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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

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10/03/2021

da Il Manifesto

Adriana Pollice

 

I tecnici ribadiscono quanto espresso già a gennaio. Zone rosse automatiche superati i 250 casi su 100mila abitanti, restrizioni nel week-end in tutta Italia. E servono dati aggiornati

 

È stato convocato dal governo in grande fretta lunedì sera, ieri mattina il Comitato tecnico scientifico si è riunito per dare il pare all’esecutivo sulle misure da adottare per mitigare la diffusione del contagio. La maggior parte dei suggerimenti – hanno fatto trapelate gli esperti – sono stati più volte proposti da gennaio fino a sabato scorso, ma sempre inascoltati. No a un lockdown nazionale, hanno ripetuto, ma zona rossa automatica appena si supera la soglia dei 250 casi su 100 mila abitanti in 7 giorni e fine settimana rossi in tutta Italia, come durante le vacanze di Natale. Questi i principali suggerimenti forniti dal Cts.

 

CONFERMATO quindi il sistema a fasce di colore ma, causa varianti, tutte le regole in ogni zona vanno inasprite, i movimenti limitati anche in zona gialla. Per i tecnici è particolarmente importante adottare il rosso automatico quando si supera la soglia dei 250 casi: una zona, però, rafforzata sul modello Codogno, con misure stringenti e il controllo sulla loro applicazione. Il passaggio deve avvenire in base a un meccanismo rigido e non a discrezione dei governatori, come prevede ora il dpcm per il livello locale. La proposta era già stata avanzata dall’Istituto superiore di Sanità e condivisa dal Cts nella riunione dell’8 gennaio ma era stata respinta dalla regioni.

 

Abbassare la curva per allentare la pressione sugli ospedale, consentire la campagna vaccinale e riprendere il contact tracing, possibile solo se si scende a 50 casi per 100mila abitanti in 7 giorni. Inoltre, come era già indicato nel verbale di venerdì scorso, è necessaria una «tempestiva conclusione della revisione degli indicatori epidemiologici di monitoraggio» per avere dati aggiornati in base ai quali agire rapidamente a livello nazionale e locale. Infine va estesa la vaccinazione e potenziato il sequenziamento delle varianti. Consegnate le raccomandazioni, si attende adesso la Cabina di regia per decidere sulla loro applicazione, che potrebbe scattare già dal prossimo week end.

 

MATTEO SALVINI, a riunione in corso, già commentava: «È doveroso il ritorno alla vita dove si può. No a interventi in modo generico, ma in modo chirurgico. Un lockdown nazionale sarebbe punitivo». E così sono ricominciati i distinguo in una parte della maggioranza, che hanno bloccato le misure più rigide nel dpcm entrato in vigore sabato scorso. Il governatore della Liguria, Giovanni Toti: «Totalmente contrario all’ipotesi di una chiusura generalizzata». E il collega veneto Luca Zaia: «Di certo il Cts in questa fase non scrive provvedimenti per il Veneto. La prevenzione non ci ha segnalato situazioni che richiedano la necessità di istituire micro zone rosse».

 

SONO STATI 19.749 i nuovi casi di Coronavirus registrati ieri in Italia su 345.336 test. Il tasso di positività è sceso al 5,7%. Le vittime sono state 376. Cresce ancora la pressione sugli ospedali: i ricoverati con sintomi sono 22.393, con un incremento di 562 unità rispetto a lunedì; i pazienti in terapia intensiva 2.756, più 56. In isolamento domiciliare ci sono 453.734 persone. La regione con il maggior numero di nuovi casi è stata la Lombardia (4.086) seguita da Campania (2.709), Emilia Romagna (2.429), Piemonte (2.018) e Veneto (1.608). Napoli con 1.424 contagi è stata la prima provincia ieri per nuovi positivi, quindi Torino (1.059), Milano (1.056) e Bologna (923).

 

IL PRESIDENTE MATTARELLA ieri mattina si è vaccinato allo Spallanzani di Roma. La campagna di immunizzazione è l’altro focus del governo Draghi. Ieri è stato ascoltato in commissione Igiene al Senato Giovanni Rezza, direttore della prevenzione del ministero della Salute: «Abbiamo messo a punto un modello matematico per capire quando potremo tornare a una pseudo-normalità – ha spiegato -. Vaccinando 240mila persone al giorno riusciremo in 7-13 mesi a tornare alla normalità». E sul piano per le somministrazioni: «Bisogna essere flessibili, contiamo di andare in conferenza Stato – Regioni domani con le nuove raccomandazioni. Tra i gruppi a cui dare priorità ci sono i caregiver, una categoria ampia che va definita. I genitori di bambini immunodepressi dovranno avere priorità così come le comunità, per esempio carceri, malati mentali, portatori di handicap».

 

IL MONITORAGGIO settimanale, venerdì, potrebbe sancire un nuovo peggioramento della situazione con la maggior parte delle regioni in arancione e rosso. In giallo potrebbero rimanere Sicilia, Valle d’Aosta e Liguria con la Sardegna in bianco. L’Emilia Romagna ha deciso la sospensione dei ricoveri programmati procrastinabili in tutta la regione. In Alto Adige prolungato il lockdown fino al 22 marzo, è il terzo da inizio pandemia.

 

L’8 marzo, giornata internazionale delle donne, costituisce un appuntamento che quest'anno, per le donne di tutto il mondo, è segnato dalla pandemia di Covid-19. Per le donne italiane si presenta anche con la novità di un nuovo Governo appena insediato.

 

Di fronte a noi troviamo gli storici problemi che, di anno in anno, hanno segnato la vita delle donne e dunque le lotte dell’UDI, e quelli inediti, o il modo inedito in cui si sono presentati, che abbiamo imparato ad affrontare in questo ultimo, difficile anno. Tra questi non ci può non preoccupare la frattura sociale tra persone garantite e meno garantite, ma ancora di più tra generazioni.

 

Sul fronte dell'occupazione femminile siamo preoccupate vedendo l'aggravarsi di una situazione, che già si presentava in Italia ben poco positiva. In quest'ultimo anno sono peggiorate le condizioni lavoratrici e lavoratori di qualunque tipologia e categoria.

Siamo tutti e tutte nello stesso mare in burrasca, ma le barche con cui lo affrontiamo non sono le stesse. Il divario occupazionale per le donne, si è ulteriormente aggravato: le donne occupate sono meno del 50% ed il divario tra uomini e donne occupati rimane uno dei più alti d'Europa.

 

Molte lavoratrici dipendenti, sia pubbliche che private, ma anche le professioniste, si sono improvvisamente dovute cimentare in emergenza con la nuova organizzazione del lavoro costituita dallo smart-working.

Molte lavoratrici sono passate, da un'occupazione, ad un lunghissimo periodo di cassa integrazione con riduzioni consistenti dei salari e spesso con ritardi nell’erogazione, mentre per molte non c'è nemmeno la certezza di poter tornare al lavoro.

