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Il Manifesto

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16/12/2021

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

La protesta. Sciopero generale di Cgil e Uil di 8 ore contro la legge di bilancio del governo Draghi: «Insieme per la giustizia». Manifestazioni a Roma, Milano, Bari, Palermo e Cagliari. Esonerate la sanità pubblica e privata, le Rsa in prima fila nell’emergenza Covid.

 

«Insieme per la giustizia». Questo è lo slogan scelto per lo sciopero generale di otto ore indetto oggi da Cgil e Uil contro la legge di bilancio del governo Draghi. Cinque sono le piazze convocate da Nord a Sud: a Roma a Piazza del Popolo con Maurizio Landini e Pier Paolo Bombardieri, e le iniziative interregionali previste a Bari, Cagliari, Milano e Palermo. Dallo sciopero sono esonerati i settori dell’igiene ambientale, gli sportelli delle Poste, la sanità pubblica e privata, le Rsa in prima fila nell’emergenza pandemica da Covid. Chi non potrà astenersi dal lavoro è stato invitato a portare un segno di riconoscimento in solidarietà con lo sciopero.

 

PER QUANTO RIGUARDA i trasporti, i treni si fermeranno dalle 0:01 alle 21, nel rispetto delle fasce di garanzia dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21, garantiti i treni di medio-lunga percorrenza. Stop bus, tram, metropolitane e ferrovie nel rispetto delle fasce orarie di garanzia. Nelle autostrade si ferma il personale, garantiti i servizi minimi. Stop nella logistica, compresi i rider Cgil e Uil. Nei porti lo sciopero sarà domani di 24 ore. Nelle piazze oggi ci saranno, tra gli altri, l’Arci, gli studenti di Udu e Rete degli studenti medi, i pensionati di Spi-Cgil e Uilp. I confederali sono tornati a dividersi. La Cisl di Luigi Sbarra si è tirata fuori dal “sindacato unitario e non unico”. Sabato, manifesterà a piazza Santi Apostoli a Roma con uno slogan polemico: «La responsabilità scende in piazza».

 

LO SCIOPERO generale arriva dopo 21 mesi di pandemia che hanno ridotto i salari e i redditi già stagnanti del lavoro dipendente, hanno messo alle corde quello autonomo e hanno alimentato il mulinello del precariato che sostiene il rimbalzo tecnico del Pil (+6,2%) dopo il crollo dell’8,9% del 2020. Sono stati diversi i modi per delegittimare la protesta. Prima l’aggressività di un sistema mediatico che, a reti e giornali unificati, ha avuto una crisi di nervi. La pandemia è usata come alibi: protestare è «folle» o «irresponsabile». Chi critica si scelga il suo Hyde park corner. Poi sono state rilanciate le ragioni di una presunta «oscurità» delle ragioni dello sciopero, mentre in realtà sono chiarissime.

 

INFINE È STATO DESCRITTO un Draghi ostaggio della sua maggioranza Frankenstein che ha bocciato un contributo biennale di solidarietà sui redditi superiori ai 75 mila euro per neutralizzare l’aumento dei costi dell’energia. Questione che non riguarda, se non indirettamente, la richiesta dei sindacati di destinare gli 8 miliardi sull’Irpef ai lavoratori dipendenti e pensionati, evitando gli effetti regressivi voluti sia dal governo che dalla sua maggioranza che premieranno i redditi medio-alti ai danni di quelli bassi e bassissimi.

 

FALSE PISTE create per confermare la legge della postdemocrazia, quella del pilota automatico: nessuna infrazione alla sua «razionalità» fittizia identificata con il «reale» è tollerata. è la regola del Draghistan, in vista della sua prossima mutazione verso l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Da questo giro di valzer si sono lentamente sfilati i Cinque Stelle. Dopo i mal di pancia provocati dall’allusione a un “conflitto sociale”, tutto da costruire, dal Pd hanno seguito il doppio binario: «comprendiamo lo sciopero» ma «non lo condividiamo». Nell’arco parlamentare aderiscono allo sciopero Sinistra Italiana, Articolo 1 (Bersani) e pochi altri. «Non abbiamo dichiarato la terza guerra mondiale – ha detto Bombardieri – Esercitiamo un diritto democratico». Dirlo sembra un’eresia, oggi.

 

MARIO DRAGHi, il sole attorno al quale gira il sistema, ieri ha fatto sapere che “dal governo c’è colloquio, confronto e ascolto e non c’è stata alcuna volontà punitiva verso i sindacati”. E lunedì 20 Cgil, Cisl e Uil torneranno a sedersi insieme a un altro giro di tavolo sulle pensioni con il governo. Le parti restano distanti. I sindacati intendono ridiscutere la Fornero, chiedono una «pensione di garanzia» per i giovani. Nessuna misura entrerà comunque nella manovra e resta tutto da discutere la sostenibilità sociale del sistema contributivo.

 

MAURIZIO LANDINI ieri ha rilanciato l’appello a scioperare perché c’è bisogno di «combattere una pandemia salariale e sociale che non ha precedenti». «La vita e le condizioni delle persone sono nettamente peggiorate e quindi i provvedimenti del governo devono essere cambiati». Contro il precariato chiede «di cancellare forme di lavoro assurde, dai tirocini ai lavori a chiamata che non hanno ragione di esistere. È il momento di introdurre un unico nuovo contratto di inserimento al lavoro che abbia natura formativa e sia finalizzato alla stabilizzazione del lavoro che viene assunto». La proposta sembra minimalista rispetto all’urgenza dei problemi. Cgil e Uil chiedono inoltre politiche industriali che creino lavoro vero, di qualità e un decreto per dire basta alle delocalizzazioni.

