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POLITICA NAZIONALE  |  POLITICA ITALIANA   

 

02/08/2022

da Left

di Saverio Ferrari

 

Bologna, 2 agosto 1980: la strage nera finanziata dalla P2

 

La regia della loggia segreta di Gelli, i numerosi depistaggi, il ruolo dell’eversione di estrema destra. E quell’autobomba a Milano, due giorni prima dell’attentato terroristico alla stazione del capoluogo felsineo. Ripercorriamo la tortuosa vicenda giudiziaria con cui si è cercato di fare luce su uno dei più intricati “misteri” italiani

 

In poco più di due anni, considerando le lentezze della giustizia italiana, si sono conclusi i processi di primo grado nei confronti di altri due imputati per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, la più grave e sanguinosa nella storia della Repubblica: 85 morti e 200 feriti. Prima, il 9 gennaio 2020, dopo 52 udienze è arrivata dalla Corte d’assise di Bologna la condanna all’ergastolo per l’ex Nar (Nuclei armati rivoluzionari) Gilberto Cavallini, per concorso in strage con Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, già sentenziati in via definitiva. Poi, il 6 aprile scorso, dopo 76 udienze, sempre la Corte d’assise di Bologna ha condannato all’ergastolo Paolo Bellini, anche lui accusato di essere un esecutore della strage, ex terrorista di Avanguardia nazionale, killer di ‘ndrangheta e per un periodo collaboratore di giustizia. Con lui sono stati anche condannati a sei anni per depistaggio l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, e a quattro Domenico Catracchia (la richiesta era stata di tre anni e sei mesi), amministratore per conto del Sisde di immobili in via Gradoli a Roma, dove al n. 96 si era installata, tra il settembre e il novembre del 1981, una base segreta dei Nar. Catracchia avrebbe detto il falso negando di aver dato l’appartamento in affitto a un prestanome dell’organizzazione terroristica.

 

Nell’ambito di questo secondo procedimento giudiziario, fatto assai rilevante, la Procura generale di Bologna ha individuato come mandanti e finanziatori della strage: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Umberto Federico D’Amato (per 20 anni al vertice dell’Ufficio affari riservati) e Mario Tedeschi (ex senatore missino e direttore de Il Borghese), tutti iscritti alla P2, non più perseguibili in quanto ormai defunti.

 

 

Va dato merito all’Associazione dei familiari delle vittime di essere stata all’origine di queste due nuove inchieste, avendo avviato negli anni precedenti un approfondito lavoro di ricerca, incrociando migliaia e migliaia di pagine di atti giudiziari, sempre analizzati separatamente e mai prima correlati fra loro, non solo relativi a Bologna, ma anche ai tanti processi per fatti di strage e terrorismo dal 1974 in avanti. Da questo lavoro è scaturito un dossier inoltrato alla magistratura nel luglio 2015 sul ruolo svolto nella strage da Gilberto Cavallini, ma anche sulle strutture clandestine che avevano operato, sui presunti mandanti e finanziatori degli stragisti.

 

Il filmato in Super 8 che inchioda Bellini


Paolo Bellini, 69 anni, era arrivato a questo processo vantando una lunghissima e quasi incredibile carriera criminale. Dopo aver assassinato il militante di Lotta continua Alceste Campanile, il 12 giugno 1975, ed essersi reso latitante all’estero dal 1976 per vari reati a suo carico, era tornato in Italia dal Brasile sotto falsa identità. Divenuto amico nel 1978 del procuratore di Bologna Ugo Sisti, che sarà poi titolare delle indagini sulla strage, proseguì la sua carriera come killer della ‘ndrangheta compiendo almeno dieci delitti, per poi collaborare con i carabinieri, ed in questa veste interloquire con la mafia siciliana, quella delle bombe del 1993 e degli attentati mortali a Falcone e Borsellino.

 

Decisiva per la sua condanna è stato un filmato amatoriale in Super 8, girato dal turista svizzero Harald Polzer pochi istanti dopo l’esplosione della bomba collocata nella sala d’aspetto, in cui il volto di Bellini era rimasto impresso. Si trovava lì. A riconoscerlo nelle immagini anche l’ex moglie che ha così fatto cadere l’alibi che alle 10.25, l’ora dello scoppio, lo collocava lontano dalla stazione.

 

Cavallini e quel legame coi carabinieri


Su Gilberto Cavallini erano stati invece riscontrati alcuni fatti di estrema rilevanza. Tra questi, i rapporti intercorsi fra le nuove leve del terrorismo nero, segnatamente i Nar, e i vecchi dirigenti di Ordine nuovo (fra cui Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di piazza della Loggia del 1974 a Brescia) e di Avanguardia nazionale, ma soprattutto il possesso da parte dei Nar di decine di tesserini ufficiali dei carabinieri forniti dal colonnello Giuseppe Montanaro appartenente alla P2, nonché la disponibilità da parte di Cavallini, incredibile ma accertato, di numeri telefonici in uso all’ufficio Nato presso la sede della Sip (la società telefonica) di Milano.

 

Il conto corrente di Gelli


Ora, dalla documentazione raccolta dalla Procura generale di Bologna, che ha gestito l’atto di accusa nei confronti di Bellini e degli altri ex appartenenti ai carabinieri e ai servizi, si sarebbe arrivati alle prove dell’avvenuta regia da parte della P2 nell’organizzare la strage e gli innumerevoli successivi depistaggi, architettando false piste soprattutto internazionali per proteggere i Nar. In questo ambito sono stati acquisiti i riscontri dei finanziamenti dell’intera operazione, prima e dopo il 2 agosto 1980, elargiti a più riprese a partire dal febbraio 1979. Milioni di dollari (quasi 15) che, scandagliando gli atti del processo per il crac del Banco ambrosiano, la Guardia di finanza ha provato essere provenienti da conti correnti svizzeri di Licio Gelli.

 

Solo da uno di questi, presso la Banca Ubs di Ginevra (conto 525779-X.S.), rintracciato grazie a un manoscritto sequestrato allo stesso Gelli al momento del suo arresto in Svizzera, il 13 settembre del 1982, e significativamente denominato “Bologna”, sarebbero usciti cinque milioni di dollari. Uno di questi sarebbe stato addirittura consegnato in contanti dallo stesso Gelli in persona, pochi giorni prima della strage, ai neofascisti. I soldi sono quelli del Banco ambrosiano di Roberto Calvi, la “cassa” della P2, che sarebbero dunque serviti a finanziare anche i fascisti che eseguirono la strage, un commando più numeroso del solo gruppo di Fioravanti e Mambro, composto da elementi provenienti anche da Terza posizione e Avanguardia nazionale, tra loro Paolo Bellini.

