Attività del Partito della Rifondazione Comunista Circolo "Raniero Amarugi" di Santa Fiora Visita la nostra pagina Facebook


Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

In evidenza

POLITICA NAZIONALE  -  POLITICA ITALIANA

 

21/07/2022

da Contropiano

da Dante Barontini

 

Il disastro combinato al Senato, nel “giorno più lungo” della legislatura, è arrivato inatteso per tutti.

 

Per i protagonisti diretti, per gli analisti i servitorelli dei media che ci avevano ammorbato per oltre 18 mesi sulle grandiose doti dell’ex presidente della Bce (nonché della Banca d’Italia, ex vicepresidente di Goldman Sachs e prima ancora direttore del Tesoro sotto il governo di Giuliano Amato), per i poteri sovranazionali che nei giorni scorsi avevano fatto sentire la propria voce e già ieri hanno cominciato a “muovere” i mercati finanziari per sottoporre questo paese ad una “cura da cavallo” pronta da anni.

 

Ha sorpreso anche noi, in parte, perché da dieci anni a questa parte (a far data dal governo Monti, installato di forza anche dallo stesso Mario Draghi, con la sua lettera dell’agosto 2011) ogni pressing del capitale multinazionale e delle istituzioni sovranazionali (europee e statunitensi) si era sempre concluso con la resa della classe politica nazionale, espressione particolarmente inconsistente di una classe sociale: la piccola e media borghesia, produttiva o commerciale o delle professioni.

 

Stavolta – almeno in apparenza – lo scontro è finito pari. La pressione esagerata avrebbe provocato una reazione di rigetto da parte di un Parlamento già ridotto a “bivacco di manipoli”. Ma è un’immagine troppo fasulla per essere attendibile.

 

Sarebbe infatti ridicolo parlare della crisi politica di un paese del G7 come di una faccenda di “psicologie individuali”, ripicche e ambizioni tra singoli uomini o consorterie clientelari. Chi viene “delegato alla politica” fa comunque parte di una classe o di una sua frazione, di un insieme di relazioni, ne rappresenta gli interessi e nel gioco politico deve riuscire a mediarli con quelli di altre frazioni.

 

Questa capacità di mediazione, ad alto livello, chiaramente non esiste in nessuno dei soggetti principali di questa “frittata”. Non c’è nel protagonista principale, quel Mario Draghi che avrebbe dato prova di non conoscere la differenza tra guidare una banca (centrale o d’affari) e dirigere un paese.

 

Troppo violenti i suoi due discorsi contro (quasi) tutte le forze politiche che hanno fatto parte del “governi di unità nazionale”. Troppo insistito il suo continuo indicare i punti su cui ha dovuto respingere (sempre con successo) le pressioni di singoli leader. Troppa ironia verso chi in tv solidarizza con le proteste contro i provvedimenti che ha controfirmato.

 

Toni che hanno ricordato le frustate distribuite da Giorgio Napolitano quando è stato ‘convinto’ ad accettare un secondo mandato temporaneo come presidente della Repubblica.

 

Discorsi che sono apparsi a molti mirati in modo intenzionale a farsi sfiduciare, e a consegnare a Mattarella un quadro talmente devastato da obbligarlo – se mai fosse stato riluttante – a sciogliere le Camere.

 

A vedere da fuori il penoso spettacolo si dovrebbe concluderne che Draghi è ed era inadeguato al compito, un uomo sopravvalutato e calato in un ruolo non suo. Oppure il killer mandato a “riscuotere i sospesi”, ovvero a dissolvere quel che restava della più ridicola classe politica d’Europa…

 

Nel giro di soli cinque giorni è infatti riuscito nel “miracolo” di trasformare una maggioranza apparentemente solidissima (pur senza la residua pattuglie grillina, dopo la scissione di Di Maio) in un pulviscolo, inutile pure per fare castelli di sabbia.

 

Fino all’assurda votazione di una richiesta di fiducia su una frase scritta da Pierferdinando Casini – Casini… – con cui il Parlamento avrebbe dovuto approvare la propria messa in mora. Meno di un terzo dei senatori gli hanno concesso questa “fiducia”, autodichiarandosi inutili.

 

E stamattina si replica alla Camera…

 

L’insistenza con cui ha cercato – fin dall’inizio – di sottrarre il suo governo dalle “pretese” di partiti senza grandi visioni o progetti avrebbe prodotto insomma, alla lunga, un’ostilità prima sorda e poi urlata. Dimostrando che un “governo di unità nazionale” può esistere solo se i partiti che lo compongono accettano di smaterializzarsi, accettando tutto in toto, come fa il Pd.

 

Quella stessa incapacità di mediazione tortura del resto anche le cosiddette “forze politiche”, in realtà comitati elettorali ferrati solo nella “comunicazione” e nell’occupazione di posizioni di (relativo) potere. Chiunque abbia assistito al dibattito in Senato ha potuto cogliere i “ristretti orizzonti” con cui ogni formazione ha affrontato la frusta di colui che li aveva guidati per un anno e mezzo.

