Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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31/08/2019

da La Citta Futura

Le sentenze della magistratura sono influenzate dal clima politico e sociale. Per fare a pezzi il Jobs Act serve cambiare i rapporti di forza fra le classi

 

Scriviamo nei giorni della crisi di Governo, una crisi dagli effetti ancora ignoti. Tralasciando i ragionamenti sul futuro esecutivo o sulle eventuali elezioni anticipate, proviamo a capire qualcosa di una recente sentenza del Tribunale di Milano, quella che, a detta della stampa, avrebbe fatto a pezzi il Jobs Act. Ma prima di addentrarci nell'argomento urge una piccola precisazione sul nesso tra attività istituzionale e attacchi materiali alle condizioni dei lavoratori, ai loro salari e più genericamente ai diritti sociali.

 

Per anni è stato detto che la presenza in Parlamento era un obiettivo fuorviante, frutto di una contagiosa cecità contro la quale occorrerebbe rilanciare le lotte e il conflitto. Una vera e propria semplificazione che sicuramente ha forti radici nella indecorosa presenza in Parlamento della sinistra, soprattutto quella più radicale. La crisi di queste ore, con LeU disposta a sostenere qualsivoglia governo senza la Lega e a prescindere dal programma, induce ad ammettere che in fondo sia sempre valida la massima andreottiana del logoramento quale prerogativa dei soli esclusi dal potere.

 

Gli orientamenti della Magistratura risentono da sempre del clima politico e sociale, le sentenze favorevoli ai lavoratori sono arrivate quasi sempre nei momenti in cui il conflitto tra capitale e lavoro vedeva la classe lavoratrice in posizione di forza.

 

Non esiste un diritto astratto e super partes. Se nella società domina il liberismo e la supremazia del mercato sugli interessi collettivi siamo certi che molte sentenze non di discosteranno dai ‘sani’ principi del vincitore. Non a caso oggi nessuno parla più di indirizzo a fini sociali della proprietà e dell’impresa o di controllo dell'economia, anzi la riscrittura della Costituzione (che metterebbe da parte destra e sinistra) parte proprio dalla cancellazione delle parti più avanzate della Carta.

 

Ma la sostanza del ragionamento da noi sviluppato è ben altra: se un Parlamento emana leggi contro i lavoratori, sarà difficile per anni vincere le cause intentate dai lavoratori stessi; se fanno giurisprudenza sentenze padronali, molti giudici seguiranno i medesimi orientamenti.

 

Basterebbe questa considerazione per capire che la presenza di parlamentari schierati su posizioni di classe non sarebbe inutile ma necessaria. Nel migliore dei casi, invece, i parlamentari oggi (ma parliamo di una infima minoranza) risultano schierati, anzi appiattiti, sulle posizioni della Cgil, la stessa il cui leader Landini è disposto a sostenere un esecutivo a guida Conte.

 

E veniamo all’argomento oggetto dell’articolo. Il Tribunale di Milano rinvia alla Corte di Giustizia Ue quella parte del Jobs act che esclude per alcuni lavoratori la reintegra, individuando una discriminazione in seno alla forza-lavoro per stabilire una sorta di variabile del diritto: chi è stato assunto dopo il 31 Marzo 2015, ossia dopo l'approvazione del Jobs act, non avrebbe diritto alla reintegra nel posto di lavoro (per altro già compromessa dalla riforma dell’articolo 18 targata Monti-Fornero) ma solo a un risarcimento economico.

 

La causa, intentata dalla Cgil, reclama che non sia la data di assunzione discriminatoria per far valere un diritto oppure un altro. Si menziona la Carta dei diritti della Ue che stabilisce, all'art 20, l'uguaglianza di tutte le persone davanti alla legge, ragione per cui un trattamento diversificato è stato giudicato improprio. La data di assunzione non può essere dirimente per stabilire dei diritti. Ma potremmo anche ragionare in termini restrittivi ossia potrebbe essere sostenuto che, in un momento di crisi della Ue e della sua economia, la reintegra è giudicata sbagliata e sarebbe opportuno favorire invece il mero risarcimento economico. Non è un’ipotesi fantascientifica visto che la Corte dell’Ue è sempre ben disposta a tutelare i diritti borghesi e la “libera concorrenza”, ma meno propensa a farlo per i diritti sociali.

 

Non basta che un diritto formale sia uguale per tutti perché possa essere soddisfatto il diritto sostanziale, cioè la tutela contro i licenziamenti. Non sarebbe un buon diritto un’eventuale scelta per il risarcimento al posto della reintegra, ripristinando un uguale trattamento al ribasso, a scapito dei lavoratori tutelati.

 

La sentenza è contraddittoria e non entra nel merito della distruzione di tutele individuali e collettive a salvaguardia del più debole (il licenziato appunto) ma si sofferma solo sulla natura divisoria di un diritto, quello della reintegra, che vale per alcuni e non per altri.

 

Quindi dichiarare che è stato fatto a pezzi il Jobs act mi pare un tantino eccessivo. Chi esulta per questa sentenza o non l'ha letta bene o non capisce le contraddizioni della stessa, peggio ancora non vuole intravedere una logica del diritto sempre più astratta e lontana dagli interessi reali, dalla salvaguardia delle classi sociali più deboli.

 

Forse da qui dovremmo partire per un ragionamento serio e costruttivo.

