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POLITICA NAZIONALE |  POLITICA ITALIANA

 

14/10/2022

da La Notizia 

 


Che il nuovo Senato contenga un tasso altissimo di ipocrisia si è visto ieri sin dalle prime battute.

 


Che il nuovo Senato contenga un tasso altissimo di ipocrisia si è visto ieri sin dalle prime battute, quando l’Aula ha tributato grandi applausi alla senatrice Segre e alla sua denuncia del fascismo, e poi ha eletto presidente un nostalgico della vecchia destra come Ignazio La Russa

 

Un’elezione che in parallelo con quanto accadeva alla Camera ha mostrato il solco che c’è nelle destre, difficilmente in grado di governare a lungo un Paese con le nostre emergenze. Dopo averci riempito di bugie con le loro promesse elettorali irrealizzabili, ora vediamo l’altro inganno, e cioè l’assoluta mancanza di unità e di un progetto comune tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.

 

Così, alla prova dei fatti, Berlusconi non fa votare La Russa, che però viene eletto lo stesso, probabilmente con i voti dei renziani e di qualche piddino suo amico. Un pessimo segnale, perché le stampelle parlamentari ci sono sempre state, ma se servono dal primo giorno vuol dire che sui provvedimenti più spinosi la maggioranza non potrà andare lontano. Peggio ancora vanno le cose a Montecitorio, dove è stato subito bruciato l’ex capogruppo del Carroccio, Molinari, e forse oggi ce la farà Fontana.

 

Con questi chiari di luna, sarà un Vietnam fare pure il Governo, e ancora non sappiamo niente di cosa farà la Meloni per il caro-bollette, la guerra, le tasse e il Reddito di cittadinanza. Niente di strano, quindi, se tra non molto il Centrodestra si divida, per tornare a un Esecutivo figlio dei soliti giochi di Palazzo. E dal Pd a Calenda e Renzi, qui non mancano i professionisti.

 

 Doppia fumata nera alla Camera. Impallinato il leghista Molinari. Veti e colpi bassi nel Centrodestra fanno saltare l’intesa. Questa mattina la quarta votazione

POLITICA NAZIONALE |  POLITICA ITALIANA

 

13/10/2022

Giovni Russo Spena

 

 E' mai possibile che ai nomi dei presidenti della Camera e del Senato, le forze di opposizione sappiano opporre solo una scheda bianca?

 

Era invece doveroso e non impossibile contrapporre ai vari La Russa e Molinari, fin dalla prima votazione, un nome, su cui tutta l'opposizione potesse convergere,  di una figura che interpretasse quei valori dell'antifascismo e della democrazia costituzionale, a partire dall'articolo 3 sul superamento delle diseguaglianze, così fortemente richiamati nel discorso introduttivo di Liliana Segre,

 

E' vero non avrebbe avuto i numeri per passare. Ma almeno gli elettori della non-destra non si sarebbero sentiti abbandonati e la questione della seconda e della terza carica dello stato, ovvero dei presidenti delle due camere, non sarebbe stato solo un affare di famiglia della destra.
 

Commento di Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, coordinamento Unione Popolare

Se oggi Ignazio La Russa è diventato presidente del Senato bisogna ringraziare il PD che con Gentiloni ha approvato, ponendo la fiducia, il Rosatellum e con Letta ha deciso di non modificarlo.

La destra non ha ottenuto la maggioranza dei voti delle italiane e degli italiani.

Con una legge proporzionale oggi La Russa siederebbe sui banchi dell’opposizione.

Le italiane e gli italiani di sentimenti antifascisti è ora che riflettano sui danni arrecati alla nostra democrazia costituzionale dal centrosinistra.

 

POLITICA NAZIONALE |  POLITICA ITALIANA

 

13/10/2022

da La Notizia

Giulio Cavalli

 


Silvio Berlusconi torna a dettare legge su Giustizia e televisioni. Smontare la Severino e tutelare le aziende. Da 28 anni il Cav punta ai soliti obiettivi.

 


Sono i quotidiani del 13 ottobre del 2022 ma sembra un incubo di 28 anni fa. Nel governo che viene non c’è solo l’estrema destra che si accinge a governare per la prima volta nella sua storia ma c’è sempre lui, Silvio Berlusconi, che punta dritto al ministero della Giustizia per cercare impunità e al ministero dello Sviluppo economico per sistemare le sue televisioni.

 

Il leader di Forza Italia rischia una pena fino a sei anni ed è molto probabile che entro la fine della legislatura si arrivi in Cassazione poiché entro il 2026 il processo dovrebbe terminare. In caso di condanna Berlusconi decadrebbe per la seconda volta, esponendo sé stesso – e l’Italia, ma questo per lui non è mai stato un problema – all’ennesima figuraccia internazionale.

