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23.01.2021

da Il Manifesto

Andrea Capocci

 

Lombardia in arancione, dopo la figuraccia dei dati

 

Sballati. L’Iss smonta la protesta della Regione: la rettifica è stata inviata solo mercoledì 20. Al centro del caos la contestata zona rossa, sui cui lunedì è attesa la decisione del Tar. Con i numeri corretti si sarebbe potuta evitare una settimana di chiusura.

 

Nelle ultime 24 ore sono stati registrati 13 mila nuovi casi positivi al coronavirus e 472 decessi per Covid-19. L’epidemia non esplode come negli altri paesi europei, ma non è nemmeno in remissione. Mentre il numero di contagi mostra una lieve discesa (in una settimana, siamo passati da 16 mila a 13 mila nuovi positivi giornalieri in media), quello dei decessi è rimasto pressoché costante: in questa settimana si sono registrati in media 478 morti al giorno, solo 9 in meno rispetto ai 487 di sette giorni fa. L’indice Rt a livello nazionale è a 0,97, vicinissimo all’unità che indicherebbe la perfetta stabilità.

 

AD AGITARE una situazione stagnante ci ha pensato come sempre la Regione Lombardia. Chi sperava in una normalizzazione dei rapporti con il governo con la cacciata dell’assessore Giulio Gallera sostituito da Letizia Moratti ha dovuto ricredersi. Dopo il declassamento in zona rossa della settimana scorsa, che secondo l’ordinanza ministeriale sarebbe dovuto durare due settimane, la giornata di ieri ha mostrato di nuovo lo stato confusionale della regione alle prese con la pandemia. Sulla base di nuovi dati inviati dalla regione solo mercoledì, la Cabina di regia composta dai tecnici del ministero della salute e dell’Istituto Superiore di Sanità ha rivisto i parametri che avevano condotto all’ordinanza che la collocava in “rosso”. E ha spinto il ministro Speranza a un inedito dietro-front: la zona rossa in Lombardia finirà in anticipo domenica 25 e la regione tornerà in arancione. Dove avrebbe già dovuto essere, senza i pasticci dell’amministrazione Fontana.

 

LE PRESSIONI per annullare l’ordinanza erano iniziate già all’inizio della settimana. Fontana era ricorso al Tar del Lazio contro la decisione di Speranza e la sentenza era attesa per lunedì prossimo. Secondo la Regione, infatti, i criteri di valutazione del rischio epidemico del ministero darebbero troppo peso all’indice di trasmissione Rt rispetto all’effettiva incidenza del virus, cioè al numero di infetti che darebbe una misura più corretta della dimensione dell’epidemia. Ma non sono queste le ragioni che hanno permesso la correzione della valutazione del rischio. I tecnici dell’Iss, infatti, hanno già spiegato in diverse occasioni come Rt sia in grado di anticipare le future evoluzioni del numero degli infetti. Dunque, è più utile ad assumere provvedimenti in grado di anticipare l’evoluzione dell’epidemia, senza aspettare che la situazione diventi incontrollabile. Se lunedì i giudici del Tar non condivideranno l’approccio degli esperti e daranno ragione alla giunta Fontana, potrebbe saltare tutto il sistema dei 21 indicatori messo in piedi dal ministero per adottare le misure di contenimento della pandemia.

 

IN REALTÀ, ciò che ha permesso il rientro in zona arancione della Lombardia è stata la riclassificazione dei casi positivi asintomatici, che in un primo tempo la regione aveva sottostimato. A cascata, la rivalutazione ha diminuito il numero dei casi sintomatici (gli unici utili al calcolo dell’indice Rt) di circa cinquemila unità, riportando l’indice relativo alla scorsa settimana a 0,88 da 1,4. Non si è trattata di un ritardo nei dati comunicati dalla regione, che avrebbe persino peggiorato la situazione, ma di un riesame di dati già completi, spiegano i tecnici.

 

Che in Lombardia ci sia qualche problema nel monitoraggio dei casi è un dato certo: secondo il rapporto settimanale della cabina di regia, la regione fornisce informazioni complete solo sul 68% dei casi sintomatici, la peggiore performance in Italia. Inoltre, il tasso di occupazione delle terapie intensive è ancora superiore alla soglia critica del 30%. Perciò, nonostante la ricollocazione della Lombardia sulla mappa colorata, la valutazione sostanziale del rischio della regione in ogni caso non migliora: «Il cambiamento nei dati non comporta un cambiamento nella classificazione del rischio della Regione che rimane a rischio “Alto di una epidemia non controllata e non gestibile”» recita la nota della cabina di regia diffusa per spiegare la ragione dell’inedito dietro-front. Per ribadire che a mettere nei guai la Lombardia era stata la sua stessa disorganizzazione e non le presunte valutazioni errate dei tecnici, il ministero ha ribadito in serata la «massima fiducia nell’Istituto Superiore di Sanità che dall’inizio della pandemia di Covid-19 è al lavoro per affrontare l’emergenza».

 

NEL RESTO DEL PAESE, il report settimanale della cabina di regia mostra ancora 10 regioni con un indice di trasmissione superiore a 1. Va peggio in Molise (1,38) e Sicilia (1,27), mentre la regione in cui il virus corre meno è la Campania (0,76). L’aumento dei casi e la criticità delle terapie intensive sull’isola fanno scattare la zona arancione in Sardegna, mentre non cambiano i colori per le altre regioni. Sono ancora “gialle” Toscana, Basilicata, Trentino, Campania e Molise mentre in rosso rimangono solo la Sicilia e la provincia di Bolzano, dopo la promozione strappata dalla Lombardia.
In arancione tutte le altre regioni.

