Acqua:


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Il Manifesto

Chiara Cruciati
da il Manifesto
11.08.2017


Golfo. Due casi in 24 ore: le vittime sono adolescenti etiopi e somali. La guerra saudita non ferma i migranti africani: 55 mila gli arrivi nel 2017, 117 mila lo scorso anno. Dal Gibuti pagano 150 dollari, dalla Somalia 250. E gli yemeniti seguono il percorso inverso

Li hanno deliberatamente spinti in acqua: almeno 106 migranti somali e etiopi sono morti nello stretto di Bab al-Mandeb spinti dagli scafisti che li stavano portando in Yemen. Erano tutti adolescenti, «l’età media era di 16 anni», spiega Olivia Headon, portavoce dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim).

È successo due volte, mercoledì e ieri: due imbarcazioni con a bordo 120 e 180 migranti sono state letteralmente svuotate dai trafficanti. Mercoledì sono morte 51 persone, ieri 55.

«I sopravvissuti hanno detto che gli scafisti li hanno spinti in mare dopo aver visto un qualche tipo di autorità vicino la costa – dice Laurent de Boeck, capo missione Oim in Yemen – Ci hanno detto che i trafficanti sono tornati indietro, verso la Somalia, per continuare i loro affari e portare altri migranti per la stessa tratta».

I corpi recuperati sono stati seppelliti dai compagni di viaggio su una spiaggia della provincia yemenita di Shabwa. Dei sopravvissuti solo alcuni sono rimasti, gli altri sono fuggiti prima dell’arrivo dei funzionari dell’Oim.

Non è la prima tragedia simile: altre imbarcazioni sono affondate, altre – come successo a metà marzo, almeno 42 morti – sono state bombardate dagli Apache sauditi.

«Troppi giovani pagano i trafficanti che gli vendono la falsa speranza di un futuro migliore», aggiunge de Boeck. Già, perché lo Yemen è sotto assedio militare da due anni e mezzo.

Ma la guerra brutale che l’Arabia Saudita e la sua coalizione di pretoriani gli ha lanciato contro non ferma i migranti africani. Per mancanza di informazioni precise, per quelle false che i contrabbandieri gli propinano o perché i loro paesi sono colpiti – allo stesso modo dello Yemen – dalla peggiore carestia dalla fondazione dell’Onu, nel 1945.

Tra le coste di Gibuti e Eritrea e quelle yemenite la tratta è breve, meno di 20 km. Più lungo il percorso dalla Somalia e più pericoloso a causa dei forti venti che spirano sull’Oceano Indiano. Se parti dal Gibuti paghi 150 dollari, dalla Somalia tra i 200 e i 250: «spiccioli» se paragonati ai costi della tratta mediterranea.

Tra i più trafficati ci sono i porti somali di Berbera e Lughaya, nel Somaliland, e quello di Obock in Gibuti. Si attraversano mar Rosso e Golfo di Aden per approdare lungo la costa ovest dello Yemen, nei porti di Hodeidah e al-Mokha (da mesi target giornalieri dei raid sauditi perché è lì che oggi la resistenza Houthi si concentra, vista la vicinanza con la strategica città di Taiz).

C’è chi dalla Somalia raggiunge la provincia est di Hadhramaut, per lo più controllata da al Qaeda. E c’è chi, come i migranti uccisi mercoledì, raggiunge la costa meridionale di Shabwa.

Partono comunque, alla ricerca di una via terrestre per arrivare nei ricchi paesi del Golfo, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Oman e lì lavorare in semi schiavitù per stipendi miseri. Dall'Etiopia partono quasi esclusivamente oromo, minoranza da sempre discriminata.

Ma il conflitto ha blindato i confini: Riyadh ha dispiegato l’esercito per frenare gli attacchi Houthi. E con cadenza regolare procede alla deportazione di migliaia di irregolari.

Secondo l’Oim dall’inizio dell’anno sono almeno 55mila i migranti che dal Corno d’Africa (per lo più Eritrea e Somalia) sono sbarcati in Yemen, 117mila nel 2016, 92mila nel 2015. I minori non accompagnati sono il 20% del totale. In tutto lo Yemen ospita oltre 270mila rifugiati e richiedenti asilo a cui si aggiungono gli sfollati interni yemeniti, più di tre milioni.

Numeri enormi per uno Stato fallito, diviso in autorità diverse, costantemente bombardato dai jet sauditi e vittima di un blocco aereo e navale (imposto da Riyadh) che impedisce l’arrivo degli aiuti e l’attività delle poche organizzazioni umanitarie rimaste ad operare.

Lanciata a marzo 2015, l’operazione «Tempesta decisiva» contro il movimento sciita Houthi ha ucciso oltre 10mila persone (numeri al ribasso, il bilancio Onu è fermo da mesi), provocato una carestia di proporzioni inimmaginabili con l’80% della popolazione, 20 milioni di persone, che non ha accesso regolare a cibo e acqua, e sviluppato un’epidemia di colera che ha già ucciso 2mila persone e che si diffonde ad una velocità impressionante.

