Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

26.09.2017

Arrivano novità sul sequestro del giovane attivista Santiago Maldonado, desaparecido dal 1° di Agosto 2017, nel corso di una mobilitazione a difesa delle rivendicazioni del Popolo Mapuche in Argentina.

E non sono certo rassicuranti. Secondo quanto ha riportato il giornalista argentino Horacio Verbitsky, la polizia ha tentato di far sparire alcune delle prove che metterebbero in luce un intervento violento da parte degli agenti.

Verbitsky ha pubblicato il resoconto delle intercettazioni telefoniche tra i reparti operativi e la gendarmeria. Dai dialoghi risulta che l'ordine impartito è stato quello di far sparire l'auto sulla quale Maldonado è stato trasportato.
La gendarmeria nega ogni responsabilità, ma ci sono video e foto che ne provano il coinvolgimento diretto. Anche grazie alla pressione internazionale, la magistratura avvia una timida indagine che chiama in causa anche il Gruppo Benetton, che avrebbe richiesto l'intervento repressivo.
Su questo caso, a livello internazionale è stata indetta una mobilitazione per il giorno 1 ottobre con un volantinaggio facendo conoscere le rivendicazioni del Popolo Mapuche in Argentina davanti ai negozi Benetton in tutte città.

La storia ufficiale argentina definisce “Conquista del deserto” lo sterminio delle popolazioni originarie nel Sud del Paese, un territorio oggi conteso e rivendicato dai loro discendenti.
L’aggressione, a metà dell’800, fu portata avanti dal governo centrale con il supporto della
Gran Bretagna. Un consorzio fatto da finanzieri e multinazionali britanniche si spartì il
bottino con i notabili locali.

Dopo successive spartizioni, nel 1991 il Gruppo Benetton è venuto in possesso, per
l'irrisoria cifra di 50 milioni di dollari, di quasi un milione di ettari, il più grande latifondo di tutta l’Argentina. Su queste terre, appartenute da sempre al popolo Mapuche (oggi confinato in vere e proprie “riserve”), il Gruppo Benetton produce circa il 10% delle lane per i propri marchi. Ma oltre alle 280 mila pecore, ai 16 mila bovini, agli 8.500 ettari coltivati a soia, queste terre sono anche ricche di risorse minerarie e petrolifere.

Il conflitto per la terra non si è mai fermato, ma sono abissali le differenze tra le
rivendicazioni dei Mapuche e la risposta delle istituzioni. Ragion per cui, dalla fine delle
dittature civico-militari, le comunità Mapuche hanno ripreso a organizzarsi e a confrontarsi
con le istituzioni, attraverso mobilitazioni e proteste pacifiche, per rivendicare la legittimità della propria lotta.

La terra è stata e rimane una questione centrale per queste popolazioni, non solamente per
l’aspetto economico, ma anche per il suo significato culturale e religioso.
Negli ultimi anni è cresciuta la resistenza del popolo Mapuche e le tensioni con il Gruppo
Benetton, con conseguente accelerazione dell’azione repressiva da parte del governo di
Mauricio Macri e delle autorità locali.
E così la lotta in Patagonia diventa più dura e le pallottole di gomma sparate dalle forze repressive diventano di piombo.

Un anno fa, Facundo Jones Huala, leader riconosciuto dei mapuche, viene arrestato con
l’accusa non provata di essere un terrorista e comincia un lungo sciopero della fame per
denunciare al mondo le ingiustizie patite dai popoli originari dell’Argentina.
Dopo la scomparsa in democrazia di Julio Lopéz (testimone nei processi contro i militari) di
qualche tempo fa, in Argentina torna lo spettro dei desaparecidos e della desaparición
forzada.
L’ultimo grave capitolo repressivo del governo Macri accade a Cushamen, in Patagonia: il
primo agosto scorso un giovane di 27 anni, Santiago Maldonado, viene fatto sparire dopo essere stato prelevato dalla gendarmeria nazionale durante una manifestazione.

La gendarmeria nega ogni responsabilità, ma ci sono video e foto che ne provano il
coinvolgimento diretto. Anche grazie alla pressione internazionale, la magistratura avvia
una timida indagine che chiama in causa anche il Gruppo Benetton, che avrebbe richiesto
l'intervento repressivo.
Invitiamo a mobilitarsi per la ricomparsa con vita di Santiago Maldonado, per evitare la
tragedia dei desaparecidos in Argentina, (che ha colpito anche tante famiglie italiane) e per esigere alla famiglia Benetton la restituzione delle terre alle comunità Mapuche.

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA – SINISTRA EUROPEA

Jacopo Rosatelli
da Il Manifesto
26.09.2017


A sinistra. Per Schulz è il peggior risultato di sempre, il Nordreno-Westfalia gli volta le spalle. Per la Sinistra guidata da Wagnknecht e Bartsch la Germania orientale non è più un tabù

I due partiti «rossi», eredi della storia del movimento operaio, escono dalle urne in condizioni molto diverse fra loro. Per i socialdemocratici della Spd è il peggior risultato di sempre, un milione e mezzo di voti in uscita verso destra e sinistra, mentre la Linke guadagna lo 0,6% e può sorridere. Emblema della disfatta per il partito che fu di Willy Brandt è la caduta di ogni roccaforte: si classifica primo solo in un Land minuscolo, la città-stato di Brema (26,8%), mentre nella «Emilia Romagna» del Nordreno-Westfalia il 26% ottenuto è un’apocalisse. Martin Schulz e compagni tremano anche per il 27,4% della Bassa Sassonia, vasta regione occidentale con capitale Hannover: in sé è il migliore risultato del Paese, ma il 15 ottobre in quel Land si vota per il parlamento locale, e i numeri dicono che il governo uscente a guida Spd rischia seriamente di andare a casa. E in Germania gli esecutivi regionali contano molto.