22.01.2021

Da Il Manifesto

Andrea Colombo

 

Sabbie mobili. Il premier lascia la delega ai servizi. Ma l’inchiesta sui centristi mina la caccia al «nuovo gruppo». E incombe il voto sulla giustizia. Tentativi con i forzisti, che però vogliono capire cosa si muove al centro. Renziani sempre attenzionati

 

Atteso, sofferto, combattuto sino all’ultimo secondo il voto sulla fiducia non ha cambiato quasi niente. La caccia ai responsabili prosegue e anzi si intensifica. Conte si mostra sicurissimo: i «nuovi gruppi» spunteranno a breve, subito dopo si passerà al rimpasto. Prima però, nella notte, un passaggio obbligato: la delega ai servizi segreti, affidata al segretario generale di palazzo Chigi Roberto Chieppa, un fedelissimo, o all’ex ambasciatore Pietro Benassi. Dal medesimo palazzo, proprio come alla vigilia del voto in parlamento, danno i numeri. Trionfali e quasi certamente troppo ottimistici: «Almeno tre senatori in partenza da Fi, forse di più, altri 4, ma potrebbero essere 6 da Iv». Se ci saranno o meno lo si scoprirà presto. Renzi ieri sera ha riunito i gruppi proprio per testare la resistenza dei suoi e in particolare dei 3 o 4 considerati più a rischio. Usa un argomento forte: nervi a posto e aspettiamo il voto del 27 sulla relazione di Bonafede sulla giustizia, poi qualcosa cambierà.

 

IL PROBLEMA È CHE i numeri in sé non bastano. Devono avere una sostanza politica, costituire un gruppo non rabberciato con quel che passa il convento. Insomma, anche se nessuno lo dice chiaramente, quando si parla di «nuovi gruppi» o «quarta gamba» s’intende che bisogna guardare a destra: a Fi, a Iv, ai gruppi minori. Ieri i tre leader del centrodestra sono saliti al Colle. Messaggio univoco, neppure il forzista Tajani si è smarcato: «La maggioranza non esiste. Il governo non è in grado di gestire pandemia e crisi economica. Elezioni». All’uscita parole di piena fiducia in Mattarella.

 

SI SA CHE I FORZISTI però sono molto meno convinti e a maggior ragione i gruppi minori. Toti lo dice chiaramente: «Se l’esecutivo cade bisogna cercare altre soluzioni». Ma la bomba Cesa complica le cose. Ieri ha seminato il panico nella maggioranza ma anche in Fi. In questa partita il ruolo dell’Udc, che dispone di tre senatori, è essenziale. Il partito dalla cui leadership l’indagato Cesa si è dimesso ieri non è mai stato tanto vezzeggiato, assediato, fatto oggetto di promesse e pressioni d’ogni tipo, incluse quelle corpose d’oltre Tevere, come negli ultimi giorni. Non sarebbero solo 3 voti preziosissimi ma si tratterebbe anche di un simbolo in grado di costituire un gruppo in base alle nuove regole del Senato, essendosi presentato alle elezioni. Incarnerebbe anche un effettivo soggetto politico centrista, tale da richiamare adesioni anche dal gruppo forzista e oltre.

 

L’EVENTUALE EFFETTO UDC, anche se solo si riaprisse una promettente trattativa, potrebbe avere un impatto immediato anche sul primo gigantesco scoglio che aspetta il governo. Mercoledì si voterà la relazione Bonafede sulla Giustizia. È il primo voto importante dopo la fiducia: la ricaduta psicologica sarà massiccia. Ma questo è ancora il meno. Con la relazione bocciata il guardasigilli, capodelegazione dei 5S, potrebbe doversi dimettere. Sarebbe deflagrante nella maggioranza tutta e tra i 5S, dove nelle ultime settimana si sono moltiplicati malumori e diffidenze nei confronti del capodelegazione. In parecchi hanno preso di mira lui, Fraccaro e Crimi accusandoli di aver gestito la fase del secondo governo Conte senza mai consultare i gruppi, limitandosi a far sapere come dovevano votare e a volte neanche quello. Lo hanno appreso dai giornali.

 

SUL VOTO DEL CENTRODESTRA e di Iv, trattandosi di Bonafede, non c’è alcun dubbio. La sola via d’uscita sarebbero assenze strategiche provenienti da Fi ma il controllo sarà ferreo e potrebbero essere disponibili solo se si muovesse qualcosa nell’Udc. Ma come inciderà l’inchiesta contro Cesa è un enigma. Dentro Fi temono che danneggi la resistenza: Cesa, con De Poli, era una barriera contro il passaggio nelle file di Conte. Nella maggioranza sono invece pessimisti: le inchieste spingono di verso il polo più garantista e non è certo quello che regge il governo. Di Battista si sforza di fare danno: «Chi è indagato per reati gravi non può essere nostro alleato». Di Maio conferma. Parole incaute: non solo allontanano le tentazioni dei due senatori Udc oscillanti, Binetti e Saccone, ma mettono anche in forse la possibilità di usare quel simbolo. Rendono ancora più difficile la creazione di una «quarta gamba». Casini, che aveva consigliato a Cesa di non votare la fiducia pur avendo votato per Conte, aggiunge un carico pesante: «Ci vuole un governo di unità nazionale. Se non ora quando?».

21.01.2021

 

Giovedì 21 gennaio nella ricorrenza del centesimo anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia come Rifondazione Comunista abbiamo organizzato una giornata di iniziative che non vogliono avere un carattere meramente celebrativo ma che favoriscano la riflessione sulla storia della principale componente della sinistra italiana del Novecento e sull’attualità del socialismo.

