Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

In evidenza

18.04.2018

da Potere al Popolo

 

Da Ilaria Cucchi:


"A Ste!


Oggi i colleghi di coloro che ti hanno ucciso ci hanno detto che quando ti hanno visto la mattina dopo il tuo violentissimo pestaggio, tu stavi malissimo. Ci hanno detto che erano rimasti turbati per le condizioni in cui stavi.

Qualcuno di loro scrisse qualcosa di questo nella sua annotazione di servizio. Ma non andava bene ed i superiori decisero che andava modificato. Che non c’era bisogno di essere cosi precisi. Meglio sorvolare. In fin dei conti eri solo un tossico tanto magro. 
Per otto anni ci hanno preso in giro. Ho l’impressione, caro fratello mio, che non tutti quelli che dovrebbero sedere al banco degli imputati siano lì. 
Ora però tremano, Ste, tremano loro. Allora eri tu a tremare poro fratello mio. E non de freddo. Ora tocca a loro. E non de freddo".

17.04.2018

da il Manifesto

 

Una strada intitolata a Giorgio Almirante, una a Enrico Berlinguer e una terza alla Pacificazione nazionale. Accade a Grosseto, dove ieri la mozione è stata approvata dal consiglio comunale con i voti della maggioranza di centrodestra, il no del Pd e della lista Mascagni e con i 5S che hanno abbandonato l’aula. Mentre il sindaco Antonio Vivarelli invocava «superiamo le ideologie».

 

Il centrosinistra ha chiesto di inserire nel testo alcuni scritti di Almirante quando era direttore della «Difesa della razza». Ma tutti gli emendamenti sono stati bocciati.

 

Già in autunno c’era stato un tentativo di dedicare una via a Almirante. Ieri l’Anpi ha manifestato davanti alla sede del comune dopo aver denunciato la «chiara provocazione, tanto più insopportabile» a pochi giorni dal 25 aprile. «Oggi è un giorno buio per la Toscana e per tutto il Paese», ha detto la vicepresidente nazionale dell’Anpi Vania Bagni, coordinatrice dell’associazione dei partigiani in Toscana.

16.04.2018

 

Non aggiungiamo altro , questo manifesto firmato da Almirante dice chi era costui:UN TORTURATORE E MASSACRATORE DI PARTIGIANI.

14.04.2018

 

"Attacco terroristico e illegale". E' la reazione del Prc per bocca del segretario nazionale Maurizio Acerbo che in riferimento ai missili contro la Siria chiama il movimento alla mobilitazione "senza se e senza ma". Acerbo attacca frontalmente anche il premier Gentiloni: "Massimo disgusto per le sue dichiarazioni dove ha sostanzialmente giustificato un atto da potenze coloniali".



clicca qui per ascoltare le dichiarazioni di Acerbo

 

Intanto, gli esponenti di Possibile, Pippo Civati e Andrea Maestri affermano in una nota: "L'attacco di Usa, Gran Bretagna e Francia in Siria non può rappresentare la soluzione alla guerra in Siria, che da anni va avanti nel sostanziale disinteresse internazionale e mediatico. L'unico risultato possibile dei missili lanciati in queste ore è quello di aumentare il numero di vittime civili e di far deflagrare la tensione sullo scenario internazionale". Prima di aggiungere: "Possibile è pronta alla mobilitazione pacifista per riportare la pace al centro del dibattito. E ribadire un concetto semplice: contro la guerra, l'unica soluzione è la pace". 

14.04.2018

da Il Fatto quotidiano

 

“Ho ordinato all’esercito degli Stati Uniti di lanciare attacchi di precisione contro obiettivi associati al potenziale di armi chimiche del dittatore siriano Bashar al Assad“. Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, parlando alla nazione dalla Casa Bianca e precisando che gli attacchi sono in corso, in coordinamento con Francia e Regno Unito.

 

“Non è finita. Quella che avete visto stanotte non è la fine della risposta degli Stati Uniti”: lo affermano fonti dell’amministrazione Trump, spiegando come il piano messo a punto dal Pentagono “prevede molta flessibilità che permette di procedere a ulteriori bombardamenti sulla base di quello che è stato colpito stanotte”. La più grande preoccupazione, si spiega inoltre, è l’accresciuta capacità della Russia rispetto allo scorso anno in termini di difese antimissili e antiaerea.