Fascisti braccio armato della P2


Le nuove inchieste e le conclusioni dei processi a Cavallini e a Bellini dimostrerebbero che i Nar furono tutt’altro che un gruppo spontaneista, come solitamente descritti, ma letteralmente il braccio armato della P2, interni a quell’intreccio eversivo rappresentato dalla loggia segreta di Gelli, dai vertici dei servizi segreti e di alcuni apparati, con coperture nell’ambito dell’Alleanza atlantica. A riprova della loro natura la vicenda dei tesserini dei carabinieri, l’uso dei telefoni riservati della Nato, la vicenda del covo di via Gradoli, al civico 96, coperto dal Sisde.

 

Non solo Nar


A commettere la strage non furono solo i Nar. Quella mattina, queste le conclusioni processuali, alla stazione sarebbero stati presenti anche militanti di altre formazioni della destra eversiva come Terza posizione (Luigi Ciavardini e Sergio Picciafuoco) e Avanguardia nazionale, «cementate» da un fiume di denaro che arrivò dai conti svizzeri del Venerabile e dei suoi prestanome. Dietro di loro ancora una volta Ordine nuovo del Veneto, secondo la Procura generale «connivente», nonché «coinvolta nella fase di progettazione».

 

Due giorni prima: l’autobomba di Milano


Nella vicenda della strage di Bologna sempre in ombra e mai opportunamente approfondito è rimasto un attentato avvenuto poco più di 48 ore prima a Milano, quando mediante un’autobomba si colpì Palazzo Marino sede, del Consiglio comunale. All’1:55 del 30 luglio fu fatta saltare una Fiat 132 carica di esplosivo nelle vicinanze dell’ingresso riservato ai consiglieri. La vettura esplodeva disintegrandosi quasi completamente, causando gravi danni all’interno del palazzo con il danneggiamento di infissi e vetrate e lo scardinamento del cancello di ingresso. Davanti si formò un profondo cratere. Danneggiata fu anche la facciata della vicina chiesa di San Fedele, così alcuni stabili circostanti, nonché le vetture parcheggiate intorno. Parti della Fiat 132 vennero addirittura ritrovate sui tetti degli edifici che si affacciavano sulla piazza. Nessuna vittima.

 

Le conseguenze dell’esplosione sarebbero state anche maggiori se, oltre ai sei chili circa di polvere da mina tipo Anfo contenuti in un tubo di piombo, fossero esplosi altri due chili di esplosivo contenuti in un altro tubo e altri sei posti in una tanica, entrambi proiettati all’esterno della vettura e fortunatamente non deflagrati. Si era da poco conclusa la prima seduta del consiglio che aveva eletto la nuova giunta di sinistra, Pci-Psi. Il sindaco, Carlo Tognoli, solo da un attimo si era allontanato dal suo ufficio, al secondo piano. L’autobomba era stata collocata lì sotto a pochi metri. Una scheggia di lamiera fu ritrovata conficcata nell’apparecchio telefonico sulla sua scrivania. Solo per una manciata di minuti non si sfiorò un’ecatombe. Fu di fatto una mancata strage.

 

Furono indagati alcuni appartenenti al “Gruppo Giuliani”, una struttura eversiva di destra che si collocava in una sorta di crocevia eversivo tra i Nar, Costruiamo l’azione (erede della struttura di Ordine nuovo guidata da Paolo Signorelli) e la malavita comune. Ma non si arrivò a nulla, anche se in diverse deposizioni provenienti dall’interno degli ambienti neofascisti si confidò che l’attentato di Milano era stato «ideato» da Gilberto Cavallini. Tutti gli elementi raccolti portarono a concludere che l’attentato di Milano, con la volontà di fare strage di consiglieri comunali al varo di una giunta di sinistra, fosse parte del medesimo progetto eversivo, una prima tappa, ordita dalla P2 di Licio Gelli ed eseguita dai Nar.

 

* L’autore: Saverio Ferrari è direttore dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre


* In foto: Il graffito “Muro della legalità” che commemora la strage di Bologna, nel sottopassaggio di via Triumvirato 

LAVORO E DIRITTI

 

01/08/2022

Unione Sindacale di Base

 

Oggi come allora Cgil Cisl Uil schierate contro i lavoratori e le famiglie

 

Trenta anni fa, il 31 luglio 1992, i segretari generali di Cgil Cisl e Uil siglavano con il governo Amato e la Confindustria la cancellazione della scala mobile, condizione richiesta ai sindacati e imprescindibile per evitare le dimissioni del Governo.

 

Da quel giorno i salari dei lavoratori sono arretrati fino a divenire il fanalino di coda a livello europeo, con l'Italia unico Paese in cui si registra il segno meno nella crescita salariale.

 

Si aprì allora una straordinaria stagione di lotte operaie e sindacali, la “stagione dei bulloni” venne definita, per l'accoglienza che i lavoratori riservarono ai segretari confederali che andavano nelle piazze a cercare di spiegare l'inspiegabile, cioè che avevano accettato di tagliare per sempre i salari e gli stipendi per difendere il governo dei padroni.

 

Oggi, come mai prima, l'assenza di un meccanismo di adeguamento dei salari e degli stipendi all'inflazione sta producendo un vero e proprio collasso della capacità di acquisto delle famiglie.

 

Oggi come ieri i segretari di Cgil Cisl e Uil sono pronti a lanciare una ciambella di salvataggio ai padroni e alle politiche economiche dell'Unione Europea. La repressione delle lotte, l'uso delle magistratura contro le avanguardie sindacali vanno lette anche in questo quadro di evidente necessità di ripresa delle lotte contro l'austerità. Oggi come ieri non staremo a guardare.

POLITICA NAZIONALE   |   POLITICA ITALIANA

 

31/07/2022

Intervista a Maurizio Acerbo

da il Manifesto 

 

Parla Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista - Sinistra Europea: «Convinto che la maggioranza degli italiani sia contrario all’invio di armi agli ucraini, con una coalizione pacifista possiamo superare il 20%»

 

Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea sabato era a San Giovanni Rotondo, alla festa del partito, sperando in fondo di incontrare Giuseppe Conte, che invece era appena ripartito dopo una breve vacanza in Puglia.

 

Se lo avesse incontrato cosa gli avrebbe detto?

 

Che il M5S dovrebbe promuovere una coalizione contro la guerra, per i diritti sociali e per l’ambiente alternativa al centrodestra e agli altri draghiani della coalizione del Pd.

 

Ci sono più cose che vi accomunano al M5S che quelle che vi dividono?

