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Il Manifesto

Eleonora Martini
da il Manifesto
27.10.2017


Strasburgo. La Corte europea dei diritti dell’uomo ordina risarcimenti per oltre 4 milioni di euro. È la prima sentenza che riconosce il reato commesso in una "regolare" prigione italiana

Due condanne in un solo giorno provenienti da Strasburgo confermano ancora una volta l’uso della tortura nelle carceri italiane, reato per il quale lo Stato non ha mai chiesto scusa alle vittime e non ha mai punito i responsabili (ma non li ha neppure sospesi durante l’inchiesta e il processo, come sottolinea la Corte europea dei diritti dell’uomo).

Sono 63 in totale le persone che, da recluse, hanno subito violenze fisiche e psicologiche da parte di autorità di polizia: due durante la detenzione nel carcere di Asti nel 2014, quando vennero sottoposte a maltrattamenti di vario tipo da parte di cinque agenti penitenziari, e 61 a Bolzaneto tra il 20 e il 22 luglio 2001, durante i giorni del G8 di Genova. A tutti loro la Cedu ha riconosciuto ieri un indennizzo che va dai 10 mila agli 88 mila euro a testa (a seconda delle gravità delle violenze subite e della «conciliazione amichevole» eventualmente già pattuita con il governo italiano), condannando così Roma al pagamento complessivo di 4 milioni e 10 mila euro per aver violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani.

«A GIUDIZIO DELLA CORTE, i giudici nazionali hanno fatto un vero e proprio sforzo per stabilire i fatti e individuare i responsabili», scrive la Cedu, ma a causa della lacuna normativa di allora i torturatori sono rimasti impuniti. Il problema, sul quale i giudici di Strasburgo ovviamente non si soffermano ma che viene sottolineato dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, è che il reato di tortura rischia di rimanere impunito in alcuni casi anche in futuro, perché la legge entrata in vigore il 18 luglio scorso che introduce finalmente quella fattispecie di reato nell'ordinamento italiano è volutamente contorta e difficilmente applicabile.

Anche se il ministro Orlando un paio di giorni fa si è detto convinto che la nuova legge abbia recepito le direttive della Cedu contenute nella sentenza Cestaro del 2015 e ha spiegato che comunque il testo ha bisogno di essere applicato per verificare eventuali «elementi di fragilità normativa», caso in cui, ha detto, «non escludiamo una riflessione».

DOPO LA CONDANNA del giugno scorso per le torture perpetrate dalle forze dell’ordine nella scuola Diaz, i giudici di Strasburgo riconoscono ad altre 61 persone, alcune delle quali arrestate proprio durante quell'irruzione, il diritto ad essere risarcite per le violenze subite «dagli ufficiali di polizia e dal personale medico» a Bolzaneto, una delle due caserme, insieme a Forte San Giuliano, adibite a centri temporanei di detenzione dei manifestanti “rastrellati”. Per due giorni, le vittime vennero «aggredite, picchiate, spruzzate con gas irritanti, subirono la distruzione degli effetti personali e altri maltrattamenti – ricorda la Corte – Mai avrebbero ricevuto adeguate cure per le ferite riportate, e la violenza sarebbe continuata anche durante le visite mediche», oltre a non aver potuto contattare familiari, avvocati e consolati.

Per questi fatti «la procura di Genova indagò 145 tra poliziotti e medici, di cui 15 vennero poi condannati a pene tra i 9 mesi e i 5 anni di reclusione». Ricorda la Corte che successivamente «dieci di loro hanno beneficiato di una grazia, tre di una completa remissione della pena detentiva e due di una remissione di 3 anni; quasi tutti i delitti sono stati prescritti».

Undici dei ricorrenti davanti alla Cedu hanno già accettato di ricevere dal governo italiano 45 mila euro per una «conciliazione amichevole» e perciò hanno diritto ad un risarcimento minore. Ma a nessuna delle tante vittime dei torturatori di Genova, sottolinea Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum del 2001, «a 16 anni dai fatti, dopo varie condanne italiane e internazionali, non è ancora arrivata alcuna parola di scusa a nome dello Stato da parte dei suoi massimi rappresentanti, primi tra tutti il presidente della Repubblica. Una vergogna nella vergogna».

FORSE PERFINO più importante e incisiva è la seconda sentenza emessa ieri dalla Cedu, perché è la prima volta che viene riconosciuta la tortura in un “regolare” carcere italiano e l’Italia viene condannata sia per il delitto in sé «(aspetto sostanziale») che per quanto riguarda la risposta delle autorità nazionali (aspetto procedurale)».

In questo caso, il governo dovrà risarcire con 88 mila euro ciascuno, due detenuti del carcere di Asti o i loro familiari (i torinesi Andrea Cirino e Claudio Renne, quest’ultimo morto in una cella a Torino nel gennaio scorso), per le torture subite nel dicembre 2014 da cinque poliziotti penitenziari, tutti assolti dal tribunale di Asti per mancanza di reato specifico. E perché «malgrado le sanzioni disciplinari imposte», ritenute dalla Cedu, «non sufficienti», gli agenti «non sono stati sospesi durante l’inchiesta o il processo».

Due sentenze che il Garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma, considera «un campanello d’allarme che richiede importanti e urgenti azioni da parte dell’Italia».

Massimo Franchi
da il Maifesto
25.10.2017


Previdenza. L’Istat certifica i 5 mesi di innalzamento dell’aspettativa di vita. Tutti i partiti contrari. Si muove il fronte bipartisan in Parlamento. Camusso: follia

