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POLITICA ESTERA

 

31.01.2022

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Marco Consolo, responsabile esteri del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Con grande gioia abbiamo appreso che l’altro ieri il tribunale supremo brasiliano ha annullato tutti gli atti dell’inchiesta del giudice Moro contro il compagno Lula relativa al famigerato appartamento del caso Triplex.

 

Il Tribunale federale ha riconosciuto la faziosità dell’ex giudice Sergio Moro nelle sue accuse contro Lula. Di conseguenza, ha dichiarato nulli tutti gli atti, riconoscendo la natura illegale e infondata delle azioni di Moro nei confronti dell’ex presidente del Brasile.

 

Il giudice – vicino a Bolsonaro e agli USA – aveva guidato la crociata che aveva condotto all’arresto di Lula impedendogli la candidatura alle elezioni che secondo i sondaggi avrebbe vinto.

 

La persecuzione giudiziaria di Lula fu sostenuta dal coro dei media dell’oligarchia che avevano già favorito il golpe contro la presidente Dilma.

 

Lula in queste ore ha denunciato che i media che lo hanno infangato sulla base di accuse che fin dall’inizio erano prive di prove non hanno dato la notizia della sua vittoria giudiziaria.

 

Al compagno Lula, al Partito dei Lavoratori e agli partiti della sinistra, ai movimenti popolari brasiliani inviamo i più calorosi auguri per la sicura vittoria nelle prossime elezioni.

 

Noi di Rifondazione Comunista che, con il Comitato Lula Livre, abbiamo sostenuto la campagna per la liberazione di Lula oggi festeggiamo insieme al popolo brasiliano questa vittoria della verità e della giustizia.

POLITICA NAZIONALE

 

30.1.2022

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Giovanni Russo Spena, responsabile democrazia/istituzioni del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Queste giornate hanno evidenziato la crisi del sistema politico dopo trenta anni di bipolarismo e leggi maggioritarie. La “seconda repubblica” ha prodotto il declino economico, sociale e politico del paese.
La rielezione di Mattarella non è un successone visto che testimonia l’incapacità di eleggere un nuovo presidente.


Fortunatamente esce sconfitta l’autocandidatura di Mario Draghi e non hanno avuto spazio candidature discutibili. Quella di Berlusconi era una barzelletta che è servita solo a ricordarci da quale corte dei miracoli vengono Salvini e Meloni.


Le procedure previste dalla Costituzione hanno limitato i danni restituendo centralità al parlamento.
L’unica medicina per uscire dal fallimento attuale è il ritorno a una legge elettorale proporzionale, quella che avevano voluto padri e madri della Costituzione.
E’ l’unica strada per restituire credibilità alle istituzioni repubblicane.


Un parlamento di nominati non può che essere dominato dall’esecutivo e subalterno ai poteri economici.
Sarebbe ora di finirla con il qualunquismo dall’alto di commentatori e poteri economici che invocano da trenta anni sempre nuove pseudoriforme che scardinano la democrazia costituzionale.
Con il presidenzialismo la prossima volta verrebbe eletta Giorgia Meloni presidente e prima ancora avremmo avuto Berlusconi.


Con l’attuale legge elettorale sarà la destra a eleggere il prossimo Presidente della Repubblica.

EDITORIALI E COMMENTI

 

29/01/2022

da Left

Maurizio Acerbo

 

Da settimane è in atto un ansiogeno e ossessivo racconto mediatico intorno all’elezione del presidente della Repubblica che tende a delegittimare il parlamento e i partiti che ci metterebbero chissà quanto tempo a scegliere il nuovo presidente.
Questa tiritera ha addirittura anticipato la prima votazione. “Ma come? Non ci potevano pensare prima?”.

 

Noi che siamo all’opposizione di questi partiti non dobbiamo cadere nella tentazione di assecondare questa narrazione. Siamo di fronte all’ennesima puntata della lunga campagna di qualunquismo dall’alto che ha delegittimato la democrazia costituzionale in questo paese. A fomentare questo sentimento popolare contro il parlamento sono commentatori mediatici in un coro pari a quello che ha trasformato Draghi in superMario e dieci anni fa Mario Monti in Mosè che scendeva dal Monte Sinai dopo aver parlato col Signore (le tavole sotto formula di letterina le avevano già mandate Trichet e Draghi). Lo fa per abitudine, per audience, ma una parte consistente di questo coro spazientito è imbevuta di un’ideologia e di un immaginario antiparlamentarista. Avrebbe applaudito a scena aperta se il parlamento avesse eletto Draghi alla prima votazione.

 

Molti di quelli che sparano contro questa lungaggine ne approfittano per rilanciare la proposta di introdurre il presidenzialismo e far eleggere direttamente dal popolo il presidente (ci metteremmo meno tempo a fare le elezioni?). Si tratta della proposta che negli anni ’70 sosteneva soltanto Giorgio Almirante e che rimane un cavallo di battaglia di Giorgia Meloni e della destra. L’hanno rilanciata in questi giorni Paolo Mieli, Matteo Renzi e tanti altri.

 

Nell’era di Trump e Bolsonaro, Paolo Mieli ha l’ardire di dichiarare che la preoccupazione che avevano i costituenti non sarebbe fondata e che potremmo andare tranquillamente verso il presidenzialismo. Segnalo che è stata proprio la Costituzione a impedire a Berlusconi negli anni ’90, nel 2001, nel 2008 di diventare un monarca ma troppi sembrano dimenticarlo.

