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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

10 settembre 2017

“Siamo vicini ai familiari delle vittime e ai livornesi, una solidarietà che ho espresso anche al Sindaco Nogarin. Oltre ai tanti morti, inaccettabili nel 2017, vi sono anche danni ingenti”, afferma Tommaso Fattori, capogruppo di Sì Toscana a Sinistra in consiglio regionale.

“Ma non basta il dispiacere e la solidarietà, serve anche il raziocinio. La causa di questi disastri non è la natura né un’allerta meteo inadeguata, che in questo caso era comunque arancione, più che sufficiente a far temere una situazione fortemente critica. Ogni volta sentiamo ripetere come una cantilena che le precipitazioni sono state le più imponenti di sempre, ma la verità è che tra le vere emergenze di questo paese c’è lo stato pietoso del territorio”.

“La causa di quel che accade è da ricercare nei tagli agli investimenti pubblici per la salvaguardia ambientale, nell’inefficiente politica dell’emergenza che ha sostituito i seri interventi di prevenzione, nella mancata pianificazione”.

“I punti critici del territorio livornese sono noti da tempo, bisogna investire molto di più sulla prevenzione del rischio e pianificare solidi interventi di tipo strutturale, oltre agli ovvi e necessari interventi manutentivi, a partire da quelli relativi ai corsi d’acqua, che non è chiaro se siano stati fatti in maniera adeguata”.

“Adesso c’è da sostenere in ogni modo l’impegno della protezione civile e dei volontari, poi si dovranno accertare le responsabilità di quanto accaduto. Chiederemo anche che in Consiglio regionale si apra una seria riflessione sulla vera grande opera pubblica prioritaria per la Toscana, che non è l’inutile e dannosa autostrada Tirrenica o il nuovo e pericoloso aeroporto di Firenze, ma la messa in sicurezza del territorio e la salvaguardia dal dissesto idrogeologico”, conclude il capogruppo.

Ascanio Bernardeschi
09/09/2017


Il nostro paese, dalle posizioni di punta acquisite fino a qualche decennio fa, è rotolato nel castro dei maiali.

Avevamo un gioiello che era al passo con le allora pionieristiche tecnologie informatiche, l'Olivetti, ma il grande imprenditore, adorato a “sinistra”, il Cavaliere Carlo Debenedetti, l'ha distrutta. La Nuova Pignone, società pubblica che era ben posizionata nel mercato, venne privatizzata e si è dissolta. La Fiat non è più italiana grazie a un altro incensato e famoso manager e si chiama Fca. Altri casi della massima importanza sono Alitalia, Telecom, Indesit, Ansaldo Breda, Pirelli, Ilva. Tutte queste industrie, in gran parte pubbliche, o sono state cedute in mano straniera, o sono state smantellate, o ridotte ai minimi termini, o oggetto di esternalizzazioni che penalizzano i lavoratori. Così, in soli sei anni, l'Italia è scesa dal quinto all'ottavo posto fra i paesi industriali. Ma più ancora è stridente il divario fra la fase dinamica del cosiddetto “miracolo italiano” degli anni ‘60 in cui alcuni prodotti della nostra industria avevano acquisito fama in tutto il mondo, basti pensare alla Vespa Piaggio, alla Cinquecento Fiat, alle calcolatrici Olivetti, e il totale vuoto di produzioni industriali, specialmente quelle ad alta tecnologia, odierne. Già nel 2010 il 33 per cento della nostra produzione consisteva in prodotti a bassa tecnologia, mentre in Germania essi rappresentano appena il 18 per cento.

Per un po' di anni ci hanno riempito la testa col nuovo posizionamento del “made in Italy”, legato all'alimentare, al tessile, alla moda, all'arredamento e al design, settori in cui ben presto e agevolmente siamo stati copiati dai paesi emergenti e messi fuori mercato. L'altro pilastro su cui si riteneva di poter contare fu il cosiddetto “piccolo è bello”, l'economia dei distretti industriali fatti di piccole imprese che facevano “sistema”. Una boiata pazzesca, se non peggio, avrebbe detto il povero Paolo Villaggio. Il piccolo non si è rivelato per niente bello. Ha potuto sfruttare maggiormente i lavoratori, in genere meno sindacalizzati ed esposti al paternalismo padronale, ha vivacchiato evadendo le tasse e ricorrendo al lavoro nero, ma il nanismo della nostra struttura produttiva non ha potuto reggere la sfida dei notevoli investimenti necessari per introdurre alte tecnologie.

La crisi mondiale del 2008 ci ha trovato quindi molto esposti alle sue ricadute, tanto che Eurostat certifica che la nostra produzione ha subito ulteriormente, dal 2007 al 2014, una diminuzione del 18 per cento, addirittura maggiore di quella della Spagna e della Grecia, a fronte di un aumento dell'8 per cento di quella tedesca. In particolare il comparto manifatturiero, secondo un rapporto del Centro Studi Confindustria del 2014, ha subito un calo del 25 per cento dal 2000 al 2014, mentre nel resto del mondo saliva del 36 per cento, e, per quanto riguarda l'Europa, un rapporto Istat ci dice che la Germania ha sostanzialmente mantenuto la posizione, mentre Francia e Inghilterra registrano un arretramento importante, ma molto più contenuto del nostro (fra il 10 e il 15 per cento).

Lo stesso discorso vale per l'occupazione che, secondo lo stesso rapporto, è diminuita nell'industria di un milione e 160mila unità dal 2001 al 2013. Per non parlare della sua qualità e dell'estensione abnorme del lavoro precario che è diventato la regola della nuove assunzioni.

Visto che i commenti si sprecano a ogni rilevazione trimestrale e ci si accanisce a commentare – magari interpretandole secondo le necessità politiche – le piccole variazioni avvenute nel corso di tre mesi, è opportuno dare uno sguardo ai dati che Eurostat mette online e che riguardano l'intero periodo dal 2007 al 2016. Viene fuori che il Pil Italiano, in 9 anni, è cresciuto del 3,9 per cento, meno dello 0,4 per cento annuo, la Francia è cresciuta di oltre il 20 (circa 2 per cento all'anno) e la Germania di oltre il 25 (2,5 all'anno). L'intera zona Euro, pur fra crescenti disparità, è cresciuta del 10,2, oltre un punto l'anno.

