Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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14/06/2021

 

Commemorazione della Liberazione di Grosseto Martedì 15 Giugno 2021

 

Programma Ore 18.00

a Porta Vecchia deposizione della corona alla lapide apposta nel 2014 dalla Sezione ANPI di Grosseto e dal Comune di Grosseto in memoria dei caduti della Liberazione a Porta Vecchia

 

Indirizzo di saluto

Giuseppe Corlito, Presidente della Sezione ANPI “E. Palazzoli”di Grosseto Dott. Fabio Marsilio, Prefetto di Grosseto Antonfrancesco Vivarelli Colonna Sindaco di Grosseto

 

A seguire:

attribuzione della medaglia ricordo alla famiglia del partigiano Renato Ginanneschi, caduto a Porta Vecchia;

 

distribuzione degli attestati alle famiglie dei partigiani presenti;

consegna da parte della famiglia in custodia della sezione ANPI di Grosseto della croce di merito e dei documenti recentemente ritrovati del partigiano Elvio Palazzoli.

La Commemorazione avverrà nel rispetto delle misure previste dalla vigente normativa per il contenimento dell’epidemia da Covid 19

 

12/06/2021

Il Manifesto

Alex Zanotelli

 

Acqua pubblica. La politica è rimasta sorda e non ha rispettato la decisione del popolo italiano. In questi 10 anni abbiamo avuto 8 governi, ma nessuno si è azzardato a ripubblicizzare l’acqua

 

Ritengo importante celebrare il decimo anniversario del Referendum (11-12 giugno 2012) per sottolineare il grande coraggio che ha avuto il popolo italiano nel votare con due Sì e quasi all’unanimità (95,8%) a quelle due domande referendarie: l’acqua deve uscire dal mercato e non si può fare profitto sull’acqua. È stato l’unico popolo in Europa a tenere un referendum sull’acqua e a vincerlo. Il popolo italiano non si è lasciato ingannare, né dalla stampa, né dalle televisioni, né dai partiti (salvo poche eccezioni), schierati per la privatizzazione. La battaglia iniziò da un piccolo gruppo di attivisti che si oppose alla privatizzazione decretata dall’allora governo Berlusconi.

 

Quel gruppo capì subito che, se si voleva ottenere una vittoria, bisognava impegnarsi perché nascesse un vasto movimento popolare. Questo si è potuto realizzare attraverso il lavoro capillare dei comitati che, con uno sforzo straordinario, si impegnarono a informare i cittadini utilizzando mille stratagemmi e iniziative.

 

Quanta creatività! Una delle iniziative più indovinate fu la legge di iniziativa popolare, scritta dagli stessi comitati, che raccolse oltre 400.000 firme consegnate trionfalmente alla Corte Costituzionale a Roma. Questo ci aprì la porta alla vittoria referendaria, raggiunta grazie alla capacità del movimento di fare rete, partendo dai comitati cittadini, dai coordinamenti regionali, dal Forum con la sua preziosa segreteria. È stata questa capacità di lavorare insieme a determinare il buon esito della lotta fino al felice epilogo.

 

Purtroppo, la politica è rimasta sorda e non ha rispettato la decisione del popolo italiano. In questi dieci anni ben otto governi si sono susseguiti alla guida del paese, ma nessuno si è azzardato a ripubblicizzare l’acqua. Sono rimasto soprattutto sconcertato dall’inerzia dei Cinque Stelle e anche il presidente della Camera Roberto Fico ha disatteso le promesse fatte al Forum quando si insediò, cioè quella di legare la sua presidenza alla ripubblicizzazione dell’acqua. La portavoce alla Camera dei 5S ha scritto su questo giornale (8/06/21), sottolineando le azioni portate avanti dal suo Movimento. Ma quello che si chiedeva ai 5Stelle era l’obbedienza al Referendum: una legge per la gestione pubblica dell’acqua che non è stata fatta. Trovo altrettanto strano che si vanti di aver trovato cinque miliardi (in verità sono 4,38) destinati ai lavori per migliorare le condizioni delle reti idriche.

 

Ma la portavoce del M5S ha letto il Pnrr del governo Draghi? Così è scritto nel testo: “Il quadro nazionale è ancora caratterizzato da una gestione frammentata e inefficiente delle risorse idriche, e da scarsa efficacia e capacità industriale dei soggetti attuativi nel settore idrico, soprattutto nel Mezzogiorno.” Quei 4,38 miliardi andranno alle multiutility del centro-nord (Acea, A2A, Iren e Hera) per gestire industrialmente le acque del Meridione, in barba al Referendum! E questo di fronte a un pauroso surriscaldamento del Pianeta che avrà come prima vittima il bene più prezioso che abbiamo: “sorella acqua.”

 

E non è solo un problema per il sud del mondo ma coinvolge anche il Nord. L’Italia rischia di perdere il 50% dell’acqua potabile entro il 2040. I ricchi troveranno qualche soluzione, ma gli impoveriti del Sud del mondo sono destinati a morire? Se l’acqua venisse privatizzata, saranno i poveri a pagarne le conseguenze. Se oggi abbiamo 20-30 milioni di persone all’anno che muoiono di fame, domani, con queste politiche di privatizzazione, potremo avere cento milioni di morti di sete. Le prime avvisaglie di questo processo le abbiamo avute lo scorso dicembre quando l’acqua è stata quotata in borsa in California e poi a Wall Street. Questo è un peccato di onnipotenza: la follia dell’uomo.