30/09/2019

 

Direzione Riconadazione Comunista

 

Condividiamo le proposte contenute nel documento firmato da tante personalità della cultura, della solidarietà, della sinistra e dell’ambientalismo pubblicato su Il Fatto e il Manifesto. Il governo che forse sta nascendo non sarà il nostro governo e dubitiamo che i 10 punti saranno fatti propri dalla maggioranza M5S-Pd. Però costituiscono un’ottima agenda di lotta e mobilitazione per incalzare la nuova maggioranza parlamentare e indicano soprattutto la svolta di cui ci sarebbe bisogno e su cui unitariamente dovrebbe impegnarsi tutta la sinistra sociale e politica.  (M.A.)

 

Il momento è serio: è il momento di essere seri.

 

Non possiamo dire che c’è un pericolo fascista, e subito dopo annegare in quelle incomprensibili miserie di partito che hanno così tanto contribuito al discredito della politica e alla diffusa voglia del ritorno di un capo con «pieni poteri». I limiti del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico sono tanti, gravi ed evidenti. Ma se, per entrambi, può esistere il momento del riscatto: ebbene, è questo. Da cittadini, da donne e uomini fuori dalla politica dei partiti ma profondamente preoccupati dell’interesse generale, proponiamo di partire dall’adozione di questi dieci punti fondamentali, interamente ispirati al progetto della Costituzione antifascista della Repubblica.

 

E in particolare al suo cuore, l’articolo 3 che tutela le differenze (di genere, di cultura, di razza, di religione) e impegna tassativamente a rimuovere le disuguaglianze sostanziali. È del tutto evidente che ognuno di questi punti comporta un impegno pressante dell’Italia nella ricostruzione di una Unione Europea che provi ad assomigliare a quella immaginata a Ventotene, e cioè in armonia e non in opposizione al progetto della nostra Costituzione.

 

1. Legge elettorale proporzionale pura: l’unica che faccia scattare tutte le garanzie previste dalla Costituzione. Per mettere in sicurezza la Costituzione stessa: cioè la democrazia.

 

2. L’ambiente al primo posto: la decarbonizzazione per combattere il cambiamento climatico, l’impegno per una giustizia ambientale, locale e globale, come unica strada per la salvezza della Terra. Dunque: difesa dei beni pubblici: a partire dall’acqua e dalla città. Unica Grande Opera: messa in sicurezza di territorio e patrimonio culturale, nel più stretto rispetto delle regole, e attuata attraverso un piano straordinario di assunzione pubblica. Moratoria di tutte le grandi opere (Tav incluso), e consumo di suolo zero. Un piano per le aree interne e un piano per la mobilità che parta dai territori, dalle esigenze delle persone e dei pendolari. Piano pubblico di riconversione ecologica della produzione e del consumo incentrato sull’efficienza energetica e sul recupero dei materiali di scarto.

 

3. Lotta alle mafie e alla corruzione. Costruire una giustizia più efficiente investendo risorse, mezzi e personale necessari. Garantire l’autonomia della magistratura e la sua rappresentatività nell’organo di autogoverno.

 

4. Ricostruzione della progressività fiscale e imposte sulla ricchezza (imposta di successione e patrimoniale) e revisione costituzionalmente orientata della spesa pubblica, a partire dalla drastica riduzione della spesa militare. L’autonomia differenziata, che è di fatto la secessione delle regioni più ricche, va fermata: restituendo invece centralità alle politiche per il Mezzogiorno.

 

5. La libertà delle donne come metro di un’intera politica di governo: lotta senza quartiere alla violenza sulle donne; perseguire l’obiettivo della parità nella occupazione e salariale; congedo di paternità obbligatoria, asili nido pubblici e gratuiti, assistenza agli anziani e alle persone disabili, campagne per la condivisione dei compiti di cura, etc.

 

6. Lotta alla povertà: reddito di base vero (diretto a tutti coloro che percepiscono meno del 60 % del reddito mediano del Paese, accompagnato da politiche attive del lavoro e interventi formativi volti alla promozione sociale e civile della persona), e attuazione del diritto all’abitare.

 

7. Parità di diritti per tutti i lavoratori e le lavoratrici (ovunque e comunque lavorino), a partire dal diritto soggettivo alla formazione per tutto l’arco della vita. Lotta alla precarietà, salario minimo e ripristino dell’articolo 18.

 

8. Progressivo rifinanziamento del Fondo sanitario nazionale e programma di assunzioni di operatori e professionisti del Servizio sanitario nazionale, i cui standard devono essere omogenei e non differenziati per regione.

 

9. Abolizione del reato di immigrazione clandestina, abrogazione dei decreti sicurezza e politica di accoglienza verso i migranti orientata sulla Costituzione e sull’assoluto rispetto dei diritti umani.

 

10. Restituire scuola e università alla missione costituzionale, negata dalla stratificazione di pessime riforme: formazione dei cittadini e sviluppo del pensiero critico.

