Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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22/05/2021

da il manifesto

Riccardo Chiari

da Firenze

 

Inchieste. Nulla si nuove ma continuano a far discutere i rapporti fra i vertici del Distretto del cuoio e gli egemoni dem, di fronte a intercettazioni che dimostrano come negli anni l'Associazione Conciatori di Santa Croce avesse messo in pratica un “sistema” di smaltimento dei rifiuti di conceria per aggirare vincoli, autorizzazioni, leggi nazionali e leggi comunitarie. Con più di un sospetto di una sostanziale connivenza del partitone tricolore toscano.

 

A più di un mese dall’intervento della magistratura, resiste il muro di gomma alzato dall’egemone Pd toscano davanti all’inchiesta che vede indagati sul fronte politico l’ormai ex capo di gabinetto della Regione, Ledo Gori, il consigliere regionale dem Andrea Pieroni, e la sindaco di Santa Croce sull’Arno, Giulia Deidda, in quello che è stato ribattezzato lo “scandalo delle concerie”. La Direzione distrettuale antimafia di Firenze va avanti in silenzio nelle indagini per accertare l’uso del Keu – il materiale inerte finale che deriva dal trattamento dei fanghi prodotti dagli scarti della concia delle pelli – sotto l’asfalto o in diversi cantieri sparsi per la regione, con la complicità di imprenditori vicini alla ‘ndrangheta. Ma è soprattutto la cronistoria dei rapporti fra i vertici del Distretto del cuoio e il mondo politico a far discutere, di fronte a intercettazioni che dimostrano come negli anni l’Associazione Conciatori di Santa Croce avesse messo in pratica un “sistema” di smaltimento dei rifiuti di conceria per aggirare vincoli, autorizzazioni, leggi nazionali e leggi comunitarie.


Le ultime notizie raccontano come le pressioni per cambiare la legge toscana sulla tutela delle acque dall’inquinamento, ed evitare verifiche più stringenti sullo smaltimento dei fanghi conciari, iniziarono già nel 2018. Ai membri della commissione regionale ambiente, Lucia Bora, capo dell’avvocatura e responsabile degli uffici legislativi ha raccontato che già quell’anno dagli industriali del cuoio era stato proposto all’esecutivo di Enrico Rossi un emendamento, grazie al quale il consorzio Aquarno – gestore degli impianti di smaltimento dei rifiuti di conceria, controllato dall’Associazione Conciatori – avrebbe potuto operare senza l’Autorizzazione integrata ambientale, necessaria per legge.


In quell’occasione, ha spiegato l’avvocata Bora, la giunta chiese un parere al suo ufficio, che rispose dando un parere negativo, bloccando di fatto la procedura. Eppure due anni dopo, in piena emergenza pandemica e con sedute “da remoto”, un emendamento analogo viene presentato a sorpresa in Consiglio, ad opera dello stesso presidente dell’assemblea Eugenio Giani, e viene approvato. “Nel 2020 non c’è stato un parere tecnico sull’emendamento perché non è un atto nato in giunta regionale – ha puntualizzato Lucia Bora – non so se il testo era identico, comunque più o meno il concetto era lo stesso: si voleva portare a dire che per questi impianti non occorre l’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale”.


Impugnato dal ministero dell’ambiente alla Consulta, l’emendamento è rimasto “congelato” negli uffici tecnici fino allo scoppio dello scandalo, ed ora è stato avviato l’iter per la sua abrogazione. Anche per evitare una sicura bocciatura. “Ma i conciatori hanno rivendicato l’emendamento anche dopo il ricorso del governo – ha osservato il consigliere Alessandro Capecchi di Fdi – e due aziende ne hanno chiesto l’applicazione. La Regione ha risposto picche e loro hanno fatto ricorso al Tar. Una è già stata sconfitta, ma senza l’inchiesta il Pd avrebbe continuato a tacere”.


I 2,5 miliardi di fatturato annuo del Distretto del cuoio, che occupa circa 6mila addetti diretti più l’indotto ed è uno dei punti di forza dell’economia toscana, possono valere i pur imbarazzati silenzi di un Pd che, pur essendo autosufficiente in Regione, opera fianco a fianco con l’Italia Viva di Matteo Renzi?

 

Per l’ex presidente della commissione parlamentare antimafia Rosi Bindi, toscana di Sinalunga, è grave che si faccia finta di nulla. E anche le due consigliere del M5s, insieme a Sinistra italiana e Rifondazione comunista (pur fuori dall’assemblea regionale) continuano a chiedere chiarezza sullo scandalo. Anche perché a guidare la neonata commissione d’inchiesta regionale sulle concerie è stata chiamata la leghista Elena Meini, fedelissima di Susanna Ceccardi, che ha ricevuto nel 2020 un contributo elettorale, legale, da 2.500 euro dall’Associazione Conciatori. “Il nostro gruppo è l’unico a non aver preso contributi elettorali dalle concerie – osserva sul punto la pentastellata Irene Galletti – e siamo gli unici ad essere tenuti ai margini della commissione d’inchiesta”.

21/05/2021

Maurizio Acerbo , Segretario nazionale Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
Rosa rinaldi, responsabile sanità, Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea

 

È stato approvato ieri un emendamento dal parlamento europeo presentato dal nostro gruppo La Sinistra (Gue) per l'appoggio alla richiesta di India e Sud Africa di sospensione dei brevetti sui vaccini. L'emendamento approvato è inequivocabile:

"invita pertanto l'UE a sostenere l'iniziativa presentata da India e Sud Africa in seno all'Organizzazione mondiale del commercio, con la quale si richiede una sospensione temporanea dei diritti di proprietà intellettuale relativi ai vaccini, alle attrezzature e alle terapie per far fronte alla COVID-19 ed esorta le società farmaceutiche a condividere le proprie conoscenze e i propri dati attraverso il pool di accesso alle tecnologie (C-TAP) relative alla COVID-19
dell'Organizzazione mondiale della sanità".

