Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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05/05/2019

COMUNICATO STAMPA 

Partito della Rifondazione Comunista

Circolo Raniero Amarugi – Santa Fiora

 

La Lobby Geotermica ha colpito ancora sull'Amiata.Sorgenia costruirà a “Poggio Montone” a Saragiolo (tra Piancastagnaio e S. Fiora) una Centrale geotermica binaria.

 

Mentre è in corso il procedimento per definire le aree non idonee alla geotermia, la Giunta PD della Regione Toscana, con la delibera n. 567 del 23 aprile 2019 ha dato il via alla costruzione della nuova centrale geotermica Sorgenia a Saragiolo che prevede fino a 17 nuovi pozzi geotermici (8 di estrazione a Saragiolo e 9 di reiniezione tra Bagnolo e Marroneto di S.Fiora)

 

Ricordiamo brevemente le caratteristiche di questa centrale:

Potenza netta centrale binaria : 5MW

Rendimento elettrico : 6,7%

Fluido geotermico estratto : 550 – 750 tonnellate/ora ( quasi il doppio di quello estratto dalle centrali Bagnore 3 e Bagnore 4

Pozzi di produzione di 1450 m : fino a 8 (1 Km a valle di Saragiolo)

Pozzi di reiniezione di 1300 m : fino a 9 (2 Km sotto Marroneto e Bagnolo)

Area occupata dal progetto : 7,02 ettari

Acqua utilizzata per i pozzi : 14.000 metri cubi per ogni pozzo per un totale di 238.000 mc. (acqua prelevata dal Fiora e dal torrente Senna Viva)

Soda caustica per i pozzi : centinaia di tonnellate

Acido Cloridrico per i pozzi : centinaia di tonnellate

Ventilatori di raffreddamento : 56 con un emissione sonora di 106,8 dBA 24 ore su 24.

Il progetto comporta una serie di impatti negativi che elenchiamo qui di seguito:

• impatto ambientale / paesaggistico ( nelle vicinanze c’è la Riserva Naturale del Pigelleto!!);

• rischio di inquinamento per le falde acquifere dovute alla perforazione dei pozzi e alla reiniezione dei fluidi in pressione;

• rischio di sismicità indotta dall’estrazione e reiniezione dei fluidi geotermici;

• rischio di frane per i pozzi realizzati in zone di dissesto idrogeologico;

• fenomeni di subsidenza causati dall’abbassamento della pressione nei campi geotermici per l’estrazione del fluido;

• svalutazione di proprietà immobiliari e terreni in prossimità delle centrali che trasformerebbero la zona in area industriale;

• fuga del turismo;

 

Malgrado le nostre osservazioni negative e quelle di comitati e cittadini, ha prevalso la logica della Giunta Toscana orientata a trasformare l’Amiata nel secondo polo geotermico regionale; ricordiamo che, oltre alla centrale Sorgenia, sono in progetto altre 4 centrali geotermiche (2 ENEL tipo Flash denominate “PC6 “a Piancastagnaio e “Triana” a Roccalbegna e le centrali pilota “Montenero” a Castel del Piano e “Casa del Corto” a Piancastagnaio). Invitiamo la popolazione a mobilitarsi contro questa ennesima devastazione ambientale e i candidati alle elezioni amministrazioni locali a pronunciarsi contro questo e gli altri progetti.

 

Non è questo il futuro che vogliamo per l’Amiata! Lo sviluppo che noi auspichiamo per i nostri territori è quello basato sulla valorizzazione delle vere risorse strategiche dell’Amiata: la natura, il paesaggio, la storia, l’arte, i prodotti agricoli di qualità e la loro trasformazione. Lo sviluppo di fonte energetiche veramente rinnovabili e rispettose dell’ambiente (fotovoltaico su capannoni e edifici, minieolico, bassa entalpia per il riscaldamento e usi produttivi, ecc.) controllate e gestite dalle nostre comunità.

 

Sabato 4 Maggio ore 12.00

- Presso il Bar Del Corso - Corso Carducci 4 Grosseto

CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DELLA LISTA "LA SINISTRA"

 

Con le/i Candidat*

1 Fantozzi Roberta 

2 Tommaso Grassi

3 Andrea Ventura 

4 Marilena Grassadonia

 

Dai forza al cambiamento in Europa!

Dai forza all'unica lista di Sinistra in Italia

 

Viviamo in tempi difficili in cui speranza e disperazione si intrecciano. Accanto a mobilitazioni che parlano del futuro – come lo sciopero globale sul clima che ha visto una nuova generazione scendere nelle strade –  assistiamo quotidianamente a guerre, sopraffazione, intolleranza e razzismo.

La speranza e l’angoscia convivono in un mondo dove la ricchezza e le capacità scientifiche dell’umanità sono enormi, ma vengono sfruttate da classi dirigenti irresponsabili per gli interessi di pochi, anziché per il bene comune dei popoli. Così il pianeta si avvia verso la catastrofe: devastazione ambientale, razzismo, guerra, fame, povertà, sfruttamento del lavoro, disoccupazione e precarietà.

È necessario costruire una alternativa a livello globale.

Contro il neoliberismo, contro i nazionalismi.

Per un’alternativa di sinistra, antirazzista, femminista, ecologista in Europa.

Le prossime elezioni europee rappresentano una sfida molto alta: costruire uno spazio politico alternativo sia alla prosecuzione delle politiche neoliberiste, causa di disuguaglianze e povertà, sia al crescere della barbarie dei razzismi e dei nazionalismi.

