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20/06/2019

Genova

da Il Manifesto

 

Porti di morte. Quattro coppie di centraline elettroniche e relativi generatori su ruote destinati a Jeddah non saranno caricati per l'annunciata protesta dei portuali

 

Niente imbarco per le armi saudite a Genova ma anche nessun presidio in banchina contro la nave saudita Bahri Jazan, in arrivo stamani. Ieri l’agenzia marittima Delta, che rappresenta l’armatore statale saudita Bahri, in accordo con lo spedizioniere, l’azienda armiera italiana Teknel, ha deciso di soprassedere al carico del materiale bellico stoccato nei depositi marittimi dallo 20 maggio quando i portuali genovesi si rifiutarono di caricarlo sulla nave Bahri Yanbu.

Si tratta di 4 coppie di centraline elettroniche e relativi generatori su ruote destinati a Jeddah. La decisione della Teknel prende atto della nuova protesta indetta dai portuali contro la fornitura di armi per la guerra in Yemen, e dice di voler ora trasportare le armi via terra.

12/06/2019

da Globalist

 

Ostacoli, sequestri e multe a chi salva i migranti, norme arbitrarie per vietare l'ingresso sul territorio nazionale, più poteri alla Polizia nelle manifestazioni.

 

Un altro passo verso lo stato di polizia, l’autoritarismo e l’attacco ai diritti: si inasprisce il contrasto all'immigrazione clandestina, con il via libera a multe per comandanti, armatori e proprietari di navi , si prevedono pene più severe per chi in piazza aggredisce le forze dell'ordine, "con mazze, caschi e fuochi artificiali" e si estendono le misure del Daspo anche a eventi sportivi diversi dal calcio.


Nei 18 articoli del dl che  il consiglio dei ministri ha approvato, un altro salto nel buio reazionario, arrivano in porto le norme voluta dal titolare del Viminale, passate attraverso una serie di revisioni concertate anche con il Quirinale e posticipate al primo cdm utile dopo il voto delle europee.
I primi sette articoli, tendenzialmente liberticidi, riguardano la "materia di contrasto all'immigrazione illegale e di ordine e sicurezza pubblica".

 

Nell'articolo 1 si legge che il "ministro dell'interno, quale Autorità nazionale di pubblica sicurezza, nell'esercizio delle funzioni di coordinamento unificato dei controlli sulla frontiera marittima e terrestre e nel rispetto degli obblighi internazionali cui l'Italia è tenuta, è attribuito il potere di limitare o vietare l'ingresso, il transito e/o la sosta di navi nel mare territoriale, qualora sussistano ragioni di ordine e sicurezza pubblica". 


"Del provvedimento - si legge ancora - adottato di concerto con il ministro della difesa e con quello delle infrastrutture e dei trasporti, secondo le rispettive competenze, è data notizia al Presidente del Consiglio dei ministri".


Sul capitolo multe, presente in forma diversa nelle precedenti versioni del testo, restano quelle previste nell'articolo 2 comminate a chi si macchia di violazione del divieto di ingresso nelle acque territoriali, notificato al comandante e, se possibile, all'armatore e al proprietario della nave.
"Si applica - si legge nel testo - a ciascuno di essi la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000". Possibile poi la sanzione accessoria della "confisca della nave, procedendo immediatamente a sequestro cautelare".


Soldi sono poi previsti (stanziamento di 3 milioni di euro nel triennio 2019-2021) "per finanziare gli oneri connessi al potenziamento delle operazioni di polizia sotto copertura, anche con riferimento alle attività di contrasto del delitto di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina".
Il ministero interviene anche a "maggiore tutela per gli operatori delle forze di polizia impiegati in servizio di ordine pubblico nel corso di pubbliche manifestazioni". "Si introduce, poi, una nuova fattispecie delittuosa, che punisce chiunque, nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, utilizza - in modo da creare concreto pericolo a persone o cose - razzi, fuochi artificiali, petardi od oggetti simili, nonché facendo ricorso a mazze, bastoni o altri oggetti contundenti o comunque atti ad offendere".

Arrivano le aggravanti: "Si aggravano le pene - si legge - qualora i reati siano commessi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico". 
Cinque articoli sono poi dedicati "a "disposizioni urgenti per il potenziamento dell'efficacia dell'azione amministrativa a supporto delle politiche di sicurezza". "Il ministero della Giustizia è autorizzato ad assumere, per il biennio 2019-2020, con contratto di lavoro a tempo determinato di durata annuale un contingente massimo di 800 unita' di personale amministrativo non dirigenziale". Investimenti previsti in "3.518.433 euro per il 2019 e in 24.629.026 euro per il 2020".


