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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

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26/09/2019

da Il Manifesto

Maria Teresa Accardo

 

Liberi fino alla fine. Sentenza storica su Dj Fabo, ma la Consulta detta le condizioni Cappato esulta: «Non soffrire era un suo diritto costituzionale»

 

«Da oggi in Italia siamo tutti più liberi anche quelli che non sono d’accordo. Ho aiutato Fabiano perché ho considerato un mio dovere farlo. La Corte ha chiarito che era anche un suo diritto costituzionale per non dover subire sofferenze atroci. È una vittoria di Fabo e della disobbedienza civile, ottenuta mentre la politica ufficiale girava la testa dall’altra parte». È grande, emozionata, la soddisfazione di Marco Cappato, il militante radicale che nel febbraio del 2017 aveva «aiutato» dj Fabo a realizzare la sua scelta di porre fine alle sue sofferenze accompagnandolo in una clinica svizzera. Poi si era autodenunciato. Rischiava dodici anni di galera, almeno fino a ieri sera. In un processo sospeso da un quesito rivolto alla Corte costituzionale sulla legittimità dell’articolo 580 del Codice penale: in sostanza doveva decidere se «aiuto» al suicidio era come «istigazione». «Oggi è un bel giorno», dice Valeria Imbrogno, la compagna di dj Fabo, «Dà ragione ad una battaglia di libertà che io e Fabiano abbiamo iniziato anni fa insieme», e non possiamo neanche immaginare le «sofferenze» di cui racconta.

 

INVANO LA CORTE 11 mesi fa aveva chiesto al parlamento una legge. La nuova sentenza, che per ora conosciamo solo attraverso un comunicato, è arrivata ieri sera. Per i giudici chi «agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli» può non essere punibile. A certe condizioni, per evitare abusi: la piena consapevolezza del malato, il «rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua», la verifica «di una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale» e infine il «parere del comitato etico territorialmente competente».

 

SI VEDRÀ POI SE queste condizioni sono state «sostanzialmente» rispettate nella vicenda di dj Fabo. Cosa che fa dire a Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente dell’Istituto Coscioni e dirigente del partito radicale, che in realtà la Corte non è stata «troppo coraggiosa, il confine indicato è limitato a casi ben definiti. E quindi è troppo ristretto».

 

LA CONSULTA COMUNQUE chiede ancora una legge, («è indispensabile», mette di nuovo nero su bianco), ma la avvia per la prima volta sui binari che fin qui nessun parlamento e nessun governo era riuscito a costruire.

 

LA POLITICA SI DIVIDE, tornano i tempi bui dei«valori non negoziabili». Fatta la sentenza, ora i parlamentari si attaccano dagli opposti fronti, autodegradandosi dalla funzione di legislatore, che hanno fin qui evitato, a quella di commentatore.

 

MA È UNA GIOSTRA inguardabile e non potrà andare avanti all’infinito. Una legge dovrà arrivare, spiega l’avvocata Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Coscioni e coordinatrice del collegio di difesa di Cappato. Capofila, l’uno e l’altra, di una battaglia che viene da lontanissimo e che già nel 2013 era diventata legge di iniziativa popolare. «Mi auguro che finalmente il parlamento si faccia vivo», attacca, «Noi andremo avanti».

 

ESULTANO I PARLAMENTARI LAICI, per lo più del Pd e delle sinistre. Di «sentenza storica» parla anche il padre di Peppino Englaro, padre di Eluana, la ragazza morta nel febbraio 2009 dopo 17 anni di stato vegetativo per interruzione della nutrizione artificiale. Di «scelta liberale» della Consulta parla il costituzionalista Stefano Ceccanti (Pd), «a certe condizioni lo Stato rinuncia a punire, rinviando per il resto al Parlamento». Il deputato ieri mattina aveva ottenuto un confronto all’ufficio di presidenza della commissione affari costituzionali della camera invitando la commissione «a riprendere la propria competenza».

 

MA DA UNA PARTE DEL MONDO ecclesiastico arrivano parole dure. La Conferenza episcopale esprime «sconcerto» e cita Papa Francesco: «Si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato». La destra si sente autorizzata a annunciare una guerra santa: «Contrasteremo in ogni modo la legge», avverte Massimo Gandolfini, capo del Family Day, di «suicidio di stato» parla Gaetano Quagliariello (suo il grido «Assassini» al senato il giorno della morte di Eluana). Le stesse parole del leader leghista Salvini.

 

IN PARLAMENTO SI SCAVANO già trincee. Ci sono fossati fin dentro le forze politiche, gli stessi che hanno bloccato da sempre la legge, da ultimo anche dopo la richiesta della Corte . 

 

NON SARÀ UNA PASSEGGIATA di salute per la nuova maggioranza. I 5 stelle salutano con favore «la sentenza storica» e si augurano la «massima convergenza». Andrea Orlando, vicesegretario Pd, usa parole cautissime, segno della grande preoccupazione del Nazareno: «Mi auguro che non si crei un bipolarismo etico», «Ci troviamo davvero a dover colmare un vuoto di cui siamo tutti responsabili, una sconfitta per la politica è quando questa materia è disciplinata da una sentenza». I dem sanno già di essere nei guai: «Non so se ci sarà una posizione Pd perché si tratta di un tema di coscienza», conclude.

24/09/2019

Luciana Castellian

da Il Manifesto

 

Una risoluzione incredibile all'Europarlamento. La memoria non è cosa da affidare solo agli specialisti di storia, è parte fondante del nostro presente. Dobbiamo mettere alla berlina chi ha reso possibile una simile cosa e rispondere con forza, subito e ovunque.

 

Confesso che, quando venerdì sera – in attesa di Tsipras alla Festa di Articolo 1 – un compagno mi ha mostrato sul suo telefonino un estratto della risoluzione sulla Memoria votata dal Parlamento europeo, gli ho detto, con tono irrisorio: «Ma non vedi che è una fake news?». E sempre con tono irrisorio ho insistito: «Una fake news diffusa da chissà chi?».

