Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

In evidenza

19/08/2019

 

Al suo arrivo al festival della Versiliana a Marina di Pietrasanta (Lucca) alcune decine di manifestanti mischiati tra il pubblico hanno contestato con fischi e urla tipo ‘torna a casa’ il leader della Lega Matteo Salvini prima che arrivasse sul palco.

 

Uno striscione con scritto "La strada si conquista con la lotta femminista" circondato da reggiseni è stato affisso nella notte tra sabato e domenica, e subito rimosso nella mattinata, sotto il palazzo comunale di Massa, in polemica con il recente regolamento di polizia urbana del Comune guidato dal sindaco leghista Francesco Persiani, e in vista dell'arrivo oggi in città di Matteo Salvini.

Lo striscione è firmato dal collettivo femminista Kall, che sulla sua pagina facebook scrive: "Contro l'imbarazzante Daspo urbano partorito dalla nostra Giunta comunale, libere di vestirci come vogliamo, di mendicare, di ammiccare, di radunarci e di protestare". Il collettivo invita a partecipare alla manifestazione di protesta contro Salvini, prevista per le 16 dal lungomare di Marina di Massa. La polemica sul regolamento di Massa, innescata da un tweet di Alessandro Gassman, riguarda il divieto, contro il fenomeno della prostituzione, di "mantenere abbigliamento indecoroso o indecente".

Poi, nel pomeriggio, più di 200 persone si sono radunate in piazza Bad Kissingen a Marina di Massa per partecipare alla manifestazione di protesta contro l'arrivo del ministro Matteo Salvini, previsto per le 20, nel parco pubblico della Comasca a Ronchi che ospita Toscana fest, festa regionale della Lega Toscana. La manifestazione è stata organizzata dai Carc, presenti con delegazioni da tutta Italia, con adesioni anche di altre realtà.



In piazza sono arrivati anche consiglieri comunali del Pd, di Sinistra italiana, e liste civiche, rappresentanti di Rifondazione comunista, il Collettivo studentesco, quello femminista Kall e il Collettivo antifascista, Anpi. Tanti anche i bagnanti accorsi (anche per curiosità) dalle spiagge che costeggiano la piazza. I manifestanti si dirigeranno poi in corteo al parco dei Ronchi, poco distante dal luogo dove è in svolgimento la festa della Lega, per una assemblea popolare.



Con il passare delle ore il numero dei manifestanti è aumentato. "Salvini siamo qui a difendere la nostra città", uno degli slogan urlati al corteo promosso dai Carc ma al quale hanno poi aderito varie realtà. In base a quanto spiegato dagli organizzatori sono circa un migliaio i partecipanti, 500 secondo le forze dell'ordine.


Tra le persone che sfilano anche un manifestante che impersona una Madonna, trasportato su un baldacchino improvvisato e che indossa una tunica con scritto una frase dell'Antigone, "Non sono nata per condividere l'odio ma l'amore", tutto in riferimento, è stato spiegato, "all'uso di Salvini dell'immagine della Vergine per la propaganda politica".



Tra i presenti alla manifestazione anche esponenti del Pd come il consigliere comunale di Massa Stefano Alberti, che afferma: "Siamo in tanti militanti del Pd e io come rappresentante del gruppo consiliare. Era giusto esserci per manifestare contro le politiche del ministro Salvini soprattutto quelle dell'immigrazione, dopo che ha tenuto prigionieri diversi minori su una nave al largo".



Il corteo, partito alle 17 da piazza Bad Kissingen a Marina di Massa, deve raggiungere, secondo il programma, il parco dei Ronchi, poco distante dal luogo dove è in svolgimento la festa della Lega, per una assemblea popolare.


Presidio contro Salvini anche a Pietrasanta, altra tappa del tour domenicale del ministro. Esponendo uno striscione con scritto "Salvini esci adesso ti facciamo noi un bel processo", un centinaio di persone ha manifestato sul lungomare di Marina di Pietrasanta vicino all'ingresso del Festival della Versiliana dove è atteso il leader della Lega e ministro dell'Interno Matteo Salvini. I manifestanti, tra esponenti di Anpi e sigle della sinistra, hanno esposto bandiere rosse e intonano slogan contro Salvini. Esposti anche alcuni striscioni con scritto "Io non ti do pieno poteri".



La contestazione è proseguita all'arrivo del ministro. Alcune decine di manifestanti mischiati tra il pubblico hanno fischiato e urlato "torna a casa" al leader della Lega prima che arrivasse sul palco. Per l'incontro col ministro dell'Interno la Versiliana ha registrato il tutto esaurito, con centinaia di partecipanti.

Norma Rangeri

 

Se il bacio al rospo ci sarà o no è ancora troppo presto per dirlo, mentre l’immagine usata dal manifesto è stata (dai social e da vari editorialisti) diversamente raccolta. Pur prevalendo l’interpretazione classica, favolistica: il rospo, la principessa, il bacio miracoloso che trasforma la bestia in principe (molti nomi “regali”già circolano sul futuro presidente del consiglio e sui possibili ministri di una nuova maggioranza).

 

La realtà è leggermente diversa. Sicuramente non c’è il rospo Dini che avevamo ricordato perché il dilemma nacque allora. Sono cambiati i protagonisti e soprattutto sono cambiate le forze politiche, a destra e a sinistra, oltre a esserne nate di nuove, come il M5S. Il riferimento a Dini non è piaciuto a Antonio Padellaro che sul Fatto quotidiano (citando, almeno lui, il manifesto) ci rimprovera di non valutare il fatto che, dopo Dini, Berlusconi tornò per lunghi anni al potere. Si potrebbe facilmente obiettare che dopo quel rospo ci furono gli anni, non proprio da buttar via, dei governi Prodi e dell’alternanza.

