Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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02/05/2021

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale

Stefano Galieni, responsabile immigrazione

 

Le riprese in cui si vedono nitidamente militari della cosiddetta Guardia costiera libica picchiare i richiedenti asilo catturati grazie alle segnalazioni degli aerei dell’Agenzia Frontex, sono l’altra faccia della medaglia dei corpi senza vita visti al largo delle coste libiche la scorsa settimana. L’UE, i suoi governi, e la sua agenzia di “contrasto all’immigrazione illegale” (questo è il ruolo di Frontex) hanno fatto da anni una scelta cinica. Per chi scappa dai lager libici non ci sono navi dell’Unione pronte a garantire il salvataggio ma aerei che, inquadrato l’obiettivo, l’imbarcazione dei fuggitivi, lo segnalano alle autorità del Paese più vicino, di solito la Libia o Malta. Malta ignora sistematicamente i segnali, i libici a volte intervengono per riportarsi nei centri di detenzione uomini, donne e bambini, altre volte, o perché non hanno i mezzi o perché non lo ritengono importante, li lasciano crepare in mare. Due sono attualmente i gommoni dispersi, 130 i morti della scorsa settimana senza contare le decine per cui si è persa ogni speranza, al largo delle Canarie Dal 2014, almeno 24 mila persone hanno perso la vita per il cinismo europeo, una guerra silenziosa per cui nessuno muove un dito, indipendentemente dal colore dei governi che si sono succeduti.

 

Restano solo le tanto odiate ong a salvare il salvabile, a fare quello che dovrebbe fare l’Europa.

 

Nell’esprimere il cordoglio per le tante vittime di scelte scellerate Rifondazione Comunita chiede che il governo italiano non versi più un euro per finanziare una agenzia criminale come Frontex e si attivi invece per garantire, con i propri mezzi, i soccorsi in mare facendo sentire la propria voce in Europa perché il continente più ricco del pianeta si assuma le proprie responsabilità.

01/05/2021

Da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il primo maggio c'è. A Milano, Bologna, Roma e in altre città in piazza movimenti, sindacati e auto-organizzati. Dal pomeriggio in tutto il paese sfila un'ampia e eterogenea rappresentanza di un quinto stato ancora frammentato. E' la festa programmatica di chi, al di là delle vertenze settoriali, cerca una rivendicazione comune come il reddito di base e le politiche per superare la precarietà

 

L’altro primo maggio manifesta in piazza nel pomeriggio di oggi a Milano, Bologna, Roma e in altre città. Lungo la penisola si snoderà un serpentone composto da movimenti, associazioni e sindacati di base e molte realtà dell’auto-organizzazione e del mutuo soccorso. Sono reti nate nel corso dei quindici mesi della pandemia del Covid, la risposta solidale alla catastrofe causata dal crollo della medicina territoriale e del Welfare taglieggiato da anni di austerità neoliberale.

 

CIASCUNA di queste piazze, nella sua singolarità, ha raccolto l’adesione di un ampio numero di realtà organizzate. Ciascuno a suo modo rappresenta un modello possibile di convergenza delle lotte nonostante il «congelamento» elle mobilitazioni imposto dal contenimento del virus. «Convergenza»: questo concetto è riemerso con una certa forza durante le mobilitazioni del 26 e 27 marzo scorsi quando lo sciopero dei rider per ottenere il contratto nazionale delle logistica, e il riconoscimento dello status di lavoratori subordinati, si è intrecciato con le manifestazioni della scuola, con lo sciopero dei trasporti pubblici locali, quello dei lavoratori della logistica e dello spettacolo. Dopo l’occupazione a Roma del Globe Theatre e la manifestazione dei «bauli in piazza» a piazza del popolo questi ultimi hanno ottenuto un tavolo interministeriale per la riforma del settore e un reddito di continuità per la categoria. Nelle piazze dell’altro primo maggio oggi si conta di riproporre un’analoga composizione sociale.

