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05.12.2021

 

Le manifestazioni tenutesi ieri in 23 città italiane per il No Draghi Day convocate dai sindacati di base e conflittuali con l’adesione di organizzazioni politiche e sociali della sinistra antagonista, sembrano aver rotto un vero e proprio incantesimo. 

 

In un clima politico in cui il Presidente del Consiglio Mario Draghi non incontra resistenze producendo un ircocervo istituzionale a metà tra un plenipotenziario e un inviato del destino, le voci di dissenso si erano fatte rarissime, in Parlamento e fuori.

 

La denuncia dei licenziamenti, del carovita, dell’assenza di un salario minimo e del mantenimento allo stato di collasso della sanità e dell’istruzione pubblica, hanno messo sul piatto un giudizio sull’operato dell’esecutivo che sarà impossibile ascoltare nei mass media pubblici e privati o in un Parlamento ormai asserviti al governo Draghi.

 

La partecipazione alle manifestazioni non era affatto scontata. In una società ancora annebbiata e confusa dallo smarrimento sull’emergenza pandemica, polarizzata artatamente su contestazioni degne di miglior causa, una opposizione a tutto tondo al “sistema Draghi” si era sentita solo nello sciopero generale dell’11 ottobre ed ora nella giornata del No Draghi Day.

 

questa mattina si replica con l’assemblea pubblica convocata   a Roma insieme ai firmatari dell’appello contro l’ipotesi che Mario Draghi diventi anche Presidente della Repubblica, attuando così un presidenzialismo de facto che fa a pugni con il dettato costituzionale e spiana la strada ad una deriva autoritaria già ben visibile ma negata (o sostenuta) ostinatamente.

 

Sull’aria che tira in tal senso, segnaliamo un episodio marginale ma odioso alla conclusione della manifestazione di Roma. Ad alcuni manifestanti, tra cui una compagna di settanta anni, sotto la pioggia, la polizia ha preteso che si togliessero di dosso la mantellina impermeabile con la scritta Usb come condizione obbligatoria per poter passare il cordone di agenti e andare a prendere l’autobus. Con insistenza è stato detto di togliere la mantellina e ripiegarla, bagnata, dentro la borsa. Un abuso e una forzatura che meritano di non passare sotto silenzio. A meno che il Ministero dell’Interno o la Questura non producano una circolare che vieta le mantelline impermeabili con la sigla di un sindacato come Usb. Se non esiste tale documento, prendere provvedimenti verso gli eccessi di zelo di alcuni funzionari di polizia sarà doveroso.

 

A meno che non sia l’ennesimo segnale intimidatorio che si è voluto mandare a chi ha rotto l’incantesimo verso Draghi

03.12.2021

da il Manifesto

Luigi Pandolfi

 

Economia. Ad ottobre, +5,2% nell’area Ocse, +4,1% nella zona euro. In Italia, a novembre l'indice dei prezzi (Nic), al lordo dei tabacchi, ha fatto un balzo del 3,8% su base annua

 

Per anni abbiamo sperato in un po’ di inflazione, ma, nonostante la politica ultra-espansiva della Bce, abbiamo avuto solo prezzi stagnanti e deflazione. Morale: un aumento della base monetaria non è di per sé sufficiente per un aumento dei prezzi, anche in presenza di un’offerta immutata di beni e servizi e di un immutato volume degli scambi commerciali. Insomma, la storia e l’evidenza hanno di nuovo sconfitto Irving Fisher (1867-1947) e la sua «Teoria quantitativa della moneta», fatta propria, mutatis mutandis, da tutti gli economisti neoliberisti, Draghi compreso.

 

Proprio Draghi, infatti, sarà, nella crisi del decennio scorso, uno dei principali protagonisti della politica economica e finanziaria europea basata sull’improbabile binomio austerità/politica monetaria espansiva. Una politica che servì a stabilizzare il settore finanziario, ma non produsse alcun effetto dal lato della domanda, dei consumi, dell’occupazione. I soldi del quantitative easing furono molti utili alle banche per smaltire i titoli di Stato che avevano in pancia (ne guadagnò, invero, anche il servizio del debito), ma di essi all’economia reale arrivò ben poco. Fallimento? Se ci riferiamo agli obiettivi dichiarati di Bruxelles e Francoforte, ovvero una ripresa sostanziosa dell’economia e un aumento dell’inflazione fino al fatidico 2% fissato nello statuto della Bce, certamente sì. Ma, come è noto, nessun economista è finito mai sul banco degli imputati.

 

Poi è arrivata la pandemia. Draghi è stato chiamato a «salvare l’Italia», il programma d’acquisti della Bce è stato prorogato e rafforzato, l’Europa ha sospeso il fiscal compact e ha varato il Next Generation Eu, emettendo obbligazioni comuni. Un definitivo cambiamento di rotta da parte di Bruxelles? Lo vedremo nei prossimi mesi, quando si porrà il problema del ritorno (o meno) dei vincoli del patto di bilancio. Per adesso possiamo solo prendere atto che l’espansione dei bilanci nazionali e l’avvio dei «piani di resilienza» non si sono accompagnati ad una revisione degli schemi neoliberisti che sono a fondamento dell’attuale modello di costruzione europea. I soldi ci sono, ma per spenderli bisogna garantire più privato e più mercato, concorrenza e flessibilità lavorativa.

