Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

Norma Rangeri
da il Manifesto
25.08.2017


All’alba la polizia sgombera con la violenza i rifugiati costretti ad accamparsi nei giardini nel cuore di Roma. Manganelli e idranti, cariche ingiustificate, donne e bambini terrorizzati, molti feriti. Pessimo segnale del ministero degli Interni in un paese funestato ogni giorno da episodi di «ordinario razzismo»


Una donna anziana ferita, bambini terrorizzati, immigrati finiti in ospedale, poliziotti con scudi e manganelli all’inseguimento tra le persone ferme ad aspettare l’autobus. E’ in sintesi il bilancio dello sgombero avvenuto ieri a Roma, in un luogo centrale della città come piazza Indipendenza. La cronaca dei mezzi della polizia che arrivano all’alba e scatenano gli scontri usando gli idranti è un pessimo segnale.

Purtroppo questo ennesimo episodio di ostilità verso persone costrette a dormire accampate nei giardini, e tutte con il permesso di soggiorno, è lo specchio di un clima alimentato da mesi. Iniziato con quella che potremmo definire la “politica dei respingimenti” del ministro degli interni verso le Ong. Un clima segnato da episodi di ordinario razzismo nella quotidianità del Belpaese, registrati ogni giorno ovunque, con esempi di sindaci, compresi quelli del Pd, protagonisti di comportamenti di ordinario leghismo. Come è avvenuto anche ieri in provincia di Piacenza con la scritta «no ai neri, no all’invasione» con cui sono stati accolti i minori non accompagnati provenienti da molti paesi africani.

Se è necessario ricorrere alla polizia contro migranti regolari a cui la prefettura ha tolto il palazzo che occupavano da anni, con famiglie e bambini iscritti alle scuole del quartiere, vuol dire che si passa alle maniere forti con i più deboli, con i più poveri. Il ministro Minniiti che ieri ha assistito alla messa per le vittime del terremoto, a Pescara del Tronto, non ha niente da dire?
Non che le dichiarazioni e gli annunci servano a molto, in genere finiscono nel sacco stracolmo delle promesse governative che proprio oggi, anniversario del terremoto di Amatrice, tutti possono vedere quale valore abbiano e di che razza di impegni si tratti.

Ma oltre alla responsabilità del ministero degli interni c’è anche quella di chi governa oggi la Capitale. La giunta Raggi, che alle prime piogge autunnali vedremo galleggiare sulle pozzanghere di Roma, è alle prese con troppe patate bollenti.

Troppi scontri di potere per avere il tempo di occuparsi (lo sfratto del palazzo era in essere da molti mesi) del problema. Al Campidoglio tiene banco la girandola degli assessori, la sindaca Raggi ce ne ha appena regalato uno di Livorno per mettere le mani nel bilancio della capitale, mentre per gli immigrati di piazza Indipendenza la soluzione offerta dal comune si dovrebbe tradurre nello smembramento delle famiglie in due centri di accoglienza alla periferia della città.

Naturalmente la situazione generale è complicata dal fatto che seppure i somali e gli eritrei di piazza Indipendenza volessero andarsene in un altro paese non potrebbero farlo perché glielo impedisce il Regolamento di Dublino. Tuttavia il modo in cui il governo e il comune rispondono ai muri europei non può, non dovrebbe e essere quello dell’emergenza. A meno che non sia strumento di una politica cinica quanto miope, la politica della paura con il suo vasto, frequentato, ambito mercato politico. Condivisa da pentastellati, leghisti, berlusconiani, piddini senza troppe distinzioni tra governo e opposizione. Le elezioni sono ancora lontane ma si cerca la migliore posizione ai nastri di partenza. E l’immigrazione corrisponde al colpo di inizio corsa. Ci sono quelli che bastonano gli ambulanti sulle spiagge, e ci sono gli idranti di chi pensa di governare l’ordine pubblico scatenando lo scontro di piazza contro gli invasori. manganelli, idranti contro sassi, con una bombola lanciata da una finestra. E’ una violenza sconsiderata che non promette niente di buono.

Oltretutto contro persone che fuggono da guerre e siccità, sarebbe da sconsigliare un così insensato spreco di acqua, proprio in una città coperta da sterpaglie, con le risorse idriche in rosso e le fontane a secco.