 

Per questo i comitati dell’acqua di tutta Italia, domani 12 giugno, celebreranno a Roma con una manifestazione nazionale alle 15,30 in piazza Esquilino, per ricordare a tutti la disattesa applicazione del referendum da parte del governo italiano. A Napoli, unica grande città ad obbedire al referendum, con una azienda speciale pubblica(Abc), l’appuntamento è per oggi alle ore 18 davanti al Municipio.

 

Mi appello alla coscienza di Draghi perché utilizzi quei 4,38 miliardi di euro per ripubblicizzare la nostra “sorella acqua” (i nostri esperti hanno calcolato che si può fare con molto di meno). Papa Francesco scrive nella sua enciclica Laudato Si’: “Questo mondo ha un debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità”. È la prima volta che un Papa parla dell’acqua come “diritto alla vita” (un termine usato in campo cattolico per l’aborto e l’eutanasia). Privatizzarla equivale a vendere la propria madre. Difendiamo tutti la nostra comune Madre

11/06/2021

da Il Manifesto

Adriana Pollice

 

Sesto rapporto sul Covid-19 redatto da Istat e Istituto superiore di Sanità. Il 45% percento del totale dei positivi (quasi 2 milioni) si è infettato nei primi quattro mesi del 2021

 

Il 46% dei casi Covid sono stati registrati nei primi 4 mesi del 2021: è quanto emerge dal sesto rapporto sulla diffusione dell’epidemia, redatto da Istat e Istituto superiore di Sanità. Dal 20 febbraio 2020 al 30 aprile 2021 sono stati segnalati 4.035.367 di positivi, 1.867.940 da gennaio ad aprile di quest’anno. Da inizio pandemia al 30 aprile 2021 sono stati registrati 120.628 decessi. La campagna di vaccinazione ha fatto segnare nel primo quadrimestre, rispetto al 2020, un calo dei contagi tra gli over 80 e un abbassamento dell’età dei casi segnalati: dopo 7 settimane dalla prima inoculazione si è stimata una riduzione di circa l’80% del rischio di infezione, del 90% del rischio di ricovero e del 95% del rischio di decesso.

 

Nel 2020 il totale dei decessi è stato il più alto mai registrato in Italia dal secondo dopoguerra: 746.146 morti, 100.526 in più rispetto alla media 2015-2019 (15,6% di eccesso). L’eccesso di mortalità tra marzo e dicembre 2020 fotografa l’effetto del virus: in questo periodo si sono osservati 108.178 decessi in più rispetto alla media del 2015-2019 (21% di eccesso). Il picco il 28 marzo 2020 (928 vittime in un giorno), per la seconda ondata il giorno più nero è stato il 19 novembre (805 decessi).

 

LA SPERANZA DI VITA alla nascita è scesa a 82 anni, ben 1,2 anni sotto il livello del 2019, per osservare un valore analogo occorre risalire al 2012. Negli uomini la speranza di vita è scesa a 79,7 anni (1,4 anni in meno dell’anno precedente), mentre per le donne si attesta a 84,4 anni (un anno in meno). Bergamo è la provincia con la più alta mortalità generale rispetto agli anni precedenti, seguita da Cremona, Lodi e Piacenza. Nel Centro, record negativo per Pesaro Urbino, mentre nel Mezzogiorno è Foggia. L’incremento delle morti della popolazione over 80 anni copre il 76,3% dell’eccesso complessivo. L’incremento della mortalità nella classe di età 65-79 anni spiega un altro 20%. Analizzando la diffusione del virus nei primi mesi del 2021, le province con il maggior tasso di incidenza sono state quelle del versante Nord-orientale: Bologna, Gorizia, Forlì-Cesena, Udine, Rimini, Bolzano.

 

IL RAPPORTO OSSERVASALUTE, curato dall’Osservatorio nazionale sulla Salute nelle regioni italiane, mostra che la riduzione dell’aspettativa di vita, in un anno, ha annullato tutto il guadagno ottenuto nel decennio precedente. Il Covid è stato la seconda causa di morte dopo il tumore. Il Pil è crollato di almeno 5 punti. L’analisi della mortalità da Covid, depurata dalla struttura per età della popolazione, evidenzia che la Valle d’Aosta (246,1 decessi per 100mila abitanti) e la Lombardia (208,6 per 100mila abitanti) hanno avuto una mortalità più che doppia rispetto alla media nazionale (103,9). La pandemia ha concorso al peggioramento delle condizioni di salute dei fragili come dimostra l’aumento, rispetto alla media 2015-2019, di altre cause di morte quali demenze (più 49%), cardiopatie ipertensive (più 40,2%) e diabete (più 40,7%).

