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07/07/2021

Giulio Cavalli

da Left

 

L'allevamento degli schiavi ha finalmente ricevuto una bella spinta e infatti mica per niente Confindustria e compagnia cantante insistono nel dirci che il futuro sarà bellissimo. Sì, per loro.

 

Lo scorso 4 luglio 152 lavoratori sono stati licenziati a fine turno nel pomeriggio con una mail. Come arrivano le offerte promozionali di vini e di abbigliamento è arrivata la comunicazione che ha rovinato la vita alle persone, con la stessa leggerezza, con la stessa poca responsabilità. È accaduto a Ceriano Laghetto, in provincia di Monza e Brianza, nella storica fabbrica di Gianetti Ruote, che produce ruote di acciaio, dove il fondo americano Quantum Capital Partner, proprietario dell’azienda, ha giustificato questa decisione inaspettata con la crisi perdurante dello stabilimento aggravatasi nei mesi di pandemia.

 

Come c’era da aspettarsi tutto è arrivato poche ore dopo lo sblocco dei licenziamenti voluto dal governo dei migliori, gli stessi che ci assicuravano (e assicurano ancora) che sarebbe andato tutto bene. Ora la situazione è la seguente: gli anziani temono di non riuscire più a ricollocarsi e i giovani non hanno idea di come riuscire a pagare mutuo e spese della famiglia. Vi ricordate cosa diceva Draghi, tutto festante? Comunicava un accordo con Confindustria secondo il quale sarebbe stato “consigliato” utilizzare tutti gli ammortizzatori sociali a disposizione prima di procedere ai licenziamenti. E pensate un po’? L’azienda è associata proprio a Confindustria.

 

Si sarebbe potuto pensare allo sblocco dei licenziamenti dopo avere programmato un serio piano di ammortizzatori sociali per evitare la macelleria sociale e invece il piano è perfettamente riuscito: si potrà licenziare con grande serenità i lavoratori per poi riassumerli con nuovi contratti con meno garanzie e con stipendi più bassi. L’allevamento degli schiavi può finalmente ricevere una spinta e infatti mica per niente Confindustria e compagnia cantante insistono nel dirci che il futuro sarà bellissimo. Sì, per loro.

 

La notizia, com’era prevedibile, non ha riempito le pagine dei giornali ma è passata molto sotto traccia (ieri c’è stato un presidio davanti all’azienda ma eravamo tutti concentrati con Renzi che pretende una diretta Instagram con Chiara Ferragni). Del resto siamo nel Paese che ancora insiste nel dirci che la colpa dei disoccupati sta nella loro mancanza di voglia di lavorare.

 

Questa è solo la prima avvisaglia e la notizia la appoggiamo qui. Così sarà facile ritrovarla quando non si potrà più nascondere la situazione e tutti fingeranno di essere stati colti di sorpresa.

06/07/2021

da IL Manifesto

Carlo Lania

 

In brutta coppia. Si decide sulla calendarizzazione del testo contro l’omofobia Matteo Renzi: «Così com’è non passa». E Matteo Salvini lo segue

 

A questo punto il percorso è ormai tracciato. Oggi alle 11 al Senato si tiene l’ennesima riunione dei capigruppo di maggioranza per verificare la possibilità di arrivare a una mediazione sul ddl Zan. Non sono previste sorprese. Nel pomeriggio, alle 16,30, ci sarà quindi il passaggio in aula per decidere sulla calendarizzazione del testo, che dovrebbe essere fissata a partire dal 13 luglio. E allora si vedrà se per la legge contro l’omotransfobia sarà davvero il Vietnam – come si dice – o qualcos’altro.

 

Oggi però è anche il giorno in cui si capirà quanto è salda l’intesa tra Italia Viva e la Lega. Ai renziani si devono gli emendamenti che chiedono la cancellazione delle parole «identità di genere» dall’articolo 1 della legge, la soppressione dell’articolo 4 che garantisce la libertà di espressione e la modifica dell’articolo 7 specificando in maniera chiara che, pur mantenendo l’istituzione della giornata nazionale contro l’omofobia, viene salvaguardata l’autonomia scolastica, rispondendo così alle preoccupazioni espresse dal Vaticano e dalle scuole cattoliche. A chi lo accusa di voler affossare la legge Renzi, che ha denunciato di ricevere «insulti, minacce e auguri di morte», ieri ha replicato ricordando di aver firmato le unioni civili quando era al governo: «Non prendo lezioni da chi usa i diritti come bandierine senza ottenere i risultati», ha detto il senatore di Rignano attaccando il Pd.

 

Sugli emendamenti di Italia viva convergeranno certamente i voti del centrodestra, da sempre contrario al ddl. Ieri Matteo Salvini, che da giorni vuole mostrarsi come un mediatore, si è rivolto ancora una volta al Pd chiedendogli di aderire alle modifiche proposte da Renzi: «Se il Pd rifiuterà ascolto e dialogo, invocati anche da tante associazioni e movimenti di gay, lesbiche e femministe – ha detto -, si assumerà la responsabilità di affossare questa legge»,

 

Parole che in casa dem suonano come un provocazione. Al Nazareno – dove ieri si è riunita la segreteria – sono infatti più che convinti che contrariamente a quanto dice Renzi, ovvero che almeno sei senatori dem e 5 o 6 dei 5 Stelle approfitteranno del voto segreto per non sostenere la legge, i numeri per approvarla in realtà ci siano. Basterebbe solo che la vecchia maggioranza giallorossa, la stessa che otto mesi fa ha permesso l’approvazione del ddl Zan alla Camera, si mantenesse compatta. «A Italia viva chiedo uno scatto di orgoglio per portare la legge all’approvazione», dice il deputato Alessandro Zan, che ha dato il suo nome la provvedimento. «Dire che così com’è la legge non passa è una buglia. Se prendiamo il pallottoliere, la maggioranza in Senato, con Iv, c’è».