Infine le misure di contrasto alla violenza negli stadi e durante le manifestazioni sportive. Daspo previsto per "coloro che risultino denunciati per aver preso parte attiva a episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive, o che nelle medesime circostanze abbiano incitato, inneggiato o indotto alla violenza"; "coloro che risultino avere tenuto, anche all'estero, sia singolarmente che in gruppo, una condotta finalizzata alla partecipazione attiva a episodi di violenza, di minaccia o di intimidazione"; "coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti".
Nel mirino finiscono anche i club cui è vietato favorire chi ha subito un Daspo: le società non devono "corrispondere, in qualsiasi forma, diretta o indiretta, sovvenzioni, contributi e facilitazioni di qualsiasi natura, compresa l'erogazione di biglietti e abbonamenti o di titoli di viaggio a prezzo agevolato o gratuito, ai destinatari dei provvedimenti previsti dall'articolo 6 del codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, ai condannati, anche con sentenza non definitiva, per reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive".

Luca Kocci

da il Manifesto

 

Guerra e pace. Il pontefice: «Porti aperti a imbarcazioni che caricano sofisticati armamenti. L’ira di Dio si scatenerà contro i responsabili dei Paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre»

 

Porti chiusi alle navi che salvano vite umane nel Mediterraneo. Porti spalancati alle navi che invece caricano armi per le guerre in Africa e Medio Oriente, da dove proviene la maggior parte dei migranti.

 

È questa, secondo papa Francesco, la contraddizione, anzi «l’ipocrisia», dell’Europa che parla di pace mentre produce e vende armamenti e respinge coloro che da quei conflitti fuggono.

 

LE PAROLE sono state pronunciate ieri mattina dal pontefice durante l’udienza in Vaticano ai partecipanti alla Roaco, la riunione delle opere di aiuto alle Chiese orientali, durante la quale ha anche annunciato che nel corso del 2020 si recherà in Iraq.

 

«Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini», ha detto Francesco.

 

«Questa ipocrisia è un peccato», ha aggiunto il papa, e prima o poi «l’ira di Dio si scatenerà contro i responsabili dei Paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre».

 

Parole mirate, dal momento che proprio nelle scorse settimane, alla fine di maggio, nell’Italia dei «porti chiusi» ai migranti – come continua a sbraitare il vicepremier ministro dell’Intero Matteo Salvini – sono transitate, provenienti da Belgio e Francia, due navi battenti bandiera dell’Arabia Saudita, per fare rifornimento di armamenti per la guerra in Yemen.

 

La prima, la «Bahri Yanbu», a Genova, è stata respinta dalle proteste dei camalli e delle associazioni pacifiste. La seconda invece, la «Bahri Tabuk», arrivata all’alba e di nascosto a Cagliari, probabilmente è riuscita a caricare armi, forse le bombe prodotte dalla Rwm di Domusnovas.

 

SALVINI, dal canto suo, che evidentemente si è sentito chiamato in causa dalle parole del papa – il quale, ovviamente, non lo ha nemmeno nominato -, si è affrettato a replicare al pontefice, dal quartier generale di via Bellerio. «Ancora oggi c’è stata un’esortazione del santo padre a salvare vite: noi questo stiamo facendo», ha detto in conferenza stampa, snocciolando i numeri dei migranti respinti e morti in mare e aggiungendo: «Qualunque nave pirata illegale abusiva o fiancheggiatrice degli scafisti, che si ritrovasse a operare nelle acque libiche, incentiva nuove partenze ed è complice di nuovi morti e nuovi dispersi». Quindi sarà respinta.

 

«CI SI PUÒ ASPETTARE che il papa dica no alle armi», commenta Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il disarmo, che però evidenzia i punti politici delle parole del pontefice: «Non è un richiamo generico del genere peace and love. I produttori di armi vengono individuati come precisi corresponsabili delle guerre, e i governi sono invitati ad intervenire per fermare il commercio degli armamenti». Per esempio chiudendo i porti non ai migranti ma ai cargo che caricano materiale bellico.

 

E monsignor Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura e presidente di Pax Christi: «Il papa ha toccato un nodo decisivo: si chiudono i porti ai migranti che cercano un futuro diverso e invece si aprono per incassare i soldi della vendita delle armi e addirittura si addobbano trionfalisticamente per inaugurare la nuova portaerei «Trieste» (a Castellammare di Stabia lo scorso 25 maggio, n.d.r.) costata oltre un miliardo di euro e che potrà ospitare anche i cacciabombardieri F-35. Su queste contraddizioni non possiamo e non dobbiamo tacere».

Marco Sferini

08/06/2019

 

Detto con terapeutica ironia, il governo non pare abbia il controllo di sé medesimo non solo su tutte le tematiche sociali che vorrebbe affrontare ogni giorno, ma men che sembra essere equilibrato sul problema dei problemi: la crisi economica o, se volete, l’economia in senso lato, quella che tocca direttamente le nostre tasche e che quindi ci viene alla mente e magari resuscita un poco di rabbia classista nel constatare che le grandi multinazionali e i grandi gruppi godono di enormi sgravi fiscali e, in più, si esercitano abilmente nell’azione dell’evasione in materia di tasse, mentre un povero stipendio di un lavoratore è obbligatoriamente tassato da sempre.

