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Roberto Zanini

 

Biografie militanti. La sua è stata una vita rocambolesca, intrisa di politica. Entrato nel Partito socialista cileno, con il golpe del '73 fu arrestato e torturato, fino all'esilio ottenuto da Amnesty International. Nel '78 si unì alle Brigate internazionali Simon Bolivar in Nicaragua e poi, negli anni a seguire, diventerà lo scrittore acclamato che tutti conoscono.

 

«Il bastardo non vale un minuto del mio tempo». Manuel Contreras era stato il capo della Dina, la Gestapo cilena, era stato l’uomo che l’aveva fatto gettare in cella e consegnato ai torturatori. Ed era finalmente morto, a 86 anni, con un’immonda quantità di omicidi e una modica quantità di condanne sulle spalle. Ma c’era il sole, la griglia bollente, la birra gelata, e su tutto incombeva un appetito cileno. «Vaffanculo anche Contreras». Niente pezzo, niente intervista. In sottofondo, rumore di bistecca che cominciava a sfrigolare. Era l’agosto del 2015

 

LUIS SEPÚLVEDA era questo, un cantastorie da combattimento, e le battaglie erano tante, quelle vecchie, quelle nuove e soprattutto le prossime: perché agitarsi per un vecchio macellaio carico d’anni e di peccati? La Storia gli era già passata sopra, asfaltando la strada di un nuovo Cile solo poco meno esecrabile di quello vecchio. Quel vecchio Cile che aveva assorbito, travolto e infine lanciato nel mondo il nipotino di un anarchico andaluso che per scampare alla garrota si era rifugiato a Valparaiso. Nonno Gerardo è stato l’inizio di una traiettoria convulsa, complicata e bellissima fatta di viaggi, libri e fucilate. Un’avventura di mille protagonisti e di uno solo: Luis Sepúlveda stesso. Il suo personaggio migliore.

 

L’avventura si è fermata ieri, in Spagna. Il Covid-19 ci ha messo oltre 50 giorni a ucciderlo. Se l’era preso in Portogallo, a un festival letterario. Alla clinica di Guijon perdono due giorni prima di fargli la lastra che spaventa i medici: ambulanza fino a Oviedo, ricovero, isolamento, tampone. Il 29 febbraio Luis entra sulle sue gambe nell’Hospital central universitario de Asturias. Non ne uscirà vivo. Ad aiutare il virus, una polmonite sofferta l’anno prima a Pordenone – altro festival letterario – e poi 70 anni compiuti, molti chilometri percorsi, moltissime sigarette. Ieri mattina, quando ha chiuso gli occhi, il Covid-19 non era più nel suo corpo. Negativo al test. Ma il danno era stato fatto.

 

SEBBENE AUTORE da milioni di copie (oltre 9 milioni solo in Italia), su Luis Sepúlveda non esistono saggi, quindi nemmeno biografie più attendibili dei suoi stessi racconti. La vita del cileno errante era iniziata nel ’49 a Ovalle, nel centro-nord del Cile. Al nonno anarchico si contrapponeva il padre comunista, l’uno inseguito dai franchisti e l’altro dal suocero possidente che per sua figlia voleva di meglio dello squattrinato gagliego che se l’era presa.

 

Tutto inutile: Luis senior e Irma Calfucura hanno un bambino, Luis Sepúlveda Calfucura, mezzo spagnolo e mezzo indio mapuche, allevato dal nonno e dallo zio – anarchico incallito pure lui – con un’accorta miscela di Salgari, Melville, Cervantes e regolari pisciate notturne sui gradini della chiesa del quartiere. Precoce autore di poesie sul giornalino della scuola e di favolosi racconti erotici venduti ai compagni, a vent’anni vince il premio Casa de Las Americas per il suo primo libro, i racconti Cronicas de Pedro Nadie, e una borsa di studio quinquennale per l’università Lomonosov di Mosca, quello della nomenklatura.

 

A Mosca viene espulso quasi subito (dissidenza? flirt con la moglie di un docente?), così come dalla dogmatica Gioventù comunista cilena. E così entra nel Partito socialista cileno: con il golpe del ’73, quelli del «Gruppo Amici del Presidente» che non morirono nella Moneda bombardata da Pinochet saranno arrestati e così Luis, che racconterà della cella minuscola e delle unghie strappate, del secondo arresto e dei due anni e mezzo di carcere fino all’esilio ottenuto da Amnesty International. Esce dal Cile su un aereo diretto in Svezia, ma al primo scalo – a Buenos Aires – se la squaglia.

 

I SUCCESSIVI DIECI ANNI sono quelli di un avventuriero di sinistra, sempre sconfitto ma mai vinto (con un’eccezione: il Nicaragua), che campa con il giornalismo e pratica la letteratura. Dall’Argentina va in Brasile e poi in Paraguay, mentre un paese dopo l’altro l’America latina soffoca nelle spire del Plan Condor e dei colpi di stato di destra. A Quito, in Ecuador, si unisce a una spedizione dell’Unesco presso gli indios suhar, quei mesi nell’Amazzonia ecuadoriana saranno alla base del primo vero grande libro, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore.

 

Nel 1978 si unisce alle Brigate internazionali Simon Bolivar in Nicaragua: «Iniziammo in mille e pochi mesi dopo eravamo la metà», racconterà. È una vittoria, la sola: i sandinisti entrano a Managua e lui si trasferisce in Europa, a Amburgo, dove conosce Greenpeace e per cinque anni farà parte di un equipaggio. Finché nel 1989 Il vecchio che leggeva romanzi d’amore viene pubblicato (in Italia nel 1993) e fa di lui uno scrittore.

 

A FINE ANNI 80 potrebbe tornare in Cile ma è un tentativo che fallisce rapidamente. Gira l’Europa in camper e si ferma a Guijon, nelle Asturie: Spagna del nord, modernismo su piccola scala, una Barcellona gracile con un clima atroce diviso tra pioggerellina, pioggia e forte pioggia. Eppure. Il giramondo si ferma a Guijon, si sposa di nuovo con la stessa donna che aveva sposato in Cile, la poetessa Carmen Yanez, e finalmente scrive e basta. Nel 1997 arriva al manifesto. «Voglio essere quello che era Soriano, vi interessa?». Osvaldo Soriano era morto da qualche mese e questo cileno da battaglia voleva raccoglierne il testimone. Aveva pubblicato da poco la Storia della gabbianella, era appena uscito il Diario di un killer sentimentale. Ci interessava eccome.