 

PER SCOPRIRE come tutto è iniziato si possono leggere i resoconti delle riunioni della task force nuovo Coronavirus istituita dal ministero della Salute il 22 gennaio del 2020, pubblicati tre giorni fa sul sito dello stesso ministero dopo il ricorso al Tar del Lazio da parte di FdI. Il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, che alle riunioni prendeva parte, ha bollato i verbali come «appunti sciatti». Ma da FdI attaccano: «Emerge la totale impreparazione e le troppe bugie sul Piano pandemico». Rileggendo i resoconti, ci si rende conto di quanto sfuggisse la gravità di una malattia fino ad allora sconosciuta. Il 22 gennaio si attivano i corridoi sanitari per i passeggeri in arrivo dalla Cina via aereo, non c’è filtro però per chi già è nei confini o per chi arriva con voli indiretti. Anche a febbraio si continuerà a puntare sul controllo degli scali maggiori, lasciando il Covid libero di arrivare via treno, via mare o lungo le autostrade. Nei primi due mesi si teme quasi esclusivamente la Cina e l’Oriente mentre si sottovaluta il fatto che il contagio si è già affacciato in Germania e Belgio, quindi in Francia e nel Regno Unito.

 

LA RICERCA DEI DISPOSITIVI di protezione, come le mascherine, cominci il 29 gennaio. Il 4 febbraio Confindustria spiega che lo stock è sufficiente per 2/3 mesi. Il Covid non fa ancora paura. Il 2 febbraio si legge: «La trasmissione da parte dei casi asintomatici è rara. Queste situazioni non dovrebbero contribuire alla diffusione del virus in modo continuativo». Il giorno successivo i tecnici dello Spallanzani spiegano: «È verosimile che il virus si attenui nelle prossime settimane. La diffusione è simile a quella dell’influenza». Solo 12 febbraio dal ministero della Salute spiegano: «Non notificare pazienti positivi asintomatici sarebbe gravissimo».

 

Solo il 15 febbraio il direttore generale della Prevenzione «evidenzia la necessità di procedere a un aggiornamento del Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale, risalente al 2009». Ma il 18 febbraio c’è ancora ottimismo: «Per quanto riguarda i voli, il 28 marzo è una data che segna il passaggio dalla stagione invernale a quella estiva, auspicando che per tale data si possa addivenire a una soluzione positiva della vicenda “coronavirus”».

09/06/2021

Marco Bersani 

 

Giustizia fiscale è fatta?
Il suo nome era Cerutti Gino,
Ma lo chiamavan Drago
Gli amici al bar del Giambellino
Dicevan che era un mago (1)

 

“Accordo storico” è stata definita dai leader europei l’intesa di principio, uscita dal G7 finanziario di Londra, di applicare un’aliquota globale minima di almeno il 15% su tutte le imprese multinazionali e di tassare il 20% della quota eccedente il 10% dei profitti nei Paesi in cui vengono realizzati.

 

E subito, su tutti i media mainstream, si sono sprecati i peana al fondamentale ruolo avuto dal nostro Presidente del Consiglio, Mario Draghi, grazie alla cui autorevolezza tutto questo è stato possibile.

 

Si tratta davvero, come dice Draghi, di “un passo verso una maggiore equità e giustizia sociale per i cittadini” o siamo di fronte alla più grande presa per i fondelli per gli stessi?

 

Di cosa parliamo quando diciamo multinazionali

 

Secondo il rapporto 2020 “Top 200. La crescita del potere delle multinazionali”2, elaborato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, le imprese multinazionali sono 320.000 e occupano 130 milioni di dipendenti, pari al 4% degli occupati mondiali. Il loro fatturato è pari a 132mila miliardi di dollari, con profitti netti pari a 7.200 miliardi di dollari. Il 14% di questo fatturato è coperto dalle prime 200 imprese multinazionali.

 

Molte multinazionali hanno un fatturato superiore al Prodotto Interno Lordo degli Stati: nella comparazione, nei primi 100 posti compaiono 42 multinazionali (con la prima al 25esimo posto). Ma se il confronto viene effettuato con le entrate degli Stati, le multinazionali presenti nei primi cento posti diventano 69 (con la prima al 13esimo posto).

 

Sempre secondo il rapporto, le società quotate in Borsa sono circa 41.000, con un capitale complessivo di 84 mila miliardi di dollari, pari al Pil dell’intero pianeta.

 

Tra gli azionisti delle prime 10.000 di queste società figurano per il 41% investitori istituzionali (assicurazioni, fondi di investimento, fondi pensione), per il 27% azionariato diffuso, per il 14% investitori pubblici, per l’11% imprese private e per il 7% investitori individuali.

 

I primi dieci fra gli investitori istituzionali gestiscono da soli il 57% della ricchezza totale finanziaria, mentre tra gli investitori pubblici, è il capitale pubblico cinese a fare la parte del leone (57%).

 

Come evidenziano i dati, siamo in presenza di una ricchezza enorme, sempre più concentrata in poche mani. Ma quanto di questa ricchezza ritorna alla collettività attraverso le tasse?