 

A BOLOGNA, dalle 16 in piazza del Nettuno, all’appello dei rider alla convergenza delle lotte rilanciato da Labas e Tpo hanno risposto, realtà di movimento, le brigate di mutuo soccorso, le staffette partigiani del laboratorio di salute popolare, Arci, una delegazione Fiom, Adl Cobas, lavoratori dello spettacolo e operatori del sociale, gli universitari di Saperi Naviganti e Ababo dell’accademia . «Riprendiamo l’idea della convergenza delle lotte che si auto-organizzano contro la gestione fallimentare della pandemia, contro l’impoverimento che stiamo vivendo e contro i tentativi di fomentare la guerra tra i poveri da varie realtà e pezzi del governo con la Lega» dice Stefano Re (Rub e Adl Cobas). Alle 10 in piazza Gavinelli ci sarà una manifestazione indetta tra gli altri da Sgb, Usi-Cit, Cobas e Unione Inquilini. Alle 10 in Piazza dell’Unità a Bologna l’Unione sindacale di Base (Usb) festeggia il primo maggio. In città ci sono state polemiche contro una manifestazione, in odore di estrema destra. Si svolgerà in periferia.

 

A MILANO l’appuntamento è a Largo Cairoli dalle 14,30. Una quindicina gli organizzatori: tra gli altri, Non una di meno, i lavoratori dello spettacolo, Cantiere, Lume, la Camera del non lavoro e la brigata Lena Modotti, i sindacati Usb,S.I. Adl ,Sial e Slai Cobas, Usi e Cub, i partiti comunisti (Rifondazione, partito comunista dei lavoratori e partito comunista). I rider parteciperanno con una delegazione. Nei giorni scorsi Deliverance Milano ha denunciato il dimezzamento delle paghe dei ciclo-fattorini di Glovo. «Con la scusa dell’implementazione del sistema di calcolo delle paghe» si mette «di nuovo mano alle tasche dei lavoratori, andando a ridurre del 50 per cento i guadagni dei rider per una singola consegna». Ieri l’azienda ha risposto che l’operazione è semplicemente per «rendere più congruo il calcolo dei percorsi tra chi si muove in bici e chi in scooter o macchina» dato che «finora venivano utilizzati i dati di Google Maps settati sulle auto». «I conti non tornano -risponde Angelo Avelli di Deliverance Milano – Stiamo raccogliendo gli screenshot rispetto al fatto che le paghe si sono abbassate. La risposta sarà mobilitazione, non aspetteremo che loro facciano bene i calcoli». Su Just Eat cheha riconosciuto il contratto della logistica ai rider a Il Manifesto sono arrivate segnalazioni su molte difficoltà nella transizione da Just Eat Takeaway a Takeaway express. Chi lavora già per l’azienda sta riscontrando la difficoltà di fare rispettare il diritto di precedenza. «Entro il 30 maggio possono comunicare all’azienda la loro disponibilità e che stanno aspettando l’offerta del contratto di lavoro. Da questo punto di vista l’accordo è vincolante. Il 5 maggio ci sarà un tavolo dove verificheremo questi problemi» risponde Avelli.

 

A ROMA il primo maggio è stato chiamato «la festa di Nessuno». «Nessuno» perché è il nome degli invisibili che tengono in piedi questo paese e non sono nemmeno nominati. Inizierà a Piazza delle Gardenie alle 16. La manifestazione è promossa da collettivo Gastronomia operaia che organizza i lavoratori della ristorazione di Centocelle in nero, in grigio o in bianco, esclusi come tanti altri dai «ristori» e dai «bonus»». Tra gli altri ci saranno Usb Roma, Slang-Sindacato Lavoratori di Nuova Generazione, Coordinamento dei Lavoratori Autoconvocati, Lavoratori delle Cooperative, Logistica Lavoratori Amazon e E-Commerce assieme alle reti politiche di Cambiare Rotta e della Casa del Popolo Roma Sud Est. una “biciclettata” precaria, che vede anche la partecipazione del movimento Fridays For Future e che partirà alle ore 10 da piazza nei Sanniti. «È la festa di chi al di là delle vertenze settoriali cerca una rivendicazione comune come il reddito di base e chiede misure adeguate contro la precarietà» dice Tiziano Trobia (Clap)

30/04/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista
Elena Mazzoni, responsabile nazionale ambiente Rifondazione Comunista-Sinistra Europea

 

Chiediamo ai sindacati confederali CGIL, CISL e UIL, quanto sia coerente la scelta di ENI come main sponsor del concertone del 1 maggio con il loro sostegno alla piattaforma per la giustizia climatica e per una transizione verde dell’economia.


