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14.05.2018

 

Quattro lavoratori delle Acciaierie Venete sono stati investiti da una colata di acciaio. Due di loro sono in condizioni gravissime con ustioni sul 100% del corpo. Un terzo lavoratore presenta ustioni al 70% del corpo. Un quarto, meno grave, è all'ospedale Sant'Antonio di Padova. Secondo le prime ricostruzioni di ieri, l'incidente si sarebbe verificato a causa della rottura di alcuni supporti che sostengono i tubi nei quali scorre l'acciaio allo stato liquido. Terribile il racconto dei sopravvissuti, come Simone Vivian, 34 anni, residente a Vigonovo: «E' stato un inferno di fuoco, ma sono vivo» è il messaggio inviato subito al padre. E' stato dimesso ieri notte con una prognosi di 15 giorni.
Stabili, anche se ancora molto gravi, le condizioni dei tre operai rimasti feriti con ustioni in gran parte del corpo e ricoverati negli ospedali di Padova, Cesena e Verona. Sergio Todita, 39 anni, moldavo, Marian Bratu, 43 anni, di origine rumene sono i più gravi. Colpito dall'esplosione anche David Frederic Gerard Di Natale, 39 anni, italo-francese.



"Nessuno parli di fatalità. Il ripetersi quotidiano di gravissimi incidenti sul lavoro, spesso mortali - si legge in una nota del Prc del Veneto - ci parla di altro. Ci parla del mancato rispetto delle norme di sicurezza e dello sfruttamento sempre più intenso del lavoro. E' il risultato di anni di politiche di devastazione delle tutele e dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori".
Per il Prc, c'è solo una strada da percorrere: quella della lotta "per difendere le nostre vite e per il nostro futuro. La sola risposta è lo sciopero generale, almeno nel Veneto, dove i grassi profitti dei padroni vengono pagati da noi con i bassi salari, la precarietà e la catena infinita di infortuni che si ripetono quotidianamente".



Sono in corso da questa mattina 24 ore di sciopero nei 6 stabilimenti del gruppo Acciaierie Venete. Sempre per oggi è previsto, presso il sito di via Silvio Pellico a Padova, un "presidio di solidarietà" per i lavoratori feriti. Ricordiamo, inoltre, che lo stabilimento di riviera Francia è stato posto sotto sequestro e tutte le attività produttive e lavorative sono naturalmente ferme fino a data da destinarsi. Anche i lavoratori di altre aziende siderurgiche del Veneto aderiranno allo sciopero di domani.

 

Dopo questa indegna giornata per il mondo del lavoro, Loris Scarpa, segretario della Fiom Cgil di Padova, ha dichiarato: "Basta è ora di fermarsi e di ripristinare le priorità! Il lavoro e il come si lavora sono l'unica priorità! Non possiamo permetterci più altre tragedie, non possiamo più contare solo i morti, i feriti e gli invalidi. È necessario fermarci e ripensare profondamente a quali sono le priorità di un Paese evoluto e che vuole progredire. Perché dobbiamo lavorare in queste condizioni? A noi non interessano i costi né i profitti, ma vogliamo lavorare solo per costruire un futuro dignitoso per noi e i nostri figli. Il lavoro, e non il mero contenimento dei costi, dovrebbe essere il segno del vero progresso. Questi fatti non riguardano più solo i sindacati e le imprese, ma devono riguardare chi governa e chi vuole governare questo Paese."

 

Subito dopo l’incidente la Cgil nazionale ha diffuso una nota: “Siamo di fronte ad una drammatica emergenza nazionale che ci interroga sul legame tra condizioni di lavoro e modello di sviluppo e innovazione”.‘Nella lotta contro gli infortuni - prosegue la Cgil, che esprime vicinanza ai lavoratori vittime degli infortuni e alle loro famiglie -siamo tra due fuochi: da un lato il vecchio modo di lavorare, specie nei settori più colpiti, in cui si continua a morire esattamente come mezzo secolo fa; dall’altro, il nuovo che avanza, il futuro 4.0, portatore di nuovi fattori di rischio e malattie professionali, in parte ancora non indagati” . Per la Cgil, “occorre, dunque, potenziare i controlli per rendere esigibili le leggi esistenti, da implementare e modellare anche sulla base delle nuove esigenze” .

13.05.2018

Giorgio Cremaschi

 

 

Io non ho dubbi che il governo Salvini Di Maio sarà un governo di destra, nel senso sociale e politico che questa parola ha nella storia d'Italia.

