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10.04.2021

da Il Manifesto

Alberto Negri

 

Medio Oriente . La realtà è che Stati uniti ed Europa nel Mediterraneo e in Medio Oriente hanno lasciato in questi anni un vuoto riempito dal “reis” turco e dalla Russia ma adesso ci vuole un «ritorno all’ordine», alla nuova guerra fredda decretata dalla coppia Biden-Blinken. E Draghi esegue

 

Draghi, in sintesi, dice che Erdogan è un dittatore che ci fa comodo: tradotto significa che gli facciamo fare quel che vuole fino a quando ci serve. Una pericolosa e irrealistica illusione, del premier ma anche Usa ed europea. Erdogan fa quello che vuole con il nostro consenso e indignarsi perché non rispetta i diritti umani o il galateo diplomatico è assai ipocrita. Gli Usa e gli europei speravano che il golpe fallito del 15 luglio 2016 lo sbalzasse dal potere: da allora il “reis” preferisce mettersi d’accordo con Putin piuttosto che con l’Occidente atlantico, che lo vorrebbe manovrare in funzione anti-russa ma alla fine lo detesta e lo ammansisce, magari sulla pelle degli altri.

 

Qualche esempio? Trump, con il ritiro delle truppe Usa dal Nord della Siria nell’ottobre 2019, lasciò che Ankara massacrasse i curdi siriani, nostri alleati contro l’Isis, usando i jihadisti terroristi e tagliagole. In Tripolitania, di fronte alla incapacità italiana a sostenere il governo Sarraj, siamo suoi ospiti e le milizie filo-turche fanno la guardia all’ambasciata italiana mentre i suoi militari si sono fatti fotografare sulle motovedette donate dall’Italia. I turchi hanno la memoria lunga: l’Italia conquistò la Libia nel 1911 sottraendola all’Impero ottomano e l’anno dopo si portò via anche il Dodecaneso. Erdogan, il neo-ottomano sgarbato, è uno che gli insulti se li lega al dito.

 

La realtà è che Stati uniti ed Europa nel Mediterraneo e in Medio Oriente hanno lasciato in questi anni un vuoto riempito dal “reis” turco e dalla Russia ma adesso ci vuole un «ritorno all’ordine», alla nuova guerra fredda decretata dalla coppia Biden-Blinken. E Draghi esegue.

 

La sostanza è questa: gli Usa non vogliono un nuovo accordo tra Erdogan e Putin che possa incoraggiare la Russia a restare in Cirenaica e magari aprire un’altra base militare nel Mediterraneo dopo quelle in Siria.

 

Si tratta di una manovra che fa parte di una strategia più ampia con cui Washington vuole mettere pressione a Mosca: dallo schieramento dei missili ipersonici in Europa al blocco del gasdotto Nord Stream 2 tra Russia e Germania, all’eventuale ingresso dell’Ucraina nella Nato. Biden, sta per nominare l’inviato speciale incaricato di bloccare il gasdotto Nord Stream 2: è il suo uomo di fiducia in Ucraina, Amos Hochstein, già nel consiglio del colosso energetico ucraino Naftogatra, un passato nell’esercito israeliano, che durante l’amministrazione Obama fece saltare il South Stream con Mosca (2 miliardi di commesse Saipem) e si adoperò per attivare il Tap, il gasdotto alternativo con l’Azerbaijan.

 

Erdogan si oppone a Putin in Siria, in Azerbaijan e in Libia ma si è anche messo d’accordo con il capo del Cremlino: compra il suo gas e le batterie anti-missile S-400 ed è incline a una spartizione in zone di influenza che irrita gli americani, soprattutto Antony Blinken che nel 2011 era un sostenitore dei raid contro Gheddafi e ora vorrebbe cacciare i mercenari russi asserragliati con il generale Haftar su una “Linea Maginot|” nella sabbia della Cirenaica. La non guerra e la non pace è la situazione la Russia gestisce meglio, dal Medio Oriente al Caucaso, finché non si rompono gli equilibri.

 

Draghi, l’atlantista buono, ha orecchiato sul manuale Biden-Blinken che bisogna bacchettare Erdogan, l’atlantista ribelle, e ha fatto la sua uscita, un po’ alla carlona, durante una conferenza stampa. Fa parte di un’offensiva diplomatica che ha portato il premier a Tripoli- grazie ad Erdogan – nello stesso giorno in cui arrivava il greco Mitsotakis: mai si erano visti in Libia due capi di governo europei in un solo giorno – la stampa italiana non ha dato l’evento per non sminuire il «primato» italico nell’ex colonia. Poi subito dopo c’è stata la missione von der Leyen-Michel ad Ankara.

 

La crisi di poltrone e sofà, grave se fosse uno sgarbo e una offesa voluta al ruolo di rappresentanza delle donne in politica, non a caso esplode ora dentro l’Ue, sia per le priorità dei ruoli sia perché davvero il protocollo dell’incontro era stato approvato dalle due parti. Ma lo sgarbo ha oscurato il vero problema. La Turchia non ha nessuna intenzione di cedere su quattro dossier: i profughi, le frontiere marittime del Mediterraneo orientale, la Libia e i diritti umani. Erdogan fa valere la sua vittoria militare in Libia a Sarraj che aveva il generale Haftar e i russi alle porte di casa.

 

Il via libera a Erdogan è venuto da noi, come del resto in Siria quando fece passare 40mila jihadisti per combattere Assad: era questo che volevano gli Usa, «guidare da dietro» la caduta del regime di Damasco. Per questo si è preso in casa tre milioni di profughi, incassa miliardi da Bruxelles e ricatta gli europei sulla rotta balcanica, dove camminano alla disperata tante donne migranti senza sedia e senza speranza. Ma noi paghiamo il dittatore per tenerle lontane.

 

La Germania lo sa perfettamente e quindi impone soltanto sanzioni europee «cosmetiche» per le violazioni di Erdogan delle «zone economiche esclusive» del gas offshore di Grecia e Cipro, dove hanno interessi la Total francese, l’Eni italiana, le compagnie americane e Israele.

 

I «dittatori fanno comodo» anche per tacere: Draghi nel suo discorso d’insediamento non ha detto una parola su al-Sisi, Regeni e Zaki. Si capisce bene allora che una sedia non è solo una questione di arredamento diplomatico ma rappresenta cosa si muove davvero dietro la pace e la guerra nel Mediterraneo: una spasmodica lotta di potenze e una nuova guerra fredda, dove l’Italia ha il solito ruolo di penisola portaerei americana. E non basta dire che Erdogan “è un dittatore che ci fa comodo”.

09/04/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Ci sono alcune novità dopo la conferenza stampa di ieri di Mario Draghi. Draghi, l’abbiamo capito bene, è uno con la stoffa democristiana, uno che le conferenze stampa le sa gestire provando ad accontentare tutti ma soprattutto stando attento a non scontentare nessuno, rimanendo sempre in bilico su quell’area di grigio che può essere scambiata per meritevole equilibrio oppure per inutile furbizia. Ognuno si costruirà la sua opinione, ognuno gli concederà la sua porzione di stima.

 

Draghi ha seppellito Salvini. E ha fatto bene, una volta per tutte: dire «ho voluto io Speranza nel governo e ne ho molta stima» significa togliere una volte per tutte dalle mani di Salvini e compagnia cantante la vecchia scusa di essere con Draghi ma contro Speranza, di fare opposizione a un pezzo del governo continuando a restare nel governo. Non sarà facile ora per il leader leghista raccontarlo ai suoi. Ci sarà da ridere e fa piacere che un presidente del Consiglio (ancora una volta) metta Salvini di fronte alla sua patetica doppia faccia.

 

Draghi durissimo su Erdogan: «Con questi dittatori, di cui però si ha bisogno per collaborare, bisogna essere franchi per affermare la propria posizione ma anche pronti a cooperare per gli interessi del proprio Paese, bisogna trovare l’equilibrio giusto». Chiamare un dittatore “dittatore” è sempre una bella notizia, cooperare con un dittatore rientra in quella realpolitik che può piacere o meno.

 

Ma se qualcuno è felice per la stoccata al sultano turco, allora dovrebbe ascoltare però le giustificazioni piuttosto flebili sulla Libia. Perché Draghi ha parlato di corridoi umanitari che non esistono, al di là di qualche sparuta persona e perché ha parlato di “superamento dei centri di detenzione libici” che sono proprio quel “salvataggio” per cui aveva ringraziato la Libia. No, proprio no. Non ci siamo.

 

Quindi un colpo di qua e un colpo di là. Non accontentare nessuno e non scontentare tutti. Come gli equilibristi, quelli che ti stupiscono per i primi metri sulla corda e poi annoiano tantissimo, e riescono a essere pericolosi per sé e per gli altri.

