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02/10/2021

Giulio Cavalli

da Left

 

Mimmo Lucano è stato condannato in primo grado di giudizio a 13 anni e due mesi. Le sentenze non si commentano ma si possono confrontare. Luca Traini, che a Macerata nel 2018 sparò per strada contro alcuni immigrati e ne ferì sei, è stato condannato in via definitiva a 12 anni

 

Il 3 febbraio 2018, verso le ore 11, a Macerata, furono esplosi alcuni colpi di pistola nel centro cittadino da una vettura in movimento, una Alfa Romeo 147 nera, ferendo diverse persone e colpendo anche negozi ed edifici. I colpi furono esplosi con una Glock 17, pistola semiautomatica calibro 9, davanti alla stazione, in via Velini e in via Spalato, ma anche a Piediripa di Macerata, Casette Verdini, via Pancalducci e Borgo San Giuliano.Tra gli altri, fu colpita anche la sede locale del Partito democratico. Nell’attacco, rimasero ferite sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana con età compresa tra i 20 ed i 32 anni. Il sindaco di Macerata, Romano Carancini, diramò l’allerta, invitando i cittadini a restare in casa, avvertendo della presenza di una persona che stava sparando in città e informando di aver già fermato il trasporto pubblico e di aver chiesto alle scuole di tenere i bambini all’interno. Per l’attacco venne arrestato Luca Traini, un uomo di 28 anni, il quale, secondo la ricostruzione, sarebbe partito da Tolentino e, dopo aver sparato, sarebbe sceso dall’auto davanti al Monumento ai Caduti cittadino, dove avrebbe fatto il saluto romano e gridato “Viva l’Italia” con un tricolore legato al collo, prima di arrendersi alle forze dell’ordine. Nella sua casa furono rinvenuti elementi riconducibili all’estrema destra, tra cui una copia del Mein Kampf e una bandiera con la croce celtica. Il 24 marzo 2021 è stata confermata dalla Cassazione la condanna a 12 anni di reclusione. Mimmo Lucano è stato condannato in primo grado di giudizio a 13 anni e due mesi: in Italia i migranti conviene ucciderli, mica accoglierli.

 

Se invece vogliamo parlare di danno erariale allo Stato allora c’è un’altra storia interessante. Il 16 aprile 2012 il Corriere della Sera lancia la notizia secondo cui uno dei fiduciari svizzeri di Pierangelo Daccò, amico di Formigoni e uomo vicino a Comunione e Liberazione riceveva denaro per facilitare le pratiche in Regione. Arrestato per aver creato milioni di fondi neri nello scandalo dell’Ospedale San Raffaele e aver distratto dal patrimonio della Fondazione Maugeri circa 70 milioni di euro sotto forma di consulenze e appalti fittizi, avrebbe pagato viaggi aerei compiuti dallo stesso governatore, da un suo collaboratore, e dal fratello di Formigoni e sua moglie. Tra questi benefici, un viaggio Milano-Parigi da ottomila euro, compiuto il 27 dicembre 2008, pagato da Daccò a Formigoni. Il governatore, però, ha smentito categoricamente i fatti, affermando di non aver ricevuto mai alcun beneficio. Il 19 settembre 2018 Formigoni è condannato in appello a 7 anni e 6 mesi di reclusione. Il 21 febbraio 2019 la condanna è stata ridotta a causa della prescrizione a 5 anni e 10 mesi dalla Corte di Cassazione.

 

Da una ricerca Eures sugli ultimi 10 anni in Italia si scopre che per l’omicidio volontario la durata media della pena inflitta è di 12,4 anni (il Codice prevede da un minimo di 21 anni all’ergastolo), per l’omicidio preterintenzionale è di 8,8 anni (il Codice prevede da 10 a 28 anni), per l’omicidio colposo 0,5 anni (da 6 mesi a 5 anni per il Codice); 2 anni per la rapina (da 3 a 10 anni) e l’estorsione (da 5 a 10 anni); 0,4 anni per il furto (massimo previsto 3 anni) e per la truffa (da 6 a 12 mesi per il Codice); per la bancarotta 1,3 anni (da 6-24 mesi a 3-10 anni per la “semplice” e la “fraudolenta” per il Codice); 1,1 per la detenzione di armi (da 1 a 4 mesi da 1 a 3 anni) e 1,3 anni per il peculato (da 3 a 10 anni la pena edittale prevista).

 

Le sentenze non si commentano ma si possono confrontare. Un giudice che commina una condanna quasi doppia rispetto alla richiesta dei magistrati deve avere motivazioni interessanti che aspettiamo. Siamo al primo grado di giudizio ma che l’opera di Mimmo Lucano fosse fastidiosa ce ne siamo accorti (e ne abbiamo scritto) da tempo. E attenzione: contro Lucano si era scagliato il Movimento 5 Stelle (un post di Carlo Sibilia si intitolava “Riace non era un modello: è finita l’era del business dell’immigrazione”, solo per fare un esempio). Le ispezioni contro Lucano furono un’idea di un ministro del Pd (sì, lui, Minniti) all’Interno. Quello di Mimmo Lucano è un processo che testimonia un tempo di cui sono colpevoli anche molti che oggi solidarizzano. Insomma, è una storia che fa schifo dappertutto.

 

Aspettiamo le motivazioni, piuttosto demotivati.

Tonino Perna

 

La sentenza del tribunale di Locri, che condanna Mimmo Lucano alla pena di 13 anni e due mesi, lascia esterrefatti, indignati, increduli. Quella parte del nostro paese che ancora crede nella democrazia e nell’amministrazione della giustizia ne resta sconcertata.

 

Se la richiesta del Pubblico ministero, di una pena di 7 anni, già sembrava una mostruosità, con questa sentenza il giudice ha giocato al raddoppio andando al di là di ogni possibile appiglio giuridico.

 

Conosco Mimmo Lucano dall’autunno del ’98 quando venne a Badolato, dove il Cric (una Ong molto attiva in quel periodo) aveva realizzato il primo progetto di accoglienza degli immigrati, con la finalità di far rinascere un borgo antico abbandonato.

