Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Leonardo Clausi

LONDRA

da il Manifesto

 

 

Dimissioni in Massa. Il ministro degli Esteri segue chi ha trattato sulla Brexit (Davis). Corbyn all’attacco con ironia: hanno aspettato di essere a casa.

 

«Polishing a turd» (letteralmente: lucidare una merda). Non nel senso dell’epiteto ingiurioso, ma in quello letterale. È l’ornata espressione utilizzata dal classicista Boris Johnson per definire l’accordo preliminare faticosamente ottenuto da Theresa May sulla linea da tenere nel negoziato sulla Brexit con l’Ue dopo un consiglio dei ministri-fiume tenutosi a Chequers, la residenza estiva cinquecentesca della premier, lo scorso venerdì. Ieri scattavano le sue dimissioni da Ministro degli esteri.

 

IL FINE DICITORE Johnson è ovviamente acceso capofila, con il ministro dell’ambiente Michael Gove, della fazione pro-Brexit del partito conservatore, entrambi poi confluiti nel gabinetto May per il delicato equilibrio di pesi e misure sul quale la premier è in bilico da mesi. L’uscita di scena di “Boris”, da sempre pretendente al ruolo di leader del partito e del Paese e permanente spina nel fianco del leader di turno, è stata preceduta – ed evidentemente innescata – da quelle del Brexit Secretary in persona, David Davis, e dal suo vice Steve Baker.

 

DAVIS, prominente alfiere della Gran Bretagna «globale» – cioè libera dai ceppi dell’Ue per involarsi in fiorenti rapporti commerciali col resto del mondo – è stato prontamente sostituito dall’euroscettico ex-ministro dell’edilizia abitativa Dominic Raab, ancora non si sa chi siederà alla scrivania di Johnson al Foreign Office. Ma se la dipartita del primo è per May un problema, quella del secondo una benedizione: lo dimostra la secca e puntuta replica di Downing Street alle dimissioni, con la pubblicazione della notizia ancora prima che il ministro finisse la propria lettera ufficiale indirizzata personalmente a May.

 

MA CHE ABBIA mollato per carrierismo politico o per ostentare ossequio al mandato referendario (su cui era saltato all’ultimo momento mentre il treno era in corsa: la sua decisione in extremis di sostenere la Brexit ha pesato senz’altro nell’esito finale vista la sua popolarità), la stella di Johnson, ormai considerato un brillante intrattenitore anche nel suo partito, pare opacizzata. A subentrargli come capofila nella difesa dell’orgoglio nazionale è ormai Jacob Rees-Mogg, il Tory che sembra uscito da un cinegiornale Luce e capo degli uscitisti duri. I sondaggi di YouGov lo danno davanti Johnson nel gradimento come futuro leader del partito.

 

A PROVOCARE l’ennesimo sfarinamento di questo governo May – di minoranza e che si regge grazie agli unionisti nordirlandesi del Dup – è il malcontento sul compromesso strenuamente raggiunto da lei con il governo medesimo, diviso in fazioni pro e contro una Brexit cosiddetta dura: un compromesso che tenta un’impossibile terza via fra lo stare fuori dell’Unione doganale e dal mercato comune europeo ardentemente invocato dalla destra euroscettica e le preoccupazioni del mondo dell’impresa, congelato da mesi in un frustrante limbo che impedisce di pianificare gli investimenti. Dopo ore di febbrili consultazioni nelle sale pannellate che sfrigolavano sotto un sole mediterraneo, May era emersa vittoriosa da un negoziato interno al suo partito cominciato ormai due anni fa, un negoziato su come e cosa negoziare con Bruxelles alla scadenza del marzo prossimo, data in cui i rapporti fra il Paese e l’Ue dovranno aver assunto un nuovo assetto. Ma le possibilità che il suo virtuosismo equilibrista – che ora propone un modo per restare nel mercato unico con merci e prodotti agricoli pur non osservando le altre libertà (di circolazione di persone, servizi e capitali) venga accolto da Bruxelles sono pari a zero.

 

SE PERDERE due figure di simile cabotaggio nel proprio governo in qualunque altro momento avrebbe facilmente aperto un assalto alla leadership da parte dei brexiteers, May rischia ancora una volta di restare in sella e potrebbe, anzi, uscirne rafforzata. Nonostante l’emorragia di ministri, May continuerà ad attingere dallo stesso serbatoio euroscettico, accontentandosi di quello che trova. Mancano i numeri in parlamento per ribaltarla, e il rischio di elezioni anticipate che rischierebbero di consegnare il Paese al Labour di Corbyn è – prevedibilmente – uno scenario di fronte al quale anche al più ideologico isolazionista tremano i polsi.

