Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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16/04/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Dopo Greta Thunberg arriva la lettera sottoscritta da 100 Premi Nobel e tanti ex-capi di stato a Joe Biden che chiede quello che proponiamo da un anno insieme a centinaia di associazioni aderenti alla campagna “diritto alla cura/nessun profitto sulla pandemia”.


Come abbiamo denunciato da tempo gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e purtroppo l’Unione Europea stanno bloccando presso l’Organizzazione del Commercio la richiesta di più di 100 paesi di sospendere la validità dei brevetti per consentire la vaccinazione di tutta l’umanità.
Di fronta a una pandemia che ha già provocato milioni di morti non c’è sicurezza senza accesso per tutti i popoli al vaccino.
La sospensione dei brevetti – che è prevista in casi come questo – viene impedita dal veto delle potenze occidentali che hanno deciso di anteporre i profitti delle multinazionali di Big Pharma alla salute di miliardi di persone.


Purtroppo l’Italia è stata finora complice di questa politica disumana perchè in sede WTO-OMC la Commissione Europea parla a nome dei governi.
Solo sospendendo i brevetti sarà possibile produrre i vaccini a basso costo e per tutti i paesi.
Se non sarà vaccinata tutta l’umanità non saremo al sicuro neanche noi abitanti del nord ricco del pianeta perchè si riprodurranno continuamente nuove varianti.

 

Chiediamo al Presidente del Consiglio Draghi e al governo italiano di smetterla di essere complici di un crimine contro l’umanità e della scelta dell’Unione Europea e USA di garantire profitti a Big Pharma.
Un atteggiamento simile dei governo occidentali suscitò la rivolta di Nelson Mandela causò la morte di 10 milioni di persone in Africa per mancanza di farmaci contro l’Aids.

 

Invitiamo a firmare on line l’iniziativa europea dei cittadini Nessun profitto sulla pandemia: https://noprofitonpandemic.eu/it/

 

Tutti hanno diritto alla protezione dal covid 19.

 

15/04/2021

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale

Marco Consolo, Responsabile Area Esteri e pace

 

Salutiamo con gioia l’approvazione da parte del Senato della risoluzione che la senatrice Nugnes aveva presentato un anno fa raccogliendo la proposta di Rifondazione Comunista elaborata insieme all’associazione Italia Cuba.

 

Il nostro testo è stato rimaneggiato e edulcorato ma si tratta di un fatto molto importante perchè l’Italia si schiera per la fine del bloqueo.

 

Ci sembrava doveroso che l’Italia esprimesse ufficialmente riconoscenza per la solidarietà concreta che Cuba ha dimostrato inviando i medici della Brigata Henry Reeve nel nostro paese.

 

E’ positivo che in Senato nessuno se la sia sentita di difendere il blocco criminale che gli USA continuano a infliggere a Cuba anche in tempi di pandemia causando sofferenze enormi a un popolo che difende la propria indipendenza.

 

Ringraziamo le senatrici Nugnes, Fattori e De Petris che immediatamente recepirono la nostra proposta.

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Il comunicato dell’anno scorso con il testo originale della mozione:  

http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=42794

il testo approvato:

14.04.2021

da il Manifesto

Serena Console

 

Reazioni a catena. 1,25 milioni di tonnellate di liquido contaminato verranno sversate nell’Oceano. Prima verranno filtrate, rassicurano Tokyo e l'Aiea, con il plauso Usa. Ma Cina e Corea del sud insorgono: «Irresponsabili, non ci hanno consultati» E con i pescatori locali temono il peggio si schiera Greenpeace Japan

 

Nel settembre 2019 l’ex ministro dell’Ambiente giapponese, Yoshiaki Harada, aveva reso noto che la Tepco, l’operatore che gestisce la centrale di Fukushima, avrebbe valutato l’opzione di scaricare l’acqua contaminata del sito nucleare nell’Oceano Pacifico. A distanza di qualche anno e nonostante il cambio della premiership, ora con Yoshihide Suga, il progetto diventa concreto.

 

IL GOVERNO GIAPPONESE ha disposto lo scarico nell’Oceano Pacifico di oltre 1,25 milioni di tonnellate di acqua contaminata, conservata in più di mille serbatoi, e utilizzata per raffreddare il combustibile nucleare fuso nel reattore 1 della centrale di Fukushima Daiichi. Secondo il governo centrale, il lavoro inizierà tra circa due anni, mentre l’intero processo dovrebbe richiedere decenni. La conferma ufficiale è arrivata a dieci anni esatti dal disastro di Fukushima del marzo 2011, innescato da un forte terremoto e dal successivo tsunami.