Uno spazio a disposizione di quei movimenti che oggi costituiscono la principale speranza su scala planetaria: il movimento delle donne che partendo dalla denuncia della violenza maschile mette in discussione tutte le forme di dominio – di sesso, di classe, di culture -, ed il movimento per il clima e l’ambiente che vede una generazione di ragazze e ragazzi pretendere un futuro per la terra e le specie viventi, quindi un cambiamento radicale del modello di sviluppo. Uno spazio a disposizione di chi nel nostro paese in questi anni ha condiviso l’impegno per la difesa e l’attuazione della Costituzione nata dalla Resistenza, le lotte per la difesa dei beni comuni e i diritti civili e sociali, l’opposizione alle “riforme” neoliberiste a partire da quella delle pensioni, alle privatizzazioni, alla precarizzazione del lavoro. Uno spazio per chi si schiera da anni contro xenofobia e razzismo nelle mobilitazioni e nella solidarietà attiva.

L’Europa che vogliamo costruire si fonda sulla democrazia reale e sull’autodeterminazione di donne e uomini; sulla giustizia sociale, ambientale e fiscale; sulla redistribuzione della ricchezza e del lavoro; sulla riconversione ambientale e sociale dell’economia; sul diritto al reddito e sui diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, sulla solidarietà contro le politiche securitarie e di respingimento delle e dei migranti; sulla pace, il disarmo e la cooperazione internazionale.

Per questo è necessario rompere la gabbia neoliberista definita dai trattati e porre fine alle politiche di austerità, che hanno aumentato le disuguaglianze sociali nei paesi della UE e gli squilibri fra paesi dell‘Unione, fornendo terreno fertile per i tanti imprenditori della paura e dell’odio, facendo risorgere nazionalismi, xenofobia, razzismo.

Lavoriamo in Italia ed in Europa per la confluenza di tutte le soggettività politiche, culturali, sociali, civiche e di movimento, che si battono per l’uguaglianza, la solidarietà, l’umanità, con un programma i cui punti fondamentali si articolano a partire dalla piattaforma del Partito della Sinistra Europea e dal Green New Deal di Primavera europea

 

Lista la "Sinistra" - Verso le elezioni europee  del 26 Maggio 2019

Tutti i nomi delle liste de La Sinistra presentate nelle 5 circoscrizioni

 

☆☆☆

LISTE DE LA SINISTRA

CIRCOSCRIZIONE CENTRO

Marilena Grassadonia

Marco Benedettelli

Ginevra Roberta Bompiani

Stefano Ciccone

Maurella Carbone

Giovanni detto Vanni De Lucia

Ivanilde Carvalho

Nicola Fratoianni

Roberta Fantozzi

Tommaso Grassi

Giulia Pezzella

Giovanni Guidi

Elisabetta Pezzini

Sandro Medici

Andrea Ventura

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, è intervenuto  all’assemblea di apertura della campagna elettorale de La Sinistra, e ha dichiarato:

 

“Noi siamo l’unica lista che si pone in alternativa sia al Pd che alle destre, con chiarezza. La destra razzista e omofoba fa solo finta di difendere le classi popolari contro l’establishment. In realtà Bannon è un ex dirigente di Goldman Sachs, come Draghi.

 

Lega e destra hanno votato tutti i trattati europei. La canea contro immigrati serve a proteggere i super-ricchi che in Europa evadono 1000 miliardi l’anno.

 

Loro candidano un Mussolini, noi candidiamo Adelmo Cervi. Elette/i della nostra lista andranno nel gruppo GUE, nel quale ha lavorato egregiamente la nostra eurodeputata Eleonora Forenza, capolista nel collegio Sud, e nella Sinistra Europea, con la quale proponiamo alla presidenza della Commissione Europea un sindacalista metameccanico, figlio di un minatore, Nico Cue.

 

Per battere l’onda nera bisogna farla finita con politica antipopolare e costruire l’Europa delle lavoratrici e dei lavoratori, del disarmo, dei diritti per tutte e tutti.

 

E la Costituzione rimane la bussola per questa lotta.

 

Ringraziamo Mimmo Lucano per il saluto che ci ha mandato”.

14/04/23019

Da il manifesto

Daniela Preziosi

 

La sinistra. Al teatro Quirino di Roma il lancio della lista. Polemica con Zingaretti: nella crisi greca i socialisti schierati con Merkel.

 

«Quella di Zingaretti è pubblicità ingannevole, continua a dire che da Macron a Tsipras è già realtà. Poi però si aggiunge che nessun eletto del Pd andrà nel gruppo della Sinistra Europea dove sta Tsipras». A Nicola Fratoianni, uno degli amici di Alexis Tsipras in Italia, l’ultimo slogan del segretario dem non va giù. E nonostante l’espressione sia stata quasi avallata dallo stesso premier greco in un’intervista al francese Figaro, ora da Syriza arriva l’altolà. «Questo slogan è un alibi triste» attacca Argiris Panagopoulos, rappresentante del partito di Tsipras in Italia, «la verità è che a sinistra c’è Alexis, il primo ministro lasciato solo quando il socialismo europeo era al guinzaglio di Merkel. Tsipras ha dato la cittadinanza ai figli di genitori venuti a lavorare in Grecia da un altro paese, ha garantito la corrente e l’acqua a tutte le famiglie. Ha dato il reddito sociale a 350mila persone e aumentato il salario minimo. Non a caso Louka Katseli, la ministra socialista che ha protetto la prima casa delle famiglie popolari dalla Troika, sta con Tsipras. E il Pasok ce l’ha a morte con lui. A noi piacciono i socialisti» conclude, «ma quelli che hanno lasciato il neoliberismo per incontrare la sinistra, come in Portogallo e in Spagna».

 

È ANCHE PIÙ DURO Nico Cue, il candidato della Sinistra Europea a presidente della Commissione, in tandem con la slovena Violeta Tomic: «Da quando c’è Macron le lotte in Francia sono aumentate perché sta distruggendo il modello sociale che nasce dalla lotta di resistenza contro il nazifascismo. Zingaretti e gli altri social-liberisti hanno smontato, come Macron, il welfare. Zingaretti come immagina di fare sintesi tra programmi contrapposti?». Infine: «Tsipras ha lottato contro la Troika per allargare il welfare. Nella conferenza stampa che ho fatto con lui, Alexis ha detto che dopo il voto starà nel Partito della sinistra europea, non tra i socialisti. Che fanno le campagne elettorali a sinistra e poi governano a destra».