 

Anche se il Pd ha detto di non voler chiedere il voto segreto, quando si arriverà in aula è così che si procederà. La battaglia allora è davvero all’ultimo voto. Chi sostiene il ddl Zan (oltre a Pd e M5S, ci sono LeU e il gruppo delle Autonomie) spera nel supporto che potrebbe arrivare da qualche senatore di Forza Italia. Elio Vito, deputato azzurro da sempre a favore della legge, ieri si è di nuovo rivolto al suo partito: «Io continuo a credere, a sperare. a volere che la mia cara Forza Italia, la liberale Forza Italia, la europeista Forza Italia, si distingua dalla Lega e da Italia viva e possa votare il ddl Zan nell’attuale testo al Senato e risultare decisiva per la sua approvazione definitiva», ha scritto su Twitter.

 

Decisivo sarà anche il comportamento del gruppo Misto. Sono 46 senatori e almeno la metà – tra i quali i senatori di LeU – potrebbe votare a favore del ddl. Se così fosse, verrebbero compensata l’assenza di quei senatori renziani che hanno cambiato la loro posizione.
Si tratta però solo di supposizioni, o meglio ancora di speranze. Al momento i voti non ci sono e per le norme contro l’omofobia la strada è sempre più in salita.

03.07/2021

da il Manifesto

Alfonso Gianni

 

Imprese/Lavoro. Ma bilancia non è a favore delle organizzazioni dei lavoratori. E la «raccomandazione» è paragonabile alla «moral suasion» dagli esiti sempre insoddisfacenti

 

Dunque Draghi avrebbe compiuto un miracolo. Così potrebbe sembrare a giudicare dalla pletora di lodi che gli cascano sul capo, provenienti da parti che dovrebbero essere opposte, almeno sul tema dei licenziamenti, che per gli uni, i padroni, sono l’implementazione più potente del loro potere di comando, per gli altri, i lavoratori, una questione di sopravvivenza. Specialmente dentro una crisi che li ha decimati e impoveriti.

 

Ma chi non crede ai miracoli dovrebbe porsi seriamente la domanda su chi è uscito vincente da quelle sette righe e mezzo che costituiscono l’avviso comune firmato da governo e sindacati, con l’intervento determinante della Confindustria. Il più enfatico nel celebrare “l’abilità e la fermezza dimostrata dal presidente Draghi” è senz’altro Carlo Bonomi.

 

Ma il capo di Confindustria non si ferma lì. Va ben oltre. Ascrive alla sua organizzazione il merito di tornare a quello che quest’ultima aveva chiesto a settembre, “un grande Patto per l’Italia”, tale da potersi configurare come “una visione sul futuro” e nell’immediato condizionare il contenuto del testo governativo più volte annunciato sulla riforma degli ammortizzatori sociali.

 

Anche i dirigenti sindacali cantano vittoria. Un poco più sobriamente la Cgil che comunque ascrive il merito del “passo in avanti” alla mobilitazione dei lavoratori indetta precedentemente e all’unità tra le confederazioni sindacali. Tema su cui si allinea anche la Uil. Mentre la Cisl vede la ridiscesa in campo della concertazione. Argomento su cui insiste anche Enrico Letta. Quindi tutti vincitori? Non è così e purtroppo la bilancia non pende dalla parte delle organizzazioni dei lavoratori. Come si ricorderà la vicenda era entrata nel vivo quando il ministro Orlando aveva minacciato addirittura le dimissioni peraltro senza essere sostenuto dal suo stesso partito e perciò subito rientrate.

 

Dal Consiglio dei Ministri era uscita una soluzione che presentava per il padronato un’alternativa dove esso era vincente in entrambi i casi. O utilizzare la cassa integrazione ordinaria in modo gratuito, oppure licenziare senza l’intervento della Cig. La cosa non poteva essere digerita dai sindacati. Da qui il ricorso a manifestazioni in tre capoluoghi e la richiesta pressante di un incontro a Palazzo Chigi. Quell’incontro durato sette ore si è concluso però con un testo, la cui natura giuridica è alquanto incerta, entro il quale la parola introdotta per volere confindustriale ne spostava il senso verso la direzione decantata da Bonomi.

 

Non bisogna essere dei principi del foro per capire che un conto è un impegno a utilizzare strumenti alternativi ai licenziamenti, peraltro da definirsi in buona parte in un futuro decreto-legge, un altro è l’impegno a “raccomandare” un simile utilizzo. La soluzione, già non fortissima nel primo caso, perde di ogni forza cogente nella versione finale. Alla fine delle votazioni, solitamente di conversione di decreti-legge, i governi assumono come “raccomandazione” gli ordini del giorno presentati, liberandosi così di noiose votazioni e di qualunque impegno a rispettarli.

 

Nel migliore dei casi si può avvicinare il significato della “raccomandazione” a quello della moral suasion, i cui esiti, anche quando è stata agita da Presidenti della Repubblica, sono sempre stati meno che insoddisfacenti. In ogni caso in quelle sette righe non si prevede alcuna forma di sanzione, persino difficile da immaginare, nel caso che la raccomandazione non venga accolta. Una cosa è certa: con quel testo i licenziamenti non sono scongiurati e ci vorrà un conflitto ben maggiore e più esteso di quello finora messo in atto se si vorrà evitare il disastro sociale. Tanto più che l’offensiva di Confindustria non si ferma qui. Purtroppo le parole di Bonomi non sono pronunciate a caso.

 

Il nesso che stabiliscono tra quell’avviso comune e la riforma degli ammortizzatori sociali è che in questa ultima, secondo Confindustria, non vi dovrà essere alcun obbligo reale e sanzionabile di usare gli ammortizzatori sociali come alternativi ai licenziamenti in nome di quell’avviso comune – promosso così quasi al livello di nuova fonte legislativa – “dove si parla di principi condivisi” per realizzare quella riforma. Anzi, stando a quanto riferiva ieri il fedele Sole24 Ore, Bonomi vuole rovesciare il rapporto fra uso degli ammortizzatori e cessazione del rapporto di lavoro, dal momento che considera “l’avviso comune … che non c’era la necessità di un blocco [dei licenziamenti] dal momento che si hanno a disposizione tutti gli strumenti, soprattutto la possibilità di 52 ore di cassa integrazione”.