 

AI COMUNI, quest’ennesimo colpo di teatro nelle file della «maggioranza» ha galvanizzato Jeremy Corbyn, solitamente magnanimo con l’avversario quando è in difficoltà in aula. In un attacco devastante alla prima ministra ha anche strappato risate ai suoi, ironizzando sul fatto che, fosse stato per loro, i due ministri avrebbero rassegnato le dimissioni già alla riunione di venerdì nel Buckinghamshire. «Ma di fronte alla prospettiva di una lunga camminata…e – visti i tagli del governo – senza nemmeno un autobus in vista, hanno preferito saggiamente attendere e prendere un passaggio a casa», riferendosi alla perdita istantanea dell’auto blu usata come deterrente verso le defezioni.

 

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06.07.2018

 

Vi informo con piacere, che ieri su iniziativa di Don Ciotti, i presidenti nazionali di Libera, ANPI, ARCI e Legambiente hanno promosso un appello dal titolo:una maglietta rossa per fermare l'emorragia di umanità.Si tratta di una iniziativa con cui si chiede alle cittadine e ai cittadini di indossare il giorno 7 luglio una maglietta rossa, appunto, non solo in memoria dei bambini recentemente morti in mare ma per lanciare un messaggio forte e corale: restiamo umani. Abbandonare l’accoglienza e la solidarietà al loro destino è un atto, oltreché indegno, pericoloso perché lesivo della convivenza civile. E’ importante “prendere per mano questo appello” sostenerlo con iniziative anche piccole, ma simboliche, in tutta Italia. Vi chiedo dunque di esserci, come sapete fare con passione, dedizione ed orgoglio antifascista.

 

La presidente dell'ANPI

Sandra nespolo

 

 

Sabato 7 luglio: indossiamo una maglietta rossa per un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà

 

Rosso è il colore che ci invita a sostare. Ma c’è un altro rosso, oggi, che ancor più perentoriamente ci chiede di fermarci, di riflettere, e poi d’impegnarci e darci da fare. È quello dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo. Di rosso era vestito il piccolo Alan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso erano vestiti . Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio, quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori.

 

Muoiono, questi bambini, mentre l’Europa gioca allo scaricabarile con il problema dell’immigrazione – cioè con la vita di migliaia di persone – e per non affrontarlo in modo politicamente degno arriva a colpevolizzare chi presta soccorsi o chi auspica un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. Bisogna contrastare questa emorragia di umanità, questo cinismo dilagante alimentato dagli imprenditori della paura. L’Europa moderna non è questa. L’Europa moderna è libertà, uguaglianza, fraternità. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini.

 

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05.07.2018

Giorgio Cremaschi 

da Contropiano

 

È facilissimo e praticamente gratuito fare i progressisti se si hanno contro il PD, i residui berlusconiani e i patrioti padronali, il Decreto Dignità lo dimostra.

Ciò che viene presentato come la Waterloo del Jobsact ne è. in realtà, la sostanziale conferma; solo la sfacciataggine di imprese che si preparano ad incassare miliardi di bonifici fiscali e la dabbenaggine reazionaria dei renziani possono accreditare la versione di Di Maio.

 

L’intervento sui contratti a termine ne riduce la durata, costringe le imprese a qualche piccola bugia, che mai sarà verificata, sulle cosiddette “causali”, ma non cambia la sostanza. Oggi il il 78% dei contratti a termine sono sotto i 12 mesi, per questi non cambia nulla, si verrà assunti e scartati a go go, senza regole come prima. Per gli altri il contratto potrà essere prorogato fino a 24 e non più fino a 36 mesi e per 4 volte e non per 5. Sia chiaro questo vale solo se il contratto viene prorogato, se invece il padrone lascia a casa il precario e poi lo riassume dopo più di venti giorni, si può anche ricominciare da capo; e su questa clausola truffa della legge il decreto non dice nulla.

 

Il contratto precario è più corto, ma alla fine di esso che succede? Nulla. Se davvero si fosse voluto colpire l’uso distorto di questi contratti si sarebbe dovuto affermare il principio della conferma a tempo indeterminato almeno per una parte di essi. Ti prendi cento dipendenti a tempo determinato per 24 mesi? Bene dopo non puoi ricominciare da capo con altri lavoratori, ma almeno un buona percentuale di coloro che hai assunto li dovrai confermare a tempo indeterminato, non sostituire con altri. Di questo limite invece non c’è traccia nel decreto.

 

Come tutti sanno, il Jobsact ha come misura simbolo contro il lavoro l’abolizione della tutela dell’articolo 18 per i licenziamenti ingiusti.

 

Tutti i nuovi assunti, giovani al primo lavoro o anziani che il lavoro l’hanno perso, sono senza la tutela dell’articolo 18, cioè il loro contratto a tempo indeterminato in realtà è un contratto precario, possono essere licenziati in qualsiasi momento. Se si fosse ripristinato l’articolo 18, davvero il Jobsact e il suo autore Renzi sarebbero stati rovinosamante sconfitti. Ma la sola cosa che fa il governo é aumentare l’indennità di licenziamento ingiusto, fino a 36 mesi rispetto ai 24 attuali per chi ha 12 anni di anzianità. Anzianità che ovviamente non ha maturato nessuno dei lavoratori assunti da quando è in vigore il Jobsact e alla quale è difficile che molti di loro arrivino mai.

