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10/02/2021

da il Manifesto

Davide Conti

 

Novecento. Il «Giorno del Ricordo» coincide quest’anno con l’ottantesimo anniversario dell’invasione della Jugoslavia. L’occupazione dell’Asse costò la vita a un milione e mezzo di persone. Alla fine del conflitto nessun italiano, pur iscritto nella lista dei criminali di guerra, fu mai processato

 

Italijanski palikuci (italiani brucia case) gridavano i civili quando nel 1941 le truppe del regio esercito e i «battaglioni M» invasero la Jugoslavia per concludere l’occupazione dei Balcani avviata con le aggressioni di Albania e Grecia nel 1939-40.

 

Lungi dall’essere «italiani brava gente», come la narrazione autoassolutoria del dopoguerra avrebbe affermato come dogma intangibile dell’elusione della «colpa», i militari del re e di Mussolini venivano così apostrofati per l’uso sistematico dei lanciafiamme contro le case dei civili sfollati, fucilati o deportati nei campi di internamento in applicazione delle misure di controguerriglia antipartigiana che l’Italia avrebbe conosciuto con l’occupazione nazista.

 

L’OTTANTESIMO anniversario dell’aggressione alla Jugoslavia dovrebbe rappresentare, nelle celebrazioni del «Giorno del ricordo», occasione di elaborazione storica del nostro passato consegnando una interpretazione integrale alla legge istitutiva di questa giornata che invita a dare conto «della più complessa vicenda del confine orientale» ovvero a ciò che è accaduto prima delle foibe e dopo la fine della guerra.

 

Al crepuscolo dello Stato liberale e nel pieno «biennio rosso» 1919-20, lo squadrismo emerse in quelle terre come elemento di sintesi di istanze antislave (sul piano nazionalista) e anticomuniste (sul piano politico-sociale) dando rappresentanza a settori della società italiana che andavano dalla piccola-media borghesia alla proprietà terriera fino ai militari. A Trieste e in Istria si sperimentò quel fascismo di frontiera che nel 1920-22 intensificò l’azione violenta in tutta la regione. In quelle terre nacque il moto reazionario che avrebbe investito il Paese ed instaurato la dittatura «In altre plaghe d’Italia – scrive Mussolini nel 1920 – i fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia-Giulia sono l’elemento preponderante e dominante della situazione politica».

 

Così mentre nel 1919-20 i tribunali a Trieste e Pola, non ancora fascistizzati, emettevano 50 condanne per complessivi 120 anni di carcere contro ferrovieri e metalmeccanici in sciopero accusati di «anti-italianità, filo-slavismo, cospirazione contro lo Stato e istigazione alla guerra civile», lo squadrismo fascista il 13 luglio 1920 assaltò la sede della Narodni Dom (Casa del popolo) a Trieste incendiando l’intero palazzo (l’Hotel Balkan che cento anni dopo sarà restituito alla Slovenia dal Presidente della Repubblica Mattarella) ed anticipando la condotta del regio esercito nel 1941. Mussolini chiarì il suo programma a Pola il 22 settembre 1920: «Di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone io credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

 

L’occupazione nazifascista della Jugoslavia costò la vita a circa 1 milione e mezzo di persone travolte dalle misure draconiane della «Circolare 3C» (che istruiva i soldati italiani alla repressione di civili e partigiani) firmata dal generale Mario Roatta; dalla «Cintura di Lubiana» (un perimetro di filo spinato e posti di blocco attorno alla città poi sottoposta a razzie e deportazioni); dalle direttive di Mussolini ai suoi generali «al terrore dei partigiani – disse a Gorizia nel 1942 – si deve rispondere col ferro e col fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri è cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto».

 

DALL’IMPIANTO IDEOLOGICO della «guerra totale» fascista discese la condotta dei comandi militari del regio esercito che fece mostra di sé nella città di Podhum il 12 luglio 1942 (91 uomini fucilati sul posto e 800 deportati) o nei villaggi di Zamet e Danilovgrad, rastrellati e rasi al suolo nell’agosto 1942 o con il «governatorato» del generale Alessandro Pirzio Biroli in Montenegro. Pratiche belliche che facevano seguito alla snazionalizzazione teorizzata da Mussolini: «quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che deve muoversi; gli scambi di popolazioni e l’esodo di parti di esse sono provvidenziali perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali».

 

Alla fine del conflitto nessun italiano iscritto nella lista dei criminali di guerra stilata dalle Nazioni Unite (750 per la Jugoslavia) fu mai processato. La Guerra Fredda e le necessità anglo-americane di riorganizzare l’esercito italiano e inserirlo nell’Alleanza atlantica permisero impunità e continuità dello Stato, determinando quella «mancata Norimberga» che segnerà la più vistosa delle aporie della nostra storia.

 

Molti criminali di guerra assumeranno ruoli apicali negli apparati della Repubblica. Diverranno questori, prefetti e uomini dei servizi segreti e saranno implicati in vicende tragiche e decisive della storia nazionale dalla strage di Portella delle Ginestre a quella di Piazza Fontana fino al golpe Borghese.

 

IL «SILENZIO» sulle foibe (in realtà nel 1945 vennero istruiti alcuni processi ed emesse condanne) non fu il risultato di una trama omissiva delle sinistre italiane. Ad evitare la riapertura di quella pagina furono i governi De Gasperi nella consapevolezza che sollevare la questione avrebbe comportato per l’Italia l’obbligo di rispondere sia per i crimini perpetrati in Jugoslavia, Albania, Grecia, Libia, Etiopia, Urss e Francia sia per i risarcimenti economici fissati proprio il 10 febbraio 1947 con la firma del Trattato di Pace di Parigi.

 

La «più complessa vicenda del confine orientale» racconta questo lato della storia nazionale e deve spingere il Paese a fare i conti con il proprio passato contro un «populismo storico» che si diffonde pervicacemente nella società minandone i valori costituzionali ed antifascisti: «Una generazione – scriveva Gramsci – può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo storico da cui è stato preceduto».

