Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

Antonio Sciotto
da Il Manifesto
01.09.2017

Istat. I numeri tornano ai livelli pre crisi, ma non per i più giovani e per le lavoratrici. Renzi gongola: «Un milione di posti in più grazie al Jobs Act». Molto critiche le opposizioni e la Cgil

«Un milione di posti di lavoro in più»: a portarli non è stato Silvio Berlusconi, ma – secondo il segretario del Pd Matteo Renzi – sarebbero un regalo del Jobs Act. Il tweet entusiastico dell’ex premier arriva pochi minuti dopo la pubblicazione dei dati Istat di ieri, che però a una analisti attenta risultano decisamente in chiaroscuro. Gli occupati tornano a sfondare quota 23 milioni, è vero – soglia psicologica insuperata dal 2008, prima della crisi – ma dall’altro lato sale il tasso di disoccupazione generale, come quello giovanile, e a restare al palo sono soprattutto le donne e i più giovani, mentre la crescita maggiore dei posti si è avuta tra i contratti precari.

ECCO, NEL DETTAGLIO, le cifre diffuse dall’Istituto di statistica: occupati totali 23,063 milioni (a ottobre 2008 erano 23,081 milioni), la crescita a luglio pari a 0,3% sul mese (+59 mila unità) e dell’1,3% sull’anno (+294 mila). Sempre a luglio scende il tasso di inattività al 34,4% (-0,3%) toccando il minimo storico. Cresce però la disoccupazione giovanile al 35,5% (+0,3 punti da giugno) e sale il tasso generale di disoccupazione all’11,3% con +0,2 punti percentuali da giugno.

La crescita congiunturale dell’occupazione, spiega l’Istat, «interessa tutte le classi di età a eccezione dei 35-49enni ed è interamente dovuta alla componente maschile, mentre per le donne, dopo l’incremento del mese precedente, si registra un calo». L’aumento della disoccupazione, dall’altro lato, «è attribuibile esclusivamente alla componente femminile e interessa tutte le classi di età, mentre si registra una stabilità tra gli uomini».

SU BASE ANNUA l’incremento dell’occupazione interessa uomini e donne e riguarda i lavoratori dipendenti (+378 mila, di cui +286 mila a termine e +92 mila permanenti), mentre calano gli indipendenti (-84 mila): come si nota, la crescita dei posti dell’ultimo anno si deve quasi esclusivamente ai contratti precari, i tre quarti del totale. A crescere sono gli occupati ultracinquantenni (+371 mila) e i 15-24enni (+47 mila), a fronte di un calo nelle classi di età centrali (-124 mila).

I dati vengono prevedibilmente esaltati dal governo e dalla maggioranza: «Dati Istat: +918mila posti lavoro da feb 2014 (inizio #millegiorni) a oggi. Il milione di posti di lavoro lo fa il #JobAct, adesso #avanti», rivendica Renzi. E gli fa eco il presidente del consiglio Paolo Gentiloni: «Gli italiani occupati – sottolinea sempre su Twitter il premier – superano 23 milioni, un record. Ancora molto da fare contro disoccupazione ma effetti positivi da #jobsact e ripresa».

OTTIMISTA ANCHE il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: «C’è la ripresa, lo dicono tutti i dati, dal Pil all’occupazione, alla fiducia – spiega – Quindi si sta consolidando un quadro di ripresa che da ciclica deve diventare strutturale e il governo continua a lavorare in questo senso». Tesi che trova un appoggio a Bruxelles: il Commissario agli affari economici, il francese Pierre Moscovici ammette che «l’economia italiana è finalmente in ripresa e questo faciliterà la riduzione del debito», la cui ampiezza, avverte però, «resta il principale punto debole» delle finanze pubbliche del Paese.

«Dati confortanti, speriamo», commenta il presidente della Repubblica Sergio Mattarella da Venezia.

MA LE OPPOSIZIONI sono molto critiche. «Dati occupazione merito del Jobs Act? L’aumento della disoccupazione giovanile sì», dichiara Laura Castelli, deputata del M5S. «La disoccupazione giovanile continua a salire – prosegue – Il precariato è aumentato, aumentando il precariato si aumenta uno stato più vicino alla povertà». E quanto al Rei, il reddito di inclusione appena varato per decreto, «trovo un po’ disgustoso che ogni volta che si avvicinano le elezioni si parli di bonus», conclude Castelli.

Bocciatura anche da Forza Italia: «Le politiche del governo Renzi-Gentiloni sono un grande spreco di denaro pubblico che rischia di minare anche la prossima legge di bilancio», dice Renato Brunetta.

CRITICO MA PIÙ cauto Mdp: «Ancora una volta dati parziali – commenta Federico Fornaro – scatenano commenti eccessivamente ottimistici. Chiediamo a Gentiloni discontinuità e un piano di investimenti nella prossima legge di bilancio».

«Saremo chiamati gufi, ma è difficile entusiasmarsi davanti ai dati diffusi da Istat e Inps – dice Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil – C’è una crescita del tasso di occupazione molto lenta, estremamente precaria, da cui i giovani sono quasi completamente esclusi a favore degli over 50. Dell’aumento di nuovi posti (+580mila nei primi 6 mesi del 2017 rispetto al 2016) la stragrande maggioranza (500mila) sono attivazioni a termine, mentre il tempo indeterminato mostra un dato negativo». «Non bonus e decontribuzioni, ma investimenti pubblici e privati così da favorire la domanda», la ricetta suggerita dalla Cgil.

Tommaso Di Francesco
da Il Manifesto
31.08.2017

Che arriva dal patto di Parigi di quattro Paesi decisivi per i destini dell’Ue? Niente di concreto e niente di vero. Solo uno stile coloniale, confermato dalle ultime dichiarazioni di Minniti: «Se non avessimo fatto questo in Libia c’era da temere per la tenuta democratica del Paese». Smentito ieri clamorosamente dal ministro della giustizia Orlando.