 

Nel frattempo, l’inflazione è arrivata davvero. E non è solo un caso europeo. Ad ottobre, +5,2% nell’area Ocse, +4,1% nella zona euro. In Italia, secondo le stime preliminari dell’Istat, nel mese di novembre l’indice dei prezzi (Nic), al lordo dei tabacchi, ha fatto registrare un balzo dello 0,7% su base mensile e del 3,8% su base annua. Sono gli effetti ritardati della politica accomodante delle banche centrali? Per caso sono aumentati i salari dei lavoratori? Niente di tutto questo. Solo la conseguenza dei «colli di bottiglia» che si sono venuti a creare nelle catene globali di approvvigionamento di materie prime e semilavorati a causa della pandemia. Con inevitabili ricadute anche sui prezzi dei generi alimentari. La ragione per cui molti analisti parlano di «inflazione transitoria», oltre che di «inflazione da costi».

 

Solo chiusure e pandemia, dunque? No. Al tempo del capitalismo finanziario la macroeconomia non è intellegibile senza passare per i mercati finanziari. Insomma, la pandemia c’entra, ma c’entra anche la speculazione finanziaria. D’altro canto, grano e petrolio sono stati sempre «sottostanti» privilegiati nel gioco speculativo dei contratti «derivati», o no? Il rischio, tuttavia, è che di questa inflazione saranno solo i ceti popolari a pagarne dazio. E’ semplice: con lo stesso salario si comprano meno merci di qualche mese fa. Eppure, c’è già chi mette le mani avanti. Bisogna scongiurare una «spirale prezzi-salari». E di piena occupazione manco a parlarne (dopo sessant’anni la «Curva di Philips» incombe ancora).

 

Ma in Italia i salari sono pressoché fermi da vent’anni a questa parte: tra il 2000 e il 2020 l’aumento medio non ha superato i 900 euro. Quindi? Di nuovo è un problema di rapporti di forza. Di distribuzione del reddito tra salari, profitti e rendita finanziaria. Più in generale è il problema di come si vuole uscire da questa crisi. L’area della sofferenza sociale si è molto dilatata nell’ultimo anno. Non c’è solo il lavoro povero di chi un lavoro stabile ce l’ha. Troppo esteso è anche il bacino del lavoro precario, a pezzettini, iper-flessibile, e di chi un lavoro non ce l’ha proprio. Per questo, c’è da scongiurare che l’inflazione diventi il pretesto per una nuova stagione di attacco al welfare ed ai diritti dei lavoratori.

02.12.2021

da Il Manifesto

Chiara Cruciati

 

Italia/Egitto. La relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta: «Il Cairo poteva salvarlo ma ha coperto i servizi». Il rapporto ora approderà in aula. Intanto Fincantieri sponsorizza l’Expo egiziana delle armi

 

«Sappiamo, grazie anche al lavoro straordinario della magistratura, che Giulio Regeni è stato rapito, torturato e ucciso dai servizi di sicurezza egiziani, in particolare da funzionari della National Security Agency».

 

Riassume così, al manifesto, il punto centrale della relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni il suo presidente, l’onorevole Erasmo Palazzotto (Leu).

 

Una relazione pesantissima, votata all’unanimità dopo due anni di «lavoro straordinario» (da qui sono passati presidenti del Consiglio, ministri ed ex ministri, ricercatori, ong, esperti), che puntella l’incessante attività di indagine della Procura di Roma, giunta a incriminare quattro dei presunti aguzzini del ricercatore italiano (processo al momento «sospeso» per la mancata elezione del domicilio degli imputati, prossima udienza davanti al gup di Roma il 10 gennaio prossimo).

 

Tre gli elementi chiave: la responsabilità diretta dei servizi egiziani e quella materiale e politica del regime dell’ex generale al-Sisi; la necessità da parte dell’Italia di interrompere l’inefficace strategia della normalizzazione per (non) avere indietro brandelli di verità; «il sostanziale isolamento dell’Italia», con i paesi Ue che alle pressioni congiunte sul Cairo hanno preferito l’occupazione di eventuali spazi – economici e politici – lasciati liberi da Roma.

 

«È necessaria e urgente – ci spiega Palazzotto – un’attivazione concreta dei nostri più alti livelli istituzionali, del governo in particolare, per pretendere e ottenere giustizia da parte di un regime che finora ha in tutti i modi ostacolato la verità, depistando le indagini e coprendo le responsabilità dei propri apparati. Il nostro Paese deve far sentire la propria voce in Europa e ricorrere a tutti gli strumenti della diplomazia e del diritto internazionale per esercitare pressione su un regime che nega qualsiasi collaborazione».

 

Per questo la relazione appena approvata sarà portata in parlamento, per dargli efficacia concreta oltre che forza politica: «Sul piano politico una mozione approvata all’unanimità ha un peso molto rilevante – conclude Palazzotto – Inoltre la Commissione mi ha dato mandato perché la relazione sia discussa dall’aula. Nel caso ci fosse un voto, si tratterebbe di un impegno del parlamento, dunque vincolante per il governo».

 

I vertici del nostro paese tornano così a essere investiti in pieno da un evento terribile, che in quasi sei anni non ha condotto ancora a verità. La Commissione non lesina critiche sottese nel ricostruire il business as usual figlio di una normalizzazione dei rapporti che ha fatto pensare all’Egitto che, dopotutto, quella relazione speciale non era stata incrinata da giorni di torture e il collo spezzato di un giovane ricercatore: «Nella controparte si è ingenerata l’opinione che la questione fosse chiusa o almeno confinata a una dimensione laterale».

