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Il Manifesto

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01.04.2018

da Repubblica

 

L'azienda interessata è la Ecb Company. Sul posto sono al lavoro una decina di vigili del fuoco del distaccamento di Treviglio e di Dalmine, personale del 118 e carabinieri

 

Due persone sono morte questa mattina a causa di una esplosione verificatasi in un'azienda di mangimi a Treviglio, nel Bergamasco. Sul posto sono al lavoro una decina di vigili del fuoco del distaccamento di Treviglio e di Dalmine, personale del 118 e carabinieri della locale Compagnia e stazione. L'azienda interessata è la Ecb Company, in via Caldenzano. Sebbene non si abbia notizia di altre persone coinvolte nell'incidente, al momento il bilancio viene dato come provvisorio.

 

Dalle prime informazioni, ad esplodere è stata un'autoclave dove vengono effettuate operazioni di bollitura ed essiccazione di materiale organico destinato poi alla produzione di mangime per allevamento. I vigili del fuoco stanno provvedendo al raffreddamento dell'impianto e del'area interessata, in modo da poter poi operare in condizioni di sicurezza. All'interno del plesso al momento possono accedere soltanto i vigili del fuoco per l'alta presenza di anidride carbonica, mentre la zona è interdetta al resto dei soccorritori.

Sembra che l'azienda avesse fermato la produzione questa mattina presto in occasione della Pasqua. Forse quindi all'interno erano in corso operazioni di manutenzione. Via Calvenzano, la strada dove sorge l'azienda, è stata chiusa al traffico e le vetture deviate in un altro percorso. Sul posto è giunto anche il sindaco di Treviglio, Juri Imeri, assieme al comandante della polizia locale, Antonio Nocera.

Sono giunti alla Ecb, storica azienda trevigliese, anche i parenti delle persone che stamattina si trovavano al lavoro.

TUTTI I COMPAGNI DI RIFONDAZIONE ESPRIMONO IL LORO CORDOGLIO PER I PARENTI DELLE VITTIME .

Occorre una straordinaria mobilitazione nazionale affinché il nuovo Parlamento assuma il tema della sicurezza sul lavoro come centrale e prioritario.

 31 mar 2018

Stefano Galieni

 

Quanto è accaduto ieri sera nel presidio sanitario che funge anche da centro di accoglienza per migranti a Bardonecchia, nell’Alta Val di Susa, nelle vicinanze del confine francese è inaccettabile per numerosi motivi.

Che agenti armati francesi  entrino in un luogo in cui le persone dovrebbero considerarsi protette per fare un controllo sui presenti fino a chiedere l’esame delle urine per un richiedente asilo fra i tanti che erano stati respinti al confine francese è di per se inaccettabile.

Gli operatori dell’Ong Rainbow for  Africa, che gestiscono il centro, sono, al pari di chi soccorre in mare coloro che fuggono dai lager libici, uomini e donne a cui andrebbe garantita la possibilità di operare serenamente.

 

Salvano vite, quelle di chi rischia il naufragio come quelle  di chi si avventura in alta montagna per cercare  un futuro migliore. Minacciarli e intimidirli con le armi in nome di presunti diritti acquisiti e di rapporti di forza non è compatibile con alcun stato di diritto.

 

Il  silenzio imbarazzante di Minniti e il balbettio del ministero degli esteri, danno l’idea della totale assenza di dignità con cui operano le istituzioni italiane, i soldati francesi si sono dimostrati del tutto equipollenti ai loro colleghi  libici nel disprezzo delle persone. Ma c’è una seconda ragione che dovrebbe  indignare di più e preoccupare chi ancora si riconosce in un barlume di democrazia.

 

Numerose reazioni di quelli che oggi sono gli attori politici dominanti della politica italiana, hanno reagito scompostamente contro i transalpini con un approccio esclusivamente sovranista. Come a dire “non dovete immischiarvi; a controllare, reprimere e cacciare i migranti che arrivano in Italia, ci pensiamo noi”.

 

La difesa dei sacri confini  e la intangibilità dei diritti attengono a due concezioni del mondo radicalmente diverse e la prima non ha nulla a che fare con la sinistra  e con la necessità di migliorare il mondo. Parla il linguaggio dei padroni, quello del peggior colonialismo capace di entrare in conflitto anche con altri Stati europei ma unicamente per dimostrarsi i più capaci a comandare a casa propria.