 

Il confinamento dovuto alla pandemia ha messo in evidenza il valore sociale del lavoro di cura, spesso svolto dalle donne, ma ha anche messo drammaticamente in luce la scarsa condivisione del lavoro domestico e le carenze dei sistemi di welfare.

In tutto questo ultimo anno con più chiarezza si è constatato quello che tante volte abbiamo denunciato: l'assenza o la grave carenza di una medicina territoriale preventiva. La stessa difficoltà di far avanzare rapidamente il piano di vaccinazione si scontra con queste carenze.

 

La violenza degli uomini contro le donne ed i femminicidi, ma anche la violenza contro bambine e bambini, ha subito una recrudescenza tale che non può non preoccuparci.

 

Si sono aggravati gli attacchi all'autodeterminazione delle donne con lo scopo di impedire l'applicazione della legge 194. L’attacco all’aborto farmacologico, aggrava, in piena pandemia, le difficoltà delle donne nel far valere i loro diritti.

Di fronte a tutto questo e non solo a questo, la nostra iniziativa politica si deve rafforzare e, nonostante il periodo ancora molto difficile, trovare un nuovo slancio.

 

Non abbiamo più bisogno di politiche "creative", ma di interventi strutturali ed organizzati.

Di fronte ai fondi previsti del Recovery fund (il Next Generetion EU) non vogliamo che si inseriscano solo misure specifiche per le donne, ma chiediamo che di tutto il Piano, per ogni intervento, sia fatta una valutazione ex ante, in itinere e post in ogni suo asse, ambiti di sviluppo e progetti, in merito a come e quanto gli investimenti incidano sulla vita reale, sul lavoro, sullo sviluppo sociale per donne e uomini.

 

Le prime proposte in ordine ai problemi occupazionali delle donne non ci tranquillizzano. Ci sembrano ancora una volta una serie di misure (per ora solo annunciate) frammentate e a volte chiaramente da rigettare: quale la gender tax che prevedrebbe di detassare il reddito del secondo coniuge assunto. Per il resto siamo ai soliti annunci.

 

Centrale nel progetto di rinascita vogliamo oltre il lavoro, la piena autodeterminazione nella maternità e più welfare: nidi e scuole per l’infanzia in quantità adeguata da nord a sud, investimenti necessari per superare i bassi tassi di natalità nel Paese.

 

Teniamo ferme le parole d’ordine di questo 8 marzo, donne, memoria e futuro, non stancandoci di difendere i diritti che ci siamo conquistate, e, nello stesso tempo pretendendo che questi diritti e la nostra cittadinanza nel mondo non siano costantemente minacciati. 

 

OTTO MARZO duemila21 

04.03.2021

da Il Manifesto

Adriana Pollice

 

La Lombardia, l'Emilia Romagna e la Campania verso la stretta. Il premier Mario Draghi alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen: «Necessario accelerare sui vaccini»

 

L’Italia è fra i cinque paesi al mondo che, la scorsa settimana, hanno registrato il maggior numero di nuovi casi di Coronavirus, come indica il report dell’Organizzazione mondiale della sanità. La classifica si apre con Stati uniti (472.904 nuovi casi, meno 2% rispetto alla settimana precedente) quindi Brasile (373.954 nuovi casi, più 18%), Francia (149.959 nuovi casi, più 14%), Italia (112.029 nuovi casi, più 32%) e India (105.080 nuovi casi, più 21%). Ieri gli italiani a cui è stato diagnosticato il Covid sono stati 20.884 su 358.884 test. Il tasso di positività è salito al 5,9%. In aumento il numero dei deceduti, 347. Crescono i pazienti in terapia intensiva: più 84 per un totale di 2.411. I ricoveri ordinari sono aumentati di 193 per un totale di 19.763; 415.247 le persone in isolamento domiciliare. La regione con il maggior numero di nuovi casi è stata la Lombardia (4.590) seguita da Campania (2.635), Emilia Romagna (2.456), Piemonte (1.537) e Lazio (1.520).

 

IL REPORT AGENAS indica che sono passate da 8 a 9 le regioni sulla soglia critica del 30% e oltre, riguardo ai posti letto in terapia intensiva occupati dai malati di Covid: Umbria (56%), Molise (49%), provincia di Trento (47%), Abruzzo (40%), Friuli Venezia Giulia (35%), Marche (32%), Emilia Romagna (31%), Lombardia (31%), provincia di Bolzano (31%) e Toscana (30%). Per quanto riguarda i reparti di area non critica, superano o raggiungono la soglia critica del 40%: Abruzzo (43%), Marche (49%), Molise (44%), Bolzano (40%), Umbria (52%).

 

La variante inglese è ormai prevalente in Italia (il 18 febbraio già pesava per il 54% dei casi) con una capacità di trasmissione dal 43 al 90% maggiore, così i dati del contagio peggiorano rapidamente. Ieri l’Asl Toscana centro spiegava: «Sono 14 i pazienti in terapia intensiva positivi al Covi19 trasferiti dalla regione Molise e dall’Umbria negli ospedali di Grosseto, Roma, Foggia, Bisceglie e Cesena». Ieri il premier Mario Draghi ha chiamato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen per ribadire l’obiettivo prioritario di accelerare nella risposta al Covid-19, soprattutto sul fronte vaccini.

 

MODENA E BOLOGNA da oggi sono zona rossa, Reggio Emilia in arancione scuro: misure decise dal governatore Stefano Bonaccini in accordo con i sindaci. «Il contagio è partito molto più veloce a causa delle varianti – ha spiegato -. Senza un’accelerazione nella risposta rischiamo di essere travolti». Domani la Cabina di regia nazionale potrebbe decidere di portare tutta l’Emilia Romagna in zona rossa da lunedì prossimo. «A Bologna e Modena – ha aggiunto Bonaccini – l’Rt è già sopra l’1,25, dobbiamo assolutamente preservare le strutture ospedaliere circoscrivendo il contagio».

 

A rischio fascia rossa ci sono anche Abruzzo (che ha già le province di Pescara e Chieti in lockdown), Lombardia e Campania. In Campania, in particolare, l’Rt è intorno all’1,4 ma preoccupa anche il numero dei sintomatici con gli ospedali che si stanno riempiendo di nuovo, come a novembre: ieri erano 137 i posti letto in terapia intensiva occupati in tutta la regione.

 

VICINA AL ROSSO anche la Toscana: i nuovi casi scoperti ieri sono stati 1.163, a preoccupare sono i nosocomi. Record di ricoverati a Siena: 101, di cui 17 in terapia intensiva e 14 con assistenza respiratoria tramite casco. L’ultima volta che l’ospedale senese aveva toccato quota 100 era stato il 23 novembre. Anche a Empoli e Prato in aumento i ricoveri. «Domani sapremo se la Toscana rimarrà in arancione, l’Rt ci fa ritenere questo – il commento del presidente Eugenio Giani -. In quel caso, però, dovremo capire dove limitare sia territorialmente sia nelle scuole».