 

Tuttavia guardando al prossimo futuro la dura realtà ci dice che questa volta i rospi si sono moltiplicati e non si vedono in giro salvifiche principesse.

 

A dire la verità poi il primo bacio tra rospi è avvenuto a giugno dell’anno scorso con la stipula del contratto di governo tra pentastellati e leghisti.

 

Avevano svolto campagne elettorali gli uni contro gli altri, eppure Salvini e Di Maio si baciarono, immortalati in un famoso murales.

 

E potrebbero tornare insieme volendo dare seguito ai boatos sulle profferte di un Salvini che annaspa e le prova tutte, non sapendo come uscire dal cul-de-sac in cui si è messo. Del resto non è facile metabolizzare rivalse e rancori, ben rappresentati nell’ultimo botta e risposta di Ferragosto tra il presidente del consiglio e il suo vice leghista, nel braccio di ferro sulle sofferenze dei migranti sequestrati per settimane sulla nave Open Arms.

 

La metafora del rospo è stata utilizzata anche da Repubblica per mettere in fila tutti gli ostacoli sulla via della soluzione della crisi e, alla fine, giungere alla conclusione che sarebbe meglio andare al voto, come reclama Salvini, e, detto in soldoni, votare Pd.

 

Trascurando giusto un dettaglio: se si andasse subito ad elezioni, per quali meriti il Pd dovrebbe essere premiato (per le sue idee? Per la sua irresistibile opposizione? Per la sua unità?). Onestamente di ragioni capaci di richiamare l’elettore, astensionista o grillino, non se ne vedono, né in Italia, né in ambito europeo, a meno di un cambiamento forte della politica economica sia sul fronte interno che nel contesto internazionale.

 

Questa è anche una crisi surreale, che c’è e non c’è, capiremo nei prossimi giorni la sua vera natura e le chances per un nuovo governo di legislatura. Ben sapendo che la situazione economica interna è preoccupante, come hanno sottolineato allarmati i sindacati, che il motorino tedesco si è inceppato, che la «guerra» tra Usa e Cina sta provocando enormi danni.

 

Non solo. Per sminare il campo, Pd e M5S dovranno buttarsi alle spalle odi, accuse, ingiurie. Un clima alimentato soprattutto per merito di Grillo e Renzi, proprio i due super-rospi che ora sembrano rivolgersi parole amorose, facendo storcere il naso a molti, in gran parte a ragione.

 

E tuttavia c’è un interesse generale da tenere bene a mente per chi prenderà le decisioni e per chi ha a cuore la storia di un paese nato dalla Resistenza. La sostanza è che siamo di fronte a una crisi di sistema, a un bivio della democrazia italiana che corre il rischio di trasformarsi in un regime fascio-leghista. Salvini ha espresso il desiderio di votare il 13 di Ottobre perché è anche il giorno delle elezioni in Polonia. Teniamolo a mente.

Federico Giusti

da Controlacrisi

16/08/2019

 

La crisi politica ha dimenticato gli operai, non è un luogo comune o un lamento estivo, è solo la constatazione di un dibattito che ormai inserisce una lista di priorità finalizzata alla salvaguardia del ceto politico e dei suoi giochi di potere.

 

Sui numeri gli organi di stampa non trovano un accordo, chi parla (La Repubblica) di 240 mila posti di lavoro a rischio, chi invece è ancora piu' pessimista , per esempio Il Sole 24 Ore che parla di 380 mila.

 

Ma al di là dei numeri, che tuttavia pesano come montagne, il lavoro non rientra tra le priorità di un eventuale accordo di Legislatura su cui Mov 5 Stelle, Pd e alcune alte autorità dello Stato stanno lavorando da giorni.

 

Se cosi' non fosse il primo provvedimento da intraprendere sarebbe proprio dedicato alla soluzione di vertenze ancora aperte o a bandire i concorsi pubblici indispensabili per la erogazione dei servizi alla cittadinanza.

 

Sono oltre 220mila i lavoratori “a rischio” nelle aziende in crisi, le aziende per le quali gli ammortizzatori sociali non sono sufficienti, esistono ad oggi ben 158 tavoli aperti al ministero dello Sviluppo economico, per non parlare poi dei 55mila precari della scuola con i fatici 3 anni di anzianità che avrebbero, in teoria ripetiamo in teoria, aperta la porta della stabilizzazione con quel decreto «salvo intese» approvato nell’ultimo consiglio dei ministri prima della crisi.

 

Il sindacato complice e rappresentativo lancia appelli ma poco ha fatto per reinternalizzare servizi con troppa faciloneria esternalizzati (per esempio le pulizie nelle scuole) o destinati anni fa ad aziende subito privatizzate, aziende che presentano fatturati ragguardevoli ma una forza lavoro inversamente proporzionale all'aumento degli utili.

 

La crisi di governo è una sventura ma siamo certi che in caso contrario il lavoro avrebbe avuto la dovuta considerazione ai tavoli Ministeriali e in Parlamento? Dubitiamo vista la storia recente, e non, del paese, viste le priorità nel dibattito tra le forze politiche di maggioranza e di opposizione (o presunta tale).

 

La lista delle aziende in crisi, di quelle che hanno chiuso i battenti mandando a casa da un giorno all'altro la forza lavoro, è sterminata a dimostrare la crisi del sistema produttivo italiano per anni ancorato alle delocalizzazioni, agli insufficienti investimenti per ammodernare e innovare i prodotti.