Se si volge lo sguardo ad est, i dati sono sconvolgenti: in Sassonia un drammatico 10,5%, in Turingia il 13,2%, appena sopra il 15% in Sassonia-Anhalt e nel Meclemburgo di Angela Merkel. Nella ex Ddr i socialdemocratici sono ormai una forza medio-piccola, lontanissimi dalle dimensioni di una Volkspartei, quel partito popolare e di massa che in teoria dovrebbero essere. La scelta della nuova capogruppo al Bundestag indica ora una nuova direzione di marcia: via il moderato Thomas Oppermann, tocca ad Andrea Nahles, ministra uscente del lavoro, e soprattutto figura più in vista della sinistra del partito. C’è quindi da aspettarsi che, almeno nelle intenzioni, la Spd voglia sul serio fare opposizione, recuperando i consensi dei suoi bacini tradizionali e magari cominciando a costruire finalmente un’intesa con la Linke anche a livello federale e non solo di singoli Länder (i due partiti amministrano in coalizione Berlino e Turingia).

Schulz resta segretario, a fine anno il congresso per un eventuale cambio al vertice: nessuno, per ora, ha chiesto la testa dell’ex presidente dell’Europarlamento.

Nell’attesa che la Spd torni davvero socialdemocratica, la Sinistra guidata in queste elezioni da Sahra Wagnknecht e Dietmar Bartsch si gode alcune affermazioni nella Germania orientale che ne confermano il tradizionale ruolo: è primo partito in tutta la parte Est di Berlino, compresi quartieri ad alto disagio sociale come Marzahn (26%) e Lichtenberg (29%). Nella ex Ddr è da registrare, però, un complessivo arretramento a vantaggio della AfD. Il vero dato positivo per la Linke è dunque un altro: le urne di domenica dicono che ad ovest il «pericolo comunista» non spaventa più.

A Brema è terza forza (13,5%), in Assia, Amburgo e Bassa Sassonia raccoglie quasi gli stessi consensi dei Verdi. Che però sono riusciti a vincere nel collegio più a sinistra di tutta la Repubblica federale, quello di Kreuzberg-Friedrichshain, cuore della Berlino alternativa (dove la somma di Cdu, AfD e liberali dà solo il 21%): nel combattuto derby per aggiudicarsi la rappresentanza dell’enclave rivoluzionaria del Paese l’ha spuntata la candidata ecologista di origine curda Canan Bayram, che ha già annunciato che non voterà mai un nuovo governo Merkel, nemmeno se sostenuto dal suo partito.
Legittima soddisfazione, dunque, nelle file del partito più a sinistra di Germania, ma anche accenni di riflessione autocritica: «Il risultato nell'Est mostra che abbiamo sottovalutato le paure generate dalla questione dei profughi», ha affermato Wagenknecht, anima più ortodossa del partito, che non ha mai fatto mistero di essere su una linea diversa da quella più movimentista e «no-borders» della segretaria Katja Kipping.

23.09.217
Franco Astengo


Si torna a parlare di formula elettorale e riemergono i soliti pasticci. Vengono avanzate proposte senza capo né coda (il “Rosatellum” 4.0: marchio buono per una marca di vini) fornendo anche una volta la dimostrazione che, in materia, questa classe politica riesce proprio a dare il peggio di sé: impresa non facile, considerato il livello “normale” di approccio ai problemi più importanti che affliggono il Paese.

Ci si dimentica con estrema facilità la duplice bocciatura inflitta dalla Corte Costituzionale alle ultime due leggi elettorali approvate dal Parlamento: l’una usata addirittura per tre tornate elettorali legislative generali (2006, 2008, 2013) e l’altra (il famigerato “Italikum”) per fortuna mai approdata alla prova delle urne.

Nel frattempo l’elettorato partecipante si è dimezzato e sono sorte imbarazzanti formazioni pseudo – politiche capaci di raccogliere milioni di voti come se fossero noccioline: nel frattempo questi soggetti di rottura si adeguavano immediatamente alla più vieta “democristianità” nella logica del potere per il potere.

Ci ritroveremo, a questo proposito, sorprese nelle urne: anche perché le contraddizioni sociale mordono sulla vita quotidiana e avranno un loro peso nella ricerca della rappresentanza politica.

Tornando all'essenziale: s’insiste dunque nel voler acconciare la formula elettorale alle esigenze del momento.

Si discute, infatti, soltanto della formula con la quale si debbono tradurre i voti in seggi e non della legge nel suo insieme, che è materia molto complessa e sulla quale ci sarebbe comunque da verificare parecchie questioni, riducendosi esclusivamente alle esigenze tattiche del momento di alcune forze politiche.

Il tentativo di cui questo Rosatellum 4.0 è emblematico nella direzione indicata dell’episodicità.

Assomiglia al cocktail mal riuscito in un bar di periferia: una spruzzata di maggioritario, due gocce di proporzionale, mescolare forte con una buona dose di capilista bloccati.

Ecco fatto il nostro indigeribile pasticcio.

Difatti abbiamo cambiato formula elettorale tre volte in vent’anni. In verità, in passato, abbiamo cambiato anche la legge, assumendo decisioni sciagurate come quelle in materia di numero di sezioni sul territorio attraverso la “Bassanini” con il loro dimezzamento e ci ritroviamo con sette diversi sistemi per ogni tipo di elezione, europea, politica, amministrativa.

Si dovrebbe anche aprire anche una discussione sull’elezione diretta dei Presidenti e dei Sindaci: causa principale della deleteria crescita nella logica della personalizzazione della politica ed elemento – chiave della crescita, a livello periferico, del deficit pubblico.

Oltre ai malaugurati provvedimenti di modifica del titolo V della Costituzione varati dal centrosinistra nel 2001 a stretta maggioranza e in chiusura di legislatura, con l’improvvisato cedimento a un federalismo che non esisteva allora e non esiste adesso, consegnando così temi delicatissimi come la sanità e ai trasporti agli elettoralismi dei voraci lupi mannari di un’insaziabile classe politica periferica: quella distintasi soprattutto per le “spese pazze” e trasferitasi quasi in blocco in Tribunale ad ascoltar sentenze oppure a patteggiarle.

Torniamo però al nodo centrale di questa discussione: la formula elettorale da usare in occasione delle elezioni legislative generali.

Il punto risiede nel fatto che ci si rifiuta di vedere la questione nella sua semplice interezza.

Esistono infatti, in materia di legge elettorale, due grandi famiglie: quella del proporzionale e quella del maggioritario.

