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04.02.2021

da I Manifesto

Norma Rangeri 

 

Crisi di governo. La campagna contro il governo ha potuto fare breccia non solo grazie al lavoro ai fianchi dello sfascia carrozze toscano, ma anche a causa della crisi dei partiti, diciamo pure del loro spappolamento, che reclamerebbe un generale mea culpa, considerando il grave colpo inferto all’autorevolezza della politica nella già debole considerazione dei cittadini

 

Di poche cose siamo sicuri. La prima è che siamo un paese commissariato, un paese che ha bisogno di «governi del presidente». Ogni volta che la situazione economica incontra momenti drammatici e di svolta, arriva l’uomo solo al comando, meglio se uomo e uomo dei poteri finanziari. E la seconda è che questa pioggia di miliardi di euro del Recovery Fund, ha risvegliato forti, variegati, trasversali appetiti. A cominciare da quelli confindustriali, passando per quelli mediatici che, insieme, e fin dall’inizio avendo come coagulo politico Renzi e Berlusconi, hanno avversato la maggioranza di un centrosinistra anomalo presieduto da Conte.

 

Tuttavia la campagna contro il governo ha potuto fare breccia non solo grazie al lavoro ai fianchi dello sfascia carrozze toscano, ma anche a causa della crisi dei partiti, diciamo pure del loro spappolamento, che reclamerebbe un generale mea culpa, considerando il grave colpo inferto all’autorevolezza della politica nella già debole considerazione dei cittadini. Adesso è probabilmente troppo tardi per cercare di rimettere insieme i cocci ma ognuno dovrebbe quanto meno provare a fare autocritica. In primo luogo il Pd e in particolare Zingaretti che non è mai stato troppo convinto di poter fare un governo con i grillini. E più volte, in dibattiti pubblici, dichiarava che mai si sarebbe alleato con il M5S.

 

La forza degli eventi – e soprattutto l’emergenza pandemica – ha poi messo il silenziatore ai dubbi, alle incertezze. Per parecchi mesi. Ma il puzzle delle correnti, in primis quella dei renziani (un correntone nel partito) ha iniziato a farsi largo, anche a causa delle indecisioni, delle sbavature, che incrinavano l’azione di governo. Per dire: mentre il principale alleato sosteneva che il Mes neppure doveva essere menzionato, esponenti piddini invece insistevano sul ricorso a questo strumento di finanziamento – indebitante – della Sanità. Offrendo così il fianco alle insistenze, al pressing ricattatorio e ultimativo di Italia Viva che fino a un secondo prima della rottura, nell’ultimo gioco da tavolo, chiedeva il ricorso al Mes per far saltare i nervi ai due partiti maggiori. Zingaretti si è fidato di Renzi, anche grazie alle valutazioni sbagliate di Goffredo Bettini sulle reali intenzioni dell’ex segretario Pd.

 

D’altra parte anche il M5S sventolava le proprie bandiere irrinunciabili. Senza rendersi conto che alcuni argomenti sensibili andavano affrontati in modo diverso. Prendiamo la scuola: per mesi la discussione si è concentrata sulla sicurezza interna agli istituti – le polemiche e i soldi spesi per i banchi a rotelle – senza capire che il problema Covid e contagi nel mondo scolastico era strettamente legato alla vita sociale, agli assembramenti del prima e del dopo scuola, per non parlare dei trasporti pubblici. D’altra parte l’assenza di un vero capo politico dentro i 5S ha reso più difficoltosa la gestione delle forze interne al Movimento, tirate per la manica dai dissenzienti, come Di Battista, oppure rimaste sotto traccia fino ai voti di fiducia dei giorni scorsi, e all’uscita di Emilio Carelli, due giorni fa, al grido «a destra, a destra».

 

Il più fedele e corretto alleato è stato il piccolo gruppo parlamentare di Liberi&Uguali: ha messo la propria immagine nelle mani del ministro Speranza, che ha assolto il suo compito in uno dei momenti più difficili e drammatici della storia repubblicana, prendendo le misure necessarie contro la Pandemia, anche se non sempre nei tempi giusti, dovendo mediare tra le diverse spinte delle Regioni, che hanno marciato spesso in ordine sparso. E di sicuro LeU non ha mai posto le questioni politiche in modo ricattatorio e ultimativo, come ha fatto il distruttore di Rignano. Per questo Loredana De Petris chiama oggi «gli alleati a una posizione comune rispetto al governo Draghi». Ma può forse bastare a se stessa questa sinistra istituzionale e autoreferenziale?

 

E Conte? Il presidente del Consiglio ha conquistato consensi, obiettivo niente affatto semplice per un presidente del Consiglio di due momenti diversi, di due governi diversi. Ci è riuscito, facendo crescere la sua popolarità nell’opinione pubblica, grazie anche, se non principalmente, al risultato dei 209 miliardi del Next Generation Eu. Salvo, nell’ultimo periodo declinare verso una carenza di energia politica che l’Europa chiedeva sul Recovery Fund (offrendo il fianco sui limiti evidenti della task-force).