 

La ricetta rappresenta un ulteriore passo nell’americanizzazione della politica, un altro passo verso il suo restringimento oligarchico.
Cominciò con il martellamento contro la legge proporzionale che fu abolita a furor di popolo. Eppure si trattava di una legge che consentiva di eleggere un parlamento che era “specchio del Paese” senza distorsioni della rappresentanza, e che spesso legiferava su temi fondamentali mettendo in minoranza il principale partito di governo.
In quel parlamento si fecero le nazionalizzazioni, si istituì il servizio sanitario nazionale, si approvò lo Statuto dei Lavoratori, si aprirono le scuole e le università alle classi popolari, si fecero riforme avanzatissime. Non ce lo dicono ma nella maggior parte dei Paesi europei le leggi elettorali sono rimaste proporzionali, mentre è l’America Latina ad avere sistemi presidenzialistici a imitazione dello zio Sam.

 

Con il maggioritario e il bipolarismo il parlamento è stato sottomesso all’esecutivo. E sono state create le condizioni politiche per le privatizzazioni e le tante controriforme sollecitate sempre da quelli che alimentano il “qualunquismo dall’alto”.
Da tempo siamo dentro un circolo vizioso con la perdita di credibilità del ceto politico selezionato in questi decenni di neoliberismo bipartisan che ha prodotto crescente malcontento e insoddisfazione. Se la politica conta sempre meno si seleziona il personale adatto.

 

Non ho nessuna simpatia verso i partiti presenti in parlamento che ai miei occhi fanno parte tutti di un arco anticostituzionale. I nomi che propongono per la presidenza della Repubblica suscitano perplessità e preoccupazione. A volte orrore o ilarità disperata.
Detto questo però difendo il fatto che i partiti discutano e il parlamento voti finché non si riesce a eleggere un presidente. E che questo non sia tempo perso.
Viviamo in una postdemocrazia. Lottiamo per eliminare il post non quel che resta della democrazia.

EDITORIALI E COMMENTI

 

28/01/2022

da Left

Giulio Cavalli

 

Se i partiti vivono l’elezione del presidente della Repubblica come occasione di accrescimento del prestigio personale dei proponenti e non come momento di responsabilità per eleggere un garante della Repubblica, è inevitabile che lo spettacolo sia quello che è. L’elemento straordinariamente prevedibile è che ancora una volta tutti riescono meravigliosamente ad apparire perdenti, confusi, egoisti e non all’altezza. Come è sempre accaduto in questi ultimi anni.

 

Così negli ultimi giorni abbiamo assistito a una girandola di nomi che non vengono discussi per il Presidente che potrebbero essere, ma che vengono marchiati dal proponendo, dimostrando ancora una volta che l’arco parlamentare non riesce ad elevarsi nemmeno di fronte al più alto atto repubblicano, ovvero la convergenza sul più alto rappresentante. Prevedibile anche questo: sono gli stessi partiti che hanno dimostrato ben poco senso di responsabilità e di unità di fronte a una pandemia.

 

Di fondo c’è che i partiti, ma soprattutto le coalizioni, sono messe maluccio. Nel centrodestra Salvini è sempre di più il disturbatore che si affanna per apparire nelle inquadrature. Sono giorni che ci dice di avere un nome di alto profilo e poi ci rifila il brodino di indigeribile berlusconiano. Del resto il leader leghista usa anche il Quirinale semplicemente per duellare con Giorgia Meloni, vivendo qualsiasi epoca politica come occasione di show. Il centrodestra non esiste ed è sempre uguale a se stesso: solo l’auto candidatura di Berlusconi è riuscita a tenere a cuccia la coalizione. Siamo sempre lì, sono ancora lì.

 

Resta da capire come Pd e M5s possano pensare di costruire un fronte progressista se non riescono a trovare un punto comune nel giudizio delle personalità in campo. Non si tratta solo della tiepidezza delle proposte (proporre un Mattarella bis e Draghi come ripiego è la solita scelta non-scelta di sponda di chi non sa decidersi per decidere), le trattative per il Quirinale hanno mostrato la fragilità (per usare un eufemismo) dell’accordo tra un partito, il Pd, con un gruppo parlamentare più fedele a un fuoriuscito che al suo segretario e con il M5s che è evidentemente attraversato da correnti. Anche nel loro caso guardandoli da fuori non fanno una gran figura.

 

Così si cerca affannosamente un nome autorevole estraneo alla politica senza rendersi conto che il ruolo del Presidente sia invece politicissimo, ma politico nel senso alto del termine, di quella consapevolezza e avvedutezza che sarebbe richiesta. Avere un presidente del Consiglio e un presidente della Repubblica che hanno come principale caratteristica quella di essere non politici non è una buona notizia. Si sperava che avessimo imparato la lezione, e invece no.

 

In un’elezione rivolta più ai sondaggi e al branding che all’individuazione di una figura all’altezza è inevitabile che possa accadere di tutto, perfino che si trovi un accordo all’ultimo momento. Del resto inseguire il sentimento dell’indignazione porta i leader di partito a cedere alla velocità come elemento fondamentale dell’elezione del Presidente. C’è un’emergenza, scrivono qui fuori, e quelli dimenticano che la politica è trattativa (leale e alta, possibilmente) e che Sandro Pertini fu eletto dopo 16 scrutini con il Paese nel buio dell’uccisione di Aldo Moro avvenuto un paio di mesi prima. Non è la quantità del tempo ma è la qualità del tempo a essere sconsolante.

Fumo molto, sostanza poca.