08/04/2021

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

Decreto Sostegni. Il segretario Cgil: allungare il blocco da giugno a tutto ottobre, l’emergenza non è finita. In audizione al senato stoccata al governo sul condono: serve lotta all’evasione e una riforma fiscale

Il blocco dei licenziamenti va allungato e nel frattempo serve «un piano straordinario del lavoro». Maurizio Landini in audizione al senato sul decreto Sostegni bacchetta il governo Draghi e lancia una proposta per battere gli effetti della pandemia sull’occupazione.

 

Per il segretario generale della Cgil la situazione è ancora troppo grave per consentire altre scelte: il blocco dei licenziamenti – che proprio il decreto Sostengi allunga da fine marzo al 30 giugno – va portato fino al 31 ottobre. «È importante – ha detto Landini in video collegamento con il senato –. Siamo ancora in piena emergenza».

 

NEL CORSO DELL’AUDIZIONE il leader della Cgil ha anche ricordato che è aperto il confronto sulla riforma degli ammortizzatori e, dunque, «avere questo periodo che evita di aprire la strada dei licenziamenti – ha detto – credo sia un tema importante». Il decreto Sostegni, ha poi riconosciuto, è un «fatto nuovo e importante», anche se è necessaria «una strategia più generale che affronti un piano straordinario per l’occupazione sia nel settore privato che in quello pubblico».

 

I sindacati, dunque, pur sottolineando l’importanza del provvedimento da 32 miliardi, tornano in pressing, chiedendo modifiche durante l’iter parlamentare. «Pur apprezzando gli sforzi fatti, continuiamo a ritenere che la data del 30 giugno per lo sblocco dei licenziamenti sia troppo vicina – ha affermato Ignazio Ganga – la distinzione, presente nel decreto, tra datori di lavoro rientranti nel perimetro della cassa integrazione ordinaria (cigo) e cassa integrazione in deroga – rileva la Cisl – non trova riscontro nella situazione reale ancora molto grave sotto i profili sanitario ed economico-sociale, una situazione che non vede settore economico nel Paese che non sia direttamente o indirettamente colpito dagli effetti del virus». Per questo «rinnoviamo la richiesta di prorogare il blocco dei licenziamenti per tutti», prolungando in parallelo la cassa integrazione Covid, «fino a quando sarà terminata la campagna vaccinale e l’emergenza sanitaria», insiste il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra. l licenziamenti «vanno bloccati fino alla fine della pandemia», rimarca Proietti.

 

LANDINI NON HA POI PERSO occasione per parlare anche della vertenza Alitalia: «Non è accettabile che perdiamo una nostra compagnia così importante e che si subiscano una serie di diktat dall’Europa, che non ha lo stesso comportamento con tutti, come si vede per Air France», facendo riferimento al salvataggio della compagnia francese avallato dalla commissione europea. Il sindacato, proprio per questo, sta «chiedendo la convocazione al governo delle parti sociali per evitare una situazione di non ritorno e drammatica per i posti di lavoro e la capacità industriale, turistica e produttiva del nostro paese».

 

Infine un giudizio negativo sul condono fiscale che «non ci convince». Esiste il problema del cosiddetto «magazzino» – l’arretrato di cartelle esattoriali che lo stato difficilmente riuscirà a smaltire – , ha detto «ma un conto è cancellare ciò che è realmente irrecuperabile, altro è arrivare a forme che assumono carattere di condono fiscale». «Lotta all’evasione fiscale e una vera e propria riforma del fisco sono l’esigenza che poniamo, il tema che deve essere aperto – ha concluso -. Non può essere che chi paga le tasse debba sentirsi un cittadino si serie B o poco furbo. C’è la necessità di un intervento strutturato di riforma».

 

POSIZIONI CONDIVISE DA CISL e Uil che sono state audite, sebbene con i soli segretari nazionali e non generali. Per Ignazio Ganga, Cisl, è «necessario sedersi a un tavolo per la riforma fiscale e quindi – ha aggiunto – siamo contrari a un condono». E Domenico Proietti della Uil chiede «preliminarmente di stralciare dal decreto tutto quello che riguarda la rottamazione delle cartelle»: in primo luogo perché «è una vergogna e uno schiaffo in faccia ai lavoratori dipendenti, ai pensionati e alle imprese che fanno il loro dovere con il fisco. La seconda ragione è che non è coerente alle finalità del decreto che vuole sostenere le politiche attive. Chiediamo al Parlamento un atto preciso: stralciare la norma». Proietti si è detto a favore di una «riforma fiscale per la trasparenza e l’equità». E ha chiesto di «mantenere nella sua attuale forma il cashback (contestato da Fratelli d’Italia e da buona parte della destra, ndr) perché – ha detto – come dimostrano i dati dell’Agenzia delle entrate, ogni euro investito nella lotta all’evasione produce 4 euro».

Tommaso Di Francesco

 

Libia. Diciamolo francamente, le parole del presidente del consiglio Mario Draghi in missione d’affari a Tripoli da Dabaiba, l’ultimo leader tripolino da noi accreditato dopo lo sponsorizzato al-Sarraj, rappresentano insieme una menzogna ed una offesa

 

«Sul piano dell’immigrazione noi esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa nei salvataggi e nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia…». Diciamolo francamente, le parole del presidente del consiglio Mario Draghi in missione d’affari a Tripoli da Dabaiba, l’ultimo leader tripolino da noi accreditato dopo lo sponsorizzato al-Sarraj, rappresentano insieme una menzogna ed una offesa.

 

Una menzogna – con pure una sua spolverata umanitaria sui «corridoi» che purtroppo restano iniziativa marginale – perché, ed è impossibile che non ne sia informato, i governi che lo hanno preceduto – Renzi, Gentiloni, Conte 1, Conte 2, unica eccezione Enrico Letta che attivò la missione della Marina militare Mare Nostrum per salvarli davvero i migranti – si sono caratterizzati per avere delegato alle sedicenti autorità libiche e alle loro milizie, volta a volta ammantate da divise ufficiali, la gestione sia del controllo dei migranti a terra che del blocco, whatever it takes, delle loro disperate partenze. Di questo siamo soddisfatti? La nostra delega ha costituito infatti la legittimazione di una aperta violazione dei diritti umani, perché l’area della Tripolitania e non solo si è trasformata – in piena e prolungata guerra civile intestina tra clan contrapposti dopo la caduta di Gheddafi ad opera della Nato – in un immenso campo di concentramento, dove i migranti sono stati catturati come prede, raccolti come merce di scambio.

 

Spesso barbaramente torturati e sottoposti a violenze di ogni genere. Parliamo di una migrazione inarrestabile che arriva dalla poverissima – ma ricchissima di materie prime – Africa dell’interno, dove le crisi politiche e le guerre si moltiplicano e spesso vedono coinvolti proprio gli interessi europei e occidentali. Fuggono dalla miseria e dai conflitti armati che contribuiamo ad alimentare con il traffico di armi e la corruzione di tanti governi in carica. Nell’imbuto libico, attraversando i deserti, devono essere fermati, non debbono arrivare nella Fortezza Europa. Il misfatto deve essere tenuto lontano.

 

Iinfatti abbiamo inventato l’esternalizzazione delle frontiere dell’Europa: arrivano fino al Sahel, al Mali, al Niger, al Ciad. Fino dove arrivano i nostri affari. Lì portiamo avanti con missioni militari e occupazioni, con interventi «mirati» alimentando nuovi nemici, nuovi conflitti e radicalità che ormai dappertutto in Africa vestono i panni dell’integralismo islamico, il nemico propizio del circolo vizioso della nostra «civiltà»: più armi più guerre, più guerre più asimmetrico terrorismo di ritorno, più macerie più profughi, più profughi più campi di concentramento e più razzismo populista, più conflitti, più distruzioni più affari per le ricostruzioni…

 

Ma le parole di ringraziamento di Draghi suonano anche come offesa a quanti hanno denunciato la gestione criminale in tutti questi anni della questione dei migranti: parliamo dell’Oim, dell’Alto Commissariato per i Diritti umani delle Nazioni unite (Unhcr), che hanno più volte denunciato la dichiarazione cara prima al democratico neo-coloniale Minniti poi al razzista Salvini, che la Libia era «un posto sicuro», documentando le sevizie e la prigionia alle quali sono stati sottoposti – senza dimenticare i tanti reportage del giornalismo d’inchiesta non embedded; una offesa alle Ong di soccorso a mare che, incuranti della prepotenza dei governanti che hanno voluto e vogliono la loro criminalizzazione, hanno rischiato sottraendo ogni essere umano dalle mani delle milizie costiero-carcerarie. Ma soprattutto è una offesa ai tanti morti delle stragi nel Mediterraneo dove, nella sostanziale amministrazione della «teoria e pratica dei porti chiusi» l’Unione europea e l’Italia nel rimpallo di responsabilità nei soccorsi e nel salvataggio, sono stati a guardare che si estendesse il vasto cimitero mediterraneo, con una strage di affogati dietro l’altra.