 

Condannare il comportamento  dei soldati di Macron, l’esempio politico più vicino a cui guardano con interesse Renzi e i suoi rimasugli, è  fondamentale quanto almeno garantire l’intangibilità dei diritti delle persone, a partire dalle più vulnerabili. Pochi giorni fa una giovane donna è morta a Bardonecchia, dopo aver dato alla luce un figlio.  Morta per una grave malattia, morta per aver tentato di attraversare una frontiera proibita, un filo spinato fatto da uomini armati col potere  di decidere chi ha il diritto di circolare e chi no. Morta di frontiera l’abbiamo definita.

 

Ma di morti di frontiera, nel deserto, in mare  o ormai anche in montagna non ne vogliamo più vedere e saremo sempre al fianco di chi le frontiere tenterà di bruciarle e di quei cittadini e cittadine europei che, rischiando di pagarne un prezzo salato, agiranno con noi per sostenerli.

Michele Giorgio

da Gerusalemme

il Manifesto

 

Striscia di Gaza. Uomini, donne e bambini per il ritorno e il Giorno della terra: i cecchini israeliani aprono il fuoco su 20mila persone al confine. Oltre mille i feriti.

 

Il video che gira su twitter mostra un ragazzo mentre corre ad aiutare un amico con ‎in mano un vecchio pneumatico da dare alle fiamme. Ad certo punto il ragazzo, ‎avrà forse 14 anni, cade, colpito da un tiro di precisione partito dalle postazioni ‎israeliane. Poi ci diranno che è stato “solo” ferito. Una sorte ben peggiore è toccata ‎ad altri 15 palestinesi di Gaza rimasti uccisi ieri in quello che non si può che ‎definire il tiro al piccione praticato per ore dai cecchini dell’esercito israeliano. ‎

 

Una strage. I feriti sono stati un migliaio (1.500 anche 1.800 secondo altre fonti): ‎centinaia intossicati dai gas lacrimogeni, gli altri sono stati colpiti da proiettili veri ‎o ricoperti di gomma. È stato il bilancio di vittime a Gaza più alto in una sola ‎giornata dall’offensiva israeliana “Margine Protettivo” del 2014. ‎Gli ospedali già ‎in ginocchio da mesi hanno dovuto affrontare questa nuova emergenza con pochi ‎mezzi a disposizione. Hanno dovuto lanciare un appello a donare il sangue perché ‎quello disponibile non bastava ad aiutare i tanti colpiti alle gambe, all’addome, al ‎torace. ‎«I nostri ospedali da mesi non hanno più alcuni farmaci importanti, ‎lavorano in condizioni molto precarie e oggi (ieri) stanno lavorando in una doppia ‎emergenza, quella ordinaria e quella causata dal fuoco israeliano sul confine», ci ‎diceva Aziz Kahlout, un giornalista.

 

‎ Gli ordini dei comandi militari israeliani e del ministro della difesa Avigdor ‎Lieberman erano tassativi: aprire il fuoco con munizioni vere su chiunque si fosse ‎spinto fino a pochi metri dalle barriere di confine. E così è andata. Per giorni le ‎autorità di governo e i vertici delle forze armate hanno descritto la Grande Marcia ‎del Ritorno come un piano del movimento islamico Hamas per invadere le ‎comunità ebraiche e i kibbutz a ridosso della Striscia di Gaza e per occupare ‎porzioni del sud di Israele. Per questo erano stati fatti affluire intorno a Gaza ‎rinforzi di truppe, carri armati, blindati, pezzi di artiglieria e un centinaio di ‎tiratori scelti. ‎

 

‎ Pur considerando il ruolo da protagonista svolto da Hamas, che sicuramente ‎ieri ha dimostrato la sua capacità di mobilitare la popolazione, la Grande Marcia ‎del Ritorno non è stata solo una idea del movimento islamista. Tutte le formazioni ‎politiche palestinesi vi hanno preso parte, laiche, di sinistra e religiose. Anche ‎Fatah, il partito del presidente dell’Anp Abu Mazen che ieri ha proclamato il lutto ‎nazionale. E in ogni caso lungo il confine sono andati 20mila di civili disarmati, ‎famiglie intere, giovani, anziani, bambini e non dei guerriglieri ben addestrati. ‎Senza dubbio alcune centinaia si sono spinti fin sotto i reticolati, vicino alle ‎torrette militari, ma erano dei civili, spesso solo dei ragazzi. Israele ha denunciato ‎lanci di pietre e di molotov, ha parlato di ‎«manifestazioni di massa volte a coprire ‎attacchi terroristici» ma l’unico attacco armato vero e proprio è stato quello – ‎ripreso anche in un video diffuso dall’esercito – di due militanti del Jihad giunti ‎sulle barriere di confine dove hanno sparato contro le postazioni israeliane prima ‎di essere uccisi da una cannonata.‎