 

BASI MILITARI E SEGRETI DI STATO. NOI NO RESTIAMO IN SILENZIO

di Gregorio Piccin

 

L’Italia ospita 59 basi militari statunitensi, alcune delle quali risultano essere tra le più importanti dal punto di vista strategico/operativo a livello continentale (capacità nucleari comprese).

 

L’Italia ospita, il 15% (13.000 unità circa) del personale militare statunitense presente in Europa e con questi numeri il nostro Paese risulta essere il quinto avamposto statunitense a livello globale dopo Germania, Giappone, Afghanistan e Corea del Sud.

 

Negli ultimi venticinque gli Stati uniti (coadiuvati finanziariamente anche dai governi italiani) hanno investito ingenti risorse nelle basi italiane trasformandole in rampe di lancio per operazioni in Europa, Africa e Medio oriente.

 

Ogni volta che gli Stati Uniti annunciano ed eseguono un’aggressione militare verso Paesi terzi nel quadrante euro-mediterraneo, l’Italia viene sistematicamente coinvolta direttamente o indirettamente concedendo l’uso delle basi.

 

Oltre cha dal trasversale cieco atlantismo in politica estera, questo insensato automatismo deriva dal fatto che permane il segreto di stato sull’accordo bilaterale sulle basi militari alleate siglato nel 1954 dal governo Scelba e dall’allora ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce (Bilateral Infrastructure Agreement meglio noto come “accordo ombrello”).

 

Il BIA, che si riferiva all’uso di 6 basi, è stato poi aggiornato e perfezionato negli anni per coprire tutte le installazioni successivamente insediate sul nostro territorio e trascinandosi dietro, di volta in volta, la consueta segretezza.

 

È solo grazie ad uno dei vari cablogrammi resi noti da Wikileaks  che oggi sappiamo che gli statunitensi sono seriamente preoccupati dalla declassificazione del BIA poiché in base all’articolo 2 del trattato stesso essi non potrebbero utilizzare le basi su suolo italiano per azioni di guerra a meno che non siano in osservanza a disposizioni NATO o concordate con il Governo italiano (come è stato per l’Iraq e come sarà per la Siria).

 

Ma se la prima guerra fredda si è conclusa nel 1989 e la sua versione 2.0 è in pieno svolgimento il nostro Paese non può più permettersi il segreto di stato sulla propria sovranità e sul fatto che diventa esso stesso, in quanto quinto avamposto statunitense, un obiettivo strategico per le ritorsioni degli altrui nemici.

 

L’Italia non ha bisogno di nemici, ma di pace, stabilità, e relazioni internazionali basate sulla cooperazione.

 

È tempo che il segreto di stato sulle basi statunitensi nel nostro Paese venga rimosso, come primo passo concreto per l’uscita dell’Italia dalla NATO, dalla belligeranza permanente che questa produce e dalla grave ipoteca che le basi statunitensi pongono sul nostro stesso futuro.

Tommaso Di Francesco

da Il Manifesto

12.04.2018

 

«Nessuna base in Italia per la nuova guerra “intelligente” di Trump e Macron»: questa dovrebbe essere la posizione del nostro Paese di fronte al brutto vento che tira nel Mediterraneo orientale, per una guerra quella in Siria, aizzata nel 2011 dall’asse degli «Amici della Siria» che, non contenti del disastro provocato finora che avrebbe dovuto sortire lo stesso effetto «riuscito» della Libia, rilanciano ora quasi la stessa coalizione di guerra di cinque anni fa.

 

Pronti a colpire in Siria obiettivi militari di Assad, difficilmente distinguibili però da quelli di Russia e Iran che lo sostengono in armi, come dimostra l’uccisione – certo mirata – da parte del raid israeliano che ha colpito una base siriana provocando 14 vittime tra cui quattro consiglieri di Teheran.

 

Nessuna base in Italia – non basta dire italiana – perché la configurazione geostrategica della penisola, piena zeppa di basi militari Usa e Nato, dice che oggettivamente è già coinvolta e lo sarà ancora di più nello scenario di un conflitto che rischia di deflagrare ed estendersi nel Medio Oriente in macerie.