 

Dal 2011 a oggi i morti nel Mediterraneo sono 25 mila, secondo i dati Oim e Unhcr-Onu. E dal 2017 a oggi, cioè dalla firma del memorandum di Minniti, oltre 55 mila persone sono state riportate indietro dalla guardia costiera libica, ossia sono respingimenti per procura – l’Italia o l’Ue non potrebbero farlo ma lo abbiano fatto fare ai libici, pagandoli profumatamente. Senza contare le vittime cadute negli attraversamenti dei deserti.
Draghi però non si muove certo in solitudine. Fatto significativo, nelle stesse ore della sua missione a Tripoli con Di Maio, i rappresentanti dell’Europa Charles Michel e von Der Leyen sono stati ospiti di Erdogan in Turchia. Viaggio d’affari anche lì, quindi con il dare e l’avere: riallacciare i rapporti con il Sultano atlantico perché continui nell’opera di contenimento delle rotte dei profughi in fuga da tre guerre: irachena, afghana e soprattutto dall’inferno della Siria. Dove Erdogan – che cancella in patria i diritti umani – ha fatto di tutto: è entrato in guerra, ha massacrato i curdi, ha gestito il flusso di jihadisti trafficando con loro in petrolio e armi – come hanno denunciato giornalisti indipendenti finiti in galera o in esilio – , diventandone il santuario. E questo su istigazione della coalizione degli Amici della Siria (Usa, Arabia saudita, Paesi europei) nell’intento di destabilizzare la Siria com’era riuscito in Libia. Il risultato è un paese di milioni di esseri umani in macerie. Ora l’Europa, così attenta ai diritti umani altrui, chiede offrendo miliardi di euro, che la Turchia continui a trasformare parte del suo territorio a partire dalle sue frontiere in un immenso sistema concentrazionario.

 

Così Draghi fa la sua parte sull’altra sponda del Mediterraneo. Sa poco di Libia, forse, ma sa di affari e finanza: al primo posto nuovo import export energetico e business della ricostruzione. Lo scambio vale dunque la consegna della medaglia al «salvataggio» alle milizie libiche che a giorni anche il «parlamento» italiano, vale a dire questa mega-coalizione di governo con la finta opposizione dell’estrema destra di Fd’I, sta per ri-approvare. E ora Draghi, contento e soddisfatto, elogia la Libia per le catture delle prede umane.

06.04.2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Gregorio Piccin, responsabile pace

 

Dentro l’uovo di pasqua di governo e maggioranza – ma l’opposizione di FdI sarà certamente entusiasta – le italiane e gli italiani troveranno un bel regalo.


Le commissioni parlamentari di Camera e Senato hanno dato il via libera alla destinazione di ben 17 miliardi del Recovery Fund in armamenti.


Va detto che è una scelta in parte ereditata dal governo Conte e non ci si poteva aspettare che la mettesse in discussione un uomo della Nato come Draghi.
Si tratta di 17 miliardi sottratti a sanità, scuola, servizi sociali, messa in sicurezza del territorio, trasporto pubblico, case popolari e mille altre esigenze sociali.


Non era meglio destinare questa somma alle tante piccole imprese che stanno chiudendo?
Non si dovrebbero aumentare il numero delle terapie intensive o impiantare un’industria farmaceutica pubblica capace di produrre vaccini come fa la piccola Cuba invece che sovvenzionare la produzione di strumenti di morte?


Come al solito una scelta condivisa dalla destra e dal PD, dettata dall’assoluta subalternità delle forze politiche al governo agli imperativi che giungono dagli USA e dalla NATO oltre che dalla lobby dell’industria bellica.


Questa insensata spesa militare è un’offesa ai valori della pace e della Costituzione.
Non si ricostruisce l’Italia con le armi.
Tutte le chiacchiere di rossi e verdi sulla convergenza col PD si fondano sulla rimozione della realtà del concrete scelte programmatiche e, lo scriviamo con rispetto, risultano essere operazioni di greenwashing.

04.04.2021

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Pandemia sociale. Un milione di indigenti in più nell’anno del Covid: Viaggio in Italia da Nord a Sud, nelle mense per i poveri, con le scuole chiuse, mentre aumenta il lavoro in nero per necessità, la povertà alimentare ed educativa dei bambini e la disoccupazione femminile A Milano una coda da mezzo chilometro davanti a una mensa. Da Genova a Vicenza e Cosenza si teme il momento in cui saranno sbloccati i licenziamenti e gli sfratti: "L'onda crescerà". È l’esito del fallimento di un Welfare emergenziale e del rifiuto di estendere il "reddito di cittadinanza" con misure incondizionate e universali. A Roma i movimenti per la casa e le associazioni protestano contro il piano "Lupi-Renzi" che colpisce gli occupanti per necessità in situazioni drammatiche nella pandemia.

 

La fila lunga mezzo chilometro vista anche ieri a Milano alla vigilia di Pasqua in attesa di ricevere un pasto con uova di cioccolata e colombe è la concretizzazione del dato sconvolgente comunicato dall’Istat il 4 marzo scorso: le famiglie in povertà assoluta sono oltre 2 milioni, 335 mila in più. In totale gli individui censiti in questa condizione sono 5,6 milioni, oltre un milione in più rispetto al 2019. Dopo il primo anno della pandemia ci sono in Italia un milione di individui poveri assoluti in più che non riescono a sostenere le spese per la casa, per la salute e il vestiario, i pasti e quelle per i figli.

 

QUESTA SITUAZIONE è, da mesi, visibile in viale Toscana a Milano, una delle sedi di Pane Quotidiano, l’associazione laica di volontariato milanese (dal 1898), a pochi passi dalla nuova sede dell’università Bocconi dove sorgono torri avveniristiche e circolari, mentre le file arrivano al semaforo dell’incrocio con via Castelbarco. Qui, ogni giorno, raccontano i volontari, ci sono circa 3500 persone che ritirano un pasto, la fila può durare anche un’ora. Al sabato si mettono in fila anche oltre 4 mila persone. Il profilo sociale del povero è quello del lavoratore impoverito, non solo straniero ma sempre di più anche di cittadinanza italiana, disoccupato e precario. Comunque di una persona che, prima della pandemia, si manteneva in equilibrio sul bordo della povertà e, negli ultimi mesi, è stato preso in pieno e, più, è stato escluso dai bonus simbolici, temporanei e occasionali erogati dal governo «Conte 2» e oggi prorogati solo in una piccola parte residuale dall’esecutivo Draghi. I volontari milanesi raccontano di incontrare liberi professionisti, persone con lavori precari, non regolari e anche in nero, che non hanno potuto accedere al Welfare dell’emergenza e oggi sono ancora più esclusi. Una percentuale rende l’idea: il 65 per cento di chi ricorre sono stranieri, ma nell’ultimo anno si sono moltiplicati gli italiani. Il menu cambia, di solito sono previsti 300-350 grammi di pane, un litro di latte, un pacco pasta, yogurt, formaggi e talvolta anche salumi, frutta e verdura e dolciumi.

 

ALLA MENSA di Santa Sabina della Comunità di Sant’Egidio di Genova hanno calcolato un aumento dei pasti serviti ogni giorno dall’inizio della pandemia da 450 a 850. La composizione sociale si avvicina molto a quella vista a Milano. Anziani, madri sole, padri separati, colf e badanti, italiani, stranieri e giovani che non riescono a sopravvivere con lavori precari. E poi professionisti ultracinquantenni, spesso lavoratori autonomi per i quali è impossibile accedere al modesto, e simbolico, bonus con il nome impronunciabile «Iscro». Il reddito massimo da dimostrare per accedere a questa misura è 8.350 euro annui, mentre la media di chi è iscritto alla gestione separata Inps è 15 mila euro. I responsabili della mensa sostengono che era dall’ultima guerra che non si vedeva in città una richiesta così massiccia di aiuti primari. A Genova la sensazione è che siamo solo all’inizio. L’onda della crisi sociale è lunga e sta montando.

 

LA POVERTA’ non dilaga solo a Nord, ma anche a Sud. Alla Fondazione Casa San Francesco D’assisi-Onlus di Cosenza è stato descritto un profilo sociale preciso delle nuove povertà che riguardano «anche nuclei familiari che fino a prima della pandemia avevano un equilibrio anche non precario e che ora accedono ai nostri servizi dall’esterno. Chi, invece, aveva un equilibrio precario, è stato completamente sconvolto. Penso a tutti quelli che lavoravano in nero, o alla giornata, ma anche alle famiglie monoreddito».

 

UNO SPACCATO SOCIALE di questa situazione è emerso ieri in un rapporto della Cgia di Mestre. Camerieri in attesa di tornare a lavorare che si improvvisano edili, dipintori, idraulici, giardinieri o addetti alle pulizie. Eseguono piccoli lavori pagati poco e in nero che permettono a molte famiglie di mettere assieme il pranzo con la cena. Addetti del settore alberghiero e della ristorazione, parrucchiere ed estetiste che si recano nelle case degli italiani ed esercitano irregolarmente i servizi e i lavori più disparati. In una crisi che ha già bruciato 450 mila posti soprattutto precari, sta facendo crescere il lavoro in nero. Prima della pandemia erano 3,2 milioni di persone. Tuttavia il numero di questi invisibili è difficilmente quantificabile, così come lo sarà quello di chi lavorerà in nero nelle campagne durante le raccolte stagionali.

