Attività del Partito della Rifondazione Comunista Circolo "Raniero Amarugi" di Santa Fiora Visita la nostra pagina Facebook


Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

In evidenza

LAVORO E DIRITTI

 

11.01.2022

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il caso. Istat: la «ripresa» aumenta l’occupazione a termine, nel paese del Jobs Act il 91% dei contratti è di breve durata. Rispetto a febbraio 2020 pre-pandemia ci sono 115mila occupati in meno.

 

I dati Istat sull’occupazione a novembre 2021 resi noti ieri dall’Istat rafforzano la tesi per cui il rimbalzo tecnico del Pil (+6,2%) nel 2020 è stato proporzionale alla crescita del precariato del lavoro dipendente e alla precarizzazione delle altre forme del lavoro. Considerati sulla scala minimale del mese, e paragonati a quello precedente (ottobre), la tendenza è chiara. Sul totale di 64 mila occupati in più a novembre, +19 mila sono stati i lavoratori dipendenti a termine, 66 mila gli «indipendenti». Ma dal totale vanno sottratti 21 mila lavoratori dipendenti permanenti che hanno perso il posto e 2 mila dipendenti in meno.

 

SE AMPLIAMO la verifica fra il trimestre in discussione nel 2021 e quello precedente del 2020, la crescita degli occupati non solo è complessivamente molto bassa (+70 mila unità) ma è determinata esclusivamente dall’aumento degli occupati a termine (+89 mila) mentre sia i permanenti che gli indipendenti diminuiscono (rispettivamente di -10 mila e -9 mila). Su base annua (novembre 2021-novembre 2020) gli occupati dipendenti sono cresciuti di +490 mila, di cui il 91,5% a termine, pari a 448 mila. Dunque una crescita esiste ed è quasi interamente precaria.

 

NEL PAESE DEL JOBS ACT non può che essere così. E nessuno intende cambiare alcunché. Rispetto al periodo pre-pandemico l’aumento del precariato non è ancora sufficiente per colmare il divario con l’occupazione registrata a novembre 2020. Se dunque a novembre si è verificato il ritorno a circa 23 milioni di occupati, a qualsiasi titolo, il numero di occupati complessivo è ancora inferiore di -115 mila, mentre rispetto al novembre 2019 è sotto di -214 mila unità. Dunque, omicron e altre varianti del Sars Cov 2 permettendo, la crescita continuerà fino a raggiungere forse le stesse condizioni del «mondo di prima».

 

TUTTAVIA a fine anno, oppure nel 2023, sempre che la «crescita» si mantenga secondo le previsioni, i lavoratori italiani non saranno più in quel mondo ma in un altro molto più impoverito e precarizzato, ben sapendo che la lunga pandemia in cui ci troviamo sta incidendo sia sui redditi che sulla qualità intrinseca di un lavoro già povero e con salari bassi e bassissimi.

 

SU QUESTA PARADOSSALE rincorsa all’indietro è basato l’intero sforzo della cosiddetta «crescita» in cui oggi è ancora impegnato il governo Draghi, forse ancora per poco. Ma il prossimo, se ce ne sarà un altro a breve, non cambierà il dato fondamentale della politica economica del coronacapitalismo: tutto deve restare come prima, a cominciare dall’organizzazione del mercato del lavoro dove le rendite dei pochi crescono in maniera indirettamente proporzionale alle tutele e ai redditi di chi ha meno ed è sempre più insicuro. Questo è il nodo politico che, al momento, nessuno riesce a mettere in discussione. »Non è accettabile che le risorse generate dalla crescita e l’utilizzo degli investimenti collegati ai fondi europei provochino queste ricadute sul lavoro – ha detto Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio (Cgil) – quindi, è necessario ed urgente che queste scelte siano legate molto di più». Certo. Ma se fosse invece proprio questa la cifra della famosa «crescita» in nome della quale si fanno «governi del presidente» e si entra in fibrillazione per sostituire un «presidente» all’altro?

 

«UNA RIPRESA ancora troppo fragile per indurre all’ottimismo, e di scarsa qualità poiché fondata sul lavoro a termine. Inoltre preoccupa l’elevatissimo numero degli inattivi – sostiene Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil. La partita del «Piano di ripresa e resilienza» (Pnrr) resta ancora aperta. Il sindacato chiede si collegare i fondi a una condizione: la crescita della qualità dell’occupazione. Per ora è una promessa senza gambe. «Ma deve essere l’obiettivo su cui far convergere progettualità e risorse. Altrimenti – sostiene Scacchetti – continueremo ad allargare divari e disuguaglianze». Per i settori in crisi come il turismo e i servizi chiesta la proroga degli ammortizzatori Covid fino alla fine dello stato di emergenza.

10.01.2022

da Left

Giulio Cavalli

 

Se stasera Mario Draghi dicesse di aver ricevuto dalla maggioranza il mandato di preferire il Pil alla salute pubblica sarebbe duro da accettare, ma almeno si avrebbe la sensazione di giocare a carte scoperte

 

Sarebbe dignitoso almeno aspettarsi l’ammissione che la frottola delle decisioni “prese solo sulla base di dati scientifici” è un proposito decaduto. Mario Draghi potrebbe comodamente sedersi in sala conferenza stampa questa sera e avere l’onestà intellettuale di dire: «Cari italiani, tra Pil e salute pubblica i poteri che rappresento e quelli che mi hanno promesso la più veloce progressione verticale nella storia della Repubblica con la medaglia del Quirinale mi hanno dato mandato di preferire il primo alla seconda. La storia della politica da sempre è un equilibrio tra denaro e diritti, tra fatturato e salute, è il gioco grande della politica fin dai tempi della rivoluzione industriale e io ho fatto la mia scelta».