Stefano Luconi
da Il Manifesto
23.08.2017


Stati Uniti. Novant’anni fa l’esecuzione dei due anarchici immigrati dal nostro Paese: condannati non solo perché ritenuti sovversivi, ma anche per le loro origini. Oggi, nell'era di Trump, sono discriminati i nativi, gli ispanici e i musulmani

Il 23 agosto 1927, nel penitenziario di Charlestown a Boston, furono giustiziati gli anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Al termine di un contestatissimo iter giudiziario, il cui esito aveva suscitato proteste non solo negli Stati Uniti ma anche nel resto del mondo, i due erano stati ritenuti responsabili del duplice omicidio di un contabile e di una guardia giurata, avvenuto il 15 aprile 1920 durante una rapina.

Le prove a loro carico erano indiziarie e forse manipolate a loro danno, un reo confesso del doppio assassinio li aveva scagionati e il giudice che li aveva mandati sulla sedia elettrica non si era fatto scrupolo di definirli «bastardi». Però, nulla di tutto ciò era valso a ottenere una revisione del processo o un provvedimento di clemenza. Solo mezzo secolo più tardi, nel 1977, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis avrebbe riabilitato la loro memoria, riconoscendo i pregiudizi che avevano determinato il verdetto di colpevolezza.

La cattura di Sacco e Vanzetti e la successiva condanna maturarono nell’ambito della Red Scare (la paura rossa), la capillare e draconiana campagna contro i sovversivi che le autorità americane scatenarono nel biennio 1919-1920, in risposta all’eco della rivoluzione bolscevica in Russia, per il timore che le forze della sinistra estremista conquistassero il potere anche negli Stati Uniti. In aggiunta a Sacco e Vanzetti, la «caccia alle streghe» del governo mieté ulteriori vittime. Oltre a migliaia di arresti e alla deportazione sbrigativa nei paesi d’origine per più di 500 immigrati radicali privi della cittadinanza americana, due giorni prima che fossero fermati Sacco e Vanzetti, il 3 maggio 1920, un terzo anarchico italiano, Andrea Salsedo, aveva perso la vita, precipitando dalla finestra di un commissariato, in circostanze mai chiarite, nel corso di un interrogatorio.

Come quattro milioni di altri italiani giunti negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e il primo dopoguerra, Sacco e Vanzetti immigrarono in America nel 1908 nella speranza di migliorare le proprie condizioni economiche e di condurre un’esistenza meno precaria di quella che avrebbero vissuto in patria. Sacco, insofferente della monarchia parlamentare sabauda, fu perfino attratto dalle istituzioni repubblicane statunitensi, alle quali all’inizio attribuì un maggiore rispetto dei diritti individuali e dell’eguaglianza tra le persone.

Ben presto, però, in entrambi subentrò la disillusione. Ai loro occhi, gli Stati Uniti non si rivelarono né la terra del benessere né la nazione della libertà. L’America si dimostrò, invece, il paese dove il capitalismo sfrenato provocava lo sfruttamento selvaggio e indiscriminato dei lavoratori. Questa consapevolezza indusse Sacco e Vanzetti a radicalizzare la loro posizione politica. Aderirono così alla corrente antiorganizzativa dell’anarchismo, che si rifaceva a Luigi Galleani, anch’egli destinato a essere espulso dagli Stati Uniti nel 1919, e alle sue teorie sulla legittimità del ricorso agli attentati politici per distruggere il capitalismo e abbattere lo Stato.

Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale i due si trasferirono temporaneamente in Messico per sottrarsi alla coscrizione, rifiutandosi di fungere da carne da cannone in uno scontro che attribuivano alla mera rivalità tra paesi imperialistici. Al rientro negli Stati Uniti si ritrovarono invischiati nella repressione governativa che sfruttò l’incitamento di Galleani alla violenza come pretesto per sradicare un movimento quanto mai scomodo nella nazione trasformata dalla vittoria contro la Germania nella principale potenza capitalistica mondiale.

La fede anarchica e la renitenza alla leva resero Sacco e Vanzetti i bersagli ideali della crociata contro il radicalismo di sinistra. A segnare la loro sorte, però, non fu tanto l’ideologia politica quanto l’origine italiana. Nell'America postbellica era in gioco non solo il futuro del capitalismo, ma anche la natura della società statunitense. La ripresa dell’immigrazione alla fine del conflitto accrebbe la presenza di stranieri provenienti dall'Europa orientale e meridionale e accentuò la reazione xenofoba della popolazione di ascendenza anglosassone.