Quindi trasformiamo in lager buona parte del continente africano «per la democrazia»? In realtà finanziando milizie mafiose, come rivela un veridico reportage dell’aurorevole Ap, per reprimere i migranti. Come non definire colonial-criminale questo lessico e questi intenti?

Da Parigi dunque solo l’evidenza di una pervicace quanto elettorale volontà di dimostrare ad ogni costo alle rispettive opinioni pubbliche il comune intento a contenere, il più possibile lontano dalla coscienza europea ed occidentale, il fenomeno epocale delle migrazioni, quelle dei rifugiati da guerre e persecuzioni e quelle da miseria.

E nonostante sia eguale questa condizione, invece con infinita perfidia si è ribadito a Parigi per bocca di Angela Merkel la nefasta distinzione che relega i cosiddetti «migranti economici» in un limbo di morte.

Perché niente di concreto? Lo ha ribadito anche la rappresentante della politica estera Ue Mogherini: non ci sarà alcuna promessa di piano Marshall per l’Africa «già spendiamo – ha spiegato – 20 miliardi di euro, in aiuto allo sviluppo, alla cooperazione, in partenariati commerciali…».

Per un continente ricchissimo come l’Africa, nel quale siamo impegnati direttamente e indirettamente con il commercio di armi in tante guerre, e dal quale ogni giorno rapiniamo risorse petrolifere, minerarie e terre, per affari che rimpinguano il nostro interscambio commerciale e i bilanci delle multinazionali, lo scambio ineguale che proponiamo è «addirittura» di 20 miliardi di euro all’anno più varie centinaia di milioni per le operazioni di contenimento vere e proprie.

Tutti finanziamenti che finiscono per la maggior parte nelle mani predatorie delle leadership locali corrotte (anche da noi). Una somma – con le chiacchiere sui «limiti di Dublino», e sulla presunta «perfezione» del ruolo dell’Italia» – che, com’è chiaro, non può essere sufficiente allo sforzo che si annuncia. Che intanto propone centri di identificazione in Africa, con tanto di coinvolgimento dell’Unhcr e dell’Oim.

Ma che fine farà subito quel milione di profughi che in questo momento è rimasta intrappolata in territorio libico? Dice il governo Minniti-Gentiloni che ci penseranno i «sindaci» delle città costiere libiche, la guardia costiera libica e forze militari che la Francia metterà a disposizione in Niger e Ciad (paesi le cui economie sono nelle mani di Parigi e si rifletta sull’assenza-presenza del Mali dove è in corso un intervento militare francese).

Per la conoscenza che abbiamo della Libia e sulla base di veridici reportage, prima della Reuters e ieri dell’Ap – che preoccupano la stessa Ue per i quali il governo italiano si trincera dietro un «non commentiamo le operazioni dei Servizi» – vale la pena ripetere che le città libiche, della costa e non, altro non sono che potentati e clan locali spesso legati ad una storia di jihadismo estremo. E che la cosiddetta guardia costiera spesso cambia casacca e si trasforma nella milizia di questi potentati. Che, come a Sabrhata, spesso si spartiscono anche il lucroso traffico di migranti, controllando relativi e spaventosi centri di detenzione dove non entrano i diritti umani.

Ora tutte queste forze di controllo sono impegnate da noi, dopo la campagna vergognosa di colpevolizzazione delle navi umanitarie delle Ong, sia contro i profughi sia contro le Ong rimaste uniche e sempre in minor numero a soccorrerli in mare.

Perché niente di vero? Si parla di Europa, ma sono solo quattro Paesi che, se pur centrali, sono stati continuamente contraddetti in questi tre anni fra loro e da tutti gli altri, da quelli dell’Est e dall’Austria. E poi si parla di «Libia» e di «autorità libiche», ma Fayez al Serraj chi rappresenta? Le Libie sono tante, dopo la devastazione della guerra a Gheddafi, e tutte in conflitto fra loro. Lo ha insediato la nostra Marina, ora gli arriverà – ma a lui solo o anche al signore della guerra della Cirenaica Khalifa Haftar e agli altri clan del Fezzan? – anche un pacchetto di milioni di euro.

Del resto questo scambio «per la democrazia» è già accaduto per l’altro interlocutore fondamentale dell’Occidente, il Sultano Erdogan, che ha appena finito di essere il santuario delle milizie jihadiste dell’Isis ed è impegnato in un repulisti violento contro ogni opposizione; o come l’altro leader sponsorizzato dall’Italia, il presidente golpista egiziano Al Sisi. Naturalmente e subito nel pieno disprezzo del diritto-dovere all’accoglienza e alla normalizzazione dei flussi: questo un governo democratico dovrebbe fare, non rincorrere le pulsioni razziste.

E di fatto trasformando la Libia e ora anche Niger e Ciad in un grande campo di concentramento. Un fatto è certo: piuttosto che attenti al numero di morti a mare, nella grande fossa che è diventata il Mediterraneo, valutiamo la riduzione degli arrivi con un occhio ai sondaggi, meno il 46% in estate ma solo meno 6% in un anno. Disperazione e vittime non si devono vedere. Né si deve dire che se fortunatamente i morti diminuiscono, i flussi no.

Ora li «concentriamo» tra sponda libica a confini a sud del Sahara, armando milizie e facendo le sentinelle su un percorso di 5mila chilometri?

Meglio se il misfatto avviene nel grande deserto a sud della Libia e nel Sahel, lontano da telecamere e coinvolgimenti diretti, ma con tanto di timbro dell’Onu, la coperta di Linus buona per tutte le stagioni. È in quel deserto che, adesso, stiamo ricacciando milioni di persone alla disperata quanto impossibile ricerca di una nuova, mortale, via di fuga.

