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06/04/2020

Marco Craviolatti

da Sbilanciamoci

 

Spesso grandi conquiste dei lavoratori avvengono dopo uno shock di sistema, come le otto ore che furono conquistate dopo la prima guerra mondiale e l’epidemia di spagnola. E’ il momento di tornare a chiedere una riduzione di orario di lavoro. Anche per modificare il cosa e il come si produce, innovando.

 

Ci sarà un prima e un dopo, adesso siamo nell’attimo di cesura, di svolta. La valanga del virus si ingrandisce via via sulla fragile montagna di squilibri internazionali. L’esito tuttavia non è predeterminato, i nuovi assetti futuri si stanno giocando in poche settimane, giorni addirittura, questi.

 

È una fase piena di pericoli, ma allo stesso tempo di possibilità, di opzioni ancora aperte. Le emergenze, reali o presunte, possono legittimare e accelerare misure economiche anti-popolari (la shock economy), limitare le libertà individuali, perfino ridurre le garanzie democratiche.

 

Se però guardiamo alla storia, anche grandi conquiste dei lavoratori sono avvenute in seguito e “grazie” a eventi di rottura, anche drammatici, che hanno deviato il corso della storia dalle precedenti prassi, consuetudini, inerzie. I modelli produttivi sono certo fondati sulla struttura tecnologica e organizzativa disponibile in ogni epoca e sui rapporti di forza tra classi sociali, ma anche su “cornici di senso”, percezioni simboliche ed emotive (frame, nella nota analisi di George Lakoff), paradigmi culturali sul naturale ordine delle cose, che ad esempio hanno legittimato per lungo tempo lo schiavismo o il salario inferiore per le donne.

 

La conquista più importante nella storia del movimento operaio, le 8 ore di lavoro, è avvenuta subito dopo la carneficina della I guerra mondiale e  – vedi caso – i milioni di morti dell’influenza spagnola. In Italia i primi a ottenerle furono i metallurgici della Fiom nel 1919, ma già nel 1923 divennero orario legale con il governo… Mussolini. Certo stava cambiando la struttura produttiva, la catena di montaggio moltiplicava la produttività oraria garantendo maggior profitto in minor tempo. Ma insieme era cambiata la sovrastruttura culturale: orari ridotti divennero dapprima “pensabili” e al fine ordinari, anche quando il fascismo represse il sindacato e allontanò il fantasma bolscevico.

 

Sarà un altro shock, la Grande depressione dal 1929, a riportare al centro del dibattito pubblico la riduzione degli orari, caldeggiata come strumento di rilancio del capitalismo non solo da J.M. Keynes, ma da un rilevante fronte padronale, ad esempio il presidente FIAT Giovanni Agnelli.

 

I sociologi del futuro analizzeranno stupefatti come nel 2020 le 8 ore fossero ancora concepite come il modello lavorativo ordinario, dopo un secolo di sbalorditive rivoluzioni industriali, tecnologiche, sociali. Il sistema produttivo si è radicalmente modificato, è esplosa la disoccupazione strutturale e ancora più la sotto-occupazione dei lavoretti, ma l’unica risposta emersa è il reddito di base, per alleviare le conseguenze peggiori. La cornice concettuale dentro cui pensiamo il lavoro è rimasta ferma.

 

Proposte avanzate negli anni recenti per ridurre gli orari sono praticabili e realistiche, moderatamente riformiste più che rivoluzionarie. Eppure non se ne parla, non “bucano” il dibattito pubblico, nemmeno quello sindacale in verità. Il frame dominante non viene scalfito: è un tema vecchio, Bertinotti, costa troppo, in Francia non ha funzionato (non è vero),  sarebbe bello ma ci sono cose (sempre) più urgenti.  

 

Apparirà ora più chiara la finestra di opportunità che si è aperta: stanno vacillando sia i paradigmi concettuali sia le conseguenti politiche economiche che hanno governato l’Italia e l’Europa negli ultimi decenni, moltiplicando ingiustizie e sofferenze.