 

‎ La Grande Marcia del Ritorno sulla fascia orientale di Gaza e in Cisgiordania è ‎coincisa con il “Yom al-Ard”, il “Giorno della Terra”. Ogni 30 marzo i palestinesi ‎ricordano le sei vittime del fuoco della polizia contro i manifestanti che in Galilea ‎si opponevano all’esproprio di altre terre arabe per costruire comunità ebraiche nel ‎nord di Israele. I suoi promotori, che hanno preparato cinque campi di tende lungo ‎il confine tra Gaza e Israele – simili a quelle in cui vivono i profughi di guerra -, ‎intendono portarla avanti nelle prossime settimane, fino al 15 maggio quando ‎Israele celebrerà i suoi 70 anni e i palestinesi commemoreranno la Nakba, la ‎catastrofe della perdita della terra e dell’esilio per centinaia di migliaia di profughi. ‎Naturalmente l’obiettivo è anche quello di dire con forza che la gente di Gaza non ‎sopporta più il blocco attuato da Israele ed Egitto e vuole vivere libera. Asmaa al ‎Katari, una studentessa universitaria, ha spiegato ieri di aver partecipato alla ‎marcia e che si unirà alle prossime proteste ‎«perché la vita è difficile a Gaza e non ‎abbiamo nulla da perdere‎». Ghanem Abdelal, 50 anni, spera che la protesta ‎‎«porterà a una svolta, a un miglioramento della nostra vita a Gaza‎».‎

 

Per Israele invece la Marcia è solo un piano di Hamas per compiere atti di ‎terrorismo. La risposta perciò è stata durissima. Il primo a morire è stato, ieri ‎all’alba, un contadino che, andando nel suo campo, si era avvicinato troppo al ‎confine. Poi la mattanza: due-tre, poi sei-sette, 10-12 morti. A fine giornata 15. E ‎il bilancio purtroppo potrebbe salire. Alcuni dei feriti sono gravissimi.‎

Roberto Ciccarelli

da il manifesto

 

Inps. Questo è il popolo dei pensionati poveri: su 11 milioni di persone, il 75% è donna. Cgil e Pd propongono un’assegno di cittadinanza per i giovani.

 

Un popolo di pensionati poveri, in assoluta maggioranza donne (l’86%), vive con mille euro al mese: 12,8 milioni di persone (su 17). Questa è la base della povertà di massa in cui vive il nostro paese. Ai numeri, confermati ieri dall’Osservatorio sulle pensioni ai quali vanno aggiunte le masse di lavoratori giovani, e meno giovani, attualmente in attività. Per chi è entrato sul mercato del lavoro dal 1996 in poi, dopo la riforma pensionistica Dini, il presente composto di lavori precari, storie contributive dissestate, disoccupazione, lavoro nero e informale porterà a un futuro pensionistico peggiore. Siamo seduti su una bomba sociale.

 

QUESTA È la condizione dei pensionati attuali. Oltre 11 milioni, il 62,2% degli assegni, vivono con meno di mille euro: ovvero meno di 750 euro. Tra di loro il 75% sono donne. Questi numeri sono solo indicativi di una situazione di povertà assoluta perché molti pensionati sono titolari di più prestazioni pensionistiche o comunque di altri redditi. La precisazione è d’obbligo, ma va detto anche che solo il 44 % (quasi 5 milioni) beneficia di prestazioni legate a requisiti reddituali bassi, come integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali e pensioni di invalidità civile. Tutti gli altri sono poveri e anziani.

 

PER CHI, invece, è giovane o quarantenne precario o autonomo, con redditi ondivaghi e sempre più bassi, le coperture pensionistiche saranno insufficiente. E’ l’effetto combinato, e devastante, di un’economia fondata sul sotto-salario e l’iper-lavoro precario intermittenti e di una riforma previdenziale che ha ancorato la vita alla logica dell’equilibrio attuariale a discapito dell’equità previdenziale. Questo significa aumento progressivo dell’età pensionistica (nel 2019, 67 per le pensioni di vecchiaia), moltiplicazione del precariato. E quanto i lavoratori poveri e precari avranno guadagnato nella loro «carriera», avranno in vecchiaia. Poco, anzi pochissimo. Pur avendo creato enormi avanzi finanziari – nel 2016: 39 miliardi, il 2,3% del Pil – , l’attuale sistema pensionistico penalizza le generazioni che sprofondano nel precariato e alle quali tutti dedicano un pensiero elettorale.