È una prima crepa rispetto alla posizione disumana tenuta dalla Commissione Europea che finora all'Organizzazione Mondiale del Commercio si è schierata a protezione delle multinazionali farmaceutiche.
 

Si tratta di una grande vittoria dopo mesi di campagna che abbiamo portato avanti come sinistra radicale insieme a scienziati, medici, associazioni, sindacati. Va ringraziato il nostro gruppo parlamentare La Sinistra, in particolare Miguel Urban, Manon Aubry e Marc Botenga, per questo risultato. Il parlamento ha votato ma non è scontato che la Commissione Europea segua l'invito del parlamento.

Domani 21 maggio e sabato 22 manifesteremo a Roma per il diritto alle cure e ai vaccini in concomitanza del G20 a cui parteciperà Ursula von der Leyen.
Il concentramento è previsto a Roma venerdì 21 ore 15 via San Pancrazio angolo via del Vascello e sabato 22 in Piazza della Repubblica.

Proseguiamo la raccolta sull'Ice "nessun profitto sulla pandemia" con l'obiettivo di 1 milione di firme.
La sconfitta del virus sarà possibile solo se l'intera umanità sarà vaccinata.

Va denunciato che contro l'emendamento e in difesa dei profitti delle multinazionali hanno votato a Fratelli d'Italia, Lega, Forza Italia e Italia Viva.

20/05/2021

Antonello Patta, responsabile lavoro nazionale
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

 

IL ministro del lavoro Orlando ha dichiarato che il blocco dei licenziamenti può finire a giugno e propone una serie di misure ancorate alla logica, risultata ampiamente fallimentare, degli incentivi alle imprese che assumono.


IL ministro del Pd è saldamente ancorato al campo delle politiche neoliberiste che affidano alle scelte delle imprese  l’andamento dell’economia, del mercato del lavoro e dell’occupazione, pur sapendo, lo dicono le stesse previsioni del governo, che in questo modo fino al 24 non si recupereranno i livelli occupazionali del 2019; e che nel pubblico si attuerà appena il turnover senza neanche provare a recuperare il gap di un milione di posti di lavoro rispetto alla media europea stimato nello stesso recovery plan.


In un paese in cui nella pandemia si sono persi un milione di posti di lavoro portando la disoccupazione reale del paese  a livelli  drammatici, sono sei milioni le persone disoccupate,  occorrerebbe un piano nazionale  per il lavoro che invece il recovery plan non prende neanche in considerazione.


La filosofia del governo e del piano sta tutta nell’investire grandi risorse pubbliche da destinare direttamente alle imprese o da  utilizzare per rendere tutto il pubblico più funzionale al mercato al fine di aumentare la produttività delle imprese.


In questo contesto appare chiara l’idea di futuro del lavoro di tutti i neoliberisti al governo; l’obiettivo dichiarato  è  quello di garantire l’occupabilità cioè l’idea che l’unica cosa che conta realmente  sia aumentare le competenze per permettere ai lavoratori di riconvertirsi rapidamente da un lavoro  all’altro in base alle mutevoli condizioni del mercato e ai bisogni delle aziende; cosa che nelle condizioni date significa erigere definitivamente a sistema la precarietà.


Rifondazione Comunista ha un’altra idea di futuro centrata sulla qualità e dignità del lavoro; per questo invita gli iscritti a proseguire con rinnovato impegno la campagna “Prima il lavoro” e accrescerà gli sforzi  per unire tutti gli antiliberisti per avviare una nuova stagione di lotte a partire dall’opposizione a questo governo e alle sue politiche dicendo con forza:
-no allo sblocco dei licenziamenti a giugno;
-estensione del blocco di licenziamenti e degli ammortizzatori sociali per tutto il 2021;
-ripristino dell’articolo 18 contro i licenziamenti senza giusta causa;
-abolizione del jobs act e di tutte le leggi che hanno prodotto la precarietà;

 

19/05/2021

Moni Ovadia

da Il Manifesto

 

Questione israelo-palestinese. Vogliono zittire le voci severamente critiche delle scellerate politiche di Netanyahu, fra queste quelle di democratici Usa come la deputata Ocasio Cortes e Bernie Sanders

 

La prima istanza che mi pare importante sollecitare parlando della questione israelo-palestinese è quella di chiedere ad alta voce all’informazione mainstream di accogliere tutte le opinioni sul tema anche quelle considerate «estremiste» e opposte al pensiero dominante e, nel caso che qualcuno ravvisi reati di opinione lo si inviti a rivolgersi ai tribunali invece di imporre censure preventive, opzioni discriminatorie o auto censure.

 

Personalmente solo per avere esercitato il diritto costituzionale ad esprimere le mie opinioni a titolo personale sono diventato obiettivo di calunnie feroci e di minacce.

 

Ogni volta che mi sono rivolto ai principali ambiti dell’informazione televisiva per parlare della questione ho trovato un muro di gomma. Detto questo non mi lamento per la mia persona, ma per il vergognoso silenzio sulla immane tragedia del popolo palestinese. Molte sono le domande inevase nel mondo occidentale o che trovano solo risposte retoriche, ipocrite o elusive. Il sociologo Adel Jabar, già professore di sociologia dell’emigrazione alla Ca’ Foscari, ne ha poste alcune che ritengo non opponibili.

 

1) Fino quando deve durare la colonizzazione e l’occupazione della terra di Palestina?

 

2) Perché Israele non vuole la soluzione dei due stati?

