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LAVORO E DIRITTI

 

05.06.2022

Il Manifesto

Mario Pierro

 

Mentre il parlamento e il consiglio europeo si avviano al confronto finale sulla direttiva sul salario minimo proposta dalla commissione Ue il 25 novembre 2021 in Italia il problema continua a registrare divisioni nella maggioranza e tra i sindacati confederali. La situazione non è nuova in una legislatura che sta volgendo a termine e, sebbene esistano diversi progetti di legge in parlamento, nessuna componente favorevole al salario minimo nell’ambito della maggioranza (5Stelle, LeU, Pd, Italia Viva e, a giorni alterni la Lega, contraria Forza Italia) ha trovato il modo di avanzare una proposta unica.

 

TUTTO RESTA FERMO al Senato dal 2018. I lavori si sono di nuovo sbloccati – non è la prima volta, non sarà l’ultima – il 10 maggio scorso dopo un’altra sfuriata di Conte che considera anche il «salario minimo» una «bandiera» dei Cinque Stelle. Il dirigente grillino ritiene che sarebbero i senatori Pd ad essere i responsabili della stasi dell’attività sulla misura. Gli emendamenti sono già stati illustrati (molti sono sostitutivi o abrogativi), si attendono le relazioni tecniche dei ministeri dell’Economia e del Lavoro e i pareri della commissione Bilancio di Palazzo Madama. Nessuno può fare previsioni sui tempi.

 

COME PER LA DELEGA fiscale il governo sta cercando una mediazione e convocherà un altro confronto «nelle prossime settimane». Il ministro del lavoro Andrea Orlando ha proposto che il trattamento economico complessivo, contenuto nei contratti maggiormente rappresentativi «possa diventare il salario minimo di riferimento per tutti i lavoratori di quel comparto. Questo non recupererebbe tutto quello che si è perso con l’inflazione ma eviterebbe di far sprofondare la fascia di lavoro più povero. Sarebbe questa già una risposta importante».

 

IL SEGRETARIO DEL PD Enrico Letta ha rinnovato ieri la proposta in un pacchetto di misure che dovrebbe rispondere al problema solo di recente scoperto dalla politica italiana: i salari fermi da un trentennio, l’aumento dell’inflazione (che non è da salari, ma per il prezzo delle materie prime) e lo scarso potere di acquisto provocato dalla precarizzazione estrema. Quest’ultima è stata attivamente proposta dal partito di Letta in altre stagioni, quella renziana. Oggi Letta prospetta una generica riforma delle forme contrattuali più precarie e evoca l’abolizione degli stage gratuiti. «C’e’ l’impegno ad arrivare al salario minimo, come fanno in Germania e come fanno in Australia, paesi che sono simili al nostro e che hanno fatto una scelta che anche noi dovremmo fare» ha detto. A suo avviso andrebbero fatte «le riduzioni fiscali sulle tasse sul lavoro. E’ insopportabile che l’Italia abbia incentivato tutti gli investimenti finanziari e gli investimenti sulla rendita e non le tasse sul lavoro che sono tra le più alte d’Europa. Quindi ridurre le tasse sul lavoro per dare più soldi in busta paga ai lavoratori e per rendere anche più agevole dare lavoro da parte dei datori di lavoro , da parte delle imprese, le piccole e medie imprese».

 

AL SALARIO MINIMO si oppone Forza Italia. Ieri il suo ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta ha detto che «rischierebbe di spiazzare le relazioni industriali e di produrre effetti negativi a catena sul mercato del lavoro. Riflettiamoci molto bene». «Brunetta che se la prende con il salario minimo in nome della difesa del sindacato fa ridere» ha detto Nicola Fratoianni di Sinistra Italia.

 

ANCHE I SINDACATI confederali sono divisi. Se per Maurizio Landini (Cgil) bisogna agire su “contratti, fisco e legge sulla rappresentanza che recepisca anche il salario minimo nel nostro paese” per Pierpaolo Bombardieri (Uil) deve coincidere «con i minimi contrattuali», per Luigi Sbarra (Cisl) non serve, bastano i minimi contrattuali. Per Maurizio Stirpe Confindustria non avrebbe problemi perché i minimi dei suoi contratti sarebbero più alti della cifra media del salario minimo a cui si sta pensando (tra i 9 e i 10 euro lordi)..

EDITORIALI E COMMENTI

 

02/06/2022

da il Manifesto

Tommaso Di Francesco

 

PACE. Riecco che la storia torna ad essere abusata sul campo di battaglia, con sullo sfondo le rovine del Donbass e l’aggressione di Putin all’Ucraina. Oggi è il 2 giugno Festa […]

 

Riecco che la storia torna ad essere abusata sul campo di battaglia, con sullo sfondo le rovine del Donbass e l’aggressione di Putin all’Ucraina. Oggi è il 2 giugno Festa delle Repubblica nella rievocazione della scelta del referendum del 1946. E dopo due anni di pandemia nella quale la sfilata militare, sostanzialmente militare anche quest’anno, era stata giustamente sospesa: eravamo impegnati in ben altra battaglia.

 

Lo diciamo francamente, non se ne sentiva la necessità.

