Attività del Partito della Rifondazione Comunista Circolo "Raniero Amarugi" di Santa Fiora Visita la nostra pagina Facebook


Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

In evidenza

ECONOMIA E FINANZA

 

12/07/2022

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

IL CASO. Gli effetti delle "riforme" neoliberali del mercato del lavoro e delle pensioni iniziate negli anni Novanta nella relazione annuale del presidente dell'Inps Pasquale Tridico. 4,3 milioni hanno meno di 9 euro lordi l’ora, 1 su 3 guadagna meno di mille euro al mese. La controrivoluzione neoliberale lascia in eredità una bomba sociale. Nessuno intende disinnescarla

 

Sono oltre 4,3 milioni i lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 9 euro lordi l’ora e quasi un lavoratore su tre guadagna meno di mille euro al mese, considerando anche i part-time. Per il presidente dell’Inps Pasquale Tridico che ieri ha presentato la XXI relazione alla Camera alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, guadagnano una cifra mensile lorda inferiore al massimale di 780 euro del cosiddetto «reddito di cittadinanza», stabilito sulla base del reddito mediano. Sembra che percepiscano meno di 5 mila euro all’anno.

 

La povertà lavorativa è più marcata in Italia che negli altri Stati europei. Secondo Eurostat, nel 2019, l’11,8% dei lavoratori era povero rispetto alla una media europea del 9,2%. Tre anni dopo la situazione è peggiorata. I «lavoratori poveri» sono raddoppiati negli ultimi quindici anni, tra il 2005 e il 2021, corrispondenti alle due grandi crisi che hanno devastato il capitalismo globale: la crisi dei mutui subprime e dei debiti sovrani (2007-2008) e quella della pandemia alla quale si è agganciata quella attuale.

 

Tridico ha prefigurato il loro percorso nei prossimi trent’anni. Se riuscissero a versare i contributi, e non è affatto detto, e se arrivassero a 65 anni in queste condizioni, allora avrebbero una pensione di circa 750 euro, superiore al corrispettivo della pensione minima attuale pari a 524 euro al mese. Questa è già la realtà delle pensioni italiane, la maggior parte delle quali sono inferiori a mille euro al mese. Tra un paio di decenni ci saranno pensionati ancora più poveri. La simulazione è ottimistica. Per ora riguarda solo i nati tra il 1965 e il 1980. Per chi è nato tra il 1981 e il 2000 andrà peggio.

 

«Chi è povero lavorativamente oggi sarà un povero pensionisticamente domani» ha detto Tridico. Le donne sono le più penalizzate. «Sono state le più penalizzate – ha aggiunto il presidente dell’Inps – perché hanno avuto un allungamento della vita lavorativa, per allinearla a quella degli uomini, e stanno andando in pensione più tardi di quanto si aspettassero al momento in cui sono entrate nel mercato».

 

Non va dimenticato che, tra il 2005 e il 2021, la povertà assoluta è triplicata, arrivando agli attuali 5,6 milioni (dati Inps, Il Manifesto 9 luglio). I due fenomeni compongono la parte emersa di un iceberg che naviga sott’acqua. E presto emergerà, e non solo per il riscaldamento climatico. Ma per gli effetti del combinato disposto delle riforme neoliberali del mercato del lavoro e delle pensioni iniziate dalla metà degli anni Novanta, in Italia e non solo.

 

La decrescita salariale deriva dalla «parcellizzazione della prestazione lavorativa, anche per effetto della eccessiva flessibilizzazione introdotta dalle riforme sul mercato del lavoro». Non va inoltre trascurato l’impatto della denatalità sul sistema previdenziale. «L’onda dei baby boomers sta arrivando alla pensione – ha detto Tridico – La base contributiva si sta restringendo. Quand’anche le politiche di contrasto alla denatalità risultassero efficaci, i benefici di nuovi contribuenti che entrano nel mercato del lavoro si verificheranno tra 20-25 anni».

 

Si consiglia  LAVORARE FINO A 71 ANNI SENZA UNA PENSIONE DEGNA

 

Allungamento dell’età pensionabile in cambio della sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale; precarizzazione dei rapporti di lavoro fino al punto che oggi il tasso di occupazione (60%) cresce grazie ai contratti di breve e brevissimo termine; blocco sostanziale dei salari da trent’anni. Lo schema è stato accompagnato dall’abbandono di ogni politica industriale a favore delle esternalizzazioni, e dalla crescita di un’economia dei servizi poveri (turismo, ristorazione, digitali e altro).

 

Questa situazione ha allargato la forbice delle differenze di reddito all’interno del lavoro dipendente. I lavoratori che hanno lavorato di continuo negli ultimi 15 anni hanno salvaguardato la loro posizione: tra questi l’85% ha avuto una crescita relativa del reddito. Ma è solo l’1% dei lavoratori che concentra il 6,4% del reddito totale percepito dal lavoro dipendente. Tra tutti gli altri occupati, la metà più povera ha perso reddito tra il 2005 e 2020. L’indice Gini che calcola le diseguaglianze è salito nel 2021 a 46 dal 44 del 2019. Le diseguaglianze, dunque, non sono solo tra «ricchi» e «poveri», ma all’interno del rapporto di lavoro precario, e non.

 

Trent’anni di trasformazione postfordista hanno indebolito il contratto nazionale di lavoro, sia per quanto riguarda la tutela del salario (anche chi ha un contratto guadagna pochissimo), sia per la rappresentatività. Per Tridico, ci sono 1.011 contratti: «Troppi, e spesso non rappresentativi». È il problema dei «contratti pirata», ai quali non sembra esserci una soluzione. «Se si introducesse un salario minimo, i profili contributivi si alzerebbero significativamente, in media del 10%» sostiene Tridico.

 

Prospettiva difficile mentre l’inflazione, che non dipende da una crescita dei salari, è usata per mantenerli bassi. È in questa direzione che va la modesta prospettiva di rivalutazione prospettata in Italia. Dopo la repressione salariale, e in assenza di un significativo ciclo di lotta di classe, non saranno i bonus degli ultimi governi, compreso quello di Draghi, a cambiare la situazione. La controrivoluzione neoliberale lascia in eredità una bomba sociale. Nessuno intende disinnescarla

POLITICA NAZIONALE  -  POLITICA ITALIANA

11/07/2022

da Left

Giulio Cavalli

 

Lo scrive l’Ansa. Una sospetta organizzazione criminale avrebbe organizzato “viaggi di lusso” utilizzando gommoni veloci partiti dalla Tunisia per raggiungere le coste di Agrigento e Trapani, in Sicilia, garantendo la sicurezza e la riservatezza delle persone in fuga dalle autorità nordafricane, ha affermato mercoledì la Guardia di Finanza di Agrigento.

 

L’organizzazione transnazionale avrebbe incluso due fazioni: una formata da tunisini e un’altra da siciliani delle città di Canicattì e Marsala, riferiscono fonti investigative.

 

I 10 presunti membri del gruppo sono accusati di favorire l’immigrazione clandestina. Un numero imprecisato di membri è anche sospettato di stretti legami con organizzazioni terroristiche internazionali, hanno rivelato fonti investigative.

 

L’associazione sarebbe guidata da un uomo di 46 anni di Canicattì e da due tunisini, di 51 anni, sospettati di aver finanziato e organizzato le attività del gruppo, riferiscono fonti investigative.

