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Il Manifesto

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15/08/2021

da il Manifesto

Moni Ovadia

 

Tutti noi che crediamo nel valore integro, sacrale della vita umana, tutti noi che ripudiamo radicalmente la guerra e suoi osceni travestimenti, tutti noi che crediamo con la forza di una fede nella dignità di ogni essere umano, nei suoi inviolabili diritti civili e sociali, che sosteniamo il bene comune come priorità assoluta e riteniamo pertanto che il finanziamento pubblico debba essere destinato ad esso a partire dalla sanità pubblica. La sua voce, quando parlava di questi temi era unica per autorevolezza, per verità.

 

Le sue parole asciutte, semplici, logiche erano inopponibili per la forza tragica di chi ha visto le carni maciullate di folle di vittime innocenti e non, per opera delle guerre, di quelle umanitarie, delle armi intelligenti, degli effetti collaterali, di giocattoli perfidamente esplosivi.

 

Parlava a muso duro il dottor Strada, chirurgo di guerra, con quella sua straordinaria faccia pesta segno inequivocabile della dedizione ai suoi pazienti e al suo magistero. Anche in televisione resisteva all’allisciamento patinato che fa, anche dei migliori, figurette lustre di talk show pletorici, monotoni e mediocri. Lui con quella faccia per niente “simpatica” e men che meno corriva e con quella sua espressione da Sestese/Milanese incazzato risultava come una pietra lanciata contro lo schermo e svegliava le coscienze assopite dei teleutenti in coma sui sofà. Gino Strada era radicato nella grande cultura antifascista della “Stalingrado” operaia, la Sesto san Giovani alle porte di quella Milano medaglia d’oro della Resistenza che ha nutrito le migliori intelligenze del dopoguerra.

 

La classe operaia è stata l’unica classe in quanto tale che sia stata portatrice di valori universali. Di questa eredità Strada si è fatto portatore ed interprete come fondatore di Emergency e come chirurgo di guerra. Si perché Gino era prima di tutto un medico. Certo svolgeva un’intensa attività come front man dell’associazione a cui aveva dato vita insieme alla moglie Teresa, ma ciò che dava più senso alla sua attività era il lavoro di sala operatoria. Un giorno mi confidò che i suoi momenti migliori erano quelli che trascorreva operando, fino a sedici ore in un solo giorno. E i momenti di gioia li viveva quando, dopo avere operato al cuore un fantolino e dopo avergli abbassato la temperatura per rallentare il battito cardiaco al fine di fare l’intervento, lo riportava alla sua temperatura naturale e assisteva alla ripresa del battito regolare in quel cuoricino riportato alla vita in salute. Questo era l’uomo di cui migliaia e migliaia di donne e uomini oggi piangono la prematura scomparsa, prematura, si, perché avrebbe dovuto vivere in eterno.

 

Così pensavo anch’io, eravamo amici, lo eravamo diventati dal primo incontro, dopo un recital al PalaVobis a Milano a cui lui aveva assistito insieme a sua moglie Teresa. Casualmente mia moglie Elisa si era seduta al loro stesso tavolino, fu lei che me li presentò. Ci raccontarono del loro progetto di Emergency chiedendo il nostro sostegno. Fu un colpo di fulmine. Non ci siamo più lasciati. Neppure ora che la morte fisica ce lo ha portato via, lui vive in noi e con noi e non è una formula retorica. È impossibile dimenticare Gino Strada!

 

Quando ci incontravamo con amici si rivolgeva a me con l’epiteto affettuoso “vecchio giudio” al quale io rispondevo altrettanto affettuosamente chiamandolo “segaossa”. Il suo amico, vecchio giudio, vuole dedicargli una riflessione che proviene rapsodicamente dal mio retroterra dell’esilio ebraico. Una tradizione khassidica afferma che il mondo si sostiene su 36 giusti, si chiamano lamedvavnik, dalle lettere ebraiche lamed e vav che formano insieme il numero trentasei.

 

Non si sa chi siano, a quale ceto appartengano, se siano semplici o con una alta formazione culturale, ma hanno una caratteristica comune. Sanno che la relazione sociale e umana muovono a partire dall’altro da sé, che il riconoscimento e l’accoglimento dell’alterità è valore primo. Il giusto è un essere umano che è pronto a rischiare la propria vita per la salvezza di un suo simile, in questo senso Gino Strada era un giusto nel significato più radicale del termine. L’altro esprime il livello più intimo della sua essenza e del suo senso quando è oppresso, perseguitato, diseredato, sfruttato, ferito, mutilato. Gino percepiva immediatamente la sofferenza e accorreva a costo di qualsiasi rischio per lenire il dolore, per curarlo. E c’era chi trovava il modo di calunniarlo.