Credo che la flat tax, cioè la riduzione delle tasse ai ricchi sperando che con i soldi così intascati facciano girare l'economia, sia il segno più chiaro che questo sarà un governo di destra. È bene ricordare che questa misura fu introdotta negli USA dal super reazionario Ronald Reagan e produsse una valanga di poveri. Una finta abolizione della Fornero e un finto reddito di cittadinanza dovrebbero riequilibrare la flat tax dal lato sinistro, ma secondo me non cambieranno la sostanza.


A questo governo nascente di destra oggi il presidente della Repubblica ha dato un altolà. Nel nome dell'eguaglianza sociale e dei diritti dei lavoratori? Ma neanche per sogno.

Mattarella ha fatto capire che non accetterebbe senza discutere ciò che avessero concordato Cinquestelle e Lega. E per essere più chiaro ha usato l'esempio del presidente Einaudi che nel 1953 nominò capo del governo Giuseppe Pella contro il volere di gran parte della DC.

È bene allora ricordare che il liberale Einaudi nel dopoguerra fu il primo sostenitore delle terribili politiche economiche liberiste, ferocemente antisociali e antioperaie, che non solo le sinistre comuniste e socialiste, ma anche una parte della DC combattevano.

Giuseppe Pella era un democristiano di estrema destra, clerico fascista si diceva allora, che come ministro economico aveva sostenuto politiche rispetto alle quali quelle di Monti Fornero potrebbero sembrare progressiste.

Nel 1953 per far dispetto a De Gasperi, troppo a sinistra per lui, Einaudi nominò capo del governo Pella, che ebbe la fiducia grazie al voto determinante dei monarchici, allora presenti in parlamento con una certa forza. Anche il fascista MSI guardò a Pella con benevolenza. Che da critica divenne entusiasta quando il capo del governo mobilitò l'esercito alla frontiera orientale minacciando la guerra alla Jugoslavia per Trieste, ancora sotto amministrazione angloamericana.

Per fortuna la sua stessa follia guerrafondaia mise in crisi il governo e Pella si dimise. Rimanendo però per anni una figura di riferimento per tutte le peggiori destre.
Ora questo reazionario patentato sarebbe diventato un esempio rispetto al governo che stanno preparando Salvini e Di Maio. E la sinistra riformista guidata da La Repubblica si esalta. Quanto sia trasmigrata a destra tutta la politica italiana lo dimostra proprio l'uso di Pella come esempio positivo.

Di questa catastrofe politica e culturale sono primi responsabili il PD e il centrosinistra. Che per venticinque anni hanno fatto politiche di destra, e arrivano oggi a sostenere idee e persone che la vera sinistra ha sempre ripudiato.

12.05.2018

 

“La proposta del governo sulla vertenza Ilva è irricevibile. La trattativa non è mai entrata nel merito, ma nulla è comunque cambiato sull’occupazione. La Fiom non mette la firma su un accordo che prevede licenziamenti”. Lo ha affermato ieri il sindacato dei metalmeccanici della Cgil, la Fiom, su Twitter al termine dell’incontro al ministero dello Sviluppo che si è concluso con un nulla di fatto. “Nella proposta – ha specificato poi la segretaria generale Francesca Re David – non ci sono cambiamenti da parte di Mittal. Il problema è che tutto il negoziato è condizionato dal contratto di affitto e la trattativa è bloccata da questo contratto. Mittal – osserva ancora la dirigente sindacale – non ha bisogno di un accordo sindacale per acquisire l'Ilva, l'accordo è solo vincolante per averla alle condizioni imposte dalla società. Noi non potremmo mai firmare un accordo che poi ci viene bocciato dai lavoratori”. A suo giudizio la questione non è politica, bensì sindacale. “A me non interessa da chi è formato il governo, ma interessa il merito”, spiega Re David, rispondendo alle accuse di aver respinto il piano Calenda per aspettare il prossimo esecutivo. Oggi è stato fatto “solo qualche cambiamento da parte del governo e non di Mittal che non si è spostata mai di un centimetro. I lavoratori boccerebbero l'accordo, noi non siamo al servizio di nessuno”. "Per quanto ci riguarda – aggiunga le sindacalista – siamo pronti a riprendere il negoziato senza vincoli predeterminati”.