15/04/2020

da Il Manifesto

Roberto Maggioni

 

Smascherato. In tilt la gestione del coronavirus da parte dell’assessorato alla sanità. Una petizione di «Milano 2030» chiede la verità sui contagi

 

Commissariare la sanità lombarda. Più che un appello è quasi un grido di disperazione quello dei lombardi che stanno firmando la petizione online lanciata dalla rete di associazioni e partiti «Milano 2030».

 

In poche ore sono arrivate oltre 10mila firme per chiedere la nomina di un commissario per la sanità regionale che cambi la strategia lombarda per arginare la diffusione del coronavirus. In questi giorni nelle conversazioni telefoniche di qualsiasi lombardo c’è una domanda ricorrente: perché se siamo chiusi in casa da 40 giorni i nuovi contagi giornalieri continuano ad essere così alti? Chi sono i nuovi contagiati? Quanti anni hanno? Dove si sono infettati? L’assessore alla sanità Giulio Gallera ha infelicemente puntato il dito contro i bambini che giocano nei cortili e le troppe persone ancora in giro, ma la realtà raccontata dai dati sui controlli in strada è diversa.

 

SULLE 10 MILA PERSONE fermate mediamente ogni giorno a Milano il 95% è in regola con i permessi. Se l’assessore Gallera è in possesso di dati qualitativi sui nuovi contagiati dovrebbe condividerli con i cittadini che si stanno chiedendo, isolati nelle proprie case, cosa stiano facendo di sbagliato al quarantesimo giorno lockdown.

 

«La gestione della sanità lombarda è stata la miglior alleata del Covid-19» sostiene Vittorio Agnoletto, medico del lavoro, attivista, tra i promotori della petizione online insieme a Costituzione Beni Comuni, Medicina Democratica, Milano In Comune, Possibile, Rifondazione, Sinistra Italiana, diverse associazioni, e sostenuta anche da esponenti del Pd come l’eurodeputato Pierfrancesco Majorino. «Sono totalmente d’accordo con l’idea di mettere un commissario straordinario in Regione Lombardia sul tema della Sanità» ha scritto Majorino su Facebook. «Fontana e Gallera non ce la fanno».

 

L’ANALISI che molti fanno è che la sanità lombarda non è stata in grado di arginare la diffusione del virus perché da anni ha introiettato al suo interno l’impostazione della sanità privata e perché in questo mese e mezzo sono stati commessi diversi errori. «La sanità privata è disinteressata alla prevenzione e si concentra sulla cura, quella pubblica cerca di prevenire anche per alleggerire i costi pubblici» spiega Agnoletto. «In Lombardia non c’è più una cultura della prevenzione e della sanità pubblica».

 

Nella crisi del coronavirus la prima linea rappresentata dai medici di base è stata lasciata sola, senza indicazioni precise e soprattutto senza sistemi di protezione. «Ricordo il 4 marzo quando la Regione ci ha chiamati per la prima volta per consegnarci mascherine e guanti» racconta un medico di famiglia milanese. «Erano già in ritardo perché erano già passati 15 giorni dalla scoperta del primo caso a Codogno, la beffa è stata che le mascherine erano insufficienti per tutti».

 

Travolti i medici di base, il virus è finito in ospedale e il mondo ospedaliero ha dovuto lavorare senza l’argine della medicina territoriale che avrebbe invece potuto alleggerire il carico sugli ospedali. «Il virus non è stato inseguito, non c’è stata una strategia sui tamponi, non è stata fatta sorveglianza sanitaria» dice ancora Vittorio Agnoletto.

 

OGGI A MILANO sono in tanti ad avere uno o più sintomatici in casa. Persone a cui non viene fatto il tampone e che a breve potrebbero essere richiamate a lavorare. Metà delle fabbriche lombarde, come raccontato su queste pagine, sta già lavorando. Presto potrebbero arrivare gli altri. Per convivere col virus si dovrà fare attenzione alle persone in quarantena.

 

A Milano l’hotel Michelangelo messo a disposizione dal Comune viene utilizzato a metà dalla Regione Lombardia. «Attualmente ospitiamo 102 persone su quasi 300 posti» hanno spiegato gli assessori milanesi Maran e Tajani. «Ne ospitiamo 102 perché non ce ne mandano di più e viene da chiedersi se davvero non esista una domanda superiore».

 

Non solo le petizioni online, ieri 104 sindaci dell’area milanese, tra cui quello di Milano Giuseppe Sala, hanno mandato una lettera critica ai vertici della sanità lombarda chiedendo controlli per chi sta completando la quarantena e dovrà rientrare al lavoro e più assistenza domiciliare tramite le Unità mediche speciali di Continuità assistenziale.

Roberto Pietrobon

da Il manifesto

 

Solidarietà internazionale. Lavoreranno nell’ospedale da campo alle Officine grandi riparazioni

 

Ieri mattina, intorno alle 9.30, presso l’aeroporto torinese «Sandro Pertini» di Caselle è atterrata la nuova brigata di sanitari cubani: 21 medici, 16 infermieri e un logista che supporteranno le attività dell’ospedale da campo alle Ogr (Officine grandi riparazioni) che è in via di allestimento per l’emergenza Covid-19.

Dopo l’arrivo della prima brigata «Henry Revee» il 22 marzo scorso in Lombardia per operare presso l’ospedale di Crema, la solidarietà del Paese caraibico sbarca nel capoluogo piemontese dove la situazione dei ricoveri e dei decessi legati al coronavirus consegna, ogni giorno, numeri inquietanti.

 

L’iniziativa si è avvalsa di una variegata rete di attori istituzionali, economici e politici: oltre alla Regione, il Ministero della Salute, la Città di Torino ma anche la «Lavazza» e la Fondazione «Specchio dei tempi», che hanno sostenuto i costi del viaggio. La richiesta ufficiale è partita dal governatore del Piemonte Alberto Cirio che ha attivato, su stimolo del consigliere regionale Marco Grimaldi e dell’Agenzia per lo scambio culturale ed economico con Cuba (Aicec), tutti i canali diplomatici per far arrivare sotto la Mole questa nuova delegazione.