 

Di cosa parliamo quando diciamo elusione fiscale

 

Per ridurre il carico fiscale, le multinazionali utilizzano diverse tecniche. Quella più semplice consiste nella creazione di una società controllata con sede in un paradiso fiscale, in cui spostare gli utili conseguiti dalle altre società del gruppo.

 

Un’altra tecnica è quella del transfer pricing, che consiste nell’effettuare transazioni (prestiti, cessioni di marchi e brevetti o servizi) tra società che fanno capo a una controllante che ha sede in un paradiso fiscale.

 

Nessun paese europeo rientra nella cosiddetta “lista nera” dei paradisi fiscali adottata dal Consiglio d’Europa. Eppure, non c’è alcun dubbio che alcuni Stati membri dell’UE svolgano un ruolo centrale nel trasferimento di capitali verso giurisdizioni a fiscalità privilegiata.

 

Uno degli indizi dell’importanza di alcuni centri finanziari europei nel sistema internazionale dell’elusione fiscale, è dato dagli enormi flussi di investimenti diretti esteri che vi si dirigono.

 

Lo conferma la “Relazione sui reati fiscali e l’evasione”1 del Parlamento Europeo, che evidenzia come l’elevato livello di investimenti esteri rispetto al Pil in Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Olanda sia solo in parte spiegato da attività economiche effettive.

 

Parte degli investimenti esteri è destinato, infatti, a sussidiarie o “società a destinazione specifica”. Si tratta di società “buca-lettere”, cioè entità giuridiche senza consistenza fisica e che non svolgono alcuna attività economica reale, costituite per minimizzare il carico effettivo globale delle multinazionali.

08/06/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Abbiamo appreso direttamente dai social dell’aviazione israeliana che sei caccia stealth F-35 stanno partecipando a un’esercitazione aerea in Italia denominata Falcon Strike 2021 insieme a forze aeree italiane, statunitensi, britanniche.

 

L’esercitazione si svolge prevalentemente sui cieli della Sardegna ma riguarda il Tirreno e arriva fino al Golfo di Taranto.

 

La presenza dell’aviazione israeliana ricorda ancora una volta che Israele è un avamposto della Nato e degli USA in Medio Oriente e che il “mondo libero” è complice e corresponsabile dell’apartheid e dell’occupazione illegale dei territori palestinesi. Per questo l’Italia non riconosce lo Stato di Palestina e non interrompe la vendita di armi a Israele.

 

Il governo italiano – tradendo i valori della Costituzione e della Resistenza – si è collocato non in una posizione equidistante ma dalla parte di Israele cioè contro i diritti del popolo palestinese.

 

Di questa politica di complicità è testimonianza non solo il fatto che PD e M5S non hanno partecipato alle manifestazioni dei palestinesi durante il bombardamento di Gaza e anche all’ultima di sabato scorso a Roma. Come si potranno indurre governi e forze politiche israeliane al dialogo se si continua a garantire il più totale sostegno ai peggiori misfatti?

07/06/2021

da Controlacrisi

Federico Giusti

Una Pa inefficiente che in pochi anni ha perso 600 mila posti di lavoro, con gli stipendi piu' bassi della Ue e la forza lavoro ultracinquantenne, la piu' vecchia per età anagrafica d'Europa, non era il biglietto da visita ideale per un paese del capitalismo avanzato.

 

Non siamo davanti solo al disinvestimento nel settore pubblico ma all'idea che la Pa non sia utile anche ai fini del Pil, a erogare servizi allla cittadinanza (e non solo alle imprese per capirci) capaci di assicurare anche un welfare dignitoso con sanità e istruzione funzionanti ed efficienti. E senza un sistema scolastico e sanitario efficiente un paese non puo' essere in salute come si evince dai mesi pandemici.

 

Una Pa moderna significa anche investire nella ricerca , nella formazione e nelle risorse umane, l'esatto contrario di quanto avvenuto in Italia negli ultimi 25 anni.

 

Nel corso degli anni la stabilizzazione dei precari, presenti soprattutto in alcuni comparti della Pa, ha rappresentato un tabu', i fautori del presunto merito non hanno perso occasione per accusare i presunti meccanismi autonomatici di reclutamento in barba al merito e alla selezione, peccato che molti di questi precari siano stati assunti, nel campo della ricerca, all'estero con contratti e borse di studio assai piu' generosi dei nostri.

 

La questione ideologica del merito è stata funzionale al contenimento della spesa e dell'investimento nel pubblico, ha alimentato la precarizzazione del lavoro e il crescente disinvestimento in tutta la PA.

 

L'arrivo al Governo di Mario Draghi, ce lo chiedeva l'Ue non dimentichiamolo, ha segnato una svolta? In sostanza no, la Pa è sempre piu' piegata alle logiche e ai bisogni di impresa, il merito (la performance) continua a farla da padrone, i contratti a tempo determinato sono incentivati in funzione del Recovery .

 

Nei prossimi mesi arriveranno tante assunzioni anche a tempo indeterminato ma se confrontiamo i nuovi arrivi con i pensionati per la quota 100 e la Fornero, con i 9 anni di blocco sostanziale delle assunzione, anche i futuri organici risulteranno deficitari.