 

IL PROBLEMA non è lo sciopero in sé, pur tardivo e forse non preparato adeguatamente, ma comunque decisione non scontata considerato il clima da lesa maestà che si respira. Il problema è il tipo di conflittualità che ci sarà dopo, se sarà duratura e coinvolgerà la società. I precedenti non lasciano ben sperare. Sono passati sette anni dallo sciopero contro il Jobs Act di Renzi e del Pd. Quello di oggi fa ancora i conti con quella legge sciagurata.

15/12/2021

da Il Manifesto

Tommaso Di Francesco

 

Spese militari . «La spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000. Si avvicina a 2 trilioni di dollari Usa all'anno, ed è in aumento in tutte le regioni del mondo - sostengono i Nobel - i singoli governi sono sotto pressione per aumentare le spese militari perché gli altri lo fanno». È la corsa agli armamenti.

 

Certo non è la messa in pratica della parola d’ordine del movimento operaio all’inizio del secolo breve, ripresa, tutti ricorderanno, dal preside te Sandro Pertini: «Si svuotino gli arsenali di armi, si riempiano i granai», ma la proposta avanzata ieri con un appello sottoscritto da cinquanta premi Nobel e accademici di ogni paese – tra gli altri da Carlo Rubbia e Giorgio Parisi -, è davvero molto importante. Soprattutto perché, probabilmente con la moralità di chi sente necessaria una restituzione di verità – quanta scienza è stata abusata dalla ricerca militare per distruggere invece che per costruire? – si rivolge in modo semplice e diretto ai governi del mondo.

 

Che cosa dichiara e chiede l’appello? Di negoziare una riduzione equilibrata della spesa militare globale che darebbe l’avvio ad un grande «dividendo globale per la pace», liberando enormi risorse da utilizzare per i gravi problemi dell’umanità: pandemie, riscaldamento globale, povertà estrema. E lo fa subito con una denuncia che fotografa l’attuale condizione del pianeta alle prese con ogni specie di conflitto armato: «La spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000. Si avvicina a 2 trilioni di dollari Usa all’anno, ed è in aumento in tutte le regioni del mondo – sostengono i Nobel – i singoli governi sono sotto pressione per aumentare le spese militari perché gli altri lo fanno». È la corsa agli armamenti.

 

Un colossale spreco di risorse che potrebbero essere utilizzate molto più saggiamente». È il circolo vizioso di più armi più guerra, più guerra più armi – sempre più sofisticate – dal quale non solo non si esce ma sempre più diventa un mare di sabbie mobili. Per una corsa agli armamenti raddoppiata in 20 anni che ha generato solo conflitti mortali devastanti. La proposta? «I governi di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite negozino una riduzione comune delle loro spese militari del 2% ogni anno, per cinque anni. La logica della proposta è semplice: le nazioni avversarie riducono le spese militari, quindi la sicurezza di ogni paese è aumentata, mentre deterrenza e equilibrio sono preservati.

 

Proponiamo che metà delle risorse liberate da questo accordo siano destinate a un fondo globale, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, per affrontare i gravi problemi comuni dell’umanità… L’altra metà resti a disposizione dei singoli governi». Insomma, insistono i Nobel: «Collaboriamo, invece di farci guerra». Troppo semplicistico? Mica tanto. Facciamo pure noi i nostri conti in tasca. In Italia 26 miliardi di euro son spesi annualmente dal ministero della Difesa, equivalenti a una media di oltre 70 milioni di euro al giorno – a fronte dei peggiori salari del Continente, delle spese sanitarie mancanti e dell’accanimento sul reddito di cittadinanza.

 

A questi si aggiunge per i prossimi anni un fondo di 30 miliardi di euro stanziati a fini militari dal Ministero dello Sviluppo economico e di altri 25 richiesti dal Recovery Fund. Nei prossimi anni, come richiesto dalla Nato e ribadito dagli Usa, occorre passare ad almeno 36 miliardi di euro annui, equivalenti a una media di circa 100 milioni di euro al giorno. Nel mondo ogni minuto si spendono circa 4 milioni di dollari a scopo militare. Nel 2020 la spesa militare mondiale ha quasi raggiunto i 2.000 miliardi di dollari, il più alto livello dal 1988 al netto dell’inflazione.

 

La spesa militare mondiale è trainata da quella statunitense, salita a circa 770 miliardi di dollari annui (stime del Sipri, 3 volte la spesa militare della Cina e 12 volte quella della Russia). La cifra rappresenta il budget del Pentagono, comprensivo di operazioni belliche. E con altre voci di carattere militare siamo al totale di oltre 1.000 miliardi annui.

 

Qualcuno subito dirà dell’ingenuità dell’appello dei premi Nobel: il 2% alla fine comunque legittimerebbe che l’altro 98% venga comunque utilizzato per la guerra. Ma attenzione, questo risparmio che, fatti i conti su 2 trilioni di dollari, vorrebbe dire mille miliardi di lire stornati per la pace e le necessità vitali dell’umanità, non corre alcun il rischio – vorremmo essere smentiti – di essere approvato da nessun governo del mondo impegnato a chiacchiere nella «transizione ecologica» con gli arsenali pieni di armi, anche atomiche.

 

Giacché tutti sono attivi nella corsa al riarmo, perfino con il ricatto dell’occupazione – che pesa anche sul sindacato , perché un vero discorso sulla riconversione dell’industria bellica non è mai diventato pratica diffusa. Tutti, a partire dal governo Draghi che più volte ha annunciato un «riarmo» mentre avvia i traffici più oscuri di vendita di armamenti a regimi corrotti e dittatoriali, se non addirittura in guerra o che occupano altri Paesi.

