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15/03/2020

 

Il governo ha decretato (Dl n.14 del 9 marzo) l’assunzione di 20 mila tra medici, infermieri assistenti sociosanitari, chiamandoli in trincea a salvare il paese provato duramente dall’emergenza coronavirus. 

 

Ma, scandalosamente, i contratti proposti sono solo di tipo precario prevedendo incarichi individuali della durata massima di un anno non rinnovabili; è sparita dall’articolo 2 del decreto del 9 marzo perfino la possibilità, inizialmente prevista, di stabilizzazione degli assunti dopo 2 anni di contratto. Inoltre non è chiaro se per concretizzare al più presto immediate assunzioni per mettere in sicurezza i territori sia necessaria una specifica autorizzazione del Ministero (es. questa aspetta la Regione Puglia)

 

Ma il peggio è che il canale prioritario indicato per coprire l’emergenza è quello del ricorso a contratti di lavoro autonomo di 6 mesi anche co.co.co prorogabili.

 

Conte dice che c’è una guerra in corso e chiama tutti a sostenerne l’urto in nome dei valori della comunità, ma poi il contributo dato, decisivo per vincere, non varrà nulla: passata la festa……

 

Chi si era illuso che la grande prova data dalla sanità pubblica come presidio insostituibile del diritto alla salute per tutti, avrebbe indotto un’inversione di rotta rispetto ai tagli di strutture, personale e servizi, è servito!  Continuerà il massacro neoliberista della Sanità pubblica? Il governo non impara nulla dall’evidenza?

 

Non si ragiona sul fatto che si è fatto fronte all’emergenza solo grazie alla grande dedizione e ai turni massacranti di lavoratrici e lavoratori dotati di un senso del pubblico servizio che resiste nonostante tutto? Ormai tutti riconoscono che organici e strutture del paese sono molto al di sotto dei principali paesi europei Oggi in Italia mancano circa 50 mila medici e altrettanti infermieri e da qui al 2025 è previsto il prepensionamento di 40 mila medici. Lasciare le cose come stanno significa che questo governo prosegue sulla linea neoliberista dei tagli dei servizi pubblici, del personale e della precarizzazione del lavoro.

 

Che oggi nelle corsie si debba continuamente scegliere chi ha diritto di andare in terapia intensiva per mancanza di macchinari e di personale è il pessimo risultato di politiche decennali neoliberiste, ma che non ci si organizzi perché mai più possa succedere è un grave atto di irresponsabilità politica e di disprezzo per il diritto alla salute e alla vita.

 

Bisogna cambiare passo: più medici, più infermieri, più posti letto, più prevenzione e presidi territoriali: un grande piano di investimenti per il rilancio della Sanità pubblica a partire dalla programmazione di assunzioni a tempo indeterminato, un lavoro sicuro, qualificato che garantisca la salute a tutto il paese.

 

Antonello Patta Responsabile nazionale lavoro

Giovanna Capelli responsabile sanità Lombardia

Partito della Rifondazione Comunista S/E

Andrea Colombo

 

Il nuovo decreto. Conte annuncia: limitazioni estese a tutto il paese. Scuole chiuse almeno fino al 3 aprile. Lo stanziamento per fronteggiare la crisi economica dovrebbe superare i 10 miliardi.

 

«Tempo non ce n’è. Le nostre abitudini devono cambiare ora. Sto per firmare un decreto che si riassume nella formula Io resto a casa». Conte annuncia così la scelta concordata stavolta con le Regioni: tutta l’Italia sarà «zona rossa», o meglio arancione perché il vincolo è meno rigido di quanto non fosse intorno a Lodi, fino al 3 aprile. Teoricamente. Non ci si potrà spostare se non per gravi motivi di lavoro o salute. Vietati gli assembramenti anche all’aperto.

 

L’AMPLIAMENTO delle limitazioni a tutto il Paese era stato invocato in giornata da tutti, prima da Matteo Renzi, da molti 5S, infine dal Pd con una secca nota diramata dopo un vertice al quale Nicola Zingaretti ha partecipato in videoconferenza, «Chiediamo di valutare misure drastiche che responsabilizzino al massimo ciascuno di noi». Sospese tutte le gare sportive, campionato di calcio incluso, fino al 3 aprile. Poi si vedrà se prorogare. Delle scuole il decreto non parla ma resteranno chiuse ben oltre il 15 marzo. Riapriranno nella migliore delle ipotesi il 3 aprile, più probabilmente il 15, contagio permettendo: altrimenti si passerà al 3 maggio.

 

Il governo cerca di fronteggiare anche la seconda emergenza, derivata da quella sanitaria: la crisi economica. Al vertice di ieri sera ha partecipato anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e la decisione presa sarebbe quella di portare a oltre 10 miliardi lo stanziamento per le strutture sanitarie e per il sostegno alle categorie colpite da un virus che sta rapidamente mettendo in ginocchio l’economia reale del Paese.

