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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

10 dic 2017

 

E’ uscito questa mattina il manifesto di presentazione della proposta di lista popolare alle prossime elezioni. Sul programma continua il lavoro di confronto che sta raccogliendo decine di contributi  e che dovrebbe definire i punti di convergenza. Qui di seguito il testo del manifesto. Domenica 17 dicembre ci sarà una nuova assemblea nazionale a Roma. È stata oggi attivata una piattaforma grazie a cui è possibile avere notizie aggiornate in merito al percorso in atto.

 

Abbiamo aspettato troppo… Ora ci candidiamo noi!

 

Siamo le giovani e i giovani che lavorano a nero, precari, per 800 euro al mese perché ne hanno bisogno, che spesso emigrano per trovare di meglio.

 

Siamo lavoratori e lavoratrici sottoposte ogni giorno a ricatti sempre più pesanti e offensivi per la nostra dignità.

 

Siamo disoccupate, cassaintegrate, esodati.

 

Siamo i pensionati che campano con poco anche se hanno faticato una vita e ora non vedono prospettive per i loro figli.

 

Siamo le donne che lottano contro la violenza maschile, il patriarcato, le disparità di salario a parità di lavoro.

 

Siamo le persone LGBT discriminate sul lavoro e dalle istituzioni.

 

Siamo pendolari, abitanti delle periferie che lottano con il trasporto pubblico inefficiente e la mancanza di servizi. I malati che aspettano mesi per una visita nella sanità pubblica, perché quella privata non possono permettersela. Gli studenti con le scuole a pezzi a cui questo paese nega un futuro. Siamo le lavoratrici e i lavoratori che producono la ricchezza del paese.

 

Ma siamo anche quelli che non cedono alla disperazione e alla rassegnazione, che non sopportano di vivere in un’Italia sempre più incattivita, triste, impoverita e ingiusta. Ci impegniamo ogni giorno, organizzandoci in comitati, associazioni, centri sociali, partiti e sindacati, nei quartieri, nelle piazze o sui posti di lavoro, per contrastare la disumanità dei nostri tempi, il cinismo del profitto e della rendita, le discriminazioni di ogni tipo, lo svuotamento della democrazia.

 

Crediamo nella giustizia sociale e nell’autodeterminazione delle donne, degli uomini, dei popoli.Pratichiamo ogni giorno la solidarietà e il mutualismo, il controllo popolare sulle istituzioni che non si curano dei nostri interessi. In questi anni abbiamo lottato contro i licenziamenti, il Jobs Act, la riforma Fornero e quella della Scuola e dell’Università; contro la privatizzazione e i tagli della Sanità e dei servizi pubblici; per la difesa dei beni comuni, del patrimonio pubblico e dell’ambiente da veleni, speculazioni, mafie e corruzione, per i diritti civili; contro le politiche economiche e sociali antipopolari dell’Unione Europea; contro lo stravolgimento della Costituzione nata dalla Resistenza e per la sua attuazione. Per un mondo di pace, in cui le risorse disponibili siano destinate ai bisogni sociali e non alle spese militari. E ogni giorno ci impegniamo a costruire socialità, cultura e servizi accessibili a tutte e tutti.

 

Abbiamo deciso di candidarci alle elezioni politiche del 2018. Tutte e tutti insieme. Perché questo pezzo di paese escluso è ormai la maggioranza, e deve essere ascoltato. Perché se nessuno ci rappresenta, se nessuno sostiene fino in fondo le nostre battaglie, allora dobbiamo farlo noi. Perché siamo stanchi di aspettare che qualcuno venga a salvarci…

 

Abbiamo deciso di candidarci per creare un fronte contro la barbarie, che oggi ha mille volti: la disoccupazione, il lavoro che sfrutta e umilia, le guerre, i migranti lasciati annegare in mare, la violenza maschile contro le donne, un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente, i nuovi fascismi e razzismi, la retorica della sicurezza che diventa repressione.

 

Abbiamo deciso di candidarci facendo tutto al contrario. Partendo dal basso, da una rete di assemblee territoriali in cui ci si possa incontrare, conoscere, unire, definire i nostri obiettivi in un programma condiviso. Vogliamo scegliere insieme persone degne, determinate, che siano in grado di far sentire una voce di protesta, che abbiano una storia credibile di lotta e impegno, che rompano quell’intreccio di affari, criminalità, clientele, privilegi, corruzione.

 

Potere al Popolo significa costruire democrazia reale attraverso le pratiche quotidiane, le esperienze di autogoverno, la socializzazione dei saperi, la partecipazione popolare. Per noi le prossime elezioni non sono un fine bensì un mezzo attraverso il quale uscire dall’isolamento e dalla frammentazione, uno strumento per far sentire la voce di chi resiste, e generare un movimento che metta al centro realmente i nostri bisogni.