 

IL VENETO rischia invece l’arancione: «C’è un aumento della diffusione del virus e siamo circondati da regioni in situazioni peggiori della nostra – ha spiegato il governatore Luca Zaia -. Il nostro Rt è 0,95-0,97 e non calerà». Potrebbero finire in arancione anche Calabria e Friuli Venezia Giulia con Lazio e Puglia sul limite. In Piemonte, ieri sera, è scattato il lockdown per 12 comuni della Valle Po e dell’Infernotto, nella provincia di Cuneo. Zona rossa per 14 paesi del torinese.

 

 

 

03.03.2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Draghi utilizza lo stesso strumento adottato da Conte per emanare le misure anti Covid, ma non si levano più voci di protesta: del resto molti dei critici di prima ora sono al governo

 

Per le strane alchimie figlie di questo governo, in conferenza stampa, a presentare il nuovo Dpcm firmato da Mario Draghi, c’era l’inimmaginabile coppia Gelmini-Speranza, roba che sembrava fantascienza fino a qualche settimana fa e che invece improvvisamente è diventata digeribilissima se non addirittura godibilissima per alcuni commentatori.

 

A proposito, vale anche la pena ricordare cosa si diceva circa l’utilizzo dello strumento del Dpcm da parte del governo precedente. Matteo Renzi una volta disse: «L’ultimo Dpcm è uno scandalo costituzionale. Non possiamo calpestare i diritti costituzionali. Trasformiamolo in decreto». Sui Dpcm protestavano Salvini, protestava proprio Gelmini e il centrodestra (per voce di Giorgia Meloni) diceva: «Il Parlamento non decide più nulla, ci sono quattro persone che si chiudono in una stanza e decidono del futuro di milioni di persone. E che decisioni poi… questo non è più tollerabile». Perfino la neo ministra Cartabia quando non era ministra ci andò giù dura: «La nostra Costituzione non contempla un diritto speciale per gli stati di emergenza ed anzi la nostra Repubblica ha attraversato varie situazioni di crisi, a partire dagli anni della lotta armata, senza mai sospendere l’ordine costituzionale». Sabino Cassese fu ancora più pesante: «Prima o poi anche la Consulta boccerà le misure anti Covid del governo Conte … allora si riconoscerà che i Dpcm e i decreti sono illegali».

 

Draghi utilizza lo stesso strumento ma non si levano voci di protesta, del resto molti dei critici di prima ora sono al governo quindi va bene così. E anche le misure restrittive indicate come “dittatura sanitaria” rimangono più o meno le stesse eppure questa volta tutti si sentono magnificamente liberi e soddisfatti. Magie della propaganda, evidentemente. Il fatto che il primo Dpcm di Draghi sia di fatto la prosecuzione dei Dpcm precedenti con in più una stretta sulla scuola non infiamma nessuno. Tutto bene.

 

In compenso molti commentatori hanno sottolineato come il presidente del Consiglio abbia deciso di non presenziare alla conferenza stampa facendo notare come questo atteggiamento indichi la rinuncia a personalismi. E infatti ieri c’erano Speranza e Gelmini. Ieri la ministra Gelmini ha parlato di scuola, lei proprio lei, quella che la scuola l’ha affossata a colpi di tagli ieri ha parlato alla nazione, impunita, inaspettata, di nuovo, nel 2021, di scuola. Ma non solo: la berlusconiana, con uno stile di cui faremmo anche volentieri a meno, ha trasformato la conferenza stampa in un piccolo comizietto politico (non ce la fanno a trattenersi, da quelle parti) continuando a rivendicare una presunta “discontinuità” (la parola magica per accarezzare i suoi elettori), spiegandoci che questa volta non si è arrivati all’ultimo momento ma che il Dpcm fosse già pronto da venerdì (quindi gli altri quattro giorni sono serviti ad apparecchiare la conferenza stampa, probabilmente) e soprattutto rivendicando una maggiore collaborazione con gli enti locali. Sarà per questo che l’Anci e alcune regioni hanno criticato il Dpcm un minuto dopo.

 

È il solito trucco di cambiare la lente per convincerci che sia cambiato il paesaggio. Bene così.

01/03/2021

da il Manifesto

Luca Tancredi Barone

 

L'iniziativa dei cittadini europei. 86 mila le firme già raccolte. Agnoletto: «Come voterà il governo al consiglio Trips?»

 

«Sono sommerso di messaggi di gente disperata, ultraottantenni che ricevono sms dalla Regione Lombardia in cui dicono loro che per ora non li vaccinano». È Vittorio Agnoletto a parlare, come presidente dell’Osservatorio Coronavirus, di Medicina Democratica.

 

LA PANDEMIA ha messo in evidenza l’urgenza di una battaglia che Agnoletto e molti altri combattono da anni: quella contro i brevetti che ostacolano l’accesso alle cure per tutti. A novembre un comitato internazionale di ricercatori e attivisti, di cui lo stesso Agnoletto è stato uno dei promotori, ha presentato una Iniziativa dei cittadini europei, o Ice, uno strumento istituzionale attraverso il quale è possibile proporre una modifica legislativa alla Commissione europea. Se entro il prossimo novembre si raggiunge il milione di firme, la Commissione è obbligata ad ascoltare i promotori e proporre una iniziativa legislativa in merito.

 

L’HANNO DENOMINATA «Right to cure», diritto alle cure, e chiede di «garantire che i diritti di proprietà intellettuale, compresi i brevetti, non ostacolino l’accessibilità o la disponibilità di qualsiasi futuro vaccino o trattamento contro la Covid-19», di «introdurre obblighi giuridici per i beneficiari di finanziamenti della Ue per quanto riguarda la condivisione di conoscenze in materia di tecnologie sanitarie, di proprietà intellettuale e/o di dati» e anche «per quanto riguarda la trasparenza dei finanziamenti pubblici e dei costi di produzione e clausole di trasparenza e di accessibilità insieme a licenze non esclusive».
Tutto questo prima che venissero alla luce gli accordi commerciali opachi siglati dalla Commissione con le principali aziende che oggi stanno fornendo i vaccini, peraltro senza rispettare gli impegni presi a cambio dei generosi pagamenti ricevuti quando le sperimentazioni non si erano ancora concluse.