 

Nessuno che abbia colto qualcosa di più grande – e pericoloso – dei propri interessi particolari, già proiettati sulle prossime elezioni politiche. Nessuno che abbia saputo tenere conto (o denunciare) delle vere e proprie minacce “extra-istituzionali” che Draghi aveva seminato nel proprio discorso.

 

Si può dire che proprio lo spappolamento voluto di tutte le forze politiche, con l’obiettivo di creare una “classe politica nuova”, ha finito per produrre l’impossibilità di trovare una qualsiasi ragione di coesione.

 

Ieri questo spappolamento è proseguito con una nuova semi-scissione dei Cinque Stelle (un po’ ridotta rispetto alle previsioni, perché il grosso del distacco dovrebbe riguardare i deputati, più che i senatori). Con annunci di rottura all’interno dei berlusconiani. Con divisioni nella Lega che solo un eufemismo può chiamare una “diversità di vedute”.

 

Accettare o perseguire l’uscita di scena di Draghi, dal punto di vista delle varie frazioni borghesi minori, poteva avere un senso in presenza di una “fronda” organizzata, pronta a sostituirlo con un altro progetto, altri programmi, altri leader.

 

E invece è accaduto perché, in buona sostanza, nessun comitato elettorale vuole pagare per intero il prezzo di misure impopolari o apertamente indifferenti al malessere dei più (nulla contro l’inflazione, a parte una “mancia” una tantum di 200 euro; niente sugli aumenti salariali, solo fumo sul “cuneo fiscale”, ecc). O magari perché si è sentito pubblicamente trattato per quel che è: un ammasso di “nani e ballerine” (citazione da ‘Prima Repubblica’), proiettati in ruoli di cui ignorano le funzioni di base.

 

Così non c’è più il governo dell’Unione Europea e della Nato, presieduto dal più autorevole “garante” indicato proprio da quei poteri. Ma non ce n’è neanche un altro. Né nessuno sa come e su cosa cucirlo insieme, e in quanto tempo.

 

Ma se vediamo lo scontro che si svolge sotto i nostri occhi come un conflitto interno alla classe dirigente – tra un grande capitale che si muove senza tener conto dei confini nazionali (al massimo di quelli della Nato) e figure “imprenditoriali” decisamente più “locali” (e marginali) – allora ci si accorge che dalla parte del primo un disegno di ampia portata esiste, e da anni.Per nulla segreto o “inconfessato”.

 

Un disegno perseguito sempre – ma con alterni risultati – attraverso i trattati e le pressioni dei “mercati”, fino a consigliare direttamente la nomina  di un proconsole come Draghi, incaricato di realizzare “con le buone”, dall’interno, quelle trasformazioni del modello economico e istituzionale altrimenti da imporre “con le cattive”, a suon di direttive e procedure di infrazione UE.

 

E infatti le tempeste che ora si addensano alle nostre porte sono infinite. Il debito pubblico è salito ancora, a circa il 160% del Pil. I conti con l’Estero, fin qui sempre positivi, sono in caduta libera a causa delle sanzioni emanate contro la Russia, ma tornate come un boomerang sulle economie che più scambiavano con Mosca.

 

L’inflazione è galoppante da ormai un anno, con sempre nuovi record, e l’aumento dei tassi di interesse che proprio stamattina la Bce deciderà potrebbe essere per l’Italia devastante.

 

Sempre su questo fronte, il promesso “scudo anti-spread” diventa aleatorio, in assenza di un “garante” affidabile per Francoforte, Bruxelles e Berlino.

 

C’è poi la crisi energetica, con l’Unione Europea che ordina di tagliare del 15% i consumi di gas nei prossimi mesi (lasciando ai singoli stati il compito di decidere come).

 

E su tutto c’è la guerra in Ucraina, che implica vincoli con Washington che nessuno sa al momento come gestire, se non obbedendo come al solito e più del solito.

 

Difficile trovare qualcuno che sappia come gestire questa situazione, oltretutto sapendo bene che in autunno tutta una serie di malesseri sociali arriveranno per forza di cose a manifestarsi nelle piazze e nei luoghi di lavoro.

 

Il peggio poteva arrivare anche prima e “l’ombrello di Draghi” aveva rinviato le strette peggiori. Ma adesso tutto procederà come doveva andare, magari con la consulenza dello stesso Draghi per fare più male là dove si può.

 

La classe dirigente nazionale – che comprende l’imprenditoria e la classe politica – è assolutamente al di sotto del livello dei problemi da affrontare.

 

Anche andare alle elezioni, in queste condizioni, è complicato. La riforma del Parlamento e la diminuzione dei parlamentari di un terzo richiede il ridisegno dei collegi elettorali (bisogna eleggerne 400, non più 630) e magari della stessa legge elettorale. Ma non ci sarà né il tempo, né un accordo per farlo. E il risultato – prevedibilmente – sarà un pasticcio che consegnerà un nuovo Parlamento senza forma e spina dorsale. Pronto – per evitare guai peggiori al paese – ad essere consegnato a un nuovo “governo tecnico”.