 

Ora la partita è un’altra, soprattutto politica. Nonostante le parole del presidente Mattarella, e quelle del neo incaricato Mario Draghi. Perché Supermario sa bene che non potrà far fuori con un colpo di spugna quel che è stato fatto dal governo Conte e dai suoi ministri. Draghi gli offrirà un ruolo di primo piano nel suo governo? Se l’ex dominus della Bce vuole l’appoggio dei partiti, non può non concedere qualcosa ad ogni forza politica. Sarebbe impensabile per il Pd sostenere Draghi senza avere una sua rappresentanza nel nuovo Ministero, e non può permettersi di uscire dalla crisi di governo con il cerino in mano. Per i 5S invece i contrasti interni sembrano destinati a prendere il sopravvento, e il loro futuro è pieno di incognite. Mentre LeU, in cambio della conferma di Speranza, potrebbe sostenere Draghi senza ritirarsi sull’Aventino.

 

E le destre? E le forze moderate? Se sembra chiaro che cosa faranno Berlusconi, Toti, Bonino, appare meno scontato l’appoggio della Lega, e ancor meno quello di Fratelli d’Italia. Fa più comodo insistere sul ricorso alle urne perché sanno che un governo a guida Draghi può durare a lungo e arrivare fino all’elezione del futuro presidente della Repubblica che, visti i numeri attuali del Parlamento, non potrebbe essere di centrodestra.

 

La partita dell’ex presidente della Bce non è semplice come appare a prima vista (la Borsa esulta). E solo nelle prossime ore capiremo meglio se potrà essere giocata avendo i giusti numeri in campo. Quanto Italia Viva e a Renzi, portano sulle spalle il marchio dell’inaffidabilità, della irresponsabilità. Credo che gli resterà a lungo.

31.01.2021

Monica Sgherri

responsabile casa e diritto all’abitare

 

Nonostante la grave crisi economica determinatasi dall’emergenza covid che getta in povertà o a rischio di un numero in costante crescita di famiglie, le poche misure emergenziali adottate dal Governo nei vari decreti cominciano a scricchiolare perché crescono le pressioni per azzerarle.

 

Questo vale (associazione industriali docet) per rimuovere il divieto di licenziamento e soprattutto non prorogarlo, nonostante le conseguenze devastanti di un’ondata di licenziamenti. Ma questo vale anche per l’unico serio provvedimento emergenziale preso sulla casa: il blocco delle esecuzioni degli sfratti. In piena epidemia sanitaria non si possono buttare in mezzo alla strada famiglie che hanno solo la colpa di essere morosi incolpevoli, perché hanno perso il lavoro o ridimensionato sostanzialmente il reddito da lavoro. Se le varie colorazioni delle Regioni impediscono spostamenti e impongono coprifuoco dopo una certa ora come è possibile programmare, sempre in nome all’emergenza sanitaria, famiglie senza una casa dove ripararsi?

 

Un provvedimento per pochi mesi, prorogato via via perché nel frattempo niente era stato fatto per risolvere a monte di chi non può accedere sul libero mercato alla casa.  Proroghe per pochi mesi che mettevano sotto tortura le famiglie interessate che continuavano a vivere sotto l’incubo dello sfratto. Proroghe del blocco delle esecuzioni degli sfratti che non bloccavano gli iter giudiziari visto che continuavano le notifiche di sfratto agli inquilini rimandando l’esecuzione allo scadere del blocco.

 

Il blocco delle esecuzioni degli sfratti è stato dunque prorogato al 30 giugno 2021.

 

Contro di esso le ire del segretario della Lega Salvini che si metteva a difesa dei “poveri” proprietari di casa sfruttati dai “furbetti” che non pagano l’affitto, quando invece lo sappiamo tutti più del 90% degli sfratti sono per morosità incolpevole.

 

Già quest’ultima proroga restringeva, rispetto alle precedenti, l’esecuzione dello sfratto ai mancati pagamenti del canone (morosità incolpevole) escludendo ad esempio gli sfratti per fine locazione (come se l’impoverimento non toccasse anche quelle famiglie che hanno i contratti di affitto scaduti!)

 

Subentra ora un gravissimo e inaccettabile parere della VI commissione finanze della camera, indirizzato alle Commissioni competenti sul decreto Milleproroghe, in base al quale si introdurrebbe n ulteriore restringimento nell’applicazione del blocco delle esecuzioni escludendo le morosità incolpevoli precedenti alla epidemia covid da quelle emerse durante l’epidemia.

 

La crisi economica cresce, il numero di famiglie in povertà aumenta vertiginosamente e una commissione parlamentare scopre, come unico rimedio, quello di cancellare il diritto a un tetto alle famiglie oggi, o ancora oggi, in difficoltà.  Inaccettabile. Dobbiamo costruire una pressione così forte per far cadere nel nulla questo parere.

 

Come abbiamo già avuto modo di dire, si possono adottare provvedimenti a favore dei proprietari che non possono liberare l’appartamento, soprattutto quei piccoli proprietari che hanno uno o due immobili, ma la strada è quella di un rimborso risarcitorio e soprattutto di non far pagare le tasse su un affitto che non percepiscono.

 

Come abbiamo già avuto modo di dire nessun piano, neanche da quando è conclamata la crisi economica, per rilanciare l’edilizia popolare che in Italia è fanalino di coda, con percentuali irrisorie rispetto anche ai ricchi paesi europei

 

La soluzione non può essere quella di privare di un tetto una famiglia in stato di bisogno!

 

Perché, non ci stancheremo mai di ripetere più del 90% degli sfratti emessi sono per morosità incolpevole, ossia l’impossibilità di corrispondere un affitto a seguito di licenziamento o riduzione del reddito da lavoro.