 

“Le comuniste e i comunisti  sono stati i principali protagonisti di  tutte le lotte di libertà e giustizia sociale del Novecento nel nostro paese – dichiara il segretario nazionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo. La tragedia dello stalinismo non ne cancella i meriti e il valore dei loro ideali. E’ ora di finirla con il revisionismo storico. Le classi popolari sono state derubate negli ultimi decenni non solo dei loro diritti ma anche della propria grande storia. La dannazione della sinistra è comunicata negli anni ’80 quando i dirigenti prima del PSI e poi del PCI hanno deciso di porsi fuori dalla tradizione del movimento operaio”.

 

“Per porre fine all’orrendo massacro della prima guerra mondiale c’è voluta la rivoluzione Russa. Per finirla con la devastazione ambientale e sociale del capitalismo serve il comunismo verde del terzo millennio”, dichiara il vicepresidente della Sinistra Europea Paolo Ferrero.

 

IL PROGRAMMA DELLA GIORNATA

 

La mattina alle 11 saremo a Livorno di fronte all’ex-Teatro San Marco per la commemorazione a cui parteciperà il segretario nazionale Maurizio Acerbo (diretta su Partito della Rifondazione Comunista) e a Torino davanti a Casa Gramsci dove interverranno il vicepresidente della Sinistra Europea Paolo Ferrero e lo storico Angelo D’Orsi (diretta su Rifondazione Comunista Torino).

 

A partire dalle 18 alle 23,30 si terrà il convegno on line Libertà, pace, lavoro, giustizia sociale, democrazia, ambiente:
a 100 anni dalla nascita del Partito Comunista Italiano, l’attualità del socialismo, 
organizzato in collaborazione con il Partito della Sinistra Europea che si potrà seguire in diretta sulla pagina facebook del Partito della Rifondazione Comunista.

 

Interverranno dall’estero il Presidente del Partito della Sinistra Europea Heinz Bierbaum (Die Linke, Germania), Cinty Misculini del Comitato Centrale del Partito Comunista Cileno, Fabien Roussel, segretario nazionale del Partito Comunista Francese e Enrique Santiago, segretario nazionale del Partito Comunista Spagnolo.

 

Tra i tanti interventi previsti, una lectio magistralis di Aldo Tortorella, partigiano, direttore dell’Unità, dirigente di primo piano al fianco di Enrico Berlinguer che ripercorrerà i 70 anni di storia del PCI rispondendo a certe fantasiose tesi alla moda che attribuiscono ai comunisti la responsabilità della vittoria del fascismo e rammentando come il tentativo di Berlinguer negli anni ’70 fu bloccato dagli “alleati” occidentali. Tra gli interventi e le testimonianze segnaliamo quella della scrittrice Vera Pegna che negli anni ’50 sfidò la mafia a Corleone, di un dirigente storico del PCI come Paolo Ciofi, di Luciana Castellina, aDELMO cERVI, Imma Barbarossa, Dino Greco, Giovanni Russo Spena, Giovanna Capelli. Interverranno gli storici Guido LiguoriMaria Grazia MeriggiPaolo FavilliRaul Mordenti, la femminista Carlotta Cossutta, l’urbanista Paolo Berdini, la scrittrice e giornalista Francesca Fornario, l’ex-europarlamentare Eleonora Forenza, il giornalistaMatteo Pucciarelli, per la redazione di Left Rita De Petra, il consigliere comunale fiorentino Dimitri Palagi, il coordinatore dei Giovani Comunisti Andrea Ferroni. 

 

Ci saranno anche contributi libertari dello scrittore Maurizio Maggiani e del cantautore anarchico Alessio Lega.

 

In collaborazione con gli Archivi della Resistenza di Fosdinovo contributi musicali e una versione 2021 di Bandiera Rossa con Paolo PietrangeliGiovanna Marini,  Marino e Sandro Severini dei GangZezi gruppo operaioCiscoGualtiero Bertelli, Banda Popolare dell’Emilia Rossa, Giampiero Bigazzi, Giancane, Max Vilander, Coro Garibaldi d’Assalto, Massimo Ferrante, Elena Imperatore, Davide Giromini, Jonathan Lazzini, Mazadena e altre/i. 

 

Ad aprire la diretta sarà il vicepresidente della Sinistra Europea Paolo Ferrero e la chiusura, come da tradizione, è affidata al segretario nazionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo.

20.01.2021

da Il Manifesto

Norma Rangeri

 

Crisi di governo. Certamente i governi si fanno in Parlamento, solo deputati e senatori hanno la responsabilità di questa scelta. Ma è altrettanto evidente che la crisi dei partiti, e quella del Paese, non si risolve con un senatore in più e neppure con la camicia di forza di sistemi elettorali maggioritari.

 

L’idea di vaccinare il ricco Nord e lasciare indietro i cittadini del povero Sud, cioè di curare il virus, guardando al portafoglio, avanzata dalla neo assessora alla sanità della Lombardia, Letizia Moratti, arriva giusto nel giorno del voto di fiducia del Parlamento al governo. Offrendo così una ragione in più per preferire una sofferta fiducia a una sonora sconfitta, a una crisi conclamata per poi spianare la strada a un governo con le destre, comunque vestito.

 

Ora si apre una nuova fase politica. Il governo e il paese camminano sulle sabbie mobili di una crisi che, nata nel Palazzo, ha appena avuto, finalmente in Parlamento, la sua drammatica rappresentazione. Molti cittadini, costretti a casa dalla pandemia, hanno potuto seguire i discorsi dei propri rappresentanti e di un presidente del consiglio che ha colto l’occasione per una puntigliosa, lunga elencazione, nel corso dei quattro interventi di questi due giorni, di quel che il governo sta facendo o ha fatto o dovrà fare.

 

Ma il governo, pur avendo formalmente ottenuto la fiducia del Parlamento, esce comunque ammaccato dalla crisi. Perché i numeri e i voti contano ma fino a un certo punto, anche se alcuni pesano più di altri. Come pesa quello della senatrice Liliana Segre che ha voluto motivare con una certa enfasi la sua scelta: «Ho preso il treno per venire a Roma perché questo governo su Covid e Europa ha fatto cose gigantesche».

