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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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03/05/2020

Mauro Gallegati

da Sbilanciamoci

 

Negli ultimi 20 anni l’Italia ha pagato per interessi sul debito pubblico una somma pari a 2 anni di Pil. Per non restare in una condizione di eterni debitori, si deve abbattere il debito. Come? Aumento del Pil su regioni e produzioni strategiche, lotta all’evasione, patrimoniale sull’1% più ricco.

 

Negli ultimi 20 anni l’Italia ha pagato per interessi sul debito pubblico una somma equivalente a 2 anni di Pil. Una somma enorme, per pagare la quale abbiamo dovuto cercare l’attivo di bilancio al netto del pagamento degli oneri finanziari. Questo è stato ottenuto riducendo la spesa pubblica in sanità, istruzione e ricerca, welfare e investimenti.

 

Nel conseguimento del surplus primario ha contato anche l’aumento della pressione tributaria che, in un paese con l’evasione fiscale che conosciamo, si traduce in un aumento asimmetrico della pressione sui contribuenti che non evadono. La condizione di attivo di bilancio al netto degli interessi – surplus primario – e un debito/Pil corrente abbastanza basso (inferiore a quello di stato stazionario) garantiscono la stabilità del debito in rapporto al Pil, ossia la sostenibilità del pagamento degli interessi. Il pagamento degli interessi provoca un triplice ordine di trasferimenti. Uno: dall’interno di un paese all’estero per quella parte dei titoli del debito che sono in mano straniera. Due: da tutta la popolazione dei contribuenti ai, si presume ricchi, sottoscrittori dei titoli. Tre: dalla generazione futura a quella presente, sia perché sarà la prima a pagare per i nostri debiti sia perché più alto è il tasso di interesse meno valutiamo il futuro.

 

Il pagamento perpetuo degli interessi su un ammontare di debito che in assoluto non cala e in rapporto col Pil è costante, è un meccanismo che ricorda molto da vicino quello della “servitù della gleba”, quando i contadini erano costretti a pagare per tutta la vita l’affitto dei mezzi di produzione. Il meccanismo del tasso di interesse composto – come ben sanno gli studenti di matematica finanziaria e le Anime morte di Gogol – ci rende schiavi del debito ed essere sostenibili vuol solo dire “restare debitori per sempre”. Contrariamente alla vulgata neoliberista, la spesa pubblica non è di per sé improduttiva. Con le dovute cautele della similitudine, è come se una famiglia si indebitasse per mandare a studiare i propri figli e un’altra si indebitasse poiché ammalata di ludopatia. Ci si indebita in entrambi i casi, ma il rendimento atteso è assai diverso.

 

Cosa dobbiamo fare allora? Uscire il prima possibile dalla spirale pagamento degli interessi sul debito-freno alla spesa dello “Stato imprenditore” e fornitore di welfare, abbattendo debito. Storicamente, l’Italia lo ha già fatto in tre occasioni. Nell’età giolittiana la crescita del Pil è stata ben al di sopra del tasso di interesse; Mussolini ristrutturò nel primo dopoguerra il debito trasformandolo in “prestito littorio”, mentre nel secondo dopoguerra fu l’iperinflazione ad abbatterlo in termini reali. Oggi la prima via è al di fuori delle possibilità, ristrutturare è assai rischioso con mercati dei capitali globalizzati e la terza via è impraticabile fino a che esiste l’euro.

 

Dobbiamo immaginare una operazione nuova, a tre livelli. Intanto, si dovrà cercare di far aumentare il Pil del Sud attraverso ricerca, turismo e investimenti – anche pubblici – in quelle produzioni “complesse” e foriere di sviluppo individuate dal CNEL e dal gruppo di lavoro di Pietronero e nel Green New Deal di matrice pubblica. In secondo luogo, bisognerà recuperare grossa parte di quell’evasione fiscale che solo ragioni politiche oggi frenano: se fossimo in grado di recuperarne il 30% ridurremmo il debito del 50% in 20 anni. Infine, occorrerà adottare una imposta patrimoniale sull’1% dei più ricchi da destinare alla riduzione del debito.

 

La soluzione migliore sarebbe ovviamente quella di far pagare il debito accumulato sia agli evasori fiscali che alla classe politica responsabile di questo sperpero. Ma pur non raggiungendo il pessimismo di Pareto – a Pantaleoni che gli chiedeva se in Italia fossero peggio gli eletti o gli elettori, rispondeva: “che domanda, è come chiedersi se puzza di più la c. o la m.” – non la ritengo una via fattibile.

01/05/2020

Paolo Ciofi

 

Mai come in quest’anno devastato dal Coronavirus è emersa la centralità del lavoro. Sia nella salvaguardia e nella riproduzione della nostra vita, sia nell’imprescindibile – e rispettoso – rapporto con la natura che ci circonda.

A maggior ragione, perciò, non possiamo non rendere onore a tutte e a tutti coloro che lavorano, e che nell’emergenza debbono essere messi in condizioni di sicurezza, con la garanzia dell’occupazione e di retribuzioni adeguate.


I medici e il personale sanitario prima di tutto, ma anche i lavoratori delle campagne e delle città, i braccianti, gli operai e i tecnici nelle fabbriche, gli operatori della logistica e della distribuzione, gli impiegati negli uffici privati e pubblici, nelle scuole, in ogni luogo di lavoro, di studio e di ricerca. Come pure tutti coloro i quali lavorando nell’isolamento a distanza non mancano di cooperare a risollevare il Paese.