 

STAVOLTA A SOSTENERE le misure eccezionali c’è anche l’opposizione. Un post di Matteo Salvini su Facebook, uscito subito dopo il comunicato del Pd, chiedeva infatti le stesse cose, «Applicare le misure più restrittive a TUTTO il territorio nazionale», aggiungendo la «garanzia assoluta che nessuno perderà lavoro e risparmi grazie a coperture economiche eccezionali e certe, dall’Italia e dall’Europa». È la prima volta che maggioranza e opposizione sembrano davvero convergere in nome della priorità della lotta contro il virus. Oggi Conte, che ieri mattina si era sentito al telefono con il leader della Lega, incontrerà a palazzo Chigi i tre leader del centrodestra. Tutti avanzeranno la richiesta di alzare di molto il fondo per l’emergenza e dunque la richiesta di flessibilità. Giorgia Meloni parlava ieri di 30 miliardi. Salvini, al Senato, ne aveva ipotizzati addirittura 50. Non sono le cifre che ha in mente il ministro Gualtieri ma l’ulteriore aumento dei fondi stanziati potrebbe bastare, se accompagnato dall’impegno a nuovi interventi, a garantire il sì della destra, tutta o in parte, quando domani il Senato voterà la richiesta del governo di modificare i saldi di bilancio, innalzando il deficit di parecchi decimali rispetto al 2,2% previsto.

 

IL VOTO DELLA DESTRA potrebbe rivelarsi necessario. La modifica del bilancio richiede infatti la maggioranza assoluta e non è affatto detto che, tra malattie e assenze da paura del virus, ci siano i 161 voti necessari. La votazione procederà a scaglioni perché palazzo Madama, come la Camera, ha deciso ieri che in aula deve essere presente di volta in volta solo metà dell’assemblea, per rispettare la distanza d’obbligo. Ieri, nella conferenza dei capigruppo, la Lega aveva subordinato il suo voto a favore del nuovo bilancio all’approvazione di una sua risoluzione, che chiederà di aumentare di molto la richiesta di flessibilità. Le cose potrebbero cambiare nell’incontro di oggi o in alternativa la destra potrebbe scegliere una posizione articolata, in modo da far passare la richiesta del governo pur senza il sì della Lega.

 

SUL TAVOLO CI SARÀ anche il nome dell’eventuale «supercommissario» che di fatto, anche se tutti si affannano a negare, commissarierebbe anche il capo della Protezione civile Borelli. I nomi in ballo sono due, l’ex capo della Protezione civile berlusconiana Guido Bertolaso e l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. La destra e Italia viva insistono per Bertolaso ma le resistenze nei confronti di un uomo chiave del potere berlusconiano, oltre tutto a suo tempo molto criticato dall’allora opposizione, sono comprensibili. Il problema dell’altro papabile, De Gennaro, è che affidare un simile ruolo a un poliziotto rischia di somigliare troppo a una delega alle forze dell’ordine. Dati i comprensibili dubbi alla fine potrebbe spuntare un terzo nome, politico e non tecnico. Il vero problema però è un altro. La Protezione civile di Bertolaso disponeva di poteri immensi. Richiamare Bertolaso o chi per lui ma senza poteri sarebbe l’ennesima scelta a metà.

 

«Tempo non ce n’è. Le nostre abitudini devono cambiare ora. Sto per firmare un decreto che si riassume nella formula Io resto a casa». Conte annuncia così la scelta concordata stavolta con le Regioni: tutta l’Italia sarà «zona rossa», o meglio arancione perché il vincolo è meno rigido di quanto non fosse intorno a Lodi, fino al 3 aprile. Teoricamente. Non ci si potrà spostare se non per gravi motivi di lavoro o salute. Vietati gli assembramenti anche all’aperto.

 

L’AMPLIAMENTO delle limitazioni a tutto il Paese era stato invocato in giornata da tutti, prima da Matteo Renzi, da molti 5S, infine dal Pd con una secca nota diramata dopo un vertice al quale Nicola Zingaretti ha partecipato in videoconferenza, «Chiediamo di valutare misure drastiche che responsabilizzino al massimo ciascuno di noi». Sospese tutte le gare sportive, campionato di calcio incluso, fino al 3 aprile. Poi si vedrà se prorogare. Delle scuole il decreto non parla ma resteranno chiuse ben oltre il 15 marzo. Riapriranno nella migliore delle ipotesi il 3 aprile, più probabilmente il 15, contagio permettendo: altrimenti si passerà al 3 maggio.

 

Il governo cerca di fronteggiare anche la seconda emergenza, derivata da quella sanitaria: la crisi economica. Al vertice di ieri sera ha partecipato anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e la decisione presa sarebbe quella di portare a oltre 10 miliardi lo stanziamento per le strutture sanitarie e per il sostegno alle categorie colpite da un virus che sta rapidamente mettendo in ginocchio l’economia reale del Paese.

 

STAVOLTA A SOSTENERE le misure eccezionali c’è anche l’opposizione. Un post di Matteo Salvini su Facebook, uscito subito dopo il comunicato del Pd, chiedeva infatti le stesse cose, «Applicare le misure più restrittive a TUTTO il territorio nazionale», aggiungendo la «garanzia assoluta che nessuno perderà lavoro e risparmi grazie a coperture economiche eccezionali e certe, dall’Italia e dall’Europa». È la prima volta che maggioranza e opposizione sembrano davvero convergere in nome della priorità della lotta contro il virus. Oggi Conte, che ieri mattina si era sentito al telefono con il leader della Lega, incontrerà a palazzo Chigi i tre leader del centrodestra. Tutti avanzeranno la richiesta di alzare di molto il fondo per l’emergenza e dunque la richiesta di flessibilità. Giorgia Meloni parlava ieri di 30 miliardi. Salvini, al Senato, ne aveva ipotizzati addirittura 50. Non sono le cifre che ha in mente il ministro Gualtieri ma l’ulteriore aumento dei fondi stanziati potrebbe bastare, se accompagnato dall’impegno a nuovi interventi, a garantire il sì della destra, tutta o in parte, quando domani il Senato voterà la richiesta del governo di modificare i saldi di bilancio, innalzando il deficit di parecchi decimali rispetto al 2,2% previsto.