 

Non solo per la vocazione di pace di questo paese a lungo riecheggiata nelle parole dell’ex presidente Pertini – «chiudere gli arsenali, aprire i granai» -, ma per il profondo disastro che ci circonda che reclama ben altre urgenze. A partire dalla condizione materiale della società che vede un Paese dove le diseguaglianze aumentano a vista d’occhio con la povertà, dove i salari sono di fame, i più bassi d’Europa ma vallo a dire a Bankitalia, dove nella «Repubblica fondata sul lavoro» il lavoro non c’è e dilaga quello precario, insidiato con quello non-precario dalla mancanza di sicurezza suoi luoghi di lavoro che alimenta la strage operaia e ambientale che ci sta sotto gli occhi; un Paese dove i giovani non cercano più un lavoro e una istruzione. Per non dire del disastro nella sanità pubblica, quella di tutti, che avvia alla privatizzazione comparti sanitari fondamentali in assenza di mezzi e fondi.

 

Ma a sostenere l’humus della vita sociale, la lotta per una democrazia compiuta, la lotta dei senza potere e senza diritti insieme al rapporto umano tra le generazioni nel Belpaese c’è la sostanza di una Costituzione che ancora rivendica uguaglianza, lavoro, diritti e pace, ripudiando la guerra.

 

Illusi noi a pensarlo però. Illusi noi a pensare che il 2 giugno non sia solo l’anniversario di una data fondamentale, la scelta tra repubblica e monarchia, ma l’eredità forte della Resistenza contro il nazifascismo che ha dato vita proprio alla Costituzione. Che soprattutto voleva che quella guerra allora da poco terminata, fosse l’ultima, con ancora le macerie sotto gli occhi e i reduci che tornavano – questa fu la ragione vera del disastro della scelta monarchica che pure spaccò un Paese comunque consapevole delle gravi responsabilità e connivenze storiche della monarchia con il fascismo. Che insomma le atrocità di cui un intero popolo era stato vittima non dovessero più ripetersi.

 

Per questo è una Costituzione che, nata dalla guerra, da una guerra di liberazione vinta, dichiara di ripudiare la guerra non solo «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», ma anche «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Una aspirazione così radicata che i padri costituenti la scrissero indelebilmente nell’articolo 11 – il cui sotto-articolato dispone certo una riduzione di sovranità per addivenire a soluzioni di pace, ma non autorizza mai nessuna guerra.

 

Illusi noi dicevamo, perché ieri un editoriale del Corriere della Sera (Pintor lo chiamava il Corriere dello zar, nel senso della promanazione dal potere) a firma Antonio Polito dice come stanno davvero le cose.

 

La vera «Costituzione materiale» vede il suo atto fondativo nientemeno che con la scelta di adesione dell’Italia alla Nato nel 1949, passando naturalmente per la sconfitta del fronte di sinistra nell’aprile del 1948 e la rottura governativa della collaborazione delle forze antifasciste, mandate all’opposizione «fino a Berliguer» – ridagli con il sopruso di Berlinguer. Scrive Polito: «Una Costituzione materiale che vincolò la Repubblica e si affiancò alla Costituzione vera e propria scaturita dal referendum del 1946…È questa la carta d’identità dell’Italia nel mondo, e il suo passaporto. Senza il quale conteremmo molto meno, in una scena globale in cui saremmo altrimenti vasi di coccio».

 

Bene. Finalmente. Adesso sappiamo perché a fronte del disastro sociale del Belpaese, abbiamo deciso un riarmo che alloca subito 33miliardi ma punta ad arrivare a 40 pe riempire di nuovo i nostri arsenali di armi sempre più sofisticate e micidiali; e perché non sappiamo che fine abbia fatto la nostra democrazia con lo stesso parlamento; adesso sappiamo perché abbiamo sul nostro territorio una cinquantina di bombe atomiche; e perché ogni giorno mettiamo a disposizione il nostro territorio, una immensa servitù militare per basi, nuovi sistemi di controllo e manovre atlantiche; adesso sappiamo perché non abbiamo una politica estera – e non ce l’ha l’Unione europea surrogata proprio dall’Alleanza atlantica; e perché abbiamo partecipato a quel pericoloso «abbaiare» a Est che si chiama allargamento della Nato contro cui hanno lanciato avvertimenti perfino molti fautori delsicurezza Usa; e ora abbiamo consapevolezza del perché, al seguito subalterno dell’Alleanza atlantica – altro che «vasi di coccio» – , siamo entrati in guerre scellerate – Somalia, ex Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, nelle quali sono stati commessi da noi occidentali migliaia di orrori, stragi e crimini rimasti impuniti.

 

Ora sappiamo perché. C’è la «Costituzione materiale», quella sostanziale, perché naturalmente l’altra, quella che sta scritta nella Costituzione repubblicana che «ripudia la guerra» altro non sarebbe che una chiacchiera «vera e propria».

 

Vai con la Festa della Repubblica, lo spettacolo deve continuare, tra lo sfilar di tank, jet e parà, tra ordini, marce e lo squillar di trombe.

POLITICA NAZIONALE      |    POLITICA ITALIANA 

 

01/06/2022

da il Manifesto

Davide Conti

 

ADDIO AL PARTIGIANO. In tribunale accanto ai combattenti della guerra di Liberazione, con i famigliari dei morti di Reggio Emilia e dell’anarchico Pinelli

 

 

 

La figura di Carlo Smuraglia ha incarnato uno degli ultimi corpi fisici e politici dei padri e delle madri della Repubblica. Ciò perché il segno indelebile della Resistenza contro il nazifascismo, da lui combattuta come volontario del Corpo Italiano di Liberazione nella Divisione Cremona (inquadrata alle dipendenze militari della Ottava Armata Britannica), ha guidato ed indirizzato l’intera biografia pubblica dell’ultimo partigiano presidente dell’Anpi.

