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26/08/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista

 

Dobbiamo ringraziare Dora Palumbo, consigliera comunale ex-cinque stelle e candidata sindaca per la lista Sinistra Unita per Bologna sostenuta anche dal nostro partito, per aver denunciato ieri con un comunicato che alla Festa nazionale del PD si invitano esponenti di estrema destra e naturalmente nessuno della sinistra radicale.

 

Per esempio Galeazzo Bignami, parlamentare di Fratelli d’Italia che qualche anno fa balzò agli onori delle cronache per una foto in cui posava ostentando una svastica sul braccio. Oppure Igor Iezzi, parlamentare leghista sostenuto dai neonazisti di LealtàAzione.
Ha proprio ragione Dora Palumbo quando segnala che nessun esponente di sinistra è stato invitato alla kermesse suggerendo che il Pd “ha bisogno di confrontarsi con forze di destra per apparire di sinistra” temendo il confronto “con chi di sinistra lo è realmente”.

 

D’altronde cosa aspettarsi dal partito del ministro Franceschini che ha nominato al vertice dell’Archivio di Stato un bibliotecario estimatore di Pino Rauti nonostante la protesta dell’associazione dei familiari delle vittime delle stragi?

Per il PD l’antifascismo serve come le sardine a raccattare voto utile alle elezioni. Poi con la destra si può anche andare al governo come hanno fatto con Monti e oggi con Draghi.

25/08/2021

Giovanni Pulvino

 

Ridurre l’orario di lavoro si può fare. È solo una questione di tempo, ma questo sarà

 

Nel 1996 Rifondazione comunista propose al governo di cui faceva parte la riduzione dell’orario di lavoro. L’iniziativa non trovò il consenso delle altre forze politiche e dell’allora presidente del Consiglio, Romano Prodi. Quella mancanza di coraggio nel prendere in considerazione quella proposta che per certi aspetti era rivoluzionaria fu uno dei motivi della caduta di quell’Esecutivo.

 

In quella legislatura l’Italia entrò nell’Euro, risanò i conti pubblici e diede avvio ad una fase di crescita economica, ma, quella Maggioranza, non ebbe la forza per imporre una riforma del mercato del lavoro così dirimente.

Eppure, la riduzione dell’orario di lavoro era ed è inevitabile.

 

Negli ultimi cinque anni in Islanda è stata fatta una sperimentazione. I risultati sono stati entusiasmanti. I lavoratori del settore pubblico hanno potuto operare con orari più brevi senza subire la riduzione dello stipendio. L’esperimento ha evidenziato anche un aumento della produttività ed i dipendenti si sono sentiti meno stressati nello svolgere la loro mansione.

 

Lavorare meno per lavorare tutti era uno slogan della Sinistra extraparlamentare degli anni Settanta. Ridurre l’orario di lavoro oggi si può fare. I vantaggi sarebbero tanti. Si limiterebbe la disoccupazione. Le aziende avrebbero lavoratori più motivati, la produttività aumenterebbe. L’incremento delle ore da dedicare al tempo libero darebbe impulso alle imprese del settore. La conseguente redistribuzione della ricchezza favorirebbe la crescita economica. Le disuguaglianze ed i privilegi si ridurrebbero.  

Ed è un’esigenza del sistema economico capitalista. La concentrazione della ricchezza provoca crisi e conflitti sociali. ‘L’1% più ricco deteneva a metà del 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone’. Questo è quanto si legge nel rapporto Time to care pubblicato poche settimane da Oxfam Italia. Jeff Bezos proprietario di Amazon ha un patrimonio di 177 miliardi di dollari. Certo, questa ricchezza è frutto della sue capacità imprenditoriali, ma è dovuta anche e soprattutto al lavoro di decine di migliaia di lavoratori. Il punto è che i profitti prodotti dalla multinazionale americana non sono redistribuiti in modo equo tra dipendenti e proprietà. L’accumulazione del capitale provoca, inevitabilmente, disuguaglianze e privilegi. È sempre stato così.

Per limitarli occorrono provvedimenti dirimenti. Aumentare le tasse, oggi i colossi del web non pagano quasi nulla, incrementare gli stipendi dei dipendenti e ridurre l’orario di lavoro. Negli ultimi trent’anni è avvenuto l’esatto contrario. Sono cresciuti i profitti e le disuguaglianze, il lavoro è sempre più precario e mal pagato, le tasse sono state abbassate per i ceti benestanti.

 

Tutto questo è un passaggio.

 

Presto sarà necessario redistribuire la ricchezza ed il modo più semplice sarà quello di ridurre l’orario di lavoro e, nello stesso tempo, aumentare il salario. È solo una questione di tempo, ma questo sarà.

24/08/2021

Left

Giulio Cavalli

 

Tommaso Claudi (persona dalle indubbie qualità morali per il coraggio e per la dedizione alla causa) viene definito "console" a Kabul. L'ambasciatore, intanto, a differenza di altri colleghi, se n'è andato dall'Afghanistan...