 

Nel gruppo un altro nativo di Canicattì, 62 anni, sarebbe stato in contatto con associati tunisini mentre un altro membro dell’organizzazione, 39 anni, guidava le barche e si occupava della loro manutenzione e sicurezza.

 

Gli investigatori hanno affermato che l’indagine ha rivelato la capacità dell’organizzazione criminale transnazionale di offrire nuovi “servizi” nel traffico di migranti volti a rendere più sicuri gli attraversamenti, in cambio di tariffe più elevate.

 

L’organizzazione avrebbe anche garantito che i migranti non sarebbero stati identificati una volta giunti in Italia.

 

I collegamenti marittimi tra la Tunisia e la costa siciliana intorno a Trapani e Agrigento furono offerti a gruppi di nordafricani che potevano permettersi l’alto costo dell’esclusivo viaggio a bordo di barche veloci.

 

Secondo fonti investigative, il servizio offerto non si sarebbe concluso con lo sbarco ma prevedeva forme di assistenza volte a garantire la permanenza dei migranti sul territorio italiano.

 

La polizia ha documentato i continui contatti telefonici tra i presunti membri della banda indagati, l’acquisto di schede telefoniche, il noleggio di costose barche, automobili, telefoni, appartamenti per ospitare migranti e magazzini per riporre le barche. Secondo fonti investigative, i membri avrebbero anche utilizzato regolarmente messaggi crittografati e avevano una rete di contatti stabili con organizzazioni tunisine.

 

Chissà se Salvini e Meloni ora riusciranno a capire che come al solito hanno sbagliato mira, prendendosela con i poveri e tacendo vigliaccamente con i ricchi e potenti.

POLITICA NAZIONALE   -  POLITICA ITALIANA

 

10/07/2022

da il Manifesto

Andrea Carugati

 

ASSEMBLEA A ROMA. Il movimento guidato da De Magistris e promosso con Prc e Pap fa un altro passo verso la lista elettorale. Presente Manon Aubry della Nupes. L’ex sindaco: «Campo largo? No, campo aperto»

 

La presenza dell’europarlamentare francese del partito di Mélenchon, Manon Aubry, è un portafortuna non da poco. Così come il nome «Unione popolare» è preso in prestito dai cugini francesi della Nupes. Ma di certo questa voglia di fare come Mélenchon non basta per rendere più semplice la salita impervia che hanno in mente Luigi De Magistris, Rifondazione e Potere al popolo: e cioè portare al successo elettorale una «sinistra di rottura», un polo alternativo tanto alle destre sovraniste quanto ai giallorossi, accusati di spendere solo «belle parole» per i lavoratori e le classi più deboli, ma in sostanza di non voler cambiare nulla.

 

MATTINATA DI LUGLIO, strapiena la sala dell’Hotel The Hive di Roma dove l’Unione popolare fa un altro passo in direzione della lista che si presenterà alle politiche. «Vogliamo arruolare i non allineati, quelli che non stanno nel sistema, i rassegnati, gli arrabbiati, entusiasmare chi non ci crede più», dice De Magistris dal palco, dopo una lunga serie di interventi di lavoratori, sindacalisti, studenti. «Sconfiggere le destre? Noi ci dobbiamo unire per sconfiggere il consociativismo che ha corrotto la democrazia, e di questo fa parte il centrosinistra che ha fatto le più grandi schifezze e anche il M5S», tuona dal palco l’ex sindaco di Napoli.

 

«Mai alleati col Pd», alza ancora di più la voce tra gli applausi. «A me non interessa un campo largo, ma un campo aperto, come una lotta partigiana, un movimento rivoluzionario, per arruolare chi vuole credere nel cambiamento proposto da persone credibili». E ancora: «Vogliamo attaccare al cuore il sistema dell’economia di guerra e dell’economia mafiosa. Col sistema non si può trattare, sappiate che la battaglia che stiamo iniziando non sarà una suonate di violino».

 

AUBRY SUGGERISCE LA STRADA di una «sinistra di rottura», contro l’austerità e le politiche neoliberiste, proposte forti come il salario minimo a 1400 euro e la pensione a 60 anni. E una contrapposizione frontale «ai liberali come Macron che sono il vero ascensore per le destre estreme». «Mi auguro che in Italia possiate fare come noi in Francia, arrivare al 20%», scalda la platea Aubry che poi ha un lungo colloquio privato con De Magistris. «Vi auguro che possiate cambiare i rapporti di forza a sinistra come abbiamo fatto noi con socialisti e verdi».

 

SIMONA SURIANO, parlamentare del gruppo Manifesta gemellato con Prc e Pap, attacca le «sedicenti sinistre che votano l’invio di armi e gli inceneritori. Non basta dire di volere giustizia sociale e ambientale, occorre essere coerenti», l’attacco rivolto alle sinistre che si apprestano ad allearsi col Pd. C’è tanto no alla guerra in questa assemblea.

De Magistris si chiede come mai i governi occidentali non abbiano sostenuto le resistenze curde e palestinesi. «Se uno propone di inviare armi ai palestinesi viene tacciato come terrorista». Eppure, ricorda Moni Ovadia, «proprio sulla Palestina casca l’asino dell’Occidente, lì sono state violate tutte le regole del diritto internazionale, con un sistema di apartheid e l’esproprio della terra».

L’EX SINDACO CI TIENE a presentarsi come forza di governo: «A Napoli siamo durati dieci anni, contro tutti i partiti che oggi appoggiano Draghi. E abbiamo rispettato il referendum sull’acqua pubblica. Vogliamo riprenderci la democrazia dimostrando che il potere è servizio per garantire diritti, uguaglianza, fratellanza, libertà, giustizia sociale ed ambientale». L’esempio dunque è quello delle due campagne elettorali sotto il Vesuvio: «Certo, l’Italia è più grande, ma ce la possiamo fare…». Il prossimo appuntamento dell’Unione popolare sarà proprio a Napoli a fine settembre. Invitati anche esponenti di Podemos e France Insoumise.

LAVORO E DIRITTI

 

09/07/2022

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

WORKFARE ALL'ITALIANA. Il numero delle persone che si trovano in una condizione di «povertà assoluta» in Italia è quasi triplicato tra il 2005 e il 2021, passando da 1,9 a 5,6 milioni. Le famiglie che si trovano in questa condizione sociale sono raddoppiate da 800 mila a 1,96 milioni. Lo sostiene il Rapporto annuale dell'Istat secondo il quale la povertà assoluta colpisce tre volte di più i minori e i giovani tra i 18 e i 34 anni. Ritratto di un paese costruito sulla precarietà di massa, l’insicurezza sociale e contrattuale, le disparità crescenti dei redditi peggiorati dall’inflazione galoppante. E la politica polemizza ferocemente sul ruolo del «reddito di cittadinanza» nel 2020. Per l’Istat avrebbe impedito l’aumento di 1 milione di poveri. Il problema è che ciò è avvenuto nel 2021

 

Il rapporto annuale 2022 dell’Istat è passato ieri alle cronache per la consueta disfida ideologica sul «reddito di cittadinanza» tra i populisti compassionevoli (Cinque Stelle, Pd e sinistre) che difendono l’operato del governo «Conte 2» (e quello precedente) e i paternalisti neoliberisti (destre varie da Fratelli d’Italia a Italia Viva) che vogliono abolirlo, almeno nella forma spuria e incompleta attuale.

