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01/06/2021

da il Manifesto

Alfonso Gianni 

 

È successo spesso che le Considerazioni finali dei Governatori della Banca d’Italia si caratterizzassero per la distanza tra una diagnosi abbastanza cruda della realtà economica interna ed esterna al nostro paese e una quasi evanescenza delle terapie. Anche se è vero che non è in primo luogo da quello scranno che ci si dovrebbe aspettare linee di politica economica. Questo è certamente il caso delle Considerazioni svolte ieri da Ignazio Visco. Non certo per limiti della persona.

 

Quanto per il fatto che anche attraverso le sue prudenti parole si percepisce che il dominus della politica economica, finanziaria e monetaria sta altrove, assiso sulla poltrona della Presidenza del Consiglio, investito in quel ruolo da un compito ben preciso, quello di incanalare le scelte del nostro paese entro gli argini voluti dalla governance europea.

 

Era evidente fin da subito, ma è stato reso ancora più esplicito dalla quantità senza precedenti di concentrazione di poteri che con l’ultimo decreto Mario Draghi si è dato. Un letto di Procuste, dunque, nel quale poco spazio sarebbe rimasto anche per il più brillante dei Governatori di Bankitalia che volessimo immaginare.

 

L’incipit analitico di Visco non è lieve. La recessione in atto è definita come “la più grave dalla fine del secondo conflitto mondiale”. Nel solo 2020 il Pil globale è regredito del 3,3%; la caduta del commercio internazionale ha raggiunto quasi il 9%; la disoccupazione ha infierito particolarmente sui “giovani, le donne, i lavoratori precari”; ma soprattutto, ed è la Banca mondiale che lo attesta, è tornato a salire dopo venti anni il numero di chi versa in povertà estrema, il 10% della popolazione mondiale, “con un incremento di oltre 100 milioni nell’ultimo anno”.
Dati terribili, debolmente temperati dalle previsioni di un incremento del Pil per l’anno in corso del 6% secondo il Fmi.

 

Per l’Italia Visco aggiunge la sua autorevolezza alle stime di questi ultimi giorni, di fonte governativa e confindustriale, in base alle quali nella seconda metà dell’anno il Pil dovrebbe crescere poco sopra il 4% (nella media del biennio 2021-22), ma con una dinamica salariale frenata. Francamente non basta, a fronte di un simile quadro garantire che “le condizioni di finanziamento restino a lungo accomodanti” e che dunque non si giustificano aumenti dei tassi di interesse.

 

Servirebbe un’iniziativa ben più vigorosa che però Visco demanda interamente all’attuazione del Pnrr di cui battezza come felice l’esordio, non si sa in base a che. Il riferimento alla Ue non poteva mancare, ma stupisce l’assenza di qualunque riferimento alla Conferenza europea aperta il 9 maggio che dovrebbe discutere della struttura istituzionale della Ue, nonché, stando alle dichiarazioni verbali di alcuni suoi autorevoli rappresentanti anche delle norme dei Trattati non più inviolabili.

 

Forse non ci si poteva attendere da Visco parole definitive sul debito pubblico, buona parte del quale è nella pancia di Bankitalia, ma certamente rispetto all’ampiezza del dibattito, che ha coinvolto tutti i massimi livelli istituzionali della Ue, il riferimento a un semplice fondo di ammortamento per la gestione comune di parte delle passività emesse in passato da ciascun paese, appare flebile.

 

Per Visco la Next Generation Eu serve semplicemente per migliorare il funzionamento dell’apparato pubblico, “stimolare l’iniziativa privata e modernizzare l’economia”. Nulla di più. “E’ fuorviante la contrapposizione fra Stato e mercato, che sono invece complementari”, afferma Visco.

 

Quindi l’azione pubblica deve essere più efficace ma non bisogna estenderne i compiti, si correrebbe il rischio niente meno di “un fallimento dello Stato”! Questo deve essere regolatore e stimolatore dell’iniziativa privata, ma non innovatore e tantomeno imprenditore. E il Mezzogiorno si deve accontentare del 40% del sostegno pubblico, anche se una simile quantità era già garantita dalla legislazione in vigore. Cose del resto anticipate da Dario Scannapieco non a caso insediato a capo della Cassa depositi e prestiti come “ufficiale di collegamento” con il Recovery. L’ordoliberismo rispolvera i suoi ottoni.

 

Ma la rete di protezione statale al mercato non è eterna. “Cesseranno – dice Visco – il blocco dei licenziamenti, le garanzie dello Stato sui prestiti, le moratorie sui debiti.” Parole su cui si getta il capo di Confindustria per rivendicare i licenziamenti, mentre Landini ribadisce che il blocco va prolungato fino alla riforma degli ammortizzatori, e Sbarra della Cisl invoca il ritorno della concertazione. Non mancano nelle Considerazioni finali le citazioni dotte che vogliono mischiare in una sorta di quietismo intellettuale l’illuminismo di Gaetano Filangieri con la visione funzionalista di Jean Monnet dell’unità europea dei piccoli passi.