 

«C’É L’URGENZA di proseguire con la vertenza sulle pensioni per ottenere la pensione di garanzia per i giovani – ha commentato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. Non si può pensare al futuro con l’attuale sistema che, in particolare per i giovani e per tutte le forme di precarietà, determinerà pensioni che non permettono di vivere dignitosamente». Dello stesso avviso è Maurizio Martina, segretario reggente del Pd: «La discontinuità e la precarietà dei lavori di tanti ragazzi e ragazze non consentirà loro di avere in futuro pensioni dignitose e per questo occorre intervenire presto con un strumento nuovo di protezione come l’assegno di garanzia». Nell’emisfero sinistro della politica italiana l’argomento di un reddito garantito è un tabù nel presente. Ma si propone una «pensione di cittadinanza» per il futuro, come se fosse un problema distinto.

 

SUL TAVOLO ci sono anche altri temi. La Uil chiede di introdurre una flessibilità intorno a 63 anni per i lavoratori, continuare a cambiare la legge Fornero e contribuire a favorire il turnover nel mercato del lavoro. «Avremo così riflessi positivi per le giovani generazioni» sostiene il segretario confederale della Uil Domenico Proietti. Cesare Damiano del Pd considera «prioritaria una misura, realizzata solo in parte con l’Ape sociale: la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica». «I recenti attacchi al sistema pensionistico – continua – da parte della Commissione Ue e del Fmi, che pretendono una Fornero-2, ci spronano ad andare nella direzione opposta. È evidente che, dopo le numerose riforme (2004, 2007, 2010 e 2011), il sistema è in equilibrio». A che costo, però.

29.03.2018

 

L'ultimo stamattina a Bologna, folgorato.E' una strage silenziosa di cui tutta la politica - finchè non si affronterà duramente il problema della sicurezza dei lavoratori - fa finta di non sapere.
Sono i nostri fratelli, i nostri cugini, i nostri amici. siamo noi a morire. 
Non viviamo per lavorare, ma lavoriamo per vivere.


Operaio morto fulminato, lavorava sulla linea ferroviaria di Bologna

Dopo il 50enne falciato mentre lavorava in autostrada, stanotte un altro operaio ha perso la vita mentre effettuava dei lavori di manutenzione per la rete ferroviaria nel nodo bolognese.

La tragedia è avvenuta intorno all’1.40 di questa notte. La vittima, un 56enne di Napoli - come riferisce una nota di FSI - era impiegata per una ditta appaltatrice. L'uomo è deceduto dopo essere rimasto folgorato durante alcuni lavori di manutenzione della linea elettrica nei pressi di Bivio Navile.

 

Per accertare le cause dell’incidente è stata avviata un’inchiesta interna. Così fanno sapere dalle Ferrovie dello Stato, aggiungendo che "la Rete Ferroviaria Italiana esprime il proprio cordoglio e la propria vicinanza ai familiari.". Accertamenti sono in corso anche da parte della Polizia ferroviaria per conto del Pm Bruno Martorelli, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo.
 

28.03.2018

 

Incidenti e morti sul lavoro, Fattori e Sarti (Sì): "In Toscana situazione sempre più grave. Grande dolore e rabbia, servono più controlli ed una forte regia regionale"

 

"Con l'incidente mortale ed i feriti di Livorno, cui si sommano gli ulteriori gravi infortuni accaduti a Massa e a Terranuova Bracciolini, viviamo oggi una giornata terrificante per la Toscana", dichiarano Tommaso Fattori e Paolo Sarti, consiglieri regionali di Sì Toscana a Sinistra.

 

"Siamo vicini alle famiglie delle vittime e ai lavoratori infortunati. Come Sì Toscana a Sinistra continuiamo a chiedere che sia ripristinato il settore regionale 'Prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro': occorre una forte regia che oggi è venuta meno.

 

Il Consiglio regionale ha votato all'unanimità una nostra proposta in tal senso ma la Giunta ancora non si è mossa. Chiediamo nuovamente misure più stringenti per la salute e la sicurezza sul lavoro, aumentando controlli e ispezioni e coinvolgendo sempre più lavoratori, sindacati e imprese, a partire dalle banchine livornesi e dai cantieri navali della nostra regione, dove purtroppo si stanno verificando gravissimi incidenti".