 

IL RODEO di dichiarazioni bellicose è partito dalla citazione dell’Istat, presente nella sintesi per le agenzie stampa, ma più articolato nel rapporto: «Le misure di sostegno economico erogate nel 2020, in particolare reddito di cittadinanza e di emergenza, hanno evitato a 1 milione di individui (circa 500 mila famiglie) di trovarsi in condizione di povertà assoluta» si legge.

 

È BASTATA questa frase, estrapolata dal rapporto, per scatenare, da un lato, la grancassa pentastellata impegnata a dimostrare i meriti del governo che ha rifiutato di estendere il reddito di cittadinanza verso una forma di reddito di base che oggi tornerebbe utile e, dall’altro lato, la contraerea delle argomentazioni più sprezzanti impegnate a dimostrare invece il fallimento di una misura sociale pensata all’origine come un Workfare particolarmente oppressivo, ma rimasto sulla carta sia per i lockdown 2020-2021, sia per i gravosi problemi costituzionali e tecnici che impediscono la realizzazione di un sistema neoliberale di «politiche attive del lavoro» anche in Italia

 

TUTTO QUESTO è avvenuto poche ore dopo il passaggio alla Camera del «Decreto aiuti» votato dalla maggioranza del governo Draghi che ha attribuito ai datori di lavoro privati il potere, vessatorio e inapplicabile come ha chiarito la sottosegretaria all’Economia Cecilia Guerra su Il Manifesto dell’8 luglio, di denunciare i beneficiari del «reddito» che rifiutano una presunta «offerta di lavoro congrua».

 

Senza contare che, a dicembre 2021, il governo – e dunque anche i Cinque Stelle – hanno peggiorato le condizioni di accesso alla misura diminuendo da tre a due le offerte di lavoro che è possibile rifiutare prima della decadenza del sussidio. è stato introdotto un décalage di 5 euro al mese per spingere i beneficiari ad accettare lavori che non ci sono. E non sono stati mai seguiti i dieci punti indicati dalla commissione presieduta da Chiara Saraceno per migliorare una politica che non copre nemmeno tutti i «poveri assoluti» (oggi 3,2 milioni su 5,6).

 

TRA LE ARRINGHE in difesa, e le risposte strumentali, ieri è passato inosservato ciò che secondo l’Istat è accaduto solo un anno dopo il famoso 2020. Il 15 giugno scorso, nelle «statistiche sulla povertà» l’Istat ha evidenziato come nel 2021 i «poveri assoluti» sono tornati al livello del 2018, circa 5,6 milioni di individui (Il Manifesto del 16 giugno).

 

Si consiglia di leggere 

Sempre più poveri, senza giustizia né diritti

 

Dunque il «milione», o quasi, che non sarebbe diventato povero nel 2020, lo è (ri)diventato nel 2021. Questo significa che, nell’immediato, il «reddito di cittadinanza» (che tale non è perché non è un’erogazione diretta di denaro alla popolazione residente ma solo a una categoria parziale), è servito a contenere la crescita della povertà. Ma, subito dopo, non è riuscito ad evitare che tornasse al livello precedente, eredità della crisi del 2007-8 che ha fatto esplodere la povertà e il lavoro povero. Si rivela così il rimosso nella contesa elettorale in corso: politiche come queste non sono concepite in maniera preventiva, nell’ottica dell’emancipazione dalla povertà, bensì in termini di contenimento del danno, e quindi rispetto al mercato del lavoro e alla società classista che la produce. Questo dato politico è, a dir poco, ignoto al dibattito. La sua rimozione non può che portare a un peggioramento anche delle politiche esistenti.

NEL RAPPORTO ISTAT si annuncia la forte accelerazione dell’inflazione che rischia di diminuire il potere di acquisto, diminuire i consumi (energetici, alimentari e molto altro) e dunque aumentare le disuguaglianze. Non va nemmeno dimenticato il fatto che la crescita attuale, risultato di un rimbalzo tecnico dopo il crollo dell’8,9% del Pil nel 2020 a causa del Covid, sta contribuendo ad aumentare la quota di occupazioni di breve durata. Sempre nel 2021, quasi la metà dei dipendenti a termine aveva un lavoro di durata pari o inferiore a sei mesi. Persistono le gravi disparità tra i redditi: 4 milioni di dipendenti nel privato non arrivano a 12 mila euro lordi all’anno. Sotto un salario minimo ipotetico ci sono 1,3 milioni di lavoratori con meno di 8 euro 41 centesimi l’ora. Sono soprattutto under 34, donne e stranieri. Sono dati da valutare in vista del «Pnrr» di Draghi, un rilancio delle politiche di neoliberalizzazione, dove gli investimenti saranno fatti in ragione della precarietà di massa, non in vista del suo superamento.

I DATI SUI NATI da genitori stranieri, o che hanno studiato qui: 280 mila avrebbero diritto allo «ius scholae», gli studenti con background migratorio sono 1 milione, è mista poco più di 1 famiglia su 4. Sono alcune delle vittime delle politiche neo-nazionalistiche e securitarie della cittadinanza che tengono in ostaggio il paese.

POLITICA ESTERA 

 

07/07/2022

da il Manifesto

Anna Maria Merlo

 

EUROPA. Il voto contestatissimo del Parlamento europeo: otto i paesi contrari e Austria e Lussemburgo promettono di rivolgersi alla Corte di giustizia.  Protesta dei socialisti: «Patto faustiano» tra Francia e Germania. Greenpeace: «È un regalo a Putin»

 

È una «vergogna», un «risultato scandaloso», ma «la lotta continua». Verdi, sinistra e organizzazioni ecologiste criticano con forza il risultato del voto ieri al Parlamento europeo, che ha respinto con 328 voti contro 278 e 33 astensioni l’«obiezione» – che equivale a un veto – all’inserimento del gas e del nucleare nella Tassonomia delle energie rinnovabili, almeno come transizione, che era stata posta alla commissione Envi del parlamento europeo il 14 giugno scorso.

COSÌ, ROVESCIATO IL VETO, è passato il testo della Commissione presentato lo scorso gennaio che considera «durevoli» alcuni investimenti per la produzione di energia nelle centrali nucleari che non emettono Co2 costruite fino al 2030 (e che adottano un protocollo per maggiore sicurezza dal 2025 e piani per lo stoccaggio delle scorie dal 2050). Accettate anche le centrali a gas, a condizione che utilizzino le tecnologie più avanzate e che permettano la chiusura di centrali a carbone, ancora più inquinanti.

La storia però non finisce qui: Austria e Lussemburgo hanno l’intenzione di rivolgersi alla Corte di giustizia europea, una procedura giudiziaria a cui si aggregheranno le varie opposizioni. Il Consiglio europeo approva la linea della Commissione, ma c’è l’opposizione di otto paesi (non sufficiente però per una maggioranza qualificata che bloccherebbe la decisione).

La Commissione ha assicurato ieri che «resta determinata a utilizzare tutti gli strumenti disponibili per allontanare la Ue da fonti energetiche a forti emissioni di carbonio». In queste ore, l’attenzione della Commissione e degli Stati membri è tutta rivolta alla minaccia russa di chiudere il rubinetto del gas, le preoccupazioni ecologiche passano in secondo piano.

A METÀ LUGLIO, Mosca ha annunciato «riparazioni» alla pipeline Nord Stream 1, per la Germania significa un blocco che dovrebbe durare due settimane, ma potrebbe venire prolungato sine die, come «arma» di Putin.

