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Il Manifesto

Pubblicato il 2.10.2017

Oggi il popolo catalano sta dando un grande esempio di lotta e resistenza democratica e nonviolenta degno della sua storia libertaria e antifascista.

La repressione decisa dal governo di centrodestra di Rajoy con la complicità dei “socialisti” sta producendo danni enormi e costituisce un attacco inedito alla democrazia e alla convivenza civile in uno dei più importanti paesi europei.
Se questo comportamento l’avessero tenuto Putin o Maduro l’Unione Europea avrebbe già annunciato sanzioni.

Ci associamo alla richiesta dei nostri compagni di Izquierda Unida, Unidos Podemos e di Catalunya en Comú di dimissioni di Rajoy e di avvio di un dialogo costruttivo nel rispetto delle libertà democratiche.

E’ vergognoso il fatto che il governo italiano e l’UE non abbiano chiesto fin da stamattina l’interruzione dell’intervento repressivo in Catalogna che ha finora causato centinaia di feriti.
Come l’intero Partito della Sinistra Europea ci associamo alla “dichiarazione di Saragozza” per la libertà, la fraternità e la convivenza.

1 ottobre 2017

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista-Sinistra Europea

Pubblichiamo la traduzione del comunicato stampa di IZQUIERDA UNIDA su quello che sta succedendo in Catalogna.

DOMENICA 1 OTTOBRE 2017

Ciò che sta succedendo oggi in Catalogna è il completo fallimento del governo di Rajoy. Le immagini e i video che stiamo ricevendo riflettono la repressione con cui il Governo sta rispondendo a una domanda legittima e pacifica della società catalana.
La brutalità delle forze e dei corpi di sicurezza dello Stato non solo è sproporzionata ma è anche un grave errore politico che segnerà la memoria della società catalana e condizionerà negativamente la fase politica successiva al 1-O.

Da IZQUIERDA UNIDA siamo solidali con la società catalana e condanniamo la repressione e l’autoritarismo del governo del PP. Denunciamo anche che questa strategia mira a condurre il paese a una tensione insostenibile, dalla quale il PP vuole ottenere vantaggi elettorali.
Di conseguenza, chiediamo le dimissioni del Governo di Mariano Rajoy. Nessuna soluzione politica sarà possibile con un Governo del PP.

Pensiamo che sia ancora il momento della politica, il che implica l’apertura di un negoziato che contempli un referendum concordato che consentirà alla società catalana di decidere sul suo futuro. Riteniamo, inoltre, che la formula migliore per il nostro paese è la Repubblica federale, che dovrà farsi strada in questa crisi di Stato contro vari nazionalismi intransigenti e partiti marciti dalla corruzione.

Solo un modello di Stato che garantisca i diritti sociali e soddisfi le esigenze dei suoi cittadini, pur riconoscendo che la Spagna è un paese plurinazionale, può essere utile per risolvere i problemi politici che stiamo affrontando.

Infine, incoraggiamo i militanti di IZQUIERDA UNIDA a partecipare a qualsiasi mobilitazione dei cittadini che difenda i diritti civili e la democrazia, trasmettendo la nostra posizione repubblicana e federale.

Daniela Preziosi
da il Manifesto
30.09.2017


Sinistra. Anna Falcone: alcuni dirigenti di Articolo 1 pensano a riprendersi il partito che gli è stato sfilato da Renzi. La base invece vuole un nuovo soggetto unitario. In questo fine settimana oltre 100 piazze per il programma, poi le proposte le voteremo sul nostro sito

