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20/07/2021

DA  Il Manifesto

Gaetano Lamanna

 

Disuguaglianze. Bisognerebbe indagare su che fine fanno i profitti e capire perché rendita finanziaria e immobiliare superano, ormai da tempo, l’insieme di salari e stipendi

 

In questo anno e mezzo le aziende italiane hanno accumulato oltre 100 miliardi (dati Istat). Un tasso di risparmio senza precedenti. Soldi sottratti agli investimenti produttivi in attesa di tempi migliori o, in molti casi, dirottati verso la finanza e beni immobili. Non c’è una correlazione automatica, ma è strano il fatto che l’ammontare dei risparmi sia quasi pari alla somma erogata tramite i decreti per ristori e sostegni.

 

Che le imprese italiane siano super sussidiate è un dato difficilmente contestabile.

 

Da vent’anni a questa parte, per non andare troppo a ritroso, alle imprese sono stati elargiti migliaia di miliardi sotto forma di incentivi, decontribuzioni e defiscalizzazioni. Una montagna di denaro pubblico.

 

Persino le imprese dannose per l’ambiente ogni anno ricevono dallo Stato ben dieci miliardi di sussidi. Molte altre prosperano grazie ad appalti, concessioni e convenzioni con il pubblico (nel campo dell’edilizia, dei rifiuti, dei trasporti, della sanità…).

 

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, parlando di Sussidistan, ha proprio sbagliato indirizzo. E’ difficile rimuovere la dimensione imponente degli aiuti, diretti e indiretti, dello Stato al mondo imprenditoriale. Aiuti che hanno raggiunto l’apice in questo biennio.

 

Il Sussidistan è un paese ben conosciuto ai nostri imprenditori. Bisognerebbe piuttosto indagare più a fondo sulla destinazione dei profitti e riflettere sui motivi per cui l’ammontare annuo della rendita finanziaria e immobiliare supera, ormai da tempo, l’insieme di salari e stipendi. I profitti che si trasformano in rendita spiegano il declino della manifattura italiana molto meglio di tante analisi.

 

La pandemia, dunque, ci restituisce un paese più fragile, diviso ed ineguale. Il debito pubblico è schizzato a livelli mai raggiunti prima. Il benessere dei cittadini è diminuito, salvo che per una ristretta minoranza. La flessibilità del lavoro si è tradotta in precarietà e in perdita di potere contrattuale e di reddito. La disoccupazione giovanile e femminile si aggrava sempre di più. Si è accentuata la distanza tra ricchi e poveri, come quella tra ceto medio e fasce più benestanti.

 

Il virus, che ancora ci tormenta, sta scavando nelle disuguaglianze e nelle contraddizioni del nostro paese, ma molti commentatori sprizzano ottimismo sulla ripresa in atto e sulla spinta che il Pnrr sta per dare alla crescita economica. Cercano di nascondere o minimizzare il dramma dei licenziamenti, la mancanza di lavoro, le disuguaglianze sociali e territoriali, l’emergenza ambientale.

 

La ricetta è sempre la stessa: la crescita risolverà tutti i problemi e ne deriverà benessere per l’intera società. Il dubbio che viene, però, sulla base dell’esperienza e dell’evidenza, è che, nell’era della finanziarizzazione dell’economia e dell’algoritmo, le ingiustizie e le disuguaglianze crescenti siano diventate la condizione stessa dell’accumulazione capitalistica. Una politica, che ancora una volta mettesse l’impresa e non il lavoro al centro dello sviluppo, sarebbe un boomerang per la sostenibilità sociale ed ambientale.

 

Vi sono segnali ben visibili in questo senso.

 

Le entrate Irpef del 2020 sono aumentate di ben 17 miliardi rispetto al 2019. Una pressione fiscale che grava sulle fasce di reddito medio – basso. Intanto i capitani d’impresa versano sempre meno all’erario.

 

Banca d’Italia, inoltre, ci informa che il 55 per cento dei precari e dei lavoratori poveri (working poors) hanno visto diminuire il proprio reddito ed il 60 per cento di lavoratori autonomi vive una condizione economica di difficoltà. Insomma, un quadro squilibrato, che dovrebbe spostare decisamente l’azione di governo sul lavoro, sulla sua valorizzazione, su una redistribuzione più equa.

 

Il presidente Mario Draghi, invece, ha di recente respinto l’ipotesi di una pur minima revisione delle imposte di successione. «Non è il momento di prendere ma di dare», ha detto. Eppure, in questo orribile 2020, il gettito delle tasse sui trasferimenti ereditari si è dimezzato.

 

Trasferimenti per un valore complessivo di circa 200 miliardi di euro, nel 2020 hanno portato nelle casse statali la metà (circa 200 milioni) di quanto era stato incassato l’anno precedente. I ricchi conoscono bene le scappatoie legali (utilizzando, ad esempio, fittizie società di capitale) per eludere quel poco che dovrebbero dare. Non è il momento di prendere, ma resta vergognoso che eredi straricchi paghino tasse simili ad un obolo di beneficenza.

 

La riforma fiscale è uno dei pochi strumenti che abbiamo per tentare di raddrizzare il mondo alla rovescia in cui viviamo. Sarebbe un grave errore procedere con ritocchi superficiali e rinunciare a fare della progressività e della capacità contributiva il punto focale e qualificante del sistema fiscale, così come prevede la Costituzione.

 

Tra la narrazione fideistica sulla crescita e le difficoltà quotidiane della gente comune si apre per la sinistra uno spazio politico enorme. Non resta che occuparlo.

19/07/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Se Salvini e Meloni sono contrari alle chiusure, sono contrari al Green pass, sono contrari ai vaccini, esattamente come pensano di poter uscire dalla pandemia? È una domanda semplice semplice...