 

La Liberazione d’Italia, infatti, non coincise con la fine della lotta per la democrazia ma anzi avviò da subito l’impegno di Smuraglia sia in difesa del patrimonio rappresentato dalla Resistenza sia per l’applicazione integrale del lascito di quella esperienza emersa dal fuoco della «guerra totale»: la Costituzione repubblicana.

 

La Guerra Fredda rovesciò le alleanze internazionali del Secondo conflitto mondiale trasformando l’Italia in un Paese non solo collocato sulla frontiera che separava l’est sovietico dall’ovest atlantico ma anche abitato dalla «questione comunista», ovvero dalla presenza del più grande partito comunista dell’Occidente, e dalla «memoria ingombrante» della Lotta di Liberazione che aveva visto proprio il Pci come forza preponderante.

 

IN QUESTO QUADRO se da un lato si assistette al cosiddetto «congelamento costituzionale» (la sospensione dei principali istituti e delle leggi della nostra Carta fino al 1956) i governi conservatori del dopoguerra a guida Dc permisero (quando non promossero) quell’autentica persecuzione giudiziaria antipartigiana avviata dalla magistratura, quasi integralmente ancora fascista. Carlo Smuraglia, insieme ai fondatori dei Comitati Solidarietà Democratica Umberto Terracini e Lelio Basso, fu avvocato difensore dei combattenti della guerra di Liberazione e riuscì a farne assolvere un intero gruppo in Corte d’Assise a Pisa.

 

A riprova di come la storia partigiana in Italia non sia finita con il silenzio delle armi, Smuraglia negli anni della «democrazia difficile» assunse il ruolo di avvocato di parte civile dei familiari delle vittime dell’eccidio di Reggio Emilia del 7 luglio 1960, quando le forze dell’ordine dell’allora ministro dell’Interno Giuseppe Spataro (già rappresentante della Dc in seno al Comitato di Liberazione Nazionale di Roma durante l’occupazione nazista) uccisero cinque operai che manifestavano contro il governo Tambroni sostenuto dai fascisti del Msi.

 

Ritroveremo il partigiano/avvocato in un altro drammatico snodo della vita della democrazia repubblicana ovvero all’indomani della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 allorché divenne difensore della famiglia del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli (già staffetta partigiana) morto in Questura a Milano dove, illegalmente trattenuto oltre i termini del fermo di polizia, «volò» dal quarto piano dell’ufficio del commissario di polizia Luigi Calabresi dopo essere stato sottoposto per tre giorni ad un interrogatorio che avrebbe dovuto fargli «confessare» la sua responsabilità per quella che invece fu la prima delle stragi di Stato di mano fascista e coperta dagli apparati politici e militari delle istituzioni.

 

DI FRONTE A QUEI rovesciamenti del senso della storia (l’ex direttore fascista del confino di Ventotene Marcello Guida che nel 1969 da questore di Milano interroga una ex staffetta partigiana accusandolo di strage) Smuraglia mantenne lo stesso spirito degli anni della Resistenza dimostrando l’innocenza di Pinelli. Nel 1976 seguì le famiglie di Seveso travolte dal disastro ambientale della fuga di diossina.

 

Le sue battaglie per la difesa della Costituzione dentro le istituzioni presero sempre più forma e corpo quando fu eletto membro del Consiglio Superiore della Magistratura e poi senatore della Repubblica diventando la ragione profonda del suo mandato da presidente dell’Anpi nel 2011.

 

DA QUELLA POSIZIONE Smuraglia guidò il largo fronte di cittadine e cittadini che respinsero, con il voto nel referendum del 2016, lo stravolgimento della Costituzione voluto da Renzi e da quelle classi dirigenti italiane e non solo (basti pensare al noto rapporto della Banca d’affari JP Morgan del 2013 contro le costituzioni antifasciste) che hanno sempre guardato alla revisione della Costituzione (e con essa della storia della Resistenza) come alla rivincita definitiva sugli esiti del 25 aprile 1945. Una eredità che al contrario Carlo Smuraglia ha rappresentato fino all’ultimo operando da presidente emerito dell’Anpi e respingendo (con una lettera pubblica su Il Corriere della Sera in cui sosteneva l’attuale presidente Anpi Gianfranco Pagliarulo) anche recenti tentativi di strumentali polemiche rispetto alla guerra in Ucraìna all’indomani di un’intervista su La Repubblica. Un partigiano fino in fondo.

 

Venerdì alla Casa della memoria di Milano l’ultimo saluto. Carlo Smuraglia – partigiano, parlamentare, consigliere del Csm e presidente emerito dell’Anpi morto ieri a quasi 99 anni – riceverà l’ultimo saluto venerdì prossimo, 3 giugno, alla Casa della memoria di Milano. L’Anpi fa sapere che alle 10 aprirà la camera ardente e dalle 11 si terrà la cerimonia. Tantissime le espressioni di cordoglio del mondo politico e sociale. «Scompare una delle ultime figure del movimento partigiano che concorse alla fondazione della Repubblica e a vivificarne la democrazia», ha affermato il capo dello Stato Sergio Mattarella.

