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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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06.04.2018

da il Fatto quotidiano

 

 

G8 di Genova, 28 tra medici, poliziotti e carabinieri condannati a pagare 6 milioni di danni allo Stato.

 

La Corte dei Conti di Genova ha stabilito che devono rifondere i soldi pagati a chi subì gli abusi nella caserma di Bolzaneto. Tra i condannati anche Alfonso Sabella, all’epoca capo dell’Ispettorato del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nonostante la sua posizione fosse stata archiviata. I pm avevano chiesto che a questa cifra si aggiungesse anche il danno di immagine

Dovranno restituire allo Stato 6 milioni di euro per i danni causati in seguito ai risarcimenti pagati a chi subì gli abusi nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001. Lo hanno stabilito i giudici della Corte dei conti di Genova che hanno condannato 28 persone, tra personale medico-sanitario, appartenenti della polizia, carabinieri e polizia penitenziaria. La procura, a vario titolo, aveva chiesto un risarcimento di 7 milioni di euro per i ristori pagati alle parti offese in sede penale e le spese legali e altri 5 milioni per il danno di immagine.

Tra i condannati, come anticipato nell’edizione locale di Repubblica, anche Alfonso Sabella, all’epoca dei fatti capo dell’Ispettorato del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e il generale Oronzo Doria, ex capo area della Liguria degli agenti di polizia penitenziaria. Per la procura contabile, nonostante la posizione di Sabella fosse stata archiviata, vista la sua elevata posizione ricoperta nell’amministrazione penitenziaria, avrebbe dovuto controllare e vigilare affinché non avvenissero violenze e comportamenti scorretti. Stesse argomentazioni anche per il generale Oronzo Doria, assolto dalle accuse.

 

Per il pm, oltre al danno patrimoniale, si doveva aggiungere anche il danno all’immagine dello Stato e delle varie amministrazioni, quantificato in 5 milioni di euro: gli episodi di violenza avvenuti a Bolzaneto “hanno determinato un danno d’immagine che forse non ha pari nella storia della Repubblica”.

Rachele Gonnelli

 

Anticipazioni sulle licenze di vendita di armi 2017 del ministro Azzarello ma senza relazione alle Camere. Vendite per oltre 10 miliardi incluso il Golfo. Riarmo in vista e solo 150 mila addetti, compreso l'indotto

 

 

Appena entrato in carica il nuovo Parlamento è già stato scavalcato, ignorato quale organo sovrano su un settore che dire strategico è dire poco: il controllo sull’export delle armi e dei sistemi militari.

 

Se ne sono accorte le organizzazioni che da quasi tre decenni sorvegliano l’attuazione della legge 185 sul rilascio delle licenze di esportazioni di armamenti: Amnesty international, Oxfam, Rete della Pace, Rete per il Disarmo, Movimento dei focolari e Fondazione Finanza Etica.

 

Hanno scoperto che il ministro plenipotenziario Francesco Azzarello, direttore dell’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama) soltanto tre giorni fa, come una sorpresa da uovo di Pasqua, ha rilasciato una intervista all’agenzia Ansa fornendo anticipazioni “pesanti” sulle vendite di armi all’estero nell’anno appena trascorso.

 

Anticipazioni ancorate a «una serie di considerazioni anche di tipo politico prima dell’invio al Parlamento della relazione prevista dalla legge 185», denunciano le associazioni pacifiste, che parlano di «grave sgarbo istituzionale».

 

I DATI DIFFUSI con questa curiosa anteprima parlano chiaro: le autorizzazioni all’export armiero per il 2017 ammontano a 10, 3 miliardi di euro, quindi si attestano per il secondo anno di fila sopra la soglia dei 10 miliardi, anche se il dato complessivo, pari a 14,9 miliardi di commesse autorizzate è in calo del 31% sul 2016. E il bilancio dell’anno scorso resta, per esplicita e soddisfatta sottolineatura del ministro Azzarello “il secondo valore più alto di sempre”. Ciò che ha fatto la differenza due anni fa è stata la grossa partita dei 28 Eurofighter venduti al Kuwait per 7,3 miliardi ma la componente di export direzionata verso i Paesi del Golfo, e quindi verso i sanguinosi conflitti mediorientali, continuano a costituire la fetta più grossa della torta. Nel 2017 c’è infatti da considerare la partita del valore di 3,8 miliardi per navi e missili venduti al Qatar.

