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POLITICA ESTERA      |        EDITORIALI E COMMENTI

 

04/03/2022

di Angelo d’Orsi 

 

In un post su Facebook il sottoscritto rilevava che una foto pubblicata da La Stampa, un paio di settimane fa, e spacciata, nella sostanza come opera dei russi, era invece una immagine (tra l’altro rubata al suo autore e pubblicata senza autorizzazione) che ritraeva una strage appena compiuta dagli ucraini in Donbass.

 

E Il Fatto ne diede puntuale resoconto per la penna di Tommaso Rodano. Scrissi una lettera al direttore del quotidiano torinese Massimo Giannini per deprecare questo “errore” (per niente casuale), e Giannini andò in tv a raccontare che al suo giornale non interessa chi compia “la carneficina” (questo il titolo a tutta pagina de La Stampa), ma solo mostrare “gli orrori della guerra”. E non contento, lancia un tweet in cui insulta “pseudo storici, sedicenti giornalisti e miserabili lacchè di Santa Madre Russia”, con evidente riferimento al sottoscritto.

 

Vado, due giorni fa, al programma de La 7 “Piazzapulita”, di Corrado Formigli, il quale (dopo mezzanotte) mi dà la parola e dopo la prima mezza frase vengo interrotto da un gentiluomo a me ignoto, presentato come Stefano Cappellini (scopro poi essere addirittura “Capo della Redazione Politica de la Repubblica”). Per un’ora di trasmissione, Cappellini non fa che interrompere, comportandosi come uno di quegli “spezzatori di comizi” che affiancavano gli “spezzatori di scioperi”, nelle lotte proletarie, secondo la bella definizione di Antonio Gramsci, autore certo poco noto e per nulla praticato da Cappellini. Il quale peraltro non riesce ad argomentare alcun concetto, al di là delle interruzioni a mio danno.

 

Il giorno dopo sempre il suddetto lancia dei tweet in cui mi inserisce nella categoria dei “rossobruni” (a me ignota finora; in tv mi aveva inserito fra i “terrapiattisti”), e oggi ci fa addirittura un articolo con tanto di foto. Sbatti il mostro in prima pagina. Cappellini non è tenuto a sapere che mi sono laureato con Bobbio con una tesi su “La filosofia della pace”, che sono stato allievo e collaboratore di Aldo Capitini, il grande teorico della nonviolenza, e che ho sempre scritto saggi articoli e interi libri non solo “sulla” guerra ma “contro” la guerra. Oggi, prendiamo atto che la “Stampubblica” (anche più del Corriere) è espressione paradigmatica del pensiero unico e del “maccartismo 2.0”. Se tu provi a fare analisi, che non possono che essere complesse data la complessità della situazione in cui la guerra in corso si colloca, ti si costringe a premettere che sei contro Putin, e che tutto il resto, come l’informazione (lo ha testualmente dichiarato il Cappellini da Formigli), non conta.

 

E invece conta. E lui può disporre del suo giornale per insultare, aggredire, squalificare. Per fortuna ci sono ancora zone di resistenza del pensiero libero, come Il Fatto Quotidiano, l’Avvenire e Il Manifesto, che non hanno certo una linea politica da portare avanti, se non quella dello sforzo di una informazione a 360 gradi. E con buona pace dei Cappellini, dei Giannini (ma anche dei Rampini e dei Gramellini…) l’informazione è decisiva, oggi, come in tutti i contesti di guerra, anzi fondamentale. Come scrisse il compianto Danilo Zolo, in questi conflitti post-1989, l’informazione non è più neppure “strumento di guerra”; ma è essa stessa guerra.

 

E perdipiù una guerra ineguale, una guerra ad armi impari. Ma una guerra a cui siamo chiamati, anche se si parte svantaggiati. E la mia opinione è che il popolo italiano sia meno stolto di quanto costoro lo considerino. E a dispetto delle etichette che incollano al sottoscritto, o ad altri (Luciano Canfora, Franco Cardini, Tomaso Montanari, Alessandro Orsini e via seguitando…), insisterò, nel mio sforzo di analizzare e argomentare. E stavolta sintetizzo con le parole di una storica francese, Annie Lacroix-Rix, che ha scritto pochi giorni fa: “Questa guerra, per quanto deplorevole, è stata annunciata molto tempo fa, e le voci ragionevoli di militari, diplomatici e accademici in Occidente, che non hanno accesso a nessun grande organo di “informazione” privato o statale, sono categoriche sulle responsabilità esclusive e di lunga data degli Stati Uniti nello scoppio del conflitto che hanno reso inevitabile”. Si può dissentire, certo.

 

Ma se i fatti storici sono determinati sempre da tre fattori, il conflitto in Ucraina – che non è la guerra dell’Ucraina, ma della Nato contro la Russia, e della sorte della popolazione ucraina non importa un accidenti a nessuno – lo conferma: i fattori sono gli individui (in questo caso la decisione, che condanno, di Putin di attaccare), il contesto (il golpe di Euromaidan, la presenza di forze neonazi in Ucraina, i 15 mila morti in Donbass provocati dagli ucraini tra la popolazione russofona e russofila) e il caso (fin qui non determinante, ma fattore sempre importante). La combinazione dei tre ha condotto alla guerra. E mandare armi, o pensare di mandare soldati, e aderire alla logica delle sanzioni di cui l’Europa (e l’Italia in primis) subirà le conseguenze, sono tre scelte scellerate. E dobbiamo dirlo. A dispetto dei “lacchè”, non di “Santa Madre Russia”, ma, piuttosto, dei padroni dei media, tra l’altro tutti coinvolti nei giganteschi affari dell’economia di guerra, ossia produzione di armi, mezzi militari, proiettili. Sarà un caso?

 

Rifondazione Santa Fiora

EDITORIALI E COMMENTI    |  MANIFESTIAMO PER LA PACE 

 

03/04/2022

da il Manifesto

Serena Tarabini, SESTO SAN GIOVANNI (Milano)

 

Per una persona riservata e rivolta verso l’altro come Gino Strada, scrivere di sé, della sua vita non era cosa: quindi per fare contento l’amico Carlo Feltrinelli, che gli aveva chiesto un autobiografia, dedica poche e frettolose prime pagine del suo ultimo libro «Una persona alla volta» alla sua infanzia e giovinezza. L’aver portato la presentazione del libro nella sua città natale, Sesto San Giovanni, ha consentito a noi, che abbiamo conosciuto Gino Strada quando era già «Gino Strada», di sbirciare un po’ di più in quella parte di vita di cui meno sappiamo e in cui la «Stalingrado d’Italia» un suo ruolo ce l’ha avuto.

IN QUELLI CHE ERANO stati gli spazi della prima grande fabbrica Campari in Italia tutti i posti a disposizione, un centinaio, sono occupati: abitanti di Sesto, politica e sindacalismo locale e i sostenitori della prima ora, quelli che in Gino ci hanno creduto subito e si sono lanciati con lui in quella che inizialmente sembrava una follia. Assieme a Simonetta Gola e Michele Serra c’è l’amico di una vita e storico attivista di Emergency Ennio Rigamonti. La giornalista Marianna Aprile gli chiede di raccontare la relazione di Gino con la sua città e l’influenza che ha potuto avere sulla sua vita e le sue scelte.

«PROBABILMENTE GINO sarebbe stato lo stesso anche nato e cresciuto da qualsiasi altra parte» risponde, ma ricorda anche una cena con docenti universitari in cui gli venne chiesto perché aveva deciso di fondare una cosa come Emergency, e Gino rispose «Perché sono di Sesto». Una battuta, poche parole che però riportano alle condizioni che c’erano a Sesto negli anni Sessanta. Una città operaia dove, ricorda Ennio, si viveva un senso di socialità diffusa, che legava le persone e allargava le famiglie. Del resto, Gino Strada stesso parlando di Sesto lo descrive come «Un buon posto per diventare grandi»: una comunità solidale che della comunità lo ha portato a continuare in qualche modo ad occuparsi. «I diritti erano parte della cultura in cui siamo cresciuti» continua Ennio «ci venivano trasmessi dai nostri padri e dalle lotte storiche condotte qua dalla classe operaia».