 

Un’idea derivante dall’opacità italiana che ha condotto a definire «ineludibile» il rapporto con Il Cairo come fatto dall’attuale ministro degli Esteri Di Maio e ribadito dalla vendita di due fregate Fremm e di armi leggere a favore della polizia (responsabile di aver cementato l’attuale regime sulla repressione strutturale del dissenso).

 

Succede ancora in queste ore: il primo sponsor dell’Expo militare in corso in Egitto dal 29 novembre è Fincantieri; due le aziende italiane al padiglione H2, Iveco e Intermarine.

 

Il Cairo sapeva cosa stava facendo e poteva salvare Giulio: l’immediata mobilitazione italiana, a ogni livello, fin dalla scomparsa, il 25 gennaio 2016, dava all’Egitto «il tempo per intervenire e per salvare la vita a Regeni. La responsabilità di questa inerzia grava tutta sulla leadership egiziana».

 

Che ha poi giocato le sue carte alla luce delle reazioni dell’alleato, come il 3 febbraio, giorno del ritrovamento del corpo di Giulio: «È da rilevare la reazione molto stupita e negativa della parte egiziana. Ne potrebbe derivare l’impressione che per gli egiziani aver fatto ritrovare Giulio Regeni fosse da considerarsi sufficiente a chiudere il caso e a riprendere il normale andamento delle relazioni bilaterali».

 

Da questo momento inizia la capillare opera di depistaggio, impossibile da realizzarsi senza il coinvolgimento dei vertici politici. Sei anni dopo è ancora possibile giungere a verità, la Commissione ne è convinta, «in presenza di un’autentica collaborazione da parte egiziana», ottenibile solo con «un atto deciso e consequenziale da parte del governo» e che ponga la giustizia per Giulio «al pari delle questioni di natura geopolitica e strategica».

 

Spinta ulteriore potrebbe arrivare da un’effettiva solidarietà internazionale, verso l’Italia quanto verso il popolo egiziano, da parte della Ue e dell’Onu. Attraverso embarghi di armi, l’apertura di una controversia internazionale o magari smettendo di fare affari con un regime brutale.

 

Proprio come ha fatto di nuovo ieri il primo ministro spagnolo Sanchez, che ha rinnovato con Il Cairo il protocollo di cooperazione finanziaria: 400 milioni di euro.

1.12.2021

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il caso. Nel rapporto 2021 la Svimez racconta la doppia velocità della «ripresa» sulla quale ha puntato il governo. E per il rilancio del Mezzogiorno si spera nel mantra «piano di ripresa e resilienza". Ma la crisi storica e strutturale di un'economia iniqua restano tutte: precarietà di massa, definanziamento dei servizi pubblici a cominciare da trasporti locali e sanità. Ma l'Istat ha stimato la crescita acquisita per quest’anno a +6,2% del Pil. Ma sono 920 mila donne senza lavoro né formazioni. Definanziati trasporti locali e sanità

 

Cresce il Pil, aumenta la povertà, in particolare al Sud. È la doppia velocità della «crescita» che potrebbe essere corretta dagli investimenti del piano di «ripresa e resilienza» (Pnrr) che destina il 40% delle risorse al Mezzogiorno anche se gli enti locali potrebbero non essere in grado di gestirli. Lo sostiene il rapporto Svimez 2021. Emerge così il ritratto di un paese dove il rimbalzo tecnico dell’economia (+6,2% dice l’Istat) dopo il crollo provocato dal congelamento della domanda e dell’offerta per contenere la diffusione del Covid può non mutare e, anzi, aggravare la storica divisione tra Centro-Nord e Sud del paese. Nel 2022 la Svimez prevede un aumento del Pil del +4,2% nel primo e del +4% nel secondo.

 

«IL NUOVO sentiero – è l’augurio il direttore Svimez Luca Bianchi – è un piano di investimenti che tenga insieme politica di sviluppo e politica di coesione. Per questo motivo l’impostazione del Pnrr può essere un elemento decisivo. La sfida sarà l’attuazione».

 

COSA rende «meno reattiva» l’economia del Mezzogiorno? La storia dell’economia politica, quella degli ultimi trent’anni: precarizzazione del lavoro e impoverimento di massa , definanziamento della spesa sociale e degli enti locali, fino al crescente indebitamento al punto da rischiare il fallimento. Il dato sulla povertà è noto, ma totalmente dimenticato dalla politica che continua a recitare il mantra del «Pnrr» sperando che i suoi salvifici effetti, nel prossimo decennio, servano a risolvere i problemi di oggi.

 

DUE MILIONI sono le famiglie in «povertà assoluta» in Italia: 5,6 milioni di persone, un milione in più solo nel 2020, l’anno del lockdown quasi generalizzato. Di queste, 775 mila vivono nelle regioni meridionali, circa 2,3 milioni di persone. La povertà ha il volto dei bambini. A Sud il 13,2% delle famiglie in cui è presente almeno un figlio minore sono povere, contro l’11,5% della media nazionale.

 

UNA PARTE di questa povertà è generata dal «lavoro povero» che non produce redditi dignitosi e non permette di superare almeno le condizioni di necessità. Ciò è dovuto all’«eccessiva flessibilità del mercato del lavoro», osserva la Svimez. Sono 920mila lavoratori che hanno un lavoro a «tempo determinato». Dopo lo sblocco dei primi licenziamenti da fine giugno, ci sono stati circa 10 mila licenziati o per scadenza di contratto. Il 46% era concentrato nelle regioni meridionali.