 

Un governo Draghi impegnato con Macron e altri leader europei – pensate agli «ecologici» droni armati che suggellano il patto di governo verdi-socialdemocratici in Germania – non a ridurre la spesa per le armi ma «semplicemente» a raddoppiarla con la cosiddetta Difesa europea. Intesa non come alternativa alle spese gravose per l’Alleanza atlantica, ma come aggiunta doppia, come rinforzo della Nato che resta centrale – anche nell’attivare nuove crisi e guerre dopo quelle disastrose che l’hanno vista protagonista. Porga l’ascolto e risponda dunque Draghi all’appello dei 50 accademici e premi Nobel.

15/12/2021

da Il Manifesto

Tommaso Di Francesco

 

Spese militari . «La spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000. Si avvicina a 2 trilioni di dollari Usa all'anno, ed è in aumento in tutte le regioni del mondo - sostengono i Nobel - i singoli governi sono sotto pressione per aumentare le spese militari perché gli altri lo fanno». È la corsa agli armamenti.

 

Certo non è la messa in pratica della parola d’ordine del movimento operaio all’inizio del secolo breve, ripresa, tutti ricorderanno, dal preside te Sandro Pertini: «Si svuotino gli arsenali di armi, si riempiano i granai», ma la proposta avanzata ieri con un appello sottoscritto da cinquanta premi Nobel e accademici di ogni paese – tra gli altri da Carlo Rubbia e Giorgio Parisi -, è davvero molto importante. Soprattutto perché, probabilmente con la moralità di chi sente necessaria una restituzione di verità – quanta scienza è stata abusata dalla ricerca militare per distruggere invece che per costruire? – si rivolge in modo semplice e diretto ai governi del mondo.

 

Che cosa dichiara e chiede l’appello? Di negoziare una riduzione equilibrata della spesa militare globale che darebbe l’avvio ad un grande «dividendo globale per la pace», liberando enormi risorse da utilizzare per i gravi problemi dell’umanità: pandemie, riscaldamento globale, povertà estrema. E lo fa subito con una denuncia che fotografa l’attuale condizione del pianeta alle prese con ogni specie di conflitto armato: «La spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000. Si avvicina a 2 trilioni di dollari Usa all’anno, ed è in aumento in tutte le regioni del mondo – sostengono i Nobel – i singoli governi sono sotto pressione per aumentare le spese militari perché gli altri lo fanno». È la corsa agli armamenti.

 

Un colossale spreco di risorse che potrebbero essere utilizzate molto più saggiamente». È il circolo vizioso di più armi più guerra, più guerra più armi – sempre più sofisticate – dal quale non solo non si esce ma sempre più diventa un mare di sabbie mobili. Per una corsa agli armamenti raddoppiata in 20 anni che ha generato solo conflitti mortali devastanti. La proposta? «I governi di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite negozino una riduzione comune delle loro spese militari del 2% ogni anno, per cinque anni. La logica della proposta è semplice: le nazioni avversarie riducono le spese militari, quindi la sicurezza di ogni paese è aumentata, mentre deterrenza e equilibrio sono preservati.

 

Proponiamo che metà delle risorse liberate da questo accordo siano destinate a un fondo globale, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, per affrontare i gravi problemi comuni dell’umanità… L’altra metà resti a disposizione dei singoli governi». Insomma, insistono i Nobel: «Collaboriamo, invece di farci guerra». Troppo semplicistico? Mica tanto. Facciamo pure noi i nostri conti in tasca. In Italia 26 miliardi di euro son spesi annualmente dal ministero della Difesa, equivalenti a una media di oltre 70 milioni di euro al giorno – a fronte dei peggiori salari del Continente, delle spese sanitarie mancanti e dell’accanimento sul reddito di cittadinanza.

 

A questi si aggiunge per i prossimi anni un fondo di 30 miliardi di euro stanziati a fini militari dal Ministero dello Sviluppo economico e di altri 25 richiesti dal Recovery Fund. Nei prossimi anni, come richiesto dalla Nato e ribadito dagli Usa, occorre passare ad almeno 36 miliardi di euro annui, equivalenti a una media di circa 100 milioni di euro al giorno. Nel mondo ogni minuto si spendono circa 4 milioni di dollari a scopo militare. Nel 2020 la spesa militare mondiale ha quasi raggiunto i 2.000 miliardi di dollari, il più alto livello dal 1988 al netto dell’inflazione.

 

La spesa militare mondiale è trainata da quella statunitense, salita a circa 770 miliardi di dollari annui (stime del Sipri, 3 volte la spesa militare della Cina e 12 volte quella della Russia). La cifra rappresenta il budget del Pentagono, comprensivo di operazioni belliche. E con altre voci di carattere militare siamo al totale di oltre 1.000 miliardi annui.

 

Qualcuno subito dirà dell’ingenuità dell’appello dei premi Nobel: il 2% alla fine comunque legittimerebbe che l’altro 98% venga comunque utilizzato per la guerra. Ma attenzione, questo risparmio che, fatti i conti su 2 trilioni di dollari, vorrebbe dire mille miliardi di lire stornati per la pace e le necessità vitali dell’umanità, non corre alcun il rischio – vorremmo essere smentiti – di essere approvato da nessun governo del mondo impegnato a chiacchiere nella «transizione ecologica» con gli arsenali pieni di armi, anche atomiche.

