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NOTIZIE DA SANTA FIORA     |   TESSERAMENTO

 

Santa Fiora  24/03/2022

 

Compagni e Compagne,

 

È aperto ufficialmente il tesseramento 2022. Di seguito dettagli e orari di apertura del  circolo per la sottoscrizione. Quella di quest'anno è una iscrizione al partito sotto il segno delle "contraddizioni internazionali fra le potenze"; 

 

La guerra che ha percorso  gli ultimi 30 anni (dalla caduta del muro di Berlino) della nostra vita ,  oggi è conclamata agli occhi distratti di qualsivoglia . Si chiama Ucraina. È la guerra della Nato e paesi rappresentanti le "democrazie liberiste" contro il capitale oligarchico della Russia , via Ucraina.

 

L'agnello sacrificale. Ma questa situazione internazionale  è solo l'attuale momentaneo approdo e risultante di tre decenni di aspro confronto per interposte realtà  tra le 2 super potenze, Cina Usa. Il terreno di gioco delle relazioni tra le due economie più forti, è il pianeta intero.  Anche il nostro partito, Rifondazione Comunista ha compiuto 30 anni di vita, fra tanti contraccolpi senz'altro, ma orgogliosamente sempre controcorrente a questo sistema e modello di società civile che oggi si qualifica per ciò che veramente è: la società delle barbarie. 

 

Siamo stati sconfitti, si,  per ora, ma la nostra trentennale puntuale critica ha sempre avuto ragione . È quindi con orgoglio che invito i nostri sostenitori  al tesseramento. È cosa giusta estendere l'invito anche ai nostri carissimi lettori del mensile Rosso di Sera, i quali se preferiscono possono rinnovare la loro adesione al giornale RDS. 

 

Il circolo di via Carolina 16, sarà aperto: sabato 27 e domenica 28, dalle ore 11,00 alle ore 13,00. Successivamente saranno comunicati nuovi appuntamenti per la continuazione della campagna di sottoscrizione e tesseramento.

 

W la pace, il lavoro, la libertà !

 

Per la segreteria

Aldo Di Benedetto

                        

Rifondazione Santa Fiora 

LAVORO E DIRITTI 

 

23/03/2022

da Il Manifesto

Massimo Franchi

 

Strage Infinita. Al porto un lavoratore travolto da un enorme telaio. Poco distante nella banchina ex Ilva un escavatore si ribalta. Scioperi immediati

 

L’ennesimo morto sul lavoro al porto e una «tragedia sfiorata» nella banchina gestita dall’ex Ilva. Taranto ieri si è confermata terra a grande rischio per chi cerca di portare a casa il pane. Un grosso telaio e un escavatore che si ribaltano in un contesto di totale insicurezza sono le cause.


A morire è stato un operaio simbolo della più acuta precarietà. Massimo De Vita, 45 anni, ex dipendente della società Taranto Container Terminal, attualmente in carico alla Compagnia portuale e impegnato in somministrazione con una ditta d’appalto. È stato schiacciato e ucciso da un grosso telaio in acciaio che si è ribaltato durante le operazioni di movimentazione a terra di un carico di pale eoliche danneggiate sbarcato poco prima dalla nave Bbc Opal, al porto di Taranto.


La tragedia è avvenuta ieri mattina, poco dopo le 8, nell’area pubblica del quarto sporgente-Lato Ponente. Le pale eoliche erano state tutte sbarcate con una procedura particolare e si stava procedendo al posizionamento a terra dei telai. Per cause in corso di accertamento, uno di questi si è ribaltato travolgendo l’operaio.


Le segreterie provinciali Fim, Fiom e Uilm di Taranto hanno subito proclamato lo sciopero nell’ultima ora del primo e secondo turno per tutto il settore metalmeccanico. Oggi invece è in programma lo sciopero nazionale indetto dai sindacati di categoria Filt Cgil, Fit Cisl e Uilt sempre di un’ora a ogni fine turno o prestazione di lavoro di tutti i lavoratori dei porti. Previsto anche il suono delle sirene, alle ore 12, «in segno di lutto».


L’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro appresa «con sgomento la notizia», ha sottolineato che «questa terra continua ad immolare lavoratori, vite umane sacrificate al profitto lì dove il lavoro dovrebbe essere occasione della promozione della dignità umana e di emancipazione sociale». Il vicepresidente della commissione di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, Iunio Valerio Romano avanza «la proposta di anticipare la missione della commissione d’inchiesta sugli infortuni da programmare a Taranto». Massimo De Vita «non c’è più, ma – afferma Paolo Peluso, segretario Cgil di Taranto – c’è una storia, la sua, e quella di Natalino Albano, altro operaio morto quasi un anno fa a 300 metri dalla tragedia di oggi, e che non vogliamo più declinare al passato. Archiviarla tra le cose accadute e dimenticate».


Sempre ieri, durante le operazioni di scarico in corso al secondo sporgente del porto di Taranto, gestito da Acciaierie d’Italia, un escavatore si è ribaltato sulla banchina. Non si registrano feriti, ma Fim, Fiom e Uilm parlano di «tragedia sfiorata». «Durante una manovra della gru Csu, per posizionare un escavatore all’interno della stiva di una nave attraccata a Ima 2 (Impianti marittimi), pare ci sia stato un problema al sistema frenante delle stessa gru, tale da procurare una discesa improvvisa e imprevedibile del mezzo che solo per puro caso non ha visto il coinvolgimento dei lavoratori» e chiedono «un tavolo istituzionale per affrontare il tema della sicurezza per evitare altre vittime in nome del profitto».