 

3) Perché Israele non vuole la soluzione di uno stato unico binazionale?

 

4) Qual è l’alternativa che si dà ai palestinesi?

 

5) Perché per il dissidente russo Navalny si fanno boicottaggi, sanzioni economiche e campagne mediatiche ma per le sistematiche violazioni israeliane della legalità internazionale non si fa nulla?

 

6) L’orientamento di Hamas può anche essere condannato ma ciò è sufficiente per negare ai palestinesi il diritto alla propria terra?

 

A queste domande del professor Jabar vorrei aggiungerne una mia: come mai all’annuncio dato dalla Santa Sede di voler riconoscere lo Stato di Palestina il governo israeliano ha protestato? Sulla base di quale legittimità se non quella della prepotenza dell’occupante?

 

I fatti sono chiari. Il governo israeliano di Netanyahu non vuole nessuno Stato palestinese, in nessuna forma se non forse quella di un simulacro di autorità priva di qualsiasi sovranità su piccoli bantustan, aggregati magari alla Giordania. Le intenzioni del premier israeliano si sono bene espresse nell’avere promosso il varo della legge dello Stato-Nazione, una legge segregazionista che esclude i palestinesi israeliani dalla piena cittadinanza la quale è riservata solo agli ebrei.

 

Dunque i non ebrei diventano cittadini di serie b, per non parlare poi dei palestinesi dei Territori occupati che diventano paria su cui esercitare ogni tipo di arbitrio. Se qualcuno avesse dubbi al riguardo si informi sulla gestione da parte dell’autorità israeliana della pandemia da COVID 19 nei confronti dei palestinesi dei territori di cui l’occupante è responsabile per definizione secondo le più elementari convenzioni del diritto internazionale: più del 60% degli israeliani risulta vaccinato, solo il 3% i palestinesi dei Territori – senza dimenticare che in questi giorni arrivano pure a distruggere con i bombardamenti le strutture sanitarie palestinesi vitali in pandemia.

 

Oggi nell’infuriare dei venti di guerra prevalgono le interpretazioni più schematiche ed emotive. Questa non è una guerra anche se ne ha certe apparenze. Ma la sproporzione fra le forze è talmente soverchia che alla fine Gaza ne uscirà ulteriormente devastata ammesso che si possa parlare di più devastazione in una terra già così martoriata, gli israeliani se la caveranno con danni limitati, le vittime palestinesi si conteranno a centinaia, quelle israeliane a unità. Sia chiaro: l’uccisione di ogni essere umano è una grande tragedia ma oramai da decenni il numero delle vittime palestinesi è smisurato. I sostenitori acritici delle ragioni di Israele sempre e comunque non vedono neppure le sofferenze dei palestinesi e se qualcuno gliele indica ne attribuiscono le responsabilità a loro stessi. In questa circostanza sostengono che l’attacco dei missili di Hamas era preparato da tempo e reiterano come un mantra l’articolo dello statuto di Hamas che parla della distruzione di Israele.

 

Con questo vogliono chiudere la bocca alle voci severamente critiche delle scellerate politiche di Netanyahu, voci fra le quali si annoverano in questi giorni quelle di esponenti del Partito democratico degli Stati Uniti per fare qualche nome, la deputata Ocasio Cortes e Bernie Sanders, il quale per la cronaca è ebreo. Queste personalità oneste e coraggiose dovrebbero essere in particolare uno stimolo per i politici dell’Unione europea per rompere la cortina di ipocrisia e di pavida retorica che li porta ad appiattirsi sulla propaganda menzognera dell’establishment israeliano che pretende uno statuto di impunità nei confronti di una politica fondata sull’illegalità brutale di un’oppressione che non può avere alcuna giustificazione.

18/05/2021

da Il Manifesto

Richard Falk*

 

La guerra promessa. Il controllo israeliano sulla narrazione internazionale fa sì che il terrorismo di Stato sia sottaciuto insieme al rifiuto opposto negli ultimi 15 anni alle mosse diplomatiche di Hamas

 

La crisi israelo-palestinese si aggrava e si estende, cresce il numero di vittime, il fumo degli edifici distrutti oscura il cielo di Gaza, si susseguono rivolte nelle strade di molte città israeliane e della Cisgiordania, la polizia israeliana disturba i fedeli fin dentro la moschea di Al-Aqsa.

 

E protegge i coloni ebrei estremisti che gridano slogan genocidi durante le loro incursioni nei quartieri palestinesi. Alla base delle tensioni esplose fra oppressori e oppressi, gli sfratti praticamente legalizzati di sei famiglie palestinesi residenti da tempo a Sheikh Jarrah. Espulsioni che incarnano il lungo calvario palestinese, fatto di persecuzioni e di esilio in quella che anche psicologicamente rimane la loro patria. Mentre l’incubo prosegue, all’Onu le luci rimangono scandalosamente fioche. I leader occidentali invitano pateticamente alla moderazione entrambe le parti, distribuendo equamente il biasimo, mentre affermano perversamente l’unilateralità del diritto di Israele a difendersi, come se fosse stata aggredita di punto in bianco.

 

SI TRATTA SOLO di un ennesimo ciclo di violenza che esprime l’irresolubile scontro tra un popolo autoctono sopraffatto da un intruso coloniale in forza di un presunto diritto radicato nella religione? Oppure stiamo assistendo all’inizio della fine della lotta secolare portata strenuamente avanti dai palestinesi in difesa della loro patria, contro il progetto sionista che ha rubato la loro terra e calpestato la loro dignità, trasformandoli in estranei oppressi in quella che era stata la loro casa per secoli? Solo il tempo potrà rispondere. Intanto, possiamo aspettarci altri spargimenti di sangue, altre vittime, azioni indegne, dolore, ingiustizie. E il proseguire delle ingerenze geopolitiche.