POLITICA NAZIONALE       DOCUMENTO  DIREZIONE 

 

31/05/2022

 

Documento approvato dalla direzione nazionale con un voto contrario e due astenuti, domenica 29 maggio 

 

La guerra in corso, e le politiche del governo Draghi, confermano che il bipolarismo è un gioco truccato e che occorre lavorare per la costruzione di un’alternativa popolare e autenticamente di sinistra ai poli politici esistenti. È sceso in campo un nuovo atlantismo militarizzato ed aggressivo che vede in prima fila PD e FdI e che cambia ulteriormente in peggio l’Italia e la UE. Un neo atlantismo sostenuto da tutti i poteri. Una UE ormai al traino di USA, NATO, GB e Polonia. Con una rottura della globalizzazione per linee geopolitiche e conseguenze catastrofiche in termini di politiche alimentari ed energetiche. A pagare sono le masse popolari e la democrazia.

 

Esce confermata la necessità, pur tra tante difficoltà, di perseguire la strada indicata nel congresso nazionale di costruzione di “uno schieramento, una soggettività, un’aggregazione che, per dimensioni e credibilità, possa rappresentare una alternativa allo stato di cose presente”. Proprio la vicenda della guerra ha evidenziato che la maggioranza del paese non condivide le scelte dello schieramento bellicista preponderante in parlamento e nell’informazione. Bisogna avanzare al più presto una coerente proposta politica pacifista che parli a una maggioranza del paese oggi priva di rappresentanza e un programma sociale che parli alle classi popolari e lavoratrici.

 

Va rifiutato l’uso strumentale dell’antifascismo a fini elettorali non solo per l’evidenza che il PD è riuscito a condividere governi con tutti i principali esponenti della destra (anche quelli che vengono da MSI-AN) ma soprattutto per la costatazione che proprio il bipolarismo ha consentito al partito della fiamma tricolore di raggiungere livelli di consenso mai avuti durante la storia repubblicana. In Italia c’è bisogno di un antifascismo popolare che rilanci la lotta per l’attuazione della Costituzione nata dalla Resistenza. In questo quadro per rilanciare la democrazia costituzionale, ridando credibilità a un parlamento privo della volontà di rappresentanza popolare, rilanciamo in ogni sede una lega per il proporzionale proponendo di convergere a tutti gli autentici democratici sulla rivendicazione di leggi elettorali che reintroducano il semplice principio “una testa un voto”.

 

Le posizioni del PD sulla guerra, come sulle principali questioni ambientali e sociali, evidenziano la natura ornamentale e subalterna di una sinistra che persegue l’alleanza e il “campo largo” utilizzando suggestioni rossoverdi a prescindere dalla concretezza dell’impianto programmatico. Sul piano dei risultati più che “coraggiosa” si tratta di una scelta del tutto inefficace, anzi dannosa perché ostacola la costruzione e la prefigurazione di un’alternativa sociale e politica.

 

C’è bisogno invece di una coalizione popolare, pacifista, ecologista, sociale, femminista e antifascista, che si proponga di aggregare un blocco sociale su un programma di attuazione della Costituzione, di radicale alternativa per il nostro Paese, per la pace e un eco-socialismo del XXI secolo. C’è bisogno di un programma di rottura e cambiamento nel governo del paese e di un profilo in grado di renderlo percepibile come necessario per larghi settori popolari e capace di suscitare partecipazione e mobilitazione. Il percorso che si deve realizzare in tal senso deve darsi l’obiettivo di coinvolgere la partecipazione di chi in questi anni si è allontanata/o da ogni prospettiva di politica organizzata.

 

La Nuova Unione Popolare Ecologica e Sociale, guidata da Mèlenchon, dimostra che un programma e un discorso coerentemente di sinistra e ambientalista non sono condannati in Europa al minoritarismo.

 

Certo nel nostro paese non ci sono stati i cicli di lotte di massa e gli scioperi che hanno in Francia contrastato le misure antipopolari e le “riforme” neoliberiste. E’ evidente che per cambiare i rapporti di forza c’è bisogno di una ripresa delle lotte. Per questo lavoriamo per la convergenza dei movimenti come abbiamo fatto con la Società della cura, il Forum dei movimenti, il rapporto con il collettivo di fabbrica e il gruppo di supporto Insorgiamo della Gkn, le tante campagne in cui siamo impegnate/i.

 

La convergenza sociale e la costruzione di una proposta politica non sono sovrapponibili ma neanche separate. La necessità della riapertura di un ciclo di lotte e la questione del ritorno della sinistra sul terreno della rappresentanza istituzionale non vanno contrapposte. L’assenza nello spazio della politica istituzionale e quindi del dibattito pubblico di una sinistra anticapitalista e antiliberista, femminista, ambientalista e pacifista pesa anche sulla capacità di incidere dei movimenti e contribuisce alla passivizzazione e alla spoliticizzazione delle classi popolari.