È una urgenza tanto più incalzante dal momento che la classe lavoratrice, tutte le persone che per vivere devono lavorare, sono state divise, rese precarie, private del lavoro stabile e di diritti fondamentali con l’effetto di indebolire il Paese. Esponendolo a una drammatica emergenza sanitaria che si accompagna a disuguaglianze insostenibili sul piano sociale e democratico.


È emblematico del degrado in cui versano il Paese e la sua politica il fatto che ripetuti richiami alla Costituzione vengano in questi giorni da chi ha combattuto per rovesciarla o per renderla innocua. Dalla destra di Berlusconi, Salvini e Meloni anzitutto, nata contro la Costituzione antifascista che fonda sul lavoro la Repubblica, e sempre orientata a toglierla di mezzo. Ma anche da Matteo Renzi, che già prima del referendum costituzionale dal quale è uscito sconfitto, le aveva inferto un colpo micidiale liquidando lo Statuto dei diritti dei lavoratori.

 

Della scoperta strumentalità di tale operazione, e del suo obliquo tatticismo politico, distanti mille miglia dalla condizione umana di chi con il proprio lavoro tiene a galla questo pur generoso Paese, parla a squarcia gola il silenzio sul lavoro.

E infatti, negli urlati richiami ai vulnus che alla Carta costituzionale sarebbero stati inferti, del lavoro non si fa menzione come se non fosse il tema cruciale che la Costituzione mette al centro.


La presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia ha osservato che «anche nell’emergenza la Costituzione non è sospesa», giacché «nella Costituzione sono indicate le ragioni che possono giustificare limitazioni dei diritti», in particolare «per motivi di sanità e di sicurezza» come indica l’articolo 16. E poiché «i principi costituzionali sono sempre finestre aperte sulla realtà», per la cui attuazione vale «la solidarietà», la loro limitazione può avvenire soltanto secondo criteri di «necessità, proporzionalità, ragionevolezza, bilanciamento e temporaneità».


Stiamo parlando, ovviamente, di motivata e temporanea sospensione di principi e diritti costituzionali rispetto alla loro normale e constatata attuazione. Ma allora sorge inevitabile una domanda: chi può sostenere che in materia di lavoro i principi e i diritti costituzionali sono stati attuati?

Si può affermare che sono stati rimossi gli ostacoli economici e sociali, che, «limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», come prescrive l’articolo 3? O è vero il contrario, dal momento che quegli ostacoli sono cresciuti, e della partecipazione dei lavoratori alla vita politica, economica e sociale del Paese non si vede neanche l’ombra?

 

E che dire dell’art. 4, secondo cui «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto»? O, per fare qualche altro esempio, dell’art. 35? («La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni»). E degli articoli seguenti, che riguardano il diritto del lavoratore a un salario sufficiente ad assicurare «un’esistenza libera e dignitosa», e della donna lavoratrice alla stessa retribuzione dell’uomo «a parità di lavoro»? L’elenco sarebbe lungo.


Senza dimenticare l’articolo 41, il quale sancisce che «L’iniziativa economica privata è libera», ma «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».


La conclusione da trarre è chiara. La Costituzione antifascista, che a fondamento della democrazia repubblicana pone il lavoro non solo come fattore produttivo della ricchezza e dei beni materiali e immateriali, nonché della riproduzione umana, e non solo come rapporto permanente e rispettoso della natura, ma anche come fattore costitutivo della personalità, comporta un rivoluzionamento del sistema economico-sociale dominante, che sopporta la «Costituzione più bella del mondo» come un peso di cui liberarsi.

Il vero punto di svolta allora è esattamente questo, nel momento in cui il grande capitale si sta riorganizzando per aggiornare il suo comando nella fase della pandemia e del suo possibile superamento.

Come dimostrano due significativi cambi della guardia. Quello alla testa della Confindustria con il «concreto» Bonomi seguace di Marchionne, e quello alla testa di Repubblica e del gruppo Gedi con Molinari, un altro uomo del gruppo ex Fiat, che punta a un governo molto osservante e volonteroso.


La pandemia e l’emergenza che stiamo attraversando mettono in chiaro la necessità di un cambiamento di sistema. Ma perché questo non resti appeso tra le nuvole di un indistinto e confuso avvenire c’è bisogno di un progetto e di una lotta. La nostra storia qualcosa dovrebbe insegnare alle formazioni politiche di sinistra e progressiste, ai sindacati, ai movimenti, al mondo diffuso dell’associazionismo.


Il punto più alto conquistato nella lotta degli italiani per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia sociale, vale a dire la nostra Costituzione, è al tempo stesso il punto da cui muovere per cambiare il sistema avanzando verso una nuova civiltà. Nella quale gli sviluppi della scienza e della tecnica, che di continuo modificano il modo di lavorare e di vivere, siano posti al servizio del benessere dell’umanità e dell’intera natura, non dell’arricchimento di pochi.


Celebrare il Primo Maggio senza un richiamo forte alla Costituzione, che ci consente con la solidarietà di sconfiggere la pandemia e sul lavoro costruisce il progetto di una più alta civiltà, è un errore che non possiamo permetterci.

29 Aprile 2020 

Giulio Marcon

Sbilanciamoci

 

Nel 2019 sono stati spesi nel mondo quasi 2mila miliardi di dollari in armi, mentre il bilancio dell’Oms è di poco più di due. In Italia aumentano le spese militari e, nel pieno dell’emergenza Covid-19, si conferma il programma d’acquisto degli F-35 ed è in arrivo una legge da 6 miliardi di euro in armamenti.

 

Il nuovo Rapporto annuale del SIPRI, il prestigioso istituto svedese di ricerca sulla pace e il disarmo, ci dice che nel 2019 sono stati spesi 1.917 miliardi di dollari per le armi e la difesa. Nello stesso tempo il bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) è di poco superiore ai due miliardi di dollari, lo 0,11% di quanto si spende per le armi.

