Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

28.03.2018

 

Incidenti e morti sul lavoro, Fattori e Sarti (Sì): "In Toscana situazione sempre più grave. Grande dolore e rabbia, servono più controlli ed una forte regia regionale"

 

"Con l'incidente mortale ed i feriti di Livorno, cui si sommano gli ulteriori gravi infortuni accaduti a Massa e a Terranuova Bracciolini, viviamo oggi una giornata terrificante per la Toscana", dichiarano Tommaso Fattori e Paolo Sarti, consiglieri regionali di Sì Toscana a Sinistra.

 

"Siamo vicini alle famiglie delle vittime e ai lavoratori infortunati. Come Sì Toscana a Sinistra continuiamo a chiedere che sia ripristinato il settore regionale 'Prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro': occorre una forte regia che oggi è venuta meno.

 

Il Consiglio regionale ha votato all'unanimità una nostra proposta in tal senso ma la Giunta ancora non si è mossa. Chiediamo nuovamente misure più stringenti per la salute e la sicurezza sul lavoro, aumentando controlli e ispezioni e coinvolgendo sempre più lavoratori, sindacati e imprese, a partire dalle banchine livornesi e dai cantieri navali della nostra regione, dove purtroppo si stanno verificando gravissimi incidenti".

28.03.2018

 

È morta domenica 25.03.2018 a 75 anni. Diede il via alla lotta al razzismo.

 

Si chiamava Linda Brown, era una signora nera, molto intelligente e molto discreta, aveva 75 anni. E’ morta per un infarto. Oggi ci saranno i funerali e per partecipare ai funerali verrà gente da tutta l’America. Forse ci sarà anche Obama.

 

Linda era nata durante la seconda guerra mondiale in una cittadina del Kansas. Topeka, nome indiano un po’ buffo. Nella lingua dei pellirosse vuol dire luogo dove crescono le patate. Come se noi dicessimo “patatilandia”.

 

Suo padre era un contadino, si chiamava Oliver, sua madre era Leola. Oliver era un tipo combattivo e forse nella storia degli Stati Uniti conta più lui di tanti presidenti, tipo Bush, o Carter, o Ford, per citare i più recenti.

 

Forse lui, e sua figlia, hanno contato anche più di Obama. Ora vediamo perché.

 

La storia inizia nell’agosto del 1953, quando Linda doveva andare alle scuole medie. C’era una scuola media vicino a casa sua, ma era solo per bianchi. E allora Oliver dovette iscrivere Linda a una scuola per neri, che però era a molti chilometri da casa. Bisognava fare un lungo tratto a piedi, nei campi, e poi prendere un autobus. Linda qualche anno fa, in un’intervista, ha raccontato che ogni volta era un’avventura. E che quando venne l’inverno lei moriva di freddo. Le lacrime che le scendevano sulla faccia e poi si gelavano, perché le veniva da piangere.

 

 

Allora il papà di Linda decise di ricorrere alla legge. Perché a lui, sulla base del ragionamento, sembrava assurdo che i bambini neri avessero meno diritti dei bianchi. E però nella grande America degli anni cinquanta era così. La parola d’ordine era: “prima i bianchi…” Oliver presentò l’esposto alla Corte distrettuale. Disse: esiste il quattordicesimo emendamento alla Costituzione che prevede l’uguaglianza dei diritti. Dov’è l’uguaglianza se le scuole sono segregate?

 

La Corte rispose che esisteva già una sentenza della Corte suprema del 1896 ( Plessy vs Ferguson), chiamata la sentenza “ separati ma uguali”, la quale stabilisce che l’uguaglianza dei diritti non confligge con la segregazione. Si possono esercitare gli stessi diritti – dice la Corte – in due luoghi ( e dunque in due scuole) diversi e lontani.

 

Oliver non ci sta. Ricorre alla Corte suprema. E qui avviene il miracolo. Il 17 maggio del 1954, lunedì, la Corte suprema emette la celebre sentenza Brown vs Board of education.

 

Dice: la segregazione è anticostituzionale. La sentenza è votata all’unanimità e cambia la storia degli degli Stati Uniti. Inizia esattamente quel giorno la riscossa dei neri.