Alcune ore dopo l'interruzione della trattativa la Fiom ha reso noti nel dettaglio i punti di dissenso. Il documento nella sostanza, per i meccanici della Cgil, non rappresenta altro che la sintesi dei punti e delle condizioni che il Governo ha negoziato con ArcelorMittal e che da ormai diversi incontri viene riproposto alle organizzazioni sindacali come possibile accordo. Vengono riconfermati i 10.000 lavoratori che ArcelorMittal intenderebbe assumere sempre con il criterio della discontinuità formale e non sostanziale del rapporto di lavoro. "Unitariamente abbiamo ribadito che l’acquisizione di Ilva non può prescindere dai circa 14.000 lavoratori coinvolti e che ArcelorMittal deve farsi carico di tutti i lavoratori. Assunzione che deve essere effettuata in continuità del rapporto di lavoro. Viene data la possibilità per ArcelorMittal, a partire da subito e fino al giugno 2021, di esternalizzare una serie di attività da lei individuate affidate a una società di servizi di nuova costituzione con la presenza di Ilva e da Invitalia aperta alla partecipazione di altri soggetti pubblici e privati a cui sarebbe collegata un’operazione di esternalizzazione di 1.500 lavoratori", spiega la nota.
Si tratta di "lavoratori che per un certo periodo ruoteranno anche in Cigs e che non passeranno ad ArcelorMittal. Questa operazione - da noi giudicata inaccettabile - consentirebbe ad ArcelorMittal di esternalizzare una serie di attività e di lavoratori in una prima fase alla 'procedura' e in un secondo tempo ad aziende terze che si occuperebbero di queste attività. ArcelorMittal inizierebbe da subito a esternalizzare le attività senza alcun vincolo e garanzia per i lavoratori coinvolti".
"Per i rimanenti lavoratori vengono individuati una serie di strumenti per favorire esodi volontari, attraverso incentivi economici, outplacement, autoimprenditorialità e accompagnamento alla pensione. Per questi interventi il Governo mette a disposizione fino a 200 milioni di euro per garantire importanti piani di incentivazione all’esodo – aggiunge la Fiom –. Strumenti, che anche per alcuni di essi di carattere volontario, contrastano con la richiesta sindacale di garantire i livelli occupazionali".
Sulla base di questi punti, "abbiamo ritenuto unitariamente non sottoscrivibile il testo consegnato dal Governo, e di conseguenza l’interruzione della trattativa fino a quando non interverranno novità rilevanti rispetto alle richieste avanzate unitariamente dai sindacati. Alla luce della situazione attuale è necessario continuare con le assemblee dei lavoratori sia per un aggiornamento della situazione sia anche per valutare l’avvio di una fase di mobilitazione sindacale", conclude la Fiom. La bocciatura è condivisa dai metalmeccanici di Cisl e Uil. “Il testo non è condivisibile”, aggiunge Rocco Palombella (Uilm). “Gli esuberi restano”, conferma Fabrizio Bentivogli (Fim). Secondo quanto riferiscono i sindacati, a sospendere il tavolo sarebbe stato il ministro Carlo Calenda perché secondo alcuni “non legittimato a trattare”. I rappresentanti dei lavoratori sperano comunque in una ripresa della trattativa. “Per noi è importante andare avanti – sottolinea Palombella – ma non si può trattare con i diktat. Affidiamo alla responsabilità del governo, che per noi è ancora un valido interlocutore, di riconvocare ancora il tavolo”.

Duro anche il giudizio dal sindacato dei territori dove operano gli stabilimenti Ilva. "Il Governo un minuto prima di andarsene, tenta di scaricare sul sindacato le sue responsabilità contenute nell’accordo segreto siglato con Mittal che un anno fa ha precostituito: esuberi, taglio del salario e aggiramento della legge dello Stato che prevede la continuità del rapporto di lavoro, possibilità di esternalizzare attività ora gestite in modo diretto e, per Genova, il non rispetto dell'Accordo di Programma. Scrivere, come ha fatto il governo che convocherà un tavolo per attuare gli impegni dell'Accordo di programma mentre si confermano 600 esuberi a Genova è una bella presa in giro, che la Fiom Cgil respinge al mittente", si legge in una nota di Bruno Manganaro, segretario generale della Fiom di Genova. "Gli ultimi 10 mesi, il Governo li ha passati cercando di farci ingoiare questi rospi, atteggiamento reiterato nell’incontro di oggi dove ha ripresentato lo stesso schema, con qualche brillantino (vedi incentivi all'esodo). Una delle più grandi aziende siderurgiche in Europa svenduta con meno lavoratori ed in condizioni peggiori: è questo che offre il Governo al Paese. Per la Fiom Cgil, Mittal può acquisire Ilva nel rispetto della continuità del posto di lavoro, reddito, diritti e nel rispetto dell'Accordo di Programma per Genova e questo è il messaggio che ci sentiamo di consegnare al prossimo esecutivo", conclude il sindacalista.

