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Roberto Ciccarelli

 

Palazzo Madama. Il decreto varato ieri dal Senato. Il quadro non cambia, cifre modeste e voucher estesi. Surreale scenetta dei senatori Pd con cartelli «meno 8 mila contratti», la stima di Boeri.

 

Con 155 sì, 125 no e un astenuto il Senato ha approvato in maniera definitiva un provvedimento dal titolo simbolicamente evocativo e politicamente contraddittorio: il «Decreto dignità». Avrebbe dovuto «riscrivere» («licenziare») il Jobs Act, mentre si limita a una manutenzione dei contratti a termine dagli esiti incerti. Avrebbe potuto cambiare le norme sul demansionamento o sul controllo a distanza, ripristinare (e aggiornare) l’articolo 18, ma continua a monetizzare i diritti dei lavoratori aumentando gli indennizzi per i licenziamenti illegittimi finanziati con una manovra sul «prelievo unico sui giochi» (Preu). Il “cambiamento” avviene nel quadro stabilito dal Pd nella scorsa legislatura.

 

Ieri in aula al Senato c’è stato un siparietto, una scena surreale. Dai banchi del Pd i senatori mostravano cartelli che indicavano «meno 8 mila contratti» che, secondo una stima prudenziale dell’Inps di Tito Boeri, potrebbero essere non rinnovati ogni anno a causa della stretta sui contratti a termine.

 

Il vicepremier Luigi Di Maio, presente alla votazione con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha ribadito la cifra della Ragioneria di Stato secondo la quale il prolungamento di un bonus istituito dal Pd per i neo-assunti under 35 porterebbe all’assunzione di 31.200 persone per due anni. Sono valutazioni che colgono una parte della realtà, ma il risultato potrebbe essere un saldo in equilibrio tra «accensioni» e «cessazioni» dei contratti.

 

Colpisce la modestia delle cifre. A giugno i contratti a termine erano oltre 3 milioni (dati Istat). La polemica sollevata dalle rappresentanze d’impresa contro la causale dopo 12 mesi – misura introdotta con la riduzione dei rinnovi da 5 a 4 e della durata da 36 a 24 mesi – è strumentale. Va ricordato che almeno più di un terzo dei contratti a termine – segmento cospicuo ma non unico del precariato in Italia – non dura 12 o 24 mesi, ma un mese. Secondo l’Inps il 35,4 per cento.

 

All’interno di questo aggregato i contratti di un solo giorno sono il 42 per cento, quelli di 2-3 giorni il 14 per cento (dati contenuti nel rapporto annuale 2018, riferiti al 2015). Le nuove norme sui contratti a termine entreranno in vigore dal primo novembre. Fino al 31 ottobre è prevista una «fase transitoria» che esclude le proroghe e i rinnovi dei contratti a termine in essere al 14 luglio scorso.

 

In un mercato del lavoro strutturato sulle attività occasionali, più incisiva sembra l’estensione dei voucher in agricoltura e nel turismo: se non nei numeri, ancora da verificare, certamente nella qualità del lavoro e per i diritti dei lavoratori. La norma sostenuta dalla Lega, e accettata dai Cinque Stelle, modifica i voucher previsti dalla legge 96 (esistono, non sono «reintrodotti», come dice la propaganda) ed è una deregolamentazione del contratto di lavoro agricolo che prevede forme ultra-brevi che contribuiscono alle richieste di disoccupazione degli stagionali.

 

Nel bilancino delle mediazioni gialloverdi questa misura è stata concepita per riequilibrare il malumore delle imprese sui contratti a termine. Se questi ultimi possono essere pur sempre intesi come una tutela limitata del lavoratore, per Cgil, Cisl e Uil i voucher sono il «salvacondotto del lavoro nero». La contraddizione è palese se si considera che i Cinque Stelle erano contrari ai voucher quando a Palazzo Chigi c’era Renzi e hanno appoggiato il referendum Cgil mentre Gentiloni lo ha aggirato con la nuova legge. Oggi che sono al governo, li estendono. Di queste giravolte si nutre un decreto pieno di «interventi parziali che non porteranno benefici se non sostenuti da un intervento serio e generale di contrasto alla precarietà» sostiene Tania Scacchetti (Cgil).

 

Tra le altre misure c’è l’obbligo della tessera sanitaria sulle slot machine, lo stop agli spot sul gioco d’azzardo, le sanzioni per le imprese che delocalizzano dopo aver ricevuto contributi pubblici, l’abolizione dello split payment per i professionisti e dello spesometro per i produttori agricoli con Iva agevolata, estesa al 2018 la compensazione delle cartelle esattoriali per imprese con crediti con la Pubblica amministrazione. È passata la norma contestata dai diplomati magistrali: le associazioni denunciano il rischio del licenziamento di migliaia di precari. Un emendamento di Liberi e Uguali al decreto Milleproroghe, approvato in prima lettura con il decreto dignità, è stato criticato dalla maggioranza. Dopo una prima bozza del «Decreto Dignità» è scomparsa la norma che estendeva il criterio della subordinazione ai lavoratori digitali. Avrebbe potuto dare una risposta alle lotte per i diritti dei riders.