 

Se leggete i giornali dell’epoca vi accorgete subito che il 1954 fu un anno di svolta. Esattamente un mese dopo la sentenza Brown, il Senato degli Stati uniti si riunisce per votare su una mozione di censura presentata da un senatore democratico ( Ralph Flanders) contro un senatore repubblicano che si chiamava Joseph McCarthy. Il quale McCarthy era l’uomo che quattro anni prima, con un discorso pronunciato al circolo delle donne di Wheeling ( Virginia) aveva denunciato la presenza dei comunisti al dipartimento di Stato, a Hollywood, nei giornali e nelle università e aveva preso in mano la commissione contro le attività antiamericane che istruì processi a valanga contro politici, intellettuali, registi, attori, giornalisti.

 

L’America attraversò in quel quadriennio il periodo più buio e reazionario della sua storia. Eleonora Roosevelt, la vedova del più potente tra i presidenti degli Stati Uniti, definì il maccartismo “il fascismo americano”.

 

Bene, il 18 giugno del 1954 il Senato votò la mozione di censura contro McCarthy e la mozione fu approvata con 78 voti contro 22. Quel giorno iniziarono gli anni sessanta e iniziò a spuntare la primavera kennediana che sarebbe stata poi certificata dalla vittoria di Jfk nel novembre di sei anni dopo.

 

Intanto la lotta contro il razzismo e per i diritti civili stava dilagando. L’anno dopo la vittoria dei Brown in Kansas, esplose l’Alabama. Sempre una donna ad accendere la miccia. Stavolta una donna adulta, Rosa Parks, 42 anni. In Alabama, nonostante la sentenza Brown, gli autobus pubblici erano ancora segregati. Perché in realtà la sentenza Brown riguardava solo la scuola. Diceva: « Nel campo dell’educazione la vecchia sentenza del 1896 “separati ma uguali” non vale, perché, nel campo dell’educazione, separazione equivale a discriminazione ». Ma negli autobus – sostenevano i governanti degli Stati del Sud – non si fa educazione. E perciò c’era un settore per soli bianchi, e cioè i sedili davanti, poi un settore misto, e in fondo un settore per soli neri. Nel settore misto i neri potevano sedere, ma se un bianco ti chiedeva il posto dovevi umilmente cederlo. Il primo dicembre del 1955 alcuni studenti chiesero a Rosa di cedergli il posto nella zona mista. Rosa – spiegherà più tardi – era stanchissima, non gli andava di viaggiare in piedi, e disse di no. Gli studenti erano meravigliatissimi, non gli era mai successa una cosa del genere. Intervenne il conducente, ma Rosa restò lì, ferma e spavalda. Venne la polizia, la arrestò.

 

Eravamo a Montgomery, capitale dell’Alabama. La notizia uscì su tutti i giornali. Il giorno dopo dalla Georgia arrivò un reverendo già abbastanza noto, ma non ancora famosissimo. Si chiamava Luther King jr. In due giorni riuscì a organizzare una vera e propria rivolta. Convinse i neri a boicottare gli autobus. Non qualche nero: i neri. Tutti. Il boicottaggio fu completo, i neri si organizzarono con auto e pulmini privati, le autorità cercarono in ogni modo di far saltare tutto, arrestarono King e molti altri, ma non ottennero niente. King fu liberato dopo qualche settimana. Anche Rosa. Il boicottaggio durò un anno. La compagnia dei bus stava fallendo. Il 13 novembre del 1956 la Corte suprema estese la sentenza Brown ai trasporti. I bianchi fremettero di rabbia. Il governatore James Folsom non la prese bene.

Folsom era un democratico, come gran parte dei governatori degli Stati del Sud. Il Presidente degli Stati Uniti invece era repubblicano, era il generale Dwight Eisenhower. Allora, negli Stati del Sud, i repubblicani ( figli di Lincoln) erano molto più avanzati dei democratici, che invece si portavano addosso un po’ di eredità del Ku Klux Klan. Folsom tre anni più tardi ebbe una certa fama internazionale quando esplose il caso Wilson. Anche Wilson era un nero. Un contadino analfabeta che aveva rapinato una signora anziana e gli aveva portato via un po’ meno di due dollari. Fu condannato a morte da una giuria tutta di bianchi. A morte. Si scatentò la protesta nel mondo intero. Eisenhower chiese a Folsom di intervenire, di dare la grazia. Folsom scelse una via di mezzo: commutò la pena in ergastolo. Ai bianchi non bastò: protestarono, lo accusarono di essersi piegato alla lobby comunista. La lotta dei neri andò avanti ancora per molti anni. Con grandi episodi collettivi ed episodi individuali.