 

Giacché tutti sono attivi nella corsa al riarmo, perfino con il ricatto dell’occupazione – che pesa anche sul sindacato , perché un vero discorso sulla riconversione dell’industria bellica non è mai diventato pratica diffusa. Tutti, a partire dal governo Draghi che più volte ha annunciato un «riarmo» mentre avvia i traffici più oscuri di vendita di armamenti a regimi corrotti e dittatoriali, se non addirittura in guerra o che occupano altri Paesi.

 

Un governo Draghi impegnato con Macron e altri leader europei – pensate agli «ecologici» droni armati che suggellano il patto di governo verdi-socialdemocratici in Germania – non a ridurre la spesa per le armi ma «semplicemente» a raddoppiarla con la cosiddetta Difesa europea. Intesa non come alternativa alle spese gravose per l’Alleanza atlantica, ma come aggiunta doppia, come rinforzo della Nato che resta centrale – anche nell’attivare nuove crisi e guerre dopo quelle disastrose che l’hanno vista protagonista. Porga l’ascolto e risponda dunque Draghi all’appello dei 50 accademici e premi Nobel.

14.12.2021

da il Manifesto

Andrea Colombo

 

Gli sviluppi . Domani gli emendamenti del governo. Nessun incontro con Cgil e Uil prima della mobilitazione: un tavolo solo sulle pensioni il 20

 

La marcia della manovra rallenta ancora. È certo che la Camera dovrà lavorare per ratificare la legge di bilancio, dato che nel monocameralismo alternato che è ormai norma di più non potrà fare, tra Natale e il 31 dicembre. Domani arriveranno al Senato gli emendamenti del governo, concentrati su fisco, bollette, pensioni, scuola ed enti locali. Alla fine della settimana dovrebbe cominciare a votare la commissione Bilancio, l’approdo in aula non sarà prima del 21 dicembre nella migliore delle ipotesi: poi l’approvazione con il voto di fiducia e il passaggio alla Camera dopo Santo Stefano.

 

NEL PACCHETTO di emendamenti del governo il capitolo fisco c’è ma non sono previste modifiche tali da spingere Cgil e Uil a revocare lo sciopero generale del 16. «È il momento di dire al governo che le riforme non possono essere decise dalla maggioranza informando le parti sociali dopo che sono state fatte», ha ripetuto ieri Maurizio Landini confermando che la protesta è nel merito della manovra ma anche moltissimo sul metodo, cioè sulla tendenza non tanto della maggioranza quanto del governo a muoversi evitando qualsiasi cosa possa somigliare a un veto. Significativamente, Mario Draghi ha deciso di non incontrare i sindacati prima della presentazione degli emendamenti, proprio per sottolineare la sua determinazione a procedere anche in mancanza di accordo.

 

IN COMPENSO IL PREMIER ha convocato i sindacati per il 20 dicembre per affrontare la riforma delle pensioni, rimasta in sospeso dopo la scelta del governo di superare quota 100 fissando quota 102 per il 2022 e lasciando in sospeso il seguito. Draghi vuole allo stesso tempo lanciare un segnale di disponibilità e ribadire la sua fermezza una volta presa la decisione. Lo stesso segnale sarà probabilmente affidato agli emendamenti, almeno sul versante del caro bollette e del superbonus. Ieri Giuseppe Conte, in veste di leader dei 5 Stelle, ha incontrato il premier e ha messo sul tavolo due richieste essenziali: non scalfire ulteriormente il Reddito di cittadinanza e eliminare il tetto di 25mila euro Isee per la ristrutturazione degli edifici monofamiliari, le «villette».

 

SUL PRIMO FRONTE l’ex premier ha gioco facile: la scelta di non intervenire oltre sul Reddito è già stata presa e non sarà rimessa in discussione per le insistenze della Lega. Sul secondo è quasi certo che i 5 Stelle qualcosa otterranno, anche perché la richiesta di rivedere quel tetto è corale, avanzata dall’intera maggioranza. Il tetto quasi certamente verrà eliminato anche se le modalità sono ancora allo studio: «In Parlamento c’è un orientamento molto forte a superare questo limite»,anticipa la sottosegretaria all’Economia Cecilia Guerra. Anche nell’impiego dei 3 miliardi e 800 milioni del fondo contro l’aumento delle bollette il governo accoglierà la richiesta di privilegiare le fasce sociali più disagiate: «Verranno destinati principalmente alle persone più bisognose e alle imprese più piccole, per riequilibrare il profilo distributivo», assicura ancora Cecilia Guerra.

 

ANCHE LA DESTRA mette sul tavolo le proprie richieste. Al Senato Lega e Forza Italia, incalzate dall’alleata d’opposizione Giorgia Meloni, reclamano lo slittamento delle scadenze per il pagamento delle cartelle esattoriali ed è probabile che su questo fronte terranno duro e la spunteranno.

 

MA SONO ONDE di dimensione modesta quelle che attendono la manovra: nel complesso filerà liscia. Un po’ perché per i politici oggi non c’è altro orizzonte che la sfida del Colle. Un po’ perché la manovra è fatta apposta per non scegliere, senza scontentare troppo nessun partito. In compenso rendendo furiose tutte le parti sociali: da Maurizio Landini al presidente di Confindustria Carlo Bonomi.

12.12.2021

 

RICORDIAMO.  Piazza Fontana, 52 anni dopo 12 Dicembre 1969, ore 16:37, una bomba esplode nella Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano uccidendo 16 persone e ferendone altre 88. È l’attentato che segna l’inizio del terrorismo politico in Italia. Le indagini si orientano inizialmente verso la pista anarchica e portano all'arresto e all'incriminazione di Pietro Valpreda, ma nel corso dell’inchiesta emerge la matrice nera. Al termine di un iter processuale durato circa 35 anni e sette processi in varie città d’Italia, tutti gli accusati dell’eccidio saranno sempre assolti in sede giudiziaria, alcuni verranno condannati per altre stragi, altri invece godranno della prescrizione evitando la pena.

