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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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30/12/2020

Loredana Fraleone

Responsabile Scuola Università Ricerca di Rifondazione Comunista / Sinistra Europea

 

Nello spazio brevissimo, avuto a disposizione, abbiamo presentato il nostro emendamento sul numero degli alunni per classe in Senato, dove Rifondazione Comunista è rappresentata dalla senatrice Paola Nugnes. Il Parlamento italiano funziona ormai come se avesse una sola Camera, dal momento che le leggi finanziarie arrivano in Senato, in tempi talmente ristretti, da poter incidere poco o nulla su ciò che è già stato deciso alla Camera. L’emendamento, che avrebbe aumentato la quota di spazio per alunno all’interno delle classi e con un numero non superiore ai 15, non è stato ammesso in commissione, a riprova che le “classi pollaio” non sono un problema per maggioranza e opposizione, nonostante i proclami sull’importanza della scuola e della formazione per il futuro del paese. Questo tentativo, che avrebbe comportato una vera inversione di tendenza, necessaria da tempo, ma urgente per i problemi posti dalla pandemia, ha suscitato interesse e aspettative diffuse, rappresentate nei pressi del Senato da un presidio di compagne e compagni di Rifondazione contingentati dall’autorizzazione della polizia per un numero non superiore ai 20. Che la questione delle classi numerose sia un problema di sicurezza, ma anche di relazione didattica efficace è difficilmente confutabile, ma la resistenza a incrementare i fondi per l’istruzione, per avvicinarli almeno alla media europea, è dettata da un’idea di società e di futuro, in cui non sia necessaria cultura diffusa e tanto meno cultura critica. Meno risorse al sistema pubblico più spinta verso quello privato; non sia mai che un settore della società sia sostanzialmente fuori dal mercato. Vale per la scuola come per Università, Ricerca e tutti i settori pubblici, sanità compresa.

La pandemia però apre contraddizioni rimaste in ombra fino ad ora e la centralità della sicurezza comincia a entrare nel senso comune. Non può rimanere tutto come prima e anzi peggiorare. Le omissioni e le bugie sulla situazione del pubblico in Italia, messo in contrapposizione al “bello del privato”, cominciano a ricevere colpi significativi, anche dai dati sulla media europea dei finanziamenti per l’istruzione, ben più alti dell’Italia, e da ultimo su quella del numero degli alunni per classe, che in Europa è intorno ai 15, mentre in Italia è al 20,34%, con punte superiori al 21% in Emilia Romagna, Lombardia e Toscana.

La nostra battaglia non si ferma all’emendamento al documento di contabilità, la riprenderemo in sede istituzionale in altre occasioni e insieme a tutti i soggetti che si sono pronunciati a favore di questa proposta, continueremo a sostenerla in tutti i modi, per rendere strutturale una condizione della Scuola vivibile ed efficace.

19/12/2020

 

Documento approvato dalla direzione nazionale del PRC, giovedì 17 dicembre.

 

La Direzione nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea ringrazia le compagne e i compagni che in tutta Italia hanno dato vita a iniziative lo scorso sabato 12 dicembre per la campagna per il rilancio del pubblico.

 

La campagna va proseguita nella prossime settimane sviluppando iniziative nelle regioni e nelle città dove non vi sono ancora state e sarà sviluppata con nuove giornate di mobilitazione proposte dalla segreteria nazionale evidenziando i temi e le proposte contenute nel documento “Per il rilancio del pubblico” che abbiamo approvato nell’ultima riunione del CPN e più in generale nella nostra piattaforma sociale.

 

Le rivendicazioni che sono al centro della campagna individuano priorità rese evidenti dalla pandemia che ha evidenziato il fallimento delle politiche neoliberiste e gli effetti nefasti di decenni di privatizzazioni, tagli e attacco al ruolo del settore pubblico. L’ideologia del mercato ha fornito la giustificazione per lo smantellamento e il saccheggio del pubblico. In particolare ne ha sofferto la sanità e dopo decine di migliaia di morti oggi nella consapevolezza collettiva unanime è il riconoscimento del ruolo insostituibile della sanità pubblica. Ma la crisi ha evidenziato le conseguenze dei tagli nella scuola, nella sanità, nel trasporto pubblico, nei servizi e più in generale l’indebolimento fortissimo della capacità della Repubblica di garantire i diritti sanciti dalla Costituzione. La pandemia ha mostrato quanto l’idea che il benessere della società dipenda dalla crescita economica e dalla centralità dell’imprese sia fallimentare, ideologia e propaganda usata per dirottare le risorse pubbliche verso i grandi gruppi capitalistici e affermarne l’egemonia sulla società. Bisogna per questo uscire dall’economia del profitto e costruire un altro modello sociale, economico, culturale e un nuovo welfare finalizzato al superamento delle discriminazioni di genere e sul contrasto alla crescita delle disuguaglianze.

 

I dati dicono chiaramente che l’Italia è al di sotto della media europea per quanto riguarda il numero dei dipendenti pubblici e per questo assume centralità la nostra campagna che rappresenta una risposta netta alla canea scatenata dalla politica e tanta parte dei media contro il lavoro pubblico in occasione dello sciopero del 9 dicembre.

 

Al tentativo di dividere le classi popolari e il mondo del lavoro occorre rispondere sul terreno della solidarietà e della risposta alle emergenze del paese: un settore pubblico efficiente è garanzia di più diritti per l’intera società.

 

Nel dibattito su come utilizzare i fondi europei del Recovery Fund e sulla manovra all’esame delle camere non vediamo una risposta strutturale all’emergenza sociale causata dalla pandemia.