31/05/2021

 

Ex Ilva, i condannati dovranno risarcire USB: riconosciuta la nostra battaglia in difesa di Taranto, dei cittadini e dei lavoratori

La Corte d’Assise di Taranto, presieduta da Stefania d’Errico, giudice a latere Fulvia Misserini, oltre a infliggere pene durissime agli imputati nel processo Ambiente Svenduto, ha disposto una serie di risarcimenti alle parti civili, tra le quali figura l’Unione Sindacale di Base nelle sue articolazioni nazionale, di categoria e territoriali.

A USB, assistita dall’avvocato Francesco Nevoli, sono state riconosciute provvisionali immediatamente esecutive per un totale di 25mila euro, oltre al risarcimento del danno da liquidarsi in separata sede, e al pagamento delle spese legali.

I risarcimenti a USB sono a carico di 23 del 47 imputati: tra loro Fabio e Nicola Riva (condannati a 22 e 20 anni); l’ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso (21 anni); l’ex responsabile delle relazioni istituzionali Ilva, Girolamo Archinà (21 anni e 6 mesi); l’ex avvocato dei Riva, Francesco Perli (5 anni e 6 mesi); i cinque fiduciari Gianfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino ed Enrico Bessone, tutti condannati a 18 anni e 6 mesi; l’ex consulente della Procura, Lorenzo Liberti (15 anni e 6 mesi); l’attuale direttore generale di Acciaierie d’Italia, Adolfo Buffo (4 anni); i manager Ivan Di Maggio, Salvatore De Felice e Salvatore D’Alò (17 anni); l’ex presidente della Regione Nicola Vendola (3 anni e 6 mesi); l’ex presidente della Provincia di Taranto, Giovanni Florido (3 anni); l’ex assessore provinciale all’Ambiente, Michele Conserva (3 anni).

Al di là del valore delle cifre che saranno stabilite, conta più di tutto il riconoscimento della battaglia che USB ha condotto e continua a sostenere contro un’industria che sotto tutte le varie denominazioni ha massacrato Taranto, i suoi abitanti, il suo territorio.

USB Confederazione nazionale

USB Lavoro Privato

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Sentenza ex Ilva, USB: condannato un sistema che ha barattato salute e ambiente con il profitto, ora il governo inverta la rotta

La sentenza del Tribunale di Taranto sull’ex Ilva, con pesanti condanne soprattutto ai Riva e ai vertici dello stabilimento siderurgico, rappresenta un momento di straordinaria importanza perché condanna un metodo tutt’altro che virtuoso utilizzato da chi ha gestito in passato la più grande acciaieria d’Europa e dalla politica che non ha saputo imporsi.

I giudici intervengono per colmare lacune della politica e riparare i danni fatti dalla stessa, che mai come in questa circostanza ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Da qui deve ripartire il governo, interpretando e leggendo la sentenza odierna soprattutto attraverso il grande bisogno di cambiamento della città di Taranto.

Oggi non possiamo che prendere esempio dal passato per evitare di fare gli stessi errori che puntualmente ricadrebbero sulla pelle dei cittadini, dei lavoratori e delle relative famiglie. Il lavoro e l’impresa vanno intesi mettendo al primo posto la persona e la vita stessa.

Per questo motivo il governo è chiamato a invertire immediatamente la rotta e a prendere finalmente in considerazione la piattaforma stilata dall’USB che va nella chiara direzione della riconversione economica del territorio attraverso un accordo di programma. Taranto vuole voltare pagina.

Franco Rizzo

Coordinatore provinciale USB Taranto

30/05/2021

Marco Consolo, resp. area Esteri e Pace
Gregorio Piccin, resp. dipartimento Pace
Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Rifondazione Comunista aderisce all’appello che decine di associazioni cattoliche hanno lanciato per chiedere “a voce alta” a Parlamento e Governo la firma e ratifica da parte dell’Italia del Trattato Onu per la Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN).

 

Aderiamo all’appello affinché l’Italia, firmando e ratificando il trattato, si liberi delle decine di testate statunitensi immagazzinate a Ghedi (Brescia) ed Aviano (Pordenone) e cessi di addestrare i propri piloti militari al bombardamento nucleare uscendo dal programma “Nuclear Sharing” della Nato.

 

Secondo un sondaggio Grennpeace-Ipsos dello scorso ottobre l’80% degli/delle italiani/e chiede esattamente questo.?
Governo e Parlamento se ne facciano una ragione ed agiscano di conseguenza.

 

Il nostro Paese ha già accumulato pesantissime responsabilità di guerra dirette ed indirette negli ultimi trent’anni di belligeranza e non ha certo bisogno, con l’acquisto di 90 cacciabombardieri F-35 per una spesa complessiva di 14 miliardi di euro, di aggiornare le sue capacità di lanciare un’offensiva atomica ponendosi come avamposto di una possibile guerra termonucleare.

 

La battaglia per esigere la rimozione degli ordigni nucleari statunitensi e l’uscita dell’Italia dalla Nato diventa quindi centrale per una ricollocazione strategica del nostro Paese all’insegna della neutralità, della distensione, del disarmo e della cooperazione.

 

Mai come ora, con una crisi socio-sanitaria epocale che si somma a quella ambientale, Il mondo intero ha urgente bisogno di giustizia sociale, pace e solidarietà tra i popoli.

