Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

Giulia Franchi
da il Manifesto
09.09.2017


Cooperazione. Gibe I, II, III e IV, la saga delle dighe continua ma lo schema è sempre lo stesso: nulla su danni ambientali e violazioni dei diritti umani, soldi pubblici, profitti privati

In Etiopia da due anni è in atto una tremenda stretta repressiva. Lo ha confermato lo scorso aprile, durante un’audizione parlamentare, la stessa Commissione Etiopica per i Diritti Umani, che ha indicato in ben 699 le persone uccise dalle forze di sicurezza nel corso delle varie manifestazioni di piazza tenutesi per protestare contro l’operato del governo.

Ora c’è una situazione di calma apparente. Dopo dieci mesi è stato revocato lo stato di emergenza, tanto ormai il dissenso politico è stato cancellato, messo sotto chiave dall’applicazione della draconiana legge anti-terrorismo del 2009. In Etiopia, è bene ricordarlo, i mezzi di comunicazione sono appannaggio del governo e i giornalisti «dissenzienti» possono solo scegliere tra autocensura, esilio o arresto. L’esecutivo non si crea scrupoli a limitare l’accesso ai social media.

Insomma, uno di quei paesi, e non sono pochi, con i quali Palazzo Chigi non riesce a non fare amicizia. E gli amici, si sa, non vanno mai imbarazzati.

FACCIAMO UN PICCOLO salto indietro nel tempo. È il luglio 2015, Matteo Renzi è uno dei pochi capi di governo presenti ad Addis Abeba in occasione della Conferenza dell’Onu sul Finanziamento allo Sviluppo. Prima della fine del vertice, Renzi aveva salutato tutti ed era volato 400 chilometri più a sud, nella valle dell’Omo, per una foto ricordo sulla diga Gibe III, il mega impianto idroelettrico dell’italiana Salini-Impregilo, meritevole, secondo lui, di «portare in alto il Tricolore». Un viaggio, quello in Etiopia, bissato qualche mese dopo dal Presidente Sergio Mattarella. Proprio mentre nel sud dell’Etiopia contadini e pastori della Valle dell’Omo denunciavano il deterioramento delle loro condizioni di vita a causa della diga e dei furti di terra a essa collegati, il Capo dello Stato omaggiò il contestatissimo governo di Haile Mariam Desalegn, avallando l’indissolubile rapporto di amicizia che ci lega all’Etiopia. Amicizia che in gergo geopolitico significa condivisione profonda delle strategie di sviluppo del Paese, dai cui vantaggi l’Italia non intende rimanere esclusa.

EVIDENTEMENTE NON era bastata la poco onorevole storia della diga Gibe I sul fiume Omo, la cui costruzione nel 1999 a opera della stessa Salini aveva provocato lo spostamento forzato di circa 10mila persone. E neppure la «controversa» esperienza di Gibe II, costruita sullo stesso fiume dalla solita Salini, (e parzialmente crollata nel 2011 a meno di una settimana dall’inaugurazione) con un contributo di 220 milioni di euro di soldi pubblici, elargito in circostanze che suscitarono scandalo e stimolarono l’interesse della magistratura. E tantomeno la ormai tristemente famosa Gibe III, quella della foto-ricordo di Renzi, che sta affamando centinaia di migliaia di persone tra Etiopia e Kenya.

IL BACINO ARTIFICIALE creato dallo sbarramento ha gradualmente sommerso i territori su cui le tribù della Valle dipendono per la coltivazione e l’allevamento e ridurrà drasticamente il livello del Turkana in Kenya, il più grande lago desertico del mondo. Circa 500mila persone in Etiopia e in Kenya si troveranno così a dover fronteggiare una catastrofe umanitaria.

Quando ci fu bisogno di trovare i finanziamenti per Gibe III, fu solo grazie ad una vincente campagna di pressione della società civile che l’Italia fu costretta a ritirarsi dal finanziamento, anche perché tutti i donatori multilaterali avevano fatto marcia indietro.

Oggi, dimostrando poca memoria storica, il nostro esecutivo si lancia in una nuova prova di forza: sarà ancora la Salini-Impregilo a realizzare la diga Koysha (nota come Gibe IV), l’ennesimo mega progetto sul già tormentato fiume Omo, in una saga destinata a non finire mai. A metterci i soldi (pubblici) tornerà a essere l’Italia attraverso la Sace, la nostra agenzia di credito all’export, che garantirà una copertura del rischio per 1,5 miliardi di euro. Nel frattempo, in linea con il triennio 2013-2015, l’Etiopia si conferma il secondo maggior beneficiario dopo l’Afghanistan dei fondi della Cooperazione italiana, tramite cui sono stati finanziati progetti per quasi 100 milioni di euro, senza mai imbarazzare l’esecutivo locale con domande sulle violazioni dei diritti umani.

IN QUESTO MODO TUTTO torna: noi suggelliamo l’amicizia con un alleato strategico che ci aiuta nella guerra al terrorismo, il Sistema Italia si rafforza, la Salini-Impregilo conta gli utili e a mettere una toppa, se qualcosa va storto, ci pensa la Cooperazione Italiana, mentre i soldi veri li usiamo per «aiutare i migranti a casa loro». Merkel docet.

Poco importa che l’Etiopia sia di fatto una zona off-limits per chi prova a capire cosa si muova realmente al di là della narrativa ufficiale.

NEL DICEMBRE 2015, anche noi di Re:Common ci eravamo recati lì. Ma il viaggio si rivelò monco, perché ci fu impedito di avvicinarci alle zone «calde», di parlare con chi si oppone all’impetuoso «Piano di Crescita e Trasformazione», modellato su grandi infrastrutture e sviluppo agroindustriale intensivo, a discapito delle componenti più povere e fragili del Paese. Esperienza che ci portò a raccontare quanto accaduto nel rapporto «Cosa c’è da nascondere nella Valle dell’Omo?».

Del resto è dal 1500 che esiste la ragion di stato come politica dotata di regole proprie e ubbidiente a una logica tutta sua, in nome della quale tutto diventa sacrificabile, con buona pace di quanti si sono sforzati di conciliarla con etica e morale.

ECCOLE ALLORA SVELATE le ragioni di stato del nostro Paese: petrolio, gas, armi, grandi infrastrutture, a cui ora si aggiunge la necessità di stringere alleanze con chicchessia per dimostrare che siamo pronti a tutto pur di porre fine al «problema dei migranti». Al cospetto di ciò, ogni altra questione diventa poca cosa. Che si tratti della sorte delle migliaia di persone arrestate e cacciate dalle loro case dall’esecutivo dell’amico etiopico, degli oltre 4mila morti yemeniti sotto le bombe saudite (di fattura italiana) o della vita di uomini e donne imprigionati nei centri di detenzione in Libia. Così come del destino degli attivisti perseguitati in Azerbaigian o di quello dei 40mila prigionieri politici blindati nelle carceri egiziane.