Avvocata Anna Falcone, per voi autoconvocati del Brancaccio il presidente del Senato Grasso sarebbe un leader della sinistra più gradito di Giuliano Pisapia?
Penso tutto il bene possibile di Grasso, è persona di grande competenza che ha interpretato benissimo il suo ruolo. Ma insisto sul metodo: noi facciamo un percorso che è l’esatto opposto delle pratiche che allontanano le persone dalla politica, fra cui quella di scegliere prima il ’capo’ del programma. Quindi andiamo avanti e non entriamo nel dibattito sulle leadership.
Il vostro ’percorso’ a che punto è?
Facciamo assemblee in tutta Italia, con coordinamenti ma senza strutture gerarchiche, al massimo chi vuole si dà un portavoce. Vogliamo costruire un programma mettendo insieme cittadini, partiti, realtà locali. L’assemblea del 18 giugno ha indicato dieci priorità. La prima è il lavoro, a seguire lo stato sociale e i diritti negati. Questo week end sarà quello delle «100 piazze per il programma», anche se le iniziative sono partite da giovedì e altre si terranno nel mese di ottobre. Saranno molto più di cento. C’è molto entusiasmo.
Queste assemblee cosa producono?
Ogni assemblea si occupa di uno o più temi e produce un report con le soluzioni ai problemi scelti, dalla tutela del lavoro alla riconversione energetica o all’intervento dello stato nell’economia, la pace, l’immigrazione, la lotta al terrorismo. I report verranno sintetizzati in 5/6 punti. Le proposte saranno caricate sul nostro sito. Gli utenti registrati sceglieranno, quelle che avranno maggiore consenso entreranno nel programma.
Con un click? Il pasticcio della piattaforma digitale dei 5 Stelle non vi pone dubbi sul metodo?
Noi non chiediamo un click su idee precostituite. Chiediamo idee e le mettiamo a confronto.
Se foste in parlamento votereste il Rosatellum?
No. Chiediamo la cancellazione dei capilista bloccati, e il Rosatellum non fa che aumentare i posti bloccati attraverso i collegi uninominali.
Invece i vostri eventuali candidati come li sceglierete?
Chiedendo ai comitati di garantire la libertà di candidatura, in ciascun collegio ogni gruppo sceglierà con il voto i propri. Torno alla legge elettorale: mai come adesso c’è bisogno di proporzionale, anche con uno sbarramento alto che consenta l’unione di forze omogenee, come succede nel sistema tedesco, un paese che non è certo preda di governi balneari.
Ma la Germania è governata da decenni da ’grosse koalition’. Le larghe intese sono il vostro modello di governo?
Non necessariamente. E in un sistema quadripolare come il nostro non è una scelta obbligatoria. In ogni caso è bene che l’accordo si raggiunga in parlamento sulla base di programmi. E che sia votato dal parlamento: le forze politiche debbono prendersi un impegno davanti al loro elettorato.
È già così: il governo deve avere la fiducia del parlamento sulla base di un programma.
Ma non accade mai. Se si utilizzano tanti voti di fiducia è perché le forze di maggioranza esercitano un ricatto sui governi. Serietà vorrebbe che quando si vota un programma di governo si resti vincolati ad esso. La legge sullo ius soli è la dimostrazione del fatto che ora non succede. Con il paradosso che hanno messo la fiducia su qualsiasi cosa, e adesso non la mettono sullo ius soli.
Il Pd è non una ma ben tre destre, come dice il professore Tomaso Montanari?
Il Pd è una destra edulcorata, quella dei partiti socialdemocratici di tutta Europa che hanno rincorso le destre razziste e il neoliberismo. Non è un caso che ovunque crollino. Tranne in Portogallo, nella Grecia di Tsipras, in Podemos spagnolo, e soprattutto nella Gran Bretagna, dove il laburista Corbyn fa un discorso netto e coraggioso. Ha capito che la sinistra non può che abbandonare la Terza via e non cedere ai compromessi con il neoliberismo. Noi cerchiamo di seguire la stessa linea di coraggio, coerenza e buon senso, contro tutte le riforme che hanno distrutto stato sociale e diritti e che hanno provato a distruggere le Costituzioni, baluardo dei diritti. L’attuazione della Costituzione è il nostro programma.
Vi definireste socialisti, o anticapitalisti?
Siamo cittadini liberi di una sinistra che vogliamo costruire, che faccia tesoro del suo passato ma che si proietti nel futuro. L’identità della sinistra è la capacità di ascoltare e rappresentare le persone, e di affrontare i problemi democratici. Crediamo in un modello economico pluralista in cui lo stato abbia un ruolo economico e di garante dei diritti fondamentali.
Fosse barcellonese, voterebbe il referendum catalano dichiarato fuori dalla Costituzione spagnola?
Ogni popolo deve potersi autodeterminare ma il referendum deve essere fatto dentro un contesto costituzionale.
La lista unitaria della sinistra è al palo?
Sono fiduciosa che si possa fare fra chi condivide un orizzonte e un metodo democratico. Non si può allargare a chi ha obiettivi legittimamente diversi, che però non sono quelli che ci chiedono i cittadini delusi dalla sinistra.
Incompatibili con Pisapia ma sì a Mdp?
Io partecipo alle feste di Mdp dove la base chiede persino un soggetto politico unitario a sinistra. Dare un segnale di serietà è fondamentale, la sinistra non può andare avanti con una miriade di sigle. Ma Mdp deve risolvere un problema fra la base e un pezzo dei dirigenti. Alcuni vogliono riprendersi il Pd che è stato sfilato loro da Renzi. Bisogna volare più alto. Solo così possiamo riportare a sinistra i delusi e quelli che votano 5Stelle per protesta.
Le piace come è stata scelta la premiership di Di Maio?
Credo sia stata una delusione per tanti iscritti e votanti 5 Stelle. Le leadership imposte dall’alto o votate da una manciata di iscritti sono artificiali. I 5 Stelle sono caduti nella mitologia del capo, dovevano iniziare da un programma innovativo.
Mai con il Pd. Ma con i 5 Stelle?
Di Maio non è certo una persona che proviene da una cultura di sinistra, ma bisognerà vedere il programma e la linea che prevarrà. I programmi si fanno prima, le alleanze si fanno dopo. È evidente che non si può governare con chi ha un’idea di paese opposta. E del Pd lo sappiamo già, ha realizzato una serie di riforme che vanno agli antipodi del nostro programma.

28.09.2017
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Riparte il percorso che si era aperto con l’assemblea del Brancaccio a Roma il 18 giugno. Rifondazione Comunista aveva aderito con convinzione all'idea di una lista che unificasse la sinistra sociale e politica e le tante forme di civismo e partecipazione su un programma di attuazione della Costituzione e di netta alternativa al PD le cui politiche da anni sono “indistinguibili da quelle della destra”.
Da lunedì 25 settembre è possibile aderire online sul sito nazionale dell’Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza. Invitiamo compagne e compagni a aderire:
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https://www.aderisci.perlademocraziaeluguaglianza.it/events/1/subscripti...
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Noi saremmo partiti immediatamente dopo l’assemblea del Brancaccio ma quel che conta è che riprenda il processo.
Invitiamo in tutti i territori le compagne e i compagni a partecipare e contribuire all’organizzazione delle assemblee Cento piazze per il programma.

CENTO PIAZZE PER IL PROGRAMMA
ASSEMBLEE, ORGANIZZAZIONE, ADESIONI
22 SETTEMBRE – 29 OTTOBRE 2017

Il percorso del Brancaccio va avanti e cresce grazie alle assemblee che si stanno celebrando in tutta Italia, fra piccoli e grandi centri. Solo per citare questi ultimi, già nel mese di Luglio, si sono tenuti i primi incontri a Firenze, Roma e Milano. Sono seguite a Settembre le assemblee di Torino, Bologna, Pescara e Perugia. Presto sarà la volta di Genova, Napoli, Venezia, Palermo e, a seguire, tante altre città. Parte da qui la nostra iniziativa “Cento Piazze per il Programma”: incontri partecipati, seri, bellissimi, ricchi di idee e di entusiasmo, in cui stiamo dando seguito al percorso iniziato il 18 Giugno a Roma. Da tutti scaturisce la volontà di costruire insieme una Sinistra unita e capace di invertire la rotta del Paese: due caratteristiche indivisibili, perché la prima è in funzione della seconda.