 

Magari ci sbagliamo. E magari tocca pure augurarselo…

EDITORIALI  E  COMENTI 

 

20/07/2022

Paolo Ferrero

da il Fatto Quotidiano

 

Oggi Mario Draghi chiede l’incoronazione ma io sarò, come tutti gli anni, a Genova a ricordare l’assassinio di Carlo Giuliani e le giornate di protesta contro il G8. Ci saremo con la consapevolezza che avevamo ragione noi. 21 anni fa a Genova c’era il G8, cioè il G7 più la Russia, e in quella riunione venne deciso l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio che avvenne a dicembre di quello stesso anno.

Oggi la globalizzazione è crollata sotto le sue stesse contraddizioni e la Russia e la Cina sono considerate nemiche pubbliche numero uno dai paesi occidentali che non sanno fare di meglio di un gigantesco piano di riarmo (che non ha pari al mondo e nella storia) e di sostituire il consumo di gas con quello di carbone.

 

In questi anni le storture della globalizzazione neoliberista che denunciavamo a Genova sono emerse in tutta la loro drammatica forza distruttiva:
1) E’ tornata la guerra, cioè il contenzioso su chi comanda, su chi ha il potere sovrano. I potenti non hanno voluto costruire una cooperazione mondiale e oggi ci troviamo all’inizio della Terza guerra mondiale;
2) La concorrenza economica è diventata esasperata e distruttiva. I potenti non hanno voluto costruire una economia fondata sulla cooperazione invece che sul profitto e il contenzioso sull’accaparramento del bottino è diventato ingestibile e barbarico;
3) Il cambiamento climatico viene commentato ma non contrastato. La scelta delle classi dominanti di riaffermare il diritto al consumo infinito da parte di chi ha i livelli di consumo più alti, in un sistema di risorse scarse, la logica della guerra e del profitto stanno facendo passare in ultima fila il problema più grande dell’umanità.

 

Guerra guerreggiata, guerra economica, distruzione delle condizioni di vita sul pianeta: questi sono gli effetti della globalizzazione neoliberista a 21 anni dalla mattanza di Genova in cui ci volevano chiudere la bocca con la repressione. Il disastro in cui ci hanno portato è la piena realizzazione di ciò per cui Draghi si è battuto tutta la vita. Ha lavorato alacremente per rendere il nostro mondo peggiore, per salvaguardare gli interessi di pochi a scapito del benessere e a questo punto della stessa possibilità di vita dei molti.

 

Il Draghi che viene oggi osannato dai media mainstream è uno dei principali responsabili a livello mondiale di questo disastro. Draghi ha attraversato in questi anni varie postazioni di comando in cui ha potuto applicarsi con dedizione al peggioramento del mondo e all’utilizzo della ricchezza sociale a fini negativi per l’umanità. Crimini legalizzati che non vengono puniti con il Codice Penale perché tutelano interessi così potenti da non essere sanzionati dalla legge, da essere sopra la legge. Interessi così potenti da poter riscrivere la storia – come denunciava Orwell – da poter manipolare i fatti al fine di plasmare la memoria e non solo le vite delle persone.

 

Prendiamo il “whatever it takes”. Sulla base di questa frase Draghi viene glorificato come l’uomo che ha salvato l’euro e – implicitamente – la nostra economia, la nostra civiltà, al fondo, le nostre vite. Draghi quindi come salvatore, come uomo della provvidenza che ha saputo dire nel momento giusto le parole giuste. Nel momento giusto? Per nulla: Draghi non ci ha salvati ma ha utilizzato il potere che aveva per obbligare gli Stati a distruggere il welfare e ad abbassare gli stipendi.

 

Ricordiamo infatti che la speculazione sui debiti sovrani europei nel 2011 e 2012 era resa possibile dal fatto che la Banca centrale non intervenisse a loro sostegno. Infatti quando la Banca centrale intervenne la speculazione “magicamente” terminò. Ma chiunque capisce che la Bce, se aveva il potere di intervenire, avrebbe potuto farlo anche prima, avrebbe potuto bloccare la speculazione all’origine. Perché non lo fece? Perché la Bce scelse deliberatamente di lasciare campo libero alla speculazione in modo da mettere in ginocchio gli stati più indebitati? Per una ragione semplicissima: la Bce e l’Unione Europea utilizzarono il terrore prodotto dalla speculazione per far firmare agli Stati il Fiscal Compact, un trattato criminale iperliberista che strozza gli Stati e li obbliga strutturalmente a politiche recessive insostenibili. Solo dopo che Spagna e Italia firmarono il Fiscal Compact Draghi pronunciò la famosa frase e la speculazione terminò.

 

Draghi non ha salvato l’euro ma ha utilizzato la speculazione internazionale per obbligare gli Stati ad accettare politiche economiche strutturalmente antipopolari e dopo averli piegati ha fermato la speculazione. La speculazione è stata usata e poi fermata quando non serviva più, quando aveva svolto il suo compito… Come in quei film di gangster dove ci sono i poliziotti mafiosi che chiedono un pizzo ai negozi e – fin quando i negozianti non pagano – li lasciano in balia dei gangster, stando a guardare, senza fare nulla, senza intervenire. Solo dopo che i negozianti accettano di pagare il pizzo la polizia tira fuori le pistole e dice fermi tutti. E tutti si fermano. Quel film è stato applicato ai popoli europei e Draghi ha contribuito non poco alla regia e alla sceneggiatura.