 

IL VOTO DELLA DESTRA potrebbe rivelarsi necessario. La modifica del bilancio richiede infatti la maggioranza assoluta e non è affatto detto che, tra malattie e assenze da paura del virus, ci siano i 161 voti necessari. La votazione procederà a scaglioni perché palazzo Madama, come la Camera, ha deciso ieri che in aula deve essere presente di volta in volta solo metà dell’assemblea, per rispettare la distanza d’obbligo. Ieri, nella conferenza dei capigruppo, la Lega aveva subordinato il suo voto a favore del nuovo bilancio all’approvazione di una sua risoluzione, che chiederà di aumentare di molto la richiesta di flessibilità. Le cose potrebbero cambiare nell’incontro di oggi o in alternativa la destra potrebbe scegliere una posizione articolata, in modo da far passare la richiesta del governo pur senza il sì della Lega.

 

SUL TAVOLO CI SARÀ anche il nome dell’eventuale «supercommissario» che di fatto, anche se tutti si affannano a negare, commissarierebbe anche il capo della Protezione civile Borelli. I nomi in ballo sono due, l’ex capo della Protezione civile berlusconiana Guido Bertolaso e l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. La destra e Italia viva insistono per Bertolaso ma le resistenze nei confronti di un uomo chiave del potere berlusconiano, oltre tutto a suo tempo molto criticato dall’allora opposizione, sono comprensibili. Il problema dell’altro papabile, De Gennaro, è che affidare un simile ruolo a un poliziotto rischia di somigliare troppo a una delega alle forze dell’ordine. Dati i comprensibili dubbi alla fine potrebbe spuntare un terzo nome, politico e non tecnico. Il vero problema però è un altro. La Protezione civile di Bertolaso disponeva di poteri immensi. Richiamare Bertolaso o chi per lui ma senza poteri sarebbe l’ennesima scelta a metà.

di Marco Nesci

08/03/2020

 

Tanto tuonò che piovve! Anzi siamo nel bel mezzo di una tempesta, una di quelle famose bombe d’acqua che ci mettono in pochi minuti sott’acqua solo che qui non piove qualche ora, ma piove da giorni e non c’è nessuna previsione di bel tempo al contrario, non sappiamo quando finirà e come finirà.


Da decenni Rifondazione Comunista si batte contro la privatizzazione del sistema sanitario nazionale, quello diviso in 21 sistemi, anche grazie alle scellerate modifiche al Titolo V della Costituzione, modifiche intervenute per inseguire le stupidaggini federaliste della Lega Nord, che qualcuno definiva all’epoca, una costola della sinistra. Contro di noi, unici ad opporci, si levavano grida di ogni tipo sulla nostra volontà veterocomunista di centralizzazione statalista. Così come siamo stati sempre isolati ed sposti alla gogna, ogni qual volta ci si opponeva alla privatizzazione della sanità pubblica, quando da soli si sosteneva la necessità di assumere il personale medico e delle professioni sanitarie, di moltiplicare i presidi territoriali, di cancellare sprechi dovuti ad esternalizzazioni di servizi collaterali, di modificare il sistema di liquidazione delle prestazioni sanitarie (DRG) , di smetterla con le convenzioni privatistiche di chi si arricchisce sulla salute, quando sempre da soli, ci opponemmo all’intramenia, e ai famigerati “piani di rientro” dal debito sanitario che si tradussero in enormi tagli dei posti letto, accorpamenti di divisioni specialistiche, della cancellazione di interi ospedali, di riduzione di ben due terzi dei posti letti della terapia intensiva, della destrutturazione di pronti soccorso e anche di speculazioni edilizie la dove c’era un ospedale dismesso.


Oggi si paga il conto alla sbornia neoliberista, oggi 5 o 10mila contagiati su una popolazione di 60 milioni, e per cui un 10 o 15% avesse necessità di terapia intensiva, non solo mette al collasso il sistema sanitario in tutte le regioni, ma produce un effetto di “ scelta” sull’urgenza di inumana gravità mettendo fuori servizio il diritto alla salute di cui tutti siamo portatori.

 

37 miliardi di tagli negli ultimi anni e politiche di evaporazione del sistema sanitario pubblico ad inseguire quella che è la peggior esperienza sanitaria mondiale (quella americana) si trasformano oggi in un dramma collettivo a cui gli interventi decretati dal governo oggi appaiono più la chiusura della stalla quando oramai i cavalli son scappati, che le necessarie inversioni di rotta.


Per prima cosa occorre ricostruire la centralità, si statalista, del sistema sanitario che deve tornare ad essere totalmente pubblico senza se e senza ma. Uniformità di regole, di parametri di cura basati su studi epidemiologici e non su numeri economicisti, occorre ridare alla struttura sanitaria l’idea che si è al servizio del diritto universale alla salute e non una “fabbrica” che deve produrre profitto.

 

Invertire la rotta significa oggi a fronte dell’emergenza sanitaria , certo fare provvedimenti d’urgenza, ma poi rivedere radicalmente e strutturalmente una riforma sanitaria complessiva che recuperi lo spirito della riforma del 1978, ovviamente adeguandola alle nuove e drammatiche dinamiche sociali della vita di oggi. Senza questa idea di rivoluzione sociale, passata questa emergenzialità si tornerà a speculare sulla salute e ad spostare risorse dalla sanità ai mercati finanziari.