 

 

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Gianmario Leone

da il Manifesto

 

Incidente tra Tir e pullmino stracarico, stessa dinamica di sabato, altri 12 morti. Si indaga per caporalato.

 

È una strage che sembra senza fine quella che nelle ultime 48 ore ha colpito la provincia di Foggia e i braccianti agricoli che lavorano nella campagne della Capitanata. Dopo il drammatico incidente di sabato scorso sulla strada provinciale 105 tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri, nel quale hanno perso la vita quattro giovani braccianti agricoli, tutti migranti, e altri quattro sono rimasti gravemente feriti, ieri pomeriggio sulla statale 16, al bivio per Ripalta, vicino Lesina e ai confini con Termoli, un altro furgone è stato centrato in pieno da un tir lasciando sul selciato altri 12 migranti senza vita e tre feriti, anche loro di ritorno dalle campagne dopo una giornata di lavoro.

 

La modalità dei due incidenti appare identica: sia sabato che ieri infatti, entrambi i furgoni sono stati travolti da altrettanti tir che trasportavano un carico, il primo di pomodori, il secondo di prodotti farinacei. Ancora da chiarire l’esatta dinamica dei due sinistri alla base dei quali oltre alla tragica fatalità, ci sono strade provinciali da sempre pericolosissime, e probabilmente stanchezza e distrazione.

 

Resta il fatto che quei due furgoni erano strapieni di migranti, braccianti agricoli che durante tutta l’anno vivono nei famosi «ghetti» della provincia di Foggia, e d’estate lavorano come stagionali nella raccolta dei pomodori. Ecco perché al di là dell’incidente stradale in sé, resta protagonista lo sfruttamento . Come ha detto il Vescovo di Foggia Pelvi, sono stati «uccisi dal frutto del loro lavoro».

 

Per questo è importante che le indagini in corso su i due incidenti porti a galla dirette responsabilità. «Non ci sono al momento novità di rilievo ed è ancora presto per poter avere un quadro preciso della situazione», ha detto ieri il dirigente della squadra mobile della questura di Foggia che indaga, insieme con la polizia stradale, sulle cause dei due sinistri. Del primo, quello avvenuto sabato pomeriggio sulla statale 105, si è riusciti a conoscere le generalità delle vittime: Amadou Balde (Guinea Bissau) di 20 anni; Aladjie Ceesay (Gambia) di 23, Moussa Kande (Guinea Bissau) di 27, Ali Dembele (Mali), il più «vecchio», 30 anni. Si indaga per caporalato, per verificare se vi sia stato sfruttamento di lavoratori in condizioni di sicurezza precaria. I quattro braccianti venivano tutti dal ghetto di Rignano Garganico, che venne sgomberato nel 2017 e dove in realtà ne è già sorto un altro, con circa 600 roulotte. Alcuni di loro frequentavano gli sportelli della Flai Cgil.

 

Di certo non è un caso se i due incidenti sono avvenuti nel foggiano. La Capitanata, con le sue enormi distese di campi – come ricordano i dati diffusi ieri dalla Uila Uil – è la provincia italiana con il più alto numero di lavoratori agricoli stagionali regolari, iscritti negli elenchi anagrafici dell’Inps. Sono 50.185. La maggior parte italiani (28.225, pari al 56,2%), gli stranieri (21.960 pari al 43,8%) rappresentano l’8% della popolazione residente (contro una media nazionale dell’1,6%). Di questi, la maggior parte sono rumeni (9.759) e bulgari (3.879). Dall’Africa vengono 4.960 persone, principalmente dal Marocco (1.102). Da Mali, Gambia e Guinea, paesi d’origine delle vittime della strage di sabato scorso provengono, rispettivamente 1.090, 430 e 239 lavoratori.

 

Lo sfruttamento del lavoro si può misurare anche dal numero di giornate dichiarate. Oltre un terzo della manodopera (18.515 persone) è impiegata per meno di 30 giornate l’anno, un livello che non dà accesso alle tutele contrattuali. Di questi lavoratori, 5.675 sono italiani e ben 12.840 stranieri.

 

Per ricordare le vittime di sabato e di ieri, è stata indetta per domani mattina dall’Usb – con partenza da San Severo e arrivo a Foggia – una «marcia dei berretti rossi», come i cappellini che i quattro braccianti agricoli morti sabato scorso indossavano per proteggersi dal solleone: la decisione è stata prese domenica sera, al termine di un’affollata assemblea alla quale hanno partecipato centinaia di braccianti nell’ex ghetto di Rignano Garganico.

 

Una manifestazione unitaria che vedrà invece coinvolte tutte le sigle sindacali di categoria, le associazioni datoriali e altre come Libera, si svolgerà domani pomeriggio alle 18. Sempre domani è stato proclamato uno sciopero per rivendicare «diritti e dignità». I sindacati hanno chiesto che venga convocato immediatamente il tavolo interministeriale con prefetto, istituzioni e organizzazioni sindacali. Mentre il governo, tramite il vicepremier Di Maio, ha dichiarato che riferirà in Parlamento.

