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POLITICA NAZIONALE - POLITICA ITALIANA 

 

19/06/2022

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Gregorio Piccin, responsabile pace del Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea

 


L’Italia ha deciso di disertare la conferenza dell’ONU di Vienna che coinvolge gli Stati che hanno sottoscritto il Trattato per la proibizione delle armi nucleari approvato nel 2017.


Non solo il nostro paese non ha aderito al Trattato ONU, ma neanche partecipiamo come osservatori.
Questa decisione è gravissima e fotografa il carattere guerrafondaio del governo Draghi e il fatto che oggi in parlamento abbiamo un partito unico della guerra e della NATO, che va da Giorgia Meloni al PD.
L’arrivo a Ghedi del primo F35 abilitato per il lancio di ordigni nucleari di “first strike” segue anni di programmi di “nuclear sharing” della Nato in cui i nostri piloti sono stati addestrati all’uso di armi atomiche.

 

L’Italia è piena di bombe nucleari e i due poli fanno a gara in servilismo verso gli USA. Il silenzio e la complicità con la deportazione di Julian Assange sono parte di questa subalternità agli USA che guidano il blocco occidentale in una deriva neoimperialista e militarista che sta trascinando il mondo verso la guerra con Russia e Cina.

L’articolo 11 della Costituzione ormai è carta straccia per gran parte delle forze politiche che hanno trasformato il nostro paese in una piattaforma per le guerre occidentali.


E’ ora di costruire un’alternativa pacifista al partito unico della guerra.

EDITORIALI E COMMENTI

 

18/06/2022

da Il Manifesto

Alberto Negri 

 

Non c’è dubbio che la giornata di giovedì 16 giugno sia stata «storica», tutti hanno così definito la visita dei tre leader europei che ha spianato la strada alla candidatura dell’Ucraina all’ingresso nell’Unione europea.
Ma non rappresenta una svolta nella guerra: di armi non si è parlato e non lo si doveva fare, perché questa era la precondizione dell’incontro. Kiev è stata soprattutto una tappa che rinsalda un’unità europea più volte messa in dubbio.
Ma le differenze restano, eccome.

Nonostante sia stato sottolineato che Francia, Germania e Italia si siano allineate nel sostegno senza esitazioni per l’Ucraina chiesto da tempo dai paesi del fianco est dell’Unione.
Non è però la fine dello scarto evidente tra i protagonisti tradizionali dell’Unione e i membri orientali che si trovano in prima linea a causa della loro storia e della loro geografia. Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato ieri che l’Ucraina non avrà mai pace se l’obiettivo finale del conflitto nel Paese è «schiacciare la Russia». In un’intervista alla tv francese Bfmtv, ripresa da Cnn, Macron di ritorno da Kiev ha detto di aver sentito dire che «l’obiettivo di questa guerra è  schiacciare la Russia. 

Ed è  qui che dico che vi sbagliate. Se si fa così, non si otterrà mai una pace negoziata». Macron ha aggiunto che nemmeno Zelenski ha l’obiettivo di schiacciare la Russia. Il presidente Zelenski «difende la sua terra. E noi vogliamo aiutarlo a farlo. A volte abbiamo vinto la guerra e perso la pace». E non è certo un caso che a Macron abbia fatto eco il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov in un’intervista a Izvestia: «Apprezziamo molto queste qualità di Macron – ha detto – nonostante le differenze di fondo esistenti, Macron ha seguito coerentemente questa strada, che anche il presidente russo approva».

Ma a che punto siamo davvero di questa guerra? Putin ieri al Forum economico di San Pietroburgo (presenti diverse società italiane) ostentava sicurezza .«L’era del mondo unipolare è finito», un cambiamento «che è parte della storia» e «non è reversibile», ha detto Putin aggiungendo che gli Stati uniti «fanno finta di non notare che ci sono altri centri forti nel mondo». Un duro attacco all’America definita «il poliziotto del mondo». Ma la propaganda del Cremlino stenta comunque a incrociare la realtà dei fatti: se gli Stati uniti forse non sono più il poliziotto del mondo, lo sono certamente diventati – grazie a PutNon in – dell’Ucraina. Negli ultimi tre mesi il Congresso Usa ha approvato 54 miliardi di aiuti civili e militari a Kiev, più dell’80% del bilancio russo della difesa (secondo le cifre ufficiali).

Per raggiungere l’obiettivo di «indebolire la Russia» gli Usa non stanno risparmiando sui mezzi anche se la consegna di armi più offensive sta subendo dei ritardi e negli Stati uniti si avanzano dubbi sull’affidabilità degli ucraini e sull’opportunità di proseguire la guerra.
Ma allo stesso tempo l’idea degli Usa di «impantanare» Mosca – che da sola si è avventurata in una aggressione sconsiderata all’Ucraina – diventa sempre più concreta. Persino l’ombra pesantissima di un conflitto allargato e della minaccia terrificante del nucleare sembrano non preoccupare più di tanto gli strateghi occidentali. Questo obiettivo americano, la guerra di logoramento o di attrito, è sostenuto dalla Nato, visto che il segretario della Nato Jens Stoltenberg ha affermato, proprio il 16, che «gli alleati sono pronti a continuare a fornire all’Ucraina aiuti sostanziali e senza precedenti».