SEMPRE IN QUELLE primissime pagine Gino parla con riconoscenza di uno dei suoi professori universitari che, aggiunge Ennio, è considerato uno dei padri della lotta per il diritto alla salute sul lavoro e proprio alla Breda, poco distante, sono state fatte le prime lotte per la salute sui luoghi di lavoro. «Quando Gino affermava che la salute va garantita nei fatti, è anche il prodotto di tutta questa storia». Era doveroso quindi andare a presentare il racconto di una missione durata una vita, nella città dove tutto è cominciato, nel luogo da dove si sono ramificate le radici che lo hanno tenuto saldo ovunque sia andato nel mondo: l’antifascismo, la politica, la militanza, la passione per la medicina. Quel libro Gino era restio a scriverlo anche perché sentiva di stare dicendo in fondo le stesse cose da trent’anni, come un disco rotto, che senso aveva metterle anche per iscritto? E invece quanto bisogno avremmo di averlo ancora in mezzo a noi a dire, scrivere, esprimere in ogni modo quelle «due cose» così importanti: il rifiuto categorico della guerra e il diritto alla salute per tutti.

             Incontro contro la guerra a Sesto San Giovanni, foto di Emergency

MANCANO LE SUE PAROLE e la sua concretezza. Mancano particolarmente adesso, dice l’amico Michele Serra. Perché l’approccio concreto, quale era il suo, a quelle che sono le vere vittime della guerra, i civili, non lo avrebbe fatto entrare in crisi nemmeno ora, nel corso di un conflitto in cui a sinistra ci si spacca sull’invio alle armi, in cui bisogna schierarsi per forza da una parte o dall’altra. «Siamo dentro quella complessità che diventa la dannazione della sinistra, che in questa complessità si lacera e si perde».

GINO STRADA HA SUPERATO questa complessità paralizzante come uomo di sinistra, agendo in maniera concreta, scavallando le contraddizioni e i dubbi grazie alla consapevolezza acquisita sul campo che la guerra è un orrore ed è inutile. «Ci vengono a chiedere a che cosa serve i pacifismo» continua Michele Serra «ma dovrebbero chiedersi più spesso a cosa serve la guerra, quando il bilancio di anche solo degli ultimi conflitti è catastrofico. Basta guardare qual è la situazione in Afghanistan, Libia, Iraq, Siria, dopo anni di conflitto, i milioni di vittime, i miliardi spesi. I pacifisti sono sempre tenuti a giustificare la loro posizione, e perché invece non chi decide di fare la guerra?». Perché il pacifismo sia oggi nell’angolo lo chiede Marianna Aprile a Simonetta Gola.

UNA DOMANDA non semplice a cui Simonetta riesce a trovare una risposta chiara e un ragionamento cristallino. «Nel 2003 le grandi manifestazioni per la pace portarono il New York Times a parlare dell’esistenza di una terza forza mondiale. Sappiamo come è andata e credo che il movimento pacifista ancora risenta di quel fallimento». E poi c’è la debolezza della cornice politica attuale, che porta il pacifismo ad esprimersi più nelle cose che nelle piazze, una manifestazione meno evidente, più carsica ma diffusa nel lavoro quotidiano di moltissime persone. Infine c’è questa assurdità di vedere come amico di Putin chi si oppone alla guerra. «Quelli che condannano Putin ora sono gli stessi che negli anni passati ci facevano accordi. Noi che non gli abbiamo mai stretto la mano ora siamo diventati i suoi amici. In una tale cancellazione del dibattito è logico che ci si ripieghi su sé stessi. Questa polarizzazione sta facendo dei danni enormi, anche le parole del Papa, che sarebbero state le stesse di Gino, sono completamente ignorate».

LA RIFLESSIONE sull’insensatezza, l’inutilità, l’ingestibilità di una guerra attraversa tutto l’incontro come buona parte del libro di Gino Strada. Era convinto che ogni tentativo di regolarla, di imporle codici di comportamento fosse un’illusione, facendo sue quelle che furono le parole di Alber Einstein all’indomani della fallimentare conferenza sul disarmo del 1932 a Ginevra : «La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire».

GINO STRADA È STATO testimone diretto di tante guerre che non hanno risolto nulla e hanno lasciato sul campo solo macerie, morte e pretesti per altre guerre. Non nascono mai dal nulla, all’improvviso, ma si preparano prima. Anche se non funzionano, si torna sempre lì. Gino Strada era alla ricerca di un’alternativa. «La fine della guerra è lontanissima» chiosa Ennio Rigamonti «ma Gino ha tracciato la strada da percorrere».

* I proventi del libro «Una persona alla volta» saranno devoluti alle attività di Emergency

 

MEDITERRANEO , 100 MIGRANTI MORTI. FUGGIVANO DALLA LIBIA

 

Rifondazione Santa Fiora


 

POLITICA ESTERA   |   INTERNAZIONALE     |     MANIFESTIAMO PER LA PACE 

 

02/04/2022

da il Manifesto

Emanuele Giordana, VERSO LEOPOLI

 

STOPTHEWARNOW. Più di 200 attivisti laici e cattolici. Torneranno in Italia con alcuni profughi

 

Eccole qua le anime belle, i cattocomunisti non violenti, i gandhiani da salotto che sono l’adorato sberleffo della stampa combattente nostrana e degli analisti con l’elmetto o le bretelle. Sbeffeggiati e accusati di scarso senso patriottico, quando non aperti e pericolosi filoputiniani, questi idealisti convinti che un mondo migliore sia possibile il salotto l’hanno lasciato alle spalle. E in 200 lucidi pazzi sono convenuti ieri all’alba a Gorizia un po’ da tutt’Italia per marciare pacificamente sull’Ucraina, meta da raggiungere nella notte – mentre scriviamo – per testimoniare un deciso No alla guerra che diventerà oggi una manifestazione a Leopoli, corredata da incontri con le autorità locali ed esponenti delle diverse comunità religiose.

 

CHE CI SIA UN MARCHIO cattolico su questa marcia è fin troppo evidente per il solo fatto che l’iniziativa parte dall’Associazione Papa Giovanni XXIII, la cui anima è Giampiero Cofano, segretario generale, che ha passato la giornata di ieri a dare indicazioni e dettagli dal Covid alle strade da percorrere, alle grane da evitare, ai passaporti. Ma StoptheWarNow è molto di più che non la scelta di praticare quel che il pontefice predica dall’inizio di un conflitto definito una follia. Incarna la storia di un pensiero che si fa movimento alla vigilia della prima guerra mondiale, passa per la non violenza gandhiana, l’opposizione alla guerra in Vietnam, il conflitto nei Balcani – con la marcia a Sarajevo del 1992 voluta da don Tonino Bello – fino alle manifestazioni per l’Iraq o l’Afghanistan. E infatti ci sono le laiche Arci, Aoi o Terre des Hommes accanto a grandi sigle del mondo cristiano – la Focsiv – fino a realtà più piccole come Nuovi Orizzonti di Milano, associazione che opera nel sociale.