Nel ‘ 61, per esempio, uno studente nero che si chiama James Meredith andò ad iscriversi all’università del Mississippi ma lo cacciarono via perché dissero che l’università era per soli bianchi. Il governatore, un certo Ross Barnett, anche lui democratico di provata fede, disse che finché lui fosse rimasto vivo nessun nero sarebbe andato all’università. Meredith presentò un ricorso dopo l’altro, e vinse sempre. Per due anni di seguito. I ricorsi si basavano proprio sulla famosa sentenzaBrown Vs board of education. Alla fine ci fu la sentenza definitiva della Corte suprema. Pro- Meredith. Barnett allora prese un fucile e si piazzò con un po’ di amici e con la polizia statale davanti all’ingresso dell’Università. James si presentò, tentò di entrare e fu respinto. La mattina dopo si ripresentò, ma stavolta non era solo: Bob Kennedy, che era ministro della giustizia, aveva mandato la guardia nazionale. Ci furono degli scontri molto aspri tra i razzisti e i soldati di Kennedy. Due morti. Meredith entrò e si iscrisse, Barnett perse.

Eravamo nel 1963. Qualche mese dopo John Kennedy fu ucciso. Due anni più tardi, sotto la presidenza di Lyndon Johnson, fu approvata la legge sui diritti civili che spazzava via il razzismo.

Jeff Colyer, che oggi è governatore del Kansas e che è nato sei anni dopo la sentenza Brown, ha dichiarato: «Il caso Brown è stato una pietra miliare nella storia dell’America».

Non so se il razzismo, in Occidente, è stato sconfitto. Negli Usa, per esempio, in Italia, per esempio. Non so. Però so che ha ragione Colyer. Dobbiamo molto a quella ragazzina.

 

28 mar 2018

Roberta Fantozzi -

 

Le agenzie di oggi battono la notizia: “La spesa pensionistica dell’Italia è una bomba pronta ad esplodere. Lo scriverà la Commissione europea nel rapporto di primavera Ageing Report 2018”.

 

E giù con espressioni come “numeri choc”, gobbe previdenziali insostenibile, e ogni altra metafora utile a seminare l’idea che i processi siano fuori controllo, che alle pensioni si debba mettere mano, sì, ma per tagliare ancora… tutto l’armamentario del There Is No Alternative che ci si appresta a dispiegare.

 

Ovviamente con il supporto dei numeri che dimostrerebbero come la spesa previdenziale in rapporto al Pil in Italia sia fuori da ogni possibile raffronto con quella del resto d’Europa: al 16% del Pil, pronta a schizzare al 18,5!!

 

Come dire un febbrone da cavallo.

Solo che è un falso.

 

L’Italia sconta la mancata separazione tra assistenza e previdenza, nonché il peso di un carico fiscale sulle pensioni, che continua ad essere significativamente più alto che nel resto d’Europa.

 

Il Rapporto sullo Stato Sociale 2017, che insieme a Itinerari Previdenziali, resta il più serio rapporto sul sistema previdenziale italiano (dopo la soppressione, operata dalla Fornero, del Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale una volta esistente presso il Ministero del Lavoro) quantifica la spesa al lordo e al netto dell’assistenza, al lordo e al netto delle tasse.

 

La spesa complessiva per il 2015 pari a circa 248 miliardi, diventa di circa 203 al netto dell’assistenza. Se si calcolano le tasse, che valgono per circa 42 miliardi e che rientrano nelle casse dello stato, le risorse impiegate per il pagamento delle pensioni previdenziali ammontano a 160,8 miliardi. I contributi versati nello stesso anno sono pari a circa 186 miliardi. In sostanza il rapporto tra contributi versati e pensioni erogate, è IN ATTIVO DI QUASI 26 MILIARDI.

 

Dunque è lo Stato che prende soldi dalle pensioni e non l’opposto.

 

Quanto al rapporto con il Pil, se si quantifica la spesa previdenziale al lordo delle tasse è intorno al 12%, al netto sta al 10%.

 

Ma si dirà, se lo Stato non potesse attingere come faceva prima dalla previdenza, da dove le prende le risorse?