 

Sarebbe duro da accettare, ovvio, ma almeno si avrebbe la sensazione di giocare a carte scoperte, con quella serietà onesta che ci si aspetta da un capo di governo. Del resto basta guardare i numeri del Parlamento per capire che alla maggioranza dispiace più un calo di scontrini nel bar sotto gli uffici piuttosto che un fragile deve pregare che il vaccino sia ancora abbastanza in circolo per non prendersi una botta definitiva con questo “raffreddore” che è stato per qualche settimana un raffreddore e che ora non è più un raffreddore secondo l’Oms e addirittura secondo Bassetti (che del raffreddore è l’alfiere).

 

Mario Draghi potrebbe anche ammettere che la panzana di un governo impolitico ha mostrato tutte le sue lacune: ogni “governo di tutti” finisce tristemente per essere “il governo di nessuno”. Così accade che ci ritroviamo con quarantene demolite per vaccinati e ex ammalati a contatto con positivi (decisione senza nessun fondamento scientifico visto che da nessuna parte sta scritto che non si contagino e non siano contagiosi), ci ritroviamo con regole per la scuola che addirittura cambiano in base al grado, ci ritroviamo con una vaccinazione obbligatoria dai 50 anni in su per trovare una mediazione tra le proposte dei partiti e ci ritroviamo con un’ammenda che fa ridere.

 

Sarebbe chiaro che per seguire questa linea la narrazione deve evidentemente trasformare tutto quello che non sia Pil in questioni secondarie a cui dare poco peso (sperando che tutti ci credano) e sarebbe chiaro che Mario Draghi è effettivamente il presidente del Consiglio che molti sognavano perché riesce a fare ciò che gli altri si vergognano di dire per non perdere troppi voti.

 

Forse si potrebbe anche trovare il coraggio di dire che la politica sotto Draghi, quella che avrebbe dovuto “compattarsi”, ormai stia andando per conto suo con Salvini che non aspetta altro che rompere con il governo mentre è in guerra con i suoi alleati di centrodestra, con il Movimento 5 Stelle che sembra non riuscire a rallentare il suo dissanguamento, con il Pd che ancora si arrabatta per le scorie renziane che infestano i gruppi parlamentari e con Berlusconi che in questo disagio generale riesce addirittura a essere in corsa per il Quirinale.

 

Ammettetelo. Vi si stima di più.

09/01/2022

da Left

Giovanni Russo Spena 

 

 

Siamo di fronte al rischio che passi, con il vergognoso applauso della stampa generalista, una radicale controriforma costituzionale. Inoltre, sul serio Draghi ha esaurito i due compiti a lui assegnati?

 

Tre interrogativi mi assillano: stiamo confusamente scivolando verso la quinta repubblica gollista? Non è Draghi che deve rispettare la Costituzione ma la Costituzione che deve adattarsi a Draghi? Con l’accoppiata Mattarella/ Draghi siamo arrivati al presidenzialismo “di fatto” e al monocameralismo “di fatto”? Sono giorni in cui rischiamo muti in misura strutturale la nostra legalità costituzionale. Anche per l’errore molto grave di Letta di non voler approvare, prima dell’elezione del Capo dello Stato, la nuova legge elettorale. Non la pose il Pd come condizione per votare “Sì” allo sciagurato referendum del 2020 sulla riduzione indiscriminata del numero dei parlamentari?

 

Proporzionalità e scelta diretta degli elettori sono due pilastri della nostra identità democratica. Anche l’approvazione della legge di bilancio ha registrato lo svuotamento assoluto del bicameralismo. Il governo emerge come luogo unico della sintesi politica. In verità la tendenza alla presidenzializzazione viene da lontano; le destre l’hanno sempre propugnata; ma oggi prorompe come delega autoritaria all’uomo “forte” nel disorientamento sociale dello “Stato di eccezione” pandemico.

 

Indebolire il ruolo del Parlamento è pericoloso per la stessa legalità costituzionale. Rischiamo di pagare amaramente la scelta avventurista di un anno fa del presidente Mattarella, con l’insediamento per via extraparlamentare del governo Draghi, anche per la debolezza e la perdita di identità dei partiti (oltre che per i diktat dell’Unione Europea e della Confindustria).

 

Left analizzò già allora la situazione, prevedendo l’esito paludoso. Qui siamo infatti. Quale risposta? Battersi per il rafforzamento del Parlamento. Parto dal convincimento che l’elezione al Quirinale di Draghi, che guiderebbe naturalmente gli atti politici del governo, sia il male peggiore perché porterebbe, di fatto, ad una forma spuria di presidenzialismo senza regole. Contro la Costituzione, che stabilisce che il capo dello Stato è il garante della nazione tutta , non della maggioranza; e che egli “non è responsabile degli atti compiuti  nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”.