 

Contro questo parere un comunicato tuonano all’unanimità i Segretari Generali di SUNIA, UNIAT, e Unione Inquilini:  “Riaffermiamo che, per i sindacati nazionali degli inquilini, la sospensione opportunamente inserita dal Governo nel decreto non si tocca perché è elevato il rischio di effetti e conseguenze sociali devastanti! Noi non staremo a guardare dalla finestra, ma saremo in campo con gli inquilini a protestare contro una modifica ingiusta che si deve evitare.”

 

La nostra mobilitazione deve essere alta, a partire da uno sforzo straordinario per costruire presidi davanti a Comuni Regioni Prefetture contro il parere restrittivo della Commissione parlamentare finanze. Il blocco degli sfratti non si tocca!

 

Quanto accade ci deve allarmare: a marzo scade il blocco dei licenziamenti e a giugno il blocco delle esecuzioni degli sfratti: sai annuncia un disastro sociale e dobbiamo da oggi costruire la mobilitazione per bloccare questa carneficina sociale

 

Per garantire un tetto a tutti le soluzioni ci sono, le risorse anche: Un piano casa straordinario a consumo di suolo zero che riconverta a edilizia popolare   tutto il patrimonio pubblico, a qualunque titolo pubblico, compatibile con la residenza.

 

È solo con l’immissione di un numero sufficiente al bisogno di alloggi popolari si può programmare la fine del blocco delle esecuzioni degli sfratti. Siamo in piena pandemia, troviamo soluzioni risarcitorie anche per i proprietari, soprattutto i piccoli proprietari, ma nessuno resti senza casa!

 

 

Norma Rangeri

da il Manifesto

 

Per ridare presto un governo al Paese, gravato dal peso di una triplice crisi, pandemica, sociale e economica, elencate dal Capo dello Stato in questo ordine, ieri sera, alla fine delle consultazioni, il presidente Mattarella ha conferito un mandato esplorativo al presidente della Camera, Roberto Fico, per verificare la serietà «della prospettiva emersa di una maggioranza politica, a partire dai gruppi del governo precedente».

 

Siamo così spettatori di un dèjà-vu che ci riporta al 2018 quando, per verificare la possibilità di un governo Pd-5Stelle, il Presidente della Repubblica chiamò proprio Fico a esplorarne la fattibilità. Un tentativo che Renzi fece saltare, seduto sulle poltroncine di un talk-show, con un altro dei suoi diktat: mai con i 5Stelle. Oggi aggiornato: vade retro Conte.

 

Scompare, dalle parole di Mattarella, la probabilità di elezioni anticipate, richieste dalle opposizioni, perché la drammatica situazione determinata «dalle tre emergenze» richiede «immediati provvedimenti di governo». Ma non è affatto scontato che il tentativo di Fico, con Renzi capace di tutto, riesca e che dunque sia altresì scomparsa l’eventualità di un governo istituzionale.

 

Certo la credibilità, e diciamo pure la dignità, non è tra le principali virtù dell’artefice di questo terremoto e meno che mai in questo momento, con una crisi che fa ballare, sul suo cinismo, un Paese stremato. Un politico a tal punto spregiudicato da volare a Riad, nel bel mezzo della crisi politica da lui scatenata, per un’osannante intervista al principe bin Salman, in cambio di lauto compenso.

 

E capita che l’imbarazzante scenetta, tra il leader di Italia viva e il dispotico capo del regime saudita, arrivi sui giornali nel giorno in cui, invece, proprio questo governo che Renzi vorrebbe rottamare prende la decisione storica di sospendere la fornitura di armi all’Arabia Saudita. Una notizia di rilievo non solo nazionale, ma che ha un indubbio riflesso sui protagonisti di queste giornate bollenti. Se non altro perché dice quanto è indigesto il rospo da ingoiare pur di ristabilire le condizioni per una conferma della maggioranza di governo proprio con chi ne ha provocato la crisi.

Ascanio Celestini

 

Giornata della memoria. A Fiumicello lunedì 25, ascoltando le parole dei genitori di Giulio Regeni, ho ricordato quelle di Piero Terracina e Primo Levi: la memoria è l’ avvertimento che apre il futuro

 

«Ci portarono in una baracca, lì giù in fondo. Che era chiamata la sauna, dove venimmo spogliati di tutto, letteralmente di tutto. Ci furono tolti gli abiti, ci furono tolte le scarpe, ci furono tolti i capelli, ci furono tolti i peli, con dei rasoi che non radevano ma raschiavano. Poi ci venne passato sul corpo nudo, da un prigioniero che immergeva una mano in un secchio dove c’era un liquido nerastro, ce lo passava su tutte le parti del corpo. Si dice l’oltraggio al pudore. Ecco, quello è oltraggio al pudore.

 

Ci venne tolto il nome, e ci fu tatuato sull’avambraccio sinistro un numero, e ci dissero subito che il nostro nome non esisteva più. Il mio numero è A 5506. Un numero molto semplice, ma imparate un po’ a dirlo in tedesco. E poi in quanti modi si può dire? Si può dire cinquemilacinquecentosei, cinquantacinque zero sei, cinque cinquanta sei, e le SS lo dicevano così come gli capitava e bisognava capirlo. Sennò saremmo stati puniti. Pensate che per una cosa del genere, non aver risposto subito alla chiamata, la punizione consisteva in 25 bastonate».