 

Governo e opposizione di destra propongono ancora di distribuire incentivi alle imprese senza condizionalità precise né salvaguardia dei livelli occupazionali mentre si prepara una catastrofe sociale alla scadenza ormai vicina del blocco dei licenziamenti. L’intenzione di utilizzare solo una parte delle risorse europee stornandone una parte consistente a copertura del debito è dentro la logica che ha prodotto la situazione attuale. Siamo di fronte a un impianto programmatico del PD che ripropone le politiche neoliberiste del passato: la maggioranza dice si alla riforma peggiorativa del MES che diventa un meccanismo salva banche mentre si continua a rifiutare qualsiasi proposta di patrimoniale sulle grandi ricchezze e di seria progressività fiscale e lotta ai paradisi fiscali. In questo paese maggioranza e opposizione di destra convergono nella difesa dell’egoismo proprietario e neanche di fronte alla pandemia e a una crisi devastante sul piano economico c’è il coraggio di fare una scelta di giustizia fiscale e redistribuzione della ricchezza. Le uniche riforme che centrosinistra o centrodestra riescono a fare da 30 anni sono quelle che diminuiscono i diritti di chi lavora. E’ incredibile poi che ci sia chi ossessivamente richiede il ricorso ai fondi del MES, cioè nuovo debito e dipendenza, mentre dalla patrimoniale sulle grandi ricchezze arriverebbero risorse aggiuntive. Assai grave che si continuino a destinare miliardi alle spese militari e all’acquisto di nuovi sistemi d’arma – come denunciato dalle associazioni pacifiste – mentre il paese vive la più grave crisi da decenni. Dei 209 miliardi messi a disposizione dell’Italia con il Next Generation Europa, con il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR), il Governo intende riservare agli investimenti per la salute solo 9 miliardi (il 4,6%). Cifra molto lontana rispetto ai 68 miliardi ipotizzati dallo stesso Ministero della Salute già dalla scorsa estate. Gli oltre 65.000 morti, il numero più alto al mondo in proporzione alla popolazione, sono il prodotto non solo del virus ma di tagli e privatizzazioni che hanno riguardato ospedali, posti letto, personale e servizi territoriali, prevenzione e assistenza sanitaria di base. L’obiettivo della riorganizzazione e del rafforzamento della sanità pubblica avrebbe dovuto essere centrale. E dovrebbe esserlo anche il rilancio della scuola laddove siamo uno dei paesi europei col più alto numero di alunni per classe.

 

La nostra proposta di 500.000 assunzioni nel settore pubblico a partire da sanità e scuola non ha un carattere agitatorio e propagandistico ma rappresenta una realistica e urgente risposta strutturale al depauperamento e invecchiamento del lavoro pubblico in Italia. E anche sul piano morale dovrebbe essere sentito come un dovere da parte di parlamento e governo cominciare con il garantire l’assunzione a tempo indeterminato alle migliaia di precari che stanno affrontando nei reparti l’emergenza covid. La reinternalizzazione dei servizi e la fine del precariato nel pubblico sono misure strutturali da assumere invece di alimentare nuove forme di caporalato legalizzato.

 

I dati sulla crescita del numero dei poveri nel nostro paese mostrano quanto sia indifferibile l’estensione del reddito di cittadinanza al fine di garantire il diritto all’esistenza con un reddito per tutte e tutti come rivendichiamo da tempo. La decisione da parte della maggioranza di non prorogare blocco degli sfratti impone di rilanciare mobilitazione per il diritto alla casa e costruire una campagna nazionale.

 

La nostra adesione alle iniziative dei cittadini europee (ICE) per l’introduzione di un reddito di base incondizionato e per la garanzia di vaccino e cure per tutti/e è parte del nostro impegno per un’uscita da sinistra dalla crisi fondata sui valori di solidarietà.

 

La fedeltà ai principi costituzionali ci impone di esprimere il più netto dissenso rispetto al tentativo del ministro Boccia di far approvare il progetto dell’autonomia differenziata come collegato alla finanziaria. Giudichiamo molto positivamente la presa di posizione dell’ANPI, del Coordinamento per la democrazia costituzionale e del Comitato contro ogni autonomia differenziata, delle organizzazioni sindacali che si sono espresse contro il separatismo regionale, dei tanti comitati locali e siamo parte della mobilitazione nazionale del 18 dicembre che si articolerà con numerose iniziative territoriali. Invece di proseguire sulla strada della divisione del paese e dello svuotamento della democrazia, bisogna garantire l’uguaglianza dei diritti facendo marcia indietro rispetto alla modifica del Titolo V del 2001 e reintrodurre una legge elettorale proporzionale pura come garanzia di pluralismo e centralità del parlamento.

 

L’emergenza sanitaria con la crescita nella seconda ondata del numero di morti rispetto alla prima dimostra i danni che produce la subalternità della politica alla logica del profitto mascherato come primato dell’economico. Abbiamo sostenuto fin dall’inizio che la tutela della salute e il contenimento del contagio dovessero essere la priorità. Purtroppo ha prevalso finora con enormi costi umani la logica espressa con involontaria sincerità dal presidente della Confindustria marchigiana.

La crisi economica e la pandemia continuano a evidenziare la necessità di fronte ai disastri del capitalismo neoliberista di un punto di vista anticapitalista e dell’impegno di comuniste/i per la costruzione di una sinistra antiliberista, ambientalista, femminista, pacifista, un polo rossoverde schierato dalla parte delle classi lavoratrici, dell’ambiente e dei beni comuni. Per questa ragione, anche in vista delle elezioni amministrative che ci vedranno impegnati in centinaia di città italiane nella prossima primavera, il nostro partito è impegnato nella costruzione di liste e/o coalizioni di alternativa ai poli esistenti.

 

La Direzione nazionale impegna tutto il partito nella prosecuzione della campagna sulla nostra piattaforma sociale e dà mandato alla segreteria di coordinare e proporre nuove scadenze e iniziative e di sviluppare l’interlocuzione con le altre soggettività della sinistra sociale e politica.