La strada che porta a questo risultato non passa attraverso tavoli di vertice, ma dalla costruzione di un progetto politico innovativo, chiaro, radicale, che possa realizzare una Lista civica e di sinistra con candidati credibili e scelti democraticamente dai cittadini e nei territori, non calati dall’alto. Per questo abbiamo deciso di iniziare dalla partecipazione dei cittadini e dalle assemblee tematiche in cui scrivere insieme il programma.

LE ASSEMBLEE

Vi abbiamo proposto di lavorare sulle priorità programmatiche decise dall’assemblea del Brancaccio e di tenere, a partire dall’ultimo fine settimana di Settembre, le assemblee sui primi cinque punti:

1) Lavoro, diritto al reddito, pensioni, equità di genere e intergenerazionale;
2) Diritti, welfare (diritto alla salute, giustizia e assistenza sociale); scuola, ricerca e università; ruolo dello Stato (art. 3 Cost.) e discussione sull’Europa
3) Fiscalità: equità e progressività;
4) Innovazione, energia, ambiente, modelli di sviluppo;
5) Immigrazione, inclusione e politiche securitarie, modello sociale.

Molti ci hanno chiesto di poter utilizzare anche il fine settimana successivo (6-8 Ottobre) e non possiamo che essere d’accordo. Per questo abbiamo deciso di estendere le date dell’iniziativa e programmare negli ultimi due fine settimana di Ottobre (20-22 e 27-29) la seconda sessione di assemblee in cui discuteremo degli altri temi, indicati come prioritari per il programma:

6) Attuazione della Costituzione: sovranità popolare, modello democratico, cittadinanza, partecipazione, partiti politici;

7) Economia ecologica e sostenibile, vincoli europei, pareggio di bilancio (art. 81 Cost.), politica monetaria, cooperazione e sviluppo comune;

8) Politiche giovanili, sostegno al disagio, lavoro e valorizzazione delle risorse e dei talenti;

9) Beni comuni, valorizzazione del patrimonio naturale, artistico e culturale. Mezzogiorno e sviluppo delle aree depresse;

10) Pace, disarmo, lotta al terrorismo, politica internazionali. Globalizzazione dei diritti.

Tutti i punti dovranno essere trattati nella prospettiva della parità di genere, delle differenze e delle pari opportunità fra generazioni, nella fruibilità delle risorse e nel diritto a decidere del proprio futuro.

Le assemblee locali dovranno essere rivolte alla cittadinanza e aperte alla più ampia partecipazione di singoli, soggetti civici e associativi. Per questo, dovranno essere pubblicizzate nel modo più largo possibile, tenersi in luoghi pubblici o aperti al pubblico e, ove possibile, all’aperto.

Al tal fine, vi invitiamo a comunicarne date e luoghi degli incontri all’indirizzo e-mail perlademocraziaeluguaglianza@gmail.com: ne daremo diffusione nazionale tramite il nostro sito web (www.perlademocraziaeluguaglianza.it) e pagine social, in modo che chiunque voglia possa partecipare.

Le assemblee dovranno celebrarsi in tempi e modi che ne garantiscano apertura, pluralità e trasparenza in modo che tutti possano partecipare attivamente e prendere la parola, nel rispetto della parità di genere, dando spazio ai contributi di chi vive i problemi in prima persona, dei giovani e delle associazioni e realtà locali. Accanto agli interventi dei cittadini, sarà opportuno prevedere quelli di esperti della tematica che si è deciso di affrontare.

Tutti gli incontri dovranno convergere nella redazione di una proposta programmatica.

I REPORT

Vi chiediamo di raccogliere i vostri contributi in una proposta sintetica di massimo 5 cartelle, in cui siano indicati: il nome e i componenti del gruppo proponente, il tema, la proposta dettagliata in punti, completa dei tempi, modi e risorse per realizzarla. Per facilitarvi la redazione, abbiamo predisposto un modello che potrete scaricare QUI

Ogni ulteriore documento di dettaglio/dossier/documentazione potrà essere inviato in allegato.

Tutto questo, perché non vogliamo scrivere un “libro dei sogni”, ma concentrarci su proposte concrete e credibili, volte a migliorare la vita delle persone e a realizzare una società più giusta e democraticamente avanzata.

Le vostre idee e proposte dovranno essere inviate sempre all’indirizzo email perlademocraziaeluguaglianza@gmail.com e saranno caricate sul sito, affinché tutti gli aderenti al nostro progetto possano leggerle e valutarle, previa registrazione.

L’obiettivo è di costruire un programma plurale e condiviso democraticamente. Ancora, di decidere insieme come proseguire il nostro percorso e strutturare democraticamente la nostra organizzazione, che non sarà mai di leader, ma di persone che lavorano insieme per un progetto democratico.

PRIMA ORGANIZZAZIONE

Fino ad allora, vi invitiamo ad organizzarvi in Coordinamenti locali temporanei e di scopo, aperti a quanti si aggiungeranno, inclusivi e plurali e paritari, aventi il compito di sostenere l’organizzazione delle assemblee e favorire la massima partecipazione di cittadini, comitati, associazioni e realtà locali. Se lo riterrete utile, e non divisivo vi invitiamo a indicare un portavoce e un portavoce che, insieme, mantengano i rapporti con gli altri coordinamenti locali e con il livello nazionale.

A conclusione delle assemblee tematiche ci rivedremo tutti a Roma, in Novembre, per una grande assemblea nazionale in cui presentare il frutto di questo lavoro: il nostro progetto per il Paese.

ADESIONI

Chiunque voglia partecipare attivamente e aderire al nostro percorso potrà registrarsi da lunedì 25 settembre compilando il form a questo link https://www.aderisci.perlademocraziaeluguaglianza.it/events/1/subscriptions/new

Invitiamo a registrarsi anche chi aveva partecipato all’incontro del Brancaccio e consegnato solo la scheda cartacea.