 

QUANTO ALLE BOMBE sfornate dagli stabilimenti sardi della Rwm Italia , per essere utilizzate – come ha denunciato anche l’Onu – dall’Arabia saudita nella strage di civili in Yemen, nell’anno appena trascorso e probabilmente proprio per merito delle denunce delle associazioni pacifiste e delle organizzazioni internazionali, le licenze sono passate da 486 milioni del 2016 a 68 milioni del 2017.

 

Nel frattempo il tradizionale mercato di sbocco delle industrie armiere italiane, in primis Leonardo-Finmeccanica e Fincantierima anche tutta una serie di aziende medio-piccole, cresciute di numero da 124 a 136 in un solo anno, che spesso producono in joint venture con imprese straniere in modo da aggirare leggi e limitazioni – cioè il mercato costituito dagli altri paesi della Ue e Nato – ha recentemente subito una contrazione. Ma a ben vedere si tratta di una impasse temporanea, destinata a essere soppiantata da un trend d’incremento.

 

L’avvisaglia viene proprio in queste ore dal Cile, dove – al salone International Air & Space Fair ancora in corso Leonardo ha appena siglato un contratto con il ministero della Difesa britannico per la fornitura di una suite di protezione elettronica per ammodernare la flotta di elicotteri da combattimento, una cinquantina in tutto, Apache della Raf.

 

L’ORIZZONTE DELLA BREXIT non frena affatto la compartecipazione tecnologica tra Leonardo, Thales, Bae Systems e la statunitense Boing per quanto riguarda radar, sensori e apparecchiatura da guerra. Al contrario l’Europa, che già oggi è la seconda potenza al mondo per spesa in armamenti, nel prossimo futuro si riarmerà sempre di più.

 

Come denuncia un report del sito Sbilanciamoci.info con il nuovo strumento di cooperazione rafforzata per la creazione di una difesa comune europea – Permanent structure cooperation, in sigla PeSCo – è lecito prevedere, invece che un risparmio per la razionalizzazione dei costi degli eserciti nazionali, in realtà una esplosione delle spese per sistemi d’arma iper tecnologici.

 

Da quanto il Pesco è stato varato da 25 paesi Ue, in sordina, nel dicembre 2017 la spesa dei paesi europei per le armi è già aumentata e a partire dal 2020 si prevede uno stanziamento di 5,5 miliardi tra fondi europei e nazionali destinati all’acquisto di sistemi di difesa e per la ricerca, con la possibilità che questi soldi vengano anche svincolati dal conteggio dei deficit di spesa pubblica.

 

IN ITALIA IL BUSINESS bellico, a detta dello stesso Azzarello, rappresenta lo 0,9% del Pil e dà lavoro, incluso l’indotto, ad appena 150 mila persone.

 

Ed è bene ricordare che, a fronte di tutti questi miliardi spesi, il moltiplicatore della spesa militare – come ricorda il centro studi Rosa Luxemburg , è assai più basso di quello di servizi pubblici e manutenzione del territorio e beni comuni.

 

05.04.2018

da Repubblica

 

 Grave incidente sul lavoro stamattina a Crotone. Un vecchio muro di contenimento in cemento armato è crollato in un cantiere edile, investendo alcuni operai. Il bilancio attuale è di due morti e un ferito grave. Il cantiere si trova lungo in viale Magna Grecia, il lungomare che porta alla zona archeologica di Capo Colonna. 

Arrivati sul posto, i vigili del fuoco hanno estratto dalle macerie il terzo operaio, M.D.M., un italiano di 56 anni. È stato subito trasportato all'ospedale San Giovanni di Dio di Crotone. Le sue condizioni, da quanto si apprende, sono gravi: ha una frattura al bacino e ha subito la rottura della vescica. Niente da fare per i suoi due colleghi, morti sul colpo: si tratta di Giuseppe Greco, un 51enne di Isola Capo Rizzuto, e di Kiriac Dragos Petru, un romeno di 35 anni, residente a Rocca di Neto. 