 

Grande è la confusione sotto al cielo, e l’ipocrisia: i  carnefici della sanità e dei servizi pubblici invocano lo Stato, i cantori dell’austerità le politiche espansive, vacillano perfino i dogmi europeisti  e si affaccia l’indicibile, l’implosione dell’Euro e dell’Unione a traino tedesco.  

 

Fiumi di denaro saranno immessi nell’economia reale, soprassedendo ai sacri dogmi su deficit e debito. Certo le modalità adottate per affrontare la recessione potranno tradursi in ulteriore svendita del patrimonio pubblico, impoverimento dei lavoratori, rapina della residua ricchezza immobiliare e mobiliare delle famiglie.

 

È dunque decisivo il ruolo di indirizzo che sapranno imporre le forze sociali organizzate, innanzitutto il sindacato.

 

Veniamo al punto: ci sono in questi giorni, pochissimi giorni, le due condizioni necessarie per avviare un Piano nazionale di riduzione e distribuzione dei tempi di lavoro.

 

C’è la condizione economica: la possibilità di investire denaro pubblico per avviare la transizione verso una nuova organizzazione del lavoro e consolidarla fino a farla diventare ordinaria, predisponendo fin da ora le  opportune leve di incentivo/disincentivo fiscale e contributivo. La mera estensione di congedi, cassa integrazione, bonus reddituali  è doverosa nell’emergenza, ma non determina cambiamenti strutturali.

 

C’è la condizione “simbolica”, una nuova cornice di senso: la drammaticità reale e percepita del momento palesa che non ci si può affidare a ricette logore o pavide, ma occorre osare qualcosa di nuovo e  di ambizioso. Soprattutto, il discorso pubblico è già permeato dai media con messaggi di due tipi, complementari: paura individuale e speranza collettiva. I sacrifici richiesti oggi e i timori per il futuro che “non sarà più come prima” vengono alleviati dal senso di comunità (i canti dal balcone e le bandiere) e dalla solidarietà come strumento per uscire dalla crisi (la riconoscenza per l’abnegazione dei lavoratori della sanità, stare a casa per non contagiare altri, i volontari che portano la spesa, gli aiuti e gli studi internazionali condivisi). 

 

Poco importa qui sviscerare autenticità o pervasività di tali sentiment. Un Piano di distribuzione del lavoro si sintonizzerebbe con entrambi, al cuore della maggioranza dei cittadini, risponderebbe alla paura di perdere il lavoro o di non ritrovarlo con un progetto collettivo di solidarietà oggi più che mai comprensibile e condivisibile. Perfino qualche sacrificio salariale apparirebbe più accettabile dopo aver lottato per preservare la salute e sospendere tutte le attività non essenziali anche a costo di guadagnare di meno. Settimana corta di 32 ore, 35 ore orizzontali, fascia oraria modulabile in ogni settore e impresa (30-35 ore)… le proposte pratiche dovranno essere valutate nei dettagli, ma è il minore dei problemi una volta affermata la nuova cornice.

 

Sappiamo che la riduzione degli orari non genera una distribuzione aritmetica del lavoro, che molte imprese avevano già una sovra-capacità produttiva, aggravata ora dal calo degli ordini, e non assumeranno nuovo personale nell’immediato. Permarrà la necessità di creare occupazione buona e utile, a partire dal settore pubblico martoriato, ma si eviterà la catastrofe sociale e si potrà di nuovo indicare ai lavoratori impauriti e speranzosi l’obiettivo e il percorso per la piena occupazione.

 

Sappiamo inoltre che le crisi economiche sono anche fasi di rottura (disruption) che ridisegnano molto velocemente i sistemi e le catene produttive, nazionali e internazionali. Imprese arretrate e statiche soccombono, ma altre imprese dinamiche emergono, quelle in grado di innovare i prodotti (cosa si produce) e i processi (come si produce), adottando nuove tecnologie e modificando l’organizzazione del lavoro. L’imprenditoria italiana necessita già di credito (per liquidità e investimenti), ma reclama anche sgravi fiscali e contributivi senza condizioni, nella speranza di galleggiare riducendo i costi. Le risorse pubbliche andrebbero invece utilizzate per stimolare il cambiamento adattivo delle imprese, oggi più che mai indispensabile. I tempi di lavoro sono una dimensione chiave dell’organizzazione, un Piano di riduzione indurrà le imprese a esaminare e riprogettare le proprie attività, anche con investimenti mirati, stimolando il miglioramento dell’intero sistema produttivo nazionale, che senza politiche industriali pubbliche si stava impoverendo già ben prima del virus.