 

Nel 2005 la Corte di Cassazione concluderà sostenendo che la strage di piazza Fontana fu realizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova, nell'alveo di Ordine Nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura», non più processabili in quanto «irrevocabilmente assolti dalla Corte d’assise d’appello di Bari» per questo stesso reato. Al termine il processo del 3 maggio 2005 ai parenti delle vittime verranno anche addebitate le spese processuali. Nel 2009 Napolitano invitò al Quirinale le vedove Pinelli e Calabresi: ''Un passettino avanti verso la verità'', disse Licia Pinelli. Purtroppo non è ancora così. Questa è l'Italia

 

Il 12 dicembre 1969, cinquantadue anni fa, è una data che racconta molto dell’Italia di fine anni Sessanta. È un Giano bifronte della storia del Paese che sintetizza le grandi spinte progressive emerse dalle lotte sociali delle classi subalterne nel corso del biennio 1968-1969 (la più grande mobilitazione operaia e sindacale della storia della Repubblica) e le recrudescenze regressive delle classi proprietarie deflagrate, in maniera anonima e non rivendicata, con la strage di Piazza Fontana e gli attentati di Roma.

 

da il Manifesto

Davide Conti

 

Il 12 dicembre il Senato votava l’approvazione in prima lettura dello Statuto dei Lavoratori (diverrà legge il 20 maggio 1970 con il voto della Camera) mentre a Parigi il ministro degli Esteri Aldo Moro rappresentava l’Italia nella riunione del Consiglio d’Europa che avrebbe espulso la Grecia dei colonnelli (che preferì ritirasi da sola) dal consesso delle democrazie continentali.

 

Nelle ore successive alla strage, compiuta dai fascisti di Ordine Nuovo con il decisivo supporto degli apparati di forza dello Stato, l’Italia poté assistere all’indecenza di un ferroviere anarchico già staffetta partigiana (Giuseppe Pinelli) interrogato negli uffici della Questura di Milano diretta da un ex capo-carceriere fascista (Marcello Guida, già direttore del confino di Ventotene). Da quegli uffici Pinelli uscì volando dalla finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi dove era trattenuto illegalmente ben oltre i termini del fermo di polizia. Intanto il canale unico della Rai-Tv con l’inviato Bruno Vespa annunciava a tutti gli italiani che l’anarchico Pietro Valpreda era «uno dei colpevoli della strage di Milano e degli attentati di Roma». Si ruppe lungo quel crinale il rapporto di fiducia tra l’informazione ufficiale e l’opinione pubblica e da lì nacque, con glorie e limiti, la «controinformazione».

 

L’anomalia italiana rispetto al resto d’Europa si configurò nel rapporto torsivo tra ingresso della democrazia conflittuale nella sfera pubblica e risposta armata di organismi politici, paramilitari e militari. Milioni di ore di sciopero, manifestazioni, occupazioni di università e scuole o scioperi «selvaggi» si ebbero in tutti i Paesi europei a capitalismo maturo e democrazia liberale. In nessuno di questi Stati lo stragismo si manifestò come fenomeno di lunga durata e di opposizione diretta a tali processi, configurando una dimensione distorta non solo del conflitto sociale ma anche della categoria della «violenza politica» che nell’immaginario collettivo di oggi è associata non alle stragi e alle responsabilità dello Stato (prontamente autoassoltosi) ma solo agli anni cinematograficamente definiti «di piombo», così da cancellarne il tratto democratico con cui si caratterizzano.

 

Il 12 dicembre racconta la modalità regressiva con cui le classi dirigenti italiane hanno storicamente approcciato alle crisi ma soprattutto tanto la loro incapacità nell’assorbire l’ingresso delle masse nella vita pubblica quanto la loro repulsione verso la democrazia conflittuale, che segna invece il carattere della Costituzione repubblicana nata dall’eredità dell’antifascismo e della Resistenza.

 

In un quadro storico completamente mutato; ad oltre trent’anni dalla caduta del muro di Berlino; in una fase di «riflusso» della globalizzazione; in un contesto mondiale piegato dalla crisi pandemica che da subito si è correlata con la crisi economico-sociale e formativo-culturale, fa una certa impressione – fatta salva l’«unicità» della stagione di lotte dell’autunno caldo – registrare come scioperi, manifestazioni e partecipazione dal basso vengano anche oggi delegittimati e definiti «irresponsabili» quando al contrario rappresentano il diritto ad esistere delle classi subalterne dentro questa crisi non più solo come oggetto ma come soggetto.

 

Tra gli indirizzi positivi che si possono trarre dalle stagioni ’60-’70 emergono senza dubbio la centralità dell’agire collettivo e la pratica dell’uguaglianza sostanziale e della sovranità popolare che informano cuore e visione della Costituzione. Quando in discussione sono i fondamenti della salute, del lavoro, della giustizia sociale, dell’istruzione e dell’uguaglianza di genere è indispensabile, per la sopravvivenza di una democrazia, la mobilitazione delle forze sociali e popolari.

 

Per questo è una buona notizia «che viene dal passato» e si conferma nel presente delle diseguaglianze, il fatto che lavoratori, precari, disoccupati e chi paga nel quotidiano il prezzo duro della crisi liberale pretendano il diritto di parola e rivendichino i propri diritti ed interessi di classe. Ciò segna, a dispetto della «indignazione liberale», il ritorno nello spazio pubblico di un pezzo largo della società, non più ricurvo nella solitudine scura della crisi. «È fatto giorno -scriveva Rocco Scotellaro- siamo entrati in gioco anche noi con i panni e le scarpe e le facce che avevamo».

