Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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03/07/2019

da il Manifesto

Luigi Pandolfi

 

Italia/Ue. La correzione dei conti non è avvenuta con un provvedimento ad hoc, ma è stata sussunta nel disegno di legge di assestamento, adempimento ordinario nel ciclo di bilancio dello Stato. Con apposito decreto, invece, sono stati «congelati» i risparmi di Reddito di Cittadinanza e Quota 100, con implicazioni sulla rimodulazione della spesa per gli anni a venire

 

Sette miliardi e mezzo. È quanto il governo giallo-verde ha messo sul piatto per scongiurare la procedura di infrazione. Di fronte al rischio di una multa miliardaria (fino allo 0,5% del Pil), del blocco dei fondi strutturali e dell’esclusione dai programmi d’acquisto della Bce, ha scelto di venire a miti consigli con la Commissione, impegnandosi a tagliare di quattro decimali il deficit previsto per l’anno in corso nel Documento di economia e Finanza. Per pudore non la chiamano «manovra correttiva», ma di questo si tratta. La correzione dei conti non è avvenuta con un provvedimento ad hoc, ma è stata sussunta nel disegno di legge di assestamento, adempimento ordinario nel ciclo di bilancio dello Stato. Con apposito decreto, invece, sono stati «congelati» i risparmi di Reddito di Cittadinanza e Quota 100, con implicazioni sulla rimodulazione della spesa per gli anni a venire. Parliamo di maggiori entrate, fiscali e non fiscali, per 6,2 miliardi (fatturazione elettronica, dividendi di partecipate e Cassa Depositi e Prestiti) e di minori spese per un miliardo, compensate da un aumento di alcuni capitoli per un importo quasi equivalente. Confermato il blocco di 2 miliardi di spese per tutti i ministeri, per come previsto nella scorsa legge di bilancio. Probabilmente, questa manovra sposterà al prossimo autunno la partita tra Commissione e governo, quando con la nuova legge di bilancio bisognerà dare conto di «misure strutturali» per tenere i conti pubblici nei parametri fissati dalle vigenti regole europee.

 

Due terribili incombenze: sterilizzare le clausole di salvaguardia su Iva e accise e, nello stesso tempo, rispettare la tabella di marcia della riduzione del deficit, fino al pareggio di bilancio. Al netto di una eventuale riduzione delle tasse (flat tax), serviranno quasi 50 miliardi, visto l’andamento dell’economia e parametri che hanno confezionato per noi a Bruxelles. Tutto ruota intorno all’ «output gap», la distanza tra Pil reale e Pil potenziale, da cui dipende anche la quantificazione del «saldo strutturale» di bilancio, calcolato al netto delle misure una tantum e degli effetti del ciclo economico: un calcolo del deficit per uno stato immaginario dell’economia. Per l’Italia, la Commissione stima per il 2020 un Pil potenziale (condizione di ottimale impiego di capitale e lavoro) inferiore a quello reale (altro il calcolo Ocse, ognuno calcola a modo suo). Significa che l’Italia, nonostante sia in stagnazione e registri un tasso di disoccupazione tra i più alti d’Europa, per Bruxelles sarebbe addirittura al di sopra del suo potenziale produttivo e dovrebbe rallentare. Oppure, rimediare con «riforme strutturali»: altra flessibilità, precarietà, meno tutele per i lavoratori. Inimmaginabile, in questo contesto, una politica di bilancio espansiva per creare nuovi posti di lavoro e restringere la forbice sociale: creerebbe inflazione, quindi instabilità. Più austerità, allora. Nonostante l’indice dei prezzi al consumo continui a segnalare un problema di domanda (a giugno +0,8% su base annua, solo +0,3% il «carrello della spesa») e i disoccupati, quelli censiti, siano più di 2 milioni e mezzo (altrettanti quelli che un lavoro nemmeno lo cercano).

 

Follia. Ma il ministro Tria, nella lettera inviata alla Commissione lo scorso 31 maggio, si è limitato a chiedere «valori più coerenti di output gap», ma «comunque calcolati secondo la metodologia convenuta a livello europeo». Non solo. Si è dichiarato concorde «circa la necessità di conseguire avanzi primari più elevati», che significa allargare ancora di più la forbice tra quanto i cittadini versano allo Stato con le imposte e quanto lo Stato delle stesse restituisce ai cittadini sotto forma di spesa pubblica. Ma è chiaro: l’esecutivo giallo-verde ha avviato una «divisione del lavoro» al proprio interno, tra un’ala urlante incapace di proposte alternative, al netto di trovate estemporanee, come i minibot, smentite e derise nello stesso governo, e un’ala dialogante, sostanzialmente supina ai diktat della Commissione. Un gioco delle parti. Perché né l’una né l’altra parte intende andare al cuore del problema: l’incongruenza tra obiettivi «nobili» dell’Ue (solo declamati) e l’insieme delle regole e degli strumenti posti a base del suo funzionamento.

Tomaso Montanari e Francesco Pallante

 

Sea Watch. Il nostro ordinamento giuridico è costruito per gradi gerarchici. Al vertice sta la Carta. Le leggi e i decreti stanno sotto. E ciò che sta sotto non può contraddire ciò che sta sopra, pena il suo annullamento da parte della Corte costituzionale. Carola Rackete ha assunto apertamente il rischio di violare la legge, convinta della sua contrarietà alla nostra Costituzione

 

La battaglia legale intorno alla Sea Watch 3 si annuncia complicata. Non sarà facile districarsi tra diritto umanitario, trattati internazionali, normativa europea, diritto della navigazione, legislazione penale e amministrativa.

 

Un complesso normativo, oltretutto, che si sviluppa lungo un arco temporale lunghissimo, se è vero che ai divieti recentemente sanciti dal decreto Salvini bis si contrappongono doveri risalenti ai tempi in cui il Mediterraneo si chiamava Mare Nostrum. Non a caso, alla mente di tanti è istintivamente riaffiorata la tragedia di Antigone, il dramma – allora come oggi – di una giovane donna coraggiosa, costretta da un potere feroce a scegliere tra l’obbedienza alle leggi della città o alle leggi dell’umanità.