 

Quel testo mi era infatti apparso così ignobile da pensare fosse uscito da Casa Pound.

 

È solo l’indomani che mi sono resa conto che no, era davvero stato possibile quanto non avrei mai creduto lo fosse: che solo 66 deputati europei avessero votato contro uno degli atti più vergognosi, non solo per aver operato un indegno stravolgimento della storia ma anche – per via dei suoi clamorosi strafalcioni storici – tale da mettere in discussione il prestigio dell’istituzione parlamentare che l’ha varato. E dove fino a qualche anno fa – sia detto per inciso – sedeva, come indipendente ma eletto nelle fila del Partito comunista italiano, Altiero Spinelli.

 

(Da segnalare il decisivo e pertinente «contributo storico» del presidente Sassoli: «Ma ci sono stati i carri armati a Praga!»). Per non parlare dell’offesa apportata da quanto accaduto alla reputazione della consistente schiera di deputati un tempo militanti comunisti e socialisti che hanno sostenuto quella Memoria.

 

(Fra questi, ahimé, persino Giuliano Pisapia, che così si è autocondannato, essendo stato a lungo deputato di un partito che si chiama Rifondazione Comunista).

 

Ma la mia sorpresa non è finita qui. Sollecitato ad intervenire sul tema, Etienne Balibar, il filosofo francese risponde da New York (dove da tempo tiene dei corsi), scrivendo: «Non so niente di questa storia, qui la stampa non ne ha parlato, e però nemmeno quella francese che continuo a seguire».

 

CONTROLLO a Parigi telefonando al nostro vecchio primo corrispondente dalla Francia, Alexandre Bilous. Casca dalle nuvole, mai sentito parlare di questa risoluzione. Mi richiama dopo poco: nessun giornale, dico nessuno, compresa l’Humanité, ha fatto cenno a questo voto europeo. Solo un ottimo sito on line, Mediapart, ne parla per via della lettera inviata dal signor Charles Heinberg, svizzero, docente di storia a Ginevra. Menomale. Rifletto: effettivamente alle ultime elezioni europee nessun deputato Pcf e neppure Psf è stato eletto.

 

(E però anche se non in parlamento non si sono accorti di quanto grave sia una risoluzione sulla nostra comune memoria scritta dalla peggior destra europea? E Raphaël Glucksmann, figlio del più noto padre nouveau philosophe oggi a capo di un non meglio definito raggruppamento di provenienza socialista, come giustifica il suo voto favorevole?).

 

SILENZIO anche sulla stampa tedesca, pur in generale attenta alla Memoria. Sia quella di destra che quella di sinistra.

 

Meno mi meraviglia il voto a favore dei Verdi: il loro tradizionale anticomunismo ha prodotto sempre non poche ambiguità politiche.

 

I nostri 5stelle, naturalmente, si sono astenuti. Come si sa per loro destra e sinistra sono riferimenti inesistenti, ma che la destra esista, almeno questo, dovrebbero recentemente averlo imparato).

 

IN ITALIA, a parte ovviamente il manifesto (per fortuna quella risoluzione non ha effetti giuridici altrimenti potrebbe esser posto fuori legge perché quotidiano comunista) c’è stata la Repubblica che ha ben commentato l’accaduto, per il resto quasi niente, oltre, naturalmente, le grida di giubilo della destra.

 

Non passo a una analisi storica del testo, lo hanno fatto con più competenza gli storici che ne hanno scritto; e quelli che certamente ne scriveranno.

 

Prendo la penna solo per dire che la nostra reazione, quella di tutti noi che siamo rimasti sbigottiti e indignati, non può, non deve, restare a questo: non possiamo solo meravigliarci che sia potuto accadere, dobbiamo mettere alla berlina chi ha reso possibile una simile cosa e rispondere con forza, subito e ovunque. Altrimenti finiremo per meravigliarci del fatto che a molti, di quanto accaduto, non importi niente. Più niente.

 

RISCHIAMO di rimanere ammutoliti dalla scoperta. E allora: bene Smeriglio e Majorino che non hanno accettato la disciplina di gruppo del Pd e si sono rifiutati di dire sì, ma non basta.

 

Con l’Anpi, con Pastorino e Laforgia di Leu e Fratoianni di Sinistra italiana che hanno subito reagito qui in Italia e sono in Parlamento e possono prendere anche in quella sede una iniziativa; e sopratutto con tutti quelli che si sono indignati, bisogna fare qualcosa, aprire un confronto. Innanzitutto nel Pd. La memoria non è cosa da affidare solo agli specialisti di storia, è parte fondante del nostro presente.

 

OLTRETUTTO la miseria dell’operazione spudoratamente negazionista che è stata messa in campo sta nel fatto che essa ha la meschina motivazione attuale di rafforzare le sanzioni economiche contro la Russia, di accentuare la più irresponsabile delle politiche europee del «dopo caduta del Muro»: anziché cogliere l’occasione per finalmente – come del resto aveva inutilmente sollecitato Gorbaciov – imboccare la strada dell’autonomia dell’Europa dai due blocchi militari e cercare di coinvolgere la grande Russia in un comune progetto (la Casa comune europea), si è scelta la strada di estendere la Nato tanto a est fino a impiantare i suoi missili sotto il naso di Mosca. Se Putin, che a nessun democratico piace, ha acquistato potere nel suo paese (ed è anche diventato ben più popolare di quanto vogliano far credere i media occidentali) è perché ha potuto giocare sullo sciovinismo, nato dalla reazione a questo accerchiamento.

 

Come pensate possa reagire oggi Mosca, dopo che l’Ue ha decretato che 22 milioni di donne e uomini russi che hanno perso la vita contribuendo in maniera decisiva alla sconfitta del nazifascismo, sarebbero stati invece nostri avversari?

14/09/2019

Giulia Mietta

da il Manifesto

 

Viadotto Morandi. Inchiesta bis: 9 misure cautelari per dirigenti e tecnici di Aspi e Spea. Nel mirino il Pecetti in Liguria e il Paolillo in Puglia. Il titolo di Atlantia crolla in borsa.