Carlo Lania
da Il Manifesto
25.08.2017


Codice Minniti. I blindati arrivano all’alba. Un funzionario: «Se tirano qualcosa spaccategli il braccio»

«Neanche gli animali vengono trattati così. Ci hanno inseguito con i manganelli e gli idranti fino alla stazione Termini, ci hanno picchiato. Io vengo dall'Eritrea, sono scappata dalla dittatura ma ti dico una cosa: io lì non mai subito una violenza come quella di oggi». Quasi urla Woelte mentre mostra il braccio con i lividi delle manganellate. Come gli altri eritrei e etiopi sgomberati sabato scorso dal palazzo di via Curtatone a Roma anche lei ieri mattina stava dormendo nei giardinetti di piazza Indipendenza quando, verso le sei, sono arrivati polizia e carabinieri. Blindati, lacrimogeni, manganelli e perfino un cannone ad acqua. Uno spiegamento di forze giustificato dalla Questura con il fatto che il gruppo di rifugiati, un centinaio tra uomini e donne accampati dai sei giorni al centro della piazza, sarebbe stato in possesso «di bombole a gas e bottiglie incendiarie». In realtà a parte il gesto scellerato di un uomo che ha lanciato una bombola del gas da una finestra dello stabile occupato, la resistenza alle cariche delle forze dell’ordine è stata minima. A fine mattinata Medici senza frontiere fa sapere che sono almeno 13 i rifugiati feriti, mentre la procura si prepara ad aprire un’inchiesta in cui si ipotizzano i reati di tentato omicidio e resistenza a pubblico ufficiale in relazione «al lancio di bombole di gas, sassi e altri oggetti contro le forze dell’ordine». Quattro i rifugiati fermati.

E’ finita come peggio non avrebbe potuto l’occupazione storica di via Curtatone. Dietro la scelta di far intervenire le forze dell’ordine – certamente avallata dal Viminale – c’è probabilmente anche la decisione presa dagli ex occupanti di respingere le proposte di sistemazioni alternative avanzate mercoledì dalla prefettura di Roma. Ma è chiaro che le scene di violenza viste ieri, con donne a bambini terrorizzati fatti salire sui pullman e portati via, quasi sicuramente non ci sarebbero state se il Campidoglio avesse fatto la sua parte.

E’ ancora buio quando i primi mezzi blindati entrano in piazza Indipendenza e gli agenti ordinano ai rifugiati di andare via. Non c’è tempo per fare niente: non per prendere le proprie cose, figuriamoci per discutere. L’ordine è categorico e infatti partono subito le prime cariche con l’appoggio del cannone ad acqua che spazza via tutto e tutti. Il gruppo di rifugiati prova a reagire lanciando qualche bottiglia, ma è spinto dagli agenti verso la vicina via Goito.

Tre ore dopo, verso le nove, la replica. Sulla piazza si presenta un gruppo di donne. Vorrebbero recuperare le borse e i vestiti che nella fuga hanno lasciato nei giardinetti. Niente da fare. «Dovete andare via», intima un poliziotto. «Va bene ma dove? Dove vado?» chiede una di loro. E’ anziana, ha un vestito colorato, non sembra pericolosa e mentre parla le altre donne si inginocchiano a terra, le braccia alzate in segno di resa. Concetto evidentemente troppo difficile da capire per un cannone ad acqua. Che infatti non lo capisce. Il getto d’acqua solleva letteralmente da terra una signora per sbatterla sull’asfalto. In un video che mostra la scena si vede che respira a fatica, come se stesse affogando. Una violenza inutile, ingiustificata ed esagerata. «E’ rimasta ferita, siamo riusciti a farla trasportare in ospedale» racconta Stefano Spinelli, uno dei medici di Msf che da sabato, giorno dello sgombero, assistono i rifugiati. «Ho soccorso altre due persone che avevano traumi da manganello agli arti, una persona con il gomito sicuramente rotto», prosegue Spinelli.

Alle 11 tocca alle donne e ai bambini rimasti all’interno del palazzo occupato. «Andate via, andate via» urlano inutilmente agli agenti. Vengono trasportati tutti all’ufficio stranieri, con i bambini che urlano terrorizzati. Un episodio che Unicef e Save the Children condannano duramente. «Alcuni testimoni ci hanno raccontato che i bambini continuavano a gridare e a battere le mani sui vetri durante tutto il tragitto» denuncia il portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini.

Quello che succede dopo è la naturale conseguenza di una giornata fallimentare per tutte le istituzioni, nazionali e cittadine. I rifugiati bloccano per un po’ il traffico davanti alla stazione per poi inscenare un mini corteo con conseguente carica della polizia che si sposta con i blindati in mezzo a turisti e passeggeri. In un altro video è possibile sentire un funzionario ordinare agli agenti: «Devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio». Una frase sulla quale adesso la Questura ha aperto un’inchiesta.
Ieri sera un gruppo di rifugiati è tornato nei giardini di fronte alla stazione. «Noi da qui non ce ne andiamo», dice un ragazzo. E’ possibile che stamattina possano rientrare nel palazzo di via Curtatone per recuperare le proprie cose, ma poi torneranno in strada. Dove è probabile che siano destinati a rimanere «Di fronte a una simile situazione – commenta il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani del Senato – emerge drammaticamente l’incapacità della giunta comunale di Roma di offrire un piano abitativo capace di trovare una sistemazione civile per i profughi e per le famiglie romane che hanno bisogno di un alloggio». In questi giorni Manconi ha sentito più volte il ministro degli Interni Minniti. «Ho ricavato la convinzione – dice – che non intenda autorizzare nuovi sgomberi se non in presenza di soluzioni abitative alternative».