O, ancora, di scoprire la verità sull'efferato omicidio di un giovane ricercatore italiano al Cairo.

Rachele Gonnelli
da Il Manifesto
08.09.2017


Stati d'accusa. La presidente internazionale dell'ong Msf Liu: «L’Italia e l’Europa vogliono essere complici»

«Quello che ho visto in Libia è l’incarnazione della crudeltà umana al suo estremo». Joanne Liu, presidente internazionale di Medici senza Frontiere, strappa il velo dell’ipocrisia, della realpolitik del ministro Marco Minniti, invocata come panacea da prestigiosi commentatori e fini analisti, sui respingimenti in Libia ad opera dei libici ma con il valido contributo, di soldi e di retorica, dell’Italia e dell’Europa. Lei lo chiama «ultra cinismo».

Ma sono le immagini e le storie che racconta di uomini e donne stipati e massacrati nei lager libici, picchiati, schiavizzati, torturati «per il solo crimine di desiderare una vita migliore» – la delegazione di Msf è appena tornata dalla Libia dove ha visitato i centri di detenzione ufficiali, proprio quelli finanziati dall’Italia con il plauso europeo – «storie che mi tormenteranno per anni», dice Liu, più della lettera-appello indirizzata da Msf al primo ministro italiano Paolo Gentiloni e agli altri leader europei, che non riescono più a nascondere la realtà.

Ciò che la canadese Joanne Liu chiama con parole prive di equivoci: «complicità» con i criminali, cioè con «un modello di business che trae profitto dalla disperazione». Parole che, paradossalmente, hanno provocato commenti stizziti o minacciosi a difesa del governo soprattutto dall’opposizione di destra, da Calderoli a Romani.

Nella conferenza stampa di ieri a Bruxelles – e nel video-messaggio diffuso sui social dall’ong che non ha firmato il codice Minniti – c’è la spiegazione, documentata, di questo giudizio e delle ragioni dell’appello all’Europa a mettere in campo immediatamente un’altra strada, quella delle «vie legali e sicure» per accogliere e non inprigionare questa umanità africana in fuga.

Il premier Gentiloni ha risposto a stretto giro che si «augura» che «gli sviluppi che abbiamo avuto in queste settimane con le autorità libiche ci consentano di avere la possibilità di chiedere, e forse anche ottenere, condizioni umanitarie che sei mesi fa neanche ci sognavamo di chiedere».

L’Europa dal canto suo risponde con non meno stridente coscienza «delle condizioni inaccettabili, scandalose e inumane». «Non siamo ciechi e sordi», ribatte puntuta la portavoce della Commissione, Catherine Ray, ricordando lo stanziamento di 142 milioni di euro per assistere organizzazioni internazionali come l’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr) e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni in Libia. E annunciando inoltre come la Commissione Juncker stia cercando di realizzare un meccanismo per «monitorare» l’uso dei fondi europei per addestrare la Guardia costiera libica.

A tutta questa fumoseria fa da contraltare la crudezza delle condizioni di detenzione verificate dalla delegazione di Msf. «Quando sono entrata in un centro di detenzione a Tripoli – inizia Liu – c’era una guardia, enorme, che ha spalancato la porta e ha ricacciato la gente indietro con un bastone. Un mare di persone magre, emaciate, trattate come fossero animali». «Sussurravano “Tirateci fuori da qui”. Ho ho potuto solo dire loro: “Vi sento”». E ancora: «Una donna incinta era svenuta perché costretta a stare in piedi per ore su un piede solo, sotto il sole. Mi ha detto: “La mia storia non è neanche la peggiore”. E mi ha confidato di un’altra donna incinta stuprata nella stanza accanto a quella dove è stato rinchiuso il marito dopo essere stato picchiato davanti a tutti nel cortile». Poi c’è il ragazzo arrivato in Libia dalla Guinea per studiare e lasciato talmente senza cibo nel centro da rischiare la vita per malnutrizione. «Non riusciva a guardarmi in faccia mentre mi parlava e gli scendevano le lacrime».

Msf ha scelto di visitare solo i centri di detenzione del governo di Tripoli i Detention Centres for Illegal Migration, dove l’ong ha accesso. «L’Unhcr – Jan Peter Stellem di Msf – riferisce di circa 40 centri di detenzione ufficiali, ma ci sono molti campi illegali. In questo momento lavoriamo in 8 centri di detenzione: siamo stati anche in altri, ma a volte il controllo cambia e allora bisogna rinegoziare l’accesso al centro».

La gestione dei miliziani libiche invece – come risulta anche da inchieste giornalistiche – non si può mettere in discussione.

Tomaso Montanari
da il Manifesto
07.09.2017


Commenti. Se l’emigrazione è così massiccia vuol dire che le minacce alla vita sono insostenibili in gran parte del pianeta. Significa che la politica deve cambiare. Anche a sinistra

L’articolo 10 della Costituzione prescrive che gli stranieri che non possono esercitare le «libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana» hanno diritto ad essere accolti nel nostro Paese, in quanto «persone» titolari, ai sensi del nostro articolo 2 della Costituzione, di diritti inviolabili a prescindere dalla loro nazionalità o Paese di provenienza.

Non è una vaga, utopica aspirazione, ma il cuore del progetto della nostra Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo (non solo dei cittadini italiani, nda), sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

È per questo che in Italia esiste un «diritto costituzionalmente garantito» all’asilo: non si può decidere se applicare o meno questa norma, dobbiamo chiederne noi l’attuazione, insieme a quella di tutti i principi che qualificano la nostra democrazia, e che ad oggi restano in gran parte inattuati.

Eppure, in queste drammatiche settimane estive, lo Stato italiano – attraverso il suo governo, e segnatamente il suo ministro dell’Interno – non solo non ha attuato questo principio fondamentale ma ha decisivamente scoraggiato le organizzazioni non governative che soccorrevano in mare i migranti, e ha preso accordi con le autorità di Paesi in cui non sono garantite le «libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana», affinché i loro cittadini e i migranti che ne attraversino i territori non possano fuggirne: cioè non possano aspirare, come noi tutti, a una vita libera e dignitosa.

Siamo di fronte a un grave tradimento della nostra Carta fondamentale e dei Trattati e documenti internazionali che riconoscono e tutelano i diritti delle persone e dei richiedenti asilo. Crediamo che di fronte alle masse che lasciano la propria casa in cerca di diritti, di vita e di futuro la risposta dell’Occidente non possa essere la chiusura e il tradimento dei principi su cui si fondano le nostre democrazie.