 

L’IDEA NASCE meno di tre settimane fa ma raccoglie rapidamente oltre un centinaio di adesioni di associazioni della società civile. Ignorata dalla grande stampa, vessata dalle difficoltà logistiche, vista con sospetto anche da molti ucraini e ritenuta una non notizia da chi snobba le periferie della politica, la marcia raccoglie oltre 200 persone su una settantina di mezzi: pulmini soprattutto, stipati di medicinali e generi di prima necessità. Doveva arricchirsi di qualche nome eccellente del Palazzo ma poi pare che la Farnesina abbia sconsigliato. Oltreché un esercizio di diplomazia dal basso e oltre a portare in Ucraina uno sguardo sulle vittime e quindi sull’inutilità della guerra, il gruppo dei marciatori porterà indietro persone in fuga dal Paese invaso dai carri armati. Gocce nel mare? Sicuramente, ma forse sempre più necessarie in un vuoto della diplomazia internazionale dove l’Europa ha lasciato l’iniziativa a un altro regime – la Turchia – membro della Nato e nostro affidabile partner per risolvere i problemi dei profughi, visto che nei valori dell’Occidente ci stanno anche vittime di guerra di serie A, B e C.

 

LA PICCOLA FOLLA assiepata dentro a pulmini per forza troppo stretti è variegata come la bandiera della pace: giovani donne e giovani uomini accanto a canuti attivisti/e che di guerre ne han viste fin troppe. Oggi marceranno per le vie di Leopoli immaginando che la marcia di questo sabato 2 aprile sia solo il pezzo di un percorso.

 

«La prossima guerra – dice Tonio dell’Olio presidente di Pro Civitate Cristiana – è quella che non dovrebbe scoppiare». Dell’Olio era con Tonino Bello a Sarajevo nel ‘92: «Tonino diceva che nel tempo della tempesta bisogna mettere da parte la semente. In altre parole – spiega – dobbiamo far crescere la sete di pace perché il prossimo conflitto non ci trovi impreparati». Anche Francesca Farruggia, di Archivio Disarmo- Iriad, riflette sugli strumenti per costruire pace. La marcia lo è? «Certamente: riempie di contenuti il principio costituzionale della libertà di pensiero e parola da parte dei cittadini. Poi induce gli altri a riflettere e a prendere posizione sui temi che, come la pace e la sicurezza internazionale, sembrano lontani e invece riguardano tutti».
Tra gocce nel mare e speranze c’è anche un aspetto concreto: 300 ucraini potranno tornare in Italia coi marciatori. «Tra loro ci sono anche minorenni con disabilità – dice Giampiero Cofano-. E’ la nostra attenzione alle vittime più fragili».

MACCARTISMO ALLA RAI 

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e  

GLI STATI UNITI VERSO UNA PERMANENTE ECONOMIA DI GUERRA

Rifondazione Santa Fiora

POLITICA NAZIONALE     |       MANIFESTIAMO PER LA PACE 

 

31/03/2022

Le guerre sono fatte da persone
che si uccidono senza conoscersi
per gli interessi
di persone che si conoscono,
ma che non si uccidono.”

Pablo Neruda

 

Trent’anni fa, alla caduta del Muro di Berlino, il neoliberismo trionfante predicava quella “fine della storia” che avrebbe significato l’inizio di un’era di libertà, ricchezza e pace.
Quello che invece abbiamo conosciuto è un mondo in cui dominano – ancora oggi, se non più di prima – povertà, pandemie, fame. E guerre.

 

L’ultima è quella che si combatte da ormai un mese in Ucraina, dopo che il Governo Russo ha deciso l’avvio della criminale invasione militare. Già si contano a migliaia i morti, i feriti, addirittura a milioni i profughi di questa guerra.

 

La guerra ha colto di sorpresa gran parte degli osservatori: in troppi avevano creduto impossibile un suo ritorno. Quanto meno in Europa. Con un implicito razzismo e dimenticando che proprio in Europa hanno avuto luogo alcuni dei massacri più atroci degli ultimi 30 anni: quelli nella ex Jugoslavia, dilaniata dal riemergere del nazionalismo fomentato dalle potenze occidentali e dalla “guerra umanitaria” made in NATO.

 

Oggi ci troviamo di fronte a un conflitto militare tra due potenze mondiali con interessi ben precisi: da un lato il cosiddetto Occidente con a capo gli Stati Uniti che da anni ormai espandono la loro zona di influenza politica, militare ed economica in Europa dell’Est; dall’altro Putin, esponente di un blocco di potere burocratico e affaristico che negli ultimi vent’anni ha attaccato innanzitutto il proprio popolo.

 

Questa guerra implicherà conseguenze terribili non solo per gli ucraini ma anche per le classi lavoratrici russe, che si vedranno costrette a finanziare lo sforzo militare e già subiscono un’ulteriore restrizione degli spazi di democrazia interna.

 

Perciò oggi corriamo un enorme rischio: quello dell’ulteriore allargamento del conflitto, che potrebbe trasformarsi anche in una vera e propria terza guerra mondiale. Combattuta da potenze dotate di armi nucleari.

 

Di fronte a questi scenari viviamo, da una parte, un clima di guerra che arriva anche nei nostri Paesi. La guerra impone un pensiero binario, in cui tutto o è bianco o è nero. Chiunque abbia l’ardire di provare a contestualizzare, a richiamare la “complessità” – menzionando ad esempio il ruolo di destabilizzazione avuto dalla NATO col suo costante allargamento a Est negli ultimi 30 anni – viene accusato di essere “amico” di Putin.

 

E mentre si condanna giustamente la censura che viene imposta al popolo russo – privato del diritto di nominare la stessa parola “guerra” a meno di voler incorrere nel rischio di essere incarcerati fino a 15 anni – esponenti “liberali” invocano la censura o la gogna per chi, dalle nostre parti, si rifiuta di indossare l’elmetto e unirsi al coro degli “armiamoci e partite”.

 

Dall’altra parte, per quanto a volte silenziata o più spesso messa alla gogna, esiste una forte opposizione alla guerra. Malgrado un mese di bombardamenti mediatici, in tutti i Paesi europei esistono ampie fette di popolazione che non solo si dicono a favore della pace, ma che si dicono convintamente contrarie all’invio di armi all’Ucraina. E che di truppe europee sul suolo ucraino – i famosi “boots on the ground” – non vogliono proprio saperne.

 

Questo rifiuto della guerra e di una sua possibile escalation è la base necessaria per la nascita dell’attore che oggi manca: un movimento organizzato per la pace. Manifestazioni ci sono state in diverse città europee, in alcuni casi partecipate da centinaia di migliaia di persone.

 

Tuttavia, occorre costruire un Movimento Europeo Contro la Guerra che vada oltre le singole manifestazioni e sia capace di impedire ai governi di imbarcare le nostre popolazioni in quella che potrebbe essere una vera e propria terza guerra mondiale.

 

C’è bisogno di farla finita con Governi che calpestano i nostri dizionari e che inventano una neo-lingua orwelliana secondo cui “la guerra è pace”.

 

Serve un Movimento Europeo contro la Guerra che si batta:

 

CONTRO LE SANZIONI AL POPOLO RUSSO

 

Le sanzioni sono un vero e proprio atto di guerra che colpisce il popolo russo molto più che gli “oligarchi”. Se volessimo colpire davvero questi ultimi, dovremmo andare al di là di alcuni atti scenografici come il sequestro degli yacht e puntare al cuore del loro tesoro.

 

Scopriremmo così che i capitali degli oligarchi sono fortemente intrecciati con quelli dei capitalisti nostrani e che, inoltre, in buona parte sono nascosti nei paradisi fiscali. Non si attaccano fino in fondo gli oligarchi perché si sa bene che si attaccherebbero le stessa fondamenta dei sistemi occidentali, sarebbe un attacco alla corruzione di casa nostra.

 

Per di più, l’ipocrisia di molti governi occidentali è mostrata dalla continuazione degli scambi su gas e petrolio che consentono alla Russia di intascare circa un miliardo di dollari al giorno, denaro che serve anche a proseguire la guerra contro l’Ucraina.