 

Siamo di fronte al rischio che passi, con il vergognoso applauso della stampa (la quale dovrebbe, invece, essere sempre, in democrazia, controllo e critica del potere), una radicale controriforma costituzionale. Dettata dall‘Economist, che auspica un grande leader non votato dal popolo ed un governo tecnico oligarchico, in grado di agire in un momento di turbolenza. Inoltre, sul serio Draghi ha esaurito i due compiti a lui assegnati? Della pandemia è inutile scrivere: che la strategia sia meno confusa e contraddittoria è urgente. Per quanto riguarda la situazione economico/sociale, la propaganda mediatica esalta le pietose bugie di Palazzo Chigi.

 

La riforma fiscale non è progressiva, è incostituzionale. Sulla previdenza si torna tendenzialmente alla legge Fornero. La legge sulle delocalizzazioni aziendali è solo una razionalizzazione che aiuta i licenziamenti. I servizi pubblici vengono coattivamente privatizzati, anche contro il parere dei Comuni. Le “autonomie differenziate”, cioè la “secessione dei ricchi”, contro l’articolo 5 della Costituzione, avanza attraverso intese clandestine. La sbandierata ripresa economica è solo, purtroppo, una ricostruzione delle tradizionali catene del valore del capitale, mentre esplode una profonda crisi salariale ed occupazionale. E allora?

 

Quale è il bilancio dell’anno di Draghi? Ha ragione Zagrebelsky: siamo di fronte ad una manovra di disciplinamento sociale e ad un “mostro da evitare. Ci troveremmo di fronte ad un mostruoso concentrato di potere. Il Parlamento eleggerebbe il presidente della Repubblica; e il Presidente della Repubblica nominerebbe un presidente del Consiglio a sé gradito, una sua protesi”. Si creerebbe un centro di potere (settennale) autoreferenziale ed incontrollato. È indispensabile, mi pare, rinviare al mittente la pressione quirinalizia di Draghi.

 

Credo che sia urgente, come Left ha sempre sostenuto, difendere il ruolo del Parlamento , battersi per una legge proporzionale, tentare di ridare una identità e un’anima ai partiti. Occorre un punto di vista alternativo, per ricostruire un rapporto dialettico tra governanti e governati, per sperimentare forme di democrazia diretta, di autogestione, che arricchiscano la democrazia rappresentativa. Un vasto, urgente programma.

07/01/2022

 

 
 
Martedì scorso, 4 gennaio, una rappresentanza delle 29 Associazioni che hanno sottoscritto  l'appello "Uniamoci per salvare l'Italia", presentato al Presidente del Consiglio, Mario Draghi ed alle istituzioni della Repubblica,  è stata ricevuta presso l’Ufficio Territoriale del Governo di Grosseto.
 
rappresentanti provinciali del Comitato Provinciale “Norma Parenti” dell’ANPI, insieme a quelli della CGIL, della CISL, dell’ARCI, di Libertà e Giustizia, del Partito Democratico, del Partito della Rifondazione Comunista e di Sinistra Italiana, hanno affidato al Prefetto copia del documento intitolato "Prima che sia troppo tardi", il quale richiama l’attenzione della Presidenza del Consiglio dei Ministri sulla necessità, indifferibile ed urgente, di procedere ai sensi di legge allo scioglimento delle organizzazioni neofasciste.
Potete trovare il  servizio filmato  prodotto da Toscana TV a questo link:
Per  leggere l'articolo sulla pagina web del Comitato Provinciale Norma Parenti, che è anche stato diffuso sui social e  pubblicato nei quotidiani locali, invece, seguite il seguente link:
 
 PS: in allegato, le foto degli articoli pubblicati da Il Tirreno e La Nazione.

 

 
,

07/01/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

In un momento di impennata del virus il governo poteva continuare sulla strada del Green pass oppure scegliere l’obbligo vaccinale per tutti. Ha scelto di non scegliere

 

Quando Mario Draghi è diventato presidente del Consiglio aveva il compito chiaro di elaborare una strategia per arginare la pandemia. La scelta è ricaduta sull’utilizzo del Green Pass per provare a limitare i contagi e per costringere la gente a vaccinarsi. Da queste parti, fin dall’inizio, abbiamo contestato l’utilizzo surrettizio del certificato verde ma i sostenitori di Draghi la rivendicavano. Benissimo.

In un momento di impennata del virus (impennata che non sta solo nel numero dei contagi, come dicono in molti, ma è visibile negli ospedali in affanno) il governo poteva prendere due strade: continuare sulla strada del Green Pass oppure scegliendo l’obbligo vaccinale. Ha scelto di non scegliere. E questo è il primo punto politico.

Draghi è sempre riuscito a imporre la propria linea ai partiti con il sottaciuto ricatto di andarsene. Ora il ricatto non funziona più: l’elezione del presidente della Repubblica (a cui Draghi si è autocandidato con un’ineleganza tutt’altro che migliore) lo ha indebolito. Questo è un altro punto politico.

Draghi aveva promesso chiarezza nell’azione, chiarezza ai cittadini. Missione fallita. La successione di decreti e regole è stata confusa e confusionaria. Non spiegare le misure in un momento come questo significa alimentare ancora più il caos. A proposito, vi ricordate quando Draghi promise che non sarebbero più girate bozze con lui al governo? Missione fallita.