 

Non basta la riaffermazione della nostra alterità al centrodestra e al centrosinistra + M5S. La crisi di sistema in termini di legittimità e di rappresentanza è un fatto oggettivo. Bisogna intercettare la rabbia e la disaffezione di una massa senza rappresentanza, che non si riconosce nell’attuale sistema politico e a cui bisogna proporre una prospettiva democratica di cambiamento. Lo possiamo fare nel lungo periodo stando in relazione con i bisogni materiali (sussistenza, lavoro, casa, salute, ecc.) delle fasce sociali che più subiscono le conseguenze del neoliberismo. Dobbiamo saper parlare a questa parte della società oggi largamente esclusa dal sistema politico, dobbiamo farlo non dall’esterno ma stando all’interno delle tante situazioni di disagio, di protesta, di rabbia sociale. Soltanto stando dentro questo campo, non importa se impolitico, riorganizzando una linea critica del basso contro l’alto, contro un sistema oligarchico che concentra il potere e il denaro in poche mani, abbiamo la possibilità di ricostruire le basi di radicamento di una sinistra di alternativa. Nel breve periodo abbiamo bisogno di un discorso e di una proposta politica che riesca a parlare anche attraverso i media e a suscitare attenzione e interesse in questi settori sempre più vasti del paese.

 

In questi mesi abbiamo lavorato sul terreno sociale e politico per costruire interlocuzioni in direzione della concretizzazione di una proposta politica di alternativa. La guerra e l’urgenza della mobilitazione hanno in parte rallentato i percorsi in cui eravamo impegnate/i ma ne hanno rafforzato le ragioni.

 

Intorno all’appello “per la rinascita della sinistra”, promosso da Angelo d’Orsi, si sono raccolte adesioni significative in direzione di una costituente. L’appello rossoverde di Transform ha aperto la riflessione per il rilancio di un progetto e di una pratica ecosocialista di ambientalismo anticapitalista e antiliberista non subalterno. L’appello delle lavoratrici e dei lavoratori indica il bisogno di una proposta politica che sia chiaramente di classe con un programma incentrato sui temi del lavoro e del reddito.

 

Lavoriamo sui territori per costruire iniziative di partito e/o unitarie di discussione sul tema della guerra e la necessità di un’alternativa di pace, ecologia e giustizia sociale relazionandoci con i promotori degli appelli che aiutano a ricostruire una sfera pubblica di sinistra.

 

Giudichiamo assai positivo il percorso avviato con la nascita della componente unitaria ManifestA – PAP – PRC alla Camera e auspichiamo che presto se ne aggiunga una analoga al Senato. Anche la ricostruzione di relazioni unitarie con Pap è un fatto positivo. Lavoriamo per la confluenza delle soggettività della sinistra antiliberista e anticapitalista in un progetto che però acquisterà forza e credibilità solo se riuscirà a diventare un movimento popolare ampio e popolare, partecipato e plurale.

 

Abbiamo registrato forte sintonia con Luigi De Magistris sul progetto di costruire una coalizione politica e sociale, una coalizione-movimento popolare, che coinvolga partiti e soggettività di diversa natura impegnate sul piano sociale e politico. A supporto di questo progetto si è aggregata per iniziativa di Piero Bevilacqua una rete di intellettuali e di competenze per un lavoro di elaborazione di un programma da proporre al paese. Si tratta di primi passi di una possibile riaggregazione di energie e intelligenze.

 

Riteniamo importante per lo sviluppo del movimento pacifista la scelta di molte realtà del mondo cattolico e cristiano di schierarsi contro la guerra e l’invio di armi. Per la forte sensibilità sui temi della pace, della giustizia sociale, dell’antirazzismo, della consapevolezza ecologica e della solidarietà con il sud del mondo costituiscono un interlocutore importante anche per una coalizione popolare.

 

La Direzione nazionale impegna la segreteria a proseguire il percorso intrapreso con Luigi De Magistris, la componente ManifestA, in cui coinvolgere tutte le soggettività politiche e sociali, da quelle della sinistra anticapitalistica, sino alle associazioni cattoliche, pacifiste, ambientaliste, femministe, meridionaliste, sulla base della linea emersa al congresso, allargando e approfondendo tutte le interlocuzioni sociali e politiche, a partire dalle personalità che hanno promosso e aderito agli appelli citati e dalle esperienze territoriali, per definire il profilo e i contenuti della proposta e avviare un processo di partecipazione e discussione che attraversi il paese.

 

È necessario individuare rapidamente un percorso visibile e riconoscibile, un processo politico aperto a tutti i soggetti interessati: partiti, organizzazioni, movimenti, associazioni, istanze, vertenze territoriali e singole persone. Questo va sostanziato auspicabilmente in tempi brevi, definendo come base di partenza gli obiettivi politici e le regole di funzionamento collettivo per avviare un’ampia discussione – nei territori come a livello nazionale – e declinare a livello di massa il progetto politico. Occorre dare sostanza a una progettualità di lungo respiro, che non nega e non sottovaluta l’appuntamento elettorale, ma si prenda cura della nascita di alleanze strategiche, per essere strumento efficace dell’opposizione sociale. Per dirla con l’Insorgiamo della GKN: non contendersi gli spazi esistenti, ma replicarli, farli crescere, moltiplicarli.

 

La Direzione Nazionale conferma il proprio massimo impegno a seguire direttamente questo percorso, perché il contributo di Rifondazione possa declinarsi in modo ampio, con il coinvolgimento di tutto il gruppo dirigente sui territori

 

La Direzione nazionale impegna circoli, federazioni e regionali al massimo impegno nelle campagne contro la guerra e il carovita e invita alla mobilitazione e partecipazione alla manifestazione nazionale NO BASE a Coltano del 2 giugno e alla manifestazione nazionale contro la guerra indetta dalla comunità curda a Roma del 4 giugno.