 

Non è realistico immaginare di tornare “come prima” dopo una crisi planetaria, ma nemmeno auspicabile, visto che prima c’erano già milioni di persone oppresse dalla povertà o dallo sfruttamento.

 

Se ne potrà uscire peggio di prima, ma anche meglio di prima, volgendo lo  sguardo (la cornice) e i passi (le politiche) verso altri orizzonti. Succederà tutto nelle prossime settimane, deciderà come sempre chi saprà imporre la propria egemonia, prima di tutto culturale. Il movimento dei lavoratori ha valori storici e simboli potenti, in cui oggi molti possono tornare a riconoscersi, “grazie” al virus che li accomuna nelle paure e nelle speranze, al di là della frammentazione lavorativa che li ha divisi.

 

Il 1° Maggio è nato come giornata di lotta per la riduzione dei tempi di lavoro. Quelle radici possono cambiare gli esiti di questa crisi. Il 1° Maggio 2020, con le piazze vuote, vedrà lavoratori e lavoratrici in rassegnata attesa di salvatori della patria tra i propri nemici di classe, oppure già idealmente e collettivamente in marcia per la coraggiosa inversione di rotta che entra nei libri di storia?

02/04/2020

 

Noi di Rifondazione Comunista proponiamo la patrimoniale da decenni scontrandoci col rifiuto di tutti, dal centrodestra al centrosinistra fino al M5S.


L'ultima campagna l'abbiamo fatta tra novembre e gennaio distribuendo in Italia un milione di volantini.
C'è voluta una pandemia mondiale per superare il tabù. Ora persino Beppe Grillo e Casini la propongono.


Sulla patrimoniale è stato costruito un muro di disinformazione nel corso degli anni simile a quella che negli USA è stato eretto contro un servizio sanitario per tutti.
La maggior parte degli italiani non dovrebbe pagare nulla con una patrimoniale che colpisca le grandi ricchezze e anche il peso sul ceto medio alto sarebbe irrisorio.


Chiediamo a governo e parlamento di procedere immediatamente all'introduzione della patrimoniale e a introdurre una progressività fiscale come imporrebbe la Costituzione.
Per difendere gli interessi del 10% più ricco della popolazione nel corso degli anni avete massacrato la sanità, lo stato sociale, la ricerca, l'università e le politiche per l'occupazione.

Far pagare più tasse ai ricchi significa semplicemente applicare la #Costituzione.

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista - Sinistra Europea

01/04/2020

 

I pazienti delle Rsa in Lombardia, 60 mila persone “muoiono come mosche” lontani dai cari e senza cure adeguate. Lo ha denunciato Luca Degani presidente dell’Uneba, Associazione delle cooperative sociosanitarie, elencando le morti e soprattutto le inadempienze e gli errori di una gestione regionale irresponsabile.

 

Il riferimento è alla strage di anziani nelle case di riposo, dalla Residenza Anni azzurri di Lambrate, al Polo geriatrico e riabilitativo di Via San Faustino di Milano, alla Borromea di Mediglia, alla Fondazione Santa Chiara di Lodi, a Crema , a Vimercate e a tutte quelle di cui ancora non sono chiari i decessi. Tutto ciò ha inizio con l’assurda delibera del 6 marzo, con cui Regione Lombardia decide che in alcune RSA vengano accolti pazienti di coronavirus con sintomi non gravi.

 

 Si è incredibilmente deciso di portare il contagio proprio dove vivono soggetti anziani più fragili, spesso con pluripatologie, proprio quelli per i quali andava previsto un aumento delle tutele! Non solo nei confronti delle RSA non si è organizzato per tempo un serio piano di prevenzione e difesa dal contagio come sarebbe stato necessario, ma sono state trasformate, come all’inizio i Pronto Soccorso degli ospedali, in luoghi del massimo pericolo, con la conseguenza prevedibile del più alto numero di morti. 