 

L’amministrazione Suga ha fatto leva sulle tempistiche previste per l’inizio dell’operazione, per rassicurare la popolazione giapponese e i governi dei paesi vicini: il periodo sarebbe sufficiente a garantire il corretto processo di filtraggio e diluizione dell’acqua contaminata nel mare. Il governo di Tokyo, che tenta di porre fine alle critiche sulla portata ambientale della decisione, ha sottolineato la necessità della misura adottata. La Tepco, infatti, prevede che entro l’autunno 2022 le cisterne raggiungeranno la massima capacità consentita di 1,37 milioni di tonnellate, in base alle 140 tonnellate di acqua contaminata prodotta giornalmente per la manutenzione della centrale.
Ma prima di essere rilasciata in mare, l’acqua reflua sarà trattata attraverso un sistema di purificazione, l’ALPS, che rimuove la maggior parte del materiale radioattivo ad eccezione del trizio, un isotopo dell’idrogeno considerato poco pericoloso per l’organismo umano se assorbito in piccole quantità.

 

SECONDO IL PIANO DEL GOVERNO giapponese, il trizio sarà diluito con una concentrazione pari a 1.500 becquerel per litro, molto meno rispetto agli standard di sicurezza giapponesi (60mila Bq/litro) e a quelli previsti dall’Organizzazione mondiale della sanità (10mila Bq/litro). A promuovere la linea del premier Suga è l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che conferma come il processo per smaltire le acque reflue sia adottato anche dagli impianti nucleari di tutto il mondo.
Queste spiegazioni però non tranquillizzano l’opinione pubblica, che da anni nutre sfiducia verso le misure governative e le azioni controverse della Tepco.

 

La decisione conosce la ferma opposizione dei pescatori, che vedono annullati gli sforzi degli ultimi dieci anni per mettere nuovamente in piedi l’industria ittica locale: nonostante i finanziamenti promossi dal governo per garantire la sicurezza del pescato al largo della prefettura di Fukushima, i lavoratori del settore ritengono che ci sarà un irreparabile danno di immagine e un ulteriore calo del fatturato, già ridotto del 20% nell’ultimo decennio. Greenpeace Japan abbraccia le istanze dei pescatori e condanna con forza l’esecutivo guidato dal premier Suga, che «ha nuovamente deluso la gente di Fukushima».

 

Ma l’annuncio del governo giapponese ha suscitato l’irritazione anche dei paesi vicini, a cominciare da Cina e Corea del Sud. Pechino, preoccupata per la sicurezza pubblica e ambientale, ha definito «estremamente irresponsabile» il Giappone, che non ha consultato gli altri paesi stranieri. E non si escludono azioni che possano incrinare i rapporti diplomatici già compromessi tra Cina e Usa. Il Segretario di Stato Usa, Antony Blinken, non ha fatto mancare il plauso per la trasparenza del governo giapponese nella gestione del caso, mostrando comprensione per il piano adottato da Suga. Ma il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha auspicato l’imparzialità di Washington, «sempre attenta alle tematiche ambientali».

 

LA COREA DEL SUD, che si oppone fermamente alla scelta di Tokyo, ha convocato l’ambasciatore giapponese Koichi Aiboshi a Seul per presentare una protesta formale, mentre davanti alla sede diplomatica si è tenuta una manifestazione contro il governo di Suga.

13/04/2021

da il Manifesto

Andrea Capocci

 

Vaccini. La promessa di 500 mila somministrazioni al giorno entro il 20 aprile non è stata centrata, il generale scende a 315 mila, un ritmo già toccato la settimana scorsa. Eppure le dosi non mancano: nei frigoriferi ce ne sono 6 milioni. E infatti gli altri paesi europei corrono più di noi

Il numero dei nuovi casi positivi al coronavirus torna al di sotto delle diecimila unità. È un lunedì, dunque il calo è fisiologico. Ma se si confrontano i dati su base settimanale, negli ultimi sette giorni i nuovi casi sono calati del 25% rispetto a una settimana prima. Non è altrettanto positivo il dato sui decessi: nelle ultime 24 ore sono stati 358, ma la media dell’ultima settimana (469) è del 10% superiore ai 425 morti giornalieri dei sette giorni precedenti. Dopo 5 giorni consecutivi di calo, ieri i pazienti in terapia intensiva sono risaliti di 8 unità a quota 3593.

 

SI FA ATTENDERE ancora l’effetto delle vaccinazioni, che non procedono al ritmo sperato. Nemmeno questa settimana si prevedono decise accelerazioni, nonostante l’arrivo di nuove dosi. Lo si evince dagli obiettivi fissati dal commissario Figliuolo per la settimana 16-22 aprile e comunicati ieri dal generale. Che le dosi ci siano lo conferma lo stesso Commissario: «Sono oltre 4,2 milioni i vaccini che verranno complessivamente consegnati tra il 15 e il 22 di aprile alle strutture sanitarie delle Regioni», fa sapere. Si tratta di tre milioni di dosi del vaccino Pfizer, mezzo milione di AstraZeneca, 400 mila dosi di Moderna e anche le prime 180 mila dosi Johnson&Johnson.

 

«Per la settimana 16-22 aprile – prosegue Figliuolo – si stimano circa 315 mila somministrazioni giornaliere negli oltre 2.200 punti vaccinali in tutta Italia attivi».