 

È iniziata la tipica fase in cui ci imbattiamo ogni volta che l’Occidente combina disastri in qualche Paese straniero e ha l’urgenza di apparire con la faccia del buono. Diceva Gino Strada (e lo ripete spesso e bene sua figlia Cecilia) che per fare bene la guerra bisogna imparare a usare bene le parole che servono per compiere la truffa in modo chirurgico: le missioni di pace che sono stracariche di armamenti ne sono un fulgido esempio ma anche le bombe che dovrebbero essere “intelligenti” o peggio i cosiddetti “danni collaterali” (che sono civili innocenti rimasti ammazzati per terra) rendono perfettamente l’idea di un’operazione di disinfestazione utile a fare apparire vero ciò che invece non lo è.

 

Le foto dei soldati che salvano i bambini, ad esempio, sono certamente funzionali per una superficiale impressione in cui i buoni sono talmente buoni da apparire salvifici e i bambini vengono tratti in salvo grazie all’attenzione dei soldati occidentali che con le loro mani li strappano dall’inferno: quei bambini vengono strappati dalle loro famiglie che non sanno mai se riusciranno a mettersi in salvo da una situazione in cui gli Stati che vorrebbero apparire come salvatori hanno responsabilità enormi. Non solo: sono gli stessi soldati che puntano i loro fucili contro quei bambini nei campi profughi in giro per il mondo. Non solo: sono gli stessi soldati che hanno addestrato quelli che ora sono diventati carnefici, sono gli stessi soldati che esportano la democrazia a suon di bombe.

 

Certo non è facile tenere la barra dritta e mantenere un equilibrio di osservazione, restando lucidi. Però, sia detto, questa insopportabile trasformazione in “buoni” è innocente e immorale. Ieri in Italia è esplosa la fiabesca narrazione di Tommaso Claudi, definito “console” su tutti i siti dei principali media mentre viene fotografato indaffarato a salvare bambini. Peppe Marici, portavoce del ministro degli affari esteri Di Maio, ha confezionato un zuccheroso tweet: «Oltre quel muro c’è la speranza. Grazie al nostro console a #Kabul Tommaso Claudi. Non si sta risparmiando, senza sosta, fino all’ultimo». Benissimo. Peccato che Claudi (persona dalle indubbie qualità morali per il coraggio e per la dedizione alla causa) non sia “console” ma semplice “secondo segretario generale” (come fa notare mazzetta su twitter) e questa morbida narrazione serve per non dire che l’ambasciatore Vittorio Sandalli se n’è andato dall’Afghanistan in fretta e furia. Non solo: la Farnesina nei giorni scorsi ha confezionato una nota esultante in cui ci dice che l’Ambasciata italiana a Kabul è stata ricostituita, udite udite, a Roma (sembra uno scherzo, lo so). Nella nota si dice che a Kabul è rimasto un “presidio diplomatico” che altro non è quel Tommaso Claudi facente funzioni di console ma che non lo è visto che non esiste nessun consolato italiano. Se a qualcuno viene il dubbio che tutti gli ambasciatori per motivi di sicurezza se ne siano andati allora vale la pena sapere che l’ambasciatore britannico è molto apprezzato in patria proprio perché è rimasto, l’ambasciatore tedesco incontra e tratta di persona con i talebani, l’ambasciatore francese a Kabul è indaffaratissimo, come quello dell’Unione, l’ambasciatore spagnolo a Kabul dice che non rientrerà fino a che l’ultimo spagnolo e l’ultimo collaboratore degli spagnoli non avranno lasciato l’Afghanishtan. E se vi è capitato di leggere giornali entusiasti per l’italiano Pontecorvo, definito “ambasciatore” si sono dimenticati che lavora per la Nato. 

 

Questo è solo un piccolo esempio eppure racconta moltissimo della comunicazione in tempo di guerra. E qui, se ci pensate bene, siamo sempre in guerra: pensate come sta messa la comunicazione.

22.08/2021

Serena Tarabini

MILANO

DA il Manifesto

 

L'addio. Volontari di Emergency da tutta Italia, cittadini, futuri medici: oltre 3mila persone nel primo giorno di camera ardente a Milano. Frankie-Hi-Nrg: «Non ho imparato abbastanza». Don Ciotti: «Urliamo il suo messaggio»

 

La scritta che campeggia sulle mura esterne di Casa Emergency è probabilmente quella che tutte le persone che stanno venendo a dare l’ultimo saluto a Gino Strada hanno nel cuore: «Grazie Gino».

 

La camera ardente ha aperto i battenti ieri alle 16 ma già ore prima si è formata una lunghissima fila silenziosa: persone di tutte le età e provenienti da diverse parti di Italia hanno aspettato di entrare sotto il solo cocente.