AUTOFINANZIAMOCI

Vi invitiamo, altresì, a contribuire con una donazione al progetto e alle assemblee locali, che – lo ribadiamo – si basano interamente sulle nostre forze e sull’autofinanziamento.

Per sostenere il nostro progetto, le edizioni del Gruppo Abele hanno pubblicato un libro, “Indicativo futuro: le cose da fare. Materiali per una politica alternativa” (http://www.giunti.it/libri/saggistica/indicativo-futuro-le-cose-da-fare/), raccoglie molte delle idee sui temi di discussione che stiamo affrontando: attuazione della Costituzione, lavoro, economia, reddito, Europa, scuola, migranti, democrazia partecipativa, politica e futuro della sinistra. Per questo lavoro ringraziamo Livio Pepino, che ha curato l’introduzione, e gli autori che ci hanno generosamente e autorevolmente affiancato: Alessandra Algostino, Giuseppe De Marzo, Lorenzo Marsili e Yanis Varoufakis, Federico Martelloni, Filippo Miraglia, Mario Pianta, Christian Raimo. Chi vuole può acquistarlo al prezzo di € 5,00 (scrivendo a: egallina@gruppoabele.org) e venderlo in occasione degli incontri pubblici, chiedendo un contributo in più rispetto al prezzo di copertina (€ 7,00), per finanziare le assemblee locali.

Buon lavoro e andiamo avanti!

Anna e Tomaso

26.09.2017
Maurizio Acerbo


Salvini non scrive niente su arresto del suo amico sindaco di Seregno? Neanche una parola su facebook e nemmeno un tweet. Eppure lo conosceva bene il sindaco di Forza Italia, un altro campione della demagogia xenofoba di destra viene arrestato e indagato insieme a un’intera comitiva di amici di Salvini.

Quella di Seregno è una delle tante amministrazioni di Lega e centrodestra che da anni in Lombardia e Veneto come nel resto d’italia collezionano un numero di inchieste giudiziarie che nemmeno un clan della camorra napoletana riesce a competere. Mentre aizzano la gente contro gli immigrati continuano a farsela con i delinquenti veri.

Non se ne può più del buonismo di Salvini e della Lega che continuano con i loro voti a portare nelle istituzioni personaggi corrotti e collusi con la criminalità organizzata. Basta con questo buonismo per cui grazie alle leggi salva-ladri votate dalla Lega i politici corrotti se la cavano sempre con pochi giorni di custodia cautelare e prescrizioni brevi.

L’arresto del sindaco di Seregno ci ricorda ancora una volta che la vera emergenza italiana non è l’immigrazione ma la corruzione e l’intreccio tra politica e criminalità.

E’ ora di approvare leggi severe contro i corrotti a partire dalla confisca dei beni. Sapete quanti poveri italiani potremmo aiutare con i soldi e i beni immobili che hanno accumulato i tanti compari di Salvini?

Basta con questi politicanti che se la prendono con i mendicanti e fanno affari con i mafiosi!

segretario nazionale Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

26.09.2017

Arrivano novità sul sequestro del giovane attivista Santiago Maldonado, desaparecido dal 1° di Agosto 2017, nel corso di una mobilitazione a difesa delle rivendicazioni del Popolo Mapuche in Argentina.

E non sono certo rassicuranti. Secondo quanto ha riportato il giornalista argentino Horacio Verbitsky, la polizia ha tentato di far sparire alcune delle prove che metterebbero in luce un intervento violento da parte degli agenti.

Verbitsky ha pubblicato il resoconto delle intercettazioni telefoniche tra i reparti operativi e la gendarmeria. Dai dialoghi risulta che l'ordine impartito è stato quello di far sparire l'auto sulla quale Maldonado è stato trasportato.
La gendarmeria nega ogni responsabilità, ma ci sono video e foto che ne provano il coinvolgimento diretto. Anche grazie alla pressione internazionale, la magistratura avvia una timida indagine che chiama in causa anche il Gruppo Benetton, che avrebbe richiesto l'intervento repressivo.
Su questo caso, a livello internazionale è stata indetta una mobilitazione per il giorno 1 ottobre con un volantinaggio facendo conoscere le rivendicazioni del Popolo Mapuche in Argentina davanti ai negozi Benetton in tutte città.

La storia ufficiale argentina definisce “Conquista del deserto” lo sterminio delle popolazioni originarie nel Sud del Paese, un territorio oggi conteso e rivendicato dai loro discendenti.
L’aggressione, a metà dell’800, fu portata avanti dal governo centrale con il supporto della
Gran Bretagna. Un consorzio fatto da finanzieri e multinazionali britanniche si spartì il
bottino con i notabili locali.

Dopo successive spartizioni, nel 1991 il Gruppo Benetton è venuto in possesso, per
l'irrisoria cifra di 50 milioni di dollari, di quasi un milione di ettari, il più grande latifondo di tutta l’Argentina. Su queste terre, appartenute da sempre al popolo Mapuche (oggi confinato in vere e proprie “riserve”), il Gruppo Benetton produce circa il 10% delle lane per i propri marchi. Ma oltre alle 280 mila pecore, ai 16 mila bovini, agli 8.500 ettari coltivati a soia, queste terre sono anche ricche di risorse minerarie e petrolifere.

Il conflitto per la terra non si è mai fermato, ma sono abissali le differenze tra le
rivendicazioni dei Mapuche e la risposta delle istituzioni. Ragion per cui, dalla fine delle
dittature civico-militari, le comunità Mapuche hanno ripreso a organizzarsi e a confrontarsi
con le istituzioni, attraverso mobilitazioni e proteste pacifiche, per rivendicare la legittimità della propria lotta.