I compagni di Rifondazione dichiarano che non è giusto  dover morire per lavorare , alle famiglie e agli amici delle vittime va il nostro pensiero.

04.04.2018

 

TRA CANTI E MUSICA SI CELEBRA (IN ANTICIPO) L’ENNESIMA DEVASTAZIONE AMBIENTALE

DEL TERRITORIO

 

La Società Sorgenia Spa vuole costruire una nuova centrale geotermica binaria da 5MW a Saragiolo, con un progetto che prevede la perforazione di nuovi pozzi geotermici (da 10 a 17) a valle di Saragiolo, Bagnolo e Marroneto: un’operazione devastante in zone già dichiarate a rischio frane. Come si fa a conquistare la benevolenza delle popolazioni per questo nuovo scempio ambientale?

 

Semplice: basta sponsorizzare sagre, feste ed iniziative culturali con la tecnica del Greenwashing geotermico, (strategia di comunicazione di certe imprese finalizzata a costruire un'immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell'impatto ambientale, allo scopo di distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dagli effetti negativi prodotti dalle proprie attività), cosa in cui è maestra l’Enel.

 

E’ ovvio che per fare ciò è necessaria la disponibilità delle istituzioni locali ma anche questo non è un problema: con la enorme quantità di incentivi, (che rappresentano dal 20 al 25% delle bollette pagate dei cittadini), si possono dare agli enti locali affamati di risorse qualche compensazione ambientale e una piscina geotermica.

 

Sorgenia ha imparato bene la lezione Enel e, ancor prima di avere realizzato la centrale, è già partita con la sponsorizzazione di Canta Fiora (Festival di musica popolare dal 27 aprile al 1 maggio a Santa Fiora).

 

Anche gli artisti devono vivere, però un problema etico se lo dovrebbero porre: ha senso farsi finanziare da società che fanno della devastazione ambientale la loro ragione di profitto?

 

Si canta e si balla mentre si devasta l’ambiente.

 

Basta con la colonizzazione dell’Amiata da parte delle multinazionali dell’energia.

 

Rifondazione Comunista per Potere al Popolo

“Circolo Raniero Amarugi” Santa Fiora

 

 

03.04.2018

Milano

 

È successo di nuovo!
Stamattina alle 9 circa abbiamo trovato la nostra sede devastata, di nuovo. Non sappiamo ad opera di chi... si fa per dire. Ma certe sono le migliaia di euro di danni, le porte divelte, la finestra rotta, gli armadi danneggiati pesantemente, i documenti, a lungo riordinati, buttati all’aria.


Per noi si tratta di un fatto molto grave, nonostante l’allarme, questi “ignoti” si sono introdotti dall’atrio, costeggiando le aree allarmate e portando via “poco” rispetto al danno. 
Visto il clima d’odio, violenza che si va fomentando e vista la vicinanza con il 25 Aprile, festa della Liberazione dal Fascismo e dal Nazismo, non ci stupisce questo atto vile e pusillanime. Siamo, purtroppo, abituati a questi codardi senza volto, persone prive di umanità al punto da prendersela con una realtà, come la nostra, che si sostiene sul solo impegno di volontari.


Ci è di nuovo impossibile stabilire una matrice, non siamo ancora stati forniti delle telecamere di sorveglianza e non sono stati trovati simboli che permettano di attribuire il gesto. 
La nostra voglia di fare non manca e non mancherà così come sappiamo di poter contare sulla solidarietà di tante e tanti e delle istituzioni tutte. Ma ora per continuare serve un cambio di passo, è una questione di principio. Il 2 Aprile deve essere l’ultimo giorno che un tale scempio succede!
A tutti voi che leggerete, condividerete, diciamo grazie. Molto presto organizzeremo un momento collettivo per vederci in faccia e decidere le prossime mosse.