 

È UN TERRENO scivoloso. Farsi interpreti di cosa dicano le leggi dell’umanità o, come dicono i filosofi del diritto, di quale sia il contenuto del diritto naturale implica ricorrere a giudizi di valore soggettivi. Giudizi certamente argomentabili secondo ragione, ma pur sempre di parte. Un librino di Hans Kelsen – Il problema della giustizia (1960) – dimostra come qualsiasi principio di giustizia rimandi, in ultima istanza, a scelte di carattere soggettivo. «A ciascuno il suo», «non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te stesso», «da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni», ecc.: sono tutti principi astratti, che necessitano di venire “riempiti” di contenuto. Cos’è il «suo» di ciascuno? Cos’è che non vorresti fosse fatto a te stesso? Quali sono le capacità di ciascuno, quali i suoi bisogni? Anche escludendo gli interlocutori in malafede, le risposte possibili restano tantissime: potenzialmente, tante quante le persone interrogate.

 

Dal 1948 in Italia c’è un modo più semplice per uscirne: nella sua famosa arringa per Danilo Dolci (1956), Piero Calamandrei scrive: «Anche qui il contrasto è come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia; con questo solo di diverso, che qui Danilo non invoca leggi “non scritte”. (Perché, per chi non lo sapesse ancora, la nostra Costituzione è già stata scritta da dieci anni)».

 

E non è una mera dichiarazione di valori: il nostro ordinamento giuridico è costruito per gradi gerarchici. Al vertice sta la Costituzione. Le leggi e i decreti stanno sotto. E ciò che sta sotto non può contraddire ciò che sta sopra, pena il suo annullamento da parte della Corte costituzionale. Carola Rackete ha assunto apertamente il rischio di violare la legge, convinta della sua contrarietà alla Costituzione. Se venisse rinviata a giudizio, il giudice non potrà evitare di considerare l’obbligo di soccorrere i naufraghi e di condurli in un porto sicuro sancito dalle consuetudini internazionali sul diritto del mare e dai trattati internazionali che le specificano, ben sapendo che si tratta di fonti normative che – in quanto richiamate dagli articoli 10, co. 1, e 117, co. 1, della Costituzione – hanno rango superiore al decreto Salvini. Per questa via, sanzioni penali e amministrative potrebbero finire nel nulla.

 

OCCORRE, inoltre, ricordare che le stesse fonti di rango legislativo sono molteplici e, in alcuni casi, prevedono deroghe o scriminanti rispetto a quanto sancito dalla legislazione. È quanto verrebbe a verificarsi se – come pare ipotizzabile – alla comandante della Sea Watch 3 venisse riconosciuto di aver agito in stato di necessità, scriminante prevista dall’art. 54 del codice penale che non rende punibile chi, per salvare se stesso o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, non ha potuto agire altrimenti che violando la legge.

 

È ESATTAMENTE per questa ragione che la vicenda riguarda tutti noi, ed è una questione non (solo) giuridica, ma sostanzialmente politica. Se per salvare vite umane bisogna necessariamente violare delle leggi, che razza di leggi ci siamo dati? Quante delle nostre leggi – dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, dal decreto Minniti a quelli di Salvini – sono in larga parte incompatibili con l’articolo 2 della Costituzione, per cui la Repubblica italiana «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»? E che dire dell’intesa sul contrasto all’immigrazione firmata da Gentiloni con le milizie libiche? È grazie a quell’accordo che il governo poteva pretendere che la Sea Watch 3 riconsegnasse ai libici i naufraghi. In fondo, Matteo Salvini e i suoi sono coerenti: perché vorrebbero abbattere il progetto di libertà e giustizia che la Costituzione promette. Ma i deputati del Pd saliti su quella nave facevano anche loro propaganda sulla pelle dei migranti o hanno capito che le loro leggi stanno dalla parte di Creonte, e non da quella di Antigone, che in Italia si chiama Costituzione?

29/06/2019

da Il Manifesto

 

Sea Watch. Appello internazionale con oltre 700 firme

 

Chiediamo al governo italiano di cambiare politica e di far entrare in porto la Sea Watch 3 e di lasciare proseguire la sua missione in piena sicurezza.

 

Sono ormai 14 giorni – 14 giorni! – che la Sea Watch3, naviga al largo di Lampedusa con 42 uomini, donne e bambini, alla ricerca di un porto d’attracco. Si tratta dell’ultima imbarcazione che, per conto delle Ong umanitarie opera nel Mediterraneo per salvare profughi che a bordo di piccoli battelli fuggono dall’inferno della Libia e cercano di non essere catturati dai guardiacoste libici.

 

La capitana Carola Rackete ha lanciato tutte le richieste di soccorso contemplate. Ha aspettato il risultato della sua richiesta presso la Corte Europea dei Diritti Umani, che ha scaricato la responsabilità sui singoli governi, i quali a loro volta si sono nascosti gli uni dietro agli altri. La situazione si è fatta insostenibile e il suo compito è diventato chiaro: decidere di entrare nelle acque italiane e raggiungere Lampedusa dove l’intera popolazione continua a dar prova di una ammirevole e costante ospitalità.

 

Sono le autorità italiane che si mettono fuori legge.

 

Nel gergo marittimo questo si chiama “forzare il blocco”. Ma intendiamoci, la legge internazionale, i principi fondamentali del diritto umanitario e la tradizione della gente di mare sono dalla parte di Carola. Sono le autorità italiane che si mettono fuori legge. Eppure il ministro Matteo Salvini, il vero detentore del potere in Italia oggi, minaccia: avendo fatto votare un decreto che proibisce l’attracco alle coste italiane, vuole portare in tribunale parlamentari e associazioni che salvano vite e recensiscono i dispersi, bloccare nei porti le imbarcazioni delle organizzazioni umanitarie (cosi come lo fa anche la Francia) e minaccia di respingere con la forza la Sea Watch3 o di confiscarla.

Scatena l’opinione pubblica del suo paese contro gli “illegali”… .Bisogna respingerlo unendo le nostre forze a quelle delle militanti e dei militanti che dietro l’associazione “Mediterranea” ed altre, e con i fedeli della chiesa di Lampedusa, con l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano ed altri, resistono alla barbarie ed all’abuso di potere del loro governo.

