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12/08/2019

da Controlacrisi

Franco Astengo

 

Settantacinque anni fa i massacri di Sant'Anna di Stazzema e Marzabotto

 

Nel momento in cui c’è chi si rivolge direttamente agli italiani chiedendo “pieni poteri” riecheggiando così i proclami del ventennio” è bene ricordare in quale tragedia il fascismo gettò il popolo italiano. E’ bene tener viva la memoria, perché senza di essa si smarrisce  ’identità repubblicana dell’Italia: il profondo significato etico e politico di questa identità conquistata con la lotta.
Queste le ragioni del tentativo di rinnovo del ricordo contenuto in questo intervento, partendo dalle due stragi – simbolo compiute dai nazifascisti nell’estate del 1944 a Sant’Anna di Stazzema e a Marzabotto.
Due episodi da far assurgere a emblema di quella tragica stagione senza dimenticare che il numero delle stragi di diversa dimensione compiute tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945dai nazi fascisti è stato fissato dai documenti ufficiali a 139.


SANT’ANNA DI STAZZEMA.



All'inizio dell'agosto 1944 Sant'Anna di Stazzema era stata qualificata dal comando tedesco come "zona bianca", ossia una località adatta ad accogliere sfollati: per questo la popolazione, in quell'estate, aveva superato le mille unità. Inoltre, sempre in quei giorni, i partigiani avevano abbandonato la zona senza aver svolto operazioni militari di particolare entità contro i tedeschi.
Nonostante ciò, all'alba del 12 agosto 1944, tre reparti di SS salirono a Sant'Anna, mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a
valle sopra il paese di Valdicastello. Alle sette il paese era circondato. Quando le SS giunsero a Sant'Anna, accompagnati da
fascisti collaborazionisti che fecero da guide[10], gli uomini del paese si rifugiarono nei boschi per non essere deportati, mentre
donne, vecchi e bambini, sicuri che nulla sarebbe capitato loro in quanto civili inermi, restarono nelle loro case.
In poco più di mezza giornata vennero uccisi centinaia di civili di cui solo 350 poterono essere in seguito identificate; tra le vittime 65 erano bambini minori di 10 anni di età. Dai documenti tedeschi peraltro non è facile ricostruire con precisione gli eventi: in data 12 agosto 1944, il comando della 14ª Armata tedesca comunicò l'effettuazione con pieno successo di una "operazione contro le bande" da parte di reparti della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS nella "zona 183", dove si trova il territorio del comune di S. Anna di Stazzema; l'ufficio informazioni del comando tedesco affermò che nell'operazione 270 "banditi" erano stati uccisi, 68 presi prigionieri e 208 "uomini sospetti" assegnati al lavoro coatto. Una successiva comunicazione dello stesso ufficio in data 13 agosto precisò che "altri 353 civili sospettati di connivenza con le bande" erano stati catturati, di cui 209 trasferiti nel campo di raccolta di Lucca[13].



I nazistifascisti rastrellarono i civili, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra, bombe a mano,
colpi di rivoltella e altre modalità di stampo terroristico. La vittima più giovane, Anna Pardini, aveva solo 20 giorni(23 luglio-12
agosto 1944). Gravemente ferita, la rinvenne agonizzante la sorella maggiore Cesira (Medaglia d’Oro al Merito Civile) miracolosamente superstite, tra le braccia della madre ormai morta. Morì pochi giorni dopo nell'ospedale di Valdicastello. Infine, incendi appiccati a più riprese causarono ulteriori danni a cose e persone.
Non si trattò di rappresaglia (ovvero di un crimine compiuto in risposta a una determinata azione del nemico): come è emerso dalle indagini della procura militare di La Spezia, infatti, si trattò di un atto terroristico premeditato e curato in ogni dettaglio per
annientare la volontà della popolazione, soggiogandola grazie al terrore. L'obiettivo era quello di distruggere il paese e  terminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra i civili e le formazioni partigiane presenti nella zona.
La ricostruzione degli avvenimenti, l'attribuzione delle responsabilità e le motivazioni che hanno originato l'Eccidio sono
state possibili grazie al processo svoltosi al Tribunale militare della Spezia, conclusosi nel 2005 con la condanna all'ergastolo per
dieci SS colpevoli del massacro; sentenza confermata in Appello nel 2006 e ratificata in Cassazione nel 2007. Nella prima fase processuale si è svolto, grazie al pubblico ministero Marco de Paolis, un imponente lavoro investigativo, cui sono seguite le testimonianze in aula di superstiti, di periti storici e persino di due SS appartenute al battaglione che massacrò centinaia di persone a Sant'Anna.



Fondamentale, nel 1994, anche la scoperta avvenuta a Roma, negli scantinati di Palazzo Cesi-Gaddi, di un armadio chiuso e girato con le ante verso il muro, ribattezzato poi armadio della Vergogna, poiché nascondeva da oltre 40 anni documenti che sarebbero risultati fondamentali ai fini di una ricerca della verità storica e giudiziaria sulle stragi nazifasciste in Italia nel secondo dopoguerra. Prima dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, nel giugno dello stesso anno, SS tedesche, affiancate da reparti della X MAS, massacrarono 72 persone a Forno. Il 19 agosto, varcate le Apuane, le SS si spinsero nel comune di Fivizzano (Massa Carrara), seminando la morte fra le popolazioni inermi dei villaggi di Valla, Bardine e Vinca,nel comune di Fivizzano . Nel giro di cinque giorni uccisero oltre 340 persone, mitragliate, impiccate, financo bruciate con i lanciafiamme. Nella prima metà di settembre, con il massacro di 33 civili a Pioppetti di Montemagno, in comune di Camaiore (Lucca), i reparti delle SS portarono avanti la loro opera nella provincia di Massa Carrara. Sul fiume Frigido furono fucilati 108 detenuti del campo di concentramento di Mezzano (Lucca), mentre a Bergiola i nazisti fecero 72 vittime.