 

ECONOMIA E FINANZA

 

30/05/2022

da Contropiano

di Claudio Conti

 

Si fa presto a dire embargo… Gli sherpa dei Paesi membri della Ue non sono riusciti a trovare una quadra sullo schema di intesa preparato dalla Commissione, che prevedeva l’esenzione per il greggio proveniente dall’oleodotto dell’Amicizia, che collega la Russia a Ungheria, Germania e Polonia. E dunque la riunione odierna del Consiglio Europeo rischia di trasformarsi in un boomerang.

 

I problemi sono numerosi, tutti interconnessi e ognuno irrisolvibile da solo.

 

La “pensata” sull’esenzione per Ungheria, Cechi e Slovacchia – che dipendono pressoché totalmente dall’oleodotto Druzhba (”amicizia”, appunto) – sembrava una soluzione che poteva mettere d’accordo gli anti-russi più vicini agli Usa (Polonia, baltici, ecc) e i “tiepidi” che stanno misurando l’idiozia economica di misure che danneggiano soprattutto l’Europa senza peraltro toccare più di tanto la Russia.

 

La battuta attribuita a Ursula von der Leyen – presidente della Commissione – è illuminante nella sua contorsione: “Dobbiamo continuare ad acquistare petrolio russo per evitare che la Russia possa venderlo ad altri, i quali a loro volta lo rivenderebbero a noi a prezzi superiori“.

 

Il “mercato”, infatti, è tutt’altro che il luogo dei buoni sentimenti e dei “valori”. Da un lato ci sono i fornitori che ovviamente vedono con favore ogni occasione per aumentare i prezzi (anche rifornendosi a loro volta dalla Russia), da quest’altro ci sono i paesi europei che sarebbero stati obbligati comunque a fare meno del petrolio di Mosca (Italia, Francia, Spagna, Grecia, ecc), e che naturalmente indicano la “distorsione del mercato” che si creerebbe facendo eccezioni per Orbàn ed altri. Finirebbero infatti per pagare di più all’interno di una “comunità” teoricamente “unita e compatta”.

 

In secondo luogo, questa distorsione arriverebbe nel pieno del tentativo – guidato apparentemente da Mario Draghi – di individuare meccanismo per mettere un limite al rialzo dei prezzi dei beni energetici. Almeno per quanto riguarda i paesi dell’Unione Europea.

 

Meccanismo che molti vorrebbero rafforzare imponendo una separazione tra dinamica dei prezzi del gas e prezzi dell’energia elettrica. Cosa abbastanza complicata da definire tecnicamente, visto che alcuni paesi producono elettricità sfruttando soprattutto le centrali nucleari (la Francia, in primo luogo), mentre altri usano in primo luogo il gas (l’Italia, of course) e altri ancora diversi mix che comprendono persino il carbone.

 

Un quadro così complicato e differenziato negli interessi da far dire al vice cancelliere tedesco Robert Habeck che “Dopo l’attacco della Russia all’Ucraina, abbiamo visto cosa può succedere quando l’Europa è unita“, ma sulle sanzioni quest’unità “si sta sgretolando“. Un avvertimento, certo, per far riflettere bene i 27 partner, ma anche una fotografia dei rischi a breve termine.

 

Anche perché, nelle stesse ore, l’agognata fine del lockdown a Shanghai – richiesta da tutto il mondo, nelle scorse settimane, per i componenti che dovevano arrivare dalle industrie locali – ha fatto immediatamente impennare la richiesta di petrolio e dunque anche i prezzi.

 

Alle ore 8 di stamattina, il greggio di qualità Brent scambiava a 116 dollari al barile con un rialzo dello 0,74%, dopo aver toccato un picco di 120 dollari al barile. La quotazione della qualità WTI, a sua volta, mostrava un +0,83% a 116 dollari al barile.

 

Queste dinamiche del mercato comportano naturalmente una spinta alla crescita dell’inflazione. E le banche centrali principali (Federal Reserve, Bce, Banca di Inghilterra) si scoprono fattualmente impotenti di fronte a questo scenario, che arriva dopo oltre un decennio di “iniezioni di liquidità” nel mercati.

 

Se infatti agiscono come previsto dai manuali di neoliberismo – aumentando i tassi di interesse – è assolutamente certo che innescheranno una profonda recessione nelle economie occidentali, facendo chiudere molte aziende e provocando uno choc occupazionale. Mentre quelle asiatiche – più concentrate da decenni sull’economia reale – non soffrirebbero particolarmente della stessa malattia.

 

Ma c’è di peggio. L’aumento dei tassi non avrebbe probabilmente alcun effetto sulla stessa dinamica dell’inflazione, visto che l’oceano di liquidità finanziaria immessa nei “mercati” da oltre un anno sta lasciando i tradizionali investimenti (la Borsa) per concentrarsi sull’immobiliare e le materie prime. Ossia sui beni “fisici”, non di carta.

 

Ossia proprio in quei settori che alimentano l’inflazione, indifferenti alle scelte di politica monetaria.

 

Insomma, l’Occidente dimostra di essere reazionario alzando l’embargo per poi darselo pesantemente sui piedi (a voler essere gentili…).