 

PER GLI ISRAELIANI e gran parte dell’Occidente, la narrativa pro-israeliana continua a sottolineare la violenza di un’organizzazione terroristica, Hamas, che sfida con intenti distruttivi il pacifico Stato di Israele, rendendone ragionevole la reazione, sia per contrastare l’invio dei razzi, sia come dura lezione punitiva nei confronti di Gaza, con finalità di deterrenza rispetto a futuri attacchi terroristici. I missili e i droni israeliani sono considerati «difensivi», mentre i razzi sono atti di «terrorismo». Eppure di rado vengono colpiti bersagli umani in Israele, mentre sono le armi israeliane a causare il 95% della morti e dei danni, a Gaza dove vivono oltre due milioni di palestinesi, vittime oltretutto di un blocco illegale dal 2007.

 

NELL’ATTUALE CONFLITTO, il controllo di Israele sulla narrazione internazionale fa sì che il terrorismo di Stato venga sottaciuto, insieme al rifiuto opposto da Israele negli ultimi quindici anni alle mosse diplomatiche di Hamas, che pure ha ripetutamente cercato un cessate il fuoco permanente e una coesistenza pacifica.

 

Per i palestinesi, e per chi è solidale con la loro lotta, Israele ha consapevolmente permesso che la popolazione soggiogata di Gerusalemme Est sperimentasse una serie di angoscianti umiliazioni durante il periodo sacro del Ramadan, gettando sale su ferite già aperte, con gli sgomberi di Sheikh Jarrah, che hanno avuto l’inevitabile effetto di ravvivare nei palestinesi la memoria delle loro esperienze di pulizia etnica, giorni prima della commemorazione annuale della Nakba il 15 maggio. Si è trattato di una metaforica rievocazione di quel massiccio crimine di espulsione che accompagnò la nascita di Israele nel 1948, quando centinaia di villaggi palestinesi furono rasi al suolo, chiaro segno dell’intenzione israeliana di rendere permanente l’esilio.

 

A differenza del Sudafrica, che non pretese mai di essere democratico, lo Stato di Israele si è legittimato presentandosi come una democrazia costituzionale. Una volontà costata molto in termini di inganno e auto-inganno, poiché ha richiesto una continua lotta per far funzionare l’apartheid, così da assicurare la supremazia ebraica nascondendo al tempo stesso l’assoggettamento dei palestinesi. Per decenni lo Stato di Israele è riuscito a celare agli occhi del mondo questo carattere di apartheid, perché il retaggio dell’Olocausto ha assicurato un’adesione acritica al discorso sionista – la necessità di fornire rifugio ai sopravvissuti del peggior genocidio conosciuto dall’umanità.

 

Inoltre, la presenza ebraica stava facendo fiorire il deserto, mentre allo stesso tempo cancellava virtualmente le ingiurie inferte alla Palestina (ulteriormente sminuite dal racconto dell’arretratezza palestinese in contrasto con il coraggio modernizzatore israeliano), e più tardi dipingeva in modo caricaturale i due popoli, contrapponendo l’adesione ebraica ai valori occidentali e il presunto abbraccio palestinese del terrorismo.

 

SVILUPPI RECENTI nei domini simbolici della politica, che controllano l’esito delle guerre di legittimità, hanno segnato diverse vittorie per la lotta palestinese. La Corte penale internazionale ha autorizzato l’indagine sui crimini dello Stato di Israele nella Palestina occupata dal 2015, nonostante la veemente opposizione della leadership israeliana, pienamente sostenuta dagli Stati Uniti. Solo pochi anni fa, un rapporto accademico commissionato dalle Nazioni unite che accusava Israele di apartheid è stato bollato da Washington e da Israele come prova della parzialità delle Nazioni Unite. Negli ultimi mesi sia B’Tselem – la principale organizzazione non governativa israeliana per i diritti umani – che Human Rights Watch, hanno pubblicato studi accuratamente documentati che arrivano a una conclusione impressionante: Israele amministra effettivamente un regime di apartheid in tutta la Palestina storica, cioè i Territori occupati e Israele stesso.

 

QUESTI DUE SVILUPPI non alleviano le sofferenze palestinesi né gli effetti della perdurante negazione dei diritti fondamentali. Tuttavia, sono vittorie simboliche significative, che rafforzano moralmente la resistenza palestinese e i legami di solidarietà globale. Sulla base dei precedenti storici a partire dal 1945, si può legittimamente pensare che la parte che vince la guerra della legittimità, alla fine controllerà il risultato politico, anche se è più debole militarmente e diplomaticamente. L’esito dell’apartheid in Sudafrica rafforza questa ricalibratura dell’equilibrio delle forze nella lotta palestinese.

 

Il regime razzista di Pretoria, malgrado avesse, almeno in apparenza, un controllo efficace e stabile della maggioranza nera della popolazione, grazie a brutali strutture di apartheid, implose sotto il peso combinato della resistenza interna e della solidarietà internazionale. Le pressioni esterne comprendevano una campagna Bds (boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni) ampiamente diffusa e che godeva dell’appoggio delle Nazioni Unite. Israele non è il Sudafrica in una serie di aspetti chiave, ma la combinazione fra resistenza e solidarietà è aumentata in modo evidente nella settimana scorsa.

 

È forse opportuno ricordare la celebre osservazione di M.K. Gandhi: «Prima ti ignorano, poi ti insultano, poi ti combattono, poi vinci».

 

* professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton. Nel 2008, il Consiglio sui Diritti Umani ONU (Unhcr lo ha nominato per due mandate triennali Rapporteur speciale dell’Onu su “la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967”.