Gran parte dell’opinione pubblica riteneva che l’appartenenza agli Stati Uniti fosse una questione di sangue e non accettava i nuovi arrivati, ritenendoli individui etnicamente inferiori e inassimilabili perché le loro radici non affondavano nell’Europa settentrionale, a differenza dei discendenti dei colonizzatori dell’America del Nord e della maggioranza degli immigrati giunti fino agli anni Ottanta dell’Ottocento.

In particolare, gli italiani erano accusati di essere incivili, sporchi, violenti, dediti al crimine e, in un’ipotetica gerarchia razziale, più simili e vicini ai neri che ai bianchi a causa del colore olivastro della pelle di molti meridionali e dei loro plurisecolari rapporti con i nordafricani. Non a caso, tra il 1886 e il 1910, almeno 34 immigrati italiani, in prevalenza siciliani, vennero linciati, cioè furono colpiti da quella forma di giustizia sommaria popolare che nel Sud razzista si accaniva sugli afroamericani.

In tale contesto, Sacco e Vanzetti divennero i capri espiatori della protesta nativista contro gli immigrati che non erano di ceppo anglosassone. La loro esecuzione si configurò come una sorta di linciaggio legale, successivo di pochi anni al varo delle misure per limitare gli arrivi da paesi sgraditi come l’Italia, culminate nel Johnson-Reed Act che nel 1924 chiuse l’epoca dell’immigrazione di massa.

A novant'anni di distanza, mentre gli incidenti di Charlottesville hanno riacceso la diatriba su chi possa essere considerato un «vero» statunitense e l’appartenenza alla nazione di afroamericani, ispanici e mussulmani è messa in discussione nell'America di Trump, la vicenda di Sacco e Vanzetti resta a monito delle aberrazioni dell’intolleranza xenofoba che periodicamente riaffiora nel paese che ambirebbe a essere la terra degli immigrati per antonomasia.

Luciana Castellina
da il Manifesto
20.08.2017


Brava Ada Colau a convocare subito una manifestazione a Piazza de Catalunya, nemmeno 24 ore dopo l’orribile massacro. Bravi i barcellonesi che a centinaia di migliaia hanno risposto all'appello gridando «no tinc por». E bravi i cittadini globali che si sono uniti a loro, piangendo per la ferita inferta alla città simbolo dell’accoglienza e dell’inclusione, ma anche per le proprie vittime: impressionante la cifra di 35 nazionalità. Hanno espresso, oltre alla pena per i corpi maciullati, la protesta per l’insulto che è stato fatto a quello che viene chiamato il «nostro libero modello di vita».

E però c’è qualcosa che non mi convince nella ormai ripetuta proclamazione dei nostri valori, non sono certa che la nostra idea di libertà sia davvero così acriticamente proponibile ad un mondo in cui la maggioranza degli esseri umani ne sono stati privati.
So bene che a proporre questo discorso si entra su un terreno scivoloso, quasi si volesse negare l’importanza dei diritti e delle garanzie individuali che la Rivoluzione francese ci ha conquistato, così come il sistema democratico-borghese che accorpa oramai quasi tutto l’occidente. Non vorrei scambiarlo con nessun altro sistema attualmente vigente, quale che sia la sua denominazione. Per questo, del resto, penso si debba difendere un’idea di Europa che lo salvaguardi dal vortice terrificante che attraversa il mondo.

E però non posso non chiedermi se questo modello, questa idea di libertà, possono davvero risultare convincenti per chi ne vive la contraddizione, per chi abita l’altra faccia del modello: una moltitudine di esseri umani, quelli che disperatamente attraversano il Mediterraneo e vengono respinti; chi vive nelle desolate periferie urbane e patisce una discriminazione di fatto (no, non «legale», per carità!); chi abita i villaggi del Sahel o mediorientali.
La nostra orgogliosa riaffermazione «non abbiamo paura» ha certamente un senso molto positivo: vuol dire non sopprimeremo la libertà, non ricorreremo ad antidemocratiche misure di polizia, non ridurremmo per garantirci sicurezza le nostre libertà. È un messaggio importante ed è bello che a Barcellona sia stato riaffermato a Piazza de Catalunya. Ma non basta, e, anzi, ripeterlo, se non ci si aggiunge qualche cos’altro, rischia di essere controproducente.