 

Si è paragonata – sbagliando – la pandemia del coronavirus a una guerra. Sta di fatto che per le guerre vere o inesistenti si spendono migliaia di miliardi di dollari e per difenderci a livello globale da una pandemia che sta causando centinaia di migliaia di morti si danno all’organismo globale che dovrebbe coordinarci e intervenire solo le briciole. Il bilancio dell’Oms è basato su contributi volontari e in parte sono privati: il secondo finanziatore dell’Organizzazione è la Fondazione Bill e Melinda Gates.

 

Intanto, che cosa fa il governo del nostro paese? Con il decreto Cura Italia sta mettendo un po’ di risorse sulla sanità, ma dal 2008 gli esecutivi che si sono succeduti in questi anni hanno definanziato il servizio sanitario nazionale. Lo certifica in queste ore l’Istat. Negli stessi anni sono aumentate le spese militari.

 

Nella conferenza stampa online tenutasi il 27 aprile scorso, Sbilanciamoci!, la Rete Disarmo e la Rete della Pace hanno chiesto al governo di bloccare l’imminente “legge terrestre” (6 miliardi di euro per carri armati, blindo, ecc.) e di fermare gli ulteriori investimenti per gli F-35. Il Movimento 5 Stelle ha ripreso la proposta e una cinquantina di parlamentari si sono attivati in questa direzione.

 

Il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il PD hanno fatto muro, sbandierando “accordi internazionali vincolanti” (non è vero) e inesistenti “penali” se si dovesse fermare il programma dei cacciabombardieri. E nei provvedimenti di queste settimane – mentre gran parte delle aziende si sono dovute fermare – si è consentito alle aziende militari di continuare a produrre, senza che fossero produzioni essenziali o strategiche. Anche durante un’emergenza così grave le scelte del governo sono piegate agli interessi dell’industria bellica.

 

Non sarebbe ora di invertire le scelte? Come propone Sbilanciamoci!, da tempo possiamo recuperare almeno dieci miliardi di risorse dalla riduzione delle spese militari e dei nuovi sistemi d’arma. Come viene scritto nel documento-appello In salute, giusta, sostenibile. L’Italia che vogliamo, le spese per la difesa non devono superare l’1% del Pil.

 

Si deve bloccare il programma F-35, evitando di spendere altri 12 miliardi nei prossimi anni. Si deve fermare una legge che ci farebbe spendere 6 miliardi di euro in carri armati e mitragliatrici. Oggi le urgenze sono quelle di un servizio sanitario nazionale pubblico che funzioni, di un welfare che dia diritti a tutti, di una scuola che non cada a pezzi. Queste sono le vere priorità del paese.

27/04/2020

Loredana Fraleone*

 

Ci voleva il dramma del corona-virus per mettere in discussione le classi “pollaio”, che abbiamo sempre contrastato per ragioni di efficacia educativa.

Sono da tempo una realtà diffusa in tutto il territorio nazionale, anche in presenza di alunni disabili, a causa dei ripetuti tagli alla scuola, anche attraverso l’aumento del numero degli alunni per classe.

 

Finalmente si parla di una loro messa in discussione anche in ambienti governativi, ma non delle risorse necessarie, per ridurre drasticamente il numero degli alunni per classe, per aumentare quello  del personale della scuola necessario e per un piano di edilizia scolastica che soddisfi l’esigenza di ambienti scolastici salubri, sicuri e attrezzati.

 

Temiamo soluzioni che puntino a mantenere quote di didattica on line e turnazioni di orari oltre la fase di emergenza.

 

Rifondazione Comunista chiede investimenti e provvedimenti adeguati “subito”, per garantire il diritto allo studio e alla salute dei nostri studenti.

 

*Responsabile Scuola Università Ricerca PRC/SE

Daniela Preziosi

da Il Manifesto

 

Parla lo storico e filologo classico. «Facili le critiche pregiudiziali. Conte può sfruttare l’occasione contro le diseguaglianze». «La torsione autoritaria per Salvini è solo un modo per squittire. Il M5s? È diviso, si chiarirà, diventerà un partito. Fare politica è una disciplina sempre formidabile». «Capisco la prudenza degli scienziati, ma a volte sembra un modo per cautelarsi a futura memoria»

 

Professore Luciano Canfora, a 75 anni dalla Liberazione si usa spesso il paragone fra la guerra e la pandemia. Oggi qualcosa ricorda quegli anni?

 

Tendo a evitare paragoni spericolati, dove gli elementi a raffronto non sono omogenei. Le guerre sono scelte deleterie che vengono da gruppi di potere. Le malattie no. L’altra faccia del problema è come fare fronte, una volta che il disastro si è prodotto, e le diseguaglianze si producono ed è lì che deve intervenire il potere politico. E quindi come fu faticosa la ricostruzione del 1945 altrettanto sarà domani la ripresa. Richiede un intervento sapiente, capillare e ben dosato.

 

Qual è il suo giudizio sul governo?

 

Si può fare ironia su tutti, ma io non condivido l’atteggiamento che è stato, per esempio, della Repubblica. Non so cosa farà il nuovo timoniere, ma in queste settimane leggevo editorialisti sparatissimi contro il governo, comunque. Come le critiche aprioristiche della destra. Sono del parere di Nenni: se la destra parla bene di me io mi allarmo. Dare addosso a chi si è trovato a fare il fattibile non è una gran ginnastica.

 

Conte ha messo al lavoro un gran numero di esperti. È un bene?