 

Alle normali e scontate difficoltà del momento si aggiunge ora il procedere a vista, di fronte al Paese e di fronte agli altri governi europei. Si cammina sulle sabbie mobili, oltretutto disseminate di mine perché l’obiettivo grosso della spregiudicata tattica di Renzi non è solo Conte ma questa alleanza tra Pd, M5Stelle e Leu (che però proprio la crisi sembra aver cementato), per logorare il governo e farne un altro finalmente gradito a Confindustria.

 

Del resto lo ha spiegato bene Zingaretti quando, nei giorni scorsi, proprio rivolgendosi al patriota di Rignano, aveva detto una cosa molto semplice sui governi di coalizione, e con legge elettorale proporzionale: «Si sta insieme se ciascuno rispetta le opinioni degli altri non avendo la pretesa di tenere in considerazione solo la propria». Principio tanto giusto quanto inascoltato dal destinatario che ieri pomeriggio, nel suo intervento contro Conte e i 5Stelle, ha recitato il solito stucchevole copione del «è tutto sbagliato è tutto da rifare», neanche a dirlo sposato dal patriota Larussa, intervenuto subito dopo.

 

Certamente i governi si fanno in Parlamento, solo deputati e senatori hanno la responsabilità di questa scelta. Ma è altrettanto evidente che la crisi dei partiti, e quella del Paese, non si risolve con un senatore in più e neppure con la camicia di forza di sistemi elettorali maggioritari.

 

Conte ha condotto questo dibattito in modo dignitoso, richiamando le origini fragili di un’alleanza («sterile sommatoria tra forze politiche») per rimarcare un consolidamento dell’amalgama nel passaggio da quelle origini a una maggiore coesione e identità politica, del resto messa già alla prova delle scelte obbligate sul Recovery e sulla pandemia.

 

Il voto a maggioranza assoluta della Camera e relativa al Senato, in realtà è dunque sopratutto un sospiro di sollievo. Ma al governo, per rispondere ai grandi bisogni del Paese, non basta una boccata d’ossigeno.

19/01/2021

da il Manifesto

Andrea Colombo

 

Crisi di governo. Alla camera sei voti in più della maggioranza assoluta. Sì anche da Polverini che lascia Fi, segnali da Lupi, Iv perde due deputati

 

Il giorno della verità è oggi, perché oggi è il giorno in cui Conte si gioca tutto nell’aula di palazzo Madama. Ieri alla Camera è andata bene, sei voti in più della maggioranza assoluta e non era scontato: 321, incluso quello della forzista Renata Polverini che ha anche lasciato Fi. Diserta invece il voto Maurizio Lupi, e potrebbe essere un segnale per il Senato. Compatta astensione dei renziani, che anzi hanno perso per strada due voti passati a Conte.

 

IL PRONOSTICO INCORAGGIA il premier ad andare avanti per la strada che ha scelto e che ha indicato ieri, in poco meno di un’ora di intervento. Rivendicazione piena del proprio operato: si promuove a pieni voti e rincarerà poi nella replica. Chiude le porte a Renzi: «Crisi incomprensibile per gli italiani e anche per me. Strappo incancellabile: si volta pagina». Esalta una maggioranza nata sì quasi per caso ma ora saldamente ancorata a una «vocazione europeista». Saluta con gioia l’avvento di Biden e stavolta si spinge sino a criticare i politici che hanno soffiato sul fuoco di Capitol Hill, pur senza nominare Trump. Rinuncia alla delega ai servizi segreti per affidarla a qualcuno di sua fiducia, passo sofferto, promette di rafforzare la squadra di governo: se non proprio rimpasto almeno rimpastino. Si schiera per il proporzionale, e le aree minute dalle quali potrebbero provenire costruttori e responsabili vari apprezzano.

 

IL DISCORSO È RIVOLTO quasi esclusivamente a chi potrebbe concedere un prezioso voto. Implicitamente in ogni passaggio, ma anche apertamente: «Aiutateci a riprendere il cammino. Chiedo un appoggio limpido, trasparente basato su un progetto politico». A chi lo chiede? «Agli europeisti, agli antisovranisti, ai liberali, ai socialisti, a tutti coloro che hanno a cuore i destini dell’Italia». C’è posto per tutti tranne che per i sovranisti, con i quali pure ha governato per un anno.

 

CONTE NON RASSEGNERÀ le dimissioni neppure se l’appello cadrà nel vuoto. La fiducia, salvo improbabile ripensamento di Iv dall’astensione al voto contrario, ci sarà. Il premier proseguirà con quella, nella speranza di rimpolpare la scarna maggioranza conquistando domani quel che gli è mancato oggi. Anche per questo terrà ancora per un po’ l’interim dell’Agricoltura: moneta da spendere quando, come da unanime auspicio dei giallo-rossi, l’Udc farà il passo che, salvo sorprese, eviterà oggi, diventando così «il polo centrista-europeista» della maggioranza. Ma Giuseppi per primo sa che il percorso sarebbe molto più che accidentato, mentre, se arrivasse oggi a un passo dalla maggioranza assoluta, intorno ai 157-158 voti su 161, tutto sarà molto più facile. Lui ci spera, il resto della maggioranza pure.

 

I NUMERI SONO fondamentali, anche se non è solo questione di quantità ma anche di qualità come il Pd non manca di rimarcare. I pallottolieri sono incandescenti, le linee telefoniche sovraccariche. Il senatore a vita Rubbia sarà in aula. Non era certo, a differenza di Liliana Segre che già da giorni aveva deciso di sfidare il Covid. È un voto prezioso. Tommaso Cerno ha dichiarato sul Fatto che voterà la fiducia quando era già dato per certo il suo no, anche perché appena domenica sera lo aveva annunciato in tv. I 5S assicurano che da Fi si staccherà un drappello: lo ripetono da giorni, si capirà oggi se a ragion veduta.