 

Ad esempio da un’evasione fiscale stimata tra i 110 e i 130 miliardi annui? Da una patrimoniale sul 5% più ricco della popolazione che da solo possiede oltre il 40% della ricchezza del paese? Dalla fine dei regali alle imprese che si sono viste ridurre le tasse sui profitti negli ultimi 17 anni di 13 punti percentuali? Dal taglio delle spese militari o di quelle delle grandi opere? Da un tetto alle pensioni oltre i 5000 euro? Tutte cose fattibili, anzi fattibilissime. Se si vuole.

 

Certo c’è un problema: che sono tutte proposte che vanno nel senso opposto alla Flat Tax. E quindi toccherà mobilitarsi per la cancellazione della Fornero, come per l’istituzione del reddito minimo, e insieme non solo per mandare a quel paese la commissione Ue e il Fmi, ma anche per una riforma fiscale che dia attuazione all’articolo 53 e non finisca di smantellarlo.

Un po’ di sano conflitto di classe, una faccenda di sinistra!

Leo Lancari

 

 

Di mare in peggio. Alla ong contestata l’immigrazione clandestina. L’inchiesta passa alla procura di Ragusa

 

L’accusa più pesante, quella di associazione per delinquere contestata al capitano e alla capomissione della nave Open Arms, è caduta. Resta, invece, quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina insieme al sequestro della nave, che per ora resta ancorata nel porto di Pozzallo in attesa che sia la procura di Ragusa a decidere sul suo futuro.

 

Sono durate otto giorni alcune delle contestazioni rivolte dalla procura distrettuale di Catania alla ong spagnola Proactiva, finita nel mirino per essersi rifiutata, il 15 marzo scorso, di consegnare 117 migranti salvati in acque internazionali nelle mani della Guardia costiera libica che li avrebbe ricondotti nel paese nordafricano. La decisione del gip di Catania Nunzio Sarpietro sottrae quindi l’inchiesta al procuratore etneo Zuccaro per trasferirla alla procura di Ragusa, ed è stata accolta con soddisfazione dall’avvocato Alessandro Gamberini, che assiste la Proactiva. «Giudico molto importante e significativo che sia caduta l’accusa strumentale di associazione per delinquere – è stato il commento del legale -. Questa decisione riporta in un alveo di legalità una vicenda che era stata sradicata dal suo giudice naturale».

 

L’ultima inchiesta su una ong attiva nel Mediterraneo è cominciata due settimane fa con la comunicazione da parte di Mrcc di Roma, la sala operativa che coordina i salvataggi in mare, di tre gommoni in difficoltà. Una procedura uguale a tutte le volte precedenti, salvo che per un particolare subito notato dall’equipaggio della Open Arms: la comunicazione da parte della Guardia costiera italiana che il coordinamento dei soccorsi sarebbe stato preso dai militari di Tripoli. Cosa che si concretizza quando ai volontari della ong spagnola si avvicina una motovedetta libica pretendendo, sotto la minaccia delle armi, la consegna delle donne e dei bambini già tratti in salvo. Tutto si sblocca solo quando, dopo due ore di alta tensione, i libici lasciano andare la Open Arms che dirige verso nord.

 

E’ questo punto che, secondo il gip di Catania, si potrebbe ipotizzare il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il comandante della Open Arms, Marc Reig Creus, ha infatti dichiarato di non aver chiesto alle autorità di Malta di poter sbarcare i migranti conoscendo bene il rifiuto sempre manifestato dall’isola verso una simile possibilità. Circostanza che però, per il gip Sarpietro, in questo caso «è rimasta indimostrata a causa delle condotta del comandante della Open Arms che non ha risposto alle autorità maltesi e non ha aderito alle disposizioni impartite dalle autorità spagnole e italiane, le quali avevano indicato il porto sicuro di la Valletta». Per il gip, quindi, sarebbe esistita da parte degli indagati «la precisa volontà di portare i migranti solo nel territorio dello Stato italiano e, in particolare, in Sicilia». Contestata, infine, anche la decisione di non aver voluto consegnare donne e bambini ai libici. «Il fatto che i campi profughi Libia non siano un esempio di limpido rispetto dei diritti umani – è scritto nel provvedimento – non determina automaticamente che le ong possano operare in autonomia e per conto loro, travalicando gli accordi e gli interessi degli Stati coinvolti dal fenomeno migratorio».

