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POLITICA ESTERA   

 

26/04/2022

da Valori

Andrea Barolini

 

Mai le spese militari a livello globale erano state così alte, secondo i dati forniti dall’ultimo rapporto dell’istituto svedese Sipri.

 

Per il settimo anno consecutivo, nel corso del 2021 le spese militari hanno registrato un aumento. Il totale stanziato in tutto il mondo per la produzione di armi e, più in generale, per la difesa, è stato pari a 2.100 miliardi di dollari. Mai nella storia si era raggiunta una cifra simile, secondo quanto indicato da un nuovo rapporto dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri).

 

Russia e Ucraina hanno aumentato fortemente le spese militari

 

L’organismo svedese ha precisato che, nonostante la crisi economica mondiale provocata dalla pandemia, l’incremento delle spese militari a livello globale è stato pari allo 0,7%. Raggiungendo appunto la cifra più elevata di sempre.

 

Particolare attenzione, dopo l’avvio delle operazioni militari, è stata posta sugli stanziamenti di Russia e Ucraina. Mosca li ha incrementati del 2,9%, per il terzo anno consecutivo, arrivando a 65,9 miliardi di dollari. La cifra è pari al 4,1% del Pil russo, il che rappresenta un livello ben più elevato rispetto alla media mondiale. Non è detto, tuttavia, che nel prossimo futuro il Cremlino sarà in grado di mantenere tali dati, tenuto conto delle difficoltà che l’economia russa dovrà fronteggiare a causa delle sanzioni occidentali.

 

Otto nazioni Nato al 2% del Pil

 

Al contempo, i dati relativi all’Ucraina confermano l’escalation che si è prodotta negli ultimi anni nell’area: i governi che si sono succeduti a Kiev, a partire dal 2014 (quando fu completata l’annessione della Crimea da parte della Russia) hanno aumentato le spese militari del 72%. E nonostante un calo dell’8% registrato nel 2021, il totale resta comunque pari al 3,2% del Pil (5,9 miliardi di dollari in termini assoluti).

 

Similmente, secondo il Sipri aumenti delle spese militari sono stati registrati anche nei Paesi membri della Nato. Benché solo otto di loro abbiamo superato la quota del 2% del Pil: politica sollecitata a più riprese proprio dall’Alleanza atlantica e alla quale molte nazioni hanno promesso di allinearsi all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina.

 

spese militari mondiali sipri

 

Gli Stati Uniti hanno speso 801 miliardi di dollari nel 2021

 

Non a caso, secondo Diego Lopes da Silva, ricercatore dell’istituto svedese, è probabile che nei prossimi anni si vada incontro ad un aumento ulteriore degli stanziamenti. Il tutto trainato, come di consueto, dagli Stati Uniti, che hanno staccato nettamente la concorrenza internazionale in materia di spese militari. Nel 2021 Washington ha toccato gli 801 miliardi di dollari, nonostante un calo dell’1,4% rispetto all’anno precedente.


 


Al secondo posto nella classifica mondiale di chi stanzia più denaro per la difesa c’è la Cina, con un totale di 293 miliardi, in aumento del 4,7%. Si tratta di una scelta ormai decisamente consolidata da parte di Pechino, che da 27 anni aumenta ininterrottamente le proprie spese militari. Una dinamica che ha spinto anche altri governi dell’area a fare altrettanto. Il Giappone, ad esempio, ha raggiunto i 7 miliardi di dollari, con un aumento del 7,2% (il più alto mai registrato dal 1972).

 

Al secondo posto nel mondo la Cina, terza l’India

 

Anche l’Australia ha speso ben di più nel 2021 rispetto all’anno precedente: l’aumento è stato del 4%, a 31,8 miliardi di dollari. Mentre l’India ha toccato i 76,6 miliardi: si tratta della terza nazione al mondo in termini di spese militari. Al quarto posto c’è invece uno Stato europeo: il Regno Unito, con 68,4 miliardi, in aumento del 3%. Londra ha così scavalcato l’Arabia Saudita, che con “soli” 55,6 miliardi (in calo del 17%) è scesa al quinto posto.

 

«Se la spesa negli eserciti potesse veramente darci sicurezza non l’avremmo già raggiunta? Le capacità militari sempre maggiori e le politiche e i discorsi militaristi ci hanno portato solo a più devastazione umana ed ecologica», ha commentato la Campagna internazionale contro le spese militari (Gcoms), che in queste settimane celebra le proprie Giornate globali di mobilitazione, a cui aderiscono anche la campagna Sbilanciamoci e la Rete Italiana Pace e Disarmo. 

 

Secondo la Campagna i governi dovrebbero al contrario «ridurre le loro spese militari e impiegare i fondi per la sicurezza comune e umana, investendo nei veri bisogni delle persone e del Pianeta per costruire una pace giusta e sostenibile».

POLITICA NAZIONALE  |  POLITICA ITALIANA   |    MANIFESTIAMO PER LA PACE 

 

25/04/2022

Giulio Marcon

da Sbilanciamoci

 

In ogni guerra chi la pensa diversamente viene messo all’indice anche se pensavamo che questa abitudine fosse stata superata dopo 70 anni di democrazia. Dopo la perfida Albione ora c’è la perfida Anpi. Piuttosto si dovrebbe vergognare chi in questi anni nel mondo delle imprese che controllano giornali importanti in questo paese- ha fatto affari […]

 

Dopo la marcia Perugia-Assisi del 24 aprile, la festa della liberazione è l’occasione per ribadire e rilanciare le ragioni della pace e della fine di ogni guerra. Anche per questo si batterono i partigiani durante la resistenza: per archiviare il fascismo e le follie belliciste che causarono milioni di morti sui diversi fronti battaglia, distruzioni e devastazioni ovunque.

 

La guerra è un crimine internazionale, contro l’umanità, e non è accettabile e va rifiutata sempre, anche quando si ammanta di aggettivi come “giusta” e “umanitaria” per rendersi più accettabile. Anche in Ucraina la guerra (e l’aggressione russa) non si ferma con un’altra guerra e inviando armi, che servono solo a prolungare il conflitto e a seminare maggiori distruzioni e a causare vittime innocenti. Il tema è come fermare la guerra e non come prolungarla, fare una pace accettabile per tutti -sapendo che nessuno sarà mai soddisfatto fino in fondo- piuttosto che vincerla (sempre che sia possibile) aggiungendo dramma a dramma.

 

Ecco perché non ci spieghiamo gli attacchi di queste settimane all’ANPI (in buona compagnia di tanti pacifisti messi nelle liste di proscrizione dai media), se non con la montante isteria bellicista che cataloga come traditore e complice del nemico chiunque avanzi una posizione diversa, una proposta di soluzione della guerra non omologata a quella dell’establishment politico e militare. In ogni guerra chi la pensa diversamente viene messo all’indice e aggredito con tutti i mezzi leciti o meno, ma pensavamo che questa abitudine fosse stata superata dopo 70 anni di democrazia. Dopo la perfida Albione c’è la perfida ANPI, mentre invece chi si dovrebbe vergognare è chi in questi anni -nel mondo confindustriale e delle imprese che controlla alcuni giornali importanti in questo paese- ha fatto affari a più non posso con Putin.