 

Il Jobsact ha cancellato la tutela reale contro i licenziamenti ingiusti, cioè la reintegra al lavoro, degradandola a tutela risarcitoria, cioè prendi un po’ di soldi e vai. Per questo è nella storia delle infamie contro il lavoro. Ora il governo consolida la tutela risarcitoria renziana, cioè fa suo proprio il nucleo ideologico centrale del Jobsact. Che per altro ha distrutto tanti altri diritti del lavoro, con i demansionamenti, il controllo a distanza, i voucher che verranno ripristinati, le 40 differenti forme di assunzioni precarie. Nulla di tutto questo viene toccato dal Decreto Dignità, e non vorrei che Di Maio, parlando di Waterloo del Jobsact, si sia ispirato a quel manager che credeva che in quella storica battaglia il vincitore fosse stato Napoleone.

L’altro tema centrale del decreto è la penalizzazione delle aziende che delocalizzano. Qui sarebbe davvero un cambiamento, ma la montagna ha partorito un topolino. Le aziende che trasferiscono gli impianti all’estero dovrebbero restituire gli aiuti di stato ricevuti, con l’aggiunta di una forte multa. A parte che il principio affermato è ingiusto, cioè paghi e te ne vai, senza alcun obbligo di restare o di trovare lavoro per chi finisce in mezzo ad una strada, c’è da chiarire: ma di quali aiuti di stato si parla?

 

Come si sa, l’Unione Europea ha proibito gli aiuti di stato alle imprese e in questo modo ha favorito le multinazionali contro le imprese pubbliche e ha distrutto le politiche industriali di paesi come il nostro. Ma naturalmente la proibizione è ipocrita. Ci sono fondi europei, esenzioni fiscali che non sono considerati aiuti di stato. Quindi il decreto colpisce gli aiuti pubblici permessi dalla UE, quelli e solo quelli. Ma chi li ha presi? Sarebbe interessante fare un incrocio tra la le penalizzazioni del decreto e le aziende reali che hanno trasferito gli impianti all’estero, la mia impressione è che su di loro l’effetto sarebbe nullo. Perché tante agevolazioni alle imprese non rientrano negli aiuti di stato ufficiali, anche se sono un bel po’ di aiuto ai loro profitti. Chi penalizza davvero il decreto tra i tanti che hanno fatto o stanno facendo decine di migliaia di licenziamenti? A me pare nessuno.

 

Il decreto chiede la restituzione dei soldi anche alle imprese che hanno ricevuto ingenti sconti fiscali per comprare macchinari ed impianti e poi se li sono rivenduti e hanno licenziato. Però qui si aggiunge che si dovrà tenere conto del danno che potrebbe arrecare, all’occupazione residua dell’impresa, la penalizzazione per aver trasferito i macchinari. Insomma i licenziamenti dovrebbero essere in modica quantità e si potrebbe scampare alla multa.

 

Ben più rilevanti sono i provvedimenti varati e promessi alle imprese e agli imprenditori, tutti riconducibili alle regalie fiscali. Si promette un bel bonus sul costo del lavoro e anche qui si è nella pura continuità con i miliardi donati alle imprese con il Jobsact, inoltre si riducono la pressione e soprattutto il controllo fiscale. È la flat tax fai da te: io non ti controllo, tu guadagni. Per altro la più scandalosa di queste misure è l’abolizione sostanziale del redditometro, con il quale se al fisco risulta che un imprenditore ha la villa a Portofino e quattro SUV Mercedes, allora non può più dichiarare 10.000 euro di reddito all’anno.

 

Infine si colpiscono le pubblicità ai giochi d’azzardo, giusto; ma la gente si rovinava anche quando non c’erano gli spot in tv. É contro le bische di stato, che producono ingenti entrate allo stato, che bisognerebbe agire.

 

Il Decreto Dignità è dunque sostanzialmente una operazione propagandistica che conferma e rafforza la sostanza del Jobsact, mentre proclama di distruggerlo in un certo senso gli conferisce dignità. Perché allora Confindustria ed imprese levano gli scudi? Intanto per la classica tattica di piangere danni sul nulla e così alzare il prezzo su regali ed agevolazioni. Che ora riceveranno sicuramente, povere imprese dopo tanto soffrire. E poi per dare un segnale inequivocabile al governo gialloverde: finché fate propaganda va bene, ma che davvero non vi venga in mente di stare col lavoro, occupatevi dei barconi e basta.

 

Oltre alla solita destra berlusconiana anche la Lega ha subito recepito il messaggio. Il partito dei padroni del Nord si darà da fare e vedrete che, se nei testi finali del decreto ci sarà qualcosa che davvero colpisca il potere delle imprese sul lavoro, beh il parlamento la cambierà. E i cinquestelle come sempre abbozzeranno.