 

Dal Giappone a Roma e viceversa, voci e comparsate televisive si smentiscono a vicenda: c’è chi si fa fotografare con la novità dei “minibot” che, ad occhio, sembrerebbero davvero una specie di valuta alternativa a quella vigente: non certo un bolscevico, ma bensì proprio Mario Draghi lancia l’allarme intravedendo non solamente una provocazione leghista ripetuta da Salvini più e più volte (ben sapendo di giocare col fuoco scoppiettante dei mercati) ma l’inizio di una campagna politica fondata su un distacco dall’Euro e quindi il non troppo difficile riorientamento dell’opinione pubblica su posizioni sovraniste anche in questo campo.

 

Infatti sondaggi e rilevazioni dell’umore popolare, dicono che, pur avversando la moneta unica europea, fenomeno manifesto di tutte le disgrazie del Paese nonostante si tratti di un feticcio, di un mezzo di scambio di altri valori, gli italiani non sono poi così propensi a fare il “salto nel buio” che hanno messo in essere in Gran Bretagna.

 

Si sa, l’Italia non ha una crescita economica tale da poter sostenere altro debito, eppure le cosiddette riforme sociali del governo sono tutte messe in conto debito e rimandate al pagamento che dovranno sostenere le generazioni future.

 

Un piano generale di riorganizzazione del lavoro non esiste: il cosiddetto “governo del cambiamento” non si è schierato dalla parte degli sfruttati, dei lavoratori e delle lavoratrici promuovendo e sostenendo la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore settimanali a parità di salario; non ha nemmeno preso in considerazione il ripristino di una tendenza a rivedere i contratti precari e a convertirli in contratti nazionali di lavoro; nemmeno per l’anticamera del cervello i ministri hanno riflettuto sul fatto che per avere maggiori introiti per una distribuzione equa delle risorse e per sostenere progetti di ricomposizione di uno “stato-sociale” degno di questo nome, avrebbero potuto istituire una tassazione patrimoniale, fortemente progressiva, che prendesse di più ai ricchissimi, partendo da un tetto di reddito annuo vicino al milione di euro.

 

Nulla di tutto questo è stato nemmeno messo in cantiere. Del resto, la risposta è semplice per chi vuole accontentarsi di una presa in giro: non era nel contratto di governo. In realtà nessuna riforma sociale degna di questo nome era nei programmi di due forze politiche che sposano interamente il punto di vista del mercato, del liberismo e che, con sfumature leggermente differenti, applicano tutto ciò a tentativi di gestione di una “pace sociale” tra le classi che, insistono, non esistono più, proprio come le “ideologie”.

 

Si nega l’evidenza: perché la lotta dei lavoratori del “Mercatone Uno” non è forse lotta di classe? Che ne siano consapevoli i lavoratori è questione da affrontare a parte, ma si tratta di un interesse socio-economico contro un interesse semplicemente economico (e rigorosamente privato). Salari contro dividendi aziendali. Sfruttamento del lavoro contro accumulazione dei profitti generata dall’immissione sul mercato dei prodotti “sociali” derivati dall’impiego di mano d’opera non retribuita per il vero valore che produce: altrimenti il “plusvalore” come potrebbe ancora generarsi in una società che viene quasi vissuta come post-capitalista mentre è tutta capitalista e si esprime nella sua più violenta traduzione concreta in ogni ambito di lavoro tramite il liberismo sfrenato?

 

Ma il governo, davanti ad una previsione di deficit del 3.5% (fino al 2020) fatta dalla Commissione europea, risponde con i “minibot”: in risposta al presidente della BCE, Palazzo Chigi avverte che non si tratta di una valuta parallela all’Euro. Forse, ribattono i giovani padroni riuniti a convegno, sono più simili ai “soldi del Monopoli”. Ribatte Salvini piccato che non è così e che comunque i “minibot” agli italiani piacciono. Lui lo sa: perché servirebbero a pagare i debiti della pubblica amministrazione.

 

Resta il fatto che non sarebbero solo dei pezzi di carta o monete come quelle che un tempo la Lega Nord faceva stampare come banconote della fantomatica “Repubblica del Nord” o della “Repubblica federale padana”. Quelle veramente non avevano corso legale tanto che, ad una manifestazione del Carroccio, ne comperai un paio con le allora lire italiane e le offrii ad un bussolotto per le sottoscrizioni che si trovava in uno stand leghista durante un comizio di Umberto Bossi. Il militante di verde vestito mi disse sorpreso: “Eh, ma quelle non valgono!”. “Come non valgono”, mi venne da ribattere aggiungendo provocazione alla provocazione, “sono i soldi della vostra nazione!”.

 

Questa volta non è così, i “minibot” rischiano di essere anche una provocazione di una Lega non più secessionista ma ipernazionalista, ma rischiano ancora di più di diventare uno strumento di progressivo addomesticamento delle masse all’idea che una alternativa all’Euro c’è in una Europa delle piccole patrie, dei muri e dei confini alzati contro il pericolo delle invasioni dei migranti.