 

LA POVERTÀ è il prodotto del definanziamento dei servizi pubblici. A cominciare dal trasporto urbano. Nelle città metropolitane del Sud la quota di persone che usa abitualmente il trasposto pubblico locale non raggiunge il 10%, è quasi al 19% in quelle del Centro-Nord. La rete ferroviaria locale elettrificata è al Sud appena il 22,3%, contro il 52,6% del Nord e il 98,2% del Centro. Dicono che gli interventi per l’alta velocità previsti dal Pnrr consentirà al Mezzogiorno di ridurre di un quarto il tempo di percorrenza medio. Il problema è che non si concentrano sulla soluzione della mobilità nelle città e nelle zone prossime dove vivono le persone. Questa impostazione non aiuterà a risolvere i problemi descritti anche dalla Svimez.

 

POVERTÀ è il prodotto della bassa spesa pro capite per le cure sanitarie nel pubblico. A Sud è storicamente più bassa. Negli anni dell’austerità permanente la riduzione dell’assistenza ospedaliera per massimizzare i risparmi immediati non è andata di pari passo con il rafforzamento dei servizi alternativi all’ospedale, in particolare la medicina territoriale. Il tasso di assistenza domiciliare integrata, calcolato su 10 mila abitanti ultrasessantacinquenni, è pari a oltre 715 al Nord e a più di 636 al Centro mentre cala a 487 nel Mezzogiorno. Il problema, ha sostenuto l’Ufficio parlamentare di bilancio in un’audizione sulla legge di bilancio, non è stato affatto risolto. Lla spesa sanitaria del 2022 sarà in termini assoluti inferiore a quelli prepandemia nel 2019. E nemmeno inprospettiva il Pnrr non destina cifre da capogiro al settore più strategico nel tempo delle epidemie globali.

 

POVERTÀ è anche il risultato della disoccupazione e della precarietà delle donne. nel Mezzogiorno, quasi 900mila non cercano lavoro né istruzione, con valori intorno al 40% rispetto al 17% nella media europea. Il tasso di occupazione delle 20-34enni laureate da 1 a 3 anni è appena il 44% nel Mezzogiorno a fronte di valori superiori al 70% nel Centro-Nord.

30/11/2021

da il Manifesto

Francesca Del Vecchio

 

Milano. Emergenza abitativa, sindacati contro la regione.  “Urge assegnare quegli alloggi alle famiglie che ne hanno fatto richiesta e che ne hanno diritto. Erano previsti 2 bandi per l’anno 2021, ma il secondo non si farà perché il comune di Milano ci sta mettendo 9 mesi per assegnare quelli della scorsa primavera”

 

Quasi 20 mila famiglie tra Milano e i comuni metropolitani rischiano lo sfratto. Sono 16.513 quelle su cui pendeva una richiesta di esecuzione al 31 dicembre 2019 a cui si sommano le circa 3.500 per le quali il Tribunale di Milano ha emesso la convalida dello sfratto dal 2020. Convalide solo temporaneamente sospese per effetto dell’emergenza Covid.

 

Un quadro allarmante emerso dai dati forniti dai sindacati Sunia, Sicet, Uniat, Unione inquilini, Asia e Conia, specie se si considera che Milano è da sempre una città con ‘fame di case’. “Parliamo di una platea di cittadini variegata – spiega Giuseppe Jannuzzi, segretario di Sunia. – Quelli con più disagi appartengono a fasce estremamente disagiate per le quali non ci sono soluzioni alternative”, aggiunge. È un fatto, poi, che trovare ospitalità temporanea è molto più difficile a causa della pandemia. Le cause di questa emergenza sono diverse: le storture della legge regionale 2016 sulle politiche abitative, i criteri per la compilazione delle graduatorie, l’iper burocratizzazione nell’assegnazione degli alloggi.

 

“Uno dei più recenti correttivi alla norma regionale, anche se non è sufficiente, è l’eliminazione delle graduatorie singole per ciascun alloggio. Dal prossimo anno si torna alla graduatoria generale ‘a scorrimento’”, spiega Jannuzzi. Prima della riforma, datata maggio 2021, i bandi si riferivano infatti a specifici appartamenti, costringendo le famiglie a presentare domanda anche più volte all’anno. Pure i criteri con cui vengono stilate le graduatorie andrebbero rivisti: nel caso di persone anziane che passano dallo stipendio alla pensione con il Tfr “c’è un conflitto nei requisiti di permanenza negli alloggi pubblici. – spiega ancora. – Non si può chiedere a un pensionato di investire i risparmi, magari destinati alla salute, per la casa”.

 

Anche le 6 mila case popolari ristrutturate dal Comune di Milano e dalla Regione (con Aler) rimaste vuote sono un segnale negativo: “Urge assegnare quegli alloggi alle famiglie che ne hanno fatto richiesta e che ne hanno diritto – continua ancora il segretario di Sunia. – Erano previsti 2 bandi per l’anno 2021, ma il secondo non si farà perché il comune di Milano ci sta mettendo 9 mesi per assegnare quelli della scorsa primavera”, spiega ancora Jannuzzi.

 

Sindacati e i comitati degli inquilini stanno cercando di proseguire con l’assessore Maran l’interlocuzione avviata con l’ex alle politiche abitative Rabaiotti: “Chiediamo una regia unica per la gestione dell’emergenza: un unico ufficio che gestisca le pratiche e risponda alle richieste del cittadino”, aggiungono da Sunia. Dopo il lockdown, per giunta, alcuni uffici Giudiziari non hanno riaperto ed è diventato impossibile per i destinatari di sfratto conoscere l’1% del bilancio annuale (circa 50 milioni di euro, ndr) che abbiamo chiesto. – continua – Una somma che potrebbe fare la differenza. Ma non c’è la volontà politica”.