 

Nell’agosto del 2018, stesso mese del crollo del ponte Morandi, un cavo d’acciaio del viadotto Pecetti, sulla A26 tra Genova e Gravellona, si era rotto. Tuttavia, dai report inviati al Mit non risultava. Quel «problemino» avrebbe comportato limitazioni al traffico e il mancato passaggio di trasporti eccezionali e quindi di incassi extra per il concessionario. Rispetto a un altro viadotto, il Paolillo, in Puglia, sulla A16 – «un ponticello da 11 metri» sottolinea una nota di Autostrade per l’Italia – la relazione per il ministero presentava chiare difformità tra progetto ed esecuzione dei lavori di manutenzione.

 

FALSI IN PIENA REGOLA e un sistema di pressione preoccupante quanto scoperto dalla guardia di finanza di Genova, coordinati dai sostituti procuratori Massimo Terrile e Walter Cotugno, che hanno portato a tre arresti con la misura cautelare dei domiciliari per Massimiliano Giacobbi, dirigente della divisione Esercizio e nuove attività di Spea (Società Progettazioni Edili Autostradali, del Gruppo Atlantia), Lucio Torricelli Ferretti, direzione VIII tronco di Autostrade e come Gianni Marrone, anch’egli direzione VIII tronco, già condannato per la vicenda del pullman di Avellino. Interdizione per un anno dagli incarichi per altre nove persone tra funzionari Spea e un consulente esterno: Maurizio Ceneri, Andrea Indovino, Luigi Vastola. Gaetano Di Mundo, Francesco D’antona e Angelo Salcuni. Per il gip, le condotte degli indagati sono «gravemente minatorie della sicurezza degli utenti della strada». Ad aggravare la posizione dei nove il fatto di essere pienamente consapevoli di quello che stanno facendo.

 

IL CASO PIÙ ECLATANTE è quello di Ferretti che, secondo le fiamme gialle, ha utilizzato un dispositivo chiamato jammer, in grado di creare frequenze che potessero interferire con le intercettazioni. Non abbastanza, comunque, perché in una telefonata del 4 dicembre 2018, lo stesso ingegnere, informato da un suo sottoposto della «perdita di decompressione del viadotto Pecetti» risponde: «l’importante è che sulle carte che abbiamo siamo a posto». Un altro passaggio interessante è quello relativo ai testimoni chiamati a presentarsi in procura a Genova. «Eh l’ho saputo il giorno prima… Il problema è che dovremmo capire chi chiamano, e quello si prepara», dice uno degli indagati. Non si erano preparati abbastanza, evidentemente.

 

È PROPRIO A PARTIRE da uno degli interrogatori delle persone informate dei fatti nell’ambito dell’inchiesta sul crollo di ponte Morandi che nasce, un anno fa, l’inchiesta «bis» sui report relativi ad altri viadotti. I tecnici di Spea avevano raccontato agli inquirenti che le relazioni «talvolta erano state cambiate dopo le riunioni con il supervisore Maurizio Ceneri». L’inchiesta «bis» aveva portato quindi all’iscrizione nel registro degli indagati di 15 persone. Oltre al Paolillo e al Pecetti, nel mirino degli investigatori erano finiti anche i viadotti Moro, vicino Pescara, il Sarno, sulla A30, il Sei Luci, sullo stesso snodo del Morandi e il Gargassa, sempre in Liguria. Nell’ordinanza del gip rilevazioni gravi anche su Andrea Indovino, funzionario di Spea. In una conversazione intercettata avuta con Giacobbi, parlando dello stato del ponte Paolillo, afferma: «Ma se esce il problema poi diventa non più colposo ma doloso, e a quel punto?». Per il gip Indovino «propende per raggiungere gli obiettivi esulanti da quelli fisiologici di garantire la sicurezza dei trasporti, mediante laboriose attività di taglia e cuci finalizzate al superamento sulla carta dei vincoli che deriverebbero dallo stato di fatto degli accertamenti». Non migliore la valutazione sul comportamento di Maurizio Ceneri che mostra «disinvoltura nel modificare gli atti» e «risulta aver concordato preventivamente con Giacobbi la versione da rendere agli inquirenti e i documenti da consegnare».

 

GLI SVILUPPI DELL’INCHIESTA si sono proiettati immediatamente su piazza Affari. Il titolo Atlantia ha perso fino all’8% ed è stato momentaneamente sospeso per eccesso di ribasso. Intanto Autostrade per l’Italia si affida a una nota in cui viene assicurato come «nel report inviato il 4 dicembre 2018 al ministero delle Infrastrutture non fosse riscontrato alcun problema riguardante la sicurezza di questi e altri viadotti, verificati anche da società esterne specializzate». Aspi segnala che «aveva già provveduto a cambiare la sede operativa dei due dipendenti interessati dai provvedimenti della magistratura» e «si riserva di attivare ulteriori azioni a propria tutela, restando a disposizione degli organi inquirenti».

13/09/2019

Giovanni Russo Spena

da Left

 

Misureremo il governo sul progetto strategico, senza aperture di credito politiciste, eccessive. Gli errori del passato ci sono oggi vietati, con le destre sovraniste, nazionaliste, populiste in agguato.

 

Uno dei temi di verifica maggiore mi sembra l’interrogarsi sull’apertura immediata di una politica meridionalista. Dopo, infatti, quattro decenni di silenzi sul Sud, dopo anni in cui è ripresa l’emigrazione meridionale, soprattutto giovanile, è giunto alfine il tempo di aprire la “nuova questione meridionale”, in un tornante storico di ricollocazione dei poteri nazionali ed internazionali, a più di 150 anni dall’Unità nazionale, da quel Risorgimento che Gramsci giudicò una rivoluzione fallita. Fin dal 1920, infatti, Gramsci tratta la “questione meridionale” come specifica determinazione del capitalismo e considera la necessità di dare «importanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non soltanto come problema di rapporti di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale», cioè come uno degli aspetti, fondamentale, della questione nazionale. Qui siamo. Continueremo a scrivere ed informare per eliminare dal campo il diabolico progetto secessionista della autonomia differenziata, eversiva sul terreno costituzionale, “secessione dei ricchi” antimeridionale sul piano sistemico.