 

Stupisce e allarma la cacofonia di uomini dotti e scienziati. Gli esperti che chiedono la massima prudenza danno l’impressione che lo facciano per cautelarsi, forse più per salvarsi a futura memoria impongono cautela preventiva e unilaterale.

 

Dopo l’era in cui la competenza non era una virtù, cade anche il mito della scienza?

 

Per carità abbiamo alle spalle più di mezzo secolo di riflessione sulla non neutralità della scienza, sono abbastanza anziano da ricordarmi “L’ape e l’architetto” di Marcello Cini, un classico. Aggiungiamo che le nobilissime scienze esatte tante esatte non sono. Quando ad Atene scoppiò la peste i medici furono cacciati. A torto, perché la medicina è per antonomasia una scienza congetturale. È comprensibile che annaspino. Ma anche loro devono avere il coraggio di scegliere.

 

Ma anche la politica deve scegliere. Faccio l’esempio della scuola: ancora non c’è l’ufficialità su come finisce l’anno scolastico, e buio pesto su come ricomincerà.

 

La chiusura sigillata è stato un errore madornale, e al tempo stesso il momento della verità dopo anni di economie. All’epoca del ministro Gelmini la politica fu di ampliare le classi, scherzosamente si dice le classi pollaio, per risparmiare sul numero dei docenti e tagliare quelli di sostegno. Una politica demenziale che è venuta al pettine. Si deve puntare a classi di dieci-quindici scolari, per un rapporto fecondo con gli insegnanti. Il rischio del contagio sarebbe ridotto. Ma questo comporta un’edilizia coraggiosa e investimenti: non si realizza dall’oggi al domani. Ma si deve programmare subito. Capisco che è facile tratteggiare una realtà diversa. Ma non stiamo tratteggiando il socialismo, ma una soluzione civile, in alcuni paesi è una realtà.

 

A proposito di politiche. Oggi tutti statalisti?

 

Appena si determinano disastri gravi anche chi esultava in nome del liberismo si è messo a piagnucolare e a chiedere l’aiuto dello stato. Durerà a lungo il rinsavimento? Speriamo. La dura realtà convincerà anche i più sciocchi idolatri del liberismo.

 

Nell’Europa vede uno spiraglio?

 

Qui la disputa è impostata in termini spesso imbarazzanti, paralizzanti. Tutti conosciamo il difetto d’origine di come è stata costruita l’Unione europea, nome che è più un auspicio che una realtà. Le persone da senno da subito fecero notare che partire dalla moneta anziché dalla politica era uno sbaglio. Oggi porre in rilievo gli aspetti gravemente insoddisfacenti non significa essere salviniani. Ma mentre gli isterici politici disperati come i leader della destra, disperati perché sanno che la loro ora non tornerà, fanno solo un giuoco distruttivo, un governo intelligente dovrebbe calcare la mano sulla critica dei comportamenti dei paesi più egoisti all’interno dell’Unione.

 

I paesi definiti ‘frugali’.

 

L’avaro di Molière era frugale, cioè egoista. Un’affinità di intenti e speriamo di azione concreta dei paesi più sensibili alle difficoltà in atto può invertire la tendenza. Molto poi dipende da come si orientano i due paesi guida, la Francia e la Germania. La Francia ha smesso di giocare al direttorio. È un momento interessante da cogliere per cambiare gli equilibri. Aggiungo che gli euroscettici alla Salvini fanno il giuoco del neofascista che governa gli Stati uniti, che dal primo momento ha detto che voleva sfasciare l’Ue. La vera lotta è per riequilibrare, nell’Unione, i rapporti e le finalità. Spero che da questa crisi terribile venga fuori questo risultato.

 

L’ora dei nazionalisti è passata?

 

Vedo che l’abitudine ossessiva di rendere noti i sondaggi si sta perdendo. Ma la Lega sta scendendo, perché non ha portato nessun contributo alla risoluzione dei problemi. Questo ha segnato l’inizio di un declino inarrestabile. Certo, se ne giova Fratelli d’Italia, ma credo di capire che più passa il tempo più la battaglia di questi due partiti di estrema destra sia perdente.

 

Venerdì in sette grillini hanno votato con le destre sul Mes. I 5 stelle si stanno trasformando?

 

Solo sette su un gruppo parlamentare enorme. I democristiani hanno avuto ben più dissidenti. Nel ’48 furono maggioranza assoluta, e l’emorragia avvenne a sinistra. Mario Melloni, più noto come Fortebraccio, votò contro il Patto Atlantico e con lui vennero via altri. Non per questo De Gasperi crollò. I 5 stelle con il tempo diventeranno un partito. Hanno anime contrapposte, alcune molto confuse. Questo ex giovanotto Di Battista è un agitatore fine a se stesso, potrebbe stare in un partito populista di destra. Devono chiarirsi, ma il chiarimento non viene a tavolino o in un seminario. Viene nel concreto del fare la politica, che è una disciplina formidabile.

 

La destra filo Orbán dice che in Italia è in corso una torsione autoritaria con la scusa della pandemia. È così?

 

Sarei quasi del parere di considerarlo un problema inesistente. Strillano e squittiscono per segnalare la loro esistenza. Paragonano la pandemia alla guerra: è noto, a chi conosce un po’ la storia, che in guerra il parlamento è chiuso. È successo nella guerra del ’14, nell’Inghilterra del ’39. Fa ridere che provvedimenti di carattere sanitario adottati ai quattro angoli del pianeta vengano definiti libertici. Allora anche il medico che vieta all’ammalato di uscire è un tiranno.

 

Usciremo migliori dalla crisi?