Che le misure prese vengano spiegate ai giornalisti da alcuni ministri in mezzo alla strada non aiuta a fare chiarezza. Fa specie leggere da Corriere della Sera che Draghi avrebbe voluto spiegarsi ai giornalisti ma «l’aria elettrica delle riunioni deve averlo convinto a desistere». Un presidente del Consiglio che desiste per l’aria elettrica di una riunione non è un buon esempio per chi prova a resistere all’aria qui fuori. Anche perché, diciamocelo, le conferenze stampa di Draghi sono tutt’altro che difficili con quell’insopportabile profluvio di sorrisi e di applausi.

LAVORO E DIRITTI

 

06/01/2021

da Il Manifesto

Massimo Franchi

 

Quattro giorni dopo lo sblocco le imprese che avevano appalti fanno partire le procedure

 

Una vertenza che va avanti da oltre quattro anni che si risolve nel modo peggiore. A soli tre giorni dallo sblocco dei licenziamenti – prorogato a fine anno per questo settore – le imprese hanno scelto di mettere fine alle speranze di oltre 1.100 lavoratrici delle pulizie scolastiche aprendo le procedure di licenziamento collettivo, nonostante non sopportassero alcun costo.

 

I lettori del manifesto si ricorderanno i tanti articoli scritti in questi anni sulla vicenda figlia delle esternalizzazioni degli anni duemila. Le scuole statali hanno appaltato i servizi di pulizia e guardiania riducendo il personale in maniera molto forte. Ne hanno approfittato grandi multinazionali e finte cooperative che per vincere gli appalti hanno compresso salari e diritti delle lavoratrici con casi sfociati nella cronaca nera per esempio nella zona di Latina e della Campania dove l’allora sesto lotto dell’appalto Consip era stato aggiudicato a finte cooperative o aziende che non pagavano le lavoratrici e le sostituivano con personale preso all’uopo, una sorta di crumiraggio del terzo millenio.

 

DOPO I TANTI SCIOPERI e le tante proteste finalmente si era arrivata a decidere di invertire la rotta re-internalizzando i servizi di pulizia delle scuole statali. Una vertenza e procedura molto complessa, partita nel 2019 e ancora non terminata. L’accordo fra forze politiche, ministero dell’Istruzione e sindacati prevedeva l’assunzione di 12.137 persone su base provinciale rispetto alle necessità delle singole scuole, sebbene i sindacati chiedessero 16mila assunzioni e molti posti riconosciuti come part time invece che tempi pieni.

 

MA COME SPESSO ACCADE in Italia le procedure nascondevano vere discriminazioni nei criteri per riconoscere il diritto alla stabilizzazione di queste lavoratrici. Il criterio più ingiusto è stato quello dei 10 anni di anzianità necessari a fare domanda. Le escluse, circa 4 mila, sono rimaste escluse e in capo alle imprese.

 

A marzo 2020 la pandemia ha bloccato tutto il processo, consentendo però almeno il riconoscimento della cassa integrazione – in realta Fis – in deroga che ha coperto con ammortizzatori sociali le lavoratrici nel primo anno di pandemia.

 

«Grazie ai nostri scioperi e alle nostre proteste a settembre 2021 è partita la seconda fase assunzionale per altre 1.100 lavoratrici – ricorda Cinzia Bernardini, segretaria nazionale della Filcams Cgil – in cui siamo riusciti a dimezzare il requisito a 5 anni di anzianità, anche se sempre legato alle disponibilità nelle provincie. E ancora nell’ultima legge di bilancio con un emendamento abbiamo strappato l’impegno ad una terza fase assunzionale a settembre 2022 per 450 ulteriori posti anche nelle province senza disponibilità».

 

Il governo Conte II, sotto la spinta del M5s, ha portato a un intervento che ha reso full time tutte le assunzioni sebbene questo sia avvenuto a scapito di una riduzione del personale Ata (tecnici e ammistrativi) contestato dai sindacati della scuola.

 

Per questo la decisione delle imprese – Manital Idea, Rekeep (ex Manutencoop), Dusman, L’Operosa, Team Service, Epm, Papalini e Snam Lazio – di licenziare le circa 1.100 lavoratrici viene considerato dai sindacati «una vera ingiustizia, le aziende non sopportavano alcun costo perché le lavoratrici erano in ammortizzatore sociale: al massimo i ratei di 13esima», spiega Cinzia Bernardini.

 

«APPENA TERMINATO IL BLOCCO dei licenziamenti, le imprese hanno subito aperto le procedure di licenziamento collettivo per tutti i lavoratori ancora in forza che erano occupati nei servizi di pulizie, ausiliariato e di mantenimento del decoro delle scuole, servizio che è stato internalizzato. Filcams Cgil, Fisascat e Uiltrasporti hanno, anche negli ultimi mesi, chiesto l’apertura di un tavolo per realizzare la continuità occupazionale per tutte le lavoratrici ancora esclusi dal percorso di stabilizzazione, affinchè nessuno rimanga escluso. Oggi la decisione unilaterale delle imprese fa precipitare la situazione, un intervento non è più rinviabile», denunciano i sindacati.
Circa 350 dei 1.100 licenziamenti sono concentrati a Roma e provincia.