 

Infine c’è il PD, che con Gentiloni si è collocato a destra della Confindustria, ventilando catastrofi occupazionali solo perché i contratti a termini durerebbero 12 mesi in meno. Qui il Decreto Dignità fa davvero chiarezza, mostrando definitivamente che il PD è un partito liberale di centrodestra inutilizzabile ed indisponibile per i diritti del lavoro e per la lotta allo sfruttamento. È solo grazie al PD che questo governo può conservare consenso nel mondo del lavoro, consenso che comincerà a perdere solo quando si troverà di fronte una sinistra vera, libera dal PD e dal suo Jobsact

Alfonso Gianni

 

Al peggio non c’è mai fine, lo conferma l’editoriale di Sallusti sul Giornale di ieri: «Salvini fermi i nuovi comunisti». Saremmo di fronte all’invasione degli ultracorpi ove grifagni comunisti avrebbero l’aspetto di Luigi Di Maio.

 

E sarebbero pronti a impadronirsi delle ricchezze delle classi abbienti e a svuotare le casse dello stato. Questo terrore artatamente diffuso sarebbe originato dal “decreto dignità” che affronta temi del lavoro, il primo banco di prova di legislazione economica del governo gialloverde.

 

NE HA DISCUSSO IL CONSIGLIO dei ministri, con la significativa assenza di Salvini che gli ha preferito il palio di Siena. In sostanza il leader della destra non ha voluto metterci la faccia, ha preferito per ora lasciar fare. Sembrerebbe un’altra incrinatura nello schieramento di maggioranza, più consistente della polemica fra Fico e Salvini sulla infame chiusura dei porti: non perché quella vicenda fosse meno grave, ma perché avviene all’interno dello stesso governo, tra i suoi massimi rappresentanti. Difficile in questo caso parlare di opinioni personali. Anzi può fare intravedere un iter di conversione del decreto piuttosto tormentato.

 

NATURALMENTE IL PROVVEDIMENTO governativo non ha smontato il jobs act o il pessimo decreto Poletti, i due pilastri della fallimentare politica del lavoro di Renzi, certificata ancora una volta dai dati Istat di maggio. Ovvero un incremento dell’occupazione massimamente dovuto (95 su 100) al lavoro temporaneo e che comunque colloca il nostro tra gli ultimissimi paesi dell’eurozona sul fronte occupazionale. Le alte grida del padronato e dei suoi corifei, ai quali si è aggiunto con un giudizio negativo, dalla parte sbagliata, anche Gentiloni – da Forza Italia, che deve pur farsi (ri)sentire, si denuncia non meno che “un colpo mortale alle imprese” – più che di spavento servono per intimorire chi volesse andare più in là. L’intervento sul contratto a termine c’è, limitato al fatto che la sua durata scende da 36 a 24 mesi e che la causale, generica, è obbligatoria solo in caso di proroga, per la quale si pagherà uno 0,5% in più del contributo addizionale.

 

Nulla impedisce al padrone di stipulare un nuovo contratto a termine, anziché rinnovarlo. Il lavoro interinale continuerà, tuttavia la sua disciplina sarà equiparata a quella del contratto a termine. Il licenziamento illegittimo resta, costerà un po’ di più: l’indennità sale fino a 36 mensilità (come aveva proposto a suo tempo Cesare Damiano, presidente Pd della commissione Lavoro).

 

LA “WATERLOO PER IL PRECARIATO” la vede solo Di Maio. Se le imprese delocalizzano devono restituire i contributi ricevuti dallo Stato nei cinque anni precedenti. Idea non nuova, che giunge però tardi, quando il vento della globalizzazione si è di molto affievolito e in alcuni casi invertito, riportando in patria produzioni prima delocalizzate (il cd. reshoring). Non solo, ma data l’organizzazione sovra e plurinazionale di molte imprese, la definizione stessa di delocalizzazione richiede un corposo restyling, se non si vuole che la norma sia inapplicabile. Mentre la revisione del redditometro porta a una sospensione immediata dei controlli sugli anni di imposta 2016 e seguenti, in sintonia con la proclamata “pace fiscale”, e i professionisti vengono esclusi dallo split payment, che era invece efficace per evitare evasione d’Iva. Dei voucher nel decreto non si parla, ma il ministro dell’Agricoltura Centinaio li reclama a gran voce, almeno nelle campagne, attaccando la legge contro il caporalato.

 

Su un altro versante non compreso nel decreto, quello dei ciclofattorini (i riders), ad ogni convocazione il governo abbassa la posta. In realtà o si affronta il nodo della subordinazione, quindi dell’articolo del codice civile che la definisce, o il destino di questi lavoratori, malgrado i miglioramenti, rimane in mano alle aziende. «Non solo per noi, ma per tutti» gridavano giustamente i riders sotto il ministero del Lavoro.