 

Mimmo con la semplicità e spontaneità che lo ha sempre contraddistinto ci disse che voleva fare la stessa cosa nella sua Riace: «Mi date una mano?». Così nacque il progetto-Riace, grazie ad un prestito importante di Banca Etica e, soprattutto, alla solidarietà di decine di associazioni, italiane e straniere, a partire dalla comunità anarchica di Longo mai che oltre all’aiuto in denaro organizzò un flusso di centinaia di turisti solidali.

 

Per non parlare di Recosol, la rete del Comuni Solidali che per quasi vent’anni ha sostenuto in tanti modi questa esperienza, diventata un progetto collettivo.

 

Mimmo Lucano ne rappresenta l’icona, avendogli dedicato tutta la sua vita da adulto, fino a rinunciare alla propria famiglia per occuparsi dell’accoglienza dei migranti. Colpirlo in questo modo significa colpire il modello Riace, conosciuto in tutto il mondo come simbolo concreto e veicolo formidabile di un’altra immagine della Calabria e dell’Italia, capace di dimostrare l’esistenza di una alternativa reale alle baraccopoli, ai ghetti, alle politiche di respingimento di esseri umani che chiedono solo di poter vivere con dignità.

 

Non solo. Il modello Riace, per fortuna ripreso da diversi comuni calabresi e di altre regioni, è stata e resta la strada maestra per il recupero delle aree interne abbandonate e degradate, offrendo una risposta efficace ai rischi ambientali di smottamenti, frane, alluvioni, in gran parte dovuti proprio a questo drammatico, progressivo abbandono di territori vasti e preziosi per il futuro sostenibile del paese.

 

Ma, cosa ha fatto di così grave Lucano per meritare una pena che viene comminata ad assassini incalliti, a mafiosi, a trafficanti internazionali di droghe, a stupratori seriali, a terroristi? L’ex sindaco di Riace viene accusato di favoreggiamento di immigrazione clandestina per aver consigliato ad una donna immigrata, disperata perché stava per essere respinta nel suo paese, di sposare un uomo anziano.

 

Chi di noi in queste circostanze non si sarebbe sentito di suggerirlo come stremo rimedio? E in ogni caso, se è un reato celebrare un matrimonio tra una giovane donna immigrata e un anziano italiano allora annulliamo migliaia di matrimoni e arrestiamoli tutti.

 

L’altra pesante e incredibile accusa che gli viene contestata è quella di clientelismo a fini elettorali, di truffa, peculato e abuso d’ufficio, ma non un euro gli è stato trovato nelle sue tasche, né esiste alcuna prova che si sia appropriato di denaro pubblico in qualche modo.

 

La verità, scomoda, molto scomoda, è una sola: Lucano è accusato di «reato d’umanità» per aver accolto decine di migliaia di immigrati, che la Prefettura gli inviava come ultima spiaggia. Per aver cercato di farli lavorare dignitosamente, per aver fatto rinascere un paese totalmente abbandonato, Lucano è diventato un dei più pericolosi delinquenti in circolazione.

 

Le sue lacune amministrative, l’avere poca dimestichezza con le regole burocratiche gli hanno fatto commettere errori amministrativi, dove tuttavia non c’è dolo, appropriazione di denaro, tangenti o associazioni a delinquere, ma solo ingenuità, superficialità e, se vogliamo, faciloneria di chi non sopporta i vincoli della nostra farraginosa burocrazia.

 

Con questa sentenza il tribunale di Locri inserisce, di fatto se non di diritto, il «reato d’umanità» nel panorama giuridico del nostro paese, creando un precedente inquietante. È un ennesimo segnale che ci mostra la crisi profonda che attraversa la nostra magistratura, e quindi le istituzioni democratiche. Ne prendiamo atto, ma non ci arrendiamo perché non vogliamo finire nella terra di Erdogan.

 

E per salvare la nostra democrazia e la nostra stessa società, già oggi si terrà una manifestazione a Riace in suo sostegno. Naturalmente non ci fermeremo qui, puntando sul fatto che in Appello si possa smontare questa sentenza incredibilmente iniqua.

 

Leggi il dispositivo della sentenza qui

30.09.2021

da il Manifesto

Massimo Franchi 

 

Strage Infinita. Ieri due decessi in Puglia, uno a Roma. Orlando: nuove norme la prossima settimana

 

In un giorno e mezzo almeno dieci morti sul lavoro. Una vera mattanza che alza la media giornaliera dei tre decessi dall’inizio dell’anno, certificati dall’Inail, in costante aumento rispetto all’anno scorso.
La lunga striscia di sangue ieri ha colpito particolarmente la Puglia dopo che a cavallo fra agosto e settembre si era concentrata in Toscana. Il settore delle costruzioni si conferma quello più a rischio con i sindacati che non si stancano di chiedere la «patente a punti» per garantire più sicurezza, fermando le imprese inadempienti.


Si chiamava Pietro Vittoria, aveva 47 anni, era sposato e aveva due figli l’operaio della ditta Edil San Felice di Nola (Napoli) morto ieri mattina dopo essere stato investito da un tir mentre stava effettuando alcuni lavori sull’autostrada A14 Bologna-Taranto, nelle vicinanze del casello di San Severo (Foggia). A investire il 47enne, originario di Maddaloni (Caserta), è stato un camionista brindisino che subito dopo aver travolto con il proprio mezzo l’operaio si è fermato per soccorrerlo.


Sempre in Puglia ma a Mesagne, in provincia di Brindisi, un muratore di 42 anni, Benito Branca, è morto mentre stava ristrutturando una palazzina. L’uomo si trovava sul marciapiedi quando sono crollati l’impalcatura, il balcone e parte del solaio le cui macerie lo hanno schiacciato. Verso le ore 12, mentre erano in corso lavori di manutenzione dello stabile, si è verificato il cedimento della struttura. In pochi istanti si è creato un cumulo di macerie: i presenti hanno iniziato a scavare con le mani. Ma non sono riusciti a salvare il muratore.


Ieri pomeriggio un operaio è morto precipitando da un’impalcatura in un cantiere in viale America all’Eur a Roma. Da una primissima ricostruzione della polizia, sembra che il 47enne sia precipitato dall’impalcatura all’undicesimo piano. Inutili i soccorsi.