 

Tante parole ma pochi fatti, per esempio alla voce riconversione produttiva che riguarda tante aziende che risentono della crisi della locomotiva tedesca.

 

Sono a rischio i concorsi pubblici per restituire agli ospedali infermieri, os e medici dei quali il servizio sanitario ha assoluto bisogno per non parlare poi dei maestri diplomati o dei tanti concorsi nello Stato e negli enti locali.

 

La concretezza del lavoro stride con l'astrattezza delle priorità del sistema politico per il quale la riduzione del numero dei parlamentari e la riforma costituzionale rappresenta una priorità, priorità disconosciuta dal paese reale, quello per intendersi che fa sempre piu' fatica ad arrivare a fine mese.

 

Quasi 75 mila lavoratori a rischio riguardano due soli settori, quello dei servizi e della industria pesante, altri 39 mila tra telecomunicazioni e call center per non parlare poi dei settori per i quali la crisi imperversa da almeno 15 ammi come l'areonautica, l'edilizia e la cantieristica.

 

La fotografia delle aziende in seria difficoltà è impietosa e ricorda che la crisi ha colpito da troppi anni il sistema produttivo nazionale, eppure il Governo Renzi ha diminuito gli ammortizzatori sociali, la loro durata e la platea dei destinatari. Nel suo anno di vita, o poco piu', l'esecutivo Lega e Mov 5 Stelle ha arrancato e la task force al Mise si è dimostrata inadeguata ad affrontare e risolvere i problemi,

 

Nel paese esiste una vera e taciuta priorità: il lavoro. Ma i lavoratori, al pari dei migranti e dei soggetti sociali colpiti dal Pacchetto sicurezza bis, sono dimenticati dall'agenda politica.

 

E' questa la amara constatazione di mezza estate che dovrebbe indurre noi tutti\e a non essere piu' passivi spettatori ma protagonisti di rivendicazioni e iniziative forte per rimettere al centro la questione lavoro, pensioni, redditi, per investire non nella riduzione delle tasse ma nella riconversione dei siti produttivi nocivi all'uomo e all'ambiente. Un investimento che dovrebbe riguardare da subito istruzione e sanità, voci per le quali l'Italia spende assai meno degli altri paesi europei.

Andrea Fabozzi

da Il Manifesto

Governo in crisi. A Genova Salvini e Di Maio nemmeno si salutano, poi litigano via social sui Benetton. Il leghista trova una spalla solo in Toti

 

Non sono più amici, come ha decretato Di Maio: «D’ora in poi chiamiamoci con nome e cognome». Prima però dovrebbero salutarsi. Invece i due vice premier, arrivati nel capannone che ospita la cerimonia di commemorazione delle vittime del ponte Morandi ognuno per conto suo – la lite di governo moltiplica i voli di stato -, si sfiorano ma si ignorano. Il cerimoniale immaginava di aver trovato la soluzione all’emergenza diplomatica, mettendo a sedere il ministro tecnico Moavero in mezzo tra Salvini e Di Maio, in prima fila. Per il resto una complicata combinazione di seggiole era riuscita a evitare ogni contatto tra ministri di Lega e 5 Stelle (una decina in tutto); unico punto di frizione quello tra la ministra Stefani e il ministro Toninelli costretti spalla a spalla ma con lo schermo dei rispettivi riccioli a impedire gli sguardi.

 

E INVECE MOAVERO non è arrivato, mancando l’occasione storica di dare un suo contributo al governo. Così, dopo un quarto d’ora di imbarazzo, è stato il sindaco di Genova a sacrificarsi: rapido cambio di cartellino sulla sedia, spazio tra Salvini e Di Maio occupato e fine del ridicolo teatrino di sguardi eccentrici e torcicolli che stonava con il composto dolore della giornata. I due non vedevano palesemente l’ora di mettersi in macchina, ed eccoli infatti pochi minuti dopo la fine della messa e dei discorsi tornare più sciolti, più disinvolti. Ciascuno con la sua diretta Facebook ad accusare «qualcuno» di bloccare le grandi opere, «qualcuno» di tramare per i Benetton.

 

LITIGANO PESANTEMENTE, litigano al riparo dei social, ma in fondo litigavano allo stesso modo anche quando giuravano che sarebbero rimasti assieme dieci anni, per cui è ridicola ma non inconcepibile l’ipotesi del ministro Centinaio che Lega e 5 Stelle potrebbero alla fine tornare assieme. Del resto vale tutto, Salvini che annuncia spavaldo che il 20 agosto al senato voterà la sfiducia a Conte, quando sa benissimo che la sua mozione è stata rinviata e si discuteranno le comunicazioni del presidente del Consiglio. La Lega che insiste a sostenere la fattibilità del folle piano sulle riforme costituzionali – approvare il taglio dei parlamentari e poi votare senza applicarlo – impossibile e impraticabile. I 5S che replicano la parte dei tagliatori di poltrone avendo votato il calendario che accantona la legge. Conte che a Genova arriva ieratico nella parte della riserva della Repubblica, sta mezz’ora a stringere le mani a tutti per ostentare una popolarità di risulta – agguanta volontari, famigliari, passanti, giornalisti, saluta persino Salvini – e poi è costretto a scrivere una letterina al suo ministro dell’interno, al quale ha consegnato ogni potere, per pregarlo di non accanirsi troppo sui migranti.