 

Velio Abati, Angela Barbanente, Piero Bevilacqua, Anna Maria Bianchi, Ginevra Bompiani, Adrian Bravi, Carlo Cellamare, Luigi Ciotti, Francesca Danese, Vezio De Lucia, Gianni Dessì, Donatella Di Cesare, Paolo Favilli, Giulio Ferroni, Goffredo Fofi, Nadia Fusini, Luca Guadagnino, Maria Pia Guermandi, Francesca Koch , Ernesto Longobardi, Maria Pace Lupoli, Laura Marchetti, Franco Marcoaldi, Lorenzo Marsili, Alfio Mastropaolo, Ignazio Masulli, Tomaso Montanari, Rosanna Oliva, Francesco Pallante, Enzo Paolini, Pancho Pardi, Rita Paris, Valentina Pazè, Livio Pepino, Tonino Perna, Anna Petrignani, Antonio Prete, Mimmo Rafele, Andrea Ranieri, Lidia Ravera, Marco Revelli, Pino Salmè, Battista Sangineto, Loretta Santini, Giuseppe Saponaro, Enzo Scandurra, Beppe Sebaste, Toni Servillo, Paola Splendore, Corrado Stajano, Sarantis Thanapoulis, Alessandro Trulzi, Nicla Vassallo, Guido Viale, Vincenzo Vita.

29/08/2019

Giulio Cavalli

da Left

 

La tenerezza il ministro dell’Interno che si arrabatta prima di inscatolare le sue cose al Viminale. Fa tenerezza nella sua fragorosa profusione di bugie che racconta come se ci credesse davvero: lui che ha fatto tutta la campagna elettorale a braccetto con Berlusconi (e con la Meloni in scia) e li ha abbandonati per trovare l’accordicchio con il Movimento 5 stelle ora guaisce contro gli accordi degli altri, convinto davvero di essere uno stratega. È riuscito a infilarsi da solo nel sacco e ora si inventa poteri forti in giro che sono i suoi stessi compagni di strada fino a qualche giorno fa, gli stessi che ha eroso a forza di fare propaganda e che ha gettato convinto di avere abbastanza voti.

 

Fa tenerezza il ministro Salvini che prima ci insegnava come si doveva fare il ministro dell’Interno, ci ripeteva che stava in mezzo al popolo perché si doveva fare così, fingendo di fare attività istituzionale quando era solo bieca campagna elettorale. E ora è incollato alla sedia contravvenendo a se stesso, fingendo di fare il bravo impiegato con le foto dei figli usati come scenografia del solito set delle sue bugie raccontate per avere un buon sfondo.

 

Fa tenerezza Salvini che si ingegna per firmare divieti alle navi Ong, l’ultima la Mare Jonio piena di donne incinte e di bambini, cercando di convincerci che siano un problema per la sicurezza nazionale e poi basta una foto, una foto qualsiasi, perché si sbricioli in tutta la sua vigliacca ipocrisia.

 

Ora ricomincerà con la sua solfa, pregherà il Sacro cuore di Maria perché qualche immigrato compia un reato qualsiasi. E intanto il suo gradimento cala. Intanto i suoi fidi spalatori di fango che gli curano i social non glieli pagheremo più noi. E probabilmente arriveranno anche i processi.

 

Chiuda la porta, quando esce, Capitano.

28/08/2019

Giulio Cavalli

da Left

 

Scusate se non scrivo un prolisso editoriale sulle voci, sulle vocine, sulle vocette, sui bisbiglii e sugli sbadigli delle “fonti” della trattativa per il governo. So che sarebbe adrenalinico, come buongiorno, ma strizzare le meningi sui retroscena di cui vorrebbero che si parli proprio quelli che fingono di non volere i retroscena mi farebbe sentire piuttosto scomodo in questa enorme catena di montaggio che è la politica diventata reality.

 

Così ci siamo riempiti di trasmissioni che danno di gomito ai colpi di gomito di una trattativa politica, frugando tra gli sguardi come se fosse una puntata dei cronisti che si corteggiano, elemosinando mezze dichiarazioni che non significano nulla ma che vengono interpretati come fossero fondi di caffè. E sul niente si dibatte tantissimo fingendo di sapere. Ieri, se ci pensate, non è ufficialmente successo nulla. O meglio: stanno trattando e come tutte le trattative si trovano di fronte alla difficoltà di tenere insieme i pezzi (se davvero si possono tenere insieme).

 

Ciò che colpisce però è che tutti i personaggi in commedia hanno detto tutto e il contrario di tutto: Zingaretti non voleva Conte e probabilmente c’è Conte, Di Maio aveva detto “mai con il Pd” e tratta con il Pd, Salvini si è presentato alle elezioni con Berlusconi e si è poi  accordato con il M5S e ora dice che i governi li devono decidere le elezioni. Uno spettacolo grottesco, triste, deturpante.

 

Programmi? Boh. Si sa intanto che i ministri grillini hanno appoggiato l’ennesima schifezza di Salvini. Questo è l’unico fatto reale di ieri. Ah, no, c’è un altro fatto: per il M5S tratta con autorevole voce in capitolo anche una società privata, la Casaleggio. Prima era una vergogna. Ora non più.

E poi, come tutti i reality viene fuori che deve votare anche il pubblico da casa.

Evviva.

Andrea Fabozzi

 

Crisi di governo. Lungo e teso vertice notturno tra le delegazioni a palazzo Chigi. M5S insiste sui nomi uscenti, necessario altro tempo per trattare.