 

Vi è ora l’occasione di cambiare radicalmente punto di vista, evitando strambi compromessi al ribasso che ci apparirebbero incomprensibili. La crisi strutturale sta, infatti, avendo effetti asimmetrici tra le regioni italiane: il Sud è più dipendente dalla domanda interna e le politiche recessive hanno “picchiato” molto di più, per i tagli alla spesa, la precarizzazione totale del mercato del lavoro, l’intreccio tra economia legale, “grigia”, criminale. Non può ancora una volta il governo parlare genericamente di interventi al Sud. Non si può tutto ridurre ad un accordo con Confindustria, con meri interventi di incentivazioni finanziarie agli investimenti e sgravi contributivi. Bisogna rimettere in discussione modelli produttivi, rilanciare progetti di sviluppo autocentrato sulle risorse del territorio e sulle esigenze della popolazione, delle comunità territoriali, rompere la spirale dello sviluppo duale Nord/Sud. Anche sul reddito di cittadinanza, nome usurpato per un provvedimento del governo gialloverde sbagliato, punitivo, razzista, di controllo sociale, occorre intervenire per cambiarne ispirazione e filosofia. Credo occorra rilanciare il “reddito di dignità”. Si deve agire, ovviamente, anche sul piano europeo. Finora esso eroga soltanto 7 miliardi di investimento. Poca cosa se non si interviene sui vincoli di spesa collegati alle regole europee, rimettendole in discussione e al patto di stabilità interno.

 

Vi è, in definitiva, l’occasione (a suo modo storica) di riproporre, nelle pratiche politiche e di governo, l’irrisolto tema dell’identità meridionale e del destino strategico del Sud. Esso allude alla contraddizione tra capitale e vita, che sta ricostruendo, in forme a volte caotiche, la filiera dei territori. I quali non sono parassitismo, nicchie di arretratezza, ma epifenomeni della globalizzazione, luoghi in cui scorrono vite (soprattutto giovanili) precarizzate.

 

Vanno riletti i “tanti Sud”, le forme inedite della nuova dipendenza, dello “sviluppo diseguale”. Le giovani generazioni sono schiacciate all’interno di un aspro rapporto di dominio biopolitico. Siamo giunti ad un livello di precaria tenuta democratica, insidiata anche dalla pervasività delle economie e dei comandi mafiosi. Presidi democratici, autoorganizzazioni conflittuali, occupazioni, ribellioni, reti sociali, vanno fatti esprimere, non repressi.

 

La ricostruzione sociale nel Sud riconnette resistenza conflittuale, condivisione popolare e mutualismo. Se il Nord, insomma, guarda alla Baviera, alla Carinzia, alla macroregione mitteleuropea, per l’inserimento subalterno del proprio sistema produttivo di piccole e medie aziende, dal Sud può ripartire una critica serrata all’Unione europea, per invertire baricentro e priorità e perché sia valorizzato il ruolo del Sud come cerniera privilegiata (socialmente, culturalmente, anche geopoliticamente) tra Europa e Mediterraneo. Sia l’Europa che il Mediterraneo vivono, oggi, nel terremoto.

 

Da qui si può ripartire per definire nuovi equilibri. Il Sud è, infatti, oggi, un tragico ma anche fecondo ed innovativo laboratorio di temi produttivi, ecologici, antropologici (penso alle grandi migrazioni). Le lotte per i lavori di qualità, per il reddito possono rilanciare il sindacalismo territoriale delle vecchie “Camere del lavoro” oggi appannate dall’assenza di vertenzialità. Le esperienze di cooperazione Nord/Sud ma soprattutto Sud/Sud possono alimentare nuove ragioni di scambio, nuove aree economiche integrate.

 

Il Sud, in definitiva, non è un punto di programma tra gli altri; ma un paradigma di riorganizzazione dei luoghi di lavoro, degli spazi di vita.

12/09/2019

Monica Di Sisto *

da il Manifesto

 

L'agro bottino. Bufera trasversale contro la neo ministra favorevole al Trattatto di libero commercio e agli Ogm

 

«Il Lazio dice No al #Ceta. Chiediamo al Parlamento di fare lo stesso, difendiamo i nostri produttori e sapori da commercio ingiusto senza regole». Questo Tweet non è di un pericoloso sovranista, ma dell’attuale segretario del Pd Nicola Zingaretti che nel 2017 si unì agli oltre2mila enti locali italiani che chiesero con mozione o delibere, sotto il Governo Gentiloni, di non ratificare il trattato di liberalizzazione commerciale tra Europa e Canada, il Ceta. Ma la nuova ministra all’Agricoltura del Pd nel Governo Conte Bis Teresa Bellanova forse non lo sa, e nelle interviste sui «primi cento giorni del suo dicastero» lancia la caccia agli «sciamani» che, come Zingaretti, si sono opposti a quel trattato.

 

Le reazioni politiche alla sua sortita, a governo appena avviato sono state vibrate e clamorose: i senatori del M5S le hanno spiegato che il Ceta è «pesantemente dannoso per il Made in Italy e tutta la filiera nostrana» e il senatore Nicola Morra a sottolinearle che «la ratifica del Ceta non è in programma» e che «il M5S, forza di maggioranza relativa in Parlamento, ben più forte del Partito democratico e fortemente contraria a questo trattato». Proprio come Stefano Fassina che per LeU le ha ricordato che «il Governo Conte non è monocolore Pd». Il deputato di FI Paolo Russo, coordinatore del Gruppo interparlamentare No Ceta l’ha rimproverata di «non aver ascoltato i produttori, gli agricoltori, i veri numeri dei consorzi», e per questo le ha chiesto un incontro urgente con l’Intergruppo: «Se in Parlamento il partito del No Ceta supera gli schieramenti politici e resiste alla durata dei governi un motivo ci sarà», ha aggiunto.