 

Il banchiere che oggi chiede l’incoronazione dal Parlamento italiano è questo e non altro. Per questo oggi il ricordo di Carlo Giuliani e delle giornate di Genova ha una valenza ancora maggiore: perché l’alternativa ai Draghi, ai banchieri, ai mafiosi e ai poliziotti corrotti, a questa globalizzazione esplosa e barbarica, ha le sue radici in quelle giornate di Genova, in quei ragazzi e ragazze massacrati dalla polizia perché dicevano irriverenti: “il re è nudo”.

 

Il Parlamento italiano oggi incoronerà Draghi ma l’alternativa ha le radici ben piantate nelle giornate genovesi di 21 anni fa. Carlo è vivo e lotta insieme a noi non è solo uno slogan ma è il punto di partenza dell’alternativa.

LAVORO E DIRITTI 

 

19/07/2022

Fivedabliu

 

Un colpo al sindacato di base che, soprattutto nel piacentino, difende i diritti dei lavoratori della logistica

 

Piacenza – Un dirigente nazionale del sindacato SI Cobas e tre dirigenti locali del sindacato a Piacenza sono stati arrestati questa mattina e messi ai domiciliari su mandato della Procura di Piacenza con le accuse di associazione a delinquere, violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio. Si tratta del coordinatore nazionale Aldo Milani e dei tre dirigenti piacentini Mohamed Arafat, Carlo Pallavacini e Bruno Scagnelli.

 

Le accuse prenderebbero spunto dagli scioperi nei magazzini della logistica di Piacenza fra il 2014 e il 2021.

 

“Secondo la procura tali scioperi sarebbero stati attuati con motivazioni pretestuose e con intenti “estorsivi”, al fine di ottenere per i lavoratori condizioni di miglior favore rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale”.

 

Il sindacato di base, che nel piacentino conta oltre 4mila tesserati,  parla di “attacco politico su larga scala contro il diritto di sciopero e soprattutto teso a mettere nei fatti fuori legge la contrattazione di secondo livello, quindi ad eliminare definitivamente il sindacato di classe e conflittuale dai luoghi di lavoro”

 

L’inchiesta segue di 24 ore la sentenza del Consiglio di Stato che ha ha revocato il foglio di via emesso dalla Questura di Piacenza in data 14 ottobre 2021 contro un responsabile del SI Cobas a cui era stato notificato dopo uno sciopero al magazzino Amazon di Castel San Giovanni.

 

Nella sentenza che “… con sentenza del 2019, il Consiglio di Stato si è già espresso nel senso che la semplice presenza a un picchetto di molte persone finalizzato ad ostacolare gli automezzi in entrata o in uscita dallo stabilimento… non connotata da elementi che consentano di rintracciare violenza o minaccia da parte di un determinato soggetto, non può integrare da sola sintomo di pericolosità sociale a carico di questo, se non si vuole trasformare il diritto alla prevenzione in un surrettizio, indebito, strumento di repressione della libertà sindacale e del diritto di sciopero e, in ultima analisi, in una misura antidemocratica”.

 

Per due dei sindacalisti piacentini coinvolti, Mohamed Arafat e Carlo Pallavacini, si tratta del secondo arresto in poco più di un anno: la Procura di Piacenza li aveva posti ai domiciliari nel marzo 2021 a seguito della vertenza contro la chiusura del magazzino della multinazionale americana FedEx a Piacenza, con le accuse di invasione di edifici, violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale per aver impedito l’ingresso e l’uscita di automezzi e merci all’interno dell’Hub e per gli scontri con le forze dell’ordine. Arresti poi revocati dal tribunale del Riesame

 

Rifondazione Comunista esprime tutta la sua solidarietà ai sindacalisti  e al sindacato colpito da questo ignobile provvedimento che minaccia la libertà sindacale e di lotta.

LAVORO E DIRITTI

 

18/07/2022

da Unione Sindacale di Base

 

Sabato 6 agosto Slang USB manifesta a Forte dei Marmi, cuore del turismo ricco e del lavoro povero

 

L'Italia è quel Paese in cui i salari sono tra i più bassi d'Europa, ma gli imprenditori nostrani si lamentano ogni giorno per la mancanza di personale, nonostante quest’anno si registri un picco di assunzioni stagionali.

 

L’Italia è quel Paese che non ha ancora approvato una legge per istituire il salario minimo, ma si pensa ad aggredire l’unica misura di redistribuzione, peraltro semmai da ampliare, come il reddito di cittadinanza. 

 

L’Italia è quel Paese in cui si punta sempre di più sul turismo e le tante attività correlate, ma la realtà per chi ci lavora è fatta di bassi salari, orari e carichi estenuanti, sfruttamento selvaggio.