EDITORIALI E COMMENTI

 

27/01/2022

da il Manifesto

Moni Ovadia

 

Interventi. Parallelamente al riconoscimento dell’unicità della Shoah cresce l’attenzione verso altri genocidi e altre memorie bussano legittimamente alla porta

 

Alcuni anni or sono, ebbi la preziosa occasione di incontrare la grande testimone del genocidio ruandese dei Tutsi, Yolande Mukagasana, una donna straordinaria. Il privilegio di quell’incontro si trasformò in un’amicizia che continua ancora oggi. Yolande è autrice di un memoriale di eccezionale valore Not my time to die, tradotto in italiano con il titolo indovinato di La morte non mi ha voluto.
In questa opera racconta della sua terrificante esperienza che fortunatamente sfociò in un esito positivo. Nel corso di una delle volte che ebbi occasione di vedere Yolande, notai che portava come ciondolo una stella di Davide. La cosa mi incuriosì e le chiesi se per caso fosse ebrea. La sua risposta fu uno dei primi stimoli che mi spinse a dare vita ad un progetto che desse voce alle memorie di tutte le genti e di tutti gli uomini che sono stati vittime di genocidi, stragi di massa, persecuzioni sistematiche. Yolande rispose che quel ciondolo gli ricordava che anche loro, i Tutsi, dovevano fare come gli ebrei, costruire un edificio della Memoria. La cultura della Memoria nasce in ambito ebraico già dai tempi biblici: nella narrazione dell’Esodo, Amalek, capo di una banda di Edomiti, attaccò gli Ebrei proditoriamente per annientarli. Nella tradizione ebraica, questo personaggio è considerato un progenitore di Adolf Hitler ancorché apparentato con gli Ebrei in quanto discendente di Esaù.

 

Per quell’episodio di tentato annientamento di tutti gli Ebrei per la sola ragione dell’odio contro di essi, il biblista lancia il monito: «Yizkor!», «Ricorda!».
Questo precedente nella propria narrativa identitaria, spirituale e culturale, ha permesso al mondo ebraico di edificare un poderoso edificio etico che si fonda sul valore e il potere della Memoria. In seguito all’immane catastrofe distruttiva occorsa agli Ebrei nel corso del secondo conflitto mondiale, il progetto della Memoria ha permesso loro di uscire – per quello che era possibile – dall’immane trauma anche grazie all’impetuosa diffusione dei mezzi di comunicazione, di trasmissione e di memorizzazione digitale.
Il magistero ebraico, nel corso dei decenni, ha fatto scuola. Anche volendosi limitare ai crimini perpetrati dai nazifascisti, il progetto di annientamento ha colpito i menomati, i primi a conoscere lo sterminio sistematico, i Rom e i Sinti destinati anch’essi allo sterminio totale e negli stessi lager destinati agli ebrei, gli slavi, gli antifascisti di qualsiasi appartenenza, i Testimoni di Geova, gli omosessuali, gli emarginati, i disabili e tutti coloro che non rientravano nella visione di «purezza» etnica e razziale concepita dai nazisti. Da che il dovere della memoria diventa sentimento diffuso nel mondo occidentale, la Shoah ne prende il centro e la quasi totalità delle manifestazioni che si diffondono nelle città, nelle nazioni, nelle scuole. Una vastissima messe di pubblicazioni sull’argomento sono state date alle stampe, sono stati girati decine e decine di pellicole, prodotti spettacoli teatrali, concerti.

 

La memoria ebraica ha fatto aggio sulle altre, ma negli ultimi anni altre memorie bussano legittimamente alla porta dell’attenzione e del riconoscimento e presso le persone più sensibili, cresce l’attenzione verso altri genocidi, stermini di massa e persecuzioni che hanno visto la loro sinistra luce prima e dopo la Shoah.
Alcune associazioni, fra le quali per esempio Amnesty International, il Tribunale Russel, – solo per fare degli esempi – hanno fatto un grande lavoro, ma negli ultimi anni, è nata un’associazione di grande importanza, la Gariwo, fondata da Gabriele Nissim che ha portato all’universalità l’istituzione dei «Giusti fra i popoli» aprendo un orizzonte straordinario nel cammino verso la pace nella giustizia.

 

La Gariwo ricorda e pianta alberi in memoria di ogni giusto che, a proprio rischio e pericolo, salvò esseri umani di qualsiasi origine e nazione dal pericolo di sterminio ad opera di assassini di qualsivoglia origine. L’esempio di Gabriele Nissim è stato fonte di grande ispirazione per me e ha influito sulla mia decisione di dare vita, nel Teatro Comunale di Ferrara Claudio Abbado, alla Settimana delle Memorie.
Fino al 30 gennaio ricorderemo l’unicità della Shoah che avrà due giornate e tre iniziative dedicate. Ma anche il genocidio degli Armeni, l’ininterrotta persecuzione del popolo curdo, il genocidio dei Rom, il genocidio dei Tutsi. Lo faremo con incontri, recital, concerti musicali e spettacoli teatrali.
Gabriele Nissim e io, entrambi ebrei, abbiamo interpretato il giuramento fatto sulle ceneri di Auschwitz «Mai più!», come «ciò che è stato non deve mai più capitare a nessun essere umano». Pensiamo che pur nel riconoscere la specificità di ogni crimine e l’unicità della Shoah che non va certo banalizzata o omologata, non ci possano essere graduatorie nel dolore.