MARZABOTTO


Dopo l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema avvenuta il 12 agosto 1944, gli eccidi nazisti contro i civili sembravano essersi momentaneamente fermati. Ma il feldmaresciallo Albert Kesselring aveva scoperto che a Marzabotto agiva con successo la brigata Stella Rossa e voleva dare un duro colpo a questa organizzazione e ai civili che l'appoggiavano. Già in precedenza Marzabotto aveva subito delle rappresaglie, ma mai così gravi come quella dell'autunno 1944. Capo dell'operazione fu nominato il maggiore Walter Reder, comandante del 16º battaglione esplorante corazzato (Panzeraufklärungsabteilung) della 16. SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS, sospettato a suo tempo di essere uno tra gli assassini del cancelliere austriaco
Engelbert Dollfuss. La mattina del 29 settembre, prima di muovere all'attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste,
comprendenti sia SS che soldati della Wehrmacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area di territorio compresa tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. «Quindi – ricorda lo scrittore bolognese Federico Zardi – dalle frazioni di Pànico, di Vado, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e della periferia del capoluogo le truppe si mossero all'assalto delle abitazioni, delle cascine, delle scuole», e fecero terra bruciata di tutto e di tutti. 
Nella frazione di Casaglia di Monte Sole la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in
preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le
altre persone, raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 197 vittime, di 29 famiglie diverse tra le quali 52 bambini. Fu l'inizio della
strage: ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. La violenza dell'eccidio fu inusitata: alla fine dell'inverno fu ritrovato sotto la neve il corpo decapitato del parroco Giovanni Fornasini.
Fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, dopo sei giorni di violenze, il numero delle vittime civili si presentava spaventoso: circa 770 morti. Le voci che immediatamente cominciarono a circolare relative all'eccidio furono negate dalle autorità fasciste della zona e dalla stampa locale (Il Resto del Carlino), indicandole come diffamatorie; solo dopo la Liberazione lentamente cominciò a delinearsi l'entità del massacro.

09/08/2019

da il Manifesto

Norma Rangeri

 

Crisi di governo. La via maestra per decantare l’anomalia gialloverde, del resto già presente nello stesso Dna del patto di potere chiamato "contratto", è l’apertura della crisi nelle aule parlamentari per certificare la fine di questa maggioranza

 

Con il Parlamento chiuso per ferie e dopo il patatrac del voto sul Tav, il ministro dell’interno dà il colpo di grazia al governo, dice che “è inutile andare avanti” e chiama le elezioni appellandosi al popolo nelle piazze acclamanti.

 

Il Presidente del Consiglio riferisce al Capo dello Stato e si consulta con i due vicepresidenti per determinare le modalità della crisi, con annesso braccio di ferro tra 5Stelle e Lega per la data delle elezioni.

 

Le persone normali capiscono solo che la baraonda è totale, avvertono la mancanza di una voce autorevole che rassicuri su quel che sta accadendo.

 

È un momento delicato, la crisi va portata alla luce del sole, in Parlamento, nelle forme costituzionalmente previste. Di fronte a un clima politico pesante e confuso, lasciar marcire la situazione nelle mani di un ministro dell’interno aggiunge ulteriori motivi di allarme.

 

Tutto è preferibile a questo porto delle nebbie, avvelenato da strappi all’assetto democratico che, come ha ben spiegato ieri al manifesto Rino Formica, delineano «una decomposizione istituzionale del paese» al punto da rendere urgente «un messaggio del Presidente della Repubblica alle Camere».

 

La via maestra per decantare l’anomalia gialloverde, del resto già presente nello stesso Dna del patto di potere chiamato “contratto”, è l’apertura della crisi nelle aule parlamentari per certificare la fine di questa maggioranza e verificare se ce n’è un’altra che possa mettere fine alla deriva fascistoide che ci sgoverna sull’onda di una propaganda della forza, nelle forme che ricordano sempre più nitidamente «il periodo del consenso» al regime mussoliniano.

 

Naturalmente se siamo di fronte alla peggiore destra, i tornaconto di partito passano in secondo piano e si fa anche il patto con il diavolo, tra il Pd e i 5Stelle.

 

Ammesso e non concesso che abbiano consapevolezza del passaggio cruciale, vitale, storico per la nostra asfittica democrazia. Purtroppo è difficile che ciò accada, con il rischio esiziale di consegnare il paese alla deriva autoritaria.

Giulio Cavalli

da Left 

07/08/2019

 

Articolo 10 della Costituzione:

«L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici».

 

Articolo 2:

 

«La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»

 

Articolo 11:

 

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.»

 

Articolo 13:

 

«La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.»

 

Articolo 21:

 

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.»

 

Articolo 26:

 

«L’estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali. Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici.»

 

Basta leggerli così, con una conoscenza che sia magari un po’ sopra all’università della vita, gli articoli della Costituzione per rendersi conto che il Decreto Sicurezza è qualcosa che esce dai limiti stabiliti dai padri costituenti per limitare ogni forma di violenza, di disuguaglianza e di disumanità. Ci si potrebbe aspettare anche che il presidente della Repubblica faccia il Presidente della Repubblica, ma è speranza debole. Alla fine ci penserà la sana e robusta Costituzione.

Tonino Perna

 

Secessione. Meno investimenti pubblici, e rubinetti chiusi per il credito. La deriva economica del sud ha radici che il Pil non riesce a capire. E la Secessione dà il colpo di grazia

 

A differenza degli ultimi anni, il Rapporto Svimez 2019 presenta tre novità meritevoli di approfondimento. Si tratta del calo degli investimenti pubblici, del credito e del Pil. Ma soprattutto della galoppante emigrazione.

 

Non sorprendono tanto le variazioni percentuali di Pil del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord a cui, purtroppo, siamo abituati, il divario che aumenta: se il Pil nazionale è a zero, quello del Sud è già in recessione, una tendenza al ribasso che è ormai un dato di fatto dal 2008.

 

Le novità sono nelle le cause che determinano questo gap crescente.

 

Per la prima volta, in maniera diretta, la Svimez spiega la recessione meridionale con il divario di spesa pubblica: dal 2008 al 2018 si è registrata una caduta dell’8,6% nel Mezzogiorno contro un aumento dell’1,4% nel Centro Nord.