 

Prima la pandemia, adesso la guerra e l’aumento dei costi della vita, ma le condizioni di lavoro sono sempre peggiori. Lavoro nero e grigio sono all’ordine del giorno: solo nel settore della ristorazione e del turismo le statistiche parlano di 8 aziende irregolari su 10. 

 

Slang USB ha avviato una campagna di denuncia e sensibilizzazione in tutto il paese. Da Nord a Sud, attraverso lo slogan "cercasi schiavo" siamo intervenuti contro ogni forma di sfruttamento e lavoro nero rispondendo colpo su colpo agli attacchi che i lavoratori e le lavoratrici subiscono ogni giorno. 

 

I vari personaggi che vorrebbero perpetrare questo sistema di sfruttamento hanno nomi e cognomi. Imprenditori della ristorazione e del turismo sostenuti dalle loro associazioni di categoria, la stragrande maggioranza dei politici presenti in parlamento, miliardari preoccupati solo di vedersi garantiti profitti sempre più alti a qualsiasi costo. 

 

Abbiamo deciso di andarli a trovare mentre pensano di godersi le loro vacanze da migliaia di euro, frutto del loro sfruttamento.

Vogliamo dare vita ad una manifestazione, in un luogo simbolo del turismo “ricco” (ma lavoro povero) per affermare quali siano le necessità di lavoratrici e lavoratori: 

 

SABATO 6 AGOSTO MANIFESTAZIONE USB IN VERSILIA

APPUNTAMENTO ALLE ORE 19 PRESSO IL PONTILE DI FORTE DEI MARMI (LU)

MANCANO SALARIO E DIRITTI, NON LA VOGLIA DI LAVORARE !

 

SERVONO FORTI AUMENTI SALARIALI

PAGAMENTO E RICONOSCIMENTO DI TUTTI GLI ISTITUTI CONTRATTUALI COME STRAORDINARI, NOTTURNI, FESTIVI E GIORNO LIBERO

BASTA LAVORO NERO E LAVORO GRIGIO 

BASTA PAGAMENTI “FUORI BUSTA”

CONTRO LO SFRUTTAMENTO STAGIONALE

PER UNA LEGGE SUL SALARIO MINIMO A 10 EURO L’ORA

 

 

POLITICA NAZIONALE POLITICA ITALIANA
 

17/07/2022

Unione Sindacale di Base

 

Le dimissioni di Draghi - vedremo fino a che punto definitive - arrivano proprio mentre cresce la consapevolezza tra le forze sindacali e politiche conflittuali e di base, della necessità di mettere in campo iniziative forti e determinate per cacciarlo via. Di fronte ad una politica bellicista, economicamente tendente ad una nuova fase di austerità da far pagare a lavoratori e famiglie già in enorme difficoltà, alle prese ogni giorno con la propria condizione di povertà crescente, precarietà, disoccupazione, la fine del governo Draghi è una bella notizia, anche se di per sé non risolve i problemi sul tavolo, e va salutata come tale.

 

La fine del governo di tutti sotto l'egida dell'Unione Europea e degli Usa, che oggi ne sostengono invece la sopravvivenza affinché prosegua la complicità con gli intenti della NATO, è una precondizione per provare ad affrontare in campo aperto le contraddizioni fortissime, dalla partecipazione alla guerra, alla gestione dell'economia, dalla compressione dei diritti sociali a quelli civili, che oggi attraversano il nostro Paese. A questo deve prepararsi chi vuole davvero tornare ad essere punto di riferimento credibile per larghe masse di lavoratori e persone che oggi sono abbandonate al populismo e la cui rabbia sociale viene strumentalmente utilizzata dalle destre.

 

In questo quadro la posizione espressa della Cgil, di sostanziale sostegno a Draghi e al suo ritorno al governo, è la plastica conferma della deriva di questo sindacato e dei suoi sodali Cisl e Uil. Alle parole roboanti di qualche giorno fa, ha fatto immediatamente seguito il piagnucolio di Landini che auspica che nulla cambi, che Draghi torni, che si continui ad inviare armi, a privatizzare il privatizzabile, a mantenere milioni di persone in povertà. Qualcuno si stupisce della posizione espressa dalla Cgil, ma evidentemente non vive e non tocca con mano ogni giorno, nei posti di lavoro, la funzione di contenimento della rabbia di classe e di gendarme degli interessi padronali che questa organizzazione esercita costantemente per impedire che il conflitto le tolga potere e consensi.

 

Se ne vada Draghi e il suo governo, se ne vada con lui Landini e chi invoca la pace sociale per lasciare campo libero ai padroni e al capitale.

POLITICA NAZIONALE  -  POLITICA ITALIANA

 

16/07/2022

da Contropiano

Giorgio Cremaschi

 

In un comunicato ove persino le sgrammaticature esprimono paura, subalternità e confusione, la segreteria della CGIL si inginocchia davanti a Draghi, chiedendogli di restare.

Coloro che dirigono il sindacato che fu di Di Vittorio, chiedono al banchiere di rimanere a capo del governo per fare “le riforme”.