 

Bibliografia ragionata

 

Sulle foibe: Joze Pirjevec, «Foibe. Una storia d’Italia» (Einaudi), Raoul Pupo-Roberto Spazzali, «Foibe» (Mondadori), Giacomo Scotti, «Dossier Foibe» (Manni), Giampaolo Valdevit, «Foibe. Il peso del passato, Venezia Giulia 1943-1945» (Marsilio). Sull’occupazione italiana della Jugoslavia e dei Balcani: Davide Conti, «L’occupazione italiana dei Balcani 1941-1943. Crimini di guerra e mito della brava gente» (Odradek), Eric Gobetti, «Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia 1941-1943 (Laterza), Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa 1940-1943» (Bollati Boringhieri). Sui mancati processi ai criminali di guerra italiani e sul mito degli «italiani brava gente»: Michele Battini, «Peccati di memoria: la mancata Norimberga italiana» (Laterza), Davide Conti, «Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana» (Einaudi), Angelo Del Boca, «Italiani brava gente?» (Neri Pozza), Filippo Focardi, «Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale» (Laterza), Filippo Focardi, «Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoah, Foibe» (Viella).

08/02/2021

Maurizio Acerbo

 

Non capisco lo stupore per il si di Salvini a Draghi. La Lega ha proposto nel marzo scorso il governo di unità nazionale a guida Draghi.


Dal 1994 quelli del Pd chiedono i voti per non far vincere Berlusconi e la Lega ma per la terza volta si accingono a farci un governo insieme. La ragione è evidente: in Europa e in Italia il neoliberismo è bipartisan, centrosinistra e centrodestra hanno sempre condiviso le scelte strategiche. D’altronde la governance europea e il neoloberismo vedono PD e Forza Italia uniti da sempre.


Non ci stupisce il PD ma ci hanno lasciati interdetti le dichiarazioni di LeU che pone paletti solo a Lega e Salvini e non un esplicito no a Draghi e Berlusconi.


Siamo d’accordo col nostro vecchio amico Yanis Varoufakis: chi ha a cuore la democrazia non dovrebbe votare per un tecnocrate come Mario Draghi.


Invitiamo LeU e M5S a non votare per Draghi. Non lascino alla Meloni il monopolio dell’opposizione in parlamento.

07/02/2021

 

Dante Barontini

da Contropiano

 

Siamo passati, nell’arco di pochi giorni, da una dinamica politica faticosa e caotica – una serie di inutili tentativi di accordo tra varie formazioni e finanche con singoli senatori o deputati, per arrivare ad indicare un presidente del consiglio e uno straccio di programma – all’esatto opposto: c’è un presidente del consiglio, che ha un programma – indicato dall’Unione Europea, e dunque anche da lui stesso da almeno dieci anni – e tutti corrono a baciargli i piedi.

 

Più precisamente, siamo passati da una dinamica di tipo parlamentare a una decisione extraparlamentare (per quanto prevista dalla Costituzione), fondata soprattutto sulla forza (il “prestigio” del nome è il modo che rende la forza meno “inaccettabile”; in fondo non è un generale, forse qualcosa di peggio).

 

Dall’anarchia alla monarchia il passo è stato brevissimo.

 

Qui non ci occuperemo né del programma, né del capitale finanziario multinazionale che ha preso in mano la situazione e farà carne di porco di quel che resta del “sistema paese”. Ne abbiamo già cominciato a parlare e non mancherà occasione nei prossimi giorni.

 

Ci limitiamo all’aspetto politico.

 

Il passaggio dall’anarchia alla monarchia infatti cambia le regole del gioco per tutti. Non si combattono le stesse battaglie, né si combatte nello stesso modo. Ma cambia anche l’identità di ogni soggetto in campo, che deve ridefinirsi per potersi poi “presentare” sullo scaffale del supermercato politico.

 

Chi lo appoggerà non se ne potrà distinguere, se non lavorando di fantasia “narrativa”; chi si opporrà farà vita dura, ma avrà una chance. Forse.

 

Il ventaglio dei gruppi presenti in Parlamento si va rapidamente allineando nell’anticamera del monarca, e l’unica battaglia che fanno è dichiararsi subito più realisti del re.

 

Qualcuno sembra esitare, nelle dichiarazioni pubbliche. Ma sappiamo bene che nella politica borghese è “normale” dire una cosa, pensarne un’altra e farne una terza. Dunque teniamo quelle dichiarazioni presenti solo come segnali di uno slittamento progressivo nell’asservimento.

 

Lo “zoccolo moscio” che non ha esitato nemmeno un attimo nel gridare “viva il re” è stato ovviamente l’“europeismo” di lungo corso, ossia i camerieri italici del capitale multinazionale: Pd, renziani, le Bonino e i Della Vedova, i Calenda e via scendendo.

 

Primo dato politico: in questo mazzo c’è ora anche Berlusconi. E qui sparisce uno degli spauracchi agitato per quasi 30 anni davanti al naso degli idioti “di sinistra”. Il Caimano è un socio “ottimo e abbondante”, un onore averlo accanto a corte. E chissenefrega della P2 o della nipote di Mubarak, del lodo Mondadori e della corruzione dei magistrati… mica riterrete ancora imbarazzanti quei “pidocchi” nella criniera del Cavaliere, no?

 

Alla lunga lista dei “mai più con…” si aggiungono i grillini. O perlomeno la parte maggioritaria dei gruppi parlamentari, tranne qualche maldipancia più o meno isolato. Altra cosa accadrà probabilmente nei pochi meetup ancora attivi e, soprattutto, nell’elettorato, che si vede sbattere in faccia l’ultimo mattone di quello che solo tre anni fa sembrava un edificio valoriale robusto e “vincente”.