Il fenomeno migratorio non si fermerà di fronte al nostro egoismo. Anzi, rischierà di degenerare in uno scontro di civiltà, già abilmente fomentato da chi coltiva la guerra come forma di lucro e dominio sui popoli, a prezzo del sangue dei più deboli e innocenti.

Non possiamo, non dobbiamo, essere pedine di questo gioco al massacro. Abbiamo un orizzonte diverso, che guarda al mondo come casa di tutti e alla globalizzazione dei diritti, come fine dell’azione politica internazionale di chi crede davvero nella democrazia e nell’universalità dei diritti fondamentali.

Tutti i Paesi più ricchi, a partire dall’Italia, devono garantire non solo l’accoglienza promessa delle Carte, ma impegnarsi in una strategia condivisa a livello sovranazionale che crei e garantisca ovunque le condizioni di eguaglianza e giustizia sociale la cui assenza è la vera e prima causa della grande migrazione in atto.

E anche sulla natura e le dimensioni di questo fenomeno la Sinistra ha, innanzi tutto, il dovere di dire la verità: le migrazioni sono processi fisiologici e costanti in un mondo globalizzato, diventano massicce quando le minacce alla vita delle persone diventano intollerabili, quando una parte del mondo vive in condizioni disumane, o non vive affatto, e una piccola parte di privilegiati vive con le risorse di tutti.

Ecco: questo egoismo rischia di trasformarsi in un detonatore. Dobbiamo disinnescarlo. Anche perché sui migranti si sta costruendo l’ennesima menzogna mediatica, che devia l’attenzione dalle emergenze reali della politica, dalle cause reali dei nostri problemi. Insomma: prima si è provato a dire che era colpa della Costituzione. Sappiamo come è finita, il 4 dicembre scorso. Ma ora i mali del Paese, le nostre vite precarie, il taglio orizzontale di diritti e futuro: tutto è colpa dei migranti! Fumo negli occhi di una politica che non sa cambiare e non vuole rimettere al centro le persone, ma spera di «neutralizzarle» mettendo poveri contro poveri, disperati contro disperati. Non ci siamo cascati il 4 dicembre, non ci cascheremo adesso.

Anche perché la piccola parte di migranti che sbarca sulle nostre coste rappresenta solo l’1% del flusso migratorio globale. Fra questi, solo una piccola parte aspira a fermarsi in Italia: non sono un’invasione, né un’ondata oceanica. Non rappresentano affatto una minaccia, semmai una grande opportunità: umana, culturale e anche economica.

Il nostro Paese, in drammatica crisi demografica, ha bisogno di nuovi italiani. Le nostre antiche città aspettano nuovi cittadini. E la perfino timida legge sullo ius soli in discussione in Parlamento è davvero il minimo che si possa fare per costruire questa nuova Italia.

Ecco: stiamo lavorando a un progetto condiviso che permetta a questo Paese di risollevarsi e ripartire, in cui ci sia lavoro vero per tutti, non elemosine e precarietà per pochi. Chi non si ponga in questa prospettiva, chi non ambisca a creare le condizioni per un «Nuovo Inizio» democratico, sociale ed economico, non ha capito qual è il compito fondamentale della politica che vogliono gli italiani.

Ancora una volta: è di questi nodi cruciali che dobbiamo e vogliamo discutere, non della sterile alchimia di sigle e leader.

Continuiamo a credere nella formula che abbiamo proposto al Brancaccio il 18 giugno scorso: ci vuole una sola lista a sinistra del Partito Democratico – un partito la cui involuzione a destra è apparsa, proprio sui temi dell’immigrazione, palese.

Crediamo che anche la situazione della Sicilia confermi questa lettura: mentre il Pd guarda a destra, la sinistra cerca l’unità e la forza per proporre alternative radicali allo stato delle cose.

Si apre un autunno cruciale: proseguono le assemblee regionali, si moltiplicano quelle in città di ogni dimensioni, si preparano quelle tematiche fissate per il fine settimana a cavallo tra settembre e ottobre. Il loro formato è quello che abbiamo sperimentato da giugno in poi: aperto a tutti (associazioni, partiti, singoli cittadini) e senza dirigenze, egemonie o portavoce autonominati.

Decideremo poi insieme, e democraticamente, in una grande assemblea nazionale che sarà indetta alla fine del lavoro sul programma, il tipo di organizzazione che vorremo darci.

Tutto questo è importante: ma è solo un mezzo, uno strumento per metterci in grado di dare il nostro contributo all'attuazione della Costituzione. Il primo traguardo da cui ripartire per costruire un nuovo orizzonte di democrazia partecipata e di cittadini liberi.

Pubblicato
06.09.2017


Il terrorismo che si abbatte tragicamente anche sull'Europa è, in primo
luogo, l'altra faccia della guerra infinita che da oltre un quarto di secolo si
abbatte sul pianeta.

Ne è il principale "effetto collaterale", che non sarà sconfitto con più guerre, militarizzazione dei confini e politiche di espulsione, ma con la costruzione di politiche attive di pace, di disarmo e di convivenza. Si tratta per il nostro Paese di attuare, finalmente, i principi fondamentali della Costituzione repubblicana.

L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Sono gli assi portanti della nostra democrazia.
Eppure, il nostro Paese è terzultimo in Europa per l'occupazione e ultimo per l'occupazione giovanile; invece è primo per l'aumento delle spese militari.
E' in atto il ripudio della Costituzione invece che della guerra.

Negli ultimi 10 anni (dal 2006 al 2016) di crisi economica assoluta, in cui i governi hanno tagliato tutto, dalla sanità alle protezioni sociali - portando milioni di persone (come certifica l'ISTAT) in condizione di povertà estrema - la spesa pubblica militare del nostro Paese invece è aumentata del 21% (e per i soli armamenti dell'85%!).
Un pozzo nero senza fondo, che per il solo il 2017 prevede di bruciare sull'altare delle guerre - e della loro preparazione – altri 23,3 miliardi di euro (che il SIPRI di Stoccolma indica addirittura in 25 miliardi!), pari a 64 milioni al giorno. Ossia l'1,4% del prodotto
interno lordo che - come se non bastasse - il governo italiano si è impegnato con il presidente USA Trump a portare al 2%!

E' in corso la "terza guerra mondiale a pezzetti" continua a ripetere papa Francesco, denunciando i produttori di armamenti, eppure il nostro Paese negli ultimi tre anni ha sestuplicato le autorizzazioni per la vendita di armi, passando da 2,9 miliardi a 14,6 miliardi di profitti per l'industria bellica italiana, vendendo armi anche alle dittature ed ai Paesi in guerra, in violazione della legge 185/90 sul commercio delle armi.