 

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Rifondazione Santa Fiora 

ECONOMIA E FINANZA       |       MANIFESTIAMO PER LA PACE

 

21/03/2022

da Coniare Rivolta

 

“Io vengo dal morto e tu mi dici che è vivo”. Questo modo di dire napoletano riassume in maniera efficace la reazione di sorpresa provata dal parlante nel momento in cui un interlocutore afferma l’esatto contrario della realtà. Ebbene, è proprio questo quello che si prova leggendo la dichiarazione dell’Eurogruppo di qualche giorno fa sugli orientamenti di bilancio per il 2023, in cui si invitano i Paesi con i debiti pubblici più elevati a mettere in campo politiche fiscali restrittive. L’impressione è quella di un totale stravolgimento della realtà: il ritornello dell’austerità come strumento salvifico a fronte della palese evidenza in senso contrario. Un ritornello che suona ancora più stonato se si considera, invece, la prodigalità con la quale alcuni paesi, tra i quali l’Italia, aumentano la propria spesa militare in una corsa al riarmo a dir poco preoccupante.

 

Ma andiamo con ordine. L’Eurogruppo è un organo informale che riunisce i ministri dell’economia dei paesi della zona euro. Si riunisce una volta al mese per discutere dei principali temi di politica economica e per portare avanti una forma di coordinamento tra le politiche economiche dei singoli paesi. Nell’ultima riunione sono stati discussi, come si diceva sopra, gli orientamenti di bilancio per l’anno 2023.

 

Non è un mistero che la stella polare delle politiche economiche nella zona euro, a causa delle caratteristiche genetiche dell’Unione europea, sia quella della riduzione della spesa pubblica. L’ultima riunione dell’Eurogruppo non fa eccezione e fa presagire il ritorno alla “normalità” dopo i bagordi che hanno caratterizzato il periodo pandemico.

 

Scrive l’Eurogruppo: “[…] sembra appropriata una transizione da un atteggiamento di sostegno fiscale (leggi: politiche fiscali espansive) nell’area euro a un atteggiamento sostanzialmente neutrale per il prossimo anno, restando pronti a reagire all’evoluzione della situazione economica, anche considerati gli elevati livelli di incertezza”. Una riproposizione di un refrain già ascoltato più volte e che, in buona sostanza, si può tradurre con “la festa è finita”.

 

“Allo stesso tempo”, continua lo statement, “è necessaria una differenziazione nelle strategie fiscali dei vari stati membri. Ciò contribuirebbe al raggiungimento di un atteggiamento fiscale bilanciato nell’area euro. Più specificamente, al fine di preservare la sostenibilità del debito, concordiamo sul fatto che negli stati membri con alti debiti pubblici sarebbe appropriato procedere a graduali aggiustamenti fiscali per la riduzione del debito pubblico, se le condizioni lo permetteranno. Tale aggiustamento dovrebbe essere inserito in una strategia di medio termine credibile che continui a promuovere gli investimenti e le riforme necessarie per la doppia transizione (ndr: ecologica e digitale), migliorando la composizione delle finanze pubbliche. Dall’altra parte, gli stati membri con livelli di debito bassi o medi dovrebbero dare priorità all’espansione degli investimenti pubblici, laddove ciò sia necessario”.

 

Parole che sembrerebbero di buon senso. D’altronde, se abbiamo molti debiti, la cosa migliore da fare sembrerebbe quella di ridurre le nostre spese, ferme restando le entrate. Il problema è che questo ragionamento, che vale per il privato cittadino indebitato, non vale quando si prende in considerazione uno Stato. Ciò almeno per due ordini di ragioni.

 

Il primo è che le considerazioni sulla sostenibilità del debito pubblico di un paese non vengono effettuate sul valore assoluto del debito, ma sul rapporto tra il debito pubblico e il PIL, ovvero il valore economico del totale della produzione del paese. Ridurre il debito pubblico significa, sostanzialmente, che lo stato deve spendere meno di quel che raccoglie attraverso tasse e imposte. Ma ciò, a sua volta, significa che lo stato deve sottrarre risorse dall’economia. Ad esempio, riducendo la spesa pubblica per investimenti e consumi o aumentando tasse e imposte. Questo, a sua volta, fa ridurre la domanda che viene rivolta alle imprese (che produrranno e investiranno di meno) e impoverisce i lavoratori (che consumeranno di meno e dovranno spendere di più per acquistare privatamente quei beni e servizi, come la sanità, che lo Stato rinuncia a offrire o offre con infinite difficoltà per la necessità di stringere la cinghia). Un circolo vizioso che finisce con il far ridurre il PIL, facendo aumentare, invece che diminuire, il peso del debito pubblico.

 

Il secondo ordine di ragione concerne il punto di vista delle entrate. Le entrate dello Stato sono costituite principalmente da tasse, imposte e contributi previdenziali e assistenziali. Tutte queste voci di entrata sono sostanzialmente crescenti al crescere dei livelli di attività dell’economia, ovvero del PIL. Una politica economica che porti alla riduzione della domanda e, quindi, della produzione e dell’occupazione, finirebbe per ridurre non solo il prodotto interno lordo, ma anche le entrate, peggiorando, anziché migliorare, le prospettive di sostenibilità del debito.