 

I provvedimenti urgenti, ( compreso la requisizione di posti letto nelle strutture private) oltre a quelli di fermare il progredire dei contagi, devono essere indirizzati su due assi principali: investimenti sul sistema pubblico sanitario con ricostruzione di specializzazioni territoriali e potenziamento in modo strutturale e permanente di posti letto di cura e di emergenzialità con terapia intensiva in primo piano.

 

Piano straordinario di presidi sanitari territoriali pubblici con l’assunzione di personale medico e sanitario adeguato e formato in relazione alle specificità epidemiologiche territoriali e questo per potenziare la prevenzione e la profilassi, ma anche per iniziare a rovesciare il sistema per cui si va a premiare il non ammalarsi, piuttosto che incentivare e pagare il percorso di cura con gli eccessi speculativi che ne conseguono.

 

Recuperiamo il nostro vecchio slogan che è sempre più attuale e rivoluzionario: LA SALUTE NON E’ UNA MERCE.*

04/03/2020

da Left

Vincenzo Musacchio

 

Ho appena aderito al “Coordinamento per la democrazia costituzionale per il No del referendum sulle modifiche alla Costituzione sulla riduzione del numero dei Parlamentari” presieduto dal professor Massimo Villone, ordinario di diritto costituzionale presso l’Università di Napoli. L’ho fatto perché credo siamo chiamati ancora una volta a scegliere tra democrazia parlamentare e sistema oligarchico. In fondo, mi guidano le stesse motivazioni che mi spinsero a votare No al referendum del 4 dicembre del 2016.

 

Come dico sempre ai miei studenti, ribadisco al lettore che l’elemento più importante della Carta Costituzionale, è la spinta unitaria verso tutti i Costituenti dell’epoca. Si unirono tutti attorno al valore sacro della persona umana. L’individuo finalmente inteso non più come mezzo ma come fine primario dell’ordinamento giuridico e sociale. Si tracciò così una visione della persona non più statica ma dinamica, poiché titolare di diritti e di doveri, diretta allo sviluppo, non solo economico ma sociale e culturale. La persona, però, non può realizzarsi completamente se non in condizione di libertà indissolubilmente connessa al concetto di uguaglianza.

 

Entrata in vigore il 1° gennaio 1948, a tre anni dalla Liberazione della Nazione e dalla fine della seconda guerra mondiale, è, a mio avviso ancor oggi, una delle più avanzate del mondo, soprattutto perché è costruita in modo da non limitarsi a elencare i diritti, ma dare indicazioni per la loro effettività e per la loro attuazione. Piero Calamandrei nel suo famoso discorso agli studenti nel 1955 rimarcò come la Costituzione non fosse una macchina che una volta messa in moto andava avanti da sé. «La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica».

 

Nella nostra Costituzione c’è la nostra storia, il nostro passato, i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Al suo interno ci sono anche valori intrinseci, non sempre esplicitamente dichiarati, ma chiaramente desumibili: la persona, il lavoro, la dignità, la libertà e l’uguaglianza, la democrazia, l’etica, la legalità; non dimenticando, peraltro, che nella schiera dei valori vanno considerati anche i doveri e tra di essi emergono principalmente la solidarietà e la partecipazione attiva.

 

Quando all’art. 1 si scrive che l’Italia è una “Repubblica democratica”, si dichiara una scelta e si evidenzia un valore: la democrazia. Da cittadino ritengo che la democrazia sia il governo di molti e non di pochi. La democrazia esprime partecipazione e legame stretto tra elettore ed eletto. La democrazia è il governo del popolo. La nostra si qualifica come parlamentare (che vuol dire strutturata attorno ad un Parlamento che esercita il potere legislativo), ma non esclude, e anzi esplicitamente prevede anche forme di partecipazione diretta dei cittadini (l’iniziativa popolare delle leggi, il diritto di petizione, il referendum e così via).

 

La democrazia è l’humus necessario della convivenza civile. Un valore che noi cittadini abbiamo l’obbligo morale e materiale di proteggere e tutelare contro ogni attacco e contro ogni rischio, soprattutto in un Paese che ha vissuto la dittatura. Il valore della partecipazione attiva è fondamentale. Pericle nel suo discorso agli ateniesi già nel 431 a.C. affermava: «Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore».

 

Pericle ci insegna che il cittadino, non solo deve esercitare la sovranità popolare partecipando alle elezioni (quali che siano le sue scelte), ma poi deve chiedere conto ai suoi “delegati” di ciò che fanno nell’interesse comune, deve far sentire la propria voce, partecipare al dibattito pubblico sulle questioni di fondo, indignarsi per le cose che non vanno, svolgere azioni concrete di controllo sul bene comune. Questa è la cittadinanza attiva che, alla fine, è il valore più rilevante di ogni altro, non solo perché è il sale della democrazia, ma anche, e soprattutto, perché è la maggior garanzia del rispetto e dell’attuazione di tutti gli altri valori costituzionali. Il distacco, l’indifferenza, non appartengono alla democrazia e non la qualificano; non valorizzano la persona e non ne esaltano la dignità.

 

L’invito che implicitamente ci rivolge la Carta Costituzionale è di essere cittadini partecipi e consapevoli. Per questo, bisogna conoscere la Costituzione, approfondirne le norme specifiche ed i principi, estrarre consapevolmente i valori che essa emana e farli vivere nelle istituzioni, nella politica, nella società, ed anche nei comportamenti quotidiani, convincendosi che anche nei momenti difficili sta nella Costituzione e nei suoi valori, l’unica e vera prospettiva di rinnovamento e di riscatto. Ma soprattutto bisogna amarla, questa Costituzione: è la base e il fondamento della nostra convivenza civile per la quale in tanti hanno sacrificato la loro vita.

