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07/09/2021

USB – Industria Lavoro Privato

 

Chi brindava con eccessiva euforia alla nascita del colosso Stellantis oggi fa i conti con un ridimensionamento del ruolo strategico del nostro paese rispetto alle scelte del colosso nato dalla fusione (o sarebbe meglio chiamarla cessione) tra FCA e PSA.

 

La cassa integrazione in molti stabilimenti (Melfi, Cassino, Termoli, Torino), il taglio dei costi derivanti dalle aziende di pulizia negli stabilimenti con annessi licenziamenti, gli accordi per l’incentivazione al licenziamento volontario di centinaia di lavoratori in diversi stabilimenti, lo smantellamento di una linea produttiva a Melfi, l’annuncio degli investimenti a Termoli per la nascita della gigafactory che non garantirà il lavoro per tutti i dipendenti attualmente in forza nello stabilimento, l’annuncio di 12.000 esuberi nei siti produttivi italiani ed infine il disimpegno di Stellantis sul prestito garantito dallo Stato per 6,5 mld di euro che altro non è che l’atto che preannuncia il “mani libere” voluto dal gruppo, sarebbero dovuti bastare per far suonare il campanello d’allarme che l’USB sente da molto tempo.

 

A tutto ciò si è aggiunto l’annuncio, da tempo a conoscenza di tutti, dell’avvio della produzione nello stabilimento di Gliwice (Polonia) di veicoli commerciali che inevitabilmente rischia di avere ripercussioni sul sito produttivo di Atessa (Sevel), che è il sito più produttivo del gruppo degli ultimi 30 anni. Rischi che innanzitutto si scaricano sui 700/800 dipendenti somministrati, di cui la nostra organizzazione richiede da tempo la stabilizzazione.

 

L’USB ha chiesto un incontro ai ministri competenti (Giorgetti e Orlando) perché ritiene necessario un piano di investimenti straordinario nel comparto automotive, in ottica di transazione ecologica, che costringa Stellantis a non smobilitare progressivamente le produzioni in quanto si andrebbe incontro ad un disastro dal punto di vista occupazionale nel settore e la chiusura della GNK, azienda che ha chiuso e licenziato con un messaggio centinaia di lavoratori, dovrebbe far riflettere molto.

 

Non è da sottovalutare anche il tema della riforma degli ammortizzatori sociali che potrebbe rivelarsi un’occasione da sfruttare per tutte le aziende del comparto per avviare profonde ristrutturazioni che pagherebbero solo i lavoratori.

 

Il governo nazionale e quelli locali non possono trascurare le vicende inerenti Stellantis dimenticando che siamo il secondo paese manifatturiero in Europa: occorre che si percorra la strada di una stretta massiccia sui contratti precari, che si agisca sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, nazionalizzazione degli asset strategici, investimenti mirati ad ottenere lavoro stabile e sicuro (non bisogna dimenticare i mille morti sul lavoro all’anno) ed una concreta transazione ecologica.

 

Ciò che non permetteremo a Stellantis, Governo, Fim-Fiom e Uilm è di perseverare su una strada ambigua che soddisfa le loro esigenze ma non quelle di migliaia di lavoratori del gruppo, delle aziende dell’indotto e delle loro famiglie.

06.09.2021

Cecilia Moltoni

 

Non si può adottare un punto di vista locale, miope ed egoista, per rispondere a una crisi di portata globale.  È questo il senso del messaggio che le associazioni riunite nella campagna Right to cure – No profit on pandemic, hanno voluto mandare ai Ministri della Salute attualmente riuniti a Roma per il G20.

 

Di fronte agli oltre 4 milioni e mezzo di morti causati dal Covid 19 in tutto il pianeta, è insostenibile che soltanto il 23,9% della popolazione mondiale abbia completato il ciclo vaccinale, con i vaccini ormai disponibili da mesi. E ancora più inaccettabile sono le disuguaglianze nell’accesso a questo fondamentale strumento di salute preventiva: la quota dei vaccinati scende infatti all’1.3% se guardiamo ai Paesi in via di sviluppo.
Il problema non è solo, né soprattutto, di tipo organizzativo. È un problema di tipo economico. Malgrado gli allarmi della scienza e le dichiarazioni d’intenti della politica, i brevetti che coprono i vaccini, per garantire profitti all’industria farmaceutica, stanno di fatto frenando la campagna vaccinale nelle zone più povere della terra.

 

Vittorio Agnoletto, portavoce italiano di Diritto alla cura, chiede al Ministro della Salute di schierarsi senza incertezze: “Roberto Speranza deve farsi interprete di un’esigenza non più eludibile, né rinviabile, ponendo sul tavolo la necessità di attivare la sospensione temporanea dei brevetti sui vaccini. È questo l’unico modo per arginare davvero a livello mondiale la pandemia. È un atto di giustizia, ma è anche nel nostro diretto interesse per evitare che l’arrivo di nuove varianti vanifichi i risultati delle campagne vaccinali. Non dimentichiamoci che l’Italia è al 9° posto nella tragica classifica mondiale dei decessi per Covid”.