 

Questo ci fa capire che in determinate condizioni, soprattutto quando, come adesso, siamo schiacciati tra le incertezze per il futuro (che tendono a deprimere gli investimenti privati) e l’aumento dei costi dell’energia e, a cascata, di beni e servizi (il che tende a deprimere il potere di acquisto e, quindi, i consumi), sono proprio i paesi con una posizione debitoria più debole a dover sostenere maggiormente le proprie economie. L’esatto contrario di quanto sostenuto dall’Eurogruppo nei suoi “orientamenti”.

 

Orientamenti che suonano ancora più sinistri se si considera, come dicevamo sopra, che le prospettive internazionali e la propaganda di guerra ci spingono a temere il peggio. Il Parlamento italiano, infatti, come gran parte dei parlamenti della zona euro, non è rimasto indifferente alle sirene bellicistiche che risuonano ininterrottamente da qualche settimana. Pochi giorni fa è stato, infatti, approvato dalla Camera dei deputati un ordine del giorno che impegna il Governo “ad avviare l’incremento delle spese per la Difesa verso il traguardo del 2 per cento del Pil, dando concretezza a quanto affermato alla Camera dal Presidente del Consiglio il 1° marzo scorso e predisponendo un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e protezione, a tutela degli interessi nazionali, anche dal punto di vista della sicurezza degli approvvigionamenti energetici”.

 

Un ordine del giorno, nel linguaggio parlamentare, è un atto di indirizzo, attraverso il quale la Camera impegna politicamente il Governo a compiere determinati atti. Impegni politici, non giuridici, che quindi non comportano immediatamente l’aumento della spesa pubblica per fini militari. Si tratta di uno strumento che ha un valore essenzialmente politico. A dare maggiore concretezza all’impegno, però, è arrivata l’immediata scelta del Governo di accogliere l’Ordine del giorno, manifestando, in questo modo, la volontà di adeguarsi all’impegno richiestogli dalla Camera.

 

Come ci ricorda Milex, Osservatorio sulle spese militari italiane, ciò comporterebbe passare dagli attuali 25 miliardi l’anno (circa 68 milioni al giorno) a 38 miliardi l’anno (circa 104 milioni al giorno). Tredici miliardi l’anno in più per le spese militari. Tredici miliardi l’anno che, di conseguenza, dovranno essere trovati da qualche parte.

 

Se non si può fare ulteriore debito e, anzi, occorre rientrare dal debito, da dove verranno presi questi tredici miliardi l’anno? Non si tratta di una cifra trascurabile. Si consideri, per fare un confronto con una misura nota a tutti, che la spesa annua destinata al finanziamento del reddito di cittadinanza ammonta a poco meno di nove miliardi di euro. Da qui nasce la doppia fregatura: dal combinato europeo di bellicismo e austerità discende inequivocabilmente non soltanto un sistema internazionale più instabile e conflittuale, ma anche ulteriori tagli alla spesa sociale, riforme draconiane e, in generale, stagnazione e disoccupazione.

 

Siamo dunque stretti in una morsa poderosa. Guerra, inflazione da costi (e speculazione), tagli, austerità. Elementi che, messi insieme, potrebbero annientare sul nascere la tanto attesa ripresa post-pandemia, uccidendo le economie dell’eurozona e dell’Ue, compresa quella italiana. E, ciononostante, siamo certi che troveremo ancora qualcuno pronto a giurarci che tutto va bene. Che “il morto sta bene in salute”.

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BELLICISMO E AUSTERITA' LI PAGANO   SEMPRE I LAVORATORI

Rifondazione Santa Fiora 

POLITICA NAZIONALE      |     MANIFESTIAMO PER LA PACE   |    POLITICA ITALIANA

 

20/03/2022

Rifondazione  Comunista 

 

Anche ieri  presidi e manifestazioni per esprimere il nostro più totale dissenso rispetto alle scelte di guerra del parlamento e del governo italiano.

La risposta della NATO, dell’UE e dello stesso governo italiano alla sciagurata e ingiustificabile invasione russa dell’Ucraina non fa che alimentare il conflitto e aumentare il numero delle vittime.

 

Governo e parlamento hanno portato l’Italia a assumere un ruolo di co-belligeranza che contrasta con l’articolo 11 della Costituzione. Dagli aeroporti di Pomezia e Camp Darby a Pisa partono ogni giorno carichi di armi.

 

Non solo gli aeroporti militari ma anche quello civile a Pisa è stato coinvolto nel carico e trasporto di armi tra gli “aiuti umanitari”.

 

Come abbiamo rivelato all’opinione pubblica nazionale, dopo decenni una circolare dello Stato Maggiore mette in allerta il nostro esercito sul territorio nazionale. Il generale Goretti, davanti alle commissioni difesa di Camera e Senato, ha ammesso che corriamo il rischio di essere coinvolti direttamente nel conflitto in caso di sconfinamento degli Eurofighter italiani che operano al confine dell’Ucraina.
Il voto della Camera a favore dell'aumento delle spese militari dimostra che in parlamento c'è il partito unico della NATO e della guerra.

 

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Portare la spesa militare da 25 a 38 miliardi annui è uno schiaffo a milioni di italiane/i che da anni subiscono le conseguenze dei tagli alla spesa sociale e sanitaria.