 

EDITORIALI E COMMENTI

 

26/01/2022

Francesca Fornario

 

Compagni e compagne, sottoscrivete! Ne scrivo oggi su Il Fatto Quotidiano

 

Caro direttore, il padre dell’operaismo Mario Tronti mi ha quasi convinto. Sulle pagine del Riformista e del Foglio ragiona da mesi con Bersani, Bassolino e D’Alema di come compattare “La sinistra per Draghi”, il quale dovrebbe sì andare al Quirinale ma anche restare a Palazzo Chigi: seguendo l’esempio di Tronti, Bassolino, Bersani e D’Alema che stanno sì a sinistra ma anche al governo con Salvini e Berlusconi.

 

Non condivido però l’approccio riformista. “La sinistra per Draghi” è una formula che può dare adito a interpretazioni ambigue in tempi che richiedono scelte chiare e nette. È il momento di lanciare l’operazione “La sinistra per la destra”. Come gli elettori sanno, non si tratta di una trovata estemporanea. Da anni la sinistra lavora e per e con la destra fingendo però di trovarsi lì per caso, spinta ora dalla crisi finanziaria, ora dalla pandemia, ora dalla minaccia che se non governi con Salvini e Berlusconi che governano con Giorgia Meloni arriva al governo la destra. Pd, Forza Italia e Lega hanno inserito il pareggio di Bilancio in Costituzione; Bersani e Berlusconi hanno votato insieme la Legge Fornero.

 

Ma questa è solo una parte del lavoro fatto dalla sinistra per la destra: il più facile. In tutti questi anni, gli esponenti della sinistra oggi “Per Draghi” si sono prodigati, con grande spirito di unità e fair play, a governare per conto della destra anche quando la destra era all’opposizione. Nella fase in cui le piazze accecate dal populismo tenevano Fini, Bossi e Berlusconi e i loro eredi Meloni, Salvini e Berlusconi lontani dal governo, è stato Bersani a privatizzare i servizi pubblici, D’Alema a bombardare la Serbia, Renzi a cancellare l’articolo 18. L’elenco delle riforme di destra fatte dalla sinistra è così lungo che per rendere giustizia dovremmo scriverne volumi rilegati in pelle di stagista morto in alternanza scuola lavoro, di disoccupato schiantato di freddo, di malato defunto per assenza di posti letto. Non intendo in questa sede entrare nel dettaglio di ogni favore ai costruttori e alle lobby farmaceutiche, di ogni accordo con i dittatori, di ogni finanziamento dato a pioggia alle imprese che inquinano e delocalizzano e alle scuole private, di ogni taglio alla sanità e al trasposto pubblico in favore delle cliniche e delle auto ibride, di ogni aumento delle spese militari, di ogni riforma fiscale che ha tolto ai poveri per dare ai ricchi facendo triplicare i primi e la ricchezza dei secondi. Non è elegante stabilire se abbia fatto più cose di destra la destra o la sinistra, rivendicando un inutile primato. Meglio lavorare insieme con lealtà come si sta facendo da vent’anni, nell’attesa che al termine di questa fase che lo stesso Tronti definisce di transizione si ristabilisca il regolare bipolarismo dell’alternanza, rappresentativo delle diverse sensibilità che attraversano il paese: da una parte gli eletti e dall’altra gli elettori.

 

Oltre che di Giuliano Ferrara, l’appello alla Sinistra per la Destra ha già collezionato le adesioni del mondo dell’imprenditoria che vanno da Briatore a Bill Gates e illustri esponenti della politica internazionale da Blair a Clinton, da Merkel a Macron. Fino a Bin Salman, impressionato dai risultati ottenuti in Italia dalla sinistra per la destra (uno su tutti: i 3 Italiani più ricchi possiedono più dell’insieme dei 6 milioni più poveri. l’Italia è il solo pese dove i lavoratori guadagnano meno di 20 anni fa e dove, per andare a lavorare, è obbligatorio il green pass ma non il salario minimo legale. In sei milioni guadagnano meno di 12 mila euro lordi l’anno. Avanti così e il reddito di cittadinanza bisognerà darlo a chi ha un lavoro). Il sultano è così colpito che starebbe pensando di provarla anche lui questa democrazia parlamentare. Non lo fa solo per non mancare di rispetto al suo grande amico senatore che sogna di abolire il Senato.

25/01/2022

da il Manifesto

Anna Maria Merlo

 

Crisi ucraina. Caccia, portaerei, truppe dai Baltici alla Gran Bretagna, alla Spagna. Podemos protesta. Biden in serata ha chiamato gli alleati: l’Italia non appare. I 27 pronti a nuove sanzioni 

 

Il presidente Usa, Joe Biden, ha organizzato ieri sera una riunione telefonica sull’Ucraina con Francia, Italia (assente), Germania, Gran Bretagna, Polonia, la Commissione e il Consiglio Ue, per coordinare una risposta alla Russia.

 

Il segretario di stato Usa, Antony Blinken, ha partecipato via video al vertice dei ministri degli Esteri della Ue, ieri a Bruxelles, per informare i 27 sulla crisi, che viene gestita sopra la testa degli europei, venerdì a Ginevra ha discusso con il ministro Lavrov, senza risultati.

 

SUL TAVOLO DEI 27 c’è la questione delle sanzioni alla Russia, in caso di attacco, nel dicembre scorso la Ue aveva minacciato «conseguenze importanti e costi severi» (cioè sanzioni più forti di quelle in atto dal 2014, dopo l’annessione della Crimea, e da allora rinnovate ogni sei mesi). In discussione l’esclusione della Russia dal sistema internazionale “Swift”, una vera «arma atomica» finanziaria (con conseguenze per tutto il sistema bancario).