 

Le operazioni in mare di Proactiva Open Arms «continueranno» nonostante il sequestro della nave e l’accusa di favoreggiamento di immigrazione clandestina, ha dichiarato ieri il fondatore della ong spagnola, Oscar Camps ricordando come, rifiutandosi di consegnare i migranti ai libici, l’equipaggio «abbia rispettato pienamente il diritto internazionale». Anche perché, ha sottolineato Camps, i «migranti non volevano» tornare in Libia sapendo bene cosa li attendeva. «In nessuna parte del codice della ong che abbiamo firmato c’è scritto che le operazioni a un certo punto sarebbero state affidate ai libici» ha proseguito Camps, per il quale «le regole non possono essere cambiate nel bel mezzo di un’operazione di soccorso».

26.03.2018

Maurizio Acerbo 

 

È pazzesco che il governo italiano si accodi a un‘escalation russofoba che danneggia gli interessi del nostro paese e della stessa Europa. La decisione di espellere i due diplomatici non ha nulla a che fare con la democrazia e i diritti umani.


Invece di andare dietro alla campagna di Theresa May a cui non da‘ credito nemmeno Corbyn, i governi europei avrebbero dovuto espellere i diplomatici di Erdogan che dopo aver distrutto la democrazia in Turchia ha potuto in queste settimane invadere il territorio della Siria e massacrare curdi con la complicità di UE e Nato.


È interesse dell‘Italia e dell‘Europa lo sviluppo di relazioni positive con la Russia che favoriscano disarmo e cooperazione economica.
Anche quando gestisce soltanto gli affari correnti il PD fa danni.

 

 

Marco Bascetta

 

 

Braccato, fermato, rinchiuso in un carcere tedesco in attesa di estradizione Carles Puigdemont, l’ex presidente della Generalitat catalana, è l’ultima vittima eccellente di una guerra non dichiarata, combattuta a colpi di atti giudiziari, incarcerazioni, rinvii a giudizio, mandati di cattura europei pensati a suo tempo per combattere il terrorismo.

 

L’«ottobre catalano» non è stata una rivoluzione, un’insurrezione armata, una secessione, un colpo di stato. Non si sono viste violenze, né azioni di aggressiva ostilità nei confronti delle autorità spagnole in Catalogna. Il referendum e la successiva, ambigua, dichiarazione di indipendenza sono stati atti politici, discutibili quanto si vuole, ma appoggiati da un vasto consenso popolare e dagli effetti essenzialmente simbolici.

 

La reazione di Madrid, invece, violenta lo è stata a tutti gli effetti con l’occupazione amministrativa della regione catalana, l’incriminazione e la reclusione dei principali esponenti del fronte indipendentista. Infine con la caccia ai politici catalani riparati all’estero. Una reazione, quella di Madrid (senza per questo voler fare paragoni tra due realtà politiche assolutamente distanti) non tanto dissimile da quella di Erdogan in seguito al fallito colpo di stato del luglio 2016 con la persecuzione giudiziaria dei presunti seguaci di Fetullah Gulen  ritenuto l’ispiratore del golpe (in quel caso effettivamente avvenuto, pur con tutte le sue ambiguità).

 

Di fatto in Spagna tornano ad esserci dei detenuti politici, nel senso proprio del termine: persone private della libertà in seguito ad azioni che non hanno mai travalicato i confini di un agire politico di natura assolutamente pubblica e pacifica. Il ricorso alla via giudiziaria per derubricare una questione politica a questione criminale è una scelta sempre pericolosa tale da condurre a fratture di profondità imprevedibile e conseguenze di lunga durata. Inutile nascondersi dietro l’indipendenza della magistratura (sulla quale, nella Spagna del compromesso postfranchista, è lecito sollevare più di un dubbio), o dietro l’«oggettività» e gli automatismi delle procedure: la persecuzione degli indipendentisti catalani, il rifiuto di ogni dialogo, la cancellazione di un’ampia volontà popolare, costituiscono una scelta politica fondata sull’intimidazione e la violenza che ripropone in maniera ancor più drammatica di prima il tema dell’autonomia catalana. Del resto quando un processo politico viene rovesciato in un processo giudiziario il mancato «riconoscimento» dell’avversario e del suo punto di vista innesca regolarmente una spirale di repressione e inimicizia senza mediazioni.