Roberto Ciccarelli

 

La morte orrenda per asfissia in fabbrica. Solo in Lombardia 5 vittime a maggio. Da Prato a Taranto: decessi e migliaia di feriti nell’organizzazione capitalistica della produzione. Inail: ad aprile i morti erano 306, più 9,3% rispetto al 2020

 

Alessandro Brigo, 50 anni di Copiano, sposato e padre di due figli, e Andrea Lusini, 51 anni senese viveva a Linarolo, sono morti insieme ieri per asfissia mentre lavoravano alla Digima di Villanterio, sempre in provincia di Pavia, un’azienda specializzata nella lavorazione di scarti animali per la produzione di farine per mangimi. Non era chiaro ieri se la loro morte orribile sia stata causata dall’avere respirato ammoniaca o un altro gas velenoso. Secondo una prima ricostruzione fatta dall’Agenzia regionale emergenza urgenza (Areu) sarebbe comunque arrivata dalla rottura di una valvola, all’interno di una vasca di lavorazione, dalla quale si è alzata una nube tossica che ha avvolto i due operai. Lusini stava operando accanto alla vasca e si è sentito male. Brigo ha cercato di soccorrerlo, ma ha perso i sensi anche lui. Quando sono arrivati gli operatori del 118, non c’era più nulla da fare. La nube tossica si era già impossessata di loro e non li ha più lasciati. L’asfissia è finita mezz’ora dopo mezzogiorno.

 

SOLO A MAGGIO in Lombardia ci sono stati cinque omicidi bianchi sul lavoro. Sono sei gli indagati con l’ipotesi di reato di omicidio colposo per la morte di Marco Oldrati, l’operaio di San Paolo D’Argon che ha perso la vita a 52 anni sabato otto maggio precipitando dal ponteggio di un cantiere in un centro commerciale a Tradate, in provincia di Varese. Sono sempre sei le persone indagate per omicidio colposo per la morte di Christian Martinelli, operaio di 49 anni residente a Sesto Calende, morto i dopo essere stato schiacciato da una fresa in un’azienda, la « Bandera» specializzata in materie plastiche a Busto Arsizio. Il sei maggio scorso è morto Maurizio Gritti, operaio di 46 anni, sposato con due figli, a Pagazzano. A lui è caduta in testa una lastra di cemento . È morto sul colpo.

 

MAGGIO È IL MESE in cui un paese intero ha riscoperto la violenza sulle vite delle operaie e degli operai. Prima c’è stata la morte di Luana D’Orazio, l’operaia tessile di 22 anni rimasta intrappolata e stritolata nel subbio dell’ordito a Prato. Ma lo stillicidio è quotidiano. Coincidenza vuole che questo maledetto mese che dovrebbe essere dolcissimo e primaverile, ha segnato invece un nuovo record di stragi provocate dall’organizzazione capitalistica del lavoro. Ieri l’Inail ha detto che gli incidenti mortali nei primi tre mesi del 2021 sono aumentati del 9,3% rispetto al 2020. Ad aprile ci sono state 306 denunce, 26 in più rispetto alle 280 nel primo quadrimestre del 2020. La strage è ricorrente e si scopre sempre di nuovo. Nello stesso peruiodo del 2019: 303 morti.



I DATI, ha precisato l’Inail, sono provvisori. C’è il rischio di non conteggiare un rilevante numero di tardive denunce mortali causate dal contagio Covid-19, in particolare del marzo 2020. I decessi causati dal virus avvengono dopo un più o meno lungo periodo di tempo intercorso dal contagio. Sono rilevanti i dati sulle malattie professionali. Nel primo quadrimestre del 2021 sono state 18.629, 3.861 in più rispetto allo stesso periodo del 2020 (+26,1%). In cima cisono Industria e servizi (+24,9%, da 12.231 a 15.278 casi), e l’agricoltura (+34,2%, da 2.365 a 3.175) . Gli uomini sono i più colpiti: 2.851 denunce, ma aumentano anche le donne: 1.010 in più (+25,2%). E crescono le denunce degli italiani e dei cittadini extracomunitari, da 690 a 938 (+35,9%). Le patologie più presenti nel lavoro in Italia sono quelle del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, del sistema nervoso e dell’orecchio. Seguono quelle del sistema respiratorio e dai tumori.



LA DOPPIA TRAGEDIA pavese sul lavoro ieri è arrivata in una giornata di mobilitazione contro i morti del lavoro organizzata dai sindacati. «Da inizio anno in Toscana 14 morti sul lavoro» hanno denunciato ieri Cgil, Cisl Uil della Toscana in un presidio a Firenze. Annalisa Nocentini (Uil Toscana era soddisfata dal fatto che è stato rimandato al mittente una delle tentazioni ricorrenti dei capitalisti. Lo definisce «l’abominio del massimo ribasso», ha provocato «tanti incidenti sul lavoro. Non è l’unica causa, certo, ma una delle cause che hanno creato l’emergenza nazionale. È un primo passo che va nella direzione di regolamentare il subappalto».

