Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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12.06.2018

Francesco Cancellato

da Linkiesta

 

Il Trattato di Dublino, la Bossi-Fini, gli emendamenti ai trattati Sar e Solas: se oggi ci troviamo nei pasticci con la gestione degli sbarchi e dei richiedenti asilo è tutta colpa di tre leggi ratificate dal governo Berlusconi in carica dal 2001 al 2006. Di cui la Lega era fedele alleata.

Trattato di Dublino, legge Bossi-Fini, emendamenti alla convenzione Sar e Solas. Segnatevi queste tre norme, perché sono loro all’origine di tutto ciò che non funziona nell’attuale gestione dei richiedenti asilo in arrivo dall’Africa, e più nello specifico nella tragica vicenda della nave Aquarius, bloccata nella crisi diplomatica tra Italia e Malta e ora, pare, diretta in Spagna. Tre norme che, curiosamente, sono state tutte approvate tra il 2001 e il 2004. Anni in cui al governo c’era Silvio Berlusconi, insieme ad Alleanza Nazionale e - udite udite! - alla Lega Nord.

 

E insomma, è curioso che siamo proprio loro, gli incendiari di allora, a essere stati chiamati a gran voce dall’elettorato italiano per spegnere il fuoco. È curioso, ad esempio, che Salvini sbraiti contro la Convenzione di Dublino, ratificata nel 2003, secondo cui il primo Stato membro in cui vengono memorizzate le impronte digitali o viene registrata una richiesta di asilo è responsabile della richiesta d'asilo di un rifugiato. Già allora non ci voleva un genio per capire che un simile regolamento sarebbe stato un problema per i Paesi di confine, soprattutto quelli che affacciano sul Mediterraneo, in caso di crisi umanitarie. Tant’è, i nostri eroi l’hanno ratificata lo stesso.

Quel che si recupera in prossimità delle coste maltesi - come i naufraghi salvati sull'Aquarius - sbarca comunque in Italia, e sbarca col foglio di richiesta di asilo politico, perché solo così si può entrare, e tocca all’Italia occuparsene, perché così hanno deciso Berlusconi, Bossi e Fini. O se preferite, Forza Italia, la Lega e Alleanza Nazionale

Nessuno, in effetti, l’aveva pensato. Ma i nostri prodi governanti di allora avrebbero dovuto immaginarlo. Il 30 luglio 2002, pochi mesi prima, era infatti entrata in vigore la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, la quale vincolava il permesso di soggiorno in Italia con un lavoro effettivo. Tradotto: se non ti chiamava qualcuno, in Italia non ci potevi entrare. A meno che. A meno che non ti definisci, per qualche motivo, richiedente asilo politico. Risultato? Il numero dei rifugiati cresce di anno in anno, soprattutto negli ultimi tre, e il motivo è piuttosto semplice: se vuoi sperare di arrivare ovunque in Europa l’unico modo che hai per non farti rimandare a casa è fare richiesta di asilo umanitario. Del resto, se la porta d’accesso è una sola, la macchina si ingolfa e possono passare anni prima che una richiesta sia accettata o meno, e i richiedenti asilo si accumulano, di anno in anno.

E sapete perché si accumulano? Perché l’anno dopo ancora i nostri eroi forza-leghisti si inventano un altro capolavoro e nel 2004 ratificano due emendamenti alle convenzioni Sar e Solas secondo i quali l’obbligo di fornire un luogo d’approdo sicuro per i naufraghi "ricade sul Governo contraente responsabile per la regione Sar in cui i sopravvissuti sono stati recuperati”.Ratificano, e probabilmente nessuno spiega loro che il fatto che la piccola isola di Malta non ratifichi sia in realtà un problema enorme, perché la sua area di search & rescue (cerca e salva) è immensa, rispetto alla sua superficie. Tradotto: quel che si recupera in prossimità delle coste maltesi - come i naufraghi salvati sull'Aquarius - sbarca comunque in Italia, e sbarca col foglio di richiesta di asilo politico, perché solo così si può entrare, e tocca all’Italia occuparsene, perché così hanno deciso Berlusconi, Bossi e Fini. O se preferite, Forza Italia, la Lega e Alleanza Nazionale.

Sì, gli stessi che oggi si stringono a coorte col titolare del Viminale, nella sua strenua battaglia contro la nave Aquarius, le sue 629 anime, le organizzazioni non governative battenti bandiera di Gibilterra, i buonisti di sinistra, gli editorialisti radical chic. Non diteglielo, a Matteo Salvini, che il vero nemico, la causa di tutti i suoi crucci, ce l’ha davanti. Allo specchio.

Andrea Colombo

 

Governo. Il ministro del lavoro rassicura i commercianti senza sapere dove trovare i fondi necessari

 

C’è un punto sul quale si cementa l’unità nazionale, l’obbligo di disinnescare le clausole di salvaguardia evitando l’aumento dell’Iva, e c’è una voce che riassume quella di tutte le forze politiche e sociali, quella di Carluccio Sangalli, presidente di Confcommercio. Di fronte all’assemblea annuale dell’associazione scandisce una posizione netta: «Sull’Iva non si tratta e non si baratta. Dopo una campagna elettorale all’insegna di ‘Meno tasse per tutti’ gli aumenti Iva, pari nel 2019 a 200 euro per ogni italiano, sarebbero una beffa oltre che la fine delle già modeste prospettive di ripresa».