 

Ecco perché Forza Italia vorrebbe che Francesco Paolo Sisto o Maria Elisabetta Alberti Casellati occupassero quella poltrona: il primo, sottosegretario uscente proprio alla Giustizia, è avvocato fedele all’ex Cavaliere (a Villa Romanazzi Carducci durante la convention del centrodestra lo scorso settembre si è messo al pianoforte per dedicare una canzone al suo capo partito) mentre la ormai ex presidente del Senato Casellati fu colei che l’11 aprile 2011 difese la versione di Silvio Berlusconi su Ruby “Rubacuori” spiegandoci, ospite a Otto e mezzo, che Berlusconi ritenesse la ragazza nipote di Hosni Mubarak, data la telefonata ricevuta dal presidente egiziano, e che le avrebbe dato del denaro solo “per permetterle di lavorare e quindi di non prostituirsi”. Questo è il livello.

 

Per le televisioni il discorso è lo stesso. Sui giornali Berlusconi ripete, come fa dal 1994, che Mediaset è stata soltanto penalizzata dal suo ingresso in politica ma i numeri raccontano un’altra realtà: nel quinquennio del secondo e terzo governo Berlusconi i ricavi pubblicitari lordi di Mediaset passarono da 2.467 a 2.955 milioni, con un aumento del 19,8%; quelli della Rai scesero invece da 1.273 a 1.217, meno 4%. Considerando l’intero periodo 2001-2011, durante il quale Berlusconi ha governato per circa nove anni, La Rai ha avuto una flessione del 30,5%, contro una limatura del 3,8% subita dal concorrente privato nonostante la crisi devastante.

 

Non si tratta solo di soldi, oggi la crisi dell’editoria ha portato la pubblicità (sempre più concentrata) a dettare l’agenda editoriale più delle notizie. Oltre all’arricchimento personale Berlusconi ottiene, oggi ancor di più con la crisi, un’agibilità d’informazione che inevitabilmente condiziona e inquina il dibattito politico.

 

Ma tutto questo non è soltanto merito suo. Se siamo ancora in un incubo lungo 28 anni i demeriti dei suoi avversari (tutti, dalla sinistra ai 5 Stelle) sono evidenti. Una seria legge sul conflitto di interessi in questo Paese torna a galla nelle promesse a intervalli regolari, ma poi non si trova mai il tempo (e la voglia) di farla davvero. A marzo 2008 D’Alema disse: “Una legge andrà fatta, ma le priorità sono altre come il lavoro e la sicurezza”. A fine 2022 il lavoro e la sicurezza sono ancora un problema, non c’è la legge e Silvio è tornato.

 

LAVORO E DIRITTI 

 

08/10/2022

da Unione Sindacale di Base

 

Requisire gli extra profitti, tariffe sociali per lavoratori e famiglie, aumenti salariali

 

Il carovita ha raggiunto livelli insostenibili per lavoratori e famiglie. Gli aumenti delle tariffe elettriche, della benzina, dei beni di prima necessità, dei generi alimentari stanno tagliando la capacità di acquisto delle famiglie e riducendo drasticamente la qualità della vita di milioni di persone.

 

Circa il 25% delle buste paga dei lavoratori è ormai destinato a pagare le bollette della luce e del gas e già oggi si prevedono aumenti che porteranno il costo medio dell’elettricità per famiglia a 1322 euro annui.

 

Gli aumenti sono dovuti principalmente alla speculazione e al libero mercato che approfittando della guerra fanno crescere a dismisura i propri utili aumentando il valore delle materie energetiche molto al di sopra del loro costo effettivo.

 

Le aziende che erogano il gas e l’elettricità realizzano profitti iperbolici dopo aver pagato il gas al suo prezzo reale e rivendendolo ai cittadini al prezzo stabilito dalla speculazione. 

 

Più di 40 miliardi di questi extra profitti oggi sono nelle casse delle aziende, quasi tutte a maggioranza azionaria di istituzioni pubbliche, statali e locali. La trasformazione in aziende a regime privato, anche se a maggioranza azionaria pubblica, ha consentito la scomparsa di qualsiasi agevolazione per le famiglie a basso reddito e enormi guadagni per le aziende che non hanno alcun obbligo formale di tutela dei cittadini.

 

Mentre i prezzi crescono senza alcun freno o controllo da parte dello Stato, i salari e gli stipendi stanno rapidamente calando e ormai non tengono più di fronte all’inflazione che in pochi mesi è passata dal 1% al 9%. Un taglio netto quindi che rende ormai pressoché impossibile arrivare alla fine del mese. 

 

Tutto questo non è colpa del destino, ma di precise scelte economiche che negli anni hanno prodotto questa situazione: privatizzazioni; eliminazione della scala mobile, il meccanismo che mensilmente adeguava salari e stipendi al costo della vita sostituito da un nuovo indice definito dall’Unione Europea, (IPCA), dal cui conteggio sono però escluse proprio le variazioni delle materie energetiche, gas e elettricità; contenimento degli aumenti in busta paga grazie alle politiche di austerità fatte proprie anche da Cgil, Cisl Uil.

 

Dopo la prima giornata di lotta e di mobilitazione del 3 ottobre, quando migliaia di bollette sono state bruciate in tutta Italia davanti alle aziende del gas e dell’energia e davanti alla Cassa Depositi e Prestiti che, per conto dello Stato, è azionista delle maggiori aziende nazionali come Eni, Italgas, Snam, la USB chiama lavoratori e famiglie ad una nuova giornata di mobilitazione, lotta, scioperi da realizzarsi nei quartieri, nelle fabbriche e negli uffici contro l’aumento delle bollette e del carovita, per difendere i salari e gli stipendi dall’inflazione, perché la loro crisi e le loro guerre noi non le paghiamo.