14/08/2021

Giulio Cavalli

da Left

 

Gino Strada, in un'epoca di perbenismo che si finge moderato e invece è solo vigliacco, ha insegnato il coraggio di essere contrario: ha rivendicato il dovere di essere contro la guerra oltre al diritto di essere pacifista, ci ha insegnato che siamo responsabili di ogni sofferenza in qualsiasi angolo del pianeta... Grazie Gino

 

Gino Strada è molte cose e come succede alle persone non ordinarie tutti i suoi lati si vedono in quello che lascia, nei progetti che ancora correranno domani appena passerà il dolore, negli ospedali che continuano a curare, nella sua associazione che è un modo di abitare il mondo.

 

Ripeteva Gino Strada di essere un medico, lui era uno che ci credeva davvero al senso delle parole, che non cadeva e anzi combatteva questo gioco continuo a inquinarne il senso: Gino Strada non faceva il medico, Gino era un medico con il gusto perfino sprezzante di rivendicare la sua ossessione di curare. E Gino Strada non ha curato solo le persone, no, Gino Strada ha curato e difeso un modo di essere cittadini del mondo dove solo il dolore, il bisogno e le ferite contano.

 

Gino Strada in un’epoca di perbenismo che si finge moderato e invece è solo vigliacco ha insegnato il coraggio di essere contrario: ha rivendicato il dovere di essere contro la guerra oltre al diritto di essere pacifista, ci ha insegnato che siamo responsabili di ogni sofferenza in qualsiasi angolo del pianeta con la stessa violenza di un rantolo che accade sul nostro di vano, non ha mai smesso di smutandare la pochezza di chi usa i confini come fruste, di chi ritiene le distanze qualcosa che abbia a che fare con le responsabilità, di chi ritiene la cura un servizio da cui poter mostruosamente trarre profitto, di chi riesce a porre disumanamente delle condizioni mentre osserva qualcuno che muore.

 

Gino era bianco, bianchissimo. Era talmente bianco che nessuna ombra poteva salvarsi dal proprio riflesso. Per questo l’hanno odiato, hanno provato a delegittimarlo e ad additarlo come estremista: si può non essere estremi di fronte alle vittime della guerra? E quando lui lo ripeteva quelli balbettavano. Ci si può permettere di non essere estremi di fronte ai malati che diventano clienti? Si può accettare di vivere in un mondo in cui salvarsi e essere salvati sia un privilegio? Dai, su.

 

Gino ci ha insegnato che la profondità serve solo per disegnare altezze, che le ambizioni non possono concedersi il lusso di sclerotizzarsi e che bisogna essere fortissimamente liberi per essere idealisti. Che poi è una parola bellissima “idealisti”, qualcosa che non ha niente a che vedere con la hybris e i giramenti di testa, qualcosa che si progetta, si costruisce, si apre e si rende operativa. Gino piantava cura lì dove gli altri vedevano solo macerie.

 

Non gli sarebbe nemmeno piaciuto questo articolo, troppo su di lui e con troppo spazio non usato per parlare delle persone da salvare. È che non mi vengono le parole. Mi ha mostrato la parte migliore di me e del mondo e ogni volta, anche questa volta, non mi vengono le parole. E invece per lui era tutto così semplice, così chiaro che non potevi sperare altro se non riuscire ad arrampicartici addosso.

 

Grazie, Gino.

14/08/2021

Giulio Cavalli

da Left

 

Gino Strada, in un'epoca di perbenismo che si finge moderato e invece è solo vigliacco, ha insegnato il coraggio di essere contrario: ha rivendicato il dovere di essere contro la guerra oltre al diritto di essere pacifista, ci ha insegnato che siamo responsabili di ogni sofferenza in qualsiasi angolo del pianeta... Grazie Gino

 

Gino Strada è molte cose e come succede alle persone non ordinarie tutti i suoi lati si vedono in quello che lascia, nei progetti che ancora correranno domani appena passerà il dolore, negli ospedali che continuano a curare, nella sua associazione che è un modo di abitare il mondo.