Condizioni di vita disumane che spingono gli stessi yemeniti a prendere la via del mare, in direzione opposta: sarebbero 200 mila i rifugiati (il 38% bambini) in Gibuti, Somalia, Sudan e Eritrea

Pubblicato il 09.08.2017
Maurizio Acerbo
Loredana Fraleone

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Per il sistema d’istruzione, questo governo, come quelli che l’hanno preceduto, conosce una sola operazione, la sottrazione.
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Meno discipline, meno ore, meno classi con l’elevamento del numero minimo di alunne/i da inserirvi, meno istituzioni scolastiche con mega accorpamenti di sedi anche distanti tra loro e via discorrendo. Meno fondi anche per università e ricerca, ridotte allo stremo.
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Insieme all'annuncio trionfale di circa 58.000 assunzioni nella scuola, dovute e comunque insufficienti a coprire il fabbisogno, in particolare per il personale ATA, viene rinnovata la sperimentazione del “liceo breve”, quattro anni invece dei cinque canonici, con un’ottica ancora una volta di sottrazione di tempo alla formazione. Ovviamente nessuna informazione è data sulla sperimentazione in corso.
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Le denunce d’intellettuali e docenti universitari sul progressivo impoverimento culturale dei nostri giovani non sono prese neanche in considerazione, importante è tagliare e favorire un sapere superficiale e acritico da acquistare in una sorta di supermercato, dove prendere con un “mordi e fuggi” ciò che serve a un’ideologia capitalista barbara e ottusa.
Alla ripresa autunnale si aggiunge un altro motivo per riaprire il conflitto.

Roberto Ciccarelli
da i Manifesto
08.08.2017

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Maturità in quattro anni, poi al lavoro o, per chi potrà, all'università. La ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ieri ha firmato un decreto che avvia un «Piano nazionale di sperimentazione» che coinvolgerà dal 2018 in poi 100 classi in tutto il paese. Al momento la «sperimentazione» coinvolge solo 11 scuole, sei pubbliche e cinque paritarie, dunque al Nord, due al Centro, quattro al Sud, per un totale di 60 classi.
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Sono numeri modesti quelli del «liceo breve», e la sperimentazione va presa per quello che è. Tuttavia ieri il decreto è stato presentato come l’anticipazione di una riforma auspicata da qualche anno a questa parte dagli ultimi titolari di Viale Trastevere. È la chiusura del cerchio della professionalizzazione dell’istruzione pubblica già segnata dall'obbligo dell’«alternanza scuola-lavoro»; della sostituzione dei saperi con le «competenze», in nome di un fantomatico allineamento della scuola italiana a quella «europea». Dove, invece, le soglie sono diverse e non esiste un orientamento omogeneo.
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Questi discorsi, e le conseguenti deliberazioni, sembrano ignorare la situazione del mercato del lavoro che penalizza, più di tutti gli altri, proprio i giovani compresi nella fascia anagrafica tra i 15 e i 24 anni. Senza contare che la riduzione di un anno della scuola evidenzierà un’altra tendenza registrata, da ultimi, dai rapporti Almadiploma e Almalaurea: la differenza tra gli studenti che provengono da famiglie abbienti e dove i genitori sono laureati e quindi in grado di garantire ai figli esperienze, cultura, conoscenze e gli studenti che queste possibilità non hanno., indebolendo ulteriormente il ruolo di ascensore sociale che la scuola pubblica e statale ha avuto per molti anni. La combinazione di questi fattori – una didattica orientata alla professionalizzazione e al teaching to test (insegnamento finalizzato alle risposte ai test) e l’anticipo dell’ingresso nella precarietà generalizzata – rischia di ridurre il tempo-scuola e produrre cittadini specializzati, ma non abituati al pensiero critico. Orientamenti che portano l'Usb scuola a chiedere ai collegi docenti di bocciare una sperimentazione priva «di valore pedagogico, ma utile al progetto di smantellamento del sistema scolastico pubblico e statale in favore della scuola azienda funzionale al mercato».
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Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti, invita i collegi dei docenti a «esprimere un voto che tenga conto di tutte le criticità e delle ricadute che l’accorciamento del percorso di studi potrebbe avere sulla preparazione degli alunni e sull'organico del corpo docente». Per la Gilda il liceo breve è uno specchietto per le allodole: «ridurre di un anno l’iter formativo dei ragazzi non significa garantire automaticamente un posto di lavoro appena terminata la scuola superiore». C’è anche un motivo di preoccupazione: «Tagliando di un anno il percorso di studi, si ridurrebbe anche il corpo docenti. Si tratta di un aspetto che inevitabilmente suscita preoccupazione»-