 

NON C’È MOLTO da festeggiare: è quanto il generale aveva promesso per la fine di marzo. Non si tratta infatti di un’accelerazione, visto che già il 9 aprile si ne erano inoculate 316 mila dosi. È un’ammissione esplicita di un nuovo obiettivo mancato dal piano vaccinale: raggiungere la media di 500 mila vaccinazioni al giorno entro il 20 aprile.

 

Se la campagna procede a rilento, stavolta il governo non può dare la colpa alle case farmaceutiche, visto il numero di dosi in arrivo. Oltre alle consegne programmate, nei frigoriferi giacciono poi altri due milioni di dosi ancora da somministrare. Le dosi disponibili sono dunque oltre sei milioni.

 

La lentezza non si spiega nemmeno con la necessità di fare scorta di dosi per garantire i richiami: l’ultimo parere dell’Aifa permette di allungare il tempo tra le dosi dei vaccini a mRna fino a sei settimane. Né si può invocare la diffidenza della popolazione contro i vaccini, un tema probabilmente sopravvalutato: in Basilicata, dove non serve prenotazione per ricevere il vaccino AstraZeneca, le file di over 60 hanno iniziato a allungarsi già all’alba, con ore di anticipo rispetto agli orari di apertura.

 

LA PROVA CHE UN’ALTRA campagna vaccinale è possibile la forniscono gli altri stati europei. Pur ricevendo lo stesso numero di dosi dell’Italia, la Francia ha già superato le 500 mila vaccinazioni al giorno. La Spagna, che ne ha ricevute meno di noi, ha comunque toccato quota 450 mila. La Germania, con circa il 20% di dosi in più, ci ha letteralmente doppiato, con oltre 700 mila somministrazioni in 24 ore. Il rallentamento è dunque da imputare alle difficoltà organizzative, non benissimo per uno specialista di logistica come il generale: le vaccinazioni presso medici di base e farmacisti stando partendo a rilento e gli operatori non sono sufficienti. Solo ieri il bando per reclutare vaccinatori è stato allargato anche ai medici specializzandi.

 

ORA CHE SI PROCEDE solo in ordine di età rischiano di farne le spese le categorie più fragili e a rischio costrette in panchina. Oltre ai malati oncologici, vaccinati solo al 7,3%, attendono anche i detenuti e il personale penitenziario, rinchiusi in ambienti sovraffollati. Tra prigionieri e poliziotti, i positivi sono saliti a 1521. Vaccinare i detenuti però sarebbe «roba da matti» secondo un tweet di Salvini. Il “matto” sarebbe l’assessore alla sanità del Lazio Alessio D’Amato, che propone di usare il vaccino monodose Johnson&Johnson per mettere in sicurezza le prigioni nel giro di tre giorni.

 

A Salvini ha risposto il garante dei detenuti Mauro Palma: «Nessuno ha detto di somministrare le dosi ai soli detenuti ma di vaccinare presto l’intero mondo penitenziario, che prevede quindi anche e in primo luogo i lavoratori». Il tweet maldestro di Salvini colpisce tra l’altro una delle poche operazioni riuscite alla giunta leghista lombarda. In Lombardia, infatti, «è quasi finita la vaccinazione negli istituti penitenziari». L’operazione potrebbe essere estesa a livello nazionale con poco sforzo, secondo il Garante: «Parliamo di circa 80-90mila persone tra ristretti e reclusi e, dosi permettendo, si possono immunizzare in meno di una giornata».

12/02/2021

da Left

Giulio Cavalli

Sta facendo (per fortuna) molto rumore la storia di Malika, la ragazza di Castelfiorentino (Firenze) che nei giorni scorsi ha rilasciato la sua drammatica testimonianza a Fanpage.it in cui racconta di essere stata cacciata di casa, di essere stata umiliata e di essere minacciata di morte dalla sua famiglia dopo avere raccontato di essersi innamorata di una donna.

 

La storia ha tutti gli ingredienti della famosa “famiglia tradizionale” che si preoccupa molto più dell’orientamento sessuale dei propri figli che dei figli stessi. «Ti auguro un tumore», «Meglio una figlia drogata che lesbica», «Mi parli di altra gente? Son fortunati perché hanno figli normali, e solo noi s’ha uno schifo così», sono solo alcune delle frasi che la madre di Malika le ha rivolto con dei messaggi vocali. Il fratello da mesi – racconta Malika – la minaccia promettendole di tagliarle la gola. Lei è uscita con niente, solo quello che aveva addosso e da gennaio cerca di volta in volta una sistemazione di fortuna. Ha provato anche a ripresentarsi a casa della madre almeno per recuperare i suoi effetti personali ma la madre, di fronte agli agenti che accompagnavano la ragazza, l’ha addirittura disconosciuta.