 

Esprimiamo un giudizio negativo su finanziaria e “recovery plan” perché bisogna invertire totalmente l’ordine delle priorità partendo dal no alle spese per armamenti e destinando la maggior parte delle risorse al

 

- rafforzamento del pubblico nelle strutture, negli organici e nei trattamenti economici a partire da sanità e istruzione;

 

- garanzia del reddito per tutte/i e forti investimenti nel welfare a contrasto di povertà e disuguaglianze, per la garanzia dei diritti sociali;

 

- proroga del blocco degli sfratti per tutto il 2021 e piano straordinario per la casa con rilancio dell’edilizia sociale e riconversione del patrimonio pubblico dismesso compatibile con la residenza;

 

- proroga del blocco dei licenziamenti per tutto il 2021 e l’elaborazione di un piano straordinario per il lavoro con politiche industriali dirette a una riconversione ambientale dell’economia, alla difesa dei livelli occupazionali e alla creazione di nuova occupazione.

Sabato 12 dicembre in tutta Italia ha preso  il via la campagna nazionale del Partito della Rifondazione Comunista per il rilancio del pubblico e 500.000 assunzioni.


La pandemia ha reso evidente l’insostituibilità di solide e diffuse strutture pubbliche per assicurare le condizioni di base, salute, formazione e ricerca, trasporti, qualità dei servizi e competenze operative. Il pubblico serve, a cittadine e cittadini, alla stessa economia.


Dopo anni di tagli che hanno reso più fragile e impoverito il nostro paese è venuto il momento di investire nel pubblico destinando la gran parte delle risorse disponibili per rafforzare tutte quelle strutture dotazioni e attività indispensabili per garantire i diritti e il futuro. L’Italia ha un numero di dipendenti pubblici molto al di sotto della media europea ed è indispensabile colmare questo gap con 500.000 assunzioni, reinternalizzare i servizi a tutti i livelli, stabilizzare tutti i precari a partire dalla sanità.


Mettiamo al centro della nostra campagna la valorizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici perché restituire loro dignità e riconoscimento sociale significa migliorare anche la qualità dei servizi.

Rifondazione Comunista sostiene le rivendicazioni del pubblico impiego.

L’hashtag della campagna sarà #PiùPubblicoSubito

14/12/2020

 

Il 18 dicembre Il Comitato per il Ritiro di qualunque autonomia differenziata e la Rete dei Numeri Pari promuovono in Piazza Montecitorio dalle ore 14:30 alle 18:30 - e in altre 14 piazze italiane - un presidio contro la secessione dei ricchi, propagandata come ‘regionalismo differenziato’, che distruggerebbe l’unità della Repubblica creando cittadini e cittadine di serie A, B e persino Z, a seconda del luogo di residenza.

 

In questi anni, abbiamo visto come la regionalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale e le relative privatizzazioni abbiano causato disastri, negato diritti a milioni di cittadine e cittadini italiani e amplificato l’impatto della pandemia da Covid19. Sarebbe grave quindi, se il Governo cedesse alle richieste scellerate di tre Presidenti di Regione di regionalizzare altre 22 materie, aumentando così le disuguaglianze nel Paese e frammentando ulteriormente l’unità della Repubblica. L’approvazione del Disegno di Legge Boccia getterebbe le basi per la costruzione di 20 piccole patrie, dando a ognuna di queste la possibilità di gestire autonomamente - tra le altre - il sistema scolastico, la tutela del territorio e dell’ambiente, i contratti di lavoro e il gettito fiscale. In questo modo si lascerebbe sempre più spazio alle privatizzazioni, anteponendo la legge del profitto ai bisogni e ai diritti universali di tutte e tutti.

 

Crediamo che la priorità sia lavorare per costruire l’uniformità delle prestazioni e dei servizi in tutto il Paese, garantire diritti, dignità, libertà, partecipazione e giustizia sociale a tutte e tutti. Per questo venerdì 18 saremo in piazza per chiedere al Governo e al Parlamento di ritirare il collegamento del DDL Boccia alla legge di Bilancio e stralciare definitivamente il progetto di Autonomia Differenziata.

 

NO al DDL Boccia, NO all’autonomia differenziata che cancella i principi fondamentali su cui si fonda la Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza; a un dibattito responsabile e privo di reticenze sui danni prodotti dalla riforma del Titolo V della Costituzione; alla Repubblica, una e indivisibile, che rimuova le diseguaglianze e attui i principi di uguaglianza e solidarietà contenuti nella nostra carta costituzionale.

12/12/2020

da il Manifesto 

Mario Di Vito

 

La strage di Piazza Fontana. Intervista a Silvia Pinelli, figlia dell’anarchico che 51 anni fa «volò» da una finestra della Questura di Milano nella notte del 15 dicembre

 

«A che punto siamo? Siamo ancora fermi al 1975, alla sentenza del giudice D’Ambrosio». Silvia Pinelli, figlia di Pino, il ferroviere anarchico precipitato dal quarto piano della questura di Milano nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, sa che il tempo si è sostanzialmente fermato. La verità sulla morte di suo padre, almeno per i tribunali, è vaga come le stelle dell’Orsa: per la giustizia si è trattato di «malore attivo» durante un interrogatorio che andava avanti da 48 ore. Anche la versione ufficiale sulla bomba che il 12 dicembre uccise 17 persone nella sede di piazza Fontana della Banca dell’Agricoltura è un contorsionismo non da poco: l’ultima sentenza, del 2005, identifica la matrice neofascista attraverso delle assoluzioni, con l’esecuzione materiale che ancora oggi rimane ignota.

 

Non c’è verità, dunque?
Al di là delle sentenze, diverse inchieste hanno portato alla luce dei fatti decisivi. Sono usciti molti libri, si è detto e scritto tanto. Manca il riconoscimento giudiziario, che non c’è mai stato. Ma fondamentalmente non c’è mai stata nemmeno la voglia di indagare davvero…

 

Da un punto di vista istituzionale, però, in molti hanno dato il loro sostegno alla lotta per la verità.
È vero. Nel 2009 il presidente della Repubblica Napolitano parlò di Pinelli “vittima due volte”. L’anno scorso il sindaco Beppe Sala ci chiese scusa a nome della città di Milano per tutto quello che non era stato fatto. La città, d’altra parte, ha sempre vissuto in maniera contraddittoria questa storia.