 

È POSSIBILE TUTTO in questi tempi supplementari gialloverdi, in cui un governo che un anno fa aveva promesso di strappare ad horas le concessioni ad Autostrade per l’Italia e stava invece chiedendo alla società dei Benetton di prendersi pure Alitalia, torna a Genova con due linee e nessuna possibilità di perseguirne alcuna. Per Salvini bisogna far costruire ad Autostrade anche la Gronda, per Di Maio la revoca delle concessioni era praticamente fatta non fosse stato per il tradimento della Lega. E poi c’è Toninelli che ha una spiegazione diversa, probabilmente definitiva: «Mi sono messo contro l’intero sistema politico, mediatico, affaristico italiano e per questo hanno cercato in ogni modo di screditarmi, di descrivermi come non sono».

 

Di più imbarazzante forse c’è solo il momento in cui il cardinale Bagnasco, terminata una predica sul valore dell’unità, arriva al punto in cui la liturgia prevede lo scambio di un segno di pace. Di Maio ci aveva evidentemente pensato e scatta subito a sinistra, chissà, Salvini conseguentemente a destra e così incappa nei ministri Conte e Tria. Dallo sguardo che fa non gli appaiono come inviati dalla provvidenza, ma Genova richiede anche questo sacrificio e le mani scattano rapide e timide. Meglio, infinitamente meglio la stanza degli specchi, l’accogliente trincea dei social. Lì Salvini può tornare a denunciare la congiura del «partito delle poltrone», avendo però deciso che non gli conviene mollare la sua al Viminale. Se ieri la sua campagna elettorale a carico del contribuente era concentrata sui migranti, oggi a Ferragosto si travestirà da impegno anticamorra. Di Maio su Facebook può spiegare che a questo punto revocare la concessione ad Atlantia «tocca alla politica», essendosi lui evidentemente occupato di altro negli ultimi quattordici mesi.

 

DA GENOVA MATTARELLA torna al riposo della Maddalena, come a rimarcare che fino a quando non si esprimeranno i partiti in parlamento, il 20 agosto, non c’è alcuna accelerazione possibile. Ed è allora la solitudine del ministro dell’interno a stagliarsi sul fondo della giornata di commemorazione. La sua unica spalla è quella del governatore Toti, che può offrigli però un piatto di trenette al pesto e non più di sei o sette voti in parlamento, provocando in cambio i sospetti di Forza Italia. Anche Giorgetti, il consigliere più accorto, spiega che i tempi della crisi «li ha decisi Salvini da solo, come fa un capo». E mentre il giorno finisce, già che era in Liguria il ministro si fa scortare a ponente, per un altro comizio. Di nuovo a La Spezia i fischi sono più degli applausi.

Andrea Fabozzi

 

Salvini spara a salve. Conte in aula il 20. Il leghista: «Allora subito la riforma costituzionale, si può comunque votare a ottobre». Ma non è vero e la crisi blocca tutto

 

«Nessuno chiede di parlare?». Alla presidente del senato Casellati non pare vero, la Lega ha insistito tanto perché richiamasse tutti i senatori a Roma nell’anti vigilia di ferragosto e lei l’ha fatto. La capogruppo di Forza Italia Bernini la ha appena ringraziata pubblicamente «per averci dato la possibilità di essere qui», un po’ troppo forse per la presidente che – in teoria – non dovrebbe fare regali del genere. Ma insomma, «nessuno chiede di parlare?». È Calderoli, l’esperto vicepresidente dell’aula che maneggia sicuro riforme e regolamenti, a richiamare l’attenzione e a indicare Salvini, seduto accanto a lui. «Parla lui, parla lui».

 

E Salvini parla, rimbambisce il Pd di volgarità sui senatori fannulloni e le senatrici abbronzate, poi quando ha scatenato il caos che quasi non si sente niente tira fuori il suo coniglio dal cilindro: «L’amico Di Maio mi ha sfidato ad approvare subito la riforma costituzionale che taglia i parlamentari e a votare dopo? Benissimo, accolgo la sfida. Approviamo quella riforma storica, tagliamo un bel po’ di poltrone ma poi andiamo a votare subito, il giorno dopo». Il Pd ci mette un po’ a capire, i 5 Stelle ancora un altro po’. Per loro fortuna il coniglio che tira fuori Salvini è un animale morto. Un bluff.

 

SALVINI E CALDEROLI spiegano poi il dettaglio del loro piano. Sostengono che la riforma costituzionale si possa benissimo approvare alla camera in maniera definitiva, come chiede il Movimento 5 Stelle che ha pure raccolto le firme, nonostante la sfiducia a Conte. Ma non dicono più che «se passa questa legge non si va più a votare, il tempo è scaduto» come sostenuto da Salvini appena cinque giorni fa. Spiegano invece che si può andare alle elezioni non proprio «il giorno dopo» ma comunque a ottobre, semplicemente rinviando l’entrata in vigore della riforma alle elezioni ancora successive, in ipotesi quelle del 2024.

 

Queste perché la stessa legge costituzionale, naturalmente, prevede che il taglio dei parlamentari entri in vigore nella prime elezioni successive alla promulgazione della riforma. Come è apparso chiaro già da giorni a chi ha sondato l’orientamento del Quirinale, questo significa che una volta concluso l’iter parlamentare della riforma bisognerà attendere l’eventuale richiesta di referendum. Tra raccolta delle firme, tempi tecnici per i passaggi in Cassazione e per la riscrittura dei collegi ci vogliono almeno cinque mesi in caso di mancata richiesta di referendum e dieci se il referendum si terrà effettivamente. Si può votare al più presto a febbraio 2020 o a giugno, a seconda dei casi.