 

È la composizione del governo, i nomi di ministri e vicepremier, a tenere in sospeso fino all’ultimo il segnale verde per il governo giallo-rosso. Il decisivo vertice notturno tra Pd e 5 Stelle si è complicato sulle caselle del nuovo esecutivo, Zingaretti Orlando si sono trovati davanti a richieste giudicate troppo esose da parte di Di Maio che ha chiesto per sé la conferma a vicepremier o al lavoro (o al Viminale). E la conferma di molti, troppi esponenti grillini del vecchio esecutivo, alla guida del quale resterà Conte.

 

Ma oggi al Quirinale comincia il secondo giro di consultazioni, una lunga giornata che consentirà a Pd e 5 Stelle di tornare sulla composizione del governo, prima che nel pomeriggio di domani si chiudano i giochi. In assenza di clamorosi dietrofront, improbabili ma non impossibili, Mattarella mercoledì sera o al più tardi giovedì mattina dovrebbe affidare l’incarico a Conte. Una novità nella storia italiana, perché mai un presidente del Consiglio era succeduto a se stesso rivoltando una maggioranza senza passare dalle elezioni. Ci sono stati casi di capi di governo confermati con maggioranze più larghe (Fanfani nel ’62) o più strette (Rumor nel ’69), mai invece sopravvissuti alla sostituzione di una componente della maggioranza con un’altra, se non nel caso di De Gasperi nel ’47, quando però venne fuori un governo di minoranza in conseguenza di un passaggio d’epoca mondiale.

 

IL VETO del Pd su Conte era caduto già ieri mattina. Quando, dopo giorni di pressioni fortissime, Zingaretti si era infine convinto che un governo con l’«avvocato del popolo» alla guida, ma con il Pd nei ministeri chiave, può rappresentare quella «svolta» che il segretario dem vuole a tutti i costi rendere evidente. Se nell’immediato Zingaretti deve cedere, con una compagine di governo a trazione dem può sperare che nei prossimi mesi sia il Pd a «costituzionalizzare il M5S» e non il M5S a «grillizzare il Pd», come da alternativa proposta da Renzi. Ma nel pomeriggio, quando ha incontrato Di Maio a palazzo Chigi per dare sostanza all’impegno che i due partiti avevano nel frattempo preso con il presidente della Repubblica – consentirgli cioè di avviare il secondo giro di consultazioni nella certezza dell’esito – il segretario del Pd ha scoperto che dire sì a Conte non bastava a Di Maio.

 

Reduce da un incontro con Casaleggio e altri esponenti di spicco del Movimento – per un vertice ospitato dall’indirizzo romano della Casaleggio associati – Di Maio ha alzato ancora la posta, smentendo quanto promesso a Zingaretti venerdì, quando in cambio di un sì a Conte aveva offerto al Pd le praterie del governo. Il vice premier e bi-ministro uscente ha chiesto la conferma per se stesso a numero due dell’esecutivo, più la possibilità per il Movimento di indicare il ministro dell’interno e il commissario Ue. La sua tesi è stata che Conte non andava assegnato in quota ai grillini, ma era da considerare un «fuori quota» – «elevato», avrebbe detto Grillo. Il presidente del Consiglio in carica per gli affari correnti nel frattempo volava a casa da Biarritz, facendosi precedere da un post su facebook in cui accanto a pose volitive accanto ai grandi della terra esponeva la sua «agenda politica» e spiegava che «non può subire distrazioni o rallentamenti».
Zingaretti nel pomeriggio ha respinto le richieste di Di Maio. Il loro incontro si è concluso velocemente ma il segretario del Pd ha subito messo in programma un altro vertice, alle nove di sera, direttamente con Conte, e ancora Di Maio, di nuovo a palazzo Chigi. Il che ha reso un po’ surreali le successive affermazioni dei collaboratori di Zingaretti, secondo le quali non c’era ancora nessun via libera a Conte. Anche perché il renzianissimo capogruppo del Pd al senato già dalla mattina aveva annunciato che il partito aveva fatto cadere ogni veto. Incontrare Conte a palazzo Chigi, nel suo ufficio, è stato il segnale dell’incoronazione. Anche se il Pd ha immediatamente precisato che il presidente del Consiglio andava considerato come esponente della delegazione M5S, assieme a Di Maio, mentre i dem si sono presentati con il segretario e il vice segretario Orlando. E le ultime caselle dei ministri da riempire.

 

PRESENTARE CONTE come il nuovo leader dei 5 Stelle ha per il Pd un altro vantaggio: contribuisce al racconto della «svolta». Il presidente del Consiglio uscente e rientrante non sarebbe più lo stesso «garante» del contratto gialloverde, ma un politico a tutto tondo, legittimamente espressione del partito con più parlamentari della nuova coalizione. La svolta, cioè, ci sarebbe stata anche nel M5S. «La verità è che finalmente il confronto è partito per dare al paese un governo di svolta. Questo primo incontro è un fatto positivo», ha detto Zingaretti prima di tornare per la seconda volta a palazzo Chigi. Dimenticando che il primo incontro con Di Maio c’era stato venerdì sera, e si era chiuso con il no del Pd a Conte.