Vediamo l'occupazione: L'Italia perde oltre 480mila posti di lavoro, pari al 2 per cento. La zona Euro guadagna il 4,35 per cento, la Germania l'8,22.

È quindi risibile l'entusiasmo di Renzi, seguito dai media embedded, di fronte alle ultime rilevazioni e alle stime dell'Istat. Cosa è avvenuto veramente? È avvenuto che il nostro Istituto di statistica, nelle proprie stime preliminari del Pil del secondo trimestre 2017, pubblicate il 16 agosto, indica un aumento del Pil dello 0,4 per cento sul trimestre precedente e prevede un aumento del 1,5 per cento per l'intero 2017. Si tratta certamente di un miglioramento rispetto alla stagnazione degli anni precedenti, ma ciò non è dovuto ai provvedimenti governativi, come invece ha sbandierato Renzi e come “La Repubblica” riporta acriticamente senza accennare alle opinioni contrarie, il cui impatto è stato giudicato irrilevante dai più accorti. Piuttosto l'Italia ha goduto – meno di quello che la situazione avrebbe consentito – di una certa ripresa delle attività economiche su scala mondiale e nell'area Euro, condita anche dai pur modesti effetti della massiccia introduzione di liquidità da parte della BCE. Tuttavia le analoghe previsioni della Commissione Europea indicano che ancora l'Italia sta marciando a una velocità inferiore rispetto alla media dei paesi europei.

L'altro dato su cui si gongolano i media di regime, riguarda il lavoro. Sempre l'Istat, nella sua nota mensile di agosto, indica che nel trimestre maggio-luglio i disoccupati sono diminuiti dell'1,2 per cento e che su base annua l'occupazione cresce dell'1,3 per cento. L'Istat si affretta però a dire che “a crescere sono gli occupati ultracinquantenni (+371 mila) e [assai meno] i 15-24enni (+47 mila), a fronte di un calo nelle classi di età centrali (-124 mila)”. Sembrerebbe quindi non il Jobs Act, che riguarda i nuovi assunti, ma la Legge Fornero, nonostante la sua successiva apeizzazione, che ha allontanato la pensione, a far crescere la presenza di ultracinquantenni, trattenuti forzatamente al lavoro. Un'avvertenza è poi necessaria su cosa dicono effettivamente le statistiche. Vengono censiti come disoccupati solo coloro che non lavorano neppure un'ora al giorno, quindi sfuggono alla rilevazione tutti i part time, e altre figure precarie che svolgono una minima attività lavorativa, anche se assolutamente insufficiente ai propri bisogni. Se, per esempio, in una famiglia lavorava un solo membro che percepiva 2mila euro al mese e ora lavorano tre persone che guadagnano 500 euro al mese ciascuno, le condizioni di quella famiglia senz'altro peggiorano, ma l'occupazione, per le statistiche, è triplicata. Immaginiamoci quindi quanto siano poco indicativi i dati che riportano l'andamento della disoccupazione nei nostri paesi dove il lavoro stabile e ben retribuito è andato via via quasi estinguendosi.

E comunque, anche sul lavoro, rimaniamo il fanalino di coda dell'Europa se si pensa che, sempre i dati della Commissione Europea, dicono che nella zona euro la disoccupazione è al 9,1 per cento contro il nostro 11,3.

Al di là delle oscillazioni congiunturali, l'Italia è sempre nel pantano e per risollevarla è necessario dotarci degli strumenti di politica economica che governi di centrodestra e di centrosinistra hanno smantellato, quali le industrie di stato, investimenti nella ricerca e nella tutela e sicurezza ambientale, e invertire la rotta rispetto alle politiche liberiste. Sappiamo che ciò urta contro gli interessi delle classi di riferimento dei nostri governi e in generale dei forti gruppi imprenditoriali transnazionali, ma non c'è alternativa a una dura e organizzata lotta per ridurre il loro potere.

Leo Lancari
da il Manifesto
09.09.2017


Migranti. Dopo la denuncia di Msf, critiche alla politica italiana in Libia anche dalle Nazioni unite

«Riportare le persone in centri di detenzione in cui vengono trattenute arbitrariamente e torturate è una chiara violazione del principio di non respingimento previsto dal diritto internazionale». A bocciare senza appello la decisione dell’Europa di riconsegnare i migranti nelle mani dei libici è l’alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad al Hussein che ieri si è detto «disgustato dal cinismo europeo».

Dopo la denuncia di Medici senza frontiere sulle condizioni in cui sono costretti i migranti in Libia, nuove critiche alla politica messa in atto dall’Italia – e avallata dall’Ue – per fermare i flussi arrivano adesso anche dalla Nazioni unite. E svelano ancora una volta tutta l’ipocrisia con cui l’Europa da anni gestisce l’emergenza migranti, annunciando di combattere i trafficanti di uomini ma in realtà mettendo in atto solo politiche di contrasto a quanti fuggono da guerre e miseria. «L’Ue, e l’Italia in particolare, – denuncia al Hussein – sono impegnate a sostenere la Guardia costiera libica, una Guardia costiera che ha sparato a barche di Ong che provano a salvare migranti a rischio di annegare, con il risultato che adesso le Ong devono operare ancora più lontano».

Al Hussein punta il dito su un altro dei punti forti della politica voluta dal ministro degli Interni Marco Minniti e che oggi rischia di trasformarsi nel segno della schizofrenia con cui il governo gestisce l’emergenza migranti. Dopo aver costretto di fatto le Ong ad abbandonare l’opera di salvataggio dei migranti (è di pochi giorni fa l’annuncio della maltese Moas di aver sospeso i soccorsi proprio per non consegnare i migranti ai libici), adesso si pensa di coinvolgere le stesse Ong nella gestione dei campi profughi che verranno allestiti nel paese nordafricano. A proporlo è il viceministro degli Esteri Mario Giro che due giorni fa ha incontrato una ventina di Ong alla Farnesina. «Non vogliamo abbandonare queste persone all’inferno», ha spiegato Giro riferendosi alle centinaia di uomini, donne e bambini richiuse ne centri di detenzione libici. «Senza aspettare che l’Unhcr o l’Oim siano realmente presenti, abbiamo già messo risorse a disposizione». Sei milioni di euro sarebbero stati investiti nel progetto, più altri tre per un accordo con i sindaci del territorio libici. Nelle intenzioni della Farnesina le Ong sarebbero almeno una ventina, dalla stessa Msf a Terre des Hommes, all’Elis legata all’Opus Dei.