 

L’AZZURRA considerata più sulla porta di tutti, Carmela Minuto, però non varcherà quella soglia. Il senatore De Bonis profetizza i 158 voti, vittoria piena sul piano politico se non aritmetico, e promette «una sorpresa»: forse uno dei senatori del gruppo Misto considerati oscillanti, come Ciampolillo o Martelli, forse invece un auspicio spacciato per certezza. L’Udc ufficializza la scelta di restare a destra. Sarà per la prossima volta ma con la speranza che almeno Paola Binetti anticipi la dipartita, fortemente caldeggiata oltre Tevere. Essenziale sarebbe un inizio di sgretolamento del gruppo renziano e ieri è tornato a far sperare la maggioranza il socialista Nencini ma pare invano. I voti certi sarebbero comunque 154, se e di quanto saliranno lo si saprà oggi.

 

MA CONTA ANCHE la qualità. Lo dice senza perifrasi Zingaretti e Delrio controcanta in aula: «Servono governo ambizioso e patto di legislatura». Traduzione: o nelle prossime settimane la sgangherata compagine di costruttori si sedimenta in qualcosa di presentabile o la fine sarà alle porte. Ma anche questo dipende in parte dall’esito di oggi: 4 o 5 voti in più o in meno faranno la differenza tra un progetto appetibile e un fallimento già certo, dal quale tenersi a distanza.

16.01.2021

da Il Manifesto

Marco Revelli

 

Italia Via. Christian Salmon ragiona sullo “spettacolo fatuo allestito nel teatro della sovranità perduta” dove l’uomo politico viene “divorato dalla propria immagine sovraesposta”.

 

Incomprensibile. È la parola più usata a proposito della crisi aperta alle 17,30 del 13 gennaio da Matteo Renzi. Incomprensibile per gli osservatori internazionali (Die Zeit parla di “atto disperato” per “riguadagnare finalmente visibilità e peso politico”, il Guardian di caos scatenato “nel momento peggiore possibile per l’Italia”). Incomprensibile per i commentatori (pressoché tutti) italiani. Incomprensibile per gli elettori di ogni ordine grado e colore, compresi quelli renziani (si pensi allo sconcerto degli amici sindaci, dai fedelissimi Nardella e Gori ai luogotenenti di lungo corso come il pesarese Ricci).

 

Certo, il “gioco al massacro” di Matteo Renzi nei confronti del governo, da lui un tempo voluto, e soprattutto del suo capo, Giuseppe Conte, faceva comodo a tanti (almeno finché il massacro restava verbale e virtuale): in primis – come ha sottolineato ieri Norma Rangeri – a quella Confindustria bonomiana che fin dai primi sintomi della pandemia non ha smesso un minuto di osteggiare ogni misura di contenimento e di caldeggiare un governo “altro” (Governissimo o Draghi che dir si voglia), per meglio accaparrarsi il bottino dei finanziamenti europei. Comodo al Pd, nel fare il “lavoro sporco” che non si sentiva di compiere in prima persona, per riallineare le politiche di spesa del Recovery Fund e favorire l’accettazione del Mes.

 

Comodo naturalmente al centro-destra appollaiato come un avvoltoio sul bordo delle urne. Comodo forse persino ai Cinquestelle, nel marasma in cui si dibattono, per bilanciare il peso di una figura come Conte che pur nella vicinanza, anzi forse per quella, rischiava di allargarsi troppo e far ombra a molti. Ma nessuno di quei potenziali utilizzatori finali poteva augurarsi (o immaginarsi) un epilogo così devastante.

 

In realtà la soglia Renzi l’ha superata quando dal virtuale è passato al reale (ritirando i “corpi” molto materiali delle sue due ministre). Dalla guerra di guerriglia allo scontro frontale. Insomma, quando ha lasciato che la miccia bruciasse fino a dar fuoco alle polveri, anziché spegnerla un centimetro prima come gli altri immaginavano.

 

Perché l’ha fatto? Confesso che non riesco a trovare spiegazioni plausibili tra l’armamentario della scienza o meglio dell’”arte” politica, che sia pur in forma perversa una propria razionalità pure la possiede. Nemmeno negli interstizi del machiavellismo nostrano, se non altro attento all’adeguatezza dei mezzi se non alla qualità dei fini. E di cercare ausilio più sul versante psichiatrico o psicanalitico, tra chi più che di fisiologia si occupa di patologie, del comportamento e dell’immaginare.

 

Renzi, questa tara da caratteriale l’ha manifestata quasi subito, al suo primo apparire sulla scena nazionale, quando i suoi compagni del Pd l’acclamarono come deus ex machina non accorgendosi di cosa fosse realmente l’uomo del destino nelle cui mani si precipitavano.

 

Ieri il Financial Times lo ha ribattezzato “demolition man”. Ricordo che per quanto mi riguarda nel 2015, quando incominciavano a manifestarsi i primi sintomi della sindrome, evocai quello che Walter Benjamin aveva chiamato il “carattere del distruttore”: colui che “conosce solo una parola d’ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia”, e per il quale si può dire che “l’esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso». Aggiungevo che il suo modus operandi era simile a quello del freaking – la tecnologia usata in America per produrre idrocarburi frantumando gli strati schistosi -, perché, allo stesso modo, anche Matteo Renzi, programmaticamente, genera energia (politica) con la frantumazione di tutto ciò che gli sta sotto, a cominciare dal partito che l’ha portato fin sulla cima della piramide, e dalla macchina dello Stato. Ma come gli ambientalisti ci spiegano che il freaking inquina le falde – aggiungevo -, così il renzismo rischia di inquinare l’intero spazio pubblico. Accelerando non la soluzione, ma la crisi stessa”. E’ in fondo ciò a cui assistiamo oggi, a cinque anni di distanza.