 

Dentro è stato tutto allestito per condurre le persone nella sala dove l’urna con le ceneri è arrivata dalla Francia poco prima dell’apertura, circondata da fiori sotto una foto che ritrae uno dei rari sorrisi di Gino Strada e una sua frase: «I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi».

 

Una delle sue frasi taglienti, quelle di un uomo schietto che risultava spesso burbero perché era «profondamente arrabbiato per il dolore che aveva di fronte», così lo ricorda Sandro Bertani, vice presidente di Emergency, il cui volto teso mostra tutto il dolore, lo smarrimento, la preoccupazione che i membri di Emergency stanno provando.

 

I volontari venuti da tutte le parti d’Italia, e non solo dall’Italia, sono tantissimi. Per una di loro, da Pistoia, sarà molto difficile andare avanti. Altri, come quelli che hanno animato a Milano le brigate sanitarie che hanno distribuito gratuitamente tamponi, si augurano che nuove forze arrivino a percorrere la via che Gino ha tracciato.

 

Una ragazza, volontaria di Emergency, ha scelto di diventare medico quando ha conosciuto l’associazione: si è laureata da pochi giorni e per lei questo momento è la chiusura di un cerchio, non vede l’ora di partire.

 

«I semi che Gino ha disperso sono stati raccolti – dice Rossella Miccio, presidente di Emergency – La partecipazione di oggi ci fa capire quanto importante sia stato il lavoro di Gino e quante persone abbia toccato nel profondo».

 

Le persone che hanno avuto accesso dalle 16 alle 19 di ieri, secondo l’associazione, sono state quasi 3mila. La formula scelta è stata molto semplice: nessuna cerimonia, nessun microfono, nessun palco.

 

Fra le personalità attese il primo ad arrivare è stato il sindaco Sala, che ha sottolineato la capacità di Gino Strada di guardare sempre avanti, di non avere bisogno di fare l’elenco di quello che aveva fatto; interpellato rispetto alla questione dell’intitolazione di una strada o di una piazza ha ribadito di volersi confrontare con la famiglia e l’associazione prima di prendere qualsiasi decisione.

 

Massimo Moratti è arrivato accompagnato dalla moglie Milly e dal figlio; l’ex presidente dell’Inter, grande amico di Strada, era in lacrime e ha detto solo poche parole: «Un grande dispiacere che non ci sia più. Ora bisogna aiutare Emergency».

 

Sono arrivati anche il segretario della Cgil Maurizio Landini, per il quale Strada è stato un amico e un esempio di coerenza, e accolto dagli applausi Don Ciotti: il fondatore di Libera aveva sviluppato con Gino Strada un rapporto inevitabilmente profondo e vivo e si è concesso davanti all’urna un momento intimo più lungo degli altri.

 

Il suo compito in questa occasione è stato quello di invitare a non piangere per chi ne è andato ma di ritrovarlo: «Il miglior modo per salutarlo e per rendere viva la sua memoria è andarlo a cercare nelle persone che lui ha servito, ha amato, ha curato e agire come lui diceva: con coraggio e urgenza. Mai come oggi il suo messaggio è da raccogliere, da urlare: senza ipocrisie ed egoismi. Quello che si sta consumando è un olocausto».
Commosso un altro amico storico, il cantante Frankie -Hi- Nrg: «Un amico da cui non ho imparato abbastanza».

 

Le persone, lasciato l’ultimo saluto, non se ne vanno. Rimangono in Via Santa Croce, chi in silenzio, chi da solo, chi a gruppi, chi davanti al cancello a leggere i tanti messaggi lasciati assieme a fiori, disegni di bambini, fotografie.

 

Sono lettere, ricordi, saluti, ringraziamenti traboccanti di affetto da parte di persone singole, di associazioni, di sindacati o di gruppi di volontari. Una frase per tutti, forse la più bella: «Adesso vai Gino. Continuiamo noi».

21.08.2021

da il Manifesto

Dorella Cianci

 

I moniti di Gino Strada. Diceva il fondatore dell'Ong: “Oggi il mondo benestante vaccina una persona al secondo per Covid. Allo stesso ritmo, nel continente africano si muore”. E da questo discorso non fa eccezione l’Afghanistan

 

 

 

Esiste una dispettosa e beffarda coincidenza fra la morte di Gino Strada e la caduta di Kabul, come se una parte di mondo stesse scivolando via sotto il disinteresse dell’Occidente, quel pezzo di mondo a cui proprio Gino aveva pensato parlando dei vaccini anti-Covid.

 

Resterà indimenticabile, per molti di noi, quella sua frase pronunciata a Maggio per il quotidiano cattolico l’Avvenire: “Oggi il mondo benestante vaccina una persona al secondo per Covid. Allo stesso ritmo, nel continente africano si muore”. E da questo discorso non fa eccezione l’Afghanistan, che, oltre alla drammatica situazione del regime dei talebani, vede affiancarsi il timore di una pandemia fuori controllo, che passa sotto silenzio nei giornali del mondo, come se quel microscopico virus fosse intimorito dall’emirato talebano. Ovviamente non è così, i contagi crescono e solo lo 0.5 % (dati ancora incerti) della popolazione afghana risulta vaccinata. Un nulla.