 

Ripeteva Gino Strada di essere un medico, lui era uno che ci credeva davvero al senso delle parole, che non cadeva e anzi combatteva questo gioco continuo a inquinarne il senso: Gino Strada non faceva il medico, Gino era un medico con il gusto perfino sprezzante di rivendicare la sua ossessione di curare. E Gino Strada non ha curato solo le persone, no, Gino Strada ha curato e difeso un modo di essere cittadini del mondo dove solo il dolore, il bisogno e le ferite contano.

 

Gino Strada in un’epoca di perbenismo che si finge moderato e invece è solo vigliacco ha insegnato il coraggio di essere contrario: ha rivendicato il dovere di essere contro la guerra oltre al diritto di essere pacifista, ci ha insegnato che siamo responsabili di ogni sofferenza in qualsiasi angolo del pianeta con la stessa violenza di un rantolo che accade sul nostro di vano, non ha mai smesso di smutandare la pochezza di chi usa i confini come fruste, di chi ritiene le distanze qualcosa che abbia a che fare con le responsabilità, di chi ritiene la cura un servizio da cui poter mostruosamente trarre profitto, di chi riesce a porre disumanamente delle condizioni mentre osserva qualcuno che muore.

 

Gino era bianco, bianchissimo. Era talmente bianco che nessuna ombra poteva salvarsi dal proprio riflesso. Per questo l’hanno odiato, hanno provato a delegittimarlo e ad additarlo come estremista: si può non essere estremi di fronte alle vittime della guerra? E quando lui lo ripeteva quelli balbettavano. Ci si può permettere di non essere estremi di fronte ai malati che diventano clienti? Si può accettare di vivere in un mondo in cui salvarsi e essere salvati sia un privilegio? Dai, su.

 

Gino ci ha insegnato che la profondità serve solo per disegnare altezze, che le ambizioni non possono concedersi il lusso di sclerotizzarsi e che bisogna essere fortissimamente liberi per essere idealisti. Che poi è una parola bellissima “idealisti”, qualcosa che non ha niente a che vedere con la hybris e i giramenti di testa, qualcosa che si progetta, si costruisce, si apre e si rende operativa. Gino piantava cura lì dove gli altri vedevano solo macerie.

 

Non gli sarebbe nemmeno piaciuto questo articolo, troppo su di lui e con troppo spazio non usato per parlare delle persone da salvare. È che non mi vengono le parole. Mi ha mostrato la parte migliore di me e del mondo e ogni volta, anche questa volta, non mi vengono le parole. E invece per lui era tutto così semplice, così chiaro che non potevi sperare altro se non riuscire ad arrampicartici addosso.

 

Grazie, Gino.

13.08.2021

Apprendiamo da Emergency

Il nostro amato Gino è morto questa mattina.

È stato fondatore, chirurgo, direttore esecutivo, l’anima di EMERGENCY.

“I pazienti vengono sempre prima di tutto”, il senso di giustizia, la lucidità, il rigore, la capacità di visione: erano queste le cose che si notavano subito in Gino. E a conoscerlo meglio si vedeva che sapeva sognare, divertirsi, inventare mille cose.

Non riusciamo a pensare di stare senza di lui, la sua sola presenza bastava a farci sentire tutti più forti e meno soli, anche se era lontano.

Tra i suoi ultimi pensieri, c’è stato l’Afghanistan, ieri. È morto felice.

Ti vogliamo bene Gino.

13/08/2021

da il Manifesto

Andrea Carugati

 

Intervista. Il primo cittadino del paese martire del nazifascismo: «Lasciarlo al suo posto significherebbe mandare un segnale sbagliato ai giovani»

 

«Ho scritto al presidente Draghi per chiedergli di rimuovere il sottosegretario all’Economia Claudio Durigon. La sua permanenza al governo contrasta con il messaggio che dai luoghi degli eccidi della guerra cerchiamo da anni di mandare ai giovani: il fascismo è un’ideologia criminale, non un movimento culturale». Maurizio Verona, sindaco di Stazzema (Lucca), ha celebrato proprio ieri mattina il 77esimo anniversario dell’eccidio nazifascista del 12 agosto 1944: 560 vittime civili tra cui molti bambini.

 

Perché si è rivolto direttamente al premier?