 

L’Europa ha fatto ben poco per ammorbidire il conflitto tra Barcellona e Madrid. Nessun serio invito a una conciliazione che tenesse conto delle ragioni degli uni e degli altri. Il feticcio dell’unità nazionale e il terrore delle rivendicazioni di indipendenza hanno suggerito un appoggio incondizionato alla linea dura del governo Rajoi evitando qualsiasi esame dello stato di diritto in Spagna. Ora, nel silenzio più assoluto dell’opinione politica europea, la parola passa ai giudici tedeschi impegnati in un confronto tra la legislazione della Bundesrepublik e quella spagnola, onde stabilire se e per che cosa Puigdemont possa essere estradato. Si tratterà di una decisione politica mascherata da dispositivo tecnico. Perché ormai per l’opinione pubblica spagnola ed europea è il trattamento riservato agli indipendentisti catalani ben più che il contenuto delle loro aspirazioni (la Catalogna indipendente, appunto) a costituire il problema più drammatico e urgente.

 

Insomma, si può essere del tutto contrari all’indipendenza catalana, e considerare nondimeno aberrante la maniera in cui il governo di Madrid e la magistratura che ne ha preso le parti, stanno affrontando una profonda crisi politica.

26.03.2018

 

Con questo semplice volantino, fatto recapitare nella cassette postali degli utenti, dagli stessi portalettere che incontriamo tutti i giorni, Poste Italiane avvisa la cittadinanza dell'introduzione del modello di recapito a giorni alterni. Senza avvisare i Sindaci, gli stessi lavoratori, Poste parte all'attacco, affiancata e coadiuvata in questa ennesima impresa demolitrice del servizio pubblico pensate un po' proprio da chi?

Dai Sindacati più importanti postali: Slc-Cgil, Slp-Cisl, Uilposte, e tre minori: Confsal. Com., Ugl Com., Failp-Cisal  . 

 

 Il giorno 8 febbraio 2018 hanno siglato un accordo con la direzione aziendale di Poste che  istituisce nazionalmente quale modello base per il recapito, proprio i giorni alterni! Su tutto il suolo Italico. E, anche, pensate, ben 15.000 esuberi di personale!  tutto questo, senza tenere assemblee sui posti di lavoro o un referendum tra i lavoratori, in pratica senza alcun mandato  da parte di questi ultimi.

 

Queste OO.SS nazionali dimostrano la la loro vera appartenenza; che non è assolutamente vicina al mondo del lavoro e ai bisogni Reali del Paese, come ancora si può banalmente credere, ma sono una  parte integrante al sistema tecnocratico economico dominante: l'impero finanziario, quindi banche, le quali oramai all'interno di Poste e Cassa depositi e Prestiti  dettano il ritmo.  

 

Non importa che da anni e anni i cittadini, i Sindaci di tutta Italia, manifestano fortemente la loro netta contrarietà alla trasformazione meramente speculativa di Poste Italiane; i sindacati nazionali, poste italiane, Agcom e Governo, perseguono pervicacemente il loro ventennale obiettivo, che sempre è stato quello della scalata, della totale privatizzazione di un bene ed istituzione pubblica, che è a disposizione della collettività non dei privati. Curioso sarà pure vedere in che modo quei partiti politici netti vincitori delle ultime votazioni, affronteranno  il nodo Postale, dopo aver promesso revisioni più sociali in tale settore.   

 

PRC Santa Fiora

25 mar 2018

Alex Zanotelli

 

Sono indignato per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi verso i migranti, nell’indifferenza generale. Stiamo assistendo a gesti e a situazioni inaccettabili sia a livello giuridico, etico ed umano.

 