 

Una battaglia, quella pro-Ceta, che dal punto di vista dei numeri vale poco: lo 0,9% dell’export italiano secondo Ice, che interessa lo 0,3% delle imprese italiane. L’effetto del trattato non è stato travolgente: sempre Ice nel report 2018 chiarisce che l’export italiano in Canada nel 2018 è aumentato del 4,8%, meno della media degli anni pre-Ceta. Ma è lo spazio normativo che apre che è inedito, come quello simbolico: sia Carlo Calenda, l’ex ministro Pd che lo promosse e sottoscrisse per l’Italia, sia il collega predecessore della Bellanova, Maurizio Martina, lo trasformarono nel simbolo del grande derby ideologico tra europeisti contro protezionisti.

 

In realtà l’agrobusiness canadese, in un documento ufficiale della Camera di Commercio sponsorizzato dal gruppo di corporation del settore Croplife e diffuso in Italia dalla Campagna italiana contro il Ceta, ha accusato l’Italia e il predecessore di Bellanova di «protezionismo» per aver introdotto la tracciabilità del grano nelle etichette della pasta che avrebbe depresso l’export di grano canadese verso l’Europa. Saluta, inoltre, il Ceta come «struttura istituzionale che forza il governo del Canada e la Commissione europea a mettere sul tavolo i fattori ‘irritanti’ per il commercio».

 

Bruciano alle imprese canadesi i divieti imposti dall’Italia alla presenza di Ogm nell’alimentazione umana: in Canada circolano liberamente, in virtù dei trattati commerciali che lo legano a Usa e Messico, alimenti contenenti Ogm non etichettati e per questo non tracciabili, ed è impossibile certificarli Ogm-free come chiede la normativa Ue. Urticano anche i limiti Ue ai residui di pesticidi nel cibo, all’uso di ormoni e antibiotici nell’allevamento e il bando all’uso sul grano in pre-raccolta del diserbante Glifosate: li definiscono «barriere al commercio ingiustificate che non offrono alcun livello superiore di sicurezza per i consumatori», pur sapendo che 99 pesticidi ammessi in Canada in Europa sono banditi, e che negli allevamenti canadesi viene ancora usata come pastura la farina di sangue, indicata come origine della Mucca Pazza e per questo bandita dalle aziende europee.

 

Il Ceta, contrariamente a quanto affermato da Bellanova, non è uno strumento efficace contro la contraffazione alimentare perché protegge solo 41 sulle oltre 290 eccellenze certificate in Italia e permette la coesistenza, ad esempio, tra i nostri prodotti e gli storici produttori di parmesan locali. Come le ha spiegato il presidente di Coldiretti Ettore Prandini, per l’export di Grana Padano e Parmigiano Reggiano si conferma un calo del 30% anche nei primi tre mesi del 2019, mentre l’arrivo del parmesan canadese aumenta del 13 % nel mercato europeo, principale mercato di sbocco per i due terzi delle imprese italiane dell’agroalimentare.

 

Dopo le critiche piovute da categorie produttive, associazioni, consumatori, parlamentari, alleati e opposizioni di Governo, la ministra Bellanova ha promesso che ascolterà tutti e cambierà il trattato. Forse non sa che solo i ministri cambiano, questo tipo di trattati no.

 

*portavoce della Campagna Stop Ceta Italia

Alfonso Gianni

 

Unione europea . Le elezioni di maggio hanno confermato la tenuta dell’asse neo e ordoliberista. Anche se indebolito per le vicende delle «colonne», Germania e Francia –hanno contenuto l’avanzata pur consistente del populismo di destra. Le roboanti dichiarazioni di luglio della Presidente Von Der Leyen sulla proposta, nei primi 100 giorni del suo mandato, di un Green Deal europeo sono ridimensionate dal profilo politico delineato per la nuova Commissione e dalla scelta degli stessi commissari.

 

Non si può certamente dire che la nuova Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen nasca all’insegna del cambiamento. Del resto le elezioni di maggio avevano confermato la tenuta dell’asse neo e ordoliberista.

 

Anche se indebolito per le vicende delle «colonne», Germania e Francia – e allo stesso tempo avevano contenuto l’avanzata pur consistente del populismo di destra.

 

Non c’è da stupirsi, quindi, se le roboanti dichiarazioni di luglio della Presidente sulla proposta, nei primi 100 giorni del suo mandato, di un Green Deal europeo vengano oggi ridimensionate dal profilo politico delineato per la nuova Commissione e dalla scelta degli stessi commissari. Certo von der Leyen ha tenuto conto degli umori mutevoli del mondo sulle questioni climatiche; del fatto che l’equivalente della nostra Confindustria negli Usa afferma che le ragioni dell’impresa non stanno (solo) nei profitti ma nell’utilità sociale; delle indicazioni di uno dei principali think tank del capitalismo mondiale quale il Bruegel, che ha individuato le tre principali sfide per la Ue: «definire il ruolo dell’Europa in un mondo sempre più bipolare tra Usa e Cina; contrastare il riscaldamento climatico; una politica di bilancio pro- attiva che porti a una riforma del governo dell’economia nella zona euro».

 

Ma il tentativo di von der Leyen è quello di presidiare questi tre campi, di smorzare se non mettere a tacere il carattere trasformativo di queste tre sfide, di svuotarle di senso, di riportare il tutto in una rimodellata continuità, cercando di nascondere la crescente ed esplosiva crisi del progetto europeo. Il Green Deal non sparisce, ma l’enfasi delle dichiarazioni della Presidente è posto sugli investimenti nell’industria militare che porterebbero «molti benefici anche per l’industria privata» – citando ovviamente la nascita di Internet – ed affidando l’incarico alla francese Sylvie Goulard, rappresentante del paese più interventista e portatore del progetto di un vero esercito europeo.

