Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

In evidenza

26/03/2021

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli 

 

Non c'è pasto per te. Grande mobilitazione dei ciclofattorini per il contratto, i diritti e le tutele del lavoro nella Gig economy. La rete dei rider per i diritti: "Ai consumatori chiediamo un gesto semplice. Uniti possiamo fare la storia contro un regime di sfruttamento ottocentesco. Non per noi ma per tutti". Alessandro Brunetti (Clap): "E' avvenuto un passaggio di fase culturale e politico: oggi l’obiettivo è ottenere più diritti con il massimo grado di autodeterminazione". La convergenza delle lotte con i lavoratori dello spettacolo e della logistica. Da nord a sud le 60 piazze della scuola contro la Dad e per il ritorno in classe in presenza

 

«Essenziali» lo sono davvero i lavoratori come i rider che consegnano il cibo, i medicinali, la spesa in bicicletta o in moto. Da soli, nella pandemia, stanno reggendo la ristorazione colpita dalle chiusure disposte per contenere la circolazione del Covid. Durante il primo lockdown però hanno dovuto fare ricorso in tribunale per ottenere almeno i guanti e le mascherine dalle piattaforme che li teleguidano attraverso gli algoritmi. E, ancora oggi, davanti a un aumento del lavoro e a una diminuzione dei compensi, non hanno diritti né tutele stabili, né sono riconosciuti come lavoratori dipendenti quali sono.

 

IL CONFLITTO È ASPRO su questi punti. Una legge del governo «Conte 2», in realtà piuttosto ambigua, ha stabilito che i rider sono dipendenti delle piattaforme ma è stata aggirata da un accordo tra le aziende aderenti a Assodelivery e il sindacato Ugl. Quasi tutte le piattaforme riconoscono i rider come lavoratori autonomi. Il tribunale del lavoro di Palermo, in primo grado, una sentenza della Corte di Cassazione non la pensano così. E la procura di Milano ha chiesto l’assunzione di 60 mila rider e ha comminato una multa da 733 milioni di euro. Le piattaforme hanno fatto ricorso.

 

I RIDER, COSÌ ESSENZIALI eppure «invisibili» dal punto di vista giuridico , oggi tornano a scioperare. La rete dei «Rider per i diritti» organizza uno sciopero nazionale di proporzioni considerevoli. Sono almeno trenta le città, da Milano a Roma, da Napoli a Bari, da Firenze a Reggio Calabria, da Reggio Emilia a Brindisi che hanno promosso presidi e flash mob per chiedere il superamento del »contratto pirata» Ugl-Assodelivery e un vero accordo che riconosca ferie, malattia, tredicesima, quattordicesima, Tfr, salari certi in base ai minimi tabellari e non variabili in base al ricatto del cottimo. Come per lo sciopero in Amazon di inizio settimana, anche i rider oggi chiedono ai consumatori di non ordinare una pizza sulle piattaforme digitali.

 

«NOI CE LA METTEREMO tutta – hanno scritto in un appello – ma abbiamo bisogno anche di voi. Un gesto semplice: rifiutarsi per un giorno di fare click. Uniti possiamo fare la storia contro un regime di sfruttamento ottocentesco». Al «No Delivery Day» parteciperà la Uiltucs, Nidil Cgil. «Chiediamo alle piattaforme – ha detto la segretaria generale Cgil Bari Gigia Bucci – di prendere atto che non è possibile continuare con un modello di business che mette al centro il lavoro autonomo e senza diritti».

 

ALL’APPELLO DEI RIDER, dopo un’assemblea nazionale di febbraio, hanno risposto i lavoratori dello spettacolo e i facchini della logistica che inizieranno a scioperare con Adl Cobas, Sial Cobas e Si Cobas dalle prime luci dell’alba. In questo caso c’è un legame diretto: da molte parti, infatti, si chiede l’estensione del contratto della logistica anche ai rider. Tutto questo nello stesso giorno in cui il movimento «Priorità alla scuola», il coordinamento dei precari della scuola e i Cobas manifestano in 60 città contro la Dad e la riapertura stabile in presenza. Previsto anche uno sciopero nel trasporto locale. Nelle singole città i presidi saranno attraversati da chi considera questa mobilitazione autorganizzata dal basso come una forma politica interessante nell’anno zero pandemico. Quella che si annuncia oggi è la più estesa, e articolata, manifestazione degli ultimi 12 mesi. Ed è un primo esperimento di convergenza delle lotte, e di costruzione di un discorso comune tra le categorie e oltre, in vista anche del prossimo primo maggio.

 

«LA MOBILITAZIONE dei rider rafforza un processo che trae forza anche dalle ultime pronuncia giurisprudenziali ultime- sostiene Alessandro Brunetti, avvocato del lavoro delle camere del lavoro autonomo e precario (Clap) che partecipano alla giornata – È avvenuto un passaggio di fase culturale e politico che ha spinto la magistratura a superare un vecchio modo di considerare il lavoro nella Gig economy attraverso un concetto di subordinazione arcaico, quello basato su orari fissi, direttive stringenti, obbligo della prestazione. Questo è avvenuto a Torino con le sentenze Foodora. Oggi una parte della giurisprudenza ha abbandonato queste posizioni e ha stabilito un altro criterio della subordinazione di tipo socio-economico. I rider possono avere i diritti del lavoro subordinato senza cedere ulteriormente le loro libertà. Queste lotte rendono possibile immaginare un nuovo ordinamento del lavoro dove si riesce a dare tutele minime anche al lavoro autonomo mono-committente e con prestazione personali. L’obiettivo è ottenere più diritti possibili con il massimo grado di autodeterminazione».