10 mag 2018

 

Comunicato stampa

 

“Che Renzi festeggi la nascita di un governo M5S-Lega dà l’idea del personaggio:
un irresponsabile avventuriero che punta sulla logica del “tanto peggio tanto meglio”.


Il nostro giudizio assai critico verso il M5S non ci impedisce di giudicare come gravissimo
che il PD abbia operato per spingere il partito di Di Maio e Casaleggio a destra con una logica cinica e miope.
Il contrario di quello che ha fatto la sinistra durante tutta la storia repubblicana.
Le motivazioni con cui Renzi e il suo partito hanno detto no a priori a un governo con M5S sono di destra:
difesa della legge Fornero e del Jobs act, contrarietà al reddito di cittadinanza, ecc.
Se questi saranno i contenuti dell’opposizione che Renzi annuncia durissima rischiamo che Di Maio e Salvini continuino ad apparire a milioni di italiani come i difensori dei ceti popolari.


D’altronde basta pochissimo per dimostrarsi più amici del popolo dei governi sostenuti dal PD.
La nostra critica durissima nei confronti della spregiudicatezza del M5S non assolvono il PD dalle sue responsabilità”.

 

Norma Rangeri

da il Manifesto

10.05.2018

 

Contrordine. Si va ai tempi supplementari per la formazione di un governo Salvini-Di Maio, se non con la benedizione di Berlusconi, con «l’astensione critica» di Forza Italia all’alleanza tra Lega e M5Stelle.

 

E si apre la trattativa sulle «garanzie» che i pentastellati dovranno offrire in cambio del passo indietro dell’arcinemico di Arcore.

 

Queste «garanzie» riguardano naturalmente il conflitto di interessi, quel macigno che proprio Di Maio, quando ormai sembravano chiuse tutte le porte per un accordo di governo, aveva rimesso al centro della scena ( o della sceneggiata) per marcare ancor più duramente la distanza dal condannato eccellente.

 

Berlusconi farà buon viso a cattivo gioco, pronto a far digerire qualche bocconcino indigesto ai ragazzi di Grillo e Casaleggio. E di sicuro l’elettorato grillino, su questo terreno, non è ancora addomesticato.

 

Così, nel giro di ventiquattr’ore, dalle elezioni di mezza estate siamo passati al governo politico tra i due «vincitori» del 4 marzo. Formalmente tutto viene presentato come un gesto di generosità di Berlusconi, nella sostanza il panico gettato da Mattarella tra i piedi dei due principali contendenti ha dato i suoi frutti.

 

Deputati e senatori forzaitalioti piuttosto che andare incontro a sicura decimazione nelle urne, hanno scelto di far ingoiare a Berlusconi il rospo.

 

Quale sarà il prezzo lo vedremo presto quando avremo la lista dei ministri, quando si depositeranno
i nuovi assetti di potere.

 

Se la trattativa alla fine andrà in porto, il paese dovrà prepararsi a un governo di nuovo conio, segnato sicuramente da contraddizioni (a partire da quella trab il Nord e il Sud del Paese),ma altrettanto fortemente sbilanciato a destra. Una prospettiva tutt’altro che rassicurante.

 

Eppure c’è chi, come il Pd, per questo esito ha tifato subito, fin dal 5 marzo, quel Pd che dovrebbe essere il partito del centrosinistra, che soltanto ieri prometteva opposizione dura ai nuovi governanti pur avendo fatto un tifo accanito per questo disastroso esito politico.

 

09.05.2018

Il presidente Mattarella ha dichiarato di voler nominare un governo “neutrale” – eufemismo per non dire “tecnico”, parola che ricorderebbe a tutti gli italiani la terribile esperienza di Monti &Fornero –  auspicando che le forze politiche lo facciano vivere fino a dicembre.