 

GIÙ LE ARMI SU I SALARI

IL 12 OTTOBRE GIORNATA NAZIONALE DI MOBILITAZIONE 

LAVORO E DIRITTI 

 

06/10/2022

da Unione Sindacale di Base

 

L'Istat certifica il disastro economico di lavoratori e famiglie, ma per Landini “Ok, il prezzo è giusto!”

 

Nella sua rilevazione trimestrale l’Istituto centrale di statistica fornisce una fotografia esatta della situazione economica, che ciascuno di noi tocca con mano quotidianamente ormai da molti mesi. Il potere d'acquisto delle famiglie è diminuito ulteriormente, in maniera lieve soltanto grazie alla riduzione di 2,3 punti percentuali del tasso di risparmio. In pratica si sopravvive intaccando, pesantemente, il risparmio delle famiglie. La pressione fiscale è oggi al 42,4% il che significa che le buste paga subiscono una rapina pari a quasi la metà.

 

Contemporaneamente ARERA comunica che il prezzo del gas su cui saranno calcolati i consumi di ottobre sale a 183,40 euro al megawattora, in attesa del conguaglio che sarà effettuato sulle bollette di novembre e che prevedibilmente sottrarrà altre ingenti risorse alle famiglie.

 

A fronte di questi numeri, che arrivano a completare il quadro già drammatico del costo esorbitante della bolletta dell'energia elettrica, dal 1° ottobre rincarata del 60%, che ha portato alla straordinaria giornata di lotta nazionale di lunedì 3 ottobre, durante la quale in tantissime città sono state bruciate centinaia di bollette, non si vede alcun provvedimento a tutela delle famiglie e dei salari e degli stipendi dei lavoratori.

 

Anche la Cgil, che già si è detta disponibile al dialogo con il nuovo governo, così da accompagnare altre riforme favorevoli alle imprese, tiene un profilo che definire basso è un eufemismo. Nell’ultima intervista a Mezz'ora in + Landini ha scoperto le carte e avanzato una rivoluzionaria richiesta: rateizzare le bollette!

 

Di fronte ad una situazione drammatica determinata dalla speculazione sul prezzo del gas, di fronte a stanziamenti di centinaia di miliardi per sostenere l'Ucraina in guerra, di fronte ad un vero e proprio tesoro di extra profitti di ben 40 miliardi accantonato dalle aziende del comparto energetico, di fronte al fatto che queste aziende siano tutte partecipate dallo Stato o dagli enti locali, il coniglio dal cappello di Landini è rateizzare, cioè posporre di qualche settimana il pagamento di bollette stratosferiche senza quindi chiedere provvedimenti per abbatterne il costo. Insomma, per la Cgil “Ok, il prezzo è giusto”.

 

Sempre a Mezz'ora in + Landini ha invitato tutti sabato a Piazza San Giovanni a intervenire alla sua manifestazione, tra le cui parole d'ordine è scomparso “no al fascismo”. Sarà la manifestazione per certificare l’esistenza in vita di un burosauro, alieno ai bisogni e alle lotte di lavoratori e famiglie.

LAVORO E DIRITTI  |   MORTI SUL LAVORO

 

05/10/2022

DA Left

Giulio Cavalli

 

Un rider ha perso la vita a Firenze mentre faceva le consegne in bici. Glovo, la piattaforma per cui lavorava, lo ha licenziato con un’email automatica. In Italia ci sono state sentenze che dicono che questi lavoratori andrebbero inquadrati diversamente ma non vengono rispettate

 

Ci sono molti dolori nella storia di Sebastian Galassi, il rider morto schiantato contro un suv lo scorso 2 ottobre, in via De Nicola a Firenze, mentre correva per rispettare i tempi dell’algoritmo. C’è la vita di un 26enne che studiava grafica per il web e poi la sera inforcava la bicicletta per racimolare un po’ di soldi, schiavo qualche ora al giorno per provare a mantenersi. C’è una lista di morti schiacciati che comprende William De Rose a Livorno lo scorso 25 marzo, Romulo Sta Ana morto il 29 gennaio a Montecatini e Roman Emiliano Zapata, deceduto il 19 settembre sul Terragno, nel trevigiano.

 

C’è un settore che continua a tollerare le condizioni precarie (illegali, bisognerebbe avere il coraggio di scrivere “illegali”) di lavoratori che devono correre perché pagati a cottimo, l’ennesimo lavoro dove il rispetto della sicurezza è un costo solo che in questo caso il costo è addossato ai lavoratori. C’è la narrazione delle grandi piattaforme di consegne (Glovo, Deliveroo e Uber) che chiamano tutto questo “flessibilità” e “libertà”, secondo lo schema ma della solita cosmesi linguistica che racconta i diritti come vincoli. Era accaduto qualche anno fa con la “precarietà”, ci siamo cascati, ci ricaschiamo di nuovo.