 

La corsa per le europee è iniziata, la polemica non finirà qui. Anche perché «il fronte da Tsipras a Macron» è uno slogan suggestivo che rischia di rubare qualche voto alla lista La Sinistra, composta da chi è stato sul serio dalla parte di Tsipras sin dall’inizio della crisi greca. Se ne parlerà oggi al Teatro Quirino di Roma dove alle 10 si aprirà la campagna elettorale per le europee di questa area. Che con la Grecia è legata a doppio filo tant’è che Luciana Castellina, fondatrice del manifesto, giornalista e storica dirigente della sinistra-sinistra è candidata nelle liste europee proprio di Syriza. E invece Panagopulos sarà nelle liste italiane.

 

CASTELLINA OGGI SARÀ al Quirino alla kermesse «Noi con te. Contro il liberismo, contro il razzismo». Con lei molti candidati. Soprattutto candidate. Saranno infatti tutte donne i capolista. L’europarlamentare uscente Eleonora Forenza al Sud, Eleonora Cirant (Nonunadimeno) al Nordovest, Silvia Prodi al Nordest, al centro Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno. Per le isole la scelta arriverà stamattina. Altri nomi: Paola Natalicchio, ex sindaca di Molfetta, Valentina Cera, del Treno della Memoria, lo storico Piero Bevilacqua, Sandro Fucito, presidente del consiglio comunale di Napoli, Paolo Narcisi, medico dei migranti a Bardonecchia. L’editrice e scrittrice Ginevra Bompiani offre il suo prestigio alla causa. Darà una mano anche Fratoianni, leader di Sinistra italiana. Non ci sarà invece l’attivista Luca Casarini: il capo della missione di Mediterranea non salirà sulla Mare Ionio che oggi riprende il mare («per rispetto verso l’inchiesta resto a disposizione della magistratura», spiega); ma seguirà i lavori da terra quindi niente corsa per le europee. Al Quirino, via video, arriverà il sostegno della scrittrice Michela Murgia e dell’attore Peppino Mazzotta, l’ispettore Fazio di Montalbano.

 

DAL PALCO FRA GLI ALTRI parlerà Cue, il suo vice Paolo Ferrero e Maurizio Acerbo (segretario Prc). Ma anche il senatore Francesco Laforgia, ultimo arrivato in famiglia, che ieri con il deputato Luca Pastorino (ex Possibile) ha varato a Firenze l’associazione «èViva» con gli autoconvocati di Leu (dopo la frammentazione di Leu Piero Grasso «ha preferito sottrarsi a ogni scelta di campo», viene riferito). «Ci siamo messi in cammino», dice Laforgia, «green New Deal, patrimoniale, riduzione dell’orario di lavoro, art. 18: facciamo appello a tutte le forze che condividono i nostri obiettivi di unirsi in un unico grande soggetto della sinistra». Appello già sentito più volte. Sempre finito male, fin qui. Per fortuna non è questo il collante della lista La sinistra, stavolta si tratta di una confluenza. Del resto si riparlerà dopo il 26 maggio. d.p.

10/04/2019

di Stefano Galieni

Left 

 

Il messaggio è chiaro e inequivocabile: «Una sola lista a sinistra del Pd e alternativa in Europa». Lo hanno spiegato con accenti diversi i partecipanti alla conferenza stampa dove è stato reso noto il simbolo con cui un fronte di forze antiliberiste, femministe, antirazziste ed ecologiste, si presenta alle prossime elezioni europee del 26 maggio.

 

Il progetto illustrato a Roma, presso l’Hotel Nazionale, in piazza Montecitorio, è semplice: mai come questa volta saremo costretti a parlare di Europa e il Parlamento di Strasburgo di fatto impone di riconoscersi in quelle che sono le fondamentali “famiglie europee”. Quella socialista, incarnata in Italia dal Pd, quella liberale dell’Alde, in cui confluiranno gli eventuali eletti di Più Europa, attenti ai diritti civili ma distanti anni luce dalla sinistra rispetto ai diritti sociali e alle tematiche ambientaliste spesso incompatibili con i grandi interessi. E poi i Verdi con cui in Europa spesso si sono condivise battaglie fondamentali per il futuro e per il presente del pianeta ma che spesso non arrivano a criticare alle radici il modello di sviluppo.

 

Tralasciando ovviamente le famiglie del centro destra (che nel continente hanno governato da decenni con le forze socialiste) restano il gruppo Gue/Ngl e il Partito della sinistra europea, European left per come è scritto sul simbolo, di cui la lista presentata oggi, “La Sinistra”, fa parte. I sondaggi danno questa sinistra in Europa in crescita, da noi si è riusciti oggi a definire un percorso che potrà portare nuova linfa ad un progetto e ad un gruppo peraltro nato proprio a Roma nel lontanissimo 2004. Una sinistra che prova a riunirsi, non per la sopravvivenza di ceti politici, come un pensiero populista dominante tende a raccontare, ma per un patrimonio di contenuti comuni, di battaglie sociali e politiche, per un simile approccio al mondo, al presente e al futuro, che le altre forze in campo non hanno.

 

Lo ha segnalato molto bene nel suo intervento Eleonora Forenza, europarlamentare uscente, disegnando le ragioni di questo “terzo spazio” incompatibile tanto con il liberismo sfrenato che ha accomunato con le politiche di austerity liberali, popolari e socialisti, quanto con il nazionalismo xenofobo e oscurantista delle destre sovraniste che governano anche in Italia. «I movimenti delle donne, quelli ambientalisti e antirazzisti che hanno riempito le piazze di primavera – ha sottolineato Forenza che si ricandiderà alle elezioni – sono la dimostrazione che c’è una parte di Paese che vuole avere un futuro diverso da quello che gli viene imposto oggi. Noi siamo e rivendichiamo di essere quelle e quelli dei porti aperti. Il governo italiano è quello che utilizza la parola “solidarietà” come richiesta da fare all’Europa per fermare i migranti; noi siamo invece solidali con i 49 richiedenti asilo della Mare Jonio, criminalizzati da Salvini e dal M5s».