L’Istat a fare da ragioniere, il governo ad adeguarsi senza ascoltare il grido di protesta dei sindacati e del fronte parlamentare bipartisan. Dal primo gennaio 2019 l’età pensionabile salirà per tutti di ben 5 mesi. Raggiungendo i 67 anni per la pensione di vecchiaia per i lavoratori dipendenti a prescindere dal sesso, mentre per le pensioni anticipate (ex-anzianità) si arriva a 43 anni e tre mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e tre mesi per le donne.
COME ERA SCONTATO ieri è arrivato il verdetto dell’istituto nazionale di statistica: nel suo annuale studio «Indicatori di mortalità della popolazione residente» per il 2016 è contenuto il computo utilizzato per le pensioni – l’aspettativa di vita a 65 anni che arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, allungandosi di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013 – come da legge del 2009 – ancoraggio dell’età di accesso alla pensione all'aspettativa di vita – ritoccata – in peggio – dalla riforma Fornero che ha stabilito che – a prescindere dall'aspettativa di vita – dal primo gennaio 2021 la soglia dei 67 anni.
IL TUTTO SENZA TENER CONTO dell’opinione di insigni demografi come Gian Carlo Blangiardo (Milano Bicocca) che da agosto sostiene che nel 2017 l’aspettativa di vita calerà di molto visto il boom dei decessi (+ 14,6 per cento nel primo trimestre rispetto al 2016) e il calo delle nascite (2,6 per cento). Ma la legge è inflessibile e ingiusta: l’adeguamento vale solo al rialzo, se cala la speranza di vita non calerà l’età pensionabile.
DUNQUE SI ARRIVERÀ A 67 ANNI con due anni di anticipo rispetto alla Fornero. E la scelta sarà certificata dalla nota congiunta dei direttori dei ministeri di Economia e Lavoro che verrà redatta entro la fine dell’anno. Rafforzando a livelli record il già poco invidiabile primato dell’Italia in Europa: l’età pensionabile più alta del continente, specie per le donne.
UN’ESCALATION che negli ultimi anni ha tratti vergognosi: l’età pensionabile per le donne dal 2010 ad oggi è aumentata di ben 7 anni, in pratica un anno in più ogni anno che passava. Con diseguaglianze grottesche: la classe delle donne del 1953 ha tra le sue fila le dipendenti pubbliche assunte appena dopo il diploma che sono in pensione «baby» dal 1988 – con 14 anni, sei mesi e un giorno di contributi – a soli 35 anni e chi invece ora dovrà attendere di compiere i 67 anni di età e dunque andrà in pensione nel 2020: una differenza di ben 32 anni di età.
IL PARADOSSO DELLA SITUAZIONE è presto detto: non esiste una forza politica che ieri si è detta favorevole all’aumento, ma a meno di colpi di scena l’aumento ci sarà. Il governo infatti non ha mosso un dito e anche ieri ha lasciato alle forze politiche l’onere del cambiamento.
A CAPEGGIARE LA RICHIESTA di congelamento c’è il presidente delle commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano che fin da luglio ha lanciato il tema assieme al suo pari ruolo del Senato Maurizio Sacconi – convertito recentemente a difensore dei diritti dei pensionati dopo essere stato autore di molti scalini. «Faremo una battaglia politica per convincere il governo che Si puo’ rimandare il decreto che fissa a 67 anni l’età di pensione a giugno 2018, del resto l’adeguamento scatterebbe dal 2019. O – suggerisce sempre Damiano – si può dare corso a quanto scritto nel verbale con i sindacati del 2016, bloccando l’aspettava di vita anche per i lavoratori che accedono all'Ape sociale». Il problema è come sempre di risorse: congelare i 5 mesi di innalzamento costa fra 1,2 e 1,5 miliardi e Padoan non vuole metterci un euro.
CGIL, CISL E UIL INSISTONO per una sospensione del meccanismo di adeguamento automatico tra aspettativa di vita ed età di uscita. Un modo, sostengono, per avere il tempo di rimettere mano alla materia. I confederali puntano a uno sconto di qualche mese o a tarare l’aumento sulla «gravosità dei lavori» – escludendo così dagli incrementi maestre d’asilo, operai edili, macchinisti. Le parole più dure le usa la leader della Cgil. Susanna Camusso va all'attacco, bollando il rialzo dell’età come una «follia» e lamentando che l’esecutivo «aveva assunto l’impegno a discuterne». La risposta del ministro del Lavoro Giuliano Poletti è furbesca: «I tempi per il Parlamento o per le forze politiche che vogliono intervenire ci sono». Ma se il governo non si impegnerà, i 67 anni rimarranno.
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Daniela Preziosi
da il Manifesto
25.10.2017


Sinistre&alleanze. Ma la lista unitaria è ancora al palo. Fratoianni: «Basta, siamo stanchi di aspettare Mdp». I comitati annunciano la «Festa della Costituzione», inizia il 4 dicembre a un anno dalla vittoria su Renzi

La folla non è sterminata ma c’è. È stata convocata in fretta davanti al senato, mentre dentro «si consuma l’ennesimo sconcio alla Costituzione» dal Coordinamento per la democrazia costituzionale, nato dalle ceneri dei Comitati per il No al referendum del 4 dicembre e da Sinistra italiana. Sfilano i deputati e i militanti con le bandiere (a quelle rosse di famiglia vanno aggiunte quelle della ’Fgci’ e del ’Pci’, nomi impegnativi scelti dall’ex Pdci; e quelle del Partito del Sud). I senatori fanno passaggi più veloci, devono tornare in aula. Hanno aderito Mdp, presente in forze il gruppo quarantenni (Laforgia, Gotor, Stumpo, D’Attorre, Fornaro, Scotto) e i ’civici’ del Brancaccio (c’è l’avvocata Anna Falcone). A sorpresa nel finale arriva il grillino Vito Crimi, inconsueto gesto di considerazione per un 5 stelle (oggi il loro presidio) molto apprezzato dai presenti.

I convenuti non sono moltissimi ma si assegnano un compito titanico: le prossime elezioni «saranno un nuovo 4 dicembre», promettono. Dal palco Alfiero Grandi lancia la «festa della Costituzione» dal 4 al 22 dicembre. Nel calendario dei patrioti della Carta sono due date cerchiate di rosso: l’anniversario della vittoria del referendum sulla riforma Renzi-Boschi e l’anniversario dell’approvazione della Carta (nel 1947). Sarà l’abbrivio della campagna elettorale delle sinistre. «Questa mobilitazione deve proseguire e prendere una forma politica», applaude Civati dal palco, dove si presenta in coppia con Nicola Fratoianni (Si).

Ma è ancora qui che casca l’asino. Quella di ieri è la seconda manifestazione unitaria delle diverse sigle di sinistra contro il Rosatellum (la prima è stata l’11 ottobre). Sinistra Italiana, Possibile, Brancaccio, Mdp, Cdc. Ma la carovana della lista unitaria è ancora ferma ai box. Nel frattempo Giuliano Pisapia è uscito dai radar in attesa – spiegano i suoi – di valutare gli effetti sul Pd del voto siciliano. Ma anche le altre sigle aspettano: macinano dibattiti su dibattiti, professano unità, si giurano fedeltà. Ma alla fine tutto resta al palo.

L’ultimo inciampo è stata l’apparente offerta di dialogo di Roberto Speranza (Mdp) a Renzi, peraltro subito rifiutata. Fratoianni l’ha presa male: «Ora basta, siamo stanchi di aspettare le titubanze degli ex Pd. Noi partiamo».