Ovviamente si tratterebbe di un governo “europeista”, cioè impegnato a far approvare tutti i diktat dell’Unione Europea, a partire dal Fiscal Compact…

Vogliamo dirlo con chiarezza: i governi “neutrali” o “tecnici” non esistono, non sono mai esistiti. Tutti i governi sono politici, servono gli interessi di una parte sociale.

È politica accettare i diktat della UE, fare tagli alla spesa sociale per sterilizzare l’aumento dell’IVA, anche questa decisione assolutamente politica nel nome dell’austerità.

È politica tranquillizzare i mercati, cioè fare ciò che vogliono banche e finanza.

È politica stare nella NATO e sostenere la politica guerrafondaia di Trump e Macron.

Quello di Monti era un governo tecnico? No, era un governo politico, sostenuto da PD e PDL che rispondeva alla politica voluta dalle élites italiane ed europee.  Basta con queste ipocrisie!

Anche Lega e M5S fanno da due mesi i furbi sulla pelle delle italiane e degli italiani, lottando per i propri interessi di potere, preparandosi a una campagna elettorale  in cui sbandiereranno di nuovo l’abolizione della legge Fornero. Legge che potrebbero in pochi giorni approvare avendo in questo parlamento i numeri per farlo. E con gli stessi numeri potrebbero approvare una legge elettorale che restituisca agli italiani la possibilità di scegliere i propri rappresentanti rispettando la Costituzione.

Quanto accaduto in queste settimane dimostra che il richiamo al “voto utile” della scorsa campagna elettorale era una bugia: l’unico voto utile è quello che fa i tuoi interessi, non i loro!

Le ragioni che ci hanno spinto a lanciare Potere al popolo! dopo questi due mesi sono ancora più forti e più chiare.

C’è bisogno di uno schieramento sociale e politico alternativo a tutti i poli esistenti che applichi la Costituzione e difenda gli interessi delle classi popolari con un programma di radicale rottura con le politiche degli ultimi 25 anni e i diktat dell’UE.

Noi lo stiamo costruendo, e invitiamo chiunque abbia a cuore le sorti del paese a farlo con noi. Se si andrà ad elezioni, Potere al Popolo ci sarà!

 

Alberto Negri

 

Irandeal. A regime i giacimenti iraniani di South Pars avrebbero una produzione sufficiente a garantire i consumi annuali europei. Questo gas, nei piani Usa e dei loro alleati, non deve arrivare sulle coste del Mediterraneo. Chi decide le nostri sorti strategiche nel medio-lungo periodo sta a Washington e Tel Aviv, non a Bruxelles e a Mosca.

 

Preceduta dalla show atomico del premier israeliano Netanyahu, avversario dell’Iran e della Mezzaluna sciita insieme ai sauditi, è arrivata la decisione di Trump di ritirarsi dall’accordo sul nucleare con l’Iran firmato da Obama con il Cinque più Uno nel luglio 2015.

 

La premessa è questa: i primi a non rispettare l’intesa sono stati proprio gli Stati Uniti, che hanno continuato a imporre sanzioni secondarie alle banche europee e occidentali che erogavano crediti all’Iran. Gli Usa hanno impedito che in Iran affluissero i capitali attesi dal governo del moderato Hassan Rohani.

 

Già nel mirino dei falchi del regime, il presidente Rohani sentirà ancora di più le pressioni dell’ala più radicale. Inoltre, come scrive il Financial Times, con nuove e probabili sanzioni Usa, verrà colpita ulteriormente l’industria energetica iraniana, quarto Paese al mondo per produzione di petrolio, al secondo posto per le riserve di gas.

 

A regime i giacimenti iraniani di South Pars avrebbero una produzione sufficiente a garantire i consumi annuali europei. Questo gas, nei piani Usa e dei loro alleati, non deve arrivare sulle coste del Mediterraneo.

 

Chi decide le nostri sorti strategiche nel medio-lungo periodo sta a Washington e Tel Aviv, non a Bruxelles e a Mosca e non ancora a Pechino dove, come a Pyongyang e Seul, soppeseranno con attenzione gli effetti di questa decisione Usa sul prossimo vertice tra Trump e Kim Jong-un. A prima vista non è un messaggio incoraggiante.