Restate sintonizzati
Il Consiglio Direttivo

Istituto Pedagogico della Resistenza

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01.04.2018

da Repubblica

 

L'azienda interessata è la Ecb Company. Sul posto sono al lavoro una decina di vigili del fuoco del distaccamento di Treviglio e di Dalmine, personale del 118 e carabinieri

 

Due persone sono morte questa mattina a causa di una esplosione verificatasi in un'azienda di mangimi a Treviglio, nel Bergamasco. Sul posto sono al lavoro una decina di vigili del fuoco del distaccamento di Treviglio e di Dalmine, personale del 118 e carabinieri della locale Compagnia e stazione. L'azienda interessata è la Ecb Company, in via Caldenzano. Sebbene non si abbia notizia di altre persone coinvolte nell'incidente, al momento il bilancio viene dato come provvisorio.

 

Dalle prime informazioni, ad esplodere è stata un'autoclave dove vengono effettuate operazioni di bollitura ed essiccazione di materiale organico destinato poi alla produzione di mangime per allevamento. I vigili del fuoco stanno provvedendo al raffreddamento dell'impianto e del'area interessata, in modo da poter poi operare in condizioni di sicurezza. All'interno del plesso al momento possono accedere soltanto i vigili del fuoco per l'alta presenza di anidride carbonica, mentre la zona è interdetta al resto dei soccorritori.

Sembra che l'azienda avesse fermato la produzione questa mattina presto in occasione della Pasqua. Forse quindi all'interno erano in corso operazioni di manutenzione. Via Calvenzano, la strada dove sorge l'azienda, è stata chiusa al traffico e le vetture deviate in un altro percorso. Sul posto è giunto anche il sindaco di Treviglio, Juri Imeri, assieme al comandante della polizia locale, Antonio Nocera.

Sono giunti alla Ecb, storica azienda trevigliese, anche i parenti delle persone che stamattina si trovavano al lavoro.

TUTTI I COMPAGNI DI RIFONDAZIONE ESPRIMONO IL LORO CORDOGLIO PER I PARENTI DELLE VITTIME .

Occorre una straordinaria mobilitazione nazionale affinché il nuovo Parlamento assuma il tema della sicurezza sul lavoro come centrale e prioritario.

 31 mar 2018

Stefano Galieni

 

Quanto è accaduto ieri sera nel presidio sanitario che funge anche da centro di accoglienza per migranti a Bardonecchia, nell’Alta Val di Susa, nelle vicinanze del confine francese è inaccettabile per numerosi motivi.

Che agenti armati francesi  entrino in un luogo in cui le persone dovrebbero considerarsi protette per fare un controllo sui presenti fino a chiedere l’esame delle urine per un richiedente asilo fra i tanti che erano stati respinti al confine francese è di per se inaccettabile.

Gli operatori dell’Ong Rainbow for  Africa, che gestiscono il centro, sono, al pari di chi soccorre in mare coloro che fuggono dai lager libici, uomini e donne a cui andrebbe garantita la possibilità di operare serenamente.

 

Salvano vite, quelle di chi rischia il naufragio come quelle  di chi si avventura in alta montagna per cercare  un futuro migliore. Minacciarli e intimidirli con le armi in nome di presunti diritti acquisiti e di rapporti di forza non è compatibile con alcun stato di diritto.

 

Il  silenzio imbarazzante di Minniti e il balbettio del ministero degli esteri, danno l’idea della totale assenza di dignità con cui operano le istituzioni italiane, i soldati francesi si sono dimostrati del tutto equipollenti ai loro colleghi  libici nel disprezzo delle persone. Ma c’è una seconda ragione che dovrebbe  indignare di più e preoccupare chi ancora si riconosce in un barlume di democrazia.

 

Numerose reazioni di quelli che oggi sono gli attori politici dominanti della politica italiana, hanno reagito scompostamente contro i transalpini con un approccio esclusivamente sovranista. Come a dire “non dovete immischiarvi; a controllare, reprimere e cacciare i migranti che arrivano in Italia, ci pensiamo noi”.

 

La difesa dei sacri confini  e la intangibilità dei diritti attengono a due concezioni del mondo radicalmente diverse e la prima non ha nulla a che fare con la sinistra  e con la necessità di migliorare il mondo. Parla il linguaggio dei padroni, quello del peggior colonialismo capace di entrare in conflitto anche con altri Stati europei ma unicamente per dimostrarsi i più capaci a comandare a casa propria.