 

Ci sono sentenze (a Firenze, a Bologna, a Milano, a Torino, a Palermo) che dicono che questi lavoratori andrebbero inquadrati diversamente ma non vengono rispettate, rimangono nel fascicolo della letteratura dei diritti. C’è Glovo che licenzia un morto: «Gentile Sebastian, siamo spiacenti di doverti informare che il tuo  – si legge nel testo, una comunicazione meccanica e standardizzata senza traccia di contatto umano -. Per mantenere una piattaforma sana ed equa, talvolta è necessario prendere dei provvedimenti quando uno degli utenti non si comporta in modo corretto». Nella mail risalta un particolare importante: i lavoratori sono chiamati “utenti”. Dietro quella parola si sente l’odore di un lavoro che diventa un favore.

 

Infine c’è la manifestazione convocata oggi a Firenze che otterrà molto meno spazio dei verbosi editoriali di vecchi intellettuali (vecchi perché fuori dal tempo) che scrivono dei giovani che non lavorano perché non hanno voglia di lavorare e non si chiedono mai – nemmeno un volta – se Sebastian avesse accettato un qualsiasi lavoro, in condizioni più umane, senza dover andare forsennatamente in bicicletta per la città per pochi spiccioli.

POLITICA NAZIONALE |  POLITICA ITALIANA

 

04/10/2022

da Contropiano

 

Manifestazioni e bollette bruciate in molte città

 

Nella giornata di ieri, rispondendo alla chiamata della Federazione Sindacale Mondiale WFTU, l’Unione Sindacale di Base ha organizzato manifestazioni e presidi in 14 città italiane per protestare contro il carovita e le speculazioni delle grandi compagnie dell’energia, che si stanno arricchendo a scapito della popolazione.

 

USB ha anche presentato alla Procura di Roma un esposto, curato dall’avvocato Vincenzo Perticaro, per denunciare queste speculazioni, che hanno già prodotto rincari del 60% dell’energia elettrica e domani porteranno a +80% le tariffe del gas.

 

Roma un centinaio di manifestanti hanno protestato con USB davanti alla Cassa Depositi e Prestiti, maggiore azionista di ENI, continuando la protesta contro il carovita e gli aumenti astronomici delle bollette. Durante il presidio sono state bruciate le bollette.

Milano dopo il presidio davanti all’ENI Store, è partito un corteo che si è diretto alla sede dell’Arera (l’Autority per l’energia) dove è stata bruciata una bolletta.

 

Pisa un folto gruppo di lavoratori si è radunato sotto gli uffici ENI di Viale Bonanni, continuando a bruciare le bollette per protesta. Anche qui gli uffici erano chiusi. per riunione aziendale. A Livorno si è svolto  un partecipato presidio di fronte all’ENI Store di Scali Olandesi 42, chiuso per un improvviso “corso di aggiornamento”, dove sono state bruciate in segno di protesta le bollette.

Torino, dove nei giorni scorsi si sono tenute le proteste dei Teleriscadati insieme ad ASIA USB per chiedere che gli extraprofitti delle multiutility vengano usati per saldare le morosità e calmierare le bollette, si sta tenendo un presidio di fronte all’Eni Store di via Regina Margherita.

 

Bologna decine di manifestanti si sono dati appuntamento di fronte alla sede dell’Hera, tra cui tanti cittadini colpiti dal caro bollette. È ora di dire basta con il carovita e la speculazione, non paghiamo le loro crisi e le loro guerre: anche a Bologna sono state bruciare delle bollette per protesta.

Napoli un nutrito presidio si è riunito in piazza Plebiscito, nei pressi della Cassa Depositi e Prestiti, maggiore azionista di Eni, e alla Prefettura: qui sono state bruciate simbolicamente alcune bollette per protestare contro i rincari, con il costo più che raddoppiato negli ultimi mesi. Respinta la richiesta di essere ricevuti dal Prefetto.

 

Cagliari l’USB ha tenuto un presidio, all’incrocio tra Via Roma e Viale Regina Margherita, di fronte alla sede Enel e a pochi passi dalla sede Inps. In Sardegna i colpi dell’inflazione si fanno sentire forti: gli organi preposti alla vigilanza, anche sulla concorrenza, devono agire per bloccare le speculazioni sull’energia.

A Taranto il presidio si è tenuto di fronte alla Prefettura.

Altre manifestazioni si sono tenute Trieste, Spoleto, Firenze, Schio

POLITICA ESTERA 

 

03/10/2022

da Valori

Giorgio Michalopoulos

Belo Horizonte

 

Elezioni in Brasile, un Paese lacerato aspetta il secondo turno tra Lula e Bolsonaro

 

Le elezioni in Brasile, caratterizzate da uno scontro violentissimo tra candidati e elettori, vedono Lula in vantaggio ma Bolsonaro vicino 

 

Il 2 ottobre 156 milioni di brasiliani sono stati chiamati alle urne per delle elezioni che segneranno la storia dello Stato sudamericano. Tra gli undici candidati alla presidenza, la partita si è giocata tra l’ex presidente progressista Luiz Inácio Lula da Silva (Partito dei lavoratori – PT) e l’ultraconservatore Jair Bolsonaro (Partito liberale – PL), presidente uscente. Uno scontro tra due visioni opposte, in un clima che infuoca e preoccupa il Paese per il grado di violenza raggiunto.