 

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Andrea Fabozzi

da il Manifesto

 

Il leghista Fontana. Salvini lo copre, Conte deve smentirlo, M5S in imbarazzo. E allora «non è prioritario»

 

«In questi strani anni», sostiene Lorenzo Fontana che a forza di sparate omofobe e integraliste è diventato ministro della Repubblica – per quanto senza portafoglio e incapace fin qui di muovere un atto – «la legge Mancino si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano». Per questo vuole abolirla, e il desiderio era noto visto che Salvini lo ha ripetuto in tutti i comizi della campagna elettorale e la Lega ha anche tentato, invano, di raccogliere le firme per un referendum abrogativo contro la Mancino quattro anni fa. Ora però i leghisti sono al governo, e via social – Fontana ha scritto su facebook e Salvini ha reagito su twitter – dettano l’agenda se non delle iniziative concrete almeno della propaganda

Il ministro della famiglia, in questo modo, conquista l’audience del pomeriggio estivo, anche più di quanto era riuscito a fare con le sue precedenti uscite anti gay.

 

In realtà dovessero contare solo sulla legge Mancino, i «globalisti» odiati da Fontana sarebbero spacciati. La legge che dal 1993 sanziona chi compie atti di violenza «per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi» o diffonde «idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale» o infine «incita a commettere atti di discriminazione», è stata applicata dai giudici con mano assai leggera. Tanto che anche atti chiaramente riferiti all’ideologia neofascista – come il saluto romano e o l’esibizione della croce celtica – sono stati fatti rientrare nella più generale tutela della libertà di espressione. Anche le disposizioni che prevedono lo scioglimento delle formazioni neofascite – principio previsto dalla Costituzione e diventato applicabile con la legge Scelba nel 1952 – sono state messe in pratica assai raramente (un paio di casi) perché richiedono una sentenza di condanna passata in giudicato. La legge Mancino ha introdotto anche la possibilità di una «sospensione cautelare» di queste formazioni neofasciste prima della sentenza (mediante un richiamo alla legge Anselmi sulle logge segrete e solo in caso di episodi di violenza razzista), ma anche qui la scelta politica è stata quella di evitare di regalare il comodo ruolo di vittima ai gruppi dell’estrema destra con un seguito scarso.

 

Poi questi gruppi o i loro amici leghisti sono arrivati al governo. E non si sono dimenticati la battaglia per abolire la legge Mancino. Anche se per il momento resterà un desiderio.

 

Poco dopo l’uscita del ministro Fontana, infatti, al presidente del Consiglio Conte è stato spiegato che era indispensabile uno stop immediato. Preceduto di pochi minuti dal vicepresidente del Consiglio Di Maio – «l’abolizione della legge Mancino non nel contratto di governo» -, Conte ha detto che «gli strumenti legislativi che contrastano la propaganda e l’incitazione alla violenza e qualsiasi forma di discriminazione razziale, etnica e religiosa sono sacrosanti», chiudendo – almeno per il momento – il discorso. Matteo Salvini, che nel frattempo si era spinto a coprire il suo fedelissimo Fontana, confermando l’obiettivo leghista dell’abolizione «perché alle idee, anche le più strane, si risponde con le idee e non con le manette», è stato costretto a ripiegare sull’argomento che «l’abolizione della legge Mancino non è una priorità».

 

Lo stesso ministro dell’interno, del resto, per le sue uscite anti migranti è stato denunciato almeno in un caso recente per violazione della Mancino (da Roberto Speranza), mentre in passato era stato sottoposto a indagine per violazione di quella legge proprio su iniziativa di un ufficio del Viminale, che adesso guida. Se dal M5S sono arrivati chiari segnali di insofferenza verso l’iniziativa leghista – il presidente della camera Fico ha detto che la legge non si tocca, il sottosegretario Spadafora ha aggiunto che andrebbe casomai allargata contro l’omofobia – il capo leghista si è parimenti mostrato irritato per aver dovuto mordere il freno. E ai suoi ha dato indicazione di insistere. E così Fontana, in chiusura di giornata, con un video ha confermato tutto: «Non è una priorità del governo ma una riflessione sulla Mancino va fatta, non è uno strumento per combattere il razzismo ma per fare propaganda ideologica». Propaganda senz’altro. 

Roberto Ciccarelli

da il Manifesto

 

 

Lo chiamavano dignità. La Camera approva il decreto Di Maio. Il Senato lo farà la settimana prossima. Stretta sui contratti a termine, ma voucher estesi in agricoltura, turismo e enti locali. Un mese di proteste dei sindacati del lavoro agricolo, del turismo e della funzione pubblica. L'ultimo appello della Cgil. Camusso: "Un testo nato con l’ambizione di chiamarsi «Decreto dignità» e produce precarietà, non ha nessun titolo per chiamarsi cosi. Se sarà convertito in legge ricominceremo a contrastarlo come abbiamo fatto negli anni scorsi"

 

Un decreto nato con l’ambizione di ridare la «dignità ai lavoratori e alle imprese» ha finito per estendere la precarietà in agricoltura, nel turismo, negli enti locali e riaffermare la centralità dell’impresa. È la breve storia, non ancora conclusa, del decreto dignità approvato ieri sera dalla Camera. Entro il 7 agosto è prevista quella sprint al Senato.