 

In che senso?
Basti pensare alla vicenda delle lapidi: ora in piazza Fontana ce ne sono due, una del Comune e un’altra degli studenti e dei democratici milanesi: nella prima c’è scritto “morto tragicamente” mentre nella seconda “ucciso innocente”. Si è sempre discusso molto di quest’ultima e benché nel 1990 il consiglio comunale la considerò ufficialmente parte integrante della piazza, in seguito il sindaco Gabriele Albertini e soprattutto il suo vice Riccardo De Corato vollero toglierla. Il perché bisognerebbe chiederlo a loro. Comunque alla fine sono stati i cittadini a rimetterla e adesso è ancora lì.

 

L’anno scorso in quindicimila parteciparono alla catena musicale per il cinquantesimo anniversario della bomba e della morte di Pinelli. Quest’anno?
Abbiamo organizzato un incontro con degli studenti dal titolo “Non c’è futuro senza memoria: lezione in piazza su una strage di stato” , poi ci saranno degli interventi (Benedetta Tobagi e Fortunato Zinni, oltre alle sorelle Claudia e Silvia Pinelli, nda), delle letture e un accompagnamento musicale. Martedì sarà proiettato in piazza il film “Pino, vita accidentale di un anarchico” di Claudia Cipriani. Come l’anno scorso, hanno aderito decine di associazioni, di partiti e di collettivi da tutta l’Italia.

 

Per Cipriani fu la vita di Pinelli ad essere accidentale, per Dario Fo invece lo fu la morte. Che ricordo ha lei della figura di suo padre?
Credo che sia importante riscoprire che uomo sia stato: spesso guardando la lapide ci si interroga solo sulla sua morte senza chiedersi della sua vita. Un bel lavoro, in questo senso, l’ha fatto anche Paolo Pasi, che ha scritto per Eleuthera il libro “Pinelli, una storia”, in cui racconta della sua vita politica, da quando a 15 anni è diventato partigiano al suo attivismo nei collettivi anarchici e nel sindacato. Pino era un utopista normale, una persona che viveva la quotidianità con entusiasmo, capace di appassionarsi e di coinvolgere le persone che aveva attorno. Mia sorella e io molte cose le abbiamo scoperte soltanto grazie ai racconti di chi lo conosceva e allora era un ragazzo. Il suo modo di fare lo portava a confrontarsi spesso con un mondo assai variegato. Non dimentichiamo che il primo documento politico che chiedeva la verità sulla sua morte era quello del Partito Socialista, e tra i primi firmatari c’era Aldo Ainasi, che era sindaco di Milano all’epoca della strage.

 

Avete speranza che prima o poi la verità verrà finalmente a galla?
Aspettiamo da cinquantuno anni e ormai non è più una questione giudiziaria. Noi vogliamo soltanto sapere cosa accadde quella notte in questura. Chi sono i responsabili della morte di Pino Pinelli, mio padre.

11/12/2020

da il Manifesto

Chiara Cruciati

 

Italia/Egitto. La stanza 13 delle torture, il ruolo di cinque testimoni. E 13 sospetti ancora ignoti. La Procura di Roma chiede l’azione penale per quattro agenti dei servizi segreti egiziani

 

Ieri la Procura di Roma ha detto la verità. Cosa è successo a Giulio Regeni nei nove giorni tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Chi lo ha rapito, torturato e ucciso. Una verità ancora parziale (troppi restano gli ignoti aguzzini) ma che è primo passo nel percorso verso la giustizia, possibile solo con un atto politico, dovuto a Giulio e agli egiziani.

 

Di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, la Procura – la stessa che ne inaugurò i lavori il 17 dicembre 2019 – ha svolto un’audizione tra le più dolorose: il procuratore capo, Michele Prestipino e il sostituto procuratore Sergio Colaiocco hanno ricostruito i nove giorni passati dal ricercatore nelle mani dei suoi aguzzini. E hanno dato conto della chiusura delle indagini sul sequestro e l’omicidio di Regeni, tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016.

 

LA CONCLUSIONE. Partiamo dalla fine: «Stamattina abbiamo formalmente chiuso le indagini preliminari iniziate tra gennaio e febbraio 2016 nell’immediatezza del fatto – ha spiegato Prestipino – Sono state inizialmente indirizzate a carico di ignoti, poi gli elementi raccolti hanno consentito l’iscrizione nel registro degli indagati di cinque persone, tutte appartenenti genericamente a forze di polizia e di cui quattro agli apparati di sicurezza egiziani, la Nsa».

 

Si tratta dei nomi ormai noti all’opinione pubblica italiana: il generale Tariq Sabir, il colonnello Athar Kamel, il colonnello Usham Helmi, il maggiore Magdi Sharif e l’agente Mahmoud Najem. Ai primi quattro è stata notificata la conclusione delle indagini per sequestro di persona. Uno di loro (Sharif), aggiunge il procuratore, è responsabile anche di concorso in lesioni aggravate omicidio aggravato di Giulio Regeni.

 

Per loro la Procura chiederà il rinvio a giudizio. Solo uno si “salva”: per Najem è stata chiesta l’archiviazione per un quadro probatorio insufficiente.

 

«Non è un risultato scontato – dice più volte Prestipino – Riteniamo di aver acquisito elementi di prova univoci e significativi sulla responsabilità delle persone sottoposte a indagine».

 

Una lunga attività investigativa, diretta e indiretta, che ha intrecciato dati, consultato tabulati e celle telefoniche, sentito testimoni. E che, in parte, è stata possibile per una prima, breve e lacunosa collaborazione egiziana, intramezzata a palesi e offensivi atti di insabbiamento, mai venuti meno.