La scommessa, forse azzardata, è che il tempo giochi contro Mosca prosciugandone le risorse. Che cosa significa questo? Gli Usa, che conducono le danze, stanno approfittando di questa conflitto, senza rischiare neppure un soldato, per stendere al tappeto un avversario storico e mettere a segno alcuni vantaggi strategici: sfinire Mosca, mettere in difficoltà la Cina imbarazzata dagli insuccessi dei russi, rafforzare l’Alleanza Atlantica (Finlandia e Svezia sono sulla soglia della Nato osteggiate soltanto dalla Turchia) e non da ultimo portare a casa lucrosi contratti con le esportazioni di armi, cereali e gas.

 

Ma quali sono le conseguenze di un conflitto in cui in realtà non si vedono veri vincitori, almeno da questa parte dell’Atlantico? L’Unione europea, in attesa che divenga una potenza militare, non sembra uscirne così rafforzata: Germania e Italia, due delle tre maggiori economie, pagheranno pesantemente i tagli al gas russo e l’approvvigionamento di materie prime. Le alternative al gas russo sono ancora incerte come la transizione ecologica, mentre diventa sempre più concreto il rischio di una recessione dell’Europa più industrializzata da cui deriverebbero anche meno risorse per la stessa Ucraina. «Ricostruiremo tutto», hanno detto i tre leader a Kiev ben sapendo che non tutte le promesse saranno mantenute. E la crisi dei creali non può che diventare un altro elemento destabilizzante dei popoli del Mediterraneo e africani.

 

Ma soprattutto – ed questo che teme di più Macron ma anche la Germania e noi stessi – sono le conseguenze politiche ed economiche del conflitto: a Est c’era una volta una cortina di ferro che è diventata d’acciaio. Una gabbia dove resteremo sigillati per anni.

POLITICA NAZIONALE - POLITICA ITALIANA

 

17.06.2022

 

Maurizio Acerbo

 

Segnaliamo sul numero di Left che esce oggi in edicola un articolo di Gregorio Piccin, responsabile pace di Rifondazione Comunista.


Nell’articolo su Left Piccin riferisce gravi fatti su cui la nostra senatrice Paola Nugnes presenterà un’interrogazione parlamentare nelle prossime ore per chiedere al governo se davvero l’Italia ha inviato missili anti-carro radioattivi MILAN 

 

 

 

Il governo italiano ha secretato le informazioni relative all’invio di armi ma è trapelato che l’Italia avrebbe fornito tali missili a esercito ucraino.

Si tratterebbe di una scelta molto grave considerato che è ben nota la pericolosità a lungo termine per la salute e l’ambiente di tali ordigni. Infatti lo scorso 10 giugno, presso il tribunale di Cagliari, è iniziato il processo per disastro ambientale che vede imputati i cinque generali delle forze armate italiane Valotto, Graziano (attuale presidente di Fincantieri), Errico, Rossi e Santroni. Il disastro ambientale in questione, che riguarda il poligono NATO di Capo Teulada, è stato causato in particolare proprio dall’uso massiccio del missile portatile anti-carro MILAN.

 

 

 

 

 

 

E’ noto che le prime due versioni di quest’arma contengono torio altamente radioattivo nel sistema di puntamento. Tale metallo pesante viene rilasciato nell’ambiente circostante ad ogni utilizzo. Risulta ugualmente contaminata infatti anche l’area del poligono sperimentale di Salto di Quirra.

 

 

 

Ricordiamo che soldati italiani ancora si ammalano e muoiono a causa dell’uranio impoverito usato nelle precedenti guerre NATO.

 

L’Italia dovrebbe interrompere e ritirare la fornitura di armi così dannose e farsi promotrice di una iniziativa presso l’ONU per la messa al bando di ogni arma e sistema d’arma che impieghino metalli pesanti quali torio e uranio impoverito.

 

 

Invece di contaminare l’Ucraina il nostro paese dovrebbe farsi promotore di un’iniziativa umanitaria diretta alle parti in conflitto per chiedere la sospensione e/o non utilizzo di queste armi.

 

Ciao A 

Da ultimo ricordiamo la preoccupazione espressa dal segretario generale dell’Interpol Jurgen Stock sul fatto che armi inviate in Ucraina stanno finendo nel mercato internazionale illegale. Dobbiamo attenderci attentati all’uranio impoverito in futuro?

LAVORO E DIRITTI

 

16/06/2022

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

 

 

IL CASO. Istat: nel 2021 aumentate le persone che non riescono a soddisfare i bisogni fondamentali. I poveri assoluti erano già tornati al livello del 2020. L'anno prossimo, con la pandemia e la guerra, aumenteranno. Stranieri residenti da meno di 10 anni esclusi dal reddito, 1 lavoratore su 3 sotto i 10 mila euro. La necessità di una riforma del Welfare e di un allargamento del "reddito di cittadinanza", ora

 

Nel 2021, ha sostenuto ieri l’Istat, i «poveri assoluti» (le famiglie e le persone che non possono permettersi di soddisfare i bisogni fondamentali per condurre una vita dignitosa) erano 5 milioni e 600 mila persone distribuite in 1,9 milioni famiglie. Il dato va storicizzato. Dopo i primi dodici mesi della pandemia, dichiarata a partire da febbraio-marzo 2020, i poveri assoluti sono rimasti gli stessi, almeno statisticamente, del 2020. In attesa dei dati del 2022 – saranno resi noti l’anno prossimo e presumibilmente registreranno un aumento della povertà a causa della nuova crisi e dell’inflazione alle stelle – il 2021 ha confermato il massimo storico raggiunto da questo tipo di povertà l’anno precedente.