 

Ad accogliere il personale sanitario cubano, ieri a Torino, c’era l’ambasciatore José Carlos Rodríguez Ruiz che ha commentato: «Cuba ritiene indispensabile contribuire al necessario aumento della solidarietà, della collaborazione internazionale e degli sforzi congiunti a livello globale per risolvere al più presto la sfida enorme che questa pandemia impone. La solidarietà salva vite». «Siamo particolarmente lieti di essere qui, considerata l’amicizia per l’Italia e per il Piemonte; la nostra brigata sanitaria arriva con molta umiltà a sostenere lo sforzo enorme che state facendo.

 

È tutto quanto Cuba può offrire», ha concluso l’ambasciatore. Il Presidente Cirio ha voluto ringraziare il governo cubano «ma», ha aggiunto, «grazie soprattutto a questi medici e infermieri che, volontariamente, vengono a curare persone che non conoscono, che non hanno mai visto. Un bel momento di altruismo che spero lasci un insegnamento grande per il nostro futuro». Ringraziamenti ai quali si è unita la sindaca Chiara Appendino, presente anche lei all’aeroporto «Sandro Pertini».

 

Il personale sanitario cubano composto da epidemiologi, anestesisti, rianimatori, medici di medicina generale e infermieri specializzati in terapia intensiva è stato subito sottoposto a tampone ma, da oggi, verrà impiegato negli ospedali torinesi, per essere poi trasferito al Centro Covid delle Ogr, la più antica officina ferroviaria italiana, costruita a metà ‘800, riqualificata negli ultimi dieci anni e trasformata in un polo per la creatività e l’innovazione e tra poco luogo per la gestione dell’emergenza sanitaria.

 

L’idea di cooperazione sanitaria con Cuba era nata ai primi di marzo, con l’inizio del diffondersi del virus, dopo che l’Associazione di Amicizia Italia-Cuba aveva scritto una lettera aperta al ministro della Salute Roberto Speranza proponendo di richiedere al governo caraibico l’invio di personale specializzato, vista l’alta professionalità dimostrata in Africa contro l’Ebola e in altre situazioni di crisi.

12/04/2020

da il manifesto

Luca Kocci

 

Migranti. Il pontefice risponde a una lettera di Luca Casarini, capomissione della ong dei centri sociali. Che replica: sono commosso e affascinato

 

«Luca, caro fratello, sono vicino a te e ai tuoi compagni. Grazie per tutto quello che fate». Sono le parole che papa Francesco ha scritto di suo pugno e inviato a Luca Casarini, già leader delle Tute bianche e dei Disobbedienti, oggi capomissione di Mediterranea, la piattaforma di realtà della società civile che, attraverso la nave «Mare Jonio», soccorre i migranti nel mar Mediterraneo.

 

GIOVEDÌ scorso lo stesso Casarini aveva scritto una lunga lettera al pontefice. «Era una lettera molto personale, volevo ringraziarlo perché la sua preghiera solitaria in mezzo a piazza San Pietro vuota ha smosso in me diverse riflessioni», spiega Casarini al manifesto. «In particolare quelle parole “nessuno si salva da solo”, che è anche uno degli slogan di Mediterranea quando ci troviamo in mezzo al mare. Non immaginavo che mi rispondesse. Penso di essere stato un tramite, credo che volesse dare un segnale a Mediterranea e a tutti quelli che soccorrono i migranti in mare. Alcuni compagni e compagne storcono il naso perché c’è di mezzo la Chiesa. Ma io sono affascinato dalla figura rivoluzionaria, umanissima e trascendente, di Gesù. Mi pare che Bergoglio voglia ricordarci questo, e non sempre nella Chiesa è stato così».

 

IERI È ARRIVATA LA BREVE risposta di Francesco: «Luca, caro fratello, grazie tante per la tua lettera. Grazie per la pietà umana che hai davanti a tanti dolori. Grazie per la tua testimonianza, che a me fa tanto bene. Sono vicino a te a ai tuoi compagni. Grazie per tutto quello che fate. Vorrei dirvi che sono a disposizione per dare una mano sempre. Contate su di me».

 

NON È LA PRIMA VOLTA che il pontefice ha dei contatti con Mediterranea che, pur essendo un’organizzazione laica, è sostenuta anche da parrocchie e comunità di base. Nel luglio dello scorso anno, alla messa in Vaticano per ricordare il sesto anniversario del suo viaggio a Lampedusa – il primo viaggio di Francesco da poco eletto papa – c’era anche una delegazione dell’organizzazione umanitaria, con don Mattia Ferrari, il viceparroco di Nonantola (Mo) che ha partecipato ad alcune missioni della «Mare Ionio». E a dicembre, incontrando in Vaticano 33 profughi arrivati da Lesbo attraverso un corridoio umanitario e accolti dalla Santa sede in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio, Bergoglio ha fatto installare davanti al Palazzo apostolico una croce che «indossa» un giubbotto di salvataggio di un naufrago, recuperato in mare e donato al papa proprio da Mediterranea.

 

«SONO GRATO A FRANCESCO perché ci sostiene – prosegue Casarini –. Ed è scomodo mettersi dalla parte dei migranti. Attraverso i migranti, che non sono persone che stanno ai margini ma alla frontiera, e sono sempre in procinto di essere respinti e riportati indietro, noi vediamo l’umano. Attraverso la loro storia, la loro sofferenza, i loro desideri e i loro sogni, noi vediamo la vera potenza dell’umano, che non è quella dei banchieri, ma di chi si mette in viaggio e affronta il deserto e il mare. Oggi, con la pandemia, ci troviamo in un territorio incerto, che apre tutte le possibilità, positive e negative: non è scontato quello che accadrà, non è scontata la risposta che diamo o l’idea che abbiamo del mondo che verrà». Se la «Mare Jonio» è ancorata a Licata in attesa di poter ripartire quando cesserà il lockdown, c’è un’altra nave, la «Alan Kurdi», della ong tedesca Sea-Eye, che vaga nel Mediterrano con 149 naufraghi a bordo e punta verso la Sicilia, dove le è stato vietato l’attracco perché, a causa dell’epidemia di Covid-19, i porti italiani, per decreto del governo, non sono più «porti sicuri».

 

«RIMANGO SBIGOTTITO da tale decisione», dice il missionario comboniano Alex Zanotelli. «È criminale rifiutarsi di accogliere rifugiati che fuggono dalla Libia dove sono imprigionati in lager e torturati. Hanno diritto di essere accolti come rifugiati. Questo decreto è contro le leggi e le convenzioni internazionali. Siamo tornati alla politica di Salvini? È questa la nostra umanità? È possibile che il coronavirus non ci abbia insegnato che siamo sulla stessa barca?».