 

DAL 2 LUGLIO SCORSO, quando il consiglio dei ministri ha licenziato urgentemente il provvedimento, il testo è cambiato di senso e prospettiva. Caricato dal legittimo intestatario, il vicepremier e ministro del lavoro e sviluppo Luigi Di Maio, di grandi aspettative salvifiche e morali (la «dignità» dei lavoratori); militari (la «Waterloo del precariato»); politiche («licenzieremo il Jobs Act»), oggi il primo provvedimento del governo Conte sul lavoro risalta per la modestia delle ambizioni e l’incertezza legata agli esiti delle norme sui contratti a termine: previsti il ritorno della causale dopo 12 mesi; il taglio di rinnovi (da 5 a 4) e durata (da 36 a 24); l’obbligo all’assunzione in caso di mancata comunicazione della causale.

 

QUESTA MANUTENZIONE delle norme dei contratti resta nel quadro del Jobs Act che, in sede elettorale, il Movimento 5 Stelle aveva promesso di abolire e che, invece, permane. A cominciare dal mancato ripristino dell’articolo 18, richiesto dall’emendamento Epifani (Liberi e Uguali) e bocciato dalla Lega e dagli stessi Cinque Stelle. Al suo posto è previsto un aumento degli indennizzi. Come spesso in passato, non ultima la stagione del renzismo, anche nel «decreto dignità» il nome di un provvedimento non coincide con il contenuto. In compenso può essere descritto come un caso di «bipensiero». Per George Orwell è la capacità di affermare qualcosa e il suo opposto. Si dirà che combatte il precariato. Ma è vero anche il contrario: lo estende. E non si occupa della precarietà che non passa, solo, dal contratto a termine ma talvolta li attraversa e permane in una zona grigia senza tutele, né reddito.

 

LA MOBILITAZIONE DEI SINDACATI del lavoro agricolo, del turismo, della funzione pubblica della Cgil, Cisl e Uil ha permesso di riconoscere la contraddizione diffusa nel ragionamento cosiddetto «populista» che aspira a mantenere un equilibrio neocorporativo tra imprese e aziende. Il punto di rottura sono stati i voucher, già al centro della stagione referendaria lanciata dalla Cgil che costrinse il governo Gentiloni a ritirarli e fare una nuova legge. Il primo provvedimento del governo pentaleghista li ha estesi e rompe l’equilibrio auspicato dal titolo del decreto.

 

NELL’ULTIMO MESE una «manina» esperta, sensibile alle ragioni della Lega, ha cucito un vestito che calza a pennello per un uso esterno ai contratti dei settori che già prevedono misure per i lavori ultra-brevi, e quindi tutele e garanzia per la disoccupazione o la malattia. Resta il limite di utilizzo alle categorie specifiche stabilite dalla normativa attuale (pensionati, studenti, disoccupati e cassaintegrati). Fissato il limite di utilizzo alle aziende con massimo 8 dipendenti. Cresce la durata da 3 a 10 giorni dal momento dell’«attivazione» per l’agricoltura che per turismo ed enti locali. I voucher potranno essere usati in agricoltura, enti locali e turismo, limitatamente, in questo caso, alle sole strutture alberghiere. Si è stabilito che il lavoratore potrà percepire il compenso, dopo 15 giorni dalla prestazione, negli uffici postali.

 

IL MINISTRO dell’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega), ieri in un question time alla Camera, ha rappresentato questa estensione come una risposta alle esigenze avanzate dagli imprenditori, «ma anche dei lavoratori». E ha sostenuto che è anche una misura «per contrastare le forme di illegalità» e ha assciurato che non intende intaccare la legge sul caporalato.

 

I SINDACATI ritengono, invece, che i voucher così concepiti avranno un esito molto diverso. L’ultimo appello al parlamento è stato rivolto ieri dalla Cgil nel corso di un flash-mob al Pantheon a Roma. «Abbia un sussulto di orgoglio, non voti forme di precarietà – ha detto la segretaria della Cgil Susanna Camusso – Quella sui voucher è una scelta di ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro, tradisce le numerose promesse fatte dalla politica. Un decreto che nasce con l’ambizione di chiamarsi “Decreto dignità”, ma che ha come effetto la precarizzazione, non ha nessun titolo per chiamarsi cosi».

 

CAMUSSO HA RIBADITO che, in caso di traduzione in legge del decreto, «ricominceremo a contrastarla esattamente come abbiamo fatto negli anni scorsi». Negli ultimi giorni la Cgil non ha escluso anche il referendum. Per il momento le categorie della Flai Cgil, Fai Cisl e Uila-Uil hanno annunciato una mobilitazione già da settembre.

 

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02.08.2018

 

Cittadinanza “limitata” perché mancano o sono carenti diritti fondamentali, dall’ambiente ai servizi sanitari. Un disagio sociale che si amplia fra famiglie in povertà assoluta – sono 600 mila quelle in cui non lavora nessuno – e lavoratori poveri. Quasi due milioni di persone via negli ultimi due 16 anni, la metà giovani. Sono i numeri diffusi da Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorni, nelle anticipazioni del rapporto Svimez 2018.

 

La ripresa economica non riesce a risolvere e ad affrontare le emergenze del Sud. “Il ritmo di crescita è del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell’area – dice Svimez – Anche nella ripresa si allargano le disuguaglianze: aumenta l’occupazione, ma vi è una ridefinizione al ribasso della sua struttura e della sua qualità: i giovani sono tagliati fuori, aumentano le occupazioni a bassa qualifica e a bassa retribuzione, pertanto la crescita dei salari risulta “frenata” e non in grado di incidere su livelli di povertà crescenti”.