 

Salvini lo sa e dopo un po’ infatti deve aggiungere «nel rispetto delle prerogative del Quirinale». La sua trovata è una mossa tutta politica per cercare di prendere in contropiede 5 Stelle e Pd che hanno già avviato le trattative per il nuovo governo. E serve pure a nascondere un po’ la sconfitta subita dalla Lega al senato nel voto sul calendario della sfiducia. Ma non ha alcun fondamento concreto. Nessun paragone è possibile con la riforma del centrodestra nel 2006 che pure prevedeva la riduzione dei parlamentari. Perché allora le camere arrivarono a conclusione naturale e necessariamente il referendum si tenne nella nuova legislatura. Soprattutto è impossibile votare questa riforma costituzionale, alla camera, prima del giorno in cui prevedibilmente Conte dovrà dimettersi, cioè il 20 agosto dopo il dibattito in senato.

 

A Montecitorio mancano ancora un passaggio in commissione e il mandato al relatore. Tant’è vero che seppure nella conferenza dei capigruppo di ieri sera tutto il centrodestra, stavolta con i 5 Stelle, chiede l’anticipo della discussione della riforma (non settembre, ma agosto) nessuno si oppone alla proposta del presidente Fico che fissa l’approdo in aula al 22 pomeriggio. Dunque a crisi di governo aperta. Quando tutto dovrà necessariamente essere sospeso. Questo calendario proposto da Fico viene approvato all’unanimità, anche dalla Lega. Ed è allora Di Maio a poter dire a Salvini: «Se davvero vuoi il taglio dei parlamentari non aprire la crisi».

 

RETORICA ANCHE QUESTA, la crisi si aprirà ma la riforma costituzionale – che se approvata da sola tornerebbe utile sopratutto a Salvini che con questa legge elettorale conquisterebbe ancora più facilmente la maggioranza – resterà in campo. Pietra angolare di tutte le trattative per un nuovo esecutivo, di legislatura o breve che sia. La successione degli eventi dimostra che si tratta di una riforma compiutamente regressiva, malgrado Renzi ieri in conferenza stampa abbia detto che per lui («a differenza del mio gruppo») si può votare. Non lo ha detto però nei due passaggi al senato, quando il Pd si è fieramente opposto al taglio dei parlamentari, in commissione e in aula.

 

Nel frattempo anche Zingaretti ha scolorito parecchio questa posizione critica, sostenendo che la riforma non andava votata non per ragioni di merito, ma perché allunga i tempi delle elezioni. Adesso però dovrà trattare con i 5 Stelle, che non rinunceranno a farne una bandiera del programma (malgrado una parte del gruppo grillino non veda l’ora di farla saltare e sia contento della sospensione imposta dalla crisi). E poi c’è la questione del referendum, che senza il sostegno del Pd difficilmente potrà essere richiesto (sia che si tratti di passare per i consigli regionali che per i parlamentari e anche per la raccolta delle 500mila firme). Zingaretti in tempi non sospetti ha fatto la previsione che il referendum non ci sarà. La considera una battaglia impopolare e non ci si vuole imbarcare. Anche dalla parte del Pd, adesso, è soprattutto questione di propaganda.

 

12/08/2019

da Controlacrisi

Franco Astengo

 

Settantacinque anni fa i massacri di Sant'Anna di Stazzema e Marzabotto

 

Nel momento in cui c’è chi si rivolge direttamente agli italiani chiedendo “pieni poteri” riecheggiando così i proclami del ventennio” è bene ricordare in quale tragedia il fascismo gettò il popolo italiano. E’ bene tener viva la memoria, perché senza di essa si smarrisce  ’identità repubblicana dell’Italia: il profondo significato etico e politico di questa identità conquistata con la lotta.
Queste le ragioni del tentativo di rinnovo del ricordo contenuto in questo intervento, partendo dalle due stragi – simbolo compiute dai nazifascisti nell’estate del 1944 a Sant’Anna di Stazzema e a Marzabotto.
Due episodi da far assurgere a emblema di quella tragica stagione senza dimenticare che il numero delle stragi di diversa dimensione compiute tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945dai nazi fascisti è stato fissato dai documenti ufficiali a 139.


SANT’ANNA DI STAZZEMA.



All'inizio dell'agosto 1944 Sant'Anna di Stazzema era stata qualificata dal comando tedesco come "zona bianca", ossia una località adatta ad accogliere sfollati: per questo la popolazione, in quell'estate, aveva superato le mille unità. Inoltre, sempre in quei giorni, i partigiani avevano abbandonato la zona senza aver svolto operazioni militari di particolare entità contro i tedeschi.
Nonostante ciò, all'alba del 12 agosto 1944, tre reparti di SS salirono a Sant'Anna, mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a
valle sopra il paese di Valdicastello. Alle sette il paese era circondato. Quando le SS giunsero a Sant'Anna, accompagnati da
fascisti collaborazionisti che fecero da guide[10], gli uomini del paese si rifugiarono nei boschi per non essere deportati, mentre
donne, vecchi e bambini, sicuri che nulla sarebbe capitato loro in quanto civili inermi, restarono nelle loro case.
In poco più di mezza giornata vennero uccisi centinaia di civili di cui solo 350 poterono essere in seguito identificate; tra le vittime 65 erano bambini minori di 10 anni di età. Dai documenti tedeschi peraltro non è facile ricostruire con precisione gli eventi: in data 12 agosto 1944, il comando della 14ª Armata tedesca comunicò l'effettuazione con pieno successo di una "operazione contro le bande" da parte di reparti della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS nella "zona 183", dove si trova il territorio del comune di S. Anna di Stazzema; l'ufficio informazioni del comando tedesco affermò che nell'operazione 270 "banditi" erano stati uccisi, 68 presi prigionieri e 208 "uomini sospetti" assegnati al lavoro coatto. Una successiva comunicazione dello stesso ufficio in data 13 agosto precisò che "altri 353 civili sospettati di connivenza con le bande" erano stati catturati, di cui 209 trasferiti nel campo di raccolta di Lucca[13].