Com'è ben noto al colto e all’inclita la destinazione di viaggio delle due famiglie è assolutamente diversa: quella del proporzionale si dirige verso la rappresentanza politica tenendo conto di tutte le “sensibilità” presenti in una qualche consistenza numerica; quella del maggioritario punta sulla stazione della “governabilità” tendendo – tutto sommato – a una vocazione presidenzialista, quella del governo eletto dal popolo (la famosa frase: “la sera delle elezioni si deve già sapere chi ha vinto per i futuri 5 anni”).

Premesso che la Costituzione italiana è molto chiara su questo punto indicando come l’elettorato elegga il Parlamento e non il Governo e che proprio per questa ragione nell'assemblea Costituente prevalse l’idea della formula proporzionale (corretta, rispetto al proporzionale puro).

Questo orientamento mi pare dovrebbe essere rigidamente mantenuto proprio in ossequio alle radici più profonde ed essenziali della nostra democrazia repubblicana.

Quello che francamente non si capisce al giorno d’oggi è il perché i nostri pasticcioni (non troppo simpatici, per la verità) non si addentrino al cuore della questione scegliendo, nei due campi, i sistemi più chiari e trasparenti allo scopo di favorire la scelta dell’elettorato.

Se si pensa al maggioritario esistono due formule ben sperimentate:

Quella in uso nelle isole britanniche del collegio uninominale a turno unico;
quella in uso in Francia del collegio uninominale a doppio turno (beninteso a doppio turno e non ballottaggio che invece si adopera nell’elezione diretta del Presidente della Repubblica).
Vale la pena ricordare che Gran Bretagna e Francia non sono due democrazie parlamentari, bensì l’una una monarchia costituzionale, l’altra una repubblica presidenziale a regime di semi – presidenzialismo (a differenza degli USA in Francia, infatti, le figure del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio appartengono a due persone diverse).

Nel caso, auspicabile, di una scelta verso il sistema proporzionale la formula meglio collaudata è sicuramente quella italiana usata tra il 1948 e il 1992: formula che ha garantito, attorno ad un partito pivotale come la DC, la governabilità (in quei oltre quarant'anni furono mutate soltanto tre formule di governo: centrismo, solidarietà nazionale per un brevissimo periodo, centro – sinistra con allargamento finale al pentapartito) contenendo sia un premio per i partiti più grandi sia un meccanismo d’esclusione per le frazioni insignificanti.

Può essere preso in considerazione anche il sistema tedesco che però contiene un mix di maggioritario e proporzionale e una clausola d’esclusione abbastanza alta per consentire una rappresentanza adeguata.

Si ricorda che in Germania il numero dei partiti presenti al Bundestag è mediamente di 4/5 (SPD, CDU – CSU, Liberali, Verdi, Die Linke forse si aggiungerà l’estrema destra) mentre alla Camera Italiana tra il 1948 e il 1987 erano presenti mediamente 7/8 formazioni politiche senza contare le micro – rappresentanze etniche.

Nulla di straordinario quindi sia dal punto di vista della concentrazione della rappresentanza, sia della sua frammentazione, in un caso e nell’altro.

In questo momento però non è il momento di indicare formule ma di ricordare con forza il principio fondamentale del valore sistemico e non episodico – strumentale della scelta del meccanismo di traduzione dei voti in seggi e della necessità di una scelta chiara: proporzionale o maggioritario.

Mattarellum, Porcellum, Italikum: pessime prove di soluzioni surrettizie della volontà popolare da non ripetere.

Si abbia il coraggio di scegliere con chiarezza in un frangente così difficile e complesso, in cui le basi di rappresentanza democratica del sistema appaiono tanto fragili da mettere in discussione l’intera struttura repubblicana che sta scivolando pericolosamente verso soluzioni anti – costituzionali delle quali , in realtà, abbiamo già avuto le prime prove di sperimentazione nel più recente passato.

Tommaso Di Francesco
da il Manifesto
22.09.2017


Da quando in qua un processo referendario in un paese europeo, anche se sull’indipendenza, diventa un «problema» democratico?

Accade in Spagna, dove il governo Rajoy, ormai decisivo nella compagine dell’Unione europea, entra come un elefante dentro una cristalleria. Commissaria le finanze della Generalitat catalana, arresta i funzionari, sequestra materiale di propaganda e milioni di schede lettorali, minaccia centinaia di sindaci e i giornalisti, entrando con la polizia nelle redazioni dei giornali.

Gettando la maschera sulla realtà del processo democratico in corso che vede la restaurazione del Partito popolare, a fronte della diffusa, perfino forte, ma non unita e per questo impotente e non alternativa, sinistra spagnola. Che ora si trova anche di fronte ai contenuti di una rivendicazione indipendentista «di sinistra» che, seppure non si dichiari nazionalista, rischia di imitare tutte le modalità e gli sviluppi «balcanici» del nazionalismo.

Così, sull'obiettivo dell’indipendenza della nazione catalana, sembrano essere messe a tacere tutte le voci, come quelle di Podemos e della sindaca di Barcellona Ada Colau, capaci di rilanciare un «autonomismo per tutti», non storico-identitario ma politico e sociale.

Una rogna per la Spagna che si ritrova a dover fare i conti con la sua reale statualità, specchio della irrisolta crisi sociale, dopo l’uscita dal buio del franchismo e la Costituzione del 1978.

E dopo i recenti fallimenti per definire un sistema nazional-federale. Ma anche una rogna per l’Unione europea che ieri, per bocca del portavoce Margharitis Spinas ha ribadito seccamente: «Rispettiamo l’ordine costituzionale della Spagna come facciamo con tutti gli stati membri».

«La posizione risale al 2004 – ha aggiunto il portavoce – guida le nostre competenze e passa per il rispetto del quadro costituzionale e dell’ordine giuridico di ogni stato membro».

A Bruxelles dopo il disastro della secessione della Brexit pensavano forse che tra gli Stati rimasti fosse pace fatta. Ma è all’interno di ogni Paese che covano particolarità perfino più pericolose del populismo. Che, rilanciate contro la stessa idea di Europa unita, possono riesplodere ogni momento di fronte alla divisiva crisi economica.