 

NELL’AUTUNNO di sedici anni fa mi chiamano per fare un viaggio a Auschwitz. La visita vera e propria dura un solo giorno e si va a collocare tra l’incontro in sinagoga del primo e lo shopping del terzo. Insomma mi sembra come quando ci portavano a teatro negli anni del liceo. Qualcuno disturbava lo spettacolo, qualcun altro passava tutto il tempo in bagno. Era solo un’occasione per non andare a scuola. Ho dei dubbi, ma ci vado lo stesso. Parto con l’intenzione di fare delle interviste agli studenti, capire quali motivazioni hanno e cosa gli succede arrivando in quel posto. Mi rendo conto subito che rispetto alle gite in teatro sta accadendo qualcosa di diverso. In quel giorno non ci troviamo davanti a una scenografia con l’attore del prologo shakespeariano che avanza declamando «immaginate che racchiusi nella cinta di queste nostre mura si trovino due regni assai potenti…». No. Non dobbiamo immaginare di trovarci dove siamo.

 

Ci stiamo e basta. Ma soprattutto con noi non ci sono gli attori in calzamaglia che interpretano i personaggi, gli Amleto col teschio in mano che impostano la voce e fanno le facce strane. Con noi è venuto Piero Terracina. È lui che parla del numero sul braccio. Aveva poco più di 15 anni quando il 22 maggio del ‘44 arrivò sulla Bahnrampe. In quello stesso posto dopo 61 anni ci stanno 200 studenti delle scuole superiori che lo ascoltano seduti sui binari e sulle traversine. Gli studenti che c’hanno la stessa età che c’aveva Piero quando è stato deportato. Arrestato a aprile, per quasi un mese rimane nel campo di Fossoli. A metà maggio viene caricato nel vagone di un treno merci. Lì dentro sono in 64 e ci resta per quattro giorni «in mezzo agli escrementi di tutti. Difficile esprimere in quali condizioni eravamo in quel momento. Era cominciato, ormai anzi era già in fase avanzata l’annullamento totale dell’essere umano».

 

PIERO HA CONTINUATO a viaggiare con gli studenti e a raccontare la sua storia fino a due anni fa quando è morto.  Oggi, sedici anni dopo quel viaggio, lo riascolto. La disoccupazione imposta dal ministero mi dà il tempo di ripescare la sua voce registrata dal mio archivio disordinato. La ascolto durante un viaggio. Passo da un treno all’altro per tornare a casa. Cambio a Monfalcone e a Bologna. Scendo dal regionale per salire sull’Intercity e poi finalmente monto sul treno veloce. Otto ore di viaggio. Tra un arrivo e una ripartenza faccio in tempo a prendere il caffè.

 

LUNEDÌ POMERIGGIO a Fiumicello, cittadina a pochi passi dal confine, nella chiesa di San Valentino, ho ascoltato Paola Deffendi parlare di suo figlio Giulio sequestrato il 25 gennaio del 2016 mentre stava svolgendo un lavoro di ricerca in Egitto. L’ho sentita parlare delle grandi navi da guerra che la nostra industria bellica nazionale sta vendendo ai padroni di quella nazione. La norma sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento vieta lo smercio di armi «verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani». Non si tratta di un buon proposito, di una speranza buonista. È proprio la legge. «Queste navi che sono navi da guerra, navi di ferro – dice Paola – e pensare al ferro fa male.

 

E io non posso non far riferimento al pensare a Giulio in quelle stanze della National Security, del Ministero dell’Interno egiziano o chissà dove e non pensare al male che ha avuto, all’umiliazione che ha avuto, alla paura che avrà avuto e ai pensieri che avrà avuto. Se prima pensavo all’Egitto come alla terra dei faraoni, alla terra delle piramidi, alla terra della sabbia, alla terra dei cammelli, quando penso all’Egitto adesso non posso non pensare ai quadri di Bosch e all’inferno. Per chi lo conosce sa che ci sono corpi, corpi rovinati, corpi violati. Questo è l’Egitto. Per cui non possiamo non pensare di richiamare l’ambasciatore, non è accettabile che si facciano affari con questo paese».

 

SUL TRENO CHE mi riporta a casa, mi tornano in mente continuamente le parole di Piero e di Paola, ma anche quelle di Primo Levi che scriveva «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». È una frase che troviamo su tanti libri. Un’ossessione, ma anche un avvertimento. Perché dovremmo celebrare la giornata della memoria se lo facciamo guardando solo al passato, solo a ciò che è accaduto e non a ciò che sta accadendo? Nessuno tra quei milioni di morti tornerà in vita per una corona di fiori, un minuto di silenzio o la lettura teatrale di una pagina del diario di Anne Frank.

 

L’oltraggio al pudore, le bastonate, l’annullamento totale dell’essere umano del quale parlava Piero sono violenze che Giulio ha subito. E come lui le stanno subendo tanti altri Giulio e Giulia reclusi nelle galere di mezzo mondo. La memoria è come un mazzo di chiavi. Le ho messe in tasca due giorni fa per poterci rientrare a casa stasera. La memoria del passato mi serve nel presente e nel futuro. Mi serve per rientrare a casa, possibilmente vivo.

26.01.2021

Maurizio Acerbo segretario nazionale PRC-S.E.

 

Cinque anni fa   si perdevano al Cairo le tracce di Giulio Regeni, ricercatore italiano che si interessava delle vertenze sindacali in Egitto. Giorni dopo veniva ritrovato il suo corpo, sfigurato e con evidenti segni di tortura. Anni di indagini in cui la famiglia e la sua legale non si sono mai arresi, anni in cui i diversi governi che si sono succeduti hanno dapprima alzato la voce, ma poi ha vinto la logica degli affari da non interrompere. Interessi per le commesse militari e progetti dell’ENI.