 

Gli fa eco Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera, entrambe aderenti alla campagna per la sospensione dei brevetti. “Il virus ci ha mostrato che gli esseri umani sono interconnessi e interdipendenti. Il bene del singolo è il bene di tutti. E ciò che è male per il singolo, prepara una catastrofe per tutti. Finora, il 75% dei vaccini è stato usato negli Stati Uniti e in Europa, mentre soltanto il 2% è andato in Africa. Uno scandalo a livello morale, e un disastro sul piano sanitario”.
“C’è un’ipocrisia di fondo – continua Ciotti – quando i rappresentanti dei vari Paesi nelle riunioni internazionali parlano di pace, per poi attuare politiche di guerra. Perché la guerra non è solo schierare gli eserciti, non si fa solo direttamente con le armi. Si fa anche attraverso un sistema economico che è ingiusto alla radice, perché tende sempre ad ampliare le distanze fra i singoli e fra le popolazioni, e considera il profitto più importante della salute delle persone“.

 

Nell’ultimo periodo, si è inoltre posto all’attenzione pubblica il tema della terza dose di vaccino, che alcuni Paesi come gli Usa hanno già cominciato a offrire ai propri cittadini, ma che Mike Ryan, direttore del Programma di emergenza sanitaria dell’OMS, ha definito “un giubbotto salvavita lanciato a chi ne ha già uno, mentre si lasciano annegare tutti gli altri sprovvisti di salvagente”. Anche per questo, applicare la moratoria sui brevetti significa aumentare il numero di vaccini disponibili e accessibili a chiunque, evitando milioni di potenziali nuove vittime future della pandemia.

 

05/09/2021

da il Manifesto

Aldo Negri

 

Il nuovo ordine. Washington a fine anno si ritira anche dall’Iraq lasciando la patata bollente a Nato e Italia. Biden lo ha detto chiaro: la priorità non è più il terrorismo ma la Cina

 

L’ufficio contro-propaganda di un noto Paese non occidentale fa notare che i ragazzi di Kabul tengono il dito sulla canna del fucile, sfiorandola, senza mai toccare il grilletto. Sono stati addestrati, mi dice. Mentre qui in Occidente i media sottolineano il coraggio delle donne in piazza che protestano – bello il titolo de il manifesto di ieri -, ma c’è il rischio che glielo lascino fare i talebani che si annotano i nomi e le andranno a prendere una per una, casa per casa.

 

Mentre un atteggiamento ben diverso è quello con i giornalisti occidentali, per ora bene accolti (tranne le donne) mentre l’ufficio politico del Mullah Wasiq da Kabul afferma che presto l’Italia riaprirà la sua ambasciata. Staremo a vedere. È inutile comunque farsi illusioni, funziona così.

 

È IL NUOVO ORDINE TALEBANO – sia pure ancora magmatico e non definito del tutto politicamente – cui gli americani e gli occidentali, al di là dei pietismo ipocrita e delle lacrime da coccodrillo, hanno contribuito in maniera decisiva non volendo più combattere una guerra persa in partenza.

 

Uno degli aspetti più interessanti, fa notare un articolo del New York Times, è quello che si lasciano dietro gli americani. E non si sta parlando di idee, comportamenti, aspirazioni, tutto volato via con l’ultimo cargo militare decollato di notte dall’aereoporto Hamid Karzai. A differenza di quella dei sovietici sconfitti prima di loro nell’89, l’eredità lasciata dagli americani non è stata un paesaggio di scheletri di veicoli corazzati e carri armati.

 

HANNO LASCIATO ARMI e attrezzature sufficienti a rifornire i vincitori per anni: questo è il risultato di vent’anni e di 83 miliardi di dollari investiti nell’equipaggiamento e nell’addestramento dei militari e delle forze di polizia afghane. Tutto evaporato in poche settimane e passato ai vincitori.

 

C’è da chiedersi se questa pesante eredità bellica lasciata sul terreno fosse prevista anche dagli accordi di Doha. Perché se fosse così come appare, potremmo dedurre che gli attuali talebani hanno a che fare con gli americani molto più strettamente di quanto già immaginabile. Vero è che hanno negoziato per anni con gli Stati Uniti e che i rappresentanti americani, segretari di stato compresi e direttori della Cia, hanno avuto modo di trattare con loro in lungo e in largo.

 

SINTOMATICO il fatto che il capo della Cia William Burns sia volato un lunedì a Kabul per parlare come il Mullah Baradar, come se la capitale afghana fosse un luogo del tutto sicuro. E per gli americani – a parte gli attentati dell’Isis-Khorassan – lo è, indipendentemente dal fatto che le truppe speciali talebane siano state addestrate da gente esperta, probabilmente la stessa che per anni ha istruito le forze afghane e che poi è passata a fare lo stesso mestiere dall’altra parte. Altrimenti non si spiega cosa facessero una parte delle centinaia di occidentali che non sono stati ancora evacuati.