Segnale di questa insofferenza è l’impennare della polemica sul presidente del senato Pietro Grasso ’reo’, come la collega Laura Boldrini alla camera, di aver accettato la fiducia chiesta dal governo. In aula Loredana De Petris (Si) ne occupa lo scranno. «Sono con lei», dice Fratoianni, «Grasso ci ha deluso, da lui ci aspettavamo almeno un sussulto». Sul presidente del senato cala il gelo dei civici. E le sferzanti parole del segretario di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo: «Dopo la vergogna della camera che ha visto la presidente Boldrini accettare l’imposizione del governo e del Pd del voto di fiducia in spregio della Costituzione, al Senato fa il bis il presidente Grasso. Mi domando se si tratti dello stesso Grasso che D’Alema e Bersani proponevano nei giorni scorsi come leader della sinistra».
In effetti Mdp da mesi corteggia Grasso per averlo in primissima fila fra i suoi big. E ora infatti preferisce alzare i decibel sul governo: «Oggi Gentiloni è passato alla storia per aver battuto un triste primato: essere il primo presidente del Consiglio dall’Unità d’Italia a porre la fiducia sulla legge elettorale sia alla Camera sia al Senato», dichiarano i senatori Maria Cecilia Guerra, Fornaro e Pegorer. Una performance peggiore di Mussolini, insomma, che «nel 1923 pose la fiducia su di un ordine del giorno e su di un emendamento della legge Acerbo», «una invasione di campo del governo in una materia parlamentare che non sarebbe stata concepibile in nessuna grande democrazia europea». Altro che dialogo, le reazioni del Pd sono scatenate.

Intanto nella Corsia Agonale, il vicolo davanti a Palazzo Madama, al microfono sfilano costituzionalisti, giuristi, un ex presidente di Cassazione, politici delle tante sigle di sinistra ancora disunita. Ma la compagnia è variegata. Parla anche Antonio Esposito, il giudice che ha condannato in via definitiva Silvio Berlusconi nel processo Mediaset (ora ha lasciato la toga). Il direttore del Fatto Marco Travaglio evoca la manifestazione dei girotondi, quella del febbraio 2002 in cui Nanni Moretti prese la parola e spalancò una stagione politica: «Con questi dirigenti la sinistra perderà per i prossimi vent'anni». È un augurio. Come lo è quello di Felice Besostri, l’avvocato che ha fatto franare l'Italicum alla consulta: «Non c’è due senza tre», promette, «Se hanno bocciato già due leggi elettorali la Consulta boccerà anche la terza anche se loro correranno contro il tempo per evitare la sentenza»

Pubblicato il 23 ott 2017

Il documento di Anna Falcone e Tomaso Montanari rilancia con forza il percorso di costruzione di un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza che era partito con l’assemblea del Brancaccio. Abbiamo con convinzione aderito a quel percorso e accolto positivamente l’idea di una lista che unificasse la sinistra sociale e politica e le tante forme di civismo e partecipazione su un programma di attuazione della Costituzione e di netta alternativa al PD le cui politiche da anni sono “indistinguibili da quelle della destra”. Rinnoviamo dunque l’invito a tutte le compagne e i compagni del PRC-SE a partecipare attivamente e a promuovere le assemblee in tutti i territori.

Condividiamo in particolare che sia “chiusa la stagione del centro-sinistra: perché è giunto il tempo di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, non di venirci a patti”. Il centro sinistra in questi anni, a livello italiano come europeo, è stato il protagonista indiscusso dell’attuazione delle politiche liberiste: dai trattati di Maastricht fino al Fiscal Compact passando per guerre e privatizzazioni. Queste politiche non solo hanno favorito i ceti più ricchi e il grande capitale ma aumentato le diseguaglianze e peggiorato nettamente le condizioni di vita e di lavoro delle giovani generazioni e di larghi settori della popolazione. La precarietà dilagante e le decine di migliaia di giovani emigranti sono la sintesi di queste politiche che il centrosinistra e il centrodestra hanno prodotto e condiviso in questo paese. Il governo Monti, con il pareggio di bilancio in Costituzione e la Legge Fornero, spicca come vero e proprio monumento della contiguità di politiche economiche e sociali tra centrodestra e centrosinistra.

Le politiche del centrosinistra però non hanno solo impoverito e reso più ingiusto il nostro paese: hanno deluso speranze, desertificato i processi di partecipazione democratica, svuotato di significato agli occhi di milioni di persone persino la parola sinistra. Il ritornello secondo cui non c’è alternativa alle politiche europee, all’austerità, alle privatizzazioni, alla massimizzazione della concorrenza ed al peggioramento delle condizioni di vita, ha prodotto sconforto e impotenza, ha aperto la strada alla guerra tra i poveri, al razzismo e alla xenofobia. Le leggi elettorali incostituzionali, il tentativo di manomissione della Costituzione e poi lo scippo attuato dal governo Gentiloni e dalla sua maggioranza parlamentare ai danni del popolo italiano, a cui è stato impedito di pronunciarsi attraverso un referendum sui voucher (ma in realtà sulla precarietà), esplicitano una volontà palese di impedire al popolo di esercitare la propria sovranità.

Per questo “serve costruire la Sinistra che ancora non c’è” e “non ci basta più difendere la Costituzione e lo Stato democratico di diritto, vogliamo attuarli e costruire insieme un fronte politico e sociale alternativo al pensiero unico neoliberista e alle riforme dettate e imposte dal capitalismo finanziario a Parlamenti e governi deboli o conniventi”, come scrivono Anna Falcone e Tomaso Montanari.

Per questo la sinistra che vogliamo costruire deve essere fondata su contenuti chiari a partire dallo smantellamento delle misure liberiste che hanno devastato la condizione di esistenza di milioni e milioni di persone.

Il No al fiscal compact, l’eliminazione del pareggio di bilancio dalla Costituzione, la disobbedienza ai trattati europei che sono in palese contrasto con l’attuazione dei principi e degli obiettivi della nostra Costituzione sono elementi centrali e imprescindibili di un programma di alternativa che non sia solo di enunciazione di buone intenzioni. Dentro la camicia di forza che i governi italiani e l’UE hanno contribuito a determinare non è possibile una svolta.