24/03/2021

Stefania Rainero

Rifondazione  Comunista  Grosseto

 

Il 26 marzo scenderanno in piazza, tra gli altri, i Cobas della scuola e quelli del trasporto pubblico, per una sacrosanta protesta di due settori che in tempo di pandemia sono così interconnessi. Infatti finora non si è voluto capire che gli ambienti scolastici sono i luoghi dove le regole si rispettano maggiormente e la maggior parte dei contagi avviene fuori dai plessi scolastici ed in particolare proprio nei trasporti.

 

Di conseguenza la scelta che è sempre stata fatta in più di un anno di pandemia è stata la più veloce e superficiale: chiudiamo la scuola!

Questo in controtendenza con l’atteggiamento assunto dalla quasi totalità degli altri paesi europei che hanno praticato il percorso inverso e cioè quello della chiusura delle scuole come ultima ratio. E quindi le famiglie, oltre a vivere tutte le altre situazioni di enorme disagio sociale, in primis quello lavorativo, si sono trovate a dover gestire anche tutte le grandi difficoltà che questa decisione ha generato come conseguenza. Per non parlare delle ripercussioni sulla psiche dei bambini e dei ragazzi a cui è stato tolto tutto questo tempo di vita che nessuno potrà loro restituire! Tante azioni potevano essere messe in campo, come già accennato, nel settore trasporti, specie nelle grandi città ed invece non si è intervenuti con la necessaria efficacia.

 

Con il governo Draghi, non solo non è cambiato niente, ma com’era prevedibile si è accentuata quella visione della scuola in chiave aziendalista in cui lo studente viene etichettato in modo funzionale ai datori di lavoro, oscurando completamente il rapporto tra educazione e cittadinanza. Non si può sostituire il sistema di relazioni che fanno della scuola il luogo elettivo dello “scambio”, tra alunni, tra alunni e insegnanti, tra insegnanti, con strumenti che non possono compensare la comunicazione emotiva ed affettiva, veicoli dell'attenzione, dell'interazione e della partecipazione attiva. Senza questi la scuola non sarebbe in grado di formare la cittadinanza indicata dalla Costituzione, di offrire saperi a ciascuno e ciascuna a prescindere dalla condizione di partenza, all'interno di un pluralismo culturale garantito dalla libertà d'insegnamento.

 

E invece nulla è cambiato rispetto alla formazione delle classi, che riproporranno gli stessi numeri e gli stessi problemi, con l’aggravante che anche nel caso ci si trovasse fuori dalla pandemia, almeno da questa, due anni di “surrogato” di scuola richiederebbero un’attenzione e una cura individuale, che le classi numerose non consentono. L’inevitabile crescita dell’abbandono scolastico, già tra i più alti d’Europa, dovrebbe essere affrontato con riforme finalizzate al diritto allo studio.

 

In merito ad alcuni punti specifici della piattaforma dello sciopero, concordiamo sul fatto di impiegare una parte significativa delle somme del Recovery Plan per:

1) ridurre a 20 il numero massimo di alunni per classe e a 15 in presenza di alunni diversamente abili;

2) garantire la continuità didattica e la sicurezza, assumendo con concorsi per soli titoli i docenti con tre anni scolastici di servizio e gli ATA con 24 mesi;

3) massicci interventi nell'edilizia scolastica per avere spazi idonei ad un scuola in presenza e in sicurezza" Inoltre:

a) la cancellazione dei progetti di Autonomia regionale differenziata;

b) il mantenimento dell'apertura in presenza almeno al 50% nelle Superiori e totale negli altri ordini di scuola, a meno di lockdown generalizzati ed estesi a tutte le attività.

Ci opponiamo, infine, a mandare a lavorare insegnanti in ambienti non sicuri ed auspichiamo una accelerazione del piano della vaccinazione, tramite la condivisione e la pubblicizzazione dei brevetti.

La scuola ha bisogno di riforme strutturali e non di azioni emergenziali, oltretutto di scarsa efficacia. Per tutti questi motivi il Partito della Rifondazione Comunista appoggia lo sciopero dei Cobas del 26 marzo

24/03/2021

Federico Giusti

da Controlacrisi

 

Sono trascorsi 22 anni dalla Guerra nei Balcani e tra pochi giorni ricorrerà l'anniversario dei primi bombardamenti contro Belgrado.
Si è persa memoria, da tempo, di questa triste pagina della storia europea, la guerra nei Balcani è stata presto dimenticata archiviandola come conflitto inter etnico per occultare le responsabilità occidentali nello smembramento della ex Jugoslavia attraverso l'esplosione di nazionalismi sanguinari. E, se a scrivere la storia sono sempre i vincitori, sul banco degli imputati non troviamo i nazionalisti del Kosovo, le milizie islamiche provenienti dall'Afganistan e successivamente protagoniste nel califfato, milizie che combattevano allora dalla parte dell'Occidente in funzione anti serba.

 

Senza cadere nel ginepraio di un conflito sul quale l'oblio occidentale ha calato un vergognoso silenzio, possiamo riflettere sulle conseguenze di quella guerra ?