 

Al termine del primo turno, Lula è risultato in testa, sfiorando il 50% dei voti, che gli avrebbe garantito l’elezione diretta, senza passare per il ballottaggio, previsto per la fine di ottobre. All’ex presidente è andato il 48,43% delle preferenze, contro il 43,2% del candidato di estrema destra. Quest’ultimo ha realizzato uno score ben più alto rispetto a quello che era stato prospettato dai sondaggi. L’ultima stima, pubblicata alla vigilia del voto, ipotizzava uno scarto di ben 15 punti percentuali tra i due.

 

Una campagna elettorale segnata dalla violenza

 

Le preoccupazioni hanno trovato riscontro nello stato di Minas Gerais durante il primo grande incontro elettorale, che ha visto protagonista Dilma Rousseff, la prima donna a ricoprire la carica di presidente della Repubblica nel 2010. Rieletta nel 2014, la Rousseff ha concluso prematuramente il suo incarico a causa di un impeachment.

 

Il 9 luglio un padre di famiglia con quattro figli è stato ucciso a colpi di pistola da un sostenitore del presidente in carica. Nello stato di Mato Groso do Sul il 9 settembre un sostenitore di Lula è stato ucciso a coltellate da un ventiquattrenne bolsonarista. L’ultimo dibattito presidenziale del 29 settembre è stato irruento, segnato da pesanti accuse tra i candidati. «Ho molta voglia di stare per strada e celebrare la vittoria, ma credo sia pericoloso. Prima nessuno veniva ammazzato per un adesivo o una maglietta del proprio partito», non nasconde i suoi timori Thais Oliveira de Oliveira, dottoranda dell’università federale di Minas Gerais, alla vigilia delle elezioni.

 

Le dichiarazioni di Dilma Rousseff, ex-presidente del Brasile, al seggio elettorale

 

Nel collegio Santa Marcellina, seggio elettorale del quartiere São Luiz di Belo Horizonte, l’ex presidente si è presentata alle otto del mattino acclamata dai militanti del PT. Se fuori è stata circondata da una folla affettuosa di circa quaranta persone con magliette rosse, adesivi pro-Lula e bandiere del partito, nei corridoi del collegio, Dilma Rousseff non ha trovato la stessa accoglienza.

 

Tra i fischi dei sostenitori di Bolsonaro ha fatto eco un “fora vagabunda!” (di cui risparmiamo la traduzione). Terminato il voto, Dilma Roussef è tornata all’aria aperta spiegando al popolo del suo partito come il governo Lula combatterà le forti diseguaglianze di cui soffre il Paese, la devastazione ambientale e la de-industrializzazione. «Sono estremamente ottimista, sento una grande energia nelle strade, nelle persone. Ma dobbiamo pensare al giorno dopo. Il 3 ottobre dobbiamo riaffermare la sovranità di questo Paese», aveva dichiarato ai microfoni, sperando evidentemente in un’elezione di Lula al primo turno.

 

Lo specchio di una società estremamente polarizzata

 

Non della stessa opinione una signora con occhiali da sole scuri, maglietta gialla e verde con il volto di Bolsonaro. «Lula ladro il tuo posto è la prigione! Non voglio comunisti in Brasile», urla insistentemente, seguita da altri bolsonaristi con la maglietta della seleção brasileira, ormai simbolo del PL. I militanti del PT intanto cominciano a cantare: «Dilma guerriera del popolo brasiliano». 

 

In questo clima da stadio la Rousseff continua tranquillamente a parlare del futuro del Paese: «Il presidente Lula deve ricostruire il Brasile: abbiamo una polarizzazione interna fatta da gravi diseguaglianze. Un problema legato ai metodi di sfruttamento minerario adottati in tutto il Paese. Occorre una nuova regolamentazione. Dobbiamo garantire che non avvenga più questa brutale distruzione dell’ambiente. Dobbiamo investire nell’istruzione di qualità, perché solo questo toglie le persone dalla miseria. E dobbiamo re-industrializzare il Paese».

La polarizzazione etnica: di undici candidati alle elezioni in Brasile solo due sono di colore

Ma la polarizzazione della società brasiliana non è solo politica ed economica. «Parlare di disuguaglianze è anche parlare delle donne di colore, questo è un Paese a maggioranza nera. Le donne di colore devono essere rispettate, Lula porterà questa sensibilità nelle sue politiche», ha concluso così il suo discorso Dilma Rousseff. 

Nel Paese in cui la popolazione nera-meticcia cresce fino al 56% del totale nel 2022, queste parole fanno riflettere. Tra gli undici candidati alla presidenza solo due sono neri, entrambi non hanno potuto partecipare al dibattito perché l’ultima riforma della legislazione elettorale permette di invitare ai dibattiti solo i candidati di partiti con almeno cinque rappresentanti nel congresso nazionale.