 

SI CAPISCE MEGLIO anche il collasso delle istituzioni afghane, politiche e militari. Tutti sapevano come sarebbe finita: quando in aprile Biden e la Nato hanno annunciato il ritiro delle forze americane e di quelle della coalizione entro l’11 settembre, i talebani avevano già conquistato distretto dopo distretto. E questo è accaduto dopo anni di combattimenti degli studenti coranici contro le forze armate più sofisticate del mondo: ma nell’ultimo anno neppure un militare Usa è morto in scontri con i talebani. Si era smesso di combattere molto prima. All’inizio di quest’anno i talebani erano già posizionati intorno a alle città principali e più strategiche.

 

NON C’È STATO nessun complotto, scrive il New York Times. Semplicemente sono state raccontate bugie colossali dalla narrativa occidentale sulle capacità di resistenza dell’esercito afghano. Quando stavano ammainando i vessilli dei contingenti Nato, compreso il nostro, si continuava ripetere che l’esercito poteva contare su 300mila uomini: in realtà secondo gli stessi funzionari americani era già ridotto a un sesto.

 

Leader come il presidente Ghani e il suo vice Dostum sono scappati portandosi via la cassa, milioni e milioni di dollari in contanti che dovevano servire a pagare i soldati.

 

E ADESSO FORSE toccherà anche al Panshir di Massud figlio, visto che è stato lasciato senza copertura aerea e un suo portavoce qualche giorno fa ha persino evocato in aiuto in Sukhoi russi. Il padre, il Leone del Panshir, aveva combattuto gli «suravi» poi però nell’89 si era messo d’accordo con il generale Gromov per permettere un attraversamento sicuro della vallata all’Armata Rossa.

 

Oggi i talebani vogliono tutto l’Afghanistan. Se da un lato i talebani si sono impegnati con gli Usa a tenere a bada Al Qaeda e a combattere l’Isis-K, intendono rispettare i patti soltanto avendo sotto controllo tutto il territorio. Questo è il banco di prova cruciale per il nuovo ordine talebano e forse gli americani lo aiuteranno bombardando con droni i portabandiera del Califfato. È la nuova strategia di Washington che a fine anno si ritira anche dall’Iraq lasciando la patata bollente alla Nato e agli italiani. Biden lo ha detto chiaro: la priorità non è più il terrorismo ma la Cina. Ecco perché il dito sul grilletto ai talebani ce lo abbiamo messo noi.

03/09/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Antonello Patta, responsabile lavoro del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Sgomberato violentemente nella notte senza preavviso alcuno il presidio dei lavoratori della Texprint di Prato in sciopero della fame davanti al Comune per essere ricevuti dal Sindaco.


Dopo le violenze sulle persone e sulle cose condotta in stile che si addice allo squadrismo e non ai tutori dell’ordine di un paese democratico i lavoratori sono stati portati in questura e uno di loro, notizia gravissima dell’ultima ora, è stato tratto in arresto con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale; cosa inaccettabile riferendosi a persone aggredite violentemente nel sonno e trascinate scalze in questura.


I lavoratori di questa azienda con le loro lotte che durano da trecento giorni hanno fatto emergere situazioni di illegalità e sfruttamento che non dovrebbero avere diritto di cittadinanza in un paese civile. Sono indegni del ruolo che ricoprono rappresentanti delle istituzioni che invece di ringraziare i lavoratori e reprimere con tutti gli strumenti di legge le aziende che violano le leggi e riducono le persone a schiavi, utilizzano il pugno di ferro per reprimere i lavoratori e le loro lotte. Il sindaco e la giunta Pd dimostrano di stare dalla parte dei padroni come il loro partito che è nato per cancellare diritti dei lavoratori.


I lavoratori della Texprint hanno deciso di sospendere lo sciopero della fame inascoltato dalle istituzioni e preparano nuove forme di lotta. Nel frattempo hanno invitato tutte e tutti a sostenerli partecipando al presidio che terranno davanti al tribunale dove Abdou, il lavoratore arrestato sarà processato per direttissima.


Rifondazione Comunista esprime la propria solidarietà ai lavoratori colpiti e al Si Cobas, rinnova l’appello alle istituzioni ad assumersi le proprie responsabilità e si associa alle istanze regionali e provinciali del partito invitando i propri iscritti a partecipare al presidio di domani e sostenere le future iniziative.

 

03.09.2021

da il Manifesto

Giuseppe Onufrio

 

Energia. Il «rinascimento nucleare» fu lanciato da George W. Bush nel 2001. Ad oggi nessun nuovo reattore è entrato in funzione, due sono ancora in costruzione a costi esorbitanti e altri due cancellati dopo miliardi spesi, mentre l’azienda proprietaria della tecnologia Toshiba-Westinghouse qualche anno fa è fallita

 

Il Ministro Roberto Cingolani, invitato da Matteo Renzi, attacca frontalmente gli «ambientalisti radical chic» e parla di nucleare che se è sicuro è folle non prendere in considerazione.