Luigi Ferrajoli

da Il Manifesto

 

M5S-Lega. Il dovere delle forze democratiche è quello di dar vita a un governo che ripari i guasti prodotti proprio da chi quelle politiche velenose contro la vita e la dignità delle persone ha praticato e intende riproporre con più forza ove vincesse le elezioni

 

C’è una ragione di fondo che impone alla sinistra la formazione di un governo giallo-rosso: la necessità, prima di porre termine alla legislatura, di disintossicare la società italiana dai veleni in essa immessi da oltre un anno di politiche ferocemente disumane contro i migranti. La Lega di Salvini intende «capitalizzare il consenso» ottenuto a tali politiche pretendendo nuove elezioni e chiedendo al popolo «pieni poteri».

L’idea elementare della democrazia sottostante a questa pretesa – poco importa se per analfabetismo istituzionale o per programmatico disprezzo delle regole – è la concezione anticostituzionale dell’assenza di limiti alla volontà popolare incarnata dalla maggioranza e, di fatto, dal suo capo: dunque, l’esatto contrario di quanto voluto dalla Costituzione, cioè la negazione del sistema di vincoli, di controlli e contrappesi da essa istituito a garanzia dei diritti fondamentali delle persone e contro il pericolo di poteri assoluti e selvaggi.

Non dimentichiamo quanto scrisse Hans Kelsen contro questa tentazione del governo degli uomini, e di fatto di un capo, in alternativa al governo delle leggi: «la democrazia», egli scrisse, «è un regime senza capi», essendo l’idea del capo al tempo stesso non rappresentativa della complessità sociale e del pluralismo politico, e anti-costituzionale perché in contrasto con la soggezione alla legge e alla Costituzione di qualunque titolare di pubblici poteri.

Di fronte a queste pretese, il dovere delle forze democratiche – di tutte quelle che si riconoscono non già nell’idea dell’onnipotenza delle maggioranze ma in quella dei limiti e dei vincoli ad esse imposte dalla Costituzione – è quello di dar vita a un governo che ripari i guasti prodotti proprio da chi quelle politiche velenose contro la vita e la dignità delle persone ha praticato e intende riproporre con più forza ove vincesse le elezioni.

Dunque un governo di disintossicazione dall’immoralità di massa generata dalla paura, dal rancore e dall’accanimento – esibito, ostentato – contro i più deboli e indifesi.

Non un governo istituzionale o di transizione, che si presterebbe all’accusa di essere un governo delle poltrone, ma al contrario un governo di esplicita e dichiarata difesa della Costituzione che ristabilisca i fondamenti elementari della nostra democrazia costituzionale: la pari dignità delle persone, senza differenze di etnia o di nazionalità o di religione, il diritto alla vita, il rispetto delle regole del diritto internazionale, prima tra tutte il dovere di salvare le vite umane in mare, il valore dei diritti umani e della solidarietà, il rifiuto della logica del nemico, come sempre identificato con i diversi e i dissenzienti e immancabilmente accompagnato dal fastidio per la libera stampa e per i controlli della magistratura sull’esercizio illegale dei poteri.

Su questa base non ha nessun senso condizionare il governo di svolta a un no a un Conte-bis o alla riduzione del numero dei parlamentari.

L’alternativa possibile è un governo Salvini, preceduta dalla riduzione dei parlamentari ad opera di una rinnovata alleanza giallo-verde, e poi chissà quante altre e ben più gravi riforme in tema di giustizia, di diritti e di assetto costituzionale.

Una probabile maggioranza verde-nera eleggerebbe il proprio capo dello Stato e magari promuoverebbe la riforma della nostra repubblica parlamentare in una repubblica presidenziale. Di fronte a questi pericoli non c’è spazio per calcoli o interessi di partito.

24//08/2019

Roberto Musacchio

Left

 

Questo numero di Left ricorda il terremoto che il 24 agosto 2016 colpì l’Italia centrale con epicentro Accumoli ed Amatrice. Ricordiamo le vittime, che si aggiunsero alle tantissime dei moltissimi eventi naturali che colpiscono un Paese morfologicamente prezioso ma fragile e incapace di pensare l’unica Grande opera che serve: la sua messa in sicurezza.

 

Che poi è la messa in sicurezza del suo territorio, ma anche delle istituzioni che vi prepongono e delle attività che vi insistono. Proprio perché parliamo di «messa in sicurezza», la crisi politica che stiamo vivendo, i rischi che percepiamo, il suo difficile svolgimento chiedono una riflessione che sia di larga portata. Indispensabile se pensiamo che stiamo a ormai trent’anni da quello che è stato chiamato addirittura il passaggio ad una Seconda repubblica. Che doveva realizzare un “Paese normale”, stabile e senza avventure. Una Seconda repubblica che sorgeva dallo scioglimento dei partiti di massa in nome della governabilità fondata sul maggioritario bipolare non più gravato da ideologismi e da conflitti.

 

Sono passati trent’anni ed abbiamo conosciuto Berlusconi e il partito azienda, i ripetuti attacchi alla Costituzione, l’affermarsi dell’inesistenza di alternative, i populismi e il partito della Nazione di Salvini. Soprattutto, le condizioni di vita delle persone sono andate peggiorando, mentre si perdeva la speranza in un cambiamento.