Apprezzamento per la proposta di Giro è stato espresso dal ministero della Difesa Roberta Pinotti, mentre da parte sua il ministro Minniti ha annunciato di voler incontrare le organizzazioni umanitarie la prossima settimana. «Sarebbe molto bello se ogni Ong italiana potesse adottarne una libica. La mia ambizione sarebbe quella di arrivare a costruire una rete di giovani libici impegnati per il rispetto dei diritti umani nel loro Paese», ha spiegato Minniti.

Dubbi all’operazione arrivano però dalle stesse Ong. In un’intervista all’Huffington post Marco Bertotto, responsabile advocacy di Msf, si dice contrario anche all’idea di ricevere fondi governativi. «dal 2016 noi non accettiamo fondi da alcun governo europeo o dall’Unione europa in polemica con le politiche di contenimento dell’immigrazione adottate dalla Ue».

Insieme all’Unhcr (che opera attraverso partner locali) e all’Oim, Msf è una delle tre organizzazioni internazionali che opera in Libia. Nonostante questo – o forse proprio per questo – l’idea di operare sotto il cappello governativo non piace. «C’è il rischio – spiega infatti Bertotto – che questa idea di dare alle Ong la gestione dei centri in Libia appaia come una strumentalizzazione dell’azione umanitaria e del lavoro delle Ong da parte di un governo che ha contribuito a creare una condizione di intrappolamento delle persone in Libia».

Giulia Franchi
da il Manifesto
09.09.2017


Cooperazione. Gibe I, II, III e IV, la saga delle dighe continua ma lo schema è sempre lo stesso: nulla su danni ambientali e violazioni dei diritti umani, soldi pubblici, profitti privati

In Etiopia da due anni è in atto una tremenda stretta repressiva. Lo ha confermato lo scorso aprile, durante un’audizione parlamentare, la stessa Commissione Etiopica per i Diritti Umani, che ha indicato in ben 699 le persone uccise dalle forze di sicurezza nel corso delle varie manifestazioni di piazza tenutesi per protestare contro l’operato del governo.

Ora c’è una situazione di calma apparente. Dopo dieci mesi è stato revocato lo stato di emergenza, tanto ormai il dissenso politico è stato cancellato, messo sotto chiave dall’applicazione della draconiana legge anti-terrorismo del 2009. In Etiopia, è bene ricordarlo, i mezzi di comunicazione sono appannaggio del governo e i giornalisti «dissenzienti» possono solo scegliere tra autocensura, esilio o arresto. L’esecutivo non si crea scrupoli a limitare l’accesso ai social media.

Insomma, uno di quei paesi, e non sono pochi, con i quali Palazzo Chigi non riesce a non fare amicizia. E gli amici, si sa, non vanno mai imbarazzati.

FACCIAMO UN PICCOLO salto indietro nel tempo. È il luglio 2015, Matteo Renzi è uno dei pochi capi di governo presenti ad Addis Abeba in occasione della Conferenza dell’Onu sul Finanziamento allo Sviluppo. Prima della fine del vertice, Renzi aveva salutato tutti ed era volato 400 chilometri più a sud, nella valle dell’Omo, per una foto ricordo sulla diga Gibe III, il mega impianto idroelettrico dell’italiana Salini-Impregilo, meritevole, secondo lui, di «portare in alto il Tricolore». Un viaggio, quello in Etiopia, bissato qualche mese dopo dal Presidente Sergio Mattarella. Proprio mentre nel sud dell’Etiopia contadini e pastori della Valle dell’Omo denunciavano il deterioramento delle loro condizioni di vita a causa della diga e dei furti di terra a essa collegati, il Capo dello Stato omaggiò il contestatissimo governo di Haile Mariam Desalegn, avallando l’indissolubile rapporto di amicizia che ci lega all’Etiopia. Amicizia che in gergo geopolitico significa condivisione profonda delle strategie di sviluppo del Paese, dai cui vantaggi l’Italia non intende rimanere esclusa.

EVIDENTEMENTE NON era bastata la poco onorevole storia della diga Gibe I sul fiume Omo, la cui costruzione nel 1999 a opera della stessa Salini aveva provocato lo spostamento forzato di circa 10mila persone. E neppure la «controversa» esperienza di Gibe II, costruita sullo stesso fiume dalla solita Salini, (e parzialmente crollata nel 2011 a meno di una settimana dall’inaugurazione) con un contributo di 220 milioni di euro di soldi pubblici, elargito in circostanze che suscitarono scandalo e stimolarono l’interesse della magistratura. E tantomeno la ormai tristemente famosa Gibe III, quella della foto-ricordo di Renzi, che sta affamando centinaia di migliaia di persone tra Etiopia e Kenya.

IL BACINO ARTIFICIALE creato dallo sbarramento ha gradualmente sommerso i territori su cui le tribù della Valle dipendono per la coltivazione e l’allevamento e ridurrà drasticamente il livello del Turkana in Kenya, il più grande lago desertico del mondo. Circa 500mila persone in Etiopia e in Kenya si troveranno così a dover fronteggiare una catastrofe umanitaria.

Quando ci fu bisogno di trovare i finanziamenti per Gibe III, fu solo grazie ad una vincente campagna di pressione della società civile che l’Italia fu costretta a ritirarsi dal finanziamento, anche perché tutti i donatori multilaterali avevano fatto marcia indietro.

Oggi, dimostrando poca memoria storica, il nostro esecutivo si lancia in una nuova prova di forza: sarà ancora la Salini-Impregilo a realizzare la diga Koysha (nota come Gibe IV), l’ennesimo mega progetto sul già tormentato fiume Omo, in una saga destinata a non finire mai. A metterci i soldi (pubblici) tornerà a essere l’Italia attraverso la Sace, la nostra agenzia di credito all’export, che garantirà una copertura del rischio per 1,5 miliardi di euro. Nel frattempo, in linea con il triennio 2013-2015, l’Etiopia si conferma il secondo maggior beneficiario dopo l’Afghanistan dei fondi della Cooperazione italiana, tramite cui sono stati finanziati progetti per quasi 100 milioni di euro, senza mai imbarazzare l’esecutivo locale con domande sulle violazioni dei diritti umani.