 

Altro nodo è il mancato investimento sulla ristrutturazione degli edifici pubblici esistenti e assegnati: “Spesso ci si dimentica che non si può far affidamento solo sulle forze dei comitati di condominio per sistemarli. Ci sono famiglie che vivono da 40 anni nella stessa casa e non hanno mai ricevuto assistenza nella manutenzione”. Problema che potrebbe essere in minima parte arginato – ma solo nel quartiere San Siro – investendo gli oneri di urbanizzazione del nuovo stadio, come anticipato dal sindaco Sala.

29.11.2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Antonello Patta, responsabile nazionale lavoro
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

 

È assordante il silenzio del governo rispetto alla possibilità che Tim la principale società del paese nel campo delle telecomunicazioni venga comprata da un fondo statunitense con gravissime conseguenze in termini di sicurezza nazionale, sul piano occupazionale e per quanto riguarda il superamento dei gravissimi ritardi del paese nello sviluppo della rete.


Da questo punto di vista non possiamo che condividere la mobilitazione dei lavoratori della Tim che oggi manifestano davanti al MISE a Roma e alle prefetture in tutta Italia, indetta da Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil. Denunciamo la passività del governo che testimonia la volontà di lasciare alle pure dinamiche di mercato scelte d’interesse pubblico così grande da richiedere una piena gestione pubblica.


Emerge non solo un’insopportabile scarsa considerazione del destino di decine di migliaia di Lavoratrici e lavoratori, 100 mila tra dipendenti diretti e indotto, ma anche una totale ignavia rispetto al rischio concreto che i dati delle cittadine e dei cittadini italiani, nonchè dati sensibili per la sicurezza nazionale, finiscano sotto il controllo delle agenzie di spionaggio USA. Perché il governo non annuncia uso del prio veto come ha fatto nei confronti dei cinesi per il 5G?


Dove è finita la retorica sull’occasione storica del PNRR per investire nella tutela dei dati dei cittadini sottraendoli al controllo di ogni sorta di influenze straniere?
Smentita clamorosamente dalla consegna del polo strategico nazionale, il cloud di tutte le amministrazioni centrali dello stato, a una gestione con i privati tra cui le big tech americane obbligate per legge a fornire ai dati all’intelligence Usa, oggi la stessa sorte tocca alla Tim.


Come Rifondazione Comunista sosteniamo da sempre la necessità di sottrare al dominio del mercato i settori strategici per l’economia nazionale devastata da decenni di neoliberismo sfrenato e del rilancio del ruolo del pubblico sia nell’indirizzo sia nella gestione e controllo diretti.
Per gli stessi motivi per cui siamo stati contrari all’ipotesi del governo Conte di lasciare a Tim la proprietà e la gestione della rete, oggi, a maggior ragione lo siamo rispetto alla possibilità che la principale società di telecomunicazioni venga consegnata nelle mani di un fondo stunitense che ha nel board un ex-capo della CIA.

 

Difendiamo la democrazia e l’occupazione con la ripubblicizzazione. La privatizzazione anche in questo campo ha fatto solo danni.

28/11/2021

da il Manifesto

Giulia Siviero

 

Vive. Non Una di Meno torna in piazza contro la violenza maschile e di genere: almeno 100 mila persone hanno attraversato Roma.

 

«Saremo marea», avevano annunciato. E lo sono state. Il movimento femminista Non Una di Meno è tornato in piazza in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne e la violenza di genere.

 

GIOVEDÌ 25 NOVEMBRE decine di nodi territoriali hanno organizzato azioni dislocate in tutt’Italia, per poi ritrovarsi ieri a Roma in corteo (autorizzato, tocca dirlo): erano presenti almeno 100 mila persone che hanno attraversato la città da Piazza della Repubblica fino a Piazza San Giovanni.
«Dopo quasi due anni di pandemia siamo tornate in piazza con moltissima forza, per ribadire che nonostante tutto non siamo vittime e che anche in questi due anni abbiamo costruito legami di sorellanza e di autodifesa che oggi hanno trovato finalmente un’esplosione».

 

Il corteo è stato aperto da uno striscione con scritto «ci vogliamo vive», portato dalle donne che lavorano nei centri antiviolenza femministi. Antonella Veltri presidente di Di.Re ha spiegato che oggi sono scese tutte in piazza perché «insoddisfatte delle politiche governative e delle politiche istituzionali che si sono mosse finora per prevenire e contrastare la violenza alle donne». Le risorse sono insufficienti «e da anni per quanto riguarda i Cav ci sono grossi problemi dal punto di vista della sussistenza e della sopravvivenza. Chiediamo misure concrete e strutturali».

 

LUNGO IL PERCORSO sono state organizzate diverse azioni collettive. Sono stati agitati in aria, rumorosamente, i mazzi di chiavi che ciascuno e ciascuno aveva con sé: «Come sappiamo bene l’assassino ha le chiavi di casa e il picco di segnalazioni durante l’emergenza sanitaria dimostra ancora una volta che la casa non è un luogo sicuro. Agitiamo le nostre chiavi in aria per simboleggiare la rivolta alla violenza domestica, psicologica, in strada, sul lavoro, come segno di sorellanza e rifiuto della vittimizzazione». Alle 16.30 tutto il corteo ha preso parte al «grido muto», facendo silenzio per un minuto ed esplodendo infine in un grido di rabbia e sorellanza, un’azione ripresa dalle femministe cilene.