La presidente Ursula von der Leyen ha ancora ieri ricordato che bisogna prepararsi «ad altri tagli» da parte della Russia. La Ue ha varato sei pacchetti di sanzioni, a metà agosto entra in vigore l’embargo sul carbone russo, a fine anno quello sul petrolio. Sul gas, la Ue non ha ancora deciso nulla, ma subisce i ricatti di Mosca.

Greenpeace ha ricordato ieri che inserire il gas nella tassonomia significa fare un regalo a Putin: sono almeno quattro miliardi di euro l’anno per Mosca, che servono a finanziare la guerra in Ucraina, 32 miliardi fino al 2030. Il rafforzamento del dollaro rispetto all’euro e l’aumento dei prezzi dell’energia contribuiscono anch’essi a riempire le casse russe.

SECONDO IL PRESIDENTE della commissione Envi, il francese Pascal Canfin (Renew), i «timori» degli ecologisti sulla tassonomia «non sono giustificati»: «Gas e nucleare non sono messi sullo stesso piano delle rinnovabili e sono incluse delle condizioni precise» per il loro uso.

Ma per i Verdi la tassonomia è frutto di un «patto faustiano» tra Francia e Germania: la seconda, anti-nucleare, ha scambiato l’appoggio di Parigi al gas con il sostegno al nucleare francese (e dell’est europeo). «Conservando il gas e il nucleare come sostenibili nella tassonomia – afferma il gruppo S&D – i conservatori hanno vergognosamente tradito le ambizioni della Ue sul clima».

I socialisti sperano che la finanza mondiale volti le spalle alle energie fossili. Sul voto è intervenuta anche Greta Thunberg, citando solo il caso del gas, che «ritarda la transizione realmente durevole e rafforza la dipendenza dagli idrocarburi russi».

Alla Ue è in discussione tutto un «pacchetto clima», un Green Deal presentato un anno fa dalla Commissione, che va dal sistema di scambio delle quote di emissioni di Co2, l’Ets (European Trading System) alla carbon tax alle frontiere esterne della Ue, per evitare di «importare» Co2 e le delocalizzazioni opportuniste, al bando delle auto a benzina nel 2035. C’è l’accordo per ridurre le emissioni a effetto serra (Fit for 55, meno 55% entro il 2030, neutralità carbonio nel 2050), ma più ci si avvicina alla traduzione in pratica dell’obiettivo più emergono con forza le lobby.

IN FRANCIA, la prima ministra Elisabeth Borne, nel discorso di presentazione al Parlamento sulla politica generale ha annunciato la nazionalizzazione di Edf, l’operatore storico (dove lo stato controlla già l’83,8% del capitale): la società è in difficoltà a causa dei costi crescenti del nucleare, con circa la metà dei reattori fermi per manutenzione.

EDITORIALI E COMMENTI

 

06/07/2022

da il Manifesto

Alberto Negri

 

C'ERA UNA VOLTA UN DITTATORE. Show turco-italiano ad Ankara, fra inni e costumi imperiali Erdogan prende tutto, noi gran poco

 

Tutto si risolve con un inchino di Draghi al Sultano. «Con i dittatori bisogna essere franchi ma cooperare», disse l’anno scorso Draghi riferendosi a Erdogan e aprendo un caso diplomatico. Dal 2021, con in mezzo la guerra in Ucraina, il caos libico e le tensioni nel Mediterraneo orientale, il presidente del consiglio italiano ha fatto un passo avanti: adesso con il dittatore non solo cooperiamo, ne siamo diventati «amici» come ha detto Draghi ieri a Ankara. Quindi anche complici.

 

L’Italia e la Nato, pur di fare entrare Svezia e Finlandia nell’Alleanza, hanno svenduto il destino dei curdi a Erdogan, e ieri Draghi è andato ad Ankara, in compagnia di cinque ministri, con il cappello in mano per chiedere appoggio sul gas (Tap e Tanap), sulle concessioni offshore a Cipro (ostacolate dalla Turchia) e sulla Libia, dove in Tripolitania Erdogan conduce le danze tra le fazioni e l’Italia con l’Eni non estrae il petrolio e il gas di cui avrebbe bisogno.

 

In cambio alla Turchia offriamo armamenti – questo significava la presenza ad Ankara del ministro della difesa Guerini _ un aumento dell’interscambio (attualmente a 20 miliardi euro) e ci prepariamo quindi a chiudere gli occhi sulle malefatte di Erdogan contro i curdi e gli oppositori interni. Sarebbe quindi ora di smettere di vaneggiare sui «valori occidentali», visto che forniamo a Erdogan gli elicotteri Agusta per colpire i curdi sia in Siria che in Iraq. Draghi in Turchia ha dimostrato l’ipocrisia occidentale sulla democrazia e i diritti umani e la sua visita, preceduta dall’accordo di Madrid, rafforza il regime nella sua guerra contro i curdi: un drone turco qualche giorno fa ha ammazzato a Raqqa la comandante del Forze democratiche siriane anti-Isis Mizgin Kobane. Tutto questo nel silenzio di quell’Occidente che appena qualche anno fa acclamava i curdi come i «nostri eroi» contro il Califfato e postava sui social le foto delle combattenti curde.

 

È sullo sfondo di questi eventi e della guerra in Ucraina che Draghi è stato accolto al palazzo presidenziale di Ankara in pompa magna per l’incontro con il presidente turco Erdogan. Il premier italiano è stato preceduto da un corteo a cavallo mentre suonavano gli inni nazionali. Insieme al presidente turco Draghi ha sfilato su un tappeto azzurro scortato dalla guardia presidenziale in alta uniforme fino all’ingresso del palazzo. Ad attendere Draghi ed Erdogan una delegazione nei costumi degli eserciti dei 16 stati turchi fondati prima della repubblica: insomma una grande occasione per uno show improntato alle ambizioni neo-ottomane del leader turco.

 

Questo apparato scenografico, definito da Draghi in conferenza stampa, un’«accoglienza calorosa e splendida», non è stato certo casuale. Serviva a Erdogan per ribadire il suo ruolo di Sultano della Nato davanti a un interlocutore con cui aveva avuto un’acuta frizione diplomatica che nel corso dell’ultimo anno ha avuto modo di appianare grazie agli interessi comuni dei due Paesi e soprattutto alla remissività dell’Italia. Ecco un esempio di come abbiamo già ceduto alle richieste turche: recentemente abbiamo chiesto il permesso ad Ankara per esercitare con le navi dell’Eni il diritto acquisito di trivellare nella zona greca di Cipro, cosa che naturalmente ha fatto infuriare gli ellenici. E ieri Erdogan non ha perso l’occasione per bollare «la Grecia come una minaccia anche per l’Italia», riferendosi tra l’altro anche al contezioso sui migranti. Affermazione rimasta senza replica da parte italiana.

 

Figuriamoci quando ci toccherà discutere sulla zona economica esclusiva tracciata tra Turchia e Libia da Erdogan nel 2019, che allora salvò il governo di Tripoli dalle truppe del generale Khalifa Haftar alle porte della capitale. Quella Libia dove le proteste esplose lo scorso «venerdì di rabbia» hanno messo drammaticamente sullo scacchiere internazionale il rischio che il Paese sprofondi nel caos e nell’anarchia mentre riemergono i gheddafiani.