Norma Rangeri
da il Manifesto
25.08.2017


All’alba la polizia sgombera con la violenza i rifugiati costretti ad accamparsi nei giardini nel cuore di Roma. Manganelli e idranti, cariche ingiustificate, donne e bambini terrorizzati, molti feriti. Pessimo segnale del ministero degli Interni in un paese funestato ogni giorno da episodi di «ordinario razzismo»


Una donna anziana ferita, bambini terrorizzati, immigrati finiti in ospedale, poliziotti con scudi e manganelli all’inseguimento tra le persone ferme ad aspettare l’autobus. E’ in sintesi il bilancio dello sgombero avvenuto ieri a Roma, in un luogo centrale della città come piazza Indipendenza. La cronaca dei mezzi della polizia che arrivano all’alba e scatenano gli scontri usando gli idranti è un pessimo segnale.

Purtroppo questo ennesimo episodio di ostilità verso persone costrette a dormire accampate nei giardini, e tutte con il permesso di soggiorno, è lo specchio di un clima alimentato da mesi. Iniziato con quella che potremmo definire la “politica dei respingimenti” del ministro degli interni verso le Ong. Un clima segnato da episodi di ordinario razzismo nella quotidianità del Belpaese, registrati ogni giorno ovunque, con esempi di sindaci, compresi quelli del Pd, protagonisti di comportamenti di ordinario leghismo. Come è avvenuto anche ieri in provincia di Piacenza con la scritta «no ai neri, no all’invasione» con cui sono stati accolti i minori non accompagnati provenienti da molti paesi africani.

Se è necessario ricorrere alla polizia contro migranti regolari a cui la prefettura ha tolto il palazzo che occupavano da anni, con famiglie e bambini iscritti alle scuole del quartiere, vuol dire che si passa alle maniere forti con i più deboli, con i più poveri. Il ministro Minniiti che ieri ha assistito alla messa per le vittime del terremoto, a Pescara del Tronto, non ha niente da dire?
Non che le dichiarazioni e gli annunci servano a molto, in genere finiscono nel sacco stracolmo delle promesse governative che proprio oggi, anniversario del terremoto di Amatrice, tutti possono vedere quale valore abbiano e di che razza di impegni si tratti.

Ma oltre alla responsabilità del ministero degli interni c’è anche quella di chi governa oggi la Capitale. La giunta Raggi, che alle prime piogge autunnali vedremo galleggiare sulle pozzanghere di Roma, è alle prese con troppe patate bollenti.

Troppi scontri di potere per avere il tempo di occuparsi (lo sfratto del palazzo era in essere da molti mesi) del problema. Al Campidoglio tiene banco la girandola degli assessori, la sindaca Raggi ce ne ha appena regalato uno di Livorno per mettere le mani nel bilancio della capitale, mentre per gli immigrati di piazza Indipendenza la soluzione offerta dal comune si dovrebbe tradurre nello smembramento delle famiglie in due centri di accoglienza alla periferia della città.

Naturalmente la situazione generale è complicata dal fatto che seppure i somali e gli eritrei di piazza Indipendenza volessero andarsene in un altro paese non potrebbero farlo perché glielo impedisce il Regolamento di Dublino. Tuttavia il modo in cui il governo e il comune rispondono ai muri europei non può, non dovrebbe e essere quello dell’emergenza. A meno che non sia strumento di una politica cinica quanto miope, la politica della paura con il suo vasto, frequentato, ambito mercato politico. Condivisa da pentastellati, leghisti, berlusconiani, piddini senza troppe distinzioni tra governo e opposizione. Le elezioni sono ancora lontane ma si cerca la migliore posizione ai nastri di partenza. E l’immigrazione corrisponde al colpo di inizio corsa. Ci sono quelli che bastonano gli ambulanti sulle spiagge, e ci sono gli idranti di chi pensa di governare l’ordine pubblico scatenando lo scontro di piazza contro gli invasori. manganelli, idranti contro sassi, con una bombola lanciata da una finestra. E’ una violenza sconsiderata che non promette niente di buono.

Oltretutto contro persone che fuggono da guerre e siccità, sarebbe da sconsigliare un così insensato spreco di acqua, proprio in una città coperta da sterpaglie, con le risorse idriche in rosso e le fontane a secco.

Stefano Luconi
da Il Manifesto
23.08.2017


Stati Uniti. Novant’anni fa l’esecuzione dei due anarchici immigrati dal nostro Paese: condannati non solo perché ritenuti sovversivi, ma anche per le loro origini. Oggi, nell'era di Trump, sono discriminati i nativi, gli ispanici e i musulmani

Il 23 agosto 1927, nel penitenziario di Charlestown a Boston, furono giustiziati gli anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Al termine di un contestatissimo iter giudiziario, il cui esito aveva suscitato proteste non solo negli Stati Uniti ma anche nel resto del mondo, i due erano stati ritenuti responsabili del duplice omicidio di un contabile e di una guardia giurata, avvenuto il 15 aprile 1920 durante una rapina.

Le prove a loro carico erano indiziarie e forse manipolate a loro danno, un reo confesso del doppio assassinio li aveva scagionati e il giudice che li aveva mandati sulla sedia elettrica non si era fatto scrupolo di definirli «bastardi». Però, nulla di tutto ciò era valso a ottenere una revisione del processo o un provvedimento di clemenza. Solo mezzo secolo più tardi, nel 1977, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis avrebbe riabilitato la loro memoria, riconoscendo i pregiudizi che avevano determinato il verdetto di colpevolezza.

La cattura di Sacco e Vanzetti e la successiva condanna maturarono nell’ambito della Red Scare (la paura rossa), la capillare e draconiana campagna contro i sovversivi che le autorità americane scatenarono nel biennio 1919-1920, in risposta all’eco della rivoluzione bolscevica in Russia, per il timore che le forze della sinistra estremista conquistassero il potere anche negli Stati Uniti. In aggiunta a Sacco e Vanzetti, la «caccia alle streghe» del governo mieté ulteriori vittime. Oltre a migliaia di arresti e alla deportazione sbrigativa nei paesi d’origine per più di 500 immigrati radicali privi della cittadinanza americana, due giorni prima che fossero fermati Sacco e Vanzetti, il 3 maggio 1920, un terzo anarchico italiano, Andrea Salsedo, aveva perso la vita, precipitando dalla finestra di un commissariato, in circostanze mai chiarite, nel corso di un interrogatorio.