 

Poco o nulla sappiamo dei danni ambientali provati dai bombardamenti, dell'inquinamento e dalla contaminazione dei territori.

 

Intere aree un tempo agricole o dedite alla pastorizia sono state oggetto di rapide industrializzazioni o cementificate, le multinazionali occidentali hanno messo solide radici nei vari paesi nati dalla disgregazione della ex Jugoslavia. E in alcune nazioni, ad esempio la Croazia, gli eroi nazionali non sono piu' i partigiani di Tito che combatterono contro l'occupante nazi fascista ma i collaborazionisti Ustascia .

 

In alcuni paesi è stata riscritta la storia novecentesca, i partigiani anti nazisti sono diventati i responsabili di eccidi commessi invece dall'occupante. Da qui nasce quel revisionismo storico che necessita di riscrivere il passato per giustificare le scelte politiche del presente.

 

Il revisionismo storico è funzionale alla legittimazione delle nuove entità nazionali e alla loro presenza ai tavoli delle potenze vincitrici salvo poi scoprire che nel Pantheon degli eroi nazionali ritroviamo esponenti di regimi legati al nazi fascismo.

 

Gli Stati Uniti, attraverso la Nato, hanno installato decine di basi militari nell’Europa Orientale e nei Balcani all'indomani della guerra contro la Jugoslavia (Serbia-Montenegro). Dopo la occupazione militare sono arrivati gli affari sull'onda delle politiche di austerità neoliberiste .

 

La svendita dei porti e dei sistemi pubblici in Grecia è stata funzionale agli interessi delle potenze occidentali, analogo discorso andrebbe fatto per altri paesi costretti a subire i ricatti del Fondo Monetario per ricevere prestiti onerosi la cui merce di scambio era costituita dalle privatizzazioni e dall'apertura dei mercati interni.

 

Negli ultimi 15 anni abbiamo compreso bene le ragioni del conflitto in Jugoslavia, a sinistra non se ne parla mentre negli ambienti padronali e militari la verità viene a galla.

 

Senza cadere nell'ideologia o in facili, e deprecabili, semplificazioni. possiamo asserire, senza timore di smentita, che lo smembramento della ex jugoslavia non ha fatto la fortuna solo della Nato oggi estesa in tutta l'area ma delle multinazionali occidentali che possono controllare il flusso delle materie energetiche provenienti dal Caspio e dal Golfo Persico. Decine di corridoi vedono protagoniste multinazionali occidentali che oggi devono guardarsi le spalle dall'invadenza turca e dalle sue alleanze variabili, dal protagonismo del Sultano che puo', sotto l'egida Nato, addentrarsi nel conflitto libico o bombardare deliberatamente le aree controllate dai Kurdi e cosi' facendo favorire le milizie islamiche di quello che fu il califfato.

 

Si puo' essere paese interno alla Nato e perseguire politiche regionali che all'apparenza siano contrarie agli interessi occidentali, il caso Turco sembra essere in tale senso paradigmatico. Ma nulla potrà il Sultano laddove le sue mire locali si scontrano con i supremi interessi delle multinazionali occidentali.

 

In questi mesi, nell'area balcanica, si sta combattendo una guerra commerciale sulle nuove rotte dei gas e del petrolio, in ballo interessi fondamentali per Francia, Usa e Italia presenti con le loro multinazionali che si sono accaparrate il controllo di innumerevoli società locali dalla Grecia alla Croazia, dalla Bulgaria ai paesi dell'ex blocco Urss.

 

E in questa area si combatte anche il conflitto per la fornitura dei Gas, tutto attraversa quello che fu un tempo il territorio della ex Jugoslavia.

 

Alla luce di questi fatti è forse piu' chiaro il motivo reale della Guerra nei Balcani?

20/03/2021

 

Appello approvato all’unanimità dalla Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea il 17 marzo 2021

 

Noi, compagne e compagni del Partito della Rifondazione Comunista, impegnate/i a costruire la più ampia e unitaria opposizione al governo Draghi, riteniamo urgente aprire una fase di dialogo e di ascolto reciproco fra tutte le donne e gli uomini che condividono l’urgenza della costruzione dell’alternativa. Confidiamo che questa “chiamata di emergenza” possa essere utile alla definizione e alla nascita di una prospettiva unitaria, in un confronto aperto e all’altezza della gravità di questo momento drammatico per il paese e per l’umanità tutta. La sindemia del Covid, che ha la sua origine nella devastazione ambientale ed è stata pesantemente amplificata dalla gestione privatistica di sanità ed industria farmaceutica, sottolinea la necessità di modificare urgentemente e radicalmente lo stato di cose presente. Occorre cambiare direzione, non tornare a prima!

 

Il governo Draghi esprime la convergenza di centrodestra, centrosinistra e movimento 5 stelle attorno alle politiche neoliberiste. Non si tratta di una novità assoluta: le diversità tra i poli politici oggi esistenti hanno il loro baricentro all’interno del “pensiero unico”. Il bipolarismo è servito principalmente ad espungere la rappresentanza delle classi popolari e dei loro interessi dal sistema politico, a sostituire l’alternanza all’alternativa.

 

In questo contesto è maturato un distacco tra popolo e istituzioni rappresentative che mette a rischio lo stesso quadro democratico. Crisi sociale e democratica si intrecciano pericolosamente.