Siamo tutti consapevoli che la disfatta che l’Isis sta subendo sul territorio non rappresenta affatto la fine della minaccia terrorista. Che, anzi, lo smantellamento delle sue roccaforti potrebbe rendere anche più intenso il ricorso alle azioni di gruppo, o persino individuali, che colpiscono senza possibilità di prevedere come e dove. Sappiamo oramai anche che è ben lungi dall’essere esaurito il reclutamento di giovani jihadisti pronti a morire. Che provengono dall’Oriente, dal Sud, ma sempre più spesso anche dalla strada accanto. Contro di loro non c’è polizia che tenga, una sicurezza militare è impossibile.
La sola ancorché ardua via da imboccare sta innanzitutto nell’interrogarsi su cosa muove l’odio di questi ragazzi. Non l’abbiamo fatto abbastanza. Non ci riproponiamo la domanda con altrettanta forza quando ribadiamo la superiorità della nostra idea di libertà. E così questo nostro atto di coraggiosa resistenza rischia di suonare inintellegibile a chi di quella libertà gode così poco. Perché chiama in causa non solo il nostro orrendo passato coloniale, le responsabilità per le rapine neocoloniali del dopoguerra, il razzismo di fatto, le sanguinose, offensive guerre che continuiamo a produrre con la scusa di portar la democrazia. Queste sono responsabilità di governi che anche noi combattiamo, anche se dovremmo farlo con maggiore vigore. ( Ha ragione Ben Jelloun che si è chiesto perché non abbiamo portato dinanzi alla Corte per i delitti contro l’umanità il presidente Bush, il maggiore artefice dell’esplosione jihadista).

E però c’è qualcosa che tocca a noi, proprio a noi di sinistra, fare: ripensare il nostro stesso, superiore modello di democrazia, ripensarlo con gli occhi dell’altro, dell’escluso, sforzarsi di capire la rabbia che induce al martirio. Non per giustificarlo, per carità, e neppure per chiudere gli occhi sulle occultate manovre di potere che guidano e finanziano il terrorismo. Ma – ripeto – per capire e impegnarsi a ripensare il nostro stesso modello di civiltà, all’ individualismo che la caratterizza, tant’è che la democrazia la decliniamo sempre più in termini di diritti e garanzie personali, non come rivendicazione di un potere che deve riuscire a liberare l’intera umanità.
Penso che questo bisognerebbe gridarlo nelle piazze, aggiungendo un impegno politico al «non abbiamo paura».
L’Europa, che gli attentati vogliono colpire, è forse il meglio di questo orrendo mondo globale, ma non è innocente, non può essere riproposta semplicisticamente come punto d’approdo del processo di civilizzazione.

Pubblicato il
19 ago 2017
di Jean-Pierre Stroobants (Bruxelles, bureau européen), Philippe Ricard, Sandrine Morel (Madrid, correspondance) et Raphaëlle Besse Desmoulières


“In molti paesi d’Europa, I sondaggi e a volte le elezioni rilevano un’inversione dei rapporti di forza”. Lo scrive il quotidiano francese LE MONDE che l’11 agosto ha dedicato due pagine alla sinistra radicale.
Nella bagarre tra le due sinistre, quella detta “di governo” ha per molto tempo tenuto a distanza la sua rivale d’estrema sinistra, che guardava con condiscendenza. Ma il rapporto tra le forze sembra oramai essere invertito, come lo hanno dimostrato le recenti elezioni in una parte del continente europeo.

Per Pascal Delwit, politologo all’Università libera di Bruxelles e autore dell’opera Les Gauches radicales en Europe (Editions de l’ULB, 2016), “ la crisi economica e finanziaria sta all’origine di questa tendenza”. “È là dove ha colpito con più violenza che questi partiti sono nati o hanno ripreso vigore, sottolinea. Nel Nord dell’Europa, la crisi non ha avuto lo stesso impatto a ha piuttosto portato beneficio alla destra radicale.”

In questo contesto, lo spettro della “pasokizzazione” aleggia al di sopra di certi dirigenti socialisti, in riferimento alla quasi-sparizione del Pasok d’Andréas e Georges Papandréou in Grèce, a favore della formazione di sinistra radicale Syriza d’Alexis Tsipras.
Ma la sinistra radicale è una reale alternativa? Non così certo. La via “movimentista, nata sulla scia dell’altermondismo, e della critica al neoliberalismo, è difficile da tradurre in termini istituzionali considerando la sfiducia di molti verso la politica e la difficoltà di portare i simpatizzanti della cultura radicale verso un comportamento elettorale determinato”, constata Paul Delwit.