 

Vogliamo unire la sinistra reale, quella invisibile ai media, che vive nei conflitti sociali, nella resistenza sui luoghi di lavoro, nelle lotte, nei movimenti contro il razzismo, per la democrazia, i beni comuni, la giustizia sociale, la solidarietà e la pace.

 

Affronteremo questa campagna elettorale con gioia, umanità ed entusiasmo. Con la voglia di irrompere sulla scena politica, rivoltando i temi della campagna elettorale. Non abbiamo timore di fallire, perché continueremo a fare – prima, durante e dopo l’appuntamento elettorale – quello che abbiamo sempre fatto: essere attivi sui nostri territori. Perché ogni relazione costruita, ogni vertenza che avrà acquisito visibilità e consenso, ogni persona strappata all’apatia e alla rassegnazione per noi sono già una vittoria. Non stiamo semplicemente costruendo una lista, ma un movimento popolare che lavori per un’alternativa di società ben oltre le elezioni.

 

Insieme possiamo rimettere il potere nelle mani del popolo, possiamo cominciare a decidere delle nostre vite e delle nostre comunità. Chi accetta la sfida?

 

#accettolasfida #poterealpopolo

 

Mario Di Vito

da Il Manifesto

 

Intervista alla presidente dell'Anpi Carla Nespolo. «Un centro di studi storici è sempre un’opera utile, ma mi preoccupa che sia fatto proprio a Predappio. Il rischio è farne un luogo di agiografia. Ma noi non siamo stati coinvolti nella faccenda»

 

«Predappio è solo il luogo natale di Mussolini, non ha significato nella Resistenza. Non siamo contro un centro studi sul fascismo, ma siamo preoccupati dal fatto che si faccia proprio lì».

La presidente dell’Associazione nazionale partigiani italiani Carla Nespolo è reduce dalla manifestazione antifascista di Como. Stanca ma abbastanza soddisfatta dalla buona (e non scontata) partecipazione registrata, non si risparmia nel commentare la prossima realizzazione del «Progetto Predappio» nell’ex Casa del Fascio del paesino in provincia di Forlì.

Nespolo, il progetto va avanti malgrado la vostra contrarietà.

Noi pensiamo che un centro di studi storici sia sempre un’opera utile, anche se voglio specificare che in nessun modo siamo stati coinvolti nella faccenda di Predappio, né da un punto di vista scientifico né da un punto di vista politico. Comunque, questo risorgente fascismo che stiamo vedendo all’opera negli ultimi tempi nasce da una mancanza di conoscenza del Ventennio. Quindi, benvenga un centro studi. Però temo che la scelta di localizzarlo a Predappio significherebbe non farne un luogo di conoscenza, ma di agiografia: il paese è già da tempo meta di pellegrinaggi fascisti, per così dire. Un museo del genere si può fare anche altrove: a Milano, a Roma, a Torino, sulla Linea Gotica… A Predappio c’è solo la casa natale di Mussolini, tutto qui. È un’operazione che non ci piace né ci convince.

Intanto a Como la manifestazione antifascista sembra comunque essere riuscita a smuovere molte persone.

È stato un bel momento, colorato e plurale. Però non deve essere un fatto isolato. Spero che sia l’inizio di un percorso che porti alla piena attuazione della Costituzione. L’abbiamo difesa l’anno scorso ai tempi del referendum, e adesso vogliamo che venga applicata. Perché, fa sempre bene ricordarlo, l’Italia è un paese antifascista, così come lo è la sua carta costituzionale.

Che fare?

Serve una grande operazione culturale: bisogna far sapere ai giovani cosa è stato il fascismo, perché è dall’indifferenza che nascono i totalitarismi e le dittature. Bisognerebbe anche sciogliere le organizzazioni fasciste: ci sono delle leggi e dei precedenti storici, penso a quando negli anni ’70 fu messo fuori legge Ordine Nuovo. Servono scelte chiare da parte di un fronte comune molto ampio: no alla violenza fascista, no al razzismo. Chiediamo al governo di intervenire.

Ecco, la piazza di Como è stata convocata Pd, che è al governo e che, ad esempio, negli ultimi mesi ha promosso politiche molto dure sull’immigrazione.

Uno degli interventi che mi è piaciuto di più è stato quello di una ragazza di Como Senza Frontiere, che ha espresso parole dure sul decreto Minniti. Alla manifestazione c’erano tanti ministri del Pd, sono convinta che abbiano capito quali fossero le istanze della piazza: contro il razzismo e per l’accoglienza.

Negli ultimi tempi i rapporti tra Pd e Anpi sono, per così dire, talvolta tesi. Dopo essere stati a manifestare insieme, bando alle polemiche?