I nazistifascisti rastrellarono i civili, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra, bombe a mano,
colpi di rivoltella e altre modalità di stampo terroristico. La vittima più giovane, Anna Pardini, aveva solo 20 giorni(23 luglio-12
agosto 1944). Gravemente ferita, la rinvenne agonizzante la sorella maggiore Cesira (Medaglia d’Oro al Merito Civile) miracolosamente superstite, tra le braccia della madre ormai morta. Morì pochi giorni dopo nell'ospedale di Valdicastello. Infine, incendi appiccati a più riprese causarono ulteriori danni a cose e persone.
Non si trattò di rappresaglia (ovvero di un crimine compiuto in risposta a una determinata azione del nemico): come è emerso dalle indagini della procura militare di La Spezia, infatti, si trattò di un atto terroristico premeditato e curato in ogni dettaglio per
annientare la volontà della popolazione, soggiogandola grazie al terrore. L'obiettivo era quello di distruggere il paese e  terminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra i civili e le formazioni partigiane presenti nella zona.
La ricostruzione degli avvenimenti, l'attribuzione delle responsabilità e le motivazioni che hanno originato l'Eccidio sono
state possibili grazie al processo svoltosi al Tribunale militare della Spezia, conclusosi nel 2005 con la condanna all'ergastolo per
dieci SS colpevoli del massacro; sentenza confermata in Appello nel 2006 e ratificata in Cassazione nel 2007. Nella prima fase processuale si è svolto, grazie al pubblico ministero Marco de Paolis, un imponente lavoro investigativo, cui sono seguite le testimonianze in aula di superstiti, di periti storici e persino di due SS appartenute al battaglione che massacrò centinaia di persone a Sant'Anna.



Fondamentale, nel 1994, anche la scoperta avvenuta a Roma, negli scantinati di Palazzo Cesi-Gaddi, di un armadio chiuso e girato con le ante verso il muro, ribattezzato poi armadio della Vergogna, poiché nascondeva da oltre 40 anni documenti che sarebbero risultati fondamentali ai fini di una ricerca della verità storica e giudiziaria sulle stragi nazifasciste in Italia nel secondo dopoguerra. Prima dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, nel giugno dello stesso anno, SS tedesche, affiancate da reparti della X MAS, massacrarono 72 persone a Forno. Il 19 agosto, varcate le Apuane, le SS si spinsero nel comune di Fivizzano (Massa Carrara), seminando la morte fra le popolazioni inermi dei villaggi di Valla, Bardine e Vinca,nel comune di Fivizzano . Nel giro di cinque giorni uccisero oltre 340 persone, mitragliate, impiccate, financo bruciate con i lanciafiamme. Nella prima metà di settembre, con il massacro di 33 civili a Pioppetti di Montemagno, in comune di Camaiore (Lucca), i reparti delle SS portarono avanti la loro opera nella provincia di Massa Carrara. Sul fiume Frigido furono fucilati 108 detenuti del campo di concentramento di Mezzano (Lucca), mentre a Bergiola i nazisti fecero 72 vittime.



MARZABOTTO


Dopo l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema avvenuta il 12 agosto 1944, gli eccidi nazisti contro i civili sembravano essersi momentaneamente fermati. Ma il feldmaresciallo Albert Kesselring aveva scoperto che a Marzabotto agiva con successo la brigata Stella Rossa e voleva dare un duro colpo a questa organizzazione e ai civili che l'appoggiavano. Già in precedenza Marzabotto aveva subito delle rappresaglie, ma mai così gravi come quella dell'autunno 1944. Capo dell'operazione fu nominato il maggiore Walter Reder, comandante del 16º battaglione esplorante corazzato (Panzeraufklärungsabteilung) della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS, sospettato a suo tempo di essere uno tra gli assassini del cancelliere austriaco
Engelbert Dollfuss. La mattina del 29 settembre, prima di muovere all'attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste,
comprendenti sia SS che soldati della Wehrmacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area di territorio compresa tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. «Quindi – ricorda lo scrittore bolognese Federico Zardi – dalle frazioni di Pànico, di Vado, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e della periferia del capoluogo le truppe si mossero all'assalto delle abitazioni, delle cascine, delle scuole», e fecero terra bruciata di tutto e di tutti. 
Nella frazione di Casaglia di Monte Sole la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in
preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le
altre persone, raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 197 vittime, di 29 famiglie diverse tra le quali 52 bambini. Fu l'inizio della
strage: ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. La violenza dell'eccidio fu inusitata: alla fine dell'inverno fu ritrovato sotto la neve il corpo decapitato del parroco Giovanni Fornasini.
Fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, dopo sei giorni di violenze, il numero delle vittime civili si presentava spaventoso: circa 770 morti. Le voci che immediatamente cominciarono a circolare relative all'eccidio furono negate dalle autorità fasciste della zona e dalla stampa locale (Il Resto del Carlino), indicandole come diffamatorie; solo dopo la Liberazione lentamente cominciò a delinearsi l'entità del massacro.

09/08/2019

da il Manifesto

Norma Rangeri

 

Crisi di governo. La via maestra per decantare l’anomalia gialloverde, del resto già presente nello stesso Dna del patto di potere chiamato "contratto", è l’apertura della crisi nelle aule parlamentari per certificare la fine di questa maggioranza

 

Con il Parlamento chiuso per ferie e dopo il patatrac del voto sul Tav, il ministro dell’interno dà il colpo di grazia al governo, dice che “è inutile andare avanti” e chiama le elezioni appellandosi al popolo nelle piazze acclamanti.