 

Ma il signor Salvini non è solo. E l’Italia fa parte di un insieme: sono gli altri paesi dell’Unione Europea e la Commissione i quali hanno i mezzi di farlo indietreggiare in nome del diritto delle persone e dei principi fondatori dell’Unione e di emettere sanzioni, cosi come fanno con altri soggetti. Essi hanno i mezzi per dividersi i modesti pesi dell’accoglienza dei rifugiati e per cambiare i regolamenti che vietano l’organizzazione dei soccorsi e per contrastare le voci assurde di invasione e di minaccia contro la sicurezza dei propri cittadini. Hanno i mezzi per ristabilire, immediatamente, le operazioni di salvataggio in mare con equipaggi di marinai e di volontari. Invece stiamo assistendo ad una ignobile corsa verso vigliaccherie, ipocrisie e rifiuti di assistenza che sono altrettanti crimini di cui la storia ci chiamerà a rispondere.

 

È adesso che bisogna invertire la distruzione del diritto e dell’umanità che ci riguarda tutti. Lanciamo un appello al governo italiano affinché cambi politica e lasci la Sea Watch3 arrivare a buon porto e che possa proseguire la sua missione in sicurezza. Lanciamo un appello solenne ai governi europei – tra cui il governo francese che si vanta di essere all’avanguardia della lotta contro il “nazionalismo” e il “populismo” – ad adoperarsi singolarmente e collettivamente perché si cessi di morire in massa in queste acque ormai color vino. Il mare Mediterraneo che torni ad essere la culla della nostra civiltà. Vergogna a loro e a noi tutti, se una volta in più l’umanità dovesse affondare davanti al nostro porto.

 

Tra i primi firmatari:
Michel Agier, anthropologue (France); Pouria Amirshahi, éditeur de presse (France); Etienne Balibar, philosophe (France). E tra gli italiani Giacomo Marramao filosofo, Sandro Mezzadra politologo, Antonio Negri filosofo, Barbara Spinelli ex deputata europea.

28/06/2019

da il Manifesto

 

Rapporto Inail. L’anno scorso 704 incidenti certificati, tendenza in aumento nel 2019. Più 4% di decessi mentre il governo fa risparmiare le imprese e taglia sulla formazione

 

Aumentano gli incidenti mortali sul lavoro per la prima volta in tre anni. È stato così nel 2018 e ancor peggio dall’inizio dell’anno. L’inversione di tendenza è preoccupante: 704 morti (643 uomini e 61 donne) a fronte di 1.218 denunce di infortunio mortale, con un aumento del 4% rispetto al 2017. Ma l’aumento potrebbe crescere ancora, visto che 35 casi sono ancora in istruttoria.

 

I dati sono stati presentati dal presidente dell’Inail Massimo De Felice – in uscita a giorni per essere sostituiti con l’ex presidente Anmil (l’associazione degli invalidi da lavoro) Franco Bettoni in quota Lega – nella relazione dell’Istituto alla Camera.

 

Nel 2015 erano stati 773 mentre nel 2016 erano scesi a 684 e nel 2017 a 674. Nel 2018 quindi sono state accertate 30 morti in più sul lavoro. Quindici lavoratori morti sul lavoro avevano meno di 19 anni mentre 25 ne avevano più di 70. Aumentano anche le denunce: nel 2018 sono state 1.218 per i casi mortali a fronte delle 1.148 del 2017 mentre nei primi quattro mesi del 2019 sono state 303 con un aumento del 5,9% sullo stesso periodo del 2018. Sulle denunce ci sono state in questi quattro mesi «forti oscillazioni» – ha spiegato De Felice e comunque per fare un confronto corretto bisogna sempre tenere conto dei casi accertati come morti sul lavoro.

 

Gli infortuni complessivamente denunciati sono stati 645.000 (-0,3%) ma quelli riconosciuti per causa di lavoro sono stati poco più di 409.000, di cui circa il 19% fuori dall’azienda con un calo del 4,3% rispetto ai 427.000 del 2017. «Abbiamo un eccellente quadro normativo – ha detto De Felice – andrebbe rispettato con migliore devozione».

 

L’Inail ha diffuso anche i dati sui conti: le entrate di competenza nel 2018 sono state pari a 10 miliardi e 571 milioni di euro, a fronte di uscite di competenza dell’anno per 8 miliardi e 777 milioni di euro con un attivo di quasi 1,8 miliardi e riserve tecniche pari a 33 miliardi e 435 milioni di euro.

 

Nell’anno è stata varata la revisione delle tariffe per le imprese previste in legge di bilancio che porterà nel 2019 risparmi per le aziende nell’ordine del 6% medio per un totale di 502 milioni ma a scapito del taglio dei fondi per la formazione.

 

Il presidente del Civ dell’Istituto Giovanni Luciano (ex Cisl) ha sottolineato che di fronte a risultati di bilancio così positivi non bisognerebbe solo ridurre le tariffe alle aziende, ma aumentare le prestazioni per i pensionati oltre ad un maggiore impegno sulla prevenzione.

 

Gravissimi i dati sulle ispezioni, ridotte rispetto all’anno scorso a causa dell’inserimento degli ispettori nel ruolo ad esaurimento in vista del passaggio delle competenze all’Ispettorato nazionale del lavoro. Sono state controllate 15.828 aziende, ben il 5% in meno rispetto al 2017 e addirittura il 24% in meno sul 2016. L’89,35% di queste sono risultate irregolari. La forza dei controlli – ha detto De Felice «si sta depauperando» a causa della riduzione della forza disponibile: 284 ispettori a fronte dei 299 del 2017 e dei 350 del 2016.

 

«È assurdo e non più accettabile continuare a morire come cinquant’anni fa. Siamo dinanzi a un dramma: aumentano i morti sul lavoro, gli infortuni e le malattie professionali. La salute e la sicurezza è considerata ancora un costo e non si investe in termini pubblici sulla prevenzione», commenta il segretario generale della Cgil Maurizio Landini. «Purtroppo anche in questo campo c’è una carenza di investimenti, prevale l’idea che pur di lavorare va bene qualsiasi condizione. C’è bisogno di favorire una cultura della sicurezza, ostacolata oggi dalle condizioni precarie di lavoro».

 

Per il sindacato «lo sblocca – cantieri è l’esempio plastico: appalto libero e al massimo ribasso significa riportare la legge della giungla nell’edilizia, settore che detiene il triste primato in morti, incidenti e malattie», attacca il segretario generale Fillea Cgil Alessandro Genovesi.