 

Un mondo rovesciato, dove la Cig non è più al servizio del superamento di momentanee difficoltà di mercato o di processi di ristrutturazione e di tutela della continuità del rapporto di lavoro, ma il suo contrario, ovvero il mantenimento della possibilità di licenziare. La Confindustria non intende limitarsi, come ha fatto, alla telefonata al tavolo governo-sindacati per suggerire la formulazione finale dell’avviso comune, ma vuole fare irruzione, almeno metaforicamente, nella sala del Consiglio dei ministri dettando le linee del provvedimento governativo. E così intende lo stesso Pnrr, ove la “partnership pubblico-privato” diventa il riempimento del primo con gli interessi e i progetti del secondo. Se non si vuole il peggio, i tempi sono maturi per l’apertura di un conflitto generale.

02/07/2021

da il Manifesto

Adriana Pollice

 

«Foto, video e referti medici falsi per giustificare le perquisizioni». Molti i depistaggi dopo la mattanza dei detenuti. È quanto emerge dagli atti dell’inchiesta sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Passerella di Salvini in «solidarietà con chi indossa la divisa»

 

L'inchiesta sul carcere di Santa Maria Capua Vetere. Negli atti del gip le prove della manipolazione a opera degli indagati per giustificare la «perquisizione»

 

«Non posso ripensarci, vado al manicomio. Secondo me erano drogati. Noi dobbiamo pagare ma non dobbiamo pagare con la vita. Voglio denunciarli»: è il racconto di Vincenzo Cacace, il detenuto sulla sedia a rotelle che si vede nell’immagini di videosorveglianza del carcere di Santa Maria Capua Vertere. Gli agenti lo tirano fuori dalla cella mentre lo percuotono con i manganelli. È il 6 aprile del 2020, il giorno prima nel reparto Nilo avevano protestato per timore che il Covid si diffondesse, il giorno dopo è partita la perquisizione straordinaria che il gip Sergio Enea ha definito «orribile mattanza». Sono 52 le misure cautelari, tra gli indagati anche personale con ruoli di vertice.

 

NEGLI ATTI emerge il ruolo del provveditore campano alle Carceri, Antonio Fullone, del comandante della polizia penitenziaria nell’istituto di pena, Gaetano Manganelli, e di altre figure apicali. La partecipazione di Manganelli alla perquisizione «non è minimamente discutibile – scrive il gip – si evince nitidamente oltre che dalle dichiarazioni rese da Anna Rita Costanzo (anche lei indagata, ndr) nel corso del suo interrogatorio («io arrivai dopo che i comandanti si erano riuniti per distribuire i ruoli e compiti nella stanza di Manganelli dove l’operazione era stata pianificata») ma anche dai messaggi che scambia con gli altri protagonisti».

 

Alle 13:38 Manganelli manda a Fullone il messaggio: «Stiamo pianificando operazione» e poi a Maria Parenti (direttrice facente funzione del carcere) «stiamo per effettuare la perquisizione straordinaria». A Fullone chiarisce: «Utilizziamo anche scudi e manganelli». A fine giornata è soddisfatto: «Buonanotte provveditore grazie per la determinazione assunta per la concreta vicinanza». Costanzo, commissaria capo responsabile del Nilo, nelle chat scrive: «Un’operazione eccellente. Siamo tutti molto soddisfatti. Meno male che sono venuta, mi sono riscattata». Messaggi anche tra Fullone e l’allora capo del Dap, Basentini, che al primo risponde: «Hai fatto benissimo» quando Fullone gli scrive: «Era il minimo per riprendersi l’istituto, il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così».

 

PER GESTIRE GLI ESITI «dell’operazione eccellente» sono stati necessari falsi referti medici, foto e video artefatti, depistaggi. Diciannove agenti colpiscono tanto forte e tanto a lungo i detenuti da procurarsi lesioni. Si fanno refertare e poi trasmettono gli atti all’autorità giudiziaria: «Hanno dichiarato di essersi procurati le lesioni a seguito di aggressioni a opera di detenuti – scrive il gip -. La circostanza è falsa, venendo smentita dai filmati del circuito di sorveglianza, che non rilevano mai alcuna forma di resistenza da parte dei detenuti. Sopraffatti dal gran numero di agenti presenti, si sono limitati a contenere i colpi subiti, badando principalmente a proteggere la testa».

 

MANGANELLI il 7 aprile inoltra alla procura due informative di reato sul 5 e 6. Nell’ultima viene denunciata «una resistenza opposta da 14 detenuti (“durante tale perquisizione, i detenuti di cui sopra si sono resi protagonisti di violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale”) che con tale illecita condotta avrebbero cagionato lesioni a “varie unità si polizia penitenziari” che “hanno dovuto far ricorso alle cure dei sanitari del pronto soccorso”». Nella nota i 14 vengono indicati come i capi della protesta del 5. «La ricostruzione contenuta in entrambi gli atti – scrive il gip – è affetta da palese falsità ideologica».

 

Pasquale Colucci, uno degli ispettori più attivi, pure avrebbe stilato relazioni false. In una (data nell’incipit 8 aprile e in calce 6) scrive: «Durante le operazioni di perquisizione i detenuti erano armati e avevano opposto resistenza, lanciando contro gli agenti oggetti di varia natura tra cui bombolette di gas incendiate; nelle celle erano stati rinvenuti oggetti atti a offendere, fra cui pentole piene di olio bollente, spranga di ferro e altro». Per provare la ricostruzione sarebbero state alterate foto e video messi agli atti dagli indagati. Colucci e Costanzo, insieme ad altri agenti, «hanno simulato il rinvenimento di strumenti atti a offendere».