Una Francia ribelle

In Francia, il capofila della France insoumise (LFI) Jean-Luc Mélenchon si è servito molto dello spaventapasseri greco- il voltafaccia di M. Tsipras verso le esigenze budgettarie di Bruxelles – e della critica all’austerità per realizzare il suo sogno di soppiantare il partito socialista(PS).

Le elezioni presidenziali hanno accelerato l’inversione del rapporto di forze. Il fondatore di LFI si è concesso il 23 aprile il quarto posto delle presidenziali, con il 19,6 % dei suffragi, più di 13 punti davanti il candidato socialista Benoît Hamon. La prova si è trasformata nelle legislative di giugno. Al secondo turno, il movimento di M. Mélenchon arriva ad inviare 17 eletti a Palais-Bourbon – anche lui ottiene un seggio a Marsiglia-, cosa che permette loro di costituire un gruppo.

Un mese dopo, J.L. Mélenchon e le sue truppe si sono imposti come la principale opposizione di sinistra nell’Emiciclo di fronte ai socialisti, più numerosi, ma divisi sull’atteggiamento da adottare di fronte alla politica del presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Consapevoli che il loro numero rende limitati i loro margini di manovra, gli eletti di LFI contano di prolungare la loro battaglia nella strada. Un primo incontro parigino è stato fissato per il 23 settembre, a Bastille, contro il “colpo di Stato sociale” del governo.

Belgio, la fortezza PS resiste male

Nessuno avrebbe veramente voluto crederci per il primo, ma il secondo è venuto a confermarlo quattro mesi più tardi: due sondaggi, in marzo e in luglio, hanno fatto del Partito del lavoro del Belgio (PTB), una formazione d’ispirazione comunista con un seguito fino ad allora confidenziale, la prima forza politica di Wallonia. Superando l’onnipotente Partito socialista (PS) dell’ex-premier ministro Elio Di Rupo, gomito a gomito con il Movimento riformatore (MR, liberale) del capo del governo federale, Charles Michel.

Accreditato, nei due casi, d’un punteggio oscillante tra il 20% e il 25%, quello che non fu per molto tempo che un gruppuscolo dalle radici maoiste approfitta del clima politico deleterio nella parte francofona del Belgio. Non aveva realizzato che il 5,5% alle legislative del 2014, ma sembra essere il principale beneficiario degli scandali che, in Wallonia e a Bruxelles, hanno infangato il PS. Secondo i sondaggisti, la sinistra radicale capterebbe attualmente i voti del 40% dell’elettorato socialista tradizionale. Il PS passerebbe d’altronde dal 32% al 20, oppure al 16%.

In Spagna, una sinistra in due parti eguali

La guerra delle sinistre spagnole è altrettanto intensa. Il giovane partito Podemos ha rischiato di superare il Partito socialista operaio spagnolo (PSOE) al momento delle legislative del 2015 e 2016. Le due forze si sono stabilizzate intorno al 20% dei voti ciascuna. Il colpo è duro per il partito social-democratico, che ha perso 6 milioni di elettori dal 2008, essenzialmente a vantaggio della sinistra radicale incarnata da Pablo Iglesias.

“La sinistra si è divisa in due parti eguali, ed è ancora troppo presto per sapere chi riporterà la vittoria sull’altra, stima il politologo Pablo Simon. Il PSOE ha resistito bene grazie al suo radicamento locale, ma è consapevole che il 70% degli elettori che l’hanno abbandonato hanno deciso per Podemos.”

La formazione di Pablo Iglesias è particolarmente forte presso i giovani e nelle regioni dei Paesi baschi e della Catalogna. Ciò ha condotto il segretario generale del PSOE, Pedro Sanchez, ad abbracciare un gran numero di tesi di Podemos e ad operare una virata a sinistra che gli è valsa una ribellione interna nel 2016.