 

Come sappiamo il motore dello sviluppo economico del Mezzogiorno è stato ed è la spesa pubblica, non perché sia maggiore rispetto al Centro-Nord (come spesa pro-capite), ma in quanto sono più deboli gli altri settori, industria e servizi non tradizionali, rispetto al resto del paese.

 

Ed è scandaloso pensare che la parte più ricca del paese che gode già di una maggiore spesa pubblica punti oggi ad aumentarla ancora attraverso la famigerata “autonomia finanziaria differenziata”.

 

Un secondo dato che merita un commento è quello relativo ai prestiti bancari alle imprese nei primi quattro mesi di quest’anno: -8 per cento nel Centro-Nord e -12 per cento nel Sud.

 

Questo significa che malgrado il Quantitative easing , il fiume di liquidità immesso nelle nostre banche dalla Bce non basta da solo a rianimare l’economia perché le imprese, come ci ha insegnato Keynes, quando vedono nero il futuro non investono, anche se hanno mille incentivi o gli regali il denaro. E questo riguarda l’intero paese che oggi vive un momento di grande incertezza e mancanza di visione.

 

Un terzo dato, forse il più importante di questo Report, è quello che riguarda l’emigrazione meridionale definita vera emergenza nazionale.

 

Dal 2002 al 2017 sono emigrati oltre 2 milioni di meridionali, ed il dato è sottostimato dato che la Svimez registra solo i cambi di residenza mentre molti giovani meridionali mantengono per molti anni la residenza nel Mezzogiorno pur studiando o lavorando nel Centro-Nord.

 

Secondo una stima prudenziale dovrebbero essere almeno 2,5 milioni di meridionali emigrati a fronte in un flusso immigratorio decisamente più ridotto. Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o studiare al Centro_Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.

 

Nel solo triennio 2015-17 sono emigrati dal Mezzogiorno 387.871 unità contro l’arrivo di nuovi migranti dall’estero pari a 204.348 unità.

 

Se continua questo trend la popolazione meridionale al 2030 non arriverà a 16 milioni di abitanti contro i 20 milioni degli inizi di questo secolo.

 

Infine, una nota critica. L’approccio economicistico della Svimez non cambia malgrado nel dibattito politico e scientifico ci siano da anni altre priorità, a partire dall’emergenza ambientale e la qualità della vita che non può essere ridotta agli zero virgola di variazione del Pil.

 

Non è il divario economico tra Nord e Sud che è diventato insostenibile, ma la quantità e qualità dei servizi socio-sanitari, scolastici, universitari. Questo è un obiettivo politico irrinunciabile e riguarda il modo con cui lo Stato interviene nel Sud.

 

Se si riduce l’ospedale, la scuola, l’Università ad aziende che per sopravvivere devono farsi pagare dai cittadini di un determinato territorio, anche se povero e marginale, allora veramente l’Unità d’Italia diventerà carta straccia.

Mario Di Vito

Ancona

 

È un ragazzo di appena vent’anni, arrivato dal Mali due anni fa, a mandare il primo decreto Salvini davanti alla Corte Costituzionale.

 

A partire dalla sua storia, infatti, in tribunale di Ancona ha emesso lunedì un’ordinanza in cui non solo si concede al giovane la residenza nel capoluogo marchigiano ma si solleva anche la questione di legittimità costituzionale sulla parte centrale della legge che porta il nome dell’attuale ministro dell’Interno: i richiedenti asilo possono ottenere la residenza in Italia oppure no?

 

Il caso è stato sollevato dall’avvocato Paolo Cognini dell’Asgi (Associazione di studi giuridici sull’immigrazione) e la giudice Martina Marinangeli, in diciassette pagine, non solo ha deciso di accogliere le sue istanze ma ha anche rinviato tutto quanto alla Corte Costituzionale, oltre che a Palazzo Chigi e alla presidenza delle due camere parlamentari. Una vicenda che ricorda quanto già accaduto lo scorso maggio a Bologna, con il tribunale che pure aveva concesso la residenza a due richiedenti asilo, ma senza chiamare in causa i giudici costituzionali, cosa che invece è accaduta con l’ordinanza anconetana.

 

Nel primo caso, infatti, Salvini – oltre ad aver innescato le solite letali chiacchiere sulla magistratura politicizzata e sulle sue sentenze – aveva detto che comunque si trattava di «singoli casi», niente in grado di intaccare la legge in sé. Uno stallo giuridico che consentiva alla legge Salvini di sopravvivere e ai comuni italiani di continuare a non concedere la residenza ai migranti anche se titolari di un permesso di soggiorno.

 

«La richiesta di pronunciamento della Corte costituzionale – spiegano adesso dall’Ambasciata dei diritti delle Marche – può fare chiarezza definitiva, con effetti vincolanti, sull’incostituzionalità delle disposizioni in materia di iscrizione anagrafica contenute nel primo decreto Salvini e sulla loro natura discriminatoria».

 

La miccia che potrebbe far saltare in aria il castello di carte messo in piedi dal leader leghista nella sua attività di governo riguarda la storia di un ventenne maliano, richiedente asilo e titolare di permesso di soggiorno, arrivato in Italia il 20 giugno del 2017 e domiciliato ad Ancona dal novembre dell’anno successivo, quando cioè è stato inserito in uno dei progetti d’accoglienza che operano in città.

 

Lo scorso marzo, il ragazzo aveva chiesto l’iscrizione all’anagrafe ma la sua istanza era stata giudicata dai funzionari comunali «irricevibile ed inefficace». Da qui il ricorso al tribunale attraverso l’avvocato Cognini.

 

Scrive, dunque, la giudice Marinangeli: «il rifiuto opposto dall’ufficiale di stato civile sarebbe illegittimo in quanto il legislatore non ha posto chiaramente un divieto generalizzato di iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo dotati di permesso di soggiorno e, in ogni caso, un tale divieto sarebbe in contrasto con norme costituzionali e sovranazionali che vietano qualsiasi discriminazione tra cittadini e stranieri regolarmente soggiornanti». E ancora: «la mancata iscrizione all’anagrafe della popolazione residente pregiudica l’esercizio di tutta una serie di diritti», come l’iscrizione a scuola, la firma di un contratto di lavoro, l’apertura di un conto corrente, il poter prendere la patente e così via.