28.03.2018

 

È morta domenica 25.03.2018 a 75 anni. Diede il via alla lotta al razzismo.

 

Si chiamava Linda Brown, era una signora nera, molto intelligente e molto discreta, aveva 75 anni. E’ morta per un infarto. Oggi ci saranno i funerali e per partecipare ai funerali verrà gente da tutta l’America. Forse ci sarà anche Obama.

 

Linda era nata durante la seconda guerra mondiale in una cittadina del Kansas. Topeka, nome indiano un po’ buffo. Nella lingua dei pellirosse vuol dire luogo dove crescono le patate. Come se noi dicessimo “patatilandia”.

 

Suo padre era un contadino, si chiamava Oliver, sua madre era Leola. Oliver era un tipo combattivo e forse nella storia degli Stati Uniti conta più lui di tanti presidenti, tipo Bush, o Carter, o Ford, per citare i più recenti.

 

Forse lui, e sua figlia, hanno contato anche più di Obama. Ora vediamo perché.

 

La storia inizia nell’agosto del 1953, quando Linda doveva andare alle scuole medie. C’era una scuola media vicino a casa sua, ma era solo per bianchi. E allora Oliver dovette iscrivere Linda a una scuola per neri, che però era a molti chilometri da casa. Bisognava fare un lungo tratto a piedi, nei campi, e poi prendere un autobus. Linda qualche anno fa, in un’intervista, ha raccontato che ogni volta era un’avventura. E che quando venne l’inverno lei moriva di freddo. Le lacrime che le scendevano sulla faccia e poi si gelavano, perché le veniva da piangere.

 

 

Allora il papà di Linda decise di ricorrere alla legge. Perché a lui, sulla base del ragionamento, sembrava assurdo che i bambini neri avessero meno diritti dei bianchi. E però nella grande America degli anni cinquanta era così. La parola d’ordine era: “prima i bianchi…” Oliver presentò l’esposto alla Corte distrettuale. Disse: esiste il quattordicesimo emendamento alla Costituzione che prevede l’uguaglianza dei diritti. Dov’è l’uguaglianza se le scuole sono segregate?

 

La Corte rispose che esisteva già una sentenza della Corte suprema del 1896 ( Plessy vs Ferguson), chiamata la sentenza “ separati ma uguali”, la quale stabilisce che l’uguaglianza dei diritti non confligge con la segregazione. Si possono esercitare gli stessi diritti – dice la Corte – in due luoghi ( e dunque in due scuole) diversi e lontani.

 

Oliver non ci sta. Ricorre alla Corte suprema. E qui avviene il miracolo. Il 17 maggio del 1954, lunedì, la Corte suprema emette la celebre sentenza Brown vs Board of education.

 

Dice: la segregazione è anticostituzionale. La sentenza è votata all’unanimità e cambia la storia degli degli Stati Uniti. Inizia esattamente quel giorno la riscossa dei neri.

 

Se leggete i giornali dell’epoca vi accorgete subito che il 1954 fu un anno di svolta. Esattamente un mese dopo la sentenza Brown, il Senato degli Stati uniti si riunisce per votare su una mozione di censura presentata da un senatore democratico ( Ralph Flanders) contro un senatore repubblicano che si chiamava Joseph McCarthy. Il quale McCarthy era l’uomo che quattro anni prima, con un discorso pronunciato al circolo delle donne di Wheeling ( Virginia) aveva denunciato la presenza dei comunisti al dipartimento di Stato, a Hollywood, nei giornali e nelle università e aveva preso in mano la commissione contro le attività antiamericane che istruì processi a valanga contro politici, intellettuali, registi, attori, giornalisti.

 

L’America attraversò in quel quadriennio il periodo più buio e reazionario della sua storia. Eleonora Roosevelt, la vedova del più potente tra i presidenti degli Stati Uniti, definì il maccartismo “il fascismo americano”.

 

Bene, il 18 giugno del 1954 il Senato votò la mozione di censura contro McCarthy e la mozione fu approvata con 78 voti contro 22. Quel giorno iniziarono gli anni sessanta e iniziò a spuntare la primavera kennediana che sarebbe stata poi certificata dalla vittoria di Jfk nel novembre di sei anni dopo.