23/06/2019

Giovanni Russo Spena

 

La Sinistra deve andare avanti. Con una fase di ascolto, dibattito, assemblee territoriali soprattutto. Ma senza arroccarsi su se stessa in un congresso permanente, autoconsolatorio o ” disperazionista” 

 

La Sinistra deve andare avanti. Con una fase di ascolto, dibattito, assemblee territoriali soprattutto. Ma senza arroccarsi su se stessa in un congresso permanente, autoconsolatorio o ” disperazionista” (sono due facce della stessa medaglia). Ha ragione Ferrero: “La Sinistra è quasi tutta fuori di sé.

 

Bisogna, con l’iniziativa e il conflitto, condurla con pazienza, umiltà, unità verso una soggettività politica meno fragile e verticistica. Partendo dalle potenzialità che vi sono. Pongo a me stesso qui solo due domande, che sono anche un’autocritica.

 

Io non penso, infatti, che possiamo crescere solo su noi stessi, con spirito arrogante. E’ mia convinzione che la lista, abborracciata in tempo appena utile, fosse fuori fase e non valorizzasse appieno il lavoro politico fatto nei mesi precedenti.

 

Mancava un impianto ideologico “forte”, mancavano priorità progettuali, mancava una visione di società “altra”, proprio in un momento storico in cui sfidiamo, controcorrente, la società disciplinare del governo, nato da un terremoto sociale e da una sconvolgente ridislocazione dei poteri capitalistici. Un ideologismo parafascista molto “forte”. E molto sottovalutato, a livello nazionale ed europeo.

 

Dovevamo, forse, alzare il tiro politico, azzardare. Siamo sinistra alternativa perché vogliamo cominciare a ricostruire segmenti di classiamo contemporaneo contro l’egemonia nazionalista sui proletariati.

 

La lista è apparsa, invece, a me pare, molto ”normale”, ”pulita”, precisina nei contenuti mentre attorno a noi vi erano caos, conflitti spuri, derive vandeane. La lista è apparsa come coazione a ripetere continuista. Incapace, quindi, ad affrontare il moto “rivoluzionario/reazionario” imposto dal postfascismo in atto. Sul piano sociale ma anche costituzionale.

 

Avremmo dovuto, forse, porre, come lista, una domanda apparentemente paradossale; e, invece, drammatica: esiste ancora la democrazia liberale, costituzionale? E la base sociale del regime reazionario di massa si è già sedimentata? Quale è la nostra analisi? Quale il nostro progetto alternativo?

 

Lo Stato costituzionale e sociale sono sempre più sfibrati. Cresce e diventa più pervasivo lo Stato penale, del controllo, di polizia. Ritorna di attualità l’analisi di Deleuze. E’ diventata reato la ” solidarietà”. Vengono messe fuorilegge le ONG (la “Mare Jonio” è nemica dello Stato). Contro papa Francesco Salvini ( e il suo mentore Bannon)agitano il rosario. Stiamo tentando di bloccare, con determinazione e argomenti giuridico/scientifici, la cosiddetta “autonomia differenziata” (la fine, cioè, della scuola laica repubblicana, del Servizio Sanitario Nazionale, del contratto collettivo nazionale di lavoro. Dello Stato unitario stesso.

 

E’ un modello di campagna di massa che dovremmo moltiplicare su altri tre o quattro temi prioritari, in relazione alle nostre forze. La repressione contenuta cinicamente e scientificamente nei ” pacchetti sicurezza” , di cui stiamo tentando di dimostrare l’incostituzionalità, imbavaglia e previene il conflitto, blocca (sia pur parzialmente, per fortuna)i movimenti territoriali.

 

I migranti sono capro espiatorio e metafora del “diritto del nemico”. Forse noi non abbiamo saputo comunicare questa asprezza, questa drammaticità. Cioè la posta in gioco. Qui si collega il secondo grande tema al quale brevemente accenno. E’ elemento fondamentale del cambio di fase. La nostra grave sconfitta parte da lontano perché abbiamo sottovalutato la regressione dei valori di civiltà all’interno del corpo sociale. Ne ha ben scritto Rino Malinconico nel suo contributo.

 

Gobetti, in giusta polemica con Croce, parlò di “autobiografia di una nazione”, parlando dello spaesamento, della privazione di senso, del conseguente rancore popolare, dello spirito autovittimistico ed insieme iroso di una parte cospicua della popolazione italiana che risponde all’impoverimento e al “tradimento” delle sinistre alimentando tendenze fascistiche e deleghe all’”uomo forte”, al ” capitano”.

 

Non amo confondere contesti storici diversi, ma i ” fasci di combattimento” nel 1919 nacquero così. Ma allora la grande impresa utilizzò il protomussolinismo impaurito dal “biennio rosso” gramsciano. Oggi vi è solo il paradigma “dell’invasione”, della ” sostituzione etnica”, dei “penultimi contro gli ultimi”. Miti fallaci dei sovranisti nazionalisti europei, certo.

 

Ma dovremo forse rileggere, per comprendere come reagire, le pagine gramsciane sui miti, sulla lotta per l’egemonia, sulla rivoluzione culturale e morale. Tempi lunghi. Ma dobbiamo stare in campo con consapevolezza dell’asprezza dei tempi. Essendo (ma anche apparendo) lontanissimi dall’ opposizione “dello spread”, come Brancaccio, con sarcasmo, parla di quella del PD. Contrapporre una “opposizione liberista” al nazionalismo non alimenta nessun “campo largo”, per usare il linguaggio solo metodologico di Zingaretti.

 

Anche perché il sovranismo nazionalista, in Europa, come negli USA, come in Brasile, non è una chimera ma una ideologia borghese “forte”. Non è “roba da straccioni”, come pensano le burocrazie europee, ma “roba da padroni”. La crisi della Sinistra Europea, la sconfitta del GUE, in quasi tutte le pur differenti articolazioni (penso a Tsipras da un lato, a Melenchon dall’altro) nasce anche da questa sottovalutazione.

 

Le sconfitte del Partito Comunista Francese, del Partito Comunista Portoghese ci dicono che dovremo approfondire il nostro punto di vista sul rapporto tra Trattati Europei e Costituzioni nazionali. Partendo dalle analisi di Roberto Musacchio. Ci si ripropone, in definitiva (e non è la prima volta dal ’68), il tema del rapporto tra sinistre anticapitaliste e rappresentanza. Crisi dei partiti, crisi dei movimenti; la resistenza sociale è diffusa ma è molecolare, segmentata, dispersa.