 

I partigiani hanno combattuto anche per mettere al bando ogni guerra, rifiutandola, come fu scritto nell’articolo 11 della nostra Costituzione. Essere solidali con le vittime della guerra e dell’aggressione in Ucraina, sostenere i pacifisti russi che si battono contro Putin, affermare che l’espansione della NATO è una follia pericolosissima, ribadire che l’unica strada possibile è quella politica e del negoziato: anche per questo è giusto sfilare con l’ANPI il prossimo 25 aprile. 

 

I valori della resistenza sono i valori della pace. Solidarietà all’ANPI.

EDITORIALI E COMMENTI     |      MANIFESTIAMO PER LA PACE  

 

24/04/2022

da il Manifesto

Luciana Castellina 

 

25 APRILE. Noi “ingenui irrealisti pacifisti” suggeriamo ai nostri governanti “realisti” di smettere di credersi a cavallo, in una battaglia risorgimentale per la patria, di capire che la guerra è oggi altra cosa, E’ più brutta. E più inutile

 

Se ricordo bene, le variopinte bandiere della pace, inventate da un movimento molto più giovane della Resistenza, si sono sempre mischiate nelle manifestazioni a quelle rosse dei partiti cui gli iscritti all’Anpi hanno sempre fatto riferimento. E, portati dai sindaci di tante città, ai gagliardetti blu con le medaglie ricevute dai loro comuni per la partecipazione a quella lotta.

 

Quest’anno l’intreccio avrà un significato particolare perché stiamo vivendo un’altra drammatica esperienza che ha rinsaldato il legame fra associazioni pacifiste e associazioni partigiane. Nella comune convinzione che la guerra è sempre il sanguinoso sbocco di una pace fallita, un bagno di sangue che produce e sollecita altri orrori.

 

Perché la guerra è sempre brutta, finisce per indurre anche i giusti a compiere i gesti più ingiusti: la nostra parte, giusta per l’appunto, non ha forse finito per gettare la bomba atomica su Hiroshima o ad ammazzare migliaia e migliaia di abitanti di Dresda con bombardamenti che non smossero più di tanto i nostri cuori. Perché eravamo in guerra.

 

Non è un caso che quando in Europa si combatté, negli anni ’50, la prima battaglia di massa per la pace – in favore dell’appello ai 4 grandi possessori della bomba atomica perché si impegnassero a non usarla- quel movimento prese il nome di “Partigiani della pace”. E Picasso disegnò il suo simbolo, una bellissima colomba, a testimoniare quanto orrore per la guerra provava chi l’aveva combattuta e chi invece l’aveva conosciuta attraverso i racconti.

 

E’ stato, questo “ripudio della guerra”, come dice con un aggettivo molto forte la nostra Costituzione, in contraddizione con il sacrosanto diritto dei popoli a difendersi dall’aggressore? O, peggio, una manifestazione di codardia, un tradimento morale di chi invece, come i partigiani nel ’43, le armi le ha impugnate ? O non è piuttosto l’ammonimento a combattere contro tutte le aggressioni senza ricorrere alle armi, tanto più quando con ogni evidenza non riuscirebbero in alcun modo a porre fine allo scontro e rischierebbero anzi di innescare un tremendo conflitto mondiale? Le incredibili accuse di tradimento mosse all’Anpi, che oggi dice No all’invio di armi all’ Ucraina, sarebbero un ‘offesa ai partigiani che hanno invece usufruito di quelle che furono loro fornite nel ’43?.

 

Come non fosse evidente che quella guerra mondiale era allora esplosa già da quattro anni, che chi li aiutava era in campo dietro alla stessa trincea e il comune nemico era ormai quasi sconfitto. La Resistenza impedì che i ragazzi italiani fossero arruolati di forza nelle milizie fasciste e li fece invece diventare combattenti per accelerare la fine ormai visibile della guerra. La differenza non è da poco; allora le armi aiutarono ad accelerar e la fine della guerra, oggi sono lo strumento che finirebbe inevitabilmente per diventare lo strumento che può farla divampare ovunque.

 

La “silenziosa seduzione” – come l’ha recentemente definita un editoriale dell’Avvenire – per indurci tutti a pensare che con le armi nelle mani dei ragazzi ucraini si potrebbe sconfiggere la Russia, e ove questo risultasse impossibile, che giusto sarebbe a quel punto il coinvolgimento attraverso la Nato di tutto l’Occidente – serve ad abituarci all’idea che la violenza è un arma indispensabile. A far sfuggire ogni realistica consapevolezza che, anche solo per un gesto imprevedibile di qualcuno sul campo, sparasse energia nucleare da una delle armi tattiche , così immergendo il mondo in una guerra mai vista. Ignorare questo scenario è il micidiale imbroglio perpetrato ai danni dell’Ucraina e dell’umanità.

 

Perché Zelenski non ci dice, lui e i suoi tanti potenti alleati- come pensano di porre fine l massacro del suo popolo?
“La priorità – ha detto il cancelliere tedesco Scholz -è impedire che la Nato vada a un confronto militare con la Russia”. Finalmente uno che ragiona ( la sua intervista allo Spiegel è stata quasi ignorata ). Persino il suo vice “verde” lo attacca per questo.

 

E allora cosa bisognerebbe fare? Noi “ingenui irrealisti pacifisti” suggeriamo ai nostri governanti “realisti” di smettere di credersi a cavallo, in una battaglia risorgimentale per la patria, di capire che la guerra è oggi altra cosa, E’ più brutta. E più inutile. Serve, per difficile che sia, ricercare un dialogo, a tutti i costi, e dunque non dichiararsi felici perché la Nato è oggi più compatta: perché non servono i patti fra amici ma quelli coi nemici, come recitava lo slogan del movimento pacifista negli anni ’80.

 

E serve – se vogliono essere realisti proporre un disegno del mondo che ponga fine all’arrogante pretesa dell’Occidente di poter fare tutto quanto proibiscono agli altri di fare ( e si tratta di moltissime cose). Se il mondo fosse più giusto sarebbe più facile vincere una guerra contro l’orrenda aggressione russa all’Ucraina e trovare il sostegno del popolo russo nella campagna contro Putin. Serve meno, per liberarsene, minacciare di chiedere al tribunale dell’Aja di impiccarlo, anche se ne saremmo tutti felici.

 

Nella sua ultima enciclica, Fratelli tutti, papa Francesco ci ha ricordato di quando, nel pieno della guerra chiamata Crociate, 800 anni fa, il santo di cui ha assunto il nome, ha preso il suo bastone e ha traversato tutti i Balcani per andare ad incontrare il Sultano. Il nemico. Oggi i viaggi sono più facili, e si potrebbe fare di più.