 

Ma lo shock deve essere stato forte, se il blog del fondatore, a tre giorni dall’”evento”, ancora non riesce a darne notizia…

 

Dei “gruppi minori” non serve parlare. Ovviamente fanno la fila come gli altri per baciare la scarpa regale…

 

E veniamo all’area indicata dal “campo progressista” come il nemico assoluto (fino a 48 ore fa ne faceva parte anche Berlusconi, ma si dimentica in fretta): i “sovranisti”, “le destre”, “il pericolo fascista” e via esagerando.

 

Gente che fa schifo, è vero, ma che in questa nuova circostanza si dimostra grandemente “malleabile”. Dunque utilizzabile e persino “meno repellente” del solito. Quasi “democratica”…

 

Il massimo dell’ostilità è stato annunciato dall’ex missina Giorgia Meloni: prima “astensione”, ossia non mi pronuncio, aspetto di capire, vedremo…

 

Poi, col passare delle ore, toccando con mano lo smottamento nella presunta “alleanza di ferro” del centrodestra, ha cominciato a intuire lo spazio “di comodo” che potrebbe esserle lasciato a disposizione: l’opposizione della corona, quella verbale e compatibile con la finzione della democrazia. Un ruolo sulla scena, nulla di più.

 

Nella Lega – come avevamo provato a spiegare per un anno e mezzo – i giochi si vanno ridefinendo ma sembrano ormai fatti: “ci vogliamo stare anche noi”. Detto quasi chiaro e tondo da Giorgetti, Zaia, e persino da presunti pasdaran no-euro come Claudio Borghi e Alberto Bagnai.

 

A quel punto anche Matteo “mohito” Salvini ha dovuto tirare le somme, pur lasciandosi l’uscio socchiuso dietro la cadrega: “Se ci siamo, non facciamo le cose a metà”.

 

La sostanza – le cose che verranno fatte – è chiara: anche la Lega voterà il governo più europeo che si possa immaginare, guidato da un leader della Troika, colui che nel 2015 aveva bloccato i bancomat della Grecia fin quando Tsipras non ha alzato bandiera bianca.

 

Poi ci sono le chiacchiere per i taccuini dei giornalisti, le finte alternative (“o noi o Grillo”), la guazza per rassicurare una base elettorale che deve essere un po’ più che perplessa. Ma ci penserà “la Bestia” – il team social ai suoi ordini – a cercare di recuperare smalto dopo questo che non può che apparire come un “tradimento”.destra governo 

 

Dunque? Lo scenario non lascia molti dubbi. A sostenere Draghi in Parlamento ci saranno tutti. L’unica possibile autoesclusione – non ancora sicura, ma per un puro calcolo elettorale – potrebbe essere appunto la squadretta di Giorgia Meloni. Anche se il “tono” è tutt’altro che barricadiero. Basti pensare a Crosetto che, indicato per scherzo come possibile ministro o sottosegretario alll’economia, non si è affatto offeso; anzi si è schermito dicendo “non sarei all’altezza”.

 

Che è poi la realtà più vera della “pericolosissima” destra italiana attuale: abbaiare scompostamente fin quando c’è da catturare qualche attenzione e voto sparso, ma sapendo che – quando il gioco si fa serio e vengono avanti i padroni del vapore – il proprio posto è “a cuccia”.

 

Facendo finta che ci sia qualcuno “a sinistra”, in Parlamento, bisogna riferire addirittura di LeU, che sarà della partita in modo speculare a quello della Lega: a parole “mai con i sovranisti”, in pratica “ci stiamo subito”.

 

Tra l’altro, ma non del tutto secondario, il fatto che staranno “tutti dentro” distrugge anche quel minimo potere di ricatto di qualsiasi gruppo parlamentare. La grande ammucchiata rende tutti “responsabili” alla Scilipoti…

 

Tutti uniti, tutti insieme… ma quello non è il padrone? (cit.)

 

Fuori dal divertissement, dalle battaglie tra nani da giardino che tanto appassionato i conduttori da talk show, è evidente che le “identità” fissate negli ultimi anni vengono piuttosto scarabocchiate. E che le varie “narrazioni” debbono essere riscritte.

 

Tutti quelli che da destra volevano abbattere “i governi di sinistra” (il Conte-bis!) e/o “uscire dall’euro” vanno a sostenere – insieme alle “sinistre” – l’esecutivo della Troika, che dovrà realizzare in pochi mesi proprio il programma di “riforme” cui dicevano di opporsi.

 

Tutti quelli che “da sinistra” (non ridete troppo, per favore…) invitavano a prepararsi all’ennesimo “grande mischione elettorale per non far vincere le destre” vanno ora a spingere il tasto, insieme alle peggiori destre, per far passare le “riforme” volute dal capitale finanziario multinazionale (contro cui magari erano scesi in piazza a Genova, 2001).

 

Dal bipolarismo obbligato (Berlusconi-Pd) al tripolarismo pasticciato (la breve stagione iniziata nel 2018), e ora al monopolio del potere che si è preso in prima persona anche il governo.

 

Gli analisti politici di regime, colti di sorpresa dal proprio stesso successo, fanno ancora fatica ad uscire dal pettegolezzo quotidiano tra nani da giardino cui s’erano abituati. Fantasticano di possibile “veti” – rigorosamente incrociati – tra una “sinistra” che non potrebbe accettare di stare al governo con Salvini e una destra che, viceversa, ha lo stesso problema. O addirittura di “pretese” circa poltrone da ministro, come ai bei tempi dell’anarchia para-parlamentare.

 

Eppure Sergio Mattarella è stato chiarissimo: “Avverto pertanto il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un governo di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica”.

 

Traduzione simultanea: “io vi dò un presidente del consiglio che non può essere sfiduciato, che farà il governo che ritiene opportuno e voi lo dovete soltanto votare senza nulla a pretendere“. E’ un azzeramento della classe politica emersa nel dopo-Monti, la quale – dunque – non ha più alcun potere contrattuale reale. Né alternative da offrire.

 

Le formule per camuffare un governo del presidente (o dell’Unione Europea) da “normale governo politico”, in cui ogni partito possa dire di essere in qualche modo rappresentato, sono praticamente infinite. Ogni “tecnico” può agevolmente essere accostato – solo accostato, senza alcuna dipendenza – a una qualche area politica.