È una questione nascosta solo dal nuovo autoritarismo di Stato che in Europa centrale tiene a freno, per esempio, la preoccupante questione magiara, fronte aperto tra Ungheria e Romania; o quella macedone, che insidia la Grecia.

E per favore, nessuno citi la secessione «di velluto» tanto apprezzata della Cecoslovacchia, decisa a tavolino, senza referendum popolare, dai due presidenti ceco, Havel, e slovacco Meciar: Alexander Dubcek morì in un incidente stradale, correndo da una città all’altra per impedirla.

E poi, perché quel che è giusto per gli Stati membri dell’Ue non dovrebbe essere valido anche per gli altri? Perché la Catalogna indipendente non va bene e invece è stato riconosciuto lo «Stato» del Kosovo, grande meno del Molise e con una indipendenza decisa unilateralmente e con la violenza?

Due pesi e due misure che hanno visto fin dalla nascita nel 1991-92 l’Unione europea riconoscere tranquillamente indipendenze proclamate su base etnica, come per la Slovenia – ora decisivo Paese Ue – e per la Croazia mentre ancora esisteva la Federazione jugoslava.

Un vizio d’origine che oggi torna d’attualità. E pesa come una spada di Damocle.

Non ci schieriamo certo con l’indipendenza catalana, ma tanto meno con la Spagna o con l’Unione europea che di fronte a questa crisi sembra balbettare e tacere. Mentre il rischio di introiettare i «Balcani» si apre come una voragine.

Leonardo Clausi
da il Manifesto
21.09.2017


La protesta. Migliaia di persone hanno invaso le strade di Barcellona, cortei pacifici: «contro la repressione»

Barcellona è scesa in piazza ancora una volta, nell’ennesima escalation con Madrid sulla spinosa questione dell’indipendenza catalana. La tensione nella capitale autonoma è aumentata dopo che il governo madrileno ha sguinzagliato la Guardia Civil negli uffici governativi catalani della Generalitat, nella Plaça Sant Jaume, e in quelli del ministero dell’economia, all’angolo fra la Rambla de Cataluña e la Gran Via de Passeig de Gracia.

Con lo scopo d’impedire la convocazione di una consultazione che la corte costituzionale spagnola aveva dichiarato illegale, la polizia ha arrestato almeno una dozzina di funzionari governativi dell’amministrazione autonoma catalana tra cui Josep Maria Jové, il numero due del ministero d’economia, e sequestrando milioni di schede elettorali.

Il blitz, nelle prime ore del mattino di ieri, ha scatenato una fiera protesta ed è stato bollato come totalitario dalle molte e variegate anime del secessionismo, in testa il presidente della Generalitat Carles Puigdemont.

DURANTE UNA GIORNATA assolata e mite, migliaia di persone si sono riversate davanti alla sede della Generalitat, di fronte a quella del ministero dell’economia, perquisita e tuttora presidiata dalla Guardia Civil, e davanti alla sede della Cup, il partito degli indipendentisti di estrema sinistra, per protestare contro gli arresti.

Sono manifestazioni risolute ma composte: la folla, persone di tutte le età, molti avvolti nell’estelada, la bandiera catalana, o con indosso magliette del Barcellona, prorompe di tanto in tanto in slogan come «fuori le forze di occupazione», «voteremo», «indipendenza» e «dov’è l’Europa?». Da poche centinaia che erano, man mano che le persone escono dal lavoro si aggiungono a quelle che già presidiano la zona, mescolandosi inevitabilmente con i turisti, creando uno strano melange fra aria vacanziera e fervore militante.

Intorno alla sede della Cup la folla alza cartelli, «Sens por», senza paura, i militanti sono asserragliati all’interno, fanno la cronaca via tweet, mentre la Policía Nacional circonda il palazzo in attesa di un ordine giudiziario per entrare in cerca di materiale elettorale.
Cortei si sono formati anche nella Plaza Universidad, dove la folla era di minore entità, e in Via Laietana, dove si è tenuto un sit-in.

Il clima è composto, nonostante gli elecotteri volteggiano minacciosi, con nessun episodio violento da registrare. Qualche alterco, anche acceso, con la polizia ma nulla di più. Vuole essere una resistenza pacifica quella a cui ha chiamato il presidente dell’assemblea nazionale della provincia, Jordi Sànchez.

«Non cerchiamo la violenza» assicura Josep Vincenç Mestre Noguè, giovane ricercatore presso la Universidad Pompeu Fabra, precipitatosi con alcuni colleghi sul luogo della protesta. «Non un solo atto di violenza, non un cassonetto bruciato, niente. Cerchiamo la libertà». Lo sdegno si mantiene insomma pacifico e prelude a una situazione che potrebbe protrarsi nella notte. Già verso le sette di ieri davanti agli uffici di Jové cominciavano a circolare, proprio davanti alla polizia, bottiglie d’acqua e insalate confezionate, generi di conforto per affrontare le prossime ore, e perfino dei materassi: un chiaro segno di risolutezza da parte dei manifestanti. «La Spagna sta agendo in modo antidemocratico», affermano Nuria e Montse, due ragazze circa ventenni, «Questo è un colpo di stato.

Ma gli si ritorcerà contro: farà aumentare il movimento indipendentista, coinvolgendo persone che prima non erano interessate al problema».

LA TENSIONE sarà anche controllata ma è palpabile. Un reporter della televisione spagnola che intervista le persone viene accerchiato con tutta la troupe e tempestato di fischi: «La stampa spagnola manipola» gli urlano i manifestanti. «Benvenuti nella repubblica catalana», recita un enorme striscione appeso provocatoriamente su uno dei palazzi che si affaccia sulla Rambla. «Sì al diritto di decidere. Vogliamo votare!», recita un altro.

Per ora è il movimento indipendentista a mostrare tutto il suo dissenso: e chi non è d’accordo tace, almeno per oggi. Mentre scriviamo, nel nome di «Meno conflitti, più democrazia» un altro concentramento è stato fissato presso la Puerta del Sol per le sette e trenta da Ahora Madrid, un partito di unità popolare per le amministrative nato dalla sinergia fra i movimenti Podemos e Ganemos.

Altre manifestazioni spontanee si sono avute, e si avranno, in tutta la regione.