 

Rifondazione Santa Fiora

RICERCA ED ISTRUZIONE

 

30/05/2022

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Loredana Fraleone, responsabile nazionale scuola del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Lo sciopero del 30 maggio della Scuola, indetto da FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola, SNALS e GILDA è una buona occasione per respingere al mittente provvedimenti che un governo arrogante intende calare su un mondo che da oltre 20 anni ha subito solo tagli e riforme sciagurate. Questo governo aumenta le spese militari e taglia di nuovo sulla scuola e la sanità, distribuisce enormi risorse alle grandi imprese ma non rilancia il pubblico.


Invece di approfittare del calo demografico per mettere finalmente mano alle “classi pollaio”, lo si usa per tagliare ancora una volta le risorse, che collocano la Scuola italiana agli ultimi posti in Europa per spesa rispetto al PIL. Il taglio comporterebbe una riduzione di circa 11.000 posti di lavoro. Tra i provvedimenti del governo, si introduce un concorso della durata di “tre” anni con esami alla fine di ogni anno e un “premio” finale una tantum solo per il 40% dei concorrenti. Si addebitano i costi del percorso di selezione e assunzione ai precari, per la prima volta nella storia, come non fossero una risorsa necessaria al funzionamento quotidiano delle scuole.

Si snobbano le richieste salariali di una categoria che ha il livello retributivo più basso di tutto il Pubblico Impiego a parità di livello, con un contratto scaduto da 4 anni, in assenza di un recupero degli scatti di anzianità persi dal 2013.


Questo sciopero potrebbe essere l’inizio di un conflitto più ampio nei confronti di un governo sempre meno apprezzato per le sue politiche antipopolari e guerrafondaie, delle quali sono complici e responsabili centrodestra e centrosinistra.


Rifondazione Comunista sarà in piazza con i lavoratori e le lavoratrici della Scuola, per sostenerne le rivendicazioni, legate alla centralità e al rilancio dell’istruzione in questo paese, per il diritto allo studio e il futuro delle nuove generazioni.

 

POLITICA NAZIONALE 

 

28/05/2022

Maurizio Acerbo, segretario nazionale, Partito della Rifondazione Comunista -Sinistra Europea

 

La posizione del Pd sul caso Julian Assange è vergognosa e qualifica la reale natura di questo partito.
Dopo aver bocciato una mozione in parlamento, il Pd nel consiglio comunale di Milano si schiera a favore dell’estradizione del giornalista negli USA e contro la proposta di conferirgli la cittadinanza onoraria.

 

Per il Pd non c’è problema se gli USA chiedono una condanna fino a 175 anni per un giornalista riesumando una legge del 1917 contro la quale si manifestava ai tempi di Sacco e Vanzetti.

 

Il Pd è un partito che ha fatto la scelta di collocarsi nel campo dell’imperialismo occidentale nella nuova guerra fredda. Su questa strada getta nella spazzatura non solo i principi della sinistra ma anche quelli più elementari del liberalismo.

 

È un partito erede di Tony Blair non di Berlinguer.

Per il Pd è giusto che venga sepolto in una galera chi ha rivelato i crimini di guerra occidentali.

Dovrebbero presentarsi alle elezioni con il simbolo della Cia o la bandiera a stelle e strisce.

Il Pci era capace di condannare le invasioni dell’Urss e di solidarizzare con i dissidenti dell’est. Il Pd evidentemente è un partito di maggiordomi degli USA.

 

Possibile che lì dentro nessuno si indigni per questa deriva? Possibile che ci sia chi lo consideri un interlocutore a sinistra?

 

Libertà per Julian Assange!

 

POLITICA NAZIONALE      |    NO ALL'AUMENTO DELLE  SPESE MILITARI  -  

 

27/05/2022

 

“Di fronte a quello che si prefigura come l’ennesimo massacro sociale, il Governo aumenta le spese militari al 2% del Pil, taglia la spesa sociale e risponde al carovita con un bonus risibile, 200 euro, 17 al mese”.

 

“Contro il fariseismo di Governi che parlano di pace, ma sostengono la guerra, la nostra campagna richiama la necessità di estendere le lotte per  fermare la guerra e il riarmo e chiedere l’avvio immediato di trattative di pace; il blocco degli aumenti delle bollette, prezzi calmierati sui generi alimentari di prima necessità; aumenti generalizzati di salari e pensioni e una nuova scala mobile, un salario minimo legale a 10 euro netti all’ora.

 

È possibile perseguire questi obiettivi con gli extraprofitti delle aziende che lucrano sugli aumenti, l’utilizzo del gettito extra dell’Iva prodotto dai rincari, la tassazione delle grandi ricchezze al di sopra di 1 milione di euro, il taglio delle spese militari”.

 

“Per tutti questi motivi il Partito della Rifondazione Comunista sabato 28 maggio darà di nuovo vita ad un banchetto di raccolta firme con relativo volantinaggio .

 

Saremo presenti a Grosseto, dalle 9 alle 12.30 e dalle 16 alle 19.30, in piazza fratelli Rosselli; a Santa Fiora, dalle 10.30 alle 12.30, in piazza Garibaldi“.

RICERCA ED ISTRUZIONE     |    SCUOLA   

 

21/05/2022

Loredana Fraleone responsabile nazionale scuola università e ricerca
Antonello Patta, responsabile nazionale lavoro

 

Un altro ragazzo, in alternanza scuola lavoro, subisce le conseguenze “dell’addestramento” voluto da quella che ha osato definirsi “Buona Scuola”, ed è rimasto gravemente ustionato in un’officina a Merano, dove è ricoverato in pericolo di vita.