 

PER ORA LE FIRME RACCOLTE sono 86.000 (l’Italia, che ha riunito 60 organizzazioni, tra cui tutte le forze sindacali, e associazioni come Emergency, Arci, Acli, e personalità come Strada, Garattini, Ciotti, Di Sisto o Petrella, da sola ne ha 23.000, seguita da Francia, Belgio e Spagna). Agnoletto annuncia due giornate di mobilitazione, l’11 marzo e il 7 aprile (giornata mondiale della salute). A marzo è prevista la discussione del consiglio Trips (gli accordi di proprietà intellettuale) dell’Organizzazione mondiale per il commercio (Omc) dell’iniziativa presentata da India e Sudafrica (attuale presidenza del consiglio Trips) di una moratoria sui brevetti per i farmaci e i vaccini Covid. 57 paesi dei 164 membri dell’Omc e 115 europarlamentari si sono detti favorevoli a questa moratoria.

 

IN UN DOCUMENTO DEL 24 FEBBRAIO, gli europarlamentari scrivono che «la Ue deve rafforzare la sua leadership e assicurare che promuove un sistema di solidarietà realmente multilaterale, sostenendo tutti i paesi in una risposta efficiente alla pandemia» perché «l’aperta opposizione della Ue alla moratoria Trips rischia di esacerbare una pericolosa divisione nord-sud quando si parla di accesso economico alle diagnosi di Covid-19, a dispositivi di protezione individuale, a cure e vaccini».
Come sottolinea India today, oggi come oggi il mondo avrebbe bisogno di 11 miliardi di vaccini per fermare l’epidemia in tutti i paesi. Ne sono disponibili solo 7 miliardi e mezzo. E mentre i paesi ricchi rappresentano solo il 16% della popolazione, si sono accaparrate il 60% delle dosi disponibili.

 

LO STESSO DIRETTORE GENERALE dell’Organizzazione mondiale della salute Tedros Adhanom Ghebreyesus ha detto venerdì che «è il momento di usare tutti gli strumenti a disposizione per poter aumentare la produzione, compreso il trasferimento di licenze e l’esenzione dei diritti di proprietà intellettuale. Ora o mai più», ha concluso. Sulla stessa linea il direttore generale dell’Onu Antonio Gutierres in un tweet questa settimana: «I vaccini devono essere un bene pubblico globale, accessibile ed economico per tutti».

 

Agnoletto si rivolge ai parlamentari della maggioranza: «Oltre alle belle parole e ai messaggi sui social, che cosa voterà il governo sulla moratoria nel consiglio Trips? Chi appoggerà la nostra Ice? Tutto questo non c’entra nulla con permettere ai giganti come Pfizer, AstraZeneca o Moderna di individuare aziende nazionali a cui delegare la produzione. Qui parliamo di costringere le aziende a socializzare le conoscenze. L’opinione pubblica oggi è a favore di questa iniziativa».

28/02/2021

Marco Revelli

Da il Manifesto

 

In tempi di crisi il tempo vola. In appena tredici giorni il «governo dei migliori» ha rivelato un’altra faccia, rovesciandosi nel proprio opposto: una kakistocrazia. Un «governo dei peggiori». In questo senso la fotografia inguardabile dell’accozzaglia di sottogovernisti che ieri hanno giurato potrebbe essere considerata come una «prova della verità». Una sorta di prova del nove – o meglio «dei 39» – di quanto fosse fallace, e infantile, il Te deum elevato da quasi tutti – opinion leader e leader senza opinione – al momento dell’elevazione al trono.

 

E di quanto sia malconcio, prostrato ed esangue – diciamolo pure: «senza speranza» – un Paese che si affidi a una tale soluzione con entusiasmo cieco. È la conferma dell’infausta diagnosi di chi fin da subito ha colto nella sua sindrome «bipolare» la patologia del nuovo governo, diviso tra caveau e pollaio: la cassaforte nelle mani dei fidati uomini di banca (ribattezzati per l’occasione «i migliori») e il resto ridotto a stia appollaiati sulla quale gli avatar delle diverse forze politiche ormai estenuate potessero starnazzare a piacere, impaludati nella propria mediocrità. Insomma, un pasticciaccio brutto, degno risultato del «gesto inconsulto» con cui Matteo Renzi il 13 gennaio ha dato inizio alla reazione a catena che ci ha portati fin qui.

 

È, d’altra parte, questa bipolarità, l’applicazione concreta del concetto di «pilota automatico» evocato dallo stesso Mario Draghi nel 2013 per tranquillizzare «i mercati» spaventati dai risultati di quelle elezioni: formula con cui frenò lo spread, è vero, ma inferse un colpo durissimo all’idea di democrazia, confessando di fatto che «i fondamentali» economici e finanziari – in sostanza le cose che contano e su cui si fanno i conti – sono sottratti al voto popolare, custoditi sempre e comunque «in buone mani».

 

Ora quell’immagine si fa carne e sangue, se è vero, come si dice, che il nuovo presidente del Consiglio non ha voluto neppur «vedere» la lista dei sottosegretari e dei viceministri (de minimis non curat praetor) concentrato com’è sugli strumenti di volo e sul timone, senza badare a cosa accade nella stiva.

 

E non so se sia stato in questo prudente, perché comunque gli strafalcioni del suo membro di ciurma che confonde Dante Alighieri con Topolino (nell’anno del VII centenario della morte) e si accomoda alla Pubblica istruzione, o di quella che, incardinata ai Beni culturali, si vanta di non aver letto un libro da anni, o ancora la presenza dell’avvocato specialista in escort berlusconiane alla Giustizia, tutta questa fanghiglia, insomma, un qualche schizzo sulla sua immacolata tunica angelica finirà pur per lasciarlo… Tanto più che sotto quell’abito qualche magagna spunta: per esempio nell’acclamato discorso al Senato quel «copia incolla» (mica cosa da poco, una trentina di righe che a un normale tesista costerebbero la laurea) di un articolo di Francesco Giavazzi del 30 giugno 2020 – s’intitolava «I passaggi necessari sul fisco» -, per cui non si sa se deprecare di più l’atto del plagio o il profilo ideologico del plagiato…

 

Da quel testo «sinottico» (come per i Vangeli) del nuovo capo del governo e del suo nuovo consigliere, un osservatore maligno ma attento (Giovanni La Torre, un esperto in istituzioni bancarie e finanziarie, nella rubrica “I gessetti di Sylos” inteso come Labini), ha voluto trarre la costatazione «blasfema» che in realtà «san Supermario è un neoliberista di destra» – come, appunto, l’autore dell’originale e suo neoconsigliere – «e che tutto quanto si continua a diffondere su di lui, quale liberalsocialista, keynesiano, erede di Caffè, ecc. ecc., sono solo delle ciarle, e nulla più». Cosicché la bruttezza estetica dell’emisfero inferiore del Governo non sarebbe che il corrispettivo dell’ insensibilità sociale del suo emisfero superiore.

 

E il tanto decantato «cambio di passo» impresso dall’esecutivo non sarebbe altro che un «mettersi al passo» di un esistente intrascendibile, in cui appunto il dogma privatistico-liberista che ha dominato (e ci ha rovinati) nell’ultimo trentennio – sia pur temperato e riadattato alla situazione estrema prodotta dalla pandemia – si conferma come unica regola del mondo. Un universo, questo, in cui la mediocrità del personale politico appare più che un difetto una regola, come ci ha spiegato, d’altra parte, già qualche anno fa, il canadese Alain Deneault, che alla Mediocrazia ha dedicato un intero volume.