 

17/05/2021

da Left

Giulio Cavalli

Una semplice domanda. Di fronte ai civili palestinesi uccisi, di cui molti erano bambini. E di fronte alla distruzione da parte di Israele della torre Al Jala a Gaza che ospitava giornalisti e media internazionali.

 

Questo non è un articolo per infiammare il tifo di Israele o della Palestina (in questo cronico errore di confondere i due popoli con i loro governi, di confondere la violenza di Hamas e di Netanyahu con i loro due popoli), questa è una semplice domanda.

 

Dall’inizio degli scontri il conto dei morti (fino a ieri) era di almeno 174 palestinesi. Times of Israel ieri sera scriveva che sarebbero almeno 47 i bambini uccisi. Ci sono 1.200 palestinesi feriti.

 

Sami Mshasha, direttore delle Relazioni esterne dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi che dal 1949 opera sul territorio ha raccontato: «Un bombardamento è accaduto nel campo di Shati. Ci sono giunte conferme che l’intera famiglia di 8 bambini e due donne sono morte nell’attacco. E ora stiamo cercando di capire quanti di loro studiavano nelle nostre scuole». Al quotidiano Domani ha detto: «I civili stanno pagando a caro prezzo questo conflitto. Ci hanno detto che molti dei bambini rimasti uccisi studiavano e studiano nelle nostre scuole, è una notizia estremamente triste e deplorevole» dice Mshasha che lancia un appello: «Chiediamo a tutte le parti coinvolte nel conflitto di fermare i bombardamenti indiscriminati nelle aree civili».

 

L’esercito israeliano ha abbattuto la torre Al Jala a Gaza che ospitava diversi giornalisti e le sedi delle emittenti internazionali per cui lavoravano, come Al MayadeenVoice of PrisonersDoha media centerAP e Al Jazeera. Quando il proprietario della torre Al Jala, Jawad Mehdi ha chiesto al telefono con l’esercito israeliano di avere un po’ più tempo per sgomberare l’edificio l’ufficiale israeliano gli ha risposto al telefono: «È la vostra vita, non la mia, prega il Profeta». Israele dice di avere compiuto l’attacco perché il palazzo avrebbe ospitato rifugi di uomini di Hamas. Peccato che a oggi non esista nessuna prova dettagliata di quanto affermato da Israele. In compenso il portavoce delle forze armate israeliane, Jonathan Conricus, non si è limitato a parlare della presenza di Hamas all’interno della torre, bensì ha esplicitamente negato che la stessa ospitasse sedi di emittenti giornalistiche, affermazione che risulta in ogni caso falsa. Le forze armate israeliane parlano anche di uffici della Jihad Islamica, altra formazione islamista della Striscia, peraltro “in concorrenza” con Hamas. Anche in questo caso, prove, nessuna.

 

Ciò che è certo è che le voci che raccontano l’inferno con quel bombardamento sono state silenziate. Questo è un fatto incontrovertibile.

 

La domanda è: a voi sembra una difesa legittima? Proviamo a partire da qui.

16/05/2021

da il Manifesto

Alberto Negri

 

La guerra promessa. Oggi le proteste della famiglie arabe minacciate di espulsione dal quartiere di Sheik Jarrah vengono viste come il casus belli di questa ultima guerra. In realtà prima del 1948, della sconfitta araba e della Nakba ricordata ieri, il 77% delle proprietà nel lato Ovest di Gerusalemme appartenevano ai palestinesi, sia cristiani che musulmani

 

La rivolta arabo-palestinese è quella di tutti noi, per la giustizia e la vera pace, contro ogni doppio standard che da decenni avvelena Gerusalemme, la Palestina e tutto il Medio Oriente. Israele vive, da noi pienamente tollerato, nella condizione di uno Stato fuorilegge, i palestinesi, a causa anche della sua dirigenza e di Hamas, sono perpetuamente nella lista nera dei popoli criminali, non degli stati criminali semplicemente perché i palestinesi hanno diritto a uno Stato solo nella retorica occidentale che si lava le mani della questione.

 

La posizione mediana assunta dai politici e dalla maggior parte dei media occidentali in realtà è la più ipocrita di tutte le sanzioni architettate in Medio Oriente. Quella che pagheremo forse in un prossimo futuro: le guerre altrui entreranno in casa nostra, come è già accaduto un decennio fa quando le primavere arabe si trasformarono, come in Siria, in guerre per procura e nel jihadismo. Finora Israele, nelle mente degli europei, ha fatto da antemurale alle rivolte e alla diffusione del estremismo islamico: in realtà ha alimentato l’incendio – Hamas sin dalla sua fondazione negli anni Ottanta serviva a mettere sotto scacco Al Fatah e i laici – e incoraggiato ogni degenerazione perché lo stato di guerra perpetuo giustifica la sua impunità e il non rispetto assoluto dei diritti degli arabi, delle leggi internazionali e delle Risoluzioni delle Nazioni unite.

 

Ma la maschera israeliana, come pure la nostra, sta per cadere. È scattata la sirena d’allarme, non soltanto quella per i razzi di Hamas, ma dei linciaggi e delle rivolte nelle città israeliane abitate «anche» dagli arabi. Il venti per cento della popolazione di un Paese che si dichiara lo Stato degli ebrei ignorando tutti gli altri.
Come scriveva questa settimana su il manifesto Tommaso Di Francesco non basta dire che entrambi i popoli hanno diritto a vivere in pace, di questa frasette inutili ne abbiamo piene le tasche e molto più di noi i palestinesi. E persino una parte consistente dell’opinione pubblica arabo-musulmana, anche di quei Paesi entrati nel Patto di Abramo, nella sostanza un’intesa che non è un accordo di pace, come è stato venduto dalla propaganda, ma di fatto un via libera a Israele per fare quello che vuole.