 

INTANTO, DAL VATICANO, arriva un’altra notizia. L’elemosiniere pontificio cardinale Konrad Krajewski, quello che riattaccò «abusivamente» l’energia elettrica allo Spin Time occupato di Roma, ha inviato un bonifico di ventimila euro a don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro (Pt) che accoglie in chiesa oltre duecento giovani migranti africani, in passato pesantemente attaccato da Salvini e dai fascisti di Forza Nuova. Qualche settimana fa il sindaco di Pistoia Alessandro Tomasi (Fratelli d’Italia) aveva minacciato di «svuotare Vicofaro» per prevenire la diffusione del coronavirus a Pistoia. Quanti positivi ci sono fra i migranti di Vicofaro? Zero.

 

 

Andrea Colombo

da il manifesto

 

James Bond. Il premier: «L’Italia non è interessata alla nuova linea di credito. Sugli eurobond andremo fino in fondo». E attacca Salvini e Meloni

 

«L’Italia non è interessata alla nuova linea di credito del Mes». Tassativo il premier Giuseppe Conte chiude la questione, dopo quasi 24 ore di attacchi furibondi da parte delle opposizioni, con Giorgia Meloni che parlava di «alto tradimento» e Matteo Salvini che prometteva una mozione di sfiducia. Un Conte furibondo, pronto a muovere un attacco senza precedenti contro i leader dell’opposizione, chiamandoli per nome e cognome, accusandoli di «far male all’Italia e danneggiarci nella trattativa con le loro menzogne». E «se il Mes è una trappola per l’Italia», come l’aveva definita sorella Giorgia, è bene ricordare che a votare quella trappola è stato un parlamento di cui anche la leader di Fratelli d’Italia faceva parte.

 

PROPRIO L’ESTREMA durezza, inaudita nella storia politica italiana recente, con cui si rivolge a Salvini e Meloni rivela quanto Conte sia consapevole di non poter lasciare spazi di ambiguità intorno alla vicenda del Mes, sia perché in caso contrario la maggioranza, con i 5 Stelle sul sentiero di guerra, esploderebbe, sia perché l’impopolarità dell’ex Fondo salvastati in Italia è massima.

 

Tutto quello che concede a Roberto Gualtieri, pur assicurando che l’accordo con il ministro dell’Economia è perfetto, è riconoscere che nel Mes «c’è una nuova linea di credito» e anche questa formula era costata una lunga e a tratti accesa discussione nella lunghissima riunione con i capidelegazione al governo prolungatasi per ore. A Luigi Di Maio anche questo pareva troppo. Ma se l’Italia si è battuta per un Mes attenuato è stato solo perché alcuni Paesi sono interessati, giura alludendo a Spagna e Malta. Non certo l’Italia, che considera lo strumento del tutto inadeguato.

 

CONTE NON SI FERMA QUI. Conferma che la battaglia per gli eurobond, che stavolta il premier, particolare significativo, chiama più volte con il loro nome, senza perifrasi, è tutt’altro che persa o conclusa: «La risposta dell’Europa o è ambiziosa o non è. Serviranno 1500 miliardi. Serve un fondo da finanziare con una vera condivisione economica degli sforzi: gli eurobond. Serve una potenza di fuoco commisurata a un’economia di guerra perché se i fondi arrivassero ma tardi non servirebbero più e non basterebbero. È una trattativa durissima: la condurremo fino in fondo». Significa che «io non firmerò niente senza che ci siano strumenti adeguati».

 

Il diplomatico avvocato abituato a non bruciarsi mai i ponti alle spalle stavolta lo ha invece fatto. Sia nei confronti dell’opposizione che della Ue ha usato toni e pronunciato parole che non permettono retromarce. Il 23 aprile, quando si riunirà il consiglio europeo, dovrà strappare un impegno solido e non fatto solo di vaghezze sul Fondo comune europeo. E in casa sa di dover d’ora in poi affrontare un’opposizione imbestialita: «Usare la tv di Stato per fare comizi contro l’opposizione è roba da regime», ha twittato ieri Matteo Salvini, dopo aver dichiarato morta ogni possibilità di dialogo col governo anche in fase d’emergenza, rivolgendosi direttamente al capo dello Stato: «La pazienza è finita».

 

IN PARTE IL PREMIER non poteva fare altro e l’uomo dà regolarmente il meglio quando si trova con le spalle al muro. Già dalla notte il tam tam dei 5S era diventato sempre più assordante, massacrando ogni velleità di chiedere il prestito del Mes, anzi escludendo quell’eventualità, per bocca dello stesso reggente Vito Crimi, senza neppure consultare il presidente del consiglio.

 

Lo stesso Gualtieri aveva di molto stemperato l’entusiasmo notturno: «È stato un ottimo primo tempo ma certo ora si tratta di vincere la partita». Conte aveva anticipato la sua scelta già dal mattino: «Sul Mes il governo non ha cambiato idea». Accettare l’accordo proposto dall’eurogruppo e chiedere il prestito del Mes avrebbe comportato la fine del governo, anche se l’atto di morte sarebbe stato firmato solo a emergenza finita.

 

Ma non c’è solo il calcolo politico dietro la crociata di Giuseppe Conte, né solo la necessità di non lasciare una facile bandiera a Salvini. La proposta dell’eurogruppo è per Roma davvero inaccettabile. Nelle condizioni date, con l’economia in ginocchio e la tenuta sui mercati salvaguardata solo dai continui interventi della Bce, significherebbe esporsi a una fatale e gelida ventata di austerità imposta subito dopo la fine della crisi sanitaria.