 

In società altamente specializzate, con routines e funzioni standardizzate e orientate all’interesse di megastrutture tendenzialmente monopolistiche – dice il filosofo – «i poteri costituiti non deplorano i comportamenti mediocri, li rendono inevitabili». Nelle «strutture dominate dall’allettamento del lucro» la «stupidità funzionale» – ovvero il «rifiuto di ricorrere al proprio potenziale intellettuale se non in maniera miope» e «l’arte dell’elusione di fronte a qualunque richiesta di giustificazione» – è «dottamente raccomandata» e sistematicamente praticata. In questi contesti la forma politica dominante è la République des girouettes (delle banderuole), in cui «appena data, la parola, fragile, fluida, effimera, si ritrova sciupata».

 

E il rischio perenne è la prevalenza della destra, spesso la peggiore, quella di cui si può dire che «la pulsione di morte è il suo mestiere, la fine del pensiero complesso il suo sogno e l’estirpazione di ogni differenza la sua soluzione».

 

Qui siamo. E forse dovremmo smettere di illuderci sulla sopravvivenza di un brandello di quella democrazia in cui crediamo, e incominciare a pensare al livello del buio in cui camminiamo. A chi come noi insiste nel chiedere «a che punto è la notte» la sentinella non può non rispondere che «l’alba è lontana».

25/02/2021

da Il manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Capitalismo digitale. Le richieste della procura di Milano dopo più di un anno di indagine sul sistema dello sfruttamento dei ciclofattorini in Italia, indagate sei persone, rappresentanti dei colossi del "food delivery". Il procuratore capo Francesco Greco: "Non è più il tempo di dire che sono schiavi, ma che sono cittadini che hanno bisogno di una tutela giuridica". E' uno dei risultati delle lotte dei rider negli ultimi cinque anni

 

Da oggi sappiamo che lo sfruttamento di almeno 60 mila ciclofattorini che sfrecciano nelle città italiane per portare il cibo a domicilio costerà alle piattaforme digitali Glovo, Uber Eats, Just Eat e Deliveroo 733 milioni di euro di ammenda e l’obbligo di assumerli tutti entro novanta giorni, da oggi, con un contratto di «prestazione coordinata e continuativa», passando da lavoratori autonomi e occasionali a parasubordinati, come stabilito da una sentenza della Corte di cassazione del 24 gennaio 2020. Se le aziende pagheranno almeno un quarto della cifra massima stabilita da queste ammende, «ciò consentirà loro l’estinzione del reato» compiuto sulla violazione delle norme sulla sicurezza di questi lavoratori ha sostenuto Antonino Bolognani, comandante del Nucleo tutela del lavoro dei carabinieri di Milano.

 

QUESTO COLPO COLOSSALE, e unico per ora al mondo, ad alcune delle aziende del capitalismo digitale che operano in Italia approfittando delle incertezze delle leggi e della debolezza dei tre ultimi governi è stato impartito ieri dalla procura di Milano. Le conclusioni dell’inchiesta iniziata nel luglio 2019 dopo una serie di incidenti stradali che hanno coinvolto i rider sono state accompagnate dall’apertura delle indagini su sei persone tra amministratori delegati, legali rappresentanti o delegati per la sicurezza delle società in questione. E ancora: il procuratore aggiunto milanese Tiziana Siciliano e il pubblico ministero Maura Ripamonti hanno aperto un’indagine fiscale su Uber Eats, filiale italiana del colosso americano che opera anche nel «food delivery», già finita in amministrazione giudiziaria per caporalato sui rider. «Vogliamo verificare se sia configurabile una stabile organizzazione occulta» dal punto di vista fiscale ha detto ieri il procuratore di Milano Francesco Greco nel corso di una conferenza stampa.

 

DALLE CARTE dell’inchiesta che copre tre anni dal 2017 al 2020 emerge la durezza del caporalato digitale che tratta la forza lavoro come un «servizio umano», secondo una celebre definizione coniata da Jeff Bezos che richiama una categoria del diritto romano usata per indicare il lavoro servile disumanizzato. «È vergognoso che l’azienda per cui lavoriamo non ci tuteli affatto. Prendiamo acqua, vento, freddo e gelo. Ci picchiano, ci derubano e ci deridono ma nessuno fa nulla. Il mio è uno sfogo ma spero serva da lezione per tutti» ha detto un rider di Benevento, 750 consegne in quasi sette mesi e «soltanto due recensioni negative» , sospeso per qualche giorno per «aver difeso» un collega «novellino» accusato ingiustamente dal «manager» di un locale «di aver mangiato il panino di un ordine». In altri casi è emerso quello che abbiamo denunciato su Il Manifesto nei mesi del primo lockdown: ci sono casi di «esposizione al rischio biologico da Covid». Spesso questi lavoratori sono immigrati che «hanno un permesso di soggiorno regolare, ma a cui non permettiamo di costruire un futuro».

 

DALL’INDAGINE emerge la descrizione, cruda e realistica, della disciplina impartita dalle piattaforme per organizzare la forza lavoro tramite algoritmo. Questo è il ruolo del «ranking» per classificare il rendimento e aumentare la performatività obbligata i rider. «Non lavorare in alcuni giorni e fasce orarie porta alla retrocessione – si legge – è impossibile usufruire di ferie e malattia. Si è accertato che si ricorre all’espediente di cedere temporaneamente l’account a terzi in grado di garantire le stesse prestazioni». è una pressione continua alla quale non ci si può sottrarre per evitare di essere retrocessi». E poi lo schiaffo durissimo ai capitalisti delle piattaforme : «Il rider non è affatto un lavoratore occasionale che svolge una prestazione in autonomia e a titolo accessorio. Al contrario è inserito nell’organizzazione d’impresa e opera nel ciclo produttivo del committente che coordina il suo lavoro a distanza attraverso un’applicazione digitale preinstallata su smartphone o tablet». Anni di propaganda dissolti in poche righe, la verifica concreta di quanto sostengono le lotte dei rider almeno dal 2016 in Italia (vedi qui le reazioni alla notizia di ieri. «Oggi – ha commentato il procuratore Greco – non è necessario un approccio morale al tema ma un approccio giuridico: non è più il tempo di dire che sono schiavi, ma che sono cittadini che hanno bisogno di una tutela giuridica».