 

Colucci scrive in chat: «L’unica che mi sembra più sveglia è la Costanzo, gli ho detto cosa fare». E Costanzo a Salvatore Mezzarano: «Con discrezione e con qualcuno fidato fai delle foto a qualche spranga di ferro. In qualche cella in assenza di detenuti fotografa qualche pentolino su fornelli anche con acqua». I messaggi successivi ricostruiscono tutti i tentativi per confezionare le false prove con la data (falsa) del 6 aprile. Ma nella macchina fotografica utilizzata è rimasta traccia del giorno e dell’ora reale. «Dell’attività di depistaggio – scrive il gip – è consapevole e informata Francesca Acerra comandante del Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria di Napoli che, abdicando al suo ruolo istituzionale, svolge un ruolo di coordinamento nella redazione delle relazione inoltrate anche per il suo tramite all’autorità giudiziaria».

 

ANALOGA MANIPOLAZIONE la subiscono i video realizzati dagli indagati per millantare la violenza dei detenuti il 5. I messaggi tra Colucci e Fullone, prosegue il gip, «provano che il primo si è recato come da accordi pregressi presso il carcere ad acquisire i video (verosimilmente girati con un cellulare) solo in data 9 aprile». Colucci a Fullone il 9 aprile: «Sì soni sul posto ho raccolto tutto». E l’altro: «Ottimo». Gli audio però fanno capire che non si tratta di immagini del 5 così Colucci scrive al suo sottoposto Massimo Oliva: «Mi togli l’audio».

01/07/2021

da il Manifesto

Andrea Fabozzi

 

Carceri. Le telecamere interne agli istituti di detenzione sono fondamentali, dice Mauro Palma, ma non sempre ci sono e soprattutto quando servono le registrazioni molto spesso sono già state cancellate

 

Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti, si è chiesto che impressione fanno all’estero le immagini dei detenuti massacrati dalla polizia penitenziaria in un carcere italiano?
Sono immagini distruttive la cui portata e gravità è comparabile alle vicende del G8 di Genova, giusto venti anni fa. Quei video testimoniano di un’operazione progettata a freddo, sotto gli occhi delle telecamere quindi con la certezza della impunità. Sono immagini che certo gireranno all’estero, credo che la questione sarà portata davanti al parlamento europeo e alla commissione Ue. Ce ne chiederanno conto, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione si apre con un richiamo alla dignità umana e l’articolo 4 vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti.


Lei pensa che l’operazione sia stata fatta malgrado l’impianto video, non perché gli agenti pensavano fosse disattivato?
Credo entrambe le cose. Può esserci una sensazione di impunità anche con il circuito interno attivo perché queste registrazioni vengono molto presto cancellate. Lo spazio di archiviazione è limitato, quando le si cerca non ci sono più. Merito della magistratura di sorveglianza, questa volta, è averle messe in sicurezza per tempo. (Nell’ordinanza del Gip di Santa Maria Capua Vetere si legge che i carabinieri hanno cercato di acquisire i filmati interni al carcere il 10 aprile 2020, quattro giorni dopo i fatti, ma sono riusciti a farlo solo il 14, con qualche buco, a causa degli ostacoli tecnici avanzati dalla polizia penitenziaria, ndr).

 

In generale le carceri italiane sono controllate da telecamere interne affidabili?
Purtroppo no. Non tutti gli istituti sono coperti e anche quelli che lo sono presentano zone oscure. Le telecamere sono spesso decisive, lo sono state recentemente a San Gimignano e a Torino. Ovviamente non si possono tenere sotto osservazioni le celle perché si violerebbe la privacy dei detenuti, ma quando i corridoi e gli ambienti comuni sono sotto sorveglianza si riescono a ricostruire bene gli episodi. Puoi capire dove viene portato un detenuto e in quali condizioni è. Nella riunione di emergenza che abbiamo tenuto al ministero si è parlato di estendere le video registrazioni. Bene. Aggiungo che va creato un archivio capiente in maniera che queste registrazioni siano sempre utili. Stavolta siamo di fronte a un gravissimo episodio collettivo, ma è difficile che il maltrattamento di un singolo venga denunciato subito e quando serve il video non è più disponibile.


Gli agenti protagonisti di queste violenze sono indagati da oltre un anno, c’era bisogno del video per intervenire?
Sicuramente qualcosa nella catena di comunicazione non ha funzionato, considerando che a ottobre dello scorso anno il ministero della giustizia rispose in parlamento che a S. M. Capua Vetere c’era stata una normale e regolare operazione per riportare l’ordine. A meno che il ministro Bonafede non abbia considerato “normale” quello che è successo, e francamente mi sento di escluderlo, bisogna pensare che non era stato informato. Non gli avevano mostrato i video e dunque la comunicazione interna non aveva minimamente funzionato. Questo apre degli interrogativi sulla responsabilità del Dap di allora. Dobbiamo rimediare, episodi come questa cosiddetta “perquisizione straordinaria” bisogna che siano riportati immediatamente e formalmente. Ho letto che invece non c’è nulla di scritto, ma il ministro e il parlamento devono conoscere gli elementi oggettivi, anche per evitare al paese pesanti censure. Si sottovaluta il colpo che questa vicenda assesta all’immagine e agli interessi nazionali.


Nella riunione di emergenza al ministero è stata decisa la sospensione degli agenti coinvolti. Che però sono indagati da oltre un anno. Il Dap non poteva intervenire prima?
In effetti è grave che sia andata in questo modo. Confesso che in un primo momento anche io mi ero posto la domanda se la custodia cautelare per questi agenti non fosse eccessiva, visto che è trascorso tanto tempo dai fatti. Ma quando ho visto che molte delle persone accusate e riprese dalle telecamere in azioni violente erano rimaste nello stesso istituto ho cambiato idea. Forse se fossero stati trasferiti non ci sarebbe stato bisogno di arrestarli.