 

All’ovazione della sala fa subito eco quella di tutte le forze politiche, che dichiarano il loro accordo: quell’aumento va evitato a tutti i costi. In platea si fa vedere Salvini, limitandosi a mitragliare selfie. Ma sul palco sale Luigi Di Maio e non resta insensibile all’appello: «Do la mia parola e quella del governo che l’Iva non aumenterà. Le clausole saranno disinnescate».

 

E’ quello che i commercianti vogliono sentire e anche il prosieguo è, con qualche parziale eccezione, di loro gradimento. Apprezzano il ministro del Lavoro e dello Sviluppo quando illustra la sua ricetta per far decollare le imprese: «Lasciarle in pace». Concordano sentitamente quando il vicepremier assicura che d’ora in poi non si farà più ricorso a strumenti come il redditometro, essendo onere dello Stato dimostrare la colpa e non dei cittadini provare l’innocenza, o quando rassicura: «Chi racconta che questo è il governo del No alle infrastrutture sbaglia». Restano più tiepidi quando il leader dei 5S dettaglia l’ipotesi di salario minimo per chi è fuori dalla contrattazione nazionale. L’ultimo nodo che Di Maio affronta è quello della Ue che si lega, sia pur indirettamente, a quello dell’aumento dell’Iva: «Dobbiamo ricontrattare condizioni che l’Italia non può sostenere. Lo faremo con il dialogo, ma anche dicendo dei no».

 

L’impegno c’è, ed è quello che i commercianti, ma non solo loro, esigevano. Circolava una palpabile inquietudine, dovuta soprattutto alle posizioni assunte da Tria prima di avvicinarsi all’area ministero dell’Economia, con quella proposta invisa quanto altre mai di finanziare la Flat Tax proprio con l’aumento Iva. La rassicurazione è arrivata e sarà confermata il 19 giugno, con la presentazione del nuovo Def.

 

Nel Documento il disinnesco dell’Iva sarà ufficializzato, anche se difficilmente i nuovi governanti riusciranno nei prossimi 13 giorni a capire come mantenere l’impegno. Si limiteranno quindi alla dichiarazione d’intenti rinviando i particolari sull’attuazione dei medesimi alla legge di bilancio. Per il momento non hanno idea di come fare e il lavoretto non è semplice. Per impedire l’aumento nel 2019 servono 12,5 mld. Per sbarrare la strada a quello del 2020 ne occorrono 19,1. E’ probabile che il governo si limiti comunque a sterilizzare solo il primo aumento, rimandando il nodo del 2020 al prossimo anno.

 

Alla cospicua somma necessaria per tener fede all’impegno assunto da Di Maio bisognerà aggiungere i 3,6 mld che la Ue, come anticipato qualche settimana fa dal vicepresidente della Ue Dombrovskis, chiederà probabilmente ai fini del pareggio di bilancio e una cifra intorno ai 2,6 mld per interventi ordinari. Serviranno 18 mld e mezzo, ed è quasi inevitabile che almeno una parte debba essere coperta ricorrendo al deficit. Europa permettendo, certo, ma non è facile che la Ue, alle prese con un Paese di estrema importanza ed estremamente a rischio come l’Italia, oltre tutto con le elezioni europee alle porte, si mostri troppo arcigna.

 

Alla fine il governo manterrà la promessa, tanto più che sul fronte Iva potrà contare sul sostegno del Parlamento. La nota dolente è che rischiano di restare fuori dal conto proprio le roboanti riforme inserite nel contratto. Anche se ci si limitasse all’intervento sui Centri d’impiego, antipasto del Reddito di cittadinanza, servirebbero un paio di mld in più. Ma che Salvini accetti di avviare il Reddito rinviando a data da destinarsi la partenza della Flat Tax e la Fornero è una speranza poco realistica.

Alfonso Gianni

 

Fisco. Il falso mantra neoliberale

 

Diceva Mark Twain che una delle differenze più evidenti tra un gatto e una bugia è che il gatto ha solo nove vite. In effetti la “balla” ne ha di infinite. L’ultima prova ce la fornisce l’intervista radiofonica di ieri di Salvini.

 

A parte lo strafalcione di parlare di lira al posto di euro (“il nostro obiettivo è che tutti riescano ad avere qualche lira in più nelle tasche da spendere”: un lapsus freudiano?) il neoministro degli interni, evidentemente competente anche in economia, ha ribadito la sua ferma fiducia negli effetti strabilianti dell’introduzione della flat tax. Che il ministro Tria vorrebbe finanziare dando via libera agli aumenti dell’Iva, con grave danno per i consumi popolari.

 

L’articolo 53 della nostra Costituzione vincola il sistema tributario “a criteri di progressività”, ma l’argomento è un mantra del neoliberismo e non c’è populismo che tenga. Come la cd “curva di Laffer” che ne costituisce il background culturale (si fa per dire). Correvano gli anni settanta quando un giornalista del Wall Street Journal si incontrò in un ristorante di Washington con l’economista Arthur Laffer che disegnò su un tovagliolo una curva a campana che doveva dimostrare che più si alza il prelievo fiscale minore è conveniente l’attività economica. La conclusione è che bisognasse drasticamente ridurre le tasse. Reagan e poi Bush padre lo fecero e fu un disastro, portando a livelli altissimi il debito pubblico americano, senza alcun beneficio per l’occupazione (anzi tre milioni di posti di lavoro in meno). Eppure le sorti gloriose della Laffer hanno continuato negli anni a fare danni. Un quotidiano italiano riferì che anche Benjamin Netanyahu, durante una sua visita all’Expò, riprodusse la curva di Laffer per spiegare all’allora commissario di Expò Giuseppe Sala la necessità per l’Italia di ridurre le tasse.