 

ANDIAMO A TARANTO. Nelle città dell’Ilva il presidio contro le morti causate dal lavoro si è tenuto davanti alla prefettura. Il 29 aprile è morto 49enne Natalino Albano della ditta Peyrani, caduto sulla banchina durante le operazioni di carico di pale eoliche su una nave al IV Sporgente del porto. Storie di un paese in guerra, con centinaia di morti e migliaia di feriti per un lavoro sottopagato, pericoloso, maledetto, assassino

28/05/2021

Giulio Cavalli

da Left

 

Mancanza di etica, di responsabilità e di legalità. In Italia abbiamo un serio problema di "cultura d'impresa". Ma è difficile anche solo parlarne

 

Breve riassunto di questi ultimi giorni.

 

Dalle parole degli arrestati si viene a sapere che i freni della funivia Stresa-Mottarone che ha portato alla morte di 14 persone sono stati consapevolmente manomessi per una questione di soldi. I gestori hanno spiegato agli inquirenti che oltre al danno economico del lockdown non volevano perdere anche l’incasso della domenica. In carcere ora si trovano il titolare della funivia Luigi Nerini, il direttore del servizio e il capo operativo. Il reato contestato? «Rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, dal quale sarebbe derivato il disastro» ha spiegato il ministro delle Infrastrutture e mobilità sostenibili Enrico Giovannini nell’informativa urgente alla Camera.

 

A Brescia un’azienda (la Wte) avrebbe mosso l’equivalente di 5mila tir di fanghi tossici che sono stati smaltiti nei campi del nord Italia: 150mila tonnellate di fanghi tossici, contaminati da metalli pesanti, idrocarburi e altri veleni (spacciati per fertilizzanti e smaltiti su 3mila ettari di terreni agricoli in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna. «Io ogni tanto ci penso eh… Chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuta sui fanghi… Io sono stato consapevolmente un delinquente» diceva Antonio Maria Carucci, laureato in Scienze geologiche e a libro paga della Wte, al telefono con Simone Bianchini, un contoterzista che quei fanghi li spandeva nei campi della bassa bresciana. «Sono un mentitore!… Io…finisco all’inferno» dice ridendo in modo spregiudicato sempre Carucci al telefono con Ottavia Ferri, dipendente della Wte, che replica, anche lei ridendo: «Lo facciamo per il bene dell’azienda!». Si ipotizzano profitti illeciti per 12 milioni di euro.

 

A Sabaudia è stato arrestato un medico che avrebbe prescritto stupefacenti contenenti ossicodone, un oppioide agonista puro che ha un potere simile alla morfina, per permettere ai lavoratori indiani di resistere alla fatica dello sfruttamento e lavorare nei campi 12/16 ore al giorno. Ci sarebbero anche alcuni morti per overdose.

 

Intanto le indagini sulla morte di Luana d’Orazio – l’operaia tessile di 23 anni morta il 3 maggio scorso in una fabbrica a Montemurlo in provincia di Prato – hanno scoperto che l’orditoio su cui lavorava era stato manomesso per disattivare meccanismi di sicurezza e si continua a indagare sulla posizione contrattuale dell’operaia.

 

Sono solo gli episodi degli ultimi giorni ma gli esempi sono moltissimi. Francesco Costa aggiunge un’altra osservazione: «Qual è la differenza tra chi ha tolto il freno di una funivia pur di lavorare e chi ha tenuto il ristorante aperto quando era vietato, nonostante la certezza di provocare contagi e morti? Certo, morti forse meno cruente e visibili: ma morti. Questa cultura è ovunque intorno a noi». Volendo vedere ci sono anche i 43 morti per un ponte caduto, giusto tre anni, sempre per soldi.

 

Eppure ogni volta che si prova ad aprire un dibattito sul serio problema di “cultura d’impresa” di molti imprenditori italiani accade il finimondo: una mancanza di etica, di responsabilità e di legalità che ogni volta viene relegata a “episodi singoli”. Nel Paese in cui si generalizza in scioltezza sui dipendenti pubblici, sugli insegnanti, sugli operai tutti invidiosi, sugli impiegati tutti nulla facenti, sui giovani tutti sfaticati, sui calciatori, sugli artisti tutti furbi, sui giornalisti tutti servi, sui politici tutti corrotti e così via ogni volta che qualcuno si permette anche solo di pronunciare la parola “imprenditori” si leva lo sdegno della categoria. Una reazione tipo? Guido Crosetto, l’uomo di destra che piace tanto a sinistra, scrive rispondendo a Marta Fana: «Sta usando questa tragedia per dire che tutte le imprese e tutti gli imprenditori sono così? Si vergogni! Lei vorrebbe creare lavoro senza impresa? Non tutti possono lavorare nel pubblico. Non accade nemmeno più nei vostri antichi paradisi comunisti».

 

E vorrebbero chiuderla così. I moralizzatori del lavoro degli altri che sembra impossibile mettere in discussione.

 

Avanti così.

Tonino Perna

 

Mezzogiorno. Dobbiamo sperare che l’economia criminale prenda il sopravvento in nome dello sviluppo? Certamente no. Allo stesso tempo, la lentezza della giustizia civile, la farraginosità delle procedure burocratiche creano un malessere crescente nella stragrande maggioranza della popolazione.

 

C’è un vero e proprio progetto politico in linea con la storia del capitalismo. Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro all’epoca della rivoluzione industriale in Inghilterra nella seconda metà del secolo XVIII.