 

MARIA EDGARDA MARCUCCI, che 2017 era stata in Siria a combattere a fianco delle Unità di protezione delle donne curde, le Ypj, contro le milizie dello Stato islamico sostenute dalla Turchia e che è stata colpita dal regime della sorveglianza speciale per le sue lotte politiche, ha ricordato «tutte le donne che resistono sulle montagne, le donne del movimento NoTav e quelle del Kurdistan. Siamo qui per tutte loro».

 

DURANTE GLI INTERVENTI si è parlato dell’intreccio tra sfruttamento e confini, di sex work con il collettivo femminista Ombre Rosse, di scuola, giustizia climatica, e delle cosiddette malattie femminili come vulvodinia, neuropatia del pudendo, endometriosi e fibromialgia per chiederne il riconoscimento da parte del sistema sanitario nazionale.

 

CENTRALE È STATO IL TEMA del lavoro: «Sono anni che riconosciamo la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere come strutturali. E i femminicidi e le violenze fisiche più evidenti di cui leggiamo tutti i giorni sui giornali sono solo l’apice di una piramide della violenza che si manifesta in ogni ambito delle nostre vite: pensiamo alla violenza economica, alle molestie sui luoghi di lavoro, allo sfruttamento, ai ricatti della precarietà, che si intrecciano con gli abusi e le discriminazioni di genere. È sempre stato così, ma la pandemia e la crisi connessa al Covid lo hanno reso ancor più evidente. Sono state le donne, soprattutto, a doversi fare carico del lavoro domestico e di cura aumentato a causa della distruzione del welfare. Sono le donne che ancor prima dello sblocco dei licenziamenti hanno perso il lavoro a causa della chiusura delle scuole o perché i loro posti di lavoro sono sempre quelli più precari, peggio pagati e con meno tutele. E oggi in piazza ci sono tante lavoratrici che si stanno mobilitando».

 

IL MOVIMENTO HA RIBADITO in un intervento dopo l’altro, «tra rabbia e favolosità», le proprie richieste: un permesso di soggiorno europeo slegato da famiglia e lavoro, un welfare «pensato sulle nostre esigenze», educazione sessuale, all’affettività e alla differenza di genere nelle scuole, accesso all’aborto, al teleaborto e alla RU486 in tutte le regioni e, tra le altre cose, cancellazione di ogni riferimento alla sindrome da alienazione parentale, che non ha alcun fondamento scientifico, dalle sentenze di tribunale sull’affido dei e delle minori.

 

ALL’ARRIVO C’È STATA un’azione simbolica e finale: è stato acceso un numero di candele pari ai femminicidi, lesbicidi e transicidi avvenuti nel 2021. L’azione è stata curata dall’Osservatorio nazionale di Non Una Di Meno il cui lavoro, avviato due anni fa, è stato reso pubblico il 25 novembre. Nei dati dell’osservatorio sono stati inclusi «anche tutti i casi che riguardano persone trans e libere soggettività che sono oggetto della medesima violenza patriarcale che subiscono le donne».

 

I DATI DEL 2021, FINORA, dicono che i femminicidi sono stati 104 e i transicidi 4. Tra questi 5 sono casi di suicidio, «consapevolmente inclusi perché indotti dalla stessa matrice». In almeno 7 casi c’è stata violenza o stupro prima dell’uccisione, in almeno 14 c’erano state denunce o segnalazioni, almeno 11 minori erano presenti durante i fatti e 35 minori sono rimasti orfani in seguito all’uccisione della madre. Tra i colpevoli: il più giovane aveva 16 anni, i due più anziani 88.

 

In almeno 12 casi si trattava di persone che avevano già precedenti penali connessi a violenze, persecuzione, stalking, abusi nei confronti delle loro attuali e passate compagne, mogli, madri. Nella quasi totalità dei casi, l’assassino era infine una persona conosciuta dalla donna o dalla persona trans* uccisa.

27/11/2021

da il Manifesto

 

APPUNTAMENTO ALLE 14 IN PIAZZA DELLA REPUBBLICA. Ritorna in presenza la marea di attiviste, associazioni e soggettività politiche per dire no alla violenza maschile e di genere

 

L’appuntamento è oggi a Roma in Piazza della Repubblica, dove si aspettano manifestanti da tutta Italia. Il corteo di Non Una Di Meno partirà alle 14 e vede ancora una volta la sua centralità nella lotta alla violenza maschile e di genere; per questa ragione la testa sarà composta dai Centri antiviolenza che in questi anni hanno lavorato accanto alle donne, nei territori, con ostinazione e scarsi sostegni. E con il Piano nazionale antiviolenza in ritardo di un anno dalla scadenza dell’ultimo. Seguono i due carri predisposti da Nudm per comunicazioni, interventi e musica.

 

All’altezza di via Cavour le attiviste hanno domandato di condurre un’azione rumorosa, si legge nella scansione della giornata (cui domani sarà dedicato un approfondimento su queste pagine), agitando fra le mani un mazzo di chiavi per segnalare come l’assassino e il violento abbiano appunto le chiavi di casa.

 

Lo mostrano ancora una volta i dati dei Centri antiviolenza, il profilo di chi usa violenza contro le donne come di chi le uccide è lo stesso: partner o ex. In crescita, durante la pandemia, anche la violenza contro le persone lgbtqia+.