 

Ma quali riforme sta facendo Mario Draghi?

 

La restaurazione della legge Fornero, più flessibilità e precarietà. Un finto salario minimo che in realtà è un salario al minimo. Il peggioramento del reddito di cittadinanza. Il via libera alle multinazionali nelle delocalizzazioni. I tagli a sanità e scuola pubbliche nel nome del mercato. Le privatizzazioni dei servizi comunali e dell’acqua. Le liberalizzazioni a favore di Uber e compagnia. La guerra e l’aumento delle spese militari.

 

Queste sono le riforme di Draghi, che secondo la segreteria della CGIL dovrebbero continuare.

 

Che vergogna e anche che inettitudine. Perché se per caso alla fine Draghi dovesse restare, al primo bofonchiamento critico di Landini, potrebbe rispondere: zitto, sei tu che mi hai chiesto di restare.

 

Niente più finti scioperi d’inverno.

 

Che triste servilismo, oltre ogni immaginazione.

 

 

POLITICA NAZIONALE  -  POLITICA ITALIANA

 

15/07/2022

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europa

Salutiamo con sollievo le dimissioni di Draghi, un presidente che non ci mancherà. Ci preoccupa solo che ci ripensi.
Il bilancio del suo governo è fallimentare come il complesso di una carriera costruita con la svendita del nostro paese e poi lo strangolamento della Grecia.
Anche nella scelta di dimettersi evidenzia la solita malcelata arroganza e il suo disprezzo per la democrazia costituzionale. Già è accaduto che altri partiti – Lega e Italia Viva – non votassero importanti provvedimenti. Perché non si è dimesso allora? Evidentemente ora usa M5S come scusa per lasciare.
La caduto del governo della guerra è una buona notizia. Rimangono i problemi che il governo Draghi non ha voluto affrontare: carovita, precarietà del lavoro, bassi salari, crescita della disuguaglianza e della povertà, questione ambientale, mancato rilancio del settore pubblico a partire da sanità e scuola. Il M5S ora sia coerente e rompa col Pd che è il partito più guerrafondaio e draghiano.
Il casus belli è stato l’inceneritore di Gualtieri su cui si è compattata tutta la coalizione di governo.
Ma va ricordato che Draghi e Orlando hanno di fatto detto no a salario minimo.
Lavoriamo per un’alternativa popolare e pacifista a questa classe dirigente che ha impoverito il paese e ci ha portato in guerra. Il percorso verso l’unione popolare avviato il 9 luglio è sempre più necessario.

 

POLITICA NAZIONALE -  POLITICA ITALIANA

 

14/07/2022

da La Notizia

Davide Ruffolo

 


Mario Draghi, getta la spugna e rassegna le dimissioni, constatando la fine della maggioranza che l’ha fin qui sostenuto, non ha potuto far altro che dimettersi.

 


Alla fine la rottura del Movimento 5 Stelle c’è stata davvero e Mario Draghi, constatando la fine della maggioranza che l’ha fin qui sostenuto, non ha potuto far altro che dimettersi. Come da pronostico, infatti, al Senato è arrivato il via libera al dl Aiuti con 172 Sì e 37 No ma con la pesante ipoteca dei 5S che non hanno preso parte al voto, rendendo inevitabile la crisi di governo.

 

Mario Draghi, constatando la fine della maggioranza che lo sosteneva, ha deciso di optare per le dimissioni

 

Che le cose sarebbero andate così era chiaro già dalla mattinata quando ogni tentativo di mediazione dei pentastellati è stato respinto da Draghi. E poco alla volta la situazione è precipitata tanto che proprio mentre a Palazzo Madama si stava per concludere la seconda chiama, il presidente del Consiglio non ha perso altro tempo e ha lasciato Palazzo Chigi per salire al Quirinale.

 

Un faccia a faccia durato un’ora e in cui c’è stato un confronto franco in cui il presidente della Repubblica avrebbe chiesto al premier di restare in carica e quest’ultimo ha preso tempo per valutare la situazione, specie davanti alla timida apertura dei 5 Stelle che non hanno chiuso le porte a rinnovare la fiducia all’esecutivo.

 

Poche ore dopo e durante il Consiglio dei ministri, però, la situazione è precipitata e il premier ha sciolto le riserve annunciando le dimissioni. “Le votazioni in Parlamento sono un fatto molto significativo dal punto di vista politico. La maggioranza di unità nazionale che ha sostenuto questo governo dalla sua creazione non c’è più” ha detto Draghi prendendo atto della situazione. Lo stesso, in Cdm, ha annunciato ai ministri anche che mercoledì riferirà alle Camere.

 

Le tensioni in Aula e gli attacchi al Movimento

 

A Palazzo Madama è stata senza dubbio una giornata complicata in cui, durante le dichiarazioni di voto sulla fiducia al dl Aiuti, non sono mancati momenti di forte tensione. Da una parte il Movimento 5 Stelle che ha provato a spiegare le ragioni per le quali avrebbero lasciato l’aula al momento del voto, dall’altra tutti gli altri partiti che hanno fatto a gara a scaricare tutte le responsabilità sui pentastellati.