La sensazione di impunità degli agenti ha a che vedere con la sottovalutazione che c’è stata a livello politico dell’emergenza Covid nelle carceri? I detenuti erano terrorizzati, molte proteste si spiegano così, e fuori c’era chi definiva le carceri il luogo più sicuro contro il virus.
A partire dalla rivolta di Modena non si è voluto capire cosa ha prodotto la paura del contagio in un ambiente già teso. Il Covid nelle carceri ha creato il panico. L’idea che gli istituti fossero sicuri perché sigillati è crollata di fronte ai primi contagi, come appunto a S. M. Capua Vetere. L’effetto è stato deflagrante. Certamente anche a causa di un discorso pubblico, all’esterno del carcere, assai irresponsabile.

Andrea Colombo

 

Che non si sarebbe trattato di un incontro breve probabilmente Mario Draghi lo sapeva benissimo, anche prima che Landini, poco prima di entrare a palazzo Chigi per l’incontro con il governo sullo sblocco dei licenziamenti, chiarisse il concetto: «Non andiamo per essere informati. È interesse del governo evitare i licenziamenti. Se così non fosse valuteremo con Cisl e Uil come muoverci». Minaccia felpata ma chiara.

 

LA RIUNIONE INFATTI tutto è tranne che un informativa. Si prolunga per ore ed ore, con numerose interruzioni, almeno tre e forse di più, per dar modo alla delegazione di governo composta da Draghi, dal ministro dell’Economia Daniele Franco e da quello del Lavoro Andrea Orlando di fare il punto sulle controproposte dei segretari confederali Landini, Sbarra e Bombardieri, di confrontarsi con gli uffici tecnici del Mef e soprattutto di consultare Confindustria.

 

Perché anche se intorno al tavolo c’erano solo governo e sindacati quello di ieri è stato a tutti gli effetti un momento concreto di concertazione, forse la resurrezione non dichiarata di quel metodo.

 

LA PROPOSTA che i sindacati si erano sin da prima di varcare la soglia di palazzo Chigi detti pronti a girare direttamente agli industriali è secca: l’impegno ad adoperare per 13 settimane tutti gli strumenti possibili, a partire dalla cassa integrazione ordinaria, prima di procedere con i licenziamenti.

 

Se non è la proroga del blocco, ci va molto vicino. La proposta viene trasferita nero su bianco: «Le parti sociali si impegnano nell’utilizzo prioritario di tutti gli ammortizzatori sociali che la legislazione vigente e il decreto in approvazione prevedono e/o incentivano in alternativa alla risoluzione dei rapporti di lavoro». È solo un impegno, ma sostanziato anche dalla richiesta di adoperare solo la cassa Covid, che obbliga a non licenziare, nelle 13 settimane ulteriori di Cassa integrazione straordinaria gratuita a cui potranno ricorrere, in base alle decisioni prese lunedì dalla cabina di regia, tutte le aziende con crisi aziendali aperte. Ma anche l’impegno, pur non essendo un divieto formale, ha un peso notevole. Una volta raggiunto nel corso di un passaggio concertativo e dunque di fatto garantito dal governo, che dovrebbe istituire un tavolo di monitoraggio a palazzo Chigi, si tratta di un risultato concreto indiscutibile.

 

La nota, con l’aggiunta di un secondo periodo che auspica la «pronta e rapida riforma degli ammortizzatori sociali» senza la quale nessun accordo servirà per molto, viene inviata a viale dell’Astronomia e, in attesa della risposta, la riunione-fiume riprende. Il tempo non permette pause.

 

OGGI SCADONO SIA il blocco dei licenziamenti che la proroga per la consegna delle cartelle esattoriali. Oggi dunque il consiglio dei ministri deve per forza varare il decreto che rinvia a fine agosto le cartelle e interviene sullo sblocco dei licenziamenti, sia rendendo ufficiale la scelta già fatta di prorogare il blocco per il settore della moda, cioè tessile, abbigliamento e calzaturiero, sia assumendo i risultati dell’incontro di ieri.

 

Il decreto, che conterrà anche le nuove norme su Alitalia e la proroga degli stanziamenti per oltre 600 milioni a favore delle piccole e medie aziende che rinnovano o restaurano gli impianti tecnici, confluirà poi nel decreto Sostegni bis che sarà convertito dal Parlamento nelle prossime settimane.

 

SEMPRE CHE L’ACCORDO VENGA chiuso davvero nella notte. In tarda serata, infatti, Confindustria puntava ancora i piedi e negava il semaforo verde.

 

La lunghissima riunione a palazzo Chigi proseguiva e il segretario della Uil Bombardieri faceva il punto sulla situazione affidandosi a una foto su Tweet: i tre segretari intorno al tavolo con il commento: «Noi non molliamo mai». Lo stesso segretario del Pd Letta, dopo aver incautamente plaudito alle scelte della cabina di regia bocciate dai sindacati correggeva il tiro: «Certo che sul blocco dei licenziamenti vorremmo qualcosa in più ma siamo dentro una maggioranza composita e siamo una forza di governo responsabile».

 

Parole pronunciate di sicuro tenendo le dita scaramanticamente intrecciate. Perché per la «forza responsabile di governo» reggere lo scontro con la Cgil che certamente si aprirebbe senza l’accordo sarebbe drammatico.

Riportiamo commenti di

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Antonello Patta, responsabile lavoro del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Ieri pomeriggio i sindacati hanno incontrato il governo per ribadire la richiesta di proroga del blocco dei licenziamenti fino a ottobre.


Ma Enrico Letta aveva già pugnalato alle spalle lavoratrici e lavoratori definendo “unica opzione ragionevole” quella del governo.


Il segretario del PD con un tweet ha ammesso che il PD non si è mai battuto per mantenere il blocco. Ma la cosa più grave è che Letta definisce la posizione del governo come “l’unica opzione ragionevole” delegittimando completamente le richieste di Landini e dei sindacati che evidentemente sono per il PD irragionevoli.