Lasciare al governo una persona che propone di modificare l’intitolazione di un parco che porta i nomi di due martiri della lotta alla mafia per celebrare il fratello di Mussolini significherebbe dare un messaggio molto sbagliato ai giovani. Arnaldo Mussolini è stato un censore, un uomo ai vertici della propaganda fascista, un nemico della libertà di stampa. Si potrebbe liquidare l’idea di Durigon di reintitolargli il parco di Latina come una proposta idiota. Ma sarebbe un errore: a forza di sottovalutare si arriva all’indifferenza che è l’atteggiamento più pericoloso. Quando gridiamo “Mai più” a Sant’Anna abbiamo il dovere di fare il possibile perché il ricordo si tramandi attraverso le generazioni. E con il ricordo il sentimento antifascista che è alla base della nostra Costituzione».

 

Ha ricevuto risposte da palazzo Chigi?

Non ancora, ma sono fiducioso, di solito troviamo orecchie molto attente. Anche perché lo Stato ci ha affidato una parte del compito della memoria, a noi come agli amministratori di altri luoghi segnati dalla violenza nazifascista come Marzabotto. Ogni anno riceviamo dei finanziamenti per coinvolgere le scuole, anche quest’anno sono stati qui a Sant’Anna gruppi di ragazzi italiani e tedeschi che hanno parlato con i superstiti. Ho chiesto al premier di riflettere, lasciare in un ruolo così importante al governo una persona che non condivide i valori fondamentali della Costituzione sarebbe un grave errore. E un messaggio profondamente sbagliato. Il fascismo e il nazismo non sono argomenti su cui si possa avere tentennamenti».

 

Si aspetta le dimissioni?

Magari finirà tutto in un nulla di fatto, ma Durigon non si è neppure scusato. Era mio dovere scrivere e lanciare un segnale di allarme: quel tipo di ideologie possono tornare a radicarsi anche così, di sottovalutazione in sottovalutazione.

 

Ieri il presidente Mattarella ha ricordato l’eccidio con parole molto forti: in quel dolore «affondano le radici della libertà riconquistata». Quell’orrore «non potrà mai essere dimenticato».

Il presidente è sempre stato vicino, anche fisicamente, a questi luoghi. E io credo che i ragazzi che vengono qui a parlare con i superstiti saranno ambasciatori della memoria e della democrazia.

 

Lei è anche promotore di una legge di iniziativa popolare «contro la propaganda e la diffusione di messaggi inneggianti al nazifascismo e la vendita e produzione di oggetti con simboli fascisti e nazisti».

Abbiamo raccolto 250mila firme. Il presidente della commissione Giustizia della Camera Perantoni ha assicurato che sarà esaminata a settembre. Vigileremo perché alle parole seguano i fatti: se ci sono giovani che considerano i simboli fascisti e nazisti come una goliardata la responsabilità è di chi non ha insegnato loro la storia, dunque anche nostra. Sono curioso di vedere chi voterà questa legge in Aula,

12/08/2021

da il Manifesto

Piero Bevilacqua

 

Incendi. Sull'Italia incombe la più grave questione territoriale e ambientale d'Europa: è il progressivo spopolamento e abbandono delle aree centrali dello Stivale. Gli incendi non devastano solo aziende, patrimoni vegetali e animali, ma rendono i boschi d'altura, i serbatoi d'acqua d'Italia, suoli carbonizzati destinati a franare

 

Ricordate il teorema del lampione? Un uomo, mentre rientra a casa, perde le chiavi davanti al portone. E’ notte, è buio, le cerca invano per un po’, poi scorge alcuni metri più avanti la luce di un lampione e vi si dirige. Là non le troverà, ma almeno riuscirà a vedere dove mette i piedi. Viene in mente questa storiella quando si pensa alle recenti uscite del governo, che riprende (con diverso impegno) i vecchi progetti delle grandi opere, il Tav in Val di Susa e il Ponte sullo Stretto. Non affronta nessuno dei gravi problemi del territorio italiano e però sa come muoversi. Può rivolgersi a grandi imprese di costruzione, utilizzare meccanismi collaudati di strumentazione finanziaria (financing projet), assoggettare un pezzo di territorio plasmato da secoli dalle popolazioni locali, e ottenere alla fine un prodotto finito, per il quale ricevere applausi dal grande pubblico.

 

Non torno sulle ragioni che si oppongono a queste opere, argomentate con competenza su questo giornale da tanti esperti e studiosi. E tengo a precisare che non nutro pregiudizi sulle grandi opere in sé. Nel territorio impervio della Penisola è stato necessario far ricorso a imprese di alta ingegneria per dotare il paese di una moderna infrastrutturazione. Anche se sappiamo che tanta ingegneria, nell’Italia repubblicana, è stata impiegata soprattutto per le autostrade. Sicché oggi ci troviamo privi di un sistema ferroviario per le merci lungo la Penisola, mentre le autostrade, (e le statali, le provinciali, le comunali) sono flagellate da autotreni, camion, furgoni.