 

Intanto la lotta contro il razzismo e per i diritti civili stava dilagando. L’anno dopo la vittoria dei Brown in Kansas, esplose l’Alabama. Sempre una donna ad accendere la miccia. Stavolta una donna adulta, Rosa Parks, 42 anni. In Alabama, nonostante la sentenza Brown, gli autobus pubblici erano ancora segregati. Perché in realtà la sentenza Brown riguardava solo la scuola. Diceva: « Nel campo dell’educazione la vecchia sentenza del 1896 “separati ma uguali” non vale, perché, nel campo dell’educazione, separazione equivale a discriminazione ». Ma negli autobus – sostenevano i governanti degli Stati del Sud – non si fa educazione. E perciò c’era un settore per soli bianchi, e cioè i sedili davanti, poi un settore misto, e in fondo un settore per soli neri. Nel settore misto i neri potevano sedere, ma se un bianco ti chiedeva il posto dovevi umilmente cederlo. Il primo dicembre del 1955 alcuni studenti chiesero a Rosa di cedergli il posto nella zona mista. Rosa – spiegherà più tardi – era stanchissima, non gli andava di viaggiare in piedi, e disse di no. Gli studenti erano meravigliatissimi, non gli era mai successa una cosa del genere. Intervenne il conducente, ma Rosa restò lì, ferma e spavalda. Venne la polizia, la arrestò.

 

Eravamo a Montgomery, capitale dell’Alabama. La notizia uscì su tutti i giornali. Il giorno dopo dalla Georgia arrivò un reverendo già abbastanza noto, ma non ancora famosissimo. Si chiamava Luther King jr. In due giorni riuscì a organizzare una vera e propria rivolta. Convinse i neri a boicottare gli autobus. Non qualche nero: i neri. Tutti. Il boicottaggio fu completo, i neri si organizzarono con auto e pulmini privati, le autorità cercarono in ogni modo di far saltare tutto, arrestarono King e molti altri, ma non ottennero niente. King fu liberato dopo qualche settimana. Anche Rosa. Il boicottaggio durò un anno. La compagnia dei bus stava fallendo. Il 13 novembre del 1956 la Corte suprema estese la sentenza Brown ai trasporti. I bianchi fremettero di rabbia. Il governatore James Folsom non la prese bene.

Folsom era un democratico, come gran parte dei governatori degli Stati del Sud. Il Presidente degli Stati Uniti invece era repubblicano, era il generale Dwight Eisenhower. Allora, negli Stati del Sud, i repubblicani ( figli di Lincoln) erano molto più avanzati dei democratici, che invece si portavano addosso un po’ di eredità del Ku Klux Klan. Folsom tre anni più tardi ebbe una certa fama internazionale quando esplose il caso Wilson. Anche Wilson era un nero. Un contadino analfabeta che aveva rapinato una signora anziana e gli aveva portato via un po’ meno di due dollari. Fu condannato a morte da una giuria tutta di bianchi. A morte. Si scatentò la protesta nel mondo intero. Eisenhower chiese a Folsom di intervenire, di dare la grazia. Folsom scelse una via di mezzo: commutò la pena in ergastolo. Ai bianchi non bastò: protestarono, lo accusarono di essersi piegato alla lobby comunista. La lotta dei neri andò avanti ancora per molti anni. Con grandi episodi collettivi ed episodi individuali.

Nel ‘ 61, per esempio, uno studente nero che si chiama James Meredith andò ad iscriversi all’università del Mississippi ma lo cacciarono via perché dissero che l’università era per soli bianchi. Il governatore, un certo Ross Barnett, anche lui democratico di provata fede, disse che finché lui fosse rimasto vivo nessun nero sarebbe andato all’università. Meredith presentò un ricorso dopo l’altro, e vinse sempre. Per due anni di seguito. I ricorsi si basavano proprio sulla famosa sentenzaBrown Vs board of education. Alla fine ci fu la sentenza definitiva della Corte suprema. Pro- Meredith. Barnett allora prese un fucile e si piazzò con un po’ di amici e con la polizia statale davanti all’ingresso dell’Università. James si presentò, tentò di entrare e fu respinto. La mattina dopo si ripresentò, ma stavolta non era solo: Bob Kennedy, che era ministro della giustizia, aveva mandato la guardia nazionale. Ci furono degli scontri molto aspri tra i razzisti e i soldati di Kennedy. Due morti. Meredith entrò e si iscrisse, Barnett perse.