Una lista di sinistra si costruisce intorno a un programma che sia effettivamente di sinistra e che può raccogliere come negli altri paesi europei un grande consenso popolare: la difesa dei diritti di chi lavora a partire dalla reintroduzione dell’articolo 18 e dall’abolizione del Jobs Act e della legge 30, la redistribuzione del reddito a partire dall’aumento della tassazione sulle grandi ricchezze, la redistribuzione del lavoro a partire dall’abolizione della legge Fornero e dal perseguimento di una drastica riduzione di orario (32 ore settimanali), il rilancio della scuola pubblica a partire dall’abrogazione della Buona Scuola e delle tante riforme che, con diverso segno hanno impoverito il sistema scolastico nazionale e dallo stop al finanziamento delle scuole private, lo stop ai tagli alla sanità e allo smantellamento della servizio sanitario nazionale, il contrasto all’impoverimento crescente a partire dall’istituzione di un reddito minimo garantito e dal rilancio del welfare, una politica per il diritto alla casa, la salvaguardia dell’ambiente e dei beni comuni a partire dall’abrogazione dello Sblocca Italia e dallo stop al consumo di suolo e alle grandi opere inutili come la Tav in Val di Susa o il gasdotto Tap, la ri-pubblicizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici in attuazione del referendum del 2011, il rilancio dell’intervento pubblico a partire da un grande piano per il lavoro incentrato sulla messa in sicurezza del territorio, la riconversione ambientale e sociale delle produzioni e dell’economia, lo stop e la messa in discussione delle privatizzazioni di aziende strategiche o che forniscono servizi universali, un impegno senza se e senza me contro la guerra e gli interventi militari che nulla hanno di umanitario, ma perseguono un progetto imperialista e colonialista, per il dimezzamento delle spese militari e la riconversione dell’industria bellica, contro la permanenza di testate nucleari nel nostro territorio e per l’adesione dell’Italia al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari.

Tra i prodotti tossici del neoliberismo va evidenziato quello di aver trasformato, anche nell’immaginario popolare, una guerra contro i poveri in una guerra fra poveri, cercando nel migrante, nel richiedente asilo il capro espiatorio. Per una sinistra di alternativa accogliere non si traduce in una semplice seppur necessaria etica antirazzista. Il modello di società a cui dobbiamo tendere è quello che garantisca la parità nell’accesso ai diritti fondamentali e lo smantellamento di ogni atto legislativo – dalla Turco – Napolitano alle leggi Minniti Orlando, passando per la Bossi- Fini che hanno prodotto apartheid e abbassamento generalizzato delle tutele per migranti e autoctoni. La sinistra che vogliamo realizzare considera “nostra patria il mondo intero” rigetta i dogmi della “Fortezza Europa” e aspira verso una società aperta e meticcia in cui i diritti costituzionali, in primis la cittadinanza sostanziale, non siano vincolati da reddito o provenienza ma considerino l’eguaglianza come fondamento e valore comunemente condiviso. Razzismo e scontro fra ultimi e penultimi vengono giustificati e propagandati con il dogma liberista secondo cui non ci sono le risorse, si deve tirare la cinghia e fare sacrifici. Si tratta di una pura e semplice menzogna: i soldi ci sono. Basta prenderli dalle tasche di chi controlla la maggior parte delle risorse del paese, ricchi italiani e multinazionali. Sarebbe sufficiente obbligare la BCE a finanziare con i soldi nostri piani per il welfare e per l’occupazione e non solo le banche private. I soldi ci sono e nostro nemico è chi è ricco non chi scappa dalle guerre. Va contrastato con forza questo impianto ideologico con cui detengono il potere tanto le destre dichiarate quanto quelle che, in nome della “sicurezza” ne copiano gli stessi slogan.

Da troppo tempo manca di visibilità, forza e credibilità un punto di vista che si contrapponga al populismo reazionario e al neoliberismo pseudo-progressista.

Una sinistra che si batte per l’attuazione della Costituzione non contrappone diritti civili e diritti sociali, si batte per l’uguaglianza e la libertà. Consideriamo fondamentale la nuova ondata di mobilitazione delle donne e il suo caratterizzarsi sempre più per un femminismo del 99% con un’agenda inclusiva – allo stesso tempo antirazzista, anti-imperialista, anti-eterosessista, anti-neoliberista – come definita nell’appello per la giornata internazionale di sciopero dell’8 marzo 2017 e più in generale dal movimento “non una di meno”. Libertà significa per noi anche la piena autodeterminazione delle persone nel proprio orientamento sessuale, il rifiuto di ogni forma di omofobia e transfobia, la piena affermazione del valore della laicità.

Tante esperienze europee, dalla Spagna alla Francia alla Grecia alla Gran Bretagna, dimostrano che le posizioni di una sinistra radicale e in netta rottura con classi dirigenti delegittimate possono conquistare consenso popolare, anzi che solo una sinistra nuova e radicale può contrastare il diffondersi nei ceti popolari della destra razzista e xenofoba che cresce proprio in conseguenza delle politiche neoliberiste sostenute in Europa dai governi di centrodestra e centrosinistra. La sinistra si ricostruisce mettendo in discussione non solo le scelte di Renzi ma quelle del complesso del Partito Socialista Europeo e le politiche dominanti nell’Unione Europea che hanno visto la condivisione di liberali, socialisti e popolari.

Non basta dunque invocare genericamente l’unità, bisogna avanzare una proposta credibile ed effettivamente alternativa al PD che faccia delle elezioni un passaggio verso la costruzione di una forza e di uno schieramento popolare che lavori per un’alternativa di società: una sinistra antiliberista, antirazzista, antisessista, democratica e ambientalista che si batta per l’attuazione della Costituzione. Non si tratta dunque di fare una lista per ricostruire il centrosinistra ricontrattando con il PD dopo le elezioni.
Parallelamente la sinistra che vogliamo costruire deve fondarsi su un percorso democratico e partecipato che segnali la più netta discontinuità con la stagione del centrosinistra di cui il PD renziano rappresenta solo la fase terminale. Se si ha l’obiettivo di riportare al voto chi ha scelto l’astensione o chi deluso si è rivolto al M5S, la sinistra non deve essere in alcun modo confusa con gli scampoli della fase precedente e deve essere chiaro che non intende allearsi col PD né prima né dopo le elezioni.

Serve un percorso basato sulla democrazia e la partecipazione, non un accordo pattizio tra vertici politici. Serve un chiaro rinnovamento nella composizione delle liste, con una forte presenza di chi è impegnato nella società e nei movimenti e la scelta chiara che non siano candidati coloro che negli anni e nei decenni scorsi hanno ricoperto responsabilità di governo nel vecchio centrosinistra.

Dobbiamo costruire una lista di sinistra che costruisca l’oggi e il domani, non una lista di reduci chiamati a giustificare gli errori – ingiustificabili – commessi negli ultimi vent’anni e che hanno prodotto la situazione attuale. La sinistra che dobbiamo unire è anzitutto quella che si espressa negli ultimi anni nei conflitti sociali, nelle lotte, nei movimenti per la democrazia, i beni comuni, la giustizia sociale, la solidarietà e la pace. Insomma c’è bisogno di una lista che rappresenti chi ha saputo dire NO.