 

L’EGITTO. Sta tutta lì, nella natura del regime egiziano, la dirompente potenza del risultato ottenuto: «Il punto più significativo – continua Prestipino – è uno e uno soltanto: ci avviamo a esercitare l’azione penale nei confronti di alcuni appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani. Non credo che avvenga spesso che siano portati in giudizio appartenenti a istituzioni pubbliche di un altro Stato per un fatto commesso nel territorio di questo Stato».

 

«Per l’omicidio di Regeni si svolgerà un solo processo e si svolgerà in Italia secondo la procedura dei nostri codici. È il frutto di un’azione di concerto, che non è solo della procura, ma anche della famiglia, dei lavori di questa commissione e di altre autorità decisionali diplomatiche e politiche».

 

Qualcosa dall’Egitto è arrivato e l’elenco lo fa Colaiocco: «Abbiamo presentato quattro rogatorie che contenevano 64 quesiti. Abbiamo avuto 25 risposte, siamo in attesa delle altre 39. Una quindicina riguardano la posizione di 13 soggetti che appaiono collegati agli indagati ma di cui non abbiamo né generalità, né tabulati né dichiarazioni».

 

Un elemento da tenere presente: come spiegano i magistrati, le indagini continuano con l’obiettivo di dare un nome e un ruolo agli ignoti di oggi. Anche alla luce della parabola della collaborazione egiziana: se all’inizio qualcosa è stato consegnato, «dal 29 novembre 2018, quando comunicammo l’intenzione di procedere all’iscrizione del registro degli indagati, nessun atto è pervenuto».

 

LA RICOSTRUZIONE. Saber, Helbi, Kamel e Sharif sono accusati di sequestro di persona pluriaggravato, compiuto la sera del 25 gennaio alle 19.51: «Lo bloccavano nella metropolitana del Cairo – continua Colaiocco – e lo conducevano al commissariato di Dokki e poi in un altro edificio privandolo della libertà personale per nove giorni. Al maggiore Sharif sono contestati altri reati, le lesioni gravissime (non la tortura, perché inserita solo dopo nel nostro codice penale): sono state cagionate con crudeltà acute sofferenze fisiche che hanno provocato lesioni gravissime e l’indebolimento permanente di più organi, con una serie di strumenti affilati e taglienti, con bruciature e con mezzi contundenti. A Sharif è stato contestato il reato in concorso di omicidio pluriaggravato».

 

I TESTIMONI. Sono cinque e sono fondamentali. Testimonianze che hanno trovato riscontro nelle consulenze medico-legali, nella collocazione spazio temporale dei fatti, nei particolari non noti alle cronache. «Sono testi di diverse nazionalità, di diversa estrazione sociale con le attività lavorative più disparate e senza relazione tra di loro».

 

I primi due, ribattezzati alfa e beta, hanno riferito sulle perquisizioni dei servizi segreti nell’appartamento di Giulio prima della sua morte. Gli altri tre di eventi accaduti nei nove giorni successivi al rapimento.

 

Se il teste gamma è colui che, ascoltando un colloquio in Kenya nell’agosto 2017, sentì Sharif raccontare del sequestro, gli ultimi due accendono una luce sulle torture. «Il teste delta riferisce che il 25 gennaio, mentre era alla stazione di polizia di Dokki, alle 20 massimo le 21, ha visto arrivare una persona di 27-28 anni, parlava in italiano e ha chiesto un avvocato. Successivamente è stato fatto salire su un’auto, una Fiat 123, bendato. Uno dei poliziotti presenti si chiamava Sharif».

 

Il teste epsilon ha visto Giulio morire lentamente. Ha lavorato per 15 anni in una villa di epoca nasseriana, diventata sede del ministero degli interni e luogo scelto dalla National Security per torturare i cittadini stranieri sospettati di minare alla sicurezza dello Stato.

 

È lì, nella stanza 13 del primo piano, che Giulio è stato seviziato: «Ha visto lì Regeni con due ufficiali e due agenti, c’erano catene di ferro, lui era mezzo nudo e aveva segni di tortura, delirava nella sua lingua. Un ragazzo molto magro, sdraiato per terra, con il viso riverso con manette che lo tenevano a terra, segni di arrossamento sulla schiena. Non l’ha riconosciuto subito ma 4-5 giorni dopo vedendo le foto sui giornali ha capito che era lui».

 

IL MOVENTE. Perché Giulio è stato ammazzato così, se mai una ragione per tanta disumanità ci possa mai essere. Per la Procura di Roma «l’occasione è legata all’attività di ricerca di Regeni al Cairo – conclude Colaiocco – Ma l’elemento scatenante è il finanziamento della Fondazione Antipode, quando si è iniziato a parlare delle 10mila sterline. Per lui era un’idea per aiutare i sindacati indipendenti, del tutto equivocata dal sindacalista Abdallah e dagli agenti indagati. Hanno pensato che volesse finanziare una rivoluzione».

Massimo Villone

 

Recovery Plan.  Forse è vero che non si può pensare a una gestione efficace dei fondi Recovery nelle strutture e nei procedimenti ordinari. Ma buon senso politico e rispetto della Costituzione richiedono che la specialità sia mantenuta al minimo livello indispensabile. E soprattutto semplificando i procedimenti amministrativi, non le architetture istituzionali.

 

Alla fine, sul Mes è stata raggiunta la quadratura del cerchio. Sul Recovery Plan, invece, lo scontro è violento e non accenna a calare di intensità. È un terreno sul quale il governo rischia davvero. Un esito dell’esclusione di larga parte dell’esecutivo dalla governance dei fondi europei.
Un’interpretazione benevola suggerisce che la concentrazione in poche mani della governance fosse cercata non per bulimia di potere di Conte, ma per blindarsi contro possibili fibrillazioni di maggioranza e assalti alla diligenza.