 

Nei libri di scuola, ed anche all’Università, viene raccontata come la semplice introduzione delle macchine (tra cui la famosa spoletta volante di John Kay) nel settore tessile che permise all’Inghilterra di diventare leader in questo settore a livello mondiale. Quello che raramente viene spiegato è che l’introduzione delle macchine arrivò più di un ventennio dopo la loro scoperta e che fu preceduta da profonde riforme legislative, nonché da una tolleranza rispetto a pratiche fraudolente che riguardavano gli articoli di esportazione (adulterazione delle stoffe).

 

In un voluminoso saggio dal titolo Prometeo liberato (Einaudi 1978), lo storico statunitense David Landes mostrò come fosse determinante l’abolizione di tutta una serie di regole che stabilivano quanto doveva essere larga la stoffa, i colori, il peso, il broccato, ecc. E’ dal tempo di Dante, e ancor prima, che le Corporazioni di arti e mestieri regolavano con estrema cura, quasi ossessiva, ogni tipo di produzione di beni, impedendo la concorrenza sul prezzo (era vietata) e dando ampie garanzie al cittadino (per esempio ogni artigiano doveva svolgere il proprio mestiere davanti alla finestra…).

 

L’innovazione di prodotto quanto di processo erano rare e difficili, dovendo combattere contro il potere delle Corporazioni. Solo cancellando una parte importante di queste regole il capitalismo, che era nato con le prime banche nel XIII secolo, poté dare vita a alla “rivoluzione industriale”.

 

Non diversamente oggi la digitalizzazione del tessuto sociale, la nascita delle smart city, e la ripresa degli investimenti su larga scala sarà possibile solo abbattendo quelli che già un governatore della Banca d’Italia definiva “lacci e lacciuoli”. Abbattere i vincoli burocratici e velocizzare la giustizia civile e penale rappresentano la conditio sine qua non del rilancio del modello di sviluppo capitalistico vincente su scala mondiale.

 

Questo comporterà certamente una crescita dell’economia, in particolare dell’economia criminale, della presenza delle imprese a capitale mafioso, come denuncia Libera e una parte dei sindacati, ma è difficile opporsi se non c’è un modello alternativo realizzabile. Mi spiego meglio con un esempio. Da quando la magistratura, dopo la morte di Falcone e Borsellino, ha ingaggiato una lotta contro le mafie in tutto il Mezzogiorno, con relativa confisca di beni immobili e imprese, i capitali mafiosi sono fuggiti dal Sud e si sono trasferiti nel Nord Italia ed all’estero.

 

Nel settore edile è diventato difficile portare avanti un’opera per le interdittive della Prefettura a cantieri aperti. Magari dopo che la stessa impresa aveva ricevuto un certificato antimafia. A questo si aggiunga l’atavica gestione neoborbonica della Pubblica Amministrazione che nessuna riforma è riuscita finora a contrastare. In breve, il Mezzogiorno è caduto in una progressiva stagnazione negli ultimi vent’anni proprio a causa di tutti questi vincoli.

 

E quindi? Dobbiamo sperare che l’economia criminale prenda il sopravvento in nome dello sviluppo? Certamente no. Allo stesso tempo, la lentezza della giustizia civile, la farraginosità delle procedure burocratiche creano un malessere crescente nella stragrande maggioranza della popolazione. Non è facile uscire da questo dilemma, ma non si può smettere di cercare una soluzione alternativa, praticabile, che non può non passare da una reale partecipazione popolare ai processi decisionali, a partire dagli enti locali.

 

Ma, anche, da una lotta per spostare gli investimenti verso la cura del territorio, verso i servizi sociali, il recupero delle terre abbandonate, delle aree interne, verso una riduzione degli sprechi e dei consumi di suolo. Una vera rivoluzione ecologica non può non accompagnarsi con una forte spinta democratica da basso. Che si traduce in una maggiore resistenza alla penetrazione dell’economia criminale.

25/05/2021

da Contropiano

Giorgio Cremaschi

Come avevamo detto, come era ovvio, nonostante ci fossero tanti ottusi in malafede che tacciavano di sciacallaggio chi questo ovvio denunciava.

 

Le funivie, come i macchinari delle fabbriche, come qualsiasi impianto produttivo e di trasporto, oggi hanno tutti gli apparati e i sistemi di sicurezza per impedire che ci si faccia male o si perda la vita.

 

Se questi apparati a un certo punto non funzionano e accadono stragi come quella del Mottarone, del Ponte Morandi, delle fabbriche ogni giorno, è perché per criminale sete di guadagno la sicurezza è stata trascurata, ignorata, compromessa.

 

I vertici della società in appalto – ricordate questa parola – che gestiva la funivia dove sono morte quattordici persone, sono stati arrestati.

 

Sapevano che l’impianto aveva dei problemi, ma invece di fermarlo e metterlo in sicurezza hanno deciso di farlo funzionare lo stesso, per non perdere la ripresa“, per fare profitto, per contribuire al PIL.

 

Hanno fatto come nella fabbriche ove gli operai vengono uccisi perché il blocco di sicurezza dei macchinari viene escluso per far produrre senza interruzioni.