*con la collaborazione di Josune Garcia Yanguas

Rifondazione Comunista-Sinistra Europea esprime la più totale solidarietà alle cittadine e ai cittadini catalani e di tutta la Spagna che vedono oggi minacciata la convivenza civile e la democrazia dalla risposta autoritaria del governo della destra di Rajoy al referendum.
Il blocco reazionario al governo sta producendo una rottura che può avere esiti disastrosi. E’ intollerabile che in un paese europeo vi siano dei detenuti politici. Pur di fronte a una iniziativa unilaterale delle autorità catalane, questa escalation repressiva è ingiustificabile.
Siamo vicini alla compagna Ada Colau e agli altri sindaci catalani che sono nel mirino del governo. Siamo al fianco delle nostre compagne e compagni di Izquierda Unida, Unidos Podemos e di Catalunya e Barcelona en Comu che in queste ore si sono schierati a difesa dei diritti e delle libertà democratiche e partecipano alle mobilitazioni contro la repressione in Catalogna.
Mentre la destra divide i popoli di Spagna, la sinistra radicale scende in piazza a Madrid come a Barcellona per la democrazia, le libertà civili, il dialogo e l’accordo.
I comunisti e le formazioni della sinistra radicale giustamente rivendicano una soluzione negoziata e l’avvio di un dialogo costruttivo a partire dal riconoscimento del diritto del popolo catalano a esprimere democraticamente la propria volontà.
La sinistra federalista e repubblicana riconosce il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano e difende la libertà di espressione.
Il governo italiano e l’Unione Europea cosa aspettano a intervenire per riportare alla ragione il governo di Rajoy?

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale PRC- S.E.
Marco Consolo, Resp. Dipartimento Esteri PRC-SE

Beppe Caccia
da il Manifesto
19.09.2017


Germania. Per quattro di loro, a oltre settanta giorni dall’arresto, durante il G20 di luglio, è stato fissato il processo. Per Fabio Vettorel no

A oltre settanta giorni dal loro arresto, e dopo il rilascio avvenuto il 10 agosto di Maria Rocco, sono ancora in carcere ad Amburgo cinque dei sei italiani fermati durante le proteste contro il Vertice G20 del 6/8 luglio scorsi. Per quattro di loro, Alessandro Rapisarda e Orazio Sciuto del centro sociale «Liotru» di Catania, Emiliano Puleo attivista di Rifondazione di Partinico e Riccardo Lupano di Genova, è infine stata fissata la data dei processi, tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre prossimi.

PARTICOLARMENTE GRAVE e, per diversi aspetti, paradossale il caso del giovane Fabio Vettorel, studente diciannovenne, e pertanto considerato «minorenne» dal diritto tedesco, di Feltre (Belluno) totalmente incensurato, per il quale non è stato ancora deciso né il rinvio a giudizio né il giorno del dibattimento. Un fatto dai due possibili significati – come argomenta la madre Jamila Baroni, ad Amburgo per seguirne da vicino la situazione: «O intendono accanirsi, visto che la detenzione preventiva potrebbe durare fino a sei mesi, o potrebbero decidere il suo completo proscioglimento, ma non sanno più come venirne fuori». Come ricostruito infatti anche da un reportage di Panorama ARD (primo canale della tv pubblica tedesca) le prove raccolte a suo carico sono inconsistenti e contraddette dagli stessi video della polizia. Al tempo stesso proprio nei confronti di Fabio sono state applicate dal 6 agosto scorso misure duramente restrittive della possibilità di comunicare con l’esterno e appare inquietante il «profilo psicologico» negativo che di lui è stato tracciato dai periti del Tribunale.

Alla condizione degli oltre trenta cittadini stranieri ancora detenuti è stato in parte dedicato, venerdì scorso ad Amburgo, l’incontro pubblico «G20: che cosa è stato nel racconto di chi c’era», organizzato dalla piattaforma Grenzenlos Solidarität statt G20 (Solidarietà senza confini contro i G20), promotrice della marcia conclusiva dell’8 luglio scorso con oltre ottantamila manifestanti, cui avevano aderito movimenti sociali, organizzazioni non governative, sindacati e partiti della sinistra come Die Linke.

PRESSO LA CAMERA del lavoro DGB, di fronte a oltre trecento persone, è stato documentato e denunciato il vero e proprio «stato di emergenza», costruito a luglio nella città anseatica dal governo conservatore federale e da quello locale a guida socialdemocratica. Sotto l’attenta lente d’ingrandimento di avvocati e giornalisti, attiviste e parlamentari della Sinistra, sono state denunciate le sistematiche violazioni dei diritti garantiti dalla Carta fondamentale dell’Unione Europea e dalla Costituzione tedesca – a partire dalla libertà di circolazione e dal diritto di espressione delle proprie idee – e i conseguenti innumerevoli abusi e violenze commessi dalle forze dell’ordine. È stato ricordato come, a conclusione della settimana di proteste, sia stata scatenata da parte della Polizia tedesca una mirata «caccia all’attivista straniero», individuato come facile «capro espiatorio» della brutale e fallimentare gestione dell’ordine pubblico in quei giorni. Nei confronti degli stranieri arrestati è stato applicato un trattamento evidentemente «discriminatorio e vendicativo», come attestato dalle prime sproporzionate condanne, fino a due anni e nove mesi di carcere, comminate nei tre processi fin qui giunti a sentenza.

DOPO LE PRIME interrogazioni parlamentari presentate dal gruppo di Sinistra Italiana, mobilitazioni di piazza in diverse città e gli altri atti ispettivi depositati anche dai senatori Pd Manconi e Puppato e dal 5S D’Incà, il vicepresidente della Commissione Esteri della Camera, Erasmo Palazzotto (Si) cercherà nei prossimi giorni un’interlocuzione con la diplomazia tedesca a Roma «per fare quello che finora non ha voluto fare il governo italiano, ovvero chiedere che Fabio Vettorel e tutti gli altri prigionieri dei G20 siano subito liberati. Perché la libertà di movimento, il diritto a manifestare liberamente in tutta Europa devono essere tutelati, ieri ad Amburgo, domani ovunque».