Pubblicato il 07.08.2017
Geraldina Colotti
da Caracas

“La Forza Armata Nazionale Bolivariana informa il popolo venezuelano e il mondo intero che all’alba di oggi domenica 6 agosto 2017 si è prodotto un attacco terroristico di tipo paramilitare contro la 41ma Brigata Blindata dell’Esercito Bolivariano, ubicata a Valencia, Stato Carabobo…” Inizia così il comunicato del Generale Vladimir Padrino Lopez, ministro della Difesa venezuelano, rivolto al paese. A seguire, la conferma ufficiale dei dati già diffusi sui twitter e nelle reti sociali.
A compiere l’attacco al Fuerte Paramacay sono stati 8 individui, tra i quali 5 civili che indossavano uniformi militari e che sono stati arrestati. Altre due persone sono state uccise. Alla guida, un ex tenente disertore. Alcuni altri attaccanti, invece, sono riusciti a sottrarre armi ai soldati della base e sono fuggiti e risultano attivamente ricercati. In precedenza, il gruppo aveva diffuso un video registrato da un sottufficiale che tre anni fa era stato espulso dall’esercito per tradimento e ribellione ed era fuggito a Miami, e che risulta nch’egli catturato. Secondo il comunicato, il gruppo ha confermato di essere stato contrattato da militanti di estrema destra negli Stati Zulia, Lara e Yaracuy che hanno legami con “governi stranieri”.
La Fanb ha anche respinto una manifestazione di sostenitori dei mercenari. Non un colpo di stato, quindi, ma “un attacco paramilitare”. Un attacco “terrorista che è solo uno show propagandistico, un passo disperato” di chi persegue la via destabilizzante anziché quella del dialogo aperto dall’Assemblea Nazionale Costituente. L’Anc è stata inaugurata ieri e, come approvato all’unanimità, potrà estendere i suoi lavori fino a un massimo di due anni. La Fanb “rimane incolume, unita come un monolite, afferrata alle sue convinzioni democratiche e con il morale alto”, ha assicurato Padrino Lopez e ha ribadito il suo “fermo e incondizionato appoggio al presidente Nicolas Maduro, alla Costituente, alla Rivoluzione bolivariana” e alle sue conquiste che le “mire e gli interessi perversi di alcuni gruppuscoli” pretendono disconoscere.
Da qui “un appello a ogni donna e ogni uomo di questa terra, affinché come fratelli legati dalla storia e dalle nostre radici libertarie sappiamo trovare le soluzioni ai problemi all’interno della legalità. Un paese non si costruisce con la violenza e con il risentimento, ma con giustizia, cooperazione e comprensione”. Immediatamente dopo l’attacco, si è fatto vivo dagli Usa il senatore Marco Rubio, candidato alle primarie del Partito repubblicano statunitense, che ha attaccato Diosdado Cabello, dirigente chavista eletto all’Anc, definendolo “narcotrafficante”.
Cabello ha risposto in twitter: “Narco Rubio, alias Marco Rubio, il peggio della politica imperialista appare come il difensore dei terroristi dell’attacco. Già sappiamo da dove arriva tutto. Perderete mille e una volta». Dall’opposizione, il leader di Primero Justicia, Henrique Capriles, ha condannato invece l’attacco, affermando che il “cambiamento” deve arrivare “attraverso elezioni libere e democratiche”.
Dopo mesi di violenze e di invito al boicottaggio, la maggioranza delle destre ha deciso di partecipare alle elezioni regionali del prossimo dicembre. I candidati si stanno iscrivendo al Cne, nuovamente considerato affidabile dopo la campagna di discredito fin qui orchestrata… Intanto, dopo l’ex sindaco della Gran Caracas Antonio Ledezma, anche il leader di Voluntad Popular Leopoldo Lopez è tornato agli arresti domiciliari, da cui era stato prelevato per aver violato gli obblighi con ripetuti appelli al golpe.
Lopez ha chiesto di essere ascoltato dalla Commissione per la Verità, Giustizia e Riparazione alle Vittime che avrebbe dovuto istallarsi oggi, ma che è stata rimandata per via dell’attacco paramilitare che ha tenuti impegnati i vertici dello Stato. Lopez sarà ascoltato quanto prima, alla presenza delle vittime delle guarimbas”. Per quelle violenze, scoppiate nel 2014 e riprese tre mesi fa, è stato condannato a quasi 14 anni e ne ha scontati tre.
Nonostante l’allarme golpe diffuso speranzosamente dai media mainstream, le “guarimbas” non si vedono quasi più. Per le strade dei municipi governati dall’opposizione, restano detriti, spazzatura e tronchi divelti che le autorità non raccolgono. Vengono lasciati sui marciapiedi e vicino ai semafori per essere ll’occorrenza riattivati. Gli abitanti, però, respirano dopo essere stati sequestrati e taglieggiati per mesi. Ieri siamo stati a Los Chorros, nel municipio Sucre, zona di classe medio alta, uno dei principali focolai delle “guarimbas”.
Lì ha resistito, come un fortino assediato, una “comuna” in costruzione, di cui daremo conto nei prossimi giorni. Gran parte del paese guarda all’Assemblea Nazionale Costituente come a una grande speranza. Un momento storico, che contraddice la propaganda di guerra di chi vorrebbe presentare la democrazia partecipativa “e protagonista” del Venezuela come “la dittatura” di una sola persona, Nicolas Maduro. Una speranza che riposa soprattutto nelle mani dei giovani che hanno ottenuto un risultato storico: il 72% del 545 costituenti eletti ha meno di 35 anni. Le frange oltranziste dirette da fuori, però, vorrebbero giocarsi il tutto per tutto.
L’Anc, sentito il parere del Tribunal Supremo de Justicia, che aveva aperto un procedimento contro la Fiscal General Luisa Ortega, l’ha sospesa dall’incarico mentre si istruisce il processo. Lei si è fatta fotografare fra due motociclisti mentre lasciava precipitosamente il suo ufficio: “Si è calata la maschera, è diventata l’eroina dei guarimberos”, ha detto ieri il presidente durante la trasmissione Domingo con Maduro. Intanto, il chavismo respinge l’attacco internazionale, con l’appoggio dei governi progressisti dell’America latina e delle organizzazioni popolari, che faranno la loro parte nell’ambito della “commissione internazionale” dell’Anc.
Il Mercosur ha sospeso all’unanimità e per un tempo indefinito il Venezuela dall’organismo internazionale. Il Vaticano ha scomunicato l’Anc. Il ministro degli Esteri, Jorge Arreaza, ha ricordato il paradosso del Brasile, il primo che avrebbe dovuto essere sanzionato per essere frutto di un golpe istituzionale e che invece ora sospende illegalmente il Venezuela violando le stesse procedure del Mercosur: insieme ad altri paesi neoliberisti e post-golpisti (Paraguay) e con l’avallo dell’Uruguay.
In una intervista con l’emittente argentina Radio Rebelde, durante la trasmissione di Padre Juan Carlos Molina, Maduro ha accusato il suo omologo Mauricio Macri di essere “un impiegato di Washington” e il governo che presiede “una miserabile oligarchia”. Quanto al Vaticano, il presidente ha distinto la posizione del papa “che è un difensore dei poveri” da quella delle gerarchie ecclesiastiche, “alleate ai settori che detengono il potere e i privilegi”.
Attraverso la radio, Maduro ha potuto parlare con Milagro Sala, leader indigena argentina della Tupac Amaru di cui si attende la liberazione. Milagro ha espresso solidarietà al presidente bolivariano che ha risposto: “Presto ci daremo un abbraccio di vittoria”.