L’economia si sta muovendo ma c’è una quota crescente di cittadini che rimane fuori dal mercato del lavoro. E c’è preoccupazione per i working poors. “Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”, evidenzia Svimez. È aumentato anche il numero di famiglie senza alcun occupato, che nel 2016 e nel 2017 è cresciuto in media del 2% l’anno nonostante la crescita dell’occupazione complessiva, e questo conferma il “ consolidarsi di aree di esclusione all’interno del Mezzogiorno, concentrate prevalentemente nelle grandi periferie urbane. Si tratta di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”.


C’è poi una fetta crescente di lavoratori poveri. “Preoccupante la crescita del fenomeno dei working poors: la crescita del lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario, è una delle cause, in particolare nel Mezzogiorno, per cui la crescita occupazionale nella ripresa non è stata in grado di incidere su un quadro di emergenza sociale sempre più allarmante”.
Da questo Mezzogiorno dunque si va via. “Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa trai 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”.



Altra denuncia forte che arriva da Svimez è quella di una cittadinanza “limitata” nel diritto alla salute, all’assistenza, all’istruzione. Nonostante una pressione fiscale pari o addirittura superiore, al cittadino del Sud “mancano (o sono carenti) diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia”.
I dati sulla mobilità ospedaliera dicono che le regioni col maggior flusso di emigrazione sono Calabria, Campania e Sicilia, mentre attraggono malati soprattutto la Lombardia e l’Emilia Romagna. Le liste di attesa fanno crescere la spesa in salute della famiglie. E se un componente si ammala, la famiglia si impoverisce. Denuncia Svimez: “Strettamente collegato è il fenomeno della “povertà sanitaria”, secondo il quale sempre più frequentemente l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie italiane, soprattutto nel Sud: nelle regioni meridionali sono il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria, il 2,7% in Sicilia; all’estremo opposto troviamo la Lombardia con lo 0,2% e lo 0,3% della Toscana”.



"I dati Svimez - dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista - Sinistra Europea - confermano le drammatiche conseguenze delle politiche di destra neoliberiste portate avanti dal Pd come dal centrodestra. Cresce la povertà e il Sud ne paga le conseguenze con emigrazione di massa e crescente impoverimento. Il nuovo governo grilloleghista soffia sul fuoco della demagogia anti-immigrati ma nasconde la vera emergenza del paese e continua sulla strada dei governi precedenti che hanno favorito disuguaglianze. La flat-tax è un'offesa alla povertà e ai principi della Costituzione. Invece di diminuire le tasse ai ricchi bisogna anche con una patrimoniale investire su un grande piano per il lavoro e introdurre il reddito minimo garantito, dire basta a grandi opere dannose al nord e rilanciare investimenti infrastrutturali necessari al sud, bonificare il territorio e valorizzare patrimonio storico-naturalistico. Invece il governo continua a essere orientato a favore delle regioni più ricche. Infatti nella distrazione generale, Lombardia e Veneto si stanno contrattando l'autonomia con il governo dei loro compari leghisti e pentastellati".

 

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31/07/2018

Contropiano

 

Ma davvero dovremo anche assistere alla recita di Silvio Berlusconi che difende il pluralismo in RAI e la libertà d’informazione? Sì, proprio colui che da presidente del consiglio emanò l’editto bulgaro contro giornalisti e artisti non allineati. Che, per alcuni – tra cui Sabina Guzzanti e Daniele Luttazzi – vale ancora oggi. Sì, proprio il padrone di Mediaset, nota sede di pluralismo esemplare, che è persino riuscito a far eleggere un suo dipendente quale presidente della commissione di vigilanza sulla RAI. Lo ha fatto con l’accordo della Lega, con quello del M5S e soprattutto con quello del PD. Che oggi, assieme a quella sua sempre più inutile corrente esterna chiamata LEU, prega il signore di Arcore di fermare la pericolosissima presidenza RAI di Marcello Foa.

 

Sia chiaro non abbiamo alcuna simpatia per il giornalista italo-svizzero; le sue posizioni politiche sono all’opposto delle nostre e il solo fatto di essere designato in quota Salvini per noi lo definisce, anche se nel passato ha assunto posizioni controcorrente sulle guerre “umanitarie” dell’Occidente e sulle politica di austerità della UE.

 

Ma la campagna di PD, LeU e Forza Italia, sostenuta dai principali giornali, contro Foa nel nome della libertà di informazione, è quanto di più ipocrita, sfacciato e bugiardo ci tocchi di subire. Glispin doctor – così si chiamano gli autori delle campagne di propaganda che i mass media veicolano e creano quel “percepito” che cancella la realtà, ma fa vincere le elezioni – dei vecchi governanti ora all’opposizione denunciano il rischio che con la nuova presidenza RAI siano dominanti il “sovranismo” e il “populismo”. Essi temono un nuovo pensiero unico e sanno di che parlano, visto che sul dominio assoluto del pensiero unico liberista e guerrafondaio hanno edificato le proprie fortune.