 

Maurizio Acerbo, segretario del Prc-Se ha sottolineato come, a differenza di quanto affermato dalle sedicenti opposizioni in Italia, da noi il problema non sia risolvibile dando qualcosa ai poveri ma affrontando alla radice il tema delle diseguaglianze sociali. Una parola che ha accomunato tutti gli interventi è stata quella di una “patrimoniale” con cui ristabilire anche la logica per cui bisogna prendere da chi ha di più e non continuare a strozzare chi non ha più niente. L’Europa delle politiche neoliberiste volute da tutti, dei trattati votati da tutti, a cominciare da Maastricht, tranne che dalle forze che si riconoscono oggi in questa lista, ha prodotto in questi anni 110 milioni di poveri, una cifra enorme. «Venendo qui – ha concluso Acerbo – ho visto i manifesti di Fratelli d’Italia in cui si diceva di volere cambiare totalmente l’Europa. Quasi a voler far credere che siano stati gli ufo a votare le norme che ci hanno ridotto così. Se Salvini oggi rischia di raggiungere risultati enormi è colpa di un centro sinistra che non ha voluto ascoltare le nostre richieste e gli allarmi che lanciavamo».

 

Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana Si, partendo anche dalla fine di una esperienza come Liberi e uguali, delinea i tanti punti che rendono il progetto de “La Sinistra” diverso e non assimilabile ad altri. «Le nostre posizioni sui trattati, sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, sulla guerra, sul diritto d’asilo, sui diritti sociali – ha ribadito – non sono neanche “rivoluzionarie”, di patrimoniale parla anche il Partito democratico americano, lavorare meno è ormai pratica anche in alcuni Paesi europei e fa parte del dibattito politico normalmente. Da noi sembra impossibile». Entro la settimana verranno resi noti i nomi delle candidate e dei candidati, che si vogliono non solo come espressione dei partiti ma soprattutto della ricchezza del mondo associativo e dei movimenti con cui si è in relazione. Una lista quindi chiara e netta nei contenuti ma aperta al mondo ampio di chi si oppone ad un modello di vita considerato inaccettabile. Domenica 14 aprile si svolgerà una assemblea di lancio della lista a Roma, al teatro Quirino, in via delle Vergini 7 a partire dalle 10.

Piero Bevilacqua 

07/04/2019

 

Anche le parole, come i libri, hanno la loro fortuna e il loro destino. In Italia patrimoniale è fra quelle che si portano dietro un’aura di sventura tale da farla fuggire come la peste. Eppure è la parola chiave, l’idea-leva che potrebbe rovesciare la tendenza al declino del paese Italia. Perché uno dei meccanismi che bloccano il dinamismo economico e sociale è la sempre più squilibrata disuguagliana della ricchezza e la latitanza di un potere pubblico in grado di rovesciarla in tempi brevi, tramite un piano strategico di investimenti.

 

In Italia il fenomeno universale della disuguaglianza si intreccia a un’altra grave questione: un frattura crescente con le nuove generazioni. E’ in atto da anni una lotta di classe che la mia generazione muove contro la gioventù italiana. Dieci anni fa Massimo Livi Bacci documentò con ricchezza di dati gli svantaggi dei nostri giovani rispetto alle posizioni dei loro coetanei europei nei confronti dei loro padri: sul piano del reddito, dell’accesso al lavoro, dell’autonomia, godimento di servizi, ecc. (Avanti giovani, alla riscossa, il Mulino, 2008)

C’è ragione di credere che da allora le cose siano peggiorate. Tale sopraffazione si dispiega oggi non solo con leggi sul mercato del lavoro, con l’istituzione della precarietà anche nella PA, con la sottrazione di risorse alla scuola, all’università, alla ricerca, con la devastazione dell’ambiente. Alcune forme di sbarramento hanno del clamoroso.

 

Siamo al paradosso che imponiamo il numero chiuso all’accesso all’Università e mancano i medici per far funzionare gli ospedali. Quando il rettore della maggiore Università d’Italia difende il numero chiuso per l’iscrizione a medicina, con la motivazione che chi supera la selezione gode delle stutture didattiche in maniera ottimale, incarna l’immagine paradigmatica di una classe dirigente rassegnata allo status quo.

 

Ma c’è una sopraffazione di fondo che occorrerebbe mettere in luce. Come mostrano periodicamente le statistiche della Banca d’Italia, le famiglie abbienti aumentano costantemente i loro risparmi, mentre il paese non è in grado di fare investimenti significativi nella formazione e nella ricerca.

 

Nel 2016, nonostante il calo di valore degli immobili, nonostante le modeste prove dell’economia generale del Paese,a dispetto dell’aumento ben noto della povertà tra ampi strati di popolazione, la ricchezza totale delle famiglie italiane era ben 8,9 volta il reddito disponibile, fra le più alte dei paesi ricchi.Inoltre, degno di nota, << Nel confronto con gli altri paesi, il debito delle famiglie italiane rimane il più basso.>>. Ma nella Indagine del novembre 2018 è segnalato un dato che conferma la concentrazione della ricchezza tra le generazioni anziane e il loro connotato conservatore e difensivo: gli “strumenti assicurativi e pensionistici sono al massimo storico del 23 per cento della ricchezza finanziaria.”

 

Dunque mentre tantissime famiglie accumulano risparmi, i loro figli sono costretti a andare in giro per il mondo se vogliono laurearsi, trovare lavoro, fare ricerca. Mentre i rapporti asimmetrici nel lavoro e un sistema fiscale non progressivo perpetuano le disuguaglianze, accrescono un risparmio passivo sottratto agli investimenti utili alle nuove generazioni all’intero paese.