 

Nella Pa mancano ricercatori, insegnanti, amministrativi e tecnici, manca personale sanitario (la cgil parlava mesi fa di 22 mila unità indispensabili) se pensiamo che per tamponi e vaccinazioni si è fatto ricorso anche al personale militare non avendo organici civili in numero adeguato alle necessità.

 

Ora apprendiamo che le prossime assunzioni saranno in funzione del Recovery puntando sui contratti a tempo determinato (massimo per 5 anni, circa 24 mila assunzioni) e indeterminato (per le figure tecniche indispensabili a realizzare i Piani), la spesa per neo assunti non graverà sui costi del PNRR e le spese correnti dovranno essere mantenute inferiori a certi tetti.

 

I tetti di spesa , responsabili della debacle del sistema pubblico, continuano ad imperversare, le assunzioni giudicate indispensabili per la Pa in buona parte saranno a tempo determinato o a collaborazione perseverando con quella precarietà occupazionale madre di tutte le sventure.

 

Ci sembra evidente che i problemi strutturali della Pa non saranno risolti con queste scelte, nel frattempo si fa strada una revisione della sempre presente legge Brunetta con la cosiddetta fascia di eccellenza da premiare con quote maggiorate di salario accessorio a discapito della maggior parte dei dipendenti pubblici.

 

Dinanzi all'ennesima scelta all'insegna della precarietà, la Pa diventa sempre piu' funzionale agli interessi di impresa con il silenzio assenso dei sindacati rappresentativi che si accontenteranno di gestire il welfare aziendale favorendo sanità e previdenza pubblica. Argomenti già trattati in qualche domenicale ma ormai evidenti e comprensibili anche ai piu' ostinati ottimisti per i quali il Governo Draghi rappresenterebbe una inversione di tendenza, anzi una sorta di rilancio neoKeynesiano del ruolo statale. Gli ottimisti sono ciechi e creduloni e confondondo Keynes con l'ordoliberalismo di origine teutonica. Beata ignoranza!

05/06/2021

DA FarodiRoma

Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali

 

Il primo passo lo ha fatto lui, Papa Francesco, nel novembre 2019, tornando da un viaggio in Asia, quando ha raccontato sull’aereo di aver letto sui giornali del coraggio mostrato dai portuali di Genova nel rifiutarsi di caricare le armi su navi destinate a paesi in guerra, come l’Arabia Saudita, Yemen e Israele. E li ha indicati pubblicamente come esempi da seguire, cioè come eroi civili.

 

“In un porto, adesso non ricordo bene – ha detto Papa Francesco – è arrivata una nave piena di armi che doveva passare le armi a una nave più grande che doveva andare nello Yemen, e noi sappiamo cosa succede nello Yemen. I lavoratori del porto hanno detto no. Sono stati bravi! E la nave è tornata a casa sua. Un caso, ma ci insegna come si deve andare” avanti perchè “la pace oggi è molto debole, molto debole! Ma non dobbiamo scoraggiarci”.

 

“Buongiorno Santità – hanno scritto in wuesti giorni i portuali in un messaggio indirizzato a Francesco – siamo il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova.
Ci rivolgiamo a Lei, Papa Francesco perché nella lotta contro il traffico di armi che passano per i nostri porti e che erano dirette in Yemen lei ha fatto dichiarazioni importanti che ci hanno fatto sentire nel giusto”

 

“Quel porto – ricordano i portuali – era Genova e quei lavoratori eravamo noi che insieme a associazioni pacifiste, scout, gruppi e movimenti antimilitaristi e per i diritti umani e con alcune organizzazioni sindacali siamo riusciti a bloccare il traffico di armi per lo Yemen. Pochi giorni fa abbiamo fatto lo stesso per le armi dirette al conflitto israelo palestinese”.
Al Papa i portuali confidano le proprie inquietudini: “Ora succede – spiegano – che quella lotta e quella vittoria contro la guerra, contro i traffici di armi e per salvare vite umane ci si sta ritorcendo contro. La questura di Genova ci sta indagando per associazione a delinquere. Ci creda siamo tutto fuorché delinquenti.

 

Abbiamo organizzato scioperi, blocchi, qualche azione diretta per attirare l’attenzione su quanto stava passando dai nostri porti. Mettendoci la faccia, senza nasconderci, sempre alla luce del sole e prestando attenzione che nessuno si facesse male, con coraggio e ostinazione. Questa lotta ora sta coinvolgendo tanti altri lavoratori portuali italiani e stranieri e per questo stanno cercando di isolarci con condanne gravi che peseranno sulle nostre vite”.

 

“Abbiamo deciso di rivolgerci a Lei – rivelano i portuali- perchè abbiamo bisogno di un altro atto di solidarietà e coraggio da parte Sua per dimostrare che non bisogna aver paura a dire la verità, a lottare per la pace e contro quella che giustamente lei ha definito IPOCRISIA ARMAMENSTISTA.
Abbiamo bisogno di sentire nuovamente le sue parole quando ha detto “Occorre parlare come fratelli. La fratellanza umana! Fermiamoci ragazzi, fermiamoci perchè la cosa è brutta!” Abbiamo bisogno che questa vicenda che ci vede coinvolti venga archiviata e che certe accuse assurde vengano ritirate”.