 

Sono profondamente convinto che il prossimo 29 marzo con il nostro voto saremo chiamati a decidere non tanto se vogliamo la Costituzione del ’48 per il suo prestigio e il suo valore simbolico, ma dobbiamo optare tra democrazia parlamentare e sistema oligarchico. Questo referendum verterà sul carattere centralistico, oppure pluralistico e partecipativo della nostra democrazia. La nostra Costituzione è stata concepita per unire non per dividere: è questa la sua essenza rivoluzionaria. La riforma proposta si caratterizza, sin dal metodo, come una Costituzione che non unisce ma, di fatto, divide. L’attuale Costituzione è nata dal consenso unanime di quasi tutti i partiti politici dell’epoca e per questo ha in sé ha un enorme valore aggregante e democratico. Una Costituzione che legittimerebbe una oligarchia sarà giocoforza regressiva e non avrà più il prestigio, il valore che deve avere la Costituzione in un sistema democratico solidaristico-sociale.

 

In questi anni è stato smantellato lo Stato sociale, è stato distrutto il diritto del lavoro, la sanità non più solidale e gratuita perché si è economizzata e pesa sulle spalle soprattutto dei più poveri. Lo smantellamento di tutti questi diritti è possibile solo se prima di tutto si smobilita la società, e cioè si indeboliscono i partiti, e i cittadini sono ridotti a spettatori davanti alle televisioni a guardare gli scontri fra i politici, che naturalmente si scontrano su questioni secondarie. Ciò che viene perseguito è prima di tutto la neutralizzazione del controllo dal basso, del radicamento sociale, e in secondo luogo la neutralizzazione dei limiti e dei vincoli dall’alto, e cioè da parte delle Costituzioni, perché le Costituzioni sono ormai scomparse dall’orizzonte della politica.

 

Con questa riforma il Parlamento conterà sempre di meno, sarà per l’appunto una maggioranza di parlamentari, fortemente vincolati da chi deciderà della loro successiva elezione, a causa anche della disarticolazione sociale dei partiti, della loro neutralizzazione come fonti di legittimazione titolari delle funzioni di indirizzo politico, di controllo e di responsabilizzazione. Il nostro voto è una scelta o a favore della democrazia pluralistica costituzionale oppure a favore di un’involuzione personalistica e autocratica del sistema politico. Per tutti questi motivi all’interno della cabina elettorale occorre meditare e riflettere profondamente sul nostro prossimo futuro prima di votare per il Sì o per il No.

 

Io voterò convintamente No essenzialmente per tre ragioni. La prima: con la attuale legge elettorale e con listini bloccati e candidati nominati, i nuovi parlamentari saranno tutti indicati dalle segreterie di partito, sottraendo di fatto al popolo sovrano totalmente il diritto di scegliersi i suoi rappresentanti. Deputati e senatori risponderanno al segretario del partito e non più agli elettori. La seconda: con questa riforma la rappresentanza politica sarà concentrata nelle aree più popolose del Paese, a scapito di quelle con meno abitanti ma territorialmente più vaste, ed inoltre non tutela in modo adeguato le minoranze linguistiche. La terza: eletto ed elettore, non avranno più legami e ciò favorirà ancor di più il distacco dei cittadini dalla politica, ampliando l’astensionismo e il disinteresse nei confronti delle pubbliche Istituzioni, soprattutto del Parlamento, l’unico luogo dove il cittadino dovrebbe vedersi democraticamente rappresentato. Un Parlamento con meno eletti, per giunta nominati, creerà di fatto una nuova cerchia ristretta di potenti.

Care compagne, cari compagni,

 

come sapete, il 29 marzo voteremo NO nel referendum costituzionale avente ad oggetto la conferma o meno della legge costituzionale approvata dal Parlamento riguardante la riduzione (molto drastica) del numero dei parlamentari ( senza prevedere, tra l’altro, alcuna differenziazione di funzioni tra Camera e Senato ).

 

Demagogia populista diffusa, soprattutto dal M5S a piene mani con la meschina motivazione di risparmi di spesa ( peraltro modestissimi).

 

E’ importante la più ampia mobilitazione per il NO, collegata ad una attenta e diffusa controinformazione.

 

E’ un referendum costituzionale , in cui, pertanto, non è previsto il raggiungimento del quorum per la sua validità. Conta, dunque, moltissimo il numero di persone che convinceremo a votare NO, perché l’esito, che oggi appare scontato, potrebbe comportare qualche piacevole sorpresa ( se non altro nelle dimensioni).

 

Ciò che è ancora più rilevante è la possibilità di costruire assemblee territoriali che discutano, finalmente, la nostra concezione della centralità della democrazia costituzionale e della rappresentanza. La centralità del Parlamento è messa in discussione sia dalla cosiddetta “autonomia regionale differenziata” ( la “secessione dei ricchi”), sia dalle pulsioni presidenzialiste , fortissime a destra ma presenti anche nel centrosinistra, sia dalla proposta di legge elettorale. La quale , allo stato della attuale discussione, prevede una torsione maggioritaria e una soglia di sbarramento così alta da configurare una “democrazia a numero chiuso”.

 

Istanze critiche e minoranze vengono espulse dai percorsi istituzionali e dalla rappresentanza. La riduzione del numero dei parlamentari è la metafora di un Parlamento ridotto a tre o quattro partiti.