 

I rapporti di forza sono decisivi. Se chi governa saprà tradurre in opere quei saggi provvedimenti di cui parlavamo, già quello sarà un cambiamento durevole. Ma la lezione va cavata subito prima che vengano dimenticati i dolori patiti. L’occasione va sfruttata. E forse c’è chi la saprà sfruttare.

 

 

 

25/04/2020

Gilda Maussier

da il Manifesto

 

25 aprile. Nel 75esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, per la prima volta non ci sarà alcun corteo, solo eventi online. Le celebrazioni ufficiali questa mattina a Roma, Milano e in tutte le città, alla presenza solo dell’Anpi

 

Per la prima volta da che Liberazione è Liberazione, festeggeremo questo 25 Aprile ciascuno dalla propria segregazione, senza cortei e senza manifestazioni di piazza se non le celebrazioni ufficiali che si svolgeranno questa mattina a Roma, Milano e in tutte le città italiane, alla presenza solo dell’Anpi, nel rispetto delle misure di sicurezza sanitaria. Ma come spesso accade, l’imprevisto che ci sbarra la strada ci devia su un’alternativa che potrebbe rivelare anche belle sorprese, e se non altro ci costringe ad una rinnovata e più consapevole pratica di memoria e di condivisione dei valori su cui è nata la nostra Repubblica.

 

Succede così che, causa Coronavirus, la festa per il 75esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo si trasferisce nelle case, corre sul web e diventa evento social, per definizione globale ancorché virtuale. E – almeno questo è l’augurio – dalle strade per pochi si sposta nelle case di molti, sui balconi, in ogni quartiere, in ogni strada, in ogni città, in ogni borgo.

 

UN 25 APRILE “VIRALE” e corpuscolare, dunque, sia pure rispettando le norme del lockdown, durante il quale i cortei virtuali, i concerti, i video messaggi, gli appuntamenti collettivi si moltiplicano e confluiscono sulla piattaforma www.25aprile2020.it dedicata all’evento #iorestolibero, pensato per «unirci tutti nell’unica lotta contro i tre nemici comuni: il virus, il riscaldamento del pianeta e le disuguaglianze socio-economiche».

 

Un’iniziativa promossa da RepubblicaLa StampaRadio Popolareil manifestoAvvenire, il Comune di Torino e il Consiglio regionale del Piemonte, e alla quale hanno aderito «1300 protagonisti italiani della cultura, della società civile, dello spettacolo e dello sport». Personalità che durante la giornata si alterneranno in dirette, live e attività che saranno promosse sui canali social e sui siti web dei promotori.

 

Ma l’appuntamento per tutti è alle 14,30 quando tutti i partner trasmetteranno l’evento clou: «Inizieremo con l’Inno di Mameli cantato da Tosca, a seguire l’attrice Lella Costa introdurrà gli interventi di Carla Nespolo, presidente Anpi, Maria Lisa Cinciari Rodano, staffetta partigiana, e Sara Diena di Fridays for Future Italia. Chiuderemo intonando Bella Ciao alle 15:00 insieme ad Anpi».

 

Subito dopo sul sito e sulla pagina Facebook del manifesto «25 intellettuali, personaggi dell’arte, della cultura e della scienza si caleranno nei panni del Presidente del Consiglio, per pronunciare il discorso alla nazione di un Governo che non c’è, ma che è quello che invece servirebbe: il Governo Necessario». Successivamente, da oggi stesso, «i lettori del manifesto potranno discutere questi “Discorsi alla Nazione”, per creare un testo che possa essere la base di una nuova rinascita».

 

MA LE INIZIATIVE VIRTUALI sono tantissime: dal lungo live di Roma Capitale (la sindaca Virginia Raggi ha cominciato già ieri le celebrazioni con la presidente della comunità ebraica romana Ruth Dureghello per rispetto dello Shabbat) alla diretta Fb della commemorazione del sindaco di Milano, Giuseppe Sala; dalla piattaforma online con storie, immagini e voci della Resistenza www.milanolibera.it, realizzata dall’ Istituto nazionale Ferruccio Parri e dall’Anpi, in collaborazione con il Comune di Milano, al «Bella ciao» collettivo organizzato dagli «Archivi della resistenza» o il concertone di «Materiali resistenti».

 

Non c’è spazio, non c’è attenzione, non ce n’è per i neofascisti e le estreme destre che tentano le solite provocazioni. C’è un’Italia da rimettere in piedi, la bussola per fortuna la abbiamo già, scritta nella Costituzione.

24/04/2020

Il Manifesto

Andrea Capocci

 

Coronavirus. Per il capo della protezione civile Borrelli «numeri confortanti». Tra i positivi, uomini e donne ora si equivalgono: 51,2% e 48,8%. Locatelli: scuole chiuse o il contagio riprende

 

Nella giornata di ieri sono state registrate 464 vittime di Covid-19, cioè 27 più del giorno precedente. Il numero dei nuovi casi nelle ultime 24 ore è di 2.646, oltre 700 in meno del giorno prima. In totale, i morti registrati dall’inizio dell’epidemia sono 25.549 e le persone positive 18.973. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, uomini e donne hanno contratto il virus in percentuali molto simili (51,2% e 48,8%). Nei primi giorni lo squilibrio era più netto e questo aveva fatto ritenere che per ragioni biologiche gli uomini fossero più suscettibili al coronavirus.

 

Secondo il capo della protezione civile Angelo Borrelli «i dati sono particolarmente confortanti: il numero di dimessi e guariti supera il numero di nuovi casi nel Paese». Ora ci sono meno di 107mila persone positive in isolamento domiciliare o ricoverate, e la cifra cala per il quarto giorno consecutivo. L’elevato numero sia dei deceduti che dei guariti ha liberato in un giorno quasi mille posti letto in ospedale, di cui 117 in terapia intensiva. Ora nei reparti per i pazienti gravi ci sono 2.267 persone. I posti di terapia intensiva in Italia sono poco più di cinquemila a regime, cioè escludendo i reparti creati durante l’emergenza che in gran parte verranno riconvertiti alla loro funzione originale quando l’epidemia lo consentirà.