 

Non è difficile essere Matteo Salvini o Giorgia Meloni, basta intestarsi al meglio tutte le battaglie fuori dal governo senza però mai spendersi per proporre delle soluzioni. Facile facile. Piuttosto irresponsabile, certo ma in termini di voti funziona eccome.

 

C’è una parte del Paese che, seguendo la scienza, è convinta che la campagna vaccinale sia la più veloce e possibile soluzione per uscire dal virus. Per chi non se ne fosse accorto è anche la posizione del governo Draghi che, fin dall’inizio, ha parlato di «rischio ragionato» (e quanto sia stato ragionato ce lo diranno le prossime settimane) senza mai prescindere dalla campagna vaccinale.

 

Dall’altra parte ci sono quelli che, spesso appellandosi a tesi piuttosto squinternate, credono che il vaccino non possa essere l’elemento imprescindibile per uscire dalla pandemia e rivendicano la libertà di scelta.

 

Poi c’è una terza parte che invece non vale la pena nemmeno prendere sul serio che ipotizza 5G, complotti internazionali e altre cretinerie varie.

 

I secondi e i terzi di questo terzetto nazionale sono elettori in gran parte di Salvini e Meloni, sono quelli che hanno additato Speranza come artefice di tutti i mali e che rivendicano la libertà di ammalarsi e sostanzialmente di rimando anche il diritto di fare ammalare gli altri.

 

Salvini e Meloni, con ben poco coraggio, navigano nelle acque dei dubbiosi e dei contrari senza nemmeno la dignità di prendersene la responsabilità, come succede spesso su diversi argomenti. Ieri il capogruppo Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia (nonché cognato di Giorgia Meloni, sempre a proposito di merito e di familismo) in una mostruosa intervista a Repubblica dice: «Sì, mi sono vaccinato, con Johnson, dopo avere preso il Covid. Ma non consiglierei a nessuno sotto i 40 anni di farlo, perché la letalità è inesistente», dimostrando di non avere capito nulla della funzione dei vaccini per impedire l’eccessiva circolazione del virus e il comparire di altre varianti.

 

Salvini è sulla stessa scia. Ha detto ieri: «Mi rifiuto di vedere qualcuno che insegue mio figlio che ha 18 anni con un tampone o con una siringa. Prudenti sì, terrorizzati no». Eppure sono proprio i più giovani quelli da mettere in sicurezza.

 

A proposito: Giorgia Meloni un mese fa ha detto di avere prenotato il vaccino ma poi non si hanno più avuto notizie. Matteo Salvini invece non è riuscito per mesi a prenotare la vaccinazione (ma guarda un po’) e ora ci avvisa che la farà ad agosto. Però, dice Salvini, niente foto sui social. Avete letto bene: l’uomo che fotografa tutto quello che mangia, ci dice che non fotograferà il vaccino.

 

Ora sorge spontanea una domanda: se Salvini e Meloni sono contrari alle chiusure, sono contrari al Green pass, sono contrari ai vaccini, esattamente come pensano di poter uscire dalla pandemia? È una domanda semplice semplice. Credono che non ci sia nessuna pandemia? Perfetto, con coraggio ce lo dicano. Siamo qui ad aspettare con il taccuino aperto.

17/07/2021

 

L'Unione Sindacale di Base proclama lo sciopero generale assieme a tutte le sigle del sindacalismo indipendente e di base per il prossimo 18 ottobre. L'aggravarsi della situazione con lo sblocco dei licenziamenti e le scelte di politica economica del governo Draghi impongono una risposta ampia da parte di un vasto movimento popolare. La costruzione dello sciopero generale è un percorso che attraverserà le iniziative e le mobilitazioni che sono previste già dai prossimi giorni.

 

L'USB, senza dimenticare le differenze che rimangono con le tante sigle della galassia del sindacalismo di base né rinunciare alle sue prerogative di organizzazione confederale e di classe, si predispone già dalle iniziative previste nelle prossime settimane, al coinvolgimento dei più ampi strati di lavoratori e lavoratrici nello sciopero generale.

 

A seguire il comunicato unitario

 

Contro licenziamenti e macelleria sociale l'intero sindacalismo di base si unisce e proclama uno sciopero generale dei settori privati e pubblici su tutto il territorio nazionale per l’intera giornata del 18/10/2021

 

I licenziamenti alla Gianetti Ruote, alla GKN e alla Whirlpool si aggiungono alle migliaia avviati in piccole aziende che non arrivano alla cronaca nazionale e vanno a ingrossare gli oltre 900 mila lavoratori e lavoratrici licenziati nel corso di questi ultimi mesi. 

 

Lo sblocco dei licenziamenti sottoscritto con la complicità di Cgil-Cisl-Uil è legato a doppio filo ai piani di ristrutturazione capitalistica messi in campo dai padroni attraverso le direttive del governo Draghi e dell’Unione Europea.

 

Il perdurare della crisi pandemica, col drammatico impatto sociale che questa ha già prodotto sia sul versante sanitario sia sulle condizioni di vita, di lavoro e salariali, non ha impedito al padronato di intensificare lo sfruttamento sia nel settore privato che nel pubblico impiego: aumentano i ritmi e il controllo, proliferano le forme di precarietà più selvagge, e con l'alibi di una crisi che spesso è solo apparente, le imprese agitano lo spettro dei licenziamenti di massa per delocalizzare e/o favorire il ricambio di manodopera garantita con masse di giovani ultra-ricattati e sottopagati

 

La crisi pandemica ha messo drammaticamente a nudo lo sfascio del sistema sanitario prodotto da una politica ultradecennale di tagli e privatizzazioni, così come la distruzione dei servizi sociali (istruzione, trasporti, asili nido, ecc).