Pubblicato il 29.07.2017
di Tomaso Montanari

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Ci sono due modi radicalmente diversi, anzi opposti, per lavorare alla famosa lista unica a sinistra del Pd.
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Uno è quello di chi pensa che quella lista sia necessaria contro qualcosa: contro il rischio che governi la destra, nella fattispecie.
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L’altro è quello di chi pensa che quella lista sia necessaria per fare qualcosa: per cambiare rotta alla direzione del Paese, indirizzandola verso l’eguaglianza, l’inclusione e la giustizia, nella fattispecie.
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La domanda che si fanno milioni di italiani di sinistra che non sanno per chi votare, e che sono molto tentati dall'astensione, è: ma perché le due cose non possono stare insieme? Non si potrebbe fermare la destra facendo cose di sinistra?
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Questa intervista di Andrea Orlando, ministro della Giustizia dei governi Renzi e Gentiloni, al «Manifesto» spiega perché questo uovo di Colombo sembra, al momento, introvabile.
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Orlando dichiara che «chi si sottrae a una prospettiva unitaria dentro o fuori dal Pd si assume la responsabilità di portare la destra al governo».
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Ma, nella stessa intervista, difende il decreto, da lui firmato insieme a Minniti, che consegna i migranti a una giustizia di serie b, violando platealmente la Costituzione. Afferma che non bisogna «smentire il Jobs Act», e che non si deve ripristinare l’articolo 18 (semmai «un 17 e mezzo»). E ancora che bisogna difendere un sistema elettorale maggioritario.
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Ora, se per fermare le destre bisogna continuare a fare una politica di destra (quella appena descritta e difesa da Orlando) chi può pensare che quei milioni di cittadini vadano a votare? Io non lo farei.
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Infine, Orlando racconta che Campo Progressista ha proposto al Pd di istituire un doppio tesseramento, a sancire evidentemente una totale condivisione di punti di vista. È stato il Pd a dire no: «La domanda che abbiamo fatto è cos’è Campo progressista, perché se è un soggetto alternativo al Pd non si può, noi siamo iscritti al Pd» «Vi hanno risposto? Chiede l’intervistatrice. Non ancora, risponde Orlando»
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E, anche qua, un povero, potenziale elettore di sinistra si chiede: ma se Giuliano Pisapia è convinto dell’opportunità di fare la doppia tessera con il Pd, perché mai semplicemente non si iscrive a quel partito, magari contendendone la guida a Renzi, come ha provato a fare lo stesso Orlando?
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Misteri di una politica in cui si scrive ‘unità della sinistra’, ma si legge ‘eterna battaglia intorno all'ombelico del Pd’. Una politica autoreferenziale, ossessivamente incapace di pensare alle cose reali.
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Intanto il processo politico partito dal Brancaccio il 18 giugno va avanti: e riunisce migliaia di persone, in tutta Italia, che pensano che il decreto Minniti, il Jobs’act e il maggioritario siano proprio quelle politiche di destra che l’unità della sinistra deve servire a sconfiggere. Sarà una bella estate.