 

Ma come sempre accade, il più critico è stato Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva, infatti, si è affrettato a puntare il dito contro i rivali del Movimento: “Se si decide di non votare la fiducia allora si firma la lettera di dimissione dei ministri e dei sottosegretari”. Poi ha lanciato un anatema sui 5S spiegando che “il 14 luglio è un giorno impegnativo per iniziare una nuova storia. La rivoluzione francese è una pietra miliare per il nostro continente e chi è partito per ghigliottinare, è finito per essere ghigliottinato”.

 

La replica dei 5 Stelle

 

Parole a cui ha risposto per le rime la capogruppo M5S al Senato, Mariolina Castellone, che non accetta l’etichetta di “irresponsabili” che viene affibbiata ai pentastellati. “Il governo Conte 2 cadde per mano di chi oggi parla di responsabilità ma all’epoca non si fece scrupoli a non votare il Pnrr in Consiglio dei ministri rifiutando di fatto 209 miliardi di euro” ha ricordato la Castellone in riferimento a quanto fatto dal leader e senatore di Italia viva all’epoca del governo giallorosso.

 

Poi la stessa ha risposto a tutte le forze politiche, smontando la balla secondo cui le colpe di questa crisi sono tutte in capo ai 5S: “Abbiamo subito attacchi e provocazioni continui, c’è stata totale indifferenza nei confronti delle nostre richieste”.

 

Sui motivi che hanno spinto all’astensione il senatore M5S, Gianluca Ferrara, ha spiegato che “Il nostro presidente Conte è stato chiaro, coerente e responsabile: il Paese è in difficoltà e in autunno la situazione potrebbe degenerare. Serve intervenire ora con misure coraggiose. Le nostre richieste politiche sono state ignorate. Inoltre in maniera inopportuna è stata inserita nel decreto aiuti una norma sull’inceneritore di Roma. Una provocazione data la nostra sensibilità alla transizione ecologica. Come si sarebbe comportata la Lega se, nel medesimo decreto, avessero inserito lo Ius scholae?”.

 

LAVORO E DIRITTI

 

14/07/2022

Antonello Patta*

 

“Niente risposte nel merito, ma quello che abbiamo portato a casa è un altro incontro”. Le parole di Maurizio Landini dopo l’incontro dei rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil con Draghi confermano il sospetto che l’ora e mezzo scarsa di riunione sia stata più che altro una mossa nel gioco tra Draghi, Colle e Pd da una parte e 5 stelle dall’altra.

 

Sembrerebbe quindi che siamo di nuovo solo alle promesse utili a far passare ‘a nuttata della crisi di governo “penultimata”. E così è se si valuta il nulla di fatto sul piano dei risultati concreti immediati. Se però si considerano le diverse valutazioni dell’incontro di Cgil e Cisl emergono due aspetti che è bene valutare attentamente.

 

Il primo sottolineato entusiasticamente da Sbarra leader della Cisl e da Bonomi presidente di Confindustria è che rientra dalla finestra quel patto sociale uscito dalla porta dopo lo sciopero nazionale proclamato a dicembre da Cgil e Uil.

 

Il secondo è che l’eventuale soddisfacimento di tutte le richieste avanzate, contratti, salario minimo, fisco, pensioni, dovrebbe essere contenuto nel tetto di spesa dato dalla rigidità di vincoli di bilancio escludendo tassativamente scostamenti dal deficit programmato.

Non a caso gli addetti ai lavori, data l’esiguità delle cifre messe a disposizione, prevedono per luglio solo un altro bonus più piccolo di quello da 200 euro e con la legge di bilancio un taglio del cuneo molto più piccolo di quello annunciato con gli strilli giornalistici delle ultime settimane.

 

Allora ecco che il patto sociale diventa fondamentale per irretire i sindacati in una ragnatela finalizzata a evitare una ripresa dei conflitti che metterebbe a nudo il carattere antipopolare di questo governo e porrebbe all’ordine del giorno la necessità del cambiamento.


Esattamente l’opposto di quanto necessario se si vuole davvero conquistare insieme a un lavoro, un salario e una pensione dignitosi l’apertura di una nuova stagione di diritti per tutte e tutti.

 

*Responsabile lavoro PRC-S.E.

LAVORO E DIRITTI

 

13/07/2022

Giulio Cavalli 

da La Notizia 

 

La ministra del Lavoro spagnola Diaz parla di dati record. Ad aprile i lavoratori stabili sono saliti a 12,8 milioni.

 

“Abbiamo cambiato paradigma, aumentando diritti e salari per tutti e sanando una disfunzione. L’altra cosa bella sa qual è? Che a livello economico funziona”. In Italia se qualcuno pronunciasse una frase del genere sarebbe ritenuto idealista, sognatore e nel peggiore dei casi un nemico dello Stato e delle imprese. Eppure sono le parole della vicepresidente del governo spagnolo Yolanda Diaz, espressione di Unidas Podemos e ministro del Lavoro in Spagna dove all’inizio di quest’anno è stata varata una riforma del lavoro con il dichiarato intento di ridurre la precarietà.