 

INTANTO LE ROSEE PREVISIONI sull’economia si stanno sgonfiando. Conseguenza degli andamenti congiunturali e ancor più della guerra dei dazi inaugurata dal protezionismo di Trump. Così il ministro dell’economia Tria coglie l’occasione per mettere le mani in avanti. Ci sarà probabilmente una revisione al ribasso nella crescita del 2018 – ha dichiarato ieri in Parlamento – per cui il deficit sarà oggetto di stretto controllo e non c’è margine per spese avventate.

 

Una linea prudente che non si discosta dal famoso “sentiero stretto” di Padoan, sotto la sempiterna e soffocante supervisione di Bruxelles. Parole che però suonano già come una campana a morto, non solo per quel sussidio impropriamente chiamato reddito di cittadinanza, ma persino per i timidi tentativi di Di Maio di conquistare un suo consenso, dal momento che non possono esistere misure consistenti in materia di lavoro che siano a costo zero, particolarmente con una disoccupazione che viaggia, da dati ufficiali quindi per autodefinizione inesatti, attorno all’11%.

 

ORA CHE LA DISCUSSIONE SI È spostata su un terreno che le dovrebbe essere più proprio, quello dell’economia e del lavoro, un’opposizione di sinistra, se ci fosse, potrebbe fare leva sulle contraddizioni della maggioranza e sulla riconquista di ceti popolari nuovamente delusi. Si aspettano risposte, anche da parte del sindacato. Altrimenti i trent’anni di regime minacciati da Salvini potrebbero diventare una distopica realtà.

Ignazio Masulli

 

Facile demagogia. Non è assolutamente vero che ci troviamo di fronte ad una grande ondata migratoria che rischierebbe di “sommergerci”. Dal 1990 al 2017 lo stock d’immigrati nati all’estero e censiti nei 27 paesi che fanno parte dell’Unione europea, più la Gran Bretagna, è cresciuto di 25,2 milioni. Ma di questi solo il 35% proviene da paesi del Sud del mondo. Ciò significa che gli africani, asiatici e latino-americani, di cui si cerca di popolare i nostri “incubi”, sono stati 8,8 milioni in 27 anni: una media di 327mila all’anno. Quando i migranti lavorano, i contributi al fisco eccedono del 60% tutto ciò che lo stato spende per il welfare. Nel 2016 hanno concorso all’aumento del 9% del Pil

 

Dalla Brexit all’elezione di Trump, dall’ ondata nazionalista e xenofoba montante in un numero crescente di paesi dell’Unione europea fino al lacerante dibattito attuale al suo interno (testimoniato dalla conclusione del vertice), il punto di leva è una spregiudicata strumentalizzazione del fenomeno migratorio.

Anziché preoccuparsi di curare le vere cause della perdurante stagnazione economica, delle crescenti diseguaglianze sociali, della crisi di legittimazione politica.

Conservatori e sedicenti progressisti hanno pensato di lucrare sulla facile demagogia di attribuirne le cause ad una migrazione presentata come massiccia e squilibrante.

Si tratta di una grossolana mistificazione, basta analizzare i numeri, ma quelli giusti.

Intanto, non è assolutamente vero che ci troviamo di fronte ad una grande ondata migratoria che rischierebbe di “sommergerci”.

Dal 1990 al 2017 lo stock d’immigrati nati all’estero e censiti nei 27 paesi che fanno parte dell’Unione europea, più la Gran Bretagna, è cresciuto di 25,2 milioni.

Ma di questi solo il 35% proviene da paesi del Sud del mondo. Ciò significa che gli africani, asiatici e latino-americani, di cui si cerca di popolare i nostri “incubi”, sono stati 8,8 milioni in 27 anni: una media di 327mila all’anno.

 

Non tolgono lavoro a nessuno. Chiunque confronti gli indici della disoccupazione con quelli dell’immigrazione negli Usa e nei maggiori paesi europei vedrà che non c’è alcun rapporto tra i due andamenti.

Disoccupazione e precarietà del lavoro dipendono dalle strategie di massimizzazione dei profitti fatte dai gruppi economici dominanti (delocalizzazione produttiva, automazione spinta, finanziarizzazione del capitale).

I costi? Sono quelli voluti dai governi che detengono gli immigrati e li sottopongono a lunghe procedure per stabilire se hanno diritto a chiedere asilo o devono essere rispediti nei paesi di provenienza.

 

Se e quando si permette loro di lavorare legalmente, i contributi che versano al fisco eccedono del 60% tutto ciò che lo Stato spende per loro in materia di edilizia convenzionata, sanità, pensione, istruzione e quant’altro.

Si veda, ad esempio, il bilancio italiano del 2016; ma ciò vale anche per gli altri paesi meta.

 

Sempre nell’Italia de 2016, gli immigrati nati all’estero hanno concorso ad un aumento del Pil del 9% e altrove in misura anche maggiore.