 

Non è l’unico caso al mondo. E neppure il più pericoloso oggettivamente. Donald Trump, che con lui è inconfrontabile, se non altro perché ha dietro il 49% degli elettori anziché il 2%, e una strategia nella sostanza criminale, tuttavia ci offre un simile esempio di “psicopatico al potere”. E a suo modo anche Boris Johnson. Tutti costoro ci pongono la terribile domanda su cosa sia “oggi il potere”, nelle nostre società. E la risposta, ancora una volta, non sta nei classici della politica. Nei sacri testi di Max Weber o di Joseph Schumpeter. Forse una traccia ce la offre un massmediologo come Christian Salmon – quello dello storytelling – quando ragiona sullo “spettacolo fatuo allestito nel ‘teatro della sovranità perduta’” e sull’annessa “cerimonia cannibale” in cui l’uomo politico viene “costantemente divorato dalla propria immagine sovraesposta”, fattosi nella post-modernità rito universale, che si celebra nell’intero Occidente dove la “Rappresentazione permanente è chiamata a simulare – e sostituire funzionalmente – una sovranità che è ormai evaporata”.

 

A noi contemporanei per forza, che vedemmo anche un’”altra politica” tocca oggi essere testimoni di una generazione di uomini di Stato a cui è dato di incarnare il paradosso di uno Stato insovrano: politici “chiamati a governare nel contesto del declino della sovranità statale” trasformando appunto la pratica del governo in sua teatrale Rappresentazione. E trasformandosi, a loro volta, in caricatura di se stessi.

14.01.2021

da Il Manifesto

Andrea Colombo

 

Un uomo solo allo sbando. Pressato da Pd e Colle, il presidente del consiglio arretra. Poi ripensa alla sfida in aula

 

La crisi è aperta? In una delle fasi più confuse e caotiche di sempre neppure questo è detto. Non formalmente almeno. Le ministre di Iv hanno rassegnato le dimissioni con lunga lettera di spiegazioni. Renzi, in conferenza stampa, ha passato Conte al tritacarne per oltre un’ora, accusandolo di non aver fatto niente per mesi violando in compenso tutte le regole della «liturgia democratica».

 

Però non ha ancora parlato di sfiducia. Al contrario ha ripetuto che «Iv non vuole la crisi», che voterà il Recovery, lo scostamento di bilancio, il dl Ristori, che esclude maggioranze con la destra, che «non ci sono veti o preclusioni nei confronti di Conte, ma non è il solo nome possibile per palazzo Chigi».

 

Ma se Conte vuole proporre un nuovo patto di governo «deve farlo in parlamento, non per strada». In parlamento Conte dovrà andarci per forza ma per fare cosa ancora non lo sa bene neppure lui. Di certo ieri sera era rispuntata con forza la tentazione di uno showdown in aula, alla ricerca dei responsabili, nonostante il pollice verso del Colle e del Pd.

 

L’ALLUSIONE DI RENZI era alla «mano tesa» dal premier, poco prima che la conferenza stampa iniziasse, rispondendo ai cronisti appunto per la strada. Un Conte opposto, nei toni e nella sostanza, a quello del giorno precedente: «Ho sempre detto che il governo può andare avanti solo con tutta la maggioranza. Sto lavorando a un patto di legislatura e confido che ci si possa trovare intorno a un tavolo».

 

La folgorazione era iniziata prima dell’incontro sul Colle con il capo dello Stato, in una mattinata segnata dalla scomunica della sua linea dura da parte del Pd. Più morbido, pur se chiaro, Zingaretti: «Serve il dialogo». Più esplicito e diretto il capo dei senatori Marcucci: «Non ci vogliono i responsabili. Serve una maggioranza politica con Iv». Il peggio doveva ancora arrivare. Ufficialmente Mattarella si è limitato a sottolineare «la necessità di uscire presto dall’incertezza».

 

In realtà, secondo indiscrezioni smentite però sia da Colle che da palazzo Chigi, sarebbe andato oltre, chiarendo che esiterebbe molto a mandare il Paese alle elezioni e che tre maggioranze diverse una dopo l’altra sarebbero accettabili solo in caso di piccoli cambiamenti. La situazione va cercata nel perimetro di questa maggioranza. A completare l’opera, poco prima, ci si era messo persino Grillo, evocando un governo di unità nazionale salvo poi precisare, probabilmente tirato per la giacchetta, che a presiedere quel governo dovrebbe essere sempre Conte.

 

ILLUDERSI CHE RENZI stringesse la mano tesagli per forza dal premier sarebbe stato ingenuo. Da quelle parti il motto è sempre stato: «Bastonare il can che affoga». E Renzi bastona: sottratta a Conte l’arma di una raccogliticcia armata di responsabili, restano al premier solo due alternative. Dimettersi e poi provare a costruire un nuovo governo oppure presentarsi in aula, proporre il suo «patto di legislatura» e sentirsi dire da Renzi che in questi casi «la liturgia istituzionale» impone che vengano prima rassegnate le dimissioni. Conte vede la trappola e per questo, nonostante i veti, considera l’ipotesi di tornare allo scontro frontale, la strada della quale era convinto fino al martellamento di ieri mattina.

 

E GLI ALTRI PARTITI della maggioranza? LeU è sicura e determinata. «È la peggiore risposta che si potesse dare. C’è chi agisce nell’interesse del Paese e chi in quello della visibilità del suo partito», commentano i capigruppo De Petris e Fornaro. Il Pd, che si aspettava una maggiore disponibilità da parte di Renzi, è diviso in fazioni estreme, c’è chi vuole la battaglia con Renzi, ma c’è anche chi contatta i 5S più governisti ipotizzando una nuova maggioranza con una parte del Movimento, una di Fi e naturalmente senza Giuseppe Conte.