 

Nessuna difesa dell’Euro politicamente inteso come lo è stato fino ad oggi dalle direttive della Commissione di Bruxelles e della BCE: ma possono i lavoratori e le lavoratrici assistere ad un ulteriore aggravio della loro condizione già miserevole soltanto perché un governo non ha la minima intenzione di mettere mano alle tasche dei ricchi e di redistribuire, con opportune tassazioni dei patrimoni faraonici dei paperoni di casa nostra, quanto è stato loro rubato con lo sfruttamento del lavoro parcellizzato e precario fatto avanzare (questo sì…) “come un treno”?

 

Paradossalmente un sistema economico continentale politicamente gestito per garantire gli stati più ricchi dell’Unione è oggi una forma di difesa rispetto alle bislaccherie di un governo che non è mai stato un “governo del popolo” e tanto meno amico dei lavoratori.

 

I lavoratori e gli sfruttati tutti non hanno mai avuto governi “amici”. Forse qualche governo “meno nemico” di altri. Ma la storia recente ci insegna che se si hanno i rapporti di forza completamente dalla propria parte, allora si può provare ad intervenire fortemente sul piano economico mediante quello politico; altrimenti l’appoggio dei comunisti o della sinistra (non il PD; tocca sempre ricordarlo…) a governi di centrosinistra non avrebbe altra funzione se non quella di rendere nuovamente più accomunabili centrodestra e finti riformisti progressisti: tutti a plaudire alle riforme dei governi tecnici.

 

L’alternativa, come s’è visto, non è arrivata nemmeno con il mostro bicefalo giallo-verde: dalla parte dei padroni sempre e comunque. Anche e nonostante le due pseudo-riforme del reddito e delle pensioni che, invece di essere finanziate con i soldi dei ricconi, sono messe a debito sulle spalle delle prossime generazioni.

 

Del resto… è il governo del cambiamento. In peggio.

Anna Maria Merlo

 

Bruxelles. Raccomandazioni a Francia, Belgio e Cipro: non rischiano sanzioni. Mentre la Spagna è ufficialmente uscita ieri dalla procedura per deficit.

 

L’Italia è ben sola nel tunnel della minaccia d’apertura di una procedura di infrazione per debito eccessivo da parte della Commissione europea. Questa procedura, che per diventare effettiva dovrà avere l’approvazione a maggioranza qualificata del Consiglio europeo, non è mai stata applicata nella Ue. E’ molto pesante: implica mettere il paese sotto una sorveglianza rafforzata per 6-10 anni. Invece ci sono stati diversi casi di procedure per deficit eccessivo: nelle ultime raccomandazioni della Commissione sono finiti ieri anche Francia, Belgio e Cipro, a cui la Commissione chiede di correggere i bilanci troppo in rosso, però tutti e tre i paesi sfuggono alla minaccia di sanzioni. Addirittura, la Spagna, che era l’ultimo paese ad essere ancora sotto l’ultima ondata di procedure di infrazione per deficit, è ufficialmente uscita ieri da questa situazione (come già la Francia mesi fa). Hanno invece ricevuto ieri un «avvertimento» da parte di Bruxelles l’Ungheria e la Romania, sotto osservazione per uno scarto importante, rispettivamente nel 2018 e nel 2017 (e da allora non corretto) rispetto alle norme. La Grecia resta sotto sorveglianza rafforzata, perché non è ancora rientrata nei parametri, anche se il programma di sostegno è stato portato a termine già nell’agosto 2018.

Per l’Italia ci sarà un esame l’11 giugno, da parte del Comitato economico e finanziario, dove siedono i rappresentanti del Tesoro. Poi seguirà, il 14, un’Ecofin, con i ministri delle Finanze. Poi il dossier, il 20 e 21 giugno, passerà al Consiglio, dove la sanzione sarà decisa con un voto a maggioranza qualificata (la cosiddetta «maggioranza rovesciata»). Il verdetto definitivo arriverà dall’Ecofin del 9 luglio.

La Commissione è divisa (oltre ad essere a fine mandato). Jean-Claude Juncker non vuole lasciare un’immagine di «lassista», il commissario Valdis Dombrovskis sottolinea che l’Italia «oggi paga per gli interessi tanto quanto gli costa l’intero sistema educativo», mentre il suo collega Pierre Moscovici tende la mano: «La porta resta aperta». Nella Commissione c’è chi propende per la soluzione più facile, ma potenzialmente più esplosiva: «Lasciamo che i mercati finanziari facciano il loro lavoro», cioè il governo populista verrà piegato dallo spread, senza bisogno della procedura e delle sanzioni che ne derivano (fino allo 0,2% del pil).

Leonardo Clausi

LONDRA

 

Usa/Gb. Il presidente Usa: servizio sanitario sul tavolo dell’accordo bilaterale post-Brexit. Decine di migliaia di manifestanti contro la visita di Stato. E lui: «Non incontro Corbyn»

 

Londra ha accolto Donald Trump con il suo miglior grigiore, la sua migliore pioggia, i suoi migliori manifestanti. E mentre il pallone gonfiato con l’effige del presidente degli Stati uniti sventolava irriverente sulle decine di migliaia di teste accorse a dire no al rituale diplomatico ossificato, vuoto e opulento riservatogli, l’effigiato – non meno gonfiato – continuava il tour delle massime cariche dello stato britannico.