La terra è stata e rimane una questione centrale per queste popolazioni, non solamente per
l’aspetto economico, ma anche per il suo significato culturale e religioso.
Negli ultimi anni è cresciuta la resistenza del popolo Mapuche e le tensioni con il Gruppo
Benetton, con conseguente accelerazione dell’azione repressiva da parte del governo di
Mauricio Macri e delle autorità locali.
E così la lotta in Patagonia diventa più dura e le pallottole di gomma sparate dalle forze repressive diventano di piombo.

Un anno fa, Facundo Jones Huala, leader riconosciuto dei mapuche, viene arrestato con
l’accusa non provata di essere un terrorista e comincia un lungo sciopero della fame per
denunciare al mondo le ingiustizie patite dai popoli originari dell’Argentina.
Dopo la scomparsa in democrazia di Julio Lopéz (testimone nei processi contro i militari) di
qualche tempo fa, in Argentina torna lo spettro dei desaparecidos e della desaparición
forzada.
L’ultimo grave capitolo repressivo del governo Macri accade a Cushamen, in Patagonia: il
primo agosto scorso un giovane di 27 anni, Santiago Maldonado, viene fatto sparire dopo essere stato prelevato dalla gendarmeria nazionale durante una manifestazione.

La gendarmeria nega ogni responsabilità, ma ci sono video e foto che ne provano il
coinvolgimento diretto. Anche grazie alla pressione internazionale, la magistratura avvia
una timida indagine che chiama in causa anche il Gruppo Benetton, che avrebbe richiesto
l'intervento repressivo.
Invitiamo a mobilitarsi per la ricomparsa con vita di Santiago Maldonado, per evitare la
tragedia dei desaparecidos in Argentina, (che ha colpito anche tante famiglie italiane) e per esigere alla famiglia Benetton la restituzione delle terre alle comunità Mapuche.

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA – SINISTRA EUROPEA

Jacopo Rosatelli
da Il Manifesto
26.09.2017


A sinistra. Per Schulz è il peggior risultato di sempre, il Nordreno-Westfalia gli volta le spalle. Per la Sinistra guidata da Wagnknecht e Bartsch la Germania orientale non è più un tabù

I due partiti «rossi», eredi della storia del movimento operaio, escono dalle urne in condizioni molto diverse fra loro. Per i socialdemocratici della Spd è il peggior risultato di sempre, un milione e mezzo di voti in uscita verso destra e sinistra, mentre la Linke guadagna lo 0,6% e può sorridere. Emblema della disfatta per il partito che fu di Willy Brandt è la caduta di ogni roccaforte: si classifica primo solo in un Land minuscolo, la città-stato di Brema (26,8%), mentre nella «Emilia Romagna» del Nordreno-Westfalia il 26% ottenuto è un’apocalisse. Martin Schulz e compagni tremano anche per il 27,4% della Bassa Sassonia, vasta regione occidentale con capitale Hannover: in sé è il migliore risultato del Paese, ma il 15 ottobre in quel Land si vota per il parlamento locale, e i numeri dicono che il governo uscente a guida Spd rischia seriamente di andare a casa. E in Germania gli esecutivi regionali contano molto.

Se si volge lo sguardo ad est, i dati sono sconvolgenti: in Sassonia un drammatico 10,5%, in Turingia il 13,2%, appena sopra il 15% in Sassonia-Anhalt e nel Meclemburgo di Angela Merkel. Nella ex Ddr i socialdemocratici sono ormai una forza medio-piccola, lontanissimi dalle dimensioni di una Volkspartei, quel partito popolare e di massa che in teoria dovrebbero essere. La scelta della nuova capogruppo al Bundestag indica ora una nuova direzione di marcia: via il moderato Thomas Oppermann, tocca ad Andrea Nahles, ministra uscente del lavoro, e soprattutto figura più in vista della sinistra del partito. C’è quindi da aspettarsi che, almeno nelle intenzioni, la Spd voglia sul serio fare opposizione, recuperando i consensi dei suoi bacini tradizionali e magari cominciando a costruire finalmente un’intesa con la Linke anche a livello federale e non solo di singoli Länder (i due partiti amministrano in coalizione Berlino e Turingia).

Schulz resta segretario, a fine anno il congresso per un eventuale cambio al vertice: nessuno, per ora, ha chiesto la testa dell’ex presidente dell’Europarlamento.

Nell’attesa che la Spd torni davvero socialdemocratica, la Sinistra guidata in queste elezioni da Sahra Wagnknecht e Dietmar Bartsch si gode alcune affermazioni nella Germania orientale che ne confermano il tradizionale ruolo: è primo partito in tutta la parte Est di Berlino, compresi quartieri ad alto disagio sociale come Marzahn (26%) e Lichtenberg (29%). Nella ex Ddr è da registrare, però, un complessivo arretramento a vantaggio della AfD. Il vero dato positivo per la Linke è dunque un altro: le urne di domenica dicono che ad ovest il «pericolo comunista» non spaventa più.

A Brema è terza forza (13,5%), in Assia, Amburgo e Bassa Sassonia raccoglie quasi gli stessi consensi dei Verdi. Che però sono riusciti a vincere nel collegio più a sinistra di tutta la Repubblica federale, quello di Kreuzberg-Friedrichshain, cuore della Berlino alternativa (dove la somma di Cdu, AfD e liberali dà solo il 21%): nel combattuto derby per aggiudicarsi la rappresentanza dell’enclave rivoluzionaria del Paese l’ha spuntata la candidata ecologista di origine curda Canan Bayram, che ha già annunciato che non voterà mai un nuovo governo Merkel, nemmeno se sostenuto dal suo partito.
Legittima soddisfazione, dunque, nelle file del partito più a sinistra di Germania, ma anche accenni di riflessione autocritica: «Il risultato nell'Est mostra che abbiamo sottovalutato le paure generate dalla questione dei profughi», ha affermato Wagenknecht, anima più ortodossa del partito, che non ha mai fatto mistero di essere su una linea diversa da quella più movimentista e «no-borders» della segretaria Katja Kipping.