 

Dopo l’uscita della notizia la mobilitazione è stata altissima: il sindaco della città si è subito attivato per aiutare la ragazza, molti cittadini si sono fatti avanti e Malika ha ricevuto anche qualche offerta di lavoro. Intanto la procura di Firenze, dopo 3 mesi e solo dopo l’enorme pubblicità che si è creata intorno all’evento, ha deciso di aprire un’inchiesta. La storia di Malika ha anche riacceso i fari sul Ddl Zan.

 

Insomma potrebbe sembrare una storia a lieto fine se non fosse che rimane addosso quella sensazione che c’è ogni volta che qualcosa si risolve dopo avere fatto rumore: quante Malika ci sono in giro? E la domanda giusta la pone proprio Malika intervistata da Fanpage quando dice: «Purtroppo ho dovuto sperimentare sulla mia pelle la lentezza della burocrazia italiana, che contribuisce a creare un clima di isolamento intorno a chi è vittima di odio omofobico, di bullismo, di stalking o di qualsiasi altro genere di violenza. Ho sporto denuncia contro i miei genitori il 18 gennaio 2021, ma fino a ieri l’altro non è stato fatto praticamente nulla di concreto. Ho dovuto ricorrere alla stampa per farmi sentire, sono felice che alla fine la mia richiesta di ascolto sia arrivata, ma mi chiedo: quante grida di aiuto si perdono nelle maglie della burocrazia italiana? Io ho dovuto urlare per vedere riconosciuto quello che è un mio diritto, se non l’avessi fatto sarei ancora invisibile».

Eccola, è questa la domanda.

11.04.2021

da il Manifesto

 

Caso Gregoretti. La procura: «Il fatto non sussiste e le sue scelte condivise dal governo»

 

Che la procura di Catania fosse da sempre contraria all’idea di processare Matteo Salvini per la vicenda Gregoretti si sapeva fin dall’inizio. Quindi ieri nell’aula bunker del carcere Bicocca del capoluogo etneo – dove si svolge l’udienza preliminare a carico del leader della Lega – non c’è nessuna sorpresa quando il pm Andrea Bonomo rinnova la richiesta di non luogo a procede nei confronti dell’ex ministro dell’Interno accusato di sequestro di persona per aver ritardato, nel luglio del 2019, lo sbarco di 131 migranti dalla nave della Guardia costiera italiana.

 

Per il magistrato, infatti, le scelte fatte da Salvini quando era ai vertici del Viminale furono «condivise dal governo» (Conte 1, ndr) e «non integrano gli estremi del reato di sequestro di persona perché il fatto non sussiste». Parole che Matteo Salvini ascolta con evidente soddisfazione. «Sentire la pubblica accusa dire che ho rispettato le norme italiane e internazionali, ho salvato vite, mi ripaga di mesi e mesi di amarezze. Torno dai miei figli tranquillo», dice una volta uscito dall’aula.

 

Siamo ormai alle ultime battute del procedimento. Per il 23 aprile sono previste le arringhe delle parti civili mentre la sentenza del gup Nunzio Sarpietro è attesa per il 14 maggio. Ieri Salvini ha voluto presentare una nuova memoria difensiva a integrazione di quella già consegnata lo scorso mese di settembre: 63 pagine nella quali l’ex ministro ha di nuovo ricostruito la sequenza degli avvenimenti accaduti a luglio del 2019 e chiesto il non luogo a procedere.

 

Da parte sua la procura ha sostanzialmente ribadito quanto sostenuto fin dall’inizio, vale adire che nel caso della nave Gregoretti «l’attesa di tre giorni non può considerarsi una illegittima privazione della libertà», visto che anche in seguito, una volta negli hotspot , per i migranti sono proseguite le limitazioni di movimento. E comunque ci sarebbe stata una condivisione da parte di tutto il governo della linea scelta dal Viminale: «Non che sia giusto e condivisibile – dice rivolto al gup – ma si può ritenere che l’ex ministro Salvini abbia violato le convenzioni internazionali? Si può definire illegittima la sua scelta di tardare il Pos (Place of safety, ndr)? A mio avviso no». Anche perché, è la conclusione del pm, «se vengono garantite le condizioni dei migranti a bordo» anche «una nave può essere considerata un Pos» cioè un porto sicuro.

 

Che le responsabilità del Viminale fossero condivise dall’intero governo Conte 1 è quanto sostenuto anche dall’avvocato Giulia Bongiorno, che difende il leader della Lega. «C’era un preciso orientamento politico di avviare lo sbarco dopo la redistribuzione i Europa», ha detto il legale. «Sono scelte politiche che possono piacere o non piace, ma sono insindacabili».