Tomaso Montanari
da il Manifesto
16.09.2017


Alleanze. L’Italia così com’è oggi è in larga parte opera del Pd. Oggi il Pd fa politiche di destra: sui migranti, i poveri, i marginali. Come ha detto Lerner, ora è questione di diritti umani

Ho una profonda stima per la persona e il lavoro di Luigi Manconi. Nel suo bellissimo "Corpo e anima". Se vi viene voglia di fare politica egli scrive: «Tra le molte contraddizioni della mia azione politica, una appare forse come più stridente. Ovvero che faccio quello che faccio e penso quello che penso, pur rimanendo nel Pd … Per ora penso che vi sia ancora spazio per condurre conflitti interni e per utilizzare proficuamente la forza, le risorse e la platea di un “partito largo”». «Per ora», scriveva Manconi in un libro uscito nel marzo 2016.

Un anno e mezzo dopo, dopo la repressione securitaria attuata da Marco Minniti, perfino Gad Lerner, per Manconi una sorta di «fratello minore» ha infine restituito la tessera del Pd, scrivendo che «l’involuzione della politica del Pd sui diritti umani e di cittadinanza costituisce per me un ostacolo non più sormontabile».

Una decisione soffertissima, a giudicare dal fatto che solo poche settimane prima lo stesso Lerner aveva proposto ad Andrea Orlando un doppio tesseramento Pd-Campo Progressista.

Per Manconi questo ostacolo è, evidentemente, ancora sormontabile.

Non gli sono certo meno grato per le sue solitarie, cruciali battaglie, ma non riesco a capire come una scelta personalissima, provvisoria e sofferta come questa (una scelta che divide anche chi ha percorso insieme una vita intera) possa trasformarsi in un programma politico su cui chiedere il consenso di milioni di cittadini. Già, perché Campo Progressista è nato proprio con questo fine: andare al governo con il Pd, nella speranza di condizionarlo un po’. È questo l’unico significato possibile della formula taumaturgica del «centrosinistra»: perché senza Pd non esiste centro cui connettersi. E, d’altra parte, Giuliano Pisapia continua onestamente a dirlo, nonostante le aspirazioni e le dichiarazioni contrarie dei suoi compagni di viaggio.

Ebbene: come molti altri, credo che questo progetto appartenga al passato. Non dico che non mi impegnerei per qualcosa del genere: ma nemmeno lo voterei.

Perché il Pd ha avuto un ruolo decisivo nella costruzione dello stato delle cose: l’Italia così com’è è in larga parte opera sua. Oggi il Pd fa, platealmente, politiche di destra: sui migranti, i poveri, i marginali fa perfino politiche di destra non democratica. Come ha detto Lerner, ora è questione di diritti umani.

Il Pd ha rieletto Renzi trionfalmente, e l’opposizione interna è politicamente irrilevante. I flussi elettorali del 4 dicembre scorso dimostrano che l’85 % di chi vota Pd ha scelto il Sì. Non una colpa, ovviamente, ma il segno chiarissimo di una mutazione politica e culturale: la resa allo stato delle cose. L’abbandono dell’idea stessa di conflitto sociale.

Ora, è possibile che se continuerà a votare solo il 50% degli italiani – o se, come tutto lascia intendere, l’affluenza diminuirà ancora – una sinistra radicale alternativa al Pd (prima, durante e dopo il voto) abbia poco spazio.

Ma se questa sinistra fosse capace di essere unita, e soprattutto si impegnasse a costruire un progetto credibile di Paese giusto, inclusivo ed eguale: allora un’altra parte degli italiani tornerebbe a votare e a votarla, riaprendo un conflitto, e dunque spalancando un finestra sul futuro. E il cinico tavolo dei commentatori salterebbe in un minuto. Non è un’utopia: è successo il 4 dicembre.

Il percorso partito dal Brancaccio si sta snodando per le cento città di Italia, e presto potrà proporre un progetto di Paese: per capire cosa intendiamo dire quando diciamo «invertire la rotta».
Alle assemblee partecipano compagni di SI, Possibile, Rifondazione ma anche di Mdp, oltre a quelli che si erano impegnati in molti dei progetti falliti e a tanti cittadini politicamente apolidi (tra cui cattolici che pensano che il Vangelo indichi una strada radicale e non «centrista» nel senso di «moderata»).

Ciò che accomuna tutte le persone che partecipano a questo percorso è la volontà di costruire tutti insieme una lista unica, attraverso un vero processo di partecipazione popolare: senza primogeniture; senza leader designati in anticipo; con il chiaro impegno di essere alternativi al Pd prima, durante e dopo il voto.

Non è un obiettivo impossibile, ma ogni giorno consumato in incomprensibili riunioni politiciste è un giorno sottratto alla costruzione di una sinistra di popolo capace di parlare all'altra metà degli italiani. Una sinistra che (come in altri paesi d’Europa) può diventare capace di vincere: se vincere significa saper cambiare la realtà, e non farsene cambiare.

Gianluca Paolucci
da la Stampa
17/09/2017


Dalla Unipol alle banche, i valori gonfiati delle partecipazioni finanziarie rendono difficile garantire i soldi degli associati. Legacoop: “Ma non sono risparmi”

Sono almeno 9 miliardi di risparmi degli italiani e si appoggiano su gambe che mostrano qualche incrinatura. Si tratta del prestito sociale delle Coop e la colpa non è solo della crisi dei consumi e di una concorrenza sempre più aggressiva, ma anche di un legame tra Coop e finanza che tra impegni «di sistema» e avventure azzardate nell’azionariato di grandi banche (Mps e Carige principalmente) rischia di diventare insopportabile.