 

Questo significa che il cosiddetto «reddito di cittadinanza», e il suo effimero gemello chiamato «reddito di emergenza» deciso dal governo «Conte 2» per evitare l’estensione della misura principale verso un reddito di base incondizionato, non sono riusciti a diminuire il tasso di povertà. Senza contare il fatto che, ieri come oggi, il «reddito di cittadinanza» non raggiunge tutti i poveri assoluti censiti ufficialmente in Italia.

 

NEL 2021, infatti, questa misura ha raggiunto la massima estensione con 1,8 milioni di famiglie e 3,9 milioni di percettori complessivi. Ad aprile 2022, cioè nel momento della ricaduta in un’altra crisi, i percettori sono diminuiti: 1.522.879 famiglie e 3 milioni 362.180 persone coinvolte. Importo medio: 558,17 euro (dati Inps). La domanda è: se i poveri assoluti erano 5 milioni e 600 mila già nel 2021 perché ancora oggi sono solo poco più di 3 milioni a ricevere un sussidio che tenderà a essere sempre più ristretto, soprattutto per coloro che sono giudicati «abili al lavoro» (all’incirca 1,1 milioni)? Così ha deciso il governo Draghi nell’ultima legge di bilancio. Tutto questo accade a causa dei «paletti» fiscali e patrimoniali (tra i quali una soglia Isee a 9.360 euro e patrimonio immobiliare non superiore a 30 mila euro, esclusa la prima casa) imposti dalla legge voluta dal governo «Conte 1» (Cinque Stelle+Lega) che ha istituito la misura nel 2019.

 

SENZA CONTARE che esistono anche i «poveri relativi», cioè le persone che sono escluse di fatto dalle attività e modi di vita comuni e svolgono lavori poveri e attività intermittenti. Secondo l’Istat sono l’11,1% della popolazione attiva e nel 2021 erano già aumentate dal 10,1% del 2020. Le famiglie povere relativamente erano circa 2,9 milioni (2,6 milioni nel 2020). Riportiamo questi dati per dare un esempio della gravissima crisi sociale in cui versa questo paese e che nessuno, fino ad oggi, è riuscito a contenere. Anzi, i dati dicono che la crisi era già peggiorata tra i «poveri relativi» nel primo anno della pandemia nonostante gli «aiuti» erogati attraverso i bonus e gli incentivi occasionali e aleatori tipici dello stato sociale neoliberale e compassionevole, adottati dai due ultimi governi in Italia.

 

UN ESEMPIO è sufficiente per dimostrare l’inefficacia delle misure populiste adottate. Riguarda l’indennità per i lavoratori autonomi chiamata «Iscro». Secondo un rapporto della Cgil e dell’associazione Apiqa la misura festeggiata due anni fa sotto il governo «Conte 2» si è rivelata com’era ampiamente annunciato, un completo fallimento. Nel primo anno della «sperimentazione», il 2021 appunto, le domande accolte sono state inferiori alle attese: 3.471 su 9.443. Erano state previste 43.500. Parliamo del lavoro autonomo povero devastato dalla crisi innescata dalle misure prese per contenere la diffusione della pandemia. Avrebbe avuto bisogno, anche questa misura, di ben più ampi fondi (70,4 milioni per il 2021 a scalare fino ai 3,9 milioni per il 2024) per una platea di gran lunga più grande. Nonostante l’emergenza, un disastro politico.

 

È QUESTA LA REALTÀ messa sotto il tappeto dalla violenta, quanto surreale, contesa tra chi intende mantenere il «reddito di cittadinanza» perché sarebbe servito a contenere la povertà (non è vero, dato che nel 2021 è tornata al livello del 2020) e chi vuole abolirlo per regalare le risorse alle imprese che sfruttano il lavoro povero a cominciare da quello stagionale. Nella commedia degli equivoci si rimuove l’esigenza di un’estensione universale e incondizionata del Welfare, dunque anche del «reddito di cittadinanza».

 

E non va dimenticato la scandalo razzista sul quale è costruito il «reddito di cittadinanza». Lo ha denunciato Roberto Rossini dell’Alleanza contro la povertà: «I 10 anni ancora previsti per fare richiesta di accesso alla misura per gli stranieri extracomunitari sono uno scandalo». Nessuna giustizia per loro. Nessuna giustizia per «un lavoratore su tre che ha una retribuzione lorda annua inferiore a 10 mila euro» ha ricordato la Cgil. In compenso lo Stato sociale sarà più condizionato mentre le diseguaglianze cresceranno. Un mondo alla rovescia. Da ribaltare.