 

Oggi tutto il sistema della mobilità, anche urbana, è esploso. E fa sorridere l’enfasi sulle auto elettriche. Il problema non sono solo i motori delle auto, ma soprattutto le auto. Ormai anche il più piccolo dei paesi è soffocato dal traffico automobilistico. Ma la cultura economica di chi ci governa, rimasta al ‘900, una cultura pre-ecologica, non considera lo spazio un bene, perché non lo identifica con una merce, e non riesce a valutare il crescente disagio di vita dei cittadini che lo perdono.

 

Ma la considerazione fondamentale da fare è un’altra. Riproporre oggi il Tav e il Ponte sullo Stretto è come portare un ferito con fratture multiple dall’estetista, anziché in ospedale. Investire somme ingenti ( il Ponte a totale carico dello stato) per queste opere è una scelta delittuosa di fronte allo stato della Penisola. Debbo ricordarlo. Sull’Italia incombe la più grave questione territoriale e ambientale d’Europa: è il progressivo spopolamento e abbandono delle aree centrali dello Stivale e il corrispondente intasamento delle zone a valle. Si tratta di uno squilibrio all’interno del quale si svolgono i più vari e distruttivi fenomeni.

Nelle zone interne, appenniniche e preappenniniche, si perdono terre fertili, vanno in rovina patrimoni abitativi, si deteriorano i nostri boschi. La ragione fondamentale, insieme ai mutamenti climatici, di incendi così vasti e devastanti come quelli che hanno distrutto le selve delle Sardegna e della Sicilia, e che ancora si accaniscono in Calabria e altrove, è l’assenza degli uomini. Mancano le economie agricole e forestali di un tempo, la cura dei boschi e dei territori contermini. E gli incendi non devastano solo aziende, patrimoni vegetali, tesori di biodiversità anche animale, ma trasformano i boschi d’altura, che sono i serbatoi d’acqua d’Italia, in suoli carbonizzati destinati a franare.

 

A valle accade che, a ogni temporale intenso, ormai sempre più frequente, fiumi e torrenti lasciati senza cura devastino abitati, aziende, ponti e strade. Quando piove gli spazi urbani diventano luoghi di rischio. Nel Sud ci sono città senz’acqua potabile, alle prese con sistemi fognari vecchi e inadeguati.

 

Chi, in questo periodo di grande pressione antropica, gira per le cittadine di mare – il cuore del nostro turismo balneare – può avvertire il fetore di fogna che si spande per le strade. Ma dovunque, città o piccoli centri, soffocati dal traffico, si avverte uno stato di assenza di manutenzione degli spazi pubblici, le periferie sono invase da erbe e immondizie, gli spazi verdi non ricevono alcuna cura.

 

Dunque sono le grandi opere la risposta a questo precipitare? Non facciamoci ingannare: il riscaldamento della Terra non sarà arrestato. Quali che saranno le iniziative dei governi, noi dovremo fare i conti con mutamenti di vasta portata per un periodo incalcolabile. E allora le terre fertili, i boschi, le acque, gli spazi abitabili delle colline e delle montagne diventato preziosi, un patrimonio di riserva che non possiamo dilapidare.

 

E noi, che crediamo nelle piccole opere, sappiamo quali sono i soggetti in grado di invertire la rotta di un indirizzo nefasto che assegna valore solo ai manufatti in cemento. Sono i comuni, l’ossatura storica del territorio italiano. Rimettiamo i comuni al centro del suo governo. Alla luce del fallimento storico delle Regioni, diamo risorse e competenze a questi organi, investiamo nei nostri giovani laureati, impediamo che portino altrove il loro sapere e la loro energia.

11/08/2021

Left

Giulio Cavalli

 

Nemmeno lo spiffero del presidente Draghi che ha difeso con forza il principio del reddito di cittadinanza (ma i migliori, si sa, sono migliori solo quando dicono concetti che tornano utili) ha fermato la battaglia a testa bassa di Matteo Renzi e compagnia cantante contro la misura.

 

C’è innanzitutto una riflessione da fare: il reddito di cittadinanza ci permette, giorno dopo giorno, di riconoscere con maggiore facilità da che parte stiano i diversi esponenti politici, se sono appiattiti sul reddito di cittadinanza alle imprese (li chiamano sussidi perché fa più figo) o ai poveri. Meglio così. Chissà che qualcuno prima o poi si svegli e la smetta di ritenersi di centrosinistra.