 

E non è certo un caso che la Turchia sia sempre in mezzo a mediare tra le fazioni di Tripoli, Misurata, Bengasi e Tobruk, dove ormai l’Italia da tempo non tocca palla. Come siamo in balìa dei turchi in questa parte del Mediterraneo che loro considerano la Patria Blu, un concetto strategico che dal Mare Egeo, dove i turchi si scontrano con la Grecia, vogliono ampliare al Nordafrica e ancora più in là, al Golfo, dove hanno i loro militari di stanza in Qatar. Troppe ambizioni? Sì, forse, per un Paese che vive anche una forte crisi economica, ma Erdogan sta giocando una duplice partita anche nella guerra in Ucraina, come mediatore con Putin e sostenitore del governo di Zelenski.

 

L’Italia al confronto appare assai evanescente anche se andiamo a vedere in concreto cosa è stato firmato ad Ankara: accordi sulle piccole e medie imprese e la protezione reciproca dei dati industriali. E se c’è qualche cosa di strategico – armi, gas e confini marittimi – è stato lasciato nelle pieghe dei protocolli d’intesa. Probabilmente avremo maggiori informazioni nei prossimi giorni ma una cosa è certa: di rimproveri al Sultano della Nato l’Italia di Draghi non ne fa e quell’appellativo di «dittatore» che gli riservò l’anno scorso resterà come una nota ininfluente a piè di pagina.

 

LAVORO E DIRITTI

 

05/07/2022

da Il Fatto Quotidiano

Chiara Brusini 

 

Il demografo: “L’Italia ha solo due anni per invertire la rotta o entrare in un circolo vizioso di declino

 

Solo tra 2018 e 2021 le forze di lavoro tra i 15 e i 34 anni sono diminuite di 278mila. Vent'anni fa erano 9,4 milioni, ora solo 6. Alessandro Rosina: "Abbiamo la più bassa percentuale di under 35 in Europa. E al calo numerico si aggiunge un indebolimento qualitativo (record di Neet, pochi laureati, servizi di incontro tra domanda e offerta che non funzionano). Questa sfida non è stata capita. Se continuiamo così nemmeno un forte aumento dell'immigrazione sarà sufficiente per compensare il crollo della popolazione in età attiva". Le misure del Pnrr? Non bastano

 

È l’unico fattore che nessuno sembra considerare quando si parla della crescente difficoltà delle imprese nel trovare operai e tecnici specializzati, ingegneriinformatici. Qualcuno – come sempre – dà la colpa al reddito di cittadinanza, molti si concentrano sull’evidenza dei salari troppo bassi, altri sottolineano la distanza tra i percorsi formativi e le necessità del mercato. L’elefante nella stanza è la demografia: non si trovano giovani lavoratori (anche) perché di giovani in Italia  sono sempre meno. Il fenomeno del cosiddetto “degiovanimento“, che gli esperti paventano da anni, è esploso e ora le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. “Abbiamo la più bassa percentuale di under 35 in Europa”, riassume il demografo Alessandro Rosina. “Siamo poveri di quella che è la risorsa naturale più importante per ogni Paese che voglia crescere. Ce ne siamo accorti solo ora che c’è un Piano di ripresa con grandi risorse a disposizione, ma che per essere realizzato richiederebbe le competenze e il contributo qualificato dei giovani”. Il tempo per invertire la rotta è quasi terminato: “Ci giochiamo tutto nei prossimi due anni. Se continuiamo a mettere delle toppe, invece che intervenire a monte, potremo solo gestire il declino perché non sia troppo drammatico. Il Paese rischia di trovarsi ai margini dei grandi processi di crescita delle aree più competitive, in un circolo vizioso di basso sviluppo”.

 

I dati Istat dicono che solo tra 2018 e 2021 la popolazione tra i 15 e i 34 anni è calata di oltre 260mila unità, scendendo a quota 12 milioni. Le forze di lavoro in quella fascia di età, che comprendono gli occupati e le persone che cercano un posto ma non gli inattivi, si sono ristrette ancora di più: -278mila. Vent’anni fa, nel 2002, erano 9,4 milioni, nel 2012 erano scese a 7 milioni, all’inizio del 2022 si fermavano a 6 milioni. La fascia dei 30-34enni, giovani adulti che si avviano verso l’apice della vita attiva, si sta assottigliando a ritmi rapidissimi: in un decennio la somma di occupati e disoccupati di quell’età è diminuita da 3 a 2,4 milioni. “Oggi sono un terzo in meno rispetto ai 50-54enni”, riprende Rosina, “quindi nei prossimi 30 anni assisteremo a una riduzione di un terzo della popolazione in età attiva“. Anche in questo caso si tratta del dato peggiore in Europa: la Francia, per fare un confronto, va incontro a un calo del 10%, in Germania si prevede un -15%. Nel frattempo la maggioranza si spacca sullo Ius scholae, la legge che porterebbe a riconoscere la cittadinanza a un milione di ragazzi under 18 nati in Italia o arrivati prima dei 12 anni.

 

Ad aggravare il quadro c’è il fatto che, mentre diventano sempre di meno, i giovani scontano le solite fragilità italiane sul fronte della formazione (l’Italia è prima in Ue per dispersione scolastica e per quota di ragazzi e giovani adulti che non studiano né lavorano, penultima per percentuale di under 35 laureati), dei servizi per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro (secondo l’Inapp ancora oggi solo il 4% di chi trova un posto lo fa grazie ai Centri per l’impiego), delle politiche abitative e di quelle per la conciliazione. E subiscono le distorsioni di un mercato che invece di valorizzarli offre salari da fame o comunque insufficienti – anche nel settore pubblico – per consentire l’uscita dalla famiglia di origine e la costruzione della propria. “Il degiovanimento è la combinazione tra il calo quantitativo e questo indebolimento qualitativo. Depotenzia l’energia principale che un Paese può mettere in campo per alimentare ogni processo di crescita. Questa sfida non è stata capita: siamo in un momento di snodo cruciale“.

 

Nell’ultimo decennio, tra grande recessione e impatto della pandemia, la natalità è crollata e l’immigrazione si è ridotta accelerando il declino demografico. Ora siamo a un bivio: di qui al 2024, spiega l’autore di Non è un paese per giovani (Marsilio) e Crisi demografica (Vita e pensiero), si vedrà se il Paese è in grado di innescare “un circolo virtuoso in cui la ricchezza prodotta dai giovani, dall’aumento dell’occupazione femminile e da un’immigrazione accompagnata dalla necessaria integrazione può essere reinvestita nel welfare e alimentare un miglioramento del benessere della società oppure finirà in un circolo vizioso, con sempre meno persone che creano ricchezza, meno risorse per il welfare che dovranno essere utilizzare sempre di più per gli anziani a scapito di formazione, ricerca e politiche attive, un debito pubblico che diventa insostenibile, nuove generazioni sempre più tentate dall’andare all’estero, natalità in ulteriore calo. A quel punto nemmeno un forte aumento dell’immigrazione, che comunque va programmato in anticipo con una visione di medio-lungo termine, sarebbe sufficiente per compensare il crollo della popolazione in età attiva”. Tanto più che i migranti, soprattutto quelli con alte qualifiche, si spostano nei Paesi attrattivi. Non certo in quelli declinanti, a bassa occupazione, senza sostegni per le famiglie.