 

Ma ormai gli Usa premono per un’accresciuta presenza militare nella parte orientale dell’Alleanza. Ieri ha Nato ha annunciato rinforzi sul fronte est: gli europei cominciano a schierare armamenti e uomini, mentre alcuni Stati già indicano ai cittadini di evitare viaggi «non essenziali» in Ucraina – anche se per ora gli europei non ritirano le famiglie dei diplomatici, come Usa e Gran Bretagna, il capo della politica estera Ue, Josep Borrell suggerisce di «non drammatizzare».

 

Il segretario della Nato, Jean Stoltenberg, ha elencato i nuovi rinforzi europei, dopo gli aiuti diretti all’Ucraina (dai Baltici alla Gran Bretagna): la Danimarca manda una fregata nel Baltico, più 4 caccia F-16 in Lituania per sostenere la missione di polizia aerea nella regione.

 

LA SPAGNA PREVEDE di inviare navi per unirsi alle forze navali Nato e aerei da combattimento in Bulgaria, e Podemos protesta e chiede l’uscita dalla Nato. L’Olanda ad aprile invierà 2 caccia F-35, una nave e metterà unità terrestri a disposizione della Nato. Anche la Francia, il paese che più insiste per un’autonomia strategica europea, valuta l’invio di truppe in Romania sotto comando Nato. «Nei prossimi giorni» è prevista una telefonata tra Macron e Putin.

 

Di fronte al Parlamento europeo, la scorsa settimana Macron ha insistito sulla necessità di un dialogo con la Russia per «un nuovo ordine di sicurezza in Europa»: «Dobbiamo costruirlo tra europei, poi condividerlo con gli alleati nel quadro Nato, in seguito proporlo al negoziato con la Russia».

 

I paesi dell’est non condividono questo approccio, «ci indebolisce». Il sottosegretario agli Affari europei, Clément Beaune, spiega che Putin privilegia i rapporti diretti con gli Usa con l’intenzione di «dividere gli europei», mentre la Ue «non fa abbastanza»: domani è prevista una riunione «Formato Normandia», il dialogo con Usa-Russia, Francia e Germania, istituito dal 2014, dopo la Crimea, che ha portato agli accordi di Minsk nel 2015. Oggi, Macron è a Berlino, per incontrare Scholz. La Germania resta nel vago, ci sono tensione nel governo.

 

BERLINO FINORA non ha approvato l’invio di armi all’Ucraina – addirittura, la Gran Bretagna, in prima linea nell’escalation, non ha sorvolato la Germania nei voli che dal 17 gennaio riforniscono l’Ucraina di armi, per timore di un veto. Il cancelliere Olaf Scholz propugna «saggezza», ma ha annunciato che la Russia pagherà «un prezzo elevato» in caso di invasione.

 

Scholz cerca di seguire la linea Merkel – mandare armi e militari contro la Russia sarebbe un grande imbarazzo storico per la Germania, la questione è stata sollevata nel governo a Berlino. Scholz ha riaffermato che la pipeline North Steam 2 è «un progetto privato».

 

Per il momento North Stream 2 è in sospeso, ma la questione della dipendenza europea dal gas russo non vale solo per la Germania: dalla Russia nel 2021 è arrivato il 46,8% del gas consumato nella Ue (3 punti in più del 2020, la dipendenza era del 43,9%) e sembra difficile che il Qatar, sollecitato dagli Usa, possa sostituirsi. L’economia Ue teme la penuria di gas, tanto più in un periodo di forti tensioni sui prezzi.

 

LA UE HA ANNUNCIATO IERI nuovi aiuti finanziari all’Ucraina che dal 2014 ha già ricevuto da Bruxelles 17 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti. «La Ue sarà al fianco dell’Ucraina» ha ripetuto la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: è stato varato un «nuovo pacchetto finanziario» a favore di Kiev, di 1,2 miliardi «per finanziamenti legati al conflitto», «contiamo su Consiglio e Parlamento europeo per adottare l’ aiuto macro-finanziario di emergenza nei tempi più brevi possibili», ha affermato von der Leyen.

ECONOMIA E FINANZA

 

24.01.2022
da Coniare Rivolta
 

Se vi è un provvedimento che, più ancora di altri, dà la piena misura del carattere regressivo del governo Draghi, questo è senza dubbio la riforma dell’Irpef approvata nel mese di dicembre. La versione definitiva varata è, per alcuni aspetti, persino peggiore delle bozze che circolavano sino a pochi giorni prima della definitiva presentazione. Vediamo in breve cosa è cambiato e chi guadagna dalla nuova situazione.

 

L’Irpef, imposta sul reddito delle persone fisiche, è l’imposta che colpisce i redditi della stragrande maggioranza dei residenti in Italia, colpendo tutti i redditi da lavoro dipendente, autonomo, da pensione e i redditi delle imprese individuali e delle società di persone. Nel corso del tempo l’Irpef (istituita nel lontano 1974) ha drasticamente perso progressività, con una fortissima riduzione sia del numero di scaglioni sia della distanza tra il primo e l’ultimo, ed ha ridotto il perimetro delle tipologie di reddito che colpisce. Ad oggi, infatti, sono esclusi dall’Irpef i redditi delle società di capitali soggetti all’imposta proporzionale IRES e la variegata pletora di redditi finanziari e immobiliari soggetti ad aliquote agevolate separate, nonché i redditi da lavoro autonomo fino a 65.000 euro annui ,che godono di un regime forfettario. Dal 2007 e fino alla riforma perpetrata dal governo Draghi, nell’ambito dell’Irpef si era giunti ad uno schema a cinque aliquote legali, come delineato nella tabella che segue.