 

11/12/2021

DA Il Manifesto

 

World Inequality Report. In Europa il 10% dei più ricchi ha il 36% del reddito, il 58% in Medio Oriente. In America latina il 10% più ricco controlla il 77% della ricchezza e il 50% più povero solo l’1%

 

Lo sciopero generale? «Un problema per l’Italia», una manifestazione identitaria», uno «strumento rituale». Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, va all’attacco dei sindacati, in compagnia delle destre. «Sciopero folle e assurdo», gli fa eco Matteo Salvini. «Landini si è montato la testa e sicuramente non vuole bene all’Italia: spero ci ripensi». Il leghista si rivolge al Pd: «Spero che dica e faccia qualcosa perché bloccare il paese il 16 dicembre nella condizione sanitaria, sociale ed economica che stiamo vivendo sarebbe una follia».

 

Bonomi rincara la dose: «Chi viene penalizzato è il mondo del lavoro e delle imprese. Credo che gli italiani chiedano altro, come sempre c’è qualcuno che scenderà in piazza e gli imprenditori andranno in fabbrica per mandare avanti l’Italia».

 

La replica del leader Cgil è sferzante: «Bonomi in vita sua credo che uno sciopero non lo abbia mai fatto, non ha mai avuto il problema di doversi battere per migliorare la condizione non solo sua ma anche degli altri». «Lo sciopero costa, stiamo chiedendo un sacrificio», spiega Landini. «Ma è anche un atto di solidarietà». E ancora, rivolto ai partiti, divisi tra le destre che bombardano e Pd e M5S che stanno alla finestra : «Mi stupisco io se le forze politiche si stupiscono di quello che stiamo dicendo, allora non capisco dove vivono. C’è una condizione di malessere, di disagio sociale sotto gli occhi di tutti».

 

«La nostra iniziativa, se finalmente apre questa discussione nel Paese, credo sia di per sé un fatto molto importante», aggiunge Landini, «credo dovranno valutare anche la partecipazione, perché sono convinto che quelle piazze saranno piene». E sulla Cisl dice: «Se scende in piazza il 18 dicembre evidentemente anche per la Cisl la manovra non va bene, perché chi scende in piazza lo fa per cambiare delle cose. Lo avevamo detto tutti insieme anche prima, nella piattaforma unitaria sulla base della quale avevamo proclamato la mobilitazione».

 

Dal governo, spiega il segretario della Cgil, non c’è stata alcuna convocazione o contatti, neppure il tavolo sulle pensioni: «La nostra disponibilità al confronto c’è sempre». Ancora più netto il segretario della Uil Pierpaolo Bombardieri: «Ai cultori del pensiero unico diciamo che manifestare un’opinione diversa non è un atto di irresponsabilità ma un diritto e anche un arricchimento del dibattito pubblico. Dovrebbero ringraziarci, anziché affannarsi a polemizzare. Non ci lasciamo intimidire, lo sciopero si farà e sarà una grande testimonianza di vitalità propositiva». «Sciopero confermato al 100%», dunque, con cinque piazza a Roma, Milano, Bari, Palermo e Cagliari.

 

Dopo giorni di silenzio ieri si è fatto vivo Giuseppe Conte: «Il diritto allo sciopero è costituzionalmente riconosciuto e non va demonizzato: bisogna ascoltare le rivendicazioni dei sindacati. Il dialogo deve essere sempre aperto e il M5S lo terrà sempre aperto». «Sul precariato i sindacati vanno ascoltati di più – ha aggiunto -. Attualmente ci sono forme di precariato insostenibile».

 

 

Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ribadisce: «Mi auguro sempre che il dialogo prosegua perché credo sia l’unica strada nell’interesse del paese e anche nell’interesse delle rivendicazioni che hanno posto i sindacati, e fino a qui ha portato risultati». Per l’ex segretario Pd Nicola Zingaretti, l’obiettivo è «non rinunciare fino all’ultimo istante a fare in modo che si trovi un punto di mediazione. Letta fa bene a lavorare a questo obiettivo». Se Salvini sbraita insieme agli industriali, da Forza Italia Antonio Tajani lancia addirittura un appello a Cgil e Uil: «Revocate lo sciopero, la ripresa del paese va assecondata».

 

05/12/2021

 

 

Carissime compagne e compagni,

siete invitat* a partecipare al convegno che si svolgerà sabato prossimo, 11 dicembre, a Santa Fiora, nella Sala del Popolo, in occasione  del quarantesimo anno della scomparsa di Fernando di Giulio, organizzato dal Centro Studi a lui dedicato.

 

All’evento, che ricorderà la figura di Fernando di Giulio, sia come  dirigente del P.C.I. che come partigiano e commissario politico della  Brigata Spartaco Lavagnini, 7° raggruppamento “Ovidio Sabatini”, saranno presenti per la nostra Associazione, il coordinatore regionale Bruno Possenti e in collegamento da remoto, il Presidente Emerito dell’ANPI Nazionale, prof. Carlo Smuraglia. 

La Presidente della Sezione ANPI Amiata Grossetana

Antonella Coppi

09/12/2021

Partito della Rifondazione Comunista

Circolo Raniero Amarugi – Santa Fiora

 

La scarcerazione di Patrick Zaki, per ora solo provvisoria in attesa del processo che avrà luogo il prossimo 1° Febbraio 2022, rappresenta una novità assoluta, di grande importanza e soddisfazione per l’intero movimento che si è impegnato in tutti questi lunghi mesi per la sua salvezza e per la salvaguardia ed il rispetto dei diritti umani, anche nell’Egitto che già era stato teatro della tragica scomparsa di Giulio Regeni.