 

CONTRO L’INVIO DI ARMI ALL’UCRAINA

 

Atto di guerra è anche l’invio di armi all’Ucraina, che serve solo a prolungare una guerra per procura, sacrificando il popolo ucraino. Se si volessero cambiare i rapporti militari in campo, come rileva la maggior parte degli analisti militari, ci sarebbe bisogno dell’intervento di una coalizione internazionale a guida USA-NATO.

 

Significherebbe un conflitto mondiale. Una guerra potenzialmente atomica e che potrebbe condurre all’estinzione dell’umanità.

 

È questa la verità. E i nostri governanti ci stanno portando dritti dritti verso questo terribile scenario.

 

CONTRO IL CAROVITA CHE AFFAMA IL POPOLO

 

Già oggi iniziamo a sentire i primi effetti collaterali dell’escalation bellicista della politica europea. L’aumento dei prezzi del gas, del carburante e del pane sono gli effetti più immediati; per anni con le politiche di austerità ci hanno ripetuto che non c’erano soldi per istruzione, sanità pubblica, trasporti, pensioni; oggi tutti i governi stanziano invece miliardi su miliardi per accrescere le spese militari – senza spesso prevedere alcuno scostamento di bilancio, vale a dire che ci saranno nuovi tagli, a partire dai servizi sociali.

 

PER L’ACCOGLIENZA DI TUTTI I RIFUGIATI

 

La solidarietà popolare che si sta organizzando in tutta Europa è l’unica parte bella di tutta questa storia.

 

È la dimostrazione che accogliere in maniera dignitosa è possibile. Purtroppo le istituzioni nazionali e internazionali continuano a utilizzare un vergognoso “doppio standard” per cui chi scappa dalla guerra in Ucraina è chiamato – giustamente – “rifugiato”, mentre chi fugge dalle guerre in Afghanistan, Eritrea, Yemen, Siria, ecc., viene spesso definito “clandestino”, “terrorista”, “invasore”; per chi viene dall’Ucraina si aprono le porte della “protezione temporanea per rifugiati”; per tutti gli altri solo quelle dei campi di detenzione e tortura, dentro e fuori i confini dell’UE.

 

Inoltre, il discorso mediatico e politico rafforza i nazionalismi e la “russofobia”: gli episodi si ripetono e su alcuni – ad esempio la messa al bando dei gatti russi dalle gare internazionali – ci sarebbe da ridere, se non vivessimo una tragedia.

 

PER DENUCLEARIZZARE E SMILITARIZZARE I NOSTRI PAESI

 

La guerra, come prevedibile, sta producendo una nuova corsa al riarmo. L’impegno della Germania di spendere ben 100 miliardi per le proprie Forze Armate e a utilizzare il 2% del PIL in spesa militare è la notizia che più balza agli occhi, ma tutti i Paesi stanno programmando maggiori investimenti in guerra. In questo si allineano alla decisione assunta in sede NATO (nel 2006 e poi alla riunione in Galles nel 2014) e rilanciata al Vertice dei 27 paesi dell’UE a Versailles a metà marzo.
Ciò che serve ai nostri popoli è esattamente l’opposto. Che i governi firmino il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari, che i nostri territori siano liberi da armi nucleari. Che si avvii un processo di riduzione della spesa militare, di smilitarizzazione e di riconversione dell’industria bellica.

 

PER UNA NUOVA ARCHITETTURA DELLA SICUREZZA INTERNAZIONALE

 

La guerra ha messo in rilievo l’esigenza di una nuova architettura della sicurezza europea e internazionale che non potrà essere fondata sulla NATO, che è parte del problema e non certo della soluzione, e che andrebbe consegnata ai libri di storia.

 

Per una vera sicurezza e pace internazionale occorre tornare a sedersi ai tavoli e avere il coraggio di riscrivere gli equilibri internazionali lavorando per mettere al bando il ritorno sulla scena della violenza istituzionalizzata.

 

Di fronte all’enormità di questo passaggio storico, è normale sentirsi disorientati e impotenti. Ma è proprio in questi tempi, quando atroci guerre squassano le nostre vite e mettono gli uni contro gli altri fratelli e sorelle, che c’è più bisogno della solidarietà internazionale.

 

Siamo convinti che i popoli abbiano un ruolo importante da giocare.

 

Per imporre quest’agenda non possiamo limitarci alle nostre piccole patrie, ma dobbiamo avere il coraggio di pensare e costruire un forte movimento contro la guerra.

 

Per questo lanciamo per domenica 3 aprile, a partire dalle 10:00, una assemblea a Roma, cui parteciperanno esponenti di quelle forze che, in tutta Europa si stanno battendo per evitare un’escalation e perché la guerra non infesti più le nostre vite!

 

Solidarietà al popolo ucraino! Solidarietà al popolo russo!

 

Leggi LA MOSSA RUSSA APRE L'EPOCA DELLA NOSTRA SOPRAVVIVENZA

 

Rifondazione Santa Fiora

POLITICA NAZIONALE     |      POLITICA ITALIANA      |     MANIFESTIAMO PER LA PACE 

 

30/03/2022

Paolo Ferrero

da Il Fatto Quotidiano

 

La scelta del governo italiano di portare la spesa militare da 25 a 38 miliardi di euro è completamente sbagliata e dannosa per il popolo italiano.

 

In primo luogo perché si tratta di un mucchio di soldi sprecati. Stiamo parlando di una spesa che è destinata a ripetersi ogni anno e che equivale quasi ad un punto di Pil. Una cifra enorme che con ogni evidenza viene tolta alla spesa sociale. Faccio notare che il risparmio annuale che lo Stato ottiene con la sciagurata legge Fornero che manda la gente in pensione a 70 anni e produce milioni di giovani disoccupati, è meno di 8 miliardi. In pratica se non aumentassimo la spesa militare potremmo portare le pensioni a 60 anni, fare una vera assistenza per gli anziani non autosufficienti, migliorare il reddito di cittadinanza per i disoccupati rendendola una misura stabile e universale, aumentare la spesa per la sanità e l’istruzione pubblica. Con 13 miliardi all’anno si possono fare un mucchio di buone cose. Invece il governo sceglie le spese militari che possono solo portare morte e distruzione.

 

In secondo luogo perché questi soldi prima o poi dovremmo restituirli. Com’è noto Draghi è stato messo a fare il presidente del Consiglio perché doveva garantire l’Europa e i poteri forti sulla spesa dei 200 miliardi arrivati dall’Europa. Draghi ha fatto il suo lavoro usando questi soldi non per sviluppare lo stato sociale ma per finanziare – senza vincoli – il sistema delle imprese. Adesso sta continuando nel suo lavoro con l’aumento delle spese militari. Mentre negli anni scorsi il Draghi presidente della Bce continuava a predicare ed imporre sacrifici, il Draghi Presidente del Consiglio ha speso come se non ci fossero problemi. Ma tutti sappiamo che i due terzi dei soldi che Draghi ha speso saranno da restituire. Non è pensabile che adesso buttiamo dalla finestra 13 miliardi di euro per le spese militari e poi nei prossimi anni ci verranno a dire che dobbiamo nuovamente fare i sacrifici perché dobbiamo restituire i soldi con cui abbiamo comprato armi

 

In terzo luogo è del tutto evidente che con la guerra e le sanzioni boomerang che i governi della Nato hanno fatto, l’economia italiana crescerà molto di meno di quanto previsto. Quindi il rapporto deficit-Pil è destinato a peggiorare e tra breve i rigoristi dell’Unione europea ci porranno nuovamente il problema di tagliare.