 

Condannare il comportamento  dei soldati di Macron, l’esempio politico più vicino a cui guardano con interesse Renzi e i suoi rimasugli, è  fondamentale quanto almeno garantire l’intangibilità dei diritti delle persone, a partire dalle più vulnerabili. Pochi giorni fa una giovane donna è morta a Bardonecchia, dopo aver dato alla luce un figlio.  Morta per una grave malattia, morta per aver tentato di attraversare una frontiera proibita, un filo spinato fatto da uomini armati col potere  di decidere chi ha il diritto di circolare e chi no. Morta di frontiera l’abbiamo definita.

 

Ma di morti di frontiera, nel deserto, in mare  o ormai anche in montagna non ne vogliamo più vedere e saremo sempre al fianco di chi le frontiere tenterà di bruciarle e di quei cittadini e cittadine europei che, rischiando di pagarne un prezzo salato, agiranno con noi per sostenerli.

Michele Giorgio

da Gerusalemme

il Manifesto

 

Striscia di Gaza. Uomini, donne e bambini per il ritorno e il Giorno della terra: i cecchini israeliani aprono il fuoco su 20mila persone al confine. Oltre mille i feriti.

 

Il video che gira su twitter mostra un ragazzo mentre corre ad aiutare un amico con ‎in mano un vecchio pneumatico da dare alle fiamme. Ad certo punto il ragazzo, ‎avrà forse 14 anni, cade, colpito da un tiro di precisione partito dalle postazioni ‎israeliane. Poi ci diranno che è stato “solo” ferito. Una sorte ben peggiore è toccata ‎ad altri 15 palestinesi di Gaza rimasti uccisi ieri in quello che non si può che ‎definire il tiro al piccione praticato per ore dai cecchini dell’esercito israeliano. ‎

 

Una strage. I feriti sono stati un migliaio (1.500 anche 1.800 secondo altre fonti): ‎centinaia intossicati dai gas lacrimogeni, gli altri sono stati colpiti da proiettili veri ‎o ricoperti di gomma. È stato il bilancio di vittime a Gaza più alto in una sola ‎giornata dall’offensiva israeliana “Margine Protettivo” del 2014. ‎Gli ospedali già ‎in ginocchio da mesi hanno dovuto affrontare questa nuova emergenza con pochi ‎mezzi a disposizione. Hanno dovuto lanciare un appello a donare il sangue perché ‎quello disponibile non bastava ad aiutare i tanti colpiti alle gambe, all’addome, al ‎torace. ‎«I nostri ospedali da mesi non hanno più alcuni farmaci importanti, ‎lavorano in condizioni molto precarie e oggi (ieri) stanno lavorando in una doppia ‎emergenza, quella ordinaria e quella causata dal fuoco israeliano sul confine», ci ‎diceva Aziz Kahlout, un giornalista.

 

‎ Gli ordini dei comandi militari israeliani e del ministro della difesa Avigdor ‎Lieberman erano tassativi: aprire il fuoco con munizioni vere su chiunque si fosse ‎spinto fino a pochi metri dalle barriere di confine. E così è andata. Per giorni le ‎autorità di governo e i vertici delle forze armate hanno descritto la Grande Marcia ‎del Ritorno come un piano del movimento islamico Hamas per invadere le ‎comunità ebraiche e i kibbutz a ridosso della Striscia di Gaza e per occupare ‎porzioni del sud di Israele. Per questo erano stati fatti affluire intorno a Gaza ‎rinforzi di truppe, carri armati, blindati, pezzi di artiglieria e un centinaio di ‎tiratori scelti. ‎

 