 

Ma è una soddisfazione velata di profonda amarezza per noi di Santa Fiora, che da mesi aspettiamo che il nostro Comune adotti una deliberazione, già fatta propria dalle Amministrazioni di Arcidosso, Castel del Piano e Castell’Azzara, per la concessione della cittadinanza onoraria e per la richiesta al Governo nazionale di una analoga iniziativa, che sicuramente avrebbe giovato ad una risoluzione più rapida della indegna vicenda che ha coinvolto il giovane studente dell’Università di Bologna.

 

Vorremmo al riguardo conoscere il parere del nostro Sindaco, che si è opposto con pervicacia degna di migliore causa alle richieste pervenutegli da privati cittadini ed anche dalla Sezione Amiata dell’ANPI: non prova alcun rimpianto per aver voltato le spalle in questa causa di giustizia?

09/12/2021

Da il Manifesto

Andrea Colombo

 

I «responsabili» all’attacco di Cgil e Uil E il Pd si eclissa.A mezza bocca molti ammettono che motivi per mobilitarsi ci sono ma solo Cecilia Guerra (Leu) e il 5S Patuanelli si espongono 

 

 

 

La Cisl non sciopera però manifesta. Non il 16 con Cgil e Uil ma due giorni dopo, sabato prossimo, in piazza Santi Apostoli a Roma per «migliorare i contenuti della manovra e impegnare il governo senza incendiare i rapporti sociali e industriali», come spiega il segretario Luigi Sbarra, ripetendo che «lo sciopero non è la via giusta: bisogna consolidare l’interlocuzione con il governo, nella consapevolezza che in questa delicata fase servono coesione, responsabilità e partecipazione sociale». Scrosciano applausi, perché «responsabilità» vuole che non si scioperi, anche se i motivi ci sarebbero, questo a mezza bocca lo ammettono in moltissimi nella metà di centrosinistra della maggioranza. Ma non sia mai «in questa delicata fase».

 

PER 24 ORE HANNO occupato militarmente le agenzie di stampa decine di anatemi sullo stesso tono, spesso sconfinanti nell’accusa di lesa maestà draghiana, chiamando in causa il Natale, la variante Omicron, la ripresa, l’immancabile interesse nazionale: ci mancavano solo le congiunzioni astrali infauste. Poi qualcuno, persino dall’interno del governo, si è ricordato che esiste il diritto di sciopero e che la funzione sociale dei sindacati non è spalleggiare sempre e comunque il governo, neppure se guidato dall’Impareggiabile. Il ministro Stefano Patuanelli per esempio, e va detto che i 5 Stelle si erano mantenuti molto più lucidi degli altri già a botta calda: Lo sciopero è un diritto, non penso sia irresponsabile. Alcuni temi che i sindacati pongono sono sicuramente condivisibili anche se la nostra riforma del fisco è giusta». Sul metodo, che nel determinare la reazione dei sindacati è stato fondamentale, il ministro dell’Agricoltura è più drastico: «I sindacati non chiedono la concertazione. Chiedono un po’ di condivisione».

 

SI FA SENTIRE ANCHE la sottosegretaria all’Economia di LeU Cecilia Guerra, che si dice sì «preoccupata» ma sottolinea che la scelta dei sindacati è «legittima», che il sindacato «deve svolgere il suo ruolo di rappresentanza» e soprattutto riconosce che «gli effetti redistributivi della riforma fiscale sono discutibili». È un eufemismo ma di più una sottosegretaria all’Economia non può evidentemente dire. Persino dall’interno del Pd qualche voce meno irragionevole si leva. Il responsabile degli Enti locali Francesco Boccia afferma che «la politica non dovrebbe chiedersi perché due sindacati scioperano ma cosa possiamo ancora fare tutti insieme. Bisogna riannodare il filo del dialogo». Insomma: più che criticare lo sciopero conviene cercare di evitarlo.

 

È LA LINEA della segreteria, insistere sino all’ultimo sia con i segretari di Cgil e Uil Landini e Bombardieri sia con Draghi e il ministro Franco per riaprire non la trattativa ma un confronto per ricucire lo strappo senza dover rimettere le mani nella manovra, cosa che il premier non è disposto a fare. Accelerare l’iter del decreto sulle delocalizzazioni potrebbe essere un passo nella giusta direzione, soprattutto se accompagnato da qualche ulteriore intervento sul caro-bollette, essendo stato lo stesso Maurizio Landini a segnalare il peso negativo della bocciatura da parte di Lega, Forza Italia e Iv di quel contributo di solidarietà che Draghi avrebbe invece voluto. Ma di concreto, per ora non c’è niente. «Non c’è e non è previsto un incontro con Draghi. Se qualcuno dovesse chiamare siamo pronti ad andare ma al momento ci sono zero possibilità che si possa ritirare lo sciopero», fa il punto senza alcun ottimismo il segretario Uil Pierpaolo Bombardieri.

 

Il tentativo del Pd si spegnere l’incendio prima che divampi è comprensibile ma il silenzio del segretario Letta, che non è andato oltre due parolette di circostanza peraltro neppure sue ma affidate alle solite «fonti», rivela quanto profondi siano l’imbarazzo e la difficoltà del Nazareno. Perché la decisione di Cgil e Uil ha davvero una componente politica. Prende di mira la scelta dell’ala sinistra della maggioranza, e soprattutto del Pd, di non disturbare mai il manovratore, di non farsi sentire sulle pensioni prima, sulla riforma fiscale poi, pur di evitare tensioni con Draghi. Nel merito lo sciopero è contro un governo che non ha dato segni forti di avere come orizzonte la redistribuzione e anzi sul quel fronte è stato più che timido. Politicamente è contro il Partito democratico.