«I nostri corpi sono i primi ad essere attaccati», spiega Etiene Martins, giornalista e consigliera della deputata Andréia de Jesus. «I bolsonaristi si sono appropriati di alcuni territori della città così come della maglietta del Brasile. In alcune zone io, donna nera, sono vista come una presenza sospetta». Nell’assemblea legislativa di Minas Gerais su 77 deputati, solo 9 sono donne, di cui 3 di colore. Ovvero il 3% della rappresentanza in uno Stato a maggioranza nera secondo i dati dell’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica

 

Il razzismo ancora attraversa la società brasiliana

 

In una piccola scuola di Pompeia, quartiere di classe media a Belo Horizonte, in fila nel seggio elettorale, Etiene denuncia le pesanti minacce di morte ricevute dalla De Jesus per aver denunciato violenze razziste. Oggi costretta a girare con la scorta, la deputata si batte per la difesa dei diritti umani e dei diritti delle donne nere, con particolare attenzione alle comunità minoritarie e alle popolazioni indigene. 

 

«Io sono nera, soffro il razzismo in continuazione. Nella mia famiglia non credono che un nero possa partecipare ai processi legislativi e cambiare le regole. Combattere queste ingiustizie è la mia missione di vita», racconta Andréia in un seggio elettorale del PT. Ad oggi ha sporto 29 denunce per minacce ricevute via telefono, mail o sui canali social. A un anno di distanza dalla prima denuncia, non ha ancora ricevuto risposte dalle autorità. «La passività della società – aggiunge – autorizza la violenza. Autorizza ad uccidere. Così come è accaduto a Marielle Franco, assessora nello stato di Rio de Janeiro, morta con cinque colpi in testa. Quando la società brasiliana non reagisce, autorizza ad uccidere anche Andréia e le Andréia che verranno». 

 

Riflettendo sulle parole di Dilma Roussef, la deputata spiega che l’istruzione brasiliana va ripensata completamente: «Dobbiamo costruire una identità brasiliana considerando i 300 anni di schiavitù che sono attuali. Le cicatrici delle fruste sono ancora presenti sulla mia schiena, sulla schiena di mia madre e di mio nonno. Se non parliamo di questo, specialmente nell’istruzione, continueremo a riprodurre una logica europea di colonizzazione perpetua». 

 

Il centro e la periferia: gli orientamenti di voto opposti, legati alle condizioni socio-economiche

 

Normalmente proibita nel Paese durante il giorno elettorale, per la prima volta la vendita di bevande alcooliche è ammessa nello Stato di Minas Gerais. «Siamo un popolo in condizioni di estrema vulnerabilità. Può essere pericoloso e può incentivare la violenza. Inoltre, esistono persone nelle periferie che vendono il loro voto per un sacco di cemento o una cassa di birra. E purtroppo c’è sempre chi è pronto a comprare questi voti», spiega Etiene dopo un’ora di fila al seggio elettorale (i ritardi generalizzati nel Paese sono stati attribuiti alla raccolta dei dati biometrici nei seggi elettorali). Nel quartiere Pompeia, zona est di Belo Horizonte, le magliette rosse o con la faccia di Lula stampata superano quelle della nazionale o gli abiti giallo-verdi. 

 

Diversa è la situazione a Savassi nel quartiere della zona centro-sud di Belo Horizonte, dove si concentrano i redditi più alti della città (vicino alla Praça da Liberdade). Grandi macchine nere ornate di bandierine del Brasile sono parcheggiate in doppia fila, i conducenti sono generalmente uomini bianchi con occhiali da sole, orologio e la solita maglietta della seleção brasileira. In netta maggioranza rispetto alle magliette rosse e di Lula, i sostenitori di Bolsonaro a Savassi costituiscono la roccaforte del Partito Liberale. La Polizia militare ai lati dei seggi elettorali non ha riportato tensioni durante la giornata.

 

I grandi assenti delle elezioni in Brasile: i giovani

 

Che sia centro o periferia, la concentrazione di adulti nei seggi elettorali mostra un grande assente, i giovani. «La mia sensazione è che questi siano più spinti dalle ambizioni personali che orientano le scelte politiche in un’ottica liberale. Io credo molto nella politica identitaria e di classe, tradurre questo per un giovane non è facile. Ma in un Paese dove il razzismo domina, c’è uno strato sociale di popolazione che è emarginato per via del colore della pelle. E questo deve essere discusso molto di più, soprattutto tra i giovani delle periferie», commenta Andréia de Jesus.

 

Alle ore 18:00 il centro città è in silenzio, le urla e i clacson che hanno conquistato la città negli ultimi giorni sono scomparse. Un silenzio di attesa abbraccia la città. Nella redazione del giornale Estado de Minas cinque schermi seguono la diretta degli scrutini, mentre i redattori aggiornano nervosamente le pagine dei risultati presidenziali. Alle ore 18:00 con il 4.5% delle sezioni scrutinate, Bolsonaro è dato al 48.5%, Lula al 42%. Alle 20:04 la situazione è tesa, Lula supera il presidente in carica, dietro gli schermi della redazione si sente esclamare: “Virou” (superato). Bastano 40 minuti per moderare il fermento: alle 20:40 con il 99% delle sezioni scrutinate, i dati parlano chiaro, la possibile vittoria di Lula è posticipata al secondo turno. 