 

Ma notiamo intanto che c’era una debolezza nell’approccio di palazzo Chigi. Non è stata avanzata un’idea di paese che andasse al di là di formulazioni vaghe. Si sono accumulati sul tavolo progetti in buona parte già esistenti. Una forte capacità progettuale volta al futuro palazzo Chigi non l’ha mai veramente dimostrata. Ed è un contesto in cui fibrillazioni e assalti si manifestano più facilmente.

 

L’organo collegiale Consiglio dei ministri è un punto essenziale di equilibrio nei rapporti di coalizione. È il luogo in cui si decide, e quindi primariamente si scaricano e si compongono le tensioni di coalizione. La collegialità è un dato formale e sostanziale insieme. Per questo assistiamo talvolta all’improvviso rinvio di una seduta già convocata, o all’approvazione «salvo intese» di un decreto-legge, che magari arriva al Quirinale e in Gazzetta Ufficiale un paio di settimane più tardi. Per questo non era pensabile che senza colpo ferire si potesse ridurre forzosamente la dialettica endo-governativa riportandola nelle mani di un paio di ministri, del premier, e di un esercito di manager e di esperti.

 

È corposo anche il dubbio sulla costituzionalità di un vero e proprio governo parallelo che – su un tema cruciale per il futuro del paese – si sostituisce alle istituzioni disegnate nella Carta fondamentale. A chi risponderà, e come, una simile struttura? Quale responsabilità politica avrà un supermanager cui è affidata la gestione di decine di miliardi di euro? Quale visibilità e trasparenza avranno le scelte manageriali, le valutazioni, i pareri, le proposte degli esperti?

 

Se un supermanager sbaglierà, lo si accompagnerà alla porta, magari con un trattamento milionario di fine rapporto come da contratto? Di quali rimedi disporranno i cittadini che ne avessero nel frattempo ricevuto un danno? Come potranno resistere a interventi sul territorio non condivisi e non condivisibili? Come potranno censurare l’assenza o il fallimento di obiettivi di fondo, come il superamento del divario Nord-Sud? E come potranno domani valutare l’operato di governanti che avranno nel frattempo ceduto i poteri di governo ad altri?

 

In buona parte, tali censure valgono già per quanto è accaduto nella crisi Covid. Anche per questa abbiamo assistito a una forzosa riduzione oligarchica delle scelte, cui si è aggiunta una frammentazione territoriale favorita dal metodo della concertazione e delle conferenze. Ma dalla lezione Covid non abbiamo imparato. Forse è vero che non si può pensare a una gestione efficace dei fondi Recovery nelle strutture e nei procedimenti ordinari. Ma buon senso politico e rispetto della Costituzione richiedono che la specialità sia mantenuta al minimo livello indispensabile. E soprattutto semplificando i procedimenti amministrativi, non le architetture istituzionali.

 

Invece, sta nascendo una prassi in senso opposto. Il processo decisionale in parlamento è complesso e faticoso? Si tagliano i parlamentari. È complicato il confronto nel governo? Si tagliano i ministri con le cabine di regia. È lenta e complessa la formazione di una maggioranza in parlamento dopo il voto? Si cerca la soluzione iper-maggioritaria che dia il vincitore la sera stessa, a prescindere dai consensi reali. È pesante la critica a scelte divisive come l’autonomia differenziata? Si evita ogni dibattito parlamentare e confronto davanti al paese, e si collega un disegno di legge attuativo al bilancio, sottraendolo così a possibili iniziative referendarie.

 

C’è qualcosa di profondamente sbagliato. La democrazia è per definizione più complessa, faticosa, e più lenta dei regimi autocratici. Ma sono difficoltà da affrontare con il confronto, la mediazione, la sintesi. In una parola, con la politica. Si cerca invece la risposta tagliando, comprimendo, riducendo. Una democrazia per sottrazione.

07/12/2020

di Paolo Ferrero

 

Lidia, che ci ha lasciato stamattina, non ha solo vissuto una vita lunga ma ha saputo vivere da protagonista. Innanzitutto protagonista di se stessa. Lidia non si è lasciata scegliere ma ha scelto. Ha scelto, giovanissima, la lotta partigiana. Pacifista antimilitarista, femminista – ha scelto, dopo essere cresciuta in un ambiente cattolico e aver ricoperto incarichi pubblici per la Democrazia Cristiana – la sinistra, il marxismo, il comunismo. Senatrice per Rifondazione Comunista, mi piace ricordarla quando nel 2008, a 84 anni si è iscritta a Rifondazione Comunista, accettando di entrare a far parte degli organismi dirigenti e poi di dirigere il mensile Su la testa. Lidia non si è iscritta a Rifondazione quando eravamo un partito sulla cresta dell’onda ma dopo la sconfitta della sinistra arcobaleno del 2008, per sostenere la necessità di cambiare decisamente linea politica e di praticare la svolta in basso a sinistra che proponemmo al congresso di Chianciano.

 

In questa capacità di fare scelte controcorrente vi è molto della Lidia che ho conosciuto: fragile nell’aspetto, articolata e creativa nel ragionamento, pacatamente decisa ed inflessibile nelle scelte.

 

Lidia era pacifista ed antimilitarista, fino in fondo. Non solo nelle proposte politiche ma anche sul piano simbolico e nei comportamenti. Era solita polemizzare con chi utilizzava parole tratte dal lessico della guerra e proponeva con un sorriso di utilizzare la parola lotta invece della parola battaglia.

 

Lidia era femminista e comunista, fino in fondo. Lo era nella piena consapevolezza della non coincidenza delle due cose. Lidia ci ha insegnato che la lotta per il comunismo deve accompagnarsi – esplicitamente – con la lotta al patriarcato. Perché non basta lottare per il superamento delle differenze di classe e per il superamento dello sfruttamento del lavoro e della natura: occorre lottare per il superamento di ogni ruolo sociale gerarchico che si riproduca nella società. Con un sorriso ti faceva notare che – consapevole o inconsapevole – ti stavi muovendo su un terreno tipico dell’immaginario maschile scambiandolo per un terreno neutrale.