 

Ma il nuovo governo nasce per segnare una discontinuità radicale con l’Italia degli ultimi 30 anni. Tanto a livello di sistema economico, quanto a livello istituzionale e politico.

 

Le future forze politiche del “nuovo arco costituente” si dovranno distinguere avanzando le proposte di legge più innocue (la “chiusura dei porticcioli” o gli sgomberi per il “decoro urbano”, la legalizzazione dei matrimoni tra dromedari alpini, la depenalizzazione dell’aperitivo, ecc), ma tutte rigorosamente a costo zero. Le chiavi della cassaforte, da oggi in poi, stanno nelle mani di colui – e successori – che viene messo sul trono dai “mercati” e dalla Ue.

 

L’”era Draghi” non è insomma una “parentesi”, dopo la quale si potrà tornare alla “normalità” e dunque all’anarchia della politichetta tra complici rissosi. E’ un periodo costituente, in cui si crea l’architettura del futuro “modello sociale europeo”. Che non ha però più niente a che fare con il vecchio “compromesso keynesiano in funzione antisovietica” (salari alti e welfare, in cambio di coesione politica e bassa conflittualità sociale).

 

Non è più tempo di “debito cattivo”, spiegava lo stesso Draghi già la scorsa estate (non caso ai boss di Comunione e Liberazione, imprenditori istituzionali della “sussidiarietà” e del “terzo settore” più addentro alle amministrazioni).

 

Il “debito buono”, che merita d’esser fatto con investimenti pubblici (col Recovery Fund e altro), è quello che crea e innerva nuove filiere, buone per grandi profitti e ben poca occupazione.

 

Il resto – anche imprenditoria di lungo corso – può, anzi deve, morire. Far vivere le popolazioni non è affare del capitale, ormai…

 

Sul piano della rappresentanza politica degli interessi sociali, insomma, si allarga a dismisura lo spazio per chi si vuole porre come un’alternativa radicale. Ma gli spazi non si occupano a forza di chiacchiere.

 

Non si può combattere contro il governo della Troika avendo remore nel chiamare le cose col loro nome, tacendo o minimizzando il ruolo dell’Unione Europea nel governo effettivo – e di classe – del nostro Paese (oltre che degli altri con problemi simili ai nostri). Non si combatte efficacemente contro gli ologrammi dai contorni incerti…

 

E non si può affrontare un incrudimento delle politiche neoliberiste con la solita lista della spesa delle “parole d’ordine progressiste”, senza cominciare mai a delineare una robusta ipotesi sistemica socialista, con programmazione-pianificazione-pubblicizzazione dei settori strategici, sottraendoli alla speculazione dei privati.

 

Lo abbiamo visto con la pandemia e lo scandalo dei vaccini: un continente con mezzo miliardo di persone, ricco di risorse, talenti e know how, a ricasco di tre-quattro multinazionali Big Pharma, che decidono a chi dare i loro prodotti in base a una pura ragione commerciale, addirittura in barba ai contratti sottoscritti.

 

Non si può insomma condurre una resistenza popolare senza mettere in campo una visione “di alto profilo” – per parafrasare il livello della sfida e dell’avversario -, senza delineare un altro sistema per vivere. D’altro canto dovrebbe essere scontato: se la prospettiva sistemica del “governo di tutti” è tener saldo il collante euro-atlantico, una alternativa vera può esistere solo fuori di quel vischioso insieme.

 

Il problema politico del nuovo scenario si pone concretamente subito: nel 2021 bisognerà votare nelle prime cinque città italiane – in teoria entro l’estate, ma con la pandemia… Un voto amministrativo che però, per la portata della popolazione coinvolta, è anche un primo test politico generale sul rapporto tra malessere sociale e rappresentanza politica in questa nuova situazione.

 

Le “alleanze” possibili non potranno essere i soliti “mischioni” per tenere insieme chi fa lo scendiletto alla corte del monarca e chi si pone come alternativa complessiva, socialista. Non si tratta più di dirsi “alternativi al Pd e alle destre”, ma di esserlo concretamente, nelle pratiche oltre che nella “narrazione” di sé.

 

Perché il Pd (e LeU, se resteranno ancora due sigle formalmente diverse), sostiene l’agire incontrastato del monarca finanziario.

 

Quindi stanno a corte con tutti gli altri. Ossia con quelle destre contro cui erano abituati a chiedere un voto turandosi il naso.

 

Altro ciclo, altro gioco…

04.02.2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Non ci uniamo al coro. Draghi non è un benefattore dell’umanità

 

Non ci uniamo al coro politico-mediatico di esaltazione di Mario Draghi. Si tratta di un film già visto con Monti nel 2012 con conseguenze nefaste per milioni di italiane/i.
Quali sarebbero le imprese di cui dovremmo ringraziare questo Superman?
La troika?


La svendita del patrimonio e dell’industria pubblica sul panfilo Britannia?
Lo strangolamento della Grecia di Tsipras?
Le letterine con cui ha ordinato all’Italia di tagliare la sanità e la scuola, di precarizzare il lavoro e abolire l’articolo 18. di fare la legge Fornero?

 

Ridicolo che Draghi venga presentato come benefattore dell’umanità il banchiere centrale che, dopo aver lavorato per Goldman Sachs come Monti, ha lanciato l’austerity neoliberista dicendo che l’Europa non può permettersi il suo stato sociale?