 

Compresa naturalmente la trisavola coronata: Trump ama Elisabetta seconda (anche se probabilmente non ricorda la prima) ed esalava sincero rispetto e soddisfazione al cospetto della sovrana. I ritratti fotografici dei due entourage al completo sono già in attesa di cornice e caminetto su cui fare mostra di sé tra un libro di self-help e un bel merluzzo parlante (d’oro). Se solo mamma potesse vederli. «È una donna fantastica, una persona fantastica», ha detto, dando pericolosamente fondo al suo vocabolario da tredicenne.

 

Ieri era il secondo giorno della visita di Stato in Gran Bretagna dell’ormai familiare volto della democrazia americana attuale. Non senza un certo imbarazzo, Trump è stato lusingato dall’establishment dell’ex dominatore coloniale del suo grande paese, che non ha esitato a srotolare il protocollo delle visite intergalattiche, anche se non lo ha scarrozzato nel calesse intagliato della sovrana né è stato invitato a pernottare a Buckingham Palace, dove l’unico divano-letto disponibile era fuori uso.

 

Ma è stato comunque l’ospite d’onore di un banchetto per 170 in-dignitari, che ha saputo impreziosire con la solita gaffe da rotocalco di chi proviene da un paese senza medioevo: anche lui – come la moglie del suo predecessore, Michelle Obama – ha toccato la monarca, purtroppo senza sparire o trasformarsi in qualcosa di meno dannoso per l’uomo e la natura. Nemmeno a lei è successo nulla.

Dopo un incontro a Downing Street con Theresa May – già passata remota e ormai portiera del numero dieci, da giorni ormai con i bagagli dietro la porta – suggellato da una conferenza stampa dove i due leader hanno ripercorso a memoria tutto il repertorio dal 1945 sul rapporto speciale (dove specialità deve occultare una parità fittizia), Trump ha ribadito il suo convincimento che Brexit sia una gran cosa e di voler fare un grande accordo di libero scambio con il Regno Unito.

 

Aggiungendo, non senza eccitare ulteriori controversie tra i paladini bipartisan del National Health Service (l’Nhs è il primo servizio sanitario pubblico europeo dopo la seconda guerra mondiale), che lo stesso Nhs sarà oggetto di negoziazione nel trattato, alimentando le speculazioni di una sua privatizzazione a imprese statunitensi.

 

Trump, che non si è dimostrato avaro di preziosi suggerimenti al futuro leader britannico (uscite dall’Ue senza accordo e senza pagare l’indennità di divorzio, poi stipuliamo un mega-accordo bilaterale: musica per le orecchie dei più euroscettici Tories in corsa per la leadership), ha ribadito la sua posizione sulla Nato (i Paesi membri devono aumentare i budget per la difesa), ha annunciato di voler incontrare Michael Gove – tra i più pericolosi ideologi Tories perché meno ignorante – e ieri sera ha incontrato Farage, da lui lodato a ogni piè sospinto e che avrebbe visto volentieri come ambasciatore a Washington. Restano tuttavia vari golfi da colmare: sul clima, sulla Cina (vedi Huawei) e sull’Iran.

 

In conferenza stampa Trump ha poi annunciato di rifiutato un incontro col temuto futuro leader britannico. «È una forza negativa», ha detto giustificando la propria decisione, usando un tropo new age che – come buona parte della cultura new age nel suo complesso – non significa un bel nulla. Parliamo naturalmente di Jeremy Corbyn che, a sua volta “fuori le mura” di Downing Street, faceva quello che sa fare meglio: parlava ai manifestanti affluiti davanti a Whitehall di quelle cose utopiche come pace, giustizia, collaborazione, umanità, accoglienza: vocaboli ormai espunti dai dizionari di quest’Europa sempre meno veteroliberale e più neofascista.

 

Ore prima, ai microfoni del programma mattutino Today di Bbc Radio 4, Emily Thornberry, sagace ministro degli Esteri ombra, aveva difeso la scelta di Corbyn di boicottare l’illustre cenone, nonostante tra loro ci sia disaccordo (sullo sciagurato secondo referendum in primis): «È un predatore sessuale, un razzista ed è giusto dirlo – ha detto Thornberry di Trump – Credo che ci sia bisogno di chiedersi quando il nostro Paese è diventato così timoroso. Perché non cominciare a dire le cose come stanno?».

04/06/2019

di Dante Barontini

da Contropiano

 

Prima avvertenza ai nostri lettori: questa non è una crisi di governo, ma una crisi di sistema. Che naturalmente investe anche il governo, ma non nasce da lì e anzi ne determina l’evoluzione. E anche la soluzione.

 

Partiamo con la cronaca, che già conoscete per sommi capi sotto il bombardamento delle tv.