 

Alle 16.30 la seconda azione sarà in sintonia con le sorelle cilene, dunque si tratterà di sedersi per terra in un minuto di silenzio per poi gridare, tutte insieme. I temi sollevato dalle compagne di Nudm si intrecceranno a Piazza Esquilino tra sfruttamento e confini, muri e migrazione.

 

Il flashmob «Sensibili/Invisibili», servirà invece per denunciare quante malattie femminili e croniche non vengano riconosciute dal Sistema Sanitario Nazionale.

 

Il corteo si chiuderà a Piazza San Giovanni con la terza azione, cioè componendo il simbolo transfemminista con un numero di candele pari ai femminicidi, lesbicidi e transcidi avvenuti nel 2021.

Alfonso Gianni

 

Fisco. La riforma fiscale, nel 1974, prevedeva un sistema di 32 aliquote dal 10% al 72%. Da allora un lungo ma implacabile percorso di innovazioni legislative regressive

 

Un intervento sull’Irpef e sull’Irap che configura una manovra regressiva, peggiore di quanto ci si potesse aspettare, vista la discussione nelle commissioni parlamentari competenti .

 

Al Mef era attivo un tavolo di confronto con i partiti politici della maggioranza per definire il disegno di legge delega di riforma fiscale, che il governo aveva dichiarato nella Nadef essere uno dei ben 21 collegati alla manovra di bilancio. Erano pervenute, da parte del team di esperti nominato dal Ministro, diverse proposte. Alla fine della discussione è stata scelta la peggiore.

 

Ora verrà sottoposta all’approvazione di Draghi e dei segretari dei partiti della maggioranza e poi confluirà in un emendamento governativo al testo della manovra di bilancio in discussione al Senato. Ma l’accordo politico c’è, hanno tutti assicurato nelle dichiarazioni di ieri.
Un intervento criticato anche da Bankitalia dalla quale erano giunti moniti che sono stati tenuti in non cale. Degli 8 miliardi previsti 7 verrebbero utilizzati sull’Irpef e uno sull’Irap. L’Irpef verrebbe ridisegnata lungo 4 aliquote rispetto alle 5 attuali. Il che comporta un’ulteriore riduzione del criterio della progressività contenuto in Costituzione.

 

Si ricorderà che la riforma fiscale entrata in vigore nel 1974 prevedeva un sistema tributario di 32 aliquote dal 10% al 72%. Da allora si è snodato un lungo ma implacabile percorso, punteggiato da innovazioni legislative regressive, che hanno sorretto la lotta di classe condotta dalle classi e dai ceti dominanti lungo l’ultimo quarantennio e che ora troverebbe così la sua nuova epifania.

 

Le 4 aliquote sarebbero del 23%, del 25%, del 35% e del 43%. Mentre per la no-tax area si parla di minime e per ora imprecisate modifiche, la fascia di reddito fino a 15mila euro resta al 23%; quella tra i 15 e i 28mila euro scende dal 27% al 25%; la successiva dai 28mila ai 50mila euro (non più 55mila) diminuisce di tre punti dal 38% al 35%; oltre quella cifra, avendo cancellato l’aliquota del 41%, si applicherebbe quella del 43%. Il famoso salto dalla seconda alla terza aliquota che prima era di 11 punti verrebbe solo ritoccato portandolo a 10.

 

L’effetto di questo ridisegno di scaglioni e aliquote favorisce i redditi medi ed anche quelli con un alto imponibile. Basta guardare al terzo scaglione per rendersene conto. La riduzione di tre punti dell’aliquota favorisce proporzionalmente di più coloro che si trovano nella parte alta dello scaglione, ovvero vicino ai 50 mila euro, che non quelli che stanno vicini ai 28 mila, poiché per questi ultimi la riduzione agirebbe solo su una componente minimale del loro reddito che verrebbe per il restante investito da una riduzione inferiore dell’aliquota. Nel contempo l’aliquota del 43% rimane il tetto del sistema tributario, molto lontano da quel 72% di quaranta anni fa, e lascerebbe indifferenti gli strati più ricchi della popolazione.

 

Altro che riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente e sui pensionati, soprattutto quelli con gli assegni più bassi. Come aveva avvertito la stessa Bankitalia, la scelta di agire in modo orizzontale sulle aliquote, per giunta riducendone il numero, finisce per favorire maggiormente redditi ben diversi di quelli del lavoro dipendente. Alla faccia della recente elaborazione di Openpolis su dati Ocse, che mostra come i salari italiani siano gli unici nel quadro europeo ad essere diminuiti (del 2,9%) dal 1990 ad oggi.

 

Ma la scelta e l’obiettivo erano altri, cioè quelli di venire incontro ai mitici ceti medi. Lo si vede anche dall’intervento sull’Irap, ove peraltro le cose appaiono più confuse. Non solo l’intervento complessivo rientra negli otto miliardi previsti, mentre ne servivano ben di più per una misura che avesse una qualche efficacia sullo scarso reddito dei lavoratori dipendenti. Ma un miliardo se ne va per la riduzione della tassa che svolge un ruolo fondamentale nel finanziamento del sistema sanitario nazionale, scegliendo irresponsabilmente il momento meno indicato di fare ciò che è pur sempre una cosa sbagliata. Un contentino alla Lega, dopo il braccio di ferro sulle misure anti-Covid? Sarà, sta di fatto che l’eliminazione dell’Irap per ditte individuali si aggiunge ai diversi tagli che hanno più che dimezzato il gettito fiscale di questa imposta dal 2,7% del Pil nel 2007 all’1,2% nel 2020.