10.04.2021

da Il Manifesto

Alberto Negri

 

Medio Oriente . La realtà è che Stati uniti ed Europa nel Mediterraneo e in Medio Oriente hanno lasciato in questi anni un vuoto riempito dal “reis” turco e dalla Russia ma adesso ci vuole un «ritorno all’ordine», alla nuova guerra fredda decretata dalla coppia Biden-Blinken. E Draghi esegue

 

Draghi, in sintesi, dice che Erdogan è un dittatore che ci fa comodo: tradotto significa che gli facciamo fare quel che vuole fino a quando ci serve. Una pericolosa e irrealistica illusione, del premier ma anche Usa ed europea. Erdogan fa quello che vuole con il nostro consenso e indignarsi perché non rispetta i diritti umani o il galateo diplomatico è assai ipocrita. Gli Usa e gli europei speravano che il golpe fallito del 15 luglio 2016 lo sbalzasse dal potere: da allora il “reis” preferisce mettersi d’accordo con Putin piuttosto che con l’Occidente atlantico, che lo vorrebbe manovrare in funzione anti-russa ma alla fine lo detesta e lo ammansisce, magari sulla pelle degli altri.

 

Qualche esempio? Trump, con il ritiro delle truppe Usa dal Nord della Siria nell’ottobre 2019, lasciò che Ankara massacrasse i curdi siriani, nostri alleati contro l’Isis, usando i jihadisti terroristi e tagliagole. In Tripolitania, di fronte alla incapacità italiana a sostenere il governo Sarraj, siamo suoi ospiti e le milizie filo-turche fanno la guardia all’ambasciata italiana mentre i suoi militari si sono fatti fotografare sulle motovedette donate dall’Italia. I turchi hanno la memoria lunga: l’Italia conquistò la Libia nel 1911 sottraendola all’Impero ottomano e l’anno dopo si portò via anche il Dodecaneso. Erdogan, il neo-ottomano sgarbato, è uno che gli insulti se li lega al dito.

 

La realtà è che Stati uniti ed Europa nel Mediterraneo e in Medio Oriente hanno lasciato in questi anni un vuoto riempito dal “reis” turco e dalla Russia ma adesso ci vuole un «ritorno all’ordine», alla nuova guerra fredda decretata dalla coppia Biden-Blinken. E Draghi esegue.

 

La sostanza è questa: gli Usa non vogliono un nuovo accordo tra Erdogan e Putin che possa incoraggiare la Russia a restare in Cirenaica e magari aprire un’altra base militare nel Mediterraneo dopo quelle in Siria.

 

Si tratta di una manovra che fa parte di una strategia più ampia con cui Washington vuole mettere pressione a Mosca: dallo schieramento dei missili ipersonici in Europa al blocco del gasdotto Nord Stream 2 tra Russia e Germania, all’eventuale ingresso dell’Ucraina nella Nato. Biden, sta per nominare l’inviato speciale incaricato di bloccare il gasdotto Nord Stream 2: è il suo uomo di fiducia in Ucraina, Amos Hochstein, già nel consiglio del colosso energetico ucraino Naftogatra, un passato nell’esercito israeliano, che durante l’amministrazione Obama fece saltare il South Stream con Mosca (2 miliardi di commesse Saipem) e si adoperò per attivare il Tap, il gasdotto alternativo con l’Azerbaijan.

 

Erdogan si oppone a Putin in Siria, in Azerbaijan e in Libia ma si è anche messo d’accordo con il capo del Cremlino: compra il suo gas e le batterie anti-missile S-400 ed è incline a una spartizione in zone di influenza che irrita gli americani, soprattutto Antony Blinken che nel 2011 era un sostenitore dei raid contro Gheddafi e ora vorrebbe cacciare i mercenari russi asserragliati con il generale Haftar su una “Linea Maginot|” nella sabbia della Cirenaica. La non guerra e la non pace è la situazione la Russia gestisce meglio, dal Medio Oriente al Caucaso, finché non si rompono gli equilibri.

 

Draghi, l’atlantista buono, ha orecchiato sul manuale Biden-Blinken che bisogna bacchettare Erdogan, l’atlantista ribelle, e ha fatto la sua uscita, un po’ alla carlona, durante una conferenza stampa. Fa parte di un’offensiva diplomatica che ha portato il premier a Tripoli- grazie ad Erdogan – nello stesso giorno in cui arrivava il greco Mitsotakis: mai si erano visti in Libia due capi di governo europei in un solo giorno – la stampa italiana non ha dato l’evento per non sminuire il «primato» italico nell’ex colonia. Poi subito dopo c’è stata la missione von der Leyen-Michel ad Ankara.

 

La crisi di poltrone e sofà, grave se fosse uno sgarbo e una offesa voluta al ruolo di rappresentanza delle donne in politica, non a caso esplode ora dentro l’Ue, sia per le priorità dei ruoli sia perché davvero il protocollo dell’incontro era stato approvato dalle due parti. Ma lo sgarbo ha oscurato il vero problema. La Turchia non ha nessuna intenzione di cedere su quattro dossier: i profughi, le frontiere marittime del Mediterraneo orientale, la Libia e i diritti umani. Erdogan fa valere la sua vittoria militare in Libia a Sarraj che aveva il generale Haftar e i russi alle porte di casa.