 

E’ una scelta che deriva dal servilismo verso la NATO e gli USA del nostro governo e delle forze politiche che lo sostengono.

 

 

EDITORIALI E COMMENTI    |     MANIFESTIAMO PER LA PACE 

 

19/03/2022

da Il Manifesto

Raniero La Valle

 

Opinioni. La condanna della aggressione non va a segno se non vede che questa non è in una sequenza duale, ma in una catena che comincia lontano e non finisce qui

 

«Invito alla trattativa», «Spiragli di trattativa», «Trattativa, non invio di armi»: sono le parole più sagge che si possono dire dinanzi alla tragedia in corso. Purtroppo però fino ad oggi queste parole si sono rivelate fuori della realtà. Perché una vera trattativa si è rivelata impossibile da Antalya in poi. Tale impossibilità deriva però dall’ermeneutica dei fatti che risulta sbagliata fin dall’inizio ma come vediamo con sgomento è quella che comanda sia tutti i commenti che tutti i comportamenti.

 

Se le cose stanno come vengono oggi spiegate, per l’Ucraina e la Russia è in gioco la sopravvivenza, per l’una ad opera della Russia, per l’altra ad opera degli Stati Uniti. Putin come si dice “ha aggredito senza ragione Zelensky e deliberatamente ammazza i bambini e bombarda ospedali”, Zelenski non può deludere “il mondo contro Putin” come titolano a tutta pagina i nostri giornali, il mondo per il quale si immola, né può “tradire i suoi concittadini che ferma alla frontiera se hanno compiuto 18 anni, mariti, padri, e li rimanda indietro a combattere in città”; se le cose così vengono raccontate, è chiaro che tutti e due, pur incontrandosi, non hanno in mano la chiave del futuro. Anzi.

 

È fuori della realtà che Zelensky e Putin si siedano a un tavolo e aggiustino la guerra e il mondo. Ciò è inverosimile. Forse la disperazione farà il miracolo, ma non possiamo fare appello al miracolo. Non è invece inverosimile che per fermare l'aggressione , al tavolo   devono sedersi  Biden e Putin . Anzi è tanto verosimile che già ci stanno, anche se virtualmente per uccidersi.

 

Se vogliamo tornare a una realtà non virtuale bisogna abbandonare quel racconto della guerra in cui tutti fanno finta di credere e che non è quello vero e unico.  Il fallimento maggiore è quello dei giornalisti che dovrebbero capire e spiegare i fatti come sono veramente (queste sono le “notizie”) e invece sono quasi tutti tragicamente embedded. Per i quali a volte anche Papa Francesco viene indicato come filo-Putin, semplicemente perché, diversamente da tutti gli altri, si pone il problema di una possibile mediazione di pace oltre le narrazioni contrapposte. È questione di vita o di morte “vedere come stanno le cose”, come ha detto Claudio Napoleoni morendo,

 

La guerra non è tra Russia e Ucraina, e questa è la ragione per cui il continuo ritorno su di essa nel discernere aggredito e aggressore, moralmente più che ineccepibile, è fuorviante, cioè ci porta fuori dalla via della soluzione. Pur ricca di argomenti, la condanna dell’aggressione non va a segno se non vede che questa non è in una sequenza duale, ma in una catena che comincia lontano e non finisce qui. La guerra è tra la Russia e gli Stati Uniti, anzi per essere ancora più veri è tra lo schieramento dei partecipi alle sanzioni sotto la guida americana e la Russia.

 

Dentro ci siamo anche noi e perciò abbiamo titolo per parlare. In ballo c’è l’assetto del mondo, dopo l’uso perverso della fine dei blocchi, tra gli Stati Uniti che vogliono il comando e tutto “il secolo americano” per sé, la Russia che non vuole essere messa ai margini o esclusa addirittura dal mondo e dalla storia, e la Cina che aspetta. L’Ucraina non c’entra niente anche se oggi paga per tutti e questa è la ragione principale della nostra pietà e del nostro dolore per lei, che è stata gettata da tutte le parti nella fornace senza alcun bisogno.

 

La vera risposta politica, non impotente e declamatoria (e se vera potrebbe essere meno irrealizzabile di quanto per il 99 per cento oggi appare), sarebbe una immediata trattativa da aprire tra Biden e Putin, che metta subito fuori della tragica scena l’Ucraina con un cessate il fuoco che lasci tutte le bocce ferme come in un fermo immagine, e postuli un mondo capace di sussistere (noi suggeriamo di dargli una Costituzione della Terra).

 

Se è vero come dicono i generali e i cultori machiavelliani della realpolitik che i negoziati e la pace si fanno tra nemici, quali nemici più veri di questi? Certo ci vorrebbero uomini di un’altra tempra. Ma Biden fin dall’inizio sta nella parte e lo sa benissimo anche se fa la bella figura di chi dice di non volere la guerra, non voler metterci dentro i soldati e la bomba, punendo piuttosto e aspettando il cadavere del nemico. Anche Putin sta assai nella parte e mentre era il più debole ha ostentato la forza di carri e soldati e poi ha compiuto il crimine di metterci la guerra e le bombe, ma più di Biden ha bisogno di uscirne senza arrivare al redde rationem finale. Il lancinante appello del Papa può aprire un varco, ma sono i protagonisti che devono oltrepassarlo, che devono fermare il massacro.