29/06/2021

Antonello Patta*

*Resp Lavoro, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Dopo la Spagna, la Finlandia e la Nuova Zelanda anche in Giappone avanzano proposte per la riduzione dell’orario di lavoro. E oggi  la proposta non arriva, come ci si potrebbe aspettare dai comunisti di quel paese, ma nientemeno che dal Presidente del Consiglio in carica, liberale convinto! le motivazioni addotte riguardano sia aspetti sociali, maggior tempo alle persone per la cura propria e dei figli, sia socio economici: il maggior tempo dedicato alla formazione oltre alla crescita dei singoli, sostenendo l’innovazione tornerebbe a vantaggio delle aziende e dell’economia.


Come Rifondazione sosteniamo da tempo che la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario è fondamentale per uscire dalla trappola che condanna milioni di persone, soprattutto giovani e donne alla disoccupazione mentre costringe chi lavora a orari estenuanti,  e allunga il tempo di lavoro nell’arco della vita  con feroci controriforme pensionistiche.


Esattamente l’opposto di quello che pensano e fanno Draghi e i partiti al governo che con sei milioni di disoccupati reali non propongono un piano per il lavoro e permettono alle aziende  che ricevono vagonate di miliardi pubblici di licenziare puntando a riorganizzarsi sostituendo lavoratori stabili con lavoratori precari.


Al contrario di quanto sostenuto nel Recovery Plan, specialmente in Italia, il mercato e le imprese lasciati a se stessi non creano lavoro se non di bassa qualità sempre più precario, sfruttato e malpagato; tanto più in presenza di una rivoluzione tecnologica senza precedenti utilizzata da una parte per ridurre i posti di lavoro veri e propri, dall’altra, come insegna il capitalismo delle piattaforme, per trasformare il lavoro in prestazione anonima che invisibilizza e nega il lavoratore e i suoi diritti.


Per uscire da questa situazione restituendo valore al lavoro e dignità ai lavoratori l’unica strada è un grande piano nazionale per l’occupazione centrato sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario da attuarsi nella riconversione ambientale dell’economia guidata dal pubblico potenziato nelle strutture e irrobustito da   almeno un milione di nuovi dipendenti.


Parliamo di un’altra idea di paese, di un nuovo modello economico e sociale che questo governo non ha e che per affermarsi richiede una nuova grande  stagione di lotte unitaria che deve essere l’impegno prioritario di ogni sinistra degna di questo nome.

27/06/2021

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

Piene le piazze di Torino, Firenze e Bari: «Se non saremo ascoltati andremo avanti». Licenziamenti: Cgil, Cisl e Uil dicono no alla proposta del governo: serve lo stop fino a ottobre. Landini: le imprese si assumano la responsabilità di usare solo la cassa integrazione

 

Una manifestazione a staffetta per unire il paese, ridare centralità al lavoro e avvertire il governo: «Blocco dei licenziamenti fino a fine ottobre o la mobilitazione proseguirà». Da Bari a Firenze per finire a Torino, unite dalla cappa di calore, i sindacati confederali sono tornati in piazza sotto lo slogan «Ripartiamo, insieme», mantenendo però una sorta di lavoro in remoto con i collegamenti per i comizi dei leader.
Grande condivisione fra Cgil, Cisl e Uil e quasi nessuna sfumatura nelle parole dei tre segretari generali, arrivate dopo quelle dei delegati delle tante aziende in crisi, non solo per la pandemia.

 

Se il «no» alla proposta del governo di proroga selettiva – in realtà del solo settore tessile – è comune, è Maurizio Landini nel comizio finale da una piazza Castello rossa di bandiere e persone a fornire al governo un’alternativa a un decreto per allungare il blocco. «Lancio una sfida non soltanto al governo ma anche alle imprese: come abbiamo fatto noi all’inizio del Covid, si prendano la responsabilità di usare la cassa integrazione ordinaria, che ora è per loro gratuita, e non i licenziamenti – spiega Landini -. Nel caso del protocollo sulla sicurezza abbiamo impiegato 18 ore a sottoscriverlo, è una questione di volontà politica». Poi il segretario della Cgil avverte: «Noi non abbiamo intenzione di accettare i licenziamenti, non abbiamo fatto questa manifestazione per dire che esistiamo, vogliamo cambiare questo paese e continueremo la mobilitazione se non ci ascolteranno».

 

LANDINI AVEVA ACCANTO un lavoratore ex Embraco con un cartello-avviso per il ministro Giorgetti con su scritto: «Prima le multinazionali?». Un messaggio figlio dell’esasperazione dei lavoratori di Riva di Chieri vicini al licenziamento dopo la fallita nascita del polo dei compressori con la Acc di Mel e le prese in giro di 5 anni di reindustrializzazioni promesse a partire dall’ex ministro Calenda. «La ex Embraco è l’esempio di come non si fa politica industriale», attacca Landini che poi la lega alla situazione di Stellantis: «Torino è stata, perché purtroppo non lo è più, la capitale dell’auto. Oggi, davanti ad un cambiamento tecnologico incredibile di tutti i trasporti bisogna decidere dove progettare e produrre le batterie per auto e bus. Chiedo al governo: le vogliamo fare a Torino e le compriamo dalla Cina? Non è sovranismo perché qui ci sono tutte le risorse e le competenze per produrle e invece molte aziende anche pubbliche hanno brevetti innovativi e investono all’estero».

 

IL RICORDO DI ADIL Belakhdim, simbolo della situazione drammatica nel mondo di lavoro è sentito. «La cosa che mi ha colpito è che a ucciderlo è stato un altro lavoratore a tempo indeterminato: il dramma è che questa persona ha sentito il ricatto di non dover perdere tempo e di rompere il picchetto: quella morte è figlia delle leggi balorde di questi ultimi vent’anni che hanno aumentato precarietà e sfruttamento».