 

Deve dire di no all’uso di base militari in Italia per colpire la Siria, il governo Gentiloni rimasto in carica per il disbrigo degli affari correnti, perché partecipare ad una guerra, anche «solo» concedendo la disponibilità delle basi, operative o logistiche, non è affare che può essere etichettato come «disbrigo degli affari correnti». Che pretende il ruolo del Parlamento e di un governo effettivo. Altro che Commisione speciale.

 

Dovrebbe dire di no anche il variegato schieramento dei partiti alla seconda consultazione dal presidente Mattarella dopo il voto di più di un mese fa. Per la quale consultazione le chiacchiere stanno a zero.

 

Ma potrebbe essere l’occasione, dopo le ambiguità e le promesse della campagna elettorale, per parlare finalmentre di contenuti di governo.

 

Così l’ipotesi ventilata dal M5 Stelle del famoso «contratto» – malamente paragonato a quello di Cdu-Csu e Spd per la Grosse Koalition tedesca – con dentro i contenuti del probabile accordo da proporre in modo «paritario» a Salvini-Meloni-Berlusconi o al Pd, potrebbe uscire dalle nebulose.

 

Per contenere o la cosiddetta lealtà al fronte occidentale, come da rassicurazioni di Di Maio e Salvini in reiterata missione all’ambasciata Usa, oppure il rifiuto a partecipare all’ennesima guerra scellerata che andrebbe ad aggiungersi ad un conflitto armato che finora ha fatto 400mila vittime e milioni di profughi.

 

Soprattutto perché la guerra che si annuncia dai due «giustizieri», entrambi con esperienza imperiale e coloniale, come vendetta bellica per le presunte responsabilità di Damasco nell’uso di armi chimiche, proprio mentre Assad sta vincendo la guerra ed è sotto i riflettori del mondo, serve a Trump come distrazione.

 

Dal fatto che è braccato in patria per la vicenda «Russiagate»; e se bombarda, di quello parleranno i media invece che di pornostar, e poi andrebbe a colpire interessi strategici della Russia.

 

Insomma sarebbe una prova di smarcamento e «indipendenza»: first America.

 

Anche per Macron è una distrazione, dal legame fortissimo con gli interessi dell’alleato Arabia saudita – viene in mente chissà perché Sarkozy con Gheddafi – e dalla prima vera crisi sociale e politica che lo investe in questi giorni.

 

Un intervento motivato da entrambi per punire la Siria, come se il ruolo dell’Europa e degli Stati uniti in primis non l’avesse già distrutta abbastanza. E che dal punto di vista militare non fiaccherà certo Damasco, ma che Trump deve fare a tutti i costi con il soccorso di Macron – Londra sembra guardinga – e sotto impulso di Israele, perché lo ha annunciato e non può perdere la faccia.

 

Magari non entro 24-48 ore come ha proclamato tronfio ma, dopo lo scontro all’Onu, aspettando l’inchiesta dell’Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) sul campo.

 

Ma se intanto ci sarà il bombardamento su obiettivi siriani, stavolta la vicenda promette il peggio.

 

Perché la Russia minaccia di reagire colpendo mezzi e basi di lancio degli eventuali bombardamenti.

 

Siamo a quanto pare all’addio alla guerra per procura e all’appalesarsi di un confronto bellico diretto nell’area. Che non tarderà ad espandersi.

 

E l’Italia mediterranea, se coinvolta, è davvero a un tiro di missili.

10.04.2018

 

Diffondiamo queste immagini col cuore vicino ai palestinesi! 

 

Una strana guerra, quella in cui si muore solo da una parte.
Siete la vergogna di questa umanità.
Come si fa a esultare giustiziando con un colpo in fronte un innocente disarmato?

Il ministro della difesa israeliano ha dichiarato che il soldato ripreso "meriterebbe una medaglia".
L'esercito sionista è un esercito di assassini senza scrupoli.

 

Adriana Pollice

 

Condanna per Davide Falcioni. Documentò lo srotolamento di uno striscione. Il pm: doveva aspettare la polizia.