 

Il governo Draghi, lungi dall'invertire questa tendenza, continua ad alimentarla, come dimostra la liberalizzazione dei subappalti e l’utilizzo dei fondi del PNRR, gran parte dei quali sono destinati ai padroni e agli speculatori, cioè i primi responsabili della crisi economica e del disastro sanitario e sociale cui abbiamo assistito in quest’anno e mezzo di pandemia.

 

L’intollerabile escalation repressiva in corso contro gli scioperi e contro le lotte sociali, (con cariche della polizia, denunce sistematiche, fogli di via, ecc.) legittima nei fatti le violenze e le aggressioni contro lavoratori e attivisti sindacali da parte di squadracce padronali a cui abbiamo assistito in queste settimane e che hanno portato all'omicidio del sindacalista Adil Belakhdim.

 

Di fronte a questo scenario vi è la necessità e l'urgenza di una risposta decisa, compatta e coordinata su scala nazionale.

 

Per questo motivo le scriventi OO.SS. proclamano uno sciopero generale unitario che riguarderà tutti i settori privati e pubblici per l’intera giornata del 18/10/2021.

 

Da oggi al 18 ottobre lavoreremo a costruire un vero e proprio stato di agitazione permanente, con assemblee e iniziative di lotta sui luoghi di lavoro e sui territori, con l'obiettivo di generalizzare la mobilitazione a tutti quei movimenti e quei settori sociali che intendono contrapporsi ai piani di supersfruttamento, precarietà, disoccupazione, devastazione sociale e ambientale imposti dai padroni su scala nazionale e internazionale: per questo dichiariamo fin da ora il nostro impegno alla costruzione delle mobilitazioni di fine ottobre contro il G-20 di Roma.

 

Lo Sciopero Generale è convocato per le seguenti ragioni e i seguenti obbiettivi:

 

  • Contro lo sblocco dei licenziamenti: per la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario al fine di contrastare l’attacco all’occupazione e ai salari;
  • Per il rilancio dei salari, con forti aumenti economici e con l'istituzione di un meccanismo di piena tutela dei salari dall’inflazione;
  • Garanzia del reddito attraverso un salario medio garantito a tutti i disoccupati; per l'accesso gratuito e universale ai servizi sociali e un unico sistema di ammortizzazioni sociali che garantisca la effettiva continuità di reddito e salario;
  • Contrasto alla precarietà e allo sfruttamento: abrogazione del Jobs Act, superamento degli appalti e del dumping contrattuale e forte contrasto all'utilizzo indiscriminato dei contratti precari;
  • Rilancio degli investimenti pubblici nella scuola, nella sanità e nei trasporti, contro la privatizzazione, la mercificazione e lo smantellamento dei servizi pubblici essenziali, dei settori fondamentali, di pubblica utilità e delle infrastrutture; contro i progetti di autonomia differenziata e le attuali forme di regionalizzazione; per l’uguaglianza dei diritti  e dei servizi su tutto il territorio nazionale;
  • Per una vera democrazia sindacale: contro il monopolio delle organizzazioni sindacali concertative, per dare ai lavoratori il potere di decidere chi deve rappresentarli; per il diritto di sciopero e l'abrogazione di ogni normativa repressiva che ne mini e riduca l'efficacia, a partire dal decreto-Salvini.
  • Per il rafforzamento della sicurezza dei lavoratori, dei sistemi ispettivi e del ruolo delle RLS
  • Per la tutela dei lavoratori immigrati: permesso di soggiorno a tutti gli immigrati;
  • Contro ogni discriminazione di genere: per una vera parità salariale, occupazionale e dei diritti delle donne, nei luoghi di lavoro e nella società;
  • Per la tutela dell’ambiente, il blocco delle produzioni nocive e delle grandi opere speculative;
  • Contro il G-20 di Roma e le ipocrite passerelle dei padroni del mondo: per l'unità e la solidarietà internazionale tra le lotte dei lavoratori e degli sfruttati.

 

ADL COBAS - CIB UNICOBAS - CLAP-CONFEDERAZIONE COBAS - COBAS SCUOLA SARDEGNA – CUB - FUORI MERCATO – SGB - SI COBAS –SIAL COBAS – SLAI COBAS S.C. – USB – USI CIT

16/7/2021

16/07/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Per il quinto anno la Camera ha deciso di finanziare le combriccole criminali libiche subappaltando i confini, legittimando le violenze e calpestando i morti

 

Palazzotto, Bersani, Boldrini, Bruno Bossio, Cecconi, Conte, De Lorenzo, Dori, Ehm, Fassina, Fioramonti, Fornaro, Fratoianni, Fusacchia, Lattanzio, Lombardo, Magi, Muroni, Orfini, Pastorino, Pini, Raciti, Rizzo Nervo, Sarli, Stumpo, Suriano, Termini, Timbro, Trizzino, Pollastrini: sono i nomi dei 34 voti contrari al rifinanziamento libico che per il quinto anno consecutivo il Parlamento ha deciso di destinare alle combriccole criminali di uno Stato fallito subappaltando i confini, legittimando le violenze e calpestando i morti.

 

Teneteli bene a mente quei nomi perché sono gli unici che non hanno fatto finta di non vedere ciò che sa tutto il mondo: la Libia è porto di morte, tappo di un’umanità che sanguina e che annega. Le violazioni dei diritti umani sono documentate tra le carte di tutte le più importanti organizzazioni internazionali e umanitarie eppure nel nostro Parlamento non valgono nemmeno un’unghia. Terranno pronta al massimo qualche postura del lutto preconfezionata nel caso di qualche morto spettacolare che sfortunatamente ritorni a galla.