In questo mondo che brucia, l'Italia - facendo carta straccia della sua Costituzione - è presente in tutte le guerre del Pianeta, non solo con i suoi soldati, ma anche con le sue armi.
Vende armi,fa profitti bellici, alimenta le guerre e ne importa i profughi ed alza le barriere, in un circolo vizioso senza fine.

Ovunque impazza il terrorismo, bruciano il Medioriente, l'Africa e il Mediterraneo, ritornano venti di guerra fredda tra USA e Russia, ritornano muri e fili spinati in Europa, ritornano anche le minacce di guerra nucleare, con migliaia di testate nucleari puntate sulle nostre teste, eppure il governo italiano - che "ospita" sul proprio territorio decine di ordigni nucleari nelle basi USA di Aviano e Ghedi - non ha aderito al Trattato ONU per messa al bando delle armi nucleari.

Anzi continua ad acquistare i 90 cacciabombardieri F35, capaci di trasportare ordigni nucleari in giro per il pianeta, per un'ulteriore spesa complessiva di 14 miliardi di euro. Un riarmo nazionale – dentro quello internazionale - senza precedenti, dai tempi della seconda guerra mondiale.

Tutto questo è follia. L’urgenza assoluta è quella di una immediata inversione di tendenza.

Il disarmo, la riconversione sociale delle spese militari, la riconversione civile dell’industria bellica, la costruzione della difesa civile non armata e nonviolenta, devono essere il segno distintivo e qualificante di una nuova politica.
L’opposizione integrale alla guerra e alla sua preparazione - qui ed ora - è la condizione preliminare per parlare di un orientamento diverso.

La sinistra, per essere davvero tale, ha bisogno dunque di mettere al centro della sua azione politiche attive di pace. “O la sinistra fa dell’impegno per la pace il terreno decisivo dello scontro tra civiltà e barbarie" – scriveva Carlo Cassola - "o rimane di destra anche se si proclama di sinistra”.
Mai queste parole furono così attuali quanto oggi. Democrazia e uguaglianza
sono incompatibili con la preparazione della guerra. Per questo l’unità della
sinistra è una valore se parte – oggi più che mai - dalla costruzione di politiche
di pace, di disarmo e convivenza. Dalle quali discende tutto il resto.

Pubblicato il
06.09.2017


In Germania ci sono giornalisti come Georg Rustle che hanno il coraggio di usare lo spazio televisivo di cui dispongono per dire: mi vergogno della politica europea nei confronti dei migranti. Lo ha fatto il 28 agosto mentre in Italia il vertice di Parigi e la politica di Minniti e Gentiloni, condivisa da leghisti e grillini, venivano presentati come un successo e una positiva risposta all'emergenza. Ringraziamo Franco Berardi per la segnalazione e Tiziana Fiore per la traduzione (M.A.)

MI VERGOGNO

Mi vergogno mi vergogno di questa politica dei rifugiati che è stata definita a Parigi, e che è essenzialmente imposta dalla Cancelliera tedesca, una disgrazia unica per questo paese e per il continente.

E’ una vergogna che il governo federale approvi che la milizia libica trasporti i rifugiati nei campi dove continueranno a essere maltrattati torturati violentati. La proposta di mettere questi campi sotto sorveglianza ONU è uno scherzo di cattivo gusto, in un paese tormentato dalla guerra civile e privo di un governo effettivo.

Il dramma dei profughi non si combatte cosí.

È una vergogna che Germania e Francia vogliano rifornire di armi proprio dittature africane come il Ciad, il cui esercito è accusato delle peggiori violazioni dei diritti umani. Ed è una vergogna che l’Europa voglia spostare i suoi confini attraverso l’Africa. Un baluardo contro i rifugiati, controllati da regimi che hanno poco a o niente a che fare con i valori europei fondamentali.

No, con questa politica, il dramma dei rifugiati non verrà combattuto. Il dramma verrà solo spostato in un posto dove non ci sono telecamere o macchine fotografiche: nel deserto africano, dove nel frattempo muoiono più persone che nel Mediterraneo.

Il Governo federale tradisce i nostri valori.

Ci sono alternative: prima di tutto una politica africana degna di questo nome, che aiuti la gente e non sia finalizzata dagli interessi delle aziende private. Le imprese africane debbono essere aiutate ad avere accesso al mercato europeo, non escluse dagli accordi di scambio.

Solo così si potrebbero combattere le cause della fuga. Ma questo governo federale, questa cancelliera non sembrano essere interessati. A lei interessa solo di ridurre il numero dei rifugiati. A tutti costi. Anche a costo di rinunciare ai nostri valori fondamentali, al diritto internazionale, ai diritti dell’uomo, all'umanità.

Manlio Dinucci
da Il Manifesto
05.09.2017


Corea del Nord. Mentre Pyongyang viene denunciata come unica fonte di minaccia, una ristretta cerchia di Stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari: chi le possiede minaccia chi non ce le ha e è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano. Oltre ai nove paesi che le posseggono già, altri 35 sono in grado di costruirle.

I riflettori politico-mediatici che si sono accesi, tutti focalizzati sui pericolosi test nucleari e missilistici nord-coreani, lasciano in ombra il quadro generale in cui essi si inseriscono: quello di una crescente corsa agli armamenti che, mentre mantiene un arsenale nucleare in grado di cancellare la specie umana dalla faccia della Terra, punta su testate e vettori high tech sempre più sofisticati.

La Federazione degli scienziati americani (Fas) stima nel 2017 che la Corea del Nord abbia «materiale fissile per produrre potenzialmente 10-20 testate nucleari, ma non ci sono prove disponibili che abbia reso operative testate nucleari trasportabili da missili balistici».

Sempre secondo la Federazione degli scienziati americani ( Fas), gli Stati uniti posseggono 6.800 testate nucleari, di cui 1650 strategiche e 150 non-strategiche pronte in ogni momento al lancio.

Comprese quelle francesi e britanniche (rispettivamente 300 e 215), le forze nucleari della Nato dispongono di 7315 testate nucleari, di cui 2200 pronte al lancio, in confronto alle 7000 russe di cui 1950 pronte al lancio.

Stando alle stime della Fas, circa 550 testate nucleari statunitensi, francesi e britanniche, pronte al lancio, sono dislocate in Europa in prossimità del territorio russo. È come se la Russia avesse schierato in Messico centinaia di testate nucleari puntate sugli Stati uniti.

Aggiungendo quelle cinesi (270), pachistane (120-130), indiane (110-120) e israeliane (80), il numero totale delle testate nucleari viene stimato in circa 15000. Sono stime approssimative, quasi sicuramente per difetto. E la corsa agli armamenti nucleari prosegue con la continua modernizzazione delle testate e dei vettori nucleari.