 

Ripensare la rappresentanza non ammette scorciatoie politiciste: non ci salverà un minifrontismo né alcuna operazione “alla Pisapia”. Il ” voto utile ” è una effimera canagliata. Non escludo, ovviamente (è nel DNA del PRC) forme di collaborazione, anche elettorale, in specifiche contingenze e su due o tre punti di programma a livello di elezioni amministrative. Non escludendo i Verdi. Ma l’assorbimento, l’omologazione nel ” campo largo” zingarettiano sarebbe la fine dell’autonomia, della nostra alterità. Cioè l’estinzione. Non ci salveranno, però, nemmeno arroccamenti, chiusure microidentitarie.

 

Allarghiamo politicamente il campo a tutte le forze antiliberiste ed anticapitaliste, a chi si è astenuto, a chi non ci ha votato. Ricostruiamo la nostra identità con pazienza, senza pretendere soluzioni miracolistiche né di mettere le braghe alla storia. Rinnoviamo le nostre strutture. Trasformiamo i circoli in “case del popolo”. Costruiamo ” confederazione sociale”, unendo partiti, movimenti, segmenti dell’associazionismo. Non frontismo, quindi, ma confederazione.

 

Mi convince la proposta di “rete rossa” che fa, nel suo intervento, Raul Mordenti. Mi pare, allora, che rese dei conti interne mascherate da congressi straordinari siano mortali. Ci terrebbero bloccati 5 mesi in una disperante autoreferenzialità. I congressi straordinari si fanno quando si vuole capovolgere la linea politica. io sono per adeguarla, aggiustarla, renderla più connessa con le trasformazioni strutturali, con la composizione dei proletariati, con gli stravolgimenti della Costituzione. Ma senza precipitare noi stessi nel fondo dell’abisso.

Elisabetta Tramonto

20/06/2019

da Valori

 

Persone con un titolo di studio basso, stranieri, famiglie numerose, con minorenni a carico, in particolare nel Mezzogiorno. Sono i poveri nel nostro Paese

 

La povertà in Italia c’è, eccome. E non migliora. Nel 2018 le famiglie povere (in condizioni di povertà assoluta) nel nostro Paese erano oltre 1,8 milioni (pari al 7% delle totale delle famiglie italiane), 5 milioni di individui poveri (l’8,4% del totale). Siamo ai livelli massimi dal 2005nessun miglioramento rispetto all’anno precedente, ma almeno la crescita della povertà si è fermata dopo tre anni.

 

La povertà si concentra soprattutto al Sud, tra le persone con un titolo di studio inferiore e tra gli stranieri. Colpisce in particolare le famiglie numerose, con minorenni a carico e quelle con un solo genitore

 

È questa la fotografia del nostro Paese scattata dall’Istat che ieri (18 giugno) ha pubblicato  Rapporto sulla povertà in Italia nel 2018.

 

 

Se la povertà colpisce bambini e adolescenti

 

Uno dei dati che colpisce di più è quello sui minorenni: sono 1 milione e 260 mila i minori in povertà assoluta, pari al 12,6%. L’incidenza dei minori in povertà va dal 10,1% nel Centro fino al 15,7% nel Mezzogiorno, sostanzialmente stabile rispetto al 2017. Le famiglie con minori in povertà assoluta sono oltre 725mila, con un’incidenza dell’11,3% (oltre quattro punti più alta del 7,0% medio nazionale).

 

Anche nel 2018, la povertà assoluta aumenta per le famiglie con figli conviventi, soprattutto se minori: si va dal 9,7% delle famiglie con un figlio minore al 19,7% di quelle con 3 o più figli minori. Tra le famiglie con un solo genitore la povertà è più diffusa rispetto alla media, con un’incidenza dell’11%, in aumento rispetto all’anno precedente, quando era pari a 9,1%.

 

Analizzando i dati in base all’età, l’incidenza della povertà assoluta fra i minori ha i valori più elevati per i ragazzi tra i 7 e i 13 anni (13,4%) e tra i 14 e i 17 anni (12,9%) rispetto alle classi 0-3 anni e 4-6 anni (11,5% circa).

 

In Lombardia quasi un bambino su tre a rischio povertà ed esclusione sociale

A rinforzare l’allarme dell’Istat sull’incidenza della povertà tra i minorenni (più che altro ad anticiparlo) è arrivato anche il rapporto “I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia: i dati regione per regione 2018, curato dal “Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”, presentato a Milano lo scorso 13 giugno (qualche girono prima del report dell’istituto statistico). Una pubblicazione che fotografa la situazione dei minori in Italia su base territoriale a partire dai dati disponibili dalle fonti ufficiali disaggregati su scala regionale, con particolare riferimento a: dati demografici; ambiente familiare e misure alternative; educazione, gioco e attività culturali; salute, disabilità e servizi di base; povertà e protezione.

In Lombardia, i minori che vivono in condizione di povertà relativa rappresentano il 14% dei residenti. Quelli a rischio povertà ed esclusione sociale sono il 22,8%. «Resta critica l’esigibilità del diritto allo studio e all’educazione per i bambini e i ragazzi con disabilità – sottolineano i ricercatori – e sono tuttora evidenti importanti difformità territoriali nell’offerta di servizi di tutela della salute, in particolare per maternità e prima infanzia. La Lombardia, inoltre, è la seconda regione italiana, per numero di presenze di minorenni migranti soli: il 7,8% del totale delle presenze (973 nel 2018)».

La geografia del disagio nello stivale

I poveri vivono soprattutto nel Sud Italia. L’stat rileva, infatti, come l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma notevolmente superiore nel Mezzogiorno (9,6% nel Sud e 10,8% nelle Isole) rispetto alle altre aree (6,1% nel Nord-Ovest e 5,3% nel Nord-est e del Centro). Rispetto al 2017, le famiglie in povertà relativa aumentano al Nord (salgono da 5,9% al 6,6%), mentre nel Mezzogiorno c’è una dinamica opposta (dal 24,7% nel 2017 al 22,1% nel 2018), con una riduzione dell’incidenza sia nel Sud (da 24,1% a 22,3%) sia nelle Isole (da 25,9% a 21,6%).