 

Il principale elemento di controtendenza, in questa situazione altrimenti desolante, è costituito da un esteso tessuto di pratiche sociali, culturali e politiche – in cui siamo quotidianamente impegnate/i anche noi di Rifondazione Comunista – che alimenta dall’esterno del parlamento il conflitto di classe e ambientale, la dialettica sociale e democratica, il mutualismo e la solidarietà, le pratiche femministe e le campagne per la pace, i diritti e contro ogni discriminazione e razzismo. Vi sono reti, intelligenze e soggettività – associazioni, comitati, settori sindacali conflittuali, movimenti, partiti, liste ed esperienze civiche legate al territorio – che operano positivamente senza però avere quel profilo politico comune che è necessario al fine di costituire uno stabile punto di riferimento per le classi popolari e per larga parte del paese.

 

Si tratta di aprire una nuova fase.

 

Vogliamo cooperare per lo sviluppo di un movimento che, dall’opposizione al governo Draghi, a partire dalle questioni sociali, ambientali, democratiche, da quelle legate alla differenza di genere, porti alla costruzione, tanto difficile quanto necessaria, di una aggregazione, di una soggettività che da sinistra, insieme a forze ambientaliste e civiche, si batta per l’alternativa alla barbarie neoliberista e ai poli politici oggi esistenti. Si tratta di socializzare la politica e politicizzare il sociale, superando steccati e diffidenze che da tempo ostacolano la costruzione di un vasto movimento politico e sociale per l’alternativa, senza la pretesa di cancellare le differenze o di ridurre ad uno la pluralità delle diverse esperienze, ma ben consapevoli che nessuna delle forze della sinistra di alternativa esistenti ha oggi la forza o l’autorevolezza per realizzare questo obiettivo.

 

Vi invitiamo quindi ad affrontare insieme un percorso processuale di dialogo e cooperazione che valorizzi tutte le esperienze che operano sul piano sociale, culturale e politico e si muovono nella prospettiva di trasformare in modo profondo e radicale un sistema che antepone il profitto ai diritti delle persone e alla tutela della natura e dei beni comuni. Un percorso con l’obiettivo di porre le basi per una aggregazione unitaria e plurale, per una soggettività che per dimensioni e credibilità possa rappresentare una alternativa ai poli politici oggi esistenti.

 

Siamo consapevoli delle difficoltà da superare: prendiamoci il tempo necessario, senza l’incombere di precipitazioni elettoralistiche, ma con la coscienza di non dover perderne altro: il tempo è ora!

 

Noi ci siamo e vi proponiamo di aprire il dialogo. A tal fine vi invitiamo ad un primo momento di incontro on line per il giorno 28 marzo, dalle ore 16 alle ore 20,30.

18/03/2021

da Il manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Welfare all'italiana. L'osservatorio dell'Inps sul reddito di cittadinanza spiega: "E' una flessione fisiologica, avvenuta anche l'anno scorso, a causa del mancato aggiornamento del della dichiarazione sostitutiva unica". Con la differenza che nell'ultimo anno è scoppiata la pandemia e i poveri assoluti sono aumentati di un milione in dodici mesi. Gli effetti di una misura categoriale in uno Stato sociale inadeguato per una crisi che durerà anni. Nel decreto "sostegni" il governo Draghi stanzia un miliardo per il "reddito" e rifinanzia il suo duplicato del "reddito di emergenza"

 

 

 

Al «reddito di cittadinanza» è stato riconosciuto il ruolo di freno a un’emergenza sociale conclamata, ma che rischia di essere sottovalutata. Senza sarebbe stato peggio, si dice. Ma non sembra essere considerato il fatto che i suoi criteri patrimoniali ristretti escludono un’ampia fascia di poveri assoluti oltre che di poveri relativi come i lavoratori precari, intermittenti; quelli travolti dalla crisi economica innescata dalle misure prese per contenere il contagio del Covid; i cittadini extracomunitari residenti in Italia da meno di 10 anni sanzionati da una norma razzista del governo «Conte 1» con Lega e Cinque Stelle. La stima dell’Istat è ormai tristemente nota: un milione di poveri in più solo nel 2020 (Il Manifesto del 5 marzo). Se intesa come un reddito di base, estesa in termini universali, slegata dalle condizioni imposte nel 2019, e liberata dalle «politiche attive del lavoro» che il governo Draghi intende azionare sulla spinta del «Recovery plan» della Commissione Europea, la misura impropriamente definita come «reddito di cittadinanza» avrebbe potuto contenere la prima onda di una crisi sociale che durerà anni.

 

L’Osservatorio Inps ieri ha evidenziato gli effetti contingenti di una norma che restringe e non allarga il «reddito di cittadinanza», importo medio di 564 euro. Na poli è la provincia con più beneficiari (143 mila). A febbraio le famiglie che lo percepiscono sono diminuite per il mancato aggiornamento della dichiarazione sostitutiva unica che certifica ogni anno la situazione economica. I nuclei percettori del sussidio sono stati 1.009.000 (2,3 milioni di persone). A gennaio erano 1,2 milioni. 110 mila nuclei sono decaduti dal diritto. «Una flessione fisiologica, come l’anno scorso» spiega l’Inps. Con la differenza che c’è una pandemia in corso. Per ora, sostiene l’Inps, il costo di questa misura è stato superiore ai 12 miliardi di euro a partire da aprile 2019.