 

DA PIAZZA SANTA CROCE a Firenze poco prima il comizio di Luigi Sbarra era stato un accorato appello al governo. «Caro presidente Draghi, servono investimenti; il governo deve cambiare atteggiamento, serve una stagione di rinnovata concertazione ma – e arriva un ammonimento inaspettato per la storia della Cisl – se questa via non verrà percorsa dal governo, noi proseguiremo la mobilitazione». Per Sbarra «non possiamo aggiungere ulteriori posti di lavoro al milione che sono già volati via, come non capire che l’uscita dal blocco dei licenziamento può provocare uno tsunami sociale». La richiesta della Cisl è sempre la stessa: «Serve un nuovo patto sociale per approdare ad un modello di sviluppo nuovo e più sostenibile» e Sbarra nell’elencare i tanti obiettivi della piattaforma unitaria non dimentica «una pensione di garanzia per i giovani». Per la Cisl «la svolta europea che è arrivata da Next generation Eu deve declinarsi in un governo partecipato dalle parti sociali». Anche Sbarra ricorda Adil e lo unisce a Luana D’Orazio, entrambi martiri sul lavoro.

 

LA MATTINATA ERA PARTITA con l’intervento di Pierpaolo Bombardieri da piazza Libertà a Bari. Un comizio incentrato sul ruolo del Sud che era partito con due stoccate ben assestate al dibattito sui licenziamenti contro Confindustria. «Ci dite che l’Italia è l’unico paese al mondo col blocco dei licenziamenti – ha esordito il segretario generale della Uil – ma vi dimenticate di dire che siamo l’unico paese che ha fatto il protocollo sulla sicurezza per non fermare le imprese ad inizio pandemia e che negli altri paesi come la Germania e la Francia le misure e gli ammortizzatori speciali contro il Covid sono già state prolungate a fine anno». E ancora: «Il fondo Sure europeo che ha coperto la cassa integrazione Covid è fatto da 27 miliardi di soldi pubblici e sono stati usati dalle aziende, anche quelle che nella pandemia hanno realizzato grandi profitti e magari non pagano le tasse in Italia». Poi Bombardieri passa a mettere assieme governo e Confindustria: «Il blocco selettivo? Per le aziende non c’è stato quando si è trattato di usare la cassa integrazione, è valso per tutte le aziende. E allora l’unica strada ora è un blocco dei licenziamenti per tutti, senza distinzioni di settore. E se non lo farete – ecco l’avvertimento al governo Draghi – queste piazze se ne ricorderanno». Il blocco dei licenziamenti per Bombardieri dunque è «la cartina di tornasole della politica del governo».

 

Dal governo le reazioni si limitano a quella del ministro del Lavoro Andrea Oralndo che parla di «un rischio effettivo» sui licenziamenti e assicura: «interverremo in tempo» ma solo impegnandosi ad allargare i settori per un blocco selettivo. E non è quello che chiedono Cgil, Cisl e Uil.

25/06/2021

da Contropiano

 

Il 30 giugno il governo Draghi lascerà scadere il blocco dei licenziamenti. D’altronde è questo che chiedono, da tempo, Confindustria e tutte le associazioni padronali. Ed è questo che preannunciano i 5000 licenziamenti di Alitalia o le lavoratrici e i lavoratori cui già ora è stato negato il posto di lavoro a partire dalla Embraco a Torino.

 

CHE SIGNIFICA CONCRETAMENTE LO SBLOCCO DEI LICENZIAMENTI?

 

Significa che centinaia di migliaia di persone – alcune stime parlano di circa 600.000 lavoratori –  finiranno in mezzo alla strada. Un aumento esplosivo di disagio economico e sociale che si sommerà al milione di precari che ha già perso il lavoro durante la pandemia. Ecco cosa sta dietro alla ristrutturazione selvaggia delle imprese, e poco importa se questa scatterà subito o in un secondo tempo.

 

RIPRESA ECONOMICA, MA PER CHI?

 

Non è una necessità, ma è una scelta quella di una ripresa economica fondata sui bassi salari, la distruzione dei diritti e della salute, la precarietà. Non è un caso che i licenziamenti di massa vadano a braccetto contro gli attacchi e la campagna assolutamente reazionaria contro il reddito di cittadinanza.

 

Basta aprire un giornale o ascoltare una trasmissione tv per vedere come i politici fremono per obbligare i disoccupati ad accettare lavori da schiavi, per la liberalizzazione ulteriore degli appalti, per la riduzione delle tutele e dei controlli sulle condizioni di lavoro.

 

La maggioranza delle forze politiche – senza ombra di dubbio quelle parlamentari e di Governo – ha deciso di “uscire” dalla crisi pandemia assecondando gli interessi dei grandi gruppi economici e industriali, scaricando tutti i costi sul mondo del lavoro e sulle classi popolari.

 

NON RESTIAMO A GUARDARE: IL 30 GIUGNO FACCIAMOCI SENTIRE!

 

Un’alternativa sarebbe possibile e realizzabile: bisognerebbe redistribuire complessivamente nella società ricchezze e benessere. Come? Tassando i patrimoni milionari, riducendo l’orario di lavoro, fissando per legge un salario minimo decente, estendendo gli ammortizzatori sociali e, infine, ripristinando le garanzie dell’articolo 18 (misura cardine in passato per bloccare i licenziamenti di massa nelle grandi imprese).

 

Tutto questo non rientra minimamente nelle priorità del governo Draghi, dei partiti di maggioranza, dei vertici della UE. Le classi dirigenti pensano di “ripartire” rilanciando le politiche liberiste e di austerità a causa delle quali il paese ha subito i colpi più duri della pandemia, ricominciando esattamente dalle ingiustizie e dalle scelte sbagliate del passato.

 

E’ per questo che abbiamo scelto di mobilitarci il prossimo 30 giugno, data simbolica in cui termina il blocco dei licenziamenti. In tutta Italia saremo davanti alle sedi di Confindustria e davanti ai luoghi simbolo dello sfruttamento: grandi aziende, luoghi di vertenze lavorative in corso.