E’ bestiale che Destinity, donna nigeriana incinta, sia stata respinta dalla gendarmeria francese. Lasciata alla stazione di Bardonecchio, nella notte, nonostante il pancione di sei mesi e nonostante non riuscisse quasi a respirare perché affetta da linfoma. E’ morta in ospedale dopo aver partorito il bimbo: un raggio di luce di appena 700 grammi! 
E’inammissibile che la Procura di Ragusa abbia messo sotto sequestro la nave spagnola Open Arms per aver soccorso dei migranti in acque internazionali, rifiutandosi di consegnarli ai libici che li avrebbero riportati nell’inferno della Libia.
E’ disumano vedere arrivare a Pozzallo sempre sulla nave Open Arms Resen, un eritreo di 22 anni che pesava 35 kg, ridotto alla fame in Libia, morto poche ore dopo in ospedale. Il sindaco che lo ha accolto fra le sue braccia, inorridito ha detto: ”Erano tutti pelle e ossa, sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti”.
E’ criminale quello che sta avvenendo in Libia, dove sono rimasti quasi un milione di rifugiati che sono sottoposti – secondo il Rapporto del segretario generale dell’ONU, A. Guterres – a “detenzione arbitraria e torture, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale, a lavori forzati e uccisioni illegali.” E nel Rapporto si condanna anche ”la condotta spregiudicata e violenta da parte della Guardia Costiera libica nei salvataggi e intercettazioni in mare.”
E’ scellerato, in questo contesto, l’accordo fatto dal governo italiano con l’uomo forte di Tripoli, El- Serraj (non c’è nessun governo in Libia!) per bloccare l’arrivo dei migranti in Europa.
E’ illegale l’invio dei soldati italiani in Niger deciso dal Parlamento italiano, senza che il governo del Niger ne sapesse nulla e che ora protesta.
E’ immorale anche l’accordo della UE con la Turchia di Erdogan con la promessa di sei miliardi di euro, per bloccare soprattutto l’arrivo in Europa dei rifugiati siriani, mentre assistiamo a sempre nuovi naufragi anche nell’Egeo: l’ultimo ha visto la morte di sette bambini!
E’ disumanizzante la condizione dei migranti nei campi profughi delle isole della Grecia. “Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi – ha detto l’arcivescovo Hyeronymous di Grecia a Lesbos – è in grado di riconoscere immediatamente, nella sua interezza la “bancarotta dell’umanità.”
E’ vergognoso che una guida alpina sia stata denunciata dalle autorità francesi e rischi cinque anni di carcere per aver aiutato una donna nigeriana in preda alle doglie insieme al marito e agli altri due figli, trovati a 1.800 m, nella neve.
Ed è incredibile che un’ Europa che ha fatto una guerra per abbattere il nazi-fascismo stia ora generando nel suo seno tanti partiti xenofobi, razzisti o fascisti.

 

“Europa, cosa ti è successo?”, ha chiesto ai leader della UE Papa Francesco. E’ questo anche il mio grido di dolore. Purtroppo non naufragano solo i migranti nel Mediterraneo, sta naufragando anche l’Europa come “patria dei diritti”.
Ho paura che, in un prossimo futuro, i popoli del Sud del mondo diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti. Per questo mi meraviglio del silenzio dei nostri vescovi che mi ferisce come cristiano, ma soprattutto come missionario che ha sentito sulla sua pelle cosa significa vivere dodici anni da baraccato con i baraccati di Korogocho a Nairobi (Kenya). Ma mi ferisce ancora di più il quasi silenzio degli Istituti missionari e delle Curie degli Ordini religiosi che operano in Africa. Per me è in ballo il Vangelo di quel povero Gesù di Nazareth: ”Ero affamato, assetato, forestiero…” E’ quel Gesù crocifisso, torturato e sfigurato che noi cristiani veneriamo in questi giorni nelle nostre chiese, ma che ci rifiutiamo di riconoscere nella carne martoriata dei nostri fratelli e sorelle migranti. E’ questa la carne viva di Cristo oggi.

25.03.2018

da Repubblica

 

L'ex presidente catalano Carles Puigdemont è stato fermato dalla polizia tedesca dopo aver superato in auto il confine della Germania. Il leader indipendentista arrivava  dalla Danimarca e alle 15 è è stato trasferito nel carcere di Neumünster, nel lander del Schleswig-Holstein, nel nord della Germania. 

 

Puigdemont è stato fermato alle 11.20 su un'autostrada dello Schleswig Holstein mentre procedeva in direzione sud proveniente dalla frontiera danese, ha confermato un portavoce della polizia tedesca.

 

Intanto, fonti anonime dei servizi spagnoli hanno reso noto che il leader indipendentista catalano era sotto controllo sin dalla sua uscita ieri dalla Finlandia ed in un primo momento si era pensato di far scattare l'arresto in Danimarca. Ma poi, quando è apparso chiaro che avrebbe continuato il viaggio via terra, si è preferito farlo arrestare in Germania, Paese con il quale la Spagna ha migliori relazioni di cooperazione di polizia.

 

Una decisione sulla durata della custodia in carcere dell'ex presidente regionale durante il procedimento per l'estradizione arriverà "con una certa probabilità solo domani", ha riferito il vice procuratore generale dello Schleswig-Holstein Ralph Dopper, sottolineando che "siamo all'inizio dell'esame".

 

 

Marina Catucci

 

Stati uniti. Centinaia di migliaia di persone marciano contro la Nra, in testa i ragazzi sopravvissuti al mass shooting di Parkland. «Oggi marcio, ma a novembre voto», è il messaggio degli adolescenti alla politica.