 

Lo scorso giugno le richieste di connessione alla rete elettrica di impianti rinnovabili erano di 125 GW. Ma le aste contingentate delle rinnovabili continuano ad andare quasi deserte perché gli investitori si attendono una semplificazione amministrativa che renda più certi i tempi autorizzativi. Del resto, quella della semplificazione amministrativa è uno degli elementi di riforma previsti dal Pnrr e su cui il Ministro Cingolani si è più volte espresso citando anche l’obiettivo di portare al 72 per cento la quota di rinnovabili al 2030, obiettivo che, come Greenpeace, condividiamo. Ma, al momento, non accade nulla.

 

Una campagna anti-rinnovabile – questa sì pseudo-ambientalista e radical chic – peraltro si è levata con alcuni dei commentatori legati alle fonti fossili contro l’eolico e il solare, con argomenti capziosi e con numeri a capocchia, mentre proprio le rinnovabili potrebbero aumentare l’occupazione e produrre un reddito energetico a comunità, piccole imprese e aziende agricole come accade altrove.

 

E persino l’Agenzia internazionale dell’energia di Parigi ha ammesso, dopo vent’anni di sottovalutazioni, che il solare è l’energia più economica mai prodotta.

 

I «lor signori» del gas e del petrolio, che già avevano tuonato contro le rinnovabili quando hanno perso quote di mercato del gas, riuscendo a bloccarle per dieci anni, continuano a osteggiare le rinnovabili. E si capisce perché: aziende come Eni hanno obiettivi assolutamente marginali al 2030 rispetto a quello che dovrebbe essere il ruolo di grandi aziende energetiche. In quest’impasse, il Ministro di nuovo straparla di nucleare mentre dovrebbe ricordarsi che ci sono già stati due referendum sul nucleare nel nostro Paese.

 

L’aveva fatto già citando la fusione, che è ancora allo stadio di ricerca e per la Commissione europea, che finanzia il progetto Iter, non ci si aspetta alcuna produzione commerciale prima del 2050. Poi ha parlato di mini-reattori, su cui alcuni puntano anche perché serviranno per aggiornare le flotte di sottomarini nucleari e di portaerei. Ma che, dopo decenni in cui si è cercato invano di tagliare i costi del nucleare alzando la potenza dei reattori, ci si riesca miniaturizzandoli appare un nonsense.

 

Il «rinascimento nucleare» fu lanciato da George W. Bush nel 2001. Ad oggi nessun nuovo reattore è entrato in funzione, due sono ancora in costruzione a costi esorbitanti e altri due cancellati dopo miliardi spesi, mentre l’azienda proprietaria della tecnologia Toshiba-Westinghouse qualche anno fa è fallita.
Stessa sorte della francese Areva andata in default per la costruzione, tuttora non ultimata, di un Epr in Finlandia, mentre la francese Edf ha in costruzione un altro Epr anch’esso in ritardo e con costi quadruplicati.

 

Dunque, Stati Uniti e Francia, che hanno un’industria in attività, non riescono a costruire impianti di «terza generazione plus» e il ministro Cingolani parla di quarta generazione (ancora in fase di ricerca) in Italia, dove non c’è più una filiera nucleare da tempo.

 

Lo fa perché forse non riesce ad applicare quello che ha anche scritto nel Pnrr: sbloccare le rinnovabili. Parlare di nucleare serve solo a buttare la palla in calcio d’angolo e a sviare l’attenzione sull’immobilismo del governo.

 

Come abbiamo già scritto in queste pagine, il paradosso in cui siamo invischiati è dimostrato dalle iniziative più innovative che vengono da alcuni stati americani: non solo dalla democratica California, ma anche dalle trumpiane Florida e Texas e altri stati ancora: aziende private (tra cui una importante italiana) investono in impianti solari e megabatterie che rilasciano parte della sovraproduzione rinnovabile nelle ore serali.

 

Va ricordato peraltro che negli Stati Uniti il prezzo industriale dello shale gas è circa un terzo rispetto a quello del gas in Italia. Dunque abbiamo davvero un Ministro della «Finzione Ecologica», che serve a mantenere l’Italia attaccata alla canna del gas, come desiderano lor signori, perdendo tempo a blaterare di nucleare.

* direttore Greenpeace Italia

Aggiumgiamo noi  il commento di 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea 

 

CINGOLANI DEVE DIMETTERSI, GOVERNO NEMICO DELL’AMBIENTE

 

Solo Beppe Grillo poteva entusiasmarsi per la finzione ecologica di Draghi. Fin dalla nomina di Cingolani a ministro della transizione ecologica è stato chiaro che si trattava di una truffa.
Dopo le dichiarazioni di ieri è ormai chiarissimo che questo non è un governo ambientalista, come millantava Draghi. Chiediamo le dimissioni di Cingolani, nemico dell’ambiente e dell’ambientalismo.
Chi sostiene il governo Draghi è verde solo di vergogna.