Tonino Perna
da il Manifesto
29.07.2017

«Aiutiamoli a casa loro». E dopo averli «aiutati» per secoli a casa loro, in Africa, schiavizzandoli e depredando le loro risorse, una generazione «ingrata» vuole venire a casa nostra. Deportiamoli, si dice anche a sinistra
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Adesso sono tutti d’accordo, compreso il segretario del Pd che ha sposato in pieno questo slogan che coniò per primo Salvini. Per la verità, la prima volta che ho sentito dire con convinzione «aiutiamoli a casa loro» è stato nel giugno del 2001.
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Durante una conversazione con il presidente del Parco delle Cinque Terre, allora attivista del Pds e poi europarlamentare. Un presidente di Parco molto capace che ha trovato un modo intelligente per recuperare i vigneti ed i terrazzamenti nelle stupende colline delle Cinque Terre, cercando di promuovere un turismo sostenibile in un ambiente molto fragile.
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Un uomo innamorato della sua terra e convinto oppositore della globalizzazione capitalistica. Ad un certo punto della discussione venne fuori la questione dell’immigrazione e lui mi raccontò di cinque albanesi che avevano accolto con entusiasmo alle Cinque Terre ed erano stati ricambiati con furti e violenze varie. Da qui la sua profonda avversione al fenomeno migratorio e il suo profondo convincimento: «Aiutiamoli a casa loro».
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POCO TEMPO FA mentre attraversavo lo Stretto ho incontrato un amico magistrato, un democratico convinto e conseguente, cattolico socialmente impegnato, da sempre persona sensibile ai temi sociali.
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Mentre l’aliscafo saltellava sulle onde, in una giornata da montagne russe, sono sbalzato via dalla poltrona, non per il mal di mare ma quando gli ho sentito dire: «Aiutiamoli a casa loro…qui non possiamo continuare ad accoglierli…anzi dovremmo far star male quelli che ci sono in modo tale che quando telefonano a casa sconsiglino altri a partire…» .
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Me lo diceva con sofferenza, vera, con rammarico ma anche con la convinzione che se non vogliamo far vincere Salvini dobbiamo porre un argine a questi flussi migratori. Se li lasciamo a bighellonare tutto il giorno, ospiti di buoni alberghi- sosteneva- questi giovanissimi africani che hanno tutti un telefonino manderanno a casa delle belle immagini e il flusso diventerà una valanga e saremo sommersi.
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COME HA LUCIDAMENTE ribadito Guido Viale su questo giornale con 180mila profughi o 200mila non si dovrebbe parlare di invasione in un paese con 60 milioni di abitanti.
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Cosa avrebbe dovuto dire il popolo libanese quando sono arrivati un milione e mezzo di siriani in un paese di cinque milioni di abitanti? Inoltre, e spesso lo dimentichiamo, abbiamo un saldo demografico negativo di circa 50mila unità l’anno e un saldo migratorio nazionale negativo per oltre 100 mila unità (soprattutto dovuto a giovani italiani studenti e laureati che emigrano in vari paesi del mondo).
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Inoltre, negli ultimi anni per via della crisi economica del nostro paese gli stranieri che ritornano nel loro paese sono superiori a quelli che arrivano, in particolare gli albanesi, i marocchini, rumeni, filippini, ecc.
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Quindi non c’è nessuna esplosione demografica e non c’è nessun pericolo di invasione se gli immigrati sono ancora oggi l’8,5% della popolazione a fronte di percentuali ben maggiori in diversi paesi europei, dall'Austria all'Irlanda per non parlare della Svizzera.
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MALGRADO queste evidenze statistiche è entrato nella pelle italica questo virus dell’invasione che porta ogni giorno persone insospettabili a chiedere di respingere i barconi e magari affondarli. Uno degli ultimi casi riguarda un noto intellettuale siciliano, Antonio Presti, l’ideatore di «Fiumara d’arte» famosa a livello internazionale, organizzatore di eventi artistici di assoluto rilievo.
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Ebbene proprio lui, in una conferenza stampa che annunciava a Taormina il progetto di riqualificazione del Villaggio Le Rocce di Mazzarò, ad un certo punto denuncia l’arrivo nel paese di una trentina di migranti dicendo testualmente : «Meno italiani più immigrati, è iniziata la sostituzione di popolo»». Ed aggiungendo che «« non è razzismo, ci opponiamo all'invasione di altre culture e alla perdita della nostra identità».
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HO VOLUTO CITARE questi casi concreti di intellettuali, di persone che hanno operato bene in diversi campi, non di operai disoccupati che temono la concorrenza di chi è costretto a lavorare a salari da fame – come avviene nell'edilizia e in agricoltura – né di persone ideologicamente di destra.