 

E’ questa l’eccellenza della sanità lombarda tanto decantata dalle destre al governo della regione da 30 anni? Il tempo è passato e non sono arrivati i DPI (anzi è stata teorizzata una precedenza agli ospedali e sottratto materiale destinato alle RSA) o non sono quelli professionali.

 

Non è stato steso un protocollo generale su come comportarsi in caso di contagio sia all’interno della struttura, sia in rapporto al ricovero ospedaliero. Se i posti in ospedale non ci sono, i pazienti nelle RSA hanno diritto ad essere curati bene con tamponi che facciano le diagnosi per permettere di separare i contagiati dai sani, con ossigeno, respiratori fino alla terapia sub-intensiva, farmaci adeguati.

 

Va attuato un piano immediato di isolamento dei contagiati e di verifica dei loro contatti. Per cure e isolamento si proceda alla requisizione di cliniche private e alberghi se non c’è posto negli ospedali. 

 

Il personale deve essere tutelato con tutti i DPI necessari e formato alla nuova emergenza, anche prevedendo il supporto di altre figure professionali mandate dall’ATS (pneumologi, cardiologi, etc.) 

Ci uniamo alla mobilitazione dei familiari, dei medici e degli operatori delle RSA per denunciare questo scandalo che mette in pericolo di vita 60 mila persone, i loro famigliari e il personale che li cura. Ma una tragedia di questa portata non può e non sarà dimenticata e, a tempo debito i responsabili saranno chiamati a risponderne.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale

Antonello Patta, segretario Regionale Lombardia

Giovanna Capelli, responsabile Sanità Lombardia

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

01/04/2020

da Controlacrisi

Fabio Sebastiani

 

Ad oggi sono deceduti 66 medici e 9.518 è il totale degli operatori sanitari i contagiati. Decisamente troppi. "Se come dichiarato nelle recenti conferenze stampa della Protezione Civile l’obiettivo per i sanitari dovrebbe essere Zero Positivi, risulta veramente inaccettabile – commenta la Commissione Emergenza-Urgenza Anaao Assomed - che lo stesso ISS, con un atteggiamento ambivalente, pubblicizzi ancora come valido nelle ultime linee guida del 28 marzo l’impiego di mascherine chirurgiche per l’assistenza a casi COVID-19 confermati".


Secondo l'Anaao l'ISS, nel recepire ancora indicazioni provvisorie ormai già vecchie promulgate dall’OMS su larga scala, in febbraio promulga in questo momento drammatico per la sanità pubblica disposizioni la cui “razionalità” è inspiegabile, poiché limitano gravemente la sicurezza del personale non potendo ritenersi né desiderabili né raccomandabili, compresa la sicurezza dei pazienti, esposti a possibili contagi da parte del personale sanitario non adeguatamente protetto e tutelato.

 

Come Anaao Assomed ha evidenziato in una recente nota tecnica, nel 2014 la stessa OMS aveva già sollevato una serie di problematiche sull’inadeguatezza delle mascherine chirurgiche per proteggere le vie respiratorie specie se da nuovi patogeni, l’INAIL non considera le mascherine chirurgiche come DPI.

 

“È inoltre evidente – sottolinea la Commissione - che laddove non vi possano essere garanzie di adeguata separazione di aree “sporche/pulite” nell’assistenza ai pazienti COVID-19, con apposite aree filtro e sistemi di ventilazione a pressione negativa, disponibilità di sovracamici/tute Classe III, numero minimo di set di DPI, la mancanza di maschere filtranti aggrava ulteriormente il rischio di contagio”.

 

Pertanto la Commissione di Anaao chiede:

 

l’immediata rettifica delle linee guida dell’ISS prevedendo nella stanza dei pazienti Covid solo l’utilizzo di maschere filtranti FFP2 per ogni turno di lavoro e NON di mascherine chirurgiche, e l’utilizzo di FFP3 per le procedure invasive;

 

in considerazione dell’imprevedibilità dell’evoluzione del quadro epidemiologico intra ed extraospedaliero, è opportuno che tutto il personale sanitario che abbia un rapporto frontale diretto coi pazienti (degenze, ambulatori, radiodiagnostica, farmacie) venga dotato di maschere filtranti FFP2 per ogni turno di lavoro in quanto unica misura idonea a garantire uno standard minimo attendibile di protezione.