Eravamo nel 1963. Qualche mese dopo John Kennedy fu ucciso. Due anni più tardi, sotto la presidenza di Lyndon Johnson, fu approvata la legge sui diritti civili che spazzava via il razzismo.

Jeff Colyer, che oggi è governatore del Kansas e che è nato sei anni dopo la sentenza Brown, ha dichiarato: «Il caso Brown è stato una pietra miliare nella storia dell’America».

Non so se il razzismo, in Occidente, è stato sconfitto. Negli Usa, per esempio, in Italia, per esempio. Non so. Però so che ha ragione Colyer. Dobbiamo molto a quella ragazzina.

 

28 mar 2018

Roberta Fantozzi -

 

Le agenzie di oggi battono la notizia: “La spesa pensionistica dell’Italia è una bomba pronta ad esplodere. Lo scriverà la Commissione europea nel rapporto di primavera Ageing Report 2018”.

 

E giù con espressioni come “numeri choc”, gobbe previdenziali insostenibile, e ogni altra metafora utile a seminare l’idea che i processi siano fuori controllo, che alle pensioni si debba mettere mano, sì, ma per tagliare ancora… tutto l’armamentario del There Is No Alternative che ci si appresta a dispiegare.

 

Ovviamente con il supporto dei numeri che dimostrerebbero come la spesa previdenziale in rapporto al Pil in Italia sia fuori da ogni possibile raffronto con quella del resto d’Europa: al 16% del Pil, pronta a schizzare al 18,5!!

 

Come dire un febbrone da cavallo.

Solo che è un falso.

 

L’Italia sconta la mancata separazione tra assistenza e previdenza, nonché il peso di un carico fiscale sulle pensioni, che continua ad essere significativamente più alto che nel resto d’Europa.

 

Il Rapporto sullo Stato Sociale 2017, che insieme a Itinerari Previdenziali, resta il più serio rapporto sul sistema previdenziale italiano (dopo la soppressione, operata dalla Fornero, del Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale una volta esistente presso il Ministero del Lavoro) quantifica la spesa al lordo e al netto dell’assistenza, al lordo e al netto delle tasse.

 

La spesa complessiva per il 2015 pari a circa 248 miliardi, diventa di circa 203 al netto dell’assistenza. Se si calcolano le tasse, che valgono per circa 42 miliardi e che rientrano nelle casse dello stato, le risorse impiegate per il pagamento delle pensioni previdenziali ammontano a 160,8 miliardi. I contributi versati nello stesso anno sono pari a circa 186 miliardi. In sostanza il rapporto tra contributi versati e pensioni erogate, è IN ATTIVO DI QUASI 26 MILIARDI.

 

Dunque è lo Stato che prende soldi dalle pensioni e non l’opposto.

 

Quanto al rapporto con il Pil, se si quantifica la spesa previdenziale al lordo delle tasse è intorno al 12%, al netto sta al 10%.

 

Ma si dirà, se lo Stato non potesse attingere come faceva prima dalla previdenza, da dove le prende le risorse?

 

Ad esempio da un’evasione fiscale stimata tra i 110 e i 130 miliardi annui? Da una patrimoniale sul 5% più ricco della popolazione che da solo possiede oltre il 40% della ricchezza del paese? Dalla fine dei regali alle imprese che si sono viste ridurre le tasse sui profitti negli ultimi 17 anni di 13 punti percentuali? Dal taglio delle spese militari o di quelle delle grandi opere? Da un tetto alle pensioni oltre i 5000 euro? Tutte cose fattibili, anzi fattibilissime. Se si vuole.

 

Certo c’è un problema: che sono tutte proposte che vanno nel senso opposto alla Flat Tax. E quindi toccherà mobilitarsi per la cancellazione della Fornero, come per l’istituzione del reddito minimo, e insieme non solo per mandare a quel paese la commissione Ue e il Fmi, ma anche per una riforma fiscale che dia attuazione all’articolo 53 e non finisca di smantellarlo.

Un po’ di sano conflitto di classe, una faccenda di sinistra!

Leo Lancari

 

 

Di mare in peggio. Alla ong contestata l’immigrazione clandestina. L’inchiesta passa alla procura di Ragusa

 

L’accusa più pesante, quella di associazione per delinquere contestata al capitano e alla capomissione della nave Open Arms, è caduta. Resta, invece, quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina insieme al sequestro della nave, che per ora resta ancorata nel porto di Pozzallo in attesa che sia la procura di Ragusa a decidere sul suo futuro.