Anche in termini di individui, il maggior numero di poveri (oltre due milioni e 350mila, di cui due terzi nel Sud e un terzo nelle Isole) risiede nelle regioni del Mezzogiorno (46,7%), il 37,6% nelle regioni del Nord, circa 1 milione e 900mila individui (il 22,7% nel Nord-ovest e il 14,8% nel Nord-est). L’incidenza di povertà individuale è pari a 11,1% nel Sud, 12,0% nelle Isole, mentre nel Nord e nel Centro è molto più bassa e pari a 6,9% e 6,6% (nel Nord-ovest 7,2%, nel Nord-est 6,5%).

 

Più studi, meno sei povero

La diffusione della povertà diminuisce al crescere del titolo di studio. Tra chi ha conseguito un titolo almeno di scuola secondaria superiorel’incidenza della povertà assoluta è pari al 3,8%. Si attesta su valori attorno al 10% tra chi ha al massimo la licenza di scuola media.

 

Associata al titolo di studio è la condizione professionale e la posizione nella professione della persona di riferimento: se dirigente, quadro o impiegato, la famiglia è meno a rischio di povertà assoluta, con l’incidenza che si attesta intorno all’1,5%. Se la persona di riferimento è operaio o assimilato, la povertà riguarda il 12,3% delle famiglie. Tra le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione questa quota sale al 27,6%.

 

Gli stranieri

 

Si confermano le maggiori difficoltà per gli stranieri: oltre un milione e 500mila quelli in povertà assoluta, con una incidenza pari al 30,3% (tra gli italiani è il 6,4%). Le famiglie in povertà assoluta sono composte nel 68,9% dei casi da famiglie di soli italiani (1 milione e 250mila) e per il restante 31,1% da famiglie con stranieri (567mila) mentre le famiglie di soli italiani rappresentano il 91,3% delle famiglie nel loro complesso contro l’8,7% delle famiglie con stranieri. L’incidenza di povertà assoluta è pari al 25,1% per le famiglie con almeno uno straniero(27,8% per le famiglie composte esclusivamente da stranieri) e al 5,3% per le famiglie di soli italiani. La criticità per le famiglie con stranieri è maggiormente sentita nei comuni centro di area metropolitana, dove l’incidenza arriva al 26,2% (28,8% per le famiglie di soli stranieri).

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20/06/2019

Genova

da Il Manifesto

 

Porti di morte. Quattro coppie di centraline elettroniche e relativi generatori su ruote destinati a Jeddah non saranno caricati per l'annunciata protesta dei portuali

 

Niente imbarco per le armi saudite a Genova ma anche nessun presidio in banchina contro la nave saudita Bahri Jazan, in arrivo stamani. Ieri l’agenzia marittima Delta, che rappresenta l’armatore statale saudita Bahri, in accordo con lo spedizioniere, l’azienda armiera italiana Teknel, ha deciso di soprassedere al carico del materiale bellico stoccato nei depositi marittimi dallo 20 maggio quando i portuali genovesi si rifiutarono di caricarlo sulla nave Bahri Yanbu.

Si tratta di 4 coppie di centraline elettroniche e relativi generatori su ruote destinati a Jeddah. La decisione della Teknel prende atto della nuova protesta indetta dai portuali contro la fornitura di armi per la guerra in Yemen, e dice di voler ora trasportare le armi via terra.

12/06/2019

da Globalist

 

Ostacoli, sequestri e multe a chi salva i migranti, norme arbitrarie per vietare l'ingresso sul territorio nazionale, più poteri alla Polizia nelle manifestazioni.

 

Un altro passo verso lo stato di polizia, l’autoritarismo e l’attacco ai diritti: si inasprisce il contrasto all'immigrazione clandestina, con il via libera a multe per comandanti, armatori e proprietari di navi , si prevedono pene più severe per chi in piazza aggredisce le forze dell'ordine, "con mazze, caschi e fuochi artificiali" e si estendono le misure del Daspo anche a eventi sportivi diversi dal calcio.


Nei 18 articoli del dl che  il consiglio dei ministri ha approvato, un altro salto nel buio reazionario, arrivano in porto le norme voluta dal titolare del Viminale, passate attraverso una serie di revisioni concertate anche con il Quirinale e posticipate al primo cdm utile dopo il voto delle europee.
I primi sette articoli, tendenzialmente liberticidi, riguardano la "materia di contrasto all'immigrazione illegale e di ordine e sicurezza pubblica".

 

Nell'articolo 1 si legge che il "ministro dell'interno, quale Autorità nazionale di pubblica sicurezza, nell'esercizio delle funzioni di coordinamento unificato dei controlli sulla frontiera marittima e terrestre e nel rispetto degli obblighi internazionali cui l'Italia è tenuta, è attribuito il potere di limitare o vietare l'ingresso, il transito e/o la sosta di navi nel mare territoriale, qualora sussistano ragioni di ordine e sicurezza pubblica". 


"Del provvedimento - si legge ancora - adottato di concerto con il ministro della difesa e con quello delle infrastrutture e dei trasporti, secondo le rispettive competenze, è data notizia al Presidente del Consiglio dei ministri".


Sul capitolo multe, presente in forma diversa nelle precedenti versioni del testo, restano quelle previste nell'articolo 2 comminate a chi si macchia di violazione del divieto di ingresso nelle acque territoriali, notificato al comandante e, se possibile, all'armatore e al proprietario della nave.
"Si applica - si legge nel testo - a ciascuno di essi la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000". Possibile poi la sanzione accessoria della "confisca della nave, procedendo immediatamente a sequestro cautelare".


Soldi sono poi previsti (stanziamento di 3 milioni di euro nel triennio 2019-2021) "per finanziare gli oneri connessi al potenziamento delle operazioni di polizia sotto copertura, anche con riferimento alle attività di contrasto del delitto di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina".
Il ministero interviene anche a "maggiore tutela per gli operatori delle forze di polizia impiegati in servizio di ordine pubblico nel corso di pubbliche manifestazioni". "Si introduce, poi, una nuova fattispecie delittuosa, che punisce chiunque, nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, utilizza - in modo da creare concreto pericolo a persone o cose - razzi, fuochi artificiali, petardi od oggetti simili, nonché facendo ricorso a mazze, bastoni o altri oggetti contundenti o comunque atti ad offendere".