Il quarto incidente mortale sul lavoro si è verificato in Alto Adige. A Rifiano, in Val Passiria, nella zona di Merano, un agricoltore di 50 anni è morto schiacciato dal trattore che stava guidando in un frutteto quando improvvisamente il mezzo si è ribaltato, rimanendo incastrato sotto e morendo sul colpo.


Anche il premier Mario Draghi è rimasto colpito dalla mattanza di martedì e ha iniziato la sua conferenza stampa di ieri leggendo nome, cognome ed età delle vittime ed esprimendo «il più sentito cordoglio» suo e del governo. «La questione delle morti sul lavoro assume sempre più i contorni di una strage che funesta l’ambiente economico e psicologico del paese», annunciando «pene più severe e immediate e collaborazione all’interno dell’azienda per individuare precocemente le debolezze in tema di sicurezza lavoro»,


Dopo le misure annunciate lunedì nell’incontro fra governo e sindacati – banca dati unica, semplificazioni per le assunzioni di 2.700 ispettori con 800 che entreranno in funzione entro il 2021 – ieri il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha ribadito la volontà di accelerare: «Introdurremo norme, credo già la prossima settimana. Norme che individuino sanzioni più tempestive per imprese che non rispettano le regole, che facilitino la possibilità di raccogliere i dati di chi compie violazioni. Poi potenziamento delle strutture di controllo, delle competenze e dell’organico dell’Ispettorato del lavoro, ma anche monitoraggio sull’attività delle Asl», che hanno competenza primaria in materia. Tutte cose richieste dal nuovo direttore dell’Ispettorato nazionale sul lavoro, l’ex magistrato Bruno Giordano anche nell’intervista al manifesto di agosto.


Toccherà poi ad un Piano dal carattere più complessivo usando anche i fondi del Pnrr. I segretari di Cisl e Uil, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri plaudono all’urgenza delle misure annunciate da Draghi, mentre Maurizio Landini della Cgil registra i progressi del governo ma chiede norme che «fermino le aziende sino a quando non sono ripristinate le norme di sicurezza». Il presidente Carlo Bonomi di Confindutria rilancia la sua proposta di istituire «commissioni paritetiche in azienda per intervenire» ma chiede al governo di intervenire, più che sulle sanzioni ex post, su interventi che «facciano in modo che gli incidenti non avvengano».

29/09/2021

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il lavoro uccide. Il giorno dopo un'intesa annunciata dal governo con i sindacati la strage sul lavoro continua: da Milano a Capaci sei lavoratori sono morti soffocati dall’azoto, precipitando dalle impalcature, schiacciati sotto un tir, decapitati da una trebbiatrice. Il bilancio è terrificante: solo nei primi 7 mesi del 2021 i morti sono 677

 

Si muore ustionati o soffocati dall’azoto liquido. Si muore precipitando dalle impalcature a pochi metri dal suolo. Si muore schiacchiati da un tir o decapitati dalle lame di una trebbiatrice. Il lavoro uccide, non per fatalità, ma per una fitta serie di concause, molte prevedibili e altre no. Tutte comunque create dagli esseri umani che operano dentro e fuori le imprese, in proprio o in subappalto, e ancora per contratto.

 

JAGDEEP Singh, 42 anni, e Emanuele Zanin, 46 anni lavoravano per la ditta «Autotrasporti Pe» di Costa Volpino che lavora in subappalto per la monzese «Sol Group spa». Ieri hanno perso la vita soffocati dall’azoto liquido durante un rifornimento della sostanza all’ospedale Humanitas di Pieve Emanuele in provincia di Milano. L’imbianchino Valeriano Bottero di 52 anni è morto precipitando da un’impalcatura mentre lavorava per la ditta «Lavor Metal nella zona industriale di Loreggia in provincia di Padova. Leonardo Perna, 72 anni, titolare di un’azienda meccanica, caduto da una scala a due metri d’altezza ha perso la vitae a Nichelino vicino a Torino. Giuseppe Costantino, 52 anni, aveva finito le operazioni di carico e scarico della merce a Capaci vicino a Palermo. Si era spostato nella parte posteriore del Tir. Ma il mezzo si è messo in movimento e le sue ruote lo hanno stritolato. Verso le 20.30 di ieri sera il corpo decapitato di un lavoratore agricolo di 54 anni dalle lame di una trebbiatrice è stato trovato a Pontasserchio in provincia di Pisa. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco per liberare il corpo rimasto intrappolato nella macchina.

 

IN ITALIA, da ieri, ci sono sei vite in meno alle quali rendere giustizia. Insieme alle altre 677 che, secondo gli ultimi dati sulle denunce presentate all’Inail (saranno aggiornati domani), sono state straziate nei primi sette mesi del 2021. Dovevano vendere la loro forza lavoro in cambio di un salario, hanno reso la vita per la quale non c’è alcun prezzo.

 

DAVANTI a questa macchina di morte la situazione è talmente grave, e l’inadeguatezza politica, istituzionale e morale è così ampia che, all’indomani dell’incontro con Cgil Cisl e Uil a palazzo Chigi, il ministro del lavoro Andrea Orlando ha sentito il bisogno di precisare: «Non basta un incontro con le sigle sindacali per debellare una piaga come questa. Purtroppo i limiti che oggi registriamo sono il frutto di scelte non fatte in passato».

 

NO, NON BASTA un solo incontro. E non bastano probabilmente le misure che sono state annunciate dopo il primo. Molte di queste avrebbero dovuto essere adottate già uno, tre, cinque o dieci anni fa. Quando i morti del lavoro erano migliaia in meno. L’assunzione di 2300 nuovi ispettori del lavoro, ad esempio: 1400 erano state già annunciate tre anni fa. Una riforma della formazione di lavoratori e imprenditori, le sanzioni da applicare a seguito delle ispezioni e una banca dati unica delle stesse sanzioni. È difficile immaginare il livello di efficacia di queste misure. Gli incidenti sul lavoro, in particolare in quello metalmeccanico, edile o nei servizi logistici o di fornitura sono eventi che accadono nell’ordinaria violenza dei rapporti di lavoro. Ieri sono state indicate altre due misure: «Le aziende appaltanti che non rispettano le norme sulla sicurezza devono essere escluse dalle gare di appalto- sostiene la Cgil – In caso di violazioni non sono sufficienti solo le sanzioni ma vanno sospese tutte le attività produttive fino a quando le imprese non si siano messe in regola».