 

Tentiamo di utilizzare l’occasione referendaria per discutere le nostre ragioni, allargando la meschina visione della riduzione sovranista e populista del numero dei parlamentari. Sul piano organizzativo e del comune lavoro siamo, come PRC, parte del Comitato per il NO che abbiamo costruito partendo dal Comitato per la Difesa della Costituzione. Consigliamo di costruire simili comitati nei territori, per elaborare materiale propagandistico comune ed iniziative unitarie e, insieme, plurali.

Buon lavoro

Giovanni Russo Spena
Resp.le nazionale Area democrazia, diritti, istituzioni PRC-SE

Dario Russo

09/01/2020

 

I corsi e ricorsi della storia si ripetono  e le conquiste per migliorare l’esistenza del popolo lo possono fare solo le lotte dei lavoratori.

Alla fine dell’ottocento gli operai lavoravano una media di 16 0re al giorno.Ci vorrà una legge del 1899 per fissare un massimo di 12 ore di lavoro giornaliere e poi l’interdizione dal lavoro notturno per i ragazzi dai 13 ai 15 anni.

Nel maggio del 1906 a Torino vengono rivendicate le 10 ore giornaliere e dopo lunghe lotte e scioperi le 10 ore vengono concesse.

Dopo la fine della I Guerra mondiale (1915/18) e dopo dure battaglie sindacali vengono accolte le richieste della FIOM a Torino contro la Federazione Industriale Metalmeccanici e dalle 55/60 ore settimanali si passa alle 48 ore ed anche i siderurgici passano dalle 72 alle 48 ore settimanali e le 48 ore come orario legale sarà riconosciuto a tutte le categorie.

 

Si raggiungeranno le 40 ore settimanali  dopo tutte le lotte del 1968 con la conquista dei diritti dei lavoratori nel 1972/73. Negli anni successivi negli enti pubblici verranno acquisite le 36 ore settimanali.

 

Quindi sono passati oltre 45 anni che le ore lavorative sono di 40 ore settimanali. Inoltre in quet’ultimi anni con l’avvento prima della legge Treu (1966) con il Centrosinistra ed in seguito con la legge Biagi(2003- governo Berlusconi) i lavoratori sono stati penalizzati con i lavori precari e così pure  l’economia, portando indietro le conquiste dei lavoratori a suo tempo raggiunte.

Con il Jobs act del PD la situazione dei lavoratori è ulteriormente peggiorata ed i lavoratori hanno perso molti diritti ((art.18 e l’uso dei voucher  senza contratti di lavoro, ecc)e non c’è futuro per i lavoratori.

Gli imprenditori e gli industriali sono così sempre più ricchi e le classi lavoratrici sempre più povere e la disoccupazione è in aumento.

Non è vero che la disoccupazione è intorno all’11% come ci vogliono fare intendere ma è molto più alta ,perchè la maggioranza dei disoccupati non cercano più lavoro.

I costi dello Stato vanno così sempre ad aumentare in quanto tante industrie usufruiscono della Cassa Integrazione per sopperire alla crisi, mentre se il reddito di inclusione venisse usato per tutti i disoccupati lo Stato andrebbe in defoult.

L’unica alternativa è quella di battersi per la riduzione delle ore di lavoro a 30 ore settimanali per aprire una strada per una nuova occupazione, in particolare per i giovani  così l’economia potrebbe prendere l’avvio ad un nuovo sviluppo per il paese.

 

Forza  coinvolgiamo tutto i sindacati   discutendone in ogni posto di lavoro.

08/01/2020

Loredana Fraleone

Responsabille Scuola Università e Ricerca PRC/SE

 

Insieme ai venti di guerra, scatenati ancora una volta dall’arroganza USA, emergono notizie relative alle spese militari che il nostro paese sostiene in Medio Oriente, ossia circa due miliardi solo nelle aree interessate da occupazioni di contingenti NATO, che come si vede in questi giorni tutto hanno portato tranne che la pace. Diventa allora più stridente l’atteggiamento dei governi passati e il presente, che dovrebbero obbedire all’articolo 11 della Costituzione, quello per cui “l’Italia ripudia la guerra”, e garantire secondo altri principi costituzionali diritti prioritari come quello allo studio.

 

Come si è visto con le dimissioni del ministro Fioramonti, non è stato possibile reperire un miliardo per il fondo che garantisce il funzionamento dell’Università, che scivola sempre più in basso rispetto agli altri paesi europei, per numero di iscritti e laureati in costante calo.

 

Di conseguenza il sistema accademico e della ricerca si avvale sempre più di lavoro precario, oltre a premiare le università che fanno pagare tasse “congrue” agli studenti (leggi università del Nord).

 

In questo contesto è preziosa la mobilitazione nazionale proclamata dal coordinamento dei “Ricercatori determinati” per il 9 gennaio, che oltre a chiedere finanziamenti adeguati si batte per una riforma del reclutamento e del sistema di valutazione gestito dall’ANVUR.

 

Il Partito della Rifondazione Comunista/SE è al fianco dei lavoratori e degli studenti nella mobilitazione del 9 gennaio, e in tutte le occasioni di lotta per il diritto a un lavoro dignitoso e allo studio.

05/01/2020

da Controlacrisi

Federico Giusti 

 

Si stanno scaldando i motori di guerra, ha avuto il sopravvento l'ala dura pro Israeliana del Pentagono (ne parla perfino il Sole 24 Ore), allora per guadagnare consensi in vista delle presidenziali e allontanare il rischio di impeachment cosa c'è di meglio, per Trump, di una escalation militare?


Il presidente Usa non ha ordinato l'attacco mortale al generale iraniano per fermare una guerra ma piuttosto per provocarla, l'uccisione di Qassem Soleimani è la risposta da tempo richiesta tanto da Israele quanto dai falchi repubblicani del Congresso per non parlare poi delle multinazionali petrolifere che guardano con interesse alla dissoluzione della Libia e ai bacini iraniani .