 

Se questo imprenditore avesse rispettato le norme, oggi il piccolo Eitan non starebbe lottando per la vita in attesa di sapere di non avere più la famiglia. Altro che errore umano, è strage di profitto.

 

Ecco: forse la feroce spettacolarità della tragedia, che replicava quella di Genova, ha contribuito a far agire in fretta e senza riguardo gli inquirenti, come altrove non avviene. Perché se un impianto non è sicuro, non è un segreto; tanti lo sanno, quelli che ne hanno la gestione e la responsabilità e anche coloro che ci lavorano, a cui magari vien fatti capire che è meglio tacere, se non si vuol finire in mezzo ad una strada.

 

C’è sempre chi sa e, se tace, è per convenienza o paura.

 

La funivia del Mottarone era in gestione ad un privato, come tanti servizi che sono pubblici, che dovrebbero essere anche in mano pubblica, ma invece sono sempre più spesso regalati agli affari privati.

 

Era uno di quegli appalti che Draghi e Bonomi vogliono oggi ancora più liberalizzare, privare di controlli, lasciar gestire al massimo ribasso. Più si ribassano gli appalti più si innalza il rischio della salute e della vita.

 

Oggi grazie ad una tempestiva indagine della magistratura viene definito ufficialmente ciò che sappiamo avvenire ogni giorno: il sacrificio delle vite agli affari.

 

È così all’Ilva, è così nei tanti luoghi di produzione che, se si applicassero rigorosamente le regole e le leggi, dovrebbero essere fermati.

 

Ma è proprio il fermarsi che non si vuole; dalle funivie a tutto un paese che ha avuto 130.000 morti di Covid anche perché ha deciso di non fermare ciò che era necessario, quando era necessario.

 

Siamo diventatati una repubblica che ha scambiato il diritto al lavoro con quello al profitto, che mette il PIL davanti alla vita; e che copre con l’omertà ed il ricatto la strage.

 

Non c’è tanto da stupirsi, allora, che un imprenditore decida di festeggiare la riapertura della sua attività ignorando che l’impianto non è sicuro… perché dovrebbe accadere proprio sul Mottarone?

 

Ora voi padroni e politici non fate gli ipocriti, non nascondetevi dietro i vostri proclami su un caso estremo di criminalità. La tragedia della funivia è l’Italia di oggi.

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Ultime di cronaca sulle indagini.

 

Hanno “ammesso”Lo riferisce il comandante provinciale dei Carabinieri di Verbania, tenente colonnello Alberto Cicognani. Il freno non è stato attivato volontariamente, “sì, lo hanno ammesso”, conferma l’ufficiale dell’Arma ai microfoni di Buongiorno Regione, su Radio 3.

 

“C’erano malfunzionamenti nella funivia, è stata chiamata la manutenzione, che non ha risolto il problema o lo ha risolto solo in parte. Per evitare ulteriori interruzioni del servizio, hanno scelto di lasciare la ‘forchetta’, che impedisce al freno d’emergenza di entrare in funzione”, spiega ancora Cicognani.

 

La svolta nelle indagini sul disastro della funivia del Mottarone è arrivata nella notte. Tre persone sono state fermate: si tratta di Luigi Nerini, amministratore della società Ferrovie del Mottarone che gestisce la funivia, Gabriele Tadini, direttore del servizio ed Enrico Perocchio, caposervizio. Tutti e tre sono stati portati in carcere a Verbania. 

 

Omicidio colposo plurimo, disastro colposo e rimozione degli strumenti atti a prevenire gli infortuni aggravato dal disastro e lesioni gravissime (in relazione alle condizioni del piccolo Eitan ricoverato al Regina Margherita di Torino): queste, secondo quanto si é appreso, le ipotesi di reato in base alle quali la procura ha deciso di procedere con i fermi.

 

La cosiddetta ‘forchetta’ che serve per disattivare i freni di emergenza della funivia di Stresa è stata quindi volutamente inserita per evitare di dover fermare l’impianto. Già nella giornata di sabato c’era stato un blocco: “Da quanto ci è stato riferito – aveva detto la pm Bossi –  sabato pomeriggio la funivia si è fermata e c’è stato un intervento per rimetterla in funzione”. 

 

Secondo l’accusa, il meccanismo di emergenza è stato manomesso per evitare di interrompere il servizio in una giornata che lasciava presagire un buon afflusso di turisti.

 

Dopo il susseguirsi di ipotesi e indiscrezioni, il tema della cosiddetta ‘forchetta’ non azionata nel sistema di sicurezza della funivia, impedendo di fatto l’azionamento del freno di emergenza al momento della rottura del cavo traente, è diventato centrale: nella caserma dei Carabinieri di Stresa la pm Bossi ha quindi cominciato ad approfondire proprio questo elemento. 

 

Rilevanti nella svolta sarebbero state le foto del relitto della cabina scattate il giorno stesso dell’incidente da vigili del fuoco e dal soccorso alpino, immagini che mostrano la presenza della “forchetta” in uno dei freni della funivia.    

 

Nella sera di martedì alla caserma dei Carabinieri la pm ha sentito diverse persone, 7 in tutto, tutti dipendenti della società che gestisce la funivia. Poi, intorno a mezzanotte é stato convocato il titolare dell’azienda Luigi Nerini.     