 

Con questi illustri precedenti Salvini non poteva rischiare di sfigurare. Ed eccolo quindi spiegare al colto e all’inclita che se uno paga meno tasse “assume un operaio in più, acquista una macchina in più e crea lavoro in più”. Insomma la riedizione in chiave padana della tristemente nota teoria del trickle down, ovvero dello “sgocciolamento” della ricchezza dall’alto in basso. Cosa che le statistiche non solo italiane negano che sia mai avvenuta. Il fallimento americano al riguardo lo dimostra. George W.Bush aveva introdotto rilevanti tagli fiscali ai redditi maggiori nella speranza di incrementare gli investimenti. Si è trovato di fronte all’acquisto di beni durevoli, perlopiù di importazione. In Italia gli investimenti che nel 1999 erano pari al 20% del Pil, si sono ridotti oggi al 17,2%, dopo avere toccato il 22% prima della crisi. La maggiore ricchezza di alcuni ha preso la strada della finanza e dell’esportazione illegale di capitali non quella dell’investimento produttivo.

 

Solo gli strati meno abbienti trasformano in consumi l’aumento delle loro scarse entrate. Quando sono messi in condizione di farlo, perché anche qui ci sonoi dei limiti. Gli 80 euro di Renzi sono perlopiù finiti a coprire situazioni debitorie pregresse. La flat tax non farebbe altro che aumentare la tesaurizzazione della ricchezza da un lato e ridurre al lumicino uno stato sociale già devastato dalle privatizzazioni. Ce lo ribadisce il Censis: nel 2017 gli italiani hanno speso per la sanità quasi il 10 per cento in più rispetto al 2013-2017. Se non rinunciano a curarsi, e sono milioni, si devono indebitare. Un fenomeno in pesante aumento in un paese che soffriva di debito pubblico ma molto meno di quello privato rispetto al quadro europeo. Sette milioni di italiani si sono indebitati, 2,8 hanno venduto casa per poterlo fare, 44 milioni hanno speso di tasca propria una cifra media pro capite di 665 euro. Destinata a raggiungere i mille euro entro il 2025 in assenza di interventi correttivi. Ma quali? Se il rimedio è quello di una polizza sanitaria o di un fondo integrativo su base occupazionale ci si scontra con la disoccupazione e la precarizzazione dilaganti. Insomma il famoso gatto di morde la coda.

05.06.2018

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – esponente del Coordinamento di Potere al popolo, dichiara:

 

«Una cosa è certa: il programma enunciato da Conte non è di sinistra. E nemmeno rivoluzionario. Non c’è alcuna redistribuzione del reddito a favore della metà più povera della popolazione italiana e nessuna misura contro la precarietà del lavoro.

 

Dov’è finita la cancellazione della legge Fornero? Il reddito di cittadinanza è diventato il rei? A sentire il discorso di Conte non c’è traccia dell’annunciata rivoluzione, a meno che non si ritenga tale l’ennesimo taglio di tasse ai più ricchi con la flat tax e il “potenziamento della legittima difesa”.

 

Persino sul taglio dei privilegi e la lotta alla corruzione il programma è debole. Neanche tagliano superstipendi dei parlamentari e nemmeno propongono la confisca dei beni ai reati di corruzione. Non c’è nemmeno lo stop al consumo di suolo e la ripubblicizzazione dell’acqua, nè una parola sulla scuola. La rottura con le politiche degli ultimi 25 anni è sui particolari ma non sulla sostanza. Non c’è davvero nessuna netta rottura con le politiche degli ultimi 25 anni. Rivoluzionario in questo paese sarebbe abolire le leggi che hanno precarizzato il lavoro e introdurre una patrimoniale sulle grandi ricchezze.

 

E’ possibile che, vista la devastazione prodotta dai governi precedenti, anche la modifica dei particolari possa determinare una situazione di aspettativa positiva. Ma fare gli avvocati del popolo significa difendere gli interessi del popolo, non limitarsi a qualche provvedimento di facciata, sullo stile degli 80 euro di Renzi.
Positivo il doveroso anche se tardivo ricordo e omaggio al sindacalista ucciso in Calabria, Soumayla Sacko, sul quale comunque ancora non abbiamo sentito una parola da parte dei ministri Salvini e Di Maio».

Silvio Messinetti

da Il Manifesto

 

 

Cronache di ordinario razzismo. La protesta dei migranti della Piana di Gioia Tauro dopo l’omicidio del sindacalista maliano ucciso domenica a fucilate. Gli amici del 29enne del Mali parlano «omicidio razzista». La pista delle ’ndrine

 

«Al campo di San Ferdinando la notte di domenica è stata di mestizia e rabbia. I maliani volevano sfogare la loro inquietudine. Hanno acceso qualche copertone ed eretto qualche estemporanea barricata di cartone. Nulla più. Quanto basta, tuttavia, per allertare il Viminale che di notte ha cinto la tendopoli di uno spropositato plotone di militari. Si temevano tumulti. Nulla di più esagerato.