 

LE AZIENDE hanno subìto il colpo, la gravità delle indagini le ha spiazziate. «Siamo sorpresi, rispettiamo regole» sostiene l’associazione Assodelivery. Deliveroo ha usato il contratto firmato con Ugl, da molti ribattezzato «truffa», per dire che «dal novembre 2020 per ribadire che i rider «sono lavoratori autonomi» e che «il quadro lo contesteremo nelle sedi opportune». Just Eat «ha avviato approfondimenti interni per effettuare le verifiche necessarie». Laconica Uber Eats: «Siamo impegnati per maggiori tutele ai lavoratori». Il neo-ministro del lavoro Andrea orlando si è complimentato con la procura e i carabinieri per l’imponente indagine e ha detto che «la dignità e la sicurezza vanno tutelate in ogni ambito». Non ha detto però se intende lasciare alla magistratura il compito di colmare ciò che la politica non riesce a fare.

 

 

RIDER, INTELLIGENZA DEL CONFLITTO, RISULTATI DELLE LOTTE

 

Le conclusioni dell’indagine sulle piattaforme digitali di consegna a domicilio condotta dalla procura di Milano sono un altro risultato dell’intelligenza e della determinazione dei rider che, negli ultimi cinque anni, hanno lottato per affermare i loro diritti sociali e il riconoscimento dello statuto di lavoratori dipendenti in Italia. «Finalmente stiamo ottenendo giustizia anche da parte della magistratura milanese – afferma Angelo Avelli dei ciclofattori autorganizzati Deliverance Milano – Questa è la dimostrazione del fatto che lottare in questi anni è servito e sta servendo a qualcosa. Sentiamo che, passo dopo passo, ci avviciniamo ai nostri obiettivi. Questo è un messaggio per tutti i precari: la lotta dei rider non è solo dei ciclofattorini delle piattaforme. È la lotta dei lavoratori contro lo sfruttamento. Questo sta accadendo davvero».

 

OGGI ALLE 17, a questo indirizzo https://forms.gle/3fbV1cSCTSeyyRgR7 e su facebook, ci sarà l’assemblea nazionale indetta dalla rete «RiderXidiritti»alla quale parteciperanno lavoratori da 27 città. L’incontro si preannuncia frequentatissimo e lancerà una nuova ondata di manifestazioni e scioperi da domani a fine marzo: «Questa notizia è una bomba, non ti nascondo l’emozione. E ora noi rider vogliamo dare l’affondo finale alle piattaforme e arrivare alla regolamentazione di questo mondo del lavoro digitale – sostiene Tommaso Falchi di Riders Union Bologna – Vogliamo sottolineare che in Italia è mancata la politica. Da quando abbiamo iniziato le lotte sono passati tre governi. Hanno detto tante belle parole, di fatto i risultati sono stati modesti, il settore non è ancora regolamentato. A me questa situazione ricorda l’Ilva. Dove non arriva la politica, arriva la magistratura. In ogni caso questa situazione è stata imposta dalle lotte. Ci sono costate anche denunce. Le abbiamo prese per affermare quello che, oggi, la magistratura sta affermando anche con le indagini e anche con le sentenze».

 

IL RUOLO GENERATIVO del nuovo diritto e, si spera, anche di reali tutele sociali effettive svolto dalle lotte dei rider è riconosciuto anche da alcuni dei giuristi del lavoro che in questi anni hanno studiato e spesso anche affiancato i ciclofattorini capaci di inventare nuove forme di auto-organizzazione espansiva nella società. «L’esito delle indagini della procura di Milano testimonia che, anche grazie ai rider, si è finalmente modificato in senso estensivo il campo di applicazione del diritto del lavoro – afferma Federico Martelloni, docente di diritto del lavoro all’università di Bologna e consigliere comunale di Coalizione civica per Bologna – Avevano ragione i rider a dire “Non per noi, ma per tutti”. Questi lavoratori sono una parte di un arcipelago immenso di lavori che potrebbero giovare delle modifiche normative in corso che possono essere applicate sia al loro lavoro mediato dalle piattaforme digitali, ma anche a tutte le attività di carattere personale inserite con continuità in un’organizzazione altrui. Per esempio, se non ci fosse il contratto collettivo, tutti i lavoratori dei call center o le commesse di Calzedonia, per citare i casi più conosciuti. La notizia di ieri è una bomba. Finalmente è caduto il velo sulla pretesa autonomia dei ciclofattorini. È un esito consonante con accertamenti compiuti dalle alti corti tanto in Francia quanto in Spagna richiamati dal tribunale di Palermo che, fino ad oggi, è stato il solo giudice italiano a riconoscere la natura subordinata del rapporto di un rider di Glovo».

 

«ORA IL GOVERNO deve nuovamente e immediatamente convocate le piattaforme e i sindacati rappresentativi perché si arrivi a una soluzione che garantisca effettivamente il rispetto delle norme e tutela dei lavoratori – sostiene Valerio De Stefano, docente di diritto di lavoro all’università di Lovanio e autore con Antonio Aloisi del libro Il tuo capo è un algoritmo – Quello che emerge dall’inchiesta è che l’autorità chiede alle aziende di riqualificare i lavoratori come etero-organizzati e quindi l’applicazione di tutta la normativa di tutela del lavoro subordinato a meno che un contratto collettivo firmato da organizzazioni sindacali realmente rappresentative autorizzi deroghe specifiche rispetto a questa legislazione. Tutto questo è in linea con la giurisprudenza della Corte di cassazione che ha già affermato che i rider possano essere considerati lavoratori dipendenti»

 

COSA SI MUOVE IN EUROPA

 

L’enorme estensione del lavoro attraverso le piattaforme digitali, realizzata durante il primo anno della pandemia, ha spinto ieri la Commissione Ue ad avviare la prima fase di una consultazione delle parti sociali per migliorare le condizioni della nuova forza lavoro. La contraddizione in cui essa è implicata è giuntacosì all’attenzione di Bruxelles: da un lato, c’è il ruolo preponderante del comando capitalistico esercitato dalle piattaforme che disconosce in maniera sistematica la subordinazione di lavoratori come i rider trattandoli come “collaboratori”; dall’altra parte, quella che viene spacciata ancora come “automazione” ed “efficienza” algortimica moltiplica il precariato e le politiche di desalarizzazione dell’attività produttiva realizzata attraverso le piattaforme, nella quasi totale mancanza di trasparenza e prevedibilità negli accordi contrattuali.