 

C’È UN ALTRO problema ed è decisivo. Si possono anche varare norme tardive ma comunque necessarie, ma poi nessuno le applica. Lo hanno fatto notare la Cgil con la Funzione pubblica e la Filctem di Milano dopo avere appreso la notizia della morte atroce degli operai soffocati dall’azoto liquido. Il 20 aprile 2018 è stato firmato un protocollo in prefettura a Milano. Da allora non è stato applicato. Come accade a molte altre normative. In vigore, ma solo sulla carta. Una realtà da considerare nel momento in cui si preannunciano nuovi protocolli. Si spiega così la sensazione di impotenza, a tutti i livelli, che accompagna la strage quotidiana dei lavoratori (in media tre al giorno, ieri il doppio: sei). In una «ripresa» post-covid evocata come una manna questa è la realtà materiale: i lavoratori restano soli e così affrontano i rischi. E la morte.

 

«NON ABBIAMO più tempo, non si può più aspettare» è stato detto, di nuovo, ieri. Oltre all’accertamento delle responsabilità penali si dovrebbe agire direttamente, con decisioni efficaci e radicali, sulle responsabilità dell’impresa.

26.09.2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Gregorio Piccin, responsabile pace del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Negli anni ’80 con Berlinguer e Pio La Torre costruimmo un enorme movimento pacifista contro l’installazione dei missili Cruise a Comiso che veniva incoraggiato da Pertini contro Craxi. Ora li installeranno Draghi e il Pd. Non c’è freno al riarmo in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione.


In meno di un mese il governo Draghi ha confermato ufficialmente il proseguimento del programma F35, l’acquisto di 679 nuovi carri armati e la decisione di armare i propri droni.

Ora lanotizia che la Marina militare intende imbarcare sul proprio naviglio, prima sui sommergibili poi anche sulle fregate, i missili Cruise in grado di colpire obiettivi nel raggio di oltre mille chilometri.
La chiamano “Naval Diplomacy”, e parlano chiaramente di presidio degli interessi nazionali nel così detto Mediterraneo allargato.


Hanno persino dismesso la retorica della “guerra umanitaria” che negli anni novanta e duemila è servita a mascherare la nostra belligeranza e farla digerire all’opinione pubblica.


L’Italia è un Paese che in ossequio alla Nato ed ai fatturati della propria industria bellica nazionale ha già accumulato pesantissime responsabilità diguerra.
Non solo riduzione delle spese militari: in questa situazione, si deve imporre un dibattito sul Modello di Difesa apertamente belligerante che l’Italia si è data, divoratore di risorse e guerrafondaio.

 

Il partito trasversale dei bombardieri, oggi brillantemente rappresentato dal governo Draghi, merita un’opposizione senza se e senza ma.

25/09/2021

da il Manifesto

Serena Tarabini

 

Ambiente. «Cambiare il sistema, non il clima». Due anni di pandemia non hanno intaccato la forza del movimento. Molte le critiche rivolte a Cingolani, definito dai manifestanti «ministro della finzione ecologica». Draghi all’Onu: «Ascoltare chi chiede il cambiamento»

 

Milano, Roma, Genova, Venezia, Bolzano, Bari, ma anche Londra, New York, Melbourne, Città del Capo, Nuova Delhi, a grande scala o piccola scala, venerdi 24 settembre 2021 ha visto nelle piazze di ogni città fiumi colorati di giovani in marcia a scuotere il tavolo dove i grandi della terra discutono e decidono come se di tempo ce ne fosse a sufficienza.

UN APPUNTAMENTO e un successo planetario il ritorno in piazza dei Fridays For Future: due anni di pandemia non ne hanno intaccato l’energia, la creatività, la determinazione, l’entusiasmo: gli slogan quelli di sempre «Non abbiamo un pianeta B», «Cambiare il sistema, non il clima» ma anche dei nuovi «Fate pagare la crisi ai ricchi», «Giustizia climatica e giustizia sociale» a indicare quel salto di consapevolezza che hanno fatto in questi tanti mesi che li hanno tolti dalle piazze e li hanno costretti alle scrivanie: un tempo durante il quale non hanno evidentemente smesso di comunicare, confrontarsi e osservare un mondo che non divide in parti uguali responsabilità e conseguenze della crisi climatica.

LA PAGINA WEB del movimento riporta i numeri di questo appuntamento: 97 paesi, 1155 città, incontabili i partecipanti totali, e che abbiano superato o no il mezzo milione previsto, poco importa.

Nella sola Germania che si appresta al voto federale in due giorni i manifestanti sono stati centinaia di migliaia, e nella capitale Berlino è arrivata anche Greta Thumberg, secondo la quale nessun partito ha fatto veramente qualcosa per il clima.

A LONDRA A DARE MANFORTE ai giovanissimi manifestanti che si sono radunati in piazza del parlamento e hanno marciato verso la cattedrale di Westminster c’era anche il leader radicale Jeremy Corbyn che ha affibbiato alla 26 esima Conferenza delle parti sul Clima che si terrà nel Regno Unito, la definizione di “Festival del Greenwashing”. A Glasgow, la città scozzese sede del vertice, i manifestanti si sono diretti sotto il Parlamento.

PIENE DI STUDENTI LE PIAZZE e le strade di molte altre capitali europee quali Vienna, Praga, Varsavia, dove i giovani manifestanti si sono gettati a terra a simulare la fine del pianeta.