 

Si muore da quelle parti: si muore per gli spari, si muore per la siccità più forte degli ultimi trent’anni che rende precarie anche le condizioni igieniche, si muore per il cibo che scarseggia nella periferia di Herat e di Kabul. Si muore mentre, per citare ancora Strada, “in Europa c’è anche chi si permette di rinunciare alla propria dose vaccinale, ipotizzando assurde controindicazioni da vaccino anti-Covid (senza neanche una minima competenza medica)”.

 

Non sono parole facili da dimenticare e torna alle mente la battuta amara e vera del lungimirante fondatore di Emergency, quando fu costruito il Centro di Maternità di Anabah, nella Valle del Panshir: “Si nasce in Afghanistan, non si muore soltanto come forse pensate in una parte di Occidente. Si nasce e soprattutto le donne hanno bisogno di aiuto nel parto, in un posto dove, fino a poco tempo fa, non si conosceva neanche il sollievo e l’aiuto di un parto cesareo e molti neonati morivano insieme alle loro mamme”.

 

Pensava a quell’Afghanistan Strada nel suo ultimo articolo, pensava in questi termini a quella zona in cui il resto del mondo dimentica che, oltre alle dittature o alle finte democrazie, esiste anche il diritto alla nascita, alla cura, alle medicine, ai vaccini.

 

Raffaella Baiocchi, di Emergency, ha dichiarato: “In 12 anni ho visto nascere migliaia di bambini, ma soprattutto ho visto nascere e crescere tante donne: le nostre ostetriche, le nostre infermiere, le nostre giovani dottoresse.
Donne che hanno studiato, lavorato e lottato contro tanti pregiudizi e talvolta anche minacce, per costruirsi una professione che esercitano con passione, intelligenza e soprattutto empatia. Il Centro di maternità di Anabah è un mondo dove le donne si salvano a vicenda”. E’ esattamente questa la salvezza auspicabile in queste ore per l’Afghanistan: l’idea che esistano medici, come quelli di Emergency, che non vanno via, che restano insieme a molte persone in una Kabul dove (naturalmente) si scappa.

 

Quei medici restano, anche perché non possono far finta di non vedere che lì si continua a nascere, si continua ad aver bisogno di latte per neonati, si continua ad avere la necessità di spazi per la quarantena dei contagiati e di ossigeno per i casi più gravi. Già a giugno scorso i volontari facevano sapere che la situazione pandemica era gravemente sottostimata in Afghanistan.

 

Secondo le raccomandazioni dell’Oms, valori troppo bassi, con scarsissimi vaccini, dimostrano che i funzionari non stanno testando abbastanza ampiamente, consentendo al virus di diffondersi senza controllo. “L’Afghanistan effettua appena 4.000 test, più o meno, al giorno e spesso molto meno. Anche il numero di infezioni, in sole 24 ore, ha continuato a salire ”, così Gino Strada nel maggio scorso. E infatti, guardando i report comparativi, si nota che dai 1.500 casi alla fine di maggio, quando il ministero della salute stava già definendo l’aumento “una grave crisi per gli ospedali di Kabul”, si passa a oltre 2.300 a fine giugno.

 

Dall’inizio della pandemia, l’Afghanistan riporta 4 -5 mila morti, ma queste cifre sono probabilmente un enorme dato falso, soprattutto perché non si tiene conto della gente che muore in casa né si tiene conto di come i talebani, ora, abbiamo completamente oscurato la questione del coronavirus, senza che neanche la stampa solleciti la questione al resto del mondo.

 

L’era dei grandi sconvolgimenti afghani insieme alla caduta del controllo occidentale, si mescola alla sola speranza che a Kabul, e non solo, si continua a nascere e che ci sono giovani medici che non vanno via, proprio come Gino avrebbe detto loro di fare. Citando la poesia di Basir Ahang, si può dire che i professionisti di Emergency sanno perfettamente che questo momento ci appartiene, da Kabul a Roma.

20/08.2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Troviamo disgustosa la campagna del Pd per aiutare il popolo dell’Afghanistan. Un modo per far dimenticare di aver sostenuto questa e altre guerre “umanitarie”, un’operazione per non rimettersi in discussione e salvaguardare l’immagine di bravi boy scout dai buoni sentimenti.

 

Ancor più disgustosa perché il governo di cui fa parte il Pd non ha nemmeno organizzato per tempo l’evacuazione degli afghani che hanno collaborato con le truppe italiane (interpreti, ecc.).
Il Pd è un partito guerrafondaio, allineato con la Nato e gli Usa come nessun partito della prima repubblica.
Mentre il commissario europeo Gentiloni rivendica la giustezza della guerra il partito fa finta di essere umanitario. Letta si toglie l’elmetto solo quando lo ordina Washington.