 

IN LOMBARDIA E PIEMONTE, le regioni più colpite, si sono registrate 200 e 71 vittime rispettivamente, in linea con la media dei giorni scorsi. Ma non accenna a scendere il numero dei nuovi casi della Lombardia, ancora oltre il migliaio in 24 ore. Quasi dimezzate, da 784 a 401, le positività registrate in Piemonte.

 

Sono questi i dati comunicati alla conferenza stampa che ha tenuto ieri la Protezione Civile e a cui ha partecipato anche il presidente del Consiglio superiore di sanità e membro del Comitato tecnico scientifico Franco Locatelli. «L’indice di contagiosità, il famoso R, è oggi tra lo 0,5 e lo 0,7, tenendo conto delle differenze regionali», ha detto Locatelli, ricordando che la diffusione tende a esaurirsi quando R scende sotto il valore 1. All’inizio dell’epidemia R valeva 3, ma non è un calo naturale e irreversibile: è probabile che R torni a salire dopo il 4 maggio, sperabilmente entro il livello di guardia.

 

IL TIMORE SPINGE il Comitato a chiedere a Conte che le scuole rimangano chiuse fino a settembre. «Nei modelli sviluppati una riapertura delle scuole in concomitanza con il ripristino delle attività lavorative avrebbe comportato certamente l’andare oltre, e non di poco, il valore di 1 per l’indice di contagiosità. Abbiamo consegnato questa valutazione al Governo a cui spettano le decisioni».

 

La fine anticipata della scuola non potrà essere festeggiata a dovere da bambine e bambini, e rappresenterà un problema ulteriore per l’organizzazione familiare perché ai più piccoli saranno vietate anche le tipiche occupazioni estive: «scordiamoci i campi estivi e scordiamoci gli oratori, questo deve essere chiarissimo» ripete Locatelli rimettendo i panni professionali del pediatra.

 

COME MOLTI ALTRI ESPERTI, Locatelli è prudente sulla riapertura prevista fra dieci giorni. «La data del 4 maggio non è ‘liberi tutti’. Va considerata una gradualità». Gli spostamenti saranno limitati dai confini regionali, tenendo però conto che c’è chi deve attraversarli ogni giorno: «È chiaro che magari qualche piccola eccezione, per chi vive ai confini di una regione e lavora in quella limitrofa potrà essere largamente considerata e messa in conto».

 

La prudenza di Locatelli si estende ai test sierologici, che cercano gli anticorpi nel sangue e potrebbero dimostrare l’acquisizione dell’immunità al Covid-19 da parte dell’organismo. «L’eventuale presenza di anticorpi non necessariamente vuol dire immunità protettiva e soprattutto non sappiamo per quanto tempo perdura» spiega. «Un soggetto positivo domani mattina non è detto che rimanga tale a settembre».

21/04/2020

 

“I punti vendita Coop Unione Amiatina chiusi la domenica per sostenere il generoso sforzo dei lavoratori”. Così recitava il comunicato pubblicato dal Presidente il 13 Marzo scorso, annunciando la chiusura di tutti gli esercizi commerciali nelle domeniche successive, dal 15 Marzo e per tutta la durata dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19.

 

Cosa sia successo negli ultimi giorni non è dato sapere: forse che lo sforzo dei lavoratori non sia più ritenuto così “generoso”, o che gli incrementi di utile (valutati da più parti nell’ordine del 15-20% rispetto ai periodi pre-crisi) non siano più considerati sufficienti, fatto sta che lo stesso Presidente ha ritirato in tutta fretta la decisione già assunta, e valutata molto positivamente da parte dei lavoratori, disponendo la riapertura dei negozi per Domenica 26 Aprile.

 

Come Partito della Rifondazione Comunista riteniamo assolutamente inaccettabile che le più basse motivazioni economiche siano alla base di un tale provvedimento: il lavoro domenicale è qualcosa di abnorme e fuori dalle regole in periodi “normali”, figuriamoci in questo momento in cui la salute stessa dei lavoratori è messa a rischio ogni giorno, tanto che le autorità raccomandano di recarsi presso gli esercizi commerciali una o al massimo due volte a settimana. Ed infatti non può avere alcuna giustificazione il fatto che il 25 Aprile i negozi siano chiusi!

 

Per non parlare dell’immagine e del ruolo della Coop, ed in particolare dell’Unione Amiatina, nella vita sociale del nostro territorio, portatrice di idealità e di rapporti umani consolidati e fecondi, fra i lavoratori, i cittadini e la stessa dirigenza, che non possono e non devono essere sacrificati o messi in discussione dalle perverse leggi del mercato.

 

Chiediamo quindi con forza che il Presidente riveda la sua ultima decisione e si riaffermi il principio secondo cui la domenica i negozi restano chiusi, tanto più in questo momento, a salvaguardia della salute e del benessere psicofisico dei lavoratori.