 

Leggi anche IL SALARIO MINIMO SOLO SE EUROPEO

POLITICA NAZIONALE

15.06.2022

Giulio Cavalli

Da LEFT

 

Se la leader di Fratelli d’Italia riuscirà a prendersi in mano il Paese e mostrerà i suoi lati neri vedrete che gli stessi che oggi contribuiscono alla sua potabilità lanceranno l’allarme

 

Giorgia Meloni vola in Andalusia per sostenere la candidata di Vox. Impugna il microfono e comincia a strillare: «Non ci sono mediazioni possibili, o si dice sì o si dice no. Sì alla famiglia naturale, no alla lobby Lgbt, sì alla identità sessuale, no alla ideologia di genere, sì alla cultura della vita, no a quella della morte». Poi continua a modo suo: «Sì all’universalità della croce, no alla violenza islamista. Sì ai confini sicuri e no all’immigrazione di massa. Sì al lavoro dei nostri cittadini, no alla grande finanza internazionale. Sì alla sovranità del popolo, no ai burocrati di Bruxelles. Sì alla nostra civiltà e no a coloro che vogliono distruggerla».

 

Il pubblico bela qualche olé a tempo, una televendita dal vivo solo che al posto delle pentole e la bicicletta in omaggio qui si celebrano i “patrioti d’Europa”. Scandalo dalle nostre parti. È comprensibile, a forza di normalizzare Giorgia Meloni per inginocchiarsi al prossimo probabile potentato d’Italia molte penne italiane ce l’hanno rivenduta come una simpatica canaglia che sembra cattiva ma in fondo non è pericolosa.

 

Giorgia Meloni è pericolosa, eccome. Nelle sue parole, nel suo programma, tra le sue idee si trovano pericolosi ritorni. Ha ragione Lia Quartapelle (Pd) quando dice che «nel deserto che sta diventando la destra, la Meloni sembra quella con le idee chiare, quella meno peggio degli altri. Ma la realtà è che, sotto sotto, lei è sempre la stessa cosa: parole d’ordine fasciste e un passato che non è mai passato». Quartapelle prosegue: «Quando la Meloni parla di lobby Lgbtq, di trame della finanza, di famiglia naturale come se ci fossero famiglie innaturali, quando definisce “l’abisso della morte” i legittimi diritti delle donne ad abortire, sta usando le parole d’ordine della destra estrema. Inoltre, si rifà a una politica dell’identità come se ci fosse un attacco alla tradizione. Ma io di attacchi non ne vedo da nessuna parte. La politica dell’identità si fa quando non sai cosa fare sulle politiche sociali o del lavoro».

 

Giorgia Meloni se l’è presa per le parole dell’esponente Pd. Sapete cosa ha negato? Di aver preso soldi dalla Russia. Sul resto, evidentemente è d’accordo, se non fiera. Se poi Meloni riuscirà a prendersi in mano il Paese e mostrerà i suoi lati neri vedrete che gli stessi che oggi contribuiscono alla sua potabilità lanceranno l’allarme.

 

Che danni procura il giornalismo al servizio del potente. Che Paese sempre pronto allo sbando è quello in cui il potere è una virtù.

 

EDITORIALI E COMMENTI

 

14.06.2022

Da Left

Giulio Cavalli

 

La Nuova unione popolare ecologista e sociale guidata da Mélenchon è la vera vincitrice del primo turno delle elezioni francesi. Ha ottenuto gli stessi voti di Macron (il 25,7%) e ha distanziato di 8 punti Marine Le Pen. Il risultato è straordinario e se dalle nostre parti ci fosse anche solo una goccia di sinistra nel sedicente partito di centrosinistra ieri avremmo dovuto assistere almeno a qualche timido assaggio. Dal Pd invece si scorge addirittura una certa preoccupazione. È comprensibile: Mélenchon è la dimostrazione plastica che qualsiasi timidezza nell’attuare pratiche realmente di sinistra non sia una “mediazione” ma sia una calcolata ricerca del compromesso.

 

Mélenchon ha costruito uno schieramento che non si limita a proclamarsi di sinistra ma si oppone nettamente anche al liberismo fintamente progressista. È andato oltre all’idea di “partito” tenendo insieme movimenti, sindacati, malesseri organizzati e organizzazioni. Ha interpretato i conflitti, piuttosto che negarli, facendosene carico anche nel renderli pubblici parlandone ovunque. Non si è messo in testa una fantomatica “unità della sinistra” che avrebbe inglobato storie inconciliabili con i valori di cui si fa portatore: è fiero della propria radicalità. Una parola che da noi suona come una bestemmia.

 

Quello che qui in Italia qualche penna definisce «exploit del populismo gauchiste di Mélenchon» (che teneri i nostri editorialisti spaventati da chi smodatamente vorrebbe rovesciare i soliti poteri) è semplicemente un programma che non consente smussature. Potrebbe funzionare qui? Resta ovviamente tutta da vedere la declinazione italiana di un’esperienza politica francese. Siamo fin troppo abituati al giochetto deludente del papa straniero. Ma come osserva Nicola Fratoianni la scelta di Mélenchon «ha consentito alla sinistra e agli ambientalisti francesi di bucare il tetto di cristallo del voto utile, che li aveva sempre penalizzati in precedenza». Se leggete il programma elettorale di Mélenchon vi accorgerete che esiste una visione del mondo che non rimane imbucata nella cassetta degli idealisti e ottiene enorme consenso popolare.

Ognuno tiri le somme.