 

Invitiamo tutte e tutti a farlo insieme a noi: contro il Governo Draghi e le sue politiche. Non saranno i lavoratori a pagare, ancora una volta, il prezzo più caro!

 

IL 30 GIUGNO LICENZIAMO GLI SFRUTTATORI

24/06/2021

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

La Sentenza. Il verdetto (atteso) è basato sulla motivazione che «non c’erano requisti d’emergenza per l’ordinanza di spegnimento del sindaco». La giustizia amministrativa dà ragione a azienda e governo. I sindacati: ora subito un piano sostenibile

 

Il verdetto che ridà il via libera all’acciaieria di Taranto era talmente atteso che la notizia sparisce dai media già a metà pomeriggio. Il Consiglio di Stato ha impiegato quasi tutti i 45 giorni a disposizione dall’udienza del 13 maggio – sarebbero scaduti nel weekend – per esprimere il proprio verdetto.

 

SESSANTADUE PAGINE che ricostruiscono la lunga vicenda dell’ordinanza del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci e ne sconfessano i requisiti di emergenza, ribaltando la sentenza del Tar della Puglia.

 

I giudici di palazzo Spada, organo di appello inemendabile della giustizia amministrativa, quarta sezione, hanno disposto l’annullamento della sentenza del Tar di Lecce. Per Acciaierie d’Italia, la nuova società tra ArcelorMittal Italia e Invitalia, «vengono dunque a decadere le ipotesi di spegnimento dell’area a caldo» e di «fermata degli impianti connessi, la cui attività produttiva proseguirà con regolarità».

 

A febbraio il Tar di Lecce aveva confermato una precedente ordinanza del sindaco di Taranto di febbraio 2020 e aveva ordinato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva perché inquinanti. Secondo i giudici dell’appello «va dichiarata l’illegittimità dell’ordinanza impugnata e ne va conseguentemente pronunciato l’annullamento».

 

Il potere di ordinanza, secondo i giudici amministrativi, «non risulta suffragato da un’adeguata istruttoria e risulta, al contempo, viziato da intrinseca contraddittorietà e difetto di motivazione».

 

LA QUARTA SEZIONE «non ha condiviso la tesi principale delle società appellanti, secondo cui deve escludersi ogni spazio di intervento del sindaco in quanto i rimedi predisposti dall’ordinamento, nell’ambito dell’autorizzazione integrata ambientale (Aia) che assiste l’attività svolta nello stabilimento, sarebbero idonei a far fronte a qualunque possibile inconveniente. Tuttavia, ha ritenuto che quel complesso di rimedi (compresi i poteri d’urgenza già attribuiti al Comune dal Testo unico sanitario del 1934, i rimedi connessi all’Aia che prevedono l’intervento del ministero della Transizione ecologica e le norme speciali adottate per l’Ilva dal 2012 in poi) sia tale da limitare il potere di ordinanza del sindaco, già per sua natura «residuale», alle sole situazioni eccezionali in cui sia comprovata l’inadeguatezza di quei rimedi a fronteggiare particolari e imminenti situazioni di pericolo per la salute pubblica».

 

«SITUAZIONI» CHE per il consiglio di Stato ora a Taranto non ci sono: «Le misure previste dal Piano risultano in corso di realizzazione e non emergono particolari ritardi o inadempimenti rispetto alla loro attuazione», sostengono i giudici amministrativi.

 

«Lascia perplessi il fatto che il collegio si sia concentrato esclusivamente sull’atto amministrativo, affermando invece di non volersi esprimere sul complessivo impatto ambientale e sanitario determinato dalla presenza sul territorio dello stabilimento siderurgico tarantino», commenta sorpreso Francesco Saverio Marini, difensore del comune di Taranto.

 

Una sentenza attesa, dicevamo. Soprattutto dal governo che, dopo la sentenza di condanna della Corte di appello di Taranto nel processo «Ambiente svenduto» di tre settimane fa, aveva dichiarato per bocca di due suoi ministri (Giorgetti e Cingolani) di attendere il pronunciamento del Consiglio di stato per decidere sul possibile spegnimento definitivo dell’area a caldo.

 

ORA NATURALMENTE L’AREA a caldo ripartirà anche se nessuno conosce il piano preciso della nuova compagine azionaria, guidata dal neo presidente Franco Bernabè, 73enne manager totalmente digiuno da esperienze siderurgiche. E colpisce la novità di ieri, l’inclusione di Fincantieri come partner, anch’esso digiuno di siderurgia.

 

LA SODDISFAZIONE del governo è nelle parole di Giancarlo Giorgetti: «Alla luce del pronunciamento del Consiglio di Stato sull’ex Ilva, che chiarisce il quadro operativo e giuridico, il governo procederà in modo spedito su un piano industriale ambientalmente compatibile e nel rispetto della salute delle persone. Obiettivo è rispondere alle esigenze dello sviluppo della filiera nazionale dell’acciaio accogliendo la filosofia del Pnrr recentemente approvato», dichiara il titolare del Mise.

 

DA PARTE SINDACALE l’accento viene posto sulla necessità di contrattare il nuovo piano. Per Gianni Venturi della Fiom ora «si apra un negoziato vero sul piano industriale con Acciaierie d’Italia e i ministri interessati; si definisca una transizione credibile ambientalmente e socialmente sostenibile; si rilanci un asset strategico». Per Rocco Palombella della Uilm adesso «è finito ogni tipo di alibi per la politica e l’azienda. Non c’è più tempo da perdere». «Auspichiamo che finisca questa fase d’incertezza. Azienda e governo diano certezze su investimenti, occupazione e transizione ecologica», sottolinea Roberto Benaglia della Fim Cisl.

 

Pensiero di Dario Russo

DIRITTO ALLA SALUTE E IL DIRITTO AL LAVORO Nemmeno il Consiglio di Satto rispetta la Costituzione.

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