19/04/2020

da Valori

Di Andrea Barolini

 

Da anni si moltiplicano gli avvertimenti degli scienziati su una possibile pandemia. Il coronavirus risponde ad una precisa descrizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

 

Deforestazione, distruzione di ecosistemi, sconvolgimento di equilibri naturali. Il nostro modello di sviluppo non soltanto è strettamente legato, ma poggia interamente (o quasi) le proprie basi su un fattore: l’insostenibilità. Insostenibile, infatti, è l’inquinamento che produciamo con le nostre industrie, responsabile di milioni di morti ogni anno. Insostenibili sono le emissioni di gas ad effetto serraGas che compongono l’atmosfera terrestre. Trasparenti alla radiazione solare, trattengono la radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre, dall'atmosfera, dalle nuvole.Approfondisci che disperdiamo nell’atmosfera e che stanno producendo una devastante crisi climatica. Insostenibile è lo sfruttamento indiscriminato del suolo per la cementificazione, l’agricoltura intensiva, gli allevamenti da migliaia di animali.

 

«Abbiamo creato le condizioni ideali per la trasmissione dei virus da animali a esseri umani»

 

La conferma – l’ennesima dopo numerosi studi, tra i quali uno coordinato dall’università Sapienza di Roma – è arrivata da un’accurata analisi dell’università della California. La cui Scuola veterinaria ha studiato 142 casi di “zoonosi”, ovvero trasmissioni di patologie dalla fauna (principalmente selvatica) all’uomo. Concludendo che nel 75,8% dei casi, i virus individuati nell’uomo provenivano da animali. In particolare roditori, scimmie e pipistrelli.

 

«I nostri dati – ha spiegato all’agenzia Afp Christine Johnson, direttrice dello studio – mostrano il modo in cui lo sfruttamento della fauna selvatica e degli habitat naturali rappresentano la bare delle zoonosi. Il che ci espone anche a malattie emergenti». La sua analisi è stata effettuata prima della comparsa del coronavirus attuale, il SARS-CoV-2, responsabile del Covid-19. Che, secondo la stessa Johnson, potrebbe essere stato veicolato da una particolare specie di pipistrelli.

 

Già nel 2016 l’UNEP lanciava l’allarme sulle zoonosi

 

«L’essere umano – ha aggiunto la studiosa – modifica i territori con la deforestazione, la conversione delle terre a scopo agricolo, o per gli allevamenti, o ancora per costruire. Ciò aumenta la frequenza e l’intensità degli incontri tra esseri umani e fauna selvatica. E crea così le condizioni ideali per i contagi».

 

Già nel 2016, d’altra parte, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) spiegava che il 60% delle malattie infettive nell’uomo è di origine animale. Quota che sale al 75% nel caso delle patologie emergenti. Il tutto ha comportato un costo diretto, negli ultimi due decenni, di 100 miliardi di dollari. Calcolo che non tiene conto, ovviamente, della pandemia attuale.

 

«Invadiamo le foreste tropicali e altri luoghi selvaggi che ospitano specie animali e vegetali e, assieme ad esse, numerosi virus sconosciuti. Perturbiamo gli ecosistemi, facendo sì che quei virus cerchino nuovi organismi che, spesso, sono i nostri. Quelli degli esseri umani», ha confermato sulle colonne del New York Times David Quammen, giornalista scientifico americano autore nel 2012 del saggio “Spillover. Animal Infections and the Next Human Pandemic” (“Straripamento. Le infezioni animali e la prossima pandemia umana”).

 

Il coronavirus è la “malattia X” di cui parlava l’OMS nel 2018

 

A distanza di otto anni, il reporter spiega: «Quando lavoravo al mio libro, gli esperti mi descrivevano esattamente già ciò che sta accadendo oggi». D’altra parte, già nel 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva inserito una “malattia X” nella lista delle patologie che rappresentano un «pericolo internazionale». Peter Daszak partecipò alle discussioni in seno all’OMS. Oggi, parlando al quotidiano francese Le Monde, ricorda: «All’epoca indicammo che la “malattia X” sarebbe stata probabilmente di origine animale. E che sarebbe emersa in qualche luogo della Terra in cui lo sviluppo economico ha avvicinato uomini e fauna».

 

Più in generale, infatti, se il numero di persone colpite da malattie infettive è calato negli ultimi 80 anni, le epidemie sono al contrario aumentate dal 1940 ad oggi. Uno studio del 2008, diretto dalla ricercatrice britannica Kate Jones, ha identificato 335 malattie infettive emergenti comparse tra il 1940 e il 2004. Il 60% di esse originava da zoonosi. È il caso del virus Marburg, comparso in Germania nel 1967. Di Ebola, individuata per la prima volta nel 1976 nello Zaire. Dell’Aids, scoperto nel 1981 negli Stati Uniti. Di Hendra, identificata in Australia nel 1994. E della SARS, che ha colpito la Cina nel 2002, così come del coronavirus del Medio Oriente (MERS-CoV), individuato nel 2012 in Arabia Saudita.

 

Il caso del virus Nipah in Malesia nel 1998

L’incremento, secondo la FAO, coincide con l’accelerazione della deforestazione negli ultimi decenni. In 40 anni sono scomparsi infatti 250 milioni di ettari. Il caso del virus Nipah, propagatosi in Malesia nel 1998, è emblematico. Inizialmente, era confinato in alcune specie di pipistrelli che si nutrono di frutta, nel Nord del Paese asiatico. Almeno finché nella zona aprirono allevamenti industriali di suini.

 

Le aziende piantarono anche dei manghi, per garantirsi entrate supplementari. Cacciati così dalle foreste nelle quali vivevano, i pipistrelli si sono accasati sui manghi, beccandone i frutti. A terra lasciavano saliva e escrementi infetti che i maiali hanno mangiato. Così, il virus si è propagato da un allevamento all’altro. Fino a contagiare l’uomo. Provocando centinaia di casi di encefalite nella regione.