 

L’ASSENZA DI UN REDDITO di base non favorisce solo la crescita del lavoro nero e senza diritti, ma anche della povertà dei bambini. In settimana Save The Children ha reso nota la stima: sono 160 mila i bambini che non hanno accesso a un pasto garantito dalle mense scolastiche. Questo è un aspetto drammatico della chiusura delle scuole decisa in Italia, un paese che ha uno dei record europei negativi di didattica in presenza. La mensa era uno dei modi usati dai genitori per assicurare ai figli un pasto quotidiano. Questo, in realtà, non avviene in maniera uniforme sul territorio nazionale. Su 40.160 edifici scolastici, solo 10.598 hanno una mensa. A Nord ce ne sono di più, a Sud molto meno. Questo è un altro aspetto sostanziale della povertà educativa, aumentata a causa delle carenze tecnologiche che in Italia non assicurano un diritto all’accesso alla rete uguale per tutti e per le condizioni abitative dove le famiglie sono state costrette a convivere in spazi angusti durante la pandemia.

 

Strettamente collegata a questa situazione è la condizione sempre più precaria delle donne. L’Istat ha fatto un primo bilancio parziale degli effetti del ‘lockdown’ dell’ultimo anno. Tra il secondo trimestre del 2019 e quello del 2020 sono saltati 470.000 posti per le donne. E, su 100 impieghi persi al tempo del Coronavirus sono il 55,9%. Commentando con Il Manifesto questi dati Chiara Saraceno ha detto: «Si sono persi molti redditi principali nelle famiglie, ma anche molti secondi redditi, quelli che di solito permettono di mantenere il nucleo sopra la soglia della povertà. Sono le donne ad avere il secondo reddito, sono loro a fare da cuscinetto di riserva. La crisi le colpisce molto duramente».

 

IN QUESTA SITUAZIONE il timore è che alla fine del blocco dei licenziamenti a fine giugno per chi lavora nelle Pmi e nelle grandi imprese, e in autunno, per gli occupati nelle micro e piccolissime aziende, la fine delle proroghe dei cosiddetti «sostegni» (ex «ristori») si aggiungeranno molti altri a questi esclusi dal Welfare sia dal cosiddetto «reddito di cittadinanza» che dal «reddito di emergenza». Misure che non hanno impedito tale aumento della povertà perché pensate per segmentare la povertà e governare l’esclusione dei poveri. Non avere pensato l’anno scorso come più volte scritto anche su Il Manifesto ad allargare, in maniera incondizionata e senza vincoli, il «reddito di cittadinanza» inteso come misura unica e universalistica sta comportando queste conseguenze.

 

GIA’ NELL’OTTOBRE scorso il rapporto Caritas 2020 aveva descritto gli effetti delle politiche sociali estemporanee adottate in Italia nei primi mesi del lockdown duro. Con l’introduzione del reddito di emergenza è stato il «paradosso di misure emergenziali che generano esclusione e favoriscono gli “affiliati” al sistema di protezione e assistenza sociale, invece di coinvolgere nella maniera più ampia e inclusiva i destinatari dei sostegni». Un simile paradosso è stato l’effetto della moltiplicazione dei sussidi (i bonus per le partite Iva iscritte all’Inps e ad altre categorie di lavoratori indipendenti e intermittenti) e dei sussidi (il «reddito di emergenza» che ha duplicato temporaneamente il cosiddetto «reddito di cittadinanza»). Insieme, questi elementi, hanno rafforzato una politica tradizionale in Italia, quella della segmentazione della povertà in categorie create per governare i poveri e respingere nell’invisibilità milioni di altri che ora riappaiono nelle file in molte città.

 

MENTRE la politica si industria a sdoppiare il reddito di cittadinanza in una politica dell’assistenza e in una delle «politiche attive del lavoro», già prevista dalla legge che lo ha istituito nel 2019, continua l’inesorabile frammentazione della misura a livello regionale. Ad esempio in Puglia dove nel primo mandato del presidente Emiliano è stato varato un «reddito» locale, chiamato «reddito di dignità» (Red). Questo modello risponde alla consueta idea «workfarista» per cui i poveri devono lavorare in cambio di un sussidio a tempo da 500 euro mensili in media. E questo anche quando non esiste un lavoro e mancano gli strumenti amministrativi per la formazione obbligatoria. In più mancano anche i fondi. «Purtroppo – ha detto l’assessora regionale al Welfare, Rosa Barone – viste le tante domande arrivate l’assessorato è stato costretto a sospendere la presentazione delle domande il 30 dicembre 2020 e tante sono state quelle ammissibili ma non finanziabili». In ogni caso la Puglia investirà altri 22 milioni di euro e sostiene che arriveranno a 3.600 famiglie.

 

A VICENZA la Caritas Diocesana racconta che, oltre alle richieste di cibo alle mense, ci sono anche quelle per i posti letto. Prima della pandemia riguardavano una media di due italiani, oggi è salita a sette persone che non hanno un tetto e chiedono ospitalità. Sono persone più che adulte che hanno perso il lavoro e non riescono a pagare l’affitto. Questa situazione potrebbe peggiorare quando scadrà la proroga del blocco degli affitti dopo il prossimo 30 giugno. Nessuno, in un anno di pandemia, ha pensato a rilanciare una politica pubblica del diritto all’abitare.

 

L’UNIONE INQUILINI ha chiesto un vero piano pluriennale e strutturale di edilizia residenziale con le risorse del «Recovery plan». Venerdì 9 aprile i movimenti per la casa di Roma, insieme a associazioni come a Buon Diritto, Asgi e altri hanno lanciato una mobilitazione all’anagrafe della Capitale contro il «Piano casa» Renzi–Lupi ancora in vigore dal 2014 che, di fatto, i poveri che vivono in occupazione per necessità vengono espulsi dallo stato di diritto e privati dei diritti fondamentali. Anche nella pandemia la guerra ai poveri continua.

01.04.2021

da Il Manifesto

Roberto Maggioni

 

Dopo il flop. Visita del commissario Figliuolo. L’esecutivo entra nella gestione della campagna lombarda con il sistema informatico e con la cogestione dei principali hub attraverso l’Esercito e la Protezione Civile

 

Da oggi l’organizzazione informatica della campagna di vaccinazione della Lombardia passa nelle mani del governo attraverso il portale di Poste italiane. «I sistemi informativi prenderanno una nuova luce con il sistema nazionale, quello della struttura commissariale di poste italiane, quindi sono confidente che si farà ancora meglio» ha detto molto diplomaticamente il commissario Covid governativo Francesco Paolo Figliuolo nel suo breve tour lombardo di ieri. Il commissario ha anche chiesto a Fontana e Moratti di smantellare i piccoli centri vaccinali pensati dalla giunta per accentrare il lavoro in grossi hub. Insomma, allinearsi con il piano nazionale.

 

Non è il commissariamento della sanità che migliaia di lombardi avevano chiesto firmando petizioni online, ma poco ci manca. È la certificazione del fallimento di Lega e Forza Italia in Lombardia. La principale regione italiana per numero di abitanti continua a non avere un piano di vaccinazione strutturato e un sistema informatico in grado di supportarlo e quindi, ora, la leva delle prenotazioni e dei grossi hub passa alla struttura nazionale di Poste. Non è chiaro però da quando sarà operativo e pienamente integrato il portale di Poste, anche su questo Fontana, Moratti e Bertolaso non sono stati in grado di dare tempi certi.

 

La Lombardia rappresenta un tassello fondamentale per raggiungere l’obbiettivo delle 500 mila vaccinazioni al giorno del piano Draghi-Figliuolo, i 10 milioni di abitanti lombardi faranno la differenza e il governo non vuole fallire l’obbiettivo. L’esecutivo entra dunque nella gestione della campagna lombarda con il sistema informatico e con la cogestione dei principali hub attraverso l’Esercito e la Protezione Civile. «In Lombardia vogliono arrivare a 120 mila inoculazioni al giorno su 500 mila totali» aveva detto il capo della protezione Civile Fabrizio Curcio, «se qualcosa non andasse bene influirebbe negativamente sull’obiettivo nazionale». Qui più che in altre regioni tutto dovrà funzionare perché, dice ancora Curcio, «la performance lombarda condiziona molto la campagna nazionale».

 

La vicepresidente lombarda Letizia Moratti parla di «leale collaborazione con il governo», ora questa giunta dovrà dimostrare di saper organizzare almeno la logistica della campagna di massa. Non potrà fare tutto il governo, l’ultimo miglio resterà in capo alla Regione che dovrà attrezzare gli hub vaccinali, coordinare il personale e rendere compatibile il portale di Poste ai sistemi delle Ats locali e degli ospedali. Per i lombardi dunque l’incubo non è ancora finito. Fontana promette l’avvio della campagna di massa il 13 o 14 aprile. Per le opposizione quella di ieri è stata la giornata che a certificato il fallimento della giunta.