 

«Abbiamo chiesto tre volte la convocazione di un tavolo con ministero, Anci e imprese ma non c’è mai stato concesso. Ora serve un intervento urgente per prorogare gli ammortizzatori in deroga almeno fino a settembre prossimo quando circa 450 lavoratrici saranno ulteriormente internalizzate», conclude Cinzia Bernardini.

05/01/2021

da il Manifesto

Federico Maria Butera

 

Transizione ecologica. Il nuovi reattori di IV generazione non sono ancora commercialmente sostenibili; lo sono quelli che si fanno oggi e quelli vecchi, con qualche ritocco per allungargli la vita

 

“Missione compiuta”, seguito dall’emoji dei bicchierini che brindano. È questo, si può immaginare, il messaggio WhatsApp che si sono scambiati i vertici della Shell, Total ed Eni, nonché i capi delle aziende della filiera nucleare, dopo la pubblicazione del documento della Commissione europea che include nella tassonomia i settori del nucleare e del gas fossile. Brindano perché la tassonomia dell’Ue individua le attività necessarie per raggiungere la neutralità climatica nei prossimi 30 anni, guidando e mobilitando gli investimenti, privati e pubblici. Ora loro ci sono dentro e li aspetta un fiume di soldi. E non è neanche difficile prenderli. Infatti, fino al 2030 per continuare a produrre energia elettrica col gas basta che il nuovo impianto emetta non più di 270 g CO2e/kWh in media per 20 anni, cioè che sia ad alta efficienza (il minimo che si possa chiedere), e che possa essere alimentato da una miscela di gas fossile e gas rinnovabile (gas da biomassa o idrogeno); la miscela nel 2026 dovrà contenere almeno il 30% di gas rinnovabile e nel 2030 il 55%. E poi? Mah. Non c’è una data per l’eliminazione completa del gas fossile.

 

Il documento dice anche che, in alternativa, un nuovo impianto a gas costruito prima del 2030 è verde se soddisfa il limite di emissione annuale di 550kg CO2e per kW di potenza installata, nell’arco di 20 anni. Traduzione per i non addetti: se si costruisce una centrale col solo scopo di produrre energia elettrica quando occorre compensare la mancata produzione da rinnovabili se c’è poco sole o poco vento, allora si può usare un impianto meno efficiente, e quindi meno costoso. Cioè, si facilita la costruzione di centrali a gas destinate solo alla stabilizzazione della rete, inducendo a investire su questa tecnologia invece che sui sistemi di accumulo, che possono svolgere la stessa funzione senza produrre CO2. Emblematico, in Italia, è il caso della centrale di Civitavecchia, attualmente a carbone, che l’Enel prevede di trasformare in una centrale a gas con la funzione di stabilizzazione della rete, invece di sfruttare la potenzialità di accumulo idraulico di cui dispone.

Dopo il 2030, dice ancora il documento, il gas è verde se si sotterra la CO2 che si produce bruciandolo; cioè se si ricorre alla Ccs, una tecnologia molto discussa, che presenta pericoli ed è costosa – non a caso è spostata a dopo il 2030 – ma sta molto a cuore alle compagnie Oil&Gas perché permette loro di mantenere il metano alla base del sistema energetico.
Senza limite alla Ccs e all’uso del gas, a un certo punto i luoghi in cui è possibile iniettare la CO2 sottoterra in Europa finiranno, e allora navi cariche di CO2 liquefatto partiranno dai nostri porti verso paesi in via di sviluppo, dove il gas sarà sotterrato, con scarsi o nulli controlli, in altri siti adatti. Bombe ambientali, sparse per la Terra, pronte a rilasciare il gas che contengono. Generoso regalo a chi verrà dopo di noi.

 

Anche il nucleare è stato dipinto di verde. Fa parte della tassonomia la ricerca e lo sviluppo dei reattori di IV generazione (che però, recita il testo, “non sono ancora commercialmente sostenibili”); lo sono pure i reattori nuovi di terza generazione (cioè quelli che si fanno oggi) e – perché no? – anche quelli vecchi, di cui si allunga la vita con qualche intervento. L’unica condizione posta è che i nuovi e i rinnovati rispettino le prescrizioni dell’Euratom sulla sicurezza (e ci mancherebbe altro) e che gli stati membri dicano come intendono trattare le scorie radioattive (il che non significa niente, come ben sappiamo, perché ai piani poi non corrisponde l’esecuzione; l’obiettivo finale dichiarato, comunque, è sotterrarle in profondità). Cioè niente di nuovo, tranne la promozione del nucleare a fonte energetica sicura e sostenibile, come se Fukushima (per dire l’ultimo) non avesse insegnato niente e l’uranio non fosse una risorsa fossile non rinnovabile.

 

Ma l’aspetto più paradossale, quasi surreale, è la esplicita pretesa di porre il nucleare come tecnologia di transizione verso l’economia circolare, semplicemente grazie a una gestione dei rifiuti, radioattivi e non, che ne garantisca “il massimo riutilizzo o riciclaggio alla fine del ciclo di vita”. È paradossale perché non c’è nessun processo meno circolare di quello che vede l’estrazione da una miniera di una risorsa finita, l’uranio, la sua lavorazione, il suo uso, e infine il seppellimento nelle viscere della terra dei rifiuti radioattivi, come regalo a chi verrà dopo di noi. Dov’è il ciclo che si chiude? Certo, alcuni dei rifiuti radioattivi si possono riusare, come ad esempio il plutonio, per fare le bombe.