 

Draghi è uno dei più intelligenti e preparati funzionari del capitalismo finanziarizzato globale. Che gli si consegnino le chiavi della Repubblica è la dimostrazione che il pilota automatico ha sostituito la Costituzione

04.02.2021

da I Manifesto

Norma Rangeri 

 

Crisi di governo. La campagna contro il governo ha potuto fare breccia non solo grazie al lavoro ai fianchi dello sfascia carrozze toscano, ma anche a causa della crisi dei partiti, diciamo pure del loro spappolamento, che reclamerebbe un generale mea culpa, considerando il grave colpo inferto all’autorevolezza della politica nella già debole considerazione dei cittadini

 

Di poche cose siamo sicuri. La prima è che siamo un paese commissariato, un paese che ha bisogno di «governi del presidente». Ogni volta che la situazione economica incontra momenti drammatici e di svolta, arriva l’uomo solo al comando, meglio se uomo e uomo dei poteri finanziari. E la seconda è che questa pioggia di miliardi di euro del Recovery Fund, ha risvegliato forti, variegati, trasversali appetiti. A cominciare da quelli confindustriali, passando per quelli mediatici che, insieme, e fin dall’inizio avendo come coagulo politico Renzi e Berlusconi, hanno avversato la maggioranza di un centrosinistra anomalo presieduto da Conte.

 

Tuttavia la campagna contro il governo ha potuto fare breccia non solo grazie al lavoro ai fianchi dello sfascia carrozze toscano, ma anche a causa della crisi dei partiti, diciamo pure del loro spappolamento, che reclamerebbe un generale mea culpa, considerando il grave colpo inferto all’autorevolezza della politica nella già debole considerazione dei cittadini. Adesso è probabilmente troppo tardi per cercare di rimettere insieme i cocci ma ognuno dovrebbe quanto meno provare a fare autocritica. In primo luogo il Pd e in particolare Zingaretti che non è mai stato troppo convinto di poter fare un governo con i grillini. E più volte, in dibattiti pubblici, dichiarava che mai si sarebbe alleato con il M5S.

 

La forza degli eventi – e soprattutto l’emergenza pandemica – ha poi messo il silenziatore ai dubbi, alle incertezze. Per parecchi mesi. Ma il puzzle delle correnti, in primis quella dei renziani (un correntone nel partito) ha iniziato a farsi largo, anche a causa delle indecisioni, delle sbavature, che incrinavano l’azione di governo. Per dire: mentre il principale alleato sosteneva che il Mes neppure doveva essere menzionato, esponenti piddini invece insistevano sul ricorso a questo strumento di finanziamento – indebitante – della Sanità. Offrendo così il fianco alle insistenze, al pressing ricattatorio e ultimativo di Italia Viva che fino a un secondo prima della rottura, nell’ultimo gioco da tavolo, chiedeva il ricorso al Mes per far saltare i nervi ai due partiti maggiori. Zingaretti si è fidato di Renzi, anche grazie alle valutazioni sbagliate di Goffredo Bettini sulle reali intenzioni dell’ex segretario Pd.

 

D’altra parte anche il M5S sventolava le proprie bandiere irrinunciabili. Senza rendersi conto che alcuni argomenti sensibili andavano affrontati in modo diverso. Prendiamo la scuola: per mesi la discussione si è concentrata sulla sicurezza interna agli istituti – le polemiche e i soldi spesi per i banchi a rotelle – senza capire che il problema Covid e contagi nel mondo scolastico era strettamente legato alla vita sociale, agli assembramenti del prima e del dopo scuola, per non parlare dei trasporti pubblici. D’altra parte l’assenza di un vero capo politico dentro i 5S ha reso più difficoltosa la gestione delle forze interne al Movimento, tirate per la manica dai dissenzienti, come Di Battista, oppure rimaste sotto traccia fino ai voti di fiducia dei giorni scorsi, e all’uscita di Emilio Carelli, due giorni fa, al grido «a destra, a destra».

 

Il più fedele e corretto alleato è stato il piccolo gruppo parlamentare di Liberi&Uguali: ha messo la propria immagine nelle mani del ministro Speranza, che ha assolto il suo compito in uno dei momenti più difficili e drammatici della storia repubblicana, prendendo le misure necessarie contro la Pandemia, anche se non sempre nei tempi giusti, dovendo mediare tra le diverse spinte delle Regioni, che hanno marciato spesso in ordine sparso. E di sicuro LeU non ha mai posto le questioni politiche in modo ricattatorio e ultimativo, come ha fatto il distruttore di Rignano. Per questo Loredana De Petris chiama oggi «gli alleati a una posizione comune rispetto al governo Draghi». Ma può forse bastare a se stessa questa sinistra istituzionale e autoreferenziale?

 

E Conte? Il presidente del Consiglio ha conquistato consensi, obiettivo niente affatto semplice per un presidente del Consiglio di due momenti diversi, di due governi diversi. Ci è riuscito, facendo crescere la sua popolarità nell’opinione pubblica, grazie anche, se non principalmente, al risultato dei 209 miliardi del Next Generation Eu. Salvo, nell’ultimo periodo declinare verso una carenza di energia politica che l’Europa chiedeva sul Recovery Fund (offrendo il fianco sui limiti evidenti della task-force).

 

Ora la partita è un’altra, soprattutto politica. Nonostante le parole del presidente Mattarella, e quelle del neo incaricato Mario Draghi. Perché Supermario sa bene che non potrà far fuori con un colpo di spugna quel che è stato fatto dal governo Conte e dai suoi ministri. Draghi gli offrirà un ruolo di primo piano nel suo governo? Se l’ex dominus della Bce vuole l’appoggio dei partiti, non può non concedere qualcosa ad ogni forza politica. Sarebbe impensabile per il Pd sostenere Draghi senza avere una sua rappresentanza nel nuovo Ministero, e non può permettersi di uscire dalla crisi di governo con il cerino in mano. Per i 5S invece i contrasti interni sembrano destinati a prendere il sopravvento, e il loro futuro è pieno di incognite. Mentre LeU, in cambio della conferma di Speranza, potrebbe sostenere Draghi senza ritirarsi sull’Aventino.

 

E le destre? E le forze moderate? Se sembra chiaro che cosa faranno Berlusconi, Toti, Bonino, appare meno scontato l’appoggio della Lega, e ancor meno quello di Fratelli d’Italia. Fa più comodo insistere sul ricorso alle urne perché sanno che un governo a guida Draghi può durare a lungo e arrivare fino all’elezione del futuro presidente della Repubblica che, visti i numeri attuali del Parlamento, non potrebbe essere di centrodestra.