‎ Pur considerando il ruolo da protagonista svolto da Hamas, che sicuramente ‎ieri ha dimostrato la sua capacità di mobilitare la popolazione, la Grande Marcia ‎del Ritorno non è stata solo una idea del movimento islamista. Tutte le formazioni ‎politiche palestinesi vi hanno preso parte, laiche, di sinistra e religiose. Anche ‎Fatah, il partito del presidente dell’Anp Abu Mazen che ieri ha proclamato il lutto ‎nazionale. E in ogni caso lungo il confine sono andati 20mila di civili disarmati, ‎famiglie intere, giovani, anziani, bambini e non dei guerriglieri ben addestrati. ‎Senza dubbio alcune centinaia si sono spinti fin sotto i reticolati, vicino alle ‎torrette militari, ma erano dei civili, spesso solo dei ragazzi. Israele ha denunciato ‎lanci di pietre e di molotov, ha parlato di ‎«manifestazioni di massa volte a coprire ‎attacchi terroristici» ma l’unico attacco armato vero e proprio è stato quello – ‎ripreso anche in un video diffuso dall’esercito – di due militanti del Jihad giunti ‎sulle barriere di confine dove hanno sparato contro le postazioni israeliane prima ‎di essere uccisi da una cannonata.‎

 

‎ La Grande Marcia del Ritorno sulla fascia orientale di Gaza e in Cisgiordania è ‎coincisa con il “Yom al-Ard”, il “Giorno della Terra”. Ogni 30 marzo i palestinesi ‎ricordano le sei vittime del fuoco della polizia contro i manifestanti che in Galilea ‎si opponevano all’esproprio di altre terre arabe per costruire comunità ebraiche nel ‎nord di Israele. I suoi promotori, che hanno preparato cinque campi di tende lungo ‎il confine tra Gaza e Israele – simili a quelle in cui vivono i profughi di guerra -, ‎intendono portarla avanti nelle prossime settimane, fino al 15 maggio quando ‎Israele celebrerà i suoi 70 anni e i palestinesi commemoreranno la Nakba, la ‎catastrofe della perdita della terra e dell’esilio per centinaia di migliaia di profughi. ‎Naturalmente l’obiettivo è anche quello di dire con forza che la gente di Gaza non ‎sopporta più il blocco attuato da Israele ed Egitto e vuole vivere libera. Asmaa al ‎Katari, una studentessa universitaria, ha spiegato ieri di aver partecipato alla ‎marcia e che si unirà alle prossime proteste ‎«perché la vita è difficile a Gaza e non ‎abbiamo nulla da perdere‎». Ghanem Abdelal, 50 anni, spera che la protesta ‎‎«porterà a una svolta, a un miglioramento della nostra vita a Gaza‎».‎

 

Per Israele invece la Marcia è solo un piano di Hamas per compiere atti di ‎terrorismo. La risposta perciò è stata durissima. Il primo a morire è stato, ieri ‎all’alba, un contadino che, andando nel suo campo, si era avvicinato troppo al ‎confine. Poi la mattanza: due-tre, poi sei-sette, 10-12 morti. A fine giornata 15. E ‎il bilancio purtroppo potrebbe salire. Alcuni dei feriti sono gravissimi.‎

Roberto Ciccarelli

da il manifesto

 

Inps. Questo è il popolo dei pensionati poveri: su 11 milioni di persone, il 75% è donna. Cgil e Pd propongono un’assegno di cittadinanza per i giovani.

 

Un popolo di pensionati poveri, in assoluta maggioranza donne (l’86%), vive con mille euro al mese: 12,8 milioni di persone (su 17). Questa è la base della povertà di massa in cui vive il nostro paese. Ai numeri, confermati ieri dall’Osservatorio sulle pensioni ai quali vanno aggiunte le masse di lavoratori giovani, e meno giovani, attualmente in attività. Per chi è entrato sul mercato del lavoro dal 1996 in poi, dopo la riforma pensionistica Dini, il presente composto di lavori precari, storie contributive dissestate, disoccupazione, lavoro nero e informale porterà a un futuro pensionistico peggiore. Siamo seduti su una bomba sociale.

 

QUESTA È la condizione dei pensionati attuali. Oltre 11 milioni, il 62,2% degli assegni, vivono con meno di mille euro: ovvero meno di 750 euro. Tra di loro il 75% sono donne. Questi numeri sono solo indicativi di una situazione di povertà assoluta perché molti pensionati sono titolari di più prestazioni pensionistiche o comunque di altri redditi. La precisazione è d’obbligo, ma va detto anche che solo il 44 % (quasi 5 milioni) beneficia di prestazioni legate a requisiti reddituali bassi, come integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali e pensioni di invalidità civile. Tutti gli altri sono poveri e anziani.