 

LA GIORNATA DI IERI È STATA quella del ricordo e della lotta. Uno sciopero dei braccianti, indetto dalla Usb, e, a seguire, un’assemblea che si è poi trasformata in un pacifico corteo direzione municipio. Il dolce viso di Soumayla Sacko restava impresso nei tanti cartelli che i suoi amici hanno impugnato nel lungo percorso di 5 km che dalla zona industriale porta nel centro del paese. San Calogero, il luogo dell’agguato, invece, sta altrove. Lontano 20 km, un’ora di cammino e in un’altra provincia, Vibo Valentia.

ALL’EX FORNACE, «La tranquilla», la fabbrica dismessa, abbandonata e posta sotto sequestro perché divenuta sede di stoccaggio di tonnellate di rifiuti tossici, Soumayla Sacko era andato insieme ad altri due braccianti per prendere un po’ di lamiere. Servivano per costruire una baracca nella favela di San Ferdinando. Non per lui ma per un altro raccoglitore maliano. Era anche questo Soumayla, un generoso che aiutava tutti. In prima linea nelle mobilitazioni, era alla testa del corteo per Becky Moses, la nigeriana arsa viva nel tragico rogo di qualche mese fa. A queste latitudini, ormai, le tragedie sono rituali. A cadenza continua ci sono stati morti per assideramento, per denutrizione, per incendi dolosi. Ora per fucilate con armi da caccia grossa, di quelle usate per ammazzare i cinghiali. Probabilmente per mano delle ‘ndrine.

 

SOUMAYLA, 29 ANNI, è stato freddato in pieno giorno nella campagna vibonese davanti a quella fabbrica maledetta. E così, Soumayla sarà nei prossimi giorni «rimpatriato», ma in una bara, destinazione Bamoko. Ad attendere la salma, una bimba di 5 anni e una compagna di 30. «Poteva essere una strage e solo per caso non ci hanno rimesso la vita Madiheri Drame e Madoufoune Fofana. E non ci vengano a dire, come qualcuno ha provato a fare, che si è trattato di un furto visto che si trattava di un luogo abbandonato. E’ stato un agguato premeditato e xenofobo», dice Giuseppe Tiano, del movimento antirazzista della Piana. Gli inquirenti non formulano un’ipotesi precisa, ma le indiscrezioni portano alla criminalità organizzata per cui Soumalya potrebbe aver pagato una «invasione di campo». Il procuratore di Vibo, Bruno Giordano, da poco a capo degli inquirenti vibonesi (prima era a Paola e istruì la pratica sulle navi dei veleni), conferma: «In zona avevamo ricevuto diverse segnalazioni. Più di qualcuno era infastidito dalla presenza dei migranti».

 

D’ALTRONDE, meno di un anno fa, i carabinieri gioiesi avevano arrestato quattro ragazzi per una lunga serie di aggressioni. Di sera andavano a caccia di neri. Salivano su una Fiat Punto e iniziavano la ronda con i bastoni sotto ai sedili. Stavolta la macchina è una Alfetta, non ci sono bastoni ma una lupara. Ieri, la reazione dei migranti è stata ferma. «Non era un terrorista, non era un criminale, non aveva armi e gli hanno sparato alla testa come una bestia» dice Idris, ivoriano di 40 anni, amico della vittima.

 

I RAGAZZI IN CORTEO SONO tutti regolari ma vivono una condizione di lavoro irregolare schiavistico. Come braccianti, secondo il contratto nazionale di lavoro, avrebbero diritto ad un alloggio. I più sono invece costretti a vivere nella tendopoli, rinata come una brutta fenice dalle ceneri del vecchio insediamento andato a fuoco. «Bisognerebbe dare le case sfitte a questi lavoratori – s’infervora Maria Francesca D’Agostino, professoressa all’Unical ed esperta di migrazioni – e invece proliferano i megacampi. Il sindaco ci ha avvertiti che nei prossimi mesi sgombereranno la tendopoli. Ma cosa ne sarà di questi lavoratori quando in autunno torneranno per la raccolta delle arance? Le istituzioni procedono in ordine sparso. E’ tutto improvvisato. Dopo la morte di Becky non è cambiato nulla. I braccianti sono costretti a restare perchè in attesa del rinnovo della questura di Gioia e sono domiciliati qui a San Ferdinando, altri sono in attesa di ricorrere contro i dinieghi delle commissioni. Ma c’è anche una responsabilità politica e non solo del Viminale.

 

Grave è il comportamento della regione Calabria e del presidente Oliverio che avrebbero piena competenza ad attuare politiche di inclusione e invece non fanno nulla. Avrebbero fondi comunitari da investire ma preferiscono le passerelle per le inaugurazioni delle tendopoli». Soumayla viveva proprio nel nuovo campo, la soluzione «temporanea» in attesa di dare il via ai progetti di accoglienza diffusa. Che non si sono mai visti. Il corteo non è imponente perchè non è alta stagione. La manodopera bracciantile in perenne transumanza nelle campagne meridionali ora si è spostata nel foggiano e nell’agro nocerino. «Ci hanno comunicato che in Puglia 2mila raccoglitori hanno incrociato le braccia in onore di Soumalya. Lo sciopero è riuscito» grida al microfono Aboubakar Soumaulo, il leader dei braccianti. La rabbia è contro i giornalisti e organi istituzionali che avevano derubricato il fatto a furtarello di lamiere. Quasi che se la fossero andata a cercare.