 

Dunque ci vuole qualcuno che rompa il cerchio magico (diabolico) della falsa ermeneutica corrente, che dica qual è il vero problema, che indichi la vera non impossibile soluzione, che riaccenda la perduta speranza.

 

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Rifondazione Santa Fiora 

EDITORIALI E  COMMENTI

 

18/03/2022

da il Manifesto

Alessandro Dal Lago

 

Putin dittatore revanscista «vince» ma a prezzo dell’erosione del suo potere e a spese del dolore di migliaia di civili ucraini e ragazzi russi mandati a morire e di milioni di profughi

 

In ogni conflitto si sprigiona la “nebbia della guerra”, il polverone impenetrabile che si leva dal terreno. Per orientarsi, bisogna ricordare che le guerre tra imperi grandi e piccoli, in ascesa o decadenti – perché di questo si tratta oggi – seguono una logica autonoma, al tempo stesso spaziale e temporale.

 

Spaziale: ogni impero tenderà a crearsi una zona di influenza ai confini che lo protegga dall’analogo movimento del vicino o competitore e ne attutisca le minacce strategiche e tattiche. Così, l’aggressività nazionalista della Russia di Putin è del tutto speculare a quella della Nato, soprattutto nei membri più recenti, come i paesi baltici e tutti gli ex membri del Patto di Varsavia, a cominciare dalla Polonia, entrati poi nella Nato, e ovviamente per la crisi dell’Ucraina. Temporale: ogni impero o parte di impero, attuale o potenziale, cercherà nel passato motivazioni e giustificazioni del proprio comportamento spaziale.

 

È del tutto ozioso stabilire se la rivolta di piazza Maidan a Kiev nel 2014 fosse spontanea o in larga parte promossa e sostenuta da forze esterne (probabilmente, era entrambe le cose). Sta di fatto che rappresenta la base ideologica, emotiva e politica a cui entrambi i competitori attingeranno per giustificare la propria azione e motivare gli attori sul terreno (combattenti, politici ecc.). Ogni impero reale o potenziale dispone della memoria di questo complesso di motivazioni. La memoria stabilisce le condizioni di adesione a una parte o all’altra al conflitto: il revanscismo russo è del tutto speculare al timore realistico, degli stati baltici e dell’Europa orientale, che la Russia voglia ricostituire a spese loro la parte occidentale del proprio impero.

 

Le guerre vengono combattute in base a pianificazioni strategiche e calcoli tattici per definizione sbagliati. La storia non ha mai offerto esempi di conflitti armati che si siano conclusi in base ai piani iniziali. Ciò vale per l’invasione napoleonica della Russia, lo scoppio della prima guerra mondiale, i piani di conquista di Hitler, la guerra del Vietnam e così via. La “nebbia della guerra” viene preceduta dalla “nebbia della pace” o, se vogliamo, la “guerra in atto” segue la “guerra potenziale”, per definizione foriera di errori di valutazione. Il conflitto in Ucraina ci offre un chiaro esempio di sovrapposizione di errori speculari.

 

La Nato non si aspettava, sino all’estate del 2021, che la Russia accumulasse il proprio risentimento armato e si preparasse all’invasione. D’altra parte, Putin – con un’opinione pubblica in parte ostile a una guerra contro una popolazione sorella – non si aspettava che la propria armata, due terzi circa di quella disponibile all’intervento, si impantanasse in un conflitto con un’Ucraina largamente ostile.

 

Quanto all’Ucraina l’ingenuità del presidente Zelenskyi e il cinismo delle autorità della Nato e dell’Unione europea (in varie gradazioni) sono clamorosi. Dopo aver impostato, a partire da piazza Maidan la propria azione come filo-occidentale e filo-Nato, con la cacciata di Yanukovic, oggi il governo ucraino è disposto a rinunciare all’Alleanza e probabilmente a riconoscere le repubbliche separatiste russofone e la Crimea. Una valutazione delle forze in campo tre settimane fa avrebbe facilmente fatto prevedere questo esito. Il cinismo occidentale emerge non solo nell’incessante soffiare sul fuoco della propaganda, ma nell’aver fatto credere all’Ucraina che la Nato l’avrebbe sostenuta contro Putin, a parte l’effettiva fornitura di armi leggere, missili antiaerei e sistemi elettronici.

 

La richiesta incessante da parte di Zelenskyi di una no-fly zone, che non verrà mai attuata, esprime pateticamente il sovrapporsi di ingenuità dell’uno e cinismo degli altri. Né Biden, né le autorità dell’Alleanza atlatntica si spingeranno mai ad avviare una sequenza di azioni e reazioni che potrebbe scatenare un conflitto generale, anche se non nucleare.
Così Putin, tatticamente sconfitto, sta vincendo sul piano strategico. A che prezzo? Per cominciare, a quello della visibile erosione di parte del suo potere politico ed economico. Il default finanziario incombente lo costringe a legarsi alla Cina, che, come unico mercato di sbocco per le materie prime russe, assoggetterà l’economia di Mosca.