 

Teneteli bene a mente, uno per uno, i nomi di quelli che chiamano “salvataggi” le operazioni di sequestro della cosiddetta Guardia costiera che raccoglie i disperati per riportarli nei centri di detenzione illegali che sono lager a cielo a aperto. Tenete bene a mente i nomi di quelli che riescono a rimanere indifferenti agli spari. Tenete bene a mente i nomi di quelli che sono giorni che si fingono cristiani e invece sono il concime perfetto per i cadaveri al di là delle nostre coste.

 

Tra gennaio e giugno del 2021 le missioni “di soccorso” dei guardacoste libici sostenuti dall’Europa hanno intercettato in mare e riportato in Libia circa 15mila persone, più che in tutto il 2020. Nei primi sei mesi del 2021 nel Mediterraneo centrale sono morti annegati oltre 700 migranti e rifugiati. Persone intervistate da Amnesty international hanno spesso dichiarato che, durante la traversata, avevano visto degli aerei sopra di loro o delle navi nei paraggi che rifiutavano di offrire assistenza, mentre i guardacoste libici si avvicinavano. L’Italia e altri stati membri dell’Unione europea hanno continuato a garantire assistenza materiale, come ad esempio motovedette, ai guardacoste libici e stanno lavorando alla creazione di un centro di coordinamento marittimo nel porto di Tripoli, prevalentemente finanziato dal Fondo fiduciario dell’Unione europea per l’Africa.

 

«Nonostante le massicce prove dei comportamenti sconsiderati, negligenti e illegali dei guardacoste libici in mare, e delle sistematiche violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione a seguito dell’intercettamento in mare, i partner europei continuano a sostenere i guardacoste libici che riportano a forza le persone in Libia, a soffrire di nuovo quegli stessi abusi da cui erano fuggite», ha commentato Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty international per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

 

Qualcuno dice che il nostro governo è complice. No, no: sono i mandanti.

15/07/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Secondo giorno di discussione del Ddl Zan in Senato, mentre continua la corrispondenza di amorosi sensi tra i due Mattei. Pensavate di avere ormai visto di tutto? No, per niente. Tenetevi forte...

 

Secondo giorno di discussione del Ddl Zan in Senato. Pensavate di avere ormai visto di tutto? No, per niente. Tenetevi forte.

 

Seconda giornata di discussione in Senato e continuano gli amorosi sensi tra i due Mattei, manco a dirlo. Dopo la bocciatura delle pregiudiziali, Palazzo Madama ha respinto anche la questione sospensiva sull’esame del provvedimento sul contrasto della discriminazione o violenza per sesso, genere e disabilità. Ma lo stop è passato solo per un voto: 136 senatori hanno votato per continuare la discussione, 135 per sospenderla. Molte le assenze, soprattutto nel centrodestra e infatti Giorgia Meloni si è parecchio arrabbiata perché avrebbero potuto facilmente “affossare subito” la legge. A proposito di mediazioni da trovare.

 

Ma la mediazione migliore è quella tra Renzi e Salvini e i loro scudieri: «Immaginate cosa potrà accadere con voto segreto. I numeri sono a rischio, serve un grande accordo perché a scrutinio segreto questa legge non passa», dice Renzi e Salvini ci mette del suo facendo venire il dubbio che condividano lo stesso ufficio stampa dicendoci che «Se Letta e il Pd insistono a non voler ascoltare, dialogare e trovare una soluzione, la legge è morta». Poi interviene Salvini e i renziani si sono prodotti in un fragoroso e sentimentalissimo applauso. Ma non solo: Monica Cirinnà del Pd pubblica il video (del resto non è politicamente rilevante che salviniani e renziani si corteggino con tanto trasporto?) e il capogruppo Faraone si arrabbia: «La senatrice Cirinnà ha pubblicato un video fatto col suo telefonino rendendomi oggetto di una lapidazione social», ha detto raccogliendo la solidarietà della presidente del Senato. Capito? Nemmeno un dubbio che la “lapidazione social” (che loro chiamano di solito dissenso quando viene praticata dai loro fan) sia dovuta a un comportamento pessimo. Nessuno.

 

Poi c’è la carrellata di cretinerie che si sono trasferite dai peggiori giornali di destra direttamente in Aula. Barbaro di Fratelli d’Italia dice: «Ognuno deve essere libero di esprimere opinioni anche non condivise. Non possiamo permettere la limitazione della libertà di pensiero». E ha ragione, infatti non c’è nessuna limitazione di pensiero a patto che chi esprime un’opinione si ricordi di tenere in cantina i manganelli. Perosino (sempre di FdI) ci fa sapere che «tra l’altro anche i musulmani sono contrari al #ddlZan » dicendoci che questa legge «è la costruzione di un concetto nichilista della società, ha gli stessi sintomi della caduta dell’impero romano». Ah beh. Poi è il turno del fuoriclasse leghista Pillon: «Si potrà dire che due uomini sono famiglia, due donne sono famiglia…». Pensa te. E poi: «I bambini hanno diritto a non essere acquistati su internet«. E poi ancora: «Tutti abbiamo esultato per la vittoria dell’Italia agli Europei. È stato interessante vedere quale è stata la prima reazione dei giocatori. Non hanno telefonato al genitore 1 o al genitore 2. Hanno chiamato la mamma».

 

Vale riprendere le parole di Simone Alliva (preziosissimo nel seguire l’iter e la discussione della legge) che dice: «L’attacco sistematico a forme non eteronormate di identità è la musica di queste giornate in Senato sul #ddlZan. Sortisce l’effetto di trasformare in oggetto ridicolo o degradato chiunque non corrisponda agli standard. Così si può odiare senza vergognarsi. Perché si odia qualcuno che non è più umano, che è stato disumanizzato. Per odiare delle categorie di persone prima è necessario disumanizzarle. Lo ha fatto per lunghissimi minuti Pillon parlando di persone transgender e ridicolizzando la varietà della comunità».