 

Non siete i “buoni”, siete cinici e ipocriti. Abbiate almeno il buon gusto di chiedere scusa e tagliare le spese militari.

 

Il travestirsi da ong appare un modo per non mettere in discussione la propria politica di guerra che nulla ha più a che fare con i valori della sinistra e i principi della Costituzione.

 

Tutta questa retorica serve a nascondere il fatto che la Commissione Europea ha già annunciato che bisogna impedire a chi fugge dall’Afghanistan di arrivare in Europa.

 

Chiediamo corridoi umanitari e accoglienza per chi fugge dall’ Afghanistan.

Guido Moltedo

 

cenari . La nuova «dottrina» Usa, e con essa quel che sarà della politica estera europea, è ora alla prova di due dossier non meno rilevanti di quello afghano: quello iraniano e quello cubano

 

Tra i 238 e le 241 mila morti, di cui 71 mila civili. È la guerra dei vent’anni che si è combattuta in Afghanistan ma anche, vale la pena ricordarlo, nelle regioni confinanti del vicino Pakistan. Costata agli Stati uniti 2.261 militari caduti, a cui vanno aggiunti i 3.936 contractor americani uccisi in combattimento, i mercenari, di cui poco si parla ma che, anche in questo conflitto, hanno avuto un ruolo cruciale.

 

I mercenari, di cui poco si parla ma che, anche in questo conflitto, hanno avuto un ruolo cruciale. In più i caduti della Nato. Una guerra per cui sono stati spesi 2.261 miliardi di dollari. Immaginare altri dieci, vent’anni così, per poi arrivare allo stesso esito, alla stessa situazione che vive l’Afghanistan in queste ore e giorni, non avrebbe alcun senso e certo non avverrà sotto questa presidenza, ha detto chiaramente il commander-in-chief dell’ultima, umiliante Waterloo americana. Un prezzo politico alto, paga Joe Biden, l’ultimo dei quattro presidenti implicati nel conflitto, per i sei mesi finali degli oltre duecento dell’impresa afghana.

 

Le immagini della vittoria talebana, del caos, del panico, del fuggi fuggi, della disperazione hanno avuto la meglio sulla sostanza di quanto è accaduto e sta ancora accadendo e che Biden ha vanamente cercato di incorniciare dentro una visione logica, pragmatica e, soprattutto, in linea con gli interessi americani, buttando al macero l’ottusa retorica della democrazia formato export di chi iniziò la guerra. Il sussulto che suscitano le scene da Kabul non deve meravigliare nella nostra età ormai matura della comunicazione globale e quindi, delle emozioni globali. Così come non meraviglierà la sua rapida scomparsa dal circuito mediatico perché più di tanto, anche le peggiori tragedie, nulla possono fare contro la tirannia del ciclo breve, sempre più breve della notizia.

 

Certo, è stato stolto da parte della Casa bianca non predisporre un piano di uscita con le sembianze di un ritiro ordinato, ma davvero sarebbe stato possibile attuarlo, come pontificano i tanti generali in poltrona che affollano tv, giornali e social? Qualcuno ricorda un ritiro ordinato da un conflitto, da una guerra palesemente ingiusta, o da un’invasione neocoloniale? Da Saigon? Da Teheran? Da Beirut? Da Mogadiscio? Da Baghdad? E dove la cessazione di un conflitto è stata apparentemente «ordinata», quel che è seguito non lo è stato altrettanto, come dimostra la Bosnia, per non andare tanto lontano.

 

Biden, a modo suo, ha avuto quello scatto che neppure il suo ex numero uno aveva avuto, contribuendo a lasciare aperto il conflitto afghano per darlo in eredità ai suoi successori. C’è da chiedersi se e quanto la decisione di Biden sia davvero frutto di un calcolo strategico e costituisca parte di una «dottrina» di lungo periodo. Una «dottrina» nella quale l’esplicitazione della priorità su tutto dell’interesse nazionale americano è chiara, dichiarata, senza inutili e offensivi orpelli ideologici, tipo esportazione della democrazia e dei valori occidentali. Una «dottrina» eminentemente isolazionista non ne ha più bisogno e, tolto tutto ciò che c’era di odioso in Trump, è sulla sua scia che si muove Biden, e con lui i poteri che contano a Washington e nel capitalismo americano.

 

Biden dovrà innanzitutto spiegare la sua «dottrina» – se tale è e non dilettantistica improvvisazione – agli alleati europei, ancora fermi, per convenienza, per ignavia, per subalternità, a un credo che, con i Bush, aveva rinnovato in chiave globale e alternativa all’Onu un’alleanza nata e consolidata per «combattere il comunismo», per poi dignitosamente andare in pensione con la sua fine, e che avrebbe dovuto rigorosamente agire per statuto entro il perimetro europeo. Il collasso afghano mette a nudo questa costruzione ideologica, edificata a Washington ma con il contributo convinto degli europei, che cara ci è costata, anche all’Italia, in termini di vite umane e di energie vitali regalate alla morte.