 


Scaglioni IRPEF 2021 Aliquote IRPEF pre-riforma
fino a 15.000 euro 23%
da 15.001 fino a 28.000 euro 27%
da 28.001 fino a 55.000 euro 38%
da 55.001 fino a 75.000 euro 41%
oltre 75.000 euro 43%


La presenza di alcune agevolazioni, le cosiddette detrazioni, e più di recente del bonus Renzi di fatto modificava e modifica le aliquote effettive – cioè quelle che la lavoratrice effettivamente paga sul proprio reddito – rispetto a quelle legali. Le detrazioni sono somme di denaro che, in presenza di condizioni previste dalla legge, è possibile sottrarre dall’imposta, abbassando così il carico fiscale. Vi sono, ad esempio, detrazioni legate allo status di lavoratore dipendente, di lavoratore autonomo o di pensionato. Inoltre, vi sono detrazioni per i familiari a carico e per spese ritenute socialmente rilevanti (come le spese sanitarie). Le aliquote effettive, calcolate con la considerazione delle detrazioni, erano e tutt’ora sono un po’ più basse di quelle legali, ma solo per quanto riguarda i redditi bassi e medio-bassi, poiché al crescere del reddito le detrazioni si riducono fino a scomparire oltre una certa soglia.

La riforma Draghi interviene modificando sia gli scaglioni sia il sistema di detrazioni per redditi da lavoro dipendente e autonomo e da pensione. Inoltre, riforma radicalmente il sistema di detrazioni per i figli a carico, abolendolo e sostituendolo con un assegno unico, spettante per ogni figlio a carico fino a 21 anni di età.

 

Andiamo con ordine: l’intervento sulle aliquote porta gli scaglioni da 5 a 4, proseguendo in quell’opera storica di demolizione dell’ampiezza della progressività. L’aliquota del 41% viene eliminata e quella del 43% scatta, anziché a partire dai 75.000, dai 50.000 euro. 50.000 euro lordi annui o poco oltre possono essere immaginati come il tipico reddito di un lavoratore dipendente ben pagato o di un lavoratore autonomo con un buon reddito. Queste figure, nel nuovo schema dell’imposta, vengono di fatto trattate, per quanto concerne la quota di reddito eccedente la soglia dei 50.000 euro, alla stregua di un reddito di milioni di euro percepito da un imprenditore o da un top manager. Se già prima della riforma la soglia al di sopra della quale scattava l’ultima aliquota del 43% risultava ridicola, oggi appare semplicemente grottesca. A titolo comparativo, in altri paesi europei dove vi è stata comunque una brutale riduzione della progressività e un drastico calo delle imposte sui più ricchi e delle aliquote più alte, lo scaglione di imposta più alta scatta per soglie ben più elevate, creando così una più evidente discriminazione positiva tra redditi medi e redditi alti o altissimi. In Francia si paga il 45% dai 150.000 euro, in Spagna il 47% dai 300.000 euro, in Gran Bretagna il 45% sopra le 150.000 sterline (circa 180.000 euro), in Germania l’aliquota del 45% scatta sopra i 260.000 euro.

 

In secondo luogo, la riforma ha previsto una rimodulazione della seconda e della terza aliquota, scese rispettivamente dal 27% al 25% e dal 38% al 35%, che sicuramente comporta un certo risparmio d’imposta per i redditi medi o medio-alti.


Scaglioni IRPEF 2022 Aliquote IRPEF 2022
fino a 15.000 euro 23%
da 15.001 fino a 28.000 euro 25%
da 28.000 fino a 50.000 euro 35%
da 50.000 in poi 43%


Oltre alla revisione delle aliquote vi è stata poi una modifica delle detrazioni per redditi da lavoro dipendente e autonomo e da pensione (rese leggermente più incisive), insieme però ad una rivisitazione al ribasso dei livelli di accesso al cosiddetto bonus Renzi (operativo ora solo fino a 15.000 euro annui).

 

Senza entrare eccessivamente in tecnicismi, ciò che ci interessa è capire, alla luce dei cambiamenti varati, quali fasce reddituali otterranno dei vantaggi dalla rivisitazione delle aliquote effettive (ottenute come combinazione delle aliquote legali, delle detrazioni e del bonus).

 

Ci aiuta nei calcoli l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB). Un recente studio ha stimato che il complesso degli interventi comporta una riduzione del prelievo di circa 264 euro medi pro-capite per 27,8 milioni di contribuenti (pari a circa due terzi del totale). Tuttavia, il ‘risparmio’ in termini di tasse da pagare è molto eterogeneo tra le varie classi di reddito, con i guadagni che tendono a decrescere perversamente al diminuire del reddito, fino ad essere pressoché insistenti per fasce di reddito basse e medio-basse. Ecco alcuni esempi, riportati dallo studio:

  • un reddito annuo di 10.000 euro risparmia 158 euro;
  • un reddito annuo di 15.000 euro risparmia 422 euro;
  • un reddito annuo di 40.000 euro risparmia 1143 euro;
  • un reddito annuo di 50.000 euro risparmia 990 euro.

Visto per fasce di reddito, il risultato è quello visibile nel grafico sottostante, elaborato dall’UPB lo scorso dicembre.



Il picco dei risparmi si ha nella fascia tra 40.000 e 50.000 euro, con un apice di oltre 1.100 euro annui di risparmio di imposta attorno ai 40.000 euro di reddito e un picco negativo di soli 64 euro nella fascia tra 6.000 e 12.000 euro (il risparmio nullo per i redditi inferiori è dovuto al fatto che si tratta di una fascia di fatto già esentasse). Da notare che, salendo verso redditi poco più alti, si ha un secondo picco negativo tra 24.000 e 30.000, con un risparmio di imposta modestissimo di soli 165 euro annui. Dopo il picco positivo della fascia 40-50.000 euro e continuando a salire, per i redditi alti e altissimi invece il risparmio si assottiglia sino a diventare di 269 euro per i redditi oltre i 102.000 euro annui. Insomma, i vantaggi significativi sono confinati a specifici livelli di reddito medio o medio-alto.