Senza entrare nel merito di analisi geopolitiche, quanto sta accadendo sotto i nostri occhi ci riguarda direttamente come lavoratori e pacifisti.
L'attacco della Turchia alla Siria ha rivitalizzato l'Isis, la destabilizzazione ulteriore della Libia evidenziano il ruolo sempre piu' marginale dell'UE, incapace perfino di una presa di posizione. Il ministro degli esteri e il Governo italiano sono in vacanza, tutto tace e nel silenzio si acconsente ai futuri scenari bellici.


La guerra da sempre è lo strumento privilegiato per superare le crisi politiche o per annettersi il controllo di territori , corridoi, aree nevralgiche e petrolio ma anche strumento neokeynesiano per superare le crisi economiche e finanziarie.


Di questo non si parla piu' sopraffatti da un afflato emotivo irrazionale e dalla cattiva coscienza di chi ha fatto prevalere la falsa etica e morale sulle ragioni materiali della guerra e del conflitto di classe.
Se cosi' non fosse saremmo stati attenti a non sottovalutare la presenza degli Usa sul territorio italiano quando invece abbiamo concesso parti rilevanti del nostro territorio a fini di guerra.         

 

Potremmo, anzi dovremmo, fare molto, ad esempio contestare la perdita di ogni sovranità popolare sulle aree occupate dalle basi militari, chi del sovranismo ha fatto la propria bandiera politica come la Lega è allineato con le posizioni di Trump e considera una sorta di atto dovuto la eliminazione del generale iraniano.

 

Sulla guerra i democratici Usa si stanno già dividendo, del resto Obama o Clinton non sono stati da meno negli anni scorsi.

 

In queste ore comprendiamo quanto importante sia il ruolo italiano con le basi militari Usa e Nato indispensabili per la guerra di Tump, da queste basi partono supporti, truppe, armi , il trasporto avviene lungo i nostri territori, utilizzano porti e aeroporti italiani. E i governi locali e nazionali hanno perfino assecondato il potenziamento delle basi,anzi la loro ristrutturazione a fini di guerra. In questa ottica vanno letti i lavori attorno alla base Usa di Camp darby, situata tra le province di Pisa e di Livorno, il collegamento della stessa alla ferrovia e al porto di Livorno per consentire un massiccio trasferimento di mezzi , uomini e armi. Questi lavori di potenziamento sono stati resi possibili dalla complicità e attiva collaborazione delle Giunte locali che hanno fatto a gara a rimuovere ogni ostacolo burocratico alla realizzazione di opere infrastrutturali indispensabili per il rapido e massiccio trasporto richiesto dai comandi militari Usa. E questa collaborazione resta un atto di guerra, anzi di subalternità alla guerra, un atto sottovalutato anche dal sindacato che in anni lontani seppe schierarsi a favore della pace e contro l'imperialismo.


Il territorio italiano diventa crocevia di trasporti bellici e la nostra popolazione essa stessa bersaglio . Il rifiuto della guerra non nasce dall'ignavia o dalla paura ma solo dalla consapevolezza che ogni escalation militare è finalizzata ad assecondare il controllo del mondo da parte degli Usa e da quanto mondo è mondo sono proprio le classi subalterne a pagare lo scotto della guerra. E qualcuno, i grandi capitali finanziari ed economici, sulla guerra lucrano e fanno affari, ieri come oggi.

 

E' forse troppo chiedere allora una presa di posizione chiara contro l'utilizzo del territorio italiano a fini di guerra? E' fuori luogo tornare a parlare di uscita dalla Nato ?

 

Noi pensiamo di no, anzi anche il sindacato avrebbe tutto da guadagnarci recuperando quel ruolo di avversario della guerra che ha accompagnato le pagine migliori della storia del movimento operaio.

03/01/2020

 

L’attacco statunitense all’aeroporto di Baghdad, ordinato da Donald Trump, che ha avuto “tra le altre conseguenze” l’assassinio el generale iraniano della guardia rivoluzionaria Qassem Soleimani e di altre cinque persone, non è solo condannabile “per sè”, ma  anche perchè significa aumentare la forte tensione che già esiste nella regione, tensione di cui gli Stati Uniti e la NATO sono i principali responsabili.


“Questa aggressione militare, contraria al diritto internazionale, dimostra l’interesse di Trump a destabilizzare la regione in modo da giustificare la sua presenza militare”, afferma Maite Mola, vicepresidente del Partito della Sinistra europea e responsabile delle relazioni internazionali.

 

Il Partito della Sinistra Europea vuole la Pace nella regione e “chiede la condanna di questa azione militare da parte dell’Unione Europea e di altri organismi internazionali”.

 

La Sinistra Europea è convinta che la Pace sarà possibile solo bloccando le interferenze nell’area, contribuendo a cercare la riconciliazione in popoli devastati dalle guerre provocate dall’esterno, rispettando il diritto dei popoli a eleggere i propri governi e non cercare di imporli dall’esterno attraverso un nuovo neocolonialismo

 

L’UE dovrebbe avere un ruolo nella difesa dei più elementari diritti umani, come il diritto alla vita e deve condannare questo attacco, costituendo un elemento per la costruzione della pace.