 

“Abbiamo bisogno del suo aiuto e dell’aiuto di tutti per poter continuare da lavoratori portuali a contrastare il traffico di armi.
Grazie”, conclude infine il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali.

04/06/2021

da il Manifesto

Andrea Colombo

 

Un lavoraccio. Dopo l’«invito» della Ue a togliere il blocco, i sindacati sul piede di guerra. Mentre Confindustria insiste e volano di nuovo i falchi

 

L’invito Ue a riprendere di lena i licenziamenti? «Non è una valutazione ufficiale della Commissione ma uno studio», prova a minimizzare il ministro del Lavoro Andrea Orlando mentre infuria la tempesta e rullano i tamburi di guerra dei sindacati. Il governo si tiene in equilibrio su una fune sottile e Orlando lo sa: «Oggi si sta discutendo della gradualità con cui superare il blocco. Si è raggiunto un punto di equilibrio e credo che la discussione debba partire di lì tenendo conto delle posizioni diverse nella coalizione». Poi un colpo al cerchio, «Penso che lo studio non valuti adeguatamente tutte le variabili del caso italiano», e uno alla botte, «Siamo tutti d’accordo sul superare il blocco: si sta discutendo sulle modalità». Insomma, il governo è tra due fuochi e cerca una via per coniugare spinte difficilmente compatibili.

 

AI SINDACATI quello «studio» che di accademico non ha niente e che accusa il blocco dei licenziamenti di «andare a detrimento degli occupati a tempo determinato» e di essere «persino controproducente» è suonato come una dichiarazione di guerra. «È una bugia totale. Se c’è la necessità di riorganizzare il lavoro invece dei licenziamenti si devono utilizzare altri strumenti, dai contratti di solidarietà alla cig, dalla formazione ai contratti di espansione», sbotta Landini. Per la Cisl il segretario Sbarra è altrettanto tassativo: «Mantenere il blocco almeno fino a ottobre è solo una proposta di buon senso, un atto di responsabilità». Più apocalittico il leader della Uil Bombardieri: «Bisogna trovare soluzioni ragionevoli per evitare la catastrofe sociale».

 

È UNA PRESSIONE CHE il governo non può ignorare. Ma dall’altra parte non c’è solo Confindustria, che insiste invece per rimuovere il blocco il 30 giugno, nei tempi per ora fissati. C’è una Ue che ha sempre più palesemente fretta di chiudere la parentesi antirigorista dell’era Covid. A Berlino i falchi insistono per un ritorno al vecchio patto di Stabilità nel 2023. Sia in Germania che a Bruxelles c’è una corrente forte che preme per modificare le regole, almeno per quanto riguarda il rientro dal debito, ma le possibilità di farcela in tempo per la fine del prossimo anno sono esigue, come ammette lo stesso commissario Gentiloni. Ieri, per la seconda volta in pochi giorni, l’ex ministro delle Finanze tedesco Schäuble è partito all’attacco, stavolta dalle colonne del Financial Times. «Dobbiamo tornare alla normalità della politica monetaria e fiscale», spiegando poi che senza le adeguate pressioni gli Stati «si arrendono alla tentazione di fare debito a spese della comunità».

 

Quella di Schäuble è, non per la prima volta, una posizione opposta a quella di Draghi, che vuole invece scommettere proprio sul debito, purché «buono» cioè produttivo e non «assistenziale». Non è affatto detto che ad avere la meglio sia l’ala rigorista dell’ex ministro tedesco e del presidente di Bundesbank Weidmann, ma nello scontro la definizione del braccio di ferro sul blocco dei licenziamenti in Italia potrebbe avere il suo peso e questo spiega probabilmente, almeno in parte, la resistenza di Draghi a prolungare il blocco.

 

TIRATO IN DIREZIONI opposte dall’esterno, il governo deve fare i conti anche con una maggioranza nella quale si registrano le stesse divisioni. Fi è schierata contro la proroga perché la soluzione è «creare occupazione». LeU è sulla stessa linea dei sindacati e così pure il grosso dei parlamentari 5S, anche se il futuro leader Conte, come spesso gli capita a fronte di scelte difficili, opta per il mutismo. Nel Pd Letta sostiene che il «blocco per tutti non ha senso» e se la prende con la Lega, particolarmente ondivaga. Salvini oscilla infatti da un estremo all’altro e Zaia dice chiama le cose con il loro nome: «È una situazione di stallo».

 

DI LICENZIAMENTI, ieri, Draghi ha parlato anche con l’opposizione di destra, al secolo Giorgia Meloni. Grande soddisfazione della sorella d’Italia per il nuovo metodo, «Conte nemmeno ci ascoltava», e nello specifico dei licenziamenti la proposta di sostenere economicamente le aziende che scelgono di evitarli perché «se il 40% delle imprese chiude il blocco non serve». Ieri il premier ha anche riunito la cabina di regia ma sul decreto assunzioni. Di licenziamenti si riparlerà quando il dl Sostegni bis arriverà in parlamento per la conversione e gli emendamenti sul blocco non mancheranno. Gli estremi per un primo vero scontro sociale, in anticipo sull’autunno, ci sono tutti.