 

Noi che combattiamo tutte le balle di regime – sia quella secondo cui sarebbe necessario difendersi dell’invasione dei migranti,  così come quella secondo cui jobsact, legge Fornero e fiscal compact siano cose buone e giuste -, noi che passiamo la vita e le lotte a combattere contro le fake news del potere, noi in questa guerra tra spin doctor di opposte tendenze non ci schieriamo proprio. Ognuno di loro è il bue che dà del cornuto all’asino avverso.

 

Noi non scegliamo tra il regime di balle targato Renzi e Berlusconi e quello targato Salvini, li combattiamo entrambi.

 

Quanto ai mass media, che quindici anni fa hanno portato ovunque l’immagine di Colin Powell che mostrava all’Onu la fialetta che avrebbe dovuto provare le armi letali di Saddam Hussein; quei media che hanno diffuso senza critiche la più grande falsificazione del dopoguerra, servita a scatenare una guerra catastrofica che dura ancora; quei media che ogni giorno ci raccontano le veline del potere presentandole come realtà assoluta… quei media non sono “la libertà d’informazione”, ma un ostacolo a che essa possa esistere.

 

Il PD nel passato ha imbrogliato milioni di persone chiedendo sostegno contro Berlusconi e ora chiede il sostegno di Berlusconi per fermare Foa. Chi gli può credere più?

 

No, noi nella sporca guerra per la RAI non ci caschiamo proprio, basta con le fakenews.

 

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31/08/2018

 

COMUNICATO STAMPA

 

«Luigi Di Maio – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – nega l’emergenza razzismo e difende Salvini. Davanti alla foto del volto tumefatto di Daisy Osakue, atleta italiana aggredita da un branco, a causa del colore della sua pelle, dovrebbe vergognarsi.

 

Tutto all’indomani dell’omicidio dopo l’inseguimento ad Aprilia, e dopo tanti, troppi casi di violenze gravissime e reati di stampo chiaramente xenofobo. Salvini dice che non c’è un’emergenza razzismo semplicemente perché è il principale responsabile di questa ondata di violenze e del clima che sta avvelenando il paese. Di Maio che difende Salvini e nega l’evidenza è complice, con Grillo, Casaleggio e tutto il M5S».

 

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Luigi Manconi

da il Manifesto

 

 

 

Sono la persona al mondo che meno crede alle teorie e alle sub-teorie del complotto e che meno è sensibile alle ideologie e alle cripto-ideologie della cospirazione. Al punto che quando – in occasione di quelle due o tre circostanze nel corso di un’intera vita – mi è capitato di essere sfiorato da una qualunque forma di macchinazione, ci sono cascato dentro con tutte le scarpe. Si può facilmente immaginare, dunque, quanto abbia resistito agli argomenti di un ottimo giornalista come Paolo Brogi che, nei giorni scorsi, quando un proiettile sparato da un’arma ad aria compressa ha colpito una bimba di 15 mesi, ha minuziosamente ricostruito l’elenco dei più recenti episodi simili. Ed eccolo, quell’elenco.

 

 

Nello scorso gennaio, a Napoli, un bambino straniero viene colpito alla testa da un piombino. Poi, nel corso dei mesi successivi, le aggressioni si sono ripetute in varie città. Bersagli sono ora immigrati e ora rom, come la bambina di cui già si è detto. L’altro ieri, a Caserta, un richiedente asilo, viene colpito in pieno volto da due giovani a bordo di un motorino. E, infine, ieri mattina, a Vicenza, un operaio originario di Capo Verde, sospeso su una pedana mobile a 7 metri di altezza, viene colpito da un proiettile sparato da un uomo che spiega: «Miravo a un piccione». Complessivamente, le persone colpite da armi pneumatiche dal gennaio 2018 a oggi sono state undici.

 

Dunque, in Italia qualcuno ha pianificato una serie di attentati con armi ad aria compressa contro immigrati e rom? Questo si domanda Paolo Brogi e sembra dare in qualche modo una risposta prudente ma positiva. Io resto scettico, ma la mia interpretazione dei fatti è, per certi versi, perfino più inquietante. Ritengo, cioè, che quelle aggressioni siano il frutto di una terribile dinamica di emulazione. Una vera e propria competizione silenziosa tra oscuri cecchini, dissimulati nella vita sociale e mossi da un rancore criminale e meschino nella sua anonima codardia. Certo, andrebbe verificato quale sia il numero totale degli attentati, realizzati con quelle stesse armi e non indirizzati contro bersagli “etnici”: ma una prima e sommaria indagine sembra evidenziare come la componente razziale sia sovrarappresentata.

 

Dunque, sembra assai probabile che in più luoghi del nostro Paese, più soggetti decidano di individuare e colpire bersagli immediatamente identificabili come estranei alla popolazione autoctona. Sia chiaro: non siamo ancora a una vera e propria “caccia all’uomo nero” ma già si evidenziano numerosi segnali del possibile manifestarsi di una simile tendenza. E questa attività, per giunta, trova nel tipo di arma “minore” utilizzata non solo il suo marchio e la sua identificabilità pubblica, ma anche, per così dire, la sua attenuante. Più che una azione di guerra, l’annuncio di una guerra possibile. Una strategia dell’intimidazione e della minaccia, altamente pericolosa e cruenta, ma non ancora violenza dispiegata. Dopo tutto si tratta di pistole e fucili ad aria compressa. E di ferite non mortali (anche se il morto o l’invalido permanente ci può sempre scappare). E’ proprio il fatto che non sia ancora una fase di guerra aperta a limitare la portata dei rischi e a incrementare il numero degli attentatori e degli aspiranti attentatori.