 

Ed eccoci qua in piena crisi politica e con l’incertezza sulle soluzioni e sui rischi che si corrono. Mentre la recessione si affaccia minacciosa dagli Usa e dalla Germania, siamo a chiederci chi sia veramente Salvini, se l’uomo che “vuole tutto il potere” o colui che sembra, spaventato, voler tornare indietro sui passi fatti. Mentre si assiste in diretta all’ennesima tragedia sadica ai danni dei migranti sulla Open arms, addirittura si risente l’antica espressione andreottiana dei «due forni» per indicare la propensione dei cinquestelle a poter scegliere tra due possibili alleanze. Loro che non dovevano allearsi con nessuno perché espressione della rivoluzione dei cittadini. E il Pd, che doveva essere architrave del bipolarismo, quello forte perché ancorato al governo europeo, si trova diviso e ridotto a fare uno dei forni, come un partito socialista piccolo e “nenniano”.

 

Siamo in una situazione in cui l’incertezza, e la potenziale pericolosità degli esiti, mostrano tutta la fragilità dell’impianto della cosiddetta Seconda repubblica che ha mantenuto i difetti della Prima aggravandoli con la destabilizzazione dei corpi intermedi, la preclusione di scelte alternative nel merito, l’irruzione del populismo rapidamente degenerato in forme di neoautoritarismo.

 

Che in un quadro come questo si pensi ad una riduzione dei parlamentari come “lotta alla casta” è un ennesimo vulnus assai rischioso. In una democrazia impoverita come la nostra per la crisi dei corpi intermedi e della relazione di rappresentanza, nel mentre è cresciuta la complessità anche legislativa (si pensi a quella europea) che si riducano i parlamentari in un Paese come l’Italia che è già al 22esimo posto in Europa nel rapporto percentuale tra eletti e elettori è uno sbaglio. Tanto più grave vista l’assurda legge elettorale che premia minoranze trasformandole in maggioranze e subordina gli eletti ai capi. E oggi darebbe tantissimo potere alla Lega.

 

Trenta anni sono un tempo sufficiente per capire che una costruzione, quella della Seconda repubblica, è fallita. In questa crisi perigliosa, ciò che è sopravvissuto dell’impianto costituzionale e parlamentare – grazie a chi lo ha difeso dai ripetuti attacchi – è riuscito a opporsi a chi dice di volere tutto il potere. La crisi resta incerta. Si accavallano e si rincorrono ipotesi, dal «governo Ursula» sulla scia del voto di Pd e Cinquestelle (ma anche di Berlusconi) alla nuova Presidente della Commissione Europea, al rincontro tra Cinquestelle e Lega, alle elezioni volute da Salvini e non escluse da Zingaretti.

 

Conte, che nasceva comprimario, arriva a questo passaggio da assoluto protagonista. E il suo discorso in aula lo conferma. Un discorso che chiama in causa il ministro degli Interni, sulle responsabilità della crisi e da ultimo anche sull’uso dei simboli religiosi. Che prova a recuperare, nell’era dei social, molti fondamenti della cultura istituzionale. Che rivendica le cose fatte, non distinguendosi neanche sulle peggiori. Che guarda molto a ciò che è accaduto e che accadrà in Europa, la nuova Commissione, il “rischio” dei conti. Nulla sui migranti, che pure stanno in quel Mediterraneo di cui parla.

 

Salvini risponde con quello che sembra un discorso elettorale, con tutto il suo repertorio, ma forse resterà per ora all’opposizione. Di certo prima si abbandona il punto cardine della Seconda repubblica, e cioè quel maggioritario che doveva creare una stabile normalità e invece ha determinato rischi ripetuti e crescenti, meglio è. Il proporzionale appare come una messa in sicurezza democratica. Ma poi occorrono altre cose. Che si ricostruiscano partiti veri e partecipati, magari a dimensione europea, che sarebbe quella minima necessaria. Che riprenda una nuova capacità riformatrice. In questo numero di Left parliamo non a caso di una grande riforma per mettersi in sicurezza dai terremoti. Serve trovare le forze per farla.

 

Norma Rangeri

 

Le scosse del terremoto del 4 marzo di un anno fa sono ancora presenti e pesanti. Ma dopo un’esperienza di governo iniziata male e finita peggio nel volgere di pochi mesi, ora sembra giunto il momento di decidere se vale la pena aprire un cantiere tra le macerie del sistema per mettere la prima pietra di un nuovo governo o viceversa sarà necessario procedere con la tabula rasa elettorale.

 

Un’altra settimana è il tempo che il Presidente della Repubblica ha concesso alle forze politiche per poi assumere le sue determinazioni, e l’annuncio del rinvio al nuovo giro di incontri è giunto alla fine di una lunga e infuocata giornata di consultazioni per verificare se mandarci tutti alle elezioni o se un nuovo governo del paese finalmente, come sembra, prenderà forme e volti.

 

La suspense è iniziata proprio alla fine dei colloqui al Quirinale, quando Mattarella si è preso due ore di tempo per tirare le somme e rivelarci lo stato dell’arte alle 8 della sera in pratica a reti unificate con i telegiornali in onda.

 

Abbiamo visto un Presidente della Repubblica preoccupato, costretto a chiedere ancora «decisioni chiare e tempi brevi» ai suoi recalcitranti interlocutori. Tra voci sempre più insistenti di accordo Pd-M5S già in cottura, confermate dal segretario del Pd: «Dalle parole di Di Maio un quadro su cui sicuramente iniziare a lavorare». E sussurri di tornare all’antico con un nuovo incontro Salvini-Di Maio.

 

Quanto le acque fossero agitate e l’approdo circondato da bassi fondali era apparso chiaro fin dall’inizio di una tormentata girandola politica.