 

Insomma se ci pensate è sempre il solito gioco contro i fragili o i disperati: una volta erano i terroni, poi i migranti, poi i poveri, poi i giovani, poi gli studenti e ora la comunità Lgbt. Per questo l’attuale dibattito è qualcosa che ci interessa molto da vicino: per affermare i diritti la Storia ci insegna che bisogna sempre scavalcare gli avvelenatori di pozzi travestiti da benpensanti.

14/07/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

L'ostruzionismo delle destre, la sponda dei renziani, gli schiamazzi in Aula. Nel primo giorno di discussione del ddl Zan in Senato abbiamo assistito a ipocrisie, menzogne e strategie immorali di chi lucra sulla pelle delle persone

 

Volevate vedere il primo giorno di discussione del ddl Zan in Senato? Eccovi accontentati. La giornata di ieri è la fotografia che racconta tutto l’irraccontabile, le menzogne, le false visioni e le immorali strategie di quelli che lucrano sulla pelle delle persone per racimolare un po’ di voti, un po’ di visibilità e per inventare trucchi pur di non scomparire.

 

La fotografia della prima giornata in Senato della discussione del ddl Zan è il video che mostra la destra scimmiescamente concitata mentre schiamazza per evitare di parlare. Leggete bene: impediscono perfino di parlare e parlare in Parlamento, lo dice anche il gioco di parole, è l’elemento base della democrazia. Il video mostrato da Monica Cirinnà mostra esattamente la faccia di quelli con cui bisognerebbe “mediare”, “trovare un accordo”, “scendere a patti”, come se davvero non si sapesse che l’unico scopo che hanno Salvini, Meloni e compagnia cantante sia quello di affossare la legge. E, badate bene, non ci sarebbe nemmeno da preoccuparsi se non fosse che a fare sponda alla destra più becera continua a esserci la destra travestita da centrosinistra che corrisponde al sorriso sornione di Renzi e dei suoi fedelissimi.

 

Hanno cominciato con le pregiudiziali di costituzionalità (che sono un elemento ricorrente nel gioco d’Aula) che sarebbero state a voto palese e che quindi non avrebbero riservato sorprese: in questo largo mare di viltà le coltellate arriveranno nel segreto dell’urna, quando questi senatori che ci mostrano tutti i giorni cosa ingurgitano e cosa indossano potranno nascondersi dietro al proprio dito.

 

Lega e Fratelli d’Italia (quelli con cui Matteo Renzi vuole “mediare”) hanno chiesto al presidente della commissione Giustizia del Senato, nonché relatore del ddl Zan, il leghista Andrea Ostellari, di chiedere in Aula il rinvio del testo in commissione. Tutto questo ha solo un nome: ostruzionismo. Quello, solo quello. Voler trattare con gli ostruzionisti è una cretineria politica oppure semplicemente significa essere d’accordo con loro. Ognuno tiri le proprie somme.

 

A proposito di ostruzionismo valeva la pena vedere proprio Ostellari difendersi dalle (giuste) accuse di avere voluto ingolfare la legge dichiarando candido candido «io non ho pregiudizi». Basta farsi un giro su Google per trovare le sue partecipazioni a manifestazioni e convegni contrari alla legge. Questo è un record, siamo alle idee a sua insaputa.

 

La presidente del Senato Casellati fa la Casellati: sospende la seduta per convocare la riunione dei capigruppo facendoci sapere che l’aveva anche scritto sulla loro chat su whatsapp. Sembra una barzelletta ma è proprio così: per Casellati il Senato è un centro estivo che dura tutti i mesi dell’anno.

 

E indovinate un po’ chi ha appoggiato lesto lesto il ritorno in capigruppo? Eh, sì, proprio lui, Davide Faraone, l’avatar di Renzi in Senato: «Condivido pienamente le parole della senatrice Unterberger: verifichiamo in capigruppo se c’è un percorso per fare una legge insieme. Noi proporremo le nostre soluzioni in conferenza capigruppo». Poi Faraone esagera: «Mi sembra un incontro a favore di telecamere. Abbiamo il dovere di verificare se c’è un percorso da fare insieme per tutelare persone che soffrono solo perché vogliono esprimere il proprio amore». Le persone che soffrono intanto sono lì sotto al Palazzo per gridare a Faraone tutto l’amore che stanno provando per il loro atteggiamento. Renzi intanto si incensa da solo: «Se ci sono omosessuali che si possono sposare è perché noi abbiamo messo la fiducia», dice. Peccato che i gay in Italia non si possano sposare e che le unioni civili siano state fatte perché lo imponeva l’Europa.

 

Salvini (mentre i suoi abbaiano in Aula) dice che bisogna «ascoltare il Santo Padre». Si è dimenticato di ascoltarlo però quando parlava di accoglienza e di barconi nel Mediterraneo. Cattolico a intermittenza.

 

Alla fine Salvini dice di Renzi che le sue osservazioni «hanno un senso» e Renzi dice che «bisogna ascoltare e dialogare con Salvini».

 

Sipario.

E siamo solo all’inizio.

13/07/2021

da il Manifesto

Marco Revelli

 

Giustizia. Dai licenziamenti brutali all’attacco del reddito di cittadinanza, alla riforma della giustizia, le destre sociali e di governo mettono in campo le politiche padronali

 

«Governo dei padroni». Mi scuso per la rozzezza dell’espressione, che può apparire desueta e forse un po’ naif, ma non riesco a trovarne una migliore per sintetizzare la natura sociale (e morale) di questo governo che si annuncia «di tutti» e che in realtà è di uno solo, un banchiere.