 

Con un sorriso perché la capacità di Lidia di fare scelte nette, controcorrente e che coinvolgevano l’intera esistenza, si accompagnava ad una grande gentilezza, che parlava di una grande serenità d’animo.

 

Di questa comunista libertaria, indignata ma non incattivita, oggi piangiamo la scomparsa e lo facciamo con un tocco di malinconia in più per il dover sottolineare l’essere comunista di Lidia, l’essere iscritta al Partito della Rifondazione Comunista. Lo dobbiamo sottolineare perché sui giornali main stream questi “piccoli” fatti, vengono taciuti.

 

Lo facciamo convinti che Lidia ne sia felice, che non si vergogni della nostra pedanteria. Perché adesso che non può più scegliere, sarà felice che almeno non ne venga “normalizzata” la memoria. Perché come ci diceva Walter Benjamin, “neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha mai smesso di vincere”.

 

Per questo ricordiamo e ricorderemo Lidia militante comunista e vogliamo pensare che quando ci ha lasciati stamattina lo abbia fatto con il sorriso sulle labbra, quel sorriso che l’ha accompagnata in questa lunga vita piena di anni e di significato.

 

Ciao Lidia, siamo contenti di aver potuto condividere un po’ della tua esistenza e di essere stati riconosciuti come tuoi compagni e compagne. Che la terra di sia lieve.

06/12/2020

da il manifesto

Maurizio Acerbo

 

Lidia Menapace. Non ricevette mai la nomina vitalizia, ma per il mondo della sinistra è un'istituzione, oltre che una compagna e amica sempre pronta al dialogo. Ci stringiamo intorno alla sua battaglia per la vita

 

Ricordate la tentata strage di Macerata e il ministro Minniti che annunciava che avrebbe vietato la manifestazione antirazzista? Telefonai a Lidia. Le dissi che noi intendevamo manifestare lo stesso. Mi rispose: sono d’accordo, ci sarò. E così fu.

 

La foto di Lidia che saluta con dolcezza a pugno chiuso pubblicata sui social e anche sul Manifesto è stata scattata durante quel corteo che percorse tutto, circondata dall’affetto di compagne e compagni. Se in tutta Italia in queste ore sono tantissime le persone in sincera apprensione per la salute di Lidia è perché non si è mai risparmiata e ha distribuito ovunque la sua disponibilità all’incontro, al dialogo, al racconto, a socializzare le sue riflessioni, le sue storie, la sua intelligenza e la sua gioia nel condividere pensieri e bicchieri di vino.

 

Come si può non voler bene a Lidia? Ammirazione, stima, amicizia, riconoscenza nei suoi confronti sono sentimenti condivisi e autentici. E ripensando alla sua biografia appaiono davvero dei miserabili quei parlamentari che complottarono nel 2007 per impedirle di diventare presidente della commissione Difesa del Senato.

 

Una pacifista avrebbe rappresentato un’offesa alla sovranità limitata di un paese in cui classi dirigenti hanno chiuso in un armadio della vergogna l’articolo 11 della Costituzione e fanno a gara nell’acquistare armi e far finta di non accorgersi che siamo pieni di bombe atomiche. E ancor più infelice la mancata nomina a senatrice a vita da parte di un Presidente della Repubblica che fu comunista.

 

Forse Lidia non garantiva affidabilità verso le forze armate, la Nato, l’ordoliberismo dell’Unione Europea e la finanza internazionale ma semplicemente quella alla Costituzione per la quale aveva rischiato la vita nella Resistenza. Ma in queste giornate in cui siamo sommersi dai messaggi e dalle telefonate possiamo dirlo forte che Lidia Menapace è stata nominata da lungo tempo senatrice a vita dall’altra Italia, quella di sinistra, antifascista, femminista, pacifista, ambientalista oggi dispersa e sconfitta ma che le vuole un gran bene e ha condiviso con lei migliaia di incontri, manifestazioni, lotte.

 

E credo che tutte e tutti in queste ore speriamo che la nostra compagna Lidia ci sorprenda di nuovo, come ha fatto tante volte. Pasolini definì quello della Resistenza “stile tutta luce, memorabile coscienza di sole”. Sono parole che ben descrivono la maniera con cui Lidia Menapace ci ha dimostrato che si può far politica, anzi si deve fare e pensare la politica.

 

Senza mai cedere sul piano della radicalità, dell’onestà intellettuale, del rigore. Avendo consapevolezza della complessità e cercando di non perdere il contatto con la vita e la realtà inseguendo formule astratte. Con gioia e ironia (una volta mi disse che la politica l’aveva salvata dalla depressione in un momento assai difficile della sua vita).

 

Comunismo, femminismo, antifascismo, pacifismo, tutti i nostri ismi nel ragionare e discorrere di Lidia si trasformano in parole fresche di semplice buonsenso, mai noiose sempre illuminanti, capaci di comunicare anche con chi non ha condiviso i vocabolari del Novecento. Lo scrivo senza retorica e con assoluta convinzione: Lidia è davvero una compagna che la rifondazione comunista l’ha fatta e praticata.

 

Forse per questo non è mai diventata una reduce. È una partigiana in servizio attivo. E anche ora sta lottando come sempre. Forza Lidia! Ti vogliamo bene!  E non vediamo l’ora di organizzare con te il 2 giugno quel grande pic nic nazionale che tu proponi da anni per riprenderci dal basso la festa e soprattutto la Repubblica. 