Risparmi o finanziamenti
Tutto il problema finanziario sarebbe solo un affare interno alle Coop, se non fosse appunto per il prestito sociale. I soci prestano soldi alle Coop che pagano un interesse. A fissare le regole sono la legge e una serie di circolari Bankitalia, che però non ha poteri di vigilanza sulle coop. In passato ci sono stati almeno due casi (Coop Carnica e Trieste) che hanno lasciato un buco di alcune decine di milioni nelle tasche dei risparmiatori. «Il problema è che i tassi sono inferiori ai rischi che si corrono - dice Alessandro Pedone di Aduc, una delle associazioni di consumatori che si è occupata dell’argomento -. Se queste coop emettessero obbligazioni sul mercato dovrebbero pagare tassi due o tre volte più alti».
Di parere opposto Stefano Bassi, presidente dell’Associazione nazionale delle Coop di consumo. «Il prestito non è raccolta pubblica di risparmio, come ha chiarito Bankitalia. È un istituto legittimo, remunerativo per i soci che soggiace ad una regolamentazione rigorosa», spiega. Le coop, aggiunge, «non si sottraggono a eventuali nuovi confronti normativi. È intenzione delle coop procedere ulteriormente con altri strumenti sul fronte della vigilanza, controlli e garanzie».

Valori e prezzi
Tra i vincoli posti da Bankitalia c’è quello che l’ammontare del prestito sociale non può superare tre volte il patrimonio netto. Ed è qui che tutto s’ingarbuglia. L’esempio più eclatante è quello della catena di controllo di Unipol. Risalendo lungo la catena di controllo del gruppo assicurativo (vedi grafico) i valori in bilancio lievitano fino a quasi cinque volte il valore in Borsa del titolo Unipol Gruppo Finanziario (Ugf), la capogruppo delle attività assicurative e bancarie. Nello stesso bilancio si trovano almeno tre prezzi diversi. È il caso di Holmo holding delle coop e azionista di Finsoe, che a sua volta controlla Ugf con il 31,4%. A farlo presente, durante l’assemblea che ha approvato i conti di Holmo nel giugno scorso, è Giorgio Pellacini, commercialista emiliano nonché liquidatore di Coopsette, coop edile finita in dissesto. Fatti due conti, la partecipazione in Unipol ha almeno quattro valori diversi. Nel bilancio di Finsoe vale 9,95 euro per azione, nel bilancio di Holmo a 12,61 euro. Poi però Holmo vende il 2,28% di Finsoe ad un prezzo che è pari alla quotazione di Unipol ma quello che resta in bilancio vale sempre uguale. Quindi di fatto rivaluta Finsoe e conseguentemente Unipol, che adesso viene valorizzata 13,22 euro per azione. Il tutto mentre il titolo Unipol viaggia in Borsa intorno a 3,8 euro, con una oscillazione tra 2,26 e 4,3 euro nell’ultimo anno. Com’è possibile, chiede Pellacini? Semplice: quei valori sono giustificati da una serie di perizie, risponde Holmo.

Perdite latenti
Questi valori si riverberano sulla galassia delle coop che controllano Unipol, che si portano dietro pesanti perdite latenti. Alleanza 3.0 è la più grande coop di consumo italiana. Un vero colosso, gestisce i supermercati Coop tra Emilia, Lombardia e Veneto. È anche il primo socio di Finsoe e, se portasse il valore della partecipazione al prezzo di mercato, dovrebbe registrare in bilancio una perdita di 643 milioni di euro. Sommando a questa altre partite latenti (Spring 2, un veicolo liquidato nei mesi scorsi, la società immobiliare Igd e altri) si troverebbe il patrimonio netto abbattuto di circa 1 miliardo, da 2,4 a 1,5 miliardi. A bilanciare in parte l’ammanco ci sono circa 93 milioni di plusvalenze latenti dalla partecipazione diretta in Unipol (9,6%). «Non esistono minusvalenze latenti - dice Adriano Turrini, presidente di Alleanza 3.0 -. Le azioni che abbiamo in carico dirette sono a 2,5 euro, ampiamente al di sotto al valore di Borsa. Per la restante parte abbiamo azioni Finsoe, che ha un valore di carico che deriva dalla storia e dei risultati del gruppo. Ci sono le perizie di soggetti terzi, che tengono conto dei rendimenti attesi e di un premio di maggioranza».

E veniamo alle perizie. Ne abbiamo visionata una, quella per giustificare il valore di carico di Unipol in Finsoe nel bilancio 2015. L’autore è Deloitte, che dopo una serie di avvertenze (il rapporto «non potrà essere distribuito a terzi» senza il consenso scritto di Deloitte, che «non risponderà di eventuali danni che i soggetti che avranno accesso al presente documento o altri soggetti potranno subire in caso di uso improprio» del rapporto stesso), esclude esplicitamente il valore di Borsa come base di calcolo, utilizza il valore degli utili attesi e si lancia in una serie di assunti. Ad esempio, considera gli utili al 2018 il risultato previsto al 2015 nel vecchio piano industriale di Unipol, considerando «la graduale ripresa prevista» nel 2016 e 2017. Ma non basta. Allora applica un premio di controllo, calcolato sulla base delle transazioni di pacchetti quotati avvenute nel mercato bancario e assicurativo tra il 2001 e il 2006. Ovvero, quando il mercato tirava e le valutazioni del settore hanno raggiunto il loro picco storico. Sulla base di tutto questo si aggiunge un altro 25%/35% e si arriva a valori ancora più elevati. Tra 14,21 e 15,35 euro per azione Ugf.

Fuga dal prestito
Il caso più delicato è quello di Unicoop Tirreno, attiva nella Costa toscana e nel Lazio. Lo scorso anno è stata salvata da un intervento «di sistema» dalle altre grandi coop che hanno sottoscritto degli «strumenti finanziari partecipativi» per 175 milioni di euro, erogati però alla coop solo in parte. Unicoop Tirreno è nel mezzo di una complicata ristrutturazione, ha ridotto le rete di vendita, chiuso negozi e imposto sacrifici al personale. Ma nonostante questo la sola valorizzazione a prezzi di mercato della partecipazione Finsoe porterebbe una nuova perdita di 113 milioni, facendo saltare il parametro Bankitalia per i 750 milioni di prestito sociale. Prima dell’allarme, il prestito sociale era arrivato a 1,4 miliardi. Una vera e propria corsa allo sportello, in qualche modo lanciata dalla stessa coop per ridurre i rischi.