Arrivano le aggravanti: "Si aggravano le pene - si legge - qualora i reati siano commessi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico". 
Cinque articoli sono poi dedicati "a "disposizioni urgenti per il potenziamento dell'efficacia dell'azione amministrativa a supporto delle politiche di sicurezza". "Il ministero della Giustizia è autorizzato ad assumere, per il biennio 2019-2020, con contratto di lavoro a tempo determinato di durata annuale un contingente massimo di 800 unita' di personale amministrativo non dirigenziale". Investimenti previsti in "3.518.433 euro per il 2019 e in 24.629.026 euro per il 2020".


Infine le misure di contrasto alla violenza negli stadi e durante le manifestazioni sportive. Daspo previsto per "coloro che risultino denunciati per aver preso parte attiva a episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive, o che nelle medesime circostanze abbiano incitato, inneggiato o indotto alla violenza"; "coloro che risultino avere tenuto, anche all'estero, sia singolarmente che in gruppo, una condotta finalizzata alla partecipazione attiva a episodi di violenza, di minaccia o di intimidazione"; "coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti".
Nel mirino finiscono anche i club cui è vietato favorire chi ha subito un Daspo: le società non devono "corrispondere, in qualsiasi forma, diretta o indiretta, sovvenzioni, contributi e facilitazioni di qualsiasi natura, compresa l'erogazione di biglietti e abbonamenti o di titoli di viaggio a prezzo agevolato o gratuito, ai destinatari dei provvedimenti previsti dall'articolo 6 del codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, ai condannati, anche con sentenza non definitiva, per reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive".

Luca Kocci

da il Manifesto

 

Guerra e pace. Il pontefice: «Porti aperti a imbarcazioni che caricano sofisticati armamenti. L’ira di Dio si scatenerà contro i responsabili dei Paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre»

 

Porti chiusi alle navi che salvano vite umane nel Mediterraneo. Porti spalancati alle navi che invece caricano armi per le guerre in Africa e Medio Oriente, da dove proviene la maggior parte dei migranti.

 

È questa, secondo papa Francesco, la contraddizione, anzi «l’ipocrisia», dell’Europa che parla di pace mentre produce e vende armamenti e respinge coloro che da quei conflitti fuggono.

 

LE PAROLE sono state pronunciate ieri mattina dal pontefice durante l’udienza in Vaticano ai partecipanti alla Roaco, la riunione delle opere di aiuto alle Chiese orientali, durante la quale ha anche annunciato che nel corso del 2020 si recherà in Iraq.

 

«Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini», ha detto Francesco.

 

«Questa ipocrisia è un peccato», ha aggiunto il papa, e prima o poi «l’ira di Dio si scatenerà contro i responsabili dei Paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre».

 

Parole mirate, dal momento che proprio nelle scorse settimane, alla fine di maggio, nell’Italia dei «porti chiusi» ai migranti – come continua a sbraitare il vicepremier ministro dell’Intero Matteo Salvini – sono transitate, provenienti da Belgio e Francia, due navi battenti bandiera dell’Arabia Saudita, per fare rifornimento di armamenti per la guerra in Yemen.

 

La prima, la «Bahri Yanbu», a Genova, è stata respinta dalle proteste dei camalli e delle associazioni pacifiste. La seconda invece, la «Bahri Tabuk», arrivata all’alba e di nascosto a Cagliari, probabilmente è riuscita a caricare armi, forse le bombe prodotte dalla Rwm di Domusnovas.

 

SALVINI, dal canto suo, che evidentemente si è sentito chiamato in causa dalle parole del papa – il quale, ovviamente, non lo ha nemmeno nominato -, si è affrettato a replicare al pontefice, dal quartier generale di via Bellerio. «Ancora oggi c’è stata un’esortazione del santo padre a salvare vite: noi questo stiamo facendo», ha detto in conferenza stampa, snocciolando i numeri dei migranti respinti e morti in mare e aggiungendo: «Qualunque nave pirata illegale abusiva o fiancheggiatrice degli scafisti, che si ritrovasse a operare nelle acque libiche, incentiva nuove partenze ed è complice di nuovi morti e nuovi dispersi». Quindi sarà respinta.

 

«CI SI PUÒ ASPETTARE che il papa dica no alle armi», commenta Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il disarmo, che però evidenzia i punti politici delle parole del pontefice: «Non è un richiamo generico del genere peace and love. I produttori di armi vengono individuati come precisi corresponsabili delle guerre, e i governi sono invitati ad intervenire per fermare il commercio degli armamenti». Per esempio chiudendo i porti non ai migranti ma ai cargo che caricano materiale bellico.

 

E monsignor Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura e presidente di Pax Christi: «Il papa ha toccato un nodo decisivo: si chiudono i porti ai migranti che cercano un futuro diverso e invece si aprono per incassare i soldi della vendita delle armi e addirittura si addobbano trionfalisticamente per inaugurare la nuova portaerei «Trieste» (a Castellammare di Stabia lo scorso 25 maggio, n.d.r.) costata oltre un miliardo di euro e che potrà ospitare anche i cacciabombardieri F-35. Su queste contraddizioni non possiamo e non dobbiamo tacere».

Marco Sferini

08/06/2019

 

Detto con terapeutica ironia, il governo non pare abbia il controllo di sé medesimo non solo su tutte le tematiche sociali che vorrebbe affrontare ogni giorno, ma men che sembra essere equilibrato sul problema dei problemi: la crisi economica o, se volete, l’economia in senso lato, quella che tocca direttamente le nostre tasche e che quindi ci viene alla mente e magari resuscita un poco di rabbia classista nel constatare che le grandi multinazionali e i grandi gruppi godono di enormi sgravi fiscali e, in più, si esercitano abilmente nell’azione dell’evasione in materia di tasse, mentre un povero stipendio di un lavoratore è obbligatoriamente tassato da sempre.

 

Dal Giappone a Roma e viceversa, voci e comparsate televisive si smentiscono a vicenda: c’è chi si fa fotografare con la novità dei “minibot” che, ad occhio, sembrerebbero davvero una specie di valuta alternativa a quella vigente: non certo un bolscevico, ma bensì proprio Mario Draghi lancia l’allarme intravedendo non solamente una provocazione leghista ripetuta da Salvini più e più volte (ben sapendo di giocare col fuoco scoppiettante dei mercati) ma l’inizio di una campagna politica fondata su un distacco dall’Euro e quindi il non troppo difficile riorientamento dell’opinione pubblica su posizioni sovraniste anche in questo campo.