 

Dai 5 Stelle ci hanno diviso tantissime cose sul piano culturale e per un certo qualunquismo che li ha caratterizzati, oltre che per la loro esperienza di governo di questi ultimi anni. Però sicuramente il M5S è un movimento popolare e perfino loro riescono ad essere più a sinistra del Pd. Non è difficilissimo, è vero. Ma il M5S ci è riuscito più volte su questioni essenziali, a partire dal reddito di cittadinanza contro il quale il Pd si è schierato per anni. E anche sulla guerra, anche se tardivamente avendo cambiato posizione solo in un secondo momento, ma comunque non sono stati dei fanatici atlantisti e guerrafondai come Letta. Inoltre Conte è per il salario minimo, che è una nostra rivendicazione. Se l’Italia in Europa è il Paese con l’età pensionabile più alta e l’unico in cui sono diminuiti i salari, c’è una responsabilità delle politiche neoliberiste di cui alfiere è il Pd.

 

Ma dal 2018 ad oggi al governo c’è stato più il M5S che il Pd.

 

Il nostro giudizio sul M5S in questa legislatura non è positivo. Però apprezziamo la rottura che sta operando e crediamo che – ma ora tocca ai 5 Stelle dimostrarlo – questa forza, nata come movimento di contestazione che ha dato una sponda alle classi popolari, potrebbe avere un’evoluzione positiva.

 

E chi altro dovrebbe esserci secondo lei in questa coalizione?

 

Mi rivolgo anche a Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Dico loro e a Conte che, se non nascerà anche in Italia una forza come Nupes in Francia con Melenchon, loro si prenderanno la responsabilità. Mi sembra che Conte invece scelga l’isolazionismo, dopo essersi alleato con tutti tranne con chi è effettivamente pacifista. Sinistra Italiana e Verdi si prendono i 3 collegi uninominali sicuri garantiti da Letta e rinunciano a fare un polo pacifista, sociale e ambientalista. A loro dico: la maggioranza degli italiani è contro l’invio di armi agli ucraini e contro l’aumento delle spese militari. Perché non facciamo come hanno fatto in Francia? Un terzo polo.

 

E una chiamata a Michele Santoro, non gliela vuole fare?

 

Santoro è sempre benvenuto, anche in «Unità popolare», la nostra lista con il sindaco di Napoli De Magistris, Potere al popolo ed altri movimenti.

 

Immagino. Comunque una coalizione con il M5S le permetterebbe di avere l’esenzione dal raccogliere le 60 mila firme necessarie. È per questo che si è unito alla protesta di Marco Cappato, insieme a Possibile e altri?

 

Con Cappato abbiamo inviato una lettera a Mattarella e a Draghi affinché, con un atto del Parlamento o meglio con un decreto del governo, permettano la raccolta delle firme anche in forma digitale, visti i tempi ristretti e la difficoltà di avere risposte celeri dai Comuni per l’autenticazione. Vanno raccolte 750 firme per ciascun collegio plurinominale (49 per la Camera, 26 per il Senato). In piena estate, con le città e gli uffici vuoti. Noi confidiamo nella nostra militanza e nella nostra lunga esperienza: ce la faremo. Ma credo che una coalizione a sinistra potrebbe portare ad un risultato molto migliore di quello attualmente prevedibile, perché si alimenterebbe di un atto politico forte. Se poi, come ho letto sul manifesto, Sinistra Italiana vuole raccontare che si tira indietro per via dello sbarramento al 10% per le coalizioni, a Fratoianni (e a Conte) rispondo che non è così: se la coalizione non supera il 10%, il più votato perde solo il recupero dei voti delle liste alleate che non raggiungono il 3%. Ma se non c’è coalizione quei voti non li avrebbero lo stesso. Quindi non perdono nulla.

 

Quale percentuale di voti vi aspettate con «Unità popolare»?

 

Non faccio previsioni, so che in Calabria con De Magistris candidato presidente della Regione abbiamo preso il 16% , e a Napoli abbiamo vinto due volte di seguito. Ma il terzo polo che sollecitiamo potrebbe superare il 20%.

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29/07/2022

 

Limati gli ultimi dettagli, dopo le due grandi assemblee di giugno e del 9 luglio, Unione Popolare parte con la raccolta delle firme e le candidature per le elezioni politiche del 25 settembre. Questa la nota ufficiale.

*****

Unione Popolare: Luigi de Magistris sarà il “capo politico” della lista contro la guerra e per la giustizia sociale ed ambientale.

 

L’Unione Popolare sarà presente alle prossime elezioni nonostante il numero enorme di firme da raccogliere nel mese di agosto. Con un sforzo straordinario di impegno volontario supereremo il tentativo palesemente antidemocratico di zittire le voci non allineate con il partito unico della guerra.

 

La pessima legge elettorale vigente prevede che ogni lista indichi il “capo politico”. Ringraziamo Luigi de Magistris per aver accettato di assumere questa responsabilità in qualità di garante del progetto di Unione Popolare.

 

La necessità di raccogliere un numero enorme di firme impone tempi ristrettissimi per la predisposizione delle liste e di partire dalla prossima settimana con la raccolta in tutta Italia.

 

Con candidate e candidati credibili daremo voce alle ragioni della pace, dei lavoratori e delle lavoratrici che vorrebbero semplicemente dignità e salari dignitosi, a chi lotta per un pianeta che reclama una vera riconversione ecologica e per un mondo più giusto e solidale, e non ci fermeremo certo dinanzi a qualsivoglia ostacolo burocratico.

 

Simona Suriano (ManifestA)- Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista) – Marta Collot e Giuliano Granato (Potere al Popolo)

 

” È una grande e difficile sfida che abbiamo davanti da organizzare in poche settimane. Ma non ci mancano coraggio ed entusiasmo. Siamo fuori dal sistema e non ci siamo sporcati le mani con la guerra e la macelleria sociale ai danni del popolo italiano. Proveremo a dimostrare che la credibilità per rappresentare le istituzioni del Paese è fatta di storie di persone che hanno dimostrato nella vita da che parte stare e che non utilizzano il potere per interessi di parte ma solo come strumento per attuare la Costituzione antifascista.”

 

E’ la prima dichiarazione di Luigi de Magistris da capo politico di UNIONE POPOLARE

EDITORIALI E COMMENTI

 

28/07/2022

Alfonso Gianni

 

“O noi o Meloni” sostiene Letta. Uno dei modi più diretti per andare incontro alla sconfitta. In primo luogo perché è sempre un errore – anche in presenza di una legge elettorale dai chiari profili incostituzionali – trattare le elezioni politiche con la logica binaria di un referendum abrogativo. E viceversa. In secondo luogo perché nel frattempo il campo largo, il mantra della segreteria Letta, si è ristretto e spostato sensibilmente a destra. I 5 Stelle ne sono stati esclusi, in osservanza al programma Draghi che dovrebbe costituire il piatto forte della proposta politica del Pd. Non stupisce quindi che Giuseppe Conte abbia subito proclamato l’intenzione dei suoi di “correre da soli”, anche se è lecito ed opportuno chiedersi quanti siano coloro che lo seguiranno dopo gli scombussolamenti e le scissioni di cui quel partito è stato vittima in modo programmato e non per responsabilità del solo Di Maio.