 

Intanto tutti, Anpi, pacifisti, gli uomini e le donne di buona volontà, ognuno con la sua bandiera, alla marcia di Perugia e alle celebrazioni del 25 aprile. (Stia tranquillo Provenzano, che mi dispiace assai perché lo stimo, si sia unito al coro accusando l’Anpi e tutti noi di essere “equidistanti” fra Russia e Ucraina. La sola cosa sulla quale non siamo equidistanti, ma decisamente contro, è la Nato.

 

E l’Europa starebbe meglio se non ci fossero più basi militari dall’Atlantico agli Urali” . Come avremmo potuto fare quando un bel pezzo di sinistra europea, socialdemocratica ma anche Berlinguer in Italia, chiesero di rendere politica concreta quello slogan. E ci fu chi non lo permise.

 

Leggi anche PAGLIARULO : LEGITTIMA LA RESISTENZA ARMATA

 

Rifondazione Santa Fiora

EDITORIALI E COMMENTI     |        MANIFESTIAMO PER LA PACE   

 

23/04/2022

da Il manifesto

Marco Revelli

 

ANPI. Per questo il modo peggiore di celebrare il 25 aprile, tradendone lo spirito, è l’ accanimento, nell’aggressione alla principale associazione partigiana italiana, l’Anpi. Simone Weil, combattente della guerra civile, approvò il non-intervento francese: «Perché invece di ristabilire l’ordine in Spagna, avrebbe messo a ferro e fuoco tutta l’Europa»

 

Nella guerra delle bandiere che si annuncia per le manifestazioni del 25 aprile, vorrei che una, su tutte, colorasse quei cortei, ed è la bandiera multicolore della Pace. Perché quello era il vero valore, e il vero obiettivo, di chi combatté la «guerra di liberazione»: la fine della guerra. La fine di tutte le guerre. La condanna della guerra, come male non riparabile. E la ricerca della pace, come principio di civiltà contrapposto alla barbarie di ogni ideologia della morte.

 

Di cui il fascismo era (e portava sulle proprie divise) l’emblema. Per questo credo che non ci sia modo peggiore di celebrare il 25 aprile (di tradirne nell’essenza lo spirito) che sull’onda di questo accanimento, reiterato e prolungato oltre ogni limite, nell’aggressione alla principale associazione partigiana italiana, l’Anpi. Una polemica spesso volgare (penso a quell’irridente trasformazione della sua sigla in “Associazione nazionale putiniani d’Italia”), altre volte maligna, condotta contrapponendo anziani resistenti ad altri, e falsificante delle posizioni, quasi che fosse stata espressa un’equidistanza tra aggressori ed aggrediti che non emerge da nessuna presa di posizione ufficiale, anzi.

 

IL 24 FEBBRAIO la Segreteria nazionale dell’Anpi aveva diffuso un comunicato di ferma condanna dell’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa: «È un atto di guerra che nega il principio dell’autodeterminazione dei popoli, fa precipitare l’Europa sull’orlo di un conflitto globale, impone una logica imperiale che contrasta col nuovo mondo multipolare, porta lutti e devastazioni», vi si diceva, in termini che non possono in nessun modo prestarsi a equivoci.

 

Nello stesso comunicato si aggiungeva l’auspicio che «non si avvii una ulteriore escalation militare come reazione all’invasione, che si lavori per l’immediato cessate il fuoco riaprendo un canale diplomatico, che l’Italia rimanga fuori da ogni operazione bellica nel pieno rispetto dell’art. 11 della Costituzione», ed è stata questa «sfumatura», unita al rifiuto di aderire alla pressante campagna per l’ «invio di armi» all’Ucraina, a scatenare gli odiatori.

 

ORA, SULL’INVIO DI ARMI «al popolo ucraino» si possono avere legittimamente posizioni diverse, e infatti il «popolo della sinistra» italiano si è diviso. Fanno parte dei «dilemmi mortali» che lacerano ognuno di noi di fronte a questa maledetta guerra, spaccati tra paura e impotenza, indignazione e frustrazione, solidarietà e responsabilità. Quello che non si può legittimamente fare, è negare le ragioni di chi a quella opzione «militare» rimane contrario. O quantomeno perplesso. E liquidarlo come «amico del nemico».

 

Quelle ragioni sono solide, non certo accusabili di pregiudizio ideologico o di ambiguità, e vale la pena considerarle nella loro articolazione. In primo luogo quello che costituisce un principio primo di ogni pensiero pacifista orientato alla nonviolenza: l’affermazione che «le armi non costituiscono mai la soluzione, fanno parte del problema». Concetto che, se applicato allo scenario ucraino, si declina nella considerazione di buon senso secondo cui più armi entrano in campo, più vittime (soprattutto civili) si conteranno. È comprensibile che per chi, aggredito, si trovi a doversi difendere, l’arma appaia il primo strumento a cui pensare. Ma noi sappiamo, o dovremmo quantomeno rifletterci, che se è vero che ogni giorno in più che dura la guerra si misura la forza della «resistenza ucraina» è anche vero che ogni giorno che passa vuol dire vittime innocenti, distruzione e morte di massa. Non è una «passione triste» questo stile di pensiero: è un modo (forse poco eroico, ma certamente umano) per tentare di cogliere le ragioni della vita contro quelle della morte.

 

VOGLIAMO AGGIUNGERE, a questa, la considerazione – a mio avviso decisiva – secondo cui ogni giorno in più di guerra aumenta il rischio non solo che essa s’incrudelisca (come abbiamo visto in questi due mesi) ma che salga di grado, e di scala. Che si estenda e contagi il contesto, in uno scenario in cui l’esplodere di un conflitto mondiale (che sullo sfondo significherebbe un conflitto atomico) diventa un rischio reale, di cui non si può non tener conto.

 

Vale, al proposito, un precedente – mi rendo conto opinabile – cioè la guerra civile spagnola e la posizione che allora assunsero le «potenze democratiche», in primo luogo la Francia del socialista Leon Blum, che rifiutarono di fornire armi alla repubblica spagnola aggredita, (contrariamente alle fasciste Italia e Germania che armarono il golpista Franco) con la preoccupazione di non innescare un conflitto mondiale. Allora, una figura straordinaria come Simone Weil, che pure in Spagna era andata a combattere – in Aragona, con Durruti -approverà la politica di «non-intervento» francese, con questa motivazione: «Perché? Perché l’intervento, invece di ristabilire l’ordine in Spagna, avrebbe messo a ferro e fuoco tutta l’Europa».