 

Proteggere il personale sanitario è di prioritaria importanza e nell’interesse di tutta la collettività. Invitiamo quindi i tecnici dell’ISS, se ancora convinti delle loro decisioni, a recarsi a curare i malati per verificare sul campo la presunta bontà e razionalità delle loro decisioni.

31/03/2020

 

Abbiamo seguito sempre con passione, come da anni facciamo, la dinamica del "dis-Servizio" Postale attraverso gli occhi e i sentimenti dei tanti Sindaci dei nostri Comuni, che proprio in questi giorni sono stati protagonisti di un ennesimo episodio che testimonia la realtà variopinta e controversa del Bene Postale collettivo.

 

In pratica è bastata una loro presa di posizione, comunque in linea con il Decreto Ministeriale (DPCM Covid19) che vieta spostamenti e assembramenti, che contestava la decisione di chiudere tutti gli uffici periferici, azione adottata da Poste Spa senza alcun confronto con le Amministrazioni locali, violando così la legge 158/17 che impone un confronto paritario e costruttivo, per alzare un polverone non indifferente.

 

I Sindaci sostengono che lasciare aperto solo un ufficio in un territorio obblighi evitabili spostamenti e concentrazioni di utenza, quindi un comportamento improprio. Nulla di male a parere nostro. Ma si sa, se il dialogo manca, vince chi tira più forte, anche se nessuno, tanto meno i Sindaci in questione, avrebbero potuto immaginare che l'eterno scontro tra i rappresentanti delle piccole comunità contro il gigante delle telecomunicazioni, si potesse allargare ad una mischia a tre.

 

Per noi di Rifondazione Comunista e anche per tantissimi lavoratori non è una novità, forse lo sarà per i nostri Primi Cittadini, che, a ragione, non hanno proprio digerito sentirsi dire che le loro posizioni sul tema risultano essere "sterili" e  "polemiche".

Ci uniamo senz'altro ai tanti e tanti pareri emersi sui social in difesa delle Amministrazioni, e condividiamo la lettera che collettivamente i Sindaci hanno redatto in risposta al "nuovo" antagonista. Ma certo è un colpo basso, che più basso di così non si può, quello che hanno ricevuto le comunità locali, nell'apprendere che il terzo contendente della singolar tenzone, è proprio colui che si vanta degli "storici collegamenti" con le vere esigenze delle comunità.

 

Per noi di Rifondazione come detto non è una novità, piuttosto una conferma sciagurata di quanto perpetrato da anni, e che oggi si svela finalmente e pubblicamente, e cioè: Il vero ruolo che in Azienda Poste Spa ricoprono i Sindacati Confederali  e Autonomi.

Si perché sono stati proprio questi rappresentanti del mondo del lavoro a dire in pratica ai Sindaci di essere incompetenti e rompiscatole (sterili polemiche); e alla fine e in tal modo, cade al suolo in un attimo la combine che da anni giocano parallelamente al tavolo con l'azienda.

D'altronde se il servizio postale si è ridotto solo alla conta dei tagli, chiusure di uffici, giorni alterni per la distribuzione della posta, se da 230.000 dipendenti nel 1998 oggi sono 123.000, se il profitto e la privatizzazione si è mangiata un ennesimo Bene Comune, ecco dobbiamo ringraziare CGIL, CISL, UIl ecc..

 

Senza stupirsi più di tanto se l'avvocato difensore per eccellenza del gruppo dirigenziale di Poste Spa siano proprio diventati i tradizionali sindacati, ex difensori dei lavoratori. Comunque vogliamo ricordare anche ai Sindaci e ai vari partiti, per rendere giustizia dialettica al ragionamento sopra esposto, che tutto ciò è avvenuto e avviene anche grazie alla politica, ai tanti governi che si sono succeduti, i quali hanno contribuito a questo sfacelo, proprio perché posti di fronte agli utili che Poste Spa realizza.