 

Alla caserma erano arrivati anche due legali. Il primo, Canio Di Milia, ex sindaco di Stresa e attualmente consigliere comunale, non si è trattenuto a lungo: per il suo ruolo di amministratore del Comune, parte lesa, non può avere un ruolo in questa causa. Successivamente è arrivata in caserma l’avvocata Anna Maria Possetti di Domodossola. Ad assistere Nerini è arrivato invece da Milano il suo legale Pasquale Pantano.

 

Fonte: Agenzia Agi

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La stato di salute dell’impresa

 

È un imprenditore locale, di Baveno, piccolo centro sulla sponda piemontese del lago Maggiore, il gestore della Funivia del Mottarone, lì dove domenica una cabina è precipitata da una altezza di circa 30 metri provocando la morte di 14 delle quindici persone a bordo, con unico superstite un bambino di 5 anni in gravissime condizioni.

 

Luigi Nerini, 56 anni e diploma di liceo scientifico, è il proprietario unico della Ferrovie del Mottarone, società che ha in gestione l’omonimia funivia. Una concessione dal Comune di Stresa valida fino al 2028 mentre Nerini, scrive il Corriere della Sera, ottiene dalla sua società un compenso di 95mila euro annui. La funivia Stresa-Mottarone è di proprietà del Comune di Stresa, mentre prima del 2016 era di proprietà della Regione.

 

A proposito di soldi, i bilanci della società sono solidi: il fatturato, ultimo noto è del 2019, è intorno agli 1,7 milioni di euro, mentre l’utile è passato dai 200mila ai 400mila. I debiti invece sono complessivamente 2,6 milioni di euro, comunque in linea per una società che realizza un utile pari a oltre il 20% del fatturato.

Fonte: Il Riformista

P. s. Tradotto in linguaggio corrente: non possono nemmeno accampare la scusa della “crisi”; hanno scelto di manomettere i freni per qualche euro in più di quelli che già guadagnavano… Criminali totali.

26/05/2021

Maurizio Acerbo

 

Ringraziamo Enrico Mentana per aver ricordato che in Italia c'è un partito che da tre decenni si batte per la redistribuzione della ricchezza e contro la crescita delle disuguaglianze. Il manifesto che suscitò lo sdegno e l'orrore dell'establishment italiano lo rivendichiamo.

 

Da sempre ci battiamo per un'imposizione fiscale progressiva, cioè per l'attuazione della #Costituzione, per la #patrimoniale e la tassazione delle grandi ricchezze, contro la grande evasione e i paradisi fiscali. In Italia invece la politica ha scelto di impoverire la maggioranza della popolazione e difendere i privilegiati. Ora che persino il papa e il presidente degli USA Biden spiegano che la tesi neoliberista che se facciamo arricchire di più i ricchi ne beneficia l'intera società è una truffa sarebbe il caso che si ammettesse che avevamo ragione.

 

Sono 30 anni che si fanno "riforme" tagliando diritti alle classi popolari richiamate alla disciplina e ai sacrifici per senso di responsabilità nazionale. I benestanti e i super-ricchi invece continuano a ostentare su giornali e tv il proprio egoismo proprietario.

 

Lo si vede anche in questi giorni nella maniera con cui si reagisce a una propostina propagandistica come quella avanzata da Letta di #tassadisuccessione. Il suo post si aggiunge a un coro di commenti su tutti i media spesso ridicoli come le dichiarazioni fuori della realtà di Marcello Sorgi a #lariachetira.

 

Il nostro manifesto - caro Mentana - chiedeva che anche il 5% più ricco del paese fosse chiamato a fare i sacrifici costantemente richiesti a chi sta in basso. E non era neanche particolarmente radicale dato che chiedeva l'attuazione del programma con cui la coalizione di centrosinistra si era presentata alle elezioni.

 

Come andò? Noi siamo finiti fuori del parlamento e delle tv, la nascita del Pd concluse la conversione al neoliberismo del centrosinistra e gli italiani si son visti tagliare 37 miliardi solo per quanto riguarda la sanità. Senza nessuna opposizione reale in parlamento e nessuna voce critica sui media mainstream tutti impegnati a far da gran cassa all'austerity.
Avete di sicuro vinto ma a perdere è stata la maggioranza degli italiani.

25/05/2021

L'IPOCRISIA

Donne e bimbi morti abbandonati su spiagge libiche: le foto del fondatore di Open Arms per denunciare la strage dei migranti

Donne e bimbi morti abbandonati su spiagge libiche: le foto del fondatore di Open Arms per denunciare la strage dei migranti

 

"Sono ancora sotto shock per l’orrore della situazione - scrive Camps nel suo breve tweet - Bambini piccoli e donne che avevano solo sogni e ambizioni di vita. Sono stati abbandonati su una spiaggia di Zuwara in Libia per più di tre giorni. A nessuno importa di loro. #EveryLifeCcount", ha scritto Oscar Camps nel suo tweet di denuncia

25/05/2021

da Il Manifesto

Massimo Franchi

 

Libertà d'Impresa. Cancellato il compromesso sull’allungamento al 28 agosto voluto dal ministro Orlando. A 4 giorni dal consiglio dei ministri, le pressioni della destra producono la retromarcia sul testo. Nota serale di palazzo Chigi annuncia la gratuità della cig fino a fine anno per le imprese che non licenziano. Il Pd abbozza: confermata la nostra impostazione

 

A quattro giorni di distanza dall’approvazione in consiglio dei ministri del decreto Sostegni bis Lega e Confindustria vanno a caccia del ministro del Lavoro Andrea Orlando e ottengono da palazzo Chigi la cancellazione del suo compromesso sui licenziamenti.