30.03.2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Ve lo ricordate il 22 marzo 2020? 53 medici cubani della Brigata internazionale Henry Reeve arrivarono in Lombardia, c’erano medici, epidemiologi, anestesisti, rianimatori e infermieri specializzati in terapia intensiva. La Lombardia in quel momento era l’epicentro mondiale della pandemia nel mondo e i medici cubani, specializzati nel trattamento delle malattie infettive, vennero spediti nell’ospedale da campo di Crema. Gli “hermanos de Cuba” li chiamavano affettuosamente i colleghi italiani. La sindaca di Crema Stefania Bonaldi disse: «Ci sentiamo fortunati. All’alba siamo saliti sul loro autobus con la bandiera di Cuba tra le mani e con gli occhi lucidi per ringraziarli ancora una volta – raccontò ancora la sindaca -, ma ci piace pensare che sia stato solo un arrivederci e non un addio, perché continueremo a fare cose belle insieme». Se andate a cercare le dichiarazioni ufficiali del governo invece sono poche, rare.

 

Alcuni sostennero quei medici cubani addirittura come candidati al Nobel per la Pace. Peccato che l’arrivederci affettuoso che abbiamo riservato ai cubani sia uno schiaffo in faccia: nel Consiglio dei diritti umani cinque giorni fa è stata votata una risoluzione, inappuntabile giuridicamente dal punto di vista del diritto internazionale, che rilevava il pesante impatto negativo che le sanzioni, ovvero, con termine più tecnico, le misure coercitive unilaterali hanno sui diritti umani. Tra questi ovviamente c’è anche l’anacronistico embargo che gli Usa impongono a Cuba dal 1962. 59 anni di sanzioni durissime con cui lo Stato più forte impone sofferenze durissime a uno Stato più debole per piegarlo alle proprie decisioni, un bombardamento senza bombe per imporre la propria politica estera.

 

La risoluzione è ovviamente passata ma l’Italia è riuscita a farsi notare votando contro, in nome di un becero atlantismo che risulta assolutamente fuori tempo e che sembra essersi dimenticato dell’aiuto ricevuto in questi ultimi mesi. Un voto infame (che al momento non ha spiegazioni ufficiali) e di cui ci sentiamo di chiedere scusa. L’embargo durante la pandemia tra l’altro in campo sanitario mette a rischio anche l’approvvigionamento di macchinari indispensabili per affrontare il virus. «Potrebbe mancare qualsiasi cosa – spiegava l’Ambasciatore Josè Carlos Rodriguez Ruiz -: un componente di un apparecchio sanitario, una tecnologia o un principio attivo che potremmo reperire negli Stati Uniti, ma che non può raggiungere Cuba a causa del blocco. In quel caso saremmo costretti a rivolgerci altrove a costi molto più alti ma con grandi difficoltà. Un esempio: se volessimo acquistare una macchina della multinazionale tedesca Siemens dotata di una porzione di tecnologia statunitense non potremmo farlo…».

Scusa Cuba.

28/03/2021

di Randy Alonso Falcòn, Edilberto Carmona Tamayo –

 

Le apprensioni suscitate in alcuni paesi dal vaccino AstraZeneca/Oxford, la campagna sporca degli Stati Uniti contro lo Sputnik V della Russia, e il rifiuto ratificato delle nazioni più potenti di lasciare che le loro case farmaceutiche rilascino temporaneamente i brevetti sui loro antidoti al COVID-19, hanno ulteriormente messo a dura prova la disponibilità dei vaccini e approfondito le profonde differenze nel diritto alla vita tra i potenti e i poveri di questo mondo.

Mai prima d’ora un’emergenza sanitaria ha colpito così tante persone in così tanti luoghi e in così poco tempo. Il COVID-19 ha già colpito più di 120 milioni di persone nel mondo e ucciso più di 2,6 milioni di esseri umani.

Una sfida così universale giustificava una risposta globale e coordinata. Ma ancora una volta, oltre alle richieste dell’ONU e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno prevalso il nazionalismo, la meschinità, lo strapotere delle corporazioni transnazionali e ognuno per sé.

I vaccini sembrano essere le uniche barriere efficaci contro la pandemia. Solo un’immunizzazione maggioritaria della popolazione mondiale potrebbe porre fine alla crescente trasmissione del virus SARS-CoV-2. Ma né le transnazionali farmaceutiche né i governi del mondo ricco hanno questa vocazione di risposta collettiva e di solidarietà globale.

Chi può sviluppare e produrre vaccini?

L’industria farmaceutica e biotecnologica soffre di un’alta concentrazione e transnazionalizzazione. Le grandi aziende dei paesi sviluppati e delle economie emergenti monopolizzano la ricerca, la produzione e la distribuzione dei medicinali. Nove di loro sono tra le 100 aziende che generano più entrate in tutto il mondo.

Secondo Euromonitor Global, l’industria farmaceutica è responsabile di quasi il 4% dell’attività produttiva globale. Se fosse un paese, sarebbe tra le 15 economie più ricche del pianeta. Quasi la metà delle vendite totali del settore provengono da Cina e Stati Uniti, seguiti da Svizzera, Giappone, Germania e Francia.

La produzione di vaccini, in particolare, si concentra in 4 grandi aziende più dell’80% del mercato, secondo i dati del 2019: la britannica GlaxoSmithKline, l’americana Merck Sharp & Dohme e Pfizer, e la francese Sanofi.

Questo mercato globale ha generato circa 37 miliardi di dollari nel 2018 e si stima che entro il 2027 supererà i 64,5 miliardi.

Come è noto, le nazioni sottosviluppate – che sono la grande maggioranza -, non hanno quasi nessuna capacità di sviluppare i propri vaccini (Cuba è una delle poche onorevoli eccezioni) e nessuna capacità produttiva propria. Ciò ha lasciato loro poco spazio di manovra per influenzare lo sviluppo ineguale dei vaccini nel mezzo della pandemia.

Come sono stati finanziati i vaccini contro il COVID-19?

Da quando l’OMS ha dichiarato il COVID-19 una pandemia, l’11 marzo, ha chiesto una soluzione concertata e comune alla minaccia. Ma la logica iraconda del mercato detta i corsi nel nostro mondo e quello che è successo da allora è una corsa frenetica per raggiungere l’obiettivo (immunitario e finanziario), in cui non sono mancati ostacoli, pressioni e persino ricatti.

Fin dall’inizio, le grandi potenze si sono alleate con le grandi corporazioni farmaceutiche per gestire convenientemente la scoperta di una soluzione che permetta loro di uscire dalla crisi sanitaria ed economica che sta devastando il mondo.

I governi hanno fornito almeno 8,6 miliardi di dollari per lo sviluppo del vaccino, secondo la società di analisi Airfinity. Gli Stati Uniti, l’UE e il Regno Unito hanno investito miliardi nel vaccino di AstraZeneca, sviluppato dall’Università di Oxford. La Germania ha investito 445 milioni di dollari nel vaccino sviluppato da Pfizer e dal suo partner tedesco, BioNTech. Il vaccino di Moderna è stato interamente finanziato e co-prodotto dal governo degli Stati Uniti.

Mentre le organizzazioni filantropiche hanno contribuito con 1,9 miliardi di dollari. Personalità individuali come Bill Gates, il fondatore di Alibaba Jack Ma e la star della musica country Dolly Parton hanno dato il loro contributo.

Solo 3,4 miliardi di dollari sono venuti da investimenti propri delle aziende farmaceutiche, alcuni dei quali sono venuti anche da finanziamenti esterni.

Nonostante il fatto che Big Pharma abbia fornito solo un terzo dei finanziamenti, chi sta raccogliendo i benefici finanziari? Chi ha stabilito le regole del gioco nella distribuzione dei vaccini?

Gioco sporco

Ottenere il vaccino contro il COVID è diventato, al di là dell’interesse sanitario, un obiettivo geopolitico. Chi riusciva ad ottenere il vaccino capitalizzava la sua mercificazione e chi aveva più risorse finanziarie poteva monopolizzare più vaccinazioni.

Scandalosa è stata la notizia della manovra dell’amministrazione Trump, già nel marzo 2020, per la società tedesca CureVac – che aveva iniziato la ricerca di un possibile vaccino – di lasciare la sua sede nel paese europeo e trasferirsi negli Stati Uniti in cambio di “grandi quantità di denaro”.

Così come aveva già monopolizzato i test PCR, i ventilatori polmonari, le maschere e le attrezzature per la biosicurezza, Washington si prefiggeva fin dall’inizio di monopolizzare la produzione e la distribuzione dei vaccini.

Ad essi si sono aggiunte campagne diffamatorie a volte sottili, a volte palesi, contro i candidati vaccini russi e cinesi in un tentativo concertato di escluderli da altri mercati. Molti dubbi sono stati espressi sulla velocità di sviluppo, la qualità dei test clinici e l’efficacia dei candidati di entrambe le nazioni, specialmente contro lo Sputnik V dei Gamaleya Laboratories.