 

La situazione si era fatta paradossale: il ragazzo non poteva accettare un’offerta di lavoro che gli era stata fatta perché la legge non glielo consentiva. Avrebbe dovuto aprire una partita Iva e prendere la patente di guida, due cose che senza la residenza non si possono fare.

 

La legge, dunque, secondo la giudice di Ancona discrimina una persona sulla base di una condizione indipendente dalla sua volontà, in palese contrasto con la costituzione italiana e con varie norme sovrannazionali peraltro sottoscritte dal nostro paese.

 

Questa osservazione, ad ogni buon conto, era stata fatta in precedenza da svariati giuristi: adesso, però, la questione si sposta dal dibattito accademico alle aule della Corte Costituzionale, dove si giocherà il futuro della legge Salvini nella sua essenza più profonda: se i richiedenti asilo potranno tornare a chiedere l’iscrizione anagrafica nei vari comuni italiani, crollerebbe il pilastro centrale di quel provvedimento.

26/07/2019

da Left

 

Ieri è avvenuta un’altra strage in mare. L’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati parla di 150 morti. Medici senza frontiere di 70 cadaveri in mare, un centinaio i dispersi.
E ieri l decreto Sicurezza bis ottiene il via libera alla Camera. A Montecitorio il risultato finale è stato 322 sì, 90 no e un astenuto – 17 deputati 5S non hanno partecipato al voto, mentre il presidente Roberto Fico è uscito dall’aula poco prima della votazione.
In questo quadro drammatico ricordiamo quale è stato l’iter e cosa contiene il decreto sicurezza bis, lo facciamo con Stefano Galieni che ne ha scritto, per noi e per www.a-dif.org:

 

Il Decreto legge sicurezza bis (Dl 53/2019) dopo essere passato dalle commissioni riunite Affari Costituzionali e Giustizia della Camera, procede nel suo iter a colpi di fiducia. Un percorso già dall’inizio accidentato, che ha poi  risentito dell’effervescenza politica e di dinamiche estranee al provvedimento stesso. Il dibattito c’è stato ma alla fine, a colpi di emendamenti, il testo uscito è assai peggiore di quello approdato alle Commissioni. L’esame è iniziato il 25 giugno, si è quindi già in ritardo, tenendo conto che entro il 13 agosto il decreto legge 53/2019 va convertito in legge, ed entro quel termine va approvato anche al Senato. In caso contrario finirebbe col decadere. Come sabbe auspicabile e forse pure possibile se  i parlamentari che si oppongono sfruttassero le contraddizioni della maggioranza, arrivando anche al limite dell’ostruzionismo.


Il decreto, come molti ricorderanno, nasce soprattutto in seguito al fatto che, nonostante il primo decreto sicurezza (legge 132/2018), le navi umanitarie delle Ong hanno continuato, fra mille difficoltà, a salvare persone in acque internazionali e i loro equipaggi a svolgere un prezioso lavoro di testimonianza in quel tratto di mare che si vorrebbe deserto e totalmente alla mercé della cosiddetta Guardia costiera libica. Ma c’è un’altra ragione. Al governo erano sfuggiti, nel primo testo, altri punti su cui poter intervenire soprattutto in merito alla repressione del dissenso sociale e, visto il successo riscontrato col primo tentativo, pur non sussistendo i requisiti di necessità e urgenza previsti per tali misure, ma da anni ampiamente ignorati nella decretazione d’urgenza, si e’fatto ricorso a un decreto sicurezza bis, n.53/2019, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 giugno scorso.


La originaria stesura del decreto, prima delle elezioni europee,  aveva creato un certo imbarazzo, vi si proponeva ad esempio di punire le Ong e gli armatori, con una sanzione pecuniaria  per ogni persona salvata. Una sorta di “tariffario delle vite umane” che lo stesso Presidente della Repubblica, per il resto sin troppo prudente e silenzioso, ha considerato inaccettabile. Si è giunti, nel testo di decreto legge presentato alla Camera per la conversione, a ipotizzare una cifra forfettaria, con un massimo di 50 mila euro ad imbarcazione. Per velocizzare i lavori, si e’ deciso di discuterlo congiuntamente nelle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia, quanto segue è l’iter del percorso fin qui seguito. Da lunedi’22 luglio dovrebbe cominciare l’esame del provvedimento nell’aula della Camera, prima di passare al Senato.


All’apertura dei lavori in commissione, dopo la relazione introduttiva si è avuto il primo assaggio del livello della discussione. La deputata della Lega Simona Bordonali, relatrice, si è infatti appellata, per spiegare le ragioni delle misure contro le Ong, all’art 19 comma 2 della Convenzione di Montego Bay ritenendo che le imbarcazioni vadano fermate in quanto il loro passaggio nelle acque territoriali sarebbe «pregiudizievole per la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato». Una valutazione che da’ per scontato il carattere illegale dei soccorsi operati in acque internazionali da navi private che,  in assenza di navi militari, svolgono attivita’ di ricerca e salvataggio. Poco importa che il resto della Convenzione di Montego  Bay (UNCLOS) sia stato ampiamente disatteso, e che siano state del tutto ignorate le altre due Convenzioni di diritto del mare, la Convenzione di Amburgo (SAR) e la Convenzione Solas. Come risulta violato il principio di non respingimento affermato dall’art.33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Solo due, e di carattere preliminare, gli interventi in opposizione al decreto. La maggioranza ha operato come un rullo compressore, malgrado i litigi quotidiani  tra i suoi  maggiori  esponenti, ignorando la immediata precettivita’ degli articoli 10 e 117 della Costituzione, che avrebbero dovuto impedire una valutazione favorevole in merito alla costituzionalità degli articoli 1 e 2 del decreto, che prevedono la cd. chiusura dei porti e le sanzioni contro le ONG che salvano vite in mare.