03/05/2021

da il Manifesto

Andrea Fabozzi

 

2 giugno. Nel suo intervento al Quirinale il presidente Mattarella va alle origini della Repubblica: solidarietà e umanità. Alla vigilia del semestre bianco, un discorso di messa in sicurezza dei valori prima delle istituzioni. Con il tono delle raccomandazioni al momento del congedo

 

«Come lo fu allora, questo è il tempo di costruire il futuro». Per il 75esimo anniversario della Repubblica, Sergio Mattarella compie quasi un’operazione di scavo, andando a rintracciare una dopo l’altra nella «storia degli italiani e della loro libertà» le qualità positive del paese. Come a preparare la dote, il bagaglio di partenza nel momento in cui comincia una sfida simile a quella cominciata quando «l’Italia è stata ricostruita dalle macerie» e «la Costituzione ha indicato la strada da percorrere».

 

Manca nel discorso del presidente della Repubblica, letto ieri dal cortile d’onore del Quirinale alla presenza di tutte le autorità dello stato e tramesso in tv, qualsiasi accenno diretto ai prossimi passaggi politici. Il semestre bianco è ormai distante meno di due mesi, le manovre di avvicinamento all’elezione del nuovo presidente sono cominciate. Mattarella evidentemente non ha bisogno di tornare sull’argomento, ha già detto e ribadito che non è disponibile a un reincarico, anzi che a suo modo di vedere questa eventualità andrebbe anche formalmente esclusa in Costituzione. Ma pure in assenza di indicazioni esplicite, il discorso di ieri, lungo e complesso, ha il tono delle raccomandazioni finali. Quasi una messa in sicurezza dei valori sui quali costruire la nostra «ripresa e resilienza». Subito prima di dedicarsi alla messa in sicurezza degli assetti istituzionali.

 

Al centro del discorso c’è il racconto di «una grande impresa collettiva», quella con la quale «i partiti, le forze sociali, i soggetti della società civile» ma anche «politici, imprenditori, lavoratori, donne e uomini di ogni ruolo e condizione» hanno «risollevato il paese». Non è storia solo di successi, tutt’altro. Con una nettezza non consueta il capo dello stato parlando del terrorismo riconosce che «la risposta degli apparati dello stato per molti aspetti apparve incerta». Ma «a salvare la democrazia in quel passaggio drammatico fu prima di tutto la straordinaria mobilitazione popolare». Ulteriore conferma del valore collettivo dell’impresa.

 

La democrazia, dice il capo dello stato «è qualcosa di più di un insieme di regole: è un continuo processo in cui si cerca la composizione delle aspirazioni e dei propositi». Come a dire che non c’è scampo alla politica, anche il Piano migliore dal punto di vista tecnico dovrà misurarsi con la forza e gli interessi di chi si preoccuperà di dargli gambe. Mattarella scolpisce alcuni punti fermi per la ripresa: la Repubblica, dice, «è libertà e democrazia, è legalità, è solidarietà». Ed è anche «umanità e difesa della pace e della vita» e qui aggiunge «sempre e ovunque» omaggiando l’impegno alla salvezza delle vite nel Mediterraneo. Repubblica è «uguaglianza» che però «per molti aspetti è un cammino ancora incompiuto». Parla a lungo della condizione femminile il capo dello stato. Certo non casualmente indica – soprattutto alle giovani e ai giovani invitati al Quirinale «scegliete gli esempi, i volti, i modelli tra le tante cose positive da custodire della nostra Italia» – solo esempi di donne: Lina Merlin, Nilde Iotti, Tina Anselmi, Liliana Segre, Samantha Cristoforetti. Cita anche «il ricordo del sorriso di Luana D’Orazio» per dire quanto ci sia ancora da fare per la sicurezza sul lavoro.

 

«Il paese non è fermo», assicura Mattarella, e «lo spirito che animò i costruttori di allora» non è «andato smarrito». «Il cambiamento è già in atto» ma dovrà essere all’altezza delle grandi riforme infrastrutturali e sociali che «hanno cambiato il profilo» del paese. Il capo dello stato ne cita tante, ma si sofferma sul cammino per «sradicare ogni forma di discriminazione». Il fatto che l’Italia di oggi sia «anche sul piano dei diritti civili più matura e consapevole, migliore di quella di 75 anni fa» va proposto alal riflessione di quanti ancora si oppongono, oggi, a provvedimenti come il disegno di legge Zan.
«Abbiamo una risorsa grande», dice in conclusione il capo dello stato, «si chiama Europa», «l’Ue è un’oasi di pace in un mondo di guerre e tensioni». Passaggio che conferma il valore di “raccomandazione” per il futuro di questo discorso per il 75esimo del 2 giugno ’46. La cui sintesi in due parole è nella penultima pagina del testo: «Avere cura della Repubblica».