 

Per la Segreteria del Partito della Rifondazione Comunista di Santa Fiora

30/03/2020

Locatelli (Prc-Se)

 

Con i soldi di un F35 (150 milioni di euro ) quanti respiratori si potrebbero acquistare?

 

E’ una domanda che non interessa a quanti hanno deciso di dare continuità alla linea produttiva degli F35 alla Leonardo di Cameri in provincia di Novara” sostiene Ezio Locatelli, segretario provinciale di Torino e componente la direzione nazionale Prc-Se.

 

Dopo una breve sospensione delle attività per i casi registrati di lavoratori infettati da coronavirus è ripartita oggi la produzione degli F35 con l’impiego di circa 200 lavoratori. “Una oscenità intollerabile. Un affronto nei confronti di milioni di persone che in questo momento stanno facendo immani sacrifici per fronteggiare l’emergenza sanitaria da Covid19”, sostiene ancora Locatelli.

 

Per l’esponente di Rifondazione Comunista “la produzione di caccia da combattimento non ha nulla a che vedere con lo svolgimento di attività essenziali in campo sanitario, agroalimentare, dell’energia, della logistica e dei trasporti.

 

Questa produzione è solo una vergognosa concessione all’industria militare che contraddice clamorosamente l’impegno a rivolgere tutti gli sforzi per la difesa della salute delle persone e dei lavoratori oltre che per far fronte all’impatto sociale di una crisi senza precedenti.

 

Chiediamo a gran voce che tutte le industrie militari presenti sul nostro territorio sospendano le loro attività. Invece che tagliare ospedali, posti letto, servizi pubblici come governi vari hanno fatto in questi anni siano tagliate le spese militari!

 

Creiamo occupazione buona. Riconvertiamo l’industri bellica in una industria di pace a servizio del benessere collettivo”.

26/03/2020

 

Non ci uniamo al coro di esaltazione di Mario Draghi. Non ci entusiasma il suo intervento sul Financial Times nè la proposta della Lega e della destra di metterlo alla guida di un governo di unità nazionale. Draghi – come tutto il capitalismo europeo – chiede ora agli stati di indebitarsi ma si guarda bene dal dire che dovrebbe essere la Bce come la FEd negli USA a finanziare la tenuta dell’economia e del welfare europeo. Draghi ha perseguito per anni l’obiettivo dello smantellamento del modello sociale europeo e gran parte delle nefandezze subite dagli italiani (legge Fornero, tagli sanità, abolizione articolo 18) erano contenute nelle sue letterine. Lo ricordiamo come quello che usò un vero e proprio terrorismo economico con il blocco dei bancomat per piegare la Grecia di Tsipras e Varoufakis.

 

Che l’uomo del Britannia, di Goldman Sachs, della troika venga indicato come possibile Presidente del Consiglio o peggio della Repubblica dà l’idea che in questo paese si sono perse da anni le coordinate del buon senso e della Costituzione. Se oggi noi siamo in difficoltà è anche a causa del massacro della sanità pubblica e ora il killer Draghi in altra veste torna sul luogo del delitto.

 

Fummo gli unici a scendere in piazza contro Monti e non abbocchiamo alle dichiarazioni furbesche di Draghi.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

26/03/2020

da il Manifesto

Luigi Pandolfi 

 

Governo/Ue. Forse sarebbe venuto il momento di prendere in considerazione una qualche forma di finanziamento monetario a lungo termine dei deficit di bilancio, senza creare nuovo debito e, per questo, dipendere dagli umori e dai calcoli del mercato dei capitali

 

Nell’ultima riunione dei ministri finanziari dell’Unione Europea non si è deciso di mandare in soffitta il fiscal compact. Agli Stati membri, soprattutto quelli più colpiti dalle complicazioni economiche e finanziarie della pandemia, è stata solo concessa una maggiore «flessibilità di bilancio».

 

Più generosa che in passato, ma temporanea e sulla parola.