 

E soprattutto a spese della sofferenza di migliaia di civili e militari ucraini e ragazzi russi mandati a morire nella steppa – e di milioni di profughi ucraini, donne e bambini costretti a lasciare il proprio paese bombardato.
Scrivo queste parole, deliberatamente lontane dalla facile emotività oggi dilagante, con il cuore oppresso da una sensazione di impotenza e fatalità. Sotto le logiche più o meno automatiche degli imperi ribollono le illusioni delle popolazioni, le ideologie, le proiezioni fantastiche in orizzonti spaziali e temporali, il dolore e la sofferenza vera che non verranno rimarginati se non dal tempo, ma senza alcuna garanzia che la cecità strategica e la forza delle armi dispiegata non comportino alla fine disastri inimmaginabili.

 

C’erano alternative? Risponderò con un apologo storico, che trovo in Counterpunch una rivista della sinistra americana specializzata in analisi politiche interne e internazionali. Quando i nazisti invasero Danimarca e Norvegia nel 1940, si trovarono di fronte a due reazioni diverse. La combattiva Norvegia scelse di resistere, sostenuta da Inghilterra e Francia, fu occupata dopo un breve conflitto e il suo governo andò in esilio. La disarmata Danimarca scelse la resistenza passiva – accettò la sconfitta – e cercò di coesistere con il regime nazista. Il re girava con la stella gialla sul petto e i nazisti non sapevano come comportarsi.

 

Nel 1943, nel corso di una notte, pescatori e diportisti danesi riuscirono a trasportare in Svezia gli ebrei di Danimarca attraverso l’ Øresund, beffando Hitler. Un’azione diversamente eroica, che esprime la nobiltà di quella società nordica. Resistere con le armi o accettare una sconfitta oggi che potrebbe portare a una vittoria domani: ecco una scelta tra due strategie che non possiamo chiedere al dittatore revanscista Putin, ma a chi lo contrasta in nome dei valori democratici. Qualche leader Nato avrebbe dovuto suggerirla a Zelenskyi, se solo entrambi avessero un minimo di cultura storica.

 

Le impenetrabili nebbie della guerra e quelle oscure della pace

Rifondazione Santa Fiora 

POLITICA ESTERA 

 

17/03/2022

da IL Manifesto

Marco Boccitto

 

Il copione di Putin. Nel documento in 15 punti anticipato dal «Financial Times» previsto il ritiro delle truppe russe a fronte di un’Ucraina neutrale. La Corte di giustizia Onu ordina lo stop all’invasione. Zelensky esulta: «Grande vittoria»Il copione di Putin. Nel documento in 15 punti anticipato dal «Financial Times» previsto il ritiro delle truppe russe a fronte di un’Ucraina neutrale. La Corte di giustizia Onu ordina lo stop all’invasione. Zelensky esulta: «Grande vittoria»

 

Il 21mo giorno della guerra di Putin in Ucraina si è consumato con oscillazioni se possibile ancora più marcate tra la speranza minima di un cessate il fuoco e la realtà quotidiana sul terreno, che resta di morte e distruzione. Un giorno in cui si sono alternate le controaperture ottimistiche del ministro degli Esteri russo Lavrov sul progresso dei negoziati e le parole inquietanti di Putin circa il lavoro da completare.

 

E POI, TRA UN PROCLAMA militare e l’altro è venuta fuori anche la prima traccia nero-su-bianco di un possibile piano di pace in 15 punti: è la bozza, secondo quanto anticipato dal Financial Times, attualmente sul tavolo negoziale, che prevede nelle sue parti essenziali il ritiro delle truppe russe a fronte della «neutralità» dell’Ucraina.

 

Ieri, il giorno dopo la missione solidale dei premier di Slovenia, Polonia e Repubblica ceca a Kiev, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incassato l’ordine di uno stop immediato all’invasione emesso dalla Corte penale di giustizia (Cpg). Ordine «vincolante», ma sulla base di quel diritto internazionale che al momento è da annoverare tra le vittime illustri del conflitto. Inoltre qualora Mosca non recepisse, la Corte dovrebbe lamentarsene con il Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove la Russia fino a prova contraria ha il diritto di veto.

 

ANCHE LA CORTE penale internazionale (Cpi), che ha sede sempre all’Aja ma non è un organismo Onu, ha dato seguito all’inchiesta già aperta sui crimini di guerra commessi in Ucraina «dal 2014 a oggi». Il procuratore Karim Khan ieri era in Ucraina per incontrare i vertici del governo ucraino.

 

Zelensky, che ha subito salutato la decisione della Cpg come una «vittoria totale» contro la Russia, ieri ha vissuto un’altra intensa giornata di appelli, contatti internazionali e performance in videoconferenza come quella tenuta in mattinata di fronte al Congresso Usa. Durante la quale il presidente ucraino ha toccato le corde emotive dei congressisti evocando «il cielo di Pearl Harbour nero per gli gli aerei che vi attaccavano» e l’11 settembre che «l’Ucraina sta vivendo ogni giorno da tre settimane». Preceduto da un sonoro I have a dream, ha rilanciato ancora la sua richiesta di «protezione dei cieli del Paese» mediante una fly-zone che invoca da giorni e che per il momento è destinata a restare un «sogno».

 

A TAL PROPOSITO il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg è stato costretto a ribadire una volta di più la visione unitaria dei paesi membri su questo: «Vediamo distruzioni e sofferenze umane in Ucraina, ma potrebbero essere anche peggio se agissimo in modo da trasformare il conflitto attuale in una guerra totale tra Nato e Russia». Stoltenberg ha di conseguenza smentito categoricamente l’esistenza di piani per schierare truppe Nato in Ucraina.