 

Dal cruciale incontro di ieri con Mattarella, i pentastellati erano usciti con un decalogo finalizzato a portare a compimento sia le riforme di legislatura, sia i provvedimenti finanziari di urgente, immediata soluzione. Un decalogo largamente condivisibile, come condivisibili del resto, benché altrettanto generici, erano i 5 punti portati a Mattarella da Zingaretti su mandato unanime della direzione. Ma soprattutto, al termine delle consultazioni, Di Maio aveva espresso un concetto abbastanza chiaro e dirimente.

 

Il leader pentastellato esplicitava il rischio di imbarcarsi in un nuovo governo, prevedendo di pagare il prezzo di altri voti in fuga dopo averne già persi milioni con il contratto gialloverde: «Per noi andare al voto sarebbe stato meglio», tuttavia «abbiamo messo in campo le interlocuzioni necessarie per trovare una maggioranza solida». Era il segnale atteso. Il capo dei 5Stelle non nominava il Pd, facendo tornare in ballo la vecchia politica dei «due forni», dando cioè l’impressione di lasciare in realtà ancora aperta la porta con la Lega.

 

Anche se, in un certo senso, parlava quell’elenco di temi: difficilmente ascrivibili alle priorità dei leghisti (conflitto di interessi, legalità, autonomie regionali, beni comuni, ambientalismo spinto, investimenti per il Sud….), quanto invece confrontabili con il Partito democratico. Non una passeggiata s’intende perché né sui beni comuni, né sul conflitto di interessi, né sulle autonomie regionali il partito di Zingaretti potrebbe intestarsi medaglie al valore.

 

La trattativa si stava impaludando già in mattinata, scatenata da una specie di fuoco amico contro Zingaretti, con un accapigliamento tra correnti del Nazareno, nella ridicola gara a chi promuoveva o, viceversa, ostacolava la mediazione necessaria a ogni seria, importante trattativa. Al confronto, i 5Stelle si muovevano come un partito bolscevico parlando per vie ufficiali cioè dalla voce del capo politico e dal Quirinale.

 

Volavano le condizioni più imprescindibili, gli aut-aut più insormontabili e i punti più inderogabili. Più che cercare un accordo, nel Pd si mostravano l’un contro l’altro armati mentre il terreno del confronto somigliava piuttosto a un campo minato.

 

In meno di 24ore i punti del Partito democratico da 5 diventavano 3, e al primo posto figurava il no al taglio dei parlamentari. Così da indurre i 5Stelle a fare altrettanto mettendo al primo posto del decalogo proprio lo stesso scoglio politico.

 

Difficile prevedere l’esito finale anche perché nel Pd resta un problema grande come una casa, fidarsi di Renzi.

 

Sembra un ossimoro e lo è perché se davvero volesse sminare il campo l’ex segretario dovrebbe mangiarsi la lingua. Altro che sminatore, dichiarare di essere pronto anche a votare Conte capo del futuro governo ne fa piuttosto un guastatore. Nella stessa misura di chi mette il veto sulla figura dell’avvocato del popolo, visto che i presidenti del consiglio non sono una merce che abbonda, e dunque se si mettono veti si dovrebbero intanto perlomeno offrire alternative credibili per palazzo Chigi. Sapendo che le riserve della Repubblica scarseggiano e quelle che restano si tengono pronte per altri più alti incarichi.

 

Molte partite si intrecciano in questa crisi di governo, compresa la scelta del futuro inquilino del Quirinale.

 

D’altra parte, essendo il partito di maggioranza relativa, i 5Stelle avrebbero diritto ad esprimere il presidente del consiglio. E si sa che il loro nome è Conte.

 

Alla fine di una giornata ad alta tensione, con poche certezze e molte trappole disseminate, c’è almeno un dato confortante, un segno tangibile del peso e dell’interesse della pubblica opinione verso questo momento politico. Sono quei 14 milioni di telespettatori rimasti davanti alla tv per seguire il dibattito parlamentare con le dimissioni del presidente del consiglio.

 

Come se d’improvviso la politica si fosse ripresa il suo posto a capotavola.

22/08/2019

 

La destituzione di sindaci curdi e l’ondata di arresti contro l’opposizione curda non sono rivolti solo contro l’HDP, ma contro tutte le forze democratiche, dichiara l’HDP e invita manifestare solidarietà.Nelle metropoli Amed (Diyarbakir), Van e Mêrdîn (Mardin) i sindaci sono stati destituiti dal Ministero degli Interni e sono stati sostituiti amministratori coatti. È già la seconda volta che amministrazioni comunali democraticamente elette vengono messe sotto amministrazione forzata. Nell’autunno 2016 circa cento sindaci curdi erano stati destituiti e incarcerati. Solo con le elezioni comunali del 31 marzo nei municipi delle città e dei comuni curdi sono tornati amministratori eletti.

I municipi di Amed (Diyarbakir), Mêrdîn (Mardin) e Van sono sotto assedio della polizia. Le forze dell’ordine hanno bloccato gli accessi con barriere lungo i municipi. In tutte e tre le città sono in corso perquisizioni e numerosi veicoli corazzati sono stati posizionati nei pressi dei municipi.