Ma come si rovescia tale tendenza? E’ evidente che quelli che continuiamo a chiamare partiti, ridotti ad agenzie di marketing elettorale, non si avventurano a propugnare una patrimoniale, perché è parola d’ordine che non porta voti: l’unica mira ideale del ceto politico contemporaneo.

 

Occorrebbe una mobilitazione di massa, rendere consapevoli le nuove generazioni che la posta in gioco è il loro avvenire e che gli avversari da persuadere sono i loro padri e i loro nonni, nella attuale configurazione polìtica e di classe.

 

Come stanno facendo gli studenti di tutto il mondo per riscaldamento climatico. Essi non persuaderanno nessuno se non irrompono sulla scena con una capacità intransigente di conflitto, con idee e proposte fattibili a cui piegare la volontà dei governi. Ma i giovani possono montare manifestazioni, non possiedono organizzazioni stabili che li supporti.

 

Per questo trovo di portata strategica l’irruzione del sindacato su tale terreno. La recente intervista a Landini (Repubblica, 3.4.2019) in cui si propone << un piano straordinario di investimenti pubblici e privati che si inserisca in una idea di Paese basata su un nuovo modello di sviluppo>>, va incoraggiata, anche per le modalità adombrate di realizzazione: << sperimentare veicoli finanziari alimentati da banche e Cdp finalizzati a investimenti>>.

 

Se il termine patrimoniale spaventa si potrebbe pensare ad un prestito forzoso a lunga scadenza con un bassisimo tasso d’interesse, destinando un massa cospicua di risorse agli obiettivi proposti da Landini.
Ma occorrerebbe una discussione seria nel paese.Persuadere i ceti dominanti dell’utilita generale di tale operazione. Chiamando la patrimoniale un “patto di coooperazione tra due generazioni”.

Riccardo Chiari

MILANO

 

Lavoro mortale. Due operai muoiono in una cantiere a Piave Emenuele nel milanese, un terzo a Brentino Belluno in Val d'Adige. Da inizio anno già 158 vittime, la Cgil denuncia: "In questo tragico scenario, il governo taglia mezzo miliardo delle tariffe Inail destinate alla prevenzione degli infortuni, alla formazione e alla sicurezza”.

 

Questa volta a non essere tornati a casa dopo il lavoro sono stati Salvatore Borriello, 47 anni, e Domenico Palumbo, 54, che dalla natìa Campania erano saliti al nord, a Pieve Emanuele nel milanese, per realizzare paratie divisorie tra i binari e i vicini terreni agricoli nei pressi della locale stazione ferroviaria. Il lavoro in appalto dato da Rfi alla Cefi srl di Casoria, ditta di cui i due operai erano dipendenti, era per giunta considerato inutile dal sindaco Paolo Festa, subito accorso al cantiere: “Rfi aveva iniziato a costruire questo muro di separazione, ma io avevo detto che non serviva, e avevo chiesto la costruzione di una ciclopedonale di collegamento fra la vecchia strada oggi chiusa e il sottopasso ferroviario”.

 

Per certo i due operai sono stati travolti da una cassaforma in metallo che, con una gru azionata da un terzo operaio, stava per essere posizionata. E’ stata già aperta una inchiesta, per omicidio colposo, dal dipartimento salute e sicurezza sui luoghi di lavoro della procura milanese, guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano.

 

Le segreterie provinciali di Fillea Cgil, Feneal Uil e Filca Cisl e Fillea Cgil hanno denunciato, per l’ennesima volta, i drammi e le tragedie dovuti all’insicurezza nel settore edile: “Con i primi segnali di ripresa del settore sono ripresi a crescere gli infortuni, segno che non si fa ancora abbastanza per formare adeguatamente i nostri lavoratori, e per mettere in atto tutte quelle azioni di prevenzione necessarie per garantire di tornare a casa la sera dai propri cari”.

 

Dalla Cgil di Milano anche un monito: “Oltre a ricostruire la dinamica dell’incidente mortale, confidiamo nelle indagini per individuare con certezza le responsabilità, per evitare come spesso accade di parlare di ‘tragica fatalità’. E’ necessario garantire la piena applicazione delle leggi, e applicare il protocollo di intesa sulla sicurezza in ambiti particolarmente a rischio, firmato in Prefettura il 20 aprile scorso. Non si può più aspettare”.

 

Sempre ieri un terzo omicidio bianco è avvenuto a Brentino Belluno, comune veronese in Val d’Adige, vittima un operaio rimasto schiacciato da un camion che trasportava bitume durante i lavori di asfaltatura di una strada. Sono diventati così ben 158 i morti nei luoghi di lavoro dall’inizio del 2019 in Italia, quasi due al giorno e senza considerare le vittime “in itinere”, che sono state ancor di più. “Un dato terribile – sottolinea l’Osservatorio indipendente di Bologna – ma rispetto al quale l’attenzione politica e mediatica si accende solo a intermittenza. Eppure il 2018 è stato un anno funesto: secondo i dati ufficiali dell’Inail ci sono state 1.133 vittime, in crescita del 10% rispetto al 2017. Ma sono anche gli infortuni denunciati a lievitare: 641.261, più 0,9%”.

 

Solo la settimana scorsa a Padova c’era stata una adesione pressoché totale allo sciopero di otto ore dei metalmeccanici della provincia, dopo gli ennesimi infortuni mortali che vedono, non per caso, ai primi posti della tragica classifica la Lombardia, l’Emilia Romagna e appunto il Veneto. Insomma l’ “operoso” nord del paese, Nell’occasione Fiom Fim e Uilm avevano detto forte e chiaro: “Nessuno può accettare condizioni di lavoro che mettano a repentaglio la propria vita”.

 

Eppure di fronte a questi numeri, denuncia la Cgil, appare sconcertante il recentissimo l’annuncio del ministro del lavoro Luigi Di Maio di un taglio delle imposte sul lavoro pagate dagli imprenditori, che in alcuni casi arriverà fino al 30%, senza specificare che questo sarà finanziato da un taglio di circa mezzo miliardo, in tre anni, ai fondi che servono a incentivare gli imprenditori a migliorare la sicurezza sul posto di lavoro. Sul punto Filt e Fillea Cgil insistono: “In questo tragico scenario non aiuta il taglio delle tariffe Inail destinate alla prevenzione degli infortuni, alla formazione e alla sicurezza”.