«Siamo qui perché stiamo dicendo un forte ‘no’ a ciò che sta accadendo in Polonia, il regno del carbone», ha detto l’attivista di 19 anni Dominika Lasota, «Il nostro governo ha bloccato per anni qualsiasi tipo di politica climatica e ignora le nostre richieste per un futuro sicuro». Nel continente Africano le manifestazioni più corpose si sono svolte in Uganda dove l’attivista Hilda Flavia Nakabuye, dopo aver capito che la crisi climatica era responsabile delle alluvioni che hanno costretto la sua famiglia ad abbandonare la propria terra, ha fondato Fridays for Future Uganda nel 2019, che nel giro di pochi anni è diventato il più grande movimento giovanile dell’Africa. In Sudafrica si sono svolte manifestazioni in 12 città nell’ambito di uno sciopero di tre giorni per chiedere al governo di supervisionare una giusta transizione dai combustibili fossili.

NELL’AMERICA DEL NORD sconvolta da uragani e incendi si sono svolti quasi 200 eventi, 168 solo negli USA e le proteste più grandi si sono viste a New York City and Los Angeles; in Canada, in particolare in Quebec, più di 100 mila studenti hanno puntato il dito contro un’azione politica non altezza della crisi. In Messico, i manifestanti si sono radunati davanti al Palazzo Nazionale di Città del Messico per chiedere alla compagnia petrolifera statale Pemex di presentare un piano per la decarbonizzazione.

Grandi manifestazioni anche in Brasile e Argentina. In Bangladesh gli attivisti hanno chiesto la demolizione delle nuove centrali elettriche a carbone e gas, mentre in Pakistan Yusuf Baluch, 17 anni, un giovane attivista nella provincia del Belucistan, ha affermato che il ritorno agli eventi di persona è fondamentale per costringere i leader ad affrontare la crisi planetaria.

A PROPOSITO DI CLASSE POLITICA, nelle tantissime e partecipate manifestazioni che si sono svolte in Italia e che hanno visto partecipare migliaia di studenti, il ministro per la Transizione Ecologica Cingolani è stato frequentemente bersaglio di slogan e dichiarazioni.

 

Fridays for Future a Roma, foto Simona Granati

 

A Milano, città fulcro delle mobilitazioni dovendo ospitare a breve la pre-COP 26, è stato definito «Ministro della finzione ecologica» per i pochi fatti messi in fila e le tante parole anche sgradite, come quelle sui radical chic del clima e sul nucleare.

Non si fanno buttare fumo negli occhi i Fridays italiani, anche se recentemente il ministro sembra essere stato riportato a più miti consigli dal premier Draghi che, almeno a parole, non perde occasione per rimarcare la gravità della crisi climatica e l’urgenza di un’azione radicale.

L’ultimo intervento ieri all’Assemblea generale dell’Onu, è stato un vero assist nei confronti dei giovani attivisti per il clima, «portatori di cambiamento che è un dovere ascoltare»: il premier ha dichiarato che «in qualità di Presidenza del G20 e partner del Regno Unito nella Cop 26», l’Italia intende raggiungere obiettivi ambiziosi, riducendo il più possibile, nel prossimo decennio, la CO2 prodotta da combustibili fossili e gli altri gas clima-alteranti, incluso il metano e di voler raggiungere un’intesa globale per interrompere al più presto l’uso del carbone e bloccare il finanziamento di progetti di questo tipo. E’ proprio il caso di dire «bentornati Fridays».

24/09/2021

Alfonso Gianni

da il Manifesto

 

Confindustria/governo. Era già accaduto dieci anni fa, come ha ricordato Bonomi, quando “l’uomo della necessità”, secondo lo stesso capo di Confindustria, era presidente della Bce. Ma questa volta l’accoglienza a Draghi ha significato un salto di qualità nei rapporti fra Confindustria e governo. Non erano così caldi all’inizio

 

Non avendo un applausometro è difficile stabilire se la standing ovation che i 1170 invitati alla Assemblea nazionale della Confindustria hanno tributato a Mario Draghi, abbia superato o meno, per durata e intensità, gli applausi riservati ad altri presidenti del consiglio in occasioni passate. Come, per esempio, quelli che hanno accompagnato l’affermazione di Berlusconi nel 2017 al convegno dei giovani industriali a Capri, quando definì gli imprenditori “eroi”. Non è la prima volta che i partecipanti alle assisi confindustriali applaudono Draghi. Era già accaduto dieci anni fa, come ha ricordato Bonomi, quando “l’uomo della necessità”, secondo lo stesso capo di Confindustria, era presidente della Bce.

 

Ma questa volta l’accoglienza a Draghi ha significato un salto di qualità nei rapporti fra Confindustria e governo. Non erano così caldi all’inizio. L’associazione padronale aveva adottato una tattica più insidiosa, cercando di disarticolare la nuova maggioranza, ministero per ministero, quasi a costruirsi una propria interfaccia governativa. Risultò evidente quando gli strali confindustriali si concentrarono con successo sul timido tentativo del ministero del lavoro di prorogare il blocco dei licenziamenti. Il gioco diventò scoperto quando Confindustria riuscì a modificare il testo dell’”avviso comune” fra governo e sindacati al punto da toglierne qualsiasi efficacia.

 

Il fatto che l’ovazione nei confronti di Draghi sia partita prima ancora che il Presidente del Consiglio prendesse la parola mostra appunto che non si è trattato di un fatto emozionale, ma politicamente orchestrato.
Il discorso di Draghi si è limitato, nella sua prima parte, a riprendere elementi noti, cavalcando la corsa del Pil previsto al 6% a fine anno, ma con minore enfasi rispetto ad altri. Ha ricordato che si tratta di un rimbalzo dalla situazione molto grave (-8,9%) del 2020 e che per parlare di ripresa bisogna aspettare l’anno che viene, sapendo che “tra i dipendenti, tre quarti dei nuovi occupati” sono con contratto a termine e che “nel 2020, più di due milioni di famiglie erano ancora in condizione di povertà assoluta”. Ma “il rafforzamento dell’economia passa attraverso l’apertura dei mercati”, confermando un’impronta ordoliberista per cui l’intervento pubblico, non eccessivo, deve soprattutto accogliere le logiche private della profittabilità. Con conseguente esaltazione del ruolo delle imprese.