 

Italia viva in testa, con la Lega poco dietro (sempre per quella vecchia storia degli amorosi sensi tra i due Mattei) insistono nella visione moraleggiante di una gioventù italiana che preferisce “stare sdraiata sul divano” a prendere sussidi invece di “soffrire, rischiare, provare”.

 

Ma c’è un punto sostanziale che va ribadito con forza: a Renzi e compagnia cantante (Confindustria in testa) disturba che il reddito di cittadinanza (che per il 30% finisce a chi ha meno di 20 anni) permetta ai giovani di dire no a contratti di miseria che sono ben al di sotto di qualsiasi soglia di sopravvivenza. Una certa imprenditoria italiana impazzisce all’idea di non poter pescare schiavi e non è un caso che tra le proposte di modifica ci sia quella di avere l’obbligo di accettare lavori anche al di sotto dell’assegno del reddito di cittadinanza con un’eventuale integrazione a carico dello Stato. Per farla breve si tratterebbe di uno schiavismo di cittadinanza non solo tollerato ma addirittura in concorso con lo Stato. Un capolavoro, insomma.

 

L’assegno medio percepito dai beneficiari del Rdc è di 586 euro: credere che quella cifra possa essere minimamente gratificante dal punto di vista professionale, umano e di realizzazione significa non avere nessun contatto con la realtà. Nella sua replica a Italia viva pubblicata da La Stampa la sottosegretaria al Lavoro Maria Cecilia Guerra lo dice chiaramente: «Si può essere poveri anche senza essere pigri». Sempre Guerra nel suo intervento smonta anche una retorica truffaldina sul reinserimento nel mondo del lavoro dei percettori di reddito: «È molto difficile collocare persone che, nel 67% dei casi (Inps), non hanno avuto nessun rapporto col mercato del lavoro nei due anni precedenti l’introduzione del Rdc e che hanno un tasso di scolarità molto basso. Ma lo è ancora di più in un periodo in cui l’occupazione è calata, dal febbraio 2020 al febbraio 2019, di 846 mila unità. In questo contesto, per legge, dall’aprile del 2020 si è deciso di sospendere gli obblighi relativi all’accettazione di offerte di lavoro per i percettori di Rdc».

 

«I numeri dei nostri istituti pubblici – dice Guerra -, davvero inoppugnabili, ci dicono altro anche sul rapporto Rdc-lavoro: circa metà delle persone che ricevono il Rdc non sono attivabili al lavoro. Anche perché spesso già lavorano: nel 57% dei nuclei beneficiari sono presenti persone occupate»: in sostanza in Italia si è poveri anche lavorando. E questo sarebbe il punto vero di cui bisognerebbe avere il coraggio di parlare. Tutto questo in un Paese dove gioiellieri o titolari di stabilimenti balneari (solo per citare due delle categorie che regolarmente sono in fondo delle classifiche Mef sulle dichiarazioni dei redditi, ben al di sotto dei pensionati) beneficiano di agevolazioni che non spettano invece ad un operaio neo assunto.

 

Il reddito di cittadinanza può essere migliorato? Eccome. Ma prima di qualsiasi discorso conviene comprendere bene chi è strumentalmente critico perché disinteressato alla povertà. È una questione di onestà intellettuale e onestà politica. Ed è una questione anche di ecologia del dibattito.

10/08/2021

Da il Manifesto

Daniela Passeri

 

Alla canna del gas. Presentato a Ginevra il rapporto Ipcc sul clima che cambia: «Situazione drammatica». Questa valutazione scientifica della situazione climatica costringe a fare i conti con la realtà, ora abbiamo un’altra fotografia molto più chiara del passato

 

Cresce la febbre del pianeta e lo fa in modo rapido, diffuso e sempre più intenso, come non è mai accaduto negli ultimi 2000 anni, almeno. La colpa è dell’uomo e delle sue attività che impattano sul clima, non della natura, su questo non si discute, le prove scientifiche sono inequivocabili.

 

LA TEMPERATURA MEDIA globale è cresciuta di 1.1°C rispetto al periodo 1850-1990 e nei prossimi 20 anni sforerà il tetto di 1.5°C. Se non ci sarà un’immediata, rapida e su larga scala riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, limitare il riscaldamento globale tra 1.5° e 2°C, come negli intenti dell’Accordo di Parigi nel 2015, sarà fuori discussione.