 

La vicepresidenza esecutiva con delega per l’economia viene affidata al lettone Valdis Dombrovskis, certamente non un new entry, distintosi ai tempi di Juncker per il suo rigorismo nella pratica dell’austerity. La sua posizione gerarchica e l’ampiezza delle sue deleghe lo pongono al di sopra di Paolo Gentiloni cui sono affidati gli Affari economici, ma con un portafoglio che appare semplificato non solo nel nome. È dubitabile che il nostro rappresentante possa svolgere le stesse funzioni di Moscovici per quanto riguarda le finanze pubbliche. Parrebbe più un Gentiloni embedded, tanto da gettare acqua sul fuoco degli entusiasmi patriottici. In ogni caso von der Leyen ha tenuto a precisare, quasi rispondesse al messaggio di Mattarella al meeting di Cernobbio, che sul patto di stabilità vi è oggi un ampio consenso: «Le regole sono chiare», ha detto, così come i limiti e la flessibilità.

 

Ovvero non c’è nulla da riesaminare e tantomeno da cambiare. Ha ragione uno dei due capigruppo del Gue/Ngl, Martin Schirdewan: «Si è pensato più alla relazione tra gli stati e la Ue che non a un vero progetto europeo». Infatti al budget ci va una figura di minore profilo come Johannes Hahn dei popolari austriaci.

 

Mentre inquietante è la presenza di Laszlo Trocsanyi, commissario all’allargamento, ex ministro della giustizia ungherese considerato come un esecutore delle volontà di Orbán, già in conflitto con la stessa Ue per le misure introdotte nel suo paese che limitavano i poteri dei giudici, nonché campione nella lotta contro l’immigrazione e promotore della criminalizzazione delle Ong. D’altro canto anche la nomina del greco di Nuova Democrazia, la formazione di destra che ha vinto le recenti elezioni, Margaritis Schinas alla vicepresidenza alla sicurezza con delega all’immigrazione, raggela le speranze del popolo degli erranti per mare e per terra.

 

Una novità comunque c’è: la quasi parità tra donne e uomini nella composizione della Commissione (14 uomini e 13 donne). E Il Regno Unito non ha designato alcun rappresentante e sulla Brexit von der Leyen, che assumerà l’incarico il giorno dopo il fatidico 31 ottobre, se l’è cavata con toni elusivi : non la fine ma l’inizio d’una nuova relazione, di cui si occuperà un commissario ad hoc, se fosse chiesto un rinvio. Che dire infine della nomina ad Alto rappresentante per gli affari esteri del socialista spagnolo Josep Borrell? Visto il ribadimento della fedeltà alla Nato e del filoatlantismo, e l’assenza di una politica estera dell’Ue in quanto tale, non c’è che augurargli buona fortuna.

Carlo Lania

 

Governo. Conte promette di riscrivere i decreti sicurezza, ma resta l’impronta anti-ong. Le due navi ancora al largo primo banco di prova del nuovo esecutivo. Che a Bruxelles chiede di rivedere Dublino.

 

Era uno dei temi più spinosi del suo discorso alla Camera e Giuseppe Conte l’ha affrontato nell’unico modo in cui forse poteva farlo: facendo intendere, più che dicendo esplicitamente quale sarà la politica del governo giallorosso sull’immigrazione. Una scelta dettata al premier dalla prudenza e dalla necessità di avere i voti utili a far decollare il nuovo esecutivo. Così chi sperava in una esplicita messa in soffitta della politica dei porti chiusi, il segno di discontinuità tanto invocato per lasciarsi una volta per tutte alle spalle le scelte salviniane, almeno per ora è rimasto deluso. La svolta ci sarà, o almeno si spera, ma per il momento più che da una revisione delle norme in vigore potrebbe manifestarsi attraverso le scelte dei ministri più direttamente interessati dall’emergenza immigrazione: quello dell’Interno Lamorgese, della Difesa Guerini e delle Infrastrutture De Micheli, gli unici che ancora possono vietare l’ingresso nelle acque territoriali italiane a una nave con dei migranti a bordo. Decisione che molto probabilmente non verrà presa. Per verificarlo non ci sarà neanche bisogno di aspettare molto visto che in acque internazionali ci sono le navi di due ong, l’Alan Kurdi e la Ocean Viking, con in tutto 55 migranti che potrebbero decidere di dirigere verso l’Italia. «Il ministero è operativo, 24 ore su 24. Affronteremo anche questa emergenza se sarà un’emergenza», assicurava ieri in Transatlantico Lamorgese.

 

MODIFICHE ai decreti sicurezza, accordo in Europa per la distribuzione dei migranti e la revisione del regolamento di Dublino. Ma anche accoglienza e rimpatri. E’ lungo questo asse che Conte ha disegnato ieri le future mosse del governo. Sui due decreti cavallo di battaglia di Matteo Salvini il premier ha ripetuto di voler seguire i rilievi indicati a suo tempo dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e per quanto riguarda il sicurezza bis di voler tornare alla versione varata a maggio dal consiglio dei ministri «prima – ha spiegato suscitando le reazione della Lega – che intervenissero le integrazioni che, in sede di conversione, ne hanno compromesso l’equilibrio complessivo».

 

Si tratta di un passo indietro parziale, che comunque non cambia l’impronta anti-ong data al provvedimento da Matteo Salvini quando sedeva al Viminale. Anche se meno onerose restano infatti le multe per le navi che non rispettano il divieto di ingresso (da 10 a 50 mila euro invece che da 150 mila a un milione) e il sequestro dell’imbarcazione in caso di recidiva. Non proprio un buon inizio.

 

Per vedere il bicchiere mezzo pieno bisogna guardare a una parola chiave come «accoglienza». Il premier l’ha utilizzata più volte anche nei giorni scorsi, e lo stesso ha fatto il ministro Lamorgese che quando era prefetto a Milano si impegnò non poco per convincere i sindaci della provincia a farsi carico dei richiedenti asilo. Favorire l’integrazione, come ha detto ieri Conte alla Camera, significa ripristinare tutti quei servizi per i richiedenti asilo cancellati dalla riforma del sistema Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) voluta sempre da Salvini con il primo decreto sicurezza, come i corsi di lingua italiana o di formazione al lavoro.