 

PER CHI, invece, è giovane o quarantenne precario o autonomo, con redditi ondivaghi e sempre più bassi, le coperture pensionistiche saranno insufficiente. E’ l’effetto combinato, e devastante, di un’economia fondata sul sotto-salario e l’iper-lavoro precario intermittenti e di una riforma previdenziale che ha ancorato la vita alla logica dell’equilibrio attuariale a discapito dell’equità previdenziale. Questo significa aumento progressivo dell’età pensionistica (nel 2019, 67 per le pensioni di vecchiaia), moltiplicazione del precariato. E quanto i lavoratori poveri e precari avranno guadagnato nella loro «carriera», avranno in vecchiaia. Poco, anzi pochissimo. Pur avendo creato enormi avanzi finanziari – nel 2016: 39 miliardi, il 2,3% del Pil – , l’attuale sistema pensionistico penalizza le generazioni che sprofondano nel precariato e alle quali tutti dedicano un pensiero elettorale.

 

«C’É L’URGENZA di proseguire con la vertenza sulle pensioni per ottenere la pensione di garanzia per i giovani – ha commentato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. Non si può pensare al futuro con l’attuale sistema che, in particolare per i giovani e per tutte le forme di precarietà, determinerà pensioni che non permettono di vivere dignitosamente». Dello stesso avviso è Maurizio Martina, segretario reggente del Pd: «La discontinuità e la precarietà dei lavori di tanti ragazzi e ragazze non consentirà loro di avere in futuro pensioni dignitose e per questo occorre intervenire presto con un strumento nuovo di protezione come l’assegno di garanzia». Nell’emisfero sinistro della politica italiana l’argomento di un reddito garantito è un tabù nel presente. Ma si propone una «pensione di cittadinanza» per il futuro, come se fosse un problema distinto.

 

SUL TAVOLO ci sono anche altri temi. La Uil chiede di introdurre una flessibilità intorno a 63 anni per i lavoratori, continuare a cambiare la legge Fornero e contribuire a favorire il turnover nel mercato del lavoro. «Avremo così riflessi positivi per le giovani generazioni» sostiene il segretario confederale della Uil Domenico Proietti. Cesare Damiano del Pd considera «prioritaria una misura, realizzata solo in parte con l’Ape sociale: la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica». «I recenti attacchi al sistema pensionistico – continua – da parte della Commissione Ue e del Fmi, che pretendono una Fornero-2, ci spronano ad andare nella direzione opposta. È evidente che, dopo le numerose riforme (2004, 2007, 2010 e 2011), il sistema è in equilibrio». A che costo, però.

29.03.2018

 

L'ultimo stamattina a Bologna, folgorato.E' una strage silenziosa di cui tutta la politica - finchè non si affronterà duramente il problema della sicurezza dei lavoratori - fa finta di non sapere.
Sono i nostri fratelli, i nostri cugini, i nostri amici. siamo noi a morire. 
Non viviamo per lavorare, ma lavoriamo per vivere.


Operaio morto fulminato, lavorava sulla linea ferroviaria di Bologna

Dopo il 50enne falciato mentre lavorava in autostrada, stanotte un altro operaio ha perso la vita mentre effettuava dei lavori di manutenzione per la rete ferroviaria nel nodo bolognese.

La tragedia è avvenuta intorno all’1.40 di questa notte. La vittima, un 56enne di Napoli - come riferisce una nota di FSI - era impiegata per una ditta appaltatrice. L'uomo è deceduto dopo essere rimasto folgorato durante alcuni lavori di manutenzione della linea elettrica nei pressi di Bivio Navile.

 

Per accertare le cause dell’incidente è stata avviata un’inchiesta interna. Così fanno sapere dalle Ferrovie dello Stato, aggiungendo che "la Rete Ferroviaria Italiana esprime il proprio cordoglio e la propria vicinanza ai familiari.". Accertamenti sono in corso anche da parte della Polizia ferroviaria per conto del Pm Bruno Martorelli, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo.
 

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