Come quattro milioni di altri italiani giunti negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e il primo dopoguerra, Sacco e Vanzetti immigrarono in America nel 1908 nella speranza di migliorare le proprie condizioni economiche e di condurre un’esistenza meno precaria di quella che avrebbero vissuto in patria. Sacco, insofferente della monarchia parlamentare sabauda, fu perfino attratto dalle istituzioni repubblicane statunitensi, alle quali all’inizio attribuì un maggiore rispetto dei diritti individuali e dell’eguaglianza tra le persone.

Ben presto, però, in entrambi subentrò la disillusione. Ai loro occhi, gli Stati Uniti non si rivelarono né la terra del benessere né la nazione della libertà. L’America si dimostrò, invece, il paese dove il capitalismo sfrenato provocava lo sfruttamento selvaggio e indiscriminato dei lavoratori. Questa consapevolezza indusse Sacco e Vanzetti a radicalizzare la loro posizione politica. Aderirono così alla corrente antiorganizzativa dell’anarchismo, che si rifaceva a Luigi Galleani, anch’egli destinato a essere espulso dagli Stati Uniti nel 1919, e alle sue teorie sulla legittimità del ricorso agli attentati politici per distruggere il capitalismo e abbattere lo Stato.

Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale i due si trasferirono temporaneamente in Messico per sottrarsi alla coscrizione, rifiutandosi di fungere da carne da cannone in uno scontro che attribuivano alla mera rivalità tra paesi imperialistici. Al rientro negli Stati Uniti si ritrovarono invischiati nella repressione governativa che sfruttò l’incitamento di Galleani alla violenza come pretesto per sradicare un movimento quanto mai scomodo nella nazione trasformata dalla vittoria contro la Germania nella principale potenza capitalistica mondiale.

La fede anarchica e la renitenza alla leva resero Sacco e Vanzetti i bersagli ideali della crociata contro il radicalismo di sinistra. A segnare la loro sorte, però, non fu tanto l’ideologia politica quanto l’origine italiana. Nell'America postbellica era in gioco non solo il futuro del capitalismo, ma anche la natura della società statunitense. La ripresa dell’immigrazione alla fine del conflitto accrebbe la presenza di stranieri provenienti dall'Europa orientale e meridionale e accentuò la reazione xenofoba della popolazione di ascendenza anglosassone.

Gran parte dell’opinione pubblica riteneva che l’appartenenza agli Stati Uniti fosse una questione di sangue e non accettava i nuovi arrivati, ritenendoli individui etnicamente inferiori e inassimilabili perché le loro radici non affondavano nell’Europa settentrionale, a differenza dei discendenti dei colonizzatori dell’America del Nord e della maggioranza degli immigrati giunti fino agli anni Ottanta dell’Ottocento.

In particolare, gli italiani erano accusati di essere incivili, sporchi, violenti, dediti al crimine e, in un’ipotetica gerarchia razziale, più simili e vicini ai neri che ai bianchi a causa del colore olivastro della pelle di molti meridionali e dei loro plurisecolari rapporti con i nordafricani. Non a caso, tra il 1886 e il 1910, almeno 34 immigrati italiani, in prevalenza siciliani, vennero linciati, cioè furono colpiti da quella forma di giustizia sommaria popolare che nel Sud razzista si accaniva sugli afroamericani.

In tale contesto, Sacco e Vanzetti divennero i capri espiatori della protesta nativista contro gli immigrati che non erano di ceppo anglosassone. La loro esecuzione si configurò come una sorta di linciaggio legale, successivo di pochi anni al varo delle misure per limitare gli arrivi da paesi sgraditi come l’Italia, culminate nel Johnson-Reed Act che nel 1924 chiuse l’epoca dell’immigrazione di massa.

A novant'anni di distanza, mentre gli incidenti di Charlottesville hanno riacceso la diatriba su chi possa essere considerato un «vero» statunitense e l’appartenenza alla nazione di afroamericani, ispanici e mussulmani è messa in discussione nell'America di Trump, la vicenda di Sacco e Vanzetti resta a monito delle aberrazioni dell’intolleranza xenofoba che periodicamente riaffiora nel paese che ambirebbe a essere la terra degli immigrati per antonomasia.

Luciana Castellina
da il Manifesto
20.08.2017


Brava Ada Colau a convocare subito una manifestazione a Piazza de Catalunya, nemmeno 24 ore dopo l’orribile massacro. Bravi i barcellonesi che a centinaia di migliaia hanno risposto all'appello gridando «no tinc por». E bravi i cittadini globali che si sono uniti a loro, piangendo per la ferita inferta alla città simbolo dell’accoglienza e dell’inclusione, ma anche per le proprie vittime: impressionante la cifra di 35 nazionalità. Hanno espresso, oltre alla pena per i corpi maciullati, la protesta per l’insulto che è stato fatto a quello che viene chiamato il «nostro libero modello di vita».

E però c’è qualcosa che non mi convince nella ormai ripetuta proclamazione dei nostri valori, non sono certa che la nostra idea di libertà sia davvero così acriticamente proponibile ad un mondo in cui la maggioranza degli esseri umani ne sono stati privati.
So bene che a proporre questo discorso si entra su un terreno scivoloso, quasi si volesse negare l’importanza dei diritti e delle garanzie individuali che la Rivoluzione francese ci ha conquistato, così come il sistema democratico-borghese che accorpa oramai quasi tutto l’occidente. Non vorrei scambiarlo con nessun altro sistema attualmente vigente, quale che sia la sua denominazione. Per questo, del resto, penso si debba difendere un’idea di Europa che lo salvaguardi dal vortice terrificante che attraversa il mondo.