 

Ci sono quattro funzionari di polizia egiziani accusati dell’omicidio e delle torture ma l’Egitto non collabora e il governo italiano non reagisce. Da poco è stata approvata una importante risoluzione del parlamento europeo con cui si chiede di prendere provvedimenti contro il regime di Al Sisi, e oggi, in contemporanea fra i temi in discussione all’incontro dei ministri degli esteri UE si discuterà sui provvedimenti da prendere, con un’Europa spaccata.


Rifondazione comunista chiede l’interruzione delle relazioni diplomatiche e commerciali, soprattutto in campo militare, col regime egiziano. Chiediamo che si interrompano i rimpatri di migranti egiziani che chiedono asilo in Europa perché nel loro paese i diritti umani non sono garantiti. Oggi è anche l’anniversario della splendida manifestazione di Piazza Taharir che fece crollare il regime di Mubarak.

Chiediamo giustizia e verità per Giulio, la liberazione dello studente dell’università di Bologna Patrick Zaki, come dei tanti detenuti politici. Altrimenti che l’UE e i suoi Stati membri, rompano le relazioni con l’Egitto.

Lo dobbiamo a Giulio alla sua splendida famiglia, a Patrick e ai tanti detenuti politici di cui siamo corresponsabili.

23.01.2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Gregorio Piccin, responsabile pace, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Ieri è entrato in vigore il trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari. E’ una vergogna che l’Italia, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, non l’abbia firmato come gli USA e tutti i paesi della NATO che continuano a rappresentare la maggiore minaccia alla pace mondiale con una spesa militare enorme.

 

Nei mesi scorsi abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare attraverso la senatrice Paola Nugnes ai ministri degli esteri e della difesa. Con quale faccia Pd, M5S e LeU firmano gli appelli proposti dall’ANPI se poi negano così platealmente i principi costituzionali?

Rifondazione Comunista torna a chiedere che l’Italia aderisca al trattato, che finalmente si liberi il nostro paese dalla presenza delle bombe atomiche statunitensi ed esca immediatamente dal programma nuclear sharing della NATO che prevede l’addestramento dei caccia al bombardamento nucleare.

 

Il Pci di Berlinguer si batteva per il disarmo nucleare, quelli che lo hanno sciolto hanno abbandonato oltre alla difesa dei lavoratori anche la lotta per la pace.

23.01.2021

da Il Manifesto

Andrea Capocci

 

Lombardia in arancione, dopo la figuraccia dei dati

 

Sballati. L’Iss smonta la protesta della Regione: la rettifica è stata inviata solo mercoledì 20. Al centro del caos la contestata zona rossa, sui cui lunedì è attesa la decisione del Tar. Con i numeri corretti si sarebbe potuta evitare una settimana di chiusura.

 

Nelle ultime 24 ore sono stati registrati 13 mila nuovi casi positivi al coronavirus e 472 decessi per Covid-19. L’epidemia non esplode come negli altri paesi europei, ma non è nemmeno in remissione. Mentre il numero di contagi mostra una lieve discesa (in una settimana, siamo passati da 16 mila a 13 mila nuovi positivi giornalieri in media), quello dei decessi è rimasto pressoché costante: in questa settimana si sono registrati in media 478 morti al giorno, solo 9 in meno rispetto ai 487 di sette giorni fa. L’indice Rt a livello nazionale è a 0,97, vicinissimo all’unità che indicherebbe la perfetta stabilità.

 

AD AGITARE una situazione stagnante ci ha pensato come sempre la Regione Lombardia. Chi sperava in una normalizzazione dei rapporti con il governo con la cacciata dell’assessore Giulio Gallera sostituito da Letizia Moratti ha dovuto ricredersi. Dopo il declassamento in zona rossa della settimana scorsa, che secondo l’ordinanza ministeriale sarebbe dovuto durare due settimane, la giornata di ieri ha mostrato di nuovo lo stato confusionale della regione alle prese con la pandemia. Sulla base di nuovi dati inviati dalla regione solo mercoledì, la Cabina di regia composta dai tecnici del ministero della salute e dell’Istituto Superiore di Sanità ha rivisto i parametri che avevano condotto all’ordinanza che la collocava in “rosso”. E ha spinto il ministro Speranza a un inedito dietro-front: la zona rossa in Lombardia finirà in anticipo domenica 25 e la regione tornerà in arancione. Dove avrebbe già dovuto essere, senza i pasticci dell’amministrazione Fontana.

 

LE PRESSIONI per annullare l’ordinanza erano iniziate già all’inizio della settimana. Fontana era ricorso al Tar del Lazio contro la decisione di Speranza e la sentenza era attesa per lunedì prossimo. Secondo la Regione, infatti, i criteri di valutazione del rischio epidemico del ministero darebbero troppo peso all’indice di trasmissione Rt rispetto all’effettiva incidenza del virus, cioè al numero di infetti che darebbe una misura più corretta della dimensione dell’epidemia. Ma non sono queste le ragioni che hanno permesso la correzione della valutazione del rischio. I tecnici dell’Iss, infatti, hanno già spiegato in diverse occasioni come Rt sia in grado di anticipare le future evoluzioni del numero degli infetti. Dunque, è più utile ad assumere provvedimenti in grado di anticipare l’evoluzione dell’epidemia, senza aspettare che la situazione diventi incontrollabile. Se lunedì i giudici del Tar non condivideranno l’approccio degli esperti e daranno ragione alla giunta Fontana, potrebbe saltare tutto il sistema dei 21 indicatori messo in piedi dal ministero per adottare le misure di contenimento della pandemia.