 

Il commento di Orlando è severo: «Errore grave fatto da pochi che pagheremo tutti». Zingaretti concorda: «Errore gravissimo contro il Paese». «Chi attacca il presidente del consiglio attacca l’intero governo», fanno muro intorno al premier i ministri a partire da Franceschini. Ma di qui ad appoggiare l’ordalia in aula ce ne passa e ancora ieri sera la linea del Pd era quella di insistere con questa maggioranza, con Iv. I 5S sono smarriti, sia per il messaggio di Grillo che, soprattutto, per il veto del Colle alla conta in aula. Crimi risponde senza alzare i toni: «Credo che nessuno capisca questa scelta. Il M5S continuerà ad assicurare la stabilità».

 

PAROLE SPESE per prendere tempo. I 5S attendono la decisione del premier. Che a tarda sera in consiglio dei ministri dichiara: « Le ministre si sono dimesse nonostante la mia disponibilità. Non si può sminuire la gravità di questa decisione. Non mi sono mai sottratto al confronto, ma il terreno è minato». A questo punto a scegliere quale strada seguire, se dimettersi, proporre il patto a Renzi in parlamento oppure sfidare nonostante tutto l’aula di palazzo Madama con i responsabili, dovrà essere solo Giuseppe Conte.

Norma Rangeri

da il Manifesto

 

Crisi al buio. Se solo avesse un sano rapporto con la realtà, non solo italiana, ma europea e mondiale, il senatore di Rignano saprebbe che azzardare una crisi di governo in questo momento rappresenta uno scenario surreale

 

Siamo alla follia: una crisi di governo al buio e l’Italia scambiata per un tavolo da poker. Purtroppo di che cosa è capace Matteo Renzi lo sappiamo molto bene avendolo visto all’opera prima alla guida del Pd e poi di palazzo Chigi, quando l’attuale capo di Italia viva, uomo solo al comando, dispiegava il suo progetto politico, mettendo in pratica pessime ricette sia sul piano sociale (jobs act per ricordarne una tra le tante), che costituzionale (il referendum su tutte).

 

Una crisi di governo in uno scenario drammatico, anzi tragico, per mille ragioni che non vale neppure ripetere, è invece la musica sulla quale stiamo ballando ormai da un mese. Se solo avesse un sano rapporto con la realtà, non solo italiana, ma europea e mondiale, il senatore di Rignano saprebbe che azzardare una crisi di governo in questo momento rappresenta uno scenario surreale.

 

E tuttavia, pur essendo stati abbondantemente vaccinati dal piccolo cabotaggio di un ex leader, pur sapendo che le sue minacce di sfiducia a Conte, insopportabile rivale nei sondaggi, rivelano un’ansia da prestazione tipica del leader sconfitto, sappiamo anche che questa lucida follia rischia di fare molto male al Paese. Come può fare molto male l’idea di un governo di salvezza nazionale con Renzi e Salvini sulle ali di Draghi, ipotesi sempre presente sullo sfondo e nei desiderata di forze e interessi che spingono per far cadere questa alleanza.

 

Ci sarebbe allora, pronto all’uso, un supercommissario, un salvatore della patria, un mentore dei patrioti del noto club nazionale patrocinato dalla destra, e ora anche dal piccolo leader che si definisce “un patriota che chiede una guida politica per il paese”. Che sia Conte il vero problema di Renzi, più che le politiche della maggioranza, è evidente urbi et orbi, come scrive il Financial Times: “Conte rappresenta un ostacolo alle rinnovate ambizioni di Renzi e del suo piccolo partito derivato dal Pd”.

 

Questo è il punto. Tutto il resto è giostra, manfrina, sceneggiata. A cui in queste settimane di teatrino ha voluto credere e fare da sponda proprio la principale vittima del rottamatore, il suo ex partito, da cui decise di scindersi un minuto dopo aver dato il via libera alla nuova maggioranza con Leu e i 5Stelle. La ministra Bellanova, nei talk-show di allora, alla domanda se ci si dovesse aspettare una scissione, rispondeva “non è questo il momento di parlarne”. Chissà, forse sembrava anche a lei di pessimo gusto.

 

La demenziale partita di Renzi, ora che le profferte di rimpastini e rimpastoni sembrano rispedite al mittente, è anche testimoniata dalla palese contraddizione di un possibile via libera al Recovery plan in consiglio dei ministri come in Parlamento, e insieme, senza soluzione di continuità, delle dimissioni delle due ministre dal governo. Né importa che Conte riceva le attestazioni della presidente vor der Leyen sul buon lavoro dell’Italia sul Next generation Eu, proprio perché non sono in ballo questioni di merito, ma una brutale questione di potere. Come del resto è stato evidente subito dopo il raggiunto accordo con l’Europa che destinava proprio all’Italia, il paese più indebitato, la fetta più grossa della torta per la storica sfida della ricostruzione.

 

Naturalmente sarebbe normale, auspicabile e necessaria la critica – e l’autocritica – sull’azione del governo (per esempio sul piano sociale e ambientale), ma altrettanto lo è evitare di buttare via il bambino con l’acqua sporca, anche perché alla base del patto con cui nacque questa maggioranza c’era la difesa di un perimetro di centrosinistra non già un allargamento a destra.
Però è arcinoto che i patti, certi patti, reggono poco. Specialmente se sottoscritti da chi di solito, prima della coltellata alle spalle, ti dice “stai sereno”.