 

QUATTRO ANNI PIÙ tardi, quando l’Europa verrà messa a ferro e fuoco dai fascismi, Simone si arruolerà nella Resistenza, ma quell’argomento, del 1936, rimarrà pur sempre valido, come espressione di un pensiero che si misura non solo sull’«etica dei principi» ma anche su quella «della responsabilità». Non solo sui valori morali, ma anche sulle conseguenze pratiche delle proprie azioni.

 

Scontando, drammaticamente, anche il prezzo da pagare: «Se noi abbiamo accettato di sacrificare i minatori delle Asturie – è la successiva sua riflessione -, i contadini affamati di Aragona e di Castiglia, gli operai libertari di Barcellona piuttosto di scatenare una guerra mondiale, nient’altro al mondo deve portarci a scatenare la guerra. Niente, né l’Alsazia-Lorena, né le colonie, né i trattati». Vorrei che su queste righe – su questo pensiero tragico e umanissimo, agli antipodi di ogni nazionalismo – ci si soffermasse, nella preparazione spirituale alla “Festa della liberazione”, per non tradirne l’anima.

 

Rifondazione Santa Fiora

 

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22/04/2022

DA il Manifesto

Giuseppe Caliceti

 

CRISI UCRAINA. Portiamo la spesa militare a 38 miliardi e i bimbi in fuga dalla guerra li parcheggiamo nelle nostre classi senza uno psicologo, un mediatore linguistico o un insegnante in più

Ogni docente della scuola pubblica italiana non può che essere felice dell’arrivo nella propria classe di uno o più bambini ucraini. Ne ho già visti alcuni anche nella mia scuola: silenziosi e sorridenti. Belli, come tutti i bambini e le bambine.

 

Fanno parte dell’esercito dei 16.000 bambini ucraini arrivati in queste settimane in Italia, in maggioranza tra i 4 e i 12 anni.

 

Magari domani mattina ce ne saranno due, quattro, dieci o cento anche nella mia classe. Ne sarei felice, giuro. Anche se oggi nella mia classe ci sono già 26 alunni tra cui bambini con disabilità, stranieri o bambini difficili, come si diceva una volta, cioè bisognosi di aiuto: insomma, una classe pollaio – quando ho iniziato a insegnare avevo classi di dodici, quattordici diciotto bambini al massimo.

 

Non importa. Oggi vorrei comunque avere un’aula grande come una città e una classe di mille bambini, pur di allontanare ogni bambino dalla guerra. Come ogni docente italiano.

 

Poi, però, sento che, in pochi giorni, il mio governo ha aumentato di due miliardi le spese militari mentre il denaro per la nostra scuola pubblica è sempre meno, dal 2000 a oggi. Anche con la pandemia o con la guerra, niente. Il denaro investito sulla scuola pubblica diminuisce, non aumenta. Siamo tra i peggiori d’Europa. Quasi orgogliosamente, sembra.

 

Dunque, l’Italia ha portato la sua spesa militare dagli attuali 25 miliardi di euro a 38, ovvero 104 milioni al giorno. Per dare un senso a questa cifra, 38 miliardi è circa la metà di quanto l’Italia spende per l’istruzione e un terzo di quanto spende per la sanità. Insomma, l’Italia spende in istruzione meno degli altri grandi Paesi Ue, sia in rapporto al Pil che alla spesa pubblica totale. Non solo, l’industria bellica italiana è nella top ten del mercato mondiale.

 

Dunque? Consolarsi pensando che, almeno, non mettiamo ancora le armi direttamente in mano ai bambini ucraini e, invece, li facciamo entrare nelle nostre aule per tenerli lontano dalla guerra? Troppo poco? Sì. Almeno leggendo alla nostra Costituzione quando parla di guerra e di scuola.

Ammettiamolo: anche se il cuore della scuola italiana – che è poi quello dei docenti, è grande come il mondo, – fa sorridere sentire alcuni politici, ministri o dirigenti scolastici che a scuola, oggi, con questi bambini, dicono che si sta facendo accoglienza, inserimento, integrazione, ospitandoli in classi-pollaio già in enorme sofferenza da anni e anni e senza nessun vero aiuto.

 

Semplicemente, si siedono insieme ai nostri bambini e a docenti (stremati, i docenti) in attesa che arrivi la ricreazione per giocare. O poco più. E questo nonostante ogni docente si faccia in quattro per dare loro qualcosa di più che Stato o comuni o ministero all’istruzione possano dare.

 

Ti chiedi: di questo bambino si sa che suo padre è al fronte, magari avrà visto morire qualche familiare? Non avrebbero bisogno anche di uno psicologo? Non ci vorrebbe un mediatore linguistico e culturale? Un educatore o un insegnante in più? Qualcosa? No-o? Solo la buona volontà dei docenti?

 

Qualche aiuto, forse, dice il ministro, arriverà dal prossimo anno scolastico; per questo, ormai alla fine, scuole e docenti si arrangino come riescono. Come sempre. Da anni. Troppi anni. Decenni.

 

Qualcuno, addirittura, sottovoce, aggiunge: «Anche se stanno in aula con gli altri senza capire o fare molto, va bene ugualmente». Te lo dicono perché tu, come educatore, ti senta sollevato. Ottengono l’effetto contrario. Che tristezza! Specie per i docenti. Quanta ipocrisia.

 

Ci interessano più i cannoni che i bambini, come ci dice chiaramente il denaro investito su questi e su quelli.

 

Rifondazione Santa Fiora

EDITORIALI  E  COMMENTI 

 

21/04/2022

da Left

Giulio Cavalli

 

«Continueremo a condannare senza se e senza ma un’invasione sanguinosa di cui Putin ha tutte le responsabilità», ribadisce con chiarezza il capo dell'Associazione dei partigiani d'Italia Gianfranco Pagliarulo in un video intervento in cui risponde agli attacchi

 

Prima di qualsiasi polemica. Avete letto bene cosa ha detto il presidente dell’Associazione nazionale partigiani dl’Italia Gianfranco Pagliarulo? Prima di qualsiasi giudizio, prima di qualsiasi commento. Ecco qui l’intervento video in cui risponde agli attacchi:

 

«Di questi tempi – spiega Pagliarulo – non c’è giorno che l’Anpi e la mia persona non siano attaccate da qualcuno. Sostengono che si va divisi al 25 aprile in particolare per quello che ho detto lo scorso 15 aprile, quando ho affermato testualmente “Oggi rilanciamo la nostra proposta di dialogo e di unità. Sappiamo bene che la guerra tra i tanti disastri divide. Noi vogliamo contrastare questa deriva, pur nelle opinioni diverse, perché sono convinto che in ultima analisi l’obiettivo comune è quello della pace”, e ho aggiunto “Da ciò l’urgenza di un rafforzamento dell’unità di tutte le forze di pace del nostro Paese e del dialogo fra tutte le forze antifasciste per abbassare la tensione e ricercare la via del negoziato. La diversità di opinioni su singoli punti non deve impedire questo dialogo e la ricerca dell’unità a cominciare dalle più grandi forze democratiche presenti nel governo”. Ecco la tecnica: far dire al bersaglio della polemica, cioè io, esattamente il contrario di quello che ho detto. Ho parlato di unità, e scopro che le mie parole sono di divisione».