In testa sono gli Stati uniti, che effettuano continui test dei missili balistici intercontinentali Minuteman III e si preparano a sostituirli con nuovi missili (costo stimato 85 miliardi di dollari). Il Congresso ha approvato nel 2015 un piano (costo stimato circa 1000 miliardi) per potenziare le forze nucleari con altri 12 sottomarini da attacco (7 miliardi l’uno), armato ciascuno di 200 testate nucleari, e altri bombardieri strategici (550 milioni l’uno), ciascuno armato di 20 testate nucleari.

Nello stesso quadro rientra la sostituzione delle bombe nucleari Usa B61, schierate in Italia e altri paesi europei, con le nuove B61-12, armi da first strike. Il potenziamento delle forze nucleari comprende anche lo «scudo anti-missili» per neutralizzare la rappresaglia nemica, tipo quello schierato dagli Usa in Europa contro la Russia e in Corea del Sud, non contro la Corea del Nord ma in realtà contro la Cina.

Russia e Cina stanno accelerando la modernizzazione delle loro forze nucleari, per non farsi distanziare. Nel 2018 la Russia schiererà un nuovo missile balistico intercontinentale, il Sarmat, con raggio fino a 18000 km, capace di trasportare 10-15 testate nucleari che, rientrando nell’atmosfera a velocità ipersonica (oltre 10 volte quella del suono), manovrano per sfuggire ai missili intercettori forando lo «scudo».

In tale situazione, in cui una ristretta cerchia di stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari, in cui chi le possiede minaccia chi non ce le ha, è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano. Oltre ai nove paesi che già posseggono armi nucleari, ve ne sono all’incirca altri 35 in grado di costruirle.

Tutto questo viene ignorato da giornali e telegiornali, mentre lanciano l’allarme sulla Corea del Nord, denunciata come unica fonte di minaccia nucleare.

Si ignora, ricordava ieri Michel Chossudovsky, anche la «lezione» che a Pyongyang fanno capire di aver imparato: Gheddafi – ricordano – aveva rinunciato totalmente a ogni programma nucleare, permettendo ispezioni della Cia in territorio libico.

Ciò però non lo salvò quando Stati uniti e Alleanza atlantica decisero di attaccare e di distruggere ad ogni costo lo Stato libico. Se esso avesse avuto armi nucleari, pensano a Pyongyang, nessuno avrebbe avuto il coraggio di attaccarlo. Tale ragionamento può essere fatto anche da altri: nell’attuale situazione mondiale è meglio avere le armi nucleari che non averle.

Mentre in base a questa pericolosa logica aumenta la probabilità di proliferazione nucleare, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, adottato a grande maggioranza dalle Nazioni Unite lo scorso luglio, viene ignorato da tutte le potenze nucleari, dai membri della Nato (Italia compresa) e dai suoi principali partner (Ucraina, Giappone, Australia).

Fondamentale è una larga mobilitazione per imporre che anche il nostro paese aderisca al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e quindi rimuova dal suo territorio le bombe nucleari Usa, la cui presenza viola il Trattato di non-proliferazione già ratificato dall'Italia.
Se manca la coscienza politica, dovrebbe almeno scattare l’istinto di sopravvivenza.

Francesco Vignarca
da Il Manifesto
03.09.2017


Italia-Africa. Ai vertici della spesa militare del Continente nero troviamo non a caso ancora Algeria, Marocco e Nigeria cui si affiancano Sudan, Angola e Tunisia

Nel distorto e problematico dibattito pubblico italiano e non solo sull'epocale fenomeno migratorio il tentativo principale della politica è quello di allontanare dalla vista dell’elettorato i problemi e le responsabilità.

Nelle poche occasioni in cui si è allargato lo sguardo verso i luoghi di provenienza delle migrazioni (in particolare penso all’Africa) lo si fa richiamando un retorico e qualunquista «aiuto a casa loro» che non ha nulla di concreto o fattivo.

LA ORMAI VECCHIE promesse, sottoscritte a livello internazionale anche dall'Italia, di destinare almeno lo 0,7% del Pil all’aiuto pubblico allo sviluppo (diretto, indiretto e multilaterale) sono rimaste lettera morta. Nel 2015 l’Italia, pur con un trend in crescita, ha raggiunto solo lo 0,22% del Pil e una buona fetta dei quasi 4 miliardi impiegati è comunque rimasta nei nostri confini proprio per gestire il fenomeno migratorio.

INVECE I GOVERNI degli ultimi anni sono stati molto attivi nel far diventare l’Africa un terminale per i nostri affari, in particolare per quelli armati. Nei primi 25 anni di vigenza della legge 185/90 l’Africa subsahariana ha ricevuto 1,3 miliardi di euro di autorizzazioni armate, pari al 2,4% del totale. Occorre poi aggiungere le cifre ancora più alte relative ai Paesi della sponda Sud del Mediterraneo: la sola Algeria in 25 anni ha ricevuto autorizzazioni per 1659 milioni di euro. A livello globale l’Africa si attesta sul 9% delle importazioni mondiali annuali di armi sempre con Algeria in testa (il 46% continentale nell'ultimo quinquennio e Paese nella «Top5» mondiale complessiva) seguita da Marocco e Nigeria. Il 35% delle importazioni militare africane giunge al di sotto del Sahara, con principali venditori Russia, Cina, Stati Uniti e Francia. Un mercato trainato dalla spesa militare del continente nel 2016 a poco meno di 38 miliardi di dollari in aumentata del 48% in un decennio nonostante una leggera decrescita recente. Ai vertici di spesa militare troviamo ancora Algeria, Marocco e Nigeria cui si affiancano Sudan, Angola e Tunisia.

IL TENTATIVO dei nostri governi recenti è stato quello di recuperare posizioni in un mercato che (secondo il MAECI) è stato «generalmente marginale per le nostre esportazioni di materiali per la difesa, sia a causa delle limitate disponibilità economiche dei Paesi dell’Africa Sub-Sahariana, sia in ragione delle restrizioni imposte da situazioni di latenti conflittualità ed instabilità interne e regionali».