 

Infatti sondaggi e rilevazioni dell’umore popolare, dicono che, pur avversando la moneta unica europea, fenomeno manifesto di tutte le disgrazie del Paese nonostante si tratti di un feticcio, di un mezzo di scambio di altri valori, gli italiani non sono poi così propensi a fare il “salto nel buio” che hanno messo in essere in Gran Bretagna.

 

Si sa, l’Italia non ha una crescita economica tale da poter sostenere altro debito, eppure le cosiddette riforme sociali del governo sono tutte messe in conto debito e rimandate al pagamento che dovranno sostenere le generazioni future.

 

Un piano generale di riorganizzazione del lavoro non esiste: il cosiddetto “governo del cambiamento” non si è schierato dalla parte degli sfruttati, dei lavoratori e delle lavoratrici promuovendo e sostenendo la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore settimanali a parità di salario; non ha nemmeno preso in considerazione il ripristino di una tendenza a rivedere i contratti precari e a convertirli in contratti nazionali di lavoro; nemmeno per l’anticamera del cervello i ministri hanno riflettuto sul fatto che per avere maggiori introiti per una distribuzione equa delle risorse e per sostenere progetti di ricomposizione di uno “stato-sociale” degno di questo nome, avrebbero potuto istituire una tassazione patrimoniale, fortemente progressiva, che prendesse di più ai ricchissimi, partendo da un tetto di reddito annuo vicino al milione di euro.

 

Nulla di tutto questo è stato nemmeno messo in cantiere. Del resto, la risposta è semplice per chi vuole accontentarsi di una presa in giro: non era nel contratto di governo. In realtà nessuna riforma sociale degna di questo nome era nei programmi di due forze politiche che sposano interamente il punto di vista del mercato, del liberismo e che, con sfumature leggermente differenti, applicano tutto ciò a tentativi di gestione di una “pace sociale” tra le classi che, insistono, non esistono più, proprio come le “ideologie”.

 

Si nega l’evidenza: perché la lotta dei lavoratori del “Mercatone Uno” non è forse lotta di classe? Che ne siano consapevoli i lavoratori è questione da affrontare a parte, ma si tratta di un interesse socio-economico contro un interesse semplicemente economico (e rigorosamente privato). Salari contro dividendi aziendali. Sfruttamento del lavoro contro accumulazione dei profitti generata dall’immissione sul mercato dei prodotti “sociali” derivati dall’impiego di mano d’opera non retribuita per il vero valore che produce: altrimenti il “plusvalore” come potrebbe ancora generarsi in una società che viene quasi vissuta come post-capitalista mentre è tutta capitalista e si esprime nella sua più violenta traduzione concreta in ogni ambito di lavoro tramite il liberismo sfrenato?

 

Ma il governo, davanti ad una previsione di deficit del 3.5% (fino al 2020) fatta dalla Commissione europea, risponde con i “minibot”: in risposta al presidente della BCE, Palazzo Chigi avverte che non si tratta di una valuta parallela all’Euro. Forse, ribattono i giovani padroni riuniti a convegno, sono più simili ai “soldi del Monopoli”. Ribatte Salvini piccato che non è così e che comunque i “minibot” agli italiani piacciono. Lui lo sa: perché servirebbero a pagare i debiti della pubblica amministrazione.

 

Resta il fatto che non sarebbero solo dei pezzi di carta o monete come quelle che un tempo la Lega Nord faceva stampare come banconote della fantomatica “Repubblica del Nord” o della “Repubblica federale padana”. Quelle veramente non avevano corso legale tanto che, ad una manifestazione del Carroccio, ne comperai un paio con le allora lire italiane e le offrii ad un bussolotto per le sottoscrizioni che si trovava in uno stand leghista durante un comizio di Umberto Bossi. Il militante di verde vestito mi disse sorpreso: “Eh, ma quelle non valgono!”. “Come non valgono”, mi venne da ribattere aggiungendo provocazione alla provocazione, “sono i soldi della vostra nazione!”.

 

Questa volta non è così, i “minibot” rischiano di essere anche una provocazione di una Lega non più secessionista ma ipernazionalista, ma rischiano ancora di più di diventare uno strumento di progressivo addomesticamento delle masse all’idea che una alternativa all’Euro c’è in una Europa delle piccole patrie, dei muri e dei confini alzati contro il pericolo delle invasioni dei migranti.

 

Nessuna difesa dell’Euro politicamente inteso come lo è stato fino ad oggi dalle direttive della Commissione di Bruxelles e della BCE: ma possono i lavoratori e le lavoratrici assistere ad un ulteriore aggravio della loro condizione già miserevole soltanto perché un governo non ha la minima intenzione di mettere mano alle tasche dei ricchi e di redistribuire, con opportune tassazioni dei patrimoni faraonici dei paperoni di casa nostra, quanto è stato loro rubato con lo sfruttamento del lavoro parcellizzato e precario fatto avanzare (questo sì…) “come un treno”?

 

Paradossalmente un sistema economico continentale politicamente gestito per garantire gli stati più ricchi dell’Unione è oggi una forma di difesa rispetto alle bislaccherie di un governo che non è mai stato un “governo del popolo” e tanto meno amico dei lavoratori.

 

I lavoratori e gli sfruttati tutti non hanno mai avuto governi “amici”. Forse qualche governo “meno nemico” di altri. Ma la storia recente ci insegna che se si hanno i rapporti di forza completamente dalla propria parte, allora si può provare ad intervenire fortemente sul piano economico mediante quello politico; altrimenti l’appoggio dei comunisti o della sinistra (non il PD; tocca sempre ricordarlo…) a governi di centrosinistra non avrebbe altra funzione se non quella di rendere nuovamente più accomunabili centrodestra e finti riformisti progressisti: tutti a plaudire alle riforme dei governi tecnici.

 

L’alternativa, come s’è visto, non è arrivata nemmeno con il mostro bicefalo giallo-verde: dalla parte dei padroni sempre e comunque. Anche e nonostante le due pseudo-riforme del reddito e delle pensioni che, invece di essere finanziate con i soldi dei ricconi, sono messe a debito sulle spalle delle prossime generazioni.

 

Del resto… è il governo del cambiamento. In peggio.

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