 

La partita dell’ex presidente della Bce non è semplice come appare a prima vista (la Borsa esulta). E solo nelle prossime ore capiremo meglio se potrà essere giocata avendo i giusti numeri in campo. Quanto Italia Viva e a Renzi, portano sulle spalle il marchio dell’inaffidabilità, della irresponsabilità. Credo che gli resterà a lungo.

31.01.2021

Monica Sgherri

responsabile casa e diritto all’abitare

 

Nonostante la grave crisi economica determinatasi dall’emergenza covid che getta in povertà o a rischio di un numero in costante crescita di famiglie, le poche misure emergenziali adottate dal Governo nei vari decreti cominciano a scricchiolare perché crescono le pressioni per azzerarle.

 

Questo vale (associazione industriali docet) per rimuovere il divieto di licenziamento e soprattutto non prorogarlo, nonostante le conseguenze devastanti di un’ondata di licenziamenti. Ma questo vale anche per l’unico serio provvedimento emergenziale preso sulla casa: il blocco delle esecuzioni degli sfratti. In piena epidemia sanitaria non si possono buttare in mezzo alla strada famiglie che hanno solo la colpa di essere morosi incolpevoli, perché hanno perso il lavoro o ridimensionato sostanzialmente il reddito da lavoro. Se le varie colorazioni delle Regioni impediscono spostamenti e impongono coprifuoco dopo una certa ora come è possibile programmare, sempre in nome all’emergenza sanitaria, famiglie senza una casa dove ripararsi?

 

Un provvedimento per pochi mesi, prorogato via via perché nel frattempo niente era stato fatto per risolvere a monte di chi non può accedere sul libero mercato alla casa.  Proroghe per pochi mesi che mettevano sotto tortura le famiglie interessate che continuavano a vivere sotto l’incubo dello sfratto. Proroghe del blocco delle esecuzioni degli sfratti che non bloccavano gli iter giudiziari visto che continuavano le notifiche di sfratto agli inquilini rimandando l’esecuzione allo scadere del blocco.

 

Il blocco delle esecuzioni degli sfratti è stato dunque prorogato al 30 giugno 2021.

 

Contro di esso le ire del segretario della Lega Salvini che si metteva a difesa dei “poveri” proprietari di casa sfruttati dai “furbetti” che non pagano l’affitto, quando invece lo sappiamo tutti più del 90% degli sfratti sono per morosità incolpevole.

 

Già quest’ultima proroga restringeva, rispetto alle precedenti, l’esecuzione dello sfratto ai mancati pagamenti del canone (morosità incolpevole) escludendo ad esempio gli sfratti per fine locazione (come se l’impoverimento non toccasse anche quelle famiglie che hanno i contratti di affitto scaduti!)

 

Subentra ora un gravissimo e inaccettabile parere della VI commissione finanze della camera, indirizzato alle Commissioni competenti sul decreto Milleproroghe, in base al quale si introdurrebbe n ulteriore restringimento nell’applicazione del blocco delle esecuzioni escludendo le morosità incolpevoli precedenti alla epidemia covid da quelle emerse durante l’epidemia.

 

La crisi economica cresce, il numero di famiglie in povertà aumenta vertiginosamente e una commissione parlamentare scopre, come unico rimedio, quello di cancellare il diritto a un tetto alle famiglie oggi, o ancora oggi, in difficoltà.  Inaccettabile. Dobbiamo costruire una pressione così forte per far cadere nel nulla questo parere.

 

Come abbiamo già avuto modo di dire, si possono adottare provvedimenti a favore dei proprietari che non possono liberare l’appartamento, soprattutto quei piccoli proprietari che hanno uno o due immobili, ma la strada è quella di un rimborso risarcitorio e soprattutto di non far pagare le tasse su un affitto che non percepiscono.

 

Come abbiamo già avuto modo di dire nessun piano, neanche da quando è conclamata la crisi economica, per rilanciare l’edilizia popolare che in Italia è fanalino di coda, con percentuali irrisorie rispetto anche ai ricchi paesi europei

 

La soluzione non può essere quella di privare di un tetto una famiglia in stato di bisogno!

 

Perché, non ci stancheremo mai di ripetere più del 90% degli sfratti emessi sono per morosità incolpevole, ossia l’impossibilità di corrispondere un affitto a seguito di licenziamento o riduzione del reddito da lavoro.

 

Contro questo parere un comunicato tuonano all’unanimità i Segretari Generali di SUNIA, UNIAT, e Unione Inquilini:  “Riaffermiamo che, per i sindacati nazionali degli inquilini, la sospensione opportunamente inserita dal Governo nel decreto non si tocca perché è elevato il rischio di effetti e conseguenze sociali devastanti! Noi non staremo a guardare dalla finestra, ma saremo in campo con gli inquilini a protestare contro una modifica ingiusta che si deve evitare.”

 

La nostra mobilitazione deve essere alta, a partire da uno sforzo straordinario per costruire presidi davanti a Comuni Regioni Prefetture contro il parere restrittivo della Commissione parlamentare finanze. Il blocco degli sfratti non si tocca!

 

Quanto accade ci deve allarmare: a marzo scade il blocco dei licenziamenti e a giugno il blocco delle esecuzioni degli sfratti: sai annuncia un disastro sociale e dobbiamo da oggi costruire la mobilitazione per bloccare questa carneficina sociale

 

Per garantire un tetto a tutti le soluzioni ci sono, le risorse anche: Un piano casa straordinario a consumo di suolo zero che riconverta a edilizia popolare   tutto il patrimonio pubblico, a qualunque titolo pubblico, compatibile con la residenza.

 

È solo con l’immissione di un numero sufficiente al bisogno di alloggi popolari si può programmare la fine del blocco delle esecuzioni degli sfratti. Siamo in piena pandemia, troviamo soluzioni risarcitorie anche per i proprietari, soprattutto i piccoli proprietari, ma nessuno resti senza casa!