 

Un’altra causa di esclusione è stata la titolarità di auto o moto da parte di qualche componente del nucleo. Tra gennaio e febbraio 2021 il «reddito di cittadinanza» è stato revocato a 36mila nuclei. «Chiaro effetto – si legge nel rapporto – dei controlli generati grazie alla convenzione Inps con l’Aci. Se si è poveri non è possibile avere una macchina o un ciclomotore. Al massimo si può avere una casa, ma entro certi limiti. E attenzione a quanto si guadagna. Nel 20% dei casi il «reddito» è stato revocato perché le dichiarazioni non erano conformi al patrimonio mobiliare posseduto e ai redditi da attività lavorativa (18%). Ora pare che il nuovo governo prevede la sospensione del «reddito» in caso di lavoro precario e la ripresa della su erogazione dopo la fine del contratto.

 

Questo accade perché la misura è stata concepita per selezionare i poveri non per includerli in un Welfare universale. L’approccio generale è stato confermato da un’altra misura del governo «Conte 2» che sarà confermata nel decreto «sostegni» del governo Draghi: il «reddito di emergenza» (Rem), un duplicato del «reddito di cittadinanza» che risponde a criteri più laschi, ma pur sempre condizionati. Invece di estendere la misura principale, si continuerà a finanziare un’altra secondaria, tra i 400 e gli 800 euro, per tre mensilità. Il risultato sarà quello di segmentare, frammentare e rendere il più possibile temporaneo il riconoscimento di un diritto di esistenza anche in un periodo di emergenza come quello pandemico. Nelle intenzioni del nuovo governo tali mensilità dovrebbero andare a chi ha esaurito la Naspi e la Discoll tra luglio e febbraio. Invece di prospettare una riforma generale si continua con lo Stato sociale all’italiana: categoriale, escludente, diseguale.

18/03/2021

da Il manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Welfare all'italiana. L'osservatorio dell'Inps sul reddito di cittadinanza spiega: "E' una flessione fisiologica, avvenuta anche l'anno scorso, a causa del mancato aggiornamento del della dichiarazione sostitutiva unica". Con la differenza che nell'ultimo anno è scoppiata la pandemia e i poveri assoluti sono aumentati di un milione in dodici mesi. Gli effetti di una misura categoriale in uno Stato sociale inadeguato per una crisi che durerà anni. Nel decreto "sostegni" il governo Draghi stanzia un miliardo per il "reddito" e rifinanzia il suo duplicato del "reddito di emergenza"

 

 

 

Al «reddito di cittadinanza» è stato riconosciuto il ruolo di freno a un’emergenza sociale conclamata, ma che rischia di essere sottovalutata. Senza sarebbe stato peggio, si dice. Ma non sembra essere considerato il fatto che i suoi criteri patrimoniali ristretti escludono un’ampia fascia di poveri assoluti oltre che di poveri relativi come i lavoratori precari, intermittenti; quelli travolti dalla crisi economica innescata dalle misure prese per contenere il contagio del Covid; i cittadini extracomunitari residenti in Italia da meno di 10 anni sanzionati da una norma razzista del governo «Conte 1» con Lega e Cinque Stelle. La stima dell’Istat è ormai tristemente nota: un milione di poveri in più solo nel 2020 (Il Manifesto del 5 marzo). Se intesa come un reddito di base, estesa in termini universali, slegata dalle condizioni imposte nel 2019, e liberata dalle «politiche attive del lavoro» che il governo Draghi intende azionare sulla spinta del «Recovery plan» della Commissione Europea, la misura impropriamente definita come «reddito di cittadinanza» avrebbe potuto contenere la prima onda di una crisi sociale che durerà anni.

 

L’Osservatorio Inps ieri ha evidenziato gli effetti contingenti di una norma che restringe e non allarga il «reddito di cittadinanza», importo medio di 564 euro. Na poli è la provincia con più beneficiari (143 mila). A febbraio le famiglie che lo percepiscono sono diminuite per il mancato aggiornamento della dichiarazione sostitutiva unica che certifica ogni anno la situazione economica. I nuclei percettori del sussidio sono stati 1.009.000 (2,3 milioni di persone). A gennaio erano 1,2 milioni. 110 mila nuclei sono decaduti dal diritto. «Una flessione fisiologica, come l’anno scorso» spiega l’Inps. Con la differenza che c’è una pandemia in corso. Per ora, sostiene l’Inps, il costo di questa misura è stato superiore ai 12 miliardi di euro a partire da aprile 2019.

 

Un’altra causa di esclusione è stata la titolarità di auto o moto da parte di qualche componente del nucleo. Tra gennaio e febbraio 2021 il «reddito di cittadinanza» è stato revocato a 36mila nuclei. «Chiaro effetto – si legge nel rapporto – dei controlli generati grazie alla convenzione Inps con l’Aci. Se si è poveri non è possibile avere una macchina o un ciclomotore. Al massimo si può avere una casa, ma entro certi limiti. E attenzione a quanto si guadagna. Nel 20% dei casi il «reddito» è stato revocato perché le dichiarazioni non erano conformi al patrimonio mobiliare posseduto e ai redditi da attività lavorativa (18%). Ora pare che il nuovo governo prevede la sospensione del «reddito» in caso di lavoro precario e la ripresa della su erogazione dopo la fine del contratto.