 

Condannato a quattro mesi per aver raccontato un’azione dimostrativa dei No Tav. È successo ieri al giornalista marchigiano Davide Falcioni, il tribunale di Torino l’ha riconosciuto colpevole di violazione di domicilio e violenza sulle cose. La pena è stata sospesa. L’avvocato difensore, Gianluca Vitale, definisce la sentenza «un bavaglio per la stampa». La vicenda inizia nel 2012, quando Falcioni scriveva per il portale Agoravox: «Un anno difficile per la Val Susa – spiega -, a febbraio Luca Abbà era precipitato da un traliccio dell’alta tensione, folgorato. C’erano manifestazioni e blocchi stradali continui. Ad agosto la redazione decide di mandarmi lì per un reportage sulle proteste, sei giorni a seguire il movimento contro la Tav dall’interno».
Il 24 agosto gli attivisti si presentano a Torino all’ingresso dello Geostudio, costola della Geovalsusa srl che partecipa al consorzio dei costruttori della tratta Torino-Lione. Doveva essere un volantinaggio, nell’ambito della campagna «C’è lavoro e lavoro», ma poi hanno un’idea: citofonano agli uffici dicendo di dover consegnare una raccomandata, la porta viene aperta e una ventina di No Tav entrano. «Entrai anch’io – racconta Falcioni -, rimanemmo dentro circa trenta minuti. Srotolarono uno striscione, dal balcone accesero un fumogeno. Nessuna violenza, il clima era molto rilassato, gli impiegati scherzavano. All’interno non c’era la polizia né i carabinieri».
Le forze dell’ordine alla fine arrivano e 19 attivisti vengono denunciati, l’accusa per tutti è violazione di domicilio e pure violenza sulle cose, che si traduce in «un vasetto di yogurt che qualcuno, non identificato, avrebbe rovesciato in un cassetto e la sparizione di una spillatrice», spiega Falcioni, che ora scrive per Fanpage ma all’epoca stava raccogliendo gli articoli necessari per iscriversi all’Ordine dei pubblicisti. Comincia il processo, uno degli imputati chiede al giornalista di testimoniare sul clima tranquillo nel corso dell’azione: «Durante la deposizione la pm Manuela Pedrotta mi ha informato che la mia posizione era stata stralciata e da testimone passavo a imputato. Se non fossi andato a raccontare cosa avevo visto, non avrei subito il processo».
La pm Pedrotta contesta a Falcioni di aver assistito all’azione allo Geostudio: «Non riesco a capire l’utilità di entrare dentro. Non poteva farsi raccontare quello che era successo dalle forze dell’ordine?». E ancora: «Lei è marchigiano, cose le interessava della Tav?». Infine: «Non era nemmeno un giornalista, ma anche se lo fosse stato non era scriminato» cioè non aveva una giustificazione perché, secondo la pm, «il diritto di cronaca è stato riconosciuto qualora ricorrano determinate condizioni, tra cui l’interesse pubblico» e in quel caso per la pm e la giudice Isabella Messina, che ha emesso la condanna, l’interesse pubblico non ci sarebbe stato.
«Avrei dovuto rinunciare a fare il giornalista per non commettere il reato di violazione di domicilio – commenta Falcioni -. Se mi ritrovassi in quella situazione mi comporterei allo stesso modo sono però turbato perché è un attacco a tutta la categoria. Aspettiamo le motivazioni per fare appello, speriamo in un giudice che faccia giustizia e non politica».
Duro il commento dell’avvocato Vitale: «Da quanto si ricava dalla requisitoria della pm, il problema è soltanto il contenuto dell’articolo. Evidentemente non è piaciuto alla procura. Siamo alla teorizzazione del giornalismo embedded: bisogna stare in redazione e passare solo le veline. Le parole della pm sono pericolose per la democrazia». Ieri è intervenuta anche la Federazione nazionale della stampa: «Il collega si è limitato a seguire i fatti. A meno che non venga dimostrato che Falcioni aveva preso parte alla violazione di domicilio, la condanna suona come un attacco al diritto di cronaca. L’auspicio è che in appello prevalgano le ragioni dell’articolo 21 della Costituzione».

08.04.2018

 

 

Il Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea condanna il massacro perpetrato ieri dall’esercito israeliano. "Non vi sono giustificazioni per la strage di cui si è reso responsabile ieri il governo israeliano", si legge in una nota firmata da Marco Consolo.