La stessa Eni a cui nel PNRR del governo si spalanca la porta per l’idrogeno blu prodotto da gas e usando tecniche rischiose e costose come il Carbon Capture and Storage.
Le organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori dovrebbero essere alla testa della lotta per un vero Green New Deal, coerente negli obiettivi ambientali e sociali.


Stop al ricatto ambiente-lavoro, le organizzazioni sindacali non ne siano complici.

28/04/2021

Maurizio Acerbo, Segretario Nazionale
Stefano Galieni, resp. immigrazione, PRC-S.E.

 

Candidarsi alle elezioni non è reato, anzi è un diritto sancito dalla Costituzione. Eppure il pm nel processo di Locri che vede imputato Mimmo Lucano avrebbe chiesto di inserire negli atti del dibattimento un’intervista sulle elezioni regionali, secondo quanto riferito da organi di stampa. Un’istanza, fortunatamente respinta dal Tribunale di Locri. Ormai nessuno mette in discussione l’onestà di Mimmo Lucano e la sua candidatura alle regionali è un segnale di speranza per tutte le cittadine e i cittadini che si riconoscono nei principi della Costituzione.


In una regione dove sono diffusissimi l’intreccio tra politica, affari e criminalità organizzata continua un atteggiamento persecutorio nei confronti di un ex-amministratore locale che ha fatto del suo comune un punto di riferimento internazionale.


In un meridione in cui regnano il clientelismo e il voto di scambio facciamo presente che Mimmo Lucano si è dedicato a esseri umani che non hanno neanche il diritto di voto.
Al compagno e amico Mimmo Lucano confermiamo la solidarietà e il sostegno di Rifondazione Comunista.

 

Alfonso Gianni

 

L’ìncipit di Mario Draghi ieri alla Camera, avrebbe potuto fare sperare a qualche ingenuo ascoltatore che si potesse aprire un varco nel grigiore dei discorsi dei capi di governo.

 

Quel suo contrapporre la viva sofferenza di milioni di persone all’aridità di cifre e tabelle, poteva lasciare intendere che finalmente si assumesse la drammaticità della situazione e le sue conseguenze sul piano umano come il centro del problema cui il Piano governativo dovesse porre rimedio.

 

L’illusione è durata un attimo. Persino l’accenno al 25 aprile, nel corso delle cui celebrazioni Draghi aveva fatto un discorso non retorico, è stato subito soffocato dalla scontata esortazione degasperiana all’abbandono degli interessi particolari per il bene del paese. Il resto del suo discorso ha chiarito che la matrice tecnocratica del governo, che Draghi più di Conte impersona, ma senza inversioni di tendenza, non ammetteva sorprese.

 

Ed ecco quindi, dopo le correzioni dell’ultima ora, che hanno spinto le poche opposizioni parlamentari presenti a chiedere un rinvio negato per la lettura di un testo di più di trecento pagine, che abbiamo assistito all’illustrazione di un Piano senz’anima.
Non differisce nella logica dalle versioni precedenti, se non nello spostamento di qualche allocazione delle risorse disponibili. Ribadisce le sei note «missioni».

 

Parla delle riforme di «contesto» -– Pubblica amministrazione, Giustizia, semplificazione della legislazione (quindi dei controlli su appalti e concessioni), promozione della concorrenza – su cui Draghi avrebbe impegnato la sua parola con Bruxelles, vista la loro indeterminatezza. Ma nulla dice su quella più necessaria e urgente: la riforma fiscale.

 

Ne emerge un quadro in cui le riforme sociali sono espunte, restano gli ammodernamenti di sistema. Non a caso la vexata quaestio della governance (il pudore di Draghi a usare la terminologia inglese è più comico che ipocrita) viene risolta sotto il comando del Mef e un’articolazione decisionale affidata ai Ministeri a guida tecnica. Le parole conclusive del suo discorso sono dedicate a un ottimismo di facciata sulla realizzabilità del Piano.

 

Resta un mistero come possa generare entusiasmo un progetto che in partenza, se tutto dovesse andare bene, compresa la congiuntura internazionale e il quadro sanitario, prevede che ci serviranno quattro anni e 191,5 miliardi dalla Unione europea per raggiungere la situazione occupazionale che avevamo nel giugno del 2019, già in fondo alle classifiche europee, soprattutto in tema di occupazione giovanile e femminile. Non sarà certo una visione familistica – il citato Family Act – ad annullare le nostre distanze su questi due fronti.