10/04/2020

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Misure tampone. Il credito dal «fondo salva stati» sarà usato solo per le spese sanitarie. Gualtieri (Mef): «Abbiamo messo sul tavolo i bond europei». Per Salvini è una "caporetto" e annuncia una sfiducia per Gualtieri. Sul «Fondo per la ripresa» la decisione è rinviata ai capi di governo al Consiglio europeo dopo pasqua

 

Compromesso sul Mes solo per le spese sanitarie senza condizioni, cioè l’austerità; sul ruolo del Banca europea degli investimenti e sul meccanismo anti-disoccupazione «Eurobond» della Commissione Ue. Nelle conclusione dell’Eurogruppo dei 27 ministri economici, il più lungo della storia europea, non si parla degli «Eurobond». La discussione sulla proposta franco-tedesca del «fondo per la ripresa» è stata rinviata alla riunione dei capi di stato in un consiglio europeo da tenere dopo pasqua. Nelle trattative preliminari il presidente Mario Centeno aveva già annunciato che l’accordo era vicino, ma l’incontro telematico è stato rinviato più volte. In serata a Centeno è stato dato l’incarico di inviare una lettera ai capi di governo, separando il problema del fondo comune dalle conclusioni del vertice. Alle conclusioni hanno lavorato in particolare Francia, Germania, Italia e Olanda che in mattinata si era presentata con due mozioni parlamentari contro le modifiche del Mes e l’ipotesi del fondo comune. Le sue posizioni si sono ammorbidite nel corso di una giornata frenetica.

 

«IL SOLO REQUISITO per accedere alla linea di credito del Mes sarà che gli Stati si impegnino a usarla per sostenere il finanziamento di spese sanitarie dirette o indirette, cura e costi della prevenzione collegata al Covid-19 – si è letto nelle conclusioni dell’Eurogruppo – La linea di credito sarà disponibile fino alla fine dell’emergenza. Dopo, gli Stati restano impegnati a rafforzare i fondamentali economici, coerentemente con il quadro di sorveglianza fiscale europeo, inclusa la flessibilità».

 

«NELL’AMBITO DEL MES abbiamo concordato di usare una linea di credito mai usata prima» ha detto il direttore generale del Mes, Klaus Regling al termine dell’Eurogruppo. La misura è definita «Sostegno alla crisi della pandemia» e permetterà «a tutti gli Stati dell’eurozona di attingere al credito, per sostenere il finanziamento di spese sanitarie collegate al Covid-19, per un ammontare fino al 2% del Pil». I fondi possono essere attivati in due settimane. Per l’Italia sarebbero previsti circa 35 miliardi, poco più del totale previsto per il decreto Cura Italia.

 

«LE LINEE di credito sono delle polizze di assicurazione» ha detto il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno, pensate per risarcire un danno e non come un prestito da restituire con gli interessi. L’Italia è il terzo contributore in Europa di questo meccanismo con 18 miliardi di euro.

 

«SONO STATI MESSI sul tavolo i bond europei, e sono state tolte dal tavolo le condizionalità del Mes. Ai paesi che vorranno farvi ricorso, sarà possibile accedere a una nuova linea di credito dedicata unicamente all’emergenza sanitaria, che sarà totalmente priva di ogni condizionalità presente e futura. Consegniamo al Consiglio europeo una proposta ambiziosa. Ci batteremo per realizzarla» ha commentato il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri.

 

GUALTIERI non ha chiarito se il governo italiano intende fare ricorso a questa linea di credito del Mes né, eventualmente, in quali tempi. Il governo si era ufficialmente presentato al tavolo con un netto rifiuto del Mesl Lo stesso Gualtieri, solo poche ore prima dell’accordo, aveva definito in un’intervista a Il Sole 24 ore il Mes «uno strumento non adatto» per affrontare la crisi. Al termine della giornata il governo ha ottenuto un riferimento generico a un bond comune che non è l'”Eurobond” bocciato chiaramente ieri mattina dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Potrebbe essere un titolo vicino a quello pensato nell’accordo tra Francia e Germania che hanno trovato l’intesa sul fondo comune della ripresa che non sembra al momento essere la stessa cosa. Prima del compromesso all’Eurogruppo non è sembrato opportuno al governo italiano accodarsi all’intesa franco-tedesca, mantenendo la linea No al Mes, sì all’Eurobond.

 

QUESTO SLOGAN non è stato solo controproducente, ha cancellato la linea diplomatica seguita dal governo in questi giorni e, del resto, annunciata dallo stesso premier Conte in alcuni virgolettati riportati dal Financial Times 19 marzo scorso. Roma ha trattato per cambiare gli scopi del Mes, limitatamente alle spese sanitarie. Lo hanno confermato alcune fonti dal Ministero dell’Economia che, dopo mezzanotte, hanno ritenuto opportuno precisare che sulla creazione di una nuova linea di credito del Mes «non ci sono richieste di austerità o aggiustamento del deficit, ma si chiede solo che i fondi e le risorse per affrontare le spese sanitarie. Si tratta di un radicale cambiamento della normale operatività del Mes».

 

LA CONFUSIONE tra la linea ufficiale annunciata e la diplomazia reale su un tema delicato per la politica italiana ha provocato l’immediata reazione di chi considera la stessa possibilità di richiedere tale credito “una caporetto” ha detto Matteo Salvini. Il segretario della Lega presenterà una mozione di sfiducia per il ministro Gualtieri. «Non ci sono gli Eurobond che voleva Conte ma c’è il Mes, una drammatica ipoteca sul futuro». Per Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) il compromesso raggiunto ieri sera è «una messa sotto tutela» dell’Italia.

 

LE PRIME VOCI CONTRARIE si sono ascoltate ieri notte anche dalle parti dei Cinque Stelle. «Lo dico a chiare lettere: se il governo ha detto sì al Mes, questa maggioranza non avrà più il mio voto», avverte il senatore MIchele Giarrusso.Da sempre contrari ad ogni ricorso al Mes, non si contano le dichiarazioni in questo senso delle ultime ore, i Cinque Stelle dovranno affrontare quella che sembra una contraddizione rispetto alla loro linea politica. «Non è un sì al Mes, siamo stati chiari, mi aspetto che il presidente faccia ciò che ha dichiarato in questi giorni e che noi dichiariamo da anni! Aspetto che parli il presidente Conte» ha detto il sottosegretario M5S all’Economia Alessio Villarosa. Non dev’essere stato consultato dal suo ministro durante le trattative. Fino a mezzanotte e mezza Conte non ha parlato.

 

«NON E’una mediazione ma una capitolazione. Ha pesato il fatto che l’Italia continua a non chiedere che la Bce faccia il mestiere delle banche centrali – ha commentato il segretario di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo – Il Presidente del Consiglio aveva detto no al Mes. Mantenga la parola».