Dopo che il vaccino principale della Russia è stato certificato dalle sue autorità e ha suscitato l’interesse di diverse nazioni, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno fatto lo sgambetto dappertutto. Il rapporto annuale 2020 del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti (HHS) ha recentemente rivelato che l’Ufficio degli Affari Globali (OGA) ha usato l’Ufficio dell’Addetto alla Salute in Brasile per convincere il governo brasiliano a “rifiutare il vaccino russo COVID-19.

In risposta alla rivelazione, il portavoce presidenziale russo Dimity Peskov ha detto: “In molti paesi la portata della pressione è senza precedenti (…) tali tentativi egoistici di costringere i paesi ad abbandonare alcuni vaccini mancano di prospettiva. Crediamo che ci dovrebbe essere il maggior numero possibile di dosi di vaccini in modo che tutti i paesi, compresi i più poveri, abbiano la possibilità di fermare la pandemia”.

L’Unione Europea, da parte sua, non ha ancora dato il via libera all’uso del vaccino russo nei suoi paesi membri, nonostante sia rimasta indietro rispetto a Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Israele nella disponibilità del vaccino, e anche se la prestigiosa rivista sanitaria The Lancet ha riconosciuto in una pubblicazione l’alta efficacia dello Sputnik V.

Al di là di queste barriere, i vaccini russi e cinesi si sono fatti strada in diverse regioni, grazie alla loro efficacia e alla carenza globale di immunizzatori. La Slovacchia ha persino lasciato la piega dell’Unione europea per acquisire 2 milioni di dosi di Sputnik V e l’Ungheria, che ha anche approvato l’uso del vaccino russo, ha acquisito dosi della cinese Sinopharm, che non ha ancpra ricevuto il via libera dell’Agenzia europea dei medicinali.

Ricatto senza anestesia

Gli Stati hanno fatto l’investimento maggiore, ma BigPharma impone le condizioni e mantiene le entrate. Il monopolio di poche multinazionali nell’approvvigionamento e nella produzione di vaccini anti-COVID-19 dà a queste aziende un potere schiacciante.

Recenti rapporti mostrano come il gigante farmaceutico Pfizer abbia cercato di imporre condizioni onerose alle nazioni dell’America Latina per fornire loro certe quantità del suo iniettabile.

Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha mostrato in questi giorni il suo disappunto per le richieste di Pfizer al suo governo, notando che tra le condizioni poste dal consorzio c’è una clausola nel contratto di acquisto che lo esenta da “ogni responsabilità” per eventuali effetti collaterali del suo immunizzatore.

“Noi siamo stati molto duri e loro sono stati molto duri con noi. Non cambieranno una virgola. Il governo se ne sta occupando insieme al Congresso, e se ne sta discutendo in termini di rendere la legge più flessibile“, ha detto il ministro della salute brasiliano recentemente licenziato, il generale dell’esercito Eduardo Pazuello.

Anche l’Argentina, il Perù e la Repubblica Dominicana hanno subito un’intensa pressione da parte di Pfizer, come mostrato in un’indagine di The Bureau Investigative Journalism.

I rappresentanti della Pfizer a Buenos Aires hanno chiesto un indennizzo per qualsiasi reclamo civile che i cittadini potrebbero presentare se avessero sperimentato effetti avversi dopo essere stati vaccinati. “Ci siamo offerti di pagare milioni di dosi in anticipo, abbiamo accettato questa assicurazione internazionale, ma l’ultima richiesta è stata straordinaria: Pfizer ha preteso che anche i beni sovrani dell’Argentina facessero parte dell’appoggio legale”, ha confessato un funzionario argentino. “Era una richiesta estrema che avevo sentito solo quando si doveva negoziare il debito estero, ma in quel caso come in questo, l’abbiamo respinta immediatamente.

Ci sono diverse voci che avvertono che l’urgenza di avere vaccini per una malattia che ha causato così tanti decessi nel mondo potrebbe aver portato alcuni governi ad accettare significative limitazioni di responsabilità e chiedere trasparenza sugli accordi con le aziende farmaceutiche.

Il professor Lawrence Gostin, direttore del Centro di Collaborazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per il Diritto Sanitario Nazionale e Globale ha detto: “Le compagnie farmaceutiche non dovrebbero usare il loro potere per limitare i vaccini salvavita nei paesi a basso e medio reddito”, e ha notato che la protezione della responsabilità non dovrebbe essere usata come “la spada di Damocle che pende sulla testa di paesi disperati con popolazioni disperate”.

Anche la potente Europa sembra aver sentito le pressioni. Anche se gli accordi dell’UE con i produttori di vaccini sono tenuti segreti con le loro clausole principali, la Strategia di approvvigionamento dei vaccini resa pubblica dalla Commissione europea afferma che “la responsabilità per lo sviluppo e l’uso del vaccino, compresa qualsiasi compensazione specifica richiesta, sarà degli Stati membri che lo acquisiscono”.

Chi potrà essere vaccinato nel 2021?

Le capacità di produzione mondiale di vaccini sono insufficienti per avere le dosi necessarie per immunizzare la popolazione mondiale quest’anno. La Federazione internazionale dei produttori e delle associazioni farmaceutiche (IFPMA) dice che la domanda globale stimata di vaccini nel 2021 è tra 10 e 14 miliardi di dosi.

Secondo le statistiche citate dalla società di dati Statista, gli Stati Uniti possono produrre quasi 4,7 miliardi di dosi di vaccino COVID-19 e l’India più di 3 miliardi di dosi potenziali. La Cina, in precedenza non un attore importante nel mercato delle esportazioni di vaccini, si è impegnata a produrre più di 1 miliardo di dosi.

Anche la Gran Bretagna, la Russia, la Germania e la Corea del Sud sono tra i centri di produzione affermati, ma con una capacità produttiva minore.

Di fronte a questa realtà, l’iniquità e l’ingiustizia del mondo di oggi è ancora una volta evidente: i paesi più ricchi hanno acquistato la maggior parte dei vaccini che saranno prodotti nel 2021 (anche per le scorte), mentre le nazioni povere non avranno dosi da somministrare nemmeno alle loro fasce di popolazione più vulnerabili. Più di 100 nazioni stanno aspettando l’arrivo del primo vaccino.

Si stima che il 90% delle persone nei circa 70 paesi a basso reddito non avrà l’opportunità di essere vaccinato contro il COVID-19 quest’anno.

Le nazioni più potenti hanno fatto leva sul loro potere d’acquisto e sugli investimenti nello sviluppo del vaccino per assicurarsi le forniture dell’agognato antidoto.

Finora, circa 12,7 miliardi di dosi di vari vaccini contro il coronavirus sono stati pre-acquistati, abbastanza per vaccinare circa 6,6 miliardi di persone (eccetto quello della Johnson & Johnson, tutti i vaccini approvati finora richiedono due dosi).

Più della metà di queste dosi – 4,2 miliardi assicurati, con l’opzione di comprare altri 2,5 miliardi – sono state acquistate da paesi ricchi che ospitano solo 1,2 miliardi di persone.

Il Canada ha comprato abbastanza dosi per inoculare ogni canadese cinque volte, mentre gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Unione Europea, l’Australia, la Nuova Zelanda e il Cile hanno comprato abbastanza per vaccinare i loro cittadini almeno due volte, anche se alcuni dei vaccini non sono ancora stati approvati.

Israele ha raggiunto un accordo per 10 milioni di dosi e la promessa di una fornitura costante da Pfizer in cambio di dati sui destinatari del vaccino. Secondo i rapporti, il paese ha anche pagato 30 dollari per dose, il doppio del prezzo pagato dall’UE.

Come Irene Bernal, ricercatrice sull’accesso ai medicinali presso l’ONG Salud por Derecho, ha detto al quotidiano El País lo scorso dicembre, “stiamo vedendo che chi ha i soldi è quello che ha l’accesso. Il 53% dei vaccini sono stati tenuti dal 14% della popolazione, i ricchi. E le aziende hanno una capacità di produzione limitata, quindi quando arriveranno le dosi nei paesi più poveri?

I paesi a basso e medio reddito, con l’84% della popolazione mondiale, hanno fatto accordi direttamente con le aziende farmaceutiche, ma finora si sono assicurati solo il 32% della fornitura.

“Siamo in una crisi enorme”, ha detto Fatima Hassan, fondatrice della South African Health Justice Initiative. “Se anche in Sudafrica non riusciamo a vaccinare presto metà della nostra popolazione, non posso nemmeno immaginare come se la caveranno Zimbabwe, Lesotho, Namibia e il resto dell’Africa. Se questo continuerà per altri tre anni, non avremo nessun tipo di immunità continentale o globale”.