IN QUESTO MODO TUTTO torna: noi suggelliamo l’amicizia con un alleato strategico che ci aiuta nella guerra al terrorismo, il Sistema Italia si rafforza, la Salini-Impregilo conta gli utili e a mettere una toppa, se qualcosa va storto, ci pensa la Cooperazione Italiana, mentre i soldi veri li usiamo per «aiutare i migranti a casa loro». Merkel docet.

Poco importa che l’Etiopia sia di fatto una zona off-limits per chi prova a capire cosa si muova realmente al di là della narrativa ufficiale.

NEL DICEMBRE 2015, anche noi di Re:Common ci eravamo recati lì. Ma il viaggio si rivelò monco, perché ci fu impedito di avvicinarci alle zone «calde», di parlare con chi si oppone all’impetuoso «Piano di Crescita e Trasformazione», modellato su grandi infrastrutture e sviluppo agroindustriale intensivo, a discapito delle componenti più povere e fragili del Paese. Esperienza che ci portò a raccontare quanto accaduto nel rapporto «Cosa c’è da nascondere nella Valle dell’Omo?».

Del resto è dal 1500 che esiste la ragion di stato come politica dotata di regole proprie e ubbidiente a una logica tutta sua, in nome della quale tutto diventa sacrificabile, con buona pace di quanti si sono sforzati di conciliarla con etica e morale.

ECCOLE ALLORA SVELATE le ragioni di stato del nostro Paese: petrolio, gas, armi, grandi infrastrutture, a cui ora si aggiunge la necessità di stringere alleanze con chicchessia per dimostrare che siamo pronti a tutto pur di porre fine al «problema dei migranti». Al cospetto di ciò, ogni altra questione diventa poca cosa. Che si tratti della sorte delle migliaia di persone arrestate e cacciate dalle loro case dall’esecutivo dell’amico etiopico, degli oltre 4mila morti yemeniti sotto le bombe saudite (di fattura italiana) o della vita di uomini e donne imprigionati nei centri di detenzione in Libia. Così come del destino degli attivisti perseguitati in Azerbaigian o di quello dei 40mila prigionieri politici blindati nelle carceri egiziane.

O, ancora, di scoprire la verità sull'efferato omicidio di un giovane ricercatore italiano al Cairo.

Rachele Gonnelli
da Il Manifesto
08.09.2017


Stati d'accusa. La presidente internazionale dell'ong Msf Liu: «L’Italia e l’Europa vogliono essere complici»

«Quello che ho visto in Libia è l’incarnazione della crudeltà umana al suo estremo». Joanne Liu, presidente internazionale di Medici senza Frontiere, strappa il velo dell’ipocrisia, della realpolitik del ministro Marco Minniti, invocata come panacea da prestigiosi commentatori e fini analisti, sui respingimenti in Libia ad opera dei libici ma con il valido contributo, di soldi e di retorica, dell’Italia e dell’Europa. Lei lo chiama «ultra cinismo».

Ma sono le immagini e le storie che racconta di uomini e donne stipati e massacrati nei lager libici, picchiati, schiavizzati, torturati «per il solo crimine di desiderare una vita migliore» – la delegazione di Msf è appena tornata dalla Libia dove ha visitato i centri di detenzione ufficiali, proprio quelli finanziati dall’Italia con il plauso europeo – «storie che mi tormenteranno per anni», dice Liu, più della lettera-appello indirizzata da Msf al primo ministro italiano Paolo Gentiloni e agli altri leader europei, che non riescono più a nascondere la realtà.

Ciò che la canadese Joanne Liu chiama con parole prive di equivoci: «complicità» con i criminali, cioè con «un modello di business che trae profitto dalla disperazione». Parole che, paradossalmente, hanno provocato commenti stizziti o minacciosi a difesa del governo soprattutto dall’opposizione di destra, da Calderoli a Romani.

Nella conferenza stampa di ieri a Bruxelles – e nel video-messaggio diffuso sui social dall’ong che non ha firmato il codice Minniti – c’è la spiegazione, documentata, di questo giudizio e delle ragioni dell’appello all’Europa a mettere in campo immediatamente un’altra strada, quella delle «vie legali e sicure» per accogliere e non inprigionare questa umanità africana in fuga.

Il premier Gentiloni ha risposto a stretto giro che si «augura» che «gli sviluppi che abbiamo avuto in queste settimane con le autorità libiche ci consentano di avere la possibilità di chiedere, e forse anche ottenere, condizioni umanitarie che sei mesi fa neanche ci sognavamo di chiedere».

L’Europa dal canto suo risponde con non meno stridente coscienza «delle condizioni inaccettabili, scandalose e inumane». «Non siamo ciechi e sordi», ribatte puntuta la portavoce della Commissione, Catherine Ray, ricordando lo stanziamento di 142 milioni di euro per assistere organizzazioni internazionali come l’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr) e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni in Libia. E annunciando inoltre come la Commissione Juncker stia cercando di realizzare un meccanismo per «monitorare» l’uso dei fondi europei per addestrare la Guardia costiera libica.

A tutta questa fumoseria fa da contraltare la crudezza delle condizioni di detenzione verificate dalla delegazione di Msf. «Quando sono entrata in un centro di detenzione a Tripoli – inizia Liu – c’era una guardia, enorme, che ha spalancato la porta e ha ricacciato la gente indietro con un bastone. Un mare di persone magre, emaciate, trattate come fossero animali». «Sussurravano “Tirateci fuori da qui”. Ho ho potuto solo dire loro: “Vi sento”». E ancora: «Una donna incinta era svenuta perché costretta a stare in piedi per ore su un piede solo, sotto il sole. Mi ha detto: “La mia storia non è neanche la peggiore”. E mi ha confidato di un’altra donna incinta stuprata nella stanza accanto a quella dove è stato rinchiuso il marito dopo essere stato picchiato davanti a tutti nel cortile». Poi c’è il ragazzo arrivato in Libia dalla Guinea per studiare e lasciato talmente senza cibo nel centro da rischiare la vita per malnutrizione. «Non riusciva a guardarmi in faccia mentre mi parlava e gli scendevano le lacrime».