 

Da ultimo queste spese militari sono in larga parte inutili anche sul piano strettamente militare: non siamo una potenza nucleare, non siamo in grado di sviluppare tecnologie in grado di mettere fuori gioco gli armamenti altrui (come i missili ipersonici russi che faranno rottamare miliardi di difese antimissile della NATO) e non dovremmo fare guerre offensive che sono palesemente vietate dalla Costituzione del nostro paese. Per difendere il suolo patrio servirebbe un serio programma sulla difesa popolare che poco o nulla ha a che vedere con il nostro esercito inquadrato nella Nato e con queste spese militari miliardarie. Queste spese servono solo a finanziare il complesso militare industriale che produce pochi posti di lavoro, lauti profitti per gli azionisti e grandi benefit per i politici riciclati a dirigere queste imprese. Bene che vada sono uno spreco, male che vada un danno.

 

L’aumento delle spese militari non si deve fare perché è una misura contro il popolo italiano: bisogna tagliare la spesa militare e non aumentarla!

 

Draghi, forte dell’appoggio di Mattarella ha detto che sarebbe andato avanti. Giuseppe Conte, che da premier ha impegnato i suoi governi con la Nato a raggiungere una spesa militare pari al 2% del Pil – e che anche nel primo anno della pandemia ha aumentato i fondi per la difesa – adesso dice che è contrario. Conte ha quindi messo in campo un comportamento altalenante, tipico di quella furbizia, di quella demagogia politica contro cui era nato il Movimento cinque stelle. Altri tempi…

 

Non possiamo quindi affidarci ai nostri governanti, che o hanno l’elmetto in testa oppure sono così ondivaghi da risultare meno credibili di un ubriaco. L’unica strada è quella che il popolo italiano, che nella sua maggioranza è totalmente contrario all’aumento delle spese militari, faccia sentire la sua voce, in modo che il governo e il Parlamento ne debbano tener conto. Ieri a Napoli Draghi è stato contestato. Costruire la mobilitazione in tutta Italia contro questo scempio dell’aumento delle spese militari non solo è giusto: è un vero e proprio dovere civile di ogni cittadino responsabile.

 

Rifondazione Santa Fiora

POLITICA NAZIONALE   |     POLITICA ITALIANA

 

30/03/2022

da Il Manifesto

Andrea Colombo

 

EFFETTO UCRAINA. 

Nell’incontro con il leader 5S resta il disaccordo. Il premier furioso riferisce a Mattarella. E a sera non esclude lo showdown in aula 

 

Premier ed ex premier a confronto e se tra i due una certa elettricità si registra sempre stavolta la tensione è alle stelle perché il dissenso è esplicito e su un capitolo tanto pesante quanto l’innalzamento delle spese militari e di conseguenza anche il rapporto con la Nato. Faccenda molto seria, tanto che subito dopo il colloquio, finito con un franco disaccordo, Draghi sale al Colle per informare il capo dello Stato sullo stato delle cose nella maggioranza. Un Draghi furioso come in pochissime altre occasioni, forse nessuna da quando è presidente del Consiglio.

 

L’INCONTRO È ANDATO male, anzi malissimo. Il premier ha messo sul tavolo l’argomento chiave: in ballo ci sono i rapporti con l’Alleanza atlantica nella fase più delicata dal 1945 in poi. Draghi è ultimativo: «In un momento simile gli impegni assunti non possono essere messi in discussione». Gli impegni sono l’innalzamento progressivo della spesa militare fino a toccare il 2% del Pil e del resto è quel che i governi hanno fatto sinora, tanto che dal 2018 al 2021, proprio con Conte premier, la spesa per le armi è aumentata del 17% e poi, nell’ultimo anno e senza guerra in corso, ancora del 5,6%. Ma l’asso di bastoni che il premier cala è un altro: «Se quegli impegni con la Nato fossero rimessi in discussione verrebbe meno il patto che tiene insieme la maggioranza». Altrimenti detto, sarebbe la crisi.

 

Conte però non molla. Assicura, come ripeterà a incontro concluso, che gli accordi con la Nato non sono in discussione e che il Movimento non mira alla crisi di governo. Ma sull’aumento immediato della spesa, Paese per Paese e senza un quadro europeo definito, il pollice resta verso: «Quella sarebbe una corsa al riarmo». Quando in qualche modo si arriverà a votare il pollice del M5S, come quello di LeU, sarà piegato all’ingiù. Il governo e la maggioranza, con il prezioso aiuto di una Meloni riciclatasi come iperatlantista, sono in effetti impegnati soprattutto nell’evitare che a quel momento della verità, cioè al voto, si arrivi.

 

È inaccettabile che il governo abbia deciso di accogliere l’ordine del giorno di Fdi e senza voto. Insisteremo sulla richiesta di metterlo ai voti

Movimento 5 Stelle

 

IERI NELLA RIUNIONE congiunta delle commissioni Difesa ed Esteri del Senato, era in discussione l’ordine del giorno di FdI. Dice quel che vorrebbero dire governo, Pd, Fi e con maggior prudenza anche Lega e Iv se non ci fossero di mezzo i 5S e LeU: si dia subito corso all’impegno di innalzare la spesa. Il governo decide di dare parere positivo, di fatto facendolo proprio. I proponenti, pur avendo l’occasione perfetta per mettere in luce la spaccatura della maggioranza, non chiedono di votare il loro testo: «Non vogliamo mica fare dispetti alla maggioranza». In effetti l’intenzione è opposta, è dare una mano al governo accreditandosi così, non solo agli occhi dell’Italia, come partito di provata fede atlantista. A chiedere il voto sono M5S e LeU ma la presidente della commissione Difesa, la Pd Pinotti, lo nega e la decisione, in assenza del presidente della Esteri Petrocelli, spetta a lei. Lo strappo è clamoroso, la decisione di negare il voto su un odg richiesto dalla principale forza della maggioranza e del parlamento è inaudita ma la linea sbrigativa, di schietto stampo militare, adottata dal Pd è questa.

 

LA TENSIONE S’IMPENNA, i 5S furibondi diramano un comunicato da campo di battaglia: «È inaccettabile che il governo abbia deciso di accogliere l’ordine del giorno di Fdi malgrado la forte contrarietà della principale forza di maggioranza e senza voto. Insisteremo sulla richiesta di metterlo ai voti». Ma quando domani il dl Ucraina, in discussione a palazzo Madama dalle 18 di oggi, arriverà ai voti il rimpiattino proseguirà: il governo quasi certamente porrà la questione di fiducia, che implica la decadenza degli odg, proprio per evitare il voto. A meno che Draghi non decida di sfidare i 5S mettendoli di fronte al bivio secco tra resa e crisi di governo. Ieri sera il governo dava ancora la scelta in bilico, con solo il 50% di probabilità di scegliere la fiducia. Neppure sul Def, che sarà varato la settimana prossima, è previsto un voto sul nodo della spesa militare. Il Documento rinvierà tutto alla legge di bilancio. Ma se il governo, in un momento come questo, deve campare sui sotterfugi per evitare il voto è segno che di ossigeno gliene rimane poco.

 

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POLITICA NAZIONALE    |     POLITICA ITALIANA

 

29/03/2022

da il Manifesto

Claudio De Fiores

 

Sull’articolo 11 è calato l’oblio. Non ne hanno parlato Draghi nell’informativa né le camere nella risoluzione approvata quasi all’unanimità il 28 febbraio. I grandi partiti hanno taciuto, non diverso è […]

 

Sull’articolo 11 è calato l’oblio. Non ne hanno parlato Draghi nell’informativa né le camere nella risoluzione approvata quasi all’unanimità il 28 febbraio. I grandi partiti hanno taciuto, non diverso è stato il comportamento dei media. Eppure l’articolo 11 non è una norma di dettaglio della Costituzione italiana. In esso è sancito il ripudio della guerra: un principio supremo dell’ordinamento. E in quanto tale inderogabile, irrivedibile, in grado di vincolare l’azione di tutti i pubblici poteri e di prevalere automaticamente su qualsiasi altra fonte del diritto interna o anche esterna al nostro ordinamento.