Il presidente messicano Andres Manuel Lopez Obrador e il suo ministro degli esteri Marcelo Ebrard hanno chiesto alle autorità statunitensi di permettere loro di acquistare alcune delle decine di milioni di vaccini di AstraZeneca prodotti negli Stati Uniti, che Washington ha immagazzinato senza averne approvato l’uso. Altri paesi che hanno già approvato il vaccino chiedono di averlo.

Il Messico, uno dei paesi con la maggiore presenza di COVID-19, ha finora somministrato circa 4,4 milioni di dosi utilizzando i vaccini di Pfizer, AstraZeneca, Sinovac e Sputnik V, in una popolazione di oltre 128 milioni di abitanti, il che significa un basso tasso di vaccinazione, secondo il sito www.ourworldindata.org gestito dall’Università di Oxford.

Le statistiche più attuali di questo osservatorio mostrano la bassa proporzione e la distribuzione ineguale del numero di persone completamente vaccinate (con tutte le dosi necessarie) nel mondo:

Secondo i dati raccolti da Bloomberg, a partire da giovedì, più di 410 milioni di dosi di vaccini COVID sono state somministrate nel mondo in circa 132 paesi. Questo rappresenta solo il 2,7% della popolazione mondiale.

L’apartheid del vaccino

Scienziati e attivisti avvertono che ci stiamo dirigendo verso una “apartheid dei vaccini” in cui le persone del Sud globale saranno vaccinate con anni di ritardo rispetto a quelle dell’Occidente.

Non solo i paesi più poveri saranno costretti ad aspettare, ma a molti vengono già imposti prezzi molto più alti per dose. L’Uganda, per esempio, ha annunciato un accordo per milioni di vaccini da AstraZeneca a 7 dollari a dose, più di tre volte quello che l’Unione europea ha pagato. Comprese le spese di trasporto, costerà 17 dollari per vaccinare completamente un ugandese.

Gli effetti di questa iniquità sarebbero gravi. Un modello sviluppato dalla Northeastern University indica che se i primi 2 miliardi di dosi di vaccini Covid-19 fossero distribuiti proporzionalmente alla popolazione nazionale, le morti nel mondo sarebbero ridotte del 61%. Ma se le dosi sono monopolizzate da 47 dei paesi più ricchi del mondo, si salverebbe solo il 33% di persone in meno.

Gli scienziati sono anche preoccupati che con i paesi incapaci di immunizzare gran parte della popolazione, ci saranno più opportunità per il virus di continuare a mutare, aumentando le morti in quei paesi sotto-vaccinati e rendendo i vaccini disponibili meno efficaci nel tempo.

Come il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha notato all’inizio di quest’anno, “…siamo di fronte a un pericolo reale che, mentre i vaccini portano speranza ad alcuni, diventano un altro mattone nel muro della disuguaglianza tra coloro che hanno risorse e coloro che non ne hanno.

Un’alternativa sobria

La difficoltà di assicurare la fornitura di vaccini renderà molti paesi più poveri dipendenti da Covax, un’organizzazione creata nell’aprile 2020, coordinata dall’OMS, la Coalizione per le innovazioni nella preparazione alle epidemie e GAVI, l’alleanza internazionale dei vaccini.

Covax mira a consegnare 2 miliardi di dosi a livello globale, di cui almeno 1,3 miliardi per 92 paesi a basso e medio reddito, entro la fine del 2021. Questo sarebbe sufficiente per inoculare il 20% della popolazione di ogni paese, con priorità data agli operatori sanitari, agli anziani e alle persone con condizioni mediche sottostanti, anche se questo obiettivo è stato criticato come inadeguato per affrontare la pandemia.

Gli analisti stimano invece che Covax fornirà al massimo tra 650 milioni e 950 milioni di dosi, divise tra 145 nazioni, comprese alcune che hanno abbastanza accordi confermati per i vaccini per vaccinare più volte i loro cittadini, come Canada e Nuova Zelanda.

Le aziende farmaceutiche non hanno mantenuto le loro promesse al COVAX e AstraZeneca, che era il principale fornitore, sta anche affrontando la sua particolare situazione di milioni di dosi trattenute negli Stati Uniti e in Europa.

Nemmeno l’Europa è risparmiata dallo stallo

La Germania ha sospeso da lunedì 15 vaccinazione con AstraZeneca. Anche l’Unione Europea è frustrata dagli ostacoli che ha incontrato nel vaccinare la sua popolazione. L’unico vaccino europeo finora, il vaccino AstraZeneca/Oxford, è in seria difficoltà dopo i rapporti di circa 30 casi di problemi di coagulazione in persone immunizzate con l’iniettabile. Ci sono già 13 paesi dell’UE che hanno sospeso la vaccinazione di AstaZeneca, anche se l’OMS e l’agenzia di regolamentazione europea ne difendono l’utilizzo come avente più benefici che impatto dannoso.

A peggiorare le cose, nel bel mezzo dell’epidemia nella regione, AstraZeneca aveva consegnato all’UE solo il 25% delle dosi concordate per il primo trimestre e anche Pfizer ha avuto ritardi nelle sue consegne. All’inizio del 2021 l’Italia ha minacciato di fare causa alla Pfizer per aver ridotto la distribuzione delle dosi in quel paese del 29%. Ora la Commissione europea annuncia di aver raggiunto un accordo con Pfizer/BioNTech per anticipare 10 milioni di dosi per il secondo trimestre dell’anno.

Nonostante il fatto che BioNtech e CureVac siano tedeschi, il paese europeo ha avuto problemi con la vaccinazione. Il quotidiano Der Spiegel ha sottolineato qualche settimana fa che “l’Unione Europea e la Germania potrebbero essere a corto di vaccini”. I ritardi nella firma dei contratti con le compagnie farmaceutiche potrebbero significare che i vaccini arrivano in ritardo e che non ce ne sono abbastanza.

L’UE ha finora somministrato 11 dosi per 100 persone, rispetto alle 33 dosi negli Stati Uniti e alle 39 dosi nel Regno Unito, secondo l’indice Bloomberg Vaccine Tracker.

La bassa disponibilità e la distribuzione ineguale all’interno dell’Unione ha portato paesi come Austria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia e Lettonia a esprimere pubblicamente il loro disagio e a chiedere una “correzione” nella distribuzione.

Di fronte al dilemma, la Commissione Europea ha stabilito che le aziende farmaceutiche che hanno fabbriche di vaccini nei territori dell’UE non potranno esportare la produzione che generano in altre regioni se non ricevono il permesso di portarli fuori dal paese dalle autorità di quelle nazioni.

Già il 4 marzo, l’Italia, uno dei paesi più colpiti dalla pandemia, ha utilizzato la decisione dell’UE per vietare l’esportazione in Australia di 250.000 dosi del vaccino di Astrazeneca, che la società farmaceutica anglo-svedese ha prodotto nella sua fabbrica di Agnani, vicino a Roma.

Mentre le frustrazioni aumentano, alcuni funzionari europei danno la colpa agli Stati Uniti e al Regno Unito. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha detto che gli Stati Uniti, insieme alla Gran Bretagna, “hanno imposto un divieto totale di esportazione di vaccini o componenti di vaccini che sono prodotti sul loro territorio”.

Interrogata su questo, Jen Psaki, l’addetto stampa della Casa Bianca, ha detto ai giornalisti che i produttori di vaccini erano liberi di esportare i loro prodotti fatti negli Stati Uniti, purché rispettassero i termini dei loro contratti con il governo.

Ma poiché il vaccino di AstraZeneca è stato prodotto con l’aiuto del Defense Production Act, per il quale ha ricevuto più di 1 miliardo di dollari di finanziamenti, Biden deve approvare le spedizioni di dosi oltremare.

Nessun ostacolo per un giro d’affari

I paesi più potenti hanno messo i profitti farmaceutici al di sopra dell’immunità globale, nonostante il discorso politico che non ci sarà soluzione alla pandemia a meno che non sia messa alle strette in tutto il mondo.

La settimana scorsa, lo stesso giorno che segnava un anno da quando l’OMS ha dichiarato il COVID-19 una pandemia, gli Stati Uniti, l’UE, il Regno Unito e il Canada (tutti con abbastanza vaccini assicurati) hanno bloccato l’ultimo tentativo delle nazioni povere e a medio reddito di accelerare l’accesso ai vaccini e ai trattamenti del COVID-19 revocando temporaneamente le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che proteggono la proprietà intellettuale.

Una risoluzione sponsorizzata da Sudafrica e India e sostenuta da 57 paesi, che chiedeva di sospendere durante la pandemia parti dell’accordo TRIPS (Trade Related Protections for Intellectual Property Rights) che proteggono i brevetti medici, è stata respinta dal blocco delle nazioni ricche. Aveva già incontrato lo stesso destino nelle discussioni all’OMC in ottobre e dicembre 2020.

Un accordo avrebbe permesso alle nazioni sottosviluppate o emergenti di produrre farmaci e vaccini COVID senza aspettare o aderire ad accordi di licenza con le compagnie farmaceutiche che possiedono la proprietà intellettuale di quei prodotti medici. Questo avrebbe ampliato la produzione di antidoti alla malattia mortale e abbassato i costi di trattamento.