Invitiamo le organizzazioni come le Nazioni Unite, Consiglio Europeo, e l’Unione Europea, tutte le forze politiche che si considerano democratiche, a esprimere in modo chiaro la loro posizione rispetto all’attacco contro la volontà politica del popolo curdo.

Facciamo appello a tutte le istituzioni, alle amministrazioni locali, alle realtà associative, a tutte le forze democratiche e alla società civile perché manifestino solidarietà con il popolo curdo.

La lotta contro il governo dell’autocrate Erdogan con ogni mezzo democratico non è solo un diritto ma un dovere.

 

Non si può tacere di fronte a questo ennesimo furto di democrazia! Il silenzio è complice!

21/08/2019

da il Manifesto

Norma Rangeri

 

La pacchia è finita. Conte ha pronunciato una resa dei conti durissima contro un ministro degli interni responsabile di esprimere una tendenza autoritaria, nutrita da scelte e comportamenti frutto «della mancanza di una cultura istituzionale»

 

Più una requisitoria che un’arringa, più un j’accuse senza appello contro Salvini che una difesa, abbastanza scontata, dell’operato del governo gialloverde. Senza alcun cenno di autocritica sull’operato del suo Ministero, anzi rivendicandolo, anche sulla questione dell’immigrazione e dei decreti-sicurezza salviniani.
In diretta televisiva, Conte ha pronunciato una resa dei conti durissima contro un ministro degli interni responsabile di esprimere una tendenza autoritaria, nutrita da scelte e comportamenti frutto «della mancanza di una cultura istituzionale». Poi l’affondo contro «un fomentatore di odio nel paese», un odio pericoloso perché mette la piazza contro il Parlamento.

 

Nell’inedita atmosfera di una città deserta e di Palazzi romani invece affollatissimi, finalmente il Senato della Repubblica al gran completo si è riunito per ascoltare le comunicazioni del presidente del consiglio Conte sulla crisi del suo governo. Come aveva detto proprio davanti a quella stessa assemblea del senato appena qualche settimana fa, (e come forse già stava annunciando), qualora si fosse manifestata una crisi della maggioranza, lui sarebbe tornato alle Camere per discuterne in totale trasparenza.

 

Il passaggio di Conte politicamente più rilevante, applaudito anche dai banchi del Pd, è arrivato quando ha affondato la lama nel cuore nero del salvinismo: «Chiedi pieni poteri, invochi le piazze, esprimi una concezione della politica che mi preoccupa».

 

Fitta e puntigliosa la disamina della lunga serie di scorrettezze istituzionali, compresa quella di rifiutarsi di presentarsi in Parlamento per rispondere «della vicenda russa che va chiarita», fino richiamarlo all’imbarazzante circostanza di presentare una mozione di sfiducia contro il capo del governo senza però ritirare i propri ministri.

 

E dopo il de profundis, la salita al Quirinale per rassegnare le dimissioni al Capo dello Stato. Con una stilettata finale nella replica del Presidente del consiglio, mentre le agenzie di stampa parlavano del ritiro della mozione leghista: «Se manca il coraggio a Salvini, nessun problema la responsabilità della crisi me l’assumo io».

 

Salvini non lo ha smentito pronunciando un comiziaccio di terz’ordine, farcito dei cattivi pensieri dell’estrema destra, compreso il riferimento al calo demografico e al pericolo di sostituzione del popolo italiano con l’invasione dei migranti, fino all’appello finale all’immacolata vergine Maria a protezione dell’Italia, un’invocazione accolta dai plaudenti senatori leghisti. Poi se ne è andato al Viminale per replicare con un video sui social lo sproloquio appena svolto in aula.

Voleva mostrarsi nel suo ufficio, per comunicare che ha ancora il potere di ministro e per estendere al pubblico dei suoi sostenitori lo stesso testo appena pronunciato a palazzo Madama.

 

Il suo appello alle piazze (mediatiche e reali) è tuttavia anche un segno di debolezza di chi sta per restare senza le leve (e i soldi) del suo ministero, di chi è inevitabilmente azzoppato da una crisi che gli è sfuggita di mano.

 

A dimostrazione, proprio ieri la magistratura ha deciso di far sbarcare i migranti della Open Arms tenuti, inutilmente, ferocemente in ostaggio dal ministro leghista.

 

Ma i protagonisti della scena ieri erano tre. Dopo i duellanti Conte e Salvini, sotto la luce dei riflettori del Senato si è alzato Renzi per un breve e studiato intervento, che aveva soprattutto lo scopo di inviare un messaggio innanzitutto al suo malconcio partito, in seconda battuta agli alleati di una futuribile maggioranza Pd-M5S. Renzi ha assicurato che non farà parte del nuovo governo, che, secondo la sua idea, deve evitare il voto subito per scongiurare l’esercizio provvisorio dei conti pubblici, delineando così un governo di scopo per fronteggiare la recessione europea. Il contrario di un governo di legislatura sostenuto da altri esponenti del partito, forse, chissà, anche dal segretario Zingaretti.

 

Finalmente questa crisi fantasma diventa una crisi conclamata con il passaggio del testimone nelle mani di Mattarella. Un primo passo, una prima tessera pur dentro un puzzle impazzito perché onestamente nessuno può immaginarne ancora la conclusione, e capire l’esito finale tra showdown elettorale come chiede l’ormai ex ministro dell’interno o l’inedita alleanza di centrosinistra.

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