 

Un principio, quello pacifista, che il Costituente ispirandosi alla costituzione repubblicana spagnola (1931), volle formulare impiegando parole quanto mai forti, fino a preferire, alla meno efficace formula «rinuncia», il verbo «ripudia», proprio in considerazione del suo «accento energico» che «implica così la condanna come la rinunzia alla guerra».

 

Certo, potremmo continuare a far finta di nulla e illuderci che si tratti solo di distratte omissioni delle istituzioni italiane oggi alle prese con gli scenari di guerra. Ma sbaglieremmo. Perché non di disattenzione si tratta, ma di una precisa scelta politica. Se oggi dell’articolo 11 nessuno più parla è perché la sua vigenza è ritenuta scomoda, un ingombro normativo che è meglio scansare. È quanto è avvenuto il 28 febbraio, quando – contestualmente all’instaurazione dello stato di emergenza – si è deciso con un decreto di «sostenere le autorità governative ucraine, mediante la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari». Tutto ciò in «deroga» anche alle leggi vigenti (legge 185/1990). «L’Italia ha risposto all’appello del Presidente Zelensky» ha detto Draghi in parlamento. E non avrebbe potuto essere diversamente a fronte di una guerra di aggressione scatenata nei confronti di uno Stato sovrano e condotta attraverso bombardamenti a tappeto su civili, città, obiettivi strategici. Di qui l’impegno assunto dal governo italiano (di concerto con gli altri esecutivi europei) finalizzato ad arginare alcune delle conseguenze più gravi prodotte dalla crisi umanitaria in atto. A cominciare dall’adozione di precise misure per l’accoglienza dei profughi.

 

Tutto cambia però, in modo grave e precipitoso, quando l’intervento umanitario predisposto da uno Stato si trasforma in intervento bellico e l’offerta di aiuto a un popolo aggredito inizia improvvisamente ad assumere, attraverso l’invio di armi a un governo straniero, i tipici connotati del dragging into war. In assenza di specifiche risoluzioni Onu, analoghe a quelle approvate nel 1990 all’indomani dell’invasione irachena del Kuwait, ma solo per un mandato in bianco conferito dal parlamento al governo. Mandato che consente oggi al ministro della difesa (congiuntamente ai colleghi di esteri ed economia) di compilare discrezionalmente l’«elenco dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari oggetto della cessione … nonché le modalità di realizzazione della stessa» (art. 1, d.l. 16/2022).

 

Insomma il dubbio che inizia a emergere è che l’Italia, anziché ripudiare la guerra, come prescrive l’art. 11, abbia messo in conto di farla. È quanto è possibile, fino a oggi, percepire non solo dall’invio di armi in Ucraina o dall’informazione di guerra che continua a serpeggiare nel paese, ma anche dal recente ordine del giorno approvato alla camera che impegna il governo a incrementare le spese militari fino al 2% (così come preteso dalla Nato). E domani? Cosa accadrà? Cosa accadrà quando comprenderemo che l’invio delle armi non ha scalfito i rapporti di forza e che la resistenza del popolo ucraino non sarà in grado di sconfiggere il potente esercito russo? Invocheremo anche noi, animati dalle politiche di riarmo, l’intervento della Nato? Decideremo che l’escalation è l’unica soluzione perseguibile – costi quel che costi – compresa l’assunzione del «rischio nucleare»?

 

Mi auguro che ci si fermi in tempo. E che in tempo si comprenda che aver rimosso l’articolo 11 non è stata una buona scelta. Così come mi auguro che la politica italiana si persuada, una volta per tutte, che il principio costituzionale pacifista non è uno strumento obsoleto e l’articolo 11 non è una disposizione vigliacca. Perseguire con determinazione la via diplomatica e scartare, a priori, la guerra quale strumento di risoluzione delle controversie internazionali è l’unica soluzione realisticamente perseguibile.

 

Ad avercelo insegnato è stata la generazione costituente. Donne e uomini forgiati dai valori della resistenza antifascista, umanamente provati dai “flagelli” di due guerre mondiali, atterriti da Hiroshima. È a loro che si deve la decisione di collocare il principio pacifista tra i pilastri portanti del nostro ordinamento democratico. Una lezione di civiltà (ma anche di realismo) che la Repubblica ha, oggi più che mai, il dovere di fare propria.

 

Rifondazione Santa Fiora

POLIITICA ESTERA      |          MANIFESTIAMO PER LA PACE

 

28/03/2022

da Contropiano

Francesco Piccioni

 

E’ difficile dare una spiegazione razionale del profluvio di insulti che arriva dalle cancellerie occidentali contro Putin. Il presidente russo non merita certamente l’oscar della simpatia, né tanto meno il premio Nobel per la pace (neanche Obama se lo meritava, ma è un’altra storia…), ma questa modalità “stradaiola” non è davvero usuale nella comunicazione ufficiale della diplomazia.

 

Non che siano mancate altre esagerazioni dello stesso genere, ma hanno riguardato sempre ed esclusivamente leader di paesi non in grado di confrontarsi militarmente con gli Stati Uniti.

 

Certo, l’Unione Sovietica, e anche la Cina o il Vietnam durante la guerra erano stati dipinti come “l’impero del male” e tutta la paccottiglia retorica partorita dall’anticomunismo spicciolo.

 

Ma, appunto, si era nella contrapposizione di sistemi e visioni del mondo. Il leader nemico veniva insomma descritto come crudele, intelligentissimo, perverso negli scopi e nei mezzi, ma non come un “pazzo”. Anche perché i pazzi non sono credibili a lungo come nemici veri. La Russia putiniana non è oltretutto “un altro sistema”, al massimo una variante locale del neoliberismo generale…

 

Joe Biden, invece, sta da giorni alzando il livello del puro insulto. Ieri, parlando a Varsavia, con davanti soprattutto i leader dei paesi dell’Est, è arrivato a dire che è “un macellaio“, e dunque “Per l’amore di Dio, quest’uomo non può restare al potere“.

 

Immediatamente tutti hanno capito quel che c’era da capire: gli Usa si danno e si daranno da fare per un “cambio di regime” a Mosca. Del resto è il loro modello di relazioni col resto del mondo negli ultimi 30 anni: “rivoluzioni arancioni” (i colori possono cambiare, ma la sostanza resta) per imporre governi fantoccio. Sanzioni, embargo e intervento militare se la “rivoluzione democratica” non riesce.

 

E’ andata così anche in Ucraina, con un doppio colpo (2004 e 2014) che aveva prima portato al governo Yanukovic (come “punto di equilibrio” tra est e Ovest, ma con sbilanciamento verso l’Unione Europea), e successivamente con la mattanza di Majdan, affidata direttamente ai nazisti locali (e qualche georgiano…) santificati come “sinceri democratici filo-europei”.

 

Fatti noti, ma – appunto – riferiti a paesi della “periferia”, quelli abitualmente trattati dall’imperialismo yankee come pezze da piedi. Dichiarare che si sta seguendo lo stesso schema anche per una superpotenza nucleare – per quanto molto meno potente sul piano economico – non è una mossa molto furba. Anche perché espone chiaramente gli oppositori interni di Putin all’accusa di “intelligenza col nemico” (e qualcuno lo è effettivamente già da tempo).

 

Nelle relazioni internazionali tra “pari peso”, insomma, proprio non si può dire “cercherò di buttare giù il tuo governo”. E’ nei fatti una dichiarazione di guerra…

 

Abbiamo quindi assistito a qualcosa di davvero inedito, ma in campo americano. Un anonimo alto funzionario della Casa Bianca, pochi minuti dopo, ha spiegato alla Reuters che Biden non intendeva parlare di cambio di regime in Russia, ma intendeva dire che Putin non può esercitare potere sui suoi vicini o sulla regione“.