 

Ha certamente ragione Landini nel lamentare che su questioni cruciali il Presidente del Consiglio non abbia speso parola o quando lo ha fatto, di sfuggita, l’abbia fatto male. Sulla scottante questione delle multinazionali: silenzio. Sull’aumento delle bollette energetiche solo l’impegno ad eliminare per l’ultimo trimestre gli oneri di sistema. Parole di circostanza sulla transizione ecologica. Sul Mezzogiorno ci si accontenta del 40% degli investimenti e a un semplice cenno alle aree interne. Sulla riforma fiscale, il cui testo ancora non c’è, Draghi ha confermato che il governo non intende alzare le tasse, il che equivale a rassicurare sull’assenza di qualsiasi patrimoniale.

 

Ma il senso politico del suo discorso arriva alla fine. In cauda venenum. Draghi proclama l’esigenza di “una prospettiva economica condivisa” che subito identifica con quella di “patto sociale” lanciata da Bonomi. Il che raccoglie le perplessità di Landini nel dopo assemblea, visto che il “patto” non è sostanziato da proposte precise, e diversamente l’entusiasmo del segretario della Cisl fautore del ritorno della concertazione.

 

Per farlo Draghi rovescia letteralmente il senso della storia sociale e politica del paese. Per lui la ricostruzione post bellica era dovuta alle buone relazioni tra le parti sociali, cancellando le lotte durissime, i reparti confino, i corpi di operai e contadini lasciati inerti sul terreno dopo le cariche della polizia. Mentre considera la stagione che diede vita allo Statuto dei diritti dei lavoratori e alle uniche riforme che il paese ha conosciuto, come quella in cui “col finire degli anni ’60” avremmo assistito “alla totale distruzione delle relazioni industriali”. Il protagonista della ricostruzione di allora, il conflitto sociale e politico, non solo viene fatto sparire, ma colpevolizzato di un degrado sociale che, al contrario, ha tutt’altri tempi e cause. Invece levatrice di una nuova narrazione sarebbe “la virtù dell’impresa … di cui l’Italia andrà fiera”.

 

Quella virtù, come invece ben sappiamo, che è causa delle basse retribuzioni, della precarietà, del divario crescente Nord-Sud, dell’aumento della povertà, della insistenza di avere tutti al lavoro in piena pandemia, malgrado sia stata e tutt’ora venga ampiamente foraggiata dal denaro pubblico. Che distanza fra i Campi Bisenzio della Gkn e l’Eur della Confindustria. Realtà antagoniste. Nella seconda vincono Draghi e Bonomi. Nella prima no.

23/09/2021

 

Riproponiamo dal sito dell'associazione Attuare la Costituzione l'intervento del professor Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale.

 

 

 

La stampa odierna pone in risalto l’inizio delle assunzioni di ITA (Italia trasporto aereo) secondo una libera scelta del Presidente Altavilla e dell’Amministratore delegato Lazzerini senza rispettare lo statuto dei lavoratori e il contratto collettivo nazionale di lavoro.

 

Inoltre è stato annunciato che, a cose fatte, sarà emanato in modo autonomo dai dirigenti della S.p.A. ITA un regolamento aziendale dal quale risulterà la disciplina del rapporto di lavoro dei dipendenti assunti, in barba alle disposizioni legislative vigenti e soprattutto in palese contrasto con i principi e i diritti fondamentali della nostra Costituzione.

 

Si tratta di un atto esecrabile che ha tutti i connotati della prepotenza e della decisa volontà di violare i principi essenziali della democrazia.

 

Probabilmente Altavilla e Lazzerini si sentono forti della protezione dell’Unione europea e di Draghi in questo processo di distruzione totale del nostro trasporto aereo, evidenziato soprattutto dalla riduzione governativa del contributo iniziale da 3 miliardi a un miliardo e 300 milioni, in modo da creare una compagnia di piccole dimensioni appetibile da altre compagnie aeree. E si pensi che circa due anni fa Lufthansa si disse disponibile a comprare Alitalia solo limitatamente al personale di volo, escluso il personale di terra e della manutenzione, con la metà degli aerei e con un numero di dipendenti non superiore ai 3000, con contratti indipendenti dagli obblighi del contratto nazionale di lavoro. Esattamente quello che è stato fatto.

 

E si deve sottolineare in proposito che Mario Draghi, nel discorso di insediamento, pronunciò testualmente le seguenti parole “Sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi, dobbiamo spostarci gradualmente da un approccio generalizzato a misure di supporto più mirate, che distinguano tra imprese sostenibili e non sostenibili, non tutte le imprese in crisi dovrebbero ricevere supporto pubblico e le risorse non dovrebbero essere sprecate per aziende destinate al fallimento bensì mirare a favorire la “distruzione creatrice”“.

 

Cosa voglia dire distruzione creatrice è agevole capire: si tratta di eseguire la volontà dei mercati, di considerare i lavoratori (che pure si dice di voler proteggere) una pura merce e significa, soprattutto, violare i principi fondamentali della nostra Costituzione e disinteressarsi delle sorti del Popolo italiano, in modo da renderlo schiavo dei Paesi più potenti d’Europa.

 

Con queste premesse mantener ferma Alitalia e chiedere con forza la sua ritrasformazione in azienda di Stato, sottratta alle leggi di mercato e tenuta a svolgere un servizio pubblico essenziale da coprire con i costi dei biglietti in modo da avere sempre un pareggio di bilancio, diventa la linea del Piave sulla quale devono disporsi le forze attive del Popolo italiano, facendo ricorso al diritto di resistenza ad esso garantito dagli articoli 2, 40, 101, 118, comma 4 e 134 della nostra Costituzione.

 

In sostanza occorre una mobilitazione di tutti i lavoratori italiani che facciano ricorso alle norme costituzionali che li proteggono dagli errori governativi o legislativi, utilizzando lo sciopero generale, di cui all’articolo 40 della Costituzione, e il ricorso al giudice per la remissione delle leggi incostituzionale alla Corte costituzionale ai fini del loro annullamento, come previsto dagli citati articoli 101 e 134 della nostra Costituzione repubblicana e democratica.