 

Sono ore cruciali per il governo, e soprattutto per il paese, che, in piena crisi pandemica, non capirebbe una crisi politica. Oltretutto la pazienza delle persone normali, di chi vive quotidianamente le difficoltà nel lavoro e nella salute, è agli sgoccioli e di tutto abbiamo bisogno fuorché di un apprendista stregone.

12.01.2021

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale

Rosa Rinaldi, Responsabile sanità, PRC-S.E.

 

A proposito dell’articolo comparso sul Corriere della Sera e diverse altre testate, relativo alla bozza del piano pandemico 2021-2023 che prevederebbe che “In caso di crisi prima le cure a chi ne trae beneficio” Un’affermazione ed una indicazione tanto impressionante quanto inaccettabile, un piano pandemico deve prevedere come fare fronte alle esigenze, quali siano gli investimenti dove allocare le risorse.

 

Il senso di un piano, insomma, è l’opposto di quello che si scrive. Serve ad essere preparati e a scongiurare condizioni che obblighino a scelte di quel tipo. Sancire in un piano la possibilità di non coprire tutte le esigenze è un precedente terribile, la scelta tra una persona ed un’altra fondata sulla probabilità di efficacia della cura, è immorale e illegale, è anticostituzionale!

 

Non è solo qualche presidente regionale di Confindustria che fa affermazioni spregevoli, qui si tratta di una barbarie espressa dal governo!

 

Insomma, un piano pandemico deve quantificare le risorse necessarie per affrontare la pandemia e allocandole affinché il piano possa essere attuato.

 

Il Governo faccia chiarezza e ripristini il diritto universale alla salute previsto dall’art. 32 della Costituzione, eviti le solite dichiarazioni utili a nascondere la mano dopo aver lanciato un sasso che fa davvero male!

09/01/2021

da il Manifesto

Adriana Pollice

 

La denuncia del sindacato Anaao Assomed. Oltre il 75% ritiene che il proprio lavoro non sia stato valorizzato durante la pandemia

 

Solo il 54,3% dei medici ospedalieri pensa che lavorerà ancora in un ospedale pubblico nei prossimi due anni. L’eccessivo carico di lavoro, legato alla carenza di personale, la rischiosità, la cattiva organizzazione e lo scarso coinvolgimento nelle decisioni, le retribuzioni non adeguate all’impegno chiesto rappresentano i fattori determinanti per il 60,3% dei medici. Oltre il 75% (in particolare le donne) ritiene che il proprio lavoro non sia stato valorizzato durante la pandemia. È quanto emerge dal questionario promosso a ottobre tra gli inscritti dal sindacato dei medici Anaao Assomed.

 

«Tra lavoro somministrato tramite agenzie, che per il fastidio incassano 5 milioni ognuna, lavoro a cottimo per personale dipendente, lavoro forzato per i giovani medici, sembra finita la stagione del lavoro senza aggettivi» si legge nel testo. Cosa significa lo spiega il segretario nazionale, Carlo Palermo: «La stragrande maggioranza dei medici assunti per la pandemia ha avuto contratti Co.co.pro., da libero professionista o a Partita Iva così le aziende hanno guadagnato sugli elementi previdenziali e assicurativi, che sarebbero stati a carico di chi assume. Ma le equipe mediche hanno bisogno di lavoro stabile e sicuro, dell’aggiornamento continuo di ogni membro. In periodo Covid, non potendo fare i concorsi, si sarebbero potute fare le assunzioni a tempo determinato, che almeno offrono le tutele sindacali».

 

Si prosegue sulla strada del lavoro precario anche per il Piano vaccinazioni: «Il commissario Arcuri – prosegue Palermo – ha deciso di pagare le Agenzie interinali per assumere medici con contratti di lavoro somministrato, quando avrebbero potuto reclutarli le regioni e le aziende sanitarie, che poi dovranno gestire il servizio. Agli specializzandi invece è stata offerto un “lavoro forzato”: crediti formativi e rimborsi per avere manodopera a basso costo». Ma al Servizio sanitario il personale serve o è solo una fase legata all’emergenza? «Per il Covid sono state fatte circa 7.500 assunzioni precarie – prosegue Palermo – ma, a monte, c’era una carenza di circa 6.500 medici, persi in 10 anni di tagli, più i circa 7mila camici bianchi andati in pensione. In sostanza, abbiamo sostituito lavoro stabile con quello precario, lasciando i buchi di personale intatti».

 

Una fuga dal Ssn è la previsione dell’Anaao: «Si moltiplicano i casi di medici che danno le dimissioni per fatica e stress, alla ricerca di luoghi più tranquilli dove esercitare, senza fare urgenza, notti, domeniche. In alcune regioni, come il Veneto, le uscite sono al 50% per limiti pensionistici e 50% per andare a lavorare altrove. Con il blocco delle visite specialistiche per la pandemia – conclude Palermo – i malati non Covid si rivolgono al privato, se il privato si espande prenderà gli specialisti che scappano dal pubblico. Occorre certamente aumentare le risorse destinate alla Sanità pubblica ma anche coinvolgere i professionisti nei processi decisionali».

 

Il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, Filippo Anelli, commenta: «La pandemia ha amplificato carenze frutto di decenni di tagli lineari». Due anni fa Anelli ha firmato provocatoriamente un assegno da mezzo miliardo: il controvalore di 15 milioni di ore di straordinario che i medici del Ssn hanno effettuato ogni anno oltre il tetto massimo, e che non sono state pagate. «Il Covid – spiega Anelli – ha messo in luce difetti ormai strutturali: carenza di personale, con turni anche di 24 ore; carenze a livello edilizio con l’impossibilità, in molti ospedali, di separare i percorsi “sporco” e “pulito”; carenze di posti letto e Terapie intensive; carenze nella protezione con molti medici contagiati, 283 i camici bianchi morti da inizio pandemia».

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