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Ho voluto citarli perché dovremmo prendere atto che viviamo in un paese che sta diventando profondamente razzista nella sua stragrande maggioranza. A differenza degli anni ’30 del secolo scorso, oggi nessuno si dichiara apertamente razzista, o parla di razze superiori, ma di diritto a difendersi da una invasione distruttiva, sia sul piano culturale che su quello economico (i soldi ai migranti anziché ai nostri poveri!!).
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E sono tutti convinti che «non possiamo accoglierli tutti» e quindi dobbiamo fermarli con ogni mezzo. E, siccome siamo buoni, l’unica cosa che possiamo fare è di «aiutarli a casa loro»». Come? Semplice: con lo sviluppo economico. Se i popoli dell’Africa subsahariana si svilupperanno come abbiamo fatto noi si fermerà l’emigrazione.
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PECCATO CHE abbiamo dimenticato o non vogliamo fare i conti con la storia. Le prime grandi ondate migratorie dall'Europa verso altri continenti sono iniziate nei paesi in cui avveniva la rivoluzione industriale, a cominciare dall'Inghilterra, ovvero iniziava quello che chiamiamo sviluppo economico capitalista.
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Anche in Italia, nell'ultimo quarto del XIX secolo, le prime ondate migratorie hanno interessato il Piemonte, la Liguria e la Lombardia, cioè le regioni dove è nata la prima rivoluzione industriale italiana. Prima che lo sviluppo economico porti ad un blocco dell’emigrazione possono passare decenni o secoli, come dimostra, tra l’altro il caso emblematico del nostro Mezzogiorno.
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E noi italiani che non siamo riusciti in centocinquanta anni a risolvere la questione meridionale, che abbiamo milioni di giovani meridionali precari e/o disoccupati malgrado le politiche di sviluppo adottate nel corso di decenni, gli investimenti a valanga, i poli di sviluppo industriale, il sostegno alle start-up, vorremmo risolvere la «questione africana» esportando il nostro modello di sviluppo?!
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E QUALE AIUTO a casa loro vorremmo portare dopo che abbiamo tagliato le poche risorse che c’erano per la cooperazione popolare, quelle delle ong, che in qualche caso aveva dato buoni frutti quando non era caduta nella logica dell’economicismo o dello sviluppismo esasperato.
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La cooperazione per garantire un minimo di welfare come scuole, sanità, case, questo sì che serve. Ma, se volessimo veramente «aiutarli a casa loro» ci sarebbe un mezzo immediato: un reddito minimo vitale per tutte le famiglie povere africane.
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Si potrebbe cominciare dai paesi dove in questo momento partono il maggior numero di migranti come la Nigeria, Niger, Etiopia, Eritrea, ecc. Ipotizziamo che si riuscisse a dare a tutti i giovani tra i 16 ed i 32 anni un minimo vitale di 200 euro al mese, che mediamente in Africa consentono ad una famiglia di sopravvivere. E ipotizziamo sempre che un primo bacino di utenza sia di circa 100 milioni di giovani.
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Il costo mensile sarebbe di 20 miliardi di euro al mese, un terzo di quello che Draghi ha elargito mensilmente al sistema creditizio europeo oberato da titoli spazzatura e crediti inesigibili. Immaginiamo che a Bruxelles passi una decisione del genere, quale sarebbe la reazione? Scandalo! Aiutiamo i giovani africani mentre i nostri sono precari, disoccupati e impoveriti? Morale della favola: quando diciamo «aiutiamoli a casa loro» vogliamo dire ben altro.
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BASTA UN BREVE excursus storico per rendercene conto. Sono secoli che come europei ««aiutiamo a casa loro»» i popoli africani , latino-americani ed asiatici. Soprattutto gli africani sono stati oggetto delle nostre attenzioni, premure, affetto. Prima di tutto portandogli la civiltà e facendoli uscire da una condizione di uomini semiselvaggi, animisti e antropofagi, trasportandoli a nostre spese nel mondo civile (quello che i comunisti un tempo chiamavano «tratta degli schiavi»).
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Poi con l’installazione delle nostre tecniche agricole, delle monoculture più moderne che hanno prodotto un notevole flusso di esportazioni, nonché la valorizzazione delle loro miniere che erano state ignorate per secoli come fonte di ricchezza. Ed ancora gli abbiamo insegnato l’uso delle moderne tecniche militari, li abbiamo fatti passare dall’arco e le lance ai carri armati e agli aerei, li abbiamo aiutati a combattersi nel modo più moderno ed avanzato possibile offrendogli consiglieri militari e le armi più sofisticate.
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Infine gli abbiamo insegnato l’uso del denaro e come sia facile prenderlo in prestito e poi doverlo restituire con buoni tassi di interesse, ovvero quella che è la nostra libertà più grande e bella: la libertà di indebitarsi fino al collo.
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E dopo aver operato per secoli a casa loro, per il loro benessere, adesso questa generazione ingrata vuole venire a casa nostra con tutti i problemi che già abbiamo… Non è possibile…riportiamoli a casa loro , anzi deportiamoli.