 

Professor Paolo Maddalena

Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

Riccardo Chiari

da il Manifesto

 

Multinazionali e finanza. All'ennesima, irrituale richiesta della multinazionale di un incontro in un hotel, Rsu e sindacati replicano: "Disponibili ma in sede istituzionale. Ci convochi il Mise". In alto mare la pur pallida norma Todde-Orlando, che non piace a Palazzo Chigi e, per motivi opposti, all'assemblea di fabbrica. Che ha dato mandato agli avvocati e giuristi progressisti, dopo l'appello con i principi base, per elaborare un pdl anti-delocalizzazioni curato nei dettagli.

 

Ma cosa vogliono questi operai? A giudicare dall’ennesimo, irrituale incontro proposto da Gkn ai sindacati in un hotel di Firenze, la multinazionale sembra proprio non voler capire la portata, e le conseguenze, del decreto del giudice del lavoro sul caso della fabbrica di componentistica auto di Campi Bisenzio. Soprattutto nel metodo, vista la condanna per comportamento antisindacale, e il conseguente azzeramento della procedura di licenziamento collettivo per 500 tute blu. Di conseguenza la Rsu e i sindacati metalmeccanici hanno declinato l’invito. E la Fiom Cgil ha puntualizzato: “Siamo disponibili al confronto, ma in sede istituzionale, e chiediamo che sia il Mise a convocare gli incontri”.

 

Nel merito invece i vertici di Gkn, e il fondo finanziario Melrose che la controlla, continuano ad avere il coltello dalla parte del manico, vista l’assenza di norme (a partire da quelle comunitarie) che blocchino o penalizzino le delocalizzazioni interne all’Ue. Ben lo sanno gli operai in via Fratelli Cervi, che hanno festeggiato il momentaneo stop alle lettere di licenziamento ma subito hanno sintetizzato lo stato delle cose: “Abbiamo preso tempo, ma la partita è ancora da giocare. Noi andiamo da una parte, chiedendo di riavviare al più presto l’attività produttiva, e l’azienda dall’altra, visto che farà ricorso al decreto del giudice e ha già ribadito che lo stabilimento non riaprirà più. Per questo vogliamo una legge che intervenga sulle delocalizzazioni”.

 

Una posizione, quella dell’assemblea permanente Gkn, sposata anche da Maurizio Landini, ieri ad una iniziativa della Camera del lavoro di Lucca: “Dopo il giudice, adesso c’è bisogno di un intervento del governo, oltre che del territorio, perché bisogna evitare che l’azienda ribadisca che la sua strada è quella di chiudere, di andarsene”. Sul punto il segretario generale della Cgil insiste: “Abbiamo bisogno che il governo intervenga perché bisogna dare una prospettiva a quei lavoratori. E vanno anche fatti quei provvedimenti legislativi che possono favorire questo processo”.

 

Le notizie che arrivano dall’esecutivo “dei migliori” non sono però incoraggianti. Sul provvedimento anti-delocalizzazioni c’è stato un incontro fra i tecnici del ministero del lavoro e il consigliere economico di Mario Draghi, Francesco Giavazzi. E sia il prof bocconiano che lo stesso premier non appaiono intenzionati a seguire la, pur pallida, impostazione data dal ministro Orlando e dalla viceministra Todde.

 

Questo nonostante le pressioni delle forze politiche interne alla maggioranza. Eccetto la Lega del ministro Giorgetti, i cui silenzi stanno facendo disperare fra i tanti anche Rocco Palombella che guida la Uilm. Intervengono invece Francesco Laforgia di Leu (“Occorre una legge contro le delocalizzazioni selvagge”; e il leader del M5s, Giuseppe Conte, (“Adottare subito delle norme per favorire il salvataggio dei lavoratori, perché è l’unico modo per assicurare reale, effettiva continuità aziendale”. Anche il Pd, dopo le parole di Enrico Letta, trova compatto il “partitone” toscano, da Eugenio Giani a Simona Bonafè, nel ribadire il sostegno alle richieste operaie di una riapertura dello stabilimento.

 

Quanto alle opposizioni, Nicola Fratoianni di Sinistra italiana, che stasera è a Campi Bisenzio a una festa del partito, è chiaro: “Se ai lavoratori della Gkn fosse arrivato il licenziamento in forme più gentili, non cambiava la sostanza. Lo Stato deve tornare a svolgere una funzione, si chiama responsabilità della politica”. Analogo il ragionamento del Prc: “Si arrivi a una legge contro le delocalizzazioni seria e concreta”. Per evitare una lista di chiusure (Embraco, Gianetti, Whirlpool, Riello ecc) che si allunga di giorno in giorno.

 

Proprio su questo fronte, anche per rispondere all’interrogativo retorico di Andrea Calosi che guida la Fiom fiorentina (“Avremmo evitato i problemi con Gkn grazie a una multa del 2%?”), dopo l’appello (pubblicato qui sotto, ndr) degli avvocati e giuristi progressisti con i principi base di una legge anti-delocalizzazioni realmente efficace, gli stessi giuristi hanno avuto un secondo mandato dell’assemblea operaia, per approntare un progetto di legge curato nei particolari. Un pdl che il senatore Mantero di Pap si dice fin d’ora pronto a portare in Parlamento.
Nel mentre, da Birmingham, si rinnova il gemellaggio fra le tute blu inglesi di Gkn, anch’esse condannate al licenziamento l’anno prossimo, e quelle italiane: “We tried to transition to green jobs, but the bosses are closing our car factory down”, annota Frank Duffy del sindacato, denunciando l’ “offshoring” della multinazionale che affosserà ancor di più quel che resta dell’industria automobilistica britannica. Con l’appello “Back us don’t sack us”. Tornare indietro e non licenziare.