23.09.217
Franco Astengo


Si torna a parlare di formula elettorale e riemergono i soliti pasticci. Vengono avanzate proposte senza capo né coda (il “Rosatellum” 4.0: marchio buono per una marca di vini) fornendo anche una volta la dimostrazione che, in materia, questa classe politica riesce proprio a dare il peggio di sé: impresa non facile, considerato il livello “normale” di approccio ai problemi più importanti che affliggono il Paese.

Ci si dimentica con estrema facilità la duplice bocciatura inflitta dalla Corte Costituzionale alle ultime due leggi elettorali approvate dal Parlamento: l’una usata addirittura per tre tornate elettorali legislative generali (2006, 2008, 2013) e l’altra (il famigerato “Italikum”) per fortuna mai approdata alla prova delle urne.

Nel frattempo l’elettorato partecipante si è dimezzato e sono sorte imbarazzanti formazioni pseudo – politiche capaci di raccogliere milioni di voti come se fossero noccioline: nel frattempo questi soggetti di rottura si adeguavano immediatamente alla più vieta “democristianità” nella logica del potere per il potere.

Ci ritroveremo, a questo proposito, sorprese nelle urne: anche perché le contraddizioni sociale mordono sulla vita quotidiana e avranno un loro peso nella ricerca della rappresentanza politica.

Tornando all'essenziale: s’insiste dunque nel voler acconciare la formula elettorale alle esigenze del momento.

Si discute, infatti, soltanto della formula con la quale si debbono tradurre i voti in seggi e non della legge nel suo insieme, che è materia molto complessa e sulla quale ci sarebbe comunque da verificare parecchie questioni, riducendosi esclusivamente alle esigenze tattiche del momento di alcune forze politiche.

Il tentativo di cui questo Rosatellum 4.0 è emblematico nella direzione indicata dell’episodicità.

Assomiglia al cocktail mal riuscito in un bar di periferia: una spruzzata di maggioritario, due gocce di proporzionale, mescolare forte con una buona dose di capilista bloccati.

Ecco fatto il nostro indigeribile pasticcio.

Difatti abbiamo cambiato formula elettorale tre volte in vent’anni. In verità, in passato, abbiamo cambiato anche la legge, assumendo decisioni sciagurate come quelle in materia di numero di sezioni sul territorio attraverso la “Bassanini” con il loro dimezzamento e ci ritroviamo con sette diversi sistemi per ogni tipo di elezione, europea, politica, amministrativa.

Si dovrebbe anche aprire anche una discussione sull’elezione diretta dei Presidenti e dei Sindaci: causa principale della deleteria crescita nella logica della personalizzazione della politica ed elemento – chiave della crescita, a livello periferico, del deficit pubblico.

Oltre ai malaugurati provvedimenti di modifica del titolo V della Costituzione varati dal centrosinistra nel 2001 a stretta maggioranza e in chiusura di legislatura, con l’improvvisato cedimento a un federalismo che non esisteva allora e non esiste adesso, consegnando così temi delicatissimi come la sanità e ai trasporti agli elettoralismi dei voraci lupi mannari di un’insaziabile classe politica periferica: quella distintasi soprattutto per le “spese pazze” e trasferitasi quasi in blocco in Tribunale ad ascoltar sentenze oppure a patteggiarle.

Torniamo però al nodo centrale di questa discussione: la formula elettorale da usare in occasione delle elezioni legislative generali.

Il punto risiede nel fatto che ci si rifiuta di vedere la questione nella sua semplice interezza.

Esistono infatti, in materia di legge elettorale, due grandi famiglie: quella del proporzionale e quella del maggioritario.

Com'è ben noto al colto e all’inclita la destinazione di viaggio delle due famiglie è assolutamente diversa: quella del proporzionale si dirige verso la rappresentanza politica tenendo conto di tutte le “sensibilità” presenti in una qualche consistenza numerica; quella del maggioritario punta sulla stazione della “governabilità” tendendo – tutto sommato – a una vocazione presidenzialista, quella del governo eletto dal popolo (la famosa frase: “la sera delle elezioni si deve già sapere chi ha vinto per i futuri 5 anni”).

Premesso che la Costituzione italiana è molto chiara su questo punto indicando come l’elettorato elegga il Parlamento e non il Governo e che proprio per questa ragione nell'assemblea Costituente prevalse l’idea della formula proporzionale (corretta, rispetto al proporzionale puro).

Questo orientamento mi pare dovrebbe essere rigidamente mantenuto proprio in ossequio alle radici più profonde ed essenziali della nostra democrazia repubblicana.

Quello che francamente non si capisce al giorno d’oggi è il perché i nostri pasticcioni (non troppo simpatici, per la verità) non si addentrino al cuore della questione scegliendo, nei due campi, i sistemi più chiari e trasparenti allo scopo di favorire la scelta dell’elettorato.

Se si pensa al maggioritario esistono due formule ben sperimentate:

Quella in uso nelle isole britanniche del collegio uninominale a turno unico;
quella in uso in Francia del collegio uninominale a doppio turno (beninteso a doppio turno e non ballottaggio che invece si adopera nell’elezione diretta del Presidente della Repubblica).
Vale la pena ricordare che Gran Bretagna e Francia non sono due democrazie parlamentari, bensì l’una una monarchia costituzionale, l’altra una repubblica presidenziale a regime di semi – presidenzialismo (a differenza degli USA in Francia, infatti, le figure del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio appartengono a due persone diverse).

Nel caso, auspicabile, di una scelta verso il sistema proporzionale la formula meglio collaudata è sicuramente quella italiana usata tra il 1948 e il 1992: formula che ha garantito, attorno ad un partito pivotale come la DC, la governabilità (in quei oltre quarant'anni furono mutate soltanto tre formule di governo: centrismo, solidarietà nazionale per un brevissimo periodo, centro – sinistra con allargamento finale al pentapartito) contenendo sia un premio per i partiti più grandi sia un meccanismo d’esclusione per le frazioni insignificanti.