ESEMPIO MASSIMO di questa strategia il tour della portaerei Cavour tra novembre 2013 e aprile 2014. Un viaggio che la Difesa ha cercato anche di «vendere» come umanitario o legato ad operazioni anti-pirateria e che invece si è concretizzato in un’enorme fiera (e spot) per l’industria militare italiana. Ben presente con i suoi stand nei ponti della nave ammiraglia della Marina, che non si sarebbe potuta nemmeno muovere senza la ricca sponsorizzazione dell’industria bellica, visti gli alti costi operativi. Dopo le prime tappe in Medio Oriente il viaggio del «Sistema Paese in movimento» (questa la denominazione ufficiale) ha toccato Kenia, Madagascar, Mozambico, Sud Africa, Angola, Congo, Nigeria, Ghana, Senegal, Marocco e Algeria. Sollevando subito le proteste del mondo disarmista: si trattava dei Paesi a più alta spesa militare continentale, cinque dei quali considerati «regime autoritario» dal Democracy Index dell’Economist mentre sette registravano basso «indice di sviluppo umano» con posizioni tutte al di sotto del 142esimo posto nella lista elaborata da Undp.

I RISULTATI, per l’industria militare, non si sono fatti attendere e nel 2016 sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenya, Sud Africa, Algeria e Marocco (tra i paesi visitati) ma anche verso Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia (paese in confitto costante con l’Eritrea). «Il caso più evidente di questa strategia è l’Angola – sottolinea Giorgio Beretta analista di Opal Brescia – un Paese a cui, così come al Congo del resto, non avevamo mai venduto armi dalla 185/90 in poi e che invece è destinatario nel 2016 di autorizzazioni per quasi 90 milioni di euro. Ma i contratti già firmati, secondo notizie diffuse dalle stesse industrie di armi, potrebbero aver già superato i 200 milioni complessivi».

GIÀ A MARGINE del Tour africano della Cavour erano circolate voci di vendita della vecchia portaelicotteri Garibaldi (anche per fare spazio alla nuova portaerei Trieste poi successivamente finanziata) proprio all’Angola. Vendita di usato non andata in porto da un lato per i problemi finanziari causati dal crollo dei prezzi petroliferi, dall’altro per il cambio di esecutivo che impedì all’allora Ministro della Difesa Mario Mauro di recarsi come previsto a Luanda (con Governo angolano infastidito).

POCO MALE, perché la nuova inquilina di via XX Settembre Roberta Pinotti ha subito cercato di riparare: l’allora Ministro della Difesa e attuale Presidente Joao Lourenço è stato tra i primi ad essere ricevuto a Roma, replicando il viaggio anche nel 2016 mentre la stessa Pinotti si è recata a Luanda nel settembre 2015. Sulla scia della visita dell’anno prima di Matteo Renzi, definita come epocale e propedeutica ad una nuova stagione di rapporti (economici e di cooperazione allo sviluppo) con i Paesi africani. Ma che pare aver soprattutto dato il via a nuovi affari di natura militare.

MOLTI RITENGONO questi dati una colpa delle dirigenze politiche africane, che preferiscono investire gran parte dei bilanci statali in armi ed eserciti anche per mantenere le proprie posizioni di comando. Ma se – dall'Italia – sai che la situazione è questa e continui imperterrito a siglare contratti puoi essere definito solo come complice. A casa loro.

Antonio Sciotto
da Il Manifesto
01.09.2017

Istat. I numeri tornano ai livelli pre crisi, ma non per i più giovani e per le lavoratrici. Renzi gongola: «Un milione di posti in più grazie al Jobs Act». Molto critiche le opposizioni e la Cgil

«Un milione di posti di lavoro in più»: a portarli non è stato Silvio Berlusconi, ma – secondo il segretario del Pd Matteo Renzi – sarebbero un regalo del Jobs Act. Il tweet entusiastico dell’ex premier arriva pochi minuti dopo la pubblicazione dei dati Istat di ieri, che però a una analisti attenta risultano decisamente in chiaroscuro. Gli occupati tornano a sfondare quota 23 milioni, è vero – soglia psicologica insuperata dal 2008, prima della crisi – ma dall’altro lato sale il tasso di disoccupazione generale, come quello giovanile, e a restare al palo sono soprattutto le donne e i più giovani, mentre la crescita maggiore dei posti si è avuta tra i contratti precari.

ECCO, NEL DETTAGLIO, le cifre diffuse dall’Istituto di statistica: occupati totali 23,063 milioni (a ottobre 2008 erano 23,081 milioni), la crescita a luglio pari a 0,3% sul mese (+59 mila unità) e dell’1,3% sull’anno (+294 mila). Sempre a luglio scende il tasso di inattività al 34,4% (-0,3%) toccando il minimo storico. Cresce però la disoccupazione giovanile al 35,5% (+0,3 punti da giugno) e sale il tasso generale di disoccupazione all’11,3% con +0,2 punti percentuali da giugno.

La crescita congiunturale dell’occupazione, spiega l’Istat, «interessa tutte le classi di età a eccezione dei 35-49enni ed è interamente dovuta alla componente maschile, mentre per le donne, dopo l’incremento del mese precedente, si registra un calo». L’aumento della disoccupazione, dall’altro lato, «è attribuibile esclusivamente alla componente femminile e interessa tutte le classi di età, mentre si registra una stabilità tra gli uomini».

SU BASE ANNUA l’incremento dell’occupazione interessa uomini e donne e riguarda i lavoratori dipendenti (+378 mila, di cui +286 mila a termine e +92 mila permanenti), mentre calano gli indipendenti (-84 mila): come si nota, la crescita dei posti dell’ultimo anno si deve quasi esclusivamente ai contratti precari, i tre quarti del totale. A crescere sono gli occupati ultracinquantenni (+371 mila) e i 15-24enni (+47 mila), a fronte di un calo nelle classi di età centrali (-124 mila).

I dati vengono prevedibilmente esaltati dal governo e dalla maggioranza: «Dati Istat: +918mila posti lavoro da feb 2014 (inizio #millegiorni) a oggi. Il milione di posti di lavoro lo fa il #JobAct, adesso #avanti», rivendica Renzi. E gli fa eco il presidente del consiglio Paolo Gentiloni: «Gli italiani occupati – sottolinea sempre su Twitter il premier – superano 23 milioni, un record. Ancora molto da fare contro disoccupazione ma effetti positivi da #jobsact e ripresa».

OTTIMISTA ANCHE il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: «C’è la ripresa, lo dicono tutti i dati, dal Pil all’occupazione, alla fiducia – spiega – Quindi si sta consolidando un quadro di ripresa che da ciclica deve diventare strutturale e il governo continua a lavorare in questo senso». Tesi che trova un appoggio a Bruxelles: il Commissario agli affari economici, il francese Pierre Moscovici ammette che «l’economia italiana è finalmente in ripresa e questo faciliterà la riduzione del debito», la cui ampiezza, avverte però, «resta il principale punto debole» delle finanze pubbliche del Paese.

«Dati confortanti, speriamo», commenta il presidente della Repubblica Sergio Mattarella da Venezia.