 

DA BERLINO sugli Eurobond nella mattina di ieri era già giunto un segnale politico. In una video conferenza con i dirigenti del suo partito Cdu la cancelliera Angela Merkel ha detto una parola chiara, e definitiva, su un equivoco tutto italiano, alimentato anche dal governo. «Voi sapete – ha detto – che io non credo che si dovrebbe avere una garanzia comune dei debiti e perciò respingiamo gli eurobond». Dunque, sui cosiddetti «coronabond», che indica titoli di debito comune per finanziare la crisi provocata dal coronavirus, «non c’è consenso politico». Con i tre strumenti «su cui spero si possa raggiungere un accordo» si mettono a disposizione «molti miliardi di euro» ha aggiunto Merkel indicando l’oggetto della trattativa: il coordinamento fra il Mes, l’ampliamento della Bei e il programma Sure. Insieme questi strumenti – nei primi due casi da ripensare e nell’ultimo da istituire da parte della Commissione Ue – non sembrano invece essere all’altezza dell’enormità delle cifre di cui ci sarebbe bisogno per finanziare una risposta. Si parla infatti di un totale poco superiore ai 500 miliardi di euro (tra Mes, Bei e Sure), mentre ne occorrerebbe almeno 1500 per dare solo una prima risposta.

 

QUESTA CIFRA è stata ipotizzata dai commissari Ue all’economia e al mercato interno Paolo Gentiloni e Thierry Breton. Ieri però è stata ridimensionata da una valutazione fatta dal ministro francese delle finanze Bruno Le Maire secondo il quale la somma mobilitata da tutto il pacchetto delle misure è di mille miliardi. Oltre ai cinquecento stanziati complessivamente dalle altre misure, il “fondo comune” dovrebbe consistere in 500 miliardi, ovvero un terzo del totale previsto da Gentiloni e Breton. Il fondo, ha precisato Le Maire avrà un oggetto specifico e sarà limitato nel tempo, restano da definire le modalità di finanziamento. Tutte le opzioni sono aperte e tra queste ci potrebbe essere un debito comune fatto attraverso emissioni di titoli da parte della Commissione Europea.Lo ha confermato ieri notte il Commissario Ue Paolo Gentiloni secondo il quale il fondo per la ripresa «dovrebbe essere collegato al bilancio Ue». La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen «presenterà la proposta» di Bruxelles «sul nuovo bilancio alla fine di questo mese»..

 

SUL FONDO COMUNE per la ripresa c’è una discussione tra Parigi e Berlino. Non sono state ancora definite le modalità, la tempistica e il soggetto che dovrebbe gestire il fondo finanziato con obbligazioni che concede un prestito per una durata limitata e vincolata all’obiettivo degli investimenti nella sanità, settore automobilistico, trasporto aereo, tecnologie come il 5G. Sono questi settori elencati dallo stesso Le Maire in un’intervista al Financial Times del 1 aprile.


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L’IPOTESI generale è stata considerata positivamente» dalla presidente della Bce Christine Lagarde: «È un fondo di ricostruzione che sia finanziato collettivamente, vale a dire dove si mettano insieme tutti i sottoscrittori, i migliori e quelli meno buoni, sarebbe magnifica» ha detto.

 

IL COMMISSARIO UE all’economia Gentiloni ha parlato di «un pacchetto di dimensioni senza precedenti». E’ tuttavia possibile che gli importi delle misure – che non è escluso siano aumentate – risultino inadeguati per sostenere la gravità dei danni e coprire una parte delle risorse necessarie ai paesi colpiti dalla crisi, a cominciare dall’Italia. I veti incrociati tra i governi, e i limiti dell’azione politica del governo Merkel condizionato da una parte della Cdu e dalla destra di Alternative für deutschland, hanno confinato la ricerca di nuovi strumenti a uno strumentario che appare inadeguato per affrontare la nuova crisi e, per di più, soggetto al ritorno dell’austerità una volta terminata l’emergenza di cui ancora non si conosce né la durata, né i veri costi. Non è detto che i governi siano in grado di rispettarla nei prossimi dieci o vent’anni. Si resta molto lontani dall’alternativa che potrebbe essere incentrata sul carattere pubblico della Banca Centrale Europea come prestatrice di ultima istanza e garante illimitato del debito pubblico degli Stati, oltre che da una comune politica economica a livello europeo. Le condizioni politiche non ci sono.

09/04/2020

Maurizio Acerbo,

segretario nazionale Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Le notizie che arrivano dal confronto europeo sono pessime. Invitiamo il governo a non accettare accordi che penalizzerebbero il nostro paese e costringerebbero di nuovo a subire tagli e altre disastrose riforme. Non vorremmo che vengano contrabbandate come eurobond altre fregature. 

Di fronte a un’emergenza di queste proporzioni non si capisce perchè non si esiga che sia la BCE a intervenire come chiede l’appello della Sinistra Europea che come Rifondazione Comunista sosteniamo.

 

Al contrario dei neoliberisti di centrosinistra e centrodestra che stanno facendo risorgere le peggiori divisioni nazionaliste noi della Sinistra Europea proponiamo un’uscita dalla crisi che non ricada sulle spalle dei lavoratori e delle classi popolari. E’ ora di finirla con il pensiero unico.

 

La petizione che invitiamo a sottoscrivere è europea perchè è nell’interesse delle classi popolari di tutta Europa: https://www.openpetition.eu/petition/online/usiamo-il-denaro-della-bce-per-la-salute-e-non-per-la-finanza-petizione-internazionale  

06/04/2020

Marco Craviolatti

da Sbilanciamoci

 

Spesso grandi conquiste dei lavoratori avvengono dopo uno shock di sistema, come le otto ore che furono conquistate dopo la prima guerra mondiale e l’epidemia di spagnola. E’ il momento di tornare a chiedere una riduzione di orario di lavoro. Anche per modificare il cosa e il come si produce, innovando.

 

Ci sarà un prima e un dopo, adesso siamo nell’attimo di cesura, di svolta. La valanga del virus si ingrandisce via via sulla fragile montagna di squilibri internazionali. L’esito tuttavia non è predeterminato, i nuovi assetti futuri si stanno giocando in poche settimane, giorni addirittura, questi.

 

È una fase piena di pericoli, ma allo stesso tempo di possibilità, di opzioni ancora aperte. Le emergenze, reali o presunte, possono legittimare e accelerare misure economiche anti-popolari (la shock economy), limitare le libertà individuali, perfino ridurre le garanzie democratiche.