 

L’apporto demografico degli immigrati è essenziale.

 

Se consideriamo la popolazione dei 27 paesi dell’Ue, un cittadino troppo giovane o troppo anziano per lavorare, dipende da 1,8 persone in età lavorativa, che si ridurranno a 1,5 entro 12 anni. Il che prospetta una situazione insostenibile a detta della stessa Commissione europea.

 

Per quanto riguarda le spese sociali, il mantenimento degli attuali standard di welfare dei cittadini dell’Unione richiederebbe una base contributiva garantita da un aumento della popolazione europea di 42 milioni di persone in 5 anni. Cosa concepibile solo attraverso l’accoglienza e regolarizzazione di un numero di migranti molto maggiore di quelli che bussano attualmente alle nostre porte.

 

Purtroppo la mistificazione ha fatto strada. Sicché nel giro di pochi anni abbiamo assistito ad un crescendo di proposte ingannevoli e irresponsabili.

 

Prima governi e istituzioni dell’Ue sono andati alla cerca di guardiani capaci di sbarrare la strada ai migranti. Così è avvenuto con il finanziamento alla Turchia per chiudere la rotta balcanica.

 

Più difficile è stato trovare un gendarme altrettanto agguerrito in Libia per bloccare le traversate del Canale di Sicilia. La situazione caotica determinatasi in quel paese ha incoraggiato politiche di respingimento ancor più spregiudicate ed aggressive. Si vedano gli accordi dell’ex ministro Minniti con la guardia costiera libica, con gruppi militari attivi nelle zone interne, nonché con governi di paesi di transito dei profughi. Anche questa escalation si è valsa del consenso di altri paesi dell’Ue e delle sue istituzioni centrali.

 

Ora, di fronte ai crescenti contenziosi e competizioni all’interno dell’Unione, sembra prender forma un ulteriore allargamento del raggio d’azione, fino a stabilire hotspot ai confini dei paesi di provenienza dei migranti. Il che equivale a bloccare ogni tentativo d’emigrazione sul nascere. Per non dire della guerra a chi salva i naufraghi.

 

E’ evidente che questa escalation non fa che calpestare in maniera sempre più aggressiva ogni diritto e confine di legalità stabilito da precise norme e trattati. Ed è altrettanto chiaro che una degenerazione morale e politica di questo genere si riflette inevitabilmente nelle situazioni interne dei paesi e aggrava la crisi di legittimazione della stessa Ue.

02.07.2018

 

Nella vicenda Condotte, seguito del fallimento delle trattative fra la società e il fondo Oxy Capital, risulta concreto ed imminente il rischio di uno scenario disastroso che comporterebbe lo smantellamento del terzo gruppo industriale delle costruzioni e la perdita di 3000 posti di lavoro. Condotte è un ‘azienda che un portafoglio lavori come che ammonta a circa 6 M€ e un know how tra i principali nel settore delle costruzioni sia in Italia che all’ estero. 



"In questo contesto difficile - scrivono i tre sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil, ci saremmo aspettati un gesto di responsabilità da parte della proprietà con la conseguente attivazione delle procedure per l’ammissione all’ amministrazione straordinaria. Prendiamo atto invece che la proprietà in queste ore sta valutando l’attivazione di strumenti che non mirano alla salvaguardia del complesso industriale e dei livelli occupazionali che per la dimensione rappresentano interessi collettivi per l’ intero Paese".



Fillea Filca e Feneal Nazionali hanno chiesto al MISE la verifica dei requisiti per l’ accesso alla c.d. legge Marzano, e hanno scritto alla proprietà e al Tribunale di Roma chiedendo l’ attivazione urgente della relativa procedura. 
In coincidenza della convocazione degli organi societari e dell’ aggiornamento del tavolo di crisi istituito presso il MiSE, le organizzazioni sindacali hanno proclamato tre giornate di sciopero a sostegno della vertenza. Lo sciopero iè iniziato oggi e proseguirà fino a mercoledì 4, giorno in cui dalle ore 9 i lavoratori ed i sindacati saranno tutti in presidio al Mise.

Adriana Pollice

 

A porti in faccia. L’ong spagnola sulla tragedia di venerdì scorso. E ieri salva 59 migranti. Salvini le chiude i porti: «Pericolo per la sicurezza»

 

«Si scordino di arrivare in Italia», dice Matteo Salvini. Il ministro degli Interni se la prende questa volta con la ong spagnola Proactiva Open Arms che ieri, al largo della Libia, ha tratto in salvo 59 migranti, tra loro quattro bambini di cui due non accompagnati: erano «alla deriva e in pericolo di vita», spiega l’ong. Salvini nega l’approdo nei porti italiani fin dal mattino, ma a sera dal Viminale arriva una spiegazione che ha tutta l’aria del pretesto: «L’attracco può provocare rischia per la sicurezza», spiega una nota.