05/12/2020

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

54esimo Rapporto Censis:. "Se da un lato, da marzo a settembre 2020 «ci sono 582.485 individui in più che vivono nelle famiglie che percepiscono un sussidio di cittadinanza (+22,8%)», dall'altro 1.496.000 individui (il 3% degli adulti) hanno una ricchezza che supera il milione di dollari (circa 840.000 euro): di questi, 40 sono miliardari e sono aumentati sia in numero che in patrimonio durante la prima ondata dell'epidemia-.Cinque milioni di lavoratori precari si sono inabissati senza fare rumore"

 

Prima il lockdown generalizzato, poi le quarantene intermittenti nelle regioni colorate di rosso, arancione o giallo per contenere la diffusione del Covid. In nove mesi sono aumentate le diseguaglianza sociali. Ne è convinto oltre il 90% del campione degli intervistati scelti quest’anno dal Censis che ieri ha presentato a Roma il suo 54esimo rapporto. In un paese dove la stragrande maggioranza delle forze politiche in parlamento considera una follia tassare i grandi patrimoni con un modesto «contributo di solidarietà» ci sono appena 40.949 persone che dichiarano un reddito oltre i 300 mila euro annui, con una media di 606.210 euro pro capite. Sono lo 0,1% del totale dei dichiaranti, un milione e 496 mila persone in possesso di una ricchezza che supera 840 mila euro, 40 sono miliardari e sono aumentati in numero e patrimonio durante la prima ondata dell’epidemia. Il 3% degli italiani adulti possiede il 34% della ricchezza. Questo divario tra ricchi e poveri sta aumentando velocemente.

 

NELLA CLASSE MEDIA, una categoria composita definita dal sociologo americano Wright Mills «un’insalata mista di occupazioni» tra partite Iva imprenditoriali e lavoratori (artigiani, piccoli e medi imprenditori) professionisti e precari solo il 23% ha continuato a percepire gli stessi redditi familiari del 2019. Già da tempo si registrano forti segnali di proletarizzazione in questa fascia sociale, il Covid ha trasformato la sua parte più esposta in «vulnerabili inattesi» senza incassi né fatturati. Nel ceto medio c’è poi l’altra parte del cielo: il lavoro dipendente. Nel privato è stato per il momento evitato uno tsunami occupazionale nel lavoro subordinato. La disoccupazione «non è un evento remoto», osserva il Censis. È stato rimandato, per ora, dopo il 21 marzo 2021 quando terminerà il divieto di licenziamento. In questa sospensione «il rapporto distingue i più vulnerabili», i dipendenti del settore privato a tempo determinato nelle piccole imprese e le partite Iva, dagli addetti delle grandi imprese. Ma i primi effetti della crisi si sono visti sui precari con i contratti a termine: da marzo a oggi non sono stati rinnovati quasi quattrocentomila.

 

SI AVVERTE FORTISSIMA in questi giorni la tentazione di contrapporre i garantiti ai non garantiti. Invece di pretendere subito una tutela sociale universale per chi non ha un lavoro salariato si attaccano i 3,2 milioni di dipendenti pubblici che hanno un reddito e non corrono rischi. Un riflesso ideologico corale di altre epoche scattato dopo l’annuncio dello sciopero dei sindacati nella pubblica amministrazione il 9 dicembre. L’idea è che non si rivendicano diritti nell’emergenza. Il problema è invece l’opposto: perché oggi in questa crisi non li rivendicano tutti gli altri. Il Censis ricorda, opportunamente, che sono oltre 10 milioni i lavoratori dipendenti, compresi quelli della pubblica amministrazione che attendono il rinnovo del contratto collettivo nazionale. A dicembre ce ne saranno altri 400 mila. L’85,2% dei dipendenti attende l’adeguamento. La crisi del 2008 l’hanno già pagata: blocco degli scatti, allungamento dell’età pensionabile, precarizzazione. Oggi i precari della P.A. sono almeno 370 mila.

 

NELLA SOCIETA’ PANDEMICA in basso ci sono 5 milioni di precari: gli «scomparsi senza fare rumore» nei «lavoretti», nei servizi e nel lavoro nero. Il «congelamento» dell’economia ha portato nel secondo trimestre del 2020 a 841 mila occupati in meno e a 1.424.000 che non cercano più lavoro, il 60% dei quali sono donne. Allora chi può risparmia, non spende e si prepara a un futuro peggiore. E poi c’è chi non ha nulla da mettere da parte: il 17% della popolazione, in maggioranza giovani, non può affrontare spese improvvise.

 

«BONUS ECONOMY»: così ilCensis ha definito la politica dei «ristori» del governo con i sussidi temporanei a fondo perduto. A ottobre sono stati coinvolti 14 milioni di persone per 26 miliardi di euro. Il rapporto li definisce «ad personam». Lo sarebbero se fossero individuali nella prospettiva di una lunga crisi e di un ripensamento della cittadinanza attiva. Il Censis critica, senza fare troppe distinzioni, «la pioggia di bonus di ogni genere» e l’inadeguatezza dei «ristori» e i loro ritardi. In realtà situazioni simili esistono anche in altri paesi, ad esempio gli Stati Uniti, e non andrebbero confusi gli aiuti insufficienti alle imprese con le tutele che andrebbero garantite alle persone. A queste ultime andrebbero assicurate in maniera incondizionata, come nei fatti è diventato il «reddito di cittadinanza», ma esteso in maniera strutturale com’è stato fatto per le casse integrazioni dove però i lavoratori perdono il loro reddito. Per evitare di buttare soldi dalla finestra si cerca una forza politica capace di trasformare il Welfare e finanziarlo con una riforma fiscale progressiva.

 

NON È in questo senso che sembra avviata la «classe dirigente» che «pensa all’oggi» e non a un «progetto collettivo» osserva il segretario Censis Giorgio De Rita. Questo «presentismo» non riguarda solo i «dirigenti», ma i «diretti». La mancanza di prospettive oggi può portare alla rinuncia della solidarietà, a pensare, dice il Censis, «meglio sudditi che morti» e alla paura che spinge a chiedere pene esemplari per chi non porta le mascherine. Domani tutto questo può portare alla rinuncia della libertà sociale di tutti.

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