 

Il quale a sua volta ha un unico indirizzo di riferimento: Viale dell’Astronomia 20, ovvero la sede di Confindustria, il regno di Carlo Bonomi, il quale fin dall’inizio, dal momento in cui si è conosciuto l’esito delle ultime elezioni politiche, non ha smesso di premere e brigare per sostituire alla volontà popolare i propri particolari desiderata di un governo amico. Di più: di un governo identificato pressoché senza residui con la propria visione del mondo e con i propri interessi. E alla fine c’è riuscito.

 

Esemplare – ripetiamolo! – e persino caricaturale, il caso dello sblocco anticipato dei licenziamenti, con quell’«obbedisco» pronunciato con disciplina pronta e assoluta dal Capo del governo nei confronti del Capo degli industriali che non tollerava dilazioni.

 

Gli effetti di quell’atto d’imperio che era in realtà gesto di sottomissione li misuriamo ora, in tutto il loro impatto sulle condizioni di vita dei lavoratori. I nuovi padroni della Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto – il gruppo speculativo tedesco le cui linee guida sembrano tratte direttamente dal decalogo di Gekko, l’indimenticabile e mostruoso protagonista del film di Oliver Stone su Wall Street – non hanno aspettato più di 72 ore per far fuori i loro 152 dipendenti.

 

Li hanno seguiti a ruota quelli della Gnk di Campi Bisenzio, con i loro 422 agnelli sacrificali. In entrambi i casi con un brutale messaggio digitale – una mail in un caso, un whatsapp nell’altro: l’equivalente dell’ottocentesco licenziamento ad nutum, quando appunto bastava un cenno del capo del padrone per cacciare il dipendente.

 

Sono l’esempio della velocità e della estensione della regressione nei rapporti di lavoro che il modello di governance emerso in coda alla pandemia sta producendo, e che in Italia ha un profilo davvero esemplare nella materializzazione del potere del denaro in una sola persona.

 

Né vale l’argomento che siamo gli unici in Europa a chiedere quel blocco, dal momento che siamo anche quelli che mancano tuttora di efficaci ammortizzatori sociali, ed è stato imperdonabile togliere il blocco prima di metter mano alla riforma di questi.

 

D’altra parte non ci siamo dimenticati la risposta istintiva, quasi un riflesso pavloviano, che Draghi oppose alla timidissima proposta di tassazione delle successioni milionarie: quel «non è il momento di prendere, è il momento di dare» (possiamo immaginare alla piccola platea di super-ricchi che per lui sono «il mondo», dal momento che agli altri, tra rincaro delle bollette e prelievi sui salari, a prendere continua) che la dice lunga su quali siano le sue priorità sociali, anche al livello dell’inconscio.

 

E neanche abbiamo scordato il tormentone sul deficit «buono» e quello «cattivo», dove il secondo è la spesa in sussidi mentre il primo in investimenti, cioè in sostegno alle imprese mentre le persone possono tranquillamente affondare… È in fondo l’assioma di Flavio Briatore – «i poveri mangiano perché ci sono i ricchi» – solo per pudore riformulato in termini meno grezzi.

 

E sono sicuro che non passerà molto tempo e anche il reddito di cittadinanza finirà under attack – Renzi «terminator» si è già messo in moto -, cosicché anche questo strumento, sia pur mal congegnato e insufficiente, di contrasto alla povertà verrà liquidato o si tenterà di farlo. In questo caso quelle stentate briciole che riservava ai quasi 6 milioni di poveri assoluti saranno dirottate ai pochi che già hanno.

 

Nemmeno la cosiddetta «riforma della giustizia» si salva da questo segno brutalmente padronale. So bene che la vexata quaestio della prescrizione dal punto di vista strettamente giuridico – della «dottrina pura» del diritto direbbe Hans Kelsen – è intricata, e di non univoca soluzione, come ci ha spiegato Azzariti. Ma da un punto di vista più materialmente sociale (o sociologico) le cose mi sembrano terribilmente chiare.

 

Personalmente non riesco a non pensare che Berlusconi si è salvato da sei processi (tre per falso in bilancio, tre per corruzione) perché così ricco da pagarsi avvocati specializzati nell’arte della dilazione. E che grazie alla prescrizione si è salvato il barone Stephan Schmidheiny proprietario superstite di Eternit, di cui erano documentate le responsabilità per disastro ambientale, e dal cui business sono derivati più di 3000 morti per mesotelioma pleurico nella sola Casale Monferrato. Anche lui aveva un enorme capitale, guadagnato sulla pelle delle sue vittime, per comprarsi il tempo necessario a prescrivere i suoi reati.

 

Dicono le cronache che in aula tra il pubblico sedevano uomini e donne attaccati alla bombola d’ossigeno, ovvero alla fine della loro vita. E che il sostituto procuratore della Cassazione, a commento della sentenza, disse che a volte accade che «diritto e giustizia vadano da parti opposte».

 

Questo per dire quanto, in una società divisa da diseguaglianze abissali, sia moralmente assurdo e cconoscitivamente errato applicare criteri di eguaglianza formale, come non smettono di fare la ministra Cartabia e con lei chi su quel deficit mentale continua a fondare i propri privilegi.

 

E questo è e resta, con buona pace di chi fingendo di non saperlo continua a sostenerlo, il governo del privilegio.

11/07/2021

Rifondazione Comunista

 

 

“Un modo per confermare e dimostrare il nostro concreto e quotidiano sostegno alla lotta che verrà portata avanti dall’assemblea permanente, qualsiasi forma prenderà”

 

Il Partito della Rifondazione Comunista conferma la sua solidarietà e il suo sostegno alla mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori della GKN, qualsiasi forma sceglieranno per la loro lotta. Oggi abbiamo raggiunto la fabbrica poco prima dell’assemblea aperta, con il Segretario nazionale e alcune delle figure istituzionali del territorio che abbiamo contribuito ad eleggere nei comuni dell’area e in Città Metropolitana.