 

Attuare il Recovery plan, che tra le tre priorità trasversali indica le “pari opportunità generazionali (accanto a quelle di genere), secondo Rosina non è sufficiente per imboccare il sentiero virtuoso. “Lì ci sono politiche per l’occupazione giovanile e femminile, ma non si è capito che vanno inserite in un‘ottica di sistema: per rafforzare i percorsi lavorativi serve una formazione adeguata, servono politiche abitativesostegno alla natalità, servizi che consentano di conciliare vita e lavoro”, spiega Rosina. “E poi non basta trovare “un posto”: devono essere posti che valorizzano le competenze e abilitano scelte di vita”. Tradotto: il lavoro deve consentire a chi lo vuole di potere metter su famiglia. “La questione del salario va messa al centro. Vanno sperimentate politiche che consentano di arrivare a una situazione in cui chi entra nel mercato del lavoro mano a mano si stabilizza e può continuare su una continuità di reddito”. Non come gli attuali incentivi alle assunzioni che finiscono per premiare chi crea posti precari. “In Italia manca l’abitudine a valutare l’impatto delle misure. La vera sfida del Pnrr è questa: non bastano risorse e progetti, bisogna verificare che abbiano un impatto e siano davvero trasformative, cioè mettano le persone in condizione di fare scelte che altrimenti non avrebbero fatto”.

 

Per ora i segnali sono pessimi: vincitori di concorsi pubblici che rifiutano il posto perché a quello stipendio trasferirsi al Nord non conviene, lavoratori (giovani e meno giovani) che giustamente dicono no ad offerte di lavoro da pochi euro all’ora. “Potenzialmente abbiamo a disposizione grandissime risorse, ma se i giovani non vedranno a breve concrete ricadute positive non sarà più possibile recuperare la loro fiducia. Il momento per riqualificare e inserire i giovani Neet e per dare una prospettiva ai ragazzi già formati, evitando che vadano a cercare opportunità altrove, è questo, quello in cui il sistema Paese si riprende dalla pandemia e le aziende cercano personale. Sarebbe servita una campagna del governo per spiegare alle nuove generazioni che cosa aspettarsi dal Piano e in che tempi, per dire che il Paese vuol investire su di loro. Questo messaggio non è arrivato”. Siamo ancora in tempo? “Non aspettiamo che diventi qualcosa di opportunistico in vista delle prossime elezioni. Va fatto adesso”.

 

EDITORIALI E COMMENTI      

 

03/07/2022

Aldo di Benedetto

Santa Fiora

 

Mi convinco sempre più che la nostra coscienza non forma, non plasma assolutamente il nostro "essere sociale", semmai il contrario, la realtà sociale esistente forma e plasma la nostra coscienza.

 

"A Napoli, una ragazza di 22 anni ha rifiutato la proposta di un negoziante che voleva assumerla per 10 ore al giorno/tutta la settimana, pagandola 280 euro al mese; molti commentatori politici soprattutto di centrodestra sostengono che la colpa è del reddito di cittadinanza e bisognerebbe abolirlo".

 

Fosse solo la destra politica a propagandare la fine del Reddito di Cittadinanza, non mi preoccuperei tanto, rientra nei termini; purtroppo vedo anche molta gente comune essere ostile a questa misura. Constato un vero "odio" dentro di loro, gente comune, contro "tutti" i percettori di questo ristoro redistributivo; vedo in loro una volontà di lotta fratricida contro il prossimo, che è simile a loro, ma l'altro è colpevole di "rubare", se non peggio; li vedo entrare in netta competizione, quasi il "furto" sembra fatto direttamente nella loro di casa; ma la cosa più inquietante è che ormai, mentalmente e culturalmente, concepiscono il mondo diviso in due classi, che non sono borghesia e proletariato, a noi care, ma in buoni e cattivi, ladri e onesti, furbi e innocenti, lavativi e lavoratori, oligarchi o onesti imprenditori.

 

Poi: russo - ucraino, emigrati del sud puzzolenti - emigrati del nord poveri diavoli da guerra altrui; ricco - povero, democratico - autoritario, Putin male - NATO bene.

 

Tutta questa linfa malefica, tutta questa riduzione dell'esistente ad un semplice bipolarismo sociale, non c'era negli anni settanta/ottanta nell'animo della stragrande maggioranza degli individui. In quegli anni una misura come il RDC, che ricordiamo essere presente e ben funzionante in tutta Europa, sarebbe stata incassata dal "popolo" come una vittoria progressista, una vittoria civile come fu per il divorzio o l'aborto, per essere padroni (le donne) del proprio corpo e destino, secondo coscienza propria, contro una volontà coercitiva imposta da una "cultura" esterna: religiosa, fascista, conservatrice o semplicemente, espressione di una "falsa democrazia".

 

Morale della storia, siamo in guerra, contro chi l'ha deciso il mondo, anzi no, Putin. Sembrerebbe.

 

Il male necessario, ricercato, il "cattivone" di turno che giustifica e ci accomuna tutti dentro una bagarre planetaria, perché di questo si tratta in sostanza. Ma soprattutto in guerra contro noi stessi. "Nell’arco di tre mesi le bollette di gas e luce sono raddoppiate mentre la benzina ha superato i due euro al litro; i produttori e le catene multinazionali, sia per la guerra che per la speculazione, hanno triplicato i loro profitti; ma chi governa si guarda bene da imporre il blocco dei prezzi: dal 1° luglio sono previsti nuovi aumenti + 17% luce ,+ 27% gas !". " Il valore reale dei salari è minore del 15% rispetto al 1990; la maggioranza dei salari non supera 1.300 euro mensili ma hanno rinnovato il contratto della sanità con un incremento di 90 euro lordi al mese diluiti in tre anni (circa 20 euro di incremento al mese netti ogni anno per tre anni)". Che dire: proprio un bel "grazie" da parte delle "oligarchie nostrane", pubbliche e private, al corpo sanitario "pubblico"; non certamente adeguato alle ridondanti gratificazioni verbali ed encomi spesi a piene mani durante i peggiori momenti del periodo Covid19 da questo "insanabile" apparato statale che ci ritroviamo. "Il valore reale delle pensioni è ridotto del 20% rispetto al 1990; il 50% dei pensionati hanno una pensione inferiore ai 1.000 euro al mese di cui il 15% inferiore a 500 euro mensili". "La scuola è ridotta in uno stato penoso con l’80% degli edifici fuori legge rispetto al Testo Unico sulla sicurezza; gli studenti sono obbligati ad accettare un tipo di scuola che prevede ‘l'alternanza scuolalavoro’, ovvero lo sfruttamento del lavoro senza retribuzione (di recente due ragazzi sono morti mentre erano in ‘stage’; altri in galera per aver protestato)".

 

"I giovani sono costretti alla precarietà con paghe di fame: se mai andranno in pensione oltre i 67 anni, avranno un assegno inferiore al 40% del salario; il 90% delle assunzioni sono a ‘lavoro saltuario (a chiamata, somministrazione,...)’ a causa delle ben 45 forme di lavoro precario, flessibile, instabile; oggi il 50% di chi ha un lavoro è precario; inoltre Renzi nel 2014 ha abolito l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (giusta causa per i licenziamenti) che nessun partito intende più ripristinare". "A causa di un tipo di sviluppo tutto fondato sulla centralità del profitto i lavoratori devono lavorare senza prevenzione, senza formazione, senza condizioni di sicurezza con un aumento dei morti sul lavoro che è passato dai 1.000 nel 2019 ai 1.400 nel 2021. 