Può essere preso in considerazione anche il sistema tedesco che però contiene un mix di maggioritario e proporzionale e una clausola d’esclusione abbastanza alta per consentire una rappresentanza adeguata.

Si ricorda che in Germania il numero dei partiti presenti al Bundestag è mediamente di 4/5 (SPD, CDU – CSU, Liberali, Verdi, Die Linke forse si aggiungerà l’estrema destra) mentre alla Camera Italiana tra il 1948 e il 1987 erano presenti mediamente 7/8 formazioni politiche senza contare le micro – rappresentanze etniche.

Nulla di straordinario quindi sia dal punto di vista della concentrazione della rappresentanza, sia della sua frammentazione, in un caso e nell’altro.

In questo momento però non è il momento di indicare formule ma di ricordare con forza il principio fondamentale del valore sistemico e non episodico – strumentale della scelta del meccanismo di traduzione dei voti in seggi e della necessità di una scelta chiara: proporzionale o maggioritario.

Mattarellum, Porcellum, Italikum: pessime prove di soluzioni surrettizie della volontà popolare da non ripetere.

Si abbia il coraggio di scegliere con chiarezza in un frangente così difficile e complesso, in cui le basi di rappresentanza democratica del sistema appaiono tanto fragili da mettere in discussione l’intera struttura repubblicana che sta scivolando pericolosamente verso soluzioni anti – costituzionali delle quali , in realtà, abbiamo già avuto le prime prove di sperimentazione nel più recente passato.

Tommaso Di Francesco da il Manifesto 22.09.2017 Da quando in qua un processo referendario in un paese europeo, anche se sull’indipendenza, diventa un «problema» democratico? Accade in Spagna, dove il governo Rajoy, ormai decisivo nella compagine dell’Unione europea, entra come un elefante dentro una cristalleria. Commissaria le finanze della Generalitat catalana, arresta i funzionari, sequestra materiale di propaganda e milioni di schede lettorali, minaccia centinaia di sindaci e i giornalisti, entrando con la polizia nelle redazioni dei giornali. Gettando la maschera sulla realtà del processo democratico in corso che vede la restaurazione del Partito popolare, a fronte della diffusa, perfino forte, ma non unita e per questo impotente e non alternativa, sinistra spagnola. Che ora si trova anche di fronte ai contenuti di una rivendicazione indipendentista «di sinistra» che, seppure non si dichiari nazionalista, rischia di imitare tutte le modalità e gli sviluppi «balcanici» del nazionalismo. Così, sull'obiettivo dell’indipendenza della nazione catalana, sembrano essere messe a tacere tutte le voci, come quelle di Podemos e della sindaca di Barcellona Ada Colau, capaci di rilanciare un «autonomismo per tutti», non storico-identitario ma politico e sociale. Una rogna per la Spagna che si ritrova a dover fare i conti con la sua reale statualità, specchio della irrisolta crisi sociale, dopo l’uscita dal buio del franchismo e la Costituzione del 1978. E dopo i recenti fallimenti per definire un sistema nazional-federale. Ma anche una rogna per l’Unione europea che ieri, per bocca del portavoce Margharitis Spinas ha ribadito seccamente: «Rispettiamo l’ordine costituzionale della Spagna come facciamo con tutti gli stati membri». «La posizione risale al 2004 – ha aggiunto il portavoce – guida le nostre competenze e passa per il rispetto del quadro costituzionale e dell’ordine giuridico di ogni stato membro». A Bruxelles dopo il disastro della secessione della Brexit pensavano forse che tra gli Stati rimasti fosse pace fatta. Ma è all’interno di ogni Paese che covano particolarità perfino più pericolose del populismo. Che, rilanciate contro la stessa idea di Europa unita, possono riesplodere ogni momento di fronte alla divisiva crisi economica. È una questione nascosta solo dal nuovo autoritarismo di Stato che in Europa centrale tiene a freno, per esempio, la preoccupante questione magiara, fronte aperto tra Ungheria e Romania; o quella macedone, che insidia la Grecia. E per favore, nessuno citi la secessione «di velluto» tanto apprezzata della Cecoslovacchia, decisa a tavolino, senza referendum popolare, dai due presidenti ceco, Havel, e slovacco Meciar: Alexander Dubcek morì in un incidente stradale, correndo da una città all’altra per impedirla. E poi, perché quel che è giusto per gli Stati membri dell’Ue non dovrebbe essere valido anche per gli altri? Perché la Catalogna indipendente non va bene e invece è stato riconosciuto lo «Stato» del Kosovo, grande meno del Molise e con una indipendenza decisa unilateralmente e con la violenza? Due pesi e due misure che hanno visto fin dalla nascita nel 1991-92 l’Unione europea riconoscere tranquillamente indipendenze proclamate su base etnica, come per la Slovenia – ora decisivo Paese Ue – e per la Croazia mentre ancora esisteva la Federazione jugoslava. Un vizio d’origine che oggi torna d’attualità. E pesa come una spada di Damocle. Non ci schieriamo certo con l’indipendenza catalana, ma tanto meno con la Spagna o con l’Unione europea che di fronte a questa crisi sembra balbettare e tacere. Mentre il rischio di introiettare i «Balcani» si apre come una voragine.

Leonardo Clausi
da il Manifesto
21.09.2017


La protesta. Migliaia di persone hanno invaso le strade di Barcellona, cortei pacifici: «contro la repressione»

Barcellona è scesa in piazza ancora una volta, nell’ennesima escalation con Madrid sulla spinosa questione dell’indipendenza catalana. La tensione nella capitale autonoma è aumentata dopo che il governo madrileno ha sguinzagliato la Guardia Civil negli uffici governativi catalani della Generalitat, nella Plaça Sant Jaume, e in quelli del ministero dell’economia, all’angolo fra la Rambla de Cataluña e la Gran Via de Passeig de Gracia.