 

UN NUOVO RAPPORTO CON L’UE L’obiettivo è quello di far dimenticare i litigi con Salvini, con la speranza di riuscire ad arrivare a un accordo definitivo per la distribuzione in Europa dei migranti che arriveranno in Italia superando così le emergenze dettate dal momento. Un primo appuntamento decisivo ci sarà il 23 settembre alla Valletta dove i ministri dell’Interno di Malta, Italia, Francia, Germania e Finlandia (in quanto presidente di turno dell’Ue) si vedranno proprio per discutere di questo. Altro punto importante riguarda infine la riforma di Dublino e in particolare la cancellazione dell’obbligo per il Paese di primo arrivo di farsi carico dei migranti. Chissà perché tutti continuano a ignorare che da più di due anni il parlamento europeo ha approvato un’ottima riforma che aspetta solo di essere esaminata dai capi di Stato e di governo.

 

La strada comunque è in salita e non solo per la scontata opposizione dei paesi di Visegrad e più in generale del Nord Europa, contrari al principio delle quote. Stando a quanto trapelato ieri da Bruxelles il nuovo commissario all’Immigrazione destinato a sostituire il greco Dimitris Avramopoulos non potrà appartenere a nessuno dei Paesi più direttamente coinvolti dall’emergenza immigrazione e quindi maggiormente interessati a mettere mano alla regolamento.

08/09/2019

Andrea Fabozzi

da Il Manfesto

 

Il presidente del Consiglio si presenterà per la fiducia lunedì alla camera e martedì al senato. A palazzo Madama i numeri sono stretti soprattutto per la successiva navigazione nelle commissioni. Il Pd si aspetta nel discorso del premier un'indicazione sulla legge elettorale per compensare l'imminente sì al taglio dei parlamentari

 

Nessun problema di numeri alla camera dei deputati, quando domani il presidente del Consiglio chiederà la fiducia. Sulla carta i deputati favorevoli al nuovo governo sono 350, esattamente lo stesso numero che votò sì il 6 giugno dell’anno scorso allo stesso presidente del Consiglio e a una maggioranza tutta diversa. Molto altro è cambiato, basta ricordare che il capogruppo del Pd Graziano Delrio – oggi tessitore con Conte dei nuovi equilibri e tra i più convinti nel Pd dell’accordo con i 5 Stelle – incendiò il dibattito sulla precedente fiducia, definendo il presidente del Consiglio «pupazzo dei partiti» e inchiodandolo al suo terribile lapsus sul «congiunto del presidente Mattarella».

 

Qualche problema in più per il governo ci sarà al senato, dove il voto è in calendario martedì, ma certamente non per la prima fiducia quanto per la successiva navigazione. Sulla carta M5S, Pd e Leu raggiungono esattamente la quota della maggioranza assoluta, 161 voti, ma dovrebbero arrivare almeno a 170 grazie all’appoggio di altri senatori del gruppo misto e del gruppo delle autonomie. Il Conte uno all’esordio toccò quota 171, per poi però scendere quasi sempre sotto e qualche volta salvarsi con l’aiuto di Forza Italia e Fratelli d’Italia. D’ora in avanti sarà tutto più difficile, anche perché vanno messe in conto possibili defezioni tra i grillini: ieri il senatore M5S Paragone (che è già fuori dal conteggio della maggioranza) ha scritto che potrebbe non essere il solo del gruppo a non votare la fiducia, alludendo probabilmente al collega Ciampolillo. E sarà difficile soprattutto nelle commissioni, dove i giallo-rossi sono spesso sul filo della maggioranza e non possono contare, come spesso i giallo-verdi, sui voti aggiuntivi del partito di Giorgia Meloni. Problema doppio nelle commissioni che hanno un presidente leghista, al senato sono ben sei: Affari costituzionali, Finanze e Giustizia innanzitutto, e poi Difesa, Istruzione e Agricoltura.

 

Su molti temi non c’è grande attesa per quello che dirà in aula Conte, che nella preparazione del discorso può contare sull’aiuto del segretario generale di palazzo Chigi Roberto Chieppa, il tecnico di fiducia che intende promuovere a sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Per quanto riguarda economia, investimenti, tasse, giovani, ambiente, territorio, autonomie la traccia dell’intervento è nel programma in 29 punti approvato da M5S e Pd. Vago quanto basta. Ma su altre questioni le parole di Conte andranno ascoltate con attenzione, perché proprio la precarietà dell’intesa tra i nuovi alleati fa si che a contare saranno le sfumature.

 

Sulle infrastrutture, ad esempio, nel programma c’è scritto l’ovvio – che bisogna realizzare nuove infrastrutture tenendo conto dell’impatto sociale e ambientale -, ma il presidente del Consiglio pronuncerà o non pronuncerà la parola Tav che ha già fatto litigare la ministra De Micheli e tutta la delegazione grillina? Sull’immigrazione e l’eredità salviniana, oltre a girare tutte le responsabilità all’Europa come si fa nel programma, Conte si limiterà a recitare la formula «rivisitare alla luce delle osservazioni del presidente della Repubblica» o chiarirà almeno un po’ cosa vuol fare dei decreti sicurezza? Correggerli con un nuovo decreto o prevedere una disegno di legge «organico» (altra traccia del programma) che ha tempi lunghi? Senza dimenticare che c’è ancora una nave con i profughi a bordo che aspettano di poter attraccare in porto. Magari qualcuno della stessa maggioranza potrebbe chiederne conto al presidente, che dovrà poi replicare.