Non mi sento assolutamente di dire ‘bando alle polemiche’. L’unità di intenti vuol dire anche che tra di noi dobbiamo dirci la verità: quando c’è da fare critiche, noi non abbiamo problemi a farle, né ci risparmieremo in futuro. Bisogna arginare questo nuovo fascismo, che cresce anche grazie alle divisioni degli antifascisti. Ma, ci tengo a ribadirlo, non nasconderemo mai le nostre opinioni: non l’abbiamo fatto con il referendum costituzionale, non l’abbiamo fatto con il pacchetto Minniti. Continuiamo, ad ogni modo, a lavorare per un grande fronte comune antifascista, cercando punti di contatto con tutti. Come ai tempi della Resistenza.

 

 

08.12.2017

 


 

C’è una scadenza imminente a cui la stampa e la politica italiane non dedicano assolutamente alcun risalto, ma che ha invece un rilievo economico e sociale enorme.

 

Parliamo dell’articolo 16 del Fiscal Compact.

 

Il Fiscal Compact (o anche Patto intergovernativo di bilancio europeo) stabilisce che entro cinque anni dalla sua entrata in vigore (ovvero entro il 1° gennaio 2018), sulla base di una valutazione della sua attuazione, i 25 paesi europei firmatari – tra cui l’Italia – siano tenuti a fare i passi necessari per incorporarne le norme nella cornice giuridica dei Trattati europei.

 

A PIÙ RIPRESE espressioni di insofferenza nei confronti del Patto sono state manifestate da parte di politici italiani di varia estrazione; e giuristi attenti alla legislazione comunitaria hanno denunciato che il Patto sarebbe contrario agli stessi principi sanciti dai Trattati europei, e dunque in nessun modo incorporabile in essi.

 

Peraltro già nel 2013, su iniziativa italiana, il Financial Times aveva pubblicato il “monito degli economisti”, firmato da alcuni dei più noti economisti viventi, che descriveva l’unificazione monetaria come un esperimento destinato a implodere a meno di una profonda rivisitazione del quadro di regole, tra le quali quelle previste dal Patto.

 

Il dibattito italiano sull’integrazione del Fiscal Compact nei Trattati Ue è dunque relativamente sporadico rispetto all’urgenza della scadenza ormai prossima, ma al tempo stesso acceso e radicale. Non sembra sia diffusa né tantomeno consolidata un’analisi approfondita del suo effettivo funzionamento e dei risultati prodotti.

 

IL PRIMO PUNTO è l’esigenza, più volte e da più parti richiamata già nei confronti del Trattato di Maastricht, di scorporare gli investimenti pubblici dal computo del disavanzo: una correzione che, rispetto alla finalità di assicurare la stabilità economica e la crescita dell’Unione, è assai più rilevante di quelle derivanti dal possibile allargamento del margine di deficit previsto dal Patto di stabilità e crescita.

 

Tanto per citare qualche numero, l’incidenza degli investimenti sul Pil si è contratta tra il 2007 e il giugno 2017 di circa 2 punti percentuali nella media dell’Unione, più di 3 nell’Eurozona, quasi 5 punti in Italia, 10 in Spagna, e 17 in Grecia.

 

Anche al di là del dibattito sull’entità dei moltiplicatori, è ormai chiaro a tutti che in una fase di crisi gli Stati nazionali hanno il dovere di sostenere, con il conforto dell’Unione europea, l’attività dell’economia e l’occupazione con robuste misure di struttura e non solo anticicliche.

 

Questo tipo di interventi, peraltro, va esteso fino a coprire gli investimenti pubblici in capitale umano: se non l’insieme della spesa pubblica in istruzione e ricerca, troppo vasta e articolata, almeno quella per l’industrializzazione della ricerca di base e l’occupazione di ricercatori e tecnologi.

 

UN SECONDO ASPETTO critico su cui è indispensabile intervenire è quello in realtà più discusso, ovvero l’obbligo di pareggio strutturale dei conti pubblici.

 

Il principio presuppone anzitutto la regolarità e l’equivalenza in durata delle fasi positive e negative o almeno la non prevalenza delle fasi recessive, cosa che allo stato attuale dell’economia globale è tutt’altro che scontata. E richiederebbe poi modalità indiscutibili di calcolo della situazione dell’economia rispetto alla sua condizione “potenziale”.

 

L’attuale procedura utilizzata dalla Commissione europea non risponde né all’uno né all’altro requisito, tant’è che l’Ocse stessa utilizza per il calcolo del “Pil potenziale” un computo ben differente che ad esempio, nel caso dell’Italia, porta a risultati assai più favorevoli, che il nostro governo ha sinora inutilmente illustrato alla Commissione.

 

ANCHE L’OBBLIGO per i paesi con un debito sopra il 60% del Pil di ridurre l’eccedenza di un ventesimo ogni anno è discutibile.

 

Quando venne istituito con il Trattato di Maastricht, il parametro del 60% non era altro che il valore medio dei paesi aderenti all’Unione.