 

Poi il presidente aggiunge: «Ma questo è stato solo l’antipasto. Si è andati a frugare in qualche post su facebook e in qualche articolo che ho scritto nel 2014 e nel 2015 per dimostrare che sono… un seguace di Putin! In quei post, in sostanza, mi riferivo al cambio di regime avvenuto in Ucraina a cavallo fra il 2013 e il 2014 ed all’avvio della guerra civile fra il Donbass autonomista, e le armate ucraine che lo hanno attaccato militarmente. Fin dai tempi del cambio di regime di Maidan erano avvenute cose sconvolgenti: violenze spesso omicide da parte di formazioni paramilitari e politiche esplicitamente ispirate al nazismo, come Settore destro e Svoboda, la creazione di un vero e proprio battaglione combattente, il battaglione Azov, fondato e diretto da Andrij Biletsky, che affermò che la missione dell’Ucraina è quella di “guidare le razze bianche del mondo in una crociata finale contro i subumani, i sottouomini, capeggiati dai semiti”. Il simbolo del battaglione Azov è un simbolo simile alla svastica ed è lo stesso logo utilizzato da varie unità SS, sullo sfondo del sole nero, simbolo della mistica nazista; è lo stesso simbolo di un gruppo neofascista italiano e viene spesso usato da Forza nuova. Negli Stati Uniti l’anno scorso la commissione parlamentare per la lotta al terrorismo ha definito Azov “organizzazione terrorista straniera”. L’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu ha denunciato i crimini di guerra del battaglione Azov nel 2015 e nel 2016».

 

Dopodiché, Pagliarulo chiarisce: «Io non sono antifascista a giorni alterni. Davanti all’offensiva paranazista di quegli anni pensavo e continuo a pensare che fosse giusto contestare la spirale di violenza innescata da un oscuro cambio di regime e sostenuta da forze esplicitamente neonaziste. Essere antifascista non vuol dire affatto sostenere Putin. Tantomeno oggi dopo un’invasione criminale che sta mettendo a repentaglio la pace nel pianeta. Si dirà: ma il precedente governo ucraino prima di Maidan, quello di Viktor Yanukovych, era corrotto. Credo che sia verissimo. Ma anche il successivo governo di Petro Poroshenko, quello del rinnovamento dopo Maidan, era corrotto. Quando nelle elezioni ucraine dell’aprile 2019 Zelenskiy vinse contro Poroshenko, mi sembrò francamente un fatto positivo. Pensai che forse si sarebbero finalmente realizzati gli accordi di Minsk in merito al Donbass e che ritornasse la pace. Non è avvenuto».

 

Il presidente Anpi invita poi ad andare a rileggersi alcuni suoi vecchi articoli, su cui in questi giorni la stampa non si è soffermata: «Sembra che chiunque stia fuori dal coro dei vari Mentana diventa in automatico un pericoloso putiniano, agente del nemico, quinta colonna. Suggerisco la lettura di un mio articolo sullo scandalo Metropol, una oscura storia di rapporti fra l’uomo di Salvini, tale Gianluca Savoini, presidente dell’Associazione Lombardia Russia. Nell’incontro fra tre russi e tre italiani, fra cui Savoini, si sarebbe parlato di un finanziamento illegale alla Lega tramite una tangente di 65 milioni di euro in ragione di una triangolazione commerciale di una gigantesca quantità di gasolio. Cito questo episodio fra i tanti, perché si scoprirà che il putiniano Pagliarulo denunciava e approfondiva la vicenda il 26 luglio 2019 sul periodico nazionale dell’Anpi. Di eventi in cui Salvini si è dichiarato putiniano ce ne sono tanti. Ma cito questa storia perché mi pongo e pongo a tutti voi una domanda. Perché le autorevoli testate di orientamento liberaldemocratico non indagano a fondo sui rapporti della destra sovranista col nazionalista imperiale Putin e invece insistono a dipingere l’Anpi per ciò che non è e a descrivere Pagliarulo per ciò che non pensa e non dice?».

 

Infine, chiosa il capo dell’Anpi: «Stiano tranquilli tutti coloro che si stanno accanendo contro l’Anpi e contro me stesso: continueremo a condannare senza se e senza ma un’invasione sanguinosa di cui Putin ha tutte le responsabilità; continueremo a sostenere l’urgenza dell’immediato cessate il fuoco e del ritiro delle truppe russe dall’Ucraina. Continueremo a sostenere che l’unica via per far cessare questa catastrofe è una trattativa seria e una continua de-escalation. Continueremo a sostenere che l’invio di armi che si sta incrementando è benzina sul fuoco di una guerra che può deflagrare su scala europea e mondiale e di cui le prime vittime sono gli ucraini. Continueremo a sostenere che nel dibattito pubblico in Italia bisogna unirsi, dialogare, confrontarsi e non insultarsi, senza demonizzare nessuno. Continueremo a sostenere che il primo urgentissimo obiettivo è la pace e con questa parola d’ordine manifesteremo unitariamente il 25 aprile. Continueremo a sostenere che nel nostro tempo in una guerra non ci sono vinti né vincitori ma solo superstiti. Sappiamo di essere tanti. Condividiamo gli appelli del papa. Eravamo, siamo e saremo sempre antifascisti».

 

Se leggete bene le sue dichiarazioni vi stupirete, ne sono certo, di non trovarci dentro nulla del fango che si trova in giro. Chiaro, no?

 

Rifondazione Santa Fiora

 

EDITORIALI E COMMENTI        |        MOBILITIAMOCI PER LA PACE 

 

20/04/2022

da Il Manifesto

Antonio Marchesi

 

CONFLITTO UCRAINO. Rimane un fatto innegabile: che quando le norme del diritto internazionale vengono violate, l’insufficienza della risposta lascia tutti, quasi sempre, insoddisfatti

 

È corretto prendere posizione, schierarsi, rispetto al conflitto russo-ucraino, invocando argomenti fondati sul diritto internazionale? Se si prendono come riferimento le norme sull’uso della forza, lo ius ad bellum, la risposta è sì. È impossibile non riconoscere che quella che Putin si ostina a chiamare “operazione militare speciale” sia una violazione della Carta delle Nazioni Unite. Le giustificazioni offerte dal Cremlino sono infondate, a cominciare da quella basata sulla necessità di fermare un genocidio della popolazione russofona del Donbass, una sorta di intervento umanitario, argomento che la stessa Corte internazionale di Giustizia ha già di fatto rigettato.