21/09/2021

Giulio Cavalli

da Left

 

l Tribunale del lavoro di Firenze ha accolto il ricorso della Fiom e ha revocato l'apertura dei licenziamenti collettivi. È una prima vittoria, ma che sia stato un giudice a ribadire alcuni diritti fondamentali dei lavoratori dà l'idea dell'assenza della politica e di una visione politica del mondo del lavoro

 

Intanto ci è arrivato il tribunale. Il Tribunale del Lavoro di Firenze ha revocato l’apertura dei licenziamenti collettivi dei 422 dipendenti della Gkn di Campi Bisenzio, la multinazionale controllata dal fondo finanziario Melrose. Il Tribunale certifica che l’azienda ha provato a scavalcare il sindacato tenendo all’oscuro i lavoratori delle reali intenzioni programmando una finta chiusura temporanea lo scorso 9 luglio adducendo inesistenti motivazioni legati alla produzione quando sapevano che i dipendenti non sarebbero più rientrati. Secondo il giudice la multinazionale ha violato l’articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori mettendo in atto comportamenti anti sindacali e perfino l’accordo del giugno 2020 tra le Rsu e l’azienda. Dopo la sentenza l’azienda ha comunicato di aver dato «immediata esecuzione» a quanto stabilito dal giudice revocando la procedura «senza che ciò possa considerarsi acquiescenza» e «con ogni più ampia riserva di impugnazione».

 

Addirittura, secondo la ricostruzione del tribunale, la decisione sarebbe stata presa l’8 luglio in un consiglio di amministrazione in cui si era deciso di delocalizzare la produzione di assi e semiassi (l’attività che si svolgeva nel sito fiorentino) in Polonia. Per il giudice, nel comunicare i licenziamenti collettivi con una email, il 9 luglio scorso, la Gkn è venuta meno al «democratico e costruttivo confronto che dovrebbe caratterizzare le posizioni delle parti». «Pur non essendo in discussione la discrezionalità dell’imprenditore rispetto alla decisione di cessare l’attività di impresa (espressione della libertà garantita dall’art. 41 Cost. ), nondimeno la scelta imprenditoriale deve essere attuata con modalità  rispettose dei principi di buona fede e correttezza contrattuale, nonché del ruolo e delle prerogative del sindacato», scrive il giudice del Lavoro di Firenze, Anita Maria Brigida Davia. Gkn «nel decidere l’immediata cessazione della produzione – si legge nel decreto –  ha contestualmente deciso di rifiutare la prestazione lavorativa dei 422 dipendenti (il cui rapporto di lavoro prosegue per legge fino alla chiusura della procedura di licenziamento collettivo), senza addurre una specifica ragione che imponesse o comunque rendesse opportuno il suddetto rifiuto, il che sicuramente contrario a buona fede e rende plausibile la volontà di limitare l’attività del sindacato». «Quanto al rispetto del ruolo del sindacato stesso – chiarisce il giudice – appare significativa la chiusura di 24 ore per “par collettivo” (permesso annuo retribuito), concordata con motivazione rivelatasi successivamente pretestuosa e artatamente programmata per il giorno successivo a quello fissato per decidere la cessazione di attività, in modo da poter comunicare la suddetta cessazione ai lavoratori e al sindacato con lo stabilimento già chiuso».

 

È una prima vittoria, certo, ma che sia stato un tribunale a ribadire alcuni diritti fondamentali dei lavoratori (grazie anche a quello Statuto dei lavoratori che molti vorrebbero smantellare) su un ricorso della Fiom dà l’idea dell’assenza della politica, di una visione politica del mondo del lavoro e di una chiara interpretazione del mondo. Enrico Letta ieri twittava: «Avevano ragione i lavoratori, avevano ragione i sindacati e avevamo ragione noi ad accusare la #GKN di aver violato ogni regola. Il Tribunale di Firenze l’ha sancito. Ora si fermino e si volti pagina». Benissimo certo ma per voltare pagina basterebbe che il partito di Letta (che sta al governo) decida di prendere in mano ad esempio il documento che proprio i lavoratori della Gkn con l’aiuto dei Giuristi democratici hanno scritto in otto punti per la stesura di una legge contro le delocalizzazioni. Un documento che parte dalla considerazione che «delocalizzare un’azienda in buona salute, trasferirne la produzione all’estero al solo scopo di aumentare il profitto degli azionisti, non costituisce libero esercizio dell’iniziativa economica privata, ma un atto in contrasto con il diritto al lavoro, tutelato dall’art. 4 della Costituzione».

 

Come scriveva ieri Deborah Lucchetti su Il Manifesto: «L’idea che la contesa si gioca sulle regole e sulla capacità dello Stato di tornare ad essere protagonista e regolatore dell’economia: la chiamata dei giuristi a scrivere la legge contro le delocalizzazioni selvagge davanti ai cancelli insieme agli operai, sovverte la prassi di un diritto sempre più ammorbidito, scritto per le imprese e il mercato sotto la pressione di migliaia di lobbisti, lontano dal dettato costituzionale e dal bene comune, secondo il fallimentare principio neoliberista dello Stato minimo in un mercato autoregolato».

 

In tutto questo tra l’altro, come fa notare Marta Fana, «il Fondo Melrose – i proprietari della Gkn- perde in meno di tre ore il 4,3%. A conferma che questi fondi non sono altro che entità finanziarie che speculano sulla morte dell’attività produttiva e sui licenziamenti di massa».

 

Per questo la lotta della Gkn riguarda tutti: si tratta di decidere che priorità dare ai diritti dei lavoratori, se davvero c’è la voglia di rimettere in equilibrio il lavoro inteso come diritto dei lavoratori e non solo fatturato e utili. Vale la pena leggere con attenzione il comunicato del collettivo di lavoratori del sito di Campi Bisenzio: «Ci dicono che abbiamo vinto il ricorso per condotta antisindacale. Vedremo le conseguenze pratiche. La palla ripassa ancora più pesante al governo. Non osate far ripartire quelle lettere. Cambiate la legge subito», scrivono i lavoratori su Facebook. «La mobilitazione continua perché non c’è salvezza fuori dalla mobilitazione. E perché ci sono trent’anni di attacchi al mondo del lavoro da cancellare. Stiamo imparando tante cose in questa lotta. Iniziamo anche a masticare qualcosa di finanza. E quindi, fossimo un azionista Plc Melrose, inizieremmo a pensare che forse i nostri soldi non sono proprio in buone mani. Inizieremmo a diversificare il portafoglio. È una semplice opinione, sia chiaro. Noi non siamo azionisti del resto. Siamo gli operai Gkn. E questo è quanto. Noi non giochiamo in Borsa. Facciamo semiassi. E insieme a tutti voi, noi #insorgiamo».

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