 

La nervosa reazione europea alla scelta di Biden supera largamente la stizza verso le intemperanze di Trump, compreso l’esibito disprezzo verso la Nato, col retropensiero che il suo successore avrebbe rimesso le cose a loro posto. Essa è rivelatrice soprattutto di un vuoto di pensiero europeo sul mondo d’oggi e su come esserne parte e averne parte.

 

La «dottrina» Biden, e con essa quel che sarà della politica estera europea, è ora alla prova di due dossier non meno rilevanti di quello afghano, quello iraniano e quello cubano. Con l’Afghanistan, Iran e Cuba erano in cima alle priorità dell’amministrazione Obama e nel programma elettorale di Biden. Nell’immediato, come scrive lucidamente sul manifesto Luciana Castellina, è «urgente dialogare con il governo di questo paese, che non è nostro amico, per facilitare il passaggio di quella frontiera». Tanto più che gli hazara, la minoranza sciita dell’Afghanistan è ancor più in difficoltà oggi, in balia di una maggioranza estremistica che, tanto per dare un segnale, ha abbattuto due giorni fa la statua di Abdul Ali Mazari, martire della lotta di questo fiero popolo sciita.

 

Con Cuba, un minimo di coerenza e di saggezza suggerisce di abbandonare definitivamente l’approccio ideologico. L’esasperazione nell’isola è da tempo ai limiti di guardia. Proseguire lungo la via delle sanzioni, comprese le ultime aggiunte da Trump, non porterà che a un conflitto, anche sanguinoso, questo a poche miglia dagli Stati Uniti. È questo che vuole l’amministrazione Biden, dopo la Waterloo afghana?

18/08/2021

 

La rapida vittoria militare ottenuta in Afghanistan dai talebani – che in poche settimane hanno riconquistato il paese e preso quasi del tutto il controllo della capitale Kabul – hanno costretto a una rapida fuga i cittadini stranieri che si trovavano ancora nel paese. Tra sabato 14 agosto e domenica 15 agosto i governi stranieri che avevano missioni diplomatiche in Afghanistan hanno ordinato l’evacuazione del loro personale e le attività per lasciare il paese si sono fatte più intense domenica, quando i talebani sono entrati in città.

 

Foto e video che sono arrivati da Kabul in queste ore hanno ricordato a molti le foto i video che raccontarono la fuga del personale civile e militare statunitense da Saigon, in Vietnam, quando nell’aprile del 1975 la città fu conquistata dall’esercito nordvietnamita e la guerra finì.

 

n particolare sta circolando molto una foto che mostra una fila di persone che cercano di salire su un elicottero precariamente appoggiato sul tetto di un edificio di Saigon. Si trattava di uno degli ultimi voli con cui gli Stati Uniti stavano portando al sicuro personale dei servizi segreti e altri collaboratori, mentre i nordvietnamiti erano già arrivati in città. Per anni in molti credettero che quella foto mostrasse la fuga dall’ambasciata statunitense, ma l’edificio ospitava invece gli uffici della CIA. Sul volo erano presenti perlopiù politici sudvietnamiti con le loro famiglie, mentre il personale diplomatico statunitense venne fatto evacuare su un altro elicottero, partito invece dall’ambasciata degli Stati Uniti. La foto fu scattata dal fotogiornalista olandese Hubert van Es il 29 aprile, un giorno prima della fine della guerra.

 

Sia allora che oggi gli sconfitti mostano i vincitori come belve.Siamo Umani.ALLORA NON C'ERANO TANTE MACCHINE FOTOGRAFICHE COME OGGI

17/08/2021

da il Manifesto

Alberto Negri

 

Afghanistan. Per Usa e Nato bisognava (e bisogna) esportare la democrazia. Ma i raid aerei non aiutano i civili - migliaia le vittime e più di 5 milioni di profughe/i - ma il mercato delle armi

 

Quali altre guerre sbagliate, e che non si possono vincere, ci aspettano, dopo gli inutili bagni di sangue di Afghanistan e Iraq? A Kabul c’è stato “un fallimento epocale finito in maniera umiliante”, titolava il New York Times, quotidiano che ha appoggiato Biden nella campagna elettorale contro Trump. Eppure mai come adesso è vera la frase del grande musicista Frank Zappa: “La politica in Usa è la sezione intrattenimento dell’apparato militar-industriale”. Biden, come in una caricatura hollywoodiana, continuava a sostenere in tv che il potente esercito afghano avrebbe respinto i talebani che stavano già alla periferia di Kabul. Ma il ruolo presidenziale è proprio questo: raccontare bugie, anche insostenibili, e contare gli utili, prima ancora dei morti. Anche le dichiarazioni del segretario di stato Blinken – “abbiamo raggiunto gli obiettivi” – appaiono meno ridicole di quel che sono se viste in questa ottica.