 

Per intervenire l’Open Arms ha deciso di non aspettare l’arrivo della Guardia costiera di Tripoli. Venerdì avevano rispettato l’ordine del Centro di coordinamento di Roma ma, accusano, dopo un ritardo nei soccorsi di un’ora e mezza, i libici hanno trovato in vita solo 16 dei 120 stipati sul barcone, affondato da ore. Ieri sono stati gli stessi attivisti catalani ad avvistare il gommone in difficoltà. Cosa è successo lo racconta l’eurodeputata Eleonora Forenza del Gue, che era a bordo della nave dell’Ong insieme a tre colleghi spagnoli: «Più volte l’Open arms ha contattato le autorità italiane segnalando il pericolo di naufragio, sentendosi rispondere di contattare la Guardia costiera libica. Il mancato soccorso in mare è un reato grave, oltre che un atto disumano. Le persone a bordo ci urlavano ‘No Libia’. A differenza di Salvini, le persone che erano su quel barcone sapevano che la Libia è spesso detenzione, tortura, stupro». Il capitano dell’Open arms ha poi spiegato: «Le autorità libiche non rispondevano né via radio né al telefono. Così Roma ci ha detto che toccava a noi decidere cosa fare». La motovedetta libica è poi arrivata quando il soccorso era già in corso, hanno fatto un’inversione della rotta e sono andati via dicendo alla nave dell’Ong ti tornarsene in Spagna. Il più piccolo dei naufraghi ha appena 9 anni: viene dalla Repubblica Centraficana, era con i genitori, l’equipaggio l’ha messo al posto di comando chiamandolo capitano.

 

Matteo Salvini ieri mattina ha twittato: «Si scordino di arrivare in Italia. Questa nave si trova in acque Sar della Libia, porto più vicino Malta» innescando così l’ennesima polemica con La Valletta che ha replicato «Basta con le bugie, il salvataggio è avvenuto tra la Libia e Lampedusa». Il direttore operativo della Proactiva, Riccardo Gatti, ha spiegato: «Continuiamo a proteggere il diritto alla vita degli invisibili. La Spagna è lo stato di bandiera della nave, spetta al governo iberico mettersi in contatto con le autorità maltesi, italiane e oltre per trovare un porto sicuro». La nave ha però chiesto di attraccare in Spagna, il Consiglio comunale di Barcellona ha dato la sua disponibilità ma ci vuole il via libera del governo, prudente dopo aver concesso lo sbarco a Valencia dell’Aquarius.

 

La Ong ha poi messo sotto accusa la gestione dei soccorsi: «Cento persone sono morte venerdì, Open Arms avrebbe potuto salvarle ma è stata ignorata dalle autorità libiche e italiane». Il presidente dell’Ong, Oscar Camps, ha commentato: «Sono affogate davanti alle coste libiche. Però tranquillo, Salvini, non erano italiane. Erano solo ‘carne umana’». Sul sito El Diario Gabriela Sanchez, che è a bordo dell’Open Arms, ricostruisce i fatti: venerdì alle 9 la nave ha sentito, tramite il canale radio 16, l’avviso informale di un aereo militare alla guardia costiera libica, c’era un barcone in pericolo nella zona di Al-Khums, vicino alla costa di Tripoli. Erano a 80 miglia dalla Open Arms ma nessuna comunicazione è giunta alla Ong dal Centro di coordinamento di Roma: «È lontano e hanno avvisato i libici» aveva commentato allora il capitano con la giornalista. Ma alle 10.30 arriva un mayday dal Centro di coordinamento di Malta. Il capo missione, Guillermo Canardo, chiama Roma ma è tardi: i libici erano sul luogo del naufragio, i migranti erano quasi tutti annegati, inclusi tre neonati. «Se ci avessero avvisato in tempo ci saremmo attivati, nonostante abbiamo poco carburante» ha spiegato Canardo. Hanno poco carburante perché Italia e Malta rifiutano l’accesso ai porti alle Ong persino per i rifornimenti.

 

Ieri i libici hanno riportato indietro 270 naufraghi, 11 i bambini. Sul naufragio di venerdì l’ammiraglio Ayoub Qassem ha spiegato: «La Guardia costiera di Roma non ha responsabilità. Le ricerche sono state interrotte perché non ci sono i mezzi e il personale necessari».

29.06.2018

 

Gregor Gysi, Presidente del Partito della Sinistra Europea, ha dichiarato, a proposito del summit del Consiglio Europeo:

 

“L’Europa è unita solo nel tenere i rifugiati il più possibile lontani, incluse persone che scappano dalle guerre e dalla tortura, per metterle in dei “campi” o centri chiusi, e allo stesso tempo continuare a fare patti e alleanze con regimi che violano permanentemente i diritti umani. L’Europa chiude gli occhi davanti alla povertà di cui è corresponsabile. Il diritto di asilo è di fatto sempre più ridotto. Le cause delle partenze valgono solo una piccola nota per i capi di stato e di governo. Ma questo è l’unico modo per ridurre effettivamente il numero dei rifugiati. L’idea di Europa sta degradando ogni giorno di più.