07/12/2021

da il  Manifesto

Alberto Negri

 

La politica estera italiana è un Truman show, dove non c’è nulla di vero e siamo stati tutti adottati da un’emittente televisiva. Bastava ascoltare i discorsi in diretta tv del presidente del Consiglio Draghi e del ministro degli esteri Di Maio al Med, secondo i quali l’Italia si «batte per i diritti umani» del Mediterraneo.

 

Due giocolieri, neppure troppo abili, che in due ore di sproloqui riescono a non pronunciare mai i nomi di Giulio Regeni, di Patrick Zaki e di Al Sisi. I loro flessibili consiglieri dicono che lo fanno per non irritare ulteriormente il generale egiziano che già di malavoglia tollera la presenza degli avvocati al processo Zaki, di cui sapremo la sorte in queste ore.

 

Quale delicatezza per il macellaio golpista del Cairo, che tiene in carcere e ammazza gli oppositori.

 

L’Italia si batte così a bassa voce e in maniera talmente generica per i diritti umani perché in realtà è un Paese dalla coscienza sporca assai. All’Egitto vendiamo miliardi di euro di armamenti, quindi non bisogna disturbare il manovratore anche quando insulta le nostre istituzioni, dalla magistratura al Parlamento. Come se difendere i diritti umani precludesse dal fare affari: è difendendoli che ci si fa valere come interlocutori, ribadendo i propri ideali, posto che ne siano rimasti.

 

Ma subito dopo dai discorsi di Draghi e Di Maio capiamo perché la nostra politica estera è così vaga. I due ribadiscono che per la Palestina sono favorevoli alla soluzione «due popoli, due Stati».

 

Benissimo. Soltanto che si tratta di una formula arcaica visto che negli ultimi vent’anni gli insediamenti hanno ridotto il territorio dei palestinesi a dei bantustan che impediscono qualsiasi continuità territoriale a un eventuale Stato palestinese. Senza contare che gli Stati uniti con Trump hanno riconosciuto la sovranità israeliana sulla contesa Gerusalemme e sul Golan che farebbe parte della Siria. Il tutto contro ogni risoluzione delle Nazioni unite.

 

Ma degli insediamenti ebraici Draghi e Di Maio non parlano, come se fossero dettagli. L’ultimo boccone fagocitato da Israele è l’aereoporto arabo di Qalandiya a nord di Gerusalemme dove sorgeranno 9mila alloggi per gli israeliani. Come segnala Michele Giorgio sul manifesto, nelle scorse settimane 12 Stati europei, tra i quali l’Italia, avevano condannato la colonizzazione e ribadito lo status internazionale di Gerusalemme sancito dall’Onu.

 

Alle prese di posizione però non seguono mai passi concreti e l’Italia, soprattutto, non ha mai il coraggio di farlo per conto suo. Non sia mai che il governo di Tel Aviv si irriti come Al Sisi: anche agli israeliani vendiamo armi a tutto spiano.

 

Così aspettiamo che la Palestina, in agonia, muoia per conto suo, altro che due popoli e due Stati. Quando la politica estera italiana e anche noi ci sveglieremo dal Truman Show non ci sarà più e come il protagonista del film di Peter Weir potremo dire ai palestinesi la battuta tormentone del protagonista: «Casomai non vi rivedessi… buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!». Forse ormai solo la satira ci può salvare ma è l’arma cui ricorrono i popoli prigionieri.

 

Bisogna dire che nello sforzo diuturno per non avere una politica estera ci scegliamo gli alleati ideali per giustificare anche i nostri comportamenti. L’ultimo è Macron che con l’Italia ha firmato lo strombazzato Trattato del Quirinale con cui, secondo la nostra diplomazia, dovremmo seppellire il vulnus della Libia, quando i francesi decisero nel 2011 di bombardare in buona compagnia con la Nato, Gheddafi, il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo, per portarsi via la Libia.

 

Perché Macron oggi è il nostro alleato ideale? Viviamo in un’epoca in cui un leader può ordinare di fare a pezzi un giornalista, Jamal Khashoggi, e restare comunque un interlocutore accettabile. E così Macron è andato in Arabia Saudita a incontrare Mohammed bin Salman, il mandante dell’assassinio di Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul il 2 ottobre 2018. Eppure la stessa Cia aveva stabilito che il principe è un assassino: naturalmente senza che questo avesse alcuna conseguenza. Anzi. Si continua a fare affari con lui e a vendergli armi.

 

E per non farsi mancare nulla Macron, durante la sua visita nel Golfo, ha piazzato 90 caccia Rafale agli Emirati che avevano appena ottenuto le dimissioni in Libano del ministro dell’informazione libanese Kordahi, critico dei bombardamenti, da parte di emiratini e sauditi, contro i civili e gli Houthi in Yemen.

 

Qual è la lezione che possiamo trarre da quanto avviene in Egitto e nel Golfo?

 

La prima è che l’impunità trionfa e stiamo sotterrando davanti alle vite di Regeni, Khashoggi e Zaki (speriamo di no, speriamo almeno per lui una soluzione positiva) l’idea di giustizia.

 

La seconda è che gli alleati degli Usa e dell’Occidente possono assassinare chiunque – un ricercatore, un giornalista, un dissidente – senza pagare dazio, anzi li lasciamo prosperare.

 

E poi vorremo chiedere il conto dei diritti umani a Putin, a Xi Jinping e ad altre dozzine di autocrati e golpisti?

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