 

Come fai a vivere in pace quando confiscano le tue terre, la tua casa viene demolita, i coloni moltiplicano gli insediamenti e ogni giorno viene eretto, oltre al Muro, un reticolato di divieti di cemento difesi con il mitra spianato? La terra viene divorata, i monumenti della tua cultura sono vietati e si cambia la faccia del mondo che conoscevi: tutto questo avviene sotto occupazione militare, cioè contro il diritto internazionale. E noi qui vorremmo che gli arabi rispettassero leggi di cui noi stessi ci facciamo beffe?

 

Gerusalemme è diventato il simbolo di tutte queste ingiustizie, di tutte le violazioni del diritto internazionale. Questa storica e magica città non è per niente la capitale delle tre religioni monoteiste come viene ripetuto fino alla noia: è la capitale soltanto dello Stato di Israele, come ha sancito Trump nel 2018 trasferendo l’ambasciata americana da Tel Aviv. In questa città Israele decide quello che vuole non solo per gli ebrei ma anche per musulmani e cristiani. Anche questa è una violazione del diritto internazionale, delle Risoluzioni Onu e degli Accordi di Oslo: non solo non abbiamo fatto niente per evitarlo ma lo abbiamo accettato senza reagire. Tollerando che avvenga pure senza testimoni con il bombardamento del centro stampa internazionale di Gaza e l’uccisione di una collega palestinese Reema Saad, incinta al quarto mese, polverizzata da una bomba insieme alla sua famiglia.

 

Oggi le proteste della famiglie arabe minacciate di espulsione dal quartiere di Sheik Jarrah vengono viste come il casus belli di questa ultima guerra. In realtà prima del 1948, della sconfitta araba e della Nakba ricordata ieri, il 77% delle proprietà nel lato Ovest di Gerusalemme appartenevano ai palestinesi, sia cristiani che musulmani. Ma i loro beni, una volta cacciati via e i proprietari classificati come «assenti» sono stati espropriati e venduti allo Stato o al Fondo nazionale ebraico. Così si costruisce con l’ordine «liberale» del «diritto di proprietà» ogni ingiustizia. Non solo: gli ebrei possono reclamare le case che possedevano a Gerusalemme prima del 1948 ma questo diritto non è previsto per i palestinesi. Una beffa. Queste le chiamate leggi, questa la possiamo chiamare giustizia? Si tratta soltanto di un sopruso accompagnato quotidianamente dall’uso della forza militare.

 

«Le vite palestinesi contano», ammonisce il leader democratico Bernie Sanders. Ma il presidente americano Biden che ieri ha mandato un inviato per verificare le possibilità di una tregua deve uscire dall’ambiguità: se concede a Israele di violare tutte le leggi e i principi più elementari di giustizia diventa complice di Trump e delle sue scellerate decisioni. In ballo non c’è soltanto un cessate il fuoco ma un’esecuzione mortale: quella che viene perpetrata ogni giorno al popolo palestinese messo al muro dalla nostra insipienza. E con le spalle al muro ci siamo pure noi che difendiamo con la stessa maschera dei governi israeliani la nostra insostenibile ipocrisia e disonestà intellettuale.

15/05/2021

Marco Consolo *

*Resp. Area Esteri e Pace,  PRC-SE

 

Mentre scriviamo, secondo il Ministero della Sanità di Gaza, è di almeno 119 morti, tra cui 31 bambini, l’ultimo bilancio dei bombardamenti aerei compiuti dalle forze di occupazione israeliana nella Striscia di Gaza, dove predomina il movimento palestinese Hamas. Sono almeno 830 i feriti, tra cui molti bambini, come denunciato dall’UNICEF. Anche in Cisgiordania ci sono 7 morti e circa 500 feriti.

In queste ore è in atto il bombardamento di Gaza da parte delle truppe israeliane e non si fermano i razzi lanciati da Gaza su Israele. Dopo i massacri degli anni scorsi  con i bombardamenti di “Piombo fuso” e “Margine protettivo”, assistiamo all’ennesimo attacco criminale contro Gaza, dove 2 milioni di persone vivono assediati da 14 anni in una prigione a cielo aperto, sottoposte a un “bloqueo” criminale ed in balia della potenza occupante, senza nessuna protezione internazionale.

Ancora una volta, la provocazione è venuta dalla repressione israeliana (arrivata a profanare i luoghi sacri alle tre religioni durante le celebrazioni del Ramadan), dalla ininterrotta pulizia etnica a Gerusalemme Est occupata,  dal boicottaggio delle elezioni palestinesi con la proibizione di realizzarle nella legittima capitale dello Stato di Palestina.

In una situazione di apartheid anti-palestinese, continuano la violenza e le provocazioni delle forze di occupazione e dei coloni, le flagranti violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale in spregio arrogante ed impune alle molteplici risoluzioni dell’ONU, con detenzioni arbitrarie e omicidi. Sono oltre 5.000 i-le prigionieri-e politici nelle carceri israeliane (decine i bambini), la gran parte sottoposti a “detenzione amministrativa”, senza accuse e senza processo, vittime di isolamento e di torture fisiche e psicologiche. La cosiddetta “comunità internazionale” si mantiene  indifferente (quando non complice diretta) all’occupazione, all’espansione senza limiti delle illegali colonie, alla demolizioni delle case palestinesi,  al rifiuto israeliano di accettare il diritto al ritorno dei profughi e di negoziare davvero la creazione di uno Stato di Palestina.