 

In sostanza, i Paesi membri possono espandere i propri bilanci ricorrendo al mercato con l’emissione di nuovo debito, ma con un grosso rischio: passata la bufera, chi avrà speso molto si ritroverà solo ed impotente di fronte ad eventuali assalti della speculazione e con il cappio al collo del vincolo esterno che nel frattempo verrà ripristinato. Nessuna decisione, infatti, è stata assunta sulla condivisione di questo debito aggiuntivo.

 

Gli Eurobond o la garanzia illimitata sulle emissioni eccezionali dei singoli Paesi rimangono ancora nella sfera della discussione mass-mediatica, mentre il presidente della Bce Lagarde, dopo il disastro comunicativo dei giorni scorsi, sull’ipotesi dei coronabonds ancora parla di un’eventuale «esplorazione a tempo determinato».

 

L’unica certezza rimane il Fondo Salva Stati (Mes), ovvero la concessione di prestiti agli Stati in difficoltà previa sottoscrizione di protocolli per il rientro dal debito a suon di riforme lacrime e sangue.

 

La verità è che questa crisi sta riproponendo la storica divaricazione tra alcuni Paesi del nord (Germania e Olanda in testa), fermi nella loro contrarietà a qualsiasi forma di mutualizzazione del debito europeo o di una parte di esso, e i Paesi mediterranei con l’aggiunta dell’Irlanda (i vecchi PIIGS) ed ora di altri ancora (Slovenia, Lussemburgo, Belgio, Francia), che, con terrore, vedono nel proprio futuro uno scenario che, per forza evocativa, si potrebbe definire «ellenico».

 

Con una differenza non da poco rispetto a qualche anno fa. Gli stessi Paesi che nel 2015 fecero blocco con l’asse del nord per dare una lezione alla Grecia, oggi si ritrovano, insieme alla stessa Grecia, ad invocare «misure solidali» nella gestione di questa crisi. E nessuno di questi, a cominciare da chi li ha già sperimentati sulla propria pelle, è disposto a sottoscrivere «memorandum d’intesa» per salvare le proprie finanze pubbliche. Il coronavirus è riuscito dove non riuscirono fame, miseria e disoccupazione dopo il crack finanziario del 2007-2008, che in Europa sfociò nella cosiddetta «crisi dei debiti sovrani».

 

E’ il fatto politico più importante di queste ore: nove Paesi dell’Unione, trainati dal premier italiano Conte, hanno preso carta e penna ed hanno scritto una lettera-appello al presidente del Consiglio europeo Charles Michel, chiedendo non solo «misure eccezionali» data l’eccezionalità della situazione, ma che la politica monetaria della Bce venga affiancata da «audaci» decisioni di politica fiscale, che tradotto significa più spesa pubblica, oggi per l’emergenza, domani per rimettere in piedi l’economia.

 

Con quali soldi? Su questo punto il documento è molto chiaro: con uno «strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’Ue». I famosi Eurobond, che consentirebbero di raccogliere risorse sul mercato per il «finanziamento stabile e a lungo termine» delle politiche economiche necessarie a contrastare la crisi.

 

Un passo avanti notevole, soprattutto per la considerazione del «lungo termine». Ma si potrebbe osare di più. La formula del «debito europeo» contenuta nella lettera dei nove capi di governo si basa su due aspetti chiave: l’approvvigionamento delle risorse avviene sul mercato; il rischio viene condiviso in solido e proporzionalmente dagli Stati membri.

 

Debito europeo e condiviso, certo, ma pur sempre di debito si tratta.

 

Forse sarebbe venuto il momento di prendere in considerazione una qualche forma di finanziamento monetario a lungo termine dei deficit di bilancio, senza creare nuovo debito e, per questo, dipendere dagli umori e dai calcoli del mercato dei capitali. Gli strumenti ci sono. Non si capisce perché quello che è stato possibile per tanti decenni nei principali Paesi del mondo non possa essere possibile oggi con una crisi alle porte che si annuncia devastante.

25/03/2020

da il Manifesto

Mao Valpiana*, Francesco Vignarca **

 

Governo e virus. È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme.

 

La pubblicazione del Decreto della Presidenza del Consiglio relativo alle più recenti (e dure) limitazioni a causa del coronavirus, in particolare per le attività produttive, ha riservato una sorpresa non gradita a chi si occupa di disarmo. Tra le pieghe delle norme approvate viene infatti prevista la possibilità per l’industria della difesa di rimanere operativa, mentre invece la grande maggioranza delle aziende deve rimanere chiusa.