 

L’APERTURA dell’istruttoria, tutta da definire nei reali contenuti, è stata accompagnata ieri dalla presa di posizione della Ces, la Confederazione europea dei sindacati, che ha chiesto alla Commissione europea di fronteggiare «i nuovi cinici sforzi delle società di piattaforme per evitare i loro obblighi più elementari nei confronti dei loro lavoratori». «La Commissione ha lanciato una consultazione sul miglioramento delle condizioni di lavoro nelle società di piattaforme come Uber, Deliveroo o Glovo. Un’iniziativa che arriva dopo alcune importanti sentenze legali in tre Paesi, che hanno stabilito che i conducenti di Uber e i conducenti di Deliveroo non erano realmente lavoratori autonomi e che, invece, dovrebbero essere riconosciuti come lavoratori, con diritti al salario minimo legale, ferie pagate, contributi previdenziali e altri benefici». «Uber ha risposto invitando la Commissione a esentare le piattaforme e dal diritto del lavoro in modo che possano continuare a trarre profitto dal falso lavoro autonomo» ha sostenuto la Ces che ha citato un documento di lobbying di 32 pagine pubblicato dalla società la scorsa settimana. Un modello «che si basa su un’esenzione dal diritto del lavoro per le piattaforme, approvata in California nel 2020 a seguito di una campagna di lobbying da 205 miliardi di dollari da parte di Uber, Lyft e altri. La stessa somma di denaro avrebbe potuto essere utilizzata per dare a 14.000 lavoratori un aumento di 1.000 euro in più al mese di salari e sussidi sociali per un anno»,.

 

«LE PIATTAFORME piattaforme hanno anche aumentato le loro attività di lobbying a Bruxelles. Uber ha quasi raddoppiato i suoi costi di lobbying dal 2015, Deliveroo ha aperto un ufficio a Bruxelles nel 2018 e lo scorso anno ha raddoppiato il suo personale, mentre Just Eat si è registrato come lobbista solo due mesi fa, secondo LobbyFacts.Eu», spiega la nota. Per il segretario confederale della Ces Ludovic Voet: «Non sorprende che le società di piattaforme con pratiche illegali vogliano evitare il controllo quando continuano a perdere casi giudiziari in tutta Europa. Gli costa milioni. Alcune società di piattaforme realizzano enormi profitti attraverso il falso lavoro autonomo di persone che dovrebbero essere trattate come lavoratori e beneficiare di salari, ferie e sicurezza sociale adeguati».

24/02/2021

da Il manifesto

Giuliana Sgrena

 

La sua Africa. I rapimenti non sono certamente l’unico mezzo di sostentamento dei gruppi armati che, in una terra di confine come questa tra Congo e Ruanda, possono facilmente contrabbandare i materiali preziosi estratti illegalmente nella zona

 

La verità. Tutti si impegnano a cercarla, come sempre, di fronte all’assassinio di «servitori dello stato» diventati «eroi». I giornali «aprono gli occhi» sull’Africa ma li chiuderanno subito dopo la sepoltura delle salme. Difficilmente si scoprirà cosa si nasconde veramente dietro l’agguato teso al convoglio del World Food Programme.

 

Che trasportava anche l’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci. Ipotesi diverse, plausibili che lasceranno il posto all’oblio. Come in molti altri casi.
La politica, i media non si occupano di un continente grande e soprattutto ricchissimo, ma le sue ricchezze sono fonte di sfruttamento, affari, speculazioni che si realizzano meglio senza testimoni. Nelle zone dove i conflitti sono endemici e le risorse naturali enormi sono in molti i contendenti che per combattere la propria guerra usano qualsiasi mezzo.

 

E la regione del Kivu è una di queste: minerali tra i più preziosi (come il coltan, il cobalto e i diamanti), una zona estremamente fertile, il parco nazionale dei Virunga, il più grande dell’Africa e patrimonio dell’Unesco, paradiso dei gorilla di montagna, il lago Kivu che copre un giacimento di metano.

 

In questo contesto sono nati e si sono moltiplicati i gruppi armati, tra i quali quelli formati dagli hutu che hanno lasciato il Ruanda dopo il genocidio contro i tutsi senza rinunciare a riprendersi il controllo del paese e il ramo locale dello Stato islamico. Milizie che si scontrano con i ranger che proteggono il parco (sei di loro sono stati uccisi all’inizio di gennaio), le Forze armate della repubblica congolese e i caschi blu della missione delle Nazioni unite (Monusco).

 

Si tratta della più importante missione Onu in Africa – conta oltre 17mila unità tra civili e militari (12mila) – istituita undici anni fa nel 2010 per proteggere i civili, personale umanitario e attivisti dei diritti umani e sostenere il governo del Congo per stabilizzare e consolidare la pace. In scadenza lo scorso dicembre, la missione era stata prolungata di un anno riducendo però il dispiegamento nelle regioni in cui «la minaccia rappresentata dai gruppi armati non è più significativa».

 

Lunedì mattina quando l’ambasciatore italiano è stato colpito si trovava su un’auto della missione Onu. Questo fatto suscita molti dubbi sulla capacità della Monusco di proteggere civili e personale umanitario, di valutare la pericolosità della situazione e di mettere in campo le azioni di peacekeeping.

 

L’imboscata mirava a sequestrare o a uccidere i componenti del convoglio? La dinamica dei fatti sembra accreditare il tentativo di sequestro, anche perché di rapimenti ce ne sono spesso nella zona anche se soprattutto di locali, per estorcere denaro. Lo scontro a fuoco, pare, con ranger ha portato al drammatico epilogo e l’intervento delle forze governative è servito solo a trasportare in ospedale a Goma Luca Attanasio ma non a salvargli la vita.

 

I rapimenti non sono certamente l’unico mezzo di sostentamento dei gruppi armati che, in una terra di confine come questa tra Congo e Ruanda, possono facilmente contrabbandare i materiali preziosi estratti illegalmente nella zona.

 

Non è azzardato immaginare che le imprese che lavorano nella regione, per la loro «sicurezza», siano costrette a dare il loro contributo alle milizie di turno.

 

Ma al di là di tutte le supposizioni un dato è certo: in queste situazioni di conflitti esasperati a rimetterci sono le persone che si mettono in gioco, che non si accontentano di condannare o di stare a guardare, che scelgono da che parte collocarsi, quella della popolazione che soffre, anche per colpa nostra.

 

Ancora più grave quando affrontando una pandemia dagli esiti incerti in tutto il mondo ci si preoccupa solo di suddividere i vaccini tra europei o occidentali lasciando gli scarti ai popoli del sud del mondo.

 

Dove solo la Cina è arrivata, sicuramente non per altruismo, ma per un tornaconto che si traduce in una penetrazione capillare nel continente africano ricco di materie prime.

 

La Cina è diventata un nemico per l’occidente difficile da combattere con l’egoismo dei privilegiati.
Luca Attanasio parlava del suo lavoro come di una «missione», altri di «restare umani» di fronte alla barbarie.

23/02/2021

da Il Manifesto

Raffaele K. Salinari

 

Congo. La decomposizione iniziò dalla morte di Lumumba, primo e ultimo leader eletto democraticamente

 

L’uccisione a Goma, nella regione dei Grandi Laghi congolese, dell’Ambasciatore italiano Luca Attanasio e di un militare dell’Arma dei Carabinieri in forze alla missione Onu Monusco, riaccende i riflettori su una guerra civile strisciante che da oltre un quarto di secolo insanguina quella parte del mondo. Dalla morte del dittatore Mobutu nel 1997, infatti, quello che al tempo si chiamava Zaire, oggi Repubblica democratica del Congo, ha conosciuto un costante processo di scomposizione territoriale, favorito da interessi multinazionali ben precisi, e che si servono di interposte fazioni paramilitari per continuare imperturbati a fare i loro interessi di parte sulla pelle delle popolazioni locali.