E però non posso non chiedermi se questo modello, questa idea di libertà, possono davvero risultare convincenti per chi ne vive la contraddizione, per chi abita l’altra faccia del modello: una moltitudine di esseri umani, quelli che disperatamente attraversano il Mediterraneo e vengono respinti; chi vive nelle desolate periferie urbane e patisce una discriminazione di fatto (no, non «legale», per carità!); chi abita i villaggi del Sahel o mediorientali.
La nostra orgogliosa riaffermazione «non abbiamo paura» ha certamente un senso molto positivo: vuol dire non sopprimeremo la libertà, non ricorreremo ad antidemocratiche misure di polizia, non ridurremmo per garantirci sicurezza le nostre libertà. È un messaggio importante ed è bello che a Barcellona sia stato riaffermato a Piazza de Catalunya. Ma non basta, e, anzi, ripeterlo, se non ci si aggiunge qualche cos’altro, rischia di essere controproducente.

Siamo tutti consapevoli che la disfatta che l’Isis sta subendo sul territorio non rappresenta affatto la fine della minaccia terrorista. Che, anzi, lo smantellamento delle sue roccaforti potrebbe rendere anche più intenso il ricorso alle azioni di gruppo, o persino individuali, che colpiscono senza possibilità di prevedere come e dove. Sappiamo oramai anche che è ben lungi dall’essere esaurito il reclutamento di giovani jihadisti pronti a morire. Che provengono dall’Oriente, dal Sud, ma sempre più spesso anche dalla strada accanto. Contro di loro non c’è polizia che tenga, una sicurezza militare è impossibile.
La sola ancorché ardua via da imboccare sta innanzitutto nell’interrogarsi su cosa muove l’odio di questi ragazzi. Non l’abbiamo fatto abbastanza. Non ci riproponiamo la domanda con altrettanta forza quando ribadiamo la superiorità della nostra idea di libertà. E così questo nostro atto di coraggiosa resistenza rischia di suonare inintellegibile a chi di quella libertà gode così poco. Perché chiama in causa non solo il nostro orrendo passato coloniale, le responsabilità per le rapine neocoloniali del dopoguerra, il razzismo di fatto, le sanguinose, offensive guerre che continuiamo a produrre con la scusa di portar la democrazia. Queste sono responsabilità di governi che anche noi combattiamo, anche se dovremmo farlo con maggiore vigore. ( Ha ragione Ben Jelloun che si è chiesto perché non abbiamo portato dinanzi alla Corte per i delitti contro l’umanità il presidente Bush, il maggiore artefice dell’esplosione jihadista).

E però c’è qualcosa che tocca a noi, proprio a noi di sinistra, fare: ripensare il nostro stesso, superiore modello di democrazia, ripensarlo con gli occhi dell’altro, dell’escluso, sforzarsi di capire la rabbia che induce al martirio. Non per giustificarlo, per carità, e neppure per chiudere gli occhi sulle occultate manovre di potere che guidano e finanziano il terrorismo. Ma – ripeto – per capire e impegnarsi a ripensare il nostro stesso modello di civiltà, all’ individualismo che la caratterizza, tant’è che la democrazia la decliniamo sempre più in termini di diritti e garanzie personali, non come rivendicazione di un potere che deve riuscire a liberare l’intera umanità.
Penso che questo bisognerebbe gridarlo nelle piazze, aggiungendo un impegno politico al «non abbiamo paura».
L’Europa, che gli attentati vogliono colpire, è forse il meglio di questo orrendo mondo globale, ma non è innocente, non può essere riproposta semplicisticamente come punto d’approdo del processo di civilizzazione.

Pubblicato il
19 ago 2017
di Jean-Pierre Stroobants (Bruxelles, bureau européen), Philippe Ricard, Sandrine Morel (Madrid, correspondance) et Raphaëlle Besse Desmoulières


“In molti paesi d’Europa, I sondaggi e a volte le elezioni rilevano un’inversione dei rapporti di forza”. Lo scrive il quotidiano francese LE MONDE che l’11 agosto ha dedicato due pagine alla sinistra radicale.
Nella bagarre tra le due sinistre, quella detta “di governo” ha per molto tempo tenuto a distanza la sua rivale d’estrema sinistra, che guardava con condiscendenza. Ma il rapporto tra le forze sembra oramai essere invertito, come lo hanno dimostrato le recenti elezioni in una parte del continente europeo.

Per Pascal Delwit, politologo all’Università libera di Bruxelles e autore dell’opera Les Gauches radicales en Europe (Editions de l’ULB, 2016), “ la crisi economica e finanziaria sta all’origine di questa tendenza”. “È là dove ha colpito con più violenza che questi partiti sono nati o hanno ripreso vigore, sottolinea. Nel Nord dell’Europa, la crisi non ha avuto lo stesso impatto a ha piuttosto portato beneficio alla destra radicale.”

In questo contesto, lo spettro della “pasokizzazione” aleggia al di sopra di certi dirigenti socialisti, in riferimento alla quasi-sparizione del Pasok d’Andréas e Georges Papandréou in Grèce, a favore della formazione di sinistra radicale Syriza d’Alexis Tsipras.
Ma la sinistra radicale è una reale alternativa? Non così certo. La via “movimentista, nata sulla scia dell’altermondismo, e della critica al neoliberalismo, è difficile da tradurre in termini istituzionali considerando la sfiducia di molti verso la politica e la difficoltà di portare i simpatizzanti della cultura radicale verso un comportamento elettorale determinato”, constata Paul Delwit.

Una Francia ribelle

In Francia, il capofila della France insoumise (LFI) Jean-Luc Mélenchon si è servito molto dello spaventapasseri greco- il voltafaccia di M. Tsipras verso le esigenze budgettarie di Bruxelles – e della critica all’austerità per realizzare il suo sogno di soppiantare il partito socialista(PS).