 

L’uso della forza da parte dell’Ucraina è invece lecito a titolo di legittima difesa, in quanto risposta a un attacco armato altrui. Se, infatti, l’art.2, 4 della Carta vieta la minaccia o l’uso della forza “contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di qualsiasi stato”, l’art.51 stabilisce che nessuna disposizione della Carta “pregiudica il diritto naturale di autotutela”. E aggiunge che quest’ultima potrà essere “individuale o collettiva”: in altre parole, non c’è alcun divieto di chiedere e ottenere aiuto, nessun obbligo di difendersi da soli (magari da un vicino militarmente molto più forte).

 

La condizione posta dalla norma è piuttosto un’altra: che la risposta armata, anche se collettiva, sia proporzionale al fine di respingere l’attacco altrui; e che non si vada oltre: il cambio forzato di regime nello stato aggressore, per esempio, rappresenterebbe un eccesso di legittima difesa. Esiste però un’altra prospettiva che il diritto internazionale offre sulla guerra in Ucraina, che non dà necessariamente torto agli uni e ragione agli altri.

 

Nella prospettiva dello ius in bello entrambe le parti in conflitto sono tenute, in modo del tutto indipendente dai rispettivi ruoli di aggressore e di aggredito secondo lo ius ad bellum, a rispettare regole sulla condotta delle ostilità: a non colpire obiettivi civili, a non compiere attacchi indiscriminati (che non consentono di distinguere tra obiettivi militari e civili), a non utilizzare armi specificamente proibite o intrinsecamente indiscriminate, a rispettare persone e luoghi protetti. Qui il diritto internazionale si rivolge a tutti. Anche se di fatto, dal momento che è sul territorio ucraino che la guerra si combatte, la questione riguarda soprattutto i Russi, non è affatto escluso che a commettere crimini di guerra, come vengono definite le violazioni gravi dello ius in bello, siano gli Ucraini (per esempio, nei confronti di civili schierati con i Russi o di soldati russi fatti prigionieri).

 

Sia detto ancora che il diritto umanitario non è una componente marginale del diritto internazionale; che non è vero, contrariamente a quanto sostenuto in questi giorni, che non esistono crimini di guerra ma solo il “crimine della guerra” (o che alzare la voce contro i primi “passa in secondo piano che la guerra è tutta un crimine”). Introdurre regole per limitare le conseguenze più devastanti dei conflitti armati, riducendo per quanto possibile la sofferenza delle vittime, è una conquista di civiltà che nulla toglie agli sforzi di porre fine alla guerra come tale.

 

Rinunciare a proteggere dalla violenza bellica donne e bambini, feriti e prigionieri, in attesa del momento in cui questa sarà scomparsa dalla faccia della terra, non è credibile … sarebbero i più fragili, nel frattempo, se questa impostazione fosse accolta, a pagare un prezzo ancora più alto di quello che pagano ora.

 

Rimane un fatto innegabile: che quando le norme del diritto internazionale vengono violate, l’insufficienza della risposta lascia tutti, quasi sempre, insoddisfatti. Non è questo il luogo per approfondire la natura e i limiti di un ordinamento giuridico privo di istituzioni in grado di imporsi agli stati, ai suoi soggetti principali, per analizzare le cause di questo stato di cose. Basti dire che la battaglia, tutta in salita, per attuare la responsabilità, quella degli Stati e quella degli individui, per ricollegare conseguenze proporzionali ed efficaci alle violazioni sia dello ius ad bellum che dello ius in bello, è una sfida che si rinnova ogni giorno. E che i fallimenti passati – i precedenti poco edificanti (dall’Iraq alla Siria all’Afghanistan) o la scarsa credibilità degli attori (tutti indistintamente) – non devono indurci a rinunciare. Rinunciare a far valere il diritto internazionale equivale ad accettare una volta per tutte che rimangano solo i rapporti di forza; che a parlare siano soltanto le armi.

 

L’autore è docente di diritto internazionale Università di Teramo

Leggi PIU' ARMI, PIU' GUERRA E VITTIME CIVILI

 

EDITORIALI E COMMENTI 

 

19/04/2022

dal Manifesto

Tonino Perna 

 

Che brutta Pasqua che abbiamo passato, imparagonabile a quella tragica che stanno passando sotto le bombe in Ucraina (i riti della Pasqua ortodossa sono cominciati ieri). Triste e rassegnata, anche se le tv ci hanno raccontato che in Italia si riparte, il turismo riprende alla grande e milioni di italiani si sono messi in viaggio.

 

Non è servito a niente l’appello straziante di papa Francesco per un attimo di tregua, per deporre le armi un momento in omaggio alla Pasqua cattolica.

 

Leggi anche   IL PAPA : «NON SONO LE ARMI CHE RISOLVONO IL PROBLEMA »

 

La verità, ormai inconfutabile, è che le trattative erano un bluff e che la pace non la vuole nessuno.

 

Non la vuole Biden che punta a umiliare Putin, che aveva contribuito a far vincere le elezioni a Trump e che continua a sostenerlo.

 

Non la vuole Zelensky, diventato star internazionale della difesa dell’Occidente e della democrazia in un paese aggredito in cui tutte le voci dell’opposizione sono state messe a tacere, non diversamente da quanto avviene in Russia.

 

E ovviamente non la vuole Putin, l’aggressore, che dopo aver mandato al macello decine di migliaia di giovanissimi soldati di leva, deve spiegare al suo popolo che porta a casa qualcosa che ha a che fare con la difesa delle popolazioni russofile e con la sicurezza del suo paese nei confronti della Nato.

 

Sarà arduo spiegare alla popolazione della Federazione russa che ne valeva la pena: ai ceti medi impoveriti a causa della pesante crisi economica indotta dalle sanzioni, alle madri che piangono il sangue versato dai loro figli , agli artisti, intellettuali, sportivi e semplici cittadini che non possono più viaggiare liberamente in Europa, che sono ritornati dietro una cortina di ferro che pensavano fosse crollata per sempre.

 

È difficile immaginare che tornerà la pace, al più una tregua nella migliore delle ipotesi, ma non prima che si concluda la battaglia nel Dombass.

 

Qui, in questo lembo di terra ai più sconosciuto, si giocherà il futuro dell’Ucraina e della Russia, e forse dell’intera umanità. Il Donbass, bacino del Donec, il fiume affluente del Don che unisce Russia e Ucraina, ricca riserva di carbone, di un combustibile che avrebbe dovuto essere dismesso per la transizione ecologica e che grazie a questa guerra torna in auge.

 

Zelensky, ebbro di un successo internazionale inimmaginabile per un presidente «per caso», come recita nella sua fiction televisiva, l’ha detto chiaramente: non rinuncerà mai al Donbass e alla integrità del suo paese.

 

Potrà farlo finché gli Usa e l’Europa gli manderanno armi e aiuti economici, finché saranno disposti ad alzare il tiro, fino alla linea rossa dell’uso delle armi nucleari. Vincere e vinceremo, urlano tutti i contendenti, ma non rischiano tutti allo stesso modo.