 

Per farlo servirebbe un’attivazione generale delle energie della società, a cominciare dai punti di maggiore sofferenza. Facendo di questi la rampa di lancio per un modello alternativo di sviluppo. In sostanza le missioni verticali quali la trasformazione ecologica, come la digitalizzazione, come la sanità devono incrociarsi ed essere lette attraverso la dimensione orizzontale dei territori. Si scoprirebbe allora che il centro di questo piano dovrebbe essere la rinascita del Mezzogiorno.

 

La ministra Carfagna si mostra felice del 40% delle risorse del Recovery indirizzate al Sud. Ma ce ne vorrebbero assai di più. Dice che 82 miliardi che sarebbero ora impiegati in cinque anni non si sono mai visti. Strano modo di fare i confronti. L’intervento della Cassa per il Mezzogiorno – con tutti i suoi difetti – si è articolato lungo 58 anni con diverse intensità per un complesso di 342,5 miliardi di euro e il Sud, anche e sebbene con la dolorosa migrazione al Nord, è stato motore decisivo dello sviluppo del nostro paese, particolarmente tra il 1950 e il 1973, accorciando le distanze in termini di Pil pro capite con il Nord. La Svimez calcola che ogni euro di investimento al Sud generi circa 1,3 euro di valore aggiunto per il Paese, e che circa il 25% di questo ricada al Centro-Nord. Molto meno avviene all’incontrario.

 

Comunque, dati i rendimenti decrescenti al crescere dello stock di capitale, si determina un moltiplicatore in discesa al Nord e in salita al Sud. Quale migliore territorio che non il Sud per una vera trasformazione ecologica che punti all’idrogeno verde, ad una riconversione produttiva a cominciare dall’Ilva di Taranto, superando l’aspro conflitto fra salute e lavoro?

 

Non si tratta di collegare qualche porto, ma di pensare a un’altra politica, in tutti i sensi, dell’Italia e dell’Europa nel Mediterraneo. Anche negli Stati uniti si è aperto un dibattito sull’«American Rescue Plan», proprio sul concetto di infrastruttura.

 

Bernie Sanders ha detto che non bisogna solo garantire le risorse per la infrastruttura fisica, «ma altresì per quella umana a lungo trascurata». Ma per farlo anche da noi, non bisognerebbe puntare sulla istruzione «professionalizzante» ma su quella che forma dei cittadini capaci di pensare oltre l’esistente.

23.04.2021

 

La liberazione è fuori dalla NATO!  25 aprile 2021

 

Nonostante siano passati 76 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e 32 da quella “fredda”, l’Italia continua ad essere un Paese in guerra.


L’Italia ospita 59 basi militari statunitensi, alcune delle quali risultano essere tra le più importanti dal punto di vista strategico/operativo a livello continentale (capacità nucleari comprese).
Ogni volta che gli Stati Uniti annunciano ed eseguono un’aggressione militare nel quadrante euro-mediterraneo, l’Italia viene sistematicamente coinvolta direttamente o indirettamente concedendo, talvolta nemmeno sapendolo, l’uso delle basi. Questo sta accadendo anche in questi giorni con le tensioni e manovre militari in Ucraina.


L’Italia, nonostante abbia firmato il Trattato di non proliferazione nucleare aderisce al programma NATO di “nuclear sharing”,  addestrando i suoi piloti al bombardamento nucleare e ospitando sul proprio territorio decine di ordigni nucleari a Ghedi e Aviano.
Il nostro Paese spende circa 76 milioni di euro al giorno per mantenere un esercito professionalizzato, allo scopo di garantire la sua belligeranza oltre confine e i fatturati della propria industria bellica.


L’Italia è nona nel commercio mondiale di armi, con ciò contribuendo attivamente alla corsa agli armamenti e fornendo le basi tecniche per conflitti ed aggressioni militari devastanti portate avanti da governi e/o regimi criminali come quello statunitense, turco, israeliano, egiziano o saudita.
Nemmeno in tempo di pandemia globale, crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti questa follia bellicista si è interrotta o almeno sottoposta a revisione.
Ben 17 miliardi del Recovery fund saranno destinati a finanziare l’industria bellica di bandiera, mentre il cieco atlantismo del governo e del parlamento impedisce al nostro Paese di approvvigionarsi del vaccino russo Sputnik,  in una situazione di campagna vaccinale che non decolla.
L’Italia non ha bisogno di inventarsi nemici,  né di un neocolonialismo verniciato di “democrazia”, ma di pace, stabilità, e relazioni internazionali basate sulla cooperazione.