 

La misura può essere ciclica (quando la situazione macroeconomia generale lo richiede) e settoriale (quando in un settore è necessario un processo di riqualificazione e transizione professionale dei lavoratori). Temi che in Italia sono trattati come se fossero brigatismo sindacale, in Spagna sono già legge. È tutto scritto, basterebbe avere voglia di leggere e prendere esempio.

 

Repubblica Diaz ha demolito con poche parole tutti gli interessati pregiudizi di un certo mondo delle imprese italiane e ha capovolto la narrazione italiana: “Stiamo dimostrando – dice Diaz intervistata dal quotidiano romano – che l’assunto di partenza del dibattito era falso, ovvero che non ci potessero essere maggiore stabilità e maggiori diritti, specie in due grandi settori per noi come turismo e agricoltura. Invece i dati ci dicono il contrario, i nuovi contratti aumentano e questo sta avvenendo anche nei mondi tipicamente stagionali, grazie ai contratti discontinui ma stabili (fijos-discontinuos, ndr). Un lavoro di qualità è un bene per le aziende stesse, il lavoro precario rende anche le imprese precarie”.

 

Chissà che ne pensano gli astuti editorialisti di casa nostra che ogni giorno si spremono per trovare qualche testimonial del lavoro precario come unica alternativa per salvare la stagione estiva. A parlare per la riforma del lavoro in Spagna sono i numeri: ad aprile secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (Ine) erano 12,8 milioni i lavoratori spagnoli ad avere un contratto stabile, un record reso possibile anche da 1.450.093 contratti firmati solo nel mese di aprile di cui 698.646, ovvero il 48,2%, a tempo indeterminato. La riforma, frutto di un ampio consenso tra governo e sindacati, era passata lo scorso 3 febbraio con 175 sì e 174 no, curiosamente grazie a un errore nel voto del deputato popolare Alberto Casero.

 

È stata fortemente voluta anche dalla Commissione europea che l’ha inserita tra le condizioni per accedere ai fondi del NextGen EU per ridurre la precarietà e per correggere le storture della negoziazione collettiva. Vengono previsti solo due tipi di contratto a termine: quello strutturale, per ragioni legate alla produzione e quello di sostituzione di un altro lavoratore. In entrambi i casi il contratto può avere una durata massima di 6 mesi, estendibili a un anno solo per circostanze particolari previste nell’accordo collettivo.

 

Spariscono di fatto i contratti a termine di cui le imprese (in Spagna e anche da noi) hanno abusato per anni. Anche le sanzioni sono più severe: le multe colpiranno le imprese per ogni contratto irregolare. Per garantire invece la flessibilità nei settori con un alto numero di lavoratori stagionali i nuovi contratti restano a tempo determinato ma prevedono forme di tutela simili a quelle garantite dai contratti a tempo indeterminato sia in termini di salario sia in termini di scatti di anzianità.

 

La nuova legge prevede anche il ritorno alla centralità della contrattazione collettiva e dei sindacati. Viene impedita la possibilità, introdotta con la riforma del 2012, di sostituire tramite accordi d’azienda i contratti collettivi in scadenza. Quando un contratto collettivo arriverà alla data di scadenza, potrà comunque rimanere in vigore finché non verrà raggiunto un nuovo accordo con le parti sociali. Anche sulle assunzioni mediante l’utilizzo di società multiservizi viene imposta un giro di vite: i datori di lavoro dovranno garantire, infatti, salari e condizioni contrattuali stabilite dal contratto di collettivo di settore anche per i lavoratori interinali, cancellando di fatto la scorciatoia delle agenzie di lavoro come serbatoio di manodopera a basso costo e senza diritti.

 

Per evitare che il contratto di formazione fosse una furberia ne sono state previste due categorie: quello di alternanza studio-lavoro che è però retribuito e il tirocinio professionale. L’alternanza scuola lavoro può durare dai 3 mesi a due anni e la retribuzione è quella stabilita dal contratto collettivo.

 

Nel caso non sia previsto, la retribuzione comunque non può essere inferiore al 65% il primo anno, e al 75% il secondo anno, rispetto a quella fissata dal contratto del settore per l’attività svolta. Ma ad essere tutelate sono anche le imprese: la legge oltre a facilitare l’accesso agli Erte (una sorta di cassa integrazione) introduce il meccanismo Red di Flessibilità e Stabilizzazione dell’Impiego. Si tratta di una misura per permettere alle aziende in difficoltà di ridurre la giornata lavorativa o sospendere i contratti su iniziativa del Consiglio dei Ministri.

 

E si : la ricetta spagnola funziona,ma da noi i diritti restano un tabù 

 

iIl lavoro è un diritto fondamentale,perché il lavoro genera dignità sociale, autonomia economica e identità sociale. È lo strumento con il quale si superano ostacoli e emarginazione. Ecco perché è un dirittoPerché nessuno dovrebbe mai essere nelle condizioni di sentirsi escluso.

Pagine