 

Con l’inserimento del gas, della Ccs e del nucleare nella tassonomia verde è stato scritto l’epitaffio del Green Deal europeo, con grande gioia dello 0,1% più ricco della popolazione, che contiene gli azionisti dell’Oil&Gas, del nucleare, delle banche, delle multinazionali di ogni tipo. Continuando con gas e Ccs, e dando sempre più spazio al nucleare, gli investimenti sulle fonti rinnovabili, sull’accumulo e sull’efficienza energetica si ridurranno al lumicino, distorcendo il concetto di economia circolare (i primi segni già col nucleare).

 

E così, seppure dovessero ridursi un po’ le emissioni di CO2, non si ridurrà l’estrazione di risorse minerarie e rinnovabili dall’ambiente e non si ridurrà la domanda di energia, riduzione che si può ottenere solo con una corretta applicazione dei principi dell’economia circolare. Insomma, non si rimuoveranno le cause della crisi ambientale che stiamo vivendo, e non rimuovendole non si possono rimuovere gli effetti, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, rischiando di trascinarci verso la sesta estinzione. E non si dica che la comunità scientifica non ci avesse avvertiti.

SANITA' E AMBIENTE

 

05/01/2021

da il Manifesto

Federico Maria Butera

 

Transizione ecologica. Il nuovi reattori di IV generazione non sono ancora commercialmente sostenibili; lo sono quelli che si fanno oggi e quelli vecchi, con qualche ritocco per allungargli la vita

 

“Missione compiuta”, seguito dall’emoji dei bicchierini che brindano. È questo, si può immaginare, il messaggio WhatsApp che si sono scambiati i vertici della Shell, Total ed Eni, nonché i capi delle aziende della filiera nucleare, dopo la pubblicazione del documento della Commissione europea che include nella tassonomia i settori del nucleare e del gas fossile. Brindano perché la tassonomia dell’Ue individua le attività necessarie per raggiungere la neutralità climatica nei prossimi 30 anni, guidando e mobilitando gli investimenti, privati e pubblici. Ora loro ci sono dentro e li aspetta un fiume di soldi. E non è neanche difficile prenderli. Infatti, fino al 2030 per continuare a produrre energia elettrica col gas basta che il nuovo impianto emetta non più di 270 g CO2e/kWh in media per 20 anni, cioè che sia ad alta efficienza (il minimo che si possa chiedere), e che possa essere alimentato da una miscela di gas fossile e gas rinnovabile (gas da biomassa o idrogeno); la miscela nel 2026 dovrà contenere almeno il 30% di gas rinnovabile e nel 2030 il 55%. E poi? Mah. Non c’è una data per l’eliminazione completa del gas fossile.

 

Il documento dice anche che, in alternativa, un nuovo impianto a gas costruito prima del 2030 è verde se soddisfa il limite di emissione annuale di 550kg CO2e per kW di potenza installata, nell’arco di 20 anni. Traduzione per i non addetti: se si costruisce una centrale col solo scopo di produrre energia elettrica quando occorre compensare la mancata produzione da rinnovabili se c’è poco sole o poco vento, allora si può usare un impianto meno efficiente, e quindi meno costoso. Cioè, si facilita la costruzione di centrali a gas destinate solo alla stabilizzazione della rete, inducendo a investire su questa tecnologia invece che sui sistemi di accumulo, che possono svolgere la stessa funzione senza produrre CO2. Emblematico, in Italia, è il caso della centrale di Civitavecchia, attualmente a carbone, che l’Enel prevede di trasformare in una centrale a gas con la funzione di stabilizzazione della rete, invece di sfruttare la potenzialità di accumulo idraulico di cui dispone.

Dopo il 2030, dice ancora il documento, il gas è verde se si sotterra la CO2 che si produce bruciandolo; cioè se si ricorre alla Ccs, una tecnologia molto discussa, che presenta pericoli ed è costosa – non a caso è spostata a dopo il 2030 – ma sta molto a cuore alle compagnie Oil&Gas perché permette loro di mantenere il metano alla base del sistema energetico.
Senza limite alla Ccs e all’uso del gas, a un certo punto i luoghi in cui è possibile iniettare la CO2 sottoterra in Europa finiranno, e allora navi cariche di CO2 liquefatto partiranno dai nostri porti verso paesi in via di sviluppo, dove il gas sarà sotterrato, con scarsi o nulli controlli, in altri siti adatti. Bombe ambientali, sparse per la Terra, pronte a rilasciare il gas che contengono. Generoso regalo a chi verrà dopo di noi.