 

«CHI TOCCA UNO, tocca tutti», «mai più schiavi», urlano in corteo. C’è chi porta un mazzo di fiori rossi, chi un drappo bianco in segno di lutto, sono quasi tutti ragazzi giovani, sotto i 40 anni, alcuni indossano magliette di squadre di calcio , un melting pot che trasuda angoscia e disperazione. «Questi lavoratori sono trattati in condizioni disumane, contro le regole, con salari da fame. Le istituzioni proteggono questo sistema – spiega Guido Lutrario – dell’esecutivo nazionale Usb – Queste persone non sono illegali piuttosto sono vittime di illegalità». È quanto andrà a reclamare una delegazione ricevuta dal questore di Reggio Calabria. Al termine, nel primo pomeriggio, il corteo si scioglie, i migranti defluiscono e ritornano nel campo. «La pacchia è finita, ma per il ministro Salvini» dicono mentre vanno via.

01.06.2018

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, componente del coordinamento nazionale di Potere al Popolo, dichiara:

«Il governo gialloverde è un governo di destra, reazionario, neoliberista: è bastato annunciarne la nascita che la Borsa di Milano ha festeggiato con un aumento del 2%.
Milioni di italiani si aspettano una rivoluzione e invece hanno dato l’incarico a personaggi espressione dei potentati economici e dell’establishment della vecchia politica.
La tassa piatta per i ricchi e la repressione per i poveracci, con un ministro come Salvini, che ha fatto della xenofobia e della repressione i suoi cavalli di battaglia.


Difenderanno ancora una volta gli interessi dei ricchi, delle lobby, dei poteri forti; ne faranno le spese i migranti, i più deboli, i più poveri.
La vittoria delle destre populiste è il frutto avvelenato di anni di politiche neoliberiste imposte dall’UE e messe in pratica dal Pd e dai suoi alleati che oggi propongono un surreale fronte democratico.
In realà oggi in Italia esistono due destre: una tecnocratica e una populista in lotta per il potere sulle spalle del popolo.
Di fronte a questo sfacelo, serve costruire e rinforzare un quarto polo della sinistra, quella vera, che sia popolare, antiliberista e anticapitalista, per un’Europa di eguaglianza e non di esclusioni».

 

01.06.2018

da Contropiano

Giorgio Cremasci

 

Mattarella si è piegato a Savona ministro, seppure in un’altra casella. Salvini e Di Maio si sono piegati, in realtà il secondo l’aveva già fatto, ai vincoli UE ( e NATO). E tutti assieme si sono piegati ai colpi dello spread usati squadristicamente da UE e Germania.

 

A parole saranno tutti contro l’austerità, ma continueranno a praticarla nel nome del fiscal compact e dei trattati UE che non oseranno più mettere in discussione. In compenso potranno fascisteggiare con migranti, poveri, occupanti di case e conflitti sociali. Di questo a Mattarella e alla UE non è mai importato nulla, nonostante le stupidaggini dette in questi giorni dai ridicoli antifascisti europeisti. Anzi un governo che abbia il consenso degli elettori, non tecnico dunque, e che continui ad eseguire la politica delle banche mentre indirizza la rabbia popolare verso i migranti e gli esclusi, beh questo alla UE va benissimo. Lo hanno già accettato e persino lodato in Austria ed in Ungheria.

 

La UE è la principale macchina produttrice di antidemocrazia e autoritarismo, prima o poi deve servirsi dei suoi prodotti.

 

Potere al Popolo a questo punto è la sola vera forza di opposizione in questo paese. Perché tutte le altre, a partire dal PD e da Berlusconi, da un lato sono responsabili del disastro che ha portato a questo governo, dall’altro sono servi della UE, alla quale questo governo, se manterrà il fiscal compact e il resto come si è impegnato, va benissimo. D’altra parte la nostra opposizione non potrà che essere mille miglia lontana da chi ha fatto Jobsact, Fornero, Buona Scuola.

La nostra opposizione sarà la sola sociale e popolare, contro la dittatura dei mercati e i vincoli UE, nel nome dei principi sociali della Costituzione del 1948.

Cominciamo il 16 giugno a Roma, manifestando assieme alle forze sociali ed al sindacalismo che non si piega. Non ci chiuderanno nella paura.

Norma Rangeri

da il Manifesto

 

Nasce il governo gialloverde figlio del terremoto elettorale del 4 di marzo. Un esito che proietta il paese in una fase difficile e densa di incognite.

 

E che, anche per questo, impegna la sinistra a misurarsi nel nuovo scenario, a difesa dei diritti sociali e civili, del lavoro e dei migranti, dell’Europa e delle garanzie costituzionali.

 

Una sfida che la mette di fronte al laboratorio politico determinato dalle macerie lasciate dalla crisi economica e culturale che ha quasi azzerato la sua rappresentanza. Ora serve cambiare passo e darsi una prospettiva da misurare sui tempi della XVIII° legislatura.

 

Nel bilancio di questi mesi, il presidente della Repubblica esce dal tunnel evitando l’imbarazzante precedente di un governo tecnico votato da nessuno, e inoltre determinando alcune scelte dei ministri, a cominciare dallo spostamento del professor Savona, il casus belli che aveva fatto saltare l’accordo.

 

La lunga e tribolatissima navigazione gli è costata la contestazione di un’invasione di campo e il prezzo di una surreale minaccia di impeachment.