 

Per la Costituzione , ma con una leva in più contro la guerra

 

Il tema di colmare lo spazio politico che resta aperto alla sinistra del Pd, torna in modo drammatico, sia per i tempi entro cui siamo costretti, sia soprattutto per l’assenza di una forza politica aggregante, dotata di capacità di egemonia e di massa critica adeguate. Ma piangere sul tempo perduto non serve a nulla. Sono state avanzate su queste pagine proposte che cercano di sfuggire all’imbuto del voto utile e nello stesso tempo rendere credibile la presenza di una lista autonoma di alternativa almeno nella parte proporzionale.

 

Pur essendo le intenzioni ottime, non si possono trascurare i limiti di queste proposte e tentare di vedere le possibilità di un superamento di questi ultimi. Operazioni, diciamo così, di ingegneria elettorale – a legge invariabile e invariata – sono già stati praticati ed hanno ottenuto un certo successo, relativamente all’obiettivo che si prefiggevano. Come la scelta della desistenza praticata positivamente anni addietro da Rifondazione Comunista, il cui profilo politico e programmatico alternativo però era noto, al di là del giudizio che se ne volesse dare.

 

Il punto debole delle attuali proposte è invece quello di assumere una dimensione puramente difensiva. L’obiettivo di questo ipotetico cartello elettorale, come lo definisce Antonio Floridia (il manifesto 24 luglio), un escamotage, come onestamente riconosce Gaetano Azzariti (il manifesto del 26 luglio) vuole essere quello di impedire ad una destra, data comunque per vincente, di raggiungere la soglia dei due/terzi del Parlamento che permetterebbe la modifica della Costituzione senza neppure passare il vaglio di un referendum popolare.

 

E’ certamente un obiettivo fondamentale, poiché diversi sono stati i tentativi di stravolgere la Carta costituzionale e solo il ricorso ai referendum li ha respinti, anche se non sempre. Solo che in quei casi gli elettori si trovavano davanti non a un pericolo futuro, per quanto probabile, ma ad un testo di controriforma ben noto in quanto già votato dal Parlamento. Nel caso attuale il solo richiamo alla difesa dell’integrità della Costituzione non appare sufficiente per costruire un nuovo intransigente ed efficiente arco costituzionale per via elettorale. Serve una leva in più.

 

Questa non può che essere costituita che dal rifiuto dell’attuale guerra in corso. Come ha anche affermato Pablo Iglesias su queste pagine si tratta di passare da un pacifismo come senso morale, a un pacifismo concreto, ovvero all’articolazione di una politica della pace. Come lo è la non semplice richiesta del cessate il fuoco, condizione necessaria ma non sufficiente, quanto il delinearsi di un percorso che individui una forza di mediazione e che giunga ad una conferenza internazionale, come fu quella di Helsinki del 1975, che si occupi a partire dalla vicenda ucraina, degli sconvolgimenti geopolitici e geoeconomici che stravolgono i vecchi – e iniqui – equilibri mondiali, scongiurando il pericolo dell’avvento di una terza guerra globale nucleare.

 

Chi pensa di vincere la guerra sul campo ci porterà alle soglie di questo baratro se non oltre. E’ l’argomento di cui si discute in tutto il mondo e in particolare in Europa, direttamente impegnata nella guerra russo-ucraina, come riconoscono anche gli stessi che la propugnano. E’ un tema che attraversa tutto il corpo elettorale, superando agevolmente gli schieramenti partitici. Scuote il mondo cattolico, che non può essere identificato con le forze sotto l’ombrello elettorale del Pd.

 

E’ un punto su cui il movimento 5Stelle ha costruito la sua diversità nell’esperienza di governo patendo una scissione. E’, considerando anche i sondaggi, uno degli aspetti che vede lontana la maggioranza della popolazione dalle forze del perimetro Draghi e quindi può agire nel campo largo dell’astensione. Allo stesso tempo è chiaro che la guerra e il gioco delle sanzioni, sono uno dei fattori dell’incremento dell’inflazione, quindi dell’impoverimento ulteriore, rendendo prioritari l’estensione del reddito di cittadinanza, quanto l’istituzione di un salario minimo. Così come spianano la strada a chi vuole seppellire la trasformazione ecologica. E’ l’anello che trascina con sé una lunga catena di obiettivi programmatici. Andrebbe afferrato con forza

POLITICA NAZIONALE  -  POLITICA ITALIANA

 

27/07/2022

Giorgio Cremaschi

da Contropiano

 

Non so se ve ne siete accorti, ma la guerra è scomparsa dalla campagna elettorale di tutti i principali partiti e dei loro alleati.

 

Il governo Draghi e Meloni hanno portato l’Italia in guerra contro la Russia, hanno inviato armi (e continuano a farlo), hanno deciso di aumentare le spese militari, hanno proclamato sanzioni di cui paghiamo e pagheremo costi enormi. Questo contro la grande maggioranza del popolo italiano.

 

    

 

Ora, mentre la guerra continua anche con il nostro contributo, i leader politici non ne parlano più. Sì ogni tanto si punzecchiano su chi siano gli amici di Putin, ma con il tono e la serietà di una battuta da bar.

 

Poi si inventano altro e la ragione è molto semplice: sull’impegno italiano in guerra, in un modo nell’altro, sono tutti d’accordo.

 

I più guerrafondai di tutti, Enrico Letta e Giorgia Meloni, devono far finta di essere nemici acerrimi. Altrimenti risalterebbe troppo che sulla più importante decisione della politica italiana dal 1945 ad oggi, stanno convintamente assieme.

 

Salvini fin dall’inizio del conflitto ha dovuto farsi perdonare le magliette con Putin, quindi vota e si allinea alla NATO, poi parla dei cognomi a scuola. Berlusconi fa il padre nobile della destra e non ama che gli si ricordi il lettone offerto, sempre a Putin.

 

I centristi Calenda, Renzi, Di Maio, sono impegnati in non si sa cosa con grande successo mediatico, eppure essi, che si definiscono i più fedeli alla NATO, oggi preferiscono distinguersi su altro. Anche perché altrimenti si scoprirebbe che euroatlantici sono tutti, quindi la loro esistenza avrebbe ancora meno senso.

 

I ‘pacifisti’ come Fratoianni dovranno fare i cespugli con le liste dei guerrafondai, altrimenti addio poltrona, quindi per loro la guerra è finita.

 

Ed infine Conte, che avrebbe duramente rotto con Draghi mentre invece i suoi ministri sono ancora dentro il governo, già che dice Conte sulla guerra?

 

Nulla, proprio nulla di concreto. Nei 9 punti presentati a Draghi, oggi immeritatamente considerati la Bibbia di non so quale “sinistra”, la guerra non è nemmeno nominata.