 

DOPO GIORNI DI SOMMOVIMENTI, sul Sole24Ore ad Orlando era stata formulata un’accusa che ha del surreale: lo stesso ministro del lavoro del Pd avrebbe inserito la norma che prevede il prolungamento del blocco al 28 agosto per le aziende che chiederanno la cassa Covid a giugno surrettiziamente all’ultimo momento. Una tesi bislacca che come corollario avrebbe il fatto che Mario Draghi si sarebbe fatto sorprendere o – addirittura – avrebbe assistito inerme e inconsapevole alla conferenza stampa successiva in cui lo stesso Orlando spiegava la norma a favore di giornalisti e telecamere.

 

Questo è stato sostenuto in un retroscena uscito sul quotidiano ieri, imbeccato adeguatamente da Confindustria e dalla Lega.

 

Le cose naturalmente non stanno così. La norma è stata discussa in consiglio dei ministri e approvata all’unanimità. È vero invece che molti componenti del governo non ne abbiano capito il contenuto e, ancor di più, nei giorni seguenti siano stati richiamati all’ordine da Carlo Bonomi e sodali che volevano tornare a licenziare da fine giugno, come previsto dal decreto Sostegni uno.

 

Aveva cominciato sabato la sottosegretaria leghista al lavoro Tiziana Nisini sostenendo che la norma «così come scritta dal ministro Orlando non è condivisibile». A lei dava manforte Il Sole 24 Ore confindustriale che ipotizza modifiche in fase di effettiva stesura del testo del decreto.

 

Ieri la questione è scoppiata politicamente. Da una parte un rincorrersi di imprecisate fonti di governo che parlavano di modifiche alla norma – il decreto non è ancora stato pubblicato in Gazzetta ufficiale – e dall’altra il Pd schierato a difesa di Orlando, a partire dal segretario Enrico Letta: «Sulla questione cruciale del blocco licenziamenti e della cig ho letto critiche superficiali e ingenerose nei confronti del Ministro Andrea Orlando, che lavora, su tema delicato per milioni di italiani, con tutto il nostro sostegno e apprezzamento».

 

MA A SERA È ARRIVATO LA NOTA di palazzo Chigi a confermare la cancellazione della norma: sparisce la data del 28 agosto e viene resa gratuita la cassa integrazione ordinaria fino alle fine dell’anno. «All’esito di un percorso di approfondimento tecnico svolto sulla base delle proposte del Ministro Orlando in Cdm che prevedono un insieme più complessivo di misure per sostenere le imprese e i lavoratori nella fase della ripartenza, è stata definita una proposta che mantiene la possibilità per le imprese di utilizzare la Cassa integrazione ordinaria, anche dal primo luglio, senza pagare addizionali fino alla fine dell’anno impegnandosi a non licenziare».

 

PER NON ALZARE completamente bandiera bianca e ammettere la sconfitta, la nota è stata subito seguita da un’altra fatta uscire da «fonti Pd di governo» che rivendicano come «il pacchetto lavoro approvato nel decreto Sostegni bis conferma l’impostazione data dal ministro Orlando con una serie di opzioni a disposizione delle aziende, alternative ai licenziamenti», a partire «dalla cig ordinaria gratuita fino a fine anno per le imprese che si impegnano a non licenziare» per passare «al contratto di rioccupazione a tempo indeterminato, dal rafforzamento del contratto di solidarietà al contratto di espansione per favorire la staffetta generazionale nelle aziende fino agli sgravi contributivi del 100% per i lavoratori assunti nei settori del commercio e del turismo».

 

LA CRUDA REALTÀ PERÒ È QUESTA: un’azienda che sta uscendo dalla crisi con la norma voluta da Orlando doveva attendere il 28 agosto. Ora potrà licenziare dal primo luglio. Vincono Bonomi e la Lega su tutta la linea.

 

In realtà la norma proposta da Orlando un problema lo aveva. Creava un disallineamento tra le imprese che chiedono la cassa Covid – gratuita – a giugno e non potevano licenziare fino a fine agosto da una parte e le aziende che chiederanno la cassa integrazione ordinaria – scontata proprio ai sensi della stessa norma – che non possono licenziare (giustamente) finché utilizzano l’ammortizzatore sociale.

 

DETTO QUESTO, SI TRATTAVA di un aspetto minimale rispetto all’importanza del blocco che viene difeso dai sindacati, nonostante per Cgil, Cisl e Uil rimanga la richiesta della proroga ad ottobre quando dovrebbe arrivare la riforma degli ammortizzatori sociali che permetterebbe di gestire meglio le certe ristrutturazioni aziendali.

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