 

Non basta lo stillicidio senza fine delle morti di lavoratori sacrificati sull’altare di un sistema, che in nome del profitto uccide, ora il lavoro insicuro colpisce anche gli studenti.

 

Non è passato molto tempo dalle morti di Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci, che già siamo costretti a temere per la vita di un altro ragazzo che si trovava in un posto sbagliato intento a compiti sbagliati. Non ci stancheremo di ripeterlo, è un’idea di formazione ben misera quella che sottrae un ragazzo alla scuola proprio nell’età in cui deve ancora acquisire una solida formazione di base e uno sguardo consapevole sulla società e sul mondo.

 

L’obiettivo vero di tanta ostinazione nell’addestrare durante il periodo di formazione è quello di assuefare anzitempo le persone allo sfruttamento, con salari sempre più bassi e condizioni di lavoro insicure e precarie.

 

L’attuale ministro Bianchi vuole dare persino alla scuola di base la finalità del lavoro come priorità assoluta, nella cinica corsa ad assoggettare progressivamente tutto il tempo di vita delle persone al dominio del profitto. Sosteniamo da tempo che l’alternanza scuola lavoro e gli stage devono essere aboliti e che si deve elevare l’obbligo scolastico , come già avviene in molti paesi europei.


Augurandoci la guarigione del Giovane studente, sosteniamo con forza l’iniziativa dell’Unione degli Studenti che organizzerà “scioperi e mobilitazioni studentesche in tutto il paese”

 

LAVORO  E DIRITTI       |      MANIFESTIAMO PER LA PACE 

 

17/05/2022

 

Abbassate le armi e alzate i salari: USB aderisce allo sciopero generale indetto il 20 maggio dal sindacalismo di base

 

Dopo lo sciopero del 22 aprile scorso che ha visto sfilare per Roma una manifestazione partecipata e combattiva, fatta di operai e studenti sotto lo slogan “via il governo della guerra e del carovita”, in questi giorni l’USB ha deciso di dare la sua adesione allo sciopero generale dei settori pubblico e privato indetto dal sindacalismo di base e conflittuale per il 20 maggio prossimo.

 

Abbiamo ben presente l’impegno che comporta uno sciopero generale e le condizioni complesse in cui questo oggi cade; tuttavia, riteniamo importante dare un segnale di continuità alla mobilitazione contro il governo Draghi, contro il riarmo dell’UE e contro la guerra.

 

“Niente sarà come prima”, ci siamo detti durante i giorni del lockdown, consapevoli che questa classe dominante cialtrona e corrotta avrebbe sfruttato la pandemia per avviare un profondo processo di ristrutturazione economico e sociale; nondimeno, oggi l’accelerazione dei processi di competizione internazionale riscontrabili nell’espansione della NATO a cui è seguita l’invasione dell’Ucraina, stanno imprimendo un’evoluzione drammatica che già oggi è pagata duramente dai settori sociali più deboli e dalle popolazioni coinvolte nella guerra.

 

Il recente vertice NATO conferma che l’allargamento del conflitto è una delle opzioni seguite concretamente dall’UE e dagli USA. Sulla stessa linea si pone il governo Draghi con il PD in testa, rendendo nei fatti l’Italia un paese belligerante, nonostante l’opinione contraria della maggioranza della popolazione che ben comprende il prezzo umano e sociale che le si prospetta davanti.

 

  • Alzate i salari - È la nostra risposta a 30 anni di moderazione salariale imposta dall’UE, da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil. Solo nell’ultimo decennio il salario dei lavoratori ha perso il 6% a questo risponde un’inflazione che negli ultimi mesi corre al 6,7% rendendo ancora più poveri i lavoratori e i padroni sempre più ricchi.
  • Abbassate le armi - Il riarmo dell’UE e la spedizione di armi all’Ucraina, infatti non solo allontanano la pace, ma per di più sottraggono risorse allo stato sociale, senza contare l’aumento degli idrocarburi, materie prime e semilavorati che il padronato farà pagare ai lavoratori con licenziamenti, attacco al salario e inflazione.

In tutti i paesi europei la classe dominante ha messo in moto una macchina di propaganda opprimente che riabilita il nazifascismo in maniera più o meno aperta, distorce la storia, assume dei connotati razzisti pronto a zittire qualsiasi voce contraria o critica verso la guerra.

 

Nella storia, anche recente, il movimento dei lavoratori ha lottato duramente contro chi voleva convincere lavoratori e lavoratrici ad arruolarsi nei conflitti. Fermare questa guerra o comunque portare l’Italia fuori dal conflitto costituisce una priorità anche perché il clima di guerra è funzionale ad aumentare la pressione sui lavoratori e a restringere gli spazi di libertà.

 

Il quadro interno e quello internazionale ci dicono che nei prossimi mesi i lavoratori saranno chiamati a fronteggiare un incrudimento dello scontro di classe. Come USB faremo la nostra parte lavorando alla costruzione di momenti e alleanze ampi e sostenendo le iniziative che mirano a contrastare le politiche di guerra e antioperaie.

 

È con questo spirito che sosteniamo lo sciopero del 20 maggio convinti che sia necessario unire la maggioranza del nostro Paese che è contro la guerra, contro l’aumento delle spese militari e contro la vendita e l’invio di armi che alimentano il conflitto.

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