 

Oggi, a fronte dei risultati di crescita non certo brillanti di un quarto di secolo di politiche economiche europee, il valore medio è aumentato fino al 90%. In queste condizioni, e a fronte delle incidenze ancora maggiori che si riscontrano in Giappone e negli Stati Uniti, sarebbe ragionevole proporsi obiettivi più realistici.

 

NELL’ATTUALE FASE di alleggerimento del Quantitative easing, l’auspicabile apertura a livello sia nazionale che europeo di una discussione seria e approfondita sul Fiscal Compact deve proporsi anche una riconsiderazione della missione istituzionale della Bce, tale da prevedere oltre a quello della stabilità della moneta anche l’obiettivo della minimizzazione della disoccupazione.

 

SI PENSI A QUANTO più rapida e forte sarebbe stata la ripresa dell’occupazione, e a quanto prima lo stesso sistema bancario si sarebbe rafforzato sorretto dal mercato anziché dalla banca centrale, se uno strumento di sostegno agli investimenti come l’esile Piano Juncker fosse stato finanziato per cifre mensili pari anche a soltanto un decimo della spesa sostenuta per il Quantitative easing.

 

Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Roberto Romano (CGIL Lombardia, Està), Leonello Tronti (Università di Roma Tre), Nicola Acocella (Sapienza Università di Roma), Pier Giorgio Ardeni (Università di Bologna), Rosaria Rita Canale (Università di Napoli Parthenope), Roberto Ciccone (Università di Roma Tre), Carlo Clericetti (Blogging in the wind), Carlo D’Ippoliti (Sapienza Università di Roma), Lelio Demichelis (Università dell’Insubria), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Sebastiano Fadda (Università di Roma Tre), Sergio Ferrari (ENEA), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Andrea Fumagalli (Università di Pavia), Domenico Gallo (Corte di Cassazione), Claudio Gnesutta (Sapienza Università di Roma), Guido Iodice (Keynes Blog), Riccardo Leoni (Università di Bergamo), Enrico Sergio Levrero (Università di Roma Tre), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Ugo Marani (Università di Napoli Federico II), Daniela Palma (Enea), Francesco Pastore (Università della Campania Luigi Vanvitelli), Laura Pennacchi (CGIL), Paolo Pirani (UILTEC), Felice Roberto Pizzuti (Sapienza Università di Roma), Vincenzo Scotti (Università Link Campus), Antonella Stirati (Università di Roma Tre), Francesco Sylos Labini (INFN), Roberto Tamborini (Università di Trento), Mario Tiberi (Sapienza Università di Roma), Pasquale Tridico (Università di Roma Tre), Anna Maria Variato (Università di Bergamo), Marco Veronese Passarella (Leeds University), Gianfranco Viesti (Università di Bari Aldo Moro).

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Nel 2012 mentre il governo Monti con il voto del PD di Bersani e del centrodestra di Berlusconi (compresa la Meloni) votava il Fiscal Compact noi manifestavamo in 50.000 contro oscurati dai media e inascoltati da quelli che pretendono oggi di parlare a nome della “sinistra”.

07.12.2017

 

COMUNICATO STAMPA

 

«In che paese vive Mattarella? Le parole del Presidente della Repubblica – ha dichiarato Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – sulla fine della crisi non possono che preoccupare.

La cosa che più inquieta è l’elogio del rispetto delle assurde e antisociali regole europee, che hanno prodotto danni immensi alla nostra economia e hanno impoverito milioni di persone.

Questa ottusa fedeltà a parametri che nulla hanno a che fare con la nostra Costituzione rende probabile che un eventuale “governo del Presidente” dopo le elezioni avrà la stessa linea di quello Monti.

Se questa è la visione del Presidente, c’è da aspettarsi che l’Italia accetti un quadro di regole europee ancor più rigido, come quello che si va profilando con l’introduzione del Fiscal Compact nei trattati e il ministro delle finanze europeo.

Come fa il Presidente a non vedere che, a fronte di una crescita impercettibile siamo di fronte a una disoccupazione altissima, alla crescita esponenziale del lavoro precario, sottopagato e sfruttato, a un aumento della povertà inaccettabile, all’emigrazione verso l’estero dei giovani, allo smantellamento della sanità pubblica?».

 

 

Pubblicato il 6 dic 2017 «In una democrazia contestare è un diritto, fare propaganda razzista e fascista no. L’azione intimidatoria di Forza nuova sotto la redazione di Repubblica e l’Espresso – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – dà l’idea di quanto l’estrema destra si senta legittimata dal discorso dominante sulla presunta emergenza immigrazione.Esprimiamo la nostra solidarietà ai giornalisti e al gruppo editoriale.Quanto ai gruppi neofascisti, da sempre chiediamo che siano perseguiti e messi fuorilegge, e che davvero ci sia tolleranza zero da parte delle istituzioni verso chi predica l’odio razziale e la xenofobia».