 

In Brasile si andrà al secondo turno

 

«Il risultato delle urne mostra che il movimento guidato da Bolsonaro non si è indebolito con il primo mandato, ma al contrario si è rafforzato. Il 90% dei suoi ministri è stato eletto, questo mostra un apprezzamento rilevante di una parte di popolazione», commenta Carlos Marcelo Carvalho, direttore del giornale Estado de Minas. «Dall’altro lato, notiamo la resilienza di Lula che chiude in vantaggio. Mai nella storia del Paese è successo che, in un confronto tra un ex presidente e il presidente in carica, l’ex superasse quello in carica. Dobbiamo registrare questo come un fatto inedito nella storia del paese”. 

 

Altro fatto inedito sarebbe la vittoria di Bolsonaro al secondo turno, infatti nella storia delle presidenziali brasiliane, i candidati in vantaggio al primo turno hanno sempre vinto. Ai candidati ora l’arduo compito di attirare i voti di centristi e moderati. La missione, spiega Carvalho, è fondamentale per Lula, considerata la base elettorale che Bolsonaro ha conquistato alle urne (facendo eleggere un quinto del congresso nazionale). «Il Paese è fortemente polarizzato: nord, nord-est e Minas Gerais stanno con Lula, mentre nel sud c’è una predominanza di Stati dove Bolsonaro vince a mani basse».

La sconfitta dei candidati della “terza via”

 

Un ulteriore dato da evidenziare, sottolinea il direttore, è che nessun candidato della cosiddetta “terza via” è riuscito a vincere nel suo stato di appartenenza. “Questo dimostra che oggi il Brasile è un Paese con due forze politiche egemoniche. La terza via in questo momento non ha spazio né rilevanza», aggiunge.

 

Date le premesse, ci si può legittimamente chiedere a questo punto se Bolsonaro sarà disposto ad accettare un risultato avverso al secondo turno. «Ciò che mi preoccupa sono quelli che appoggiano Bolsonaro. Ho incontrato persone uguali a me che supportano Bolsonaro, una persona che difende il fascismo, il razzismo e la violenza, ma queste stesse persone sono vittime della violenza. Bolsonaro è politicamente morto, ma le sue idee continueranno a vivere nella società in cui viviamo», commenta la deputata de Jesus.

 

Una lunga giornata si chiude lasciando il Brasile in bilico. Il giorno dopo, 3 ottobre, ricomincia la campagna elettorale. The show must go on. Il Brasile si prepara al secondo turno. Appuntamento al 30 ottobre.  

ECONOMIA E FINANZA

 

30/02/2022

da  il  Manifesto

Massimo Franchi

 

Arera fissa la bolletta: elettricità +59% ma i costi sono già raddoppiati

 

SUCCESSI DI GOVERNO. L’Autorità per una «famiglia tipo» stima una spesa annua che passa dai 632 euro del 2021 a ben 1.322. Sul gas - a novembre ma retroattivo di un mese - sarà peggio. Nessuna tutela per i morosi

 

La prima mazzata sui consumatori italiani è arrivata. La prossima sarà probabilmente nel giorno dei morti ma avrà effetto retroattivo sul mese di ottobre.
Ieri pomeriggio, dopo aver preparato il terreno mercoledì, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera) ha fissato – come da legge e alla luce dei vari decreti Aiuti del governo Draghi – il prezzo dell’energia. «Dal primo ottobre 2022, il prezzo di riferimento per il cliente tipo sarà di 66,01 centesimi di euro per kilowattora». L’aumento è pari al 59% ed è quindi in linea con le stime di Nomisma energia (60%).

 

NIENTE TETTO (price cap) italiano, niente disaccoppiamento tra prezzo dell’energia legato al gas (molto più alto) e prezzo dell’energia da fonti rinnovabili (molto più basso), con il governo Draghi. È rimasto solo il taglio dei cosiddetti oneri generali di sistema che valevano circa per un quarto della bolletta. Un solo e secondario strumento rispetto alle risposte degli altri governi europei.

 

Nonostante questo Arera parla di «intervento straordinario» che «evita il raddoppio».

 

L’intervento viene stimato per 30 milioni di utenze domestiche e oltre 6 milioni di piccole imprese, artigiani e commerciati, spiega l’Autorità. «Bonus sociali» per il quarto trimestre valgono invece per le famiglie con un Isee fino a 12.000 euro (soglia che sale a 20.000 euro per le famiglie numerose). I bonus sono erogati direttamente in bolletta.
Il raddoppio dei costi però è certificato dalla stessa Arera quando raffronta i costi annuali per una «famiglia tipo», ossia con consumi medi di 2.700 kilowattora all’anno: «per la bolletta elettrica la spesa per la famiglia-tipo nel 2022 sarà di circa 1.322 euro, rispetto ai 632 euro circa del 2021».