 

Il pericolo appare minore e più controllabile e meno rilevanti le conseguenze. Si tenga conto, infatti, che la detenzione di quel tipo di pistola o di fucile non richiede porto d’armi ma solo un documento d’identità al momento dell’acquisto (almeno fino ad una media potenza). E questo rende non solo facilmente accessibile la disponibilità di quelle armi, ma anche più occultabile il loro possesso e utilizzo. E, soprattutto, chi vi ricorre può arrivare a pensarsi come il necessario diffusore di un allarme o uno strumento di prevenzione e non certo come un potenziale omicida volontario. Insomma, come fosse il combattente di un microterrorismo latente e difensivo che può arrivare a colpire una bambina fino a paralizzarla, così, quasi per gioco. Uno sport estremo: una guerra civile a bassissima intensità.

 

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Adriana Pollice

 

Italia. Il Viminale modifica anche l’assistenza ai richiedenti asilo. Reagiscono le associazioni.

 

«Spero di presentare in breve tempo un pacchetto sicurezza con una normativa più efficace sull’immigrazione» ha spiegato ieri il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, durante il Question time. La norma conterrà «l’estensione del numero di reati che prevedono la sospensione della domanda di asilo». Il leader leghista fa ossessivamente l’accostamento tra migranti ed emergenza, eppure è il primo a spiegare: «Dal primo giugno sono sbarcate 4.500 persone, contro le 34mila dell’anno scorso». Due i punti fermi nella politica del Viminale: respingimento in mare attraverso la Marina libica, sottrazione di fondi all’accoglienza da impiegare per i ricollocamenti. Così, ieri, ha aggiunto: «Serve un forte impulso ai Centri di permanenza per il rimpatrio. Attualmente solo 6 sono attivi, per 880 posti. Entro l’anno saranno aperti nuovi centri per ulteriori 400 posti. Per il 2019 altri siti arriveranno nelle regioni che ne sono prive».

 

SALVINI PREME sull’acceleratore ma la Cassazione frena, ieri la Sesta sezione civile ha decretato: «Il richiedente asilo ha diritto a rimanere nel territorio nazionale in pendenza dell’esame di tale sua richiesta. Non fa eccezione nel caso in cui questa istanza sia stata presentata dopo l’emissione di provvedimento di espulsione».

 

In nome della «razionalizzazione della spesa», il Viminale lunedì scorso ha emanato una direttiva che modifica le modalità di assistenza per i richiedenti asilo. I servizi di prima accoglienza verranno assicurati a tutti, mentre gli interventi per favorire l’inclusione sociale saranno riservati solo ai beneficiari di forme di protezione. Stando al Def 2017, l’Italia spende ogni anno per i migranti circa 4,7 miliardi: poco più di 3,5 miliardi va all’accoglienza, il resto finisce in rimpatri assistiti e sicurezza. L’intenzione del ministero è tagliare i costi della prima voce: dagli attuali 35 euro per migrante si passerà a 25. Il risparmio, circa 500 milioni l’anno, verrebbe spostato su rimpatri e sicurezza. Salvini ha più volte ripetuto che l’Italia è il paese con la spesa maggiore per migrante ma i dati sono differenti: il Belgio, ad esempio, destina 51,14 euro al giorno, perfino la Slovacchia (del gruppo di Visegrad) ne impegna 40. Meno di noi spendono Francia (24 euro), Polonia, Austria.

 

LA DIRETTIVA ARRIVA dopo la circolare inviata il 5 luglio ai prefetti e alle commissioni territoriali, in cui il ministro dell’Interno ha chiesto una stretta all’accoglienza. «Su 43mila domande – ha spiegato Salvini – i rifugiati sono il 7%, la protezione sussidiaria raggiunge il 15. Poi abbiamo la protezione umanitaria che, sulla carta, è riservata a limitati casi ma rappresenta il 28% che poi arriva al 40 con i ricorsi. E spesso diventa la legittimazione dell’immigrazione clandestina». Le proteste contro il Viminale sono cominciate il 5 e proseguite ieri.

 

L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione aveva sottolineato: «Il ministero non ha voce in capitolo sul merito delle domande». Mercoledì Medici senza frontiere è intervenuta sulla direttiva: «Avrà l’effetto di inasprire le condizioni dei richiedenti asilo, aggravarne i disagi e ostacolare l’individuazione di persone vulnerabili».
Ieri il prefetto Mario Morcone, direttore del Centro italiano rifugiati, ha sottolineato: «Il taglio dei costi peggiorerà la situazione per migranti e italiani. Il migrante rischia di restare per due anni nei centri isolato, senza fare nulla, con un senso di rabbia ed emarginazione mentre, d’altro canto, farà crescere l’insicurezza negli italiani, che li vedono starsene inattivi. Tutto questo costerà molto di più alla collettività». Il centro Astalli aggiunge: «Corsi di italiano, accompagnamento socio-legale, formazione portano i rifugiati all’autonomia, in modo da uscire rapidamente dal sistema di accoglienza».