POLITICA NAZIONALE 

 

13/06/2022

DA Contropiano

 

L’affluenza per i 5 referendum sulla giustizia si è fermata al 20,95 per cento ben lontano dal quorum richiesto (50 per cento + 1). Secondo il sito del Viminale questi sono i dati definitivi sull’affluenza (7.903 Comuni su 7.903) riferiti alle 23 di ieri sera.

 

L’ultimo referendum abrogativo, quello contro le trivellazioni, era stato ad  aprile 2016 ed ebbe una affluenza del 23,54% alle 19, e si era poi attestato al 33% alla chiusura delle urne.

 

Completamente diversi invece i risultati del referendum costituzionale voluto da Renzi a dicembre 2016. Lì, nonostante non fosse necessario il raggiungimento del quorum,  l’affluenza era stata alta (68,48 per cento) dimostrando che la chiamata ai seggi è stata fin dall’inizio un referendum di fatto pro o contro l’esecutivo, era stato capace di mobilitare tutta la popolazione. Il No alla riforma controcostituzionale di Renzi vinse con il 59,5 per cento dei voti contro il 40,4%.

 

Il silenzio elettorale ieri era stato rotto da Berlusconi (sostenitore del Si al referendum) che era tornato ad attaccare i magistrati e la “giustizia politicizzata” con toni duri, parlando fuori dal seggio dove ha votato nel centro di Milano. Oggetto della rabbia del leader di Forza Italia sul tema della giustizia sono i fatti di Palermo dove, a pochi giorni dal voto, sono stati arrestati due candidati, uno di Fratelli d’Italia e uno di Forza Italia, con l’accusa di scambio elettorale politico mafioso. “Questi arresti di candidati un giorno o due prima delle elezioni, potevano anche aspettare due giorni dopo – ha osservato Berlusconi -. Questa è sempre la storia della giustizia politicizzata che non è morta”.  Insomma il Cavaliere è tornato a insistere sui suoi soliti cavalli di battaglia dando la cifra del significato con cui la destra ha cercato di strumentalizzare i referendum sulla giustizia promossi da nove consigli regionali di centro-destra e non una raccolta di firme nelle strade.

 

Il “garantismo di scopo” della destra era fin troppo evidente, così come la velleità di sottoporre a referendum quesiti su una materia complessa come la giustizia in cui convivevano questioni serie e richieste strumentali.

 

Elezioni comunali

 

Più alta è stata invece l’affluenza nelle città dove c’erano in contemporanea le elezioni comunali che è stata del 54,72%, ma anche qui si registra un calo rispetto a quelle precedenti. Una conferma che l’astensionismo si va ormando consolidando anche nel caso di quelle “elezioni di prossimità” che storicamente vedevano una partecipazione più alta.

 

Oggi alle 14 inizia lo spoglio delle schede per le elezioni comunali. Gli exit poll danno Genova, Palermo e L’Aquila al centrodestra. Al ballottaggio vanno invece Parma, Verona e Catanzaro con il centrosinistra in testa nelle prime due città. Sulle assenze di un centinaio di presidenti di seggio a Palermo, la Procura sta valutando i reati di interruzione di pubblico servizio e rifiuto di atti d’ufficio.

 

Sempre a Palermo l’attacco di gruppo hacker al sito del Comune, ha riversato decine e decine di file contenenti dati sensibili. “E’ stata pubblicata la prima parte delle informazioni gentilmente condivise con voi dai rappresentanti di questa società. Ce ne saranno altre domani”, ha scritto il gruppo hacker Vice Society nella giornata di ieri, annunciando la pubblicazione di altre informazioni.

 

Secondo l’Ansa  nella lunga lista rilasciata dagli hacker c’è un po’ di tutto: relazioni su riscossioni di imposte e tasse, lavorazioni degli stipendi, accrediti al servizio di tesoreria del Comune di multe pagate dai cittadini con nomi e cognomi, ingiunzioni di pagamento, anche in questo caso, con i riferimenti anagrafici dei coinvolti, documenti d’identità di dipendenti Sispi, elenchi del personale coi numeri di telefono segnati accanto. Ma ci sono ancora note interne del comando della polizia municipale, verbali su riunioni di servizio, schede di valutazione di ausiliari dell’Amat e anche l’elenco telefonico del comando della polizia municipale. Su Twitter c’è chi ha pubblicato alcuni screenshot coi nomi dei file sottratti dalla rete di Palazzo delle Aquile.

POLITICA NAZIONALE

 

10/02/2022

da Il Manifesto

Giuliano Santoro

 

Dopo il voto del Parlamento europeo di mercoledì che ha approvato il bando per i motori a combustione delle auto a partire dal 2035 la palla passa ai ministri competenti. Si incontreranno il 28 giugno al Consiglio europeo. In seguito, prima della fine dell’anno, spetta a Commissione, Parlamento e ministri dei singoli stati cercare una sintesi sulle emissioni. Ciò significa che in questa fase per l’Italia il ruolo del pivot spetta al ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani. Cioè una figura dai tratti paradossali: la conformazione stessa della sua delega e la scelta della sua persona si devono a Beppe Grillo e al Movimento 5 Stelle, che ne fecero motivo dirimente per far nascere la maggioranza Draghi. È tuttavia evidente da tempo che su molti dossier Cingolani esprima sensibilità diverse dalla forza politica che lo ha espresso.