 

LA PRIMA PARTE DEL SESTO Rapporto di valutazione dell’IPCC (Gruppo intergovernativo dell’Onu sul cambiamento climatico) è perentoria come non mai e lascia aperta una sola possibilità per stabilizzare il clima: arrivare a emissioni nette zero al più presto, entro il 2050, come il recente rapporto Iea ha dimostrato possibile, come è scritto nella visione politica del Green Deal della Commissione europea, se verrà davvero implementata. Purché lo facciano tutti, subito: ogni mezzo grado centigrado di aumento della temperatura fa aumentare la frequenza e l’intensità dei fenomeni avversi.

 

«PER IL CARBONE e i combustibili fossili il report IPCC suona come una campana a morto», ha commentato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. In questa ultima chiamata alla responsabilità, indirizzata alla comunità internazionale, gli scienziati IPCC indicano l’unica possibile via di uscita dalla crisi climatica, la decarbonizzazione spinta, ma avvisano anche che ci sono fenomeni innescati dall’aumento della temperatura globale che sono irreversibili, indipendentemente dall’andamento delle emissioni, come l’innalzamento dei mari, l’acidificazione e la perdita di ossigeno degli oceani, la fusione di ghiacciai e calotte polari.

 

IL REPORT, CHE CONTIENE le più aggiornate conoscenze scientifiche sul clima, si basa sugli studi di migliaia di ricercatori in tutto il mondo analizzati da centinaia di altri scienziati che per l’IPCC, su base volontaria e non retribuita, ne hanno fatto una valutazione complessiva. Climate Change 2021: the Physical Science Basis, questo il suo titolo, è stato presentato ieri a Ginevra, sede del segretariato IPCC, a meno di 80 giorni dall’inizio della COP26 di Glasgow, la conferenza mondiale sul clima per la quale costituirà uno strumento di lavoro imprescindibile. I dati che contiene sono già sui tavoli dei decisori politici, visto che il metodo di lavoro dell’IPCC prevede che i documenti che produce vengano approvati anche dai delegati dei governi. Le altre due parti del sesto Rapporto, dedicate ad adattamento e mitigazione, saranno pubblicate nel 2022.

 

«QUESTA VALUTAZIONE puramente scientifica della situazione climatica costringe a fare i conti con la realtà – è stato il commento della co-presidente del gruppo di lavoro di 234 studiosi che lo ha realizzato, l’esperta di paleoclima Valérie Masson-Delmotte – ora abbiamo una fotografia molto più chiara del passato, del presente e del futuro del clima, che è fondamentale per capire dove siamo diretti, cosa può essere fatto e come prepararci».

 

DI ALLARMI COME QUELLI lanciati ieri ne abbiamo già sentiti parecchi. Questo degli scienziati per l’IPCC risulta più forte e autorevole perché è il frutto di importanti avanzamenti avvenuti negli ultimi anni nella comprensione dei meccanismi che regolano il clima, non solo a livello globale ma anche, per la prima volta, per macro-aree. La fotografia dettagliata ci dice che i cambiamenti climatici non interessano in modo uniforme tutte le parti del globo: l’Artico si è scaldato più di altre zone della terra (tra pochi anni a settembre sarà completamente libero dai ghiacci), la superficie terrestre più della superficie del mare, l’emisfero settentrionale più di quello meridionale. Le precipitazioni aumentano nelle latitudini più alte, ai tropici e in larga parte delle zone monsoniche, mentre diminuiscono nelle fasce subtropicali. Le zone già calde e aride, come il Mediterraneo o il sud dell’Africa, diventeranno più calde e aride.

 

L’AUMENTO GENERALE della temperatura ha intensificato il ciclo dell’acqua e la sua variabilità che ha portato e porterà piogge più intense e localizzate associate ad alluvioni in alcune zone, mentre in altre provocherà siccità intensa, che metterà a rischio la possibilità di coltivare o la sopravvivenza di alcuni ecosistemi oppure creerà il fire weather (tempo del fuoco) definizione che descrive alla perfezione l’estate di incendi nel Mediterraneo.

 

DECISAMENTE IN PERICOLO le zone costiere di due terzi del mondo, esposte all’innalzamento inesorabile del livello dei mari che nei prossimi 30 anni salirà di ulteriori 10-25 cm. Gli effetti sulla biosfera sono già evidenti: molte specie stanno migrando verso i poli e verso altitudini maggiori, i pesci variano la direzione nelle migrazioni, il ciclo vegetativo delle piante si è modificato.