 

È ANCORA L’ASGI a sottolineare: «Quella di Salvini non è una direttiva, sono opinioni politiche. Secondo le norme, i richiedenti asilo dovrebbero essere trasferiti nel più breve tempo possibile nel sistema di protezione, che prevede corsi di lingua e formazione professionale». Le associazioni Cild, Action Aid, Indie Watch, Asgi, Cledu e Arci chiedono che vengano riviste le procedure operative degli hotspot per assicurare, in particolare, il diritto di asilo e la tutela dai respingimenti collettivi. «L’approccio hotspot – spiegano – ha prodotto una crisi generalizzata del diritto d’asilo in Europa, configurando anche forme illegittime di trattenimento».

 

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Adriana Pollice

 

Marchionne. Il ricordo di un operaio di Pomigliano

 

«L’era Marchionne a Pomigliano d’Arco per me è cominciata nel 2008: lo stabilimento Giambattista Vico chiude per 70 giorni, ci dovevano rieducare dissero. C’erano i camorristi sulle linee, eravamo i più assenteisti del gruppo (ma poi dissero lo stesso a Mirafiori), non andavamo a lavorare per vedere le partite del Napoli, insulti quotidiani dentro la fabbrica e sui giornali. La rieducazione serviva sia a introdurre il Wcm, il sistema di produzione ideato dalla Toyota, che a farci abituare a lavorare in una specie di caserma, dove la direzione e il caporeparto decidono tutto». Luigi ha la tessera Fiom, trentanni di esperienza al Vico, ricorda il prima e il dopo Marchionne: «Fino al 2008 producevamo tre Alfa Romeo, la 147 a tre e cinque porte, il Gt coupé e la 159. Modelli che avevano vinto premi come auto dell’anno. Il centro di ricerca stava lavorando ai Suv. Ci trovammo all’improvviso dipinti come dei nullafacenti che dovevano imparare a fare le automobili. Un giorno vado al corso e vedo che i cancelli del Vico stavano cambiando colore, al posto del rosso l’azzurro. Così ha capito che ci avrebbero tolto le Alfa. Invece di tre auto di lusso ci siamo ritrovati con una sola utilitaria, la Panda, e metà forza lavoro dichiarata in esubero dall’azienda».

 

L’ad porta al Vico lo stile Usa: «Al corso ci facevano sentire il monologo di Al Pacino in Ogni maledetta domenica, alle pareti delle aule c’erano grandi poster, ad esempio un campo di pecore bianche e una sola nera, che rappresentava il nostro stabilimento. Venivano i campioni dello sport a fare discorsi motivazionali. Soprattutto, ci spiegavano il processo produttivo mentre i vigilantes controllavano i reparti, non era mai successo, addirittura ti seguivano se andavi in bagno. Se chiedevi il permesso di andare in bagno ma prima andavi a comprare l’acqua ti arrivava una contestazione. Ci fecero pure ridipingere e pulire i reparti dove poi allestirono la linea della Panda».

 

Dell’arrivo di Marchionne a Pomigliano non può raccontare perché era finito in cassa integrazione, come la totalità degli iscritti Fiom: per tornare sulle linee c’è voluta la sentenza della Cassazione nel 2014 che ha condannato l’azienda per comportamento antisindacale. «Il giorno in cui arrivò al Vico noi della Fiom eravamo fuori a fare un picchetto. Quando sono rientrato a lavoro ho trovato dei tempi di produzione vertiginosi. C’è chi lavora su una piattaforma che scorre, la testa ti gira e così vai avanti con il nimesulide in tasca. Prima avevamo due pause da 20 minuti e la mensa a metà giornata, i tavoli e le sedie per socializzare. Adesso la mensa è a fine turno, che equivale a non averla, poche sedie e tre pause da 10 minuti. In 10 minuti o vai in bagno o bevi o telefoni a casa o ti siedi e, qualsiasi cosa scegli, lo devi fare di corsa. Io, dopo ogni pausa, sono più stressato di prima».

 

L’abbandono del contratto nazionale e l’utilizzo di quello aziendale, firmato da Cisl e Uil ma non dalla Fiom, ha conseguenze nella relazioni al Vico: alle prime assemblee sindacali della Fiom a Pomigliano, dopo il rientro in fabbrica delle tute blu Cgil nel 2014, partecipavano solo 15, 20 persone: gli operai temevano che l’azienda per ritorsione li mettesse in cassa integrazione. Perché al Vico c’è chi ha sempre lavorato (facendo pure gli straordinari) e chi era finito in cig a zero ore. La Fiom si è battuta per ottenere il contratto di solidarietà in modo da redistribuire lavoro e reddito. Ogni volta che la Fiom incontrava i rappresentanti Fca era in un tavolo separato, la controparte si sedeva solo perché costretta da una sentenza. La scorsa settimana al ministero del Lavoro è stata la prima volta che tutti i sindacati e l’azienda hanno discusso insieme: per Pomigliano altra cig straordinaria per 12 mesi, la Panda resta fino al 2022, sul secondo modello nessuna chiarezza.

 

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