 

Cosa chiedono i Cinquestelle sulla guerra, a parte essere trattati meglio ed essere considerati veri euroatlantici da tutti gli altri? Nulla.

 

Essi in realtà non si sono mai davvero pronunciati contro l’impegno bellico italiano e credo che se si votasse cento volte su questo, come la prima volta sarebbero a favore.

 

Ecco perché la guerra è scomparsa dalle elezioni, non dalla vita, in Italia. Perché sono tutti in guerra, fanatici o anche riluttanti. Mentre la maggioranza del paese non vorrebbe esserlo.

 

Il no alla guerra è una pregiudiziale, è il primo spartiacque della politica: o di qua o di là. Per questo tutti quelli che stanno di là non ne parlano, perché vogliono raccogliere voti facendo finta di essere in grande conflitto tra loro, mentre sul conflitto vero, quello dove piovono le bombe e la gente muore, sono tutti d’accordo. O vogliono mettersi d’accordo.

 

Ecco io vorrei alleanze tra coloro che vogliono dare voce a quel 55% di italiani che rifiuta la guerra, contro il 95% dei politici a favore di essa.

POLITICA NAZIONALE    -  POLITICA ITALIANA

 

26/07/2022

Unione Popolare

 

25 luglio – Abbiamo lanciato il percorso dell’Unione popolare contro la guerra, le armi, Draghi ed il draghismo. Per la pace, i diritti sociali e del lavoro, l’ambiente, l’eguaglianza sociale e civile.

 

Ora vorrebbero impedirci di partecipare al voto con un vero e proprio attacco alle regole democratiche: costringere solo noi, che siamo opposti al governo e alla guerra, a raccogliere migliaia di firme in piena estate, mentre altri con un mero cavillo ne sono esentati solo perché hanno sostenuto il governo.

 

Ricordiamo che il percorso dell’Unione Popolare è nato dalla grande convergenza di forze sociali, sindacali di base ed autorganizzate, ambientaliste, politiche tra cui DEMA ManifestA Potere al Popolo e Rifondazione Comunista. Un percorso di democrazia e partecipazione che ora la casta di palazzo vorrebbe escludere dal voto.

 

Unione Popolare fa appello a tutte e tutti coloro che hanno a cuore la democrazia di dire la loro contro questo sopruso. Chiede al Presidente della Repubblica di esercitare il suo ruolo di garante della Costituzione per permettere una vera partecipazione democratica al voto.

 

In ogni caso noi ci saremo comunque.

 

Raccoglieremo le firme anche nelle condizioni proibitive che ci sono imposte e dimostreremo che le donne e gli uomini di questo paese hanno a cuore la democrazia, la pace, la difesa dei diritti, molto più di chi li ha rappresentati nel governo. Chiediamo a tutte e a tutti di sostenere diritto di Unione Popolare a partecipare alle elezioni.

 

Per Simona Suriano, presidente della componente alla Camera di ManifestA, “sembra che si siano messi d’accordo per fare un regolamento ritagliato per consentire la partecipazione ai ‘soliti noti’ del trasformismo parlamentare che ha sostenuto il Governo Draghi, e allo stesso tempo per censurare ed escludere tutte quelle nuove forze sociali, politiche che emergono nella società e che chiedono il cambiamento”.

 

Una ghigliottina alla democrazia – continua Suriano – che danneggia la qualità stessa del nostro sistema di rappresentanza parlamentare perché taglia fuori un pezzo significativo di Paese reale, aumenta la disaffezione alla partecipazione e alle elezioni e spinge all’astensionismo. Chissà, forse il progetto è proprio questo, vista la deriva autoritaria di questi ultimi anni.

 

Nelle piazze con la repressione contro le forze sociali, nelle urne l’esclusione di milioni di donne e uomini che hanno pagato in questi anni le politiche neo liberiste, il precariato, la perdita dei posti lavoro, l’attacco alla qualità della vita dal punto di vista ambientale e dei diritti sociali”.

 

Per Luigi de Magistris, “rimuoveremo gli ostacoli per riprenderci diritti e democrazia, il popolo deve avere la possibilità di scegliere e votare chi è stato dalla parte giusta e non ha contribuito al mal governo del nostro Paese”.

 

Leggi  DEI PUNTI DA CUI PARTIRE

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24/07/2022

Marco Sferini

La sinistra quotidiana

 

Se i tatticismi opportunistici dell’ultim’ora non prevarranno, se il Rosatellum non l’avrà vinta sull’onda anche emotiva di queste ore bollenti, immediatamente successive alla grande frattura tra PD e Cinquestelle nel dopo-Draghi, allora è pensabile che la riduzione della frammentazione politica in vista del voto del 25 settembre possa condurre alla formazione di coalizioni abbastanza omogenee. Sia in termini di vicinanza istituzionale, sia in quelli di condivisione minima di programmi e proposte che possono trovare sintesi in comuni denominatori.

 

La data storica di questo nuovo sconvolgimento tellurico della politica italiana rimarrà, almeno per il momento, il 20 luglio scorso. Nulla sarà più come prima e, soprattutto, nessun partito si somiglierà poi più di tanto rispetto a come si concepiva e vedeva in una proiezione temporale – elettorale che avrebbe dovuto portarci alle urne nella primavera del 2023.

 

L’accelerazione della crisi di governo ha scompaginato qualunque ipotesi: ha fatto implodere non solo l’esecutivo dell’ex Presidente della BCE, ma ha creato le condizioni di una tempesta perfetta per il centrodestra, che infatti si sta ricompattando cancellando la frapposizione tra sostenitori o meno del draghismo.

 

Di più ancora, mentre Forza Italia subisce tutti gli abbandoni del caso, da parte dei suoi esponenti storici meno legati all’idea della vicinanza al sovranismo salviniano, il centrismo variegato all’amarezza del liberismo moderno, formato dagli eredi del PSI, da Bonino, Calenda, Renzi, Toti e Di Maio, fa le prove in vista di un probabile dialogo con un PD che rischia, altrimenti, di fare una corsa quasi solitaria nelle urne.

 

Repetita iuvant: se la fine del “campo largo” evocato da Letta sarà definitiva e non vi saranno ripensamenti di sorta, i Cinquestelle dovranno pensare alla costruzione di un polo aggregante, al pari di tutte le altre forze politiche che ancora i sondaggi danno a due cifre, perché il Rosatellum quello prevede e spinge e a fare: costruire delle coalizioni che, a differenza delle singole liste, sono premiate tanto nella quota proporzionale quanto in quella maggioritaria nell’assegnazione dei seggi di un Parlamento, peraltro, dimezzato nella sua composizione.