Msf ha scelto di visitare solo i centri di detenzione del governo di Tripoli i Detention Centres for Illegal Migration, dove l’ong ha accesso. «L’Unhcr – Jan Peter Stellem di Msf – riferisce di circa 40 centri di detenzione ufficiali, ma ci sono molti campi illegali. In questo momento lavoriamo in 8 centri di detenzione: siamo stati anche in altri, ma a volte il controllo cambia e allora bisogna rinegoziare l’accesso al centro».

La gestione dei miliziani libiche invece – come risulta anche da inchieste giornalistiche – non si può mettere in discussione.

Tomaso Montanari
da il Manifesto
07.09.2017


Commenti. Se l’emigrazione è così massiccia vuol dire che le minacce alla vita sono insostenibili in gran parte del pianeta. Significa che la politica deve cambiare. Anche a sinistra

L’articolo 10 della Costituzione prescrive che gli stranieri che non possono esercitare le «libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana» hanno diritto ad essere accolti nel nostro Paese, in quanto «persone» titolari, ai sensi del nostro articolo 2 della Costituzione, di diritti inviolabili a prescindere dalla loro nazionalità o Paese di provenienza.

Non è una vaga, utopica aspirazione, ma il cuore del progetto della nostra Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo (non solo dei cittadini italiani, nda), sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

È per questo che in Italia esiste un «diritto costituzionalmente garantito» all’asilo: non si può decidere se applicare o meno questa norma, dobbiamo chiederne noi l’attuazione, insieme a quella di tutti i principi che qualificano la nostra democrazia, e che ad oggi restano in gran parte inattuati.

Eppure, in queste drammatiche settimane estive, lo Stato italiano – attraverso il suo governo, e segnatamente il suo ministro dell’Interno – non solo non ha attuato questo principio fondamentale ma ha decisivamente scoraggiato le organizzazioni non governative che soccorrevano in mare i migranti, e ha preso accordi con le autorità di Paesi in cui non sono garantite le «libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana», affinché i loro cittadini e i migranti che ne attraversino i territori non possano fuggirne: cioè non possano aspirare, come noi tutti, a una vita libera e dignitosa.

Siamo di fronte a un grave tradimento della nostra Carta fondamentale e dei Trattati e documenti internazionali che riconoscono e tutelano i diritti delle persone e dei richiedenti asilo. Crediamo che di fronte alle masse che lasciano la propria casa in cerca di diritti, di vita e di futuro la risposta dell’Occidente non possa essere la chiusura e il tradimento dei principi su cui si fondano le nostre democrazie.

Il fenomeno migratorio non si fermerà di fronte al nostro egoismo. Anzi, rischierà di degenerare in uno scontro di civiltà, già abilmente fomentato da chi coltiva la guerra come forma di lucro e dominio sui popoli, a prezzo del sangue dei più deboli e innocenti.

Non possiamo, non dobbiamo, essere pedine di questo gioco al massacro. Abbiamo un orizzonte diverso, che guarda al mondo come casa di tutti e alla globalizzazione dei diritti, come fine dell’azione politica internazionale di chi crede davvero nella democrazia e nell’universalità dei diritti fondamentali.

Tutti i Paesi più ricchi, a partire dall’Italia, devono garantire non solo l’accoglienza promessa delle Carte, ma impegnarsi in una strategia condivisa a livello sovranazionale che crei e garantisca ovunque le condizioni di eguaglianza e giustizia sociale la cui assenza è la vera e prima causa della grande migrazione in atto.

E anche sulla natura e le dimensioni di questo fenomeno la Sinistra ha, innanzi tutto, il dovere di dire la verità: le migrazioni sono processi fisiologici e costanti in un mondo globalizzato, diventano massicce quando le minacce alla vita delle persone diventano intollerabili, quando una parte del mondo vive in condizioni disumane, o non vive affatto, e una piccola parte di privilegiati vive con le risorse di tutti.

Ecco: questo egoismo rischia di trasformarsi in un detonatore. Dobbiamo disinnescarlo. Anche perché sui migranti si sta costruendo l’ennesima menzogna mediatica, che devia l’attenzione dalle emergenze reali della politica, dalle cause reali dei nostri problemi. Insomma: prima si è provato a dire che era colpa della Costituzione. Sappiamo come è finita, il 4 dicembre scorso. Ma ora i mali del Paese, le nostre vite precarie, il taglio orizzontale di diritti e futuro: tutto è colpa dei migranti! Fumo negli occhi di una politica che non sa cambiare e non vuole rimettere al centro le persone, ma spera di «neutralizzarle» mettendo poveri contro poveri, disperati contro disperati. Non ci siamo cascati il 4 dicembre, non ci cascheremo adesso.

Anche perché la piccola parte di migranti che sbarca sulle nostre coste rappresenta solo l’1% del flusso migratorio globale. Fra questi, solo una piccola parte aspira a fermarsi in Italia: non sono un’invasione, né un’ondata oceanica. Non rappresentano affatto una minaccia, semmai una grande opportunità: umana, culturale e anche economica.

Il nostro Paese, in drammatica crisi demografica, ha bisogno di nuovi italiani. Le nostre antiche città aspettano nuovi cittadini. E la perfino timida legge sullo ius soli in discussione in Parlamento è davvero il minimo che si possa fare per costruire questa nuova Italia.

Ecco: stiamo lavorando a un progetto condiviso che permetta a questo Paese di risollevarsi e ripartire, in cui ci sia lavoro vero per tutti, non elemosine e precarietà per pochi. Chi non si ponga in questa prospettiva, chi non ambisca a creare le condizioni per un «Nuovo Inizio» democratico, sociale ed economico, non ha capito qual è il compito fondamentale della politica che vogliono gli italiani.

Ancora una volta: è di questi nodi cruciali che dobbiamo e vogliamo discutere, non della sterile alchimia di sigle e leader.

Continuiamo a credere nella formula che abbiamo proposto al Brancaccio il 18 giugno scorso: ci vuole una sola lista a sinistra del Partito Democratico – un partito la cui involuzione a destra è apparsa, proprio sui temi dell’immigrazione, palese.

Crediamo che anche la situazione della Sicilia confermi questa lettura: mentre il Pd guarda a destra, la sinistra cerca l’unità e la forza per proporre alternative radicali allo stato delle cose.