 

Non avrebbe insomma “messo in discussione il potere di Putin in Russia né chiesto un cambio di regime” a Mosca.

 

Biden è un vecchio mestierante della politica, per otto anni vice di Obama, una vita da parlamentare. Impossibile pensare a parole sfuggite in un momento di emotività particolare. Anche perché stava leggendo un testo scritto, non andava mica a braccio…

 

Dunque a chi stava parlando, con quelle frasi? Non certo a Putin o ai russi…

 

Si possono avanzare almeno di tipi di spiegazione, peraltro abbastanza complementari.

 

Il primo target è l’opinione pubblica Usa, che vede per la prima volta da 30 anni un “antagonista militare” che si prende o smembra un paese che l’America aveva già classificato come propria “area di influenza”. Anche un compromesso limitato, che lascia ufficialmente la Crimea e il Donbass alla Russia, sarebbe insomma una sconfitta pesante per questa amministrazione Usa.

 

Che ha fra l’altro il problema delle elezioni di midterm, a novembre, in cui si gioca la maggioranza nel Congresso – già in bilico ad ogni voto – e dunque la possibilità di governare davvero nei prossimi due anni.

 

Il fantasma di Donald Trump non è affatto scomparso con la sconfitta di due anni fa e il semi-golpe dell’assalto a Capitol Hill. E in ogni caso l’”Amerika” profonda – bianca, razzista e impoverita – è sempre lì pronta a rovesciare gli equilibri.

 

Insomma, c’è sicuramente un banale interesse elettorale. E già questo è terrificante. Si rischia un’escalation al cui ultimo stadio c’è lo spettro della catastrofe nucleare perché un pezzo dell’establishment Usa ha bisogno si aumentare i consensi interni…

 

La seconda spiegazione sta nei paesi dell’Est, ex appartenenti al Patto di Varsavia, da decenni vero zoccolo duro “americanista” in Europa. I paesi di Visegrad sono anche una spina nel fianco che rende faticosa la costruzione dell’Unione Europea come polo imperialista “competitivo”. Esaltare l’antagonismo con la Russia, in questo caso, torna utilissimo per allontanare tutta l’Unione Europea da Mosca.

 

Non solo dal suo gas e petrolio, ma con l’interruzione più o meno totale di legami commerciali, produttivi e dunque anche politici che rendono moderatamente “alternativa” l’Europa unita e moderatamente ricca anche la Russia.

 

Rompere definitivamente questo legame – cui Putin, con la guerra, ha offerto un formidabile assist – era già un obiettivo piuttosto esplicito della politica Usa.

 

Naturalmente, per comprendere la “razionalità” di questa frattura che passa dentro l’Occidente – un’Europa completamente staccata dalla Russia è assai meno “competitiva” su scala globale – bisogna far mente locale alla crisi epocale che il capitalismo (soprattutto occidentale) sta affrontando da un quindicennio.

 

C’è troppo capitale in cerca di valorizzazione, dunque alcuni devono saltare. Ma nessuno si candida al suicidio da solo.

 

Di solito questo “problema di selezione” si risolve con la guerra, appunto. Ma quella nucleare avrebbe solo vinti e nessun vincitore. Dunque anche mettere un continente (o due) in condizione di non potersi più sviluppare secondo i piani può diventare un surrogato interessante del conflitto generalizzato.

 

E’ un gioco comunque rischioso, certo. Ma obbligato. L’escalation delle parole praticata da Biden ha un senso, ma non prevede soluzioni indolori. Neanche se resta un’escalation di sole parole…

POLITICA NAZIONALE  |   POLITICA ITALIANA 

 

27/03/2022

da il Manifesto

Riccardo Chiari

FIRENZE

 

Insorgenza generalizzata. Un corteo infinito di 20-25 mila persone per la manifestazione del Collettivo di Fabbrica e di Fridays for Future, in prevalenza giovani e giovanissimi che denunciano come le emergenze climatiche, ambientali e sociali vengano sempre dopo il profitto, il riarmo, la guerra

 

Piazza Santa Croce è di nuovo bella piena. Ma questa volta a prendersi la scena non è un ex comico oggi capo di Stato che chiama alla terza guerra mondiale. Oggi i protagonisti sono ragazze e ragazzi di non più di trent’anni, scesi a manifestare perché il mondo che stanno avendo in eredità è, ai loro occhi, un teatro dell’assurdo nel quale le emergenze climatiche, ambientali e sociali vengono sempre dopo il profitto, il riarmo, la guerra. Un mondo ripugnante, che va cambiato. «In questa piazza due settimane fa è stata invocata la no fly zone – ricorda così l’operaio Dario Salvetti alla testa di un corteo infinito – e allora riempiamola di nuovo questa piazza, una piazza di vita, di pace, di lavoro».

 

Una piazza che, ricorda a sua volta una giovanissima portavoce dei Fridays for Future dalla scalinata della basilica, palco naturale di una manifestazione di popolo che conta 20-25mila persone, fa paura: «Facciamo paura, perché anche solo la possibilità di battersi per un nuovo sistema di vita e di relazioni è terrorizzante, agli occhi di chi sostiene che viviamo nel migliore dei mondi possibili».

 

GLORIA al Collettivo di Fabbrica Gkn, che da una singola ancorché importante lotta operaia è riuscito a farsi catalizzatore di una insorgenza generalizzata e senza barriere di età. Nella quale gli under 20, che hanno visto due di loro morire nel cosiddetto format «scuola-lavoro», marciano fianco a fianco con i fratelli e le sorelle maggiori che il lavoro ce l’hanno ma hanno sempre paura di perderlo perché precario. Con le esperte tute blu delle fabbriche, dalla Dana Graziano di Rivoli alla Pasotti di Brescia, dalla Sanac di Massa all’Electrolux di Susegana, dalla Caterpillar di Jesi alla Tim «unica e pubblica», che vivono sempre appesi a un filo perché nati in un paese dove chiedere una regia di politiche industriali adeguate e all’altezza delle evoluzioni tecnologiche equivale a bestemmiare. «Fine del mondo, fine del mese, stessi colpevoli stessa lotta», sintetizzano efficacemente i centri sociali marchigiani.

 

GIÀ ALLA PARTENZA del corteo, all’inizio del Parco delle Cascine, la sensazione è quella di trovarsi in una manifestazione monopolizzata dai giovani. E’ l’effetto Fridays for Future, amplificato dal lavoro molecolare nella società che ha visto il Collettivo di Fabbrica muoversi da un capo all’altro della penisola, invitato a raccontare quello che stava succedendo a loro, e chiamando a unire le lotte e le rivendicazioni. «Chi veniva a portarci solidarietà – tira le somme Matteo Moretti, il più “vecchio” delegato Fiom Cgil dell’allora Gkn – aveva anche lui bisogno».

 

LA SINTESI delle organizzazioni studentesche, dagli Studenti di Sinistra dell’ateneo fiorentino a Link Coordinamento Universitario, Unione degli Studenti e Rete della Conoscenza, ben focalizza il perché di una presenza massiccia: «Dopo le piazze di ieri, oggi siamo al fianco della battaglia iniziata dai lavoratori della Gkn, che hanno sollevato un tema fondamentale profondamente legato alla questione climatica: dobbiamo cambiare radicalmente il nostro sistema di produzione, in una direzione di sostenibilità ecologica, economica e sociale. E nei luoghi del sapere occorre avere un approccio critico e saper immaginare e studiare delle alternative all’attuale sistema. Se gli studenti di oggi saranno i lavoratori di domani, non possiamo permettere che il modello di lavoro nel quale ci inseriremo sarà ancora inquinante e precario».