 

Biden è il vero vincitore di questa guerra: ha piegato l’Ue all’acquisto di armi made in Usa all’interno di un generale incremento della spesa militare per sostenere le basi Nato in Europa, ci sta vendendo a prezzi da gioielleria il gas che estrae inquinando l’habitat di intere montagne, ha distrutto il lavoro di trent’anni di collaborazione tra l’Ue e la Russia, la famigerata (per gli Usa) Ostpolitik di Brandt, rilanciata dalla signora Merkel. E se dovesse sfuggire di mano questo conflitto e cadere qualche bomba nucleare «tattica», sarà l’Europa a pagarne il prezzo, come fu il Giappone nel 1945.

 

Il primo perdente è certamente il popolo ucraino, migliaia di morti, milioni di profughi e un paese distrutto. Non poteva il grande statista Zelensky dichiarare prima la neutralità del suo paese? Dare l’autonomia al Donbass, magari sul modello del nostro Alto Adige-Sud Tirolo che ha permesso la convivenza di popolazioni di matrice austro-germanica e italiana, dopo gli attentati terroristici dei primi anni ‘60?

 

 

E, comunque vada a finire, ha perso anche Putin e ancor più il popolo russo trascinato in una guerra che non voleva, secondo i sondaggi, almeno nella parte della sua popolazione urbana.

 

E infine ha perso quello che Rifkin definì in un suo saggio «il sogno europeo». È finita l’Unione europea come istituzione autonoma capace di giocare un ruolo a livello internazionale, capace di mostrare al mondo un modello sociale diverso dal capitalismo selvaggio made in Usa.

 

E ha perso il movimento per la pace se non sarà capace di mobilitarsi per fermare questa corsa agli armamenti, questo rigurgito di retorica patriottica e neofascista, di arrestare questo regresso culturale, politico e sociale, che ci riporta indietro ai momenti peggiori del XX secolo.

 

A partire dal fatto che siamo entrati di fatto in guerra contro la Russia senza che il Parlamento italiano ed europeo abbiano espresso un voto in questa direzione, senza prendere minimamente in considerazione l’articolo11 della nostra Costituzione.

 

Rifondazione Santa Fiora

EDITORIALI E COMMENTI    

 

17/04/2022

da il Manifesto

Tommaso Di Francesco

 

LE CENERI DI PASQUA. Ancora una volta il papa, che non hai mai lesinato parole di condanna a chi in questi anni ha «trafficato in armi parlando di pace» tornano forti a farsi sentire

 

«Il mondo ha scelto, è duro dirlo, ma ha scelto lo schema di Caino e la guerra è mettere in atto il ‘cainismo’, cioè uccidere il fratello» e di nuovo: «Io capisco i governanti che comprano le armi, li capisco ma non li giustifico. Perché dobbiamo difenderci, perché è lo schema ‘cainista’ di guerra. Se fosse uno schema di pace, questo non sarebbe necessario». Ancora una volta il papa, che non hai mai lesinato parole di condanna a chi in questi anni ha «trafficato in armi parlando di pace» tornano forti a farsi sentire. Chiama nel deserto? Eppure la sua iniziativa per la Via Crucis – due donne, una ucraina l’altra russa nella processione – non è solo liturgia pasquale simbolica ma l’indicazione di una ultima, disperata possibilità per il negoziato e il cessate il fuoco immediato.

 

Perché letteralmente il mondo sta precipitando in una guerra più vasta e micidiale che non sappiamo più nemmeno come chiamarla. Zelenski dice di «prepararsi ad un attacco nucleare russo», e torna ad insistere: «Dateci più armi e la guerra finirà prima». Ma non è ormai vero il contrario? Perché ad ogni vittoria resistente delle forze militari ucraine, come il colpo inferto con l’affondamento della nave ammiraglia Moskva, scatta la risposta routinaria e crudele della rappresaglia russa. Una Russia che si sentirà sconfitta non sarà forse più pericolosa di come lo è ora?

 

Aspettando la rivolta contro Putin? Ecco che la guerra si avvita su se stessa. Biden ammonisce: «Se saranno colpiti i nostri convogli di armi, risposta senza precedente», e Putin risponde: «Con l’invio di armi si va allo scontro diretto Russia-Usa» – e già ci si è andati vicini con la base di Yaroviv a colpita a 20 km dalla Polonia; intanto Boris Jonson invia forze speciali a Kiev, mentre Mosca denuncia nuovi attacchi, dopo Belgorod, in territorio russo al punto di essere pronta ad una «dichiarazione di guerra all’Ucraina», peggiore pare di capire di quella non dichiarata ma agita finora in modo criminale contro i civili. L’inferno scende i gradini e non si ferma.

 

Il fatto è che la scellerata decisione di Putin di invadere l’Ucraina ha scatenato e portato in evidenza tutti i Caini che nella storia degli ultimi venti anni hanno fatto della guerra la loro affermazione di potenza. Veniva da rabbrividire giorni fa quando dalle colonne del Corriere della Sera, l’ex presidente Usa Bill Clinton rivendicava: «Quello che accade in Ucraina dice che abbiamo fatto bene ad allargare a Est la Nato». Come a dire: abbiamo fatto bene a provocare per avere questa reazione di morte nel cuore dell’Europa. Nonostante che tutti i leader americani che hanno presieduto alla sicurezza Usa, Da Brezhinski a Kissinger, da Kennan all’ex ministro della difesa Robert Gates abbiano messo in guardia proprio contro l’allargamento a Est della Nato e la «linea rossa» del coinvolgimento dell’Ucraina – e dopo una guerra civile che durava da otto anni.

 

Come è possibile immaginare che la Nato, che ha seminato di orrori contro i civili rimasti impuniti – con devastazione del diritto internazionale ora rivendicato – interi Paesi, dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia, dai quali sono fuggiti milioni di esseri umani ricacciati indietro dalla civile Europa, diventi un simbolo liberatore di sicurezza? Quando perfino per l’articolo 10 del Patto atlantico ogni allargamento è problematico se pregiudica, come ora, proprio la sicurezza, con la guerra al di là dei confini che si allarga ogni giorno che passa?

 

Così accade che i modelli di neutralità positiva che esistevano in Europa come Finlandia e Svezia, invece che chiedere protezione all’Unione europea si rivolgano ad una alleanza militare la cui guida è al di là dell’Atlantico. Dove il presidente in carica si gioca la rielezione tra pochi mesi proprio sulla tenuta dura del conflitto al di là dell’oceano. Ma per Macron in questo momento è vero l’esatto contrario.

 

Che per anni duri una Siria nel cuore d’Europa può perfino tornare utile per ridefinire il mondo e mandare un messaggio di fuoco al nemico vero, la Cina.