 

I padroni cercano di ridurre tutti i costi del lavoro, senza fare investimenti di prevenzione sugli impianti e spesso per incrementare la produzione tolgono anche i dispositivi di sicurezza esistenti; in Italia ci sono circa 800 contratti pirata: non essendoci una legge sulla rappresentanza dei lavoratori, le aziende fanno accordi e contratti con sindacati di comodo che accettano salari e normative capestro; scarsamente retribuiti". "Nella sanità pubblica le ‘liste di attesa per visita specialistica’ sono anche a un anno; mentre i pronto soccorso sono implosi diventando bolge a causa dei tagli avvenuti negli ultimi 30 anni (circa 47 miliardi); l’Italia inoltre ha il triste primato di morti per Covid con 170.000 deceduti".

 

Non solo in Italia, ma guarda bene anche in Russia alla caduta dell'URSS, nei primi anni 90 i beni pubblici e le aziende di Stato sono state svendute e privatizzate: i cittadini pagano di più i servizi con qualità inferiore. “L’1% più ricco della popolazione italiana detiene il 24% della ricchezza nazionale; il 10% ha il 55% mentre lo strato più povero (il 20%) detiene solo lo 0,50%; Il 57% degli italiani dichiara un reddito inferiore a 20.000 euro l’anno; 500.000 persone guadagnano tra i 100.000 e i 300.000 euro l’anno; 1,5 milioni, ha un patrimonio immobiliare e finanziario che varia da un minimo di un milione a un massimo di 5 milioni di euro: costoro sono agevolati nelle imposte, a fronte di un'evasione fiscale di 1.000 miliardi e di 7.000 miliardi esportati nei paradisi fiscali esteri".

 

"A partire dagli inizi degli anni 90 abbiamo assistito a un martellamento ideologico che ha messo in discussione diritti, salari, normative, stato sociale, privatizzando tutto il patrimonio pubblico dello Stato attraverso cosiddette 'riforme'. Oggi ci si lamenta perché a votare va meno del 50%, ma gran parte della popolazione meno abbiente pensa che con il voto non si cambierà niente e che invece bisogna lottare per rovesciare tutto e riappropriarsi dei beni comuni e del territorio/ambiente sottratto alla devastazione, della giustizia climatica e dell'alimentazione genuina, dei diritti sociali e della ‘scala mobile’, per ridurre l’orario di lavoro a parità di salario e il salario minimo orario/mensile, per abolire la legge Fornero e andare in pensione a 60 anni e con minimo l’80% dell'ex salario, per abolire il ‘l'anarchia del libero mercato’ e spostare ricchezze dai ricchi ai poveri e subordinati, impedendo così le guerre e la distruzione dell'ecosistema".

 

Purtroppo per fare tutto questo necessita avere non solo la coscienza, occorre la volontà della stragrande maggioranza degli individui, per produrre socialmente, politicamente, economicamente una nuova o rinnovata "coscienza sociale" su basi concrete e culturalmente egemoniche. Altrimenti restiamo sulla arida strada che ci indica l'attuale cultura dominante, a decidere semplicemente come schierarsi sul controproducente dilemma di cosa ci viene presentato di volta in volta come buono o cattivo, come se la storia del mondo non fosse mai progredita oltre questa soglia.

POLITICA ESTERA 

 

03/07/2022

da il Manifesto

Chiara Cruciati

 

MEMORANDUM ATLANTICO. Nella lista dei desiderata turchi per Svezia e Finlandia ci sono curdi, turchi, scrittori, giornalisti di sinistra e islamisti. Un candidato al Nobel e anche un morto. Ma tanto c'è Di Maio che li rassicura: «Nessuna ripercussione». E Guerini distingue tra «curdi buoni» e «curdi cattivi» . Ecco presntata presentata la  " black list della Rurchia "

 

Sono giorni gloriosi per la stampa filo-governativa turca. C’è di che sbizzarrirsi con i 73 nomi nella lista dei desiderata di Ankara. Ma i numeri variano, pare che la Turchia abbia richiesto 33 estradizioni alla Svezia e 12 alla Finlandia.

 

E se di numeri (e tanto meno di nomi) non c’è traccia nel memorandum siglato al summit della Nato a Madrid lo scorso martedì da Stoccolma, Helsinki e Ankara, sotto lo sguardo compiaciuto del segretario generale Stoltenberg, sui media turchi qualche nome circola. E circola anche negli ambienti della dissidenza turca all’estero.

 

CI SONO CURDI TURCHI, turchi turchi, giornalisti, intellettuali di sinistra, islamisti, un candidato al Nobel per la Pace e anche un morto. Un po’ di tutto nell’ampio arco dei nemici del presidente Erdogan.

 

Sui media turchi sono tutti bollati in due modi, due maxi etichette che annullano differenze e appartenenze: membri del Pkk, il Partito curdo dei Lavoratori, e membri di Feto, la rete islamista dell’imam Fethullah Gulen, che da ex alleato di ferro dell’Akp ne è diventato uno dei principali spauracchi.

 

Il nome più noto è Ragip Zarakolu. Nato nel 1948 a metà tra la comunità greca e quella armena di Istanbul, è tra i più noti scrittori ed editori del paese. Nel 1977 ha fondato la Belge Publishing House, da allora la censura è stata un martello pneumatico: pubblicava libri di ex prigionieri politici, sulla questione armena, quella curda.

 

Nel 1979 ha fondato il quotidiano Demokrat, messo al bando nel 1980 con l’altro golpe. Ha iniziato a entrare e uscire dal carcere molto prima che Abdullah Ocalan fondasse il Pkk: la prima volta nel 1971 per cinque mesi, dopo il golpe.

 

Da allora condanne, divieti di espatrio e confische dei suoi libri. Dal 2013 è esule in Svezia, di cui è ormai cittadino: l’ultimo processo in Turchia risale al 2011, con l’accusa di appartenenza al Pkk e di partecipazione nel 2009 a un’assemblea del Bdp, sinistra pro-curda progenitrice dell’Hdp. Conti congelati e mandato d’arresto dell’Interpol.

 

Il 3 giugno scorso sul manifesto spiegava il tentativo di estradare la deputata curda svedese Kakabaveh: «La Turchia, anche al di fuori dei suoi confini, è contro la rivendicazione dei diritti dei curdi»

 

IN LISTA CI SAREBBE anche il poeta curdo Mehmet Sirac Bilgin. La sua biografia spiega bene perché il governo turco lo brami: i suoi guai sono iniziati all’università, ad Ankara, fu espulso da Medicina per le sue attività politiche (all’epoca legate ai Barzani, clan autoritario e filo-turco che da decenni governa il Kurdistan iracheno ma che negli anni Sessanta era l’anima della ribellione curda in Iraq).

 

In Turchia è stato arrestato dopo i golpe del 1971 e del 1980. Ha cercato rifugio in Svezia dove ha continuato a scrivere sul quotidiano filo-curdo Özgür Gündem, considerato da Ankara penna del Pkk tanto da essere chiuso innumerevoli volte, l’ultima nel 2016, decine i giornalisti incarcerati. Insomma la biografia c’è. Peccato che Mehmed Sirac Bilgin sia morto nel 2015 a 71 anni.

 

Sono vivi e sono giornalisti Bülent Kenes e Levent Kenez. Per loro l’accusa è diversa: niente Pkk, per il governo sono gulenisti. Entrambi continuano a lavorare in Svezia dopo esperienze in quotidiani islamisti più o meno governativi in Turchia.

 

Il primo, Kenes, era direttore di Today’s Zaman, sito di informazione in lingua inglese considerato dal governo vicino a Gulen e per questo prima commissariato dall’esecutivo e poi chiuso con decreto presidenziale dopo il golpe del 2016 e l’ovvio giro di vite dei giornalisti. Tra loro Kenes.