 

"Solo un governo criminale può dare l’ordine ai cecchini di sparare su una manifestazione pacifica di 30.000 persone. Si tratta di un crimine rispetto al quale chi tace è complice. Definire “scontri” il tiro al bersaglio su una manifestazione disarmata non è accettabile.

 

Ricordiamo che ogni 30 marzo, durante la grande marcia di ritorno per la Giornata della Terra, i palestinesi commemorano la morte nel 1976 di sei arabi israeliani uccisi durante una manifestazione contro la confisca della loro terra da parte di Israele", continua.

 

"Questo massacro è opera di un governo di estrema destra che si sente incoraggiato dalle decisioni e dalle dichiarazioni di Trump ma anche da una più generale complicità internazionale. Netanyahu e i suoi alleati procedono imperterriti nella violazione del diritto internazionale, dei diritti umani e di qualsiasi risoluzione delle Nazioni Unite con la colonizzazione dei territori palestinesi e mette in discussione lo stesso status degli "arabi israeliani", cioè i palestinesi rimasti in Israele dopo il 1948, con la legge sullo "stato-nazione" che costituzionalizzerà il carattere esclusivamente ebraico dello stato", conclude il Prc.

 

Per i suoi crimini, secondo il Prc, il governo Netanyahu dovrebbe essere sottoposto alla Corte Penale Internazionale "come chiedono autorevolmente i Giuristi Democratici".

 

Il Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea chiede al governo italiano, alla rappresentante europea per la politica estera Mogherini e all'intera comunità internazionale l'immediata condanna e di intervenire immediatamente per fermare le violenze e gli abusi del governo israeliano.

 

In questo contesto, il Prc ribadisce la richiesta di cancellare l’assurda decisione di far partire il Giro d’Italia da Gerusalemme, una scelta che rende il nostro paese odiosamente complice anche sul piano simbolico di Netanyahu e Trump.

 

Il Prc chiede inoltre al Presidente della Repubblica Mattarella di esprimere, come fece Sandro Pertini di fronte alla strage di Sabra e Chatila, la condanna del popolo italiano.

Michele Giorgio

Da il Manifesto

 

Israele/Striscia di Gaza. Almeno otto palestinesi sono stati uccisi e altri mille feriti dall'esercito israeliano nel secondo venerdì della "Marcia del Ritorno". L''Onu accusa Israele di fare uso non necessario di forza letale.

 

Doveva essere la giornata del “kawshù”, la giornata della gomma, ossia dei ‎pneumatici dati alle fiamme che, con il loro fumo nero e denso, avrebbero impedito ‎ai tiratori scelti israeliani di prendere di mira i manifestanti della “Marcia del ‎Ritorno” organizzata a Gaza. Invece è stata una nuova giornata di sangue simile a ‎quella del 30 maggio. Sotto i colpi sparati dai militari israeliani sono caduti almeno ‎otto palestinesi, tra i quali un 16enne Hussein Madi, e oltre mille feriti, stando ai ‎dati del ministero della sanità palestinese. Negli ultimi otto giorni, lungo le linee di ‎demarcazione tra Gaza e Israele, sono stati uccisi 30 palestinesi. L’esercito ‎israeliano ha di nuovo scaricato ogni responsabilità sui palestinesi, sul movimento ‎islamico Hamas che, a suo dire, sarebbe il regista della “Marcia del Ritorno”. Il ‎portavoce militare ha riferito di tentativi palestinesi di attaccare la recinzione e ‎infiltrarsi in Israele, di ordigni esplosivi e bottiglie molotov lanciati, attraverso la ‎barriera. “Atti di terrorismo” al quale l’esercito avrebbe risposto con ‎«moderazione» ‎facendo uso di cannoni ad acqua, ventilatori antifumo e di armi da fuoco ma solo ‎nelle situazioni più critiche. Una reazione ‎«contenuta» che non trova riscontro nei ‎tanti morti e feriti palestinesi. Ieri a Ginevra l’Alto Commissariato Onu per i diritti ‎umani ha espresso preoccupazione per le nuove violenze, parlando di “dichiarazioni ‎inquietanti” rilasciate dalle autorità israeliane. La portavoce Elizabeth Throssell ha ‎sottolineato che il 30 maggio l’equipaggiamento e le difese delle forze israeliane ‎‎”non avrebbero dovuto portare ad un uso della forza letale”. Ieri è andata allo stesso ‎modo.‎