Serve un codice etico e regole (a partire dalle retribuzioni) per elette/i che renda ben chiara l’alterità della sinistra nei comportamenti concreti e una piattaforma radicale per quanto riguarda la lotta alla corruzione.

Un programma radicale e un profilo di netta discontinuità col passato sono le condizioni che possono determinare l’unità auspicata dall’assemblea del Brancaccio.
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La segreteria nazionale del Partito della Rifondazione Comunista
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Invitiamo compagne e compagni a aderire, se non lo avete già fatto,online sul sito nazionale dell’Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza:
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https://www.aderisci.perlademocraziaeluguaglianza.it/events/1/subscripti...
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23.10.2017

Appello per l’adesione al Forum Internazionale
per il diritto alla salute e l'accesso universale alle cure
(4 e 5 novembre a Milano)


Il 5 e il 6 novembre 2017 si svolgerà a Milano l’incontro dei ministri della salute del G7, ultima tappa di una serie di riunioni ministeriali che in questi mesi hanno visto le rappresentanze dei potenti della terra discutere su tematiche come l'ambiente, i trasporti, l'industria, la scienza, il lavoro, l'agricoltura, il cibo.

Anche se l’agenda dell’incontro non è stata ancora resa nota, sembra che i principali temi al centro del dibattito saranno le ricadute sulla salute dei cambiamenti climatici e le politiche sui farmaci.

I potenti della terra discuteranno su come trarre ulteriore profitto dalla nostra salute e dalla devastazione del pianeta.
Decine di associazioni, da anni attive nella difesa della salute collettiva, hanno costituito il comitato " La salute senza padroni e senza confini" che, insieme al GUE/NGL - il gruppo della Sinistra Unita Europea al Parlamento europeo - e al gruppo consiliare "Milano in Comune", organizza il " FORUM INTERNAZIONALE PER IL DIRITTO ALLA SALUTE E ALL' ACCESSO ALLE CURE" che si svolgerà a Milano sabato 4 novembre c/o lo spazio " BASE" in via Bergognone 34, dalle 9 alle 19.

L'11% della popolazione mondiale ha problemi di alimentazione, soprattutto in zone coinvolte da conflitti e da situazioni ambientali disperate. Negli ultimi decenni l'aumento delle concentrazioni di carbonio, conseguenza della deforestazione e della combustione di carbone, petrolio e gas, ha provocato gravissime conseguenze come il surriscaldamento del globo e pericolose alterazioni all'ecosistema con un susseguirsi di eventi climatici estremi, il cui impatto sulla salute è di proporzioni disastrose. Si stima che, a livello globale, nel 2000 si siano verificati circa 150.000 morti a causa del cambiamento climatico. In assenza di cambiamenti decisivi nelle politiche ambientali l'OMS prevede che entro il 2040 si raggiungeranno i 250.000 morti all'anno.
La desertificazione di vaste aree, la privatizzazione e il dirottamento di risorse idriche a beneficio del profitto delle multinazionali privano dell'accesso all'acqua intere popolazioni. Quasi 700 milioni di persone al mondo, secondo l’OMS e l’UNICEF, non possono usufruire di acqua pulita. La disuguaglianza nella disponibilità e nel consumo di acqua tra paesi ricchi e paesi poveri è enorme e sta continuamente aumentando.
L’accesso ai farmaci è determinato dalle logiche di mercato imposte dalle multinazionali che governano il settore e non certo da priorità decise in base a obiettivi di salute pubblica. Mentre viene incentivato il consumismo di prodotti inutili, è ostacolata la diffusione dei più economici farmaci equivalenti e a milioni di malate e malati è negato il diritto di assumere i farmaci necessari perché troppo costosi. In questo quadro va sottolineato il ruolo del capitale finanziario che spinge l'acceleratore sulla commercializzazione della salute a danno di tutte le donne e gli uomini, soprattutto di quelli più poveri. Il prezzo dei farmaci innovativi è in continua ascesa, in quanto le aziende titolari dei brevetti stabiliscono in regime di monopolio prezzi non giustificati dai costi di produzione. Questa situazione è destinata a peggiorare ulteriormente se gli accordi commerciali internazionali allungheranno la durata dei brevetti, già garantiti per 20 anni dagli accordi TRIPs e porranno ulteriori vincoli al potere già debole degli stati di regolare il mercato.
I governi della maggior parte dei paesi, anche di quelli che si sono dotati di un servizio sanitario nazionale, da anni riducono le risorse assegnate alla tutela della salute nei loro bilanci, perseguono politiche di privatizzazione dei servizi e di riduzione dell’accesso universale e gratuito alle cure.
In tutte le regioni sono attivi processi di privatizzazione della sanità. In Lombardia ad es. è in atto uno dei più feroci tentativi di privatizzazione dei servizi sanitari che raggiunge l'apice con la proposta di sostituire, per 3.350.000 concittadine e concittadini affetti da una patologia cronica, il medico di Medicina Generale, con un "gestore" rappresentato spesso da società private finalizzate al profitto.
Questi elementi, presi nel loro insieme, configurano un vero attacco alla salute delle popolazioni di cui le politiche neoliberiste, portate avanti dai potenti della terra rappresentati nel G7, sono la causa determinante. Difendere il diritto alla salute, il libero accesso alle cure e la conservazione del territorio significa contrapporsi in modo chiaro e deciso a queste politiche, a questi trattati, allo strapotere delle multinazionali, assumendo senza ambiguità una posizione di contrasto nei confronti di chi è parte integrante di questo sistema economico.
La soluzione al problema non sta, come hanno tentato di farci credere anche qui in Italia, nell'aumentare di qualche migliaia il numero di malate e malati che possono accedere a terapie specifiche, mentre diverse migliaia di altre cittadine e cittadini ne restano esclusi. Garantire la salute per tutte e tutti significa anche mettere in discussione il ruolo di BIG PHARMA e la complicità delle politiche che ne tutelano, a tutti i livelli, gli interessi.
Per questo il GUE, gruppo parlamentare “Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica” in collaborazione col gruppo consiliare “Milano in Comune” e con il Comitato “Salute senza padroni e senza confini”, costituitosi in questa occasione attraverso l’adesione di decine di realtà collettive, chiamano a raccolta associazioni e movimenti operanti nel settore dell'ambiente e del diritto alla salute per organizzare un Forum internazionale per diritto alla salute e l'accesso universale alle cure sabato 4 novembre a Milano presso BASE MILANO, in via Bergognone 34 (MM2 Porta Genova – MM Sant’Agostino) in concomitanza con la riunione dei ministri della salute del G7 e in contrapposizione all'ipocrisia dei partecipanti a questa riunione che anziché proporre soluzioni al bisogno di salute delle popolazioni, confermerà le politiche liberiste che sono la causa reale dello sfruttamento di donne e uomini e del territorio.
L'obiettivo è quello di realizzare due giornate di riflessioni e confronti non solo per denunciare l’attacco durissimo condotto alle condizioni di salute degli esseri umani e del nostro pianeta da parte di chi è al vertice della politica, dell’economia e della finanza mondiale, ma anche per mostrare quali sono le reali priorità nel campo della tutela della salute, indicare le scelte da compiere, mostrare le buone pratiche sperimentate sui territori e organizzare un’agenda globale di lotta con obiettivi precisi contro la privatizzazione della sanità.
In questo contesto non si può prescindere dall'enorme sviluppo della produzione di armi e dalle guerre in corso, che hanno, come prima conseguenza, la diffusione in tutto il globo di malattie e morte, ingiustizie e miseria, povertà e migrazioni di massa.
Il 4 Novembre si terrà un Forum con la presenza di esperte, esperti, attiviste e attivisti provenienti da tutto il mondo che, intrecciando le loro comunicazioni con le testimonianze provenienti dai territori, affronteranno, tra gli altri, i seguenti temi:
-la disuguaglianza sociale e la povertà come determinanti di malattie
-l'accesso ai farmaci e alle cure
-la privatizzazione dei servizi sanitari
-le cause, le conseguenze e le responsabilità dei cambiamenti climatici, la difesa dell'acqua e della terra come beni comuni