 

Sul secondo, Kenez, editorialista su Zaman, pesa l’accusa di appartenenza a organizzazione terroristica armata. In Svezia lavora per Nordic Monitor.

 

In lista c’è anche Harun Tokak, classe 1955, scrittore e giornalista turco per l’islamista Yeni Safak. Ha lavorato anche per il governo, consulente del ministero dell’educazione e del primo ministro. Ora è ricercato per terrorismo: «gulenista».

 

DALLA PARTE OPPOSTA della barricata sta Hamza Yalçın, segnalato come membro del partito marxista leninista turco THKP-C. Scrittore e giornalista, per due volte prigioniero politico, è diventato cittadino svedese nel 2007 dopo 20 anni di asilo politico nel paese. Eppure, dieci anni dopo, è stato arrestato a Barcellona su segnalazione turca all’Interpol: due mesi dentro con l’accusa di terrorismo, poi il rilascio.

 

Tra gli ex amici in black list c’è Murat Cetiner. Esperto di cyber security, ha lavorato con l’Onu, l’Osce, la stessa polizia turca. Poi è finito nel mirino anti-gulenista ed è fuggito. Oggi lavora per Nordic Minitor che tre anni fa ha scovato documenti che mostravano le attività di spionaggio e intimidazione dei servizi turchi in terra svedese a scapito di giornalisti e dissidenti. Tra loro Cetiner.

 

Asilo svedese anche per Mehmet Demir, ex co-sindaco di Batman per l’Hdp fino alla sua rimozione, uno delle decine di amministratori arrestati nel Kurdistan turco con l’accusa di legami con il Pkk. Demir è stato catturato il 23 marzo 2020 in una retata di massa contro il partito di sinistra.

 

A RASSICURARE gli estradabili è il ministro degli esteri italiano Di Maio: ieri si diceva certo che il memorandum atlantico non avrà «ripercussioni sul popolo curdo».

 

Quello della difesa Guerini garantiva due giorni fa che la posizione italiana sui curdi non cambia: un conto è il Pkk, ha detto, he quello sì che è terrorista, un conto chi combatte l’Isis. Grande è la confusione sotto il cielo di Roma.

ECONOMIA E FINANZA

 

02/07/2022

da il Manifesto

Luigi Pandolfi

 

L'ANALISI. Inflazione mai così alta dal 1986. E subito il pensiero va agli anni ’70, anni delle crisi petrolifere, della stagflazione e, per l’appunto, dell’inflazione. Le analogie con quel periodo ci […]

Inflazione mai così alta dal 1986. E subito il pensiero va agli anni ’70, anni delle crisi petrolifere, della stagflazione e, per l’appunto, dell’inflazione.

Le analogie con quel periodo ci sono, ma tante sono anche le differenze.

 

Il caso italiano. Non c’è dubbio che il nostro Paese in quegli anni subì più di altri l’aumento del prezzo dei beni energetici. Ma, a differenza di oggi, in Italia come negli Usa, con l’inflazione crescevano anche i salari.

 

Infatti, la «spirale prezzi-salari» finì ben presto sul banco degli imputati, aprendo la strada alla stretta monetaria delle banche centrali. Combattere l’inflazione chiudendo i rubinetti del credito e della spesa pubblica, che poi un po’ di recessione farà crescere il numero dei disoccupati e diminuire il costo del lavoro (utilità dell’«esercito industriale di riserva»). Successe, oltreoceano e in Europa, e l’inflazione piano piano, sebbene con costi sociali elevati, fu addomesticata.

 

Oggi è diverso. Come allora c’entrano i beni energetici (Brent da 99 dollari a barile il 21 febbraio a 112 dollari; gas, in Europa, da 72 a 144 euro per MWH), ma la stagflazione va a braccetto con disoccupazione e salari fermi da trent’anni.

 

Gli ultimi dati dell’Istat, stando sempre al nostro Paese, dicono che il tasso di disoccupazione scende solo perché aumentano quelli che il lavoro non lo cercano più, mentre l’unico lavoro che cresce è quello precario e sottopagato.

 

L’inflazione da costi, insomma, non si accompagna ad un eccesso di domanda. Tutt’altro. Ne è prova la differenza tra il dato aggregato relativo all’aumento dei prezzi e la cosiddetta inflazione «core» o «di fondo» (3,7% a giugno), quella calcolata tenendo fuori i beni soggetti a maggiore fluttuazione dei prezzi, come per l’appunto gli energetici e gli alimentari freschi.

 

Si tratta di una distinzione importante, che non depone a favore di scelte contenitive da parte della Banca centrale europea. Agli inizi di giugno Christine Lagarde ha annunciato che nella riunione del prossimo 21 luglio, il Consiglio direttivo della Bce, dopo undici anni, aumenterà i tassi di interesse di riferimento della politica monetaria (+0,25%), e che un altro aumento ci sarà a settembre.

 

L’obiettivo è quello di influenzare le decisioni di spesa di famiglie e imprese. Con un costo del denaro più alto, le famiglie chiederanno meno prestiti per finanziare l’acquisto di case ed altri beni durevoli, le imprese a loro volta ridurranno gli investimenti, l’economia girerà di meno e i prezzi scenderanno.

 

Non solo. Da ieri, 1 luglio, le banche centrali nazionali hanno smesso di acquistare titoli di stato sul mercato secondario (dalle banche), limitandosi a riacquistare soltanto quelli in scadenza che hanno già in portafoglio.

 

Un raffreddamento della politica monetaria che potrebbe avere effetti poco piacevoli su un’economia europea che balla pericolosamente sul crinale tra stagnazione e recessione. E su quella italiana in particolare, sia per il quadro macroeconomico sommariamente descritto più sopra, sia per il nostro elevato debito pubblico (spread già a 200 punti base).

 

Alzare i tassi e rimodulare la politica di «sostanziale monetizzazione» dei debiti sovrani in questo momento, in altre parole, finisce solo per deprimere l’economia, senza conseguire risultati apprezzabili dal lato dell’inflazione.

 

Con un rischio ancora più mostruoso per i ceti popolari: il costo delle utenze, del carburante, dei beni di prima necessità rimangono alti, mentre crollano livelli occupazionali e redditi.

 

L’alternativa? Se il problema principale è il prezzo dei beni energetici, è lì che bisogna innanzitutto intervenire. Al di là della guerra, il prezzo del gas lo fa anche la speculazione? In questo caso, è una buona idea la fissazione di un tetto al prezzo del gas. A dispetto degli appetiti degli speculatori del TTF (Title Transfer Facility) di Amsterdam, sopra una certa soglia non si compra più. Punto.

 

L’Olanda non è d’accordo? L’Italia fa da sé, come stanno provando a fare Portogallo e Spagna.

 

Il tetto può essere applicato alla negoziazione di titoli che si scambiano sulle relativa piazze finanziari, ovvero al prezzo in bolletta, ovvero ancora al prezzo dell’elettricità all’ingrosso. In tutti i casi l’obiettivo sarebbe quello di sgonfiare la bolla dei beni energetici per raffreddare a cascata i prezzi di altri beni.

 

E siccome non siamo l’America, dove la piena occupazione traina i consumi, tali misure sarebbero perfettamente compatibili con una politica sociale di lotta alla disoccupazione, ai bassi salari, alla precarietà, alla povertà che cresce.

Pagine