 

Sulla giustizia, Conte parlerà genericamente di riduzione dei tempi e riforma del Csm, che vuol dire poco, o aggiungerà in che direzione intende muoversi, rischiando così di far litigare i due principali partiti della maggioranza? E infine, ma su quello che Di Maio pretende sia il primo atto della camera a settembre, il taglio dei parlamentari, calcherà sulla necessaria «contestualità» della riforma elettorale alla quale tiene il Pd? La contemporaneità è impossibile, visto che per la riforma costituzionale manca un solo voto e della nuova legge elettorale si deve ancora discutere. Ma proprio per questo un’indicazione di Conte in favore del proporzionale sarebbe assai gradita dal Pd.

07/09/2019

Andrea Fabozzi

da Il manifesto

 

Immigrazione. Sono già due le ordinanze che contestano la legittimità del decreto sicurezza uno. Il programma di governo è vago e i giudici delle leggi possono arrivare prima della nuova maggioranza

 

«Una normativa organica che affronti il tema dell’immigrazione» e modifiche ai decreti sicurezza «alla luce delle recenti osservazioni formulate dal presidente della Repubblica». Il punto del programma M5S-Pd-Leu sul tema dell’immigrazione è noto ed è sufficientemente vago; ieri la ministra delle infrastrutture e dei trasporti De Micheli – alla quale il decreto sicurezza bis ha conservato il «concerto» con il Viminale sullo stop alle navi Ong – ha fatto sapere di averne già parlato con la ministra dell’interno Lamorgese, aggiungendo che «quando si salvano le persone non si commette un reato».

 

Se il governo presenterà un disegno di legge «organico» – alla camera, prima della crisi, era in corso di esame la proposta di legge popolare per la cancellazione, dopo 17 anni, del reato di immigrazione clandestina introdotto dalla Bossi-Fini – i tempi di discussione si allungano. E nuovi casi di soccorso in mare e profughi da far sbarcare si ripeteranno. Anzi sono già in corso (Alan Kurdi, articolo accanto) malgrado i leghisti delirino di «navi Ong sparite dai radar da quando ha preso forma il governo giallo-rosso» (Calderoli).

 

Viceversa una legge, magari un altro decreto, solo per accogliere le osservazioni critiche esposte da Mattarella quando ha promulgato il secondo decreto sicurezza, sarebbe assai limitata. I due profili segnalati dal presidente della Repubblica sono 1) l’enormità delle sanzioni sempre previste per le navi che violano il divieto di ingresso nelle acque territoriali – confisca e fino a un milione di multa -, che «non appare ragionevole» perché non distingue tra pericoli reali o immaginari per la sicurezza e 2) l’abolizione della «particolare tenuità del fatto» per tutti i casi di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale che «impedisce al giudice di valutare la concreta offensività delle condotte». Il primo aspetto critico, peraltro, è stato introdotto nel decreto sicurezza da un emendamento dei deputati 5 Stelle, che lo hanno rivendicato con orgoglio, prima di sottoscrivere l’impegno a tornare indietro «alla luce» delle critiche di Mattarella.

 

Se il governo ritarderà – l’altro ministro che ha voce in capitolo sull’applicazione dei decreti sicurezza è Di Maio – non è impossibile che ancora una volta arrivino prima i giudici. Lo hanno già fatto sette tribunali civili (Bologna, Firenze, Genova, Prato, Lecce, Cagliari, Parma) interpretando il primo decreto sicurezza in maniera «costituzionalmente orientata», e riconoscendo quindi ai richiedenti asilo il diritto a iscriversi all’anagrafe dei comuni. Ma una giudice di Ancona e una di Milano all’inizio di agosto hanno fatto di più, rimettendo la questione della costituzionalità del primo decreto alla Corte costituzionale. L’ordinanza di Ancona fa leva sulla discriminazione di cui è vittima il richiedente asilo che non può iscriversi all’anagrafe rispetto a tutti gli altri che, come lui, soggiornano regolarmente sul territorio nazionale. E fa leva sulla irragionevolezza del decreto, che consente al richiedente asilo di lavorare ma gli impedisce, non potendo avere residenza, di firmare un contratto di lavoro.

 

L’ordinanza di Milano va oltre, perché contesta la violazione anche dell’articolo 10 della Costituzione, che stabilisce che l’ordinamento italiano si conforma alle norme del diritto internazionale e che la condizione dello straniero è regolata dai trattati internazionali. Proprio l’articolo 10 era stato richiamato da Mattarella quando promulgò, senza altre osservazioni, il primo decreto sicurezza. Non solo, la giudice della prima sezione civile del tribunale di Milano ha motivato l’ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale anche con la violazione dei principi di necessità e urgenza e del requisito della omogeneità del decreto, vizi individuati a partire dal mancato riconoscimento del diritto all’iscrizione anagrafica ma estesi a cascata a tutto il provvedimento. Se queste osservazioni dovessero convincere i giudici delle leggi, la Corte costituzionale avrà, dunque, lo strumento per abbattere il primo pilastro delle politiche di Salvini. Magari anche prima che riesca a farlo la nuova maggioranza.

05/09/2019

 

Il divieto di dimora a Riace per Mimmo Lucano, che si è protratto per 11 mesi è finalmente cessato. Ma l’ingiustizia subita resta. L’assurdità con cui ci si è accaniti contro l’ex sindaco neanche condannato mentre contemporaneamente, uomini potenti le cui condanne erano già passate ingiudicato restavano intoccabili non trova alcuna ragione giuridica ma solo perfida volontà politica. Nello stesso giorno l’ex ministro che più ha contribuito a distruggere l’esperienza di Riace è stato finalmente indagato per diffamazione per gli insulti rivolti a Carola Rackete.

 

Sia Mimmo che Carola sono stati apostrofati dall’ex ministro come “comunisti”.

 

Se per chi propaga la paura questo è un insulto per Rifondazione Comunista è lusinghiero essere associati a queste due splendide persone che contribuiscono con la loro attività a far emergere la parte migliore del nostro continente. 

 

Maurizio Acerbo, Segretario Nazionale PRC-S.E.

Stefano Galieni, Responsabile Immigrazione PRC-S.E.

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