 

Via le bombe nucleari dal nostro territorio !

 

Fuori l’Italia dalla NATO e dal programma di “nuclear sharing” ! 

 

Drastica riduzione delle spese militari in favore di programmi di vera sicurezza sociale, investimenti nella scuola e sanità pubblica, nella cultura, verso una reale transizione ecologica !

22/04/2021

da il Manifesto

Andrea Capocci

 

Piano Vaccini. Il primo step fissato dal commissario Figliuolo ancora lontano. Nel secondo trimestre previsti 15 milioni di dosi al mese di Moderna, Pfizer e Curevac sufficienti per tutti gli under 60

 

Il commissario straordinario Figliuolo aveva previsto di somministrare 2,2 milioni di dosi nella settimana compresa tra il 16 e il 22 aprile, con una media di 315 mila vaccinazioni giornaliere. Per la prima volta da quando si è insediato, l’impegno del generale potrebbe essere mantenuto o quasi. Dal 16 al 20 aprile (ultimi dati disponibili al momento in cui questo giornale va in stampa) la media giornaliera di vaccinazioni in questo periodo è stata di 311 mila somministrazioni, di poco al di sotto dell’obiettivo di Figliuolo. La campagna ha scontato anche il ritardo nella somministrazione dell’ultimo vaccino autorizzato dall’Ue, quello targato Johnson&Johnson. Quando infatti la Food and Drug Administration ha interrotto la distribuzione negli Usa, inducendo l’azienda a bloccarla anche in Europa, 184 mila dosi del vaccino erano già immagazzinate al deposito nazionale di Pratica di Mare e solo oggi è iniziata la sua distribuzione verso i centri vaccinali.

 

DATO ATTO AL COMMISSARIO di aver (quasi) mantenuto il ritmo previsto, non si può non ricordare che, al suo insediamento, il piano prevedeva di toccare i 20 milioni di somministrazioni entro il 20 aprile, con un ritmo giornaliero di mezzo milione di inoculazioni al giorno. Invece, le vaccinazioni eseguite finora sono meno di 16 milioni, 4 in meno del previsto. Anche per giustificare questo scostamento Figliuolo ha molti alibi indipendenti dal suo operato: le dosi arrivate in Italia sono 17,8 milioni, quindi anche iniettandole tutte sarebbe stato impossibile rispettare la tabella di marcia.

 

A mancare è stato soprattutto il vaccino AstraZeneca: secondo i contratti firmati dovevano arrivarne 5,4 milioni entro il 31 marzo, mentre quasi un mese dopo ne sono state consegnate poco più di 4 milioni. I produttori dei vaccini a Rna (Pfizer e Moderna), con rispettivamente 11,7 e 1,7 milioni di dosi consegnate stanno invece onorando i contratti. Per quanto riguarda il vaccino J&J è ancora presto per valutare la regolarità degli approvvigionamenti. Ma tra i ritardi nella produzione e lo stop-and-go legato alle trombosi, le cose non sono iniziate benissimo.

 

PER I VACCINI A VETTORE VIRALE (AstraZeneca e J&J) potrebbe presentarsi paradossalmente un problema di sovrabbondanza. I due vaccini, simili per tecnologia e per profilo di sicurezza (entrambi hanno dato vita a rarissimi casi di trombosi in persone giovani), sono stati riservati a chi ha più di 60 anni, al personale scolastico e alle forze armate. Queste categorie includono circa 20 milioni di persone, dei quali sei hanno ricevuto la prima dose e tre anche la seconda. Rimangono da vaccinare interamente circa 14 milioni di persone, più 3 in attesa del richiamo. Le dosi prenotate per questa platea ammontano attualmente a 36 milioni di dosi AstraZeneca e 26 milioni di monodose J&J, sufficienti a vaccinare 44 milioni di persone.