05.12.2017

 

Partiamo dai bisogni e dalle grandi battaglie, non dalla necessità spasmodica di un posto in Parlamento. Solo così è possibile superare il quorum e costruire una sinistra utile ai settori sociali colpiti dalla crisi e che non contratti la cancellazione di tutte le controriforme di questi anni dei governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni per un posto subalterno in futuro governo a guida PD o, peggio, di unità nazionale. Solo un programma popolare radicale è in grado di battere il populismo.

Se accetti questa sfida, ripartiamo insieme e costruiamo una lista popolare.

Per questo noi accettiamo la sfida lanciata dall'ex opg - je sò pazzo e raccolta dalla sinistra sociale e politica nell'assemblea nazionale del Teatro Italia e da migliaia di persone nelle assemblee di questi giorni.

Scriveteci le vostre idee e contributi e noi ne faremo un dibattito pubblico.

L'Italia delle lotte #accettalasfida #poterealpopolo

Quelle che vedete sulla cartina sono le città in cui si sono già definite o si faranno a breve - trovate tutti i link degli eventi - le assemblee territoriali per dare vita a una lista popolare per le prossime elezioni politiche!


E' incredibile vedere cosa è successo in una sola settimana, da quell'incredibile assemblea a Roma al Teatro Italia di sabato scorso. 
Tutto questo senza nomi illustri, senza copertura mediatica, senza soldi... Davvero c'è voglia di qualcosa di nuovo!
Per la prima volta non si parte da accrocchi o accordi tra dirigenze e ceto politico, ma da un protagonismo reale di territori e popolazione.
Per la prima volta dalle periferia d'Italia, dal Sud e dai quartieri popolari, si mette in moto un processo nuovo, radicale, aperto!


Altre città e province si stanno iniziando a mobilitare: Ravenna, Ferrara, Como, Lecco, Trapani, Siracusa, Cagliari, Fermo, Chieti, Avellino, Caserta, Treviso, Arezzo, L'Aquila, Pisa, Grosseto, Rimini, Lodi, Terni, Lucca, Brescia, Matera, Isernia, Modena...


Se state in queste zone, o anche se siete in territori diversi, contattateci! Vi metteremo in contatto con chi si sta muovendo... Anche pochi, ma organizzati, possono dare un segno diverso alla storia...
Uniamo le forze, riempiamo questa scommessa delle vertenze e delle lotte che ovunque sono diffuse nel paese. In questo paese esiste un esercito in potenza, ma ancora disgregato. Se lo facciamo finalmente vedere, se serriamo le fila, avremo ottenuto già un primo, incredibile, risultato.
Potere al Popolo!

Pubblicato il 4 dic 2017

 

Documento approvato dal Comitato Politico Nazionale del PRC del 2-3/12/2017
 
Il progetto politico che abbiamo perseguito in tutti questi anni e che continuiamo a perseguire, è la costruzione della sinistra antiliberista, autonoma e alternativa rispetto ai soggetti politici esistenti, fondata sulla democrazia e sulla partecipazione.
 
Con questa ispirazione abbiamo partecipato al “percorso del Brancaccio”, accogliendo l’idea di una lista che unificasse la sinistra sociale e politica e le tante forme di civismo e partecipazione, su un programma di attuazione della Costituzione e di netta alternativa al PD, le cui politiche da anni sono “indistinguibili da quelle della destra”.
Lo abbiamo fatto nella prima assemblea nazionale, lo abbiamo fatto lavorando in maniera determinante, assieme con L’Altra Europa, nella promozione delle tante assemblee territoriali che si sono svolte in questi mesi e che avrebbero dovuto portare, attraverso un percorso partecipato ed inclusivo, a determinare per le prossime elezioni la presenza di una lista unitaria di una sinistra nuova e radicale.
Abbiamo accettato la sfida con una disponibilità assai diversa da quella di altre formazioni politiche che al di fuori di quel luogo unitario hanno costruito un’aggregazione che va definendosi con caratteristiche assai distanti da quelle auspicate inizialmente dai promotori del Brancaccio.
Fin dall’inizio, e come ribadito nel documento approvato dalla Direzione Nazionale il 28 ottobre, abbiamo evidenziato che “un programma radicale e un profilo di netta discontinuità col passato” erano le condizioni che potevano determinare l’unità auspicata dalle assemblee del Brancaccio.
 
Per questo abbiamo giudicato negativamente l’interruzione del percorso e l’annullamento dell’assemblea convocata per il 18 novembre, assemblea che avrebbe dovuto, fare la sintesi programmatica del lavoro delle assemblee, e confrontarsi sulle condizioni politiche per una lista unitaria.
 