 

Eppure proprio nel momento più buio, proprio quando sembra che non sia possibile alcuna iniziativa, proprio qui e ora bisogna dire basta. Il rischio è rimanere inascoltati. È però un rischio da correre, che non va lasciato solo al papa. Siamo sicuri che sul possibile negoziato per fermare la guerra di Putin abbiano fallito solo i timidi tentativi di Germania e Francia e non abbia pesato e vinto di più l’oltranzismo di Stati uniti, Gran Bretagna e Polonia? Dov’è l’Europa che prometteva un’epoca di pace e sicurezza ai suoi popoli? L’Unione è destinata dunque a scomparire come entità indipendente, forte solo di una logica di costosissimo riarmo che sposta l’asse del welfare a quello del warfare, al di là del suo ricompattamento apparente?

 

Bisogna fermare non solo i condizionatori per un nuovo modell o di sviluppo, ma subito il normale funzionamento della società civile. Torni in piazza chi è contro la guerra e si raddoppi lo sforzo delle missioni di interposizione di pace in Ucraina e in sostegno dei pacifisti russi – per una lunga marcia Perugia-Assisi. Ma non basta. Urge un immediato sciopero di massa – sì, proprio quello di Rosa Luxemburg – che entri da protagonista in scena, come fu il pacifismo nel 2003. Consapevoli che se è alla guerra mondiale che stiamo andando non c’è Pnrr, o legge elettorale o catasto che tenga. La vertenza deve essere quella della pace.

 

C’è ancora un governo Draghi che voglia assumere questa responsabilità per strappare l’obiettivo di un negoziato, impegnando anche l’ambasciatore che torna a Kiev? Altrimenti non c’è futuro, le porte aperte alla deriva precipitosa non avranno il tempo degli anni: in poche settimane arriveremo al punto di non ritorno.

 

Mentre linciano Chajkoskij, le statue di Pushkin, i seminari su Cechov, la musica di sottofondo non è quella radiosa della Grande Pasqua russa di Rimskij-Korsakov ma il cupo e profondo messaggio di Shostakovich, senza scampo, che avverte l’inesorabile barra del tempo.

POLITICA NAZIONALE      |     POLITICA ITALIANA 

 

16/04/2022

da il Manifesto

Eleonora Martini

 

EFFETTO UCRAINA. L'accordo di Draghi con l'Egitto suscita molte polemiche. Letta: «Mi lascia tantissimi dubbi». Fratoinanni: «Fermate questo scempio». Solo Fassina va controcorrente: «Rinunciare non serve a risolvere la faccenda»

 

Passi per l’Algeria, il Qatar, l’Angola, il Congo, il Mozambico o l’Azerbaigian. Ma neppure la realpolitik più navigata può contemplare con nonchalance l’idea di sostituire il gas russo – al fine, giustamente, di non finanziare la guerra di Putin – con il gas proveniente dall’Egitto del generale Al-Sisi, proprio mentre la magistratura italiana è costretta a registrare l’ennesimo sfregio alla giustizia inferto da un regime che continua a tutelare e nascondere i torturatori e gli assassini materiali di Giulio Regeni.
Il primo a protestare è stato Nicola Fratoianni: «Un giorno fanno un tweet indignato con l’Egitto per l’omicidio di Giulio Regeni e per i continui depistaggi per evitare l’arresto degli assassini, ufficiali del regime. Il giorno dopo gli stessi fanno un accordo con il medesimo regime del Cairo per avere il gas». Il segretario di Sinistra Italiana, da più di un anno all’opposizione, chiede alla maggioranza e al governo di avere «un sussulto di dignità» e fermare «questo scempio» che arriva «dopo gli affari con le navi militari vendute ad Al-Sisi». «Almeno – conclude – non ci raccontino che in questa guerra in corso e nella crisi che ne discende ci battiamo per difendere i nostri valori».

 

Letta sembra cadere dal pero, come se la decisione di non rompere gli scambi commerciali e politici con quel regime che è denunciato da tutte le organizzazioni internazionali di violazione sistematica dei diritti umani fosse una novità. L’accordo appena sottoscritto dal governo Draghi, dice ai microfoni di Rai Radio Uno, «mi lascia tantissimi dubbi» perché «se non viene fatta giustizia per Giulio non sarà fatta giustizia anche per tante altre persone che nel mondo hanno subito o potranno subire la stessa drammatica vicenda». Anche questa volta Carlo Calenda coglie l’occasione per punzecchiare il segretario del Pd e rivolgergli una domanda un po’ lecita e un po’ provocatoria: «Però non vuoi neanche il carbone per sostituire temporaneamente il gas russo, perché inquina. Hai una soluzione o facciamo solo retorica?».

 

Succede infatti che, a causa della crisi economica e dell’instabilità politica, l’Algeria non riesce a soddisfare le richieste di aiuto avanzate dal premier Draghi, tanto che già all’inizio di aprile la compagnia pubblica algerina, Sonatrach, ha fatto sapere di avere disponibili nel breve periodo solo «alcuni miliardi di metri cubi addizionali». Secondo un sondaggio Euromedia presentato ieri sera a Porta a Porta, però, il 65% degli italiani sarebbe «disposto a ridurre il riscaldamento o il condizionatore per non dipendere dal Gas russo».

 

Sarebbe bello, se bastasse. In realtà, secondo lo scenario ipotizzato nel quadro tendenziale dell’Istat presentato nel Def, anche se le imprese riuscissero ad assicurare il soddisfacimento del fabbisogno energetico grazie alla diversificazione degli approvvigionamenti, l’aumento dei prezzi del gas, del petrolio e dell’elettricità porterebbero comunque a un tasso di crescita del Pil inferiore rispetto alle previsioni tendenziali di 0,8 punti percentuali nel 2022 e 1,1 nel 2023, mentre il tasso di inflazione risulterebbe più alto di 1,2 punti nel 2022 e 1,7 nel 2023.

 

Epperò tutto questo non basta, afferma il deputato dem Erasmo Palazzotto, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, per «pensare di barattare la credibilità internazionale del nostro Paese per un po’ di gas». Con lui, molti altri – da Italia viva ai Radicali italiani – chiedono al premier Draghi e all’Eni di battere altre strade per non passare «dalla padella alla brace», per usare le parole di Laura Boldrini. Solo Stefano Fassina (Leu) va controcorrente: «Non siamo noi che facciamo un favore ad Al Sisi. E’ lui che fa un favore a noi. Se noi non lo compriamo, ha la fila fuori la porta. Ai fini sacrosanti di avere giustizia per Giulio Regeni è assolutamente inutile».

 

Rimane però il fatto che finanziare il regime di Al-Sisi vuol dire ancora una volta aiutare Putin. Perché tra i due dittatori c’è grande intesa, politica ed economica: dall’acquisto delle armi russe da parte del Cairo al finanziamento di Mosca per la prima centrale nucleare egiziana, fino ai vari trattati di cooperazione strategica. Motivi per i quali l’Egitto si è astenuto sulla risoluzione Onu di condanna della guerra russa all’Ucraina.

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