 

Questo porrà il problema di cosa fare delle dosi in più. Dovessero arrivare tutte, non sarebbero utili nemmeno per i richiami. Si tratta di vettori basati su adenovirus, e potrebbero scontrarsi con l’immunità contro lo stesso vaccino dopo la prima tornata di somministrazioni. Sarebbe scandaloso se gran parte dell’umanità rimanesse senza vaccini e in Europa avessimo il problema di doverli smaltire.

 

SECONDO I CONTRATTI attuali, per vaccinare i restanti 40 milioni di italiani sotto i 60 anni dovremmo comunque contare su oltre 110 milioni di dosi di vaccini a Rna (anche CureVac, oltre Pfizer e Moderna) attesi entro il 2021. Su base mensile fanno circa 15 milioni di dosi, mezzo milione al giorno: proprio il numero di somministrazioni promesse dal generale Figliuolo. Che dunque non potrà nascondersi a lungo dietro l’alibi delle forniture mancate o del cambio di destinazione dei vaccini per ragioni di sicurezza. Il piano vaccini dovrà procedere come promesso o il fallimento del governo dei «migliori» ricadrà su tutti noi.

21/04/2021

da il Manifesto

Marina Catucci

 

Stati uniti. Festeggiamenti in diverse città americane. L'ex agente è stato condannato per tutti e tre i capi di accusa: omicidio colposo, omicidio di secondo grado preterintenzionale e omicidio di terzo grado

 

L’ex agente di polizia Derek Chauvin è stato riconosciuto colpevole per la morte di George Floyd. Il verdetto conferma per l’ex poliziotto tutti e tre i capi di accusa: omicidio colposo, omicidio di secondo grado preterintenzionale e omicidio di terzo grado.

 

Il verdetto è stato accolto da applausi e grida di gioia che da Minneapolis sono risuonate a New York, Chicago, Philadelphia, Dallas e in tutte le città dove, temendo un risultato diverso, i negozi erano stati barricati e gli elicotteri giravano per monitorare una situazione che era un’esplosione annunciata. E l’esplosione c’è stata, ma di sollievo. Giustizia per George Floyd è fatta.

 

Dopo tre settimane di audizioni, 46 testimoni, e la continua riproposizione delle ultime immagini di George Floyd, ucciso a Minneapolis, in Minnesota, il 25 maggio 2020, il processo è arrivato al verdetto.

 

IL COMPITO NON ERA FACILE per i giurati, 12 persone, 6 bianche, 4 nere e 3 multirazziali, in quanto si trattava di esprimersi su 3 capi d’accusa; i giurati devono riesaminare filmati e testimonianze, mentre per tutta la durata di questa ultima parte del processo sono chiusi e isolati in un albergo per cercare di non subire pressioni da parte del mondo esterno. Il secondo giorno di discussioni per arrivare a un verdetto, si è svolto dopo che, tanto l’accusa quanto la difesa, avevano presentato le arringhe conclusive, durate quasi 6 ore, incentrate su visioni molto diverse sulle circostanze che hanno portato alla morte di Floyd.

 

Se per l’accusa è stato un atto deliberato da parte di Chauvin, per la difesa il poliziotto ha solo seguito il protocollo mentre era circondato da una folla inferocita. Mentre gli Stati Uniti aspettano di sapere cosa verrà deliberato, Minneapolis si prepara a potenziali disordini; il tribunale in cui si tiene il processo è circondato da filo spinato, recinzioni, barriere di cemento e dozzine di truppe della Guardia Nazionale, in città le vetrine dei negozi sono già state murate con il compensato e i membri della Guardia Nazionale si stanno aprendo a ventaglio per la città; il governatore democratico del Minnesota Tim Walz e i funzionari locali hanno cercato di mostrare solidarietà con gli attivisti della comunità afroamericana, e hanno sottolineato di volere dare la priorità alle tecniche de-escalation, «in ogni caso», ha sottolineato Walz parlando ai giornalisti.

 

LA TENSIONE non si era fermata ai confini di Minneapolis; anche a New York, Los Angeles, Chicago, Dallas, Philadelphia, si respira un’aria da prima della tempesta nel timore di nuovi scontri generati da un verdetto blando. L’isolamento e le pressioni dell’opinione pubblica sono stati due elementi importanti tanto che si è anche parlato di annullare il processo visto che uno dei giurati viene da Brooklyn Center, la cittadina poco lontana da Minneapolis, dove da 10 giorni vi sono proteste e violenti scontri con le forze dell’ordine a causa dell’uccisione da parte della polizia di un altro afroamericano, il 20enne Amid Wright, al punto che il sindaco ha emesso un ordine per il coprifuoco.