 

L’EPISODIO DELITTUOSO di ieri va dunque inquadrato nella cornice del cronico prolungamento di quella che venne chiamata la Prima Guerra Mondiale Africana. Scoppiata nel 1996 nella Repubblica democratica del Congo per via di spinte secessioniste proprio nella regione di Goma, innescata dall’espansionismo del piccolo Ruanda alla ricerca del suo Lebensraum, degenerò ben presto in un conflitto interstatuale che ha visto coinvolti anche Uganda, Angola, Burundi, Zimbabwe e Namibia.

 

L’entità degli scontri continentali, durati sino al 2004 e costati oltre quattro milioni di morti ed altrettanti di rifugiati interni, venne cinicamente ignorata dalla comunità internazionale e derubricata a diatribe inter-etniche, come nella miglior tradizione coloniale. In realtà, come sempre, trasparivano chiaramente i forti interessi economici e geopolitici internazionali, in particolare quelli delle multinazionali legate al controllo delle materie prime tra cui, il coltan, la lega di colombite e tantalite adoperata per la fabbricazione di cellulari, computer portatili, fibre ottiche, strumentazioni per l’industria aerospaziale, data la sua caratteristica di superconduttore, e degli immancabili diamanti.

 

MA LE FAGLIE di scomposizione del Congo vengono da ben più lontano. Si può dire che tutto comincia dalla morte di Patrice Lumumba, il primo e ultimo leader congolese eletto democraticamente nel lontano 1960, e subito destituito con un colpo di stato, a guida statunitense e belga, dall’allora tenente colonnello Joseph Desiree Mobutu, poi divento il più longevo dittatore africano col grado di Maresciallo e col nome «tradizionale» di Mobutu Sese Seko Kuku G’guendu Wa Za Banga, garante degli stessi interessi che oggi continuano a destabilizzare la parte est del Paese. Già allora, infatti, a fronte della volontà popolare a sostegno della linea politica di Lumumba, intenzionato a ridistribuire ai congolesi almeno una parte dei proventi derivati dall’estrazione mineraria, gli appetiti attorno alle materie prime strategiche del tempo, in particolare il rame ed il cobalto, scatenarono una secessione nella zona sud, il Katanga, che innescò una prima guerra civile in cui venne ucciso in un attentato aereo, preparato dai servizi segreti statunitensi e belgi, niente meno che l’allora Segretario generale dell’Onu Dag Hammarskjöld, in volo verso Kinshasa per coordinare l’intervento dei Caschi Blu in favore del Governo legittimo.

 

IN QUELLA STESSA TEMPERIE avvenne il tristemente famoso massacro di Kindu che l’11 novembre 1961 vide trucidati tredici aviatori italiani facenti parte del contingente dell’Operazione dell’Onu. La lunga cleptocrazia di Mobutu, 1961-2016, ha tenuto nella morsa del terrore questo gigante africano ben sette volte l’Italia, impoverendo oltremodo la popolazione e distruggendo sistematicamente ogni embrione di democrazia partecipativa. Ed è la stessa estensione del Paese, e le sue enormi ricchezze, che spiegano, tragicamente, il posto che il mondo ricco gli ha destinato nella divisione internazionale del lavoro.

 

LA PERMANENTE INSTABILITÀ di quella zona si chiarisce se calcoliamo che l’impronta ecologica- sistemi ibridi e nuova elettrificazione – dei Paesi europei, o in generale dei G8, ha bisogno di almeno il doppio delle aree a loro disposizione per mantenere il loro (nostro) insostenibile stile di vita che vogliamo giustamente pulito qui, ma che lì è sporco di sfruttamento e sangue. Se, infatti, l’Italia ha bisogno di due Italie, e gli Usa di due Stati Uniti e via di seguito, cosa di meglio di guerre permanenti e a bassa intensità mediatica per continuare a farci pensare che i nostri cellulari costano poco perché c’è la concorrenza tra i gestori e non per via del lavoro schiavo che ne estrae le materie prime? Ecco , allora, che il quadro si rischiara, come pure le responsabilità personali e collettive; ciò che appare lontano ed incomprensibile ci interroga ora da molto vicino e con chiarezza cristallina. L’Italia, che oggi giustamente piange la morte del suo Ambasciatore e del carabiniere in servizio, dedica alla cooperazione internazionale solo lo 0, 19% del suo Pil. Anche in questo dato ci sono molte risposte.

22.02.2021

da Left

Giulio Cavalli

 

ll Parlamento, si sa, è fatto di numeri. Con i 15 espulsi del M5S che non si sa se saranno espulsi, in Senato il centrodestra è diventato decisivo. Quel centrodestra che era fuori gioco nella maggioranza parlamentare precedente ora è fondamentale per la tenuta del governo Draghi: tutti gli altri non sarebbero maggioranza o comunque si tratterebbe di una maggioranza talmente pericolante da non poter nemmeno essere presa in considerazione.

 

Cosa significa questo? Che Draghi bene o male è appeso a Salvini e alle sue decisioni, soprattutto con Forza Italia che da tempo è a ruota del leader leghista per sopravvivere e con Berlusconi che sa benissimo che tra i suoi sono in molti, in casi di spaccatura, ad essere pronti ad accasarsi da Salvini o Meloni. C’è di più: un pezzo fondamentale del centrodestra in forte ascesa come Giorgia Meloni e il suo partito si può addirittura permettere il lusso di restare all’opposizione. E all’opposizione Fratelli d’Italia svuoterà ancora di più il bacino di consensi di Salvini e per questo è inimmaginabile che la Lega accetti di farsi svuotare.

 

Posto che Draghi, nonostante sia Draghi, dovrà occuparsi di mantenere in equilibrio la sua maggioranza in Parlamento questo significa che le concessioni alla Lega saranno molto più corpose di quello che pensiamo e tutti coloro che esultano per il disfacimento del gruppo parlamentare grillino forse non si rendono conto che questo si rivelerà un enorme regalo a destra.

 

E se qualcuno pensa che Salvini accetti silenziosamente di farsi logorare dai Giorgetti del suo partito, che Salvini accetti di farsi schiacciare da Giorgia Meloni o che Salvini possa fingere a lungo di essere europeista significa non avere capito nulla del personaggio e nulla della sua retorica populista.

 

Sempre a proposito del capolavoro politico che qualcuno continua a cianciare. E badate bene: qui Draghi c’entra poco o niente perché il presidente del Consiglio semplicemente deve nuotare tra i numeri che ha a disposizione. E non sarà una traversata facile.

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