Con lo scopo d’impedire la convocazione di una consultazione che la corte costituzionale spagnola aveva dichiarato illegale, la polizia ha arrestato almeno una dozzina di funzionari governativi dell’amministrazione autonoma catalana tra cui Josep Maria Jové, il numero due del ministero d’economia, e sequestrando milioni di schede elettorali.

Il blitz, nelle prime ore del mattino di ieri, ha scatenato una fiera protesta ed è stato bollato come totalitario dalle molte e variegate anime del secessionismo, in testa il presidente della Generalitat Carles Puigdemont.

DURANTE UNA GIORNATA assolata e mite, migliaia di persone si sono riversate davanti alla sede della Generalitat, di fronte a quella del ministero dell’economia, perquisita e tuttora presidiata dalla Guardia Civil, e davanti alla sede della Cup, il partito degli indipendentisti di estrema sinistra, per protestare contro gli arresti.

Sono manifestazioni risolute ma composte: la folla, persone di tutte le età, molti avvolti nell’estelada, la bandiera catalana, o con indosso magliette del Barcellona, prorompe di tanto in tanto in slogan come «fuori le forze di occupazione», «voteremo», «indipendenza» e «dov’è l’Europa?». Da poche centinaia che erano, man mano che le persone escono dal lavoro si aggiungono a quelle che già presidiano la zona, mescolandosi inevitabilmente con i turisti, creando uno strano melange fra aria vacanziera e fervore militante.

Intorno alla sede della Cup la folla alza cartelli, «Sens por», senza paura, i militanti sono asserragliati all’interno, fanno la cronaca via tweet, mentre la Policía Nacional circonda il palazzo in attesa di un ordine giudiziario per entrare in cerca di materiale elettorale.
Cortei si sono formati anche nella Plaza Universidad, dove la folla era di minore entità, e in Via Laietana, dove si è tenuto un sit-in.

Il clima è composto, nonostante gli elecotteri volteggiano minacciosi, con nessun episodio violento da registrare. Qualche alterco, anche acceso, con la polizia ma nulla di più. Vuole essere una resistenza pacifica quella a cui ha chiamato il presidente dell’assemblea nazionale della provincia, Jordi Sànchez.

«Non cerchiamo la violenza» assicura Josep Vincenç Mestre Noguè, giovane ricercatore presso la Universidad Pompeu Fabra, precipitatosi con alcuni colleghi sul luogo della protesta. «Non un solo atto di violenza, non un cassonetto bruciato, niente. Cerchiamo la libertà». Lo sdegno si mantiene insomma pacifico e prelude a una situazione che potrebbe protrarsi nella notte. Già verso le sette di ieri davanti agli uffici di Jové cominciavano a circolare, proprio davanti alla polizia, bottiglie d’acqua e insalate confezionate, generi di conforto per affrontare le prossime ore, e perfino dei materassi: un chiaro segno di risolutezza da parte dei manifestanti. «La Spagna sta agendo in modo antidemocratico», affermano Nuria e Montse, due ragazze circa ventenni, «Questo è un colpo di stato.

Ma gli si ritorcerà contro: farà aumentare il movimento indipendentista, coinvolgendo persone che prima non erano interessate al problema».

LA TENSIONE sarà anche controllata ma è palpabile. Un reporter della televisione spagnola che intervista le persone viene accerchiato con tutta la troupe e tempestato di fischi: «La stampa spagnola manipola» gli urlano i manifestanti. «Benvenuti nella repubblica catalana», recita un enorme striscione appeso provocatoriamente su uno dei palazzi che si affaccia sulla Rambla. «Sì al diritto di decidere. Vogliamo votare!», recita un altro.

Per ora è il movimento indipendentista a mostrare tutto il suo dissenso: e chi non è d’accordo tace, almeno per oggi. Mentre scriviamo, nel nome di «Meno conflitti, più democrazia» un altro concentramento è stato fissato presso la Puerta del Sol per le sette e trenta da Ahora Madrid, un partito di unità popolare per le amministrative nato dalla sinergia fra i movimenti Podemos e Ganemos.

Altre manifestazioni spontanee si sono avute, e si avranno, in tutta la regione.

*con la collaborazione di Josune Garcia Yanguas

Rifondazione Comunista-Sinistra Europea esprime la più totale solidarietà alle cittadine e ai cittadini catalani e di tutta la Spagna che vedono oggi minacciata la convivenza civile e la democrazia dalla risposta autoritaria del governo della destra di Rajoy al referendum.
Il blocco reazionario al governo sta producendo una rottura che può avere esiti disastrosi. E’ intollerabile che in un paese europeo vi siano dei detenuti politici. Pur di fronte a una iniziativa unilaterale delle autorità catalane, questa escalation repressiva è ingiustificabile.
Siamo vicini alla compagna Ada Colau e agli altri sindaci catalani che sono nel mirino del governo. Siamo al fianco delle nostre compagne e compagni di Izquierda Unida, Unidos Podemos e di Catalunya e Barcelona en Comu che in queste ore si sono schierati a difesa dei diritti e delle libertà democratiche e partecipano alle mobilitazioni contro la repressione in Catalogna.
Mentre la destra divide i popoli di Spagna, la sinistra radicale scende in piazza a Madrid come a Barcellona per la democrazia, le libertà civili, il dialogo e l’accordo.
I comunisti e le formazioni della sinistra radicale giustamente rivendicano una soluzione negoziata e l’avvio di un dialogo costruttivo a partire dal riconoscimento del diritto del popolo catalano a esprimere democraticamente la propria volontà.
La sinistra federalista e repubblicana riconosce il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano e difende la libertà di espressione.
Il governo italiano e l’Unione Europea cosa aspettano a intervenire per riportare alla ragione il governo di Rajoy?

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale PRC- S.E.
Marco Consolo, Resp. Dipartimento Esteri PRC-SE

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