 

Come previsto è fallita la missione in Usa di Macron e Merkel di convincere Trump a mantenere l’intesa con Teheran. Potrebbe essere un risvolto positivo. L’Unione europea resterà così insieme a Russia e Cina nella posizione di poter negoziare con il regime degli ayatollah. La stessa mossa americana di annullare l’accordo lascia ancora una volta gli Usa in posizione di difficoltà: Washington soddisfa gli alleati israeliani e sauditi ma rischia di regalare a Mosca un’altra carta diplomatica. Il presidente russo Putin è in fondo l’unico leader che nella regione parla con tutti, dai siriani agli israeliani, ai sauditi, dai turchi agli iraniani.

 

Tutto questo ragionamento, un po’ consolatorio, è valido se non se non si allarga il conflitto siriano. Siamo al nocciolo della questione. La guerra all’Iran, sarà un mix di azioni militari e diplomazia punitiva, cioè di accerchiamento economico. Ma l’Europa, con Francia e Gran Bretagna, è già entrata, sia pure indirettamente, in guerra con l’Iran attuando con gli Usa i raid dimostrativi che hanno colpito le basi siriane – evitando accuratamente quelle russe – per punire Assad dell’uso presunto di armi chimiche (di cui per altro non parla più nessuno). In caso di escalation è difficile immaginare che Paesi come la Germania e l’Italia, soprattutto, non sarebbero coinvolte.

 

Questo è stato il vero successo di Trump: creare un asse atlantico-israeliano, cui noi abbiamo dato una bella mano propagandistica con il Giro d’Italia in Israele. Il naso di Bartali, canta Paolo Conte, “è triste come una salita”.

 

In sintesi, si è combattuto per sette anni sulla pelle dei siriani una guerra per procura contro Teheran iniziata nel 1979 con l’ascesa di Khomeini, la presa degli ostaggi nell’ambasciata Usa il 4 novembre dello stesso anno, poi sfociata nel più sanguinoso conflitto del Medio Oriente quando Saddam Hussein, sostenuto dall’Occidente e dalle della monarchie arabe sunnite, attaccò la repubblica islamica sciita il 22 settembre del 1980.

 

L’era della destabilizzazione, cominciata allora, è tornata oggi al punto di partenza mentre venivano disgregati gli stati arabi in competizione con Israele, come l’Iraq nel 2003 e la Siria nel 2011. E adesso tocca all’Iran che non ha mai voluto rinunciare a proclamare la propria sovranità e indipendenza.

 

Nella partita entrano anche il Libano, la Palestina e lo Yemen, altra guerra per procura tra sauditi, americani e iraniani. In Libano, dove si è appena votato dopo nove anni per le parlamentari, Hezbollah, alleato di Teheran, ha rafforzato le sue posizioni e si prepara ad affrontare un nuovo scontro con Israele dopo quello del 2006: qui l’Italia ha il comando del settore ovest dell’Unifil con la presenza di oltre 1.100 alpini della Julia.

 

La maggior parte di un elettorato disorientato da una labile classe dirigente ignora probabilmente la presenza dei soldati italiani. E ancora di più ignora che in Iran le imprese italiane, minacciate da nuove sanzioni, hanno in essere commesse per circa 25-30 miliardi di euro: posti di lavoro decisi dagli americani e da Israele, non da Roma.

 

Così vanno le cose in Medio Oriente. Tra guerre in atto e anniversari in corso (il 70° dalla nascita di Israele e della Nakba palestinese), accordi stracciati e provocazioni militari, si prepara a grandinare. Aprite l’ombrello se ne avete uno.

08.05.2018

da Contropiano

di Alessandro Avvisato

 

Adelante, al voto! Con juicio…

 

Sergio Mattarella ha interpretato nel modo più notarile e formale possibile il suo ruolo costituzionale. Di fronte all’impossibilità di formare un governo “politico” per i veti incrociati di grillini, lega, Pd e Berlusconi, il presidente della Repubblica ha tirato fuori l’idea del “governo di garanzia”.

 

Un governo – ha precisato – con l’incarico specifico di traghettare il paese verso nuove elezioni, in modo “neutrale” e composto di personalità che giurino di non candidarsi alla fine del mandato. Questa, in effetti, è una novità. E anche il segno del punto di putrefazione della situazione politica.

 

Mattarella ha lasciato ai tre partiti la decisione riguardo alla durata di questo governo. Possono scegliere di andare a luglio (“ma sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica e renderebbe complicato il libero esercizio del voto”); ma sarebbe una iattura anche perché in giugno l’Italia sarebbe pressoché inesistente nella discussione europea sulla Ue “a due velocità”, con decisioni che saranno poi vincolanti su redistribuzione dei migranti sul continente, moneta unica (e possibili forme di politiche ancora economiche più stringenti), bilancio europeo che varrà per i prossimi sette anni.

