conflitto armato», «verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione», «verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani» (art. 1.6). L’abbiamo scritto molte volte, vale la pena ripeterlo.

 

In porto alla Spezia, le operazioni di carico e scarico della nave cargo saudita Bahri Yanbu, arrivata lunedì mattina al Terminal Container Lsct (molo Garibaldi), hanno visto «un ingente dispiegamento di Forze dell’ordine» che avrebbero assistito alle operazioni di carico di una «quarantina di casse di materiali, nello scalo da alcuni giorni, di cui non è stato reso noto né il contenuto né il mittente».

 

L’Arabia Saudita, nonostante piaccia tanto a qualche nostro senatore, nel 2015 è intervenuta militarmente (e illegittimamente) in Yemen. Contro l’Arabia Saudita ci sono almeno 10 risoluzione dell’Ue per avviare un processo di embargo. Lo Stato italiano, nel gennaio dello scorso anno, a seguito della Risoluzione della Commissione Affari esteri e comunitari, ha deciso di revocare le licenze relative alle esportazioni verso l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti di «bombe d’aereo e missili e loro componentistica che possono essere utilizzate per colpire la popolazione civile in Yemen».

 

Provate a immaginare quanto sarebbe grave un così ampio dispiegamento di forze dell’ordine in un porto per permettere di infrangere la legge.

LAVORO E DIRITTI

 

12/01/2022

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

Silenzi di Governo. Campagna di assemblee per preparare la mobilitazione nell’intero settore automotive. Anche la Fim Cisl critica col governo: senza incentivi si rischiano 60 mila licenziamenti

 

Impianti quasi fermi, cassa integrazione raddoppiata, nessuna politica industriale da parte del governo. La situazione di Stellantis in Italia è sempre più allarmante e le previsioni per il 2022 sull’intero settore dell’automotive sono sconfortanti con esuberi già conclamati alla Bosch di Bari e in Magneti Marelli.

 

INASCOLTATA DA ANNI, la Fiom rilancia la sua richiesta al governo di un «piano straordinario di investimenti».

 

A una settimana da un grido d’allarme molto simile lanciato dalla Fim Cisl, i metallurgici della Cgil mostrano dati inequivocabili: raffrontando il 2019 – anno prima della pandemia – ai primi 11 mesi del 2021 l’uso della cassa integrazione è più che raddoppiato passando da circa 26,5 milioni di ore nel 2019 a ben 56,3 milioni di ore da gennaio a novembre 2021.

 

In più Michele De Palma segretario nazionale e Simone Marinelli, coordinatore nazionale automotive, sottolineano come «nel 2021 la produzione nel settore ha perso il 9,4% e le immatricolazioni sono diminuite di circa il 24%, ad aumentare invece è il costante ricorso agli ammortizzatori e il conseguente impatto negativo sui salari. Con lo sblocco dei licenziamenti – continuano – il settore dell’indotto automotive, che occupa circa 163 mila lavoratori, è stato quello più colpito, mentre situazione complessa riguarda gli stabilimenti del Stellantis: a fronte di una capacità istallata di un milione e mezzo di veicoli, se ne producono solo 700mila», concludono.

 

E ANNUNCIANO UNA CAMPAGNA di assemblee per tutto il settore automotive sul territorio chiamata «Safety Car», la macchina usata in Formula 1 in caso di incidente per azzerare la situazione. Un modo per preparare una mobilitazione forte, senza escludere uno sciopero. Lo scopo è «l’individuazione di un percorso unitario di mobilitazione nazionale affinchè il settore possa continuare a garantire un futuro occupazionale e industriale nel nostro paese, con la proposta al governo di puntare a un Piano straordinario per l’automotive».

 

La campagna di assemblee è partita ieri dalla Toscana dove l’attivo dei delegati degli 8 mila dipendenti automotive in regione si è tenuto a Firenze, alla Casa del Popolo di San Bartolo a Cintoia. «È necessario mobilitarsi a salvaguardia dell’industria, per la difesa dell’occupazione e per obbligare il governo ad aprire un tavolo permanente settoriale», ha attaccato il segretario regionale Fiom Massimo Braccini.

 

COME DETTO NEI GIORNI SCORSI era stata la Fim Cisl a produrre il suo report sul 2021 in Stellantis. I dati della produzione nel 2021 segnano una riduzione del -6,1% rispetto al 2020, anno caratterizzato dal blocco produttivo del lockdown: tra autovetture e furgoni commerciali, 673.574 unità contro le 717.636 del 2020. La produzione di autovetture, pari a 408.526 segna un -11,3%, mentre i veicoli commerciali (a Atessa) segnano un leggerissimo aumento del 3,1%. Rispetto al 2019, la situazione è maggiormente negativa con un complessivo – 17,7%, con le autovetture a -22,3% e i veicoli commerciali a -9,6%, quest’ultimi per la prima volta in rosso da 12 anni.

 

L’unica produzione che non ha subito fermate significative è la 500 elettrica a Mirafiori che riesce a superare i livelli del 2019, anche perché ha assorbito la produzione Maserati di Grugliasco, stabilimento chiuso. A Cassino il suv Stelvio rappresenta due terzi della produzione 2021 chiusa con -18% rispetto al pandemico 2020, mentre il lancio del suv Maserati Grecale è slittato da fine 2021 al secondo trimestre del 2022. Il crollo più pesante è quello di Melfi, con -28,8% rispetto al 2020. A Pomigliano produzione in calo del 38% rispetto al 2019.

 

«SEBBENE L’AD TAVARES abbia confermato che l’Italia non è periferica nelle strategie future del gruppo – commenta il segretario nazionale Fim Cisl Ferdinando Uliano – senza incentivi sulla mobilità sostenibile da parte del governo ci saranno ristrutturazioni. Se Draghi, Giorgetti e Cingolani non si danno una mossa sul tema della transizione ecologica si rischiano 60mila licenziamenti», conclude.

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