 

GLI AMERICANI E LA NATO dicono di volere esportare democrazia, in realtà esportano prima di tutto armi: il resto – “nation-building”, diritti umani, diritti delle donne – è un delizioso intrattenimento per far credere che con le cannonate facciamo del bene. Se vuoi aiutare un popolo puoi farlo senza usare i fucili, questo tra l’altro insegnava Gino Strada, vituperato da vivo dagli stessi ipocriti che oggi lo incensano e all’epoca sostenevano le guerre del 2001 e del 2003.

 

CHI PAGA DAVVERO il prezzo del fallimento e il ritorno dei talebani non sono gli americani e noi europei, loro complici, ma gli afghani. In vent’anni i progressi per loro sono stati insignificanti e le perdite umane altissime, decine di migliaia di morti deceduti negli ultimi anni più nei raid americani e Nato che non negli scontri con i talebani. I 36 milioni afghani – di cui cinque-sei milioni sono profughi- vivono in media con meno di due dollari al giorno. In particolare perdono le donne che erano riuscite a rivendicare il diritto allo studio e un certo grado di autonomia personale, del tutto negato nel primo Emirato dei talebani. L’Emirato II° forse sarà, si spera, un po’ meno duro o solo più pragmatico. Tra l’altro oltre alle donne pure i maschi a scuola ci vanno assai poco, se non nelle madrasse dei mullah: il sistema d’istruzione statale è allo sfascio. Vent’anni dopo l’invasione è una delle notizie peggiori.

 

CON UN’AVVERTENZA: i sacrosanti diritti delle donne in questi anni sono stati esercitati soprattutto dalle afghane nei grandi centri urbani. Fuori, nelle zone rurali, hanno continuato a vivere secondo canoni oscurantisti e tradizionalisti, come del resto avviene in Arabia saudita dove nessuno per questo si sogna di bombardare il principe assassino Mohammed bin Salman. Ma a Riad sono talebani di successo di una monarchia assoluta e acquirenti di miliardi di armi americane. Nelle provincie remote i talebani hanno sempre controllato territorio e popolazione: il movimento jihadista esercitava già il suo predominio sul 40% del Paese.

 

L’AFGHANISTAN oltre che una guerra sbagliata è stata anche una narrazione sbagliata. I progressi sul piano dei diritti umani e civili hanno riguardato sempre una minoranza del Paese, una élite: è una delle diverse ragioni del fallimento. I talebani hanno conquistato senza combattere 25 città in 10 giorni e non sarebbe stato possibile senza poter contare, oltre che sulla disgregazione dell’esercito, su un certo consenso della popolazione esclusa dal circuito dei soldi e della corruzione che ha caratterizzato governi marcescenti e dipendenti da aiuti occidentali.

 

L’APPROCCIO USA di favorire una élite degli afghani si è rivelato superficiale. Ancora di più di quello dei sovietici che invasero il Paese nel 1979 per ritirarsi dieci anni dopo. Sotto i russi ci fu una modernizzazione in apparenza imponente: un embrione di riforma agraria, le università aperte alle donne, i cinema anche nelle città di provincia. Eppure anche quello slancio riguardò una minoranza ma più convinta: il governo afghano, senza Mosca, resistette altri tre anni prima di cadere. Questa volta esercito e governo si sono liquefatti subito. Deve far meditare che i talebani abbiano letteralmente passeggiato fino alla capitale vent’anni dopo la loro disfatta del 2001: significa che la “modernizzazione” non ha investito gran parte dei giovani afghani che hanno continuato a sostenere i jihadisti.

 

IL FALLIMENTO militare e politico è bruciante ma lo è forse ancora di più quello ideologico. Richiamandosi alla tradizione dei mujaheddin che sconfissero i sovietici, i jihadisti possono vantare due clamorose vittorie in 40 anni: contro i comunisti negli anni Ottanta – con il sostegno americano – e oggi contro il sistema liberal-capitalistico. L’Afghanistan può rappresentare un polo d’attrazione per gli islamisti più radicali. Adesso hanno di nuovo a disposizione una nazione, dipenderà dall’Emirato II° non fare mosse false come l’appoggio a Al Qaeda nel 2001.

 

I TALEBANI, AL MOMENTO, sono vincenti sul piano interno ma anche su quello internazionale. I negoziati di Doha voluti da Trump li hanno legittimati. È inutile girarci intorno. E quando Biden ha annunciato il ritiro, russi, cinesi e iraniani si sono precipitati a fare accordi con loro: le loro ambasciate a Kabul restano aperte. Sono tutti vicini di casa e hanno interessi politici ed economici nel cuore dell’Asia centrale.