 

Sembra davvero che l’industria militare sia intoccabile, e che il governo Conte consideri la produzione di sistemi d’arma tra le attività strategiche e necessarie. Immediata la risposta di chi (come Sbilanciamoci, Rete Disarmo e Rete Pace) ha sottolineato l’insensatezza di mettere a rischio la salute di migliaia di lavoratori con pericolo di ulteriore diffusione del contagio solo per non intaccare i profitti dell’industria delle armi.

 

È incomprensibile come il governo non abbia il coraggio di ordinare questo stop, se addirittura il presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia, ha dichiarato: «Fino a poco tempo fa era considerata strategica l’industria bellica, adesso abbiamo capito che non ce ne frega niente, meglio avere una provetta, un respiratore».

 

Positive sono state le immediate reazioni dei sindacati, che hanno condotto a diversi scioperi spontanei anche in aziende a produzione militare, a testimonianza del fatto che sempre più spesso sono lavoratori e lavoratrici i primi a vedere chiaramente quali dovrebbero essere le scelte più utili per il Paese. Perché da questa tragica emergenza dobbiamo uscire con prospettive e scelte che si allontanino dalle logiche che hanno determinato la riduzione degli investimenti sanitari (passati dal 7% del Pil al 6,5%) mentre lievitava una spesa militare ormai stabilmente oltre l’1,4%.

 

Abbiamo bisogno di una reale alternativa, che non può essere che nonviolenta (e quindi di disarmo). Ma cosa c’entra la nonviolenza con l’emergenza sanitaria da Covid-19? C’entra, eccome, perché è scelta non solo etica e morale. La politica della nonviolenza ha senso pieno proprio oggi; «altrimenti non so che farmene», diceva Gandhi, che la pensava come strumento per trovare il pane per gli affamati, come oggi dobbiamo trovare posti letto per i malati.

 

È una nonviolenza che ha radici antiche. Pensiamo a Raoul Follerau che chiedeva a gran voce «il costo di un giorno di guerra per la pace» o ad Albert Schweitzer che già all’inizio del Novecento comprese il legame stretto tra spese militari e investimenti in salute. Fino a ieri sembravano due sognatori utili solo per farne santini da parrocchia, ma hanno invece anticipato di un secolo quel che oggi, messi al muro dall’evidenza, anche governanti europei sovranisti sono costretti ad ammettere: meglio avere un respiratore automatico in più, e una bomba o un missile in meno.

 

È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme. L’industria bellica non è un settore essenziale e strategico: questa può essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria (in primo luogo verso produzioni sanitarie).

 

Per la prima volta, forse, con il nuovo mondo nato dopo il conflitto mondiale che ha sconfitto il nazismo, e fatto nascere l’Onu, ci si rende conto che persino l’economia mondiale, viene dopo la salute individuale.
È una rivoluzione impensabile fino a qualche settimana fa. E tutti capiscono che per tutelare la salute propria e delle persone care, figli, nipoti, amici, è assolutamente indispensabile avere un sistema sanitario pubblico che funzioni. In Europa, nel bene e nel male, ce l’abbiamo, con pregi e difetti; là dove, invece, la sanità è considerata una merce come altre l’impatto della pandemia sarà ancora più devastante.

 

Per questo l’impegno delle reti e movimenti italiani per la Pace e il Disarmo si basa da tempo sulla richiesta di una drastica riduzione delle spese militari, a favore di quelle sociali. Si tratta dell’obiettivo politico principale della Campagna per la «Difesa civile, non armata e nonviolenta». Quando diciamo: «Un’altra difesa è possibile», significa che è necessario e ormai inderogabile invertire la rotta. Finché non sarà a disposizione delle nostre istituzioni anche una scelta possibile di azione non armata e nonviolenta sarà facile il ricatto di chi chiede soldi per le strutture militari e per le armi.

* Presidente del Movimento Nonviolento

** Coordinatore Rete Italiana per il Disarmo

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