02/06/2021

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Lo chiamavano "Recovery". I dati Istat su crescita e occupazione possono creare illusioni ottiche. All'uscita della pandemia emerge una costante del mercato del lavoro dopo il Jobs Act: i dipendenti che hanno perso il lavoro nell'ultimo anno (-222 mila nonostante il blocco dei licenziamenti) sono sostituiti dai precari (-229 mila). Quando la crescita aumenterà di velocità inizierà a macinare precariato. Servono interventi strutturali ispirati al garantismo sociale e sul lavoro per fermare questo carosello. Ma di questo nel "Piano di ripresa e resilienza" non c'è traccia e nella maggioranza Frankenstein di Draghi non c'è nemmeno un Letta che si sbilancia. La lotta contro il precariato non vale nemmeno un posizionamento elettorale

 

Gioire per uno zero virgola nelle statistiche economiche è una caratteristica di tutti i governi. Quello attuale, non diversamente dai precedenti, ieri ha sussultato perché l’Istat ha corretto il prodotto interno lordo (Pil) del primo trimestre 2021 a +0,1% per effetto del calcolo dei giorni lavorati, al netto delle fluttuazioni di carattere stagionale. Una stima del 30 aprile scorso lo dava a meno 0,4%. Complessivamente il recupero del Pil, dopo il capitombolo dell’anno scorso (-8,9%), è al +2,6%. A fine anno potrebbe superare il +4%.

 

Al di là di questi giochi statistici ciò che è più interessante è capire che tipo di occupazione porterà una crescita non strutturale, da interpretare come un rimbalzo fisiologico dopo l’abisso provocato dalle quarantene a fisarmonica per contenere il Covid 19. Lo capiamo da un altro report intitolato «Occupati e disoccupati» pubblicato ieri dall’Istat. Andiamo a pagina 4 dove sono riportati i dati annuali da aprile 2020 a aprile 2021. La dinamica è chiara: il crollo del Pil ha provocato il crollo del lavoro dipendente (nonostante il blocco dei licenziamenti, i sindacati chiedono la proroga) di 222 mila unità e quello dei precari e delle partite Iva pari a 184 mila unità. Allo stesso tempo, negli ultimi dodici mesi, sono stati assunti 229 mila dipendenti a termine. Siamo davanti al cosiddetto «effetto sostituzione»: i lavoratori dipendenti sono sostituiti da quelli precari. Senza contare che questi ultimi, in maggioranza donne e giovani, sono i più colpiti dalla crisi. La disoccupazione giovanile è al 33,7%: un record. Queste persone hanno perso il lavoro nel primo lockdown. E lo riperderanno ancora. Così faranno gli ex dipendenti. A questo esito potrebbe avere collaborato la sospensione in atto del decreto dignità, bandierina usata dai Cinque Stelle per dimostrare di avere fatto qualcosa contro la precarietà.

 

La conferma dell’effetto sostituzione in atto viene dall’aumento dell’occupazione ad aprile 2021 registrato ieri dall’Istat: +20 mila unità, soprattutto donne, dipendenti a termine e under 35. Diminuiscono gli uomini, i dipendenti permanenti, le partite Iva e gli ultra 35enni. Da gennaio 2021 la crescita dell’occupazione è stata di 120 mila unità. Dato modesto se paragonato al totale della perdita dal marzo scorso: oltre 800 mila posti di lavoro in meno. Il blocco per la pandemia ha creato questa situazione: gli inattivi, cioè coloro che non cercano lavoro perché non c’è, sono un esercito: +870 mila. Sono diminuiti (ad aprile 2020 erano 932 mila) perché hanno ricominciato a cercare lavoro anche se non lo hanno trovato. Tecnicamente li definiscono «disoccupati». Per questa ragione la disoccupazione è aumentata al 10,7%. Ma non sarà facile rientrare nel perimetro del precariato con un lavoro a termine. Da questo perimetro però sarà più facile uscire alla scadenza dei contratti.

 

Il «libero mercato» del lavoro in Italia è un carosello. Quando ricomincerà a macinare precariato si parlerà di una crescita occupazionale. Sarà precaria, sottopagata, senza tutele, né diritti, ma incentivata con i soldi alle imprese. Ma tutti vedranno l’illusione numerica, non l’esperienza concreta della forza lavoro. Questi sono i risultati del Jobs Act, ultima stazione creata dal Pd di Renzi nel 2015 dopo una lunga precarizzazione. Nella maggioranza Frankenstein del governo Draghi nessuno intende cambiare la situazione. L’attuale segretario del Pd Enrico Letta non se ne occupa. Il garantismo sociale sul lavoro, e nel non lavoro con un reddito di base, non vale un posizionamento elettorale. Una riforma a tutela dei lavoratori non rientra nel «Piano di ripresa e resilienza» di Draghi. Fu richiesta dieci anni fa, il 29 settembre 2011, ma era di segno opposto. «Sostenere l’efficienza del mercato del lavoro» si leggeva nella lettera allo sciagurato governo Berlusconi scritta (con Trichet) da Draghi quando stava iniziando la prima stagione alla Bce. Da allora nessuno ha visto la stella cometa dell’«efficienza» attraversare i cieli del mercato. Pazienza, non è il tempo dei miracoli. Il problema è che non c’è l’ombra di una giustizia nella società.

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