Dopo 4 elezioni in 2 anni, traballa ancora il governo di Benjamin Netanyahu, rinviato a giudizio, con gravi accuse di corruzione da cui cerca di sviare l’attenzione con la guerra. Da quando è tornato al governo, (il più a destra della storia) Netanyahu non ha mai voluto seri negoziati con i palestinesi (nonostante Abbas sia un leader palestinese moderato), e si è opposto più o meno apertamente all’opzione “due popoli, due Stati”, in alleanza con il fondamentalismo religioso suprematista.  Lo ha potuto fare, grazie al sostegno degli Stati Uniti a Israele, da anni avamposto politico-militare dell’imperialismo nella regione mediorientale, ricca di petrolio e di importanza strategica.

Come sottolineato da diversi esponenti dell’ebraismo non sionista (da Ilan Pappe ai “rabbini contro l’occupazione, dagli obiettori di coscienza a Moni Ovadia), non esiste alcun “diritto divino” perché insediamenti ebraici occupino territori. Così come non esiste nessun diritto di proprietà israeliano su Gerusalemme Est, con la sfacciata pulizia etnica degli abitanti palestinesi. Lo sa bene la parte migliore della società israeliana, che con coraggio prova a alzare la voce contro questa ennesima strage.

Come sancito dall’ONU, bisogna applicare il diritto internazionale e la pace deve basarsi sulle frontiere internazionali del 1967. Ma non ci sarà mai pace senza giustizia, e senza un vero appoggio internazionale al popolo palestinese e alle sue legittime rivendicazioni. In sua assenza, è ipocrita far finta di stupirsi se un popolo oppresso da più di 70 anni cerca di esercitare il proprio diritto all’autodifesa.   Ed è profondamente ipocrita parlare di simmetria tra occupanti e occupati, tra vittime e carnefici, di fronte all’uso letale della forza militare da parte dello Stato occupante.

Rimandiamo al mittente le probabili e trite accuse di anti-semitismo, che abbiamo sempre condannato senza mezzi termini. In Italia storicamente gli anti-semiti hanno nome e cognome, a partire dalla destra con chiare radici fasciste, accolta a braccia aperte da settori della comunità ebraica, in particolare a Roma.

In queste ore facciamo appello alla mobilitazione per cessare il fuoco e fermare l’assedio a Gaza. Mentre il complice governo italiano balbetta, da parte nostra non smetteremo di chiedere il ritiro dai territori occupati, il blocco immediato della demolizioni di case palestinesi e  degli insediamenti dei coloni, la fine della pulizia etnica. Siamo per boicottare il regime d’apartheid israeliano, interrompere ogni accordo militare con lo Stato d’Israele, applicare le risoluzioni ONU.

Per il diritto all’autodeterminazione, per il riconoscimento dello Stato di Palestina !

 

14/05/2021

da il Manifesto

Tommaso Di Francesco

 

Palestina. Ora occorrerebbe una vera mobilitazione democratica, consapevole del precipizio rappresentato da un’altra guerra in Medio Oriente e nel già mortale Mediterraneo, perché la crisi di Gerusalemme è il cuore della crisi internazionale

 

Siamo sull’orlo di un baratro. Scene da buio della specie, con linciaggi da una parte e dall’altra, assalto a sinagoghe e moschee, vanno condannate e fermate.

 

Non è questo odio tra i popoli che serve anche e soprattutto alla parte infinitamente più debole, quella palestinese, come dimostra la sproporzione delle vittime. Questo odio ci ripugna e probabilmente chiama in causa le tre religioni monoteiste che sul Medio Oriente qualche responsabilità nel conflitto ce l’hanno.

 

Ora occorrerebbe invece una vera mobilitazione democratica, consapevole del precipizio rappresentato da un’altra guerra in Medio Oriente e nel già mortale Mediterraneo, perché la crisi di Gerusalemme è il cuore della crisi internazionale. Che triste impressione invece la presenza di Letta insieme a Salvini dal palco del Portico d’Ottavia della Comunità ebraica, tutti uniti a nascondere le responsabilità d’Israele e i diritti cancellati dei palestinesi insieme all’estrema destra italiana sodale di Orbán e Netanyahu – provi il neosegretario del Pd, se non ha vergogna, a proporre nel questionario che ha avviato nel suo partito la domanda su cosa pensa la base della crisi israelo-palestinese.

 

E insieme servirebbe una vera iniziativa diplomatica internazionale per fermare la crisi arrivata sull’orlo del baratro. Purtroppo in verità, guardando quel che accade e ai veti nel Consiglio di sicurezza Onu, non c’è né l’una né l’altra. Come dimostra in queste ore il ruolo di Biden.

 

«Israele ha diritto a difendersi, ma attenzione alle vite dei civili, torni la calma», queste in sintesi le dichiarazioni della Casa bianca e di Biden stesso che, «preoccupato» invia, per mercoledì – a cose fatte, visto che Tel Aviv prepara l’intervento di terra – un sottosegretario esperto di Medio Oriente, e ci sarebbe pure una telefonata ad Abu Mazen perché «si fermino i lanci di razzi da Gaza».

 

C’è da rimanere esterefatti da tanta ignoranza e protervia. Ma come fa Biden a trovarsi impreparato, come se non ne sapesse nulla quando in campagna elettorale e poi nei primi 100 giorni di potere, ha confermato la scelta incendiaria di Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme, considerandola così anche lui – contro il diritto internazionale che dice che quella è una città condivisa da due popoli, anche da quello palestinese, e da tre religioni – di fatto capitale esclusiva di uno Stato come Israele che con le sue leggi sulla nazionalità si definisce ebraico, come Stato dei soli ebrei.