 

Il Presidente del Consiglio riferisce al Capo dello Stato e si consulta con i due vicepresidenti per determinare le modalità della crisi, con annesso braccio di ferro tra 5Stelle e Lega per la data delle elezioni.

 

Le persone normali capiscono solo che la baraonda è totale, avvertono la mancanza di una voce autorevole che rassicuri su quel che sta accadendo.

 

È un momento delicato, la crisi va portata alla luce del sole, in Parlamento, nelle forme costituzionalmente previste. Di fronte a un clima politico pesante e confuso, lasciar marcire la situazione nelle mani di un ministro dell’interno aggiunge ulteriori motivi di allarme.

 

Tutto è preferibile a questo porto delle nebbie, avvelenato da strappi all’assetto democratico che, come ha ben spiegato ieri al manifesto Rino Formica, delineano «una decomposizione istituzionale del paese» al punto da rendere urgente «un messaggio del Presidente della Repubblica alle Camere».

 

La via maestra per decantare l’anomalia gialloverde, del resto già presente nello stesso Dna del patto di potere chiamato “contratto”, è l’apertura della crisi nelle aule parlamentari per certificare la fine di questa maggioranza e verificare se ce n’è un’altra che possa mettere fine alla deriva fascistoide che ci sgoverna sull’onda di una propaganda della forza, nelle forme che ricordano sempre più nitidamente «il periodo del consenso» al regime mussoliniano.

 

Naturalmente se siamo di fronte alla peggiore destra, i tornaconto di partito passano in secondo piano e si fa anche il patto con il diavolo, tra il Pd e i 5Stelle.

 

Ammesso e non concesso che abbiano consapevolezza del passaggio cruciale, vitale, storico per la nostra asfittica democrazia. Purtroppo è difficile che ciò accada, con il rischio esiziale di consegnare il paese alla deriva autoritaria.

Giulio Cavalli

da Left 

07/08/2019

 

Articolo 10 della Costituzione:

«L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici».

 

Articolo 2:

 

«La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»

 

Articolo 11:

 

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.»

 

Articolo 13:

 

«La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.»

 

Articolo 21:

 

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.»

 

Articolo 26:

 

«L’estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali. Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici.»

 

Basta leggerli così, con una conoscenza che sia magari un po’ sopra all’università della vita, gli articoli della Costituzione per rendersi conto che il Decreto Sicurezza è qualcosa che esce dai limiti stabiliti dai padri costituenti per limitare ogni forma di violenza, di disuguaglianza e di disumanità. Ci si potrebbe aspettare anche che il presidente della Repubblica faccia il Presidente della Repubblica, ma è speranza debole. Alla fine ci penserà la sana e robusta Costituzione.

Tonino Perna

 

Secessione. Meno investimenti pubblici, e rubinetti chiusi per il credito. La deriva economica del sud ha radici che il Pil non riesce a capire. E la Secessione dà il colpo di grazia

 

A differenza degli ultimi anni, il Rapporto Svimez 2019 presenta tre novità meritevoli di approfondimento. Si tratta del calo degli investimenti pubblici, del credito e del Pil. Ma soprattutto della galoppante emigrazione.

 

Non sorprendono tanto le variazioni percentuali di Pil del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord a cui, purtroppo, siamo abituati, il divario che aumenta: se il Pil nazionale è a zero, quello del Sud è già in recessione, una tendenza al ribasso che è ormai un dato di fatto dal 2008.

 

Le novità sono nelle le cause che determinano questo gap crescente.

 

Per la prima volta, in maniera diretta, la Svimez spiega la recessione meridionale con il divario di spesa pubblica: dal 2008 al 2018 si è registrata una caduta dell’8,6% nel Mezzogiorno contro un aumento dell’1,4% nel Centro Nord.

 

Come sappiamo il motore dello sviluppo economico del Mezzogiorno è stato ed è la spesa pubblica, non perché sia maggiore rispetto al Centro-Nord (come spesa pro-capite), ma in quanto sono più deboli gli altri settori, industria e servizi non tradizionali, rispetto al resto del paese.

 

Ed è scandaloso pensare che la parte più ricca del paese che gode già di una maggiore spesa pubblica punti oggi ad aumentarla ancora attraverso la famigerata “autonomia finanziaria differenziata”.

 

Un secondo dato che merita un commento è quello relativo ai prestiti bancari alle imprese nei primi quattro mesi di quest’anno: -8 per cento nel Centro-Nord e -12 per cento nel Sud.

 

Questo significa che malgrado il Quantitative easing , il fiume di liquidità immesso nelle nostre banche dalla Bce non basta da solo a rianimare l’economia perché le imprese, come ci ha insegnato Keynes, quando vedono nero il futuro non investono, anche se hanno mille incentivi o gli regali il denaro. E questo riguarda l’intero paese che oggi vive un momento di grande incertezza e mancanza di visione.

 

Un terzo dato, forse il più importante di questo Report, è quello che riguarda l’emigrazione meridionale definita vera emergenza nazionale.

 

Dal 2002 al 2017 sono emigrati oltre 2 milioni di meridionali, ed il dato è sottostimato dato che la Svimez registra solo i cambi di residenza mentre molti giovani meridionali mantengono per molti anni la residenza nel Mezzogiorno pur studiando o lavorando nel Centro-Nord.

 

Secondo una stima prudenziale dovrebbero essere almeno 2,5 milioni di meridionali emigrati a fronte in un flusso immigratorio decisamente più ridotto. Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o studiare al Centro_Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.