Il 5 novembre è previsto, sempre a Milano, un incontro nazionale tra le reti, le organizzazioni e i movimenti attivi sui diversi temi della tutela della salute e dei cambiamenti climatici operanti in Italia. L’incontro si svolgerà c/o il “Residence sociale Aldo dice 26x1”in via Oglio 8 (MM3 Brenta)
Tutte le realtà interessate a partecipare a tale incontro e ad aderire al Comitato “Salute senza padroni e senza confini” ,sottoscrivendo questo appello, possono contattarci all'indirizzo e mail dirittoallasalute2017@gmail.com
Il presente appello può essere inoltre visionato collegandosi alla pagina evento facebook Forum diritto alla salute e accesso universale alle cure e alla pagina facebook di Milano in Comune.
Entrambe le pagine raccoglieranno gli aggiornamenti dell'iniziativa.

Rivolgiamo un appello ai movimenti, alle associazioni, alle organizzazioni non governative, alle/ai rappresentanti delle/dei lavoratrici/lavoratori, alle realtà di base della società civile e alle forze politiche che si riconoscono nella lotta per affermare il diritto alla salute affinché aderiscano al Forum internazionale, partecipandovi attivamente, e diffondendone la notizia attraverso tutti i canali di comunicazione a loro accessibili.

GUE, gruppo parlamentare “Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica”
Milano in Comune, Gruppo consiliare al Comune di Milano
Comitato “Salute senza padroni e senza confini”

prime adesioni:
Medicina Democratica, movimento di lotta per la salute; 37,2", la trasmissione di Radio Popolare sulla salute; AIEA Associazione Italiana Esposti Amianto; Rete per il diritto alla salute di Milano e Lombardia; Forum Diritto alla Salute; NAGA; Comitato per l’acqua pubblica; Il sindacato è un'altra cosa-opposizione CGIL; CONUP-coordinamento nazionale unitario pensionati di oggi e di domani; Comitato Nascere a Latisana; A. I. U. T. O. Associazione Italiana Umanitaria Tutela Ospedali; C. N. S. Comitato Nazionale Sanità

Aderiscono:
Partito della Rifondazione comunista - Sinistra europea; Partito della Rifondazione comunista-Sinistra Europea Federazione di Milano; Sial Cobas; ACU associazione consumatori utenti; Associazione culturale Cre-Azione Donne di Cormano; Associazione culturale Mille&Una voce di Cinisello Balsamo; Comitato per il diritto alla salute del Varesotto; Associazione A Sud; Redazione del periodico Lavoro e Salute; Associazione EMC; Sportello TiAscolto; Coordinamento Fiorentino Diritto alla Salute; Rimini in Comune; Mesa en defensa de la sanidad publica de Madrid Medsap; Marea blanca España; Coordinadora Antiprivatizacion De Sanidade Publica – A Coruña, Galicia; Terra Nuova Edizioni

Leo Lancari
da il Manifesto
22.10.2017


C’è il ragazzo che indossa una maschera con la faccia del ministro degli Interni Marco Minniti versione vampiro, con i canini ben appuntiti che spuntano dalla bocca. E poi, poco più avanti, ci sono decine di ragazzi e ragazze che portano stretto alla vita o sulle spalle il telo termico color oro con cui i soccorritori coprono i migranti salvati dal mare. «Questo telo è un segno di solidarietà nei confronti di tutti gli uomini e le donne che rischiano la morte per fuggire», spiega una ragazza.

Non sono i quasi centomila che solo cinque mesi fa, a maggio, hanno riempito le strade di Milano in una grande manifestazione per l’accoglienza dei migranti, ma di questi tempi i circa ventimila (secondo gli organizzatori) che ieri hanno attraversato Roma per manifestare contro il razzismo rappresentano pur sempre un risultato di tutto rispetto. Come sa bene Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale dell’Arci, che infatti non nasconde la sua soddisfazione. «Considerato il momento che stiamo attraversando il risultato è molto buono», dice quando il corteo è già arrivato a piazza Vittorio, tappa finale della giornata. «L’iniziativa di oggi fa ben sperare per l’avvio di una stagione di mobilitazioni di cui abbiamo bisogno per dare maggiore spazio a chi non ha voce perché considerato ininfluente dal punto di vista elettorale», commenta Miraglia.

Contro il razzismo, per la giustizia e l’uguaglianza», c’è scritto sullo striscione che dà il via al corteo. Alla manifestazione indetta dall’Arci hanno aderito un centinaio di associazioni e organizzazioni, insieme al vescovo emerito di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro, ad Andrea Camilleri, Moni Ovadia e don Luigi Ciotti: «L’immigrazione non è un reato perché non è reato la speranza», ha spiegato ancora ieri il fondatore di Libera e del Gruppo Abele. «Oggi ci troviamo invece a fare i conti con un sistema che garantisce il privilegio di pochi e toglie la speranza a tutti gli altri».