 

NELLE CITTA’, DOVE VIVE il 70% della popolazione mondiale, l’impatto dei cambiamenti climatici viene amplificato dalla geometria urbana, dall’altezza dei palazzi, dai materiali che assorbono calore, dalla carenza di aree verdi e di specchi d’acqua, fattori che determinano la formazione di isole di calore, dove le temperature possono superare di diversi gradi quelle medie regionali.

 

TRA LE NOVITA’ DA SEGNALARE in questo sesto Sesto report IPCC c’è la possibilità di consultare online un Atlante interattivo con numerosi dati a livello di macro-regioni, una lista di domande e risposte che chiariscono le dinamiche del clima anche ai non addetti ai lavori e soprattutto un linguaggio molto chiaro e comprensibile. «È nostra intenzioni migliorare la comunicazione e l’alfabetizzazione sulle questioni climatiche – ha sottolineato Masson-Delmotte – perché questi messaggi arrivino a tutti, dai teen-ager agli ingegneri, per agevolare ogni livello di azione e decisione».

09/08/2021

 

Dichiarazione del Presidente nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo

 

Il sottosegretario al MEF Claudio Durigon ha proposto di intitolare il parco di Latina, oggi dedicato a Falcone e Borsellino, ad Arnaldo Mussolini.

 

È la goccia che fa traboccare il vaso. Pudore vorrebbe che si dimetta subito. Ma non basta. Non se ne può più di personaggi fascisti nella toponomastica, recentissimo il caso di Almirante - dal noto passato criminale mai rinnegato - a cui si vorrebbe intitolare una strada ad Alessandria, Medaglia d'oro per la Resistenza.

 

Vanno immediatamente integrate le leggi vigenti vietando esplicitamente l'attribuzione di nomi di personaggi fascisti a vie, piazze, parchi, giardini, scuole in tutto il Paese. Lo chiede la Costituzione della Repubblica, interamente antifascista, lo pretende il sacrificio di tantissime e tantissimi combattenti per la libertà.

 

Presidente nazionale ANPI

08/08/2021

Roberto Cappucci segretario provinciale Federazione Provinciale Rifondazione Comunista Foggia

 

Salvini e Meloni sono cresciuti nel meridione riciclando la peggior politica. Hanno preso voti alimentando il razzismo ma Lega e Fratelli d’Italia superano ogni record di indagati. Gli immigrati sono persone oneste che si spaccano la schiena sotto al sole del tavoliere mentre la destra razzista fa affari con mafia. Salvini si vantava di aver arruolato il sindaco Langella e il capoluogo oggi viene sciolto per mafia.

 

Purtroppo la notizia era nell’aria e non ha sorpreso i foggiani. Dopo Mattinata, Monte Sant’Angelo, Manfredonia e Cerignola, il Consiglio dei Ministri ha deciso di sciogliere il Comune di Foggia per infiltrazioni mafiose. La piovra mafiosa foggiana si è insinuata a fondo nelle istituzioni pubbliche, ha ottenuto favori, alloggi pubblici, ha influenzato consiglieri e amministratori, ha pagato tangenti, corrotto e minacciato.

 

Grazie a Landella, sindaco forzista passato armi e bagagli sul carro della Lega, ai consiglieri comunali che si sentivano “guappi” prima che amministratori del bene pubblico, che chiedevano e ottenevano indebiti vantaggi, i foggiani si troveranno per chissà quanti mesi a non poter scegliere i propri rappresentanti politici, a non poter esprimere con il voto tutto il disgusto nei confronti di chi ha reso Foggia una città invivibile, finita agli ultimi posti delle classifiche sulla qualità della vita.

 

Salvini e Meloni in questi anni sono cresciuti grazie ai voti di personaggi come Landella, amministratori finiti sulle prime pagine dei giornali a seguito di scandali e arresti.

 

Non è più tempo di prendere tempo, di sentirsi distanti da ciò che è ormai un cancro per la nostra provincia. È necessario che tutte le forze sane della politica, dell’associazionismo, del volontariato, decidano da subito di mettersi al lavoro per costruire una reale alternativa a chi in questi anni ha reso la Capitanata una terra senza futuro.

 

La destra dice di volere legge e ordine ma in realtà fa rima con mafia.

 

Purtroppo come dimostra vicenda di Manfredonia non è il Pd l’alternativa.

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