 

Questo accade perché la misura è stata concepita per selezionare i poveri non per includerli in un Welfare universale. L’approccio generale è stato confermato da un’altra misura del governo «Conte 2» che sarà confermata nel decreto «sostegni» del governo Draghi: il «reddito di emergenza» (Rem), un duplicato del «reddito di cittadinanza» che risponde a criteri più laschi, ma pur sempre condizionati. Invece di estendere la misura principale, si continuerà a finanziare un’altra secondaria, tra i 400 e gli 800 euro, per tre mensilità. Il risultato sarà quello di segmentare, frammentare e rendere il più possibile temporaneo il riconoscimento di un diritto di esistenza anche in un periodo di emergenza come quello pandemico. Nelle intenzioni del nuovo governo tali mensilità dovrebbero andare a chi ha esaurito la Naspi e la Discoll tra luglio e febbraio. Invece di prospettare una riforma generale si continua con lo Stato sociale all’italiana: categoriale, escludente, diseguale.

17/03/2021

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale
Stefano Galieni, responsabile immigrazione PRC-S.E.

 

Rifondazione Comunista è da sempre favorevole ad una riforma della legge sulla cittadinanza che porti verso lo Ius Soli.

 

Giudichiamo positivamente che il neosegretario del Pd Enrico Letta, l’abbia rilanciata ma non ci sfugge che questo sia avvenuto per mostrare che si resta contrapposti tanto alla destra di Salvini e si incalzano Conte e M5S.

 

Il Pd dichiarandosi più “draghista” della Lega ha bisogno di un supplemento d’anima. Il neoliberismo progressista (per usare la calzante definizione di Nancy Fraser) ogni tanto ha bisogno di innalzare una bandiera per l’elettorato di sinistra.

 

Lo stesso Renzi che andava ai family day a un certo punto fece proprio il riconoscimento delle unioni civili, che quelli come lui avevano impedito per anni. Noi comuniste/i non abbiamo nulla a che fare con i rozzobruni i quali, con argomenti che legittimano i fascioleghisti, si schierano anche contro lo ius soli per andare contro il Pd.

 

Le/i comuniste/i sono i democratici più coerenti. Fu il Pd nel 2015 a rinunciare ad una battaglia di civiltà, riponendo nel cassetto una legge, peraltro moderata (ius culturae) nel timore di perdere consensi.

 

Hanno stravolto la Costituzione, distrutto la sanità, cancellato l’articolo 18 non hanno nanche trovato il coraggio di votare una legge che avrebbe messo in sicurezza circa 900 mila fra ragazze e ragazzi. Nel discorso inaugurale di Letta non c’è stato un accenno di autocritica rispetto a vent’anni di politiche neoliberiste di Ulivo e Pd che hanno contribuito all’imbarbarimento del paese e alla crescita della destra.

Non c’è nemmeno traccia del fatto che con il governo Conte 2 e la ministra Lamorgese sono aumentati i morti in mare, i respingimenti in Libia, gli attacchi alle navi delle Ong. Così come in pandemia sono peggiorate, più che per altri, le condizioni di vita e di lavoro di tutto il paese e soprattutto di chi è immigrata/o.


Dietro la retorica progressista il Pd si comporta come e a volte peggio della Lega.

14.03.2021

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

Intervista a Ugo Pagano (Forum Disuguaglianze). Il professore di Siena: nel voto hanno vinto le pressioni delle aziende farmaceutiche. A livello globale però l’occidente sta perdendo: «Troppi segreti industriali e pochi stabilimenti: Cina e Russia dominano». Per cambiare il sistema ecco la proposta: «Il Wto imponga a ogni paese un 3% di scienza libera da condividere, solo così i vaccini saranno un bene comune».

 

«Sulla sospensione dei brevetti siamo davanti a una assenza di trasparenza totale. L’Europa e il mondo occidentale stanno perdendo la guerra globale dei vaccini perché hanno fondato un sistema basato su scienza e mercati chiusi. Ma noi, come tante organizzazioni nel mondo, continueremo a lottare per cambiare il sistema e rendere la ricerca scientifica un bene comune». Ugo Pagano, professore di politica economica all’università di Siena, si occupa del tema vaccini per il Forum disuguaglianze e diversità fondato da Fabrizio Barca.

 

Professor Pagano, come spiega il voto al Wto contrario alla proposta di India e Sud Africa di sospendere i brevetti sui vaccini contro il Covid?
Hanno prevalso le pressioni e gli interessi delle case farmaceutiche. Il processo decisionale ad ogni livello è stato opaco. Assieme ad altre 168 associazioni avevamo scritto a Draghi per chiedere la sospensione dei brevetti e non abbiamo avuto risposta. A livello europeo, la posizione da esprimere al Wto spetta al consiglio che delega la commissione. Il rappresentante dell’Unione europea al Wto è uno solo ma ha un pacchetto di 26 voti, diversamente dal Fondo monetario internazionale dove voti sono ponderati rispetto al bilancio. Dunque l’Europa aveva un peso enorme e decisivo. Ma alla fine tutti i voti europei sono andati contro la proposta di India e Sud Africa sebbene un vero e proprio voto non ci sia stato.