Pubblicato il 23 lug 2017
di Alex Zanotelli

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Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo.
Per questo come missionario uso la penna (anch'io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani.
Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull'Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)
È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent'anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
È inaccettabile il silenzio sull'Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
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È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).
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Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.
Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.
Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.
Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.

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Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall'Africa.
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Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

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Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull'Africa, forzando i vostri media a parlarne.
Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali?
E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull'Africa.
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*Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace.

Pubblicato
il 21.07.2017
Franco Astengo

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L’illustre professor Panebianco questa mattina, 21 luglio 2017, dalle colonne del Corriere della Sera sferra un duro attacco alla prima parte della Costituzione: un attacco molto serrato quasi da far pensare a una nuova stagione di tentativi di deformazione costituzionale come quella che abbiamo appena terminato di trascorrere con il voto vittorioso del 4 dicembre 2016.
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Nell'occasione si prende a pretesto la proposta della “flat tax” (aliquota fiscale unica al 25%) considerandola la panacea di tutti i mali anzi il provvedimento che, secondo l’autore “darebbe una frustata così vigorosa alla nostra economia da farla ripartire al galoppo dopo decenni di alternanza, tra stagnazione, recessione e bassa crescita”.
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Ma c’è un però sulla strada dell’applicazione di questo possibile miracolo: ed è la Costituzione, retro gradatamente socialista secondo il giudizio JP Morgan, che indulge nel difendere un’antistorica progressività della tassazione (L’articolo 53 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. E aggiunge: Il sistema tributario è informato a criteri di progressività).
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Un ostacolo messo lì da un testo costituzionale che prevede una “Repubblica fondata sul lavoro” : definizione frutto di un “compromesso fra alcune forze (democristiani, socialisti, comunisti) che all’epoca non brillavano per adesione ai principi liberali. Era una Costituzione adatta a qualsiasi uso. Servì ad ancorare l’Italia al mondo Occidentale dopo la vittoria democristiana sui social comunisti nelle elezioni del 1948 ma avrebbe potuto diventare – senza bisogno di revisioni – la carta fondamentale di una “democrazia popolare” se i social comunisti avessero vinto”.
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Panebianco si è interrogato: “I risultati del referendum costituzionale hanno messo fuori gioco per chi sa quante generazioni la possibilità di riformare la seconda parte della Costituzione ( essersi mossi su quel terreno è giudicato , da parte del professore, un grave errore da parte dei “riformisti”). Perché allora non cominciamo a discutere della prima? E’ sicuro, tanto per fare un esempio, che la nostra convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra Repubblica, anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà? E’ sicuro che se il diritto di proprietà, anziché essere relegato tra i cosiddetti “interessi legittimi” fosse riconosciuto fra i diritti fondamentali, quelli su cui poggia la libertà, ce la passeremmo peggio?”.
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E conclude : “Magari, chissà? Sarà la discussione sulla flat tax che, finalmente, costringerà molti a trattare meno acriticamente i principi costituzionali su cui si regge la Repubblica.
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E in precedenza aveva scritto : “Forse è arrivato il momento di chiedersi se non sia il caso di intervenire col bisturi sulla prima parte della Costituzione, sui famosi principi”.
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Mi pare inutile segnalare, verso chi si è battuto per la difesa della Costituzione nell'occasione dell’ultima tornata referendaria, la pericolosità di queste affermazioni, vero e proprio preludio a un attacco in grande stile attraverso il dibattito sulla flat tax (che qualcuno già pronostica come il vero e proprio “oggetto del contendere” della prossima tornata elettorale legislativa, assieme alla questione dell’Europa).
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In molti, nel corso dei tanti anni di lavoro in difesa del dettato Costituzionale ( tre occasioni: Bicamerale D’Alema, progetto Berlusconi, deforma renziana) avevamo tentato di segnalare la delicatezza dell’intreccio tra seconda parte (che veniva messa in discussione nelle occasioni citate) e prima parte (fintamente, in quei casi, ritenuta intangibile).
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Adesso arriva, dalla prima pagina dell’antico “Corriere dello Zar” l’attacco diretto.
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Occorre avere consapevolezza di questo stato di cose, a partire dalla mancata risposta politica al voto del 4 Dicembre, e attrezzarsi all'evenienza senza ritardi, sottovalutazioni, tentennamenti.
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La lettura di quest’articolo di Panebianco non deve lasciare dubbi : la difesa integrale della Costituzione Repubblicana rimane l’imperativo prioritario per tutti i conseguenti democratici e per la sinistra italiana (che deve considerare questo punto “l’ubi consistam” della sua possibile ricostruzione come soggetto politico).
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Una difesa che è necessario principi da un altro elemento messo in discussione nell'articolo citato: quello della coerenza tra il sistema elettorale proporzionale e il testo Costituzionale.

Tommaso Di Francesco
da Il Manifesto
21.07.2017

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La notizia precipita, come una bomba è il caso di dire, dentro l’estate afosa, sopra la stanca politica del ritorno di Berlusconi, del libro di Renzi, della stagionata flemma di Gentiloni. Il Pentagono, il ministero della Difesa Usa, ha deciso di segretare la sicurezza e le ispezioni relative alle decine di atomiche dislocate in Italia. Qui già si avverte un fastidio: quello di chi, nella diffusa omertà dei media e del potere, è costretto o scoprire o ad ammettere la pesante realtà che in Italia, a Ghedi e ad Aviano, siano dislocate tante ogive nucleari. Più che in ogni altro Paese d’Europa, che complessivamente ne ha, diffuse, circa 200.
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Accade singolarmente proprio nel momento in cui in Parlamento si sta discutendo di come armare gli F35.
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Che al tranquillo costo di 15miliardi di euro, stiamo copiosamente acquistando e assemblando nella misura di almeno 90 cacciabombardieri. E che potrebbero portare un carico atomico – del resto come gli F16 e i Tornado. Ma soprattuto proprio nel momento in cui – e potrebbe essere una «spiegazione» della vergognosa segretazione – gli Stati uniti stanno avviando la modernizzazione delle vecchie ogive stanziate a Ghedi e Aviano, e tante altre in Europa, vale a dire sostituendole con l’innesto delle nuove ogive B61-12. Per le quali, prima Barack Obama ha speso miliardi di dollari, e ora Donald Trump procede all’attuazione dell’aggiornamento micidiale. Senza escludere il timore di fughe di notizie vere, sul pericolo dei tanti «errori» accaduti che evocano lo scenario del Dottor Stranamore, e quindi la necessità di «coprire» le forze armate americane e non solo quelle.
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Abbiamo la convinzione che la notizia rappresenti una vera e propria una «bomba». Perché il compromesso che ha fin qui garantito, sia per i governi nazionali e regionali, sia per le popolazioni locali – il silenzio assenso in Italia e in Europa (ma l’Europarlamento da dieci anni ha chiesto, inascoltato, lo smantellamento) è stata fin qui proprio la sicurezza. Vale a dire che fosse sufficiente l’informazione attraverso le ispezioni periodiche di scienziati, tecnici e anche politici sulle condizioni delle installazioni nucleari. Per gestire almeno il peso di una servitù militare pericolosissima. Da oggi in poi il compromesso salta: niente più informazioni sulla sicurezza degli impianti militari-nucleari. E non sapere nulla sulle ispezioni vuol dire anche non sapere dove stanno e come stanno le atomiche. Ci sarebbe di che protestare, perché se è giusta la cessione di sovranità per un organismo condiviso come l’Unione europea, cancellare il controllo sulle atomiche vuol dire cancellare per l’Italia la sovranità più decisiva, quella del controllo di sicurezza sul proprio territorio. Ma il silenzio resta la migliore forma di governo. Così continueremo nella cronaca del Belpaese che malsopporta poche migliaia di migranti, in fuga dalle nostre guerre e dalla miseria prodotta dal nostro meccanismo di sfruttamento delle risorse, e che invece al contrario, dietro elargizione di alte contropartite monetarie, ben sopporta e tace sulla presenza accanto alle proprie case, agli asili nido, alle discoteche, alle sacrestie, di decine di «insicure» e micidiali bombe atomiche.
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Temiamo ora il governo italiano non dica altro che il ponziopilatesco «non è di nostra competenza», perché è il Pentagono che fa il bello e il cattivo tempo. E non quel che servirebbe. Cioè che non vogliamo le armi nucleari, c’è un trattato Onu che le vieta e un altro che le bandisce.