03/01/2020

da Il manifesto

Alberto Negri

 

Mediterraneo. La verità è che non siamo né carne né pesce. Non stiamo con Sarraj e non stiamo con Haftar ma non siamo neppure realmente neutrali. E soprattutto non sappiamo cosa ci facciamo noi qui, nel Mediterraneo, oltre a respingere o accogliere profughi a seconda delle stagioni politiche e meteorologiche

 

Siamo finiti nelle mani di Erdogan (e Putin), eccolo qui il vero «uomo forte» cui aspirano gli sprovveduti italiani descritti nell’ultimo editoriale di Norma Rangeri. Visto che noi non decidiamo nulla ci pensano i turchi a farlo per noi.

 

Con l’approvazione del parlamento di Ankara di inviare soldati a Tripoli da opporre al generale Khalifa Haftar, l’Italia è sempre più «alleata» di Erdogan, avendo finora sempre sostenuto il governo di Sarraj nonostante le virate dell’ultim’ora di Conte e Di Maio verso il generale della Cirenaica Haftar.

 

Una situazione paradossale. Perché Erdogan è anche uno dei nostri avversari, in quanto con il patto sul Mediterraneo appena firmato con la Libia di Sarraj rivendica lo sfruttamento delle risorse di gas offshore nella zona esclusiva di Cipro greca in concorrenza con Eni e Total: la difesa da parte turca di questi interessi è stata citata esplicitamente nel documento votato ieri ad Ankara.

 

Come si suole dire «carta canta e villan dorme», nonostante la diplomazia da mesi tenti di frenare le ambizioni turche. Ci sono echi che ad Ankara rimbombano dal 1911, quando l’Italia portò via all’impero ottomano prima la Libia e poi il Dodecaneso.

 

Così la Turchia a Tripoli alza la posta in gioco, in vista dell’incontro dell’8 gennaio ad Ankara tra Putin ed Erdogan, l’accoppiata di amici-nemici che ormai decide le sorti della Siria, della Libia e anche, in parte, quelle dei rifornimenti di gas, avendo appena inaugurato la pipeline russo-turca del Turkish Stream, in esplicita opposizione ai progetti del gasdotto East-Med tra Egitto-Israele-Cipro-Grecia, una sorta di inedita alleanza inter-religiosa tra musulmani, ebrei e ortodossi, dettata da forti interessi economici e strategici.

 

Adesso qualche domanda a Roma dovrebbero farsela. Con chi stiamo in Libia? Che cosa faremo dei nostri 300 soldati a Misurata di guardia a un ospedale nel caso – speriamo vivamente di no – di escalation dei conflitto?

 

La verità è che non siamo né carne né pesce. Non stiamo con Sarraj – governo riconosciuto dall’Onu ma che nessuno vuole perché tenuto in piedi dai Fratelli Musulmani– non stiamo con Haftar – generale dai dubbi successi militari – ma non siamo neppure realmente neutrali perché abbiamo bombardato la Libia nel 2011 per far fuori Gheddafi, il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo, nemmeno sei mesi dopo che lo avevamo ricevuto a Roma in pompa magna firmando accordi sulla sicurezza e contratti miliardari approvati del 98% del parlamento.

 

E soprattutto non sappiamo neppure cosa ci facciamo noi qui, nel Mediterraneo, oltre a respingere o accogliere profughi a seconda delle stagioni politiche e meteorologiche. L’Italia, anche nel discorso di fine anno del presidente della Repubblica, sembra galleggiare nel nulla: «Il Bel Paese proteso nel Mediterraneo» come dice lui è circondato da guerre e conflitti e noi non siamo «il punto di incontro» di un bel niente. Siamo ai margini dalla realtà internazionale e non vogliamo capirlo.

 

Abbiamo appoggiato Sarraj perché in Tripolitania ci sono i nostri maggiori interessi energetici e dell’Eni (gasdotto Green Stream), perché i nostri governi finanziano la guardia costiera di Tripoli, una sorta di Tortuga del Maghreb che lascia morire la gente in mare o al massimo la riporta in un «porto sicuro» che è in realtà la sentina di ogni nefandezza.

 

Per diverso tempo abbiamo snobbato non solo Haftar ma anche le profferte di Mosca di fare da mediatrice con Bengasi e Tobruk. I nostri governi inarcavano le sopracciglia? Noi con i russi? Non sia mai. Si baloccavano con la falsa promessa americana della «cabina di regia» sulla Libia. In realtà da noi sono sempre impauriti dall’eventualità di prendere decisioni autonome dagli Stati uniti, come se gli altri ci avessero mai chiesto il nostro parere per far fuori Gheddafi.

 

I nostri strateghi non hanno capito, o fanno finta di non capire, quello che Erdogan – ma anche Macron – ha afferrato da un pezzo: la Nato non esiste quasi più come alleanza efficace e utile agli Stati che la compongono.

 

Non a caso gli americani stanno facendo armi e bagagli dalla Turchia che ha accordi militari con la Russia e l’Iran: Incirlik per loro non è più una base sicura. E infatti con una certa probabilità sposteranno le testate atomiche qui in Italia.

 

Non solo: gli americani stanno trasferendo le «bombe intelligenti» e quelle anti-bunker in Iraq nel caso gli Usa, incoraggiati da Israele, dovessero bombardare la Repubblica islamica. Questo è il vero motivo degli eventi iracheni e la ragione per cui gli alleati di Teheran nel mondo sciita si stanno posizionando per questa eventualità.

 

Nulla di tutto questo, dalla Libia al Medio Oriente, qui è materia di discussione perché l’Italia non è «protesa nel Mediterraneo», come dice il nostro rispettabile presidente, ma affacciata a un balcone dove scruta nel buio della penombra il passaggio di nuovi e vecchi padroni.

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