 

Pur involontariamente, con tutta la fortuità del caso, lo scenario che si presenterebbe alla vigilia del voto potrebbe essere questo: il centrodestra di Berlusconi, Salvini e Meloni (con qualche manutengolo tipico e classico), il centro di neoformazione insieme al PD e, come terzo polo, i Cinquestelle insieme a Sinistra Italiana, Verdi e Unione popolare.

 

Una semplificazione del quadro politico italiano che, ad onor del vero, sarebbe quello meglio strutturato da tanto tempo a questa parte: da un lato le forze conservatrici e sovraniste, in mezzo quelle marcatamente liberiste, europeiste ed atlantiste e, infine, il progressismo imperfetto e claudicante, raffazzonato e bislacco, ma pur sempre il meglio che si può trovare su piazza al momento.

 

Anche la cosiddetta “leadership” potrebbe essere una nota di migliore comprensione della suddivisione politica in vista del voto e, questa volta, potrebbe permettere persino un ritorno ideologico dell’espressione dei consensi, scegliendo liberamente chi votare in base alle proprie convinzioni oltre che alle proprie convenienze immediate o al ricatto antidemocratico del “voto utile“: Berlusconi, Meloni, Salvini a destra, Calenda, Renzi, Toti, Bonino, Di Maio e Letta in un centro senza più sinistra con lo sguardo rivolto alla ormai tanto famosa “agenda Draghi“, Luigi de Magistris e Giuseppe Conte nel settore progressista.

 

Va da sé che, se questo fosse il quadro di riferimento della campagna elettorale che ci aspetta sotto il sole rovente degli oltre 40 gradi giornalieri di temperatura, ognuno potrebbe scegliere con una buona percentuale di libertà lo schieramento in cui meglio si ritrova, in cui si sente anche pienamente rappresentato.

 

Ma potrebbe anche non andare così, soprattutto a sinistra. Potrebbe accadere che si ricompatti l’asse tra PD e Cinquestelle e che Sinistra Italiana, Articolo 1 e Verdi si aggreghino al carrozzone di un centro che potrebbe, a quel punto, fregiarsi anche della seconda dicitura storica di “sinistra“. Ed allora il quarto polo che ne resterebbe fuori avrebbe il compito di testimoniare una alternativa a tutti questi schieramenti, lavorando in poche settimane ad una lista che potrebbe ambire all’onorevole risultato di oltrepassare la soglia del 3% per avere un minimo di diritto di tribuna nel prossimo Parlamento.

 

Sarebbe lo scenario meno coerente con la rottura dell’asse draghiano, con la divaricazione profonda tra PD e pentastellati che, almeno fino alle dichiarazioni odierne, si sta acuendo sempre di più dopo le esternazioni trancianti di Franceschini e di altri esponenti democratici che non possono permettersi di abdicare al ruolo di interpreti della particolare originalità tecnico-politica messa in essere dal Presidente del Consiglio che, fondamentalmente, declina nella pratica quel liberismo che pretende di avere dei tratti riformatori nella prospettazione degli interventi economici dei prossimi mesi.

 

Quanto poco collante politico avesse la maggioranza di “unità nazionale” lo si riscontra proprio nella clamorosa facilità con cui un po’ tutti i partiti se la sono scrollata di dosso, salvo rimpiangerla immediatamente dopo quando ha dominato il tutti contro tutti, l’incertezza sancita dalla ferma volontà del Quirinale di non tentare altri pastrocchi parlamentari, di ricorrere al voto come passaggio dirimente per dare un colpo di spugna al caos che si era venuto creando e accrescendo nel corso delle settimane antecedenti la crisi di governo.

 

Il nuovo corso del Movimento 5 Stelle di Conte, arrivato un po’ per contrarietà gucciniana alle rive del progressismo, provando una manovra tattica di recupero della propria credibilità sociale (per niente classista e molto trasversale come sempre…) nella proposta dei famosi “9 punti” opposti a quanto invece Draghi intendeva portare avanti nell’autunno incipiente e incalzante, ha, al netto delle contraddizioni riscontrabili, messo in forse il monopolio democratico del progressismo italiano e aperto al contempo scenari inediti a sinistra.

 

Per la prima volta dopo tanti, tanti anni, il PD non è più l’unico ad attribuirsi una patente di forza sociale, vicina alle istanze dei più deboli. La novità politica da questo lato della proposta elettorale è stata preannunciata dalla fuoriuscita di Di Maio del M5S, dal suo epurarsi di quella parte di istituzionalismo centrista e liberista che aveva ingabbiato l’originaria propensione all’alternativa incarnata dal movimento grillino e che, tuttavia, non aveva mai avuto velleità anticapitaliste o anche timidamente socialdemocratiche e riformiste.

 

I Cinquestelle, dopo aver rappresentato per oltre un decennio un populismo di destra, ed essere stati una delle tre destre che si sono alternate al governo del Paese (destra economica democratica, destra politica sovranista e, appunto, destra populista pentastellata), oggi, mutatis mutandis, hanno l’occasione, magari pure con il ritorno di Alessandro Di Battista, di apparire ed essere agli occhi della gente quella forza politica che, insieme ad altre formazioni di sinistra di alternativa ed ecologista, può essere quel polo popolare che intende contendere il governo del Paese tanto alle destre quanto al PD e ai centristi possibili suoi alleati.

 

Stiamo ragionando sulla base di ipotesi, ma non di fantapolitica. Cosa ci sarebbe di più fantasticamente immaginabile se non quello che abbiamo visto e sentito in questi giorni durante la crisi del governo Draghi? Nelle prime ore della mattina del 20 luglio tutti davano per certa la fiducia a Draghi senza più i Cinquestelle. Alla sera il governo era sprofondato nell’abisso apertogli da Berlusconi e Salvini.

 

Pensare che sia possibile, il 25 settembre, avere tre grandi coalizioni che si fronteggiano su tre proposte politico-programmatiche nettamente differenti, è dunque legittimo ed anche auspicabile. Ne gioverebbe la dialettica democratica e parlamentare e, in particolare a sinistra, riprenderebbe vita la possibilità di far rinascere una geopolitica dei contenuti legati ad una della rappresentanza istituzionale adeguata. Lotta e governo, oppure lotta ed opposizione. Ma nell’inscindibile dualismo tra piazza e palazzo che, in questo modo, si riavvicinerebbero nel nome di una partecipazione più vasta, più concreta e consapevole.

 

Unione popolare, del resto, non può avere la velleità di autoconsegnarsi al giudizio popolare come proposta donchisciottesca (per quanto apprezzabili siano gli intenti del nobilissimo cavaliere di Cervantes), coscientemente solitaria per una necessaria distinzione da tutto il resto dell’agone politico italiano. Se esiste anche una sola possibilità di creare le premesse per un allargamento del campo veramente progressista in Italia, ebbene bisogna tentare. Bisogna intraprendere quel lungo lavoro di smussatura degli angoli e di separazione consensuale dai passati rapporti, dalle frizioni, dai contrasti e dalle critiche.