Le elezioni presidenziali hanno accelerato l’inversione del rapporto di forze. Il fondatore di LFI si è concesso il 23 aprile il quarto posto delle presidenziali, con il 19,6 % dei suffragi, più di 13 punti davanti il candidato socialista Benoît Hamon. La prova si è trasformata nelle legislative di giugno. Al secondo turno, il movimento di M. Mélenchon arriva ad inviare 17 eletti a Palais-Bourbon – anche lui ottiene un seggio a Marsiglia-, cosa che permette loro di costituire un gruppo.

Un mese dopo, J.L. Mélenchon e le sue truppe si sono imposti come la principale opposizione di sinistra nell’Emiciclo di fronte ai socialisti, più numerosi, ma divisi sull’atteggiamento da adottare di fronte alla politica del presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Consapevoli che il loro numero rende limitati i loro margini di manovra, gli eletti di LFI contano di prolungare la loro battaglia nella strada. Un primo incontro parigino è stato fissato per il 23 settembre, a Bastille, contro il “colpo di Stato sociale” del governo.

Belgio, la fortezza PS resiste male

Nessuno avrebbe veramente voluto crederci per il primo, ma il secondo è venuto a confermarlo quattro mesi più tardi: due sondaggi, in marzo e in luglio, hanno fatto del Partito del lavoro del Belgio (PTB), una formazione d’ispirazione comunista con un seguito fino ad allora confidenziale, la prima forza politica di Wallonia. Superando l’onnipotente Partito socialista (PS) dell’ex-premier ministro Elio Di Rupo, gomito a gomito con il Movimento riformatore (MR, liberale) del capo del governo federale, Charles Michel.

Accreditato, nei due casi, d’un punteggio oscillante tra il 20% e il 25%, quello che non fu per molto tempo che un gruppuscolo dalle radici maoiste approfitta del clima politico deleterio nella parte francofona del Belgio. Non aveva realizzato che il 5,5% alle legislative del 2014, ma sembra essere il principale beneficiario degli scandali che, in Wallonia e a Bruxelles, hanno infangato il PS. Secondo i sondaggisti, la sinistra radicale capterebbe attualmente i voti del 40% dell’elettorato socialista tradizionale. Il PS passerebbe d’altronde dal 32% al 20, oppure al 16%.

In Spagna, una sinistra in due parti eguali

La guerra delle sinistre spagnole è altrettanto intensa. Il giovane partito Podemos ha rischiato di superare il Partito socialista operaio spagnolo (PSOE) al momento delle legislative del 2015 e 2016. Le due forze si sono stabilizzate intorno al 20% dei voti ciascuna. Il colpo è duro per il partito social-democratico, che ha perso 6 milioni di elettori dal 2008, essenzialmente a vantaggio della sinistra radicale incarnata da Pablo Iglesias.

“La sinistra si è divisa in due parti eguali, ed è ancora troppo presto per sapere chi riporterà la vittoria sull’altra, stima il politologo Pablo Simon. Il PSOE ha resistito bene grazie al suo radicamento locale, ma è consapevole che il 70% degli elettori che l’hanno abbandonato hanno deciso per Podemos.”

La formazione di Pablo Iglesias è particolarmente forte presso i giovani e nelle regioni dei Paesi baschi e della Catalogna. Ciò ha condotto il segretario generale del PSOE, Pedro Sanchez, ad abbracciare un gran numero di tesi di Podemos e ad operare una virata a sinistra che gli è valsa una ribellione interna nel 2016.

Rieletto segretario generale a giugno, Sanchez si definisce sempre social-democratico, ma difende un PSOE più contestatario, abbandonando per il momento l’idea d’avere influenza sulle decisioni politiche del governo conservatore del Partito popolare (PP), pertanto minoritario in Parlamento. Il suo primo obiettivo è di smarcarsi il più possibile dalla destra, alfine di sotterrare lo slogan lanciato dal movimento degli indignati per denunciare, nel bel mezzo della crisi, il “PPSOE”.

“Gli sembra più utile negoziare con Podemos una politica d’opposizione al governo per definirsi a sinistra e cercare di prendere vantaggio dalle contraddizioni interne di Podemos, di cui molti membri sono ostili a ogni riavvicinamento con il “PSOE”, analizza Pablo Simon.

In Portogallo, la sinistra plurale

Ad oggi, solo la sinistra portoghese sembra essere riuscita a risolvere la quadratura del cerchio. Nel 2015 il Partito socialista di Antonio Costa è tornato al potere dopo essersi associato a delle formazioni “anti-troika” -coloro che gestiscono i fondi dell’Unione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale-, cioè ai comunisti e al Blocco di sinistra, che lo sostengono senza partecipare al governo, in cambio di certe misure come il ritorno alle 35 ore nel servizio pubblico o un leggero aumento del salario minimo.

Nei sondaggi, oscilla attorno al 40% dei voti, cifra stabile da molti mesi, come quelli dei partner di governo, il Blocco, attorno al 10 %, e i comunisti al 6 %. In cambio, i suoi alleati in Parlamento hanno per ora rinunciato a una delle loro rivendicazioni: l’uscita dalla zona euro.

traduzione di Laura Nanni – brigata traduttori

Massimo Serafini
Da il Manifesto
18.08.2017


Hanno colpito il cuore di Barcellona, Las Ramblas e lo hanno fatto approfittando della sottovalutazione che da tempo viene dedicata al pericolo del terrorismo in questo paese. Non era certamente la paura di un attentato come quelli che hanno insanguinato le altre capitali europee a preoccupare né il governo spagnolo né i suoi apparati di sicurezza, tanto che il livello di attenzione non era stato elevato al suo massimo possibile. Tanto più inaspettata la scia di sangue perché era lontano il pensiero che il terrorismo si riprendesse la sua macabra scena proprio a Barcellona. Rendendo così tragicamente protagonista una città da settimane invasa da un turismo di massa, da tempo considerato da tanti residenti non più una risorsa, ma il principale problema per la qualità della loro vita.