 

‎ La giornata è stata segnata subito dalla morte in ospedale di Thaer Raba’a, uno ‎dei tanti feriti gravi del primo venerdì della Marcia del Ritorno. Migliaia di persone ‎sono affluite nei cinque accampamenti eretti nei giorni scorsi. I più giovani hanno ‎cominciato ad accatastare in vari punti centinaia di vecchi pneumatici, i kawshù. ‎Qualcuno indossava delle maschere antigas artigianali ricavate da bottiglie e altri ‎oggetti di plastica. Maryam Abu Daqqa, una studentessa di 20 anni, ha spiegato a ‎una televisione locale di essere andata all’accampamento ‎«per onorare le persone ‎uccise‎». Ha aggiunto di avere paura ma che sarebbe ugualmente avanzata verso le ‎barriere di confine: ‎«Siamo qui per dire all’occupazione che non siamo deboli‎». ‎Quindi i manifestanti, i volti di alcuni di loro erano coperti di fuliggine, hanno dato ‎fuoco ai pneumatici.‎

 

‎In pochi attimi si sono levate nuvole di fumo nero che spinte dal vento si sono ‎dirette verso le postazioni israeliane. Dall’altra parte hanno cercato di usare i ‎cannoni ad acqua per spegnere i kawshù in fiamme senza grande successo. Poi ‎gruppetti di giovani hanno cominciato a correre verso la recinzione. La reazione dei ‎soldati, nonostante il fumo denso, non si è fatta attendere ed è stata una replica del ‎‎30 marzo. In particolare a Khuzaa, un villaggio a Est di Khan Yunis, divenuto ‎tristemente noto durante l’offensiva israeliana “Margine Protettivo” del 2014 per ‎l’elevato numero di vittime civili e per le distruzioni di case ed edifici. Il primo a ‎cadere sotto il fuoco dei tiratori scelti è stato Ahmad Nizar Muhareb, 29 anni. Poi ‎sono stati uccisi Sidqi Abu Outewi, un 45enne, Mohammed Saleh, 33 anni, Ibrahim ‎Al-Ourr, 22 anni e altri quattro di cui ieri sera non era stata ancora accertata ‎l’identità. È stato uno stillicidio di vite umane, in buona parte giovani. E la striscia ‎di sangue potrebbe allungarsi perché alcuni dei feriti (oltre mille) sono in condizioni ‎gravi. Gli spari non hanno risparmiato sei giornalisti, colpiti secondo i media locali, ‎nonostante fossero chiaramente identificabili come operatori dell’informazione. A ‎Khuzaa poco dopo è andato in visita il capo di Hamas a Gaza, Yehiyeh Sinwar, che ‎ha ricevuto l’accoglienza di un eroe. Circondato da centinaia di sostenitori che ‎scandivano “Andremo a Gerusalemme”, Sinwar ha annunciato che il mondo presto ‎si troverà di fronte a ‎‎«una nostra grande mossa, con cui violeremo i confini e ‎pregheremo nella moschea di Al-Aqsa‎», riferendosi al principale sito religioso ‎islamico a Gerusalemme. Sinwar ha lanciato una sfida dai rischi incalcolabili, e non ‎solo per per i palestinesi.‎

 

‎ Se questo – oltrepassare le linee di demarcazione con Israele – sia davvero ‎l’obiettivo di Hamas non è chiaro. Invece non ci sono dubbi sul fatto che la Marcia ‎del Ritorno abbia messo nell’angolo il presidente dell’Anp Abu Mazen – piuttosto ‎tiepido sino ad oggi nei confronti dell’iniziativa in corso a Gaza – e rafforzato gli ‎islamisti. Abu Mazen ha dovuto frenare i suoi impulsi e rinunciare ad imporre ‎nuove sanzioni contro Gaza, in risposta all’attentato al premier dell’Anp Hamdallah ‎e al fallimento, almeno sino ad oggi, dell’accordo di riconciliazione con Hamas. E le ‎sue mosse rimarranno congelate ancora a lungo, sino a quando andrà avanti – fino al ‎‎15 maggio dicono gli organizzatori – e con grande partecipazione popolare ‎l’iniziativa per rompere il blocco israeliano della Striscia di Gaza.‎

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