Il razzismo non è l’unico tema del corteo. Negli slogan, sugli striscioni e dagli altoparlanti montati sui camion si lanciano parole d’ordine anche sul diritto alla casa e a favore dello ius soli, la legge che permetterebbe a oltre ottocento mila ragazzi, figli di immigrati, di diventare cittadini italiani. Ma soprattutto contro gli accordi stretti dall’Italia con la Libia e che se finora hanno ridotto drasticamente gli arrivi lungo le coste del paese – come vantava ancora ieri il ministro Minniti – non sono certo serviti a rendere più umane le condizioni di vita dei migranti che si trovano ancora nel paese nordafricano, prigionieri delle milizie e rinchiusi in centri dove subiscono violenze di ogni genere. «Si parla sempre di immigrati, ma mai delle cause che la genera, che sono le politiche dell’occidente che hanno prodotto fame», dice Essane Niagne, nata in Italia ma originaria della Costa d’Avorio.

Dalla Campania sono arrivati sette pullman. Su uno di questi hanno viaggiato i giocatori della Rlc Lions Ska di Caserta, squadra che gioca in terza divisione «Rfc» sta per «Ritieniti fortemente coinvolto», e il messaggio è chiaro. Il 70% dei giocatori è composto da ragazzi immigrati, il 60% dei quali sono richiedenti asilo. Il calcio per loro è un ottimo modo per integrarsi, ma spesso può significare anche sbattere la faccia contro l’ignoranza della gente. «A una partita ci hanno gridato negri di merda», ricorda Makan, che viene dal Mali e nonostante tutto riesce ancora a sorridere. «Purtroppo sono episodi che capitano sempre più spesso. Quest’anno non c’è stata una partita senza insulti», conferma Marco Prato, cofondatore, nel 2011, della squadra.

Un razzismo che non appartiene solo alle curve degli stadi. A piazza Vittorio, da sopra il cassone di un camion trasformato in palco per l’occasione, una ragazza spiega cosa significa sentirsi italiani senza esserlo per colpa dell’ostruzionismo che blocca la riforma della cittadinanza. «Non siamo immigrati eppure non siamo nemmeno cittadini italiani. Vogliamo solo essere riconosciuti per la nostra identità».

Sono già centinaia le adesioni alla manifestazione nazionale contro il razzismo che si terrà il 21 ottobre a Roma. E altre adesioni continuano ad arrivare da associazioni, organizzazioni non governative, forze sociali e politiche.

Il punto di incontro è Piazza della Repubblica da cui il corteo prenderà il via alle 14.30 verso Piazza Vittorio Emanuele, attraversando Viale Einaudi, Piazza dei Cinquecento, Via Cavour, Piazza dell’Esquilino, Via Liberiana, Piazza S. Maria Maggiore, Via Merulana, Viale Manzoni e Via Emanuele Filiberto.

Il corteo sarà aperto dallo striscione «Contro il razzismo, per la giustizia e l’uguaglianza», portato da giovani rifugiati e da richiedenti asilo, seguito dallo striscione di #italiani senza cittadinanza.

Arrivati a Piazza Vittorio, i manifestanti saranno accolti da interventi dal palco, dalla musica e dalle testimonianze di giovani di origine straniere.

Prima della manifestazione, al mattino, nel campo sportivo XXV Aprile a Pietralata si svolgerà un torneo di calcio tra squadre multietniche, formate da ragazzi residenti negli Sprar e ragazzi italiani. A dare il calcio di inizio saranno l’Atletico San Lorenzo e la Rfc Lions di Caserta.

A sostegno della manifestazione, la lettera di personalità come Don Raffaele Nogaro, don Luigi Ciotti, Andrea Camilleri, Toni Servillo, Carlo Petrini, Enrico Ianniello, Luciana Castellina, Moni Ovadia, Giuseppe Massafra.

Andrea Colombo
da il Manifesto
20.10.2017


L'imboscata. Il leader Pd: «Cosa ho toccato? Non so se sono poteri forti, ma tra stare con i cittadini o con i banchieri non ho dubbi». Il ruolo della sottosegretaria nel giallo della mozione tenuta coperta quasi fino alla fine. Palazzo Chigi sempre più in imbarazzo

Altro che raffreddare i toni. Renzi rincara e se fino a ieri si accontentava di apparire come nemico di un governatore di Bankitalia difeso da palazzo Chigi, dal Colle e dall’Europa ma non dal Pd, ora sembra che punti davvero alla testa di Ignazio Visco – trofeo da sventolare in campagna elettorale – magari costringendolo a fare da solo un passo indietro. Ospite di Lilli Gruber va giù come un caterpillar: «Se il governo vuole cambiare il governatore lo farà. Ma si può dire che il funzionamento della Banca non è stato un granché». Poi la mazzata: «Mi sono chiesto il perché di questa levata di scudi a favore di Visco. Cosa ho toccato? Non so se sono poteri forti, ma tra stare con i cittadini o con i banchieri non ho dubbi».

IL NUOVO AFFONDO pone ancora di più Paolo Gentiloni tra l’incudine e il martello. Da una parte c’è il Quirinale che ufficialmente sta «a guardare» ma in realtà si è speso più e più apertamene di quanto Mattarella abbia mai fatto. Dalla stessa parte c’è anche l’Europa, anzi Mario Draghi in persona: da quelle parti la sola idea che un governatore della Banca centrale possa essere sfiduciato dal parlamento fa venire i brividi. Ma dall’altra parte non c’è solo il principale partito che sostiene il governo, e già sarebbe un bel guaio: c’è la grande maggioranza del parlamento. Ieri anche Berlusconi ha tolto la relativa copertura che nei primi giorni della crisi aveva offerto a Visco su spinta di Gianni Letta, che nel partito azzurro è la voce dell’Europa. «Certamente la Banca non ha svolto il controllo che ci si attendeva. Non sono del tutto senza senso le volontà di un controllo», dichiara. Evidentemente il leader azzurro si è reso conto di non poter passare per il difensore delle banche mentre Renzi, Grillo e soprattutto l’alleato/competitor Salvini si spartivano il ruolo di tutori dei risparmiatori contro gli interessi bancari. Dunque ha mollato anche lui Visco, stando attento a non fare il gioco di Renzi:«E’ la solita voglia della sinistra di occupare tutte le posizioni di potere, stavolta prima e non dopo le elezioni».

COME TIRARSI FUORI dal guaio Paolo Gentiloni non lo ha ancora deciso. Ipotizza la nomina di un membro del Direttorio, come segno di fiducia nella banca se non nel suo governatore. Fa assicurare informalmente che il governo si muoverà secondo le «prerogative attribuitegli dalla legge». Ma lui per primo sa che quelle parole saranno credibili solo se confermerà Visco, mettendosi contro il parlamento e soprattutto passando lui per difensore a ogni costo di Bankitalia. Del resto è probabile che tra gli obiettivi di Renzi ci fosse proprio quello di indebolire le posizioni dell’amico che, dopo le elezioni, potrebbe rivelarsi un rivale sulla strada di palazzo Chigi.