Eleonora Martini

ROMA

 

Periferie. L’amministrazione capitolina cede alle proteste e sposta le «famiglie fragili» in altri centri. La procura apre un’inchiesta sulle violenze scoppiate martedì sera nel quartiere romano.

 

Il bambino di cinque o sei anni trotterella dietro alla madre su via dei Codirossoni, a Torre Maura, finché non passa davanti al cancello del centro di accoglienza «Savi» dove da martedì sera sono asserragliate 77 persone di etnia Rom Khorakhané, compresi 33 bambini e alcune donne incinta. In un attimo, appena vede qualcuno uscire dalla struttura che fino a qualche mese fa accoglieva profughi africani, il bambino si ferma, fa la faccia cattiva, stende il braccio, punta l’indice e il dito medio uniti, il pollice dritto all’insù e… «pum». Qualcuno deve avergli insegnato il “gioco” dello sparare allo «zingaro».

 

Tute da ginnastica dai colori accecanti, ragazzini obesi, jeans strappati che mostrano calze a rete, nuche e tempie rasate, eloqui strascicati, croci celtiche e cristi sanguinanti tatuati in bella vista. «Questi da qui se ne devono anna’, sennò damo foco a tutto», ripetono davanti alla selva di microfoni e telecamere giunte sul posto dopo la rivolta di martedì sera. Le donne hanno piazzato alcune sedie davanti all’edificio – che cade a pezzi come tutti gli altri – per tenere d’occhio i nuovi “nemici”.

 

LA RABBIA È a fior di pelle ma non è uno stato d’animo passeggero. Ed è comodo credere che sale solo perché fomentata dai fascisti di Casa Pound e Forza Nuova, che pure sono accorsi immediatamente per inzuppare il pane in questo amaro brodo. La rabbia cresce insieme all’erba dei campi abbandonati tra questi stradoni di periferia dove la bella Roma è solo una cartolina esotica, si nutre del buio delle strade senza lampioni, della paura di attraversarle, degli autobus che non passano e della metropolitana appena aperta e già malfunzionante, del lavoro che non c’è, delle case popolari diroccate che nessuno ripara, dello spaccio che è l’unico sbocco, della scuola che è solo un vago e brutto ricordo, dell’eroina che lenisce i dolori. La rabbia è perciò l’unico orizzonte possibile.

 

E non si placa neppure quando i primi nove Rom vengono caricati sull’autobus del Comune per essere trasferiti di nuovo in qualche altro centro di accoglienza per persone fragili tenuto segreto. Calci al pullman, sputi, saluti romani e l’Inno d’Italia cantato a mo’ di coro da stadio. Esplode anche una bomba carta. A prendere l’iniziativa è solo una manciata di persone, una ventina di uomini, ma tutti gli altri assistono.

 

UNA DECISIONE, quella di spostare di nuovo queste «famiglie fragili», arrivata ieri mattina dopo un lungo vertice in Campidoglio durato fino a tarda notte. Mentre la procura apriva un’inchiesta sull’accaduto. Un provvedimento che cede ai ricatti dei rivoltosi anche se accompagnato da parole di condanna: «Non possiamo cedere all’odio razziale di chi continua a fomentare questo clima e continua a parlare alla pancia delle persone. E mi riferisco particolarmente a CasaPound e Forza Nuova – ha detto la sindaca Virginia Raggi – Sono intervenuta per evitare che la situazione degenerasse, per tutelare i tanti cittadini onesti di quel quartiere e i 33 bambini Rom che rischiavano la vita. C’era un clima molto pesante, di odio. La procura ha aperto un fascicolo proprio per odio razziale. Li stiamo ricollocando in altri centri di tutto il territorio cittadino perché il dovere dell’amministrazione è quello di tutelare la vita e l’incolumità delle persone».

 

A TORRE MAURA però si difendono come possono e sanno: «Questa è la discarica di tutto, e i razzisti siamo noi?», urla ai cronisti una donna. Eppure, anche se forse non ne sono consapevoli, xenofobi lo sono. Di sicuro, non adatti ad accogliere famiglie «fragili» da reinserire nella società. Malgrado ciò, in questo quadrante est di periferia romana, nel VI Municipio, – il più povero di Roma, con un reddito medio imponibile di 17 mila euro circa per ciascun residente, su una media di quasi 26 mila euro per ogni romano, secondo una recente indagine del Comune – sono stati dislocati 15 centri di accoglienza per richiedenti asilo sui 49 di tutta Roma.

 

In questo contesto, martedì sera l’estrema destra romana ha avuto gioco facile a far divampare le fiamme. La procura sta visionando i filmati girati dalla Digos quando alcuni presenti tra la folla hanno distrutto i pasti riservati ai Rom, hanno incendiato un paio di cassonetti, un camper parcheggiato nelle vicinanze appartenente ad un’altra famiglia Rom e l’auto di servizio della cooperativa che lavora all’interno della struttura d’accoglienza. «Se c’è un’indagine per istigazione all’odio razziale è una medaglia. Il razzismo qui è verso gli italiani», blatera Mauro Antonini, responsabile del Lazio per Casapound, arrivato sul posto nel pomeriggio.

 

IL PD INVECE attacca la sindaca: «Ancora una volta l’incapacità di governo del M5S ha messo a dura prova la tenuta sociale della nostra città. L’ennesima scelta calata dall’alto senza essere accompagnata e condivisa con il contesto sociale ha generato una giornata terribile per Roma», scrivono i dem romani in una nota dimenticando che una situazione simile si verificò anche nel 2014 nella vicina Tor Sapienza. Allora però, se non altro, il sindaco Ignazio Marino ebbe il coraggio di andare a prendersi gli insulti dei cittadini in rivolta, anche allora fomentati dai fascisti.