Leonardo Bevilacqua
da Il Manifesto
16.09.2017

Melendugno. Fino a domenica la manifestazione organizzata dal movimento contro la pipeline. Confronto e dibattito tra i protagonisti delle campagne di «resistenza»

Si chiama «Grandi Opere» la manifestazione organizzata dal Comitato «No Tap» nel comune di Melendugno (Lecce) che si è aperta ieri e si svolgerà fino a domenica 17 settembre. Sottotitolo: «Le conseguenze socio-ambientali delle scelte energetiche». Ed è infatti di politica energetica e di democrazia che parleranno le delegazioni di una quindicina di comitati e movimenti da tutta Italia.

Ognuno di loro è protagonista di campagne di resistenza a grandi opere nel proprio territorio. L’intento dell’iniziativa è quello di chiarire all’opinione pubblica che le loro battaglie non hanno solo una rilevanza locale ma, al contrario, sono tutti tasselli di un’unica, grande questione nazionale: l’indirizzo energetico che prenderà nei prossimi decenni l’Italia, un paese che non vara un Piano Energetico Nazionale dal 1988. Il Movimento «No Tap», in particolare, ha ottenuto grande visibilità a marzo e aprile scorsi per via delle proteste contro l’eradicazione degli ulivi necessaria all’avvio dei lavori. Purtroppo, il messaggio che molti hanno recepito è che l’opposizione a Tap – il «Trans-Adriatic Pipeline», o Gasdotto Trans-Adriatico, che si snoderà dal confine greco-turco alle coste del Salento – sia “solo” una campagna ambientalista, miope rispetto alle esigenze economiche del Paese.

Invece Tap è parte di un progetto ben più ampio, il cui valore strategico – che pure hanno dichiarato sia l’Italia che la Commissione Europea – è molto discutibile: si tratta del «Corridoio Sud del Gas», un mega-gasdotto che dovrebbe trasportare il gas dai giacimenti dell’Azerbaigian all’Europa, passando per la costa del Salento. Le inchieste de L’Espresso (che ha definito Tap un «mafiodotto») e dell’organizzazione Re:Common hanno sottolineato l’inutilità, i rischi e la mancanza di trasparenza che caratterizzano questo progetto. Nel frattempo, sia il comune di Melendugno che la Regione Puglia hanno più volte ribadito la propria contrarietà a Tap. La Regione, in particolare, ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione nei confronti dello Stato. La sentenza è attesa ad ottobre. Anche gli scontri tra i comitati di cittadini, da una parte, e Tap e le forze dell’ordine, dall’altra, sottolineano che i territori ritengono di non essere stati debitamente ascoltati.

Vicende simili accomunano ognuna delle delegazioni che prenderanno parte alla tre giorni, la maggior parte delle quali provengono dalle regioni interessate dalla «Rete Adriatica». Si tratta di un progetto presentato nel 2004 da Snam (Società Nazionale Metanodotti) e ad oggi realizzato solo in parte: un’infrastruttura che dovrebbe trasportare gas da Massafra (Taranto) a Minerbio (Bologna), interessando così ben dieci regioni italiane, per un totale di 687 chilometri. La Rete Adriatica nel 2013 è stata inserita nella «Lista dei progetti di interesse comunitario della Commissione Europea», e ha quindi beneficiato di procedure di autorizzazione agevolate. La connessione con Tap è molto stretta: è solo attraverso l’allacciamento alla nostra rete nazionale che il gas del Corridoio Sud può essere distribuito in Europa. Solo che, mentre l’interesse comunitario è stato dichiarato per la Rete Adriatica nella sua interezza, ad essere sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale sono stati cinque progetti indipendenti, uno per ogni lotto funzionale della Rete. Tutto ciò in violazione delle normative europee, che prescrivono la valutazione complessiva delle criticità e dei rischi che strutture di questo genere possono comportare.

«Ci troviamo di fronte ad un’opera che è stata intenzionalmente scorporata ini più segmenti, con lo scopo preciso di nasconderne gli impatti complessivi», commenta Gianluca Maggiore, portavoce del Comitato «No Tap». «Redigere un documento comune a tutti i movimenti di resistenza al gasdotto, dalla Puglia all’Emilia, significa dire che non stiamo affrontando solo problemi circoscritti e locali come quello dell’espianto degli ulivi, ma piuttosto una grande opera nazionale che deve essere valutata nel suo insieme».

La Rete Adriatica, poi, presenterebbe una serie di criticità, secondo il Coordinamento interregionale «No Tubo»: nella sua versione attuale attraversa diversi tratti appenninici tra i quali si trovano non solo parchi nazionali e aree protette, ma anche diverse aree sismiche che ne metterebbero a repentaglio la sicurezza. Lo scorporo di un progetto singolo in tante componenti diverse è un modus operandi che emerge anche nella vicenda Tap: l’azienda ha presentato il progetto per il micro-tunnel che dovrebbe connettere l’approdo del gasdotto alla centrale di depressurizzazione solo nel febbraio 2017, e cioè dopo aver già ottenuto l’Autorizzazione Unica. Questo «progetto dentro il progetto» è ancora in attesa di verifica di assoggettabilità a VIA, eppure i lavori sono già avviati.

Tra tanti intoppi burocratici e criticità, allora, quali interessi si nascondono dietro la costruzione di questi gasdotti? «È un progetto enorme, che coinvolge tutta Europa», sostiene Elena Gerebizza di Re:Common, «e l’obiettivo ultimo è quello di costruire una grande infrastruttura europea di trasporto e stoccaggio del gas. Il valore finanziario di questa rete ancora incompleta costituisce un’immensa risorsa per le aziende coinvolte, a prescindere dalla reale disponibilità e necessità del gas per l’economia reale. E si sta tentando di costruirla in buona parte con fondi pubblici». (Gerebizza si riferisce qui ai finanziamenti di BEI e BERS, che Tap potrebbe ricevere già a ottobre. Re:Common e 350.org hanno lanciato una petizione, che si può sottoscrivere on line, per chiedere alle banche europee di non erogare i fondi.) Ma se il progetto coinvolgerà tanti territori in Italia e in Europa, in un certo senso è proprio questo destino comune che questa tre giorni vuole sfruttare a proprio vantaggio. Ad incontrarsi e ad unire le forze a Melendugno saranno proprio tanti dei puntini attraversati dal tracciato stesso dei metanodotti: i territori. Per affermare il proprio dissenso e, soprattutto, per articolare una proposta per un futuro energetico (e politico) diverso.

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