 

Le parole di Maurizio Acerbo, Segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista: «la GKN, come azienda (acquistando Augusta) ha incassato dallo Stato centinaia di milioni mai restituiti, ora pensano di chiudere e delocalizzare all’estero. Draghi mostri di essere capace di fare qualcosa sul serio, perché finora ha fatto solo gli interessi del grande capitale. Questa non è un’azienda “decotta”, ci sono professionalità da salvaguardare. Draghi si ricordi cosa fece La Pira e ne segua l’esempio. ».

 

Queste le parole di Lorenzo Ballerini, consigliere comunale di Campi a Sinistra: «non possono bastare i tavoli rituali e le parole di circostanza. Quanto accade è la logica conseguenza di una centralità del lavoro che da troppo tempo manca a tutti i livelli della politica, anche sul piano locale. Dobbiamo essere in grado di sostenere le lotte che verranno decise in fabbrica durante l’assemblea permanente».

 

Insieme alle compagne e ai compagni del Partito, a partire dai circoli della piana, erano presenti anche il consigliere della Città Metropolitana Enrico Carpini, quelli del Comune di Firenze Dmitrij Palagi e Antonella Bundu, quelli di altri comuni dell’area (tra cui Caterina Corti, di San Piero e Scarperia).

10/07/2021

da Il Manifesto

Riccardo Chiari

 

Firenze. La multinazionale inglese dà il benservito via mail alle 422 tute blu fiorentine di Campi Bisenzio. I sindacati: intervenga il governo

 

Licenziati in 422 con una mail arrivata sulla loro pec, meccanismo consentito dal jobs act, le operaie e gli operai della Gkn Driveline di Campi Bisenzio sono entrati comunque nello stabilimento di componentistica auto che i padroni inglesi di Melrose vogliono chiudere, e dal primo pomeriggio di ieri sono in assemblea permanente, prendendo la decisione di presidiare la fabbrica giorno e notte. Anche fuori dai cancelli è stato subito organizzato un presidio di solidarietà, sempre più partecipato via via che la notizia veniva data da radio e tv locali e rimbalzava sui social. Furibondi i sindacati, Fiom Cgil in testa, ed esterrefatto l’intero arco delle forze politiche toscane, da Potere al popolo e Rifondazione comunista, che hanno sempre seguito e appoggiato le vertenze delle combattive tute blu Gkn, a Sinistra italiana, 5 Stelle e Pd, fino a Lega e Fratelli d’Italia.

 

Gelata anche la Confindustria fiorentina, che di fronte alla procedura di licenziamento collettivo «aperta in totale autonomia da Gkn Driveline», spiega che «non aveva avuto alcuna informazione», prendendo le distanze dalle modalità utilizzate. Solo Carlo Bonomi, leader di Confindustria nazionale, l’ha presa larga, cercando di difendere l’ «avviso comune» sottoscritto con il governo e i sindacati confederali. «Chi vuole strumentalizzare questi argomenti vuole solo fare polemiche. L’avviso comune prevede una raccomandazione a usare tutti gli strumenti disponibili, e le aziende che stanno procedendo a chiusure potevano licenziare anche prima, perché la cessazione di attività era una delle clausole esimenti anche in presenza del blocco dei licenziamenti».

 

Come nel caso dei 152 lavoratori e lavoratrici della brianzola Gianetti, le tute blu della Gkn si sono trovati all’improvviso senza più un impiego, dopo aver regolarmente fatto il loro turno fino alla notte precedente. «Un comportamento vigliacco, senza rispetto per le persone e per il territorio – annota la solitamente moderata Fim Cisl – una modalità banditesca che condanniamo senza appello. Proprio questa mattina l’azienda aveva messo tutti i lavoratori in Par (permesso annuo retribuito) collettivo in vista del ferie estive, e in fabbrica non c’era nessuno. Da informazioni che abbiamo raccolto pare che l’azienda voglia delocalizzare, cosa che non ha nessuna logica visto che poco tempo fa sono stati effettuati importanti investimenti in macchinari e automatizzazione dello stabilimento».

 

Invece poco prima dell’alba sono stati portati via i server e i software necessari alla produzione di semiassi per diverse case automobilistiche tra cui Fca e Volkswagen, e al mattino i primi operai accorsi si sono trovati davanti non le abituali guardie giurate ma dei buttafuori, che comunque nulla hanno potuto di fronte a centinaia di lavoratori entrati comunque nella «loro» fabbrica. «Questa è come casa mia – ha spiegato una tuta blu davanti alle telecamere del Tg3 toscano – è da 27 anni che lavoro qui. E da qui non me ne vado». Dello stesso avviso i delegati sindacali della Fiom in fabbrica: «Non accetteremo licenziamenti – spiega Andrea Brunetti – né alcuna riduzione dei livelli occupazionali». «Siamo l’ennesimo caso di chiusura a tradimento – aggiunge Dario Salvetti – e ci chiediamo quanto dovranno andare avanti storie del genere».

 

I 41 sindaci della ex provincia di Firenze da oggi saranno a turno in presidio davanti ai cancelli, seguiti con ogni probabilità da quelli pratesi. «Il governo deve intervenire – osserva il presidente toscano Eugenio Giani – questo è un caso nazionale». Ma non sarà una vertenza facile: quando nel marzo 2018 il «buco» di 1,6 miliardi di euro accumulato da Gkn nel fondo pensionistico dei suoi dipendenti convinse gli azionisti ad accettare l’offerta da circa 9 miliardi del gruppo Melrose, specializzato nell’acquisizione e nel risanamento di aziende in difficoltà per poi rivenderle intere o a «spezzatino», intervenne il governo, preoccupato per il settore aerospazio di Gkn. Ma non per quello dell’automotive, tanto che lo scorso anno, in piena pandemia, Melrose a Birmingham ha mandato a casa 185 lavoratori su 600. Senza ricorrere agli ammortizzatori sociali, pur previsti dall’esecutivo inglese in casi del genere.