 

Gregor Gysi, President of the European Left declares about the EU summit:

 

Europe is united in to keep refugees as far away as possible, also people who are fleeing from wars and torture, to put them in camps and at the same time, to pact with regimes that permanently violate human rights. Europe closes its eyes to the misery for which it is jointly responsible. The right to asylum is de facto increasingly reduced. Causes of flight are only worth a bit of a note to the heads of state and government. But this is the only way to effectively reduce the numbers of refugees. The European idea is getting more damaged every day.

27.06.2018

COMUNICATO STAMPA

 

«I dati diffusi oggi dall’Istat sulla povertà – dichiara Roberta Fantozzi, responsabile Politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – sono micidiali. La povertà raggiunge il livello massimo dal 2005, cioè dall’inizio della serie storica.

L’Istat “pudicamente” evidenzia le percentuali. Se però quelle percentuali diventano numeri assoluti, cioè persone, la situazione emerge ancor più in tutta la sua drammaticità.
La povertà assoluta colpisce nel 2017 316mila persone in più rispetto al 2016 (da  4milioni e 742mila a 5milioni e 58mila), quella relativa quasi un milione di persone in più (903mila, da 8milioni e 465mila a 9milioni e 368mila). La povertà cresce in particolare a Sud ma anche nelle aree metropolitane del Nord.

Colpisce chi è in cerca di lavoro (37% contro il 31% del 2016) ma anche gli occupati: l’incidenza della povertà relativa per gli operai è quasi doppia rispetto a quella degli occupati in generale (19,5% contro il 10,5%). Tanto la povertà assoluta che quella relativa sono massime nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, come per le famiglie di immigrati.

L’incremento della povertà che i dati dell’Istat mostrano è fortissimo, paragonabile solo a quello che si era registrato nel biennio 2012-2013. Le differenze territoriali e sociali si inaspriscono, la precarietà del lavoro come i bassi salari, danno conto della sofferenza più acuta nelle fasce più basse di età e per la condizione operaia.

La sbandierata crescita registrata nel 2017 non ha inciso in nessun modo sulla condizione di sofferenza sociale del paese, che ha anzi raggiunto il livello massimo dagli inizi della crisi, mentre continuano ad aumentare le disuguaglianze, come dimostra l’altro rapporto, uscito qualche mese fa, di Bankitalia, con le dieci famiglie più ricche che nel 2006 avevano una ricchezza pari a quella di 14 milioni di persone e dieci anni dopo ce l’hanno pari a 18 milioni di persone.   

Servirebbe un intervento nettissimo: l’istituzione immediata del reddito minimo, un piano per il lavoro che crei occupazione vera, il contrasto alla precarietà. Servirebbe una riforma fiscale che prenda le risorse da chi ce l’ha e le redistribuisca a chi non ce l’ha.

Ci batteremo per questo, contro la Flat-Tax che non significa altro che un nuovo gigantesco incremento delle disuguaglianze, che rende impossibile l’istituzione del reddito minimo come di ogni altra misura progressiva, che distrugge il welfare, aumentando ancora la povertà».

26.06.2018

 

Il taglio delle “pensioni d’oro” proposto dai 5 Stelle è una truffa per tre motivi:

 

1) Non è vero che il risparmio sarà di 1 miliardo di euro ma se tutto va bene di appena 200 milioni. Ricalcolare l’importo della pensione sulla base dei contributi effettivamente versati porta in media ad una diminuzione del 25% dell’importo dell’assegno. Ma si tratta di una media appunto perché il gap tra pensione calcolata con metodo retributivo e pensione calcolata con metodo contributivo è maggiore per i redditi bassi e minore per quelli alti. Ciò significa che a seguito del ricalcolo i pensionati d’oro vedranno diminuire il proprio assegno appena del 5%! E se andiamo a vedere bene forse anche meno perché diminuendo il reddito pagheranno meno tasse.

 

2) Se il taglio verrà accompagnato dall’introduzione della Flat Tax i pensionati d’oro a fronte di una perdita media di circa 300 euro risparmieranno attorno ai 1.700 euro in tasse e quindi vedranno ulteriormente aumentato il loro reddito.

 

3) I pensionati d’oro sono solo 30.000 per lo più ex-manager, magistrati, politici etc...i ricchi veri ovvero redditieri, speculatori, evasori e azionisti di grandi società non percepiscono pensioni perché non versano contributi.

 

Diminuire le pensioni ad una alcune categorie di parassiti è giusto e sacrosanto, ma dal punto di vista dei numeri questo non incide minimamente rispetto alla redistribuzione della ricchezza. 

È puro fumo negli occhi. 

Puntano il dito contro la “casta” e i suoi privilegi solo per nascondere i veri potenti, quelli che grazie a provvedimenti come la Flat Tax diventeranno ancora più ricchi.

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