 

Il via libera a Erdogan è venuto da noi, come del resto in Siria quando fece passare 40mila jihadisti per combattere Assad: era questo che volevano gli Usa, «guidare da dietro» la caduta del regime di Damasco. Per questo si è preso in casa tre milioni di profughi, incassa miliardi da Bruxelles e ricatta gli europei sulla rotta balcanica, dove camminano alla disperata tante donne migranti senza sedia e senza speranza. Ma noi paghiamo il dittatore per tenerle lontane.

 

La Germania lo sa perfettamente e quindi impone soltanto sanzioni europee «cosmetiche» per le violazioni di Erdogan delle «zone economiche esclusive» del gas offshore di Grecia e Cipro, dove hanno interessi la Total francese, l’Eni italiana, le compagnie americane e Israele.

 

I «dittatori fanno comodo» anche per tacere: Draghi nel suo discorso d’insediamento non ha detto una parola su al-Sisi, Regeni e Zaki. Si capisce bene allora che una sedia non è solo una questione di arredamento diplomatico ma rappresenta cosa si muove davvero dietro la pace e la guerra nel Mediterraneo: una spasmodica lotta di potenze e una nuova guerra fredda, dove l’Italia ha il solito ruolo di penisola portaerei americana. E non basta dire che Erdogan “è un dittatore che ci fa comodo”.

09/04/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Ci sono alcune novità dopo la conferenza stampa di ieri di Mario Draghi. Draghi, l’abbiamo capito bene, è uno con la stoffa democristiana, uno che le conferenze stampa le sa gestire provando ad accontentare tutti ma soprattutto stando attento a non scontentare nessuno, rimanendo sempre in bilico su quell’area di grigio che può essere scambiata per meritevole equilibrio oppure per inutile furbizia. Ognuno si costruirà la sua opinione, ognuno gli concederà la sua porzione di stima.

 

Draghi ha seppellito Salvini. E ha fatto bene, una volta per tutte: dire «ho voluto io Speranza nel governo e ne ho molta stima» significa togliere una volte per tutte dalle mani di Salvini e compagnia cantante la vecchia scusa di essere con Draghi ma contro Speranza, di fare opposizione a un pezzo del governo continuando a restare nel governo. Non sarà facile ora per il leader leghista raccontarlo ai suoi. Ci sarà da ridere e fa piacere che un presidente del Consiglio (ancora una volta) metta Salvini di fronte alla sua patetica doppia faccia.

 

Draghi durissimo su Erdogan: «Con questi dittatori, di cui però si ha bisogno per collaborare, bisogna essere franchi per affermare la propria posizione ma anche pronti a cooperare per gli interessi del proprio Paese, bisogna trovare l’equilibrio giusto». Chiamare un dittatore “dittatore” è sempre una bella notizia, cooperare con un dittatore rientra in quella realpolitik che può piacere o meno.

 

Ma se qualcuno è felice per la stoccata al sultano turco, allora dovrebbe ascoltare però le giustificazioni piuttosto flebili sulla Libia. Perché Draghi ha parlato di corridoi umanitari che non esistono, al di là di qualche sparuta persona e perché ha parlato di “superamento dei centri di detenzione libici” che sono proprio quel “salvataggio” per cui aveva ringraziato la Libia. No, proprio no. Non ci siamo.

 

Quindi un colpo di qua e un colpo di là. Non accontentare nessuno e non scontentare tutti. Come gli equilibristi, quelli che ti stupiscono per i primi metri sulla corda e poi annoiano tantissimo, e riescono a essere pericolosi per sé e per gli altri.

08/04/2021

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

Decreto Sostegni. Il segretario Cgil: allungare il blocco da giugno a tutto ottobre, l’emergenza non è finita. In audizione al senato stoccata al governo sul condono: serve lotta all’evasione e una riforma fiscale

Il blocco dei licenziamenti va allungato e nel frattempo serve «un piano straordinario del lavoro». Maurizio Landini in audizione al senato sul decreto Sostegni bacchetta il governo Draghi e lancia una proposta per battere gli effetti della pandemia sull’occupazione.

 

Per il segretario generale della Cgil la situazione è ancora troppo grave per consentire altre scelte: il blocco dei licenziamenti – che proprio il decreto Sostengi allunga da fine marzo al 30 giugno – va portato fino al 31 ottobre. «È importante – ha detto Landini in video collegamento con il senato –. Siamo ancora in piena emergenza».

 

NEL CORSO DELL’AUDIZIONE il leader della Cgil ha anche ricordato che è aperto il confronto sulla riforma degli ammortizzatori e, dunque, «avere questo periodo che evita di aprire la strada dei licenziamenti – ha detto – credo sia un tema importante». Il decreto Sostegni, ha poi riconosciuto, è un «fatto nuovo e importante», anche se è necessaria «una strategia più generale che affronti un piano straordinario per l’occupazione sia nel settore privato che in quello pubblico».