08/07/2021

Da il Manifesto

Alfonso Gianni

 

Altro che boom. Le migliori previsioni si fondano sull’efficacia dell’intervento pubblico e non tanto sulla sbandierata capacità imprenditoriale privata

 

Le dichiarazioni fatte ieri mattina da Bruxelles dal commissario all’economia dell’Unione europea Paolo Gentiloni sono state assunte come un manifesto dell’ottimismo sulla ripresa economica del nostro paese. In realtà la sua valutazione su un «rimbalzo» del Pil del 5% a fine anno non sono diverse da quelle già fornite da Istat e Bankitalia. Si tratta di previsioni superiori a quelle della media europea, ove si prevede una crescita del 4,8% a fine anno, mentre sono uguali per il 2022 e peggiori per l’anno successivo. La stima di Bankitalia per il triennio 2021-23 è fortemente legata al successo del Pnrr, i cui effetti dovrebbero garantire almeno 2 punti percentuali, ovvero la metà della crescita prevista. Ma tutto ciò – si avverte prudentemente da palazzo Koch – se non ci saranno ritardi nell’implementazione dei progetti del Pnrr e degli investimenti pubblici.

 

E già qui l’ottimismo corre su un terreno assai più sdrucciolevole viste le nostre debolezze strutturali. Nello stesso tempo è bene sottolineare come le migliori previsioni si fondano sull’efficacia dell’intervento pubblico e non tanto sulla sbandierata capacità imprenditoriale privata, contraddetta dal calo degli investimenti in particolare tra il 2008 e il 2019. Ma sempre nella giornata di ieri l’Ocse rendeva nota una fotografia sull’occupazione nel nostro paese dai colori assai più bigi. Se il tasso di disoccupazione è aumentato dal 9,5% della fine del 2019 al 10,5% nel maggio del 2021, quello giovanile è balzato dal 28,7% al 33,8% rilevato nel gennaio di quest’anno ed è rimasto su questi valori fino alla primavera.

 

Mentre a livello Ocse il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato nell’aprile 2021 al 15%. Il differenziale è enorme. Contemporaneamente è cresciuto nel nostro paese il telelavoro, dal 5% al 40% degli occupati. L’Ocse afferma che ciò ha permesso in parte di contrastare gli effetti negativi della pandemia, ma «ha anche generato tensioni sul fronte dell’equilibrio fra vita privata e lavorativa» ed ha aumentato «disparità tra i lavoratori» a detrimento delle qualifiche più basse. E se le cose non sono andate peggio, aggiunge l’Ocse, è dovuto all’intervento della Cassa integrazione, che in futuro andrà usata in modo ancora più estensivo, specialmente «con la progressiva riduzione del blocco dei licenziamenti a partire dal mese di luglio 2021». In ogni caso i livelli occupazionali pre-pandemia non saranno raggiunti neppure alla fine del 2022.

 

Se mettiamo a confronto l’ottimismo sulla ripresa e il realismo sui livelli occupazionali emerge un quadro temuto, anche se prevedibile date le premesse, quello di una ripresa (o rimbalzo) jobless, nel quale la riduzione consistente dell’occupazione viene data per scontata.

 

A questa si aggiunge un quadro retributivo miserabile. Se ci confrontiamo con altri paesi europei – ce lo dice lo stesso studio Ambrosetti, quelli di Cernobbio per intenderci – i salari medi in Germania sono cresciuti del 18,4% tra il 2000 e il 2019, in Francia del 21,4%, in Italia non si sono quasi mossi (+3,1%). Non stupisce la crescita delle famiglie in povertà assoluta anche di chi lavora. Del resto, rispondendo a una domanda di un giornalista, ieri Gentiloni ha affermato di non avere ancora quantificato nelle previsioni economiche gli effetti dell’avviso sui licenziamenti, che comunque considera non come la continuazione di un blocco ma come «parte delle politiche che incoraggiamo a livello europeo di un ritiro selettivo graduale delle misure di sostegno».

 

Più o meno il contrario di quanto sempre ieri ha raccomandato Mathias Cormann, segretario generale Ocse, per il quale «un ritiro prematuro degli aiuti metterebbe in pericolo la ripresa economica». Da questo quadro emerge che le classi dirigenti europee – fra cui la nostra a pieno titolo, vista anche la presenza di Draghi sulla plancia di comando – si apprestano a sfruttare la crisi e l’utilizzo delle innovazioni tecnologiche promosse attraverso il flusso dei finanziamenti europei per una ristrutturazione organica del sistema produttivo a scapito della componente lavoro.

 

Più che difficile appare quindi impossibile rilanciare i fasti della concertazione, che lo stesso Pierre Carniti, che ne era stato propugnatore, sottopose poi a dura critica visti gli effetti. Ma il nuovo segretario della Cisl, Luigi Sbarra, in un’intervista al Sole 24 Ore si spinge ben oltre, sostenendo che «capitale e lavoro devono marciare insieme»; l’avviso sui licenziamenti sarebbe la premessa di un fronte comune con Confindustria; vanno rimosse le rigidità della legge sulle causali per le proroghe dei contratti a termine e in somministrazione perché la contrattazione, particolarmente se decentrata, garantirebbe meglio le richieste di flessibilità delle aziende, essendo più adattiva «rispetto a qualunque norma di legge». Va da sé: con finanziamenti pubblici.

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