 

Le nostre storia, quelle di ciascuno e quelle di ogni partito e movimento, parlano al passato e restano come memoria costruttiva per il presente. Ma, proprio per evitare di attorcigliarci su noi stessi, compiaciuti di essere sempre dalla parte del giusto e della ragione, dobbiamo tornare a fare politica a tutto tondo: quindi anche nel Parlamento della Repubblica. L’esperienza ci insegna che, laddove è stato fatto un lungo, laborioso e faticoso cammino di avvicinamento dei “simili“, le differenze sono diventate pietre angolari delle nuove unioni che si andavano elaborando.

 

Dobbiamo prendere atto di tutti i mutamenti intercorsi oggi nel complesso della situazione italiana, considerando che a fondare un auspicabile progetto progressista tra Cinquestelle, Sinistra Italiana, Verdi e Unione popolare possono essere punti veramente importanti.

 

Proviamo ad elencarli: il NO alla guerra e il NO alla corsa al riarmo; il Si’, dunque, alla pace nello spirito più genuino della nostra Costituzione; una serie di proposte sul salario minimo, sul reddito di cittadinanza e su un appoggio alle piattaforme rivendicative della CGIL e degli altri sindacati che si battono per un’espansione dei diritti dei lavoratori; una netta opposizione a quel mantra che è divenuta l'”agenda Draghi“, manifesto del modernissimo liberismo in salsa italica e, al contempo, una difesa della democrazia da ogni tentativo autoritario, neopresidenzialista e sovranista.

 

Su questi punti ci può essere convergenza tra i simili. Non abbiamo scelta, se non quella di evitare al Paese che esista una terza coalizione che impedisca alle altre due di giganteggiare e di avere, quindi, nella prossima legislatura una maggioranza schiacciante in entrambe le Camere. I danni fatti dalle politiche di Draghi si faranno sentire in particolare nei confronti delle fasce meno tutelate della popolazione. A questa grande massa di indigenti e di disorientati sul futuro deve guardare un progetto progressista di ampio respiro.

 

Senza una coalizione dell’alternativa, progressista ed ecologista, sappiamo bene quale agenda si imporrebbe nuovamente all’Italia. Quali ricette economiche verrebbero trattate con numeri di maggioranza incontestabili e incontrastabili.

 

La rimessa in moto di un fronte opposto a liberismo e sovranismo, a centro e destra, potrebbe essere quello scatto che stavamo un po’ tutti aspettando, quel nuovo inizio per rimetterci in gioco, per provare a portare anche le nostre specificità di comuniste e comunisti in una politica che non deve più dimenticare quanta sofferenza sociale, ed anche civile, c’è nella popolazione, quanta sopravvivenza si sostituisce alla vita vera e propria.

 

PER UN POLO PROGRESSISTA DAI CINQUE STELLE  AD UNIONE POPOLARE 

SANITA' ED AMBIENTE

 

23/07/2022

da il Manifesto

Mauro Ravarino

 

EMERGENZA CLIMATICA. Le 1700 vittime già registrate in Spagna e Portogallo potrebbero moltiplicarsi nel corso dell’estate. L’Italia è il paese Ue più esposto

 

Basta retorica, servono interventi urgenti. «Il calore estremo uccide», lo dice l’Oms. In una giornata in cui le temperature, in particolare nel Centro-Nord Italia, sono continuate a salire – picchi di 40 gradi tra Verona, Bologna, Firenze e Milano – arriva un doppio appello ad agire al più presto.

 

L’ORGANIZZAZIONE mondiale della sanità, con il direttore regionale europeo Hans Kluge, riporta come in Spagna e Portogallo siano già morte 1.700 persone a causa del caldo eccessivo. Ed è solo un dato parziale degli «effetti disastrosi» dell’emergenza climatica. Attacca, poi, l’inerzia dei governi internazionali: «Devono dimostrare volontà politica e un’autentica leadership nell’attuazione dell’Accordo globale di Parigi sul climate change, adottando una strategia di collaborazione che sostituisca la divisione e la vuota retorica, rafforzando la natura dell’Accordo di Parigi come trattato di salute».

 

IL SECONDO È MOSSO dall’Italian Institute for Planetary Health, istituto di respiro internazionale nato nel 2019, che ieri ha presentato il dossier – realizzato con l’Università Cattolica di Roma e l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri – «Il cambiamento climatico in Italia. Lo scenario italiano alla luce del documento Climate change is a healt crisis». Cosa fare, visti i rischi alla salute (si prevede un eccesso di mortalità come nel 2003), lo dice, senza mezzi termini, la coordinatrice scientifica dell’IIph, Chiara Cadeddu, che si rivolge ai decisori politici: «Occorre costruire un sistema salute resiliente, implementando meccanismi di allerta e di risposta rapida e assicurando la disponibilità di risorse adeguate, con una governance dell’adattamento che sia coordinata a più livelli, in modo da creare sinergie tra il livello locale, regionale e nazionale».

 

IL REPORT SOTTOLINEA come l’impatto dei cambiamenti climatici sia fortemente dannoso per la salute e il benessere umano ed evidenzia come l’Italia, nel contesto europeo, sia al momento il Paese che sta pagando il prezzo più alto. Dagli incendi (l’Italia è stato nel 2021 il Paese in area Ocse con il maggiore numero di incendi registrati) alle ondate di calore, il dato non cambia. Nell’anno 2020 l’Italia ha segnato uno degli incrementi di temperatura maggiori in tutta Europa, con +1,54 gradi centigradi rispetto alla media del periodo 1961-1990 e continua a surriscaldarsi più velocemente della media globale.

I DANNI SULLA SALUTE sono evidenti. Le malattie sensibili al clima comprendono circa il 70% dei decessi globali, di cui quelle cardiovascolari costituiscono la percentuale maggiore (il 32,8%). Questi numeri, confermati anche dal dato sempre più allarmante legato alle vittime per i disastri climatici, che in Europa ha superato il numero di 650mila casi negli ultimi 50 anni, hanno spinto gli esperti della sanità a lanciare l’allarme alle istituzioni. Per Walter Ricciardi, docente d’Igiene e Medicina preventiva alla Cattolica e consulente del ministro alla Salute Roberto Speranza, «il Rapporto delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, pubblicato due mesi fa, è stato silenziato.

 

IN ITALIA, NON HA AVUTO alcun ascolto, eppure è strano: è uno dei Paesi più colpiti e forse quello che necessita più di interventi urgenti. Abbiamo le soluzioni, ma vengono ignorate». La professoressa Cadeddu ha citato, inoltre, uno studio condotto nell’hinterland bolognese che «ha notato che per ogni 1 grado sopra i 24, la mortalità tra le persone senza disturbi mentali è aumentata dell’1,9%, mentre tra gli utenti dei servizi di salute mentale, la mortalità è aumentata del 5,5%».