 

È questa decisione scellerata che premia l’occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi e che ha alimentato le marce dell’estrema destra israeliana di Levaha parafascista al grido di «morte agli arabi» nei giorni che hanno preceduto la rivolta della Spianata, che ha preparato la «marcia delle bandiere» la celebrazione della riconquistata capitale, e che ora esplode come un bubbone nelle città miste d’Israele stessa.

 

È sempre questa decisione che legittima istituzionalmente le espulsioni dei palestinesi dalle loro case dei quartieri di Gerusalemme Est per darle ai coloni. Si chiama pulizia etnica.

 

Del resto di che sorprendersi, così si porta a termine l’espulsione definitiva anche nel luogo più simbolico, dove i militari israeliani sparano, in pieno Ramadan, come in un tiro segno. Infatti nella Cisgiordania occupata centinaia di insediamenti dei coloni integralisti hanno espulso così tanti palestinesi dalla loro terra che non esiste più la continuità territoriale perché nasca uno Stato palestinese – senza dimenticare il Muro, lo sradicamento violento delle colture, l’abbattimento delle case, i posti di blocco che spezzano la vita, la repressione quotidiana con uccisioni che non fanno notizia nei media occidentali, le migliaia di detenzioni arbitrarie.

 

È un regime di apartheid – legga Biden il saggio Apartheid scritto dal suo predecessore Jimmy Carter sulla condizione dei palestinesi se non vuole ascoltare Human Right Watch, Amnesty International e i Rapporteur dell’Onu come Richard Falk che dicono che il governo d’Israele deve essere processato per questo regime imposto alla popolazione palestinese. «Israele ha diritto di difendersi», ma quante volte in questi ultimi tre anni l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi «militari» e colpendo impunemente civili in Siria – dove la guerra all’Isis non è ancora finita -, e quante volte con una «guerra coperta» ha attaccato obiettivi civili e istituzionali in Iran? «Attenti alle vittime civili», ma nei due tre mesi precedenti alla rivolta della Spianata, quanti giovani e padri di famiglia palestinesi sono stati uccisi magari solo per un falso movimento ad un check point militare?

 

Diciamolo chiaramente: se Biden mantiene la decisione di Trump sappia almeno che è incendiaria, e cominci a stupirsi di meno.

 

Perché se «Israele ha diritto di difendersi», chi difende i palestinesi che sono occupati militarmente? Non lo fanno più i Paesi arabi dei quali i palestinesi non si fidano più, e che sono in rotta di collisione con i loro popoli figuriamoci con chi vive sotto occupazione in Cisgiordania. Eppure, anche per effetto di questa crisi e non certo per la sofferta riattivazione degli accordi sul nucleare civile iraniano, sta vacillando quel Patto di Abramo voluto da Trump che mirava a cancellare i palestinesi.

 

Non lo fa l’Unione europea e nemmeno quell’Europarlamento sempre pronto sui diritti umani a senso unico. Non lo fa nessuno.

 

Lo fa con azioni militari a dir poco controproducenti, Hamas. Che non ci piace, non ci piace il suo fondamentalismo religioso, i suoi rapporti con Turchia e Qatar che opprimono altri popoli. Ma lo fa, e agli occhi dei palestinesi conta.

 

Se è vero poi che Biden ha telefonato ad Abu Mazen «perché fermi i lanci di razzi da Gaza» è a dir poco allucinante. Abu Mazen non ha certo questo potere. Hamas è cresciuta sulle disfatte dell’Anp e della laica Al Fatah di fronte alle false promesse occidentali e alla negazione degli accordi Oslo 1993, rimessi subito in discussione nel ’95 con l’uccisione, da parte di un integralista ebreo, del premier Rabin che li aveva firmati con Arafat e Clinton; Hamas vinse le elezioni in tutta la Palestina non solo a Gaza nel 2006 e probabilmente le avrebbe ri-vinte in questo mese se le elezioni fossero stata confermate. Comunque ora invece di un Stato palestinese – l’altro, lo Stato d’Israele, c’è più forte che mai e con uno degli eserciti più e agguerriti della Terra – abbiamo frantumi di terra occupata da nuovi insediamenti subito diventati avamposti militari israeliani, lanciati ad ogni piè sospinto da ogni governo israeliano con il campione Netanyahu in testa.

 

Il mondo laico palestinese è in declino e se la scomparsa della sinistra da noi è un bel problema, in Israele e in Palestina è una tragedia. È questo disastro e fallimento che alimenta il protagonismo di Hamas. E poi guardiamo in faccia la realtà: non è un caso che in piazza ci siano i giovani palestinesi che appartengono alla generazione post-accordi di Oslo. Ora per di più il giornalismo tace. È morto dentro il suo silenzio.

13/05/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista

 

Le dichiarazioni in parlamento di Emanuele Fiano e la decisione di Enrico Letta di partecipare a un presidio di solidarietà con Israele configurano dopo il silenzio di questi giorni una posizione di complicità con il bombardamento di Gaza e le provocazioni israeliane.


Il Pd finge di essere equidistante ma in realtà è incapace di condannare Netanyahu e la destra israeliana e solidale con aggressori.


La posizione del Pd fin dalla fondazione di questo mostro è in netta rottura con la storia della sinistra italiana che nelle sue componenti socialista e comunista – da Craxi a Berlinguer – era sempre stata solidale con il popolo palestinese.

 

Di tutta altra qualità la presa di posizione di Bernie Sanders che ha individuato nel comportamento del governo israeliano e della destra ebraica la causa dell’attuale escalation.

 

Manifestiamo in tutte le città la nostra solidarietà al popolo palestinese.

Sabato, dalle 16 alle 19, saremo a Roma alla manifestazione indetta dalla comunità palestinese in piazza Esquilino.

 

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