 

I sindacati, dunque, pur sottolineando l’importanza del provvedimento da 32 miliardi, tornano in pressing, chiedendo modifiche durante l’iter parlamentare. «Pur apprezzando gli sforzi fatti, continuiamo a ritenere che la data del 30 giugno per lo sblocco dei licenziamenti sia troppo vicina – ha affermato Ignazio Ganga – la distinzione, presente nel decreto, tra datori di lavoro rientranti nel perimetro della cassa integrazione ordinaria (cigo) e cassa integrazione in deroga – rileva la Cisl – non trova riscontro nella situazione reale ancora molto grave sotto i profili sanitario ed economico-sociale, una situazione che non vede settore economico nel Paese che non sia direttamente o indirettamente colpito dagli effetti del virus». Per questo «rinnoviamo la richiesta di prorogare il blocco dei licenziamenti per tutti», prolungando in parallelo la cassa integrazione Covid, «fino a quando sarà terminata la campagna vaccinale e l’emergenza sanitaria», insiste il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra. l licenziamenti «vanno bloccati fino alla fine della pandemia», rimarca Proietti.

 

LANDINI NON HA POI PERSO occasione per parlare anche della vertenza Alitalia: «Non è accettabile che perdiamo una nostra compagnia così importante e che si subiscano una serie di diktat dall’Europa, che non ha lo stesso comportamento con tutti, come si vede per Air France», facendo riferimento al salvataggio della compagnia francese avallato dalla commissione europea. Il sindacato, proprio per questo, sta «chiedendo la convocazione al governo delle parti sociali per evitare una situazione di non ritorno e drammatica per i posti di lavoro e la capacità industriale, turistica e produttiva del nostro paese».

 

Infine un giudizio negativo sul condono fiscale che «non ci convince». Esiste il problema del cosiddetto «magazzino» – l’arretrato di cartelle esattoriali che lo stato difficilmente riuscirà a smaltire – , ha detto «ma un conto è cancellare ciò che è realmente irrecuperabile, altro è arrivare a forme che assumono carattere di condono fiscale». «Lotta all’evasione fiscale e una vera e propria riforma del fisco sono l’esigenza che poniamo, il tema che deve essere aperto – ha concluso -. Non può essere che chi paga le tasse debba sentirsi un cittadino si serie B o poco furbo. C’è la necessità di un intervento strutturato di riforma».

 

POSIZIONI CONDIVISE DA CISL e Uil che sono state audite, sebbene con i soli segretari nazionali e non generali. Per Ignazio Ganga, Cisl, è «necessario sedersi a un tavolo per la riforma fiscale e quindi – ha aggiunto – siamo contrari a un condono». E Domenico Proietti della Uil chiede «preliminarmente di stralciare dal decreto tutto quello che riguarda la rottamazione delle cartelle»: in primo luogo perché «è una vergogna e uno schiaffo in faccia ai lavoratori dipendenti, ai pensionati e alle imprese che fanno il loro dovere con il fisco. La seconda ragione è che non è coerente alle finalità del decreto che vuole sostenere le politiche attive. Chiediamo al Parlamento un atto preciso: stralciare la norma». Proietti si è detto a favore di una «riforma fiscale per la trasparenza e l’equità». E ha chiesto di «mantenere nella sua attuale forma il cashback (contestato da Fratelli d’Italia e da buona parte della destra, ndr) perché – ha detto – come dimostrano i dati dell’Agenzia delle entrate, ogni euro investito nella lotta all’evasione produce 4 euro».

Tommaso Di Francesco

 

Libia. Diciamolo francamente, le parole del presidente del consiglio Mario Draghi in missione d’affari a Tripoli da Dabaiba, l’ultimo leader tripolino da noi accreditato dopo lo sponsorizzato al-Sarraj, rappresentano insieme una menzogna ed una offesa

 

«Sul piano dell’immigrazione noi esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa nei salvataggi e nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia…». Diciamolo francamente, le parole del presidente del consiglio Mario Draghi in missione d’affari a Tripoli da Dabaiba, l’ultimo leader tripolino da noi accreditato dopo lo sponsorizzato al-Sarraj, rappresentano insieme una menzogna ed una offesa.

 

Una menzogna – con pure una sua spolverata umanitaria sui «corridoi» che purtroppo restano iniziativa marginale – perché, ed è impossibile che non ne sia informato, i governi che lo hanno preceduto – Renzi, Gentiloni, Conte 1, Conte 2, unica eccezione Enrico Letta che attivò la missione della Marina militare Mare Nostrum per salvarli davvero i migranti – si sono caratterizzati per avere delegato alle sedicenti autorità libiche e alle loro milizie, volta a volta ammantate da divise ufficiali, la gestione sia del controllo dei migranti a terra che del blocco, whatever it takes, delle loro disperate partenze. Di questo siamo soddisfatti? La nostra delega ha costituito infatti la legittimazione di una aperta violazione dei diritti umani, perché l’area della Tripolitania e non solo si è trasformata – in piena e prolungata guerra civile intestina tra clan contrapposti dopo la caduta di Gheddafi ad opera della Nato – in un immenso campo di concentramento, dove i migranti sono stati catturati come prede, raccolti come merce di scambio.