02/09/2021

Da Left

Giulio Cavalli

 

Giuliano Castellino, l'esponente dei no-vax romani sempre pronto a sbraitare davanti alle telecamere contro la dittatura sanitaria, nonché leader di Forza Nuova e ultras della Roma, dopo avere tuonato contro l'imposizione del Green pass, del vaccino e del tampone, è andato allo stadio. Ovviamente con il Green pass

 

Sono dei geniali cialtroni. Ieri si è scoperto che Giuliano Castellino, il leoncino dei no-vax romani sempre pronto a sbraitare davanti alle telecamere contro la dittatura sanitaria nonché leader di Forza Nuova (che di leoni che si impauriscono ne ha a bizzeffe) dopo avere tuonato contro l’imposizione del Green pass, del vaccino e del tampone, si è vestito da placido tifoso della domenica per andare a vedere la sua squadra del cuore allo stadio, la Roma, ovviamente con il Green pass. Che dittatura strana quella che immaginano questi neofascistelli: sono addirittura costretti a farsi il tampone per vedere la partita di pallone. Davvero una crisi della democrazia che fa accapponare la pelle.

 

Castellino poi dimostra di non conoscere nemmeno le regole che il suo stesso partito si è dato (sarebbe prevista l’espulsione per chi utilizza il Green pass, quindi il leaderino andrebbe mandato via a calci) oppure semplicemente si tratta di analfabetismo funzionale, come al solito.

 

Il comunicato di Forza Nuova dello scorso 6 agosto recitava: «L’Ufficio politico del Movimento ha deliberato che chiunque, militante o dirigente, per qualunque ragione si adeguasse a questa intollerabile e definitiva operazione di controllo sociale, subirà l’immediata e irrevocabile espulsione da Forza Nuova». E sui tamponi? Le uniche deroghe erano menzionate chiaramente in un altro passaggio del documento: «Non sarà interessato alla misura estrema chi, per ragioni familiari, personali o lavorative e, facesse ricorso all’uso del tampone rapido. Fondamentale è non acquisirlo, non piegarsi, costi quel che costi». Evidentemente la partita della Roma è un’importante ragione familiare, personale e lavorativa. Che forti, questi.

 

La vicenda però racconta un paio di cose importanti. Innanzitutto che a questi di estrema destra non interessa nulla della battaglia su Green pass e vaccino se non semplicemente aizzare la rabbia (l’avevamo scritto qualche giorno fa) e poi che vale da quelle parti il famoso detto “fate quello che dico ma non fate quello che faccio” tipico dei vigliacchi opportunisti che vogliono racimolare semplicemente un po’ di voti. In compenso l’annunciata manifestazione nazionale per bloccare i treni è stata un misero flop in tutta Italia. I treni arrivano in orario, anche senza Lui.

31/08/2021

Rosa Rinaldi

*segreteria nazionale, Responsabile sanità, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Quello che segue è il comunicato stampa per informare, in merito alle iniziative previste, in occasione del summit dei ministri della sanità europei che si terrà a Roma, a Villa Pamphili, il 5 settembre. Nelle vicinanze del summit, a partire dalle ore 17.00 si terrà un presidio di cui anche Rifondazione Comunista è fra i promotori. Il 6 settembre, alla stessa ora si potrà assistere ad un webinar internazionale con importanti relatori e relatrici che stanno affrontando, in Europa e nel mondo, le tematiche relative alla pandemia dal punto di vista sanitario e soprattutto politico. Vi invitiamo a darne la massima diffusione. Chiediamo una forte partecipazione ad iscritte/i e simpatizzanti con particolare riguardo a chi proviene da territori vicini.

 

Grazie per l’attenzione

 

Move Up 2021 si mobilita il 5/6 settembre in occasione del vertice dei ministri della salute. Il 5 alle 17 ci sarà un presidio a villa Pamphili, Largo 3 Giugno 1849. Il 6 dalle 17 alle 19 un webinar con la partecipazione di esponenti italiani, europei e mondiali (vd locandina). All’iniziativa hanno aderito Agorà abitanti della terra, transform, medicina democratica, forum salute Lazio, Prc, Partito del Sud, Laboratorio Sud. Ai cittadini e alle cittadine ribadiamo la necessità di sospendere i brevetti immediatamente e senza limiti, di garantire subito la disponibilità dei vaccini per tutti, di costruire/ricostruire servizi sanitari pubblici, cosa che i ministri della salute, specie “occidentali”, non hanno voluto fare

30/08/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

 

Per gli afgani c'è tanta solidarietà a parole da parte di certi politici ma non l'accoglienza, come ha detto anche il presidente Mattarella a Ventotene

 

Qualche notizia per sporcare la narrazione fiabesca, perché il giornalismo dovrebbe servire per disturbare la narrazione mica per amplificarla, è d’uopo segnalare qualche fatto di questi ultimi giorni, scusate se interrompiamo la strumentalizzazione della guerra che qui dalle nostre parti diventa addirittura eroismo. Perché fa schifo, detta così.