 

Nel solo triennio 2015-17 sono emigrati dal Mezzogiorno 387.871 unità contro l’arrivo di nuovi migranti dall’estero pari a 204.348 unità.

 

Se continua questo trend la popolazione meridionale al 2030 non arriverà a 16 milioni di abitanti contro i 20 milioni degli inizi di questo secolo.

 

Infine, una nota critica. L’approccio economicistico della Svimez non cambia malgrado nel dibattito politico e scientifico ci siano da anni altre priorità, a partire dall’emergenza ambientale e la qualità della vita che non può essere ridotta agli zero virgola di variazione del Pil.

 

Non è il divario economico tra Nord e Sud che è diventato insostenibile, ma la quantità e qualità dei servizi socio-sanitari, scolastici, universitari. Questo è un obiettivo politico irrinunciabile e riguarda il modo con cui lo Stato interviene nel Sud.

 

Se si riduce l’ospedale, la scuola, l’Università ad aziende che per sopravvivere devono farsi pagare dai cittadini di un determinato territorio, anche se povero e marginale, allora veramente l’Unità d’Italia diventerà carta straccia.

Mario Di Vito

Ancona

 

È un ragazzo di appena vent’anni, arrivato dal Mali due anni fa, a mandare il primo decreto Salvini davanti alla Corte Costituzionale.

 

A partire dalla sua storia, infatti, in tribunale di Ancona ha emesso lunedì un’ordinanza in cui non solo si concede al giovane la residenza nel capoluogo marchigiano ma si solleva anche la questione di legittimità costituzionale sulla parte centrale della legge che porta il nome dell’attuale ministro dell’Interno: i richiedenti asilo possono ottenere la residenza in Italia oppure no?

 

Il caso è stato sollevato dall’avvocato Paolo Cognini dell’Asgi (Associazione di studi giuridici sull’immigrazione) e la giudice Martina Marinangeli, in diciassette pagine, non solo ha deciso di accogliere le sue istanze ma ha anche rinviato tutto quanto alla Corte Costituzionale, oltre che a Palazzo Chigi e alla presidenza delle due camere parlamentari. Una vicenda che ricorda quanto già accaduto lo scorso maggio a Bologna, con il tribunale che pure aveva concesso la residenza a due richiedenti asilo, ma senza chiamare in causa i giudici costituzionali, cosa che invece è accaduta con l’ordinanza anconetana.

 

Nel primo caso, infatti, Salvini – oltre ad aver innescato le solite letali chiacchiere sulla magistratura politicizzata e sulle sue sentenze – aveva detto che comunque si trattava di «singoli casi», niente in grado di intaccare la legge in sé. Uno stallo giuridico che consentiva alla legge Salvini di sopravvivere e ai comuni italiani di continuare a non concedere la residenza ai migranti anche se titolari di un permesso di soggiorno.

 

«La richiesta di pronunciamento della Corte costituzionale – spiegano adesso dall’Ambasciata dei diritti delle Marche – può fare chiarezza definitiva, con effetti vincolanti, sull’incostituzionalità delle disposizioni in materia di iscrizione anagrafica contenute nel primo decreto Salvini e sulla loro natura discriminatoria».

 

La miccia che potrebbe far saltare in aria il castello di carte messo in piedi dal leader leghista nella sua attività di governo riguarda la storia di un ventenne maliano, richiedente asilo e titolare di permesso di soggiorno, arrivato in Italia il 20 giugno del 2017 e domiciliato ad Ancona dal novembre dell’anno successivo, quando cioè è stato inserito in uno dei progetti d’accoglienza che operano in città.

 

Lo scorso marzo, il ragazzo aveva chiesto l’iscrizione all’anagrafe ma la sua istanza era stata giudicata dai funzionari comunali «irricevibile ed inefficace». Da qui il ricorso al tribunale attraverso l’avvocato Cognini.

 

Scrive, dunque, la giudice Marinangeli: «il rifiuto opposto dall’ufficiale di stato civile sarebbe illegittimo in quanto il legislatore non ha posto chiaramente un divieto generalizzato di iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo dotati di permesso di soggiorno e, in ogni caso, un tale divieto sarebbe in contrasto con norme costituzionali e sovranazionali che vietano qualsiasi discriminazione tra cittadini e stranieri regolarmente soggiornanti». E ancora: «la mancata iscrizione all’anagrafe della popolazione residente pregiudica l’esercizio di tutta una serie di diritti», come l’iscrizione a scuola, la firma di un contratto di lavoro, l’apertura di un conto corrente, il poter prendere la patente e così via.

 

La situazione si era fatta paradossale: il ragazzo non poteva accettare un’offerta di lavoro che gli era stata fatta perché la legge non glielo consentiva. Avrebbe dovuto aprire una partita Iva e prendere la patente di guida, due cose che senza la residenza non si possono fare.

 

La legge, dunque, secondo la giudice di Ancona discrimina una persona sulla base di una condizione indipendente dalla sua volontà, in palese contrasto con la costituzione italiana e con varie norme sovrannazionali peraltro sottoscritte dal nostro paese.

 

Questa osservazione, ad ogni buon conto, era stata fatta in precedenza da svariati giuristi: adesso, però, la questione si sposta dal dibattito accademico alle aule della Corte Costituzionale, dove si giocherà il futuro della legge Salvini nella sua essenza più profonda: se i richiedenti asilo potranno tornare a chiedere l’iscrizione anagrafica nei vari comuni italiani, crollerebbe il pilastro centrale di quel provvedimento.

Pagine