Due ulteriori riunioni si sono poi tenute il 26 giugno e il 9 luglio senza alterare molto il progetto presentato pe la conversione in legge. Il giorno successivo, il 10 luglio, sono stati presentati diversi emendamenti che inaspriscono ulteriormente il testo originario.
Molti di questi emendamenti portano la firma di esponenti della Lega, altri di Forza Italia e di FdI, tutti sono accomunati dall’intento di aumentare l’effetto repressivo del Decreto legge 53/2019. In alcuni casi si supera veramente ogni limite derivante dalla normativa europea e dalla Carta costituzionale,  dall’emendamento  che porta da 6 a 18 mesi i tempi di trattenimento nei CPR, all’abrogazione del reato di tortura, all’utilizzo in maniera sistematica della polizia municipale per mansioni non compatibili con il suo ruolo, all’affondamento delle imbarcazioni delle Ong, all’introduzione del reato di “integralismo islamico”. L’opposizione, in particolare rappresentata da parlamentari di Leu, dei Radicali Italiani e di alcuni esponenti del PD, ha avanzato proposte per tamponare gli effetti del nuovo dispositivo normativo, ma in un’aula che è parsa sorda e cieca persino  di fronte ai richiami alla Costituzione. In tutto sono stati presentati 546 emendamenti, in gran parte dichiarati inammissibili dalla Presidenza.


Il 15 luglio, nella Sala del Mappamondo, si è trovato il tempo per alcune audizioni informali, il 16 si è tornati in Commissione. Una riunione lunga, del resto il dibattito avveniva in sede referente, con lavori interrotti spesso da numerose scontri. Si era nel pieno della vicenda Sea Watch 3, ogni occasione di propaganda era dunque buona, anche in sede parlamentare, mentre stava esplodendo sui giornali il caso dei cosiddetti “fondi russi” e l’atmosfera rimaneva incandescente per tutta la giornata.


Le due sedute del 17 e 18 luglio, sono state caratterizzate da un incontro con esponenti del Governo che sono intervenuti voltando le spalle ai parlamentari dell’opposizione con le reazioni conseguenti. Nonostante un impegno ancora più forte di alcuni parlamentari che hanno tentato di modificare il provvedimento in senso  conforme alle normative internazionali ed alla Costituzione, sono state approvate modifiche sostanziali che inaspriscono le sanzioni  contro le Ong. Multe fino a 1 milione di euro per chi opera soccorso in mare e prova a cercare un Place Of Safety sulle coste italiane, misure per facilitare la requisizione e, entro due anni, la demolizione delle imbarcazioni sequestrate alle Ong.


Ora il testo arriva in aula, dove non è improbabile che vengano presentati ulteriori emendamenti peggiorativi, anche se ormai sembra prevalere la fretta di portare a casa il risultato. Il decreto legge deve essere approvato entro il 13 agosto ed i parlamentari stanno già facendo le valige per le ferie, mentre il quadro politico e’ sempre piu’ confuso. Si puo’ quindi prevedere una vera e propria blindatura del testo in Senato. Seguiremo costantemente l’iter  di questo pessimo, e per molti aspetti propagandistico, tentativo di criminalizzare ancora più drasticamente la solidarietà e il dissenso sociale con il ricorso a sanzioni penali-amministrative sempre piu’ gravi. Comunque venga approvato definitivamente questo decreto , aumenterà  in Italia ed all’estero la mobilitazione contro gli effetti nefasti della sua applicazione, e si moltiplicheranno i ricorsi giurisdizionali, come si e’ gia’ sperimentato con il primo decreto legge sicurezza,  adesso legge n.132/2018, fortemente ridimensionato nella sua portata applicativa dalle sentenze pronunciate dai giudici. Questo ennesimo attacco allo stato di diritto non passera’.


Intanto dopo la sessione alla Camera di lunedì 22 giugno il giorno successivo il governo ha posto la “questione di fiducia” sul testo, togliendo spazio ad ogni ulteriore emendamento. Malgrado diffusi malumori, l’esito della votazione, e dunque l’approvazione del provvedimento, col supporto di FdI e Forza Italia, sembra scontato. In occasione della discussione si è registrata una scarsa presenza in aula delle forze di governo, mentre gli interventi delle opposizioni, per quanto fondati su richiami alla Costituzione ed alle Convenzioni internazionali, ben poco hanno potuto, di fronte ad un percorso decisionale ormai deciso dalla maggioranza con una ennesima forzatura dei regolamenti parlamentari.

14/07/2019

da il Manifesto

Andrea Colombo

 

L'imbucato speciale. Presente all’incontro, spiega a Repubblica che la trattativa sfumò. Nel 2014 Salvini definiva Savoini «mio rappresentante ufficiale». Possibile una rogatoria in Russia per verificare eventuali flussi di denaro

 

Almeno uno dei cinque anonimi, due italiani, tre russi, che chiacchieravano amabilmente di fonti di petrolio e milioni all’Hotel Metropol di Mosca il 18 ottobre scorso ha un nome. Si chiama Gianluca Meranda, ed è evidentemente il «Luca» che nella registrazione dell’incontro resa nota da Buzzfeed Newssembrava essere un banchiere. Invece è un avvocato internazionalista e si è fatto vivo lui, prima contattando i giornalisti di Repubblica che seguono il caso, poi con una lettera pubblicata ieri dallo stesso quotidiano. All’incontro – spiega nella lettera – partecipava in veste di General Counselor di una banca d’affari, e questo giustifica probabilmente l’equivoco sul «banchiere».

 

MERANDA CONFERMA che la riunione ci fu, e del resto sarebbe stato impossibile negarlo. Si parlò della ormai famosa compravendita di petrolio ma «come spesso accade in questo settore, e nonostante gli sforzi delle parti, la compravendita non si perfezionò». Insomma non se ne fece niente, sostiene. Meranda non fa nessuna allusione all’ipotetica «stecca» che sarebbe dovuta finire nei forzieri della Lega in vista della campagna elettorale per le europee. Spezza però una lancia a favore di Gianluca Savoini, avendone «apprezzato l’assoluto disinteresse personale», e si dice pronto a essere ascoltato dai magistrati, i pm Gaetano Ruta e Sergio Spadaro, che indagano sulla vicenda. Sarà certamente convocato e la procura di Milano non esclude affatto una possibile rogatoria in Russia, per accertare possibili movimenti di capitali.