 

Il presidente del consiglio Giuseppe Conte, dopo settimane alle corde sotto i colpi congiunti e opposti di Lega e Cinque Stelle, ha dato il suo penultimatum:

 

Non mi presto a vivacchiare, a galleggiare. E sono pronto a rimettere il mio mandato nelle mani del presidente della Repubblica. Alle forze politiche chiedo una risposta chiara e rapida“.

 

A prima vista sembra soltanto un richiamo ai suoi due presunti vice – in realtà gli azionisti vero dell’esecutivo che lui formalmente dirige – anche grazie ai riferimenti quasi espliciti alle modalità con cui avviene quotidianamente la rissa: “Il mio motto è sobri nelle parole e operosi nelle azioni. Ma se continuiamo nelle provocazioni per mezzo di veline quotidiane, nelle freddure a mezzo social, non possiamo lavorare. I perenni costanti conflitti comunicativi pregiudicano la concentrazione sul lavoro“. E certo si riferiva a Salvini ammonendo “Nessun ministro prevalichi le sfere che gli competono“.

 

Il voto per le europee ha decisamente rovesciato i rapporti di forza interni, rispetto al 4 marzo 2018. E consente al leghista di pretendere di dettare l’agenda, in modo provocatorio nei toni e nei temi. Pretendere infatti la sospensione per due anni del “codice degli appalti” – con tutte le farraginose procedure, spesso scritte malissimo e fonte di continui rinvii da parte delle amministrazioni pubbliche che devono dare il via a gare e lavori – significa aprire il portone alle aziende in odor di mafia e alle assegnazioni di lavori senza gara, per “amici degli amici” e corruttori di ogni genere.

 

Può sorprendere che a spianare la strada alle mafie sia un ministro dell’interno, ma Salvini veste questa divisa solo quando gli conviene (contro rom, migranti, antifascisti, opposizione politica vera).

 

Anche l’altro elemento di scontro immediato – il “decreto crescita” – punta a smontare altri bacini di consenso ai Cinque Stelle, comprendendo il via ai cantieri di molte grandi opere, tra cui la Tav in Valsusa (per cui è stato messo già a gara mezzo miliardo per le sole “opere di cantiere”).

 

Ma il cuore degli equilibri che sono saltati sta ancora una volta nei rapporti con l’Unione Europea, i suoi vincoli, i suoi trattati, le sue pressioni.

 

Conte ne ha fatto cenno quasi esplicitamente, ricordando che per evitare procedure d’infrazione da parte dell’Unione europea “serve coesione”, perché Una procedura ci farebbe molto male“.

 

Il che va ad impattare direttamente sulla struttura della manovra finanziaria da disegnare con la prossima legge di stabilità: “La prossima manovra dovrà mantenere un equilibrio dei conti perché le regole europee rimangono in vigore finché non riusciremo a cambiarle“.

 

Come avevamo spiegato subito, al momento della formazione del “tre governi in uno”, le sparate elettorali convergenti dei due azionisti elettorali hanno dovuto fare presto i conti con i limiti imposti da una gabbia impossibile da rompere con le sole chiacchiere, senza disporre di “piani B” al tempo stesso economici e geopolitici.

 

Con la legge di stabilità 2019 si era visto che le velleità “redistributive” (“quota 100” e reddito di cittadinanza) dovevano essere molto ridimensionate all’atto pratico, fino a risultare quasi impercettibili. Con la prossima, si sa già che – a regole immutate – qualcuno dovrà intestarsi una manovra più sangue che lacrime. Molto poco “popolare”, in termini di consensi.

 

Il verro leghista, abituato agli scontri di giornata, ha voluto ricordare che “Il voto europeo è stato molto significativo, anche sui vincoli europei. I parametri Ue non sono la Bibbia“. E certamente non lo sono, come sanno bene i nostri lettori.

 

Ma la speranza di avere, dopo le elezioni europee, un “fronte populista e nazionalista” quasi maggioritario a Strasburgo è risultata assolutamente infondata. Non che un’eventuale maggioranza “sovranista” avrebbe addolcito parametri e trattati (certe maggioranza si accordano facilmente soltanto sul rifiuto di immigrati scuri di pelle – la Polonia, per esempio, ha un milione e mezzo di ucraini rinchiusi in autentici campi di lavoro, anche se sbraita solo contro quelli “negri”).

 

Ma i risultati che hanno visto sgonfiarsi la “grosse koalition” tra popolari e socialdemocratici hanno fatto emergere però altre due formazioni assolutamente “europeiste” come liberali e verdi.

 

Dunque un eventuale governo monocolore guidato da Salvini (ma con i voti di chi, senza passare per nuove elezioni?) abbaierebbe alla luna e dovrebbe fare, in condizioni peggiori (lo spread già viaggia intorno ai 300 punti), quel che la Commissione Europea impone.