 

La più imponente manifestazione per il controllo delle armi ha richiamato a Washington centinaia di migliaia di persone e altre hanno protestato praticamente ovunque negli Stati uniti, non solo nelle grandi città delle due coste, ma anche nei piccoli centri. Per dire enough is enough, ora è troppo, una regolamentazione è necessaria ed è necessaria ora.

 

A organizzare tutto ciò, a dare il via a questo movimento così partecipato e potente, sono stati i ragazzi della scuola superiore di Parkland in Florida dove il 15 febbraio 18 ragazzi hanno perso la vita in un mass shooting. In poco più di un mese l’onda si è alzata e non accenna a scendere, a differenza di tutte le altre volte in cui un massacro simile si è consumato.

 

Per la prima volta i sopravvissuti e i parenti delle vittime non hanno solo accettato abbracci e preghiere, ma hanno dato vita a una protesta su scala nazionale mandando un messaggio ben preciso: oggi marcio, ma a novembre voto.

 

Su molti cartelli presenti in tutte le manifestazioni di March For Our Lives si legge questo concetto: a novembre ci saranno otto milioni di nuovi elettori, nel 2020 saranno ancora di più, e non voteranno nessuno che abbia legami con la lobby della armi, la Nra.

 

Sul palco di Washington, alla fine del cortei, si sono susseguiti i contributi di studenti, insegnanti, genitori e sopravvissuti ai mass shooting; per la maggior parte sono ragazzi, diremmo ragazzini, dai 15 ai 18 anni, che affrontano un palco con di fronte centinaia di migliaia di persone e tutti i network nazionali, con un cipiglio che viene interrotto dall’emozione, dal dolore, per poi riprendersi e ricominciare a parlare.

 

Una delle studentesse della Florida si deve interrompere per vomitare per poi riprendere l’appello: dovete lasciarci vivere, le armi sono meno importanti di noi. I racconti più forti arrivano dai ragazzi sopravvissuti ai massacri avvenuti nelle scuole americane, come gli adolescenti che erano bambini nella scuola elementare di Sandy Hook in Connecticut e che descrivono quel giorno, quando un ventenne disturbato entrò nella loro scuola uccidendo 20 bambini e sette adulti. Tutti i messaggi finiscono dicendo «Non faremo vincere la vostra agenda dettata dalla Nra, non vi voteremo, noi vi sconfiggeremo».

 

Sul palco arrivano anche la nipote di Martin Luther King e artisti che cantano per loro, Ariana Grande, Jennifer Hudson, cori gospel, ma i veri protagonisti sono loro, gli adolescenti americani feriti e consapevoli, che affrontano il comizio con cipiglio da leoni spezzato dalle lacrime, come accade a Emma Gonzalez che insieme a David Hogg è uno dei volti più noti di questo movimento.

 

Gonzalez sale sul palco e chiede di restare in silenzio per i sei minuti e mezzo che è durata la sparatoria in Florida. In quei sei minuti le lacrime rigano i volti di chi è sul palco come tra la folla. La maggior parte dei presenti sono giovanissimi, ma si vedono anche i baby boomer e i rappresentanti della generazione X, nonni e genitori di questi ragazzi che sono andati alla manifestazione accompagnati.

 

«Vengo da Stantfort in Connecticut – dice Isa, 15 anni – Sono venuta con mio padre, è da quando sono nata che sento queste storie alla tv e alla radio, sento che ci sono veglie di preghiera, poi mentre il giorno dopo vado a scuola mi chiedo se magari non capiterà anche a me. Prima o poi arriva il momento di dire ’ora basta’. A scuola studiamo che queste cose non si fermano da sole, il compito di cambiare è della mia generazione».

 

Le manifestazioni delle altre città sono state altrettanto emozionanti e partecipate. Negli Stati più attivi e con le leggi più restrittive riguardo le armi i governatori, i sindaci, i senatori sono scesi in piazza, ma sempre un passo indietro rispetto ai ragazzi. «Io sono un ragazzo delle superiori e sono anche nero – dice Sam, 17 anni, al corteo di New York – Sai quante probabilità ho di venire ucciso da armi fuoco? Pensaci, ho nemici ovunque. Non mi vengano a parlare di secondo emendamento per una mitragliatrice semi automatica, per favore».

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