Per questo diamo una valutazione negativa sui contenuti e sul profilo politico dell’aggregazione che si è determinata tra MPD, SI e Possibile ha bloccato ogni ipotesi di costruzione democratica e dal basso di una sinistra nuova e radicale, come aveva invece proposto il Brancaccio. La riproposizione strategica del centro sinistra a cui si tratterebbe di costruire la gamba sinistra, è un errore. Se in questo paese sono cresciute la sfiducia verso la politica e all’interno di questa hanno ripreso piede proposte razziste e fasciste questo è dovuto proprio al disastro sociale determinato dalle politiche neoliberiste che sono state praticate dai governi di centro destra e di centro sinistra che si sono succeduti in questi anni. Il nodo è la costruzione di una sinistra di antiliberista che sappia mettere in discussione il complesso delle politiche liberiste, dal pareggio di Bilancio in Costituzione alla legge Fornero, dal pacchetto Treu al Jobs act, dalle privatizzazioni alla buona scuola.
 
Non vengono però meno le ragioni che avevano motivato il nostro impegno nel processo innescato dall’assemblea del Brancaccio né il patrimonio di relazioni che abbiamo costruito con migliaia di compagne e compagni della sinistra in tutto il paese con cui abbiamo discusso e ci siamo confrontati. A tutti questi compagni e compagne, alle forze che hanno partecipato a questo processo, rivolgiamo un forte appello affinché partecipino al processo di costruzione della lista della sinistra di alternativa.
 
Rifondazione Comunista non rinuncia alla costruzione di una proposta di sinistra per le prossime elezioni con una proposta che abbia le caratteristiche programmatiche delineate nel documento della Direzione Nazionale del 28 ottobre. Per questo continuiamo a lavorare per il coinvolgimento di tutte le persone, le compagne e i compagni, le aree e le soggettività della sinistra antiliberista e anticapitalista, dei movimenti, a partire dal movimento delle donne e a tal fine porta avanti un’interlocuzione larga con spirito inclusivo e unitario.
 
Il Comitato Politico Nazionale del PRC dà quindi mandato alla Direzione Nazionale e alla Segreteria di proseguire nel percorso avviato di costruzione di una lista della sinistra di alternativa mantenendo l’attitudine unitaria e avanzando una proposta aperta a tutti i soggetti che intendono lavorare per la costruzione di una lista della sinistra antiliberista: a partire da coloro che hanno partecipato e condiviso il percorso del Brancaccio, le esperienze civiche territoriali, l’associazionismo impegnato nella solidarietà e nelle pratiche mutualististiche,  i movimenti di lotta, i centri sociali, le organizzazioni politiche della sinistra antagonista.
 
Il CPN ritiene necessario avanzare una proposta credibile ed effettivamente alternativa al centrosinistra che faccia delle elezioni un passaggio verso la costruzione di una forza e di uno schieramento popolare che lavori per un’alternativa di società. Una proposta che unisca programmi, lotte, conflitti, pratiche sociali e mutualismo, che punti a costruire un’aggregazione su basi solide e credibili. Una proposta che tenga insieme le tante forme del fare politica oggi: partiti, movimenti, sindacati, centri sociali, una proposta radicale, che fondi il consenso sulla capacità di conflitto e trasformazione del senso comune, che valorizzi chi ogni giorno fa militanza con sacrificio e passione. Una proposta che si intrecci con il movimento delle donne, la mobilitazione per la scuola pubblica e le lotte sociali, a partire da quelle contro la precarietà e per l’abolizione della riforma Fornero che stanno attraversando il paese e che pongono con forza la necessità di uno sciopero generale contro le politiche del governo e dell’Unione Europea. L’unificazione e lo sviluppo di queste lotte, il dispiegarsi di un forte conflitto di classe e popolare nel paese è condizione essenziale per aprire concretamente la strada dell’alternativa e per sconfiggere la logica della guerra tra i poveri di cui si nutrono le destre fascistoidi e razziste.
 
In tale direzione va la nostra partecipazione all’assemblea del Teatro Italia svoltasi il 18 novembre u.s. a Roma, convocata dalle compagne e dai compagni dell’Ex-OPG – Je so pazzo, assemblea che valutiamo molto positivamente per la capacità di far esprimere – nonostante il tempo brevissimo della convocazione – esperienze di lotta, pratiche solidali, volontà di partecipazione, nuovo entusiasmo e di cui accettiamo la sfida. Una proposta che giudichiamo importante per quel lavoro di costruzione del blocco sociale, di riconnessione tra sociale e politico in cui rifondazione comunista è strategicamente impegnata.
 