 

Lorenzo Cremonesi e Marta Serafini firmano un importantissimo articolo sul Corriere della Sera (mica sul gazzettino degli antiamericani, sul Corriere della Sera) e descrivono i talebani belli pasciuti con le armi lasciate dall’esercito Usa che è scappato in fretta e furia: «Se la gente di Kabul – scrivono – non sapesse che sono talebani, verrebbe da pensare che gli americani controllano ancora in forze le zone di accesso all’aeroporto e i punti cruciali della capitale. Viaggiano sui gipponi americani, indossano uniformi delle forze speciali Usa, hanno i loro elmetti, i mitra, i visori notturni, gli stivaletti, i loro giubbotti antiproiettili e zainetti tattici». Gli Usa, tra i loro mille errori, hanno armato anche i loro nemici. Geni.

 

A proposito dell’attentato avvenuto all’aeroporto di Kabul, si legge sempre nell’articolo, «la Bbc riporta testimonianze secondo cui i morti non sarebbero solo dovuti alla bomba dell’Isis, ma anche agli spari dei soldati statunitensi nella confusione appena seguente, quando sembrava che un commando terrorista stesse cercando di superare il filo spinato per irrompere nel terminal. “C’erano dei militari americani, con accanto dei soldati turchi. Gli spari sono venuti da loro, dai soldati”, ha spiegato il fratello di una delle vittime. Un altro testimone si dice sicuro che a uccidere un ex collaboratore degli Usa siano stati i militari statunitensi. “Come faccio a essere certo? Per il proiettile. Sul corpo non c’erano ferite, ma solo un proiettile che lo ha colpito proprio dietro l’orecchio”».

 

Dall’ospedale di Emergency (perché tra tutti i miliardi di dollari spesi non si sono trovati gli spiccioli per fare un ospedale e solo una delle tante odiate Ong se ne deve occupare) fanno sapere di avere ricevuto 4 pazienti morti all’arrivo tutti con proiettili in testa. «Non possiamo smentire né confermare», è costretto a dire il portavoce del Pentagono John Kirby.

 

I talebani sono cambiati? Sì, come no. Le classi sono divise tra maschi e femmine. Le maestre sono a casa e non sanno se ricominceranno a lavorare. La ministra Cartabia ha (giustamente) sottolineato come le donne impegnate nell’ambito della Giustizia (giudici e avvocatesse) rischino addirittura la vita. Nel distretto di Andarab, qualcuno ha ucciso un musicista tradizionale, Fawad. La sua colpa: suonare ai matrimoni. Si usa qui, ma non nelle zone talebane. La musica è particolarmente indigesta ai nuovi-vecchi padroni del Paese. A Kandahar, il governatore ha vietato a radio e tv di trasmettere musica e mostrare donne in video. I talebani sono cambiati? No.

 

A proposito di narrazione che andrebbe depurata, il Presidente della repubblica Mattarella dice una cosa che potrebbe sembrare banale: «In questi giorni una cosa appare sconcertante, e si registra nelle dichiarazioni dei politici in diverse parti d’Europa. Esprimono grande solidarietà agli afgani che perdono libertà e diritti, ma… “che restino lì’’, non vengano qui perché non li accoglieremmo. Questo non è all’altezza del ruolo storico e dei valori dell’Unione». E invece è rivoluzionaria perché la disumanità di questi più di qualcuno vorrebbe normalizzarla e invece fa schifo.

 

Ecco, non abituarsi. Non abituarsi mai a quello che vorrebbero inocularci. Mai.

 

29.08.2021

da il  Manifesto

Tommaso Di Francesco

 

Effetti collaterali. C’è la fuga da Kabul, ma i semi di un’altra guerra sono gettati. Sfilano le cannoniere davanti Taiwan per dimostrare a Pechino che la potenza americana c’è. Non se ne esce, essa è permanente: è una scia che data dagli anni Settanta ma che trova il suo fondamento nell’89

 

Vale la pena riflettere sul lessico usato per la disfatta occidentale in Afghanistan. L’attenzione va ad alcune parole apodittiche: vendetta, tradimento, disastro e caos. Perché ogni narrazione sta semplicemente rimuovendo la guerra e l’occupazione militare. Mentre Bbc e New York Times raccontano: «Molte vittime all’aeroporto perché i soldati Usa hanno aperto il fuoco», ricordiamo che per 20 anni abbiamo assistito ogni settimana ad una litania di «effetti collaterali», le stragi di civili dei quali non solo i media non si sono occupati ma hanno rilanciato la versione- embeddded: scusate ma era necessario per colpire il terrorismo.

 

Con un terrore peggiore guidato dalle forze Usa e Nato dall’alto dei cieli, cacciabombardieri o più moderni droni, nel mucchio contro la popolazione civile per fare terra bruciata al nemico. Ma è accaduto il contrario: le vittime civili, la rabbia popolare è stata gestita dai talebani. Mentre qualche titolo sporadico appariva perché magari, come in Germania, il massacro di 146 civili a Kunduz provocò nel 2009 una crisi di governo. Così ieri, a guerra «finita» è scattato dopo la strage dell’aeroporto ad opera dell’Isis-K, la vendetta di Biden con l’uccisione «delle due menti» jihadiste. Con lo stesso termine usato per giustificare la guerra del 2001: era per «vendicare» l’abbattimento delle Twin Towers, che fu opera di terroristi di Al Qaeda in massima parte sauditi.