Si apre un autunno cruciale: proseguono le assemblee regionali, si moltiplicano quelle in città di ogni dimensioni, si preparano quelle tematiche fissate per il fine settimana a cavallo tra settembre e ottobre. Il loro formato è quello che abbiamo sperimentato da giugno in poi: aperto a tutti (associazioni, partiti, singoli cittadini) e senza dirigenze, egemonie o portavoce autonominati.

Decideremo poi insieme, e democraticamente, in una grande assemblea nazionale che sarà indetta alla fine del lavoro sul programma, il tipo di organizzazione che vorremo darci.

Tutto questo è importante: ma è solo un mezzo, uno strumento per metterci in grado di dare il nostro contributo all'attuazione della Costituzione. Il primo traguardo da cui ripartire per costruire un nuovo orizzonte di democrazia partecipata e di cittadini liberi.

Pubblicato
06.09.2017


Il terrorismo che si abbatte tragicamente anche sull'Europa è, in primo
luogo, l'altra faccia della guerra infinita che da oltre un quarto di secolo si
abbatte sul pianeta.

Ne è il principale "effetto collaterale", che non sarà sconfitto con più guerre, militarizzazione dei confini e politiche di espulsione, ma con la costruzione di politiche attive di pace, di disarmo e di convivenza. Si tratta per il nostro Paese di attuare, finalmente, i principi fondamentali della Costituzione repubblicana.

L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Sono gli assi portanti della nostra democrazia.
Eppure, il nostro Paese è terzultimo in Europa per l'occupazione e ultimo per l'occupazione giovanile; invece è primo per l'aumento delle spese militari.
E' in atto il ripudio della Costituzione invece che della guerra.

Negli ultimi 10 anni (dal 2006 al 2016) di crisi economica assoluta, in cui i governi hanno tagliato tutto, dalla sanità alle protezioni sociali - portando milioni di persone (come certifica l'ISTAT) in condizione di povertà estrema - la spesa pubblica militare del nostro Paese invece è aumentata del 21% (e per i soli armamenti dell'85%!).
Un pozzo nero senza fondo, che per il solo il 2017 prevede di bruciare sull'altare delle guerre - e della loro preparazione – altri 23,3 miliardi di euro (che il SIPRI di Stoccolma indica addirittura in 25 miliardi!), pari a 64 milioni al giorno. Ossia l'1,4% del prodotto
interno lordo che - come se non bastasse - il governo italiano si è impegnato con il presidente USA Trump a portare al 2%!

E' in corso la "terza guerra mondiale a pezzetti" continua a ripetere papa Francesco, denunciando i produttori di armamenti, eppure il nostro Paese negli ultimi tre anni ha sestuplicato le autorizzazioni per la vendita di armi, passando da 2,9 miliardi a 14,6 miliardi di profitti per l'industria bellica italiana, vendendo armi anche alle dittature ed ai Paesi in guerra, in violazione della legge 185/90 sul commercio delle armi.

In questo mondo che brucia, l'Italia - facendo carta straccia della sua Costituzione - è presente in tutte le guerre del Pianeta, non solo con i suoi soldati, ma anche con le sue armi.
Vende armi,fa profitti bellici, alimenta le guerre e ne importa i profughi ed alza le barriere, in un circolo vizioso senza fine.

Ovunque impazza il terrorismo, bruciano il Medioriente, l'Africa e il Mediterraneo, ritornano venti di guerra fredda tra USA e Russia, ritornano muri e fili spinati in Europa, ritornano anche le minacce di guerra nucleare, con migliaia di testate nucleari puntate sulle nostre teste, eppure il governo italiano - che "ospita" sul proprio territorio decine di ordigni nucleari nelle basi USA di Aviano e Ghedi - non ha aderito al Trattato ONU per messa al bando delle armi nucleari.

Anzi continua ad acquistare i 90 cacciabombardieri F35, capaci di trasportare ordigni nucleari in giro per il pianeta, per un'ulteriore spesa complessiva di 14 miliardi di euro. Un riarmo nazionale – dentro quello internazionale - senza precedenti, dai tempi della seconda guerra mondiale.

Tutto questo è follia. L’urgenza assoluta è quella di una immediata inversione di tendenza.

Il disarmo, la riconversione sociale delle spese militari, la riconversione civile dell’industria bellica, la costruzione della difesa civile non armata e nonviolenta, devono essere il segno distintivo e qualificante di una nuova politica.
L’opposizione integrale alla guerra e alla sua preparazione - qui ed ora - è la condizione preliminare per parlare di un orientamento diverso.

La sinistra, per essere davvero tale, ha bisogno dunque di mettere al centro della sua azione politiche attive di pace. “O la sinistra fa dell’impegno per la pace il terreno decisivo dello scontro tra civiltà e barbarie" – scriveva Carlo Cassola - "o rimane di destra anche se si proclama di sinistra”.
Mai queste parole furono così attuali quanto oggi. Democrazia e uguaglianza
sono incompatibili con la preparazione della guerra. Per questo l’unità della
sinistra è una valore se parte – oggi più che mai - dalla costruzione di politiche
di pace, di disarmo e convivenza. Dalle quali discende tutto il resto.

Pubblicato il
06.09.2017


In Germania ci sono giornalisti come Georg Rustle che hanno il coraggio di usare lo spazio televisivo di cui dispongono per dire: mi vergogno della politica europea nei confronti dei migranti. Lo ha fatto il 28 agosto mentre in Italia il vertice di Parigi e la politica di Minniti e Gentiloni, condivisa da leghisti e grillini, venivano presentati come un successo e una positiva risposta all'emergenza. Ringraziamo Franco Berardi per la segnalazione e Tiziana Fiore per la traduzione (M.A.)

MI VERGOGNO

Mi vergogno mi vergogno di questa politica dei rifugiati che è stata definita a Parigi, e che è essenzialmente imposta dalla Cancelliera tedesca, una disgrazia unica per questo paese e per il continente.

E’ una vergogna che il governo federale approvi che la milizia libica trasporti i rifugiati nei campi dove continueranno a essere maltrattati torturati violentati. La proposta di mettere questi campi sotto sorveglianza ONU è uno scherzo di cattivo gusto, in un paese tormentato dalla guerra civile e privo di un governo effettivo.

Il dramma dei profughi non si combatte cosí.