 

IN REALTÀ, AD AFFARE non concluso, accertare le responsabilità del leader leghista è più o meno impossibile. Bisognerebbe dimostrare che Gianluca Savoini parlava a suo nome, e a fronte di una tangente che sarebbe rimasta virtuale non è impresa facile. Tuttavia il nervosismo della Lega è alle stelle, e lo dimostra il tentativo goffo e fallimentare di negare l’evidenza da parte di Matteo Salvini. Il leghista continua a fingere di non sapere cosa facesse all’incontro dell’ottobre scorso a Mosca con gli industriali russi l’uomo che lo ha accompagnato in almeno nove viaggi in Russia, quello che lui stesso definiva nel 2014, per iscritto e non in una chiacchiera rubata, suo «rappresentante ufficiale» insieme a Claudio D’Amico (la dichiarazione del leghista è stata ritrovata dal dem Flippo Sensi). Quello che lo Sputnik News, megafono di Vladimir Putin, chiamava «responsabile dei rapporti con la Russia per la Lega Nord». Senza contare gli incarichi per nulla secondari che, in veste di portavoce, Savoini ha ricoperto nella Lega.

 

Salvini, e con lui tutto lo stato maggiore del Carroccio, sospettano una trappola micidiale e non lo nascondono. In privato, anche tra gli altissimi ufficiali, c’è chi si dice certo che la manovra abbia come obiettivo la nascita di un governo sostenuto da tutti tranne che dalla Lega, che resterebbe in carica non per pochi mesi ma sino alla scadenza della legislatura. Secondo i 5 Stelle proprio la necessità di stornare l’attenzione dal guaio russo sarebbe all’origine della crisi sfiorata per finta sul decreto Sicurezza bis, una sceneggiata costruita ad arte quando i dissensi erano in realtà già chiaramente superabili.

 

IL PD, COME È OVVIO, non ci va leggero. L’accusa stavolta non è semplice corruzione ma alto tradimento, tanto che il tesoriere Luigi Zanda non esita a chiedere le dimissioni del ministro dell’Interno. Ma i pentastellati mantengono invece i toni bassi, consapevoli che in ballo, qualora alzassero il tiro, finirebbe per esserci la sorte del governo. Non è certo un caso se venerdì, dopo aver difeso il governo anche in momenti più tempestosi, Salvini ha per la prima volta fatto circolare voci su una possibile crisi. E’ un avvertimento rivolto prima di tutti proprio ai soci di governo. Non pensassero di farsi trascinare nella campagna del Fatto quotidiano, che spara a zero sul leader della Lega. Perché stavolta non ci sarebbero finestre chiuse o socchiuse di sorta: Salvini farebbe saltare il tavolo. Di Maio ne è consapevole e non ha alcuna intenzione di far saltare tutto per i rubli russi. Sempre che il caso non monti tanto da lasciarlo senza alternative.

11/07/2019

di Paolo Ciofi

 

Tra i tanti titolari di cazzullate che inondano la nostra vita, il Cazzullo doc, quello che scrive sul Corriere della sera, questa volta l’ha fatta davvero grossa. Addirittura spropositata. A sentir lui «l’anticomunismo e l’antifascismo dovrebbero essere come l’aria e l’acqua: valori condivisi da tutti, la premessa comune di qualsiasi confronto politico». Né più né meno. Dunque, fascismo e comunismo pari sono e come tali vanno trattati. Una cazzullata senza precedenti contro la storia e contro la verità, esposta a chiare lettere sul giornalone che a suo tempo non mancò di dare una mano a Mussolini, fino a diventarne un servizievole trombettiere.

 

Ma se le cose stanno come dice Cazzullo, che ne facciamo della Costituzione su cui si regge la democrazia repubblicana in questo Paese? Una Costituzione antifascista costruita con il contributo decisivo dei comunisti italiani (quelli del Pci di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, per intenderci), i quali sempre hanno lottato per difenderla e per attuarla nella vita quotidiana. Evidentemente, inaugurando la nuova era anticomunista cazzulliana, questa Costituzione è un intralcio e va buttata alle ortiche. Un’operazione molto pericolosa, che da più parti si è tentato e si tenta di mettere in atto con il contributo di chi sistematicamente storpia la tormentata e difficile lotta degli italiani per la democrazia e per la libertà. Nella quale il Pci ha avuto un ruolo insostituibile, cancellando il quale si abbatte un pilastro del sistema democratico e si apre la strada a nuove forme di autoritarismo e di dittatura del capitale.

 

Aldo Cazzullo, con un’operazione pseudoculturale gabellata come una necessità dei tempi nuovi, mette insieme esperienze storiche e concezioni del mondo completamente diverse. L’una – quella fascista – orientata all’oppressione e alla soppressione del diverso, sia esso ebreo, nero o comunista, in nome della presunta supremazia della razza ariana e del capitale sul lavoro. Un’esperienza tragicamente vissuta da milioni di esseri umani che ha generato la catastrofe della seconda guerra mondiale. L’altra – quella comunista – orientata invece alla liberazione dell’umanità da qualsiasi forma di oppressione e di sfruttamento. Un’idea di civiltà più avanzata oltre il capitalismo, allorché – secondo Marx – all’ordinamento imposto dal capitale «subentra un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti». Un livello di società e un’esperienza che finora l’umanità non ha raggiunto e sperimentato.

 

Altra cosa è il percorso storico concreto compiuto dai diversi partiti comunisti nei diversi Paesi del mondo, sul quale il giudizio critico deve esprimersi in piena obiettività e autonomia. In particolare sulla rivoluzione russa del 1917, sulle sue conquiste, le sue contraddizioni, le degenerazioni staliniane e tutto quello che è avvenuto dopo. Fino alla crisi e alla sconfitta storica di fronte al capitalismo vincente, che hanno cambiato l’assetto geopolitico del pianeta. Non dimentichiamoci però che senza i 20 e oltre milioni di morti dell’Unione Sovietica non ci sarebbe stata la vittoria sul nazifascismo, come opportunamente ha scritto Franco Venturini. Lo faccia sapere anche al suo collega Cazzullo, ossessionato da un anticomunismo viscerale.