 

Se però guardiamo alla storia, anche grandi conquiste dei lavoratori sono avvenute in seguito e “grazie” a eventi di rottura, anche drammatici, che hanno deviato il corso della storia dalle precedenti prassi, consuetudini, inerzie. I modelli produttivi sono certo fondati sulla struttura tecnologica e organizzativa disponibile in ogni epoca e sui rapporti di forza tra classi sociali, ma anche su “cornici di senso”, percezioni simboliche ed emotive (frame, nella nota analisi di George Lakoff), paradigmi culturali sul naturale ordine delle cose, che ad esempio hanno legittimato per lungo tempo lo schiavismo o il salario inferiore per le donne.

 

La conquista più importante nella storia del movimento operaio, le 8 ore di lavoro, è avvenuta subito dopo la carneficina della I guerra mondiale e  – vedi caso – i milioni di morti dell’influenza spagnola. In Italia i primi a ottenerle furono i metallurgici della Fiom nel 1919, ma già nel 1923 divennero orario legale con il governo… Mussolini. Certo stava cambiando la struttura produttiva, la catena di montaggio moltiplicava la produttività oraria garantendo maggior profitto in minor tempo. Ma insieme era cambiata la sovrastruttura culturale: orari ridotti divennero dapprima “pensabili” e al fine ordinari, anche quando il fascismo represse il sindacato e allontanò il fantasma bolscevico.

 

Sarà un altro shock, la Grande depressione dal 1929, a riportare al centro del dibattito pubblico la riduzione degli orari, caldeggiata come strumento di rilancio del capitalismo non solo da J.M. Keynes, ma da un rilevante fronte padronale, ad esempio il presidente FIAT Giovanni Agnelli.

 

I sociologi del futuro analizzeranno stupefatti come nel 2020 le 8 ore fossero ancora concepite come il modello lavorativo ordinario, dopo un secolo di sbalorditive rivoluzioni industriali, tecnologiche, sociali. Il sistema produttivo si è radicalmente modificato, è esplosa la disoccupazione strutturale e ancora più la sotto-occupazione dei lavoretti, ma l’unica risposta emersa è il reddito di base, per alleviare le conseguenze peggiori. La cornice concettuale dentro cui pensiamo il lavoro è rimasta ferma.

 

Proposte avanzate negli anni recenti per ridurre gli orari sono praticabili e realistiche, moderatamente riformiste più che rivoluzionarie. Eppure non se ne parla, non “bucano” il dibattito pubblico, nemmeno quello sindacale in verità. Il frame dominante non viene scalfito: è un tema vecchio, Bertinotti, costa troppo, in Francia non ha funzionato (non è vero),  sarebbe bello ma ci sono cose (sempre) più urgenti.  

 

Apparirà ora più chiara la finestra di opportunità che si è aperta: stanno vacillando sia i paradigmi concettuali sia le conseguenti politiche economiche che hanno governato l’Italia e l’Europa negli ultimi decenni, moltiplicando ingiustizie e sofferenze.

 

Grande è la confusione sotto al cielo, e l’ipocrisia: i  carnefici della sanità e dei servizi pubblici invocano lo Stato, i cantori dell’austerità le politiche espansive, vacillano perfino i dogmi europeisti  e si affaccia l’indicibile, l’implosione dell’Euro e dell’Unione a traino tedesco.  

 

Fiumi di denaro saranno immessi nell’economia reale, soprassedendo ai sacri dogmi su deficit e debito. Certo le modalità adottate per affrontare la recessione potranno tradursi in ulteriore svendita del patrimonio pubblico, impoverimento dei lavoratori, rapina della residua ricchezza immobiliare e mobiliare delle famiglie.

 

È dunque decisivo il ruolo di indirizzo che sapranno imporre le forze sociali organizzate, innanzitutto il sindacato.

 

Veniamo al punto: ci sono in questi giorni, pochissimi giorni, le due condizioni necessarie per avviare un Piano nazionale di riduzione e distribuzione dei tempi di lavoro.

 

C’è la condizione economica: la possibilità di investire denaro pubblico per avviare la transizione verso una nuova organizzazione del lavoro e consolidarla fino a farla diventare ordinaria, predisponendo fin da ora le  opportune leve di incentivo/disincentivo fiscale e contributivo. La mera estensione di congedi, cassa integrazione, bonus reddituali  è doverosa nell’emergenza, ma non determina cambiamenti strutturali.

 

C’è la condizione “simbolica”, una nuova cornice di senso: la drammaticità reale e percepita del momento palesa che non ci si può affidare a ricette logore o pavide, ma occorre osare qualcosa di nuovo e  di ambizioso. Soprattutto, il discorso pubblico è già permeato dai media con messaggi di due tipi, complementari: paura individuale e speranza collettiva. I sacrifici richiesti oggi e i timori per il futuro che “non sarà più come prima” vengono alleviati dal senso di comunità (i canti dal balcone e le bandiere) e dalla solidarietà come strumento per uscire dalla crisi (la riconoscenza per l’abnegazione dei lavoratori della sanità, stare a casa per non contagiare altri, i volontari che portano la spesa, gli aiuti e gli studi internazionali condivisi). 

 

Poco importa qui sviscerare autenticità o pervasività di tali sentiment. Un Piano di distribuzione del lavoro si sintonizzerebbe con entrambi, al cuore della maggioranza dei cittadini, risponderebbe alla paura di perdere il lavoro o di non ritrovarlo con un progetto collettivo di solidarietà oggi più che mai comprensibile e condivisibile. Perfino qualche sacrificio salariale apparirebbe più accettabile dopo aver lottato per preservare la salute e sospendere tutte le attività non essenziali anche a costo di guadagnare di meno. Settimana corta di 32 ore, 35 ore orizzontali, fascia oraria modulabile in ogni settore e impresa (30-35 ore)… le proposte pratiche dovranno essere valutate nei dettagli, ma è il minore dei problemi una volta affermata la nuova cornice.

 

Sappiamo che la riduzione degli orari non genera una distribuzione aritmetica del lavoro, che molte imprese avevano già una sovra-capacità produttiva, aggravata ora dal calo degli ordini, e non assumeranno nuovo personale nell’immediato. Permarrà la necessità di creare occupazione buona e utile, a partire dal settore pubblico martoriato, ma si eviterà la catastrofe sociale e si potrà di nuovo indicare ai lavoratori impauriti e speranzosi l’obiettivo e il percorso per la piena occupazione.