È una vergogna che Germania e Francia vogliano rifornire di armi proprio dittature africane come il Ciad, il cui esercito è accusato delle peggiori violazioni dei diritti umani. Ed è una vergogna che l’Europa voglia spostare i suoi confini attraverso l’Africa. Un baluardo contro i rifugiati, controllati da regimi che hanno poco a o niente a che fare con i valori europei fondamentali.

No, con questa politica, il dramma dei rifugiati non verrà combattuto. Il dramma verrà solo spostato in un posto dove non ci sono telecamere o macchine fotografiche: nel deserto africano, dove nel frattempo muoiono più persone che nel Mediterraneo.

Il Governo federale tradisce i nostri valori.

Ci sono alternative: prima di tutto una politica africana degna di questo nome, che aiuti la gente e non sia finalizzata dagli interessi delle aziende private. Le imprese africane debbono essere aiutate ad avere accesso al mercato europeo, non escluse dagli accordi di scambio.

Solo così si potrebbero combattere le cause della fuga. Ma questo governo federale, questa cancelliera non sembrano essere interessati. A lei interessa solo di ridurre il numero dei rifugiati. A tutti costi. Anche a costo di rinunciare ai nostri valori fondamentali, al diritto internazionale, ai diritti dell’uomo, all'umanità.

Manlio Dinucci
da Il Manifesto
05.09.2017


Corea del Nord. Mentre Pyongyang viene denunciata come unica fonte di minaccia, una ristretta cerchia di Stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari: chi le possiede minaccia chi non ce le ha e è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano. Oltre ai nove paesi che le posseggono già, altri 35 sono in grado di costruirle.

I riflettori politico-mediatici che si sono accesi, tutti focalizzati sui pericolosi test nucleari e missilistici nord-coreani, lasciano in ombra il quadro generale in cui essi si inseriscono: quello di una crescente corsa agli armamenti che, mentre mantiene un arsenale nucleare in grado di cancellare la specie umana dalla faccia della Terra, punta su testate e vettori high tech sempre più sofisticati.

La Federazione degli scienziati americani (Fas) stima nel 2017 che la Corea del Nord abbia «materiale fissile per produrre potenzialmente 10-20 testate nucleari, ma non ci sono prove disponibili che abbia reso operative testate nucleari trasportabili da missili balistici».

Sempre secondo la Federazione degli scienziati americani ( Fas), gli Stati uniti posseggono 6.800 testate nucleari, di cui 1650 strategiche e 150 non-strategiche pronte in ogni momento al lancio.

Comprese quelle francesi e britanniche (rispettivamente 300 e 215), le forze nucleari della Nato dispongono di 7315 testate nucleari, di cui 2200 pronte al lancio, in confronto alle 7000 russe di cui 1950 pronte al lancio.

Stando alle stime della Fas, circa 550 testate nucleari statunitensi, francesi e britanniche, pronte al lancio, sono dislocate in Europa in prossimità del territorio russo. È come se la Russia avesse schierato in Messico centinaia di testate nucleari puntate sugli Stati uniti.

Aggiungendo quelle cinesi (270), pachistane (120-130), indiane (110-120) e israeliane (80), il numero totale delle testate nucleari viene stimato in circa 15000. Sono stime approssimative, quasi sicuramente per difetto. E la corsa agli armamenti nucleari prosegue con la continua modernizzazione delle testate e dei vettori nucleari.

In testa sono gli Stati uniti, che effettuano continui test dei missili balistici intercontinentali Minuteman III e si preparano a sostituirli con nuovi missili (costo stimato 85 miliardi di dollari). Il Congresso ha approvato nel 2015 un piano (costo stimato circa 1000 miliardi) per potenziare le forze nucleari con altri 12 sottomarini da attacco (7 miliardi l’uno), armato ciascuno di 200 testate nucleari, e altri bombardieri strategici (550 milioni l’uno), ciascuno armato di 20 testate nucleari.

Nello stesso quadro rientra la sostituzione delle bombe nucleari Usa B61, schierate in Italia e altri paesi europei, con le nuove B61-12, armi da first strike. Il potenziamento delle forze nucleari comprende anche lo «scudo anti-missili» per neutralizzare la rappresaglia nemica, tipo quello schierato dagli Usa in Europa contro la Russia e in Corea del Sud, non contro la Corea del Nord ma in realtà contro la Cina.

Russia e Cina stanno accelerando la modernizzazione delle loro forze nucleari, per non farsi distanziare. Nel 2018 la Russia schiererà un nuovo missile balistico intercontinentale, il Sarmat, con raggio fino a 18000 km, capace di trasportare 10-15 testate nucleari che, rientrando nell’atmosfera a velocità ipersonica (oltre 10 volte quella del suono), manovrano per sfuggire ai missili intercettori forando lo «scudo».

In tale situazione, in cui una ristretta cerchia di stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari, in cui chi le possiede minaccia chi non ce le ha, è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano. Oltre ai nove paesi che già posseggono armi nucleari, ve ne sono all’incirca altri 35 in grado di costruirle.

Tutto questo viene ignorato da giornali e telegiornali, mentre lanciano l’allarme sulla Corea del Nord, denunciata come unica fonte di minaccia nucleare.

Si ignora, ricordava ieri Michel Chossudovsky, anche la «lezione» che a Pyongyang fanno capire di aver imparato: Gheddafi – ricordano – aveva rinunciato totalmente a ogni programma nucleare, permettendo ispezioni della Cia in territorio libico.

Ciò però non lo salvò quando Stati uniti e Alleanza atlantica decisero di attaccare e di distruggere ad ogni costo lo Stato libico. Se esso avesse avuto armi nucleari, pensano a Pyongyang, nessuno avrebbe avuto il coraggio di attaccarlo. Tale ragionamento può essere fatto anche da altri: nell’attuale situazione mondiale è meglio avere le armi nucleari che non averle.

Mentre in base a questa pericolosa logica aumenta la probabilità di proliferazione nucleare, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, adottato a grande maggioranza dalle Nazioni Unite lo scorso luglio, viene ignorato da tutte le potenze nucleari, dai membri della Nato (Italia compresa) e dai suoi principali partner (Ucraina, Giappone, Australia).

Fondamentale è una larga mobilitazione per imporre che anche il nostro paese aderisca al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e quindi rimuova dal suo territorio le bombe nucleari Usa, la cui presenza viola il Trattato di non-proliferazione già ratificato dall'Italia.
Se manca la coscienza politica, dovrebbe almeno scattare l’istinto di sopravvivenza.