 

Anche il nucleare è stato dipinto di verde. Fa parte della tassonomia la ricerca e lo sviluppo dei reattori di IV generazione (che però, recita il testo, “non sono ancora commercialmente sostenibili”); lo sono pure i reattori nuovi di terza generazione (cioè quelli che si fanno oggi) e – perché no? – anche quelli vecchi, di cui si allunga la vita con qualche intervento. L’unica condizione posta è che i nuovi e i rinnovati rispettino le prescrizioni dell’Euratom sulla sicurezza (e ci mancherebbe altro) e che gli stati membri dicano come intendono trattare le scorie radioattive (il che non significa niente, come ben sappiamo, perché ai piani poi non corrisponde l’esecuzione; l’obiettivo finale dichiarato, comunque, è sotterrarle in profondità). Cioè niente di nuovo, tranne la promozione del nucleare a fonte energetica sicura e sostenibile, come se Fukushima (per dire l’ultimo) non avesse insegnato niente e l’uranio non fosse una risorsa fossile non rinnovabile.

 

Ma l’aspetto più paradossale, quasi surreale, è la esplicita pretesa di porre il nucleare come tecnologia di transizione verso l’economia circolare, semplicemente grazie a una gestione dei rifiuti, radioattivi e non, che ne garantisca “il massimo riutilizzo o riciclaggio alla fine del ciclo di vita”. È paradossale perché non c’è nessun processo meno circolare di quello che vede l’estrazione da una miniera di una risorsa finita, l’uranio, la sua lavorazione, il suo uso, e infine il seppellimento nelle viscere della terra dei rifiuti radioattivi, come regalo a chi verrà dopo di noi. Dov’è il ciclo che si chiude? Certo, alcuni dei rifiuti radioattivi si possono riusare, come ad esempio il plutonio, per fare le bombe.

 

Con l’inserimento del gas, della Ccs e del nucleare nella tassonomia verde è stato scritto l’epitaffio del Green Deal europeo, con grande gioia dello 0,1% più ricco della popolazione, che contiene gli azionisti dell’Oil&Gas, del nucleare, delle banche, delle multinazionali di ogni tipo. Continuando con gas e Ccs, e dando sempre più spazio al nucleare, gli investimenti sulle fonti rinnovabili, sull’accumulo e sull’efficienza energetica si ridurranno al lumicino, distorcendo il concetto di economia circolare (i primi segni già col nucleare).

 

E così, seppure dovessero ridursi un po’ le emissioni di CO2, non si ridurrà l’estrazione di risorse minerarie e rinnovabili dall’ambiente e non si ridurrà la domanda di energia, riduzione che si può ottenere solo con una corretta applicazione dei principi dell’economia circolare. Insomma, non si rimuoveranno le cause della crisi ambientale che stiamo vivendo, e non rimuovendole non si possono rimuovere gli effetti, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, rischiando di trascinarci verso la sesta estinzione. E non si dica che la comunità scientifica non ci avesse avvertiti.

04/12/2021

da il Manifesto

Luciana Castellina,

Massimo Serafini

 

Greenwashing europeo. Silenzio del Pd, che sta zitto da mesi, come del resto D’Alema che adesso torna a casa perché quel partito che aveva abbandonato con clamore è tornato ad essere bravo

 

Se si voleva dare un altro schiaffo alla politica, e dunque alla democrazia, non si sarebbe potuto fare di meglio: dopo aver lanciato allarmi (sacrosanti), raccolto pareri scientifici (accurati e maggioritari), dichiarato che era necessaria una drastica svolta nel nostro modo di produrre e consumare per far fronte alla minaccia incombente della distruzione della Terra e dell’umanità che vi abita (in prima fila negli appelli Von der Leyen), la Commissione europea rende pubblica, e dunque ufficiale, una proposta di definizione della tassonomia – che indica quali siano le fonti energetiche da considerare rinnovabili – in cui vengono incluse sia l’energia nucleare che il gas!

 

Guardiamo la Tv per cercare una reazione: burocratica informazione del corrispondente da Bruxelles per avvertire che la decisione dovrà comunque passare per l’approvazione del Parlamento e naturalmente dei governi europei.

 

Aspettiamo con ansia un parere, almeno un primo giudizio del nostro, almeno dei partiti che lo compongono: niente, tutti troppo occupati a trattare l’elezione del presidente della Repubblica.

 

Silenzio assordante anche del Pd, che su questi temi sta zitto ormai da mesi, come del resto D’Alema che adesso scopre che torna a casa perché quel partito che aveva abbandonato con clamore qualche anno fa è tornato ad essere bravo. Non avrebbe dovuto aspettare perlomeno qualche prova più consistente dell’avvenuto ravvedimento, a partire da una decisa presa di posizione in merito alle ripetute dichiarazioni del ministro “della finzione ecologica” Cingolani a favore del nucleare e del gas, che non dovrebbe esser considerata una allegra distrazione?

 

(Come invece appare, perché nessuno dei nostri ministri, e tanto meno il presidente del consiglio, hanno sentito la necessità di dichiarare che, almeno per ora, quelle erano solo posizioni personali di Cingolani).

 

Solo i 5Stelle, per voce del loro vice, a nome del Movimento e non ancora come partner del governo, si sono per fortuna differenziati annunciando il loro dissenso.

 

A parlare in Europa per ora sono stati la vicepresidente del governo spagnolo, la compagna di Podemos, Yolanda Diaz, con l’invito alla Commissione di “riconsiderare questa decisione per evitare di allontanarsi dalla evidenza scientifica e dalla domanda della società”.