Consideriamo positivo l’approccio proposto per costruire una proposta politica che unisca le forze politiche e sociali antiliberiste e anticapitaliste, ambientaliste, antisessiste, antirazziste per una alternativa di società. Riteniamo altresì necessario che questo processo si articoli e radichi in forme democratiche e partecipate sui territori, al fine di poter costruire dal basso una lista della sinistra antiliberista. Nella crisi della politica che caratterizza l’ora presente le forme democratiche e partecipate di costruzione della lista, lungi dall’essere una questione formale, sono essenziali al fine di ottenere un effettivo allargamento dei soggetti protagonisti della costruzione della lista e del carattere effettivamente sociale e popolare della stessa. Il Prc si impegna quindi a lavorare a una costruzione unitaria, con tutte le forze politiche e sociali interessate, e un percorso partecipato nei territori, in vista della presentazione alle prossime elezioni politiche di una lista antiliberista, popolare, del “basso contro l’alto”, quindi di sinistra. Una lista  contro la gabbia neoliberista dei trattati europei e i processi di militarizzazione dell’Unione Europea.
 
Il PRC conferma e rilancia la campagna contro la legge Fornero. La controriforma delle pensioni ha rappresentato il provvedimento più violento per la vita delle lavoratrici e dei lavoratori in produzione, ha colpito in particolar modo le donne, su cui continua inaccettabilmente a scaricarsi il doppio lavoro produttivo e riproduttivo, ha costruito un nuovo muro nell’accesso al mondo del lavoro per le giovani generazioni. E’ una delle maggiori ferite aperte nel paese, e la nostra iniziativa (la raccolta delle firme nei luoghi di lavoro e online, la costruzione di iniziative e assemblee) su questo terreno può e deve parlare alla rabbia che attraversa tanta parte del mondo del lavoro, come alla disoccupazione e alla precarietà, configurandosi come uno dei terreni di un processo di ricomposizione sociale. Allo stesso tempo ci poniamo in relazione con i processi di mobilitazione esistenti, che riteniamo debbano svilupparsi e avere uno sbocco con lo sciopero generale.

 

 02.12.2017

COMUNICATO STAMPA

 

Oggi e domani si riunisce a Roma il Comitato Politico Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea.

Acerbo (Prc-Se): «Non saremo nella lista di D’Alema e Bersani. Domani la nostra proposta»

Il segretario nazionale PRC Maurizio Acerbo incontrerà i giornalisti alle 11 di domani, domenica 3 dicembre presso il Roma scout center, in largo dello Scautismo 1.

 

«All’ordine del giorno – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – la decisione sulla presentazione alle prossime elezioni politiche di una lista della sinistra antiliberista che abbia un programma di netta rottura con le politiche dei governi degli ultimi 25 anni.


Non saremo nella lista di D’Alema e Bersani perchè riteniamo che rappresenti una minestra riscaldata, la riproposizione della vecchia classe dirigente che ha votato la legge Fornero e mille altre schifezze e ora pretende di rappresentare la sinistra per poi ricontrattare l’alleanza col PD dopo le elezioni.
Abbiamo lavorato per mesi nel percorso del Brancaccio per costruire un vasto schieramento capace di parlare a milioni di persone che non vanno più a votare o sono state dalla rabbia spinte verso il M5S.
Purtroppo MDP-Si-Possibile hanno preferito un accordo di vertice bloccando ogni ipotesi di costruzione democratica e dal basso di una sinistra «nuova e radicale».
Avremmo potuto contrattare anche noi qualche seggio ma riteniamo che mai come oggi in Italia ci sia bisogno di costruire un’alternativa credibile.


Lavoreremo quindi per una lista che dia voce alle classi popolari. Lavoriamo per aggregare la sinistra sociale e politica che fa cose di sinistra: nei conflitti sociali, nelle lotte, nei movimenti per la democrazia, i beni comuni, l’ambiente, la giustizia sociale, la solidarietà, la pace.


C’è una sinistra reale fatta di mille esperienze nei territori, di competenze, intelligenze, militanza, attivismo che può unirsi per costruire un processo nuovo.
Per questo ci siamo trovati in sintonia con la proposta venuta dal centro sociale napoletano Ex Opg Occupato Je so pazzo di una lista popolare per le prossime elezioni.


In tutta Europa i nostri compagni – Unidos Podemos, Melenchon, Syriza e tanti altri – hanno dimostrato che nuove aggregazioni, che uniscono sinistra radicale e esperienze di movimento , possono dare voce a chi oggi non è rappresentato da forze che portano avanti politiche che rendono i nostri paesi sempre più ingiusti e poveri».

 

Pubblicato

il 1 dic 2017

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

«Domani Rifondazione Comunista sarà in piazza al fianco della Cgil per la mobilitazione sulle pensioni, Noi pensiamo che la riforma Fornero vada abrogata e proprio per questo abbiamo avviato una petizione che ha già raccolto migliaia di adesioni.