 

Possono certamente decidere di andare al voto “ad inizio autunno”, ma Mattarella segnala che in questo modo si andrebbe all’esercizio provvisorio, con annesso aumento dell’Iva (una delle principali “clausole di salvaguardia” messa a garanzia da possibili sforamenti del deficit pubblico, dagli effetti ampiamente “recessivi”) e altrettanto inevitabili assalti della “speculazione finanziaria sui mercati”.

 

Oppure – e questa è l’ipotesi largamente preferita e suggerita ai tre partiti – arrivare a fine dicembre, approvare la legge di stabilità e quindi far dimettere il “governo di garanzia” per andare a nuove elezioni.

 

Con la sagacia del vecchio democristiano, Mattarella ha presentato questa dilatazione dei tempi come un’occasione per le tre forze politiche di “raggiungere accordi per la formazione di un governo politico”. Della serie: due mesi non vi sono bastati, ma ve ne posso concedere altri sette. Unica condizione: lasciate governare un mio esecutivo, di cui garantisco io l’uscita di scena quando e se vi sarete messi d’accordo. Non serve neanche votare la fiducia, perché potrebbe andare avanti come governo dimissionario – come quello Gentiloni, che però rappresenta una maggioranza parlamentare che non esiste più.

 

Per Lega e M5S, in particolare, può essere la sirena per far loro digerire – se non un suicida voto di fiducia – la sopravvivenza tranquilla di questo “governo di garanzia”, una sorta di infermiere dal passo felpato che si toglierebbe dai piedi non appena il malato si sente in condizione di alzarsi dal letto e camminare.

 

Manca il nome del premier provvisorio, ma non è questo che angoscerà Berlusconi, Salvini, Di Maio e Renzi. Di certo, dal suo cappello uscirà fuori una figura sufficientemente incolore da non far sentire oscurato nessuno di loro.

 

La palla resta dunque – persino correttamente, dal punto di vista costituzionale – ai partiti. Che però non sono tali (tranne forse, in qualche misura, la Lega) e vivono tutta la crisi della “politica” da quando le decisioni fondamentali riguardanti la vita e il futuro del paese sono prese altrove. A Bruxelles, Francoforte, Washington, nelle borse o nelle sedi dei fondi speculativi. Dappertutto, insomma, meno che a Palazzo Chigi.

 

La portata della partita è questa. E fanno sinceramente ridere quei “sinistri” che ancora consultano gli aruspici per “combinare” un contenitore elettorale per salvaguardare, in fondo, soltanto se stessi. L’unica forza credibile per provare a rappresentare con la dovuta coerenza gli interessi di classe è Potere al Popolo. Qualsiasi altra “pensata” è una barzelletta scaduta, come quelle berlusconiane.

Daniela Preziosi

 

Intervista alla 'capa' di Potere al Popolo. Siamo pronti a tornare al voto ma il fine è il mutualismo non il palazzo. Da Lega e 5stelle solo chiacchiere, cancellino la Fornero. I ceti popolari non si accorgono di non avere un governo: ormai l’Europa ci guida con il pilota automatico.

 

«Diciamolo: siamo nel pantano. A due mesi dal voto, la matassa si aggroviglia sempre di più. Nessuno ha i voti per governare da solo, né 5 Stelle né centrodestra. Tutti sostengono di fare l’interesse del paese, di mettere al centro delle trattative i temi. Bene. Sarebbe salutare. Ma sono parole. Con buona pace delle classi popolari, vere vittime di questo chiacchiericcio quotidiano». Non che Viola Carofalo, ’capa politica’ di Potere al popolo sia una fan dei ’tavoli’.

Tifavate per un’alleanza di governo? Pd e M5S?

No, tutte le opzioni non ci piacevano. Ci fa solo piacere che questo stallo ha svelato la bugia del voto utile.

Le ’classi popolari’ si accorgono che non c’è un governo?

Direi di no. Perché ormai nell’Unione Europea si viaggia col pilota automatico. La verità è che stentiamo ad accorgerci finanche dei cambi di governo visto che, tranne rare eccezioni, portano avanti le stesse politiche.

Salvini sale nei sondaggi. Il prossimo voto sarà lo spareggio tra Lega e 5 Stelle?