 

IN REALTÀ, ciò che ha permesso il rientro in zona arancione della Lombardia è stata la riclassificazione dei casi positivi asintomatici, che in un primo tempo la regione aveva sottostimato. A cascata, la rivalutazione ha diminuito il numero dei casi sintomatici (gli unici utili al calcolo dell’indice Rt) di circa cinquemila unità, riportando l’indice relativo alla scorsa settimana a 0,88 da 1,4. Non si è trattata di un ritardo nei dati comunicati dalla regione, che avrebbe persino peggiorato la situazione, ma di un riesame di dati già completi, spiegano i tecnici.

 

Che in Lombardia ci sia qualche problema nel monitoraggio dei casi è un dato certo: secondo il rapporto settimanale della cabina di regia, la regione fornisce informazioni complete solo sul 68% dei casi sintomatici, la peggiore performance in Italia. Inoltre, il tasso di occupazione delle terapie intensive è ancora superiore alla soglia critica del 30%. Perciò, nonostante la ricollocazione della Lombardia sulla mappa colorata, la valutazione sostanziale del rischio della regione in ogni caso non migliora: «Il cambiamento nei dati non comporta un cambiamento nella classificazione del rischio della Regione che rimane a rischio “Alto di una epidemia non controllata e non gestibile”» recita la nota della cabina di regia diffusa per spiegare la ragione dell’inedito dietro-front. Per ribadire che a mettere nei guai la Lombardia era stata la sua stessa disorganizzazione e non le presunte valutazioni errate dei tecnici, il ministero ha ribadito in serata la «massima fiducia nell’Istituto Superiore di Sanità che dall’inizio della pandemia di Covid-19 è al lavoro per affrontare l’emergenza».

 

NEL RESTO DEL PAESE, il report settimanale della cabina di regia mostra ancora 10 regioni con un indice di trasmissione superiore a 1. Va peggio in Molise (1,38) e Sicilia (1,27), mentre la regione in cui il virus corre meno è la Campania (0,76). L’aumento dei casi e la criticità delle terapie intensive sull’isola fanno scattare la zona arancione in Sardegna, mentre non cambiano i colori per le altre regioni. Sono ancora “gialle” Toscana, Basilicata, Trentino, Campania e Molise mentre in rosso rimangono solo la Sicilia e la provincia di Bolzano, dopo la promozione strappata dalla Lombardia.
In arancione tutte le altre regioni.

22.01.2021

Da Il Manifesto

Andrea Colombo

 

Sabbie mobili. Il premier lascia la delega ai servizi. Ma l’inchiesta sui centristi mina la caccia al «nuovo gruppo». E incombe il voto sulla giustizia. Tentativi con i forzisti, che però vogliono capire cosa si muove al centro. Renziani sempre attenzionati

 

Atteso, sofferto, combattuto sino all’ultimo secondo il voto sulla fiducia non ha cambiato quasi niente. La caccia ai responsabili prosegue e anzi si intensifica. Conte si mostra sicurissimo: i «nuovi gruppi» spunteranno a breve, subito dopo si passerà al rimpasto. Prima però, nella notte, un passaggio obbligato: la delega ai servizi segreti, affidata al segretario generale di palazzo Chigi Roberto Chieppa, un fedelissimo, o all’ex ambasciatore Pietro Benassi. Dal medesimo palazzo, proprio come alla vigilia del voto in parlamento, danno i numeri. Trionfali e quasi certamente troppo ottimistici: «Almeno tre senatori in partenza da Fi, forse di più, altri 4, ma potrebbero essere 6 da Iv». Se ci saranno o meno lo si scoprirà presto. Renzi ieri sera ha riunito i gruppi proprio per testare la resistenza dei suoi e in particolare dei 3 o 4 considerati più a rischio. Usa un argomento forte: nervi a posto e aspettiamo il voto del 27 sulla relazione di Bonafede sulla giustizia, poi qualcosa cambierà.

 

IL PROBLEMA È CHE i numeri in sé non bastano. Devono avere una sostanza politica, costituire un gruppo non rabberciato con quel che passa il convento. Insomma, anche se nessuno lo dice chiaramente, quando si parla di «nuovi gruppi» o «quarta gamba» s’intende che bisogna guardare a destra: a Fi, a Iv, ai gruppi minori. Ieri i tre leader del centrodestra sono saliti al Colle. Messaggio univoco, neppure il forzista Tajani si è smarcato: «La maggioranza non esiste. Il governo non è in grado di gestire pandemia e crisi economica. Elezioni». All’uscita parole di piena fiducia in Mattarella.

 

SI SA CHE I FORZISTI però sono molto meno convinti e a maggior ragione i gruppi minori. Toti lo dice chiaramente: «Se l’esecutivo cade bisogna cercare altre soluzioni». Ma la bomba Cesa complica le cose. Ieri ha seminato il panico nella maggioranza ma anche in Fi. In questa partita il ruolo dell’Udc, che dispone di tre senatori, è essenziale. Il partito dalla cui leadership l’indagato Cesa si è dimesso ieri non è mai stato tanto vezzeggiato, assediato, fatto oggetto di promesse e pressioni d’ogni tipo, incluse quelle corpose d’oltre Tevere, come negli ultimi giorni. Non sarebbero solo 3 voti preziosissimi ma si tratterebbe anche di un simbolo in grado di costituire un gruppo in base alle nuove regole del Senato, essendosi presentato alle elezioni. Incarnerebbe anche un effettivo soggetto politico centrista, tale da richiamare adesioni anche dal gruppo forzista e oltre.