 

 

Norma Rangeri

da il Manifesto

 

Per ridare presto un governo al Paese, gravato dal peso di una triplice crisi, pandemica, sociale e economica, elencate dal Capo dello Stato in questo ordine, ieri sera, alla fine delle consultazioni, il presidente Mattarella ha conferito un mandato esplorativo al presidente della Camera, Roberto Fico, per verificare la serietà «della prospettiva emersa di una maggioranza politica, a partire dai gruppi del governo precedente».

 

Siamo così spettatori di un dèjà-vu che ci riporta al 2018 quando, per verificare la possibilità di un governo Pd-5Stelle, il Presidente della Repubblica chiamò proprio Fico a esplorarne la fattibilità. Un tentativo che Renzi fece saltare, seduto sulle poltroncine di un talk-show, con un altro dei suoi diktat: mai con i 5Stelle. Oggi aggiornato: vade retro Conte.

 

Scompare, dalle parole di Mattarella, la probabilità di elezioni anticipate, richieste dalle opposizioni, perché la drammatica situazione determinata «dalle tre emergenze» richiede «immediati provvedimenti di governo». Ma non è affatto scontato che il tentativo di Fico, con Renzi capace di tutto, riesca e che dunque sia altresì scomparsa l’eventualità di un governo istituzionale.

 

Certo la credibilità, e diciamo pure la dignità, non è tra le principali virtù dell’artefice di questo terremoto e meno che mai in questo momento, con una crisi che fa ballare, sul suo cinismo, un Paese stremato. Un politico a tal punto spregiudicato da volare a Riad, nel bel mezzo della crisi politica da lui scatenata, per un’osannante intervista al principe bin Salman, in cambio di lauto compenso.

 

E capita che l’imbarazzante scenetta, tra il leader di Italia viva e il dispotico capo del regime saudita, arrivi sui giornali nel giorno in cui, invece, proprio questo governo che Renzi vorrebbe rottamare prende la decisione storica di sospendere la fornitura di armi all’Arabia Saudita. Una notizia di rilievo non solo nazionale, ma che ha un indubbio riflesso sui protagonisti di queste giornate bollenti. Se non altro perché dice quanto è indigesto il rospo da ingoiare pur di ristabilire le condizioni per una conferma della maggioranza di governo proprio con chi ne ha provocato la crisi.

Ascanio Celestini

 

Giornata della memoria. A Fiumicello lunedì 25, ascoltando le parole dei genitori di Giulio Regeni, ho ricordato quelle di Piero Terracina e Primo Levi: la memoria è l’ avvertimento che apre il futuro

 

«Ci portarono in una baracca, lì giù in fondo. Che era chiamata la sauna, dove venimmo spogliati di tutto, letteralmente di tutto. Ci furono tolti gli abiti, ci furono tolte le scarpe, ci furono tolti i capelli, ci furono tolti i peli, con dei rasoi che non radevano ma raschiavano. Poi ci venne passato sul corpo nudo, da un prigioniero che immergeva una mano in un secchio dove c’era un liquido nerastro, ce lo passava su tutte le parti del corpo. Si dice l’oltraggio al pudore. Ecco, quello è oltraggio al pudore.

 

Ci venne tolto il nome, e ci fu tatuato sull’avambraccio sinistro un numero, e ci dissero subito che il nostro nome non esisteva più. Il mio numero è A 5506. Un numero molto semplice, ma imparate un po’ a dirlo in tedesco. E poi in quanti modi si può dire? Si può dire cinquemilacinquecentosei, cinquantacinque zero sei, cinque cinquanta sei, e le SS lo dicevano così come gli capitava e bisognava capirlo. Sennò saremmo stati puniti. Pensate che per una cosa del genere, non aver risposto subito alla chiamata, la punizione consisteva in 25 bastonate».

 

NELL’AUTUNNO di sedici anni fa mi chiamano per fare un viaggio a Auschwitz. La visita vera e propria dura un solo giorno e si va a collocare tra l’incontro in sinagoga del primo e lo shopping del terzo. Insomma mi sembra come quando ci portavano a teatro negli anni del liceo. Qualcuno disturbava lo spettacolo, qualcun altro passava tutto il tempo in bagno. Era solo un’occasione per non andare a scuola. Ho dei dubbi, ma ci vado lo stesso. Parto con l’intenzione di fare delle interviste agli studenti, capire quali motivazioni hanno e cosa gli succede arrivando in quel posto. Mi rendo conto subito che rispetto alle gite in teatro sta accadendo qualcosa di diverso. In quel giorno non ci troviamo davanti a una scenografia con l’attore del prologo shakespeariano che avanza declamando «immaginate che racchiusi nella cinta di queste nostre mura si trovino due regni assai potenti…». No. Non dobbiamo immaginare di trovarci dove siamo.

 

Ci stiamo e basta. Ma soprattutto con noi non ci sono gli attori in calzamaglia che interpretano i personaggi, gli Amleto col teschio in mano che impostano la voce e fanno le facce strane. Con noi è venuto Piero Terracina. È lui che parla del numero sul braccio. Aveva poco più di 15 anni quando il 22 maggio del ‘44 arrivò sulla Bahnrampe. In quello stesso posto dopo 61 anni ci stanno 200 studenti delle scuole superiori che lo ascoltano seduti sui binari e sulle traversine. Gli studenti che c’hanno la stessa età che c’aveva Piero quando è stato deportato. Arrestato a aprile, per quasi un mese rimane nel campo di Fossoli. A metà maggio viene caricato nel vagone di un treno merci. Lì dentro sono in 64 e ci resta per quattro giorni «in mezzo agli escrementi di tutti. Difficile esprimere in quali condizioni eravamo in quel momento. Era cominciato, ormai anzi era già in fase avanzata l’annullamento totale dell’essere umano».