Il consenso non è più stabile, basta poco a sgonfiare fenomeni che sembrano inarrestabili. E non dimentichiamoci che il Pd di Renzi è in stato disastroso ma non si è estinto. Renzi potrebbe tentare la mossa alla Macron per raccogliere l’eredità di Forza Italia.
E voi? In caso di voto PaP ci sarà?

Senza dubbio. Vuoi che rinunciamo ora che già abbiamo fatto il rodaggio?

Imbarcherete altri? Leu ha già perso pezzi che guardano a voi.

Siamo un progetto aperto e siamo convinti di aver cominciato a costruire un confronto con una fetta del nostro soggetto sociale di riferimento, ma che non siamo arrivati a tutti.

L’1% in effetti sembrava un po’ poco per i vostri festeggiamenti della sera del voto.

È stata mal interpretata la nostra allegria. Era poco, ma considerato che siamo appena anti e il contesto, eravamo contenti di poter dire ’ci siamo’.

Ci siete davvero?

Dal 5 marzo stiamo incontrando nuove associazioni, collettivi, persone pronte a contribuire ad un progetto di riscatto sociale. Vogliamo allargarci con chi sui territori costruisce pratiche di resistenza e controffensiva. Un’Italia che c’è ma stenta ancora a conoscersi e riconoscersi. Chi invece ha il feticcio di un’unità fra gruppi dirigenti si riconsegnerà a un inevitabile fallimento.

Eppure il Prc toscano vi accusa di dirigismo e chiusura.

Un problema c’è stato. Ma invito a non drammatizzare: è normale, siamo plurali, fra noi ci sono partiti, collettivi e gruppi. A fine mese facciamo un’assemblea anche per trovare le modalità di discussione comuni. Spero che la vicenda toscana si risolva.

E se invece la sconfitta vi avesse bloccato la spinta propulsiva?

Non è così. Già il 18 marzo, a Roma, 1500 persone si sono riunite per fare un passo in avanti nella costruzione di Pap. Decine di interventi, entusiamo. In tante e tanti hanno capito che non è un progetto elettorale. Le elezioni per noi sono uno strumento, il fine è costruire pratiche di mutualismo, reti di solidarietà, organizzazione.

In concreto?

Abbiamo cominciato ad aprire “case del popolo”, dal Sud al Nord, che possano esser lo spazio fisico per incontrarsi, conoscersi, sperimentare attività di mutualismo. Dove siamo presenti, sosteniamo le battaglie per l’ambiente, per il lavoro. Stiamo predisponendo una piattaforma web per affiancare le assemblee territoriali. Il 26 e 27 maggio terremo da noi, all’ex Opg Je so’ Pazzo di Napoli, una due giorni di discussione sul tema del mutualismo, del lavoro, dell’Europa e delle forme organizzative possibili.

Alle amministrative vi presenterete?

Solo in 15 città, quelle in cui le assemblee locali hanno scelto di farlo.

E poi ci saranno le Europee. Avete già deciso come vi presenterete?

Oggi ci concentriamo a radicare il progetto. Alle europee saremo presenti ma non vogliamo sfiancarci in discussioni infinite su alchimie e improbabili carrozzoni. Il futuro europeo non è una discussione tattica. Riprendiamo a respirare e a ragionare. Siamo d’accordo o no che i trattati UE siano un peso sul groppone di qualsivoglia tentativo di costruzione di una società in cui l’uguaglianza non sia solo una parola scritta e la lotta alla povertà una formula ipocrita? Da domande come queste discendono risposte che non sono “facciamo la lista tizio o caio”. Per questo abbiamo raccolto l’appello di Lisbona per una “rivoluzione democratica”, lanciato da Podemos, France Insoumise e Bloco de Esquerda, “per organizzare la difesa dei nostri diritti e della sovranità dei nostri popoli”. Faremo un dibattito quanto più ampio possibile per decidere come affrontare il voto europee. Porte spalancate chiunque accetti questa sfida.

05.05.2018


Un pensiero al servizio degli oppressi, degli sfruttati. Un pensiero rivoluzionario, che ha avuto il coraggio di sfidare i potenti e capace di non attestarsi a quello che già esiste ma di progettare.
Un pensiero che ha rimesso al centro l'uomo, la liberazione dei rapporti sociali e lo sviluppo delle potenzialità, dell'inventiva, della creatività, della cooperazione popolare.
Un pensiero che si è fatto azione e ha travalicato i confini, le culture, e che ci parla oggi ancora!

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