 

ANDRÀ MOLTO PEGGIO con la bolletta del gas. E per questo la scelta di Arera (e governo Draghi) è di procrastinare l’annuncio per non assommare troppe brutte notizie, centellinandole per indorare la pillola. Con ogni probabilità sarà dunque il governo Meloni a dover informare gli italiani con effetto però retroattivo da ottobre. Insomma, come ieri con la Nota di aggiornamento al Def, il governo Draghi scarica un’altra patata bollente al nuovo esecutivo.

 

Dal punto di vista tecnico, lo spostamento di un mese viene così spiegato: «In base al nuovo metodo di calcolo introdotto a luglio da Arera, il prezzo del gas per i clienti ancora in tutela verrà aggiornato alla fine di ogni mese e pubblicato nei primi giorni del mese successivo a quello di riferimento, in base alla media dei prezzi effettivi del mercato all’ingrosso italiano. Il valore del prezzo gas, che sarà pagato dai clienti per i consumi di ottobre, verrà pubblicato sul sito dell’Autorità (arera.it) entro 2 giorni lavorativi dall’inizio di novembre».

 

Il commento del presidente di Arera Stefano Besseghini è improntato alla moderazione e a tenere a bada le probabili proteste delle aziende: «L’eccezionalità della situazione, con un conflitto che rende incerte le forniture e continua a spingere in alto i prezzi – afferma – ha meritato un intervento altrettanto eccezionale, anche considerando che il Parlamento e il governo sono impegnati in una fase di transizione. Un raddoppio delle bollette avrebbe potuto spingere all’aumento della morosità, mettendo ulteriormente in difficoltà le famiglie e il sistema energetico».

 

IL TEMA DELLE MOROSITÀ, delle centinaia di migliaia di famiglie e imprese che non sono in grado di pagare le bollette, è già reale anche se non esistono dati precisi: «Non abbiamo in questo momento un’evidenza di un’esplosione significativa della morosità», sostiene Besseghini. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta naturalmente di «morosi incolpevoli» visto che per la prima non riescono a pagare.

 

Per loro però non è previsto al momento alcun trattamento speciale: le norme attuali non li riconoscono e le regole per il distacco della fornitura ai clienti morosi è uguale per tutti.

 

E PREVEDONO CHE L’AZIENDA che fornisce l’energia elettrica invii prima un sollecito di pagamento tramite raccomandata o Pec con la contestuale «messa in mora del cliente». Il termine per adempiere al pagamento non può essere inferiore a 15 giorni. Se non si paga, entro altri 15 giorni viene ridotta del 15% la potenza della fornitura. Dopo quella scadenza, se non si è ancora saldato il debito, la fornitura verrà disattivata e dunque sospesa la fornitura di energia elettrica. Naturalmente il boom di morosità allungherà verosimilmente i tempi delle sospensioni.

 

In caso di pagamento con sanzioni di tutto il debito si potrà ottenere il ripristino della fornitura in 48 ore. Se invece la «morosità» persiste, dopo altri dieci giorni la fornitura verrà definitivamente chiusa. Per poterla riattivare, si deve stipulare un nuovo contratto, con costi molto più alti.

POLITICA NAZIONALE |  POLITICA ITALIANA

 

29/09/2022

da Unione Sindacale di Base

 

Lunedì 3 manifestazione alla Cassa Depositi e Prestiti

 

Lunedì 3 ottobre l’Unione Sindacale di Base presenterà alla Procura di Roma una denuncia contro tutte le condotte poste in essere dalle società che commerciano gas, energia elettrica e prodotti petroliferi ai danni della collettività, speculando sulle differenze tra quanto hanno pagato le materie prime e il prezzo al quale ce le stanno rivendendo.

 

Nella denuncia di USB si chiede che vengano sequestrati e/o acquisiti:

  1. gli extraprofitti dei traders italiani o i documenti relativi agli stessi;
  2. tutti i documenti attestanti i ricavi dell’ultimo anno degli operatori italiani che commerciano gas naturale;
  3. i documenti relativi agli utili del Ministero dell’Economia e delle Finanze nonché di CDP S.p.A., e i documenti relativi alle comunicazioni al Ministero dello Sviluppo Economico dei prezzi praticati.

Nell’attesa delle risposte dalla Procura è stata già depositata istanza di accesso agli atti per chiedere a tutti i soggetti che hanno un ruolo in questa speculazione qualsiasi documento o atto che possa giustificare gli aumenti.

 

Nel pomeriggio di lunedì 3, a partire dalle ore 16, l’USB organizza una manifestazione davanti alla sede di Cassa Depositi e Prestiti in via Goito. Cassa Depositi e Prestiti è azionista di maggioranza di ENI, una delle tante società che hanno goduto di extraprofitti per una somma complessiva di circa 40 miliardi.

 

Riguardo alla notizia riportata oggi dai media per cui dal 1° ottobre cambierà il metodo per calcolare il prezzo del gas (dal TTF al PSV italiano) l’USB segnala che l’andamento storico del prezzo del gas in Italia ha seguito esattamente quello della Borsa di Amsterdam e che pertanto siamo di fronte a un semplice cambiamento di facciata. È urgente non solo recuperare gli extraprofitti, cioè il furto conclamato a milioni di cittadini/utenti, ma anche bloccare il prezzo di gas e luce al consumatore.

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