 

A WASHINGTON l’intervento di Zelensky è finito con una standing ovation e il via libera a un nuovo stock di aiuti statunitensi – in buona parte militari – per un valore di 800 milioni di dollari. Un convinto grazie per gli aiuti già ricevuti il presidente lo ha riservato in serata per il suo omologo turco Erdogan, definito un «vero amico». La telefonata ricorreva nell’anniversario del referendum con cui la Crimea nel 2014 ha scelto di stare con la Federazione russa. Un passo mai riconosciuto da Ankara, che ha molto a cuore la questione dei Tatari turcofoni nella penisola contesa, una delle tante che mantiene tesi i rapporti con Mosca .

 

NON CI SAREBBERO OSTACOLI invece, fa sapere il Cremlino, al vertice dei vertici, tra Putin e Zelensky, a patto che sia un incontro risolutivo. Ovvero i due capi di stato potranno vedersi solo a valle del lavoro svolto dalle due delegazioni nei colloqui in corso. In pratica per mettere la firma sull’accordo e per le foto di rito. Una circostanza di lì da venire.

 

Tutto resta infatti subordinato a quel che ha in testa Putin in questo momento. Utilizzando un meeting sulle misure socio-economiche da prendere a sostegno delle regioni russe investite dalle sanzioni internazionali, il presidente russo è tornato a dire che «l'”operazione speciale” procede con successo secondo i piani prestabiliti», che «l’Ucraina, incoraggiata dagli Stati uniti e da un certo numero di Paesi occidentali, si era preparata di proposito per uno scenario militare» e che la sua decisione di intervenire ha scongiurato i piani di Kiev per «un massacro sanguinoso e una pulizia etnica nel Donbass». Se non è una candidatura al Nobel per la pace poco ci manca.

 

Piano di pace, c’è una bozza. Ma Mosca insiste: finire il lavoro

Rifondazione Santa Fiora 

POLITICA ESTERA   EUROPA 

 

16/03/2022

Da il Manifesto

Leonardo Clausi

Londra

 

WikiLeaks. La Corte suprema inglese nega il ricorso. Ora manca solo la ratifica della ministra Patel. Amnesty: «Un duro colpo per la giustizia, un pericoloso precedente»

 

«È un duro colpo per Julian Assange e per la giustizia. La Corte Suprema ha perso un’occasione per chiarire l’accettazione da parte del Regno Unito di assicurazioni diplomatiche profondamente errate contro la tortura. Tali assicurazioni sono intrinsecamente inaffidabili e lasciano le persone a rischio di gravi abusi in caso di estradizione o altro trasferimento». È l’incipit del comunicato stampa rilasciato ieri da Amnesty International sulla sentenza della più alta corte del Regno Unito emessa lunedì che ha negato la possibilità di appello al fondatore di WikiLeaks contro una decisione che ne consentisse l’estradizione negli Stati uniti perché non c’erano argomenti sostanziali in materia di diritto.

GLI AVVOCATI di Assange avranno quattro settimane per presentare osservazioni e obiezioni alla ministra dell’Interno Patel prima della sua decisione. Vi sarebbero altre vie superstiti per combattere la sua estradizione/deportazione. Si concentreranno su altre questioni di diritto sollevate dalla sentenza in primo grado che ha perso e che non sono ancora state oggetto di appello. Il team legale di Assange ha anche indicato che potranno presentare ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Resta il fatto che l’attivista e giornalista australiano fondatore di Wikileaks è ormai a un passo dall’essere estradato, la sua sorte è ora nelle mani della leggendaria ministra dell’Interno Priti Patel, che non desidera altro che ratificare la sentenza per chiuderlo in una galera a stelle e strisce (e perché non la stessa Guantanamo che lo stesso Obama doveva chiudere nel 2009 come prima azione del suo doppio mandato?).

Continua il comunicato di Amnesty: «La richiesta che stati come il Regno Unito estradino degli individui per la pubblicazione di informazioni riservate che sono nell’interesse pubblico costituisce un pericoloso precedente e deve essere respinto. Gli Stati uniti dovrebbero ritirare immediatamente le accuse contro Julian Assange». L’Alta Corte aveva stabilito nel dicembre 2021 che Assange poteva essere estradato, sulla base delle presunte promesse degli Stati uniti di salvaguardarlo in prigione. Avevano assicurato per iscritto che, se estradato, Assange non sarebbe stato rinchiuso in un carcere di massima sicurezza o sottoposto a misure amministrative speciali; e avrebbe ricevuto un’assistenza sanitaria adeguata.

L’isolamento prolungato è una caratteristica fondamentale di molti prigionieri nelle carceri di massima sicurezza statunitensi e ai sensi del diritto internazionale costituisce tortura bella e buona. Gli Usa hanno promesso di non infliggere ad Assange tortura alcuna ma è perfettamente ipotizzabile che, approfittando dell’attenzione internazionale rivolta altrove, tale promessa sia bellamente disattesa.

COM’È BEN NOTO, le autorità nordamericane volevano da tempo mettere le mani addosso ad Assange per aver fondato di Wikileaks, un sito web che nel 2011 aveva pubblicato notoriamente una serie di file riservati del governo degli Stati uniti che rivelavano documenti delle guerre liberaldemocratiche in Afghanistan e Iraq (quelle che nemmeno vagamente suscitarono lo sdegno vibrante degli editorialisti nostrani pur avendo ammazzato dieci volte tanto) insieme a filmati militari di vittime civili dalle operazioni statunitensi.