 

Quanto ai comunisti italiani, l’anticomunismo viscerale cazzulliano dà il meglio di sé. Come bene mette in evidenza lo stesso titolare, quando afferma che Enrico Berlinguer era «un personaggio certo limpido, interessante, coraggioso (…) ma – aggiunge – pur sempre comunista». Se hai un dubbio questa è la risposta: comunista, tu sii maledetto. Non la storia, non la ricerca della verità. Basta la parola, e sei fuori dal confronto politico. Vale a dire, dal consorzio umano che regola la società. Da dove nasce questa irrazionalità viscerale? Questo anticomunismo postmoderno, pregiudiziale e illiberale, di chi proclama l’universalità del liberalismo?

 

Si possono fare due ipotesi. La prima è che Cazzullo Aldo da Alba non conosca la nostra storia di italiani, nonostante l’incetta di premi letterari di cui è uno specialista. E quindi non sia a conoscenza che il Pci è stato un fondatore capitale e un pilastro della Repubblica democratica e della Costituzione. Un partito che ha lottato per garantire tutte le libertà meno quella di «recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità della persona». E che ha progettato di cambiare la società secondo i principi costituzionali attraverso una democrazia progressiva in grado di realizzare – come disse ai suoi tempi Berlinguer – «un socialismo diverso da ogni modello esistente». Era un progetto non improvvisato che veniva da lontano. La lettura delle Lezioni sul fascismo di Palmiro Togliatti, pronunciate nel 1935, sarebbe in proposito molto utile.

 

Dovremmo allora concludere che Cazzullo sia un ignorante? E che un ignorante possa fare l’editorialista di punta del Corrierone? Difficile a dirsi. Non trascurerei però la seconda ipotesi. Vale a dire che l’anticomunismo postmoderno di conio cazzulliano, a fronte del fallimento clamoroso delle classi dirigenti, sia un pretesto ideologico per impedire il cambiamento reale dello stato di cose presente. O meglio, per rafforzare il potere delle forze economiche dominanti contro i diritti del lavoro, con l’obiettivo di smontare definitivamente la Costituzione in modo da eliminare ogni limite al dominio del profitto e della rendita. Comunque, la posta in gioco è molto alta: la manipolazione del passato serve per evitare la trasformazione del presente e la costruzione di un futuro più affabile, al servizio degli umani e dell’intera natura.

 

Veniamo da lontano per andare lontano. Al riguardo riprendo le parole di Francesco Barbagallo nel suo ultimo libro, L’Italia nel mondo contemporaneo. Sei lezioni di storia 1943-2018: «La Resistenza (…) diventa il più alto riferimento morale e il fondamento etico-politico del travagliato processo di ricostruzione e di riunificazione della comunità nazionale. Nell’Italia contemporanea irrompono (…) e svolgono ruoli centrali forze sociali nuove e correnti ideali rimaste ai margini del processo risorgimentale e dell’Italia monarchica. Nuovi protagonisti sono i contadini, gli operai, i cattolici, i comunisti, i democratici radicali, che volevano costruire un nuovo Stato, una società profondamente rinnovata».

 

Quest’opera è stata stroncata e arrovesciata nel suo contrario. Ma nel mondo di oggi, pervaso dalle nuove tecnologie, dal personalismo della politica intesa come pura gestione del potere e da diffuse spinte autoritarie, l’esigenza di un generale cambiamento e di un rivoluzionamento sociale si è fatta ancora più pressante. Riannodiamo perciò i fili del passato per tessere la tela del futuro. Nonostante l’imperversare dei molti Cazzulli. Passati, presenti e futuri.

05/07/2019

da il Manifesto

 

La tragedia al largo delle coste tunisine. Ricomincia lo scontro tra Viminale e ong: Mediterranea salva 54 migranti, Salvini: «Vada in Tunisia»

 

Mentre in Italia il governo gialloverde discute su quale sia il modo migliore per fermare le navi delle ong, nel Mediterraneo si continua a morire. Almeno 80 migranti risultano dispersi dalla notte scorsa dopo che la barca sulla quale stavano viaggiando è affondata al largo della città tunisina di Zarzis, nella costa sudorientale del Paese. A lanciare l’allarme – dopo l’intervento di alcuni pescatori locali che avevano trovato la barca vuota – è stato il servizio Alarm Phone che ha riportato le dichiarazioni rese da un volontario della Mezzaluna rossa tunisina secondo il quale uno dei soli cinque migranti sopravvissuti al naufragio, un uomo della Costa d’Avorio, sarebbe morto dopo essere stato ricoverato in ospedale. Mercoledì sempre Alar Phone aveva denunciato la presenza al largo delle coste libiche di un gommone con una sessantina di migranti – anche in questo caso a bordo c’erano donne e bambini – che si trovava in difficoltà e stava imbarcando acqua al largo delle coste libiche.

 

E’ andata meglio, invece, al un gruppo di 54 migranti intercettati e tratti i salvo ieri dalla nave Alex della piattaforma Mediterranea dopo che sempre Alarm Phone aveva lanciato l’allarme. «Tutti i naufraghi si trovano a bordo della nave – ha twittato nel pomeriggio Mediterranea – Tra loro undici donne (una incinta) e quattro bambini. Motovedetta della Guardia costiera libica arrivata tardi, prima ancora intima l’alt, poi si allontana dalle scena. Adesso serve subito un porto sicuro».

 

Appena il tempo di comunicare l’avvenuto salvataggio e dal ministro dell’Interno arriva la solita risposta anticipatrice di una nuovo, possibile scontro con un ong. «I migranti presi a bordo da Mediterranea sono i acque libiche e attualmente sono più vicini di decine di miglia alla Tunisia rispetto a Lampedusa», fa sapere Matteo Salvini. «Se questa ong ha davvero a cuore la salvezza degli immigrati faccia rotta nel porto sicuro più vicino, altrimenti sappia che attiveremo tutte le procedure per evitare che i traffico di esseri umani abbia l’Italia come punto di arrivo».