 

Sono durate otto giorni alcune delle contestazioni rivolte dalla procura distrettuale di Catania alla ong spagnola Proactiva, finita nel mirino per essersi rifiutata, il 15 marzo scorso, di consegnare 117 migranti salvati in acque internazionali nelle mani della Guardia costiera libica che li avrebbe ricondotti nel paese nordafricano. La decisione del gip di Catania Nunzio Sarpietro sottrae quindi l’inchiesta al procuratore etneo Zuccaro per trasferirla alla procura di Ragusa, ed è stata accolta con soddisfazione dall’avvocato Alessandro Gamberini, che assiste la Proactiva. «Giudico molto importante e significativo che sia caduta l’accusa strumentale di associazione per delinquere – è stato il commento del legale -. Questa decisione riporta in un alveo di legalità una vicenda che era stata sradicata dal suo giudice naturale».

 

L’ultima inchiesta su una ong attiva nel Mediterraneo è cominciata due settimane fa con la comunicazione da parte di Mrcc di Roma, la sala operativa che coordina i salvataggi in mare, di tre gommoni in difficoltà. Una procedura uguale a tutte le volte precedenti, salvo che per un particolare subito notato dall’equipaggio della Open Arms: la comunicazione da parte della Guardia costiera italiana che il coordinamento dei soccorsi sarebbe stato preso dai militari di Tripoli. Cosa che si concretizza quando ai volontari della ong spagnola si avvicina una motovedetta libica pretendendo, sotto la minaccia delle armi, la consegna delle donne e dei bambini già tratti in salvo. Tutto si sblocca solo quando, dopo due ore di alta tensione, i libici lasciano andare la Open Arms che dirige verso nord.

 

E’ questo punto che, secondo il gip di Catania, si potrebbe ipotizzare il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il comandante della Open Arms, Marc Reig Creus, ha infatti dichiarato di non aver chiesto alle autorità di Malta di poter sbarcare i migranti conoscendo bene il rifiuto sempre manifestato dall’isola verso una simile possibilità. Circostanza che però, per il gip Sarpietro, in questo caso «è rimasta indimostrata a causa delle condotta del comandante della Open Arms che non ha risposto alle autorità maltesi e non ha aderito alle disposizioni impartite dalle autorità spagnole e italiane, le quali avevano indicato il porto sicuro di la Valletta». Per il gip, quindi, sarebbe esistita da parte degli indagati «la precisa volontà di portare i migranti solo nel territorio dello Stato italiano e, in particolare, in Sicilia». Contestata, infine, anche la decisione di non aver voluto consegnare donne e bambini ai libici. «Il fatto che i campi profughi Libia non siano un esempio di limpido rispetto dei diritti umani – è scritto nel provvedimento – non determina automaticamente che le ong possano operare in autonomia e per conto loro, travalicando gli accordi e gli interessi degli Stati coinvolti dal fenomeno migratorio».

 

Le operazioni in mare di Proactiva Open Arms «continueranno» nonostante il sequestro della nave e l’accusa di favoreggiamento di immigrazione clandestina, ha dichiarato ieri il fondatore della ong spagnola, Oscar Camps ricordando come, rifiutandosi di consegnare i migranti ai libici, l’equipaggio «abbia rispettato pienamente il diritto internazionale». Anche perché, ha sottolineato Camps, i «migranti non volevano» tornare in Libia sapendo bene cosa li attendeva. «In nessuna parte del codice della ong che abbiamo firmato c’è scritto che le operazioni a un certo punto sarebbero state affidate ai libici» ha proseguito Camps, per il quale «le regole non possono essere cambiate nel bel mezzo di un’operazione di soccorso».

26.03.2018

Maurizio Acerbo 

 

È pazzesco che il governo italiano si accodi a un‘escalation russofoba che danneggia gli interessi del nostro paese e della stessa Europa. La decisione di espellere i due diplomatici non ha nulla a che fare con la democrazia e i diritti umani.


Invece di andare dietro alla campagna di Theresa May a cui non da‘ credito nemmeno Corbyn, i governi europei avrebbero dovuto espellere i diplomatici di Erdogan che dopo aver distrutto la democrazia in Turchia ha potuto in queste settimane invadere il territorio della Siria e massacrare curdi con la complicità di UE e Nato.


È interesse dell‘Italia e dell‘Europa lo sviluppo di relazioni positive con la Russia che favoriscano disarmo e cooperazione economica.
Anche quando gestisce soltanto gli affari correnti il PD fa danni.

 

 

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