 

Così anche, in un primo tempo, il vice-cancelliere del governo tedesco, il verde che ha definito “disgustosa” la posizione emersa a Bruxelles, stretto nel suo semaforo, dal giallo partner liberale e dal rosso cancelliere Spd (che però alla fine si è dichiarato anche lui contrario, peraltro già impegnato dalla chiusura delle centrali tedesche).

 

Chi ha dunque deciso questa spettacolare resurrezione del nucleare e assoluzione del gas? La famosa governance, l’oscura fascia di sconosciuti esperti, a cui, da quando 50 anni fa la Trilateral decise che l’economia era troppo importante per affidarla alla politica, e consegnò, col plaudente consenso di America, Europa e Giappone, ai tecnocrati, esonerati da ogni controllo e dal dovere di rispondere ai cittadini, ogni delibera importante, loro sono diventati i veri titolari di una sovranità popolare espropriata.

 

Nessuna ragione, se mai ne esistessero, viene portata per giustificare questa scelta che, se verrà compiuta, non permetterà di realizzare né l’obiettivo del 55% di fonti rinnovabili al 2030, né contenere nel 2050 l’aumento della temperatura di 1,5%.

 

Le conseguenze sui popoli, soprattutto sulla loro parte più fragile e povera, saranno pesantissime in termini di sicurezza e qualità della vita. E di spesa: salvo per la Francia, che di pericolose centrali nucleari ne ha già molte, costruirne di nuove impiega almeno 10 anni e a costi proibitivi.

 

A questo punto entrare nel merito del documento serve a poco. Il problema non è tecnico, ma solo politico.

 

Ci sono ancora margini per fermare questa vera e propria porcheria. Ora comincia l’ iter dell’approvazione definitiva: prima il consiglio dei ministri e poi il parlamento europeo, i cui pareri non sono del tutto scontati e su cui è dunque possibile incidere. È inutile ricordare quanto sarebbe importante che l’Italia, che sul No al nucleare ha già vinto due referendum, facesse parte di questa opposizione. Fino ad ora il suo ruolo è stato completamente negativo, viste le ripetute dichiarazioni filo nucleari e filo metano del ministro Cingolani e che mai Draghi ha smentito o commentato.

 

Saremmo curiosi di sapere se negli incontri con Macron e con il nuovo cancelliere tedesco Sholz si sia discusso di nucleare e gas e soprattutto che impegni sono stati già presi da Roma.

 

C’è da domandarsi come sia possibile che su un argomento così importante, su cui si decide il futuro del paese e del governo di larghe intese, alzi la voce solo la Lega con Salvini. Lui vuole riaprire al nucleare, anche eventualmente promuovendo un altro referendum. Evidentemente si sente in grado di garantire che nelle regioni a guida Lega saranno pronti ad aprire i rispettivi territori alle discariche dei rifiuti pericolosi, che dovrebbe essere la condizione per autorizzare la costruzione delle centrali.

 

Ci chiediamo se il leader leghista abbia già informato i suoi presidenti di regione per informarli che dovranno mettere a disposizione i loro territori per ospitare i rifiuti radioattivi, visto che il documento europeo permette di costruire centrali nucleari fino al 2045, ma alla condizione che ci sia un piano preciso di smaltimento delle scorie.

 

Il Pd è assente da sempre da questa discussione sulla tassonomia. Non vuole disturbare Draghi e quindi tace? Pensa che l’argomento abbia un peso modesto sul futuro del paese e più in generale dell’Europa? Un drammatico errore.

 

È augurabile che la mobilitazione sociale contro gas e nucleare, decisa per il mese di gennaio da Legambiente insieme ad una vastissima rete associativa e a importanti settori della Cgil, lo scuota e gli faccia cambiare idea. Sarebbe una scelta determinante per rimettere in discussione tutto, facendo saltare l’intesa raggiunta sul documento.

 

Il voto dell’Italia è determinante e quindi non basta che finalmente il Pd si esprima e dica come la pensa, ma si proponga di aprire un confronto nel governo per spingerlo ad opporsi a una scelta così negativa. Non dare importanza alle scelte di quel documento significa collocare il Pd fuori dalla lotta al cambio climatico e quindi fra le forze negazioniste. Non è cosa di poco conto, una quisquilia che non deve disturbare le strategie intese a formare nuove maggioranze su chi dovrà o meno governare e presiedere l’Italia.

SANITA' E AMBIENTE

 

02/01/2022

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Il comunicato della Commissione Europea

 

La Commissione Europea nel primo giorno del nuovo anno ci comunica di aver avviato il 31 dicembre le consultazioni degli esperti degli Stati per l’inserimento del nucleare e del gas nella tassonomia verde. Dopo il fallimento della Cop26 la Commissione comincia male il nuovo anno.


E’ sbagliata l’impostazione complessiva di una transizione ecologica fondata sulla cosiddetta “finanza sostenibile” con lo scopo di creare nuove opportunità per gli investitori. Diventa una vera finzione ecologica se si rilanciano nucleare e gas.


Il governo Draghi, e il ministro Cingolani, portano una grande responsabilità in questo orientamento della Commissione avendo con la Francia di Macron sostenuto il rilancio del nucleare.

Pagine