IN QUESTA OCCASIONE ha manifestato vicinanza alla proposta dei popolari di attenuare il passaggio ai motori a zero emissioni. Tanto che è a lui che si appella, il giorno successivo, il vicepresidente del Ppe e coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani,. «Ho chiesto un incontro al presidente del consiglio – fa sapere Tajani – Chiediamo al governo di seguire Cingolani, che condivide quello che noi abbiamo votato al Parlamento europeo. Si può bloccare questa scellerata decisione della sinistra». Le destre contrappongono la ragione economica a quella ambientale. «Chi ha votato a favore di questo scempio vuole smontare il nostro sistema pezzo per pezzo e rappresenta un pericolo per il nostro paese», aggiungono i capigruppo della Lega Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo.

L’ANOMALIA CINGOLANI balza agli occhi dei portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli ed Eleonora Evi: «È bizzarro vedere un ministro della transizione ecologica fare la guerra alla transizione ecologica». Anche Sinistra italiana punta il dito su Cingolani. «Il ministro si appella alla vecchia retorica opposizione fra tutela dell’ambiente e tutela del lavoro – affermano il responsabile economia Giovanni Paglia e quello della transizione ecologica, Marco Grimaldi – Ma se l’auto elettrica al momento non è del tutto green perché ancora non abbiamo l’energia elettrica verde per ricaricarla. Dunque proprio il ministro dovrebbe avvertire tutta l’urgenza di investire sulle rinnovabili. Il vero obiettivo della transizione ecologica non è passare dall’auto a motore termico all’auto elettrica, ma uscire dal mondo del trasporto privato per entrare in quello del trasporto condiviso». La capogruppo di LeU al Senato Loredana De Petris è netta: «Le proteste e le richieste di deroga per l’Italia sono assurde – sostiene De Petris – Il passaggio alle auto elettriche dovrebbe invece essere visto per quel che è: un’occasione per l’industria italiana dell’auto, che ha sempre scontato un ritardo sull’innovazione tecnologica compensato con la politica dei bassi salari».

PD ED M5S GLISSANO sul caso Cingolani e si assestano sulla necessità di procedere sulla strada della transizione ecologica garantendo sussidi. «Le destre vogliono ammorbidire e allungare i tempi della transizione energetica – dice il responsabile organizzazione dem Stefano Vaccari – Il Pd continuerà in questa battaglia, in Europa come in Italia, per tenere insieme le due sostenibilità, quella ambientale e quella sociale». Per Giuseppe Conte, «l’obiettivo fondamentale della neutralità climatica è al 2050, quindi dobbiamo lavorare per un’Europa verde. Certo dobbiamo lavorare perché gli italiani non rimangano al verde».

UNA DEROGA AL BLOCCO delle auto inquinanti, in verità, è stata già concessa. Riguarda le auto di lusso della cosiddetta Motor valley e l’approvazione di quello che in Europa è stato chiamato emendamento salva-Ferrari. L’assessore allo sviluppo economico della Regione Emilia-Romagna Vincenzo Colla riconosce che quel provvedimento ha valore relativo, perché quelle aziende hanno sempre investito in innovazione e perché possono consentirsi di scaricare qualche costo in più sui facoltosi acquirenti. Per Colla, piuttosto, «per vendere un’auto elettrica servono stipendi che consentono di comprarla, sennò andiamo in autoavvitamento». Tuttavia, osserva, «se qualcuno pensa che si può tornare indietro, non ha capito niente».

EDITORIALI E COMMENTI

 

08.06.2022

Da Il Manifesto

Pancho Pardi

 

GUERRA E PACE. È di pochi giorni fa la frase a effetto ripetuta fin dall’inizio: non si può umiliare la Russia. In origine poteva essere saggezza diplomatica: far capire a Putin che una […]

 

È di pochi giorni fa la frase a effetto ripetuta fin dall’inizio: non si può umiliare la Russia. In origine poteva essere saggezza diplomatica: far capire a Putin che una trattativa non era pensata per minare la sua leadership. Ma ora, con la Russia sempre più apertamente all’assalto, quando il presidente Macron ripete la formula, viene da chiedersi quale mondo veda.

 

Se c’è un paese umiliato e offeso è solo l’Ucraina. La Russia ha distrutto città, centri produttivi, infrastrutture, ha ucciso decine di migliaia di cittadini, militari e civili; ha realizzato stragi efferate; ha deportato in massa bambini e adulti verso le estreme regioni del Paese; ha prodotto l’esodo più monumentale della storia moderna; ha bloccato le esportazioni dei grani, risorsa commerciale vitale e rimedio alla carestia nei paesi poveri; ha depredato e continua a depredare come bottino di guerra grano e acciaio nelle terre sottratte all’Ucraina.

 

Messa di fronte ai suoi delitti, la Russia nega le stragi, le distruzioni e spudoratamente le attribuisce agli ucraini; nega espropriazioni e deportazioni; e mostra soddisfazione di fronte all’esodo che svuota le terre che ha sotto mira. Nega il blocco dei porti che esercita con le sue navi armate. L’indifferenza russa si spinge fino a radere al suolo città e paesi dei russofoni che sostiene di difendere.