 

Il problema è che, seppure con le dovute differenze e per motivazioni differenti, come al Libia anche la Tunisia non può essere considerata un porto sicuro nel quale sbarcare i migranti. Da anni le autorità denunciano il pericolo che un forte afflusso di migranti rischierebbe di mettere in forse i già fragili equilibri politici del Paese, motivo per cui rifiutano di accogliere quanti vengono salvati nel Mediterraneo. Concetti ribadito proprio ieri dal premier Youssef Chahed partecipando all’inaugurazione dl secondo terminal del porto di Zarzis, la città al largo della quale è avvenuto l’ultimo naufragio:«La Tunisia non può permettersi un afflusso in massa di immigrati» ha detto Chahed chiedendo un piano per la regione e invitando tutti i Paesi «ad assumersi la responsabilità» di migranti e rifugiati. Difficile quindi che, seppure la Alex facesse rotta verso al Tunisia, avrebbe poi il permesso di sbarcare le 54 persone che ha a bordo.

 

A rendere più complicate le cose c’è il fatto che la nave di Mediterranea – impegnata prevalentemente in una missione di monitoraggio e attrezzata per i soli interventi di primo soccorso — non ha la possibilità di ospitare un numero così alto di persone. Dopo il salvataggio i migranti sono stati divisi: gli uomini a prua, donne e bambini a poppa. A rendere le cose più difficili per il ministro leghista c’è invece il fatto che al contrario della Sea Watch 3, che batteva bandiera olandese, la Alex è una nave italiana. E impedirle di entrare in un nostro porto sarà più difficile.

03/07/2019

da il Manifesto

Luigi Pandolfi

 

Italia/Ue. La correzione dei conti non è avvenuta con un provvedimento ad hoc, ma è stata sussunta nel disegno di legge di assestamento, adempimento ordinario nel ciclo di bilancio dello Stato. Con apposito decreto, invece, sono stati «congelati» i risparmi di Reddito di Cittadinanza e Quota 100, con implicazioni sulla rimodulazione della spesa per gli anni a venire

 

Sette miliardi e mezzo. È quanto il governo giallo-verde ha messo sul piatto per scongiurare la procedura di infrazione. Di fronte al rischio di una multa miliardaria (fino allo 0,5% del Pil), del blocco dei fondi strutturali e dell’esclusione dai programmi d’acquisto della Bce, ha scelto di venire a miti consigli con la Commissione, impegnandosi a tagliare di quattro decimali il deficit previsto per l’anno in corso nel Documento di economia e Finanza. Per pudore non la chiamano «manovra correttiva», ma di questo si tratta. La correzione dei conti non è avvenuta con un provvedimento ad hoc, ma è stata sussunta nel disegno di legge di assestamento, adempimento ordinario nel ciclo di bilancio dello Stato. Con apposito decreto, invece, sono stati «congelati» i risparmi di Reddito di Cittadinanza e Quota 100, con implicazioni sulla rimodulazione della spesa per gli anni a venire. Parliamo di maggiori entrate, fiscali e non fiscali, per 6,2 miliardi (fatturazione elettronica, dividendi di partecipate e Cassa Depositi e Prestiti) e di minori spese per un miliardo, compensate da un aumento di alcuni capitoli per un importo quasi equivalente. Confermato il blocco di 2 miliardi di spese per tutti i ministeri, per come previsto nella scorsa legge di bilancio. Probabilmente, questa manovra sposterà al prossimo autunno la partita tra Commissione e governo, quando con la nuova legge di bilancio bisognerà dare conto di «misure strutturali» per tenere i conti pubblici nei parametri fissati dalle vigenti regole europee.

 

Due terribili incombenze: sterilizzare le clausole di salvaguardia su Iva e accise e, nello stesso tempo, rispettare la tabella di marcia della riduzione del deficit, fino al pareggio di bilancio. Al netto di una eventuale riduzione delle tasse (flat tax), serviranno quasi 50 miliardi, visto l’andamento dell’economia e parametri che hanno confezionato per noi a Bruxelles. Tutto ruota intorno all’ «output gap», la distanza tra Pil reale e Pil potenziale, da cui dipende anche la quantificazione del «saldo strutturale» di bilancio, calcolato al netto delle misure una tantum e degli effetti del ciclo economico: un calcolo del deficit per uno stato immaginario dell’economia. Per l’Italia, la Commissione stima per il 2020 un Pil potenziale (condizione di ottimale impiego di capitale e lavoro) inferiore a quello reale (altro il calcolo Ocse, ognuno calcola a modo suo). Significa che l’Italia, nonostante sia in stagnazione e registri un tasso di disoccupazione tra i più alti d’Europa, per Bruxelles sarebbe addirittura al di sopra del suo potenziale produttivo e dovrebbe rallentare. Oppure, rimediare con «riforme strutturali»: altra flessibilità, precarietà, meno tutele per i lavoratori. Inimmaginabile, in questo contesto, una politica di bilancio espansiva per creare nuovi posti di lavoro e restringere la forbice sociale: creerebbe inflazione, quindi instabilità. Più austerità, allora. Nonostante l’indice dei prezzi al consumo continui a segnalare un problema di domanda (a giugno +0,8% su base annua, solo +0,3% il «carrello della spesa») e i disoccupati, quelli censiti, siano più di 2 milioni e mezzo (altrettanti quelli che un lavoro nemmeno lo cercano).

 

Follia. Ma il ministro Tria, nella lettera inviata alla Commissione lo scorso 31 maggio, si è limitato a chiedere «valori più coerenti di output gap», ma «comunque calcolati secondo la metodologia convenuta a livello europeo». Non solo. Si è dichiarato concorde «circa la necessità di conseguire avanzi primari più elevati», che significa allargare ancora di più la forbice tra quanto i cittadini versano allo Stato con le imposte e quanto lo Stato delle stesse restituisce ai cittadini sotto forma di spesa pubblica. Ma è chiaro: l’esecutivo giallo-verde ha avviato una «divisione del lavoro» al proprio interno, tra un’ala urlante incapace di proposte alternative, al netto di trovate estemporanee, come i minibot, smentite e derise nello stesso governo, e un’ala dialogante, sostanzialmente supina ai diktat della Commissione. Un gioco delle parti. Perché né l’una né l’altra parte intende andare al cuore del problema: l’incongruenza tra obiettivi «nobili» dell’Ue (solo declamati) e l’insieme delle regole e degli strumenti posti a base del suo funzionamento.

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