 

Spesso barbaramente torturati e sottoposti a violenze di ogni genere. Parliamo di una migrazione inarrestabile che arriva dalla poverissima – ma ricchissima di materie prime – Africa dell’interno, dove le crisi politiche e le guerre si moltiplicano e spesso vedono coinvolti proprio gli interessi europei e occidentali. Fuggono dalla miseria e dai conflitti armati che contribuiamo ad alimentare con il traffico di armi e la corruzione di tanti governi in carica. Nell’imbuto libico, attraversando i deserti, devono essere fermati, non debbono arrivare nella Fortezza Europa. Il misfatto deve essere tenuto lontano.

 

Iinfatti abbiamo inventato l’esternalizzazione delle frontiere dell’Europa: arrivano fino al Sahel, al Mali, al Niger, al Ciad. Fino dove arrivano i nostri affari. Lì portiamo avanti con missioni militari e occupazioni, con interventi «mirati» alimentando nuovi nemici, nuovi conflitti e radicalità che ormai dappertutto in Africa vestono i panni dell’integralismo islamico, il nemico propizio del circolo vizioso della nostra «civiltà»: più armi più guerre, più guerre più asimmetrico terrorismo di ritorno, più macerie più profughi, più profughi più campi di concentramento e più razzismo populista, più conflitti, più distruzioni più affari per le ricostruzioni…

 

Ma le parole di ringraziamento di Draghi suonano anche come offesa a quanti hanno denunciato la gestione criminale in tutti questi anni della questione dei migranti: parliamo dell’Oim, dell’Alto Commissariato per i Diritti umani delle Nazioni unite (Unhcr), che hanno più volte denunciato la dichiarazione cara prima al democratico neo-coloniale Minniti poi al razzista Salvini, che la Libia era «un posto sicuro», documentando le sevizie e la prigionia alle quali sono stati sottoposti – senza dimenticare i tanti reportage del giornalismo d’inchiesta non embedded; una offesa alle Ong di soccorso a mare che, incuranti della prepotenza dei governanti che hanno voluto e vogliono la loro criminalizzazione, hanno rischiato sottraendo ogni essere umano dalle mani delle milizie costiero-carcerarie. Ma soprattutto è una offesa ai tanti morti delle stragi nel Mediterraneo dove, nella sostanziale amministrazione della «teoria e pratica dei porti chiusi» l’Unione europea e l’Italia nel rimpallo di responsabilità nei soccorsi e nel salvataggio, sono stati a guardare che si estendesse il vasto cimitero mediterraneo, con una strage di affogati dietro l’altra.

 

Dal 2011 a oggi i morti nel Mediterraneo sono 25 mila, secondo i dati Oim e Unhcr-Onu. E dal 2017 a oggi, cioè dalla firma del memorandum di Minniti, oltre 55 mila persone sono state riportate indietro dalla guardia costiera libica, ossia sono respingimenti per procura – l’Italia o l’Ue non potrebbero farlo ma lo abbiano fatto fare ai libici, pagandoli profumatamente. Senza contare le vittime cadute negli attraversamenti dei deserti.
Draghi però non si muove certo in solitudine. Fatto significativo, nelle stesse ore della sua missione a Tripoli con Di Maio, i rappresentanti dell’Europa Charles Michel e von Der Leyen sono stati ospiti di Erdogan in Turchia. Viaggio d’affari anche lì, quindi con il dare e l’avere: riallacciare i rapporti con il Sultano atlantico perché continui nell’opera di contenimento delle rotte dei profughi in fuga da tre guerre: irachena, afghana e soprattutto dall’inferno della Siria. Dove Erdogan – che cancella in patria i diritti umani – ha fatto di tutto: è entrato in guerra, ha massacrato i curdi, ha gestito il flusso di jihadisti trafficando con loro in petrolio e armi – come hanno denunciato giornalisti indipendenti finiti in galera o in esilio – , diventandone il santuario. E questo su istigazione della coalizione degli Amici della Siria (Usa, Arabia saudita, Paesi europei) nell’intento di destabilizzare la Siria com’era riuscito in Libia. Il risultato è un paese di milioni di esseri umani in macerie. Ora l’Europa, così attenta ai diritti umani altrui, chiede offrendo miliardi di euro, che la Turchia continui a trasformare parte del suo territorio a partire dalle sue frontiere in un immenso sistema concentrazionario.

 

Così Draghi fa la sua parte sull’altra sponda del Mediterraneo. Sa poco di Libia, forse, ma sa di affari e finanza: al primo posto nuovo import export energetico e business della ricostruzione. Lo scambio vale dunque la consegna della medaglia al «salvataggio» alle milizie libiche che a giorni anche il «parlamento» italiano, vale a dire questa mega-coalizione di governo con la finta opposizione dell’estrema destra di Fd’I, sta per ri-approvare. E ora Draghi, contento e soddisfatto, elogia la Libia per le catture delle prede umane.

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