 

Tutto questo avviene ora. E sempre ora la Russia torna a bombardare Kiev e minaccia direttamente chi l’aiuta. E afferma, nel modo più provocatorio, che l’Ucraina è solo un affare suo.

Chi in Europa si prodiga per la pace a tutti i costi ne dovrebbe tener conto. E proprio, di fronte a tutto questo, invece, ora Macron dice che non si può umiliare la Russia! Più timidamente Letta avverte che è necessaria una pace anche se non quella giusta.

 

Allora bisognerebbe dirlo apertamente: gli ucraini hanno sbagliato a non arrendersi il primo giorno, avrebbero almeno provato a barattare l’incolumità con la servitù. Invece ora si scopre che aiutare gli ucraini era imprudente e che per non umiliare Putin devono piegarsi a un negoziato col piede russo sul collo. Come dire a un popolo invaso di aver lottato invano e di rassegnarsi. Gli esuli non potranno tornare se non a capo chino. I danni di guerra saranno pagati dagli aggrediti, l’integrità territoriale è persa per sempre. Per non umiliare Putin.

POLITICA NAZIONALE

 

06/06/2022

da Contropiano

di Dante Barontini

 

In uno spazio economico comune, tra diversi paesi, logica economica vorrebbe che i salari fossero grosso modo uguali. Non tanto per ragioni di giustizia sociale (che non è mai l’obiettivo della regolazione capitalistica), ma soprattutto per mettere in condizioni di parità le stesse imprese. Salari molto differenti, infatti, favoriscono quelle che possono pagare quelli più bassi, a parità di altre condizioni.

Pochi giornali italiani hanno dato il dovuto risalto alla notizia che dal primo ottobre il salario minimo garantito in Germania sarà di 12 euro l’ora. Il Parlamento tedesco ha infatti approvato l’aumento, che era stato tra i punti decisivi del programma elettorale del cancelliere Olaf Scholz.

La misura verrà applicata in due tempi. Dal primo luglio – tra meno di un mese – passerà da 9,82 a 10,45 euro e poi a 12 euro il primo di ottobre.

Ad usufruire dell’aumento saranno appena 6,2 milioni di dipendenti su una popolazione attiva di 45,2 milioni, perché gli altri guadagnano già più di questa cifra. Secondo la Confederazione sindacale tedesca il potere d’acquisto complessivo dei lavoratori dipendenti verrà aumentato di 4,8 miliardi di euro. Che naturalmente finiranno in maggiori consumi e, quindi, in maggiori utili per le aziende fornitrici di beni di consumo, costruttori edili, ecc.

Come sapete, in Italia la proposta più “estremista” è quella avanzata da Potere al Popolo, Unione Sindacale di Base e altre sigle sindacali o politiche: 10 euro netti l’ora. Che sembrano tantissimi rispetto ai salari reali percepiti da lavoratori a tempo pieno, e a maggior ragione da precari, in nero, ecc.

Dieci euro netti l’ora sono circa 1.600 euro netti al mese (calcolando una settimana standard di 40 ore e 22 giorni lavorativi effettivi; ossia molte meno ore di quelle realmente lavorate in media). Un salario quasi da sogno, qui in Italia, considerato quasi da miserabili in Germania.

Ma naturalmente in Parlamento ci sono proposte ben più “moderate”, tra cui spicca quella della ex ministra del lavoro Nunzia Catalfo, che prevede il riconoscimento, nei contratti, di una retribuzione complessiva non inferiore a 9 euro l’ora. Per i non contrattualizzati, naturalmente, si resta appesi al buon cuore dell’imprenditore…

Ma quasi tutti i partiti sono contrari, ed anche quegli impagabili intermediatori chiamati CgilCislUil. Tutti pronti a soddisfare i desiderata di Confindustria, che di minimi salariali non ne vuole neanche sentir parlare, tanto da considerare un “competitore pericoloso” il reddito di cittadinanza, che vale in media 580 euro circa.

Evidente dunque la “logica” dell’imprenditoria italiana: se riusciamo a tenere ancora bassi i salari aumentiamo la nostra “competitività” senza spendere un euro in investimenti fissi (macchinari, tecnologie, ecc).

Un ragionamento miope che presuppone l’impossibile: ossia che i diretti concorrenti europei, quelli che vivono e si arricchiscono all’interno del medesimo spazio economico, siano disponibili a sopportare uno squilibrio sistematico sui salari a vantaggio delle imprese italiane.

 

Questo squilibrio già è visibile nella dinamica dell’inflazione tra i vari paesi della UE. Il grafico qui di fianco, con i dati di aprile, parla da solo. Come si può capire, sulla diversità pesano ragioni locali. Il costo dell’energia cade su tutti nello stesso modo, perché esiste un solo prezzo internazionale per petrolio, gas e similari. Ma certo chi può contare su altre fonti – per esempio il nucleare – soffre un po’ meno per l’esplosione del prezzo degli idrocarburi (e non a caso la Francia è quella con il tasso di inflazione per ora più basso).

 

Per gli altri – fatta la tara per i costi delle importazioni di grano, fertilizzanti, semiconduttori e altre componenti (non tutto dipende dalla Russia e dalla guerra ) – sicuramente c’è anche il diverso costo del lavoro, ossia i salari. Parliamo di paesi in cui i prezzi al dettaglio sono grosso modo simili, ma il potere d’acquisto dei salariati molto diverso.