 

A decidere tutto alla fine è stato Salvini, il leader leghista, capace di gestire il rischio di un’alleanza così sbilanciata nel rapporto di forza elettorale, capitalizzando ruoli-chiave nell’organigramma di palazzo Chigi: interni e vicepresidenza per lui, cruciale sottosegretariato per il numero 2 Giorgetti, e un ministero dell’Economia dove anziché Savona va il collega Giovanni Tria, nome nuovo di area moderata.

 

Bilancio meno esaltante per i 5Stelle e il loro leader. Prendono i ministeri «sociali» (sanità, lavoro, sviluppo economico, sud). E un presidente del consiglio, Conte, che dovrà faticare parecchio per non essere schiacciato tra i due padrini politici.

 

Di Maio con il suo partito diventato di maggioranza relativa, grazie ai voti di sinistra, esce invece ferito da mosse autolesioniste e da una forte contestazione interna che non digerisce l’alleanza con la destra lepenista.

 

Una contraddizione che, come tutte le contraddizioni in seno al popolo, merita attenzione.

 

 

31.05.2018

Alessandro Avvisato

da Contropiano

 

 

Dopo ore di indiscrezioni e rumor, ecco la lista dei ministri del governo 5Stelle-Lega letta dal nuovo presidente del consiglio al Quirinale alle ore 21.50.

Presidente del consiglio

Giuseppe Conte

Vicepresidente del consiglio e ministro del Lavoro, del Welfare e dello Sviluppo

on. Luigi Di Maio (M5S)

Vicepresidente del consiglio e ministro dell’Interno

sen. Matteo Salvini (Lega)

SOTTOSEGRETARIO ALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO

on. Giancarlo Giorgetti (Lega)

RAPPORTI CON IL PARLAMENTO E DEMOCRAZIA DIRETTA

on. Carlo Fraccaro (M5S)

AFFARI EUROPEI

prof. Paolo Savona

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

sen. avv. Giulia Bongiorno (Lega)

AFFARI REGIONALI E AUTONOMIE

sen. avv. Erika Stèfani (Lega)

SUD

sen. Barbara Lezzi (M5S)

FAMIGLIA E DISABILITÀ

on. Lorenzo Fontana (Lega)

ESTERI E COOPERAZIONE

prof. avv. Enzo Moavero Milanesi

GIUSTIZIA

on. avv. Alfonso Bonafede (M5S)

DIFESA

dott.ssa Elisabetta Trenta (M5S)

ECONOMIA E FINANZE

prof. Giovanni Tria

AGRICOLTURA

sen. Gian Marco Centinaio (Lega)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

sen. Danilo Toninelli (M5S)

ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

prof. Marco Bussetti (Lega)

BENI CULTURALI E TURISMO

dott. Alberto Bonisoli (M5S)

SALUTE

on. Giulia Grillo (M5S)

AMBIENTE

gen. Sergio Costa

 

Si lavora ad una pareggio. E a un governo che sia la sintesi tra i due fin qui proposti.

 

Se si vuole cogliere l’essenza di quel che sta accadendo all’88° giorno di crisi post-elettorale è meglio non farsi deviare dal fiume di dichiarazioni smentite un attimo dopo.

 

Di certo c’è soltanto che il governo grillin-leghista (dunque politico-politico) è rientrato dalla finestra perché non era possibile arginare la speculazione finanziaria con un esecutivo Cottarelli (politico-tecnico) “figlio di nessuno” e senza neanche un voto in Parlamento.

 

Ma nessuno può immaginare che si possa tornare a sabato scorso, come se si fosse scherzato, e con una “squadra” di ministri identica a quella presentata a – e rifiutata da – Sergio Mattarella.

 

La casella strategica è quella del ministero dell’economia, come sanno ormai anche i sordi. E su quella poltrona di certo non puà più andare Paolo Savona, la “pietra dello scandalo”, l’”euroscettico” senza se e senza ma, il nome inviso all’establishment di Bruxelles. Ma non si può neanche scaricarlo, perché questa apparirebbe come una resa di Salvini e Di Maio.

Le voci più insistenti parlano di Pierluigi Ciocca a via XX Settembre, e questo è certamente un tecnico di prima fascia a lunga esperienza. La sua carriera si è svolta quasi per intero in Banca d’Italia, di cui è stato anche vicedirettore generale, fino ad essere uno dei pochissimi candidati a sostituire Antonio Fazio alla fine del 2005. Particolare non secondario, fino al momento dell’introduzione dell’euro è stato il rappresentante della Banca d’Italia nel Comitato per l’Euro presso il Ministero del Tesoro. Di recente, però, i suoi contributi al dibattito economico – come si vede da Il Sole 24 Ore di oggi – sono piuttosto interni alla visione macroeconomica supply side, ovvero alla “politica dell’offerta”, tra Laffer e Feldstein, nota negli anni come Reaganomics.

 

Secondo le stesse voci, Savona verrebbe destinato al ministero delle Politiche europee, o agli esteri; un modo di continuare ad usarlo come spauracchio anti-Bruxelles, con forti poteri di negoziazione, lasciando però le leve della disastrata economia nazionale in mani più “affidabili” agli occhi dell’establishment.

 

Un compromesso. Che illumina il caos. Anche se il nome definitivo fosse un altro, l’ipotesi Ciocca chiarisce la direzione dei colloqui segreti di queste ore:mettere nelle caselle sensibili personaggi “affidabili” e lasciarsi le mani libere nelle faccende che non richiedono grandi risorse finanziarie. 