COME SE NON FOSSE già abbastanza, Gentiloni deve anche far buon viso a pessimo gioco e fingere che nel suo governo vada tutto bene, glissando sull’imboscata tesagli da Renzi e da Maria Elena Boschi. Ieri le classiche “fonti” di palazzo Chigi hanno fatto sapere che il premier nutre «piena fiducia» nella sua sottosegretaria. Sia pure in modo goffo, il premier cerca così di negare l’evidenza, e cioè di essersi trovato di fronte a un fatto compiuto con una mozione notificatagli all’ultimo momento e senza che neppure la ministra dei rapporti con il parlamento Anna Finocchiaro fosse al corrente di quanto stava per avvenire: un agguato.

Ma le voci che arrivano dal nuovo palazzo dei veleni parlano invece di una tensione da tagliarsi col coltello e il pranzo di mercoledì scorso, con la sottosegretaria autrice del blitz su Bankitalia e il ministro dell’Economia Padoan è stato tra i più imbarazzanti nella storia della politica italiana.

MA, APPUNTO, GENTILONI non può far altro che fingere di non aver notato lo sgambetto della sottosegretaria e di non essersi accorto della ginocchiata vibrata ieri da Renzi in persona: «Il governo non era semplicemente informato della mozione. Doveva anche dare un parere che è stato positivo. Dunque era d’accordo». Il parere positivo era stato dato nella frenesia del momento, quando lo stesso governo ha capito di essere esposto non al rischio ma alla certezza di un voto che lo avrebbe visto battuto. Ma tant’è. Il premier non può smentire il segretario del primo partito di maggioranza senza provocare una deflagrazione e il parere positivo sulla mozione – una «mozione improvvida», la definisce Romano Prodi – resta agli atti. «Dal punto di vista formale non abbiamo intravisto una sfiducia», prova a sostenere il sottosegretario Baretta. Ma sono parole che stridono come sul vetro le unghie di chi prova ad arrampicarsi sugli specchi e l’incidente, invece di sgonfiarsi, diventa ogni giorno di più un vicolo cieco.

Andrea Fabozzi
Il Manifesto
20.10.2017

Al senato. Sfilano i costituzionalisti in prima commissione: «Non si può approvare la legge elettorale con i voti di fiducia». E il governo pensa di chiederne anche di più che alla camera. Qualche malumore e presa di distanza nel Pd

Non si può approvare la legge elettorale con la fiducia, ripete la gran parte dei giuristi ascoltati ieri in commissione affari costituzionali al senato a poche ore dall’arrivo del Rosatellum in aula. E il governo pensa di aumentare le fiducie, non più tre come alla camera e forse neanche quattro come si poteva pensare, ma addirittura cinque. Resterebbe da votare «nel merito» solo l’articolo con la clausola di invarianza finanziaria, al quale non sono ammessi emendamenti. Voto palese che consentirebbe alla Lega e soprattutto a Forza Italia di manifestare il proprio sostegno alla nuova legge elettorale in maniera diretta. L’appoggio alla fiducia delle opposizioni, invece, sarà necessariamente travestito da congedi, missioni e tutto quello che può servire ad abbassare il numero legale.

La decisione finale il governo, ma più precisamente il Pd, la prenderà lunedì sera, quando è già annunciata la brusca conclusione delle votazioni sugli emendamenti in prima commissione (che comincerà solo nel pomeriggio). A quel punto sarà noto il volume e il peso (quanti, cioè, da votare a voto segreto) degli emendamenti per l’aula, visto che la conferenza dei capigruppo ha fissato un termine per la presentazione che addirittura precede la fine dell’esame in commissione. La legge Rosato, dunque, arriverà in aula martedì senza che sia conclusa la fase referente e senza relatore: un altro strappo che però non avrà effetti pratici dal momento che il testo sarà immediatamente blindato. Con quante fiducie dipenderà anche dalla valutazione dei rischi (pochi) legati a questa procedura speciale e anche dei tempi che fatalmente si allungano. Perché la chiama dei senatori non può essere ripetuta più di due volte al giorno (a meno di altre forzature) e questo spiega la prudenza del capogruppo Pd Zanda quando ieri ha detto di non sapere se il Rosatellum sarà approvato definitivamente giovedì. In calendario c’è una possibile seduta venerdì. Lo slittamento spiazzerebbe un po’ la manifestazione che il Movimento 5 Stelle sta organizzando per mercoledì 25 davanti al senato e che si annuncia assai più partecipata di quelle improvvisate davanti alla camera. I grillini organizzano pullman, Grillo stavolta dovrebbe esserci e sul blog a chiesto a tutti di portare una benda bianca per coprire gli occhi.

Zanda ieri ha parlato al termine di una riunione mattutina con i senatori Pd, nella quale ha preso forma un certo disagio per la legge Rosato e soprattutto per il metodo della fiducia, anche se solo il senatore Tocci ha argomentato le ragioni di un voto contrario. Tocci è uno degli undici senatori che non votarono l’Italicum rimasto nel gruppo Pd (in totale furono 24 ma la gran parte è passata a Mdp).
Ieri mattina le audizioni in prima commissione si sono improvvisamente popolate di giuristi favorevoli alla riforma elettorale, dopo un primo calendario diffuso mercoledì che annunciava una prevalenza di critici. Ceccanti, Fusaro, Guzzetta, Caravita, Cariola e Lupo hanno difeso la costituzionalità del Rosatellum e anche del procedimento di approvazione, anche se Lupo si è detto sorpreso che la presidente Boldrini non abbia riunito la giunta per il regolamento prima di ammettere la fiducia. E Fusaro tra gli argomenti in favore della nuova legge ha messo anche che sarà poi agevole modificarla per aumentare il numero dei collegi uninominali. Al contrario hanno argomentato Passigli, Besostri, Spadacini. Azzariti ha previsto che la Corte costituzionale si pronuncerà sulla legge, possibilmente sul procedimento di formazione ma certamente nel merito con un occhio alla coerenza interna (ad esempio, le liste bloccate corte dovrebbero servire per la riconoscibilità dei candidati e invece favoriscono lo slittamento degli eletti). Villone ha aggiunto come elemento di irragionevolezza interna la soglia dell’1% (i voti delle liste che la superano sono salvi per la coalizione) che finisce per incoraggiare la frammentazione. E Pertici ha spiegato che il candidato all'uninominale in realtà è un capolista nascosto (e senza simbolo) di tutti i partiti che lo appoggiano, e cioè di un vero listone bloccato.

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