 

In effetti, dal suo punto di vista, meglio far saltare tutto, sbarrare la strada soltanto a chiacchiere a un probabilissimo “governo tecnico” e cercare di capitalizzare altri consensi di qui a…

 

A quando? Per cinque anni questo equilibrio politico europeo non sarà modificabile. I trattati cambieranno, certamente, perché sono manifestamente poco funzionali – per usare un eufemismo – “alla crescita”. Ma il tono e la direzione li daranno Francia e Germania, sempre più interconnesse dopo il trattato di Aquisgrana, non certo l’Italietta leghista.

 

E qui conviene ricordare la definizione iniziale: questa è una crisi di sistema, per questo paese. Non è soltanto il sistema politico ad essere impazzito dietro la quotidiana caccia al consenso facile. E’ il mondo delle imprese a esser privo di visione alta, strategica, di lungo periodo. La Fiat-Fca si vuol vendere a Renault (che ha lo Stato francese come azionista di controllo!), i colossi del lusso hanno già quasi tutti preso la stessa strada; quel che resta di grandi imprese (Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri, ecc) regge solo grazie al fatto di essere aziende sostanzialmente pubbliche.

 

La magistratura ha smesso da tempo di recitare – solo recitare, sia chiaro – la parte della “salvatrice della patria”. Il caso Palamara-Lotti-ecc mostra in piena luce un intreccio di rapporti e di dipendenze tra magistrati e “politica”, con grande partecipazione di faccendieri, professionisti e “imprenditori”, che solo le interconnessioni massoniche possono forse spiegare.

 

Come abbiamo detto qualche volta, non è il vecchio fascismo quello che bussa alle porte. Con tutta la sua infamia, infatti, il regime del Ventennio traeva forza da una necessità oggettiva – la modernizzazione di un paese che doveva passare da agricolo a industriale – e declinava in modo reazionario e dittatoriale un’esigenza che altrove veniva soddisfatta in senso keynesiano (New Deal roosevetiano) o addirittura rivoluzionario (l’industrializzazione sovietica).

 

Qui c’è invece da gestire un declino senza fine, con il guinzaglio “europeo” al collo della popolazione, mentre imprenditori e possidenti vendono, delocalizzano, fuggono, seguiti da centinaia di migliaia di giovani con ogni livello di formazione.

Andrà trovato un altro termine, ma può diventare assai più mortifero del fascismo storico. Per ora, diciamolo, è certamente più pezzente…

 

«Voglio ricordare ai generali del gran rifiuto che il 2 giugno è la festa della Repubblica, non quella delle Forze armate». Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, considera pretestuosa la protesta di quei generali che oggi diserteranno la parata del 2 giugno e accusano il governo di fare del «pacifismo d’accatto».

 

«Il 2 giugno – insiste Zanotelli – non è la festa delle Forze armate ma è la festa della Repubblica. È grave che adesso i generali si sentano sminuiti o altro. Le Forze armate devono ascoltare la Costituzione che dice che l’Italia ripudia la guerra». E a proposito dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte, «magari fossimo davanti a un governo pacifista. Questo governo è andato avanti ad armare a più non posso. È appena stata varata una nave militare a Trieste che costa un miliardo e 300 milioni. Non vedo un minimo di pacifismo in questo governo». Ma, prosegue, «va detto che ci sono due anime nel governo: Salvini e la Lega, legatissimi alle armi. Poi il M5S che prima parlava di Stato contro le armi e ora non fa nulla. Chi governa però ora è Salvini, non Di Maio. Dunque di che si lamentano i generali?».

01/06/2019

Giulio Cavalli

da Left

 

 

Aveva promesso che in caso di condanna non ne avrebbe messo in discussione il ruolo. Che personaggio, il ministro dell’Interno: il viceministro leghista alle Infrastrutture e ai Trasporti Edoardo Rixi è stato condannato a 3 anni e 5 mesi di reclusione nell’ambito dell’inchiesta sulle spese nel Consiglio Regionale della Liguria e Salvini ne ha accettato le dimissioni. Balle. Balle su balle. Prove di forza di un governo che da parte leghista continua a perdere pezzi per condanne e affini come nel miglior periodo berlusconiano.

 

Lui, Rixi, si dice tranquillo (beato lui) e Salvini lo ringrazia con un comunicato che sembra quasi commovente, come due vecchi amici che non si vedranno per un po’ perché sono finite le vacanze estive ma, dice Salvini di avergli già trovato un buon parcheggio all’interno del partito con il ruolo di responsabilità che giustamente si conviene a un condannato.

 

Con la differenza che se tutto questo fosse accaduto con gli altri governi ci sarebbe gente che si sarebbe fatta esplodere (Salvini incluso) in nome dell’onestà e del buon governo e invece qui tutto passa sotto il silenzio, anzi sotto il rumore roboante di un sovranismo che vorrebbe anche decidere tutto.

 

Del resto che sia Salvini, cioè il ministro dell’Interno a dire “ho accettato le dimissioni di Rixi” significa che non esistano nemmeno più le normali prassi istituzionali. Fa tutto lui. E disfa tutto lui. Ed è segretario di un partito che continua a collezionare le ruberie che gli italiani dicevano di non volere più vedere. E invece ci sono ancora.