Pubblicato il 19.07.2017
di Alfio Nicotra

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Nella sua intervista di oggi su “La Repubblica” il capo della polizia Franco Gabrielli rievoca i fatti del G8 di Genova del luglio 2001.
Lo fa con una apparente autocritica che però sceglie di non portare a fondo come invece sarebbe stato opportuno. In particolare quando Gabrielli afferma che la “catastrofe” di Genova fu dovuta a vari fattori e tra questi inserisce il fatto “perché si scommise sulla capacità dei “Disobbedienti” di Casarini e Agnoletto di poter in qualche modo governare e garantire per l’intera piazza: Capacità che dimostrarono purtroppo di non avere”.
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A parte l’errore di ridurre ai soli Disobbedienti l’intero arco di forze che diede vita al Genoa Social Forum, io, che del GSF ero uno dei portavoce (rappresentavo Rifondazione Comunista) di questa “scommessa” non vidi in quei giorni nessuna traccia.
Infatti “per governare una piazza” occorre non essere aggrediti in modo sistematico e reiterato da parte delle forze dell’ordine che invece si accanirono con rabbia inusitata contro la stragrande maggioranza dei manifestanti.
Non ci fu presidio del GSF del cosiddetto “assedio” alla zona rossa che non sia stato aggredito dalle forze di polizia. Né quello della rete Lilliput, né quello dei genovesi della Rete contro il G8, né quello di Attac, né quello dei sindacati di base: i manifestanti vennero tutti presi a manganellate e i fermati portati nel tristemente famoso carcere di Bolzaneto.
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Basterebbe leggersi le cronache che gli stessi giornalisti della“ Repubblica” fecero dai vari luoghi di concentramento del GSF , oltre che all'innumerevole materiale fotografico e televisivo e alle centinaia di testimonianze, tutti concordi nell'evidenziare una regia ostile ai manifestanti da parte delle forze dell’ordine.
Dobbiamo ricordare che si trattava di concentramenti tutti autorizzati compresa la manifestazione dei Disobbedienti che dallo stadio Carlini arrivò in via Tolemaide in modo assolutamente pacifico e senza incidenti (che invece erano stati fatti, in precedenza, dai cosiddetti “black block”, contro i quali non venne usato lo stesso trattamento riservato ai manifestanti del GSF).
In via Tolemaide il corteo era fermo – in testa c’era la famosa “testuggine”- e ricordo che dissi al deputato Ramon Mantovani di accompagnarmi per parlare con il comandante che guidava il plotone dei carabinieri che ostruivano l’accesso del corteo a piazzale Brignole.
Avevo conosciuto il comandante dei carabinieri che gestiva la piazza alcuni giorni prima, quando, con una delegazione del GSF mi recai all'ospedale per portare solidarietà ad un carabiniere di Arezzo rimasto ferito, in una caserma di Genova, da un pacco bomba inviato da anonimi.
Facemmo solo qualche passo nella loro direzione ma ci spararono addosso una selva di lacrimogeni. Li schivammo per pura fortuna (meno fortunato fu il segretario di un circolo del Prc - non ricordo se di Pietrasanta o Massarosa- che venne invece colpito in pieno volto).
Un corteo autorizzato veniva così aggredito a sangue freddo e ai lacrimogeni seguirono le cariche con i blindati Come sarebbe stato possibile “gestire la piazza” come dice Gabrielli di fronte a questo atto d’inusitata violenza?
Chi doveva garantire il diritto costituzionale a manifestare lo stava negando con prepotenza e senza giustificazioni. Un fatto eversivo, pianificato, deliberatamente voluto.
Fu in seguito a quell'attacco e a quella gestione dell’ordine pubblico che alle 17 e 27 , in piazza Alimonda , veniva ucciso Carlo Giuliani. Non possiamo credere alla genuinità dell’autocritica di Gabrielli se si continua a negare la palese aggressione ad un diritto costituzionale da parte delle forze di polizia.
Chi dette quell'ordine? Da quale catena di comando discendeva la disposizione di stroncare un poderoso e trasversale movimento di contestazione alla globalizzazione neoliberista?
No, caro Gabrielli. Non ci fu solo mala gestione della piazza da parte dello Stato . Vi fu una operazione di repressione pianificata, decisa nei piani alti del potere (e non solo nazionale).
Il fatto che questo “potere” sia stato riconoscente nei confronti dei responsabili della piazza di Genova ne è solo una dimostrazione. Dalla folgorante carriera del suo predecessore De Gennaro al reintegro i quei pochi poliziotti condannati per abusi. Non basta scusarsi sui giornali. Vogliamo i nomi dei responsabili e chi decise che in quei giorni a Genova si doveva sospendere lo stato di diritto.

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