 

A spingere in questa direzione, da giorni, sono i grillini in versione Di Maio, pronti a mollare qualsiasi trincea pur di arrivare a governare e in palese affanno. Tanto che deputata Laura Castelli, considerata vicinissima a Di Maio e unica donna ad essere ammessa nel “gruppo di lavoro” grillin-leghista che ha redatto “il contratto”, ha addirittura invitato il povero Savona a farsi da parte spontaneamente («Stupisce che non abbia ancora maturato la decisione di fare un passo indietro»), togliendo così d’imbarazzo il putto di Pomigliano d’Arco.

 

La Lega ufficialmente non si pronuncia su questa ipotesi, ma sembra chiaro che il compromesso in grado di “tranqullizzare i mercati” prevede grossi passi indietro sul tema dell’euro e dell’Unione Europea. Passi che stanno facendo a ritmo forsennato, visto che la storica scritta sul muro di cinta di via Bellerio – sede centrale della Lega, dove da sempre campeggiava un gigantesco “Lega Nord Padania. Basta euro” – è improvvisamente stata cancellata. Palazzo Chigi val bene qualche messa…

 

Un governo misto – grillini e leghisti, ma con robuste iniezioni “tecniche” pro-Bruxelles – è “rassicurante” per la stabilità della moneta unica e dei “mercati”, senza perdere alcun tratto fasciorazzista e xenofobo. Ricordiamo sempre che il “buon” Mattarella non ha avuto nulla da eccepire al ruspante Salvini come ministro dell’interni anti-immigrati, a favore di sgomberi violenti e libertà di sparare. Dunque si va profilando con nettezza la feroce sintesi di politica economica “europeista” e politica interna fasciorazzista.

 

Questa fusione a freddo dei tratti peggiori dei due governi congelati spiazza molti, specie “a sinistra” (si fa per dire, ovvio). Sbrigativamente scesi in campo per dire #iostoconMattarella facendo finta che questi avesse fermato un esecutivo per puro antifascismo, Pd e Leu hanno messo in moto un riavvicinamento a tappe forzate che prelude chiaramente alla “riunificazione”. Unico intoppo, temporaneo, è la presenza di Matteo Renzi, che comunque ha già depositato il marchio del suo partitino macroniano (il “patto repubblicano” di cui parla anche Calenda) e probabilmente – a settembre – partirà per altri lidi.

 

Del resto, per lo schieramento “democratico” sarà difficilissimo abbozzare una opposizione credibile a un governo che sul piano economico farà esattamente quello che ha fatto il Pd fin quando è stato in sella e sul piano della “sicurezza” continuerà – con qualche estremizzazione molto propagandata – l’opera di Minniti. E questo vanifica anche le ultime illusioni di poter mettere insieme frammenti delle “diverse sinistre”, aggregate per disperazione attorno a qualche nome noto.

 

Lo spazio dell’opposizione vera è insomma totalmente libero. Sta a Potere al Popolo! Darsi gli strumenti per attraversarlo e riempirlo.

30-05-2018

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena

da Micromega

 

Mentre i destini del Paese rimangono ignoti, l’economista propone una misura per tutelare il voto popolare da qualsiasi condizionamento: “Applichiamo l’art. 65 del Trattato dell’Unione europea”. Un provvedimento che dà la possibilità di bloccare le fughe di capitali e impedire le scorribande degli speculatori. “In questa fase così decisiva sarebbe bene attivare fin d’ora questi strumenti legislativi, già applicati in passato, per evitare interferenze dei mercati sulle prossime scelte politiche”.
I mercati finanziari fibrillano, lo spread aumenta, la borsa perde punti e gli speculatori, come un tempo disse l’ex ministro Padoa Schioppa, iniziano a sentire “l’odore del sangue”. Ci attende un’estate di passione, con il rischio di nuove elezioni e la speculazione finanziaria a spargere altra benzina su una battaglia politica già infuocata. Esiste un modo per evitare che in una fase così delicata le manovre degli speculatori condizionino le scelte politiche? Lo abbiamo chiesto a Emiliano Brancaccio, docente di Politica economica all’Università del Sannio ed estensore qualche anno fa del “monito degli economisti”, un documento premonitore che annunciava molti dei problemi in cui oggi versa l’eurozona. Per l’economista una soluzione per contenere gli attacchi speculativi esiste, e si basa sull’immediata applicazione delle norme europee sul controllo dei movimenti di capitale.

 

Professor Brancaccio, il “governo del cambiamento” di Salvini e Di Maio non riesce a partire. Cosa ne pensa?

 

E’ un’ipotesi di governo appiattita sulle posizioni della destra xenofoba, con l’annuncio di una riforma fiscale a vantaggio pressoché esclusivo dei ricchi e la promessa di una caccia grossa all’immigrato, un facile capro espiatorio che non rappresenta affatto il problema principale delle lavoratrici e dei lavoratori italiani. Detto questo, la Lega e il M5S hanno la maggioranza parlamentare e quindi a mio avviso bisognerebbe lasciarli governare.

 

Dunque Lei critica il veto del Presidente della Repubblica sulla lista dei ministri?

 

Non ho le competenze per entrare nel dibattito tra i costituzionalisti sui poteri del Presidente. Mi limito a osservare che il veto di Mattarella ha gettato la Presidenza della Repubblica nel ring di una lotta politica feroce, che lascerà nuove ferite sul già fragile tessuto istituzionale del paese. Avrei preferito un esito diverso, che lasciasse il Quirinale al di sopra della contesa.