MA LE OPPOSIZIONI sono molto critiche. «Dati occupazione merito del Jobs Act? L’aumento della disoccupazione giovanile sì», dichiara Laura Castelli, deputata del M5S. «La disoccupazione giovanile continua a salire – prosegue – Il precariato è aumentato, aumentando il precariato si aumenta uno stato più vicino alla povertà». E quanto al Rei, il reddito di inclusione appena varato per decreto, «trovo un po’ disgustoso che ogni volta che si avvicinano le elezioni si parli di bonus», conclude Castelli.

Bocciatura anche da Forza Italia: «Le politiche del governo Renzi-Gentiloni sono un grande spreco di denaro pubblico che rischia di minare anche la prossima legge di bilancio», dice Renato Brunetta.

CRITICO MA PIÙ cauto Mdp: «Ancora una volta dati parziali – commenta Federico Fornaro – scatenano commenti eccessivamente ottimistici. Chiediamo a Gentiloni discontinuità e un piano di investimenti nella prossima legge di bilancio».

«Saremo chiamati gufi, ma è difficile entusiasmarsi davanti ai dati diffusi da Istat e Inps – dice Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil – C’è una crescita del tasso di occupazione molto lenta, estremamente precaria, da cui i giovani sono quasi completamente esclusi a favore degli over 50. Dell’aumento di nuovi posti (+580mila nei primi 6 mesi del 2017 rispetto al 2016) la stragrande maggioranza (500mila) sono attivazioni a termine, mentre il tempo indeterminato mostra un dato negativo». «Non bonus e decontribuzioni, ma investimenti pubblici e privati così da favorire la domanda», la ricetta suggerita dalla Cgil.

Tommaso Di Francesco
da Il Manifesto
31.08.2017

Che arriva dal patto di Parigi di quattro Paesi decisivi per i destini dell’Ue? Niente di concreto e niente di vero. Solo uno stile coloniale, confermato dalle ultime dichiarazioni di Minniti: «Se non avessimo fatto questo in Libia c’era da temere per la tenuta democratica del Paese». Smentito ieri clamorosamente dal ministro della giustizia Orlando.

Quindi trasformiamo in lager buona parte del continente africano «per la democrazia»? In realtà finanziando milizie mafiose, come rivela un veridico reportage dell’aurorevole Ap, per reprimere i migranti. Come non definire colonial-criminale questo lessico e questi intenti?

Da Parigi dunque solo l’evidenza di una pervicace quanto elettorale volontà di dimostrare ad ogni costo alle rispettive opinioni pubbliche il comune intento a contenere, il più possibile lontano dalla coscienza europea ed occidentale, il fenomeno epocale delle migrazioni, quelle dei rifugiati da guerre e persecuzioni e quelle da miseria.

E nonostante sia eguale questa condizione, invece con infinita perfidia si è ribadito a Parigi per bocca di Angela Merkel la nefasta distinzione che relega i cosiddetti «migranti economici» in un limbo di morte.

Perché niente di concreto? Lo ha ribadito anche la rappresentante della politica estera Ue Mogherini: non ci sarà alcuna promessa di piano Marshall per l’Africa «già spendiamo – ha spiegato – 20 miliardi di euro, in aiuto allo sviluppo, alla cooperazione, in partenariati commerciali…».

Per un continente ricchissimo come l’Africa, nel quale siamo impegnati direttamente e indirettamente con il commercio di armi in tante guerre, e dal quale ogni giorno rapiniamo risorse petrolifere, minerarie e terre, per affari che rimpinguano il nostro interscambio commerciale e i bilanci delle multinazionali, lo scambio ineguale che proponiamo è «addirittura» di 20 miliardi di euro all’anno più varie centinaia di milioni per le operazioni di contenimento vere e proprie.

Tutti finanziamenti che finiscono per la maggior parte nelle mani predatorie delle leadership locali corrotte (anche da noi). Una somma – con le chiacchiere sui «limiti di Dublino», e sulla presunta «perfezione» del ruolo dell’Italia» – che, com’è chiaro, non può essere sufficiente allo sforzo che si annuncia. Che intanto propone centri di identificazione in Africa, con tanto di coinvolgimento dell’Unhcr e dell’Oim.

Ma che fine farà subito quel milione di profughi che in questo momento è rimasta intrappolata in territorio libico? Dice il governo Minniti-Gentiloni che ci penseranno i «sindaci» delle città costiere libiche, la guardia costiera libica e forze militari che la Francia metterà a disposizione in Niger e Ciad (paesi le cui economie sono nelle mani di Parigi e si rifletta sull’assenza-presenza del Mali dove è in corso un intervento militare francese).

Per la conoscenza che abbiamo della Libia e sulla base di veridici reportage, prima della Reuters e ieri dell’Ap – che preoccupano la stessa Ue per i quali il governo italiano si trincera dietro un «non commentiamo le operazioni dei Servizi» – vale la pena ripetere che le città libiche, della costa e non, altro non sono che potentati e clan locali spesso legati ad una storia di jihadismo estremo. E che la cosiddetta guardia costiera spesso cambia casacca e si trasforma nella milizia di questi potentati. Che, come a Sabrhata, spesso si spartiscono anche il lucroso traffico di migranti, controllando relativi e spaventosi centri di detenzione dove non entrano i diritti umani.

Ora tutte queste forze di controllo sono impegnate da noi, dopo la campagna vergognosa di colpevolizzazione delle navi umanitarie delle Ong, sia contro i profughi sia contro le Ong rimaste uniche e sempre in minor numero a soccorrerli in mare.

Perché niente di vero? Si parla di Europa, ma sono solo quattro Paesi che, se pur centrali, sono stati continuamente contraddetti in questi tre anni fra loro e da tutti gli altri, da quelli dell’Est e dall’Austria. E poi si parla di «Libia» e di «autorità libiche», ma Fayez al Serraj chi rappresenta? Le Libie sono tante, dopo la devastazione della guerra a Gheddafi, e tutte in conflitto fra loro. Lo ha insediato la nostra Marina, ora gli arriverà – ma a lui solo o anche al signore della guerra della Cirenaica Khalifa Haftar e agli altri clan del Fezzan? – anche un pacchetto di milioni di euro.

Del resto questo scambio «per la democrazia» è già accaduto per l’altro interlocutore fondamentale dell’Occidente, il Sultano Erdogan, che ha appena finito di essere il santuario delle milizie jihadiste dell’Isis ed è impegnato in un repulisti violento contro ogni opposizione; o come l’altro leader sponsorizzato dall’Italia, il presidente golpista egiziano Al Sisi. Naturalmente e subito nel pieno disprezzo del diritto-dovere all’accoglienza e alla normalizzazione dei flussi: questo un governo democratico dovrebbe fare, non rincorrere le pulsioni razziste.