 

In quel caso, l’epidemia fu fortunatamente circoscritta. A differenza di quanto accaduto oggi con il coronavirus. «Immaginavamo – ha concluso Peter Daszak, presidente dell’associazione americana EcoHealth Alliance – che la “malattia X” si sarebbe diffusa rapidamente e silenziosamente, sfruttando la globalizzazione commerciale e dei viaggiatori. Ritenemmo che avrebbe colpito numerosi Paesi e che sarebbe stata difficile da contenere». Oggi possiamo affermare che il Covid-19 è la “malattia X”.

 

18/04/2020

da il manifesto

Roberto Maggioni

 

Strage nelle residenze per anziani, Fontana scarica le responsabilità sui tecnici.

Lombardia. Malati di Covid nelle case di cura? Per il presidente «il controllo spettava alle aziende sanitarie»

 

«Abbiamo fatto una delibera che è stata proposta dai nostri tecnici. Ci hanno detto che a determinate condizioni la cosa si poteva fare. Noi ci siamo adeguati». La politica che si adegua, questo vorrebbe farci credere il presidente lombardo Attilio Fontana che ieri mattina in tv ha scaricato su non meglio precisati tecnici e dipendenti regionali la responsabilità di aver mandato i pazienti Covid dagli ospedali alle Rsa lombarde. Uno scaricabarile che arriva nel pieno delle inchieste giudiziarie sulla strage nelle case di riposo lombarde.

 

LA FIRMA DELLA DELIBERA dell’8 marzo che ha aperto le porte delle Rsa ai pazienti Covid positivi è di Fontana e della sua giunta, a partire dall’assessore alla Sanità Gallera. «Su proposta dell’assessore Giulio Gallera» è scritto nell’incipit della delibera. Che la politica prenda decisioni sentendo i tecnici è nella prassi, assumendosene però la responsabilità pubblica. Le parole di Fontana sono uno scaricabarile vergognoso per chi governa, e diventano ciniche e crudeli nella regione che più d’ogni altra non ha saputo arginare la diffusione del coronavirus. Ciniche perché da bravo avvocato quale Fontana è, utilizza tecnicismi buoni in tribunale ma inaccettabili in politica. Crudeli perché aumentano la distanza tra chi governa e le vittime, lasciate nello sconforto da una politica che prima non è stata capace di prendersi cura dei loro cari e ora è incapace di relazionarsi al dolore. Nella sua apparizione tv Fontana scarica anche la responsabilità dei controlli nelle Rsa, «è dell’Ats – l’Azienda Territoriale Sanitaria – che si è recata sul posto e ha verificato se ci fossero le condizioni o meno». Anche queste sembrano parole pronunciato da un avvocato in tribunale.

 

Ovviamente non è il presidente della giunta a dover andare a controllare di persona, ma se qualcosa non sta funzionando, ed è questo il caso, deve intervenire con tutto lo sforzo materiale necessario. La Regione Lombardia non lo ha fatto, dalle Rsa operatori e personale medico hanno raccontato dell’assenza di dispositivi di protezione, di indicazioni non chiare, di mancata assistenza logistica e mancato supporto medico.

 

Fontana però rifarebbe tutto: «Sulle Rsa credo proprio che non abbiamo assolutamente sbagliato niente» ha detto al Tgr Lombardia. «L’Ats doveva controllare le condizioni delle delibere, ossia l’isolamento in singoli reparti e dipendenti dedicati esclusivamente a quei pazienti e, sulla base delle risultanze tecniche, abbiamo portato avanti il provvedimento». Lo rifareste? «Certamente, in quel periodo drammatico che stavamo vivendo».

 

NELLE RSA LOMBARDE si è consumata una strage, 1.822 i morti ufficiali, quelli reali sarebbero almeno il triplo. Nella sola provincia di Bergamo i decessi nelle Rsa sono stati circa 1.500 secondo la Cgil che ha raccolto i numeri struttura per struttura. La Lombardia ha il 12% dei morti totali nel mondo per Covid secondo l’Oms. Con la delibera dell’8 marzo la giunta lombarda chiedeva alle Rsa di ospitare Covid positivi dimessi dagli ospedali per liberare posti letto. Non era un obbligo e veniva chiesto alle strutture di isolare i pazienti Covid dagli altri.

 

E ci mancherebbe altro. Ma è così, dicono gli ispettori del ministero della Salute che stanno indagando su quanto accaduto al Pio Albergo Trivulzio, che il Pat è diventato un focolaio della strage silenziosa, perché la Lombardia ha violato le disposizioni nazionali che chiedevano di non far entrare nuovi ospiti nelle Rsa. «Le disposizioni prevedevano che non entrassero dall’esterno possibili soggetti contagiati» ha confermato la sottosegretaria alla salute Sandra Zampa. E se c’è una cosa, una, su cui tutti sono d’accordo dall’inizio è proprio che gli anziani sono i soggetti più a rischio e da tutelare maggiormente. Può essere stato consigliato male Fontana, ma la responsabilità politica delle scelte è sua.

 

QUELLO DELLE RSA è anche un sistema economico. A chi ha accolto pazienti Covid la Regione ha pagato una retta da 150 euro al giorno, una cifra più alta di quanto pagano mediamente i familiari, tra i 70 e i 90 euro. Enti privati le Rsa, ma accreditati, inseriti nel sistema sanitario regionale e spesso, come nel caso del Trivulzio, controllati dalla politica. Secondo il rapporto annuale dei pensionati della Cisl Lombardia «la Regione non versa la quota sanitaria prevista per legge che dovrebbe essere pari al 50% della retta totale» dice Emilio Didonè, segretario regionale della Fnp Cisl Lombardia. «Così le rette per le famiglie sono sempre più care». In alcuni casi, come all’Auxologico di Milano, si arriva anche a 3 mila euro al mese.

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