 

La situazione si aggrava se andiamo ad analizzare gli effetti della modifica del trattamento dei figli a carico. Secondo uno studio de La Voce.infothink tank iper-liberista e generalmente sempre molto in linea con il governo Draghi, nel passaggio dal vecchio sistema delle detrazioni al nuovo sistema dell’assegno unico i vantaggi economici si riducono drasticamente al decrescere del reddito percepito, trasformandosi in svantaggi per i redditi bassi in alcune situazioni tipo. I due grafici che seguono lo dimostrano con chiarezza, mostrando le variazioni di reddito che comporta la riforma dell’assegno unico su famiglie bi-reddito e famiglie mono reddito per diverse quantità di figli a carico.

 




Cosa dobbiamo evincere dall’insieme delle considerazioni fin qui svolte? Essenzialmente tre cose.

 

  1. La riforma assegna un discreto risparmio di imposta ai redditi collocati nella fascia che potremmo definire media e media-alta.
  2. Si decide esplicitamente di non intervenire pressoché in alcun modo o in modo molto debole sui redditi bassi e medio-bassi, concedendo risparmi irrisori e, nel caso del trattamento dei figli a carico, in alcune situazioni comportando persino delle perdite. Si tratta di una scelta deliberata, assunta in spregio alle condizioni di crescente difficoltà economica di milioni di famiglie che vivono con redditi da fame appena sufficienti a sbarcare il lunario o persino al di sotto di una ragionevole soglia di sopravvivenza sociale, specie nelle grandi città a causa dell’alto costo della vita.
  3. La riforma non affronta in alcun modo i due nodi più gravi del sistema tributario italiano: a) l’assenza di progressività nella fasce più alte dei redditi all’interno dell’Irpef, situazione che oggi viene persino aggravata con la previsione di un’aliquota massima che insorge per redditi superiori ad una soglia incredibilmente bassa (50.000 euro); b) la nota e gravissima assenza dal calderone Irpef di una parte cospicua dei redditi da capitale, che nella compiacenza di tutti i governi degli ultimi decenni continuano a godere di regimi fiscali agevolati e ad avvantaggiarsi dei pervasivi fenomeni dell’elusione e dell’evasione fiscale.
  4.  

Insomma, una riforma regressiva e ingiusta e l’ennesima dimostrazione di come l’unica priorità che il governo Draghi conosce è la difesa degli interessi e dei privilegi dei pochi, sulle spalle di chi deve fare i salti mortali per arrivare alla fine del mese. Ma d’altronde l’agenda politica di Draghi era chiara fin dal primo momento e la riforma fiscale è solamente l’ultimo di una lunga serie di tasselli della lotta di classe condotta dalle classi dominanti del nostro Paese, il biglietto da visita con cui è stata lanciata la campagna elettorale per il Quirinale.

EDITORIALI E COMMENTI

 

23.01.2022

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Roberto Criscitiello, segretario regionale FVG del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Riprendiamo l'articolo del segretario Maurizio Acerbo perchè quello che è accaduto a Lorenzo non è da paese civile

 

Lorenzo Parelli, morto   a 18 anni in un’azienda in provincia di Udine, doveva essere tra i banchi di scuola. Non è il primo incidente grave durante l’alternanza scuola-lavoro nel nostro paese.

Non è accettabile che un ragazzo venga mandato in un contesto così pericoloso. La realtà è che l’alternanza non corrisponde per nulla a quanto sostengono le norme che l’hanno introdotta. Ragazze e ragazzi non arricchiscono il loro percorso formativo ma perdono preziose ore di studio che mai nessuno gli restituirà.

Si deve insegnare ai ragazzi ad amare la lettura, i libri, la conoscenza non mandarli al macello. Non si può rubare la vita ai ragazzi in questa maniera barbara. Si usa la scusa della formazione per procurare manodopera gratuita alle imprese. Siamo tornati a una società iper-classista. Chi ha introdotto questa legge e l’ha votata è da ritenersi politicamente responsabile di quanto sta accadendo.


A governo e parlamento torniamo a chiedere di abolire immediatamente questa legge infame e che la scuola recuperi il compito che gli assegna la Costituzione.

Ai familiari le più sentite condoglianze del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea.

 

ECONOMIA E FINANZA

 

22.01.2022

da il Manifesto

Anna Maria Merlo

 

Fuori l'Europa dalla scoria. La Commissione di esperti Ue stronca la bozza von der Leyen che vorrebbe classificare come green il nucleare e il gas metano. Lettere incrociate alla Commissione, anche S&D dice no. L’Austria minaccia azioni legali

 

Lettere e contro-lettere, pro e a sfavore, da parte di stati e gruppi parlamentari europei, minacce di ricorsi in giustizia, pressioni dei lobbisti fino all’ultima ora, denunce delle ong, parere negativo degli esperti Ue, persino forti dubbi da parte di gestori di grandi patrimoni: c’è confusione attorno all’ultima scadenza, ieri, per la bozza della Commissione sull’«atto delegato complementare» che riguarda l’inserimento dell’energia nucleare e del gas naturale come energie di transizione nella tassonomia europea, la classificazione dell’attività economiche giudicate sostenibili che ha lo scopo di indirizzare gli investimenti (la Commissione prevede investimenti annuali necessari intorno ai 520 miliardi per la transizione energetica della Ue).