Forse a preoccupare in questo momento il governo era lo sciopero degli addetti alla sicurezza dell’aeroporto di Barcellona, in lotta contro le condizioni di lavoro durissime e sottopagate. A impensierire ancora di più era l’avvicinarsi veloce del primo ottobre, cioè il giorno in cui le forze indipendentiste che governano la Catalogna hanno convocato un referendum con l’obiettivo di separarsi dalla Spagna se otterranno la maggioranza dei voti di questa importante parte del paese.

Invece ieri pomeriggio, mentre migliaia di persone passeggiavano, tutto è stato travolto.

Si tratta di un attentato che fa tornare a galla i ricordi delle precedenti giornate di sangue, quando altri attentati si piazzarono ferocemente al centro della vita di spagnole/i.

Le immagini che dalle cinque della sera tutte le principali reti televisive, nazionali e locali, trasmettono sono di una città sorpresa e impaurita. Al di là delle solite parole di circostanza e di solidarietà alle vittime di tutti o il solito tentativo delle destre di far decollare un clima emergenziale per spostare l’attenzione delle spagnole/i dalla crisi che attanaglia il paese alla lotta al terrorismo, magari di azzerare, cavalcando la mobilitazione anti-terrorista, i difficili tentativi di creare una alternativa alle destra su cui si stanno faticosamente misurando Psoe e Podemos.

Al di là di tutto quel che ora inevitabilmente cambierà nel clima politico del paese, è augurabile che invece si rifiuti la paura e il richiamo allo stato di emergenza. A cominciare, da domani, in tantissimi a seguire l’appello della sindaca Ada Colau che ha chiamato le cittadine e i cittadini a scendere per le strade di Barcellona per testimoniare e ribadire che la paura non prevarrà con un minuto di silenzio.

Marta Fana
da il Fatto quotidiano
17 ago 2017

In vista dell’autunno, i temi più caldi tornano a essere quelli del lavoro e delle pensioni. Dalla maggioranza e suoi megafoni celebrano le riforme degli ultimi due anni, soprattutto il Jobs Act. Un ritornello che compete con le hit estive: non soltanto la crisi è alle spalle, ma addirittura, dice a Repubblica l’ex sottosegretario Tommaso Nannicini, le aspettative del governo sugli effetti del Jobs Act erano inferiori a quel che poi si è osservato. L’economista della Bocconi sostiene che “rispetto a più di un milione di posti di lavoro bruciati dalla crisi, in due anni è stato colmato quasi l’80%, in gran parte con lavoro stabile”.
Secondo i dati della Rilevazione delle forze di lavoro dell’Istat, a fine trimestre 2017 si contano ancora 363.489 lavoratori in meno rispetto al 2008. Nel 2014, ultimo anno di recessione tecnica, la contrazione degli occupati rispetto al 2008 ammontava 811.431 unità. Il recupero millantato da Nannicini si ferma al 55% dei posti persi e non all’80%. Il tasso di occupazione nel primo trimestre 2017 è il 57,2% contro il 58,6% del 2008, record negativo europeo. Il dato più lampante è quello della distribuzione anagrafica dei nuovi occupati tra il 2014 e il 2017: quasi un milione di lavoratori in più tra gli over 50, mentre tra i 35 e 49 anni si contano ancora 373 mila lavoratori in meno e soltanto un aumento di 60 mila unità per gli under 35.
La stabilizzazione del lavoro, poi, non esiste. La quota di lavoratori a termine sul totale degli occupati dipendenti raggiunge di trimestre in trimestre un nuovo record. Inoltre, la transizione da lavoro a termine verso il lavoro (precariamente) stabile è aumentata, come ormai ampiamente dimostrato, soltanto grazie agli imponenti sgravi contributivi alle imprese – fino a 8.060 euro per le assunzioni del 2015 poi ridotti con la legge di Stabilità 2016. L’effetto dovuto all’abbattimento delle tutele dei lavoratori, cioè quello diretto del al Jobs Act, non emerge dai dati. L’incidenza della transizione da lavoro a tempo determinato in indeterminato aumenta soltanto nel 2015, interessando il 24,2% dei lavoratori che avevano un contratto a termine. Già nel 2016, la dinamica delle stabilizzazioni torna ai livelli pre Jobs Act, attorno al 19,6% (contro il 19,8% del 2014). Ad aumentare sensibilmente, +23,6% rispetto al primo trimestre del 2016, è invece la quota di lavoratori gestiti attraverso le agenzie di somministrazione che assumono lavoratori, principalmente a termine, e li prestano alle aziende che ne fanno richiesta. Il lavoro sempre più usa e getta.
Nel racconto governativo non c’è mai un ragionamento sulla qualità del lavoro dal punto di vista della produzione. a nuova occupazione si concentra nei settori dei servizi a scarso potenziale espansivo: il turismo, i servizi alle imprese (come la logistica), la ristorazione. Nulla che possa innescare una crescita robusta dell’economia e della produttività. Non potrebbe essere altrimenti per un Paese il cui livello di investimenti rimane drammaticamente basso e non rivolto a innovazione, ricerca e sviluppo. Nonostante una realtà inconfutabile, la direzione politica rimane ancorata a ricette fallimentari (sgravi contributivi e politica dell’offerta) ma efficaci a trasferire risorse dalle tasse dei lavoratori ai conti delle aziende.
L’ostinazione con cui governo e suoi sodali perseverano nel raccontare una realtà che non esiste cela un altro dibattito, tutto interno alle correnti di potere che da qui a qualche mese dovranno emergere in vista delle elezioni. Da un lato il ministro Calenda che lancia la necessità di un piano industriale – dichiarazioni ancora tutte da verificare – e dall’altro, i renziani imperterriti nel difendere l’utilità di spostare risorse e potere dai lavoratori alle imprese.

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