 

Chiaro che per l’industria italiana i bassi salari costituiscano un vantaggio competitivo, che favorisce le esportazioni mentre deprime la domanda interna. Ma ci sono diversi “mezzi di persuasione”, a disposizione delle altre economie dello stesso spazio economico, per ridurre questo vantaggio.

 

Uno è tutto politico e passa per il “super-Stato in costruzione”, ovvero l’Unione Europea. Lunedì sera si riuniranno a Strasburgo i rappresentanti del Parlamento europeo e del Consiglio per arrivare all’approvazione finale della direttiva sul salario minimo proposta dalla Commissione europea nel 2020 e già approvata in prima lettura sia dall’Europarlamento che dal Consiglio.

 

In pratica, da Bruxelles arriverà ben presto “l’ordine” di elaborare una legge istitutiva del livello minimo di retribuzione legale, anche se nessun partito presente in Parlamento è d’accordo, anche se il governo (sentite i farfugliamenti di Brunetta)  e pure i sindacati complici – in pratica tutta la “borghesia italiana” – sono contrari.

 

Chiaro che il conflitto – e la resistenza di Confindustria – si sposterà a quel punto dal “se” istituire un salario minimo al “come” fare una legge e al  “quanto” sarà necessario pagare un lavoratore.

 

E infatti il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco – uno che sa benissimo come funzionano le leve del potere in Europa – apre già la discussione futura. “Il salario minimo ha vari effetti positivi – ha spiegato – Il rischio sta nel livello, perché se è eccessivo può portare a non occupare persone che potrebbero invece voler lavorare al di sotto di quel livello e che hanno una produttività sostanzialmente in grado di non arrivare a quel livello lì, ma credo non sia una cosa così importante.

 

Quello che è importante è non legare al salario minimo automatismi che poi ci possono costare, per esempio un salario minimo che ha piena indicizzazione ai prezzi al consumo se diventa il modello di riferimento per tutti i salari, tutte le contrattazioni, incorpora direttamente quel meccanismo automatico. Bisogna aumentare la produttività, se cresce anche i salari crescono“.

 

Insomma: il livello deve restare basso e non devono essere previsti meccanismi di adeguamento all’inflazione (indicizzazione, stile antica “scala mobile”). Che è poi un modo di mantenere quel “vantaggio competitivo” guadagnato con decenni di “contrattazione a togliere” (soldi, diritti, sicurezza, ecc) condotta da sindacati complici.

 

Ma c’è anche un secondo strumento, a disposizione della borghesia europea, per ricondurre alla ragione la straccionissima borghesia nazionale: il debito pubblico. Non a caso, si può dire, in queste ultime settimane lo spread (il differenziale di rendimento tra titoli di stato italiani e tedeschi) ha ripreso a salire. Nonostante la “garanzia euro-atlantica” rappresentata da Draghi.

 

Il ridisegno delle filiere produttive e delle politiche economiche (nonché di quelle fiscali) a livello continentale non può prevedere “privilegi competitivi” che non siano istituzionalizzati a beneficio dei capifila.

 

 

Detto altrimenti: Grecia, Bulgaria e paesi di quel livello possono e debbono funzionare come riserve di manodopera e beni a basso costo perché tutta la loro economia è “contoterzista” di quelle centrali in Europa. Ma l’Italia – che per un verso pretende un posto in “serie A” e per l’altro si comporta come un “furbetto del quartierino”, lucrando sui salari da fame e l’evasione fiscale generalizzata – deve “mettersi in riga”. Con le buone o le cattive.

 

La partita del salario minimo per legge è solo una di quelle che si vanno giocando a livello europeo e dunque, come si è visto, anche nazionale. Dal nostro punto di vista – quello della “classe”, ossia dei lavoratori – è una partita politicamente molto rilevante.

 

Non può sfuggire infatti il dato per cui, dovendo regolare per legge il livello minimo della retribuzione, la questione del salario smette di essere una “questione privata tra parti sociali” (imprese e sindacati) e diventa un tema politico che riguarda anche governo e partiti. Oltre che, naturalmente, movimenti e sindacati.

 

Nessuna forza politica potrà più sottrarsi alla necessità di pronunciarsi sui livelli salariali, esponendosi quindi alle ovvie ricadute elettorali. Nessun governo futuro potrà dirsi “neutrale”, trincerandosi ipocritamente dietro il “confronto tra le parti sociali”. E quelle parti sociali stesse – inutile dire dei vampiri di Confindustria – saranno messe sulla graticola nel rapporto con i “rappresentati” perché, egualmente, saranno obbligate a dire pubblicamente una parola chiara sul livello del salario.

 

Cambia insomma anche il terreno su cui si gioca la “normale” lotta di classe. La lotta sindacale si politicizza per ragioni oggettive, non solo per l’intenzionalità politica dei protagonisti. Perché, alla fin fine, investirà il governo e la maggioranza in Parlamento.

 

E’ un terreno su cui la storica “passività delle masse” e l’egemonia concertata dei “sindacati maggiormente rappresentativi” vengono messe in questione. Si può aprire, insomma, una stagione conflittuale con prospettive meno plumbee che nel passato recente.

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