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E MENTRE IL PO SI TROVA – in base all’ultimo monitoraggio dell’Osservatorio sul Po dell’Autorità di bacino – in una condizione di siccità idrologica estrema le città bollino rosso aumenteranno nel weekend. Oggi, secondo il bollettino del Ministero della Salute, sono 16: Bologna, Bolzano, Brescia, Campobasso, Firenze, Frosinone, Genova, Latina, Milano, Perugia, Rieti, Roma, Torino, Trieste, Verona e Viterbo. A queste, domenica, se ne aggiungeranno altre tre: Civitavecchia, Pescara e Venezia.

 

A LA SPEZIA UN LOCOMOTORE è deragliato nel porto, a causa del caldo che aveva deformato i binari. Rotaie incandescenti anche a Milano. La temperatura delle rotaie sulla Linea 2 della metropolitana ha superato, nel tratto scoperto, i 60 gradi e i convogli sono stati costretti a rallentare le loro corse per «precauzione».

 

INFINE, UNO STUDIO, pubblicato sulla rivista Advances in Atmospheric Sciences e condotto dagli scienziati dell’l’Accademia Cinese delle Scienze, conferma che le attività antropiche associate alla produzione di gas climalteranti rappresentano la causa principale dell’aumento nella frequenza delle ondate di calore estremo. Le simulazioni mostrano come nei prossimi anni la frequenza associata agli eventi di caldo estremo potrebbe incrementare di oltre il 30%.

 

EMERGENZA CLIMATICA . ALLARME OMS: SALUTE A RISCHIO, AGIRE SUBITO 

EDITORIALI E COMMENTI

 

22/07/2022

da il Manifesto

Massimo Villone

 

L'ATTESO IMPREVISTO. Una normativa cogente degli affari correnti non c’è. Mattarella ricalca il contenuto tipico di tali direttive, come quella adottata da Conte il 26 gennaio 2021

 

Strana, imprevedibile, folle, irresponsabile, incomprensibile, sconcertante, improvvida. Sono – senza pretesa di completezza – gli aggettivi rivolti alla crisi del governo Draghi. Ma in realtà il copione era scritto da tempo, almeno a partire dalla turbolenta rielezione di Mattarella al Colle. E l’ultimo atto arriva ora con lo scioglimento delle Camere disposto dal capo dello Stato, e con il voto – a quanto si dice – il 25 settembre.

 

Il documento in nove punti presentato da M5S ha determinato un piano inclinato sul quale fermare la corsa verso la crisi è stato alla fine impossibile. La diffida ad adempiere consegnata a Draghi non poteva che sollecitare altri partner di maggioranza a presentare le proprie richieste, dai balneari ai tassisti ai cinquanta miliardi nelle tasche degli italiani. La principale chiave di lettura la troviamo allora in queste parole di Draghi in Senato: “Non votare la fiducia a un Governo di cui si fa parte è un gesto politico chiaro … Non è possibile contenerlo, perché vorrebbe dire che chiunque può ripeterlo”.

 

La mossa M5S ha spinto il governo in una palude, data dal mix tra la eterogeneità genetica della maggioranza e un crescente clima pre-elettorale. Ha creato le condizioni per la tempesta perfetta, che apre ora a un confronto elettorale in cui – ad oggi – un centrodestra unito partirebbe favorito, in specie per la legge elettorale vigente.

 

Draghi premier poteva piacere o no. Personalmente trovavo l’esecutivo sbilanciato a destra, e su qualche punto, come l’autonomia differenziata, ero in radicale dissenso. Ma rimane inopportuna una crisi di governo in un contesto carico di urgenze e di emergenze. La parlamentarizzazione della crisi voluta da Mattarella non ha avuto successo. Il beneficio ipotizzabile ritornando nell’assemblea elettiva dipende dalla qualità delle forze politiche. Il parlamento attuale si candida a essere quello più sgangherato della storia repubblicana, per l’insostenibile leggerezza dei partiti e soprattutto per l’implosione di M5S, che paradossalmente ora, se per la scomparsa del “campo largo” corresse da solo, rischierebbe di riportare nelle assemblee una sparuta pattuglia di poche decine di parlamentari.

 

La crisi è rientrata conclusivamente nell’alveo di una crisi extra-parlamentare. Mattarella ha “preso atto“ delle dimissioni, che saranno formalmente accettate insieme alla nomina del nuovo governo per evitare una cesura di continuità nella funzione di governo. Rimane il nodo della permanenza in carica dei ministri che non hanno votato la fiducia. In ogni caso, l’esecutivo rimane in carica per “il disbrigo degli affari correnti”.

 

Quali sono? Mattarella ha dato indicazioni nell’annunciare lo scioglimento delle camere. Ha sottolineato che il governo “dispone comunque di strumenti per intervenire sulle esigenze presenti e su quelle che si presenteranno … il periodo che attraversiamo non consente pause negli interventi indispensabili”. Ha richiamato in specie l’emergenza economica e sociale soprattutto per i più deboli, la guerra in Ucraina e le esigenze di sicurezza dell’Italia e dell’Europa, l’attuazione del Pnrr, la pandemia. Ha auspicato un contributo costruttivo di tutti anche nel contesto elettorale.

 

È una moral suasion del Presidente. Una elencazione normativa cogente degli affari correnti non c’è. Secondo prassi, vengono definiti in una direttiva del presidente del consiglio dei ministri, non pubblicata in Gazzetta Ufficiale, e destinata ai ministri, viceministri e sottosegretari. Va detto che l’esternazione di Mattarella ricalca nelle grandi linee il contenuto tipico di tali direttive, come si può vedere leggendo ad esempio quella adottata dal dimissionario Conte il 26 gennaio 2021. Vi troviamo compresi gli atti di contrasto alla pandemia, e in generale gli atti urgenti e indifferibili, o soggetti a scadenze non prorogabili, come decreti-legge, decreti delegati in caso di scadenza della delega, nomine, osservanza di obblighi europei. Certo, alcune cose rimangono comunque precluse, come la presentazione di nuovi disegni di legge governativi. Questo chiude ad esempio la porta alla legge-quadro Gelmini sull’autonomia differenziata.

 

Bisogna però considerare la debolezza politica inevitabile di chi non ha il sostegno parlamentare. Il limite di ciò che non è oggettivamente urgente o è scelta non assoggettata a termini indifferibili non è sempre chiaro e netto. Tutto diventa più difficile e incerto. Tutto si rallenta. Mentre così non è per le domande e i bisogni del nostro vivere quotidiano.

 

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