E di fatto trasformando la Libia e ora anche Niger e Ciad in un grande campo di concentramento. Un fatto è certo: piuttosto che attenti al numero di morti a mare, nella grande fossa che è diventata il Mediterraneo, valutiamo la riduzione degli arrivi con un occhio ai sondaggi, meno il 46% in estate ma solo meno 6% in un anno. Disperazione e vittime non si devono vedere. Né si deve dire che se fortunatamente i morti diminuiscono, i flussi no.

Ora li «concentriamo» tra sponda libica a confini a sud del Sahara, armando milizie e facendo le sentinelle su un percorso di 5mila chilometri?

Meglio se il misfatto avviene nel grande deserto a sud della Libia e nel Sahel, lontano da telecamere e coinvolgimenti diretti, ma con tanto di timbro dell’Onu, la coperta di Linus buona per tutte le stagioni. È in quel deserto che, adesso, stiamo ricacciando milioni di persone alla disperata quanto impossibile ricerca di una nuova, mortale, via di fuga.

Carlo Lania
da Il Manifesto
25.08.2017


Codice Minniti. I blindati arrivano all’alba. Un funzionario: «Se tirano qualcosa spaccategli il braccio»

«Neanche gli animali vengono trattati così. Ci hanno inseguito con i manganelli e gli idranti fino alla stazione Termini, ci hanno picchiato. Io vengo dall'Eritrea, sono scappata dalla dittatura ma ti dico una cosa: io lì non mai subito una violenza come quella di oggi». Quasi urla Woelte mentre mostra il braccio con i lividi delle manganellate. Come gli altri eritrei e etiopi sgomberati sabato scorso dal palazzo di via Curtatone a Roma anche lei ieri mattina stava dormendo nei giardinetti di piazza Indipendenza quando, verso le sei, sono arrivati polizia e carabinieri. Blindati, lacrimogeni, manganelli e perfino un cannone ad acqua. Uno spiegamento di forze giustificato dalla Questura con il fatto che il gruppo di rifugiati, un centinaio tra uomini e donne accampati dai sei giorni al centro della piazza, sarebbe stato in possesso «di bombole a gas e bottiglie incendiarie». In realtà a parte il gesto scellerato di un uomo che ha lanciato una bombola del gas da una finestra dello stabile occupato, la resistenza alle cariche delle forze dell’ordine è stata minima. A fine mattinata Medici senza frontiere fa sapere che sono almeno 13 i rifugiati feriti, mentre la procura si prepara ad aprire un’inchiesta in cui si ipotizzano i reati di tentato omicidio e resistenza a pubblico ufficiale in relazione «al lancio di bombole di gas, sassi e altri oggetti contro le forze dell’ordine». Quattro i rifugiati fermati.

E’ finita come peggio non avrebbe potuto l’occupazione storica di via Curtatone. Dietro la scelta di far intervenire le forze dell’ordine – certamente avallata dal Viminale – c’è probabilmente anche la decisione presa dagli ex occupanti di respingere le proposte di sistemazioni alternative avanzate mercoledì dalla prefettura di Roma. Ma è chiaro che le scene di violenza viste ieri, con donne a bambini terrorizzati fatti salire sui pullman e portati via, quasi sicuramente non ci sarebbero state se il Campidoglio avesse fatto la sua parte.

E’ ancora buio quando i primi mezzi blindati entrano in piazza Indipendenza e gli agenti ordinano ai rifugiati di andare via. Non c’è tempo per fare niente: non per prendere le proprie cose, figuriamoci per discutere. L’ordine è categorico e infatti partono subito le prime cariche con l’appoggio del cannone ad acqua che spazza via tutto e tutti. Il gruppo di rifugiati prova a reagire lanciando qualche bottiglia, ma è spinto dagli agenti verso la vicina via Goito.

Tre ore dopo, verso le nove, la replica. Sulla piazza si presenta un gruppo di donne. Vorrebbero recuperare le borse e i vestiti che nella fuga hanno lasciato nei giardinetti. Niente da fare. «Dovete andare via», intima un poliziotto. «Va bene ma dove? Dove vado?» chiede una di loro. E’ anziana, ha un vestito colorato, non sembra pericolosa e mentre parla le altre donne si inginocchiano a terra, le braccia alzate in segno di resa. Concetto evidentemente troppo difficile da capire per un cannone ad acqua. Che infatti non lo capisce. Il getto d’acqua solleva letteralmente da terra una signora per sbatterla sull’asfalto. In un video che mostra la scena si vede che respira a fatica, come se stesse affogando. Una violenza inutile, ingiustificata ed esagerata. «E’ rimasta ferita, siamo riusciti a farla trasportare in ospedale» racconta Stefano Spinelli, uno dei medici di Msf che da sabato, giorno dello sgombero, assistono i rifugiati. «Ho soccorso altre due persone che avevano traumi da manganello agli arti, una persona con il gomito sicuramente rotto», prosegue Spinelli.

Alle 11 tocca alle donne e ai bambini rimasti all’interno del palazzo occupato. «Andate via, andate via» urlano inutilmente agli agenti. Vengono trasportati tutti all’ufficio stranieri, con i bambini che urlano terrorizzati. Un episodio che Unicef e Save the Children condannano duramente. «Alcuni testimoni ci hanno raccontato che i bambini continuavano a gridare e a battere le mani sui vetri durante tutto il tragitto» denuncia il portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini.

Quello che succede dopo è la naturale conseguenza di una giornata fallimentare per tutte le istituzioni, nazionali e cittadine. I rifugiati bloccano per un po’ il traffico davanti alla stazione per poi inscenare un mini corteo con conseguente carica della polizia che si sposta con i blindati in mezzo a turisti e passeggeri. In un altro video è possibile sentire un funzionario ordinare agli agenti: «Devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio». Una frase sulla quale adesso la Questura ha aperto un’inchiesta.
Ieri sera un gruppo di rifugiati è tornato nei giardini di fronte alla stazione. «Noi da qui non ce ne andiamo», dice un ragazzo. E’ possibile che stamattina possano rientrare nel palazzo di via Curtatone per recuperare le proprie cose, ma poi torneranno in strada. Dove è probabile che siano destinati a rimanere «Di fronte a una simile situazione – commenta il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani del Senato – emerge drammaticamente l’incapacità della giunta comunale di Roma di offrire un piano abitativo capace di trovare una sistemazione civile per i profughi e per le famiglie romane che hanno bisogno di un alloggio». In questi giorni Manconi ha sentito più volte il ministro degli Interni Minniti. «Ho ricavato la convinzione – dice – che non intenda autorizzare nuovi sgomberi se non in presenza di soluzioni abitative alternative».

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