 

L’EVENTUALE EFFETTO UDC, anche se solo si riaprisse una promettente trattativa, potrebbe avere un impatto immediato anche sul primo gigantesco scoglio che aspetta il governo. Mercoledì si voterà la relazione Bonafede sulla Giustizia. È il primo voto importante dopo la fiducia: la ricaduta psicologica sarà massiccia. Ma questo è ancora il meno. Con la relazione bocciata il guardasigilli, capodelegazione dei 5S, potrebbe doversi dimettere. Sarebbe deflagrante nella maggioranza tutta e tra i 5S, dove nelle ultime settimana si sono moltiplicati malumori e diffidenze nei confronti del capodelegazione. In parecchi hanno preso di mira lui, Fraccaro e Crimi accusandoli di aver gestito la fase del secondo governo Conte senza mai consultare i gruppi, limitandosi a far sapere come dovevano votare e a volte neanche quello. Lo hanno appreso dai giornali.

 

SUL VOTO DEL CENTRODESTRA e di Iv, trattandosi di Bonafede, non c’è alcun dubbio. La sola via d’uscita sarebbero assenze strategiche provenienti da Fi ma il controllo sarà ferreo e potrebbero essere disponibili solo se si muovesse qualcosa nell’Udc. Ma come inciderà l’inchiesta contro Cesa è un enigma. Dentro Fi temono che danneggi la resistenza: Cesa, con De Poli, era una barriera contro il passaggio nelle file di Conte. Nella maggioranza sono invece pessimisti: le inchieste spingono di verso il polo più garantista e non è certo quello che regge il governo. Di Battista si sforza di fare danno: «Chi è indagato per reati gravi non può essere nostro alleato». Di Maio conferma. Parole incaute: non solo allontanano le tentazioni dei due senatori Udc oscillanti, Binetti e Saccone, ma mettono anche in forse la possibilità di usare quel simbolo. Rendono ancora più difficile la creazione di una «quarta gamba». Casini, che aveva consigliato a Cesa di non votare la fiducia pur avendo votato per Conte, aggiunge un carico pesante: «Ci vuole un governo di unità nazionale. Se non ora quando?».

21.01.2021

 

Giovedì 21 gennaio nella ricorrenza del centesimo anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia come Rifondazione Comunista abbiamo organizzato una giornata di iniziative che non vogliono avere un carattere meramente celebrativo ma che favoriscano la riflessione sulla storia della principale componente della sinistra italiana del Novecento e sull’attualità del socialismo.

 

“Le comuniste e i comunisti  sono stati i principali protagonisti di  tutte le lotte di libertà e giustizia sociale del Novecento nel nostro paese – dichiara il segretario nazionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo. La tragedia dello stalinismo non ne cancella i meriti e il valore dei loro ideali. E’ ora di finirla con il revisionismo storico. Le classi popolari sono state derubate negli ultimi decenni non solo dei loro diritti ma anche della propria grande storia. La dannazione della sinistra è comunicata negli anni ’80 quando i dirigenti prima del PSI e poi del PCI hanno deciso di porsi fuori dalla tradizione del movimento operaio”.

 

“Per porre fine all’orrendo massacro della prima guerra mondiale c’è voluta la rivoluzione Russa. Per finirla con la devastazione ambientale e sociale del capitalismo serve il comunismo verde del terzo millennio”, dichiara il vicepresidente della Sinistra Europea Paolo Ferrero.

 

IL PROGRAMMA DELLA GIORNATA

 

La mattina alle 11 saremo a Livorno di fronte all’ex-Teatro San Marco per la commemorazione a cui parteciperà il segretario nazionale Maurizio Acerbo (diretta su Partito della Rifondazione Comunista) e a Torino davanti a Casa Gramsci dove interverranno il vicepresidente della Sinistra Europea Paolo Ferrero e lo storico Angelo D’Orsi (diretta su Rifondazione Comunista Torino).

 

A partire dalle 18 alle 23,30 si terrà il convegno on line Libertà, pace, lavoro, giustizia sociale, democrazia, ambiente:
a 100 anni dalla nascita del Partito Comunista Italiano, l’attualità del socialismo, 
organizzato in collaborazione con il Partito della Sinistra Europea che si potrà seguire in diretta sulla pagina facebook del Partito della Rifondazione Comunista.

 

Interverranno dall’estero il Presidente del Partito della Sinistra Europea Heinz Bierbaum (Die Linke, Germania), Cinty Misculini del Comitato Centrale del Partito Comunista Cileno, Fabien Roussel, segretario nazionale del Partito Comunista Francese e Enrique Santiago, segretario nazionale del Partito Comunista Spagnolo.