 

Ma l’Arabia saudita, base ideologica di ogni integralismo era e resta il cuore delle nostre alleanze. Intanto lasciamo a marcire in un carcere militare americano Daniel Hale, un giovane analista dell’intelligence dell’aviazione Usa, che ha avuto il coraggio di denunciare i criminali raid dei droni contro i civili: solo poche settimane fa, mentre il presidente Usa avviava il ritiro dall’Afghanistan, una Corte si è affrettata a condannarlo a quattro anni di carcere per «tradimento».

 

Di tradimento si è parlato per il ritiro deciso dalla Casa bianca, in attuazione degli accordi di Doha. Allora, dagli a Joe Biden. Che piange in piena, autorevole conferenza presidenziale, per un’America ferita dagli ultimi 13 marine uccisi a Kabul. Scatenati i repubblicani che chiedono l’impeachment e lo stesso Trump che quell’accordo ha realizzato. Ma dov’è il tradimento? Biden certo non è una mammoletta, è stato per otto anni vice-presidente e di guerre se ne intende, ma non ha avuto peli sulla lingua a dire chiaro e tondo quale era la ragione vera dell’intervento americano: la vendetta e non certo la costruzione della democrazia. Spiazzando gli orfani di guerra nostrani, quegli alleati corsi nel nuovo conflitto “umanitario” in difesa dei valori occidentali. Ma non è forse questo il vero tradimento dei valori occidentali? Pensare che una guerra possa esportate la democrazia – ahimé spesso vilipesa in patria – con i bombardamenti aerei e le vittime civili da annoverare come «effetti collaterali»?

 

Ormai è chiaro a tutti, perfino al commissario Ue Paolo Gentiloni che la missione Nato «è stata un disastro». E la parola è subito molcita dalla considerazione: «Ora è tempo della difesa comune europea». Doppio imbroglio, giacché nessuno dice che questo disastro dell’Alleanza atlantica, che intanto surroga l’inesistente politica estera Ue, mina alle fondamenta la residua credibilità di questo strumento residuo della Guerra fredda che si è rilanciato solo grazie alle guerre «umanitarie», quelle votate bipartisan, quelle che hanno rifondato la sinistra di governo che ha trovato nella guerra – alla faccia dell’articolo11 della Costituzione – una sua «fase costituente», una prova per la sua legittimazione a governare. La Difesa europea viene proposta non come alternativa ma come spese militari aggiunte.

 

È il caos, del quale dalle colonne del Corriere della Sera incolpano l’Isis. Ma come, abbiamo lasciato l’Iraq dopo due interventi militari devastanti, in una guerra civile strisciante e nella povertà, abbiamo usato i jihadisti per abbattere Gheddafi, poi li abbiamo riciclati, tramite il baluardo sud Nato della Turchia, per destabilizzare la Siria ridotta in cenere abbandonando i curdi, e alla fine i responsabili del caos sarebbero i talebani? E la vergogna dei profughi afghani? Li hanno scoperti adesso, ma da anni sono milioni, tante donne afghane, bambini e uomini, in fuga dalla guerra – dai talebani certo, ma anche dalle bombe Nato; abbiamo intravisto le loro ombre nella rotta balcanica, abbiamo esternalizzato le loro vite alla Turchia o al Pakistan, eravamo pronti a rimpatriarli, negando fino all’ultimo il diritto d’asilo perché ormai l’Afghanistan era un «posto sicuro», come la Libia.

 

C’è la fuga da Kabul, ma i semi di un’altra guerra sono gettati. Sfilano le cannoniere davanti Taiwan per dimostrare a Pechino che la potenza americana c’è. Non se ne esce, essa è permanente: è una scia che data dagli anni Settanta ma che trova il suo fondamento nell’89. L’Italia – senza dimenticare la sfilata di premier e ministri in tuta mimetica in questi anni a Kabul – è dentro questa agenda. Spendiamo oltre 70milioni di euro al giorno per armi e difesa per un ammontare di almeno 26 miliardi di euro in bilancio; guideremo la missione Nato in Iraq, stiamo aprendo una base militare in Mali sostituendo la Francia in fuga dal Sahel, attiviamo ogni giorno lo scellerato allargamento della Nato a Est per ritrovarci i Paesi dell’Est iper-atlantici ormai contro i nostri valori; e scoprendo alla fine che il «nemico» come la Russia o la Cina diventano utili nella tragedia afghana. E i 54 soldati morti in Afghanistan per ora sono «eroi», ma se qualcuno denuncerà il governo italiano per esposizioni delle vittime all’Uranio impoverito, vedrete che saranno dimenticati come tanti.