Francesco Vignarca da Il Manifesto 03.09.2017 Italia-Africa. Ai vertici della spesa militare del Continente nero troviamo non a caso ancora Algeria, Marocco e Nigeria cui si affiancano Sudan, Angola e Tunisia Nel distorto e problematico dibattito pubblico italiano e non solo sull'epocale fenomeno migratorio il tentativo principale della politica è quello di allontanare dalla vista dell’elettorato i problemi e le responsabilità. Nelle poche occasioni in cui si è allargato lo sguardo verso i luoghi di provenienza delle migrazioni (in particolare penso all’Africa) lo si fa richiamando un retorico e qualunquista «aiuto a casa loro» che non ha nulla di concreto o fattivo. LA ORMAI VECCHIE promesse, sottoscritte a livello internazionale anche dall'Italia, di destinare almeno lo 0,7% del Pil all’aiuto pubblico allo sviluppo (diretto, indiretto e multilaterale) sono rimaste lettera morta. Nel 2015 l’Italia, pur con un trend in crescita, ha raggiunto solo lo 0,22% del Pil e una buona fetta dei quasi 4 miliardi impiegati è comunque rimasta nei nostri confini proprio per gestire il fenomeno migratorio. INVECE I GOVERNI degli ultimi anni sono stati molto attivi nel far diventare l’Africa un terminale per i nostri affari, in particolare per quelli armati. Nei primi 25 anni di vigenza della legge 185/90 l’Africa subsahariana ha ricevuto 1,3 miliardi di euro di autorizzazioni armate, pari al 2,4% del totale. Occorre poi aggiungere le cifre ancora più alte relative ai Paesi della sponda Sud del Mediterraneo: la sola Algeria in 25 anni ha ricevuto autorizzazioni per 1659 milioni di euro. A livello globale l’Africa si attesta sul 9% delle importazioni mondiali annuali di armi sempre con Algeria in testa (il 46% continentale nell'ultimo quinquennio e Paese nella «Top5» mondiale complessiva) seguita da Marocco e Nigeria. Il 35% delle importazioni militare africane giunge al di sotto del Sahara, con principali venditori Russia, Cina, Stati Uniti e Francia. Un mercato trainato dalla spesa militare del continente nel 2016 a poco meno di 38 miliardi di dollari in aumentata del 48% in un decennio nonostante una leggera decrescita recente. Ai vertici di spesa militare troviamo ancora Algeria, Marocco e Nigeria cui si affiancano Sudan, Angola e Tunisia. IL TENTATIVO dei nostri governi recenti è stato quello di recuperare posizioni in un mercato che (secondo il MAECI) è stato «generalmente marginale per le nostre esportazioni di materiali per la difesa, sia a causa delle limitate disponibilità economiche dei Paesi dell’Africa Sub-Sahariana, sia in ragione delle restrizioni imposte da situazioni di latenti conflittualità ed instabilità interne e regionali». ESEMPIO MASSIMO di questa strategia il tour della portaerei Cavour tra novembre 2013 e aprile 2014. Un viaggio che la Difesa ha cercato anche di «vendere» come umanitario o legato ad operazioni anti-pirateria e che invece si è concretizzato in un’enorme fiera (e spot) per l’industria militare italiana. Ben presente con i suoi stand nei ponti della nave ammiraglia della Marina, che non si sarebbe potuta nemmeno muovere senza la ricca sponsorizzazione dell’industria bellica, visti gli alti costi operativi. Dopo le prime tappe in Medio Oriente il viaggio del «Sistema Paese in movimento» (questa la denominazione ufficiale) ha toccato Kenia, Madagascar, Mozambico, Sud Africa, Angola, Congo, Nigeria, Ghana, Senegal, Marocco e Algeria. Sollevando subito le proteste del mondo disarmista: si trattava dei Paesi a più alta spesa militare continentale, cinque dei quali considerati «regime autoritario» dal Democracy Index dell’Economist mentre sette registravano basso «indice di sviluppo umano» con posizioni tutte al di sotto del 142esimo posto nella lista elaborata da Undp. I RISULTATI, per l’industria militare, non si sono fatti attendere e nel 2016 sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenya, Sud Africa, Algeria e Marocco (tra i paesi visitati) ma anche verso Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia (paese in confitto costante con l’Eritrea). «Il caso più evidente di questa strategia è l’Angola – sottolinea Giorgio Beretta analista di Opal Brescia – un Paese a cui, così come al Congo del resto, non avevamo mai venduto armi dalla 185/90 in poi e che invece è destinatario nel 2016 di autorizzazioni per quasi 90 milioni di euro. Ma i contratti già firmati, secondo notizie diffuse dalle stesse industrie di armi, potrebbero aver già superato i 200 milioni complessivi». GIÀ A MARGINE del Tour africano della Cavour erano circolate voci di vendita della vecchia portaelicotteri Garibaldi (anche per fare spazio alla nuova portaerei Trieste poi successivamente finanziata) proprio all’Angola. Vendita di usato non andata in porto da un lato per i problemi finanziari causati dal crollo dei prezzi petroliferi, dall’altro per il cambio di esecutivo che impedì all’allora Ministro della Difesa Mario Mauro di recarsi come previsto a Luanda (con Governo angolano infastidito). POCO MALE, perché la nuova inquilina di via XX Settembre Roberta Pinotti ha subito cercato di riparare: l’allora Ministro della Difesa e attuale Presidente Joao Lourenço è stato tra i primi ad essere ricevuto a Roma, replicando il viaggio anche nel 2016 mentre la stessa Pinotti si è recata a Luanda nel settembre 2015. Sulla scia della visita dell’anno prima di Matteo Renzi, definita come epocale e propedeutica ad una nuova stagione di rapporti (economici e di cooperazione allo sviluppo) con i Paesi africani. Ma che pare aver soprattutto dato il via a nuovi affari di natura militare. MOLTI RITENGONO questi dati una colpa delle dirigenze politiche africane, che preferiscono investire gran parte dei bilanci statali in armi ed eserciti anche per mantenere le proprie posizioni di comando. Ma se – dall'Italia – sai che la situazione è questa e continui imperterrito a siglare contratti puoi essere definito solo come complice. A casa loro.

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