 

IL PARLAMENTO EUROPEO È furioso, per il rifiuto della Commissione di consultare i parlamentari sull’ultima stesura e denuncia l’assenza di un’analisi costi-benefici sulle due fonti di energia. Ieri era l’ultima data limite, dopo che la Commissione non era riuscita a trovare un’intesa l’anno scorso e anche la nuova scadenza, il 12 gennaio, era stata sorpassata.

 

L’EUROPARLAMENTO CHIEDE più tempo. Tanto più, che un ultimo parere di esperti Ue sostiene che l’energia nucleare, pericolosa, non rispetta il principio di «non nuocere», mentre il gas potrebbe passare come energia di transizione, ma solo a condizione di abbassare ancora il tetto permesso di emissioni di Co2. I ministri dell’Ambiente e dell’Energia sono riuniti a Amiens, in un vertice informale organizzato dalla presidenza francese della Ue, e anche qui le divisioni sono all’ordine del giorno.

 

LA COMMISSIONE DICE che una soluzione sarà trovata «il più presto possibile». La presidente Ursula von der Leyen ha detto qualche giorno fa che le due energie sono «necessarie per la transizione». L’esecutivo di Bruxelles ha ricevuto varie lettere. Una da parte dei presidenti delle commissioni Ambiente e Affari economici del Parlamento europeo. Una dei gruppi S&D, Renew, Verdi e Left che si dicono «profondamente preoccupati dal processo relativo alla tassonomia delle attività durevoli», ma c’è anche una lettera a favore del nucleare. S&D e Verdi si dicono «preoccupati per il crollo del regolamento europeo sulla tassonomia, dove le parole non hanno più senso e dove il meccanismo inizialmente destinato a mettere in atto la regola d’oro per gli investimenti durevoli e lottare contro il greenwashing perde ogni credibilità». Ieri, il gruppo S&D ha proposto di mettere gas e nucleare «in una categoria a parte», non dentro la tassonomia, ma solo come energie che possono temporaneamente contribuire, in casi particolari, a tagliare le emissioni, per rispettare l’impegno di una diminuzione di Co2 del 55% entro il 2030 e della neutralità carbonio nel 2050.

 

C’È POI UN’ALTRA LETTERA, proveniente da 4 stati, dichiaratamente ostili al nucleare. «Troviamo la nuova bozza problematica – scrivono Austria, Lussemburgo, Spagna e Danimarca – sia dal punto di vista politico che tecnico». L’Austria minaccia un ricorso alla Corte di Giustizia: «nessuna delle due fonti di energia, nucleare e gas, è sostenibile», ha affermato la ministra austriaca dell’Ambiente, Leonore Gewessel. Il Lussemburgo potrebbe aderire alla denuncia. Ma la coalizione di stati contraria non ha i numeri per bloccare la bozza: è necessario un accordo tra il 72% dei paesi (cioè almeno 20), che rappresentino almeno il 65% della popolazione. Più possibilità al Parlamento, che voterà in blocco sul testo e non potrà presentare emendamenti, ma potrà respingere la proposta della Commissione a maggioranza semplice (almeno 353 voti).

 

I DUBBI ATTRAVERSANO persino i governi, a cominciare da quello tedesco, tra Spd, Liberali e Verdi. «Consideriamo il nucleare una tecnologia pericolosa – ha detto il portavoce del cancelliere Olaf Scholz – ma per il momento il governo è d’accordo sul fatto che abbiamo bisogno del gas naturale come tecnologia di transizione» (ma ora sul North Stream 2 si addensano le nubi della tensione con la Russia sull’Ucraina). Nelle scorse settimane si è parlato di un deal tra Germania e Francia, per far passare sia gas (voluto da Berlino) che nucleare (difeso dalla Francia, con una manciata di alleati dell’est). Martedì Emmanuel Macron è a Berlino, per incontrare Scholz. Il presidente francese, mercoledì nel discorso al Parlamento europeo, ha precisato: «Dobbiamo riconoscere che l’energia nucleare è un’energia decarbonata, il testo della Commissione è buono perché riconosce anche che dobbiamo dare una mano ai paesi che passano dal carbone al gas». Ma anche tra gli investitori ci sono dubbi, «restiamo fortemente contrari all’inclusione del gas nella tassonomia» fa sapere l’Institutional Investors Group on Climate Change, che gestisce un pacchetto di 50mila miliardi.

 

LE ONG E GLI ESPERTI SONO delusi. Al Club di Roma, la co-presidente Sandrine Dixson-Declève, sostiene che la bozza della Commissione «non tiene conto di 4 anni di analisi scientifiche e finanziarie» e ricorda che la Cina ha escluso il gas dalla propria tassonomia, la Corea del Sud il nucleare e che persino la Russia, pur essendo produttore, sta preparando una tassonomia senza gas.

 

GREENPEACE PROPONE una consultazione pubblica, «senza, c’è il rischio di un disequilibrio dei voti» all’Europarlamento. Ma la Commissione non ne vuole sapere: «non siamo tenuti». Le lobbies premono: la produzione di Co2 del nucleare nel lungo periodo è uguale all’eolico, dicono gli uni, il gas ha un ruolo importante per rispettare l’impegno di una diminuzione del 55% delle emissioni entro il 2030, dicono gli altri (e chiedono di alzare il limite a 340 grammi di Co2 per kWh mentre la bozza lo fissa a 270).

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