 

C’è un’ultima parola, giustamente ricomparsa con l’addio a Gino Strada. È la pace. O meglio, come direbbe lui «essere contro la guerra». Nella sconfitta di chi ha voluto la guerra impariamo a leggere anche la sconfitta di chi non l’ha saputa fermare.

 

Se in questo momento non torna a levarsi alta la voce di chi è contro ogni guerra senza se e senza ma, subito salvaguardando i deboli, le donne e i bambini afghani; se non organizziamo le ragioni di chi individua nel complesso militare-industriale – altro che transizione ecologica – il vero nemico dei valori dell’Occidente; se non organizziamo in un sistema di senso, di nuova informazione – prima vittima di ogni guerra – e di movimento questa volontà, la pace resterà una parola impotente, soffocata dalle rovine.

27/08/2021

da Left

 Elisabetta Amalfitano

 

 

Per gli Stati Uniti, il destino delle donne e dei bambini afgani cercati casa per casa dai talebani non rientra nel calcolo dei benefici

 

Gino Strada è morto e i talebani si sono presi Kabul. Non si tratta di un rapporto causa-effetto, ma di una duplice sconfitta, avvenuta con una terribile coincidenza e tempestività, che rende il nostro mondo più triste e difficile da vivere. La signora Angela Merkel ha fatto mea culpa per questi vent’anni di gestione europea in Afghanistan, mentre nonno Biden spiegava che la missione americana si era conclusa. Il discorso del presidente degli Stati Uniti ha mostrato in tutta la sua evidenza la logica nordamericana protesa alla salvaguardia dei propri interessi e all’esportazione di diritti e democrazia solo fintanto che sul piatto della bilancia ne risulti un succulento bottino personale. I soldati Usa non potevano più morire, gli statunitensi non volevano costruire uno stato democratico, ma combattere il terrorismo e Osama Bin Laden era già stato ucciso. La logica americana è ferrea, lucida, non fa pieghe ed è tremendamente consequenziale.

 

Interessi economici e religiosi – motori principali fin dai tempi dei padri costituenti Usa – considerano gli altri esseri umani come oggetti da depredare o coscienze da incivilire e quando tutto è stato arraffato e non ci sono più animi disponibili a ricevere il buon messaggio cristiano si torna a casa – anzi si scappa – incuranti di ciò che si lascia alle proprie spalle. Hanno fatto sempre così: con gli indios, con gli indiani, con i popoli coinvolti nelle guerre per procura. “Diritti” e “democrazia” sono solo due bandiere dietro cui nascondere trame, interessi, obiettivi strategici e geopolitici. C’è stato un tempo in cui era più democratico l’integralismo islamico del comunismo sovietico. Poi, dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre, non era più possibile patteggiare con il diavolo in persona.

 

Oggi il destino delle donne, dei bambini e degli esseri umani che vengono cercati casa per casa non rientra nel calcolo dei benefici. Al massimo si parlerà di effetti indesiderati di un’operazione di “fine missione” che andavano preventivati. Amministrazione Trump e amministrazione Biden non fanno differenze: destra e sinistra non esistono all’interno della logica americana, perché là dove impera il profitto individuale non c’è posto per gli altri esseri umani, si tratta solo di imporre la voce della “civilissima” America, costi quel che costi. Le potenze europee, pur potendo vantare nel proprio dna un’altra storia e altri valori, risultano complici nel momento in cui non vi fanno appello e non mettono in crisi una modalità di civilizzazione che ha sotteso da sempre le conquiste colonialiste per la quale i popoli sconfitti risultano da incivilire ed educare a patto di dissanguarli e depredarli fino all’osso.

 

Libertà, uguaglianza, giustizia fra gli uomini non sono valori che possono essere imposti con gli eserciti e i soldati, ma costruendo ospedali e scuole e, come ammoniva Strada, abolendo la guerra così come abbiamo abolito la schiavitù. È pur vero che ancora nel 2021 forme di schiavismo esistono e si perpetuano in modo incontrastato, ma averle bandite scrivendolo nero su bianco è un passo avanti che l’umanità non può tollerare di annullare. Dovrebbe avvenire lo stesso per le guerre.

 

Ogni essere umano aspira a realizzare la propria identità e quindi a dichiararsi libero e uguale di fronte agli altri uomini. Si tratta di diritti universali (né razionali né tantomeno cristiani) a cui i popoli aspirano in modo naturale se posti nelle condizioni di poterlo fare. Il problema è l’ipocrisia che il mondo occidentale ha accampato nei confronti di tutti coloro che non rispondevano ai caratteri di razionalità, cristianità e produttività di cui detto mondo si è sempre fatto porta-bandiera; pronto poi a deprecare la ritrosia di quei popoli riottosi ad accogliere la mano tesa e destinati a ripiombare nel caos e nella notte dell’integralismo e del fanatismo. Il solito “fardello” di cui ragione e amore cristiano dell’uomo bianco si sono fatti carico. Nonno Biden parlava dal fondo del più bieco individualismo e a noi tornavano in mente azioni e parole di quel chirurgo di guerra che ha speso la vita per gli altri essere umani.

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