I governi delle nazioni ricche, i finanziatori principali dei vaccini anti-COVID, hanno basato il loro rifiuto sulla preoccupazione che rilasciare la proprietà intellettuale, anche temporaneamente, potrebbe ridurre gli incentivi per la ricerca aziendale e hanno anche messo in dubbio che le nazioni “in via di sviluppo” possano iniziare la produzione dei farmaci abbastanza presto per prevenire la diffusione del virus.

La verità è che le multinazionali di Big Pharma erano inizialmente riluttanti a finanziare la ricerca sui vaccini contro il COVID a causa dell’incertezza di una corsa contro il tempo per ottenere risultati e a causa della bassa redditività in passato della creazione di vaccini per le emergenze sanitarie.

I farmaci ricercati da queste aziende sono principalmente quelli offerti ai cittadini dei paesi ricchi, e soprattutto quelli necessari per le malattie croniche che richiedono dosi di routine, che li rendono molto redditizi.

Ma dopo aver visto la redditività che la durata nel tempo del COVID-19 può portare loro, ora non vogliono alcun limite alla “festa” di reddito che stanno godendo di fronte alla domanda urgente di vaccini.

Moderna ha riferito di aver firmato accordi di acquisto anticipato per più di 18 miliardi di dollari per forniture da consegnare quest’anno, mentre Pfizer ha previsto quasi 15 miliardi di dollari di entrate quest’anno per il suo vaccino con BioNTech.

I principali sviluppatori di vaccini hanno beneficiato di miliardi di dollari di sovvenzioni pubbliche, eppure alle aziende farmaceutiche è stato concesso il monopolio sulla loro produzione e sui profitti che generano.

I prezzi di vendita dei vaccini ai diversi paesi (sono variabili) sono tenuti sotto il velo di segretezza degli accordi firmati tra aziende farmaceutiche e governi, anche se il sito specializzato Statista ha calcolato il prezzo medio per dose a questi importi:

Moltiplicate questi numeri per i miliardi di dosi necessarie ogni x anni (a seconda del tempo in cui questi vaccini raggiungono l’immunità) e potete calcolare a quanto ammonterà la danza dei milioni.

Ma mentre le aziende farmaceutiche traggono profitto e controllano il ritmo e la portata delle vaccinazioni, i costi per l’economia globale della distribuzione ineguale dei vaccini potrebbero raggiungere i 9 miliardi di dollari, secondo Katie Gallogly-Swan, una ricercatrice che lavora con la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD).

“E’ inconcepibile che nel mezzo di una crisi sanitaria globale, enormi compagnie farmaceutiche multimiliardarie continuino a dare la priorità ai profitti, a proteggere i loro monopoli e ad aumentare i prezzi, invece di dare la priorità alla vita delle persone ovunque, compreso il Sud del mondo, ha giustamente twittato il senatore americano Bernie Sanders qualche giorno fa.

“Il mondo è sull’orlo di un catastrofico fallimento morale”, ha detto il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel frattempo, qui, incrociamo le dita affinché Soberana e Abdala ci immunizzino tutti, senza distinzione, prima della scadenza di quest’anno.

 

Fonte: CUBADEBATE

27/03/2021

da IL Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Mobilitazione nazionale dei ciclo-fattorini per un vero contratto Da Milano a Palermo presidi e cortei nel «No Delivery day». Prima giornata di convergenza delle lotte con i lavoratori dello spettacolo e quelli della logistica. Oggi nuove iniziative di protesta degli intermittenti dello spettacolo

 

«Noi scioperiamo, voi non acquistate». È stato uno degli slogan del «No Delivery Day», lo sciopero organizzato ieri dalla rete «Riders per i diritti» in 24 città. I ciclofattorini hanno chiesto la solidarietà ai clienti, almeno per un giorno. Le piattaforme sostengono di non avere avuto cali nel loro «business». Ma il movimento è in crescita ed è capace di creare una nuova mitopoiesi diversa da quella per cui i riders sarebbero studenti alla ricerca di occasioni per pagarsi gli studi. In Italia i riders hanno imposto tutt’altra immagine: quella di lavoratori che si autorganizzano, fanno rete con i sindacati, costruiscono ponti e fanno convergere la loro lotta con quella dei lavoratori dello spettacolo e dei facchini della logistica che ieri hanno manifestato e scioperato insieme. Nello stesso giorno hanno scioperato gli autisti del Trasporto Pubblico Locale mentre «Priorità alla scuola» ha protestato contro la Dad in 70 città.

 

L’ASPETTO POLITICO della mobilitazione è accompagnato da un solido nucleo rivendicativo: da Napoli a Milano, da Roma a Bari la rete chiede il superamento del «contratto pirata» firmato tra le piattaforme digitali di Assodelivery e Ugl e rivendica un vero contratto di lavoro subordinato, quello della logistica ad esempio, con il riconoscimento di tutele e diritti. Questo orientamento pone un aut aut al governo: deve applicare la legge esistente, in realtà ambigua, e dunque imporre alle aziende il riconoscimento del vincolo di subordinazione, superando il falso lavoro autonomo e il cottimo in questo lavoro. Diverse sentenze della magistratura, oltre che la richiesta della procura di Milano di assumere 60 mila riders e la multa da 733 milioni di euro, sono la dimostrazione che il clima è cambiato.

 

E LUNEDÌ PROSSIMO potrebbe arrivare la svolta: la chiusura della negoziazione di un contratto con Just Eat, azienda che è uscita da Assodelivery lasciando Uber Eats, Glovo e Deliveroo. Un’altra spallata che potrebbe riconoscere ai rider quello che chiedono: tra i 9 e i 10 euro di paga oraria lorda, tredicesima e quattordicesima, Tfr, ferie e malattia, congedo parentale e permessi, la possibilità di avere più facilmente accesso al rinnovo del permesso di soggiorno e al ricongiungimento familiare. «Ora aspettiamo al varco Assodelivery – afferma Angelo Avelli (Deliverance Milano/RiderXidiritti) – Se non cambia nulla la nostra decisione sarà quella di manifestare tendenzialmente una volta al mese. Il motto dei riders “Non per noi ma per tutti” si è realizzato oggi. In coincidenza con l’anniversario della proclamazione della Comune di Parigi è stata una giornata molto importante per il movimento». A Milano c’è stato un corteo di 150 persone e il picchettaggio di alcuni ristoranti.

 

«IN PROSPETTIVA stiamo pensando al primo maggio – afferma Tommaso Falchi (Bologna Riders Union/RiderXidiritti) – Questa è stata la prima giornata di convergenza delle lotte con i facchini di Adl Cobas e Si Cobas e i lavoratori dello spettacolo. Ma a Bologna ieri c’erano molti solidali: gli operatori sociali, esperienze del mutualismo come le brigate mutuo soccorso, le staffette solidali e il laboratorio salute popolare nati negli spazi di organizzazione sociale come Tpo e Làbas. Hanno aderito altre realtà come Arci e Fiom. La nuova politica deve guardare a queste lotte dal basso. È necessario mettersi insieme: giovani, donne, precari riders chiamati a lavorare senza tutele, i senza lavoro, la scuola».

 

«ABBIAMO RISCONTRATO un’altissima adesione a Firenze – ha detto Yiftalem Parigi, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza dei riders fiorentini di Just Eat – Non si vedevano riders in giro: sono tutti a manifestare, nessuno fa consegne. Mi dicono che l’adesione c’è stata anche da parte dei clienti, che non hanno fatto ordini». A Firenze la spinta dei riders e dei sindacati Cgil, Cisl e Uil sta producendo una dinamica analoga già vista in altre regioni. Ieri il presidente del Consiglio regionale della Toscana Antonio Mazzeo ha annunciato una legge di tutela di questi lavoratori.

 

IL SOSTEGNO a una giornata senza click e contro lo sfruttamento dei riders è arrivato ieri da un mondo largo, tra gli altri anche dalle Acli a Rifondazione Comunista, Leu e Sinistra Italiana. In pressing su Assodelivery anche i sindacati: «Le piattaforme aprano subito il confronto per garantire le condizioni normative e salariali del contratto nazionale di lavoro e per garantire la sicurezza sul lavoro» ha detto la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti. «È importante vincere questa battaglia di giustizia e di civiltà», ha detto il segretario generale Uil, Pierpaolo Bombardieri.

 

PROSEGUE OGGI, nella giornata mondiale del teatro e della falsa ripartenza promessa dal ministro della cultura Dario Franceschini, la mobilitazione degli intermittenti dello spettacolo criticano la politica dei bonus «escludenti» e chiedono un tavolo per la riforma strutturale del settore. Previste azioni e presidi da Rimini a Palermo e Venezia. Ieri l’occupazione del teatro Mercadante a Napoli ha ottenuto un presidio fino a quando il ministero del lavoro farà partire il tavolo. Il direttore artistico Roberto Andò ha fatto sapere di essere solidale con la protesta.

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