 

Sappiamo inoltre che le crisi economiche sono anche fasi di rottura (disruption) che ridisegnano molto velocemente i sistemi e le catene produttive, nazionali e internazionali. Imprese arretrate e statiche soccombono, ma altre imprese dinamiche emergono, quelle in grado di innovare i prodotti (cosa si produce) e i processi (come si produce), adottando nuove tecnologie e modificando l’organizzazione del lavoro. L’imprenditoria italiana necessita già di credito (per liquidità e investimenti), ma reclama anche sgravi fiscali e contributivi senza condizioni, nella speranza di galleggiare riducendo i costi. Le risorse pubbliche andrebbero invece utilizzate per stimolare il cambiamento adattivo delle imprese, oggi più che mai indispensabile. I tempi di lavoro sono una dimensione chiave dell’organizzazione, un Piano di riduzione indurrà le imprese a esaminare e riprogettare le proprie attività, anche con investimenti mirati, stimolando il miglioramento dell’intero sistema produttivo nazionale, che senza politiche industriali pubbliche si stava impoverendo già ben prima del virus.

 

Non è realistico immaginare di tornare “come prima” dopo una crisi planetaria, ma nemmeno auspicabile, visto che prima c’erano già milioni di persone oppresse dalla povertà o dallo sfruttamento.

 

Se ne potrà uscire peggio di prima, ma anche meglio di prima, volgendo lo  sguardo (la cornice) e i passi (le politiche) verso altri orizzonti. Succederà tutto nelle prossime settimane, deciderà come sempre chi saprà imporre la propria egemonia, prima di tutto culturale. Il movimento dei lavoratori ha valori storici e simboli potenti, in cui oggi molti possono tornare a riconoscersi, “grazie” al virus che li accomuna nelle paure e nelle speranze, al di là della frammentazione lavorativa che li ha divisi.

 

Il 1° Maggio è nato come giornata di lotta per la riduzione dei tempi di lavoro. Quelle radici possono cambiare gli esiti di questa crisi. Il 1° Maggio 2020, con le piazze vuote, vedrà lavoratori e lavoratrici in rassegnata attesa di salvatori della patria tra i propri nemici di classe, oppure già idealmente e collettivamente in marcia per la coraggiosa inversione di rotta che entra nei libri di storia?

02/04/2020

 

Noi di Rifondazione Comunista proponiamo la patrimoniale da decenni scontrandoci col rifiuto di tutti, dal centrodestra al centrosinistra fino al M5S.


L'ultima campagna l'abbiamo fatta tra novembre e gennaio distribuendo in Italia un milione di volantini.
C'è voluta una pandemia mondiale per superare il tabù. Ora persino Beppe Grillo e Casini la propongono.


Sulla patrimoniale è stato costruito un muro di disinformazione nel corso degli anni simile a quella che negli USA è stato eretto contro un servizio sanitario per tutti.
La maggior parte degli italiani non dovrebbe pagare nulla con una patrimoniale che colpisca le grandi ricchezze e anche il peso sul ceto medio alto sarebbe irrisorio.


Chiediamo a governo e parlamento di procedere immediatamente all'introduzione della patrimoniale e a introdurre una progressività fiscale come imporrebbe la Costituzione.
Per difendere gli interessi del 10% più ricco della popolazione nel corso degli anni avete massacrato la sanità, lo stato sociale, la ricerca, l'università e le politiche per l'occupazione.

Far pagare più tasse ai ricchi significa semplicemente applicare la #Costituzione.

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista - Sinistra Europea

01/04/2020

 

I pazienti delle Rsa in Lombardia, 60 mila persone “muoiono come mosche” lontani dai cari e senza cure adeguate. Lo ha denunciato Luca Degani presidente dell’Uneba, Associazione delle cooperative sociosanitarie, elencando le morti e soprattutto le inadempienze e gli errori di una gestione regionale irresponsabile.

 

Il riferimento è alla strage di anziani nelle case di riposo, dalla Residenza Anni azzurri di Lambrate, al Polo geriatrico e riabilitativo di Via San Faustino di Milano, alla Borromea di Mediglia, alla Fondazione Santa Chiara di Lodi, a Crema , a Vimercate e a tutte quelle di cui ancora non sono chiari i decessi. Tutto ciò ha inizio con l’assurda delibera del 6 marzo, con cui Regione Lombardia decide che in alcune RSA vengano accolti pazienti di coronavirus con sintomi non gravi.

 

 Si è incredibilmente deciso di portare il contagio proprio dove vivono soggetti anziani più fragili, spesso con pluripatologie, proprio quelli per i quali andava previsto un aumento delle tutele! Non solo nei confronti delle RSA non si è organizzato per tempo un serio piano di prevenzione e difesa dal contagio come sarebbe stato necessario, ma sono state trasformate, come all’inizio i Pronto Soccorso degli ospedali, in luoghi del massimo pericolo, con la conseguenza prevedibile del più alto numero di morti. 

 

E’ questa l’eccellenza della sanità lombarda tanto decantata dalle destre al governo della regione da 30 anni? Il tempo è passato e non sono arrivati i DPI (anzi è stata teorizzata una precedenza agli ospedali e sottratto materiale destinato alle RSA) o non sono quelli professionali.

 

Non è stato steso un protocollo generale su come comportarsi in caso di contagio sia all’interno della struttura, sia in rapporto al ricovero ospedaliero. Se i posti in ospedale non ci sono, i pazienti nelle RSA hanno diritto ad essere curati bene con tamponi che facciano le diagnosi per permettere di separare i contagiati dai sani, con ossigeno, respiratori fino alla terapia sub-intensiva, farmaci adeguati.

 

Va attuato un piano immediato di isolamento dei contagiati e di verifica dei loro contatti. Per cure e isolamento si proceda alla requisizione di cliniche private e alberghi se non c’è posto negli ospedali. 

 

Il personale deve essere tutelato con tutti i DPI necessari e formato alla nuova emergenza, anche prevedendo il supporto di altre figure professionali mandate dall’ATS (pneumologi, cardiologi, etc.) 

Ci uniamo alla mobilitazione dei familiari, dei medici e degli operatori delle RSA per denunciare questo scandalo che mette in pericolo di vita 60 mila persone, i loro famigliari e il personale che li cura. Ma una tragedia di questa portata non può e non sarà dimenticata e, a tempo debito i responsabili saranno chiamati a risponderne.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale

Antonello Patta, segretario Regionale Lombardia

Giovanna Capelli, responsabile Sanità Lombardia

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

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