 

«I romani non sono intolleranti, né razzisti nei confronti dei Rom che, come ha opportunamente ricordato il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla, vivono numerosi in case private o alloggi di edilizia residenziale pubblica della zona – fa notare il deputato di +Europa Riccardo Magi – Quello che i romani non vogliono sono i campi e i “centri di raccolta Rom”: ghetti illegali e costosissimi che il Piano avviato dalla sindaca Raggi nel 2017 avrebbe dovuto chiudere e che invece vengono riproposti».

Eleonora Martini

ROMA

 

Periferie. L’amministrazione capitolina cede alle proteste e sposta le «famiglie fragili» in altri centri. La procura apre un’inchiesta sulle violenze scoppiate martedì sera nel quartiere romano.

 

Il bambino di cinque o sei anni trotterella dietro alla madre su via dei Codirossoni, a Torre Maura, finché non passa davanti al cancello del centro di accoglienza «Savi» dove da martedì sera sono asserragliate 77 persone di etnia Rom Khorakhané, compresi 33 bambini e alcune donne incinta. In un attimo, appena vede qualcuno uscire dalla struttura che fino a qualche mese fa accoglieva profughi africani, il bambino si ferma, fa la faccia cattiva, stende il braccio, punta l’indice e il dito medio uniti, il pollice dritto all’insù e… «pum». Qualcuno deve avergli insegnato il “gioco” dello sparare allo «zingaro».

 

Tute da ginnastica dai colori accecanti, ragazzini obesi, jeans strappati che mostrano calze a rete, nuche e tempie rasate, eloqui strascicati, croci celtiche e cristi sanguinanti tatuati in bella vista. «Questi da qui se ne devono anna’, sennò damo foco a tutto», ripetono davanti alla selva di microfoni e telecamere giunte sul posto dopo la rivolta di martedì sera. Le donne hanno piazzato alcune sedie davanti all’edificio – che cade a pezzi come tutti gli altri – per tenere d’occhio i nuovi “nemici”.

 

LA RABBIA È a fior di pelle ma non è uno stato d’animo passeggero. Ed è comodo credere che sale solo perché fomentata dai fascisti di Casa Pound e Forza Nuova, che pure sono accorsi immediatamente per inzuppare il pane in questo amaro brodo. La rabbia cresce insieme all’erba dei campi abbandonati tra questi stradoni di periferia dove la bella Roma è solo una cartolina esotica, si nutre del buio delle strade senza lampioni, della paura di attraversarle, degli autobus che non passano e della metropolitana appena aperta e già malfunzionante, del lavoro che non c’è, delle case popolari diroccate che nessuno ripara, dello spaccio che è l’unico sbocco, della scuola che è solo un vago e brutto ricordo, dell’eroina che lenisce i dolori. La rabbia è perciò l’unico orizzonte possibile.

 

E non si placa neppure quando i primi nove Rom vengono caricati sull’autobus del Comune per essere trasferiti di nuovo in qualche altro centro di accoglienza per persone fragili tenuto segreto. Calci al pullman, sputi, saluti romani e l’Inno d’Italia cantato a mo’ di coro da stadio. Esplode anche una bomba carta. A prendere l’iniziativa è solo una manciata di persone, una ventina di uomini, ma tutti gli altri assistono.

 

UNA DECISIONE, quella di spostare di nuovo queste «famiglie fragili», arrivata ieri mattina dopo un lungo vertice in Campidoglio durato fino a tarda notte. Mentre la procura apriva un’inchiesta sull’accaduto. Un provvedimento che cede ai ricatti dei rivoltosi anche se accompagnato da parole di condanna: «Non possiamo cedere all’odio razziale di chi continua a fomentare questo clima e continua a parlare alla pancia delle persone. E mi riferisco particolarmente a CasaPound e Forza Nuova – ha detto la sindaca Virginia Raggi – Sono intervenuta per evitare che la situazione degenerasse, per tutelare i tanti cittadini onesti di quel quartiere e i 33 bambini Rom che rischiavano la vita. C’era un clima molto pesante, di odio. La procura ha aperto un fascicolo proprio per odio razziale. Li stiamo ricollocando in altri centri di tutto il territorio cittadino perché il dovere dell’amministrazione è quello di tutelare la vita e l’incolumità delle persone».

 

A TORRE MAURA però si difendono come possono e sanno: «Questa è la discarica di tutto, e i razzisti siamo noi?», urla ai cronisti una donna. Eppure, anche se forse non ne sono consapevoli, xenofobi lo sono. Di sicuro, non adatti ad accogliere famiglie «fragili» da reinserire nella società. Malgrado ciò, in questo quadrante est di periferia romana, nel VI Municipio, – il più povero di Roma, con un reddito medio imponibile di 17 mila euro circa per ciascun residente, su una media di quasi 26 mila euro per ogni romano, secondo una recente indagine del Comune – sono stati dislocati 15 centri di accoglienza per richiedenti asilo sui 49 di tutta Roma.

 

In questo contesto, martedì sera l’estrema destra romana ha avuto gioco facile a far divampare le fiamme. La procura sta visionando i filmati girati dalla Digos quando alcuni presenti tra la folla hanno distrutto i pasti riservati ai Rom, hanno incendiato un paio di cassonetti, un camper parcheggiato nelle vicinanze appartenente ad un’altra famiglia Rom e l’auto di servizio della cooperativa che lavora all’interno della struttura d’accoglienza. «Se c’è un’indagine per istigazione all’odio razziale è una medaglia. Il razzismo qui è verso gli italiani», blatera Mauro Antonini, responsabile del Lazio per Casapound, arrivato sul posto nel pomeriggio.