 

Ora la neo presidente africana del Wto Nogzi Okonio Iweala parla di una terza via possibile: «facilitare il trasferimento di tecnologie all’interno del quadro normativo multilaterale». È una soluzione percorribile?
È percorribile ma non è auspicabile. Per spiegarlo bisogna tornare alla fondazione del modello attuale. Al tempo del vaccino antipolio eravamo davanti ad un modello di scienza aperta e mercati aperti: nella ricerca scientifica c’era una concorrenza di piattaforma fra il vaccino depotenziato di Sabin e quello Salk con virus inattivato, così qualsiasi azienda certificata poteva produrre i vaccini senza brevetti. Dal 1994 con il Wto siamo arrivati ai Trips , l’accordo del mondo occidentale per tutelare la proprietà intellettuale e i brevetti che ha portato ad un sistema a scienza chiusa e mercati chiusi dove domina il segreto industriale e anche le stesse università si fanno la guerra per brevettare. In questo quadro «il trasferimento di tecnologie» è quasi impossibile.

 

Sui vaccini anti Covid però alcune aziende sostengono di aver rinunciato al brevetto. Non è così?
In realtà Moderna non ha rinunciato al brevetto. Sul suo sito sostiene di voler «sospendere le azioni legali» legate all’uso del brevetto. In pratica quale azienda farebbe un investimento sulla produzione con questa premessa? È una dichiarazione totalmente propagandistica che non darà seguito a niente. All’inizio anche Oxford Astrazeneca voleva rinunciare al brevetto. Sembra sia stata la fondazione Gates a imporlo per poi fare mecenatismo: in pratica ricicla in beneficenza i proventi del brevetto stesso.

 

Esiste un altro modello? E come si collega con la battaglia globale dei vaccini?
Sì, la Cina ha rinunciato dall’inizio al brevetto sul Sinovac che in Brasile viene prodotto dall’istituto di sanità pubblica Butantan. E la Russia ha la stessa linea. Questo testimonia la debolezza geopolitica dell’occidente che si acuisce col fatto che i nuovi vaccina a Rna sono prodotti in pochi stabilimenti molto protetti.

 

Quale può essere la via d’uscita?
Come Forum diseguaglianze e diversità abbiamo fatto una proposta precisa: per combattere la concorrenza sleale, il Wto dovrebbe imporre ai paesi almeno un 3% di scienza aperta da condividere e renderebbe possibile rafforzare il progetto Covax. Questo favorirebbe anche la ricerca pubblica che invece da decenni viene tagliata.

 

In Italia invece il ministro Giorgetti punta al sovranismo vaccinale promettendo fondi pubblici alle aziende che riconvertiranno la produzione.
È una strada che non darà vantaggi immediati. Per il futuro però sarà importante poter produrre vaccini perché il rischio di virus creati in laboratorio è reale. In questo senso l’alleanza fra esercito e Toscana Life Science è un segnale positivo.

12/03/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Che Matteo Salvini sia terribilmente scomodo in questo governo allargato è un’evidenza negata solo da quelli che per convenienza hanno voluto rivenderci la svolta del leader leghista, tanto per magnificare preventivamente le doti di Draghi nel mondare salvificamente una politica che invece (purtroppo) rimane sempre uguale a se stessa. Che la base di Salvini sia in subbuglio, soprattutto quella più estrema ai limiti del negazionismo che ha accarezzato di sponda in tutti i mesi di questa pandemia è un fatto che basta verificare scorrendo i commenti ai suoi post su uno qualsiasi dei social che il segretario leghista utilizza con veemente frequenza. Anche i molti imprenditori che confidavano in lui per un fulmineo ritorno alle aperture e a una presunta normalità (perfino sfidando i ragionevoli rischi del virus) sono parecchio incazzati.

 

A questo aggiungeteci che all’interno del partito Salvini comincia a perdere appoggi importanti e a soffrire figure come quella di Giorgetti che viene considerato molto più affidabile dai ceti produttivi del nord, senza dimenticare Zaia che da tempo aspetta solo il momento giusto per provare a tirare la sua zampata e prendersi il partito. Se non bastasse là fuori c’è anche Giorgia Meloni che nella più comoda posizione di oppositrice al governo ha le mani libere per sparare a palle incatenate contro le decisioni di Draghi e dei ministri senza doversi prendere la responsabilità di proporre per forza delle alternative.

 

E che farà Salvini? Tornerà a essere il solito Salvini. Anzi, ha già cominciato. Nella distrazione generale ha cominciato a spargere un po’ di messaggi di odio e di razzismo: l’8 marzo ha commentato la notizia del referendum in Svizzera sul burqa mischiando un po’ le carte e parlando di «una decisione dei cittadini a difesa dei valori della civiltà occidentale ed europea, contro ogni violenza, discriminazione e sopraffazione»; lo stesso giorno ha scritto che «serve più rigore nel controllo degli sbarchi, anche alla luce del recente allarme dei Servizi di intelligence sui rischi di infiltrazione terroristica: i confini dell’Italia sono confini europei»; il 9 marzo è tornato ai fasti di un tempo annunciando l’intenzione di «confrontarmi al più presto con il Presidente Draghi e il ministro Lamorgese per trovare soluzioni. L’Italia soprattutto in pandemia – e con molti cittadini costretti a casa – non può permettersi sbarchi a raffica, clandestini a spasso e illegalità»; ieri è partito con le solite menzogne sbraitando «che il traffico di esseri umani sia un business per la malavita organizzata e che alcune Ong siano complici era una mia convinzione ed ora lo è anche di diverse procure» e dicendo chiaramente «continuo a pensare che, anche in un momento di pandemia, tornare a difendere i confini sia una necessità».