 

LA SALDATURA fra difesa dell’ambiente planetario e difesa dei più elementari diritti sociali e del lavoro è ulteriormente cementata dall’escalation delle spese militari a scapito di quelle sociali. Il sempreverde striscione «Firenze città aperta ripudia la guerra» sfila così insieme a quelli del sindacalismo di base, dall’Usb ai Cobas in tutte le declinazioni e ai Cub, fino alla Flc Cgil dell’ateneo fiorentino. «La maggioranza del paese è contro la guerra, contro il riarmo e contro l’invio di armamenti – osserva un delegato Fiom Cgil della Pasotti – ma il Parlamento non lo capisce». Non mancano gli attivisti dell’Arci, così come il Coordinamento per la democrazia costituzionale e Unponteper.

 

CONTRO la guerra, il riarmo e l’invio di armamenti sono anche le forze politiche che sfilano in coda, dopo la Federazione anarchica dell’empolese valdelsa con la sua storica bandiera nera, e i centri sociali del nordest con il loro impeccabile striscione «Dalla fabbrica alla scuola, la lotta è una sola». C’è il corposo spezzone di Rifondazione comunista dove si intravedono Maurizio Acerbo, Paolo Ferrero, il consigliere comunale fiorentino Dmitrji Palagi con l’altra consigliera Antonella Bundu, e la parlamentare Simona Suriano di ManifestA. I militanti di Sinistra italiana, con Alessia Petraglia e la vicesindaca bolognese Emily Clancy, e ancora le ragazze e i ragazzi di Potere al popolo, sempre effervescenti. Sfilano insieme Luigi De Magistris e Giorgio Cremaschi, e c’è il segretario toscano della Cgil, Maurizio Brotini. Tutti in un corteo che ci mette più di 40 minuti per sistemarsi in Santa Croce, entrando a ondate per sistemarsi in una piazza sempre più piena, ravvivata ulteriormente da fumogeni e tamburi del Collettivo di Fabbrica e dai Fiati Sprecati.

SANITA' ED AMBIENTE    |  LAVORO E DIRITTI  

 

26/03/2022

Da il Manifesto

Sebastiano Canetta

BERLINO

 

Energie rinnovabili. Da Parigi a Madrid, da Vienna a Bristol Tirana, Lisbona, Atene, in Afica, Asia e Americhe. In migliaia allo sciopero globale di Fridays for future. In Germania proteste in 300 città. «Putin può bombardare l’Ucraina solamente perché continuiamo a comprargli gas e carbone».

 

Trecentonove cortei «contro la guerra e a favore del Clima»: oltre 220 mila tedeschi scesi in piazza per chiedere lo stop alla fornitura di armi all’Ucraina e fermare l’import della valanga di gas prevista dal governo Scholz. Da Berlino a Monaco, da Amburgo a Colonia, passando per Francoforte, Hannover, Brema, Acquisgrana, i pacifisti hanno scandito lo slogan coniato per ribadire l’unica via d’uscita dalla spirale bellica: «People, not profit».

 

PAROLA D’ORDINE globale, visto che il primo venerdì contro la guerra ha innescato la parallela protesta in tutto il mondo, con capitali e capoluoghi europei invasi da decine di migliaia di irriducibili «pacefondai»: Parigi, Madrid, Bruxelles, ma anche Vienna, Bristol, Edimburgo, Tirana, Lisbona, Atene, più le città africane, asiatiche ed americane. In totale, oltre mille eventi collegati allo “sciopero” per la pace e la giustizia climatica, quasi un terzo in Germania.

 

Messaggio diretto ai capi di Stato e leader politici che hanno (salvo eccezioni) già indossato l’elmetto, a partire proprio dal governo tedesco saltato ormai con entrambi gli stivali dentro la trincea dell’escalation bellica.

 

«PUTIN può fare la guerra in Ucraina solamente perché continuiamo a comprargli gas e carbone. Per anni abbiamo provato a fermare la costruzione di nuovi gasdotti; i nostri politici hanno invece preferito finanziare il regime di Mosca e le sue violazioni dei diritti umani piuttosto che investire nelle energie sostenibili. Per questo serve subito l’embargo totale di tutti i combustibili fossili», sintetizza Luisa Neubauer, portavoce nazionale del Fridays For Future, tra gli organizzatori della mega-manifestazione insieme al cartello di altre 15 associazioni.

 

UNA VERA E PROPRIA stoccata alla ministra degli Esteri, Annalena Baerbock, che ha dovuto ammettere «a malincuore» la realtà indigeribile non solo per gli ambientalisti: il governo formato da Spd, Verdi e liberali guidato dal cancelliere Olaf Scholz è già diventato il primo fornitore di armi al governo di Volodymyr Zelensky. Sono passati appena 100 giorni dalla formazione della coalizione autobattezzatasi «del futuro e social-ecologista».

 

Fa il paio al negativo con la clamorosa visita in Qatar per «elemosinare» il gas del numero due del governo: Robert Habeck, super-ministro con doppia delega a Economia e Protezione del Clima, pronto a sostituire i metri cubi attualmente forniti da Gazprom via Nordstream-1 con lo stock – non meno sporco sotto il profilo dei diritti umani – degli emiri del Golfo.

 

IN PIÙ, a sentire i pacifisti, pesa non poco lo sconto di Stato su benzina e gasolio che «fa inorridire» e si traduce nella «sovvenzione mascherata delle fonti fossili». Insomma, l’esatto contrario delle promesse dei Verdi scolpite nel patto di governo ratificato dagli iscritti.

 

Non a caso i Grünen ieri hanno appoggiato la manifestazione fingendo di dimenticare i 100 miliardi di euro appena stanziati per ricostruire l’esercito tedesco: il manifesto del partito caricato sul web spazia dal riscaldamento globale alla rivoluzione energetica, ma la parola armi non viene scritta neppure per sbaglio.

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IN COMPENSO, rimbalza su tutti i media la pesante denuncia dal corteo di Berlino di Ilyess El Kortbi, attivista del Clima appena fuggita dall’Ucraina insieme agli altri 100 mila rifugiati in Germania censiti ieri dal ministero dell’Interno. «Dovete smettere di pagare questa guerra. Finite di comprare il gas e il petrolio da Putin, altrimenti siete degli ipocriti. Siete esattamente voi che ci avete fatto arrivare fino a Berlino, pagando le bombe che i russi lanciano sopra le nostre teste».

 

COLPO sotto la cintola del ministro Habeck, il più filo-ucraino dei Verdi già fin da prima dell’invasione russa. La sua promessa di accelerare la costruzione dei rigassificatori «pronti entro il 2024» va letta alla luce della parallela ammissione che «fino alla fine del prossimo inverno non sarà possibile rinunciare al gas russo». Almeno così la traducono gli attivisti del Fridays For Future, mentre il motivo ufficiale è stato dichiarato direttamente da Scholz, preoccupato dall’incubo della «crisi sociale» assicurata in caso di stop troppo repentino agli attuali contratti energetici. Non basta, comunque, alla coalizione Semaforo per potere scandire «We stand with Ucraine» senza la denuncia del doppio-gioco cui partecipano attivamente anche i Verdi (di cui ha la tessera in tasca anche Luisa Neubauer).

 

MA NON COLLIMANO neppure i conti del ministro delle Finanze, Christian Lindner (Fdp), che paventa il crollo del made in Germany. «Vogliamo davvero continuare a trasferire ogni giorno centinaia di milioni alla Russia solo per evitare il calo del 3% della produzione economica?», è la domanda di Stefan Rahmstorf, professore di Fisica all’Università di Potsdam e fra gli «Scienziati per il Futuro».

 

Rifondazione Santa Fiora

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