In seguito al coinvolgimento di Wikileaks, Assange aveva trovato rifugio in diversi paesi, inclusa la Svezia, dove aveva dovuto affrontare accuse di stupro (poi quasi del tutto smontate) da parte dell’autorità giudiziaria svedese prima di trovare rifugio in Inghilterra, nella famigerata sede diplomatica dell’Ecuador.

E LUNEDÌ, nel bel mezzo del macello ucraino, quella che sarebbe stata una notizia a dir poco eclatante è stata infilata sotto al tappeto dello sdegno universale per il mortifero imperialismo russo scatenato nelle ultime settimane. Assange deve, materialmente, la sua sventura all’invasione putiniana. Essenzialmente, al vendicativo umanitarismo a orologeria yankee.

 

La foto : Londra, protesta davanti all’Alta corte per Julian Assange

 

Julian Assange a un passo dall’estradizione negli Usa

Rifondazione Santa Fiora 

EDITORIALI E COMMENTI  |  MANIFESTIAMO PER LA PACE

 

14/03/2022

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Ormai anche Papa Francesco viene accusato di essere filo-Putin dai guerrafondai! Oggi Paolo Mieli su Radio 24 ha rilanciato e fatto proprio un attacco al Papa uscito su Le Monde.


Il papa viene definito “estremamente pericoloso” da uno dei tanti sostenitori delle guerre NATO, accusato di lavorare al riavvicinamento con la chiesa ortodossa, di non aver attribuito al solo Putin la responsabilità della guerra in corso. L’impegno del Papa per la pace e il cessate il fuoco con la visita a sorpresa all’ambasciata russa in Vaticano diventa oggetto di illazioni vergognose. Accusare il Papa di “guardare solo a Mosca” mostra quanto sia forte il furore ideologico del partito della guerra.


Papa Francesco e il cardinale Parolin stanno facendo quello che avrebbero dovuto fare il governo Draghi e l’intera UE: mediare tra Russia e Ucraina per una soluzione pacifica della crisi. Invece un’UE succube della NATO, cioè degli USA, ha scelto la via della co-belligeranza che rischia di trasformare l’Ucraina in un nuovo Afghanistan o una nuova Siria.
Mentre su media e giornali dilaga la propaganda di guerra da Papa Francesco arriva un messaggio e un esempio di ricerca di pace e dialogo a cui ci associamo.

 

Anche nel 1914 alla vigilia della Prima Guerra Mondiale che causò 16 milioni di morti i socialisti e il Papa si trovarono dalla stessa parte nel cercare di contrastare la follia guerrafondaia.

 

A Papa Francesco esprimo la solidarietà pacifista di Rifondazione Comunista.

ANCHE PAPA FRANCESCO NEL MIRINO  DEI GUERRAFONDAI  

Rifondazione Santa Fiora 

POLITICA  NAZIONALE

 

14/03/2022

da Contropiano

Giorgio Cremaschi

 

Tutti i governanti della UE stanno lanciando il nuovo hashtag politico: economia di guerra. Che poi vuol dire la guerra nell’economia.

 

Dal 1914 ad oggi economia di guerra vuol dire due scelte di fondo. La prima è la riconversione bellica del sistema produttivo. La seconda è la redistribuzione ulteriore delle ricchezze a danno della grande maggioranza della popolazione e favore di piccole minoranze di super ricchi, soprattutto quelli che con la guerra faranno giganteschi affari.

 

Profitti di guerra ed ingiustizia sociale dilagano assieme.

 

Così ora ci addestrano alla ineluttabilità dei tremendi sacrifici che ci pioveranno addosso per finanziare l’economia di guerra, di cui uno dei primi pilastri è il riarmo.

 

La Germania ha già annunciato un mega investimento di 100 miliardi in armi.

 

Ora il vertice UE di Versailles fa suo quell’obiettivo della NATO che, con la sua nota brutalità, Trump aveva rivendicato agli alleati europei: almeno il 2% del PIL speso per le armi.

 

L’Italia nel precedente decennio ha costantemente aumentato la spesa militare, compensando questi maggiori costi con i tagli alla sanità e alla scuola. Una bella “scelta di civiltà” e Draghi ha recentemente affermato che che bisogna spendere ancora di più per armarci.

 

L’ultimo bilancio militare dell’Italia ha fatto toccare per la prima volta la spesa di 26 miliardi all’anno. Ora, se obbediremo alle direttive congiunte UE e NATO, dovremo portare questa spesa a circa 40 miliardi all’anno.

 

Un aumento spaventoso, 14 miliardi per anno, 140 miliardi in dieci anni. Nel decennio precedente, che pure ha prodotto i danni sanitari e sociali che abbiamo vissuto nella pandemia, l’incremento era stato di “soli”37 miliardi.

Quindi sanità, scuola, pensioni, servizi pubblici saranno ancor più devastati per armare il paese.

 

La guerra è un crimine e l’economia di guerra il suo primo complice.

 

No al riarmo, no alla economia di guerra, no alla guerra.

 

ECONOMIA DI GUERRA

Rifondazione Santa Fiora 

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