 

Come al solito, quando si trova in difficoltà, estrae dal cilindro migranti e confini che gli hanno fruttato tanta fortuna. Solo che il difficile momento nazionale (e la conformazione di questo governo) renderanno ancora più difficile la sua propaganda e allora urlerà ancora più forte, ancora più feroce, ancora più violento. E tornerà il solito Salvini, la sua conversione si dimostrerà una semplice posa e si ricomincia tutto da capo.

Segnatevelo.

11/03/2021

Giulio Cavalli

da Left

 

La sentite intorno quest’aria tutta concorde? Sembra una pacificazione e invece è lo stallo che si crea quando partiti e poteri si allineano, lo fanno spesso in nome di una non meglio precisata “unità nazionale”, quando tutti insieme si deve uscire da una “crisi” e questa volta funziona perfettamente in nome dell’epidemia. Accade che partiti lontanissimi tra loro si trovino seduti nello stesso governo, quelli che si erano sputati addosso fino a qualche minuto prima e quelli che hanno spergiurato un milione di volte “mai con quelli là” e accade che anche l’osservazione di ciò che non funziona improvvisamente si ottunda.

 

La Lombardia, ad esempio. La campagna delle vaccinazioni anti Covid in Lombardia è una drammatica sequela di errori e di ritardi, di incomprensibili scelte e di gravi inadempienze. Qualcosa che grida vendetta ma che soprattutto meriterebbe un dibattito politico nazionale, una parola, un ammonimento, almeno uno sprono, qualcosa qualsiasi.

 

In Lombardia accade che alcune persone che non hanno diritto al vaccino riescano a prenotarlo e a farlo tranquillamente per un link del sistema regionale che presenta un’evidente falla. L’ha scoperto Radio Popolare e lo confermano lombardi che raccontano di averlo ricevuto nei gruppi di watshapp. «Ho fissato l’orario – racconta una testimone – e dopo dieci minuti ho avuto la mail di conferma per andare lunedì 8 marzo alle 12.05 all’ospedale militare di Baggio. Non ci credevo fino in fondo, ma quando sono arrivata lì incredibilmente ho verificato che ero davvero in lista». I direttori sociosanitari dicono che non hanno nessun modo per controllare le liste che sarebbero tutte in mano all’Asst. Tutto bene, insomma.

 

Il magico software regionale tra l’altro convoca i cittadini (vale la pena ricordare: quasi tutti anziani) con un preavviso di poche ore, la sera precedente. Alcuni sono costretti a fare chilometri e chilometri nonostante abbiano punti vaccinali molto più vicini. Alcuni addirittura hanno ricevuto invece due messaggi: «Ho ricevuto la convocazione dopo pochissimi giorni dall’iscrizione – racconta Maria Grazia alla consigliera regionale (Lombardi Civici Europeisti) Elisabetta Strada – ahimè però ho ricevuto due sms, a distanza di qualche ora, il primo mi convocava in piazza Principessa Clotilde alle ore 11 e il secondo ad Affori alle 16. Non sapevo quale dei due messaggi fosse corretto e al numero verde mi hanno risposto che non lo sapevano nemmeno loro. Sono andata dove mi era più comodo». Ovvio che se la gente non si presenta all’appuntamento i vaccini poi a fine giornata vadano buttati. In Regione giacciono interrogazioni che chiedono conto di quante dosi siano state sprecate finora: nessuna risposta, ovviamente.

 

All’8 marzo su oltre 720mila over 80 lombardi circa 575mila hanno aderito alla campagna e ne sono stati vaccinati 150mila. Dei 140mila che non hanno aderito non si sa nulla: non sono riusciti a prenotarsi? Non sono informati? Rifiutano il vaccino?

 

Poi ci sono gli errori di gestione degli spazi: ad Antegnate, provincia di Bergamo, è stato previsto un punto vaccinale nel centro commerciale del paese. Per un errore di pianificazione domenica 28 febbraio c’erano in coda quasi duemila persone. Sempre anziani, ovviamente assembrati. A Chiuduno, sempre nella bergamasca, il punto vaccinale è invece in un centro congressi che potrebbe gestire 2600 vaccinazioni al giorno e si viaggia a un ritmo di 800.

 

Perfino Bertolaso ha dovuto ammetterlo: «Il sistema delle vaccinazioni degli over 80 continua a funzionare male, a creare equivoci, ritardi», ha dichiarato. Addirittura Salvini: «Problemi nella campagna vaccinale della Lombardia? Se qualcuno ha sbagliato paga, e quindi anche della macchina tecnica di Regione Lombardia evidentemente c’è qualcuno che non è all’altezza del compito richiesto». Ora la Regione Lombardia ha deciso di appoggiarsi al portale delle Poste, scaricando di fatto il gestore Aria, un carrozzone voluto da Fontana e soci per “guidare la trasformazione digitale della Lombardia”. Ottimo, eh?

 

Stiamo parlando della regione che ha collezionato un terzo dei morti per Covid di tutta Italia, della regione che ancora oggi sta vedendo i suoi dati peggiorare più di tutti. Serve una testimonianza? Eccomi qui: padre dializzato, invalido al 100%, ovviamente ultraottantenne e per ora l’unico segno di vita è un sms di scuse per il ritardo.

 

Tutto questo dopo un anno di sfaceli politici e organizzativi. Ma davvero, ma cosa serve di più per commissariare la Lombardia?

Pagine