 

IL PD INVECE attacca la sindaca: «Ancora una volta l’incapacità di governo del M5S ha messo a dura prova la tenuta sociale della nostra città. L’ennesima scelta calata dall’alto senza essere accompagnata e condivisa con il contesto sociale ha generato una giornata terribile per Roma», scrivono i dem romani in una nota dimenticando che una situazione simile si verificò anche nel 2014 nella vicina Tor Sapienza. Allora però, se non altro, il sindaco Ignazio Marino ebbe il coraggio di andare a prendersi gli insulti dei cittadini in rivolta, anche allora fomentati dai fascisti.

 

«I romani non sono intolleranti, né razzisti nei confronti dei Rom che, come ha opportunamente ricordato il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla, vivono numerosi in case private o alloggi di edilizia residenziale pubblica della zona – fa notare il deputato di +Europa Riccardo Magi – Quello che i romani non vogliono sono i campi e i “centri di raccolta Rom”: ghetti illegali e costosissimi che il Piano avviato dalla sindaca Raggi nel 2017 avrebbe dovuto chiudere e che invece vengono riproposti».

03/04/2019

da Il Manifesto

Carlo Lania

 

Nessuno deve sapere . L'sos lanciato da Alarm Phone: «I libici non hanno risposto». E intanto l’Olanda blocca con un pretesto la nave di Sea Watch.

 

L’ultima volta che è riuscito a contattare la piattaforma Alarm Phone è stato poco dopo le 22 di lunedì: «Ci hanno mandato la posizione Gps, ma la comunicazione si è interrotta», hanno spiegato ieri i volontari che lavorano al servizio telefonico di soccorso per i migranti. «Siamo riusciti a ricontattarli sono una volta, alle 22,02 e da quel momento nessun risponde al telefono».

 

L’allarme è per un gommone con bordo una cinquantina di persone, tra le quali anche donne e bambini, partito dalla Libia e del quale si sono perse le tracce quando si trovava a nord della città di Zuwara , ancora in acque territoriali libiche. Nonostante questo sarebbero però stati del tutti inutili, secondo Alarm Phone, i tentativi di allertare le autorità di Tripoli perché intervenissero in soccorso dei migranti. «Abbiamo cercato di contattare la cosiddetta Guardia costiera libica ininterrottamente, su diversi numeri di telefono e quando abbiamo informato l’Mrcc Roma della mancanza di risposta della Libia ci hanno passato un numero che avevamo già tentato diverse volte senza esito. La Guardia costiera italiana – è la conclusione di Alarm Phone – non ci fornisce né informazioni né ci dice se sono riusciti a contattare le autorità libiche.

 

Impossibile sapere che fine abbiano fatto le persone che si trovavano a bordo del gommone.

 

Da quando Alarm Phone ha twittato la notizia dell’imbarcazione in difficoltà l’unica nave di una ong ancora presente nel Mediterraneo centrale, l’Alan Kurdi della tedesca Sea Eye, ha cominciato le ricerche, rimaste però senza esito fino a ieri sera. «Succede sempre così: le notizie delle emergenze si sanno solo se a lanciare l’allarme è Alarm Phone oppure se c’è la nave di qualche ong pronta a intervenire. Altrimenti le autorità non dicono mai niente» accusa da Barcellona Riccardo Gatti, capo missione della ong spagnola Open Arms alla quale da mesi il governo di Madrid impedisce di riprendere il mare.

 

Solo nel pomeriggio di ieri una nota della Guardia costiera italiana ha reso noto di aver «immediatamente inoltrato» le informazioni ricevute al mattino da Alarm Phone alla Guardia costiera libica che – viene spiegato – ha assicurato l’avvenuta ricezione degli elementi forniti per le successive azioni di competenza».

 

A quanto pare, però, da Tripoli non sarebbe partita neanche una motovedetta alla ricerca del gommone. A chiarirlo è la stessa Guardia costiera libica che in serata rilascia a sua volta una nota in cui si polemizza con le ong senza dare nessuna informazione utile sulla sorte delle persone che si trovavano a bordo del gommone. «La segnalazione ricevuta era incompleta», ha detto l’ammiraglio Ayob Amr Ghassem, portavoce della Marina libica. «Abbiamo ricevuto un allerta da parte italiana in base al quale il gommone si sarebbe trovato 45 miglia a est di Zuwara e che gli italiani avevano ricevuto una richiesta di soccorso senza alcuna altra informazione. Abbiamo deciso di non rispondere a richieste illusorie e incomplete».

 

Solo quattro giorni fa Bruxelles ha ripetuto come la Libia non possa essere considerato un paese sicuro per i migranti, tanto che nessuna nave della missione europea Sophia vi ha mai riportato quelli tratti in salvo. Come se non bastasse, lo stesso concetto è stato ribadito ieri anche dall’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni che fa capo all’Onu, che ha definito le condizioni dei campi in cui vengono detenuti «in maniera arbitraria» i migranti come «inaccettabili e disumane».

 

E’ da un anno ormai, da quando è cominciata la campagna di delegittimazione delle organizzazioni umanitarie, che gli Stati membri dell’Ue fanno di tutto per impedire alle navi delle organizzazioni umanitarie di essere presenti e testimoniare quanto avviene nel Mediterraneo. Dopo gli spagnoli di Open Arms, adesso tocca alla nave Sea Watch 3 della ong tedesca Sea Watch ma battente bandiera olandese. Pur di tenerla ferma a Marsiglia, dove la nave si trovava per lavori di manutenzione finiti ormai da tempo, il ministero per le Infrastrutture olandese ha varato un provvedimento – entrato i vigore ieri – che impone alle navi impegnate nelle operazioni di ricerca e salvataggio di attrezzarsi nel caso debbano ospitare a bordo i migranti per periodi lunghi come conseguenza della chiusura dei porti. «Non possiamo essere ritenuti responsabili delle situazioni disumane dello stallo in mare deliberatamente create dagli Stati membri», ha spiegato ieri il presidente di Sea Watch, Johannes Bayer. «Bloccare la nostra nave giustificandolo con timori per la ’sicurezza’ è un argomento illogico quando l’alternativa è che le persone siano lasciate affogare».

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