 

Avanti così.

Andrea Colombo

 

Giungla d'appalto. Il leghista sacrifica Rixi per passare subito all’incasso: Flat tax, Tav, sospensione del codice degli appalti e più inceneritori

 

Se ci dicono di no, l’Italia non ha tempo da perdere. E la Lega nemmeno», di fronte a una selva di telecamere, a palazzo Madama, Matteo Salvini sfodera il pugno di ferro. Di tempo, evidentemente, non ne vuole perdere nemmeno lui. Alle 13 arriva la notizia della condanna del viceministro leghista Edoardo Rixi: 3 anni e 5 mesi, con in più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Nemmeno mezz’ora dopo il viceministro rassegna le dimissioni nelle mani non del presidente del consiglio Giuseppe Conte ma di Salvini, e il particolare è significativo. Accettate a strettissimo giro, «per tutelare il governo». Non è una resa ma il sacrificio di una pedina necessario per scatenare l’offensiva. Poco dopo infatti il ministro dell’Interno convoca a sorpresa la stampa e squaderna una sfilza di imposizioni impressionante. Un dikat.

 

REDUCE DALL’INCONTRO con Giovanni Tria, nel cui studio si è presentato con tutte le teste d’uovo economiche del Carroccio, i presidenti di commissione Bagnai e Borghi, il sottosegretario Garavaglia, Salvini esordisce raccontando di aver detto chiaro al ministro dell’Economia che nella manovra ci dovrà essere la Flat tax. «E le coperture?», chiede qualcuno. «Ci sono», taglia corto il vicepremier leghista. Ma non si ferma qui. «I risultati della pace fiscale sono stati ottimi. Dunque la prorogheremo». Era stato, mesi fa, uno dei principali motivi d’attrito con i soci. Ora Salvini non si preoccupa più del loro parere. Non si è neppure peritato di avvertirli.

 

Come non ha avvertito né gli alleati né Conte della vera sorpresa. Un nuovo emendamento allo Sblocca cantieri, più precisamente un «testo 2» che sostituisce quello di un emendamento già presentato, che di fatto riscrive completamente il decreto. C’è la sospensione secca del codice degli appalti per due anni. C’è l’allentamento radicale dei vincoli sui termovalorizzatori: «I rifiuti sono una ricchezza in tutto il mondo. Solo da noi sono un costo. E’ ora che creino valore». C’è la cancellazione di tutte le mediazioni trovate in commissione. L’emendamento è infatti uno dei primi: una volta approvato, porterà alla decadenza di tutto il resto. Certo, c’è sempre tempo per subemendarlo. Fino alle 12 di questa mattina.

 

E’ UNO SCHIAFFO violentissimo nel merito e forse anche più nel metodo. Salvini ha riscritto uno dei decreti più delicati e più a lungo contrattati con i soci senza consultarli né avvertirli. Non ha nemmeno ritenuto opportuno fare uno squillo a Conte, e non potrebbe esserci risposta più chiara a quanto lo stesso Conte gli aveva detto il giorno prima: «Il premier sono io». Non è più così. Salvini è disposto a lasciarglielo dire. Non a farglielo fare.

 

Tutto qui? Macché. C’é la Tav, per esempio. Voci da Bruxelles, anticipa il leghista, dicono che la Ue sarebbe pronta ad aumentare il suo contributo fino al 55% della spesa. Il calcolo costi-benefici sarebbe in questo caso certamente vantaggioso. E comunque «col voto alle europee l’80 per cento della Val Susa ha detto di volere la Tav». Capitolo chiuso. Il tunnel base si farà.

 

Segue la richiesta di mettere alla porta i ministri sgraditi, quello dell’Ambiente, Costa, e quella della Difesa, Trenta. Una frecciata a Virginia Raggi, perché il leghista non vede l’ora di conquistare la ex «Roma ladrona», e la lista delle imposizione è fatta. Somiglia da vicino a una richiesta di resa incondizionata. Ai 5 Stelle, espletato il rituale della consultazione su Rousseau, la scelta tra subirla o andare alle elezioni. Ma Salvini, che ha ideato personalmente la mossa di ieri, è convinto che pur di evitare le urne i 5S cederanno. Tanto più che formalmente tutto quel che propone figura in un modo o nell’altro nel contratto.

 

SALVINI HA SCELTO PROPRIO la giornata della consultazione su Di Maio per dimostrare nei fatti che chi comanda è lui. E aveva cominciato a farlo già nell’incontro con Tria. Non solo chiarendo che nella manovra ci deve essere la Flat tax, ma anche mettendo il veto a qualsiasi fantasia di manovra correttiva, che infatti Tria poco dopo escluderà pubblicamente, e persino dettando i toni con cui va scritta la risposta alla lettera di Bruxelles. Non sulla difensiva ma all’attacco, ottimista, con la rivendicazione dei successi ottenuti. La fase 2 del governo è questa. Per Conte e Di Maio la scelta è secca: prendere o lasciare . E quindi votare.

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