 

Tra i tanti interventi previsti, una lectio magistralis di Aldo Tortorella, partigiano, direttore dell’Unità, dirigente di primo piano al fianco di Enrico Berlinguer che ripercorrerà i 70 anni di storia del PCI rispondendo a certe fantasiose tesi alla moda che attribuiscono ai comunisti la responsabilità della vittoria del fascismo e rammentando come il tentativo di Berlinguer negli anni ’70 fu bloccato dagli “alleati” occidentali. Tra gli interventi e le testimonianze segnaliamo quella della scrittrice Vera Pegna che negli anni ’50 sfidò la mafia a Corleone, di un dirigente storico del PCI come Paolo Ciofi, di Luciana Castellina, aDELMO cERVI, Imma Barbarossa, Dino Greco, Giovanni Russo Spena, Giovanna Capelli. Interverranno gli storici Guido LiguoriMaria Grazia MeriggiPaolo FavilliRaul Mordenti, la femminista Carlotta Cossutta, l’urbanista Paolo Berdini, la scrittrice e giornalista Francesca Fornario, l’ex-europarlamentare Eleonora Forenza, il giornalistaMatteo Pucciarelli, per la redazione di Left Rita De Petra, il consigliere comunale fiorentino Dimitri Palagi, il coordinatore dei Giovani Comunisti Andrea Ferroni. 

 

Ci saranno anche contributi libertari dello scrittore Maurizio Maggiani e del cantautore anarchico Alessio Lega.

 

In collaborazione con gli Archivi della Resistenza di Fosdinovo contributi musicali e una versione 2021 di Bandiera Rossa con Paolo PietrangeliGiovanna Marini,  Marino e Sandro Severini dei GangZezi gruppo operaioCiscoGualtiero Bertelli, Banda Popolare dell’Emilia Rossa, Giampiero Bigazzi, Giancane, Max Vilander, Coro Garibaldi d’Assalto, Massimo Ferrante, Elena Imperatore, Davide Giromini, Jonathan Lazzini, Mazadena e altre/i. 

 

Ad aprire la diretta sarà il vicepresidente della Sinistra Europea Paolo Ferrero e la chiusura, come da tradizione, è affidata al segretario nazionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo.

20.01.2021

da Il Manifesto

Norma Rangeri

 

Crisi di governo. Certamente i governi si fanno in Parlamento, solo deputati e senatori hanno la responsabilità di questa scelta. Ma è altrettanto evidente che la crisi dei partiti, e quella del Paese, non si risolve con un senatore in più e neppure con la camicia di forza di sistemi elettorali maggioritari.

 

L’idea di vaccinare il ricco Nord e lasciare indietro i cittadini del povero Sud, cioè di curare il virus, guardando al portafoglio, avanzata dalla neo assessora alla sanità della Lombardia, Letizia Moratti, arriva giusto nel giorno del voto di fiducia del Parlamento al governo. Offrendo così una ragione in più per preferire una sofferta fiducia a una sonora sconfitta, a una crisi conclamata per poi spianare la strada a un governo con le destre, comunque vestito.

 

Ora si apre una nuova fase politica. Il governo e il paese camminano sulle sabbie mobili di una crisi che, nata nel Palazzo, ha appena avuto, finalmente in Parlamento, la sua drammatica rappresentazione. Molti cittadini, costretti a casa dalla pandemia, hanno potuto seguire i discorsi dei propri rappresentanti e di un presidente del consiglio che ha colto l’occasione per una puntigliosa, lunga elencazione, nel corso dei quattro interventi di questi due giorni, di quel che il governo sta facendo o ha fatto o dovrà fare.

 

Ma il governo, pur avendo formalmente ottenuto la fiducia del Parlamento, esce comunque ammaccato dalla crisi. Perché i numeri e i voti contano ma fino a un certo punto, anche se alcuni pesano più di altri. Come pesa quello della senatrice Liliana Segre che ha voluto motivare con una certa enfasi la sua scelta: «Ho preso il treno per venire a Roma perché questo governo su Covid e Europa ha fatto cose gigantesche».

 

Alle normali e scontate difficoltà del momento si aggiunge ora il procedere a vista, di fronte al Paese e di fronte agli altri governi europei. Si cammina sulle sabbie mobili, oltretutto disseminate di mine perché l’obiettivo grosso della spregiudicata tattica di Renzi non è solo Conte ma questa alleanza tra Pd, M5Stelle e Leu (che però proprio la crisi sembra aver cementato), per logorare il governo e farne un altro finalmente gradito a Confindustria.

 

Del resto lo ha spiegato bene Zingaretti quando, nei giorni scorsi, proprio rivolgendosi al patriota di Rignano, aveva detto una cosa molto semplice sui governi di coalizione, e con legge elettorale proporzionale: «Si sta insieme se ciascuno rispetta le opinioni degli altri non avendo la pretesa di tenere in considerazione solo la propria». Principio tanto giusto quanto inascoltato dal destinatario che ieri pomeriggio, nel suo intervento contro Conte e i 5Stelle, ha recitato il solito stucchevole copione del «è tutto sbagliato è tutto da rifare», neanche a dirlo sposato dal patriota Larussa, intervenuto subito dopo.

 

Certamente i governi si fanno in Parlamento, solo deputati e senatori hanno la responsabilità di questa scelta. Ma è altrettanto evidente che la crisi dei partiti, e quella del Paese, non si risolve con un senatore in più e neppure con la camicia di forza di sistemi elettorali maggioritari.

 

Conte ha condotto questo dibattito in modo dignitoso, richiamando le origini fragili di un’alleanza («sterile sommatoria tra forze politiche») per rimarcare un consolidamento dell’amalgama nel passaggio da quelle origini a una maggiore coesione e identità politica, del resto messa già alla prova delle scelte obbligate sul Recovery e sulla pandemia.

 

Il voto a maggioranza assoluta della Camera e relativa al Senato, in realtà è dunque sopratutto un sospiro di sollievo. Ma al governo, per rispondere ai grandi bisogni del Paese, non basta una boccata d’ossigeno.

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