 

Il dialogo istituzionale è precipitato sull’indicazione di Paolo Savona come ministro dell’Economia. Qual è il suo giudizio su di lui?

 

Uno studioso di buone letture e una discreta penna, come ormai se ne vedono poche tra i colleghi economisti. Ma anche un liberista di vecchia scuola, che fino all’altro ieri pareva convinto che il debito pubblico italiano potesse essere ridotto a colpi di tagli drastici alla spesa pubblica e ulteriori dismissioni del patrimonio statale. L’esperienza infelice dell’austerity e delle privatizzazioni degli anni Novanta, a quanto pare, non gli è bastata.

 

Però la pietra dello scandalo è stato il “piano B” per uscire dall’euro, che Savona ritiene necessario e che invece Mattarella e i suoi sostenitori considerano una bestemmia.

 

Bisognerebbe ricordare che una proposta ufficiale di “piano B” era già stata resa pubblica diversi anni fa: è la soluzione di uscita della Grecia dalla moneta unica che venne avanzata dall’ex ministro delle Finanze tedesco Schauble e che l’Eurogruppo fece propria nel 2015. In termini ufficiosi, poi, si ragiona di “piano B” già da tempo tra gli addetti ai lavori, anche ai massimi livelli istituzionali. Chi reputa scandaloso un ragionamento sul “piano B” non ha capito molto dei problemi di tenuta dell’eurozona. Come a denti stretti riconosce persino il Presidente della BCE, sono problemi che restano in gran parte irrisolti e che inevitabilmente riaffioreranno alla prossima recessione, indipendentemente dal successo politico delle cosiddette forze anti-sistema. La questione, semmai, è “quale piano B”: ad esempio, quello di Schauble per la Grecia era da strozzinaggio, poiché pretendeva che i greci mantenessero i loro debiti in euro anche dopo aver abbandonato la moneta unica.

 

Intanto però i mercati sono in subbuglio e lo spread sui titoli italiani è tornato a correre. C’è di nuovo sfiducia sulla tenuta dei conti pubblici?

 

La sostenibilità dei conti pubblici c’entra solo in via secondaria. L’aumento dello spread dipende soprattutto dal risveglio delle scommesse sulle ipotesi di uscita dall’euro e di svalutazione di una ipotetica nuova moneta, con conseguente deprezzamento dei titoli denominati in essa. Non a caso il fenomeno sta riguardando non solo l’Italia ma anche gli altri paesi che potrebbero eventualmente seguirla al di fuori dell’eurozona.

 

Se andremo a nuove elezioni, sarà una campagna elettorale condizionata dalle scommesse della finanza sul futuro dell’euro?

 

E’ un rischio concreto. Eppure strumenti per contenere le interferenze dei mercati sulla politica esistono.

 

Si riferisce agli interventi della Banca centrale europea? Circola voce che ieri la BCE abbia ridotto gli acquisti di titoli italiani lasciando che lo spread aumentasse.

 

La valutazione sull’orientamento di politica monetaria non può essere fatta su archi di tempo così brevi. E’ vero, tuttavia, che nel direttorio BCE i conflitti sono sempre più aspri e che a un certo punto potrebbe prevalere la linea restrittiva dei cosiddetti “falchi”, come è già accaduto durante le passate crisi. Anche per questo occorre intervenire subito con misure ulteriori.

 

Qual è la sua idea, Professore?

 

Suggerisco l’applicazione immediata dell’articolo 65 del Trattato dell’Unione Europea che ammette l’introduzione di controlli sulle fughe di capitali, e di tutti i dispositivi già previsti dall’attuale legislazione per ridurre la volatilità dei mercati finanziari. L’ex capo economista del FMI li definisce strumenti di “repressione finanziaria”. Che si vada a elezioni o meno, in questa fase decisiva per il futuro dell’Italia e dell’Unione sarebbe bene attivare fin d’ora questi strumenti legislativi per evitare interferenze dei mercati sulle prossime scelte politiche. Si tratta di una soluzione di buon senso quale che sia la nostra opinione sulla permanenza o sull’abbandono dell’eurozona.

 

L’Italia potrebbe autonomamente introdurre queste misure di “repressione finanziaria” senza il consenso delle istituzioni europee?

 

L’articolo 65 può essere applicato da uno stato membro se sussistono condizioni “di ordine pubblico” tali da rendere necessari i controlli sugli spostamenti di capitale da e verso l’estero. Le istituzioni europee hanno già ammesso un’interpretazione estensiva della definizione di “ordine pubblico” durante le crisi di Cipro e della Grecia. In quelle occasioni, però, l’articolo 65 fu applicato con un ritardo scandaloso, solo dopo una lunga agonia finanziaria che colpì duramente le economie di quei paesi e condizionò pesantemente le loro decisioni. L’Italia e gli altri paesi sotto attacco oggi possono e debbono rivendicare il diritto di applicare immediatamente i controlli sui capitali e le altre misure necessarie di “repressione finanziaria”, prima che sia tardi.

 

Cottarelli sarebbe l’uomo giusto per avviare procedure di questo tipo?

 

Ho dei dubbi. Temo rientri in quel filone di economisti secondo i quali il mercato ha sempre ragione e deve esser lasciato libero di operare. Un’idea che trova ampie smentite nella letteratura scientifica ma che purtroppo risulta ancora à la page in ambito politico. Con lui si rischia di applicare i controlli quando la situazione è già precipitata.

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