 

Occorre un cambiamento radicale delle politiche economiche e sociali di questi anni, che continuano con l’attuale inaccettabile legge di bilancio. Occorre ripristinare i diritti del lavoro a partire dall’articolo 18. La legge Fornero e più complessivamente le riforme targate Pd stanno costringendo ultrasessantenni a occupare posti di lavoro che mancano per i più giovani, obbligati ad emigrare o disoccupati.

 

Serve la più larga partecipazione possibile, contro questo esecutivo che demolisce diritti peggio della peggiore destra».

Paolo Favilli

da il Manifesto

Sinistra. La maggioranza di quelle forze, o comunque quella che ha maggiore visibilità mediatica, non può tagliare il cordone ombelicale con la storia che ha costruito, con la storia di cui è stata consustanziale

 

«Il Pd era (…) quello di Bersani insieme a Sel (..) un Pd che non c’è più». Queste parole di Pietro Grasso (Huffington Post 9 novembre), questo rimpianto ed insieme speranza di una ricostruzione (in piccolo) di un’area politica derenzizzata, sono alla base, non da sole certo, ma in maniera determinante, del disastro di fronte a cui ci troviamo dopo il fallimento, anche se vogliamo sperare nella battuta d’arresto, dell’itinerario tracciato al Brancaccio. Dietro l’affermazione di Grasso ci sono le tracce solide e sotterranee. Del resto i D’Alema, i Bersani hanno trascorso da protagonisti di primo piano in questa storia un tempo assai maggiore di quello passato come giovani e promettenti dirigenti in una storia strutturata in tutt’altro contesto analitico. Insomma, meno di vent’anni per cercare di cambiare il mondo e quasi trenta per amministrarlo da maturi e responsabili uomini di governo.

 

L’abbandono della critica teorica e pratica sulle radici della disuguaglianza si è risolto nella scelta di uno dei lineamenti della modernità: quello neoliberista.

La cornice della valorizzazione della concorrenza e dell’impresa come forma generale della società è stata il riferimento primo di tutte le riforme all’indietro: dalla legislazione del lavoro a quella sull’istruzione, dalla regolamentazione monetarista alla costituzionalizzazione della teoria economica mainstream.

 

Anche se la diaspora dal Pd è recente, iniziata solo dopo la completa renzianizzazione del partito, non per questo il processo in corso deve essere sottovalutato. Credere però che da lì possa formarsi il nucleo di un soggetto politico davvero nuovo significa non avere nessuna idea dello spessore degli svolgimenti storici, delle diverse temporalità che li compongono.

Significa confondere la «discontinuità» con «l’inversione della direzione».

In un recente articolo su cui i dirigenti della sinistra farebbero bene a riflettere seriamente, Piero Bevilacqua, (il manifesto dell’ 11 novembre) si è chiesto perché le forze politiche della sinistra «hanno speso quasi un anno a traccheggiare con Giuliano Pisapia, fornendo al vasto pubblico quel desolante spettacolo della politica come trattativa tra capi, manovra tattica, fatta di dichiarazioni e smentite, pettegolezzi e litigi che (…) alimenta la diserzione di in massa dalle urne».

 

Ebbene il perché sta proprio nel fatto che la maggioranza di quelle forze, o comunque quella che ha maggiore visibilità mediatica, non può tagliare il cordone ombelicale con la storia che ha costruito, con la storia di cui è stata consustanziale.

 

In questi giorni non mancano le esortazioni a non confondere il momento elettorale che è indispensabile affrontare presentando una lista unitaria, con il più lungo e complesso percorso della formazione di un nuovo soggetto politico.

 

Si tratta di un’osservazione condivisibile, a patto, però, che i modi con cui si arriva a definire il primo momento non confliggano con la sostanza che deve essere la base del secondo. «La sinistra deve costruire una alternativa di sistema» ha affermato Michele Prospero (il manifesto del 17 novembre). Una prospettiva sulla quale non mi pare proprio che chi ragiona in termini della ricostruzione dello schieramento «di Bersani insieme a Sel» possa concordare.

 

La formazione di Mdp, infatti, non è stata considerata dalle forze di opposizione della sinistra presente in parlamento come sintomo di una crisi del Pd di fronte alla quale era necessario mantenere ben ferme, approfondire teoricamente e articolare politicamente, le ragioni dell’antitesi. Si è scelto invece di muoversi sulla base delle esigenze di Mdp, fidando soprattutto nell’effetto del trascinamento elettorale da parte di questo gruppo politico. Non so se le previste fortune elettorali si concretizzeranno, dubito che ci siano ragioni per convincere gli astenuti di sinistra a ritornare al voto sulla base della rinnovata formazione «di Bersani insieme a Sel», è certo invece il disastro sul percorso di un soggetto politico davvero nuovo. Eppure c’è stato in febbraio un importante congresso di Sinistra Italiana i cui risultati sembravano escludere esiti simili.

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