 

L’accordo politico è quindi pessimo, i suoi dettagli se confermati lo dimostrano. C’è poco da sperare in questo Parlamento la cui composizione è essenzialmente frutto delle scelte dei vertici dei partiti. Eppure sarebbe un errore considerare chiusa la vicenda. Chi l’ha condotta afferma trionfante che si tratta di misure strutturali e non per il solo 2022. Non è solo la Cgil a mostrare contrarietà. Ma non è cosa che può essere lasciata a mobilitazioni locali. E’ proprio il caso in cui non è necessario essere tardivi seguaci di Sorel per chiedere uno sciopero generale.

25/11/2021

da il Manifesto

Alberto Leiss

 

Maschile Plurale. La violenza contro le donne sarà vinta, o almeno ridotta, solo quando cambierà sul serio la mentalità e la cultura maschile che la produce. Ogni tanto si affaccia la domanda: ma gli uomini dove sono? Che cosa dicono, fanno, pensano a proposito della violenza che agiscono?

 

Intorno al 25 novembre i media si riempiono di notizie, servizi, interventi che riguardano lo scandalo sempre più insopportabile della violenza agita contro le donne. Rimbalzano i numeri sui femminicidi, le persecuzioni sotto casa, le botte, la violenza psicologica e economica. La furia omicida che si abbatte anche sui figli. La cronaca alimenta questo museo di orrori perpetrati per lo più da mariti, compagni, padri, fratelli, amici di famiglia, e da qualche sconosciuto per la strada…

 

E poi i buoni propositi delle istituzioni, della politica: si parla di finanziamenti, di sempre nuove norme contro chi agisce la violenza, e per la tutela delle vittime. (Meno si chiarisce perché il «piano nazionale antiviolenza» è stato un anno bloccato tra un governo e l’altro, o perché i finanziamenti delle Regioni impieghino tanto tempo per arrivare – se arrivano – a chi della violenza si occupa quotidianamente).

 

Ma il punto è un altro. La violenza contro le donne sarà vinta, o almeno ridotta, solo quando cambierà sul serio la mentalità e la cultura maschile che la produce. Ogni tanto si affaccia la domanda: ma gli uomini dove sono? Che cosa dicono, fanno, pensano a proposito della violenza che agiscono?

 

La giornata del 25 novembre può essere un termometro della consapevolezza maschile? In parte, ma solo in parte, credo di sì. E quest’anno si annunciano iniziative forse più numerose che in passato. In alcune città gruppi maschili metteranno nei fiumi, laghi, in mare, barchette che ricordano le donne uccise. Un gesto per non dimenticare e per «cambiare rotta». Si moltiplicheranno cortei e flash mob con maschi che indossano scarpe rosse. Colorata assunzione di responsabilità, voglia di esserci, di cambiare?

 

Con altri amici della rete di Maschile plurale ho firmato un testo che registra la crescita in Italia di «gruppi che promuovono pratiche di liberazione maschile contro stereotipi e sessismo», ne disegna una prima «mappa» da integrare in progress, e rilancia il desiderio di «Prendere parola, adesso». Unendo le differenze dei punti di vista, delle esperienze, alla capacità di rafforzare il messaggio, di andare oltre la solidarietà – pur apprezzabile – dichiarata una volta all’anno.

 

«La giornata internazionale contro la violenza sulle donne, afferma il testo (integrale sul sito di Maschile plurale) ci riguarda non solo perché siamo noi maschi a esercitare queste aggressioni – e tutti in qualche modo siamo attraversati dalla cultura patriarcale che produce la violenza – ma perché mettere in discussione questa cultura sarebbe un grande vantaggio per noi stessi e le nostre vite».

 

È questa – credo – la scommessa fondamentale. La emancipazione e la libertà delle donne conquistate dalla rivolta femminile e femminista dell’ultimo mezzo secolo – a cui si è aggiunta la critica all’ordine patriarcale del mondo glbtqia+ – hanno messo e continuino a mettere in discussione privilegi, vantaggi, «dividendi patriarcali», come li ha chiamati R.W. Connell. Ne risentiamo tutti, anche i maschi più indietro nella scala sociale. Una «crisi» e un disagio che restano spesso muti, o invece si traducono proprio nella riaffermazione violenta di un potere che comincia a vacillare. In famiglia, nella società, nella politica. Chi non condivide questa reazione brutale sì, dovrebbe alzare la voce, riflettere su di sé, sulle proprie relazioni con l’altro sesso, le altre identità sessuali e di genere, e – forse ancor di più – sulle complicità, le gerarchie, i pregiudizi e i conflitti che definiscono le relazioni tra uomini.

 

L’esperienza di Maschile plurale, aperta da circa un trentennio, mi dice che provare a mettere in parola questo disagio può farci bene. E che è venuto il tempo di condividere di più e meglio questa ricerca con le donne che fossero interessate a farlo. Con le persone che si ribellano ai codici normativi patriarcali. Da qui la proposta di costruire insieme un incontro pubblico annuale sul nodo delle relazioni tra i sessi. Riscoprendone, in un mondo tanto cambiato, tutte le dimensioni di ricchezza vitale. Un luogo quindi di scambio, discussione, ricerca e creatività permanente.

 

Spezzare le catene che pretendiamo di imporre alle donne, e a chi ci appare troppo «diverso» secondo imperativi simbolici che non reggono più – direi riadattando un famoso slogan – aprirebbe un mondo di sentimenti migliori prima di tutto a noi stessi.

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