 

BIDEN È APPARSO una figura grottesca ma funzionale al sistema americano. Dovremmo ricordarcelo prima di farci ancora trascinare in altre guerre “sbagliate”. Ma i nostri governi sono regolarmente sottomessi agli Usa.
Secondo i sondaggi Joe Biden ha comunque ancora il 60% dell’approvazione degli americani per il ritiro dall’Afghanistan. Un po’ di sondaggi e un po’ di propaganda forse serviranno a mascherare la figuraccia di Kabul. Non a oscurare le menti pensanti.

16/08/2021

 

Molti sono stati lasciati per mesi o addirittura anni in avamposti isolati. Quando le posizioni sono crollate questa settimana, la denuncia è stata quasi sempre la stessa: non c'era supporto aereo o erano finiti i rifornimenti. Dietro la disfatta c'è anche la scelta di mettere in piedi una forza moderna le cui complessità logistiche però si sono rivelati insostenibili senza gli Usa e gli alleati Nato. E il numero teorico di uomini a disposizione - 300mila - si è rivelato pesantemente sovrastimato 

 

La disfatta delle forze afgane mentre i combattenti talebani sono diventati i padroni di Kabul fornisce una risposta dura a chiunque si interroghi sul successo di due decenni di sforzi guidati dagli Stati Uniti per costruire un esercito regolare in Afghanistan. Nonostante 90 miliardi di dollari stanziati dagli Usa per l’addestramento dell’esercito afghano, i talebani hanno impiegato poco più di un mese per travolgerlo. Come si sia disintegrato per la prima volta è diventato evidente non la scorsa settimana, ma nei mesi passati in un accumulo di perdite e sconfitte, iniziato anche prima dell’annuncio del presidente Biden che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati entro l’11 settembre.

 

È iniziato con la caduta di singoli avamposti nelle aree rurali dove soldati e unità di polizia affamati e senza munizioni circondati da combattenti talebani che hanno promesso loro un “passaggio sicuro” se si fossero arresi e avessero lasciato le loro attrezzature, dando lentamente agli insorti sempre più controllo delle strade, quindi il controllo di interi distretti. La corruzione dilagante, ben documentata in alcune parti della leadership militare e politica dell’Afghanistan, ha minato la determinazione dei soldati di prima linea mal pagati, mal nutriti e riforniti in modo irregolare – alcuni dei quali sono stati lasciati per mesi o addirittura anni in avamposti isolati. Quando le posizioni sono crollate questa settimana, la denuncia è stata quasi sempre la stessa: non c’era supporto aereo o erano finiti i rifornimenti, le munizioni e il cibo.

 

Ma anche prima erano evidenti le debolezze sistemiche delle forze di sicurezza afghane – che sulla carta contavano da qualche parte circa 300.000 persone, ma negli ultimi giorni hanno totalizzato solo un sesto di quelle, secondo i funzionari statunitensi. Queste carenze possono essere ricondotte a numerosi problemi scaturiti dall’insistenza dell’Occidente sulla costruzione di un esercito completamente moderno con tutte le complessità logistiche e di approvvigionamento necessarie e che si è rivelato insostenibile senza gli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO. Soldati e poliziotti poi hanno espresso un risentimento sempre più profondo nei confronti della leadership afgana. I funzionari spesso chiudevano un occhio su ciò che stava accadendo, sapendo benissimo che il numero di uomini reali delle forze afgane era molto inferiore a quello che era scritto sui libri, distorto dalla corruzione e dalla segretezza che accettavano tranquillamente.

 

E quando i talebani hanno iniziato a prendere slancio dopo l’annuncio del ritiro degli Stati Uniti, hanno solo aumentato la convinzione che combattere nelle forze di sicurezza – combattere per il governo del presidente Ashraf Ghani – non valesse la pena. Intervista dopo intervista, soldati e agenti di polizia hanno descritto momenti di disperazione e sentimenti di abbandono. “Daresti la vita per dei leader che non ti pagano in tempo e sono solo interessati al proprio futuro?”, si interrogava un ufficiale afgano ascoltato soltanto la scorsa settimana dal New York Times.

 

La seconda città a cadere questa settimana è stata Sheberghan nel nord dell’Afghanistan, una capitale regionale che avrebbe dovuto essere difesa da una formidabile forza sotto il comando del maresciallo Abdul Rashid Dostum, un famigerato signore della guerra ed ex vicepresidente afgano che è sopravvissuto negli ultimi 40 anni della guerra facendo accordi e cambiando fazione con una certa frequenza. Anche un altro importante signore della guerra afghano ed ex governatore, Mohammad Ismail Khan, che aveva resistito agli attacchi dei talebani nell’Afghanistan occidentale per settimane e aveva radunato molti per la sua causa per respingere l’offensiva degli insorti, alla fine si è arreso agli insorti.

 

Dopo aver macinato le ambizioni dell’impero russo e di quello inglese e le mire dei sovietici, ora l’Afghanistan ha tritato anche le aspirazioni americane ed europee. E adesso anche l’Iran dovrà rivedere i suoi piani, il “nemico” ora è schierato anche alle sue spalle.

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