 

PIERO HA CONTINUATO a viaggiare con gli studenti e a raccontare la sua storia fino a due anni fa quando è morto.  Oggi, sedici anni dopo quel viaggio, lo riascolto. La disoccupazione imposta dal ministero mi dà il tempo di ripescare la sua voce registrata dal mio archivio disordinato. La ascolto durante un viaggio. Passo da un treno all’altro per tornare a casa. Cambio a Monfalcone e a Bologna. Scendo dal regionale per salire sull’Intercity e poi finalmente monto sul treno veloce. Otto ore di viaggio. Tra un arrivo e una ripartenza faccio in tempo a prendere il caffè.

 

LUNEDÌ POMERIGGIO a Fiumicello, cittadina a pochi passi dal confine, nella chiesa di San Valentino, ho ascoltato Paola Deffendi parlare di suo figlio Giulio sequestrato il 25 gennaio del 2016 mentre stava svolgendo un lavoro di ricerca in Egitto. L’ho sentita parlare delle grandi navi da guerra che la nostra industria bellica nazionale sta vendendo ai padroni di quella nazione. La norma sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento vieta lo smercio di armi «verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani». Non si tratta di un buon proposito, di una speranza buonista. È proprio la legge. «Queste navi che sono navi da guerra, navi di ferro – dice Paola – e pensare al ferro fa male.

 

E io non posso non far riferimento al pensare a Giulio in quelle stanze della National Security, del Ministero dell’Interno egiziano o chissà dove e non pensare al male che ha avuto, all’umiliazione che ha avuto, alla paura che avrà avuto e ai pensieri che avrà avuto. Se prima pensavo all’Egitto come alla terra dei faraoni, alla terra delle piramidi, alla terra della sabbia, alla terra dei cammelli, quando penso all’Egitto adesso non posso non pensare ai quadri di Bosch e all’inferno. Per chi lo conosce sa che ci sono corpi, corpi rovinati, corpi violati. Questo è l’Egitto. Per cui non possiamo non pensare di richiamare l’ambasciatore, non è accettabile che si facciano affari con questo paese».

 

SUL TRENO CHE mi riporta a casa, mi tornano in mente continuamente le parole di Piero e di Paola, ma anche quelle di Primo Levi che scriveva «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». È una frase che troviamo su tanti libri. Un’ossessione, ma anche un avvertimento. Perché dovremmo celebrare la giornata della memoria se lo facciamo guardando solo al passato, solo a ciò che è accaduto e non a ciò che sta accadendo? Nessuno tra quei milioni di morti tornerà in vita per una corona di fiori, un minuto di silenzio o la lettura teatrale di una pagina del diario di Anne Frank.

 

L’oltraggio al pudore, le bastonate, l’annullamento totale dell’essere umano del quale parlava Piero sono violenze che Giulio ha subito. E come lui le stanno subendo tanti altri Giulio e Giulia reclusi nelle galere di mezzo mondo. La memoria è come un mazzo di chiavi. Le ho messe in tasca due giorni fa per poterci rientrare a casa stasera. La memoria del passato mi serve nel presente e nel futuro. Mi serve per rientrare a casa, possibilmente vivo.

26.01.2021

Maurizio Acerbo segretario nazionale PRC-S.E.

 

Cinque anni fa   si perdevano al Cairo le tracce di Giulio Regeni, ricercatore italiano che si interessava delle vertenze sindacali in Egitto. Giorni dopo veniva ritrovato il suo corpo, sfigurato e con evidenti segni di tortura. Anni di indagini in cui la famiglia e la sua legale non si sono mai arresi, anni in cui i diversi governi che si sono succeduti hanno dapprima alzato la voce, ma poi ha vinto la logica degli affari da non interrompere. Interessi per le commesse militari e progetti dell’ENI.

 

Ci sono quattro funzionari di polizia egiziani accusati dell’omicidio e delle torture ma l’Egitto non collabora e il governo italiano non reagisce. Da poco è stata approvata una importante risoluzione del parlamento europeo con cui si chiede di prendere provvedimenti contro il regime di Al Sisi, e oggi, in contemporanea fra i temi in discussione all’incontro dei ministri degli esteri UE si discuterà sui provvedimenti da prendere, con un’Europa spaccata.


Rifondazione comunista chiede l’interruzione delle relazioni diplomatiche e commerciali, soprattutto in campo militare, col regime egiziano. Chiediamo che si interrompano i rimpatri di migranti egiziani che chiedono asilo in Europa perché nel loro paese i diritti umani non sono garantiti. Oggi è anche l’anniversario della splendida manifestazione di Piazza Taharir che fece crollare il regime di Mubarak.

Chiediamo giustizia e verità per Giulio, la liberazione dello studente dell’università di Bologna Patrick Zaki, come dei tanti detenuti politici. Altrimenti che l’UE e i suoi Stati membri, rompano le relazioni con l’Egitto.

Lo dobbiamo a Giulio alla sua splendida famiglia, a Patrick e ai tanti detenuti politici di cui siamo corresponsabili.

23.01.2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Gregorio Piccin, responsabile pace, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Ieri è entrato in vigore il trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari. E’ una vergogna che l’Italia, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, non l’abbia firmato come gli USA e tutti i paesi della NATO che continuano a rappresentare la maggiore minaccia alla pace mondiale con una spesa militare enorme.

 

Nei mesi scorsi abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare attraverso la senatrice Paola Nugnes ai ministri degli esteri e della difesa. Con quale faccia Pd, M5S e LeU firmano gli appelli proposti dall’ANPI se poi negano così platealmente i principi costituzionali?

Rifondazione Comunista torna a chiedere che l’Italia aderisca al trattato, che finalmente si liberi il nostro paese dalla presenza delle bombe atomiche statunitensi ed esca immediatamente dal programma nuclear sharing della NATO che prevede l’addestramento dei caccia al bombardamento nucleare.

 

Il Pci di Berlinguer si batteva per il disarmo nucleare, quelli che lo hanno sciolto hanno abbandonato oltre alla difesa dei lavoratori anche la lotta per la pace.

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