 

SUL PROCESSO CHAUVIN si era espresso in giornata, senza grosse parafrasi, anche il presidente Joe Biden, rispondendo a una domanda di una giornalista della CNN ha detto di stare «pregando che il verdetto sia il verdetto giusto, il che penso sia di un’evidenza schiacciante dal mio punto di vista. Non lo direi se la giuria non fosse stata sequestrata e isolata ora, non mi sentireste parlare così».

 

L’ESTERNAZIONE DI BIDEN è molto inusuale per un presidente, ma Biden, che anche da senatore è stato molto attento al sentire della sua base, è consapevole del ruolo giocato dalla comunità afroamericana nella sua elezione, e ha voluto rimarcare il proprio appoggio in quello che è un tema cruciale.

 

Diverse le reazioni per le dichiarazioni della deputata 82 enne Maxine Waters, che dopo aver partecipato a una manifestazione BLM a Brooklyn Center ha dichiarato che in caso di una sentenza ingiusta i manifestanti dovrebbero rimanere nelle piazze e alzare il livello della protesta.
Il leader della minoranza Rep alla Camera Kevin McCarthy, ha accusato Waters di «incitamento alla violenza» e ha chiesto ai democratici di agire contro la deputata, ma i dem hanno difeso Waters, e la presidente della Camera Nancy Pelosi ha detto di non credere che Waters debba nemmeno scusarsi.

20/04/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Mentre Giovanna è in ospedale a Torino, ferita al volto da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo, dalla Val di Susa ci comunicano che continuano a essere sotto assedio da una settimana i compagni che si sono incatenati sul tetto del presidio di San Didero. La polizia impedisce che gli vengano portati acqua e cibo. I compagni chiedono la presenza di un medico e di un avvocato e di poter ricevere alimenti ed assistenza.
Sono questi i metodi del “governo dei migliori”? Il partito trasversale degli affari calpesta i diritti umani. Draghi, Lamorgese e i partiti che li sostengono sono politicamente e moralmente responsabili di quello che sta accadendo.

 

Valsusa – Locatelli* (Prc-Se): una inchiesta autonoma sull’operato inconsulto delle forze dell’ordine dopo il ferimento di Giovanna


Non ci sono più giustificazioni riguardo l’operato delle forze dell’ordine in Valsusa. Da alcuni spezzoni di video in diretta delle manifestazioni di martedì 13 aprile a San Didero emerge con chiarezza l’uso aggressivo, vietato dalla legge, di candelotti lacrimogeni ad altezza d’uomo per terrorizzare i manifestanti NoTav. In uno dei video si sente distintamente un carabiniere dire: “Sì, ne ho tirati due in faccia sulla strada”. Il ferimento grave di Giovanna, un’attivista NoTav alla quale ribadiamo la nostra piena solidarietà, è il risultato di questo comportamento inconsulto che mette a rischio l’incolumità delle persone. Riguardo a questo comportamento indicibile e al tentativo di sviare dalle proprie responsabilità andrebbe aperta una inchiesta autonoma e obbiettiva. La Valsusa non può trasformata in un teatro di guerra. Ci sono comunità, amministratori e attivisti che per il fatto di opporsi a opere dissennate e speculative vengono repressi e criminalizzati con metodi degni dei peggiori regimi dispotici. E’ quello che sta accadendo in queste ore ai compagni che stanno difendendo il presidio Notav di San Didero a cui è impedito di ricevere assistenza, acqua e cibo. A loro, a Giovanna e alle comunità locali in lotta va tutta la nostra solidarietà e il nostro sostegno.

*Ezio Locatelli, segretario provinciale di Rifondazione Comunista- Sinistra Europea di Torino

 

18/04/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

 

La decisione del governo di riaprire il 26 aprile, come se avessimo i numeri di altri paesi, è una scelta sbagliata dettata da logiche politiche non sanitarie. Come hanno segnalato esperti autorevoli si tratta di “rischio calcolato male”.

 

Dopo un anno di pandemia abbiamo superato 100.000 morti ufficiali per SARS-COVID19, un numero sottostimato rispetto alla reale portata della pandemia in termini di decessi diretti e indiretti, basti pensare che il 2020 è stato l’anno con più decessi assoluti dal secondo dopoguerra ad oggi con 100.525 morti in più rispetto alla media dei 5 anni precedenti (2015-2019). “Solo” 75891 censiti ufficialmente come SARS-COVID-19.

 

La seconda ondata in termini di vittime è stata peggiore della prima, furono 34.278 i decessi tra marzo e maggio 2020 mentre oltre 65.000, quasi il doppio, tra ottobre e marzo. Tra giugno e settembre i decessi erano stati appena 1837. Paghiamo un prezzo indegno in nome della “convivenza con il virus”, per aver accettato i diktat di Confindustria e la demagogia della destra, per il mancato lockdown come avvenne tra marzo e aprile 2020. L’Italia a colori si è rilevata inefficace per la salute, per la salvaguardia del sistema sanitario e per la stessa economia.

 

Nella prima ondata il picco dei decessi ufficiali per covìd è stato 969 il 27 marzo, nella seconda 993 il 3 dicembre.

 

Nella prima ondata dopo due mesi dal picco dei decessi, le morti giornaliere erano costantemente sotto le 100 unità fino ad azzerarsi in molte regioni durante l’estate. Nella seconda ondata dopo tre mesi dal picco e tuttora il numero dei decessi medi è stato abbondantemente sopra i 200, in questi giorni la curva è di nuovo in crescita e le cifre si attestano e superano i 300 morti al giorno ormai da quasi un mese.

 

Calcolando 100 giorni dopo i rispettivi picchi dei decessi (27 marzo 2020 e 3 dicembre 2020), la differenza tra la somma dei morti giornalieri è di 18.078, un numero destinato ulteriormente a crescere. Al 15 aprile 2021 la differenza è sopra quota 30.000. E’ evidente che la strategia delle zone colorate non è un lockdown e non sta evitando la terza ondata malgrado l’introduzione dei vaccini.

 

Il mancato lockdown ad ottobre 2020, l’Italia leopardata e la zona arlecchino, ha determinato un eccesso di mortalità oltre i numeri già intollerabili. È chiaro che c’è stata una scelta “consapevole” nel sacrificare vite umane pur di non scontentare le richieste di Confindustria. È stato scelto di costruire sui cattivi comportamenti individuali o su alcune categorie simboliche (ad esempio runner, ristoratori, operatori della cultura) l’immaginario dell’untore molto al di là di quanto scientificamente sarebbe stato lecito dire. Sia con Conte che con Draghi, il Governo e Confindustria decidono a tavolino chi vive e chi muore, siano esse imprese o lavoratori, giovani o anziani, altro che solidarietà è la ferocia del capitale. Eppure i soldi ci sono e ci dovrebbero essere per la tutela della salute prima di ogni altra cosa. Sarebbe stato possibile un intervento ben più massiccio della Bce, sarebbe stata possibile una patrimoniale sulle grandi ricchezze, è possibile effettuare scostamenti di bilancio e bilancio in deficit. Come nella prima ondata si poteva tenere aperto solo l’essenziale (al netto dei furbetti del codice Ateco) e dare un ristoro e un reddito dignitoso al paese fermo, per un nuovo vero lockdown. Dove la pandemia è scomparsa e la vita è ripresa a pieno regime è perché in quei paesi si sono praticate chiusure vere non pasticci a colori.

 

Oggi con un numero elevato di decessi e quindi anche contagi, rischiamo di vanificare anche la lentissima campagna vaccinale e di essere travolti dalle varianti. Il virus corre troppo veloce, i tracciamenti sono saltati, il personale sanitario continua ad essere numericamente insufficiente e comprensibilmente sfinito davanti a numeri di decessi più simili ad una carneficina che ad un’emergenza sanitaria. Se vogliamo davvero metterci alle spalle questo virus ed evitare di continuare a contare i morti come se ogni giorno ci fosse il terremoto de L’Aquila o quello di Amatrice servono scelte responsabili non riaperture demagogiche. È evidente che si fanno scelte sulla base del calcolo dei voti non su quello dei morti.

 

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