Rieletto segretario generale a giugno, Sanchez si definisce sempre social-democratico, ma difende un PSOE più contestatario, abbandonando per il momento l’idea d’avere influenza sulle decisioni politiche del governo conservatore del Partito popolare (PP), pertanto minoritario in Parlamento. Il suo primo obiettivo è di smarcarsi il più possibile dalla destra, alfine di sotterrare lo slogan lanciato dal movimento degli indignati per denunciare, nel bel mezzo della crisi, il “PPSOE”.

“Gli sembra più utile negoziare con Podemos una politica d’opposizione al governo per definirsi a sinistra e cercare di prendere vantaggio dalle contraddizioni interne di Podemos, di cui molti membri sono ostili a ogni riavvicinamento con il “PSOE”, analizza Pablo Simon.

In Portogallo, la sinistra plurale

Ad oggi, solo la sinistra portoghese sembra essere riuscita a risolvere la quadratura del cerchio. Nel 2015 il Partito socialista di Antonio Costa è tornato al potere dopo essersi associato a delle formazioni “anti-troika” -coloro che gestiscono i fondi dell’Unione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale-, cioè ai comunisti e al Blocco di sinistra, che lo sostengono senza partecipare al governo, in cambio di certe misure come il ritorno alle 35 ore nel servizio pubblico o un leggero aumento del salario minimo.

Nei sondaggi, oscilla attorno al 40% dei voti, cifra stabile da molti mesi, come quelli dei partner di governo, il Blocco, attorno al 10 %, e i comunisti al 6 %. In cambio, i suoi alleati in Parlamento hanno per ora rinunciato a una delle loro rivendicazioni: l’uscita dalla zona euro.

traduzione di Laura Nanni – brigata traduttori

Massimo Serafini
Da il Manifesto
18.08.2017


Hanno colpito il cuore di Barcellona, Las Ramblas e lo hanno fatto approfittando della sottovalutazione che da tempo viene dedicata al pericolo del terrorismo in questo paese. Non era certamente la paura di un attentato come quelli che hanno insanguinato le altre capitali europee a preoccupare né il governo spagnolo né i suoi apparati di sicurezza, tanto che il livello di attenzione non era stato elevato al suo massimo possibile. Tanto più inaspettata la scia di sangue perché era lontano il pensiero che il terrorismo si riprendesse la sua macabra scena proprio a Barcellona. Rendendo così tragicamente protagonista una città da settimane invasa da un turismo di massa, da tempo considerato da tanti residenti non più una risorsa, ma il principale problema per la qualità della loro vita.

Forse a preoccupare in questo momento il governo era lo sciopero degli addetti alla sicurezza dell’aeroporto di Barcellona, in lotta contro le condizioni di lavoro durissime e sottopagate. A impensierire ancora di più era l’avvicinarsi veloce del primo ottobre, cioè il giorno in cui le forze indipendentiste che governano la Catalogna hanno convocato un referendum con l’obiettivo di separarsi dalla Spagna se otterranno la maggioranza dei voti di questa importante parte del paese.

Invece ieri pomeriggio, mentre migliaia di persone passeggiavano, tutto è stato travolto.

Si tratta di un attentato che fa tornare a galla i ricordi delle precedenti giornate di sangue, quando altri attentati si piazzarono ferocemente al centro della vita di spagnole/i.

Le immagini che dalle cinque della sera tutte le principali reti televisive, nazionali e locali, trasmettono sono di una città sorpresa e impaurita. Al di là delle solite parole di circostanza e di solidarietà alle vittime di tutti o il solito tentativo delle destre di far decollare un clima emergenziale per spostare l’attenzione delle spagnole/i dalla crisi che attanaglia il paese alla lotta al terrorismo, magari di azzerare, cavalcando la mobilitazione anti-terrorista, i difficili tentativi di creare una alternativa alle destra su cui si stanno faticosamente misurando Psoe e Podemos.

Al di là di tutto quel che ora inevitabilmente cambierà nel clima politico del paese, è augurabile che invece si rifiuti la paura e il richiamo allo stato di emergenza. A cominciare, da domani, in tantissimi a seguire l’appello della sindaca Ada Colau che ha chiamato le cittadine e i cittadini a scendere per le strade di Barcellona per testimoniare e ribadire che la paura non prevarrà con un minuto di silenzio.

Marta Fana
da il Fatto quotidiano
17 ago 2017

In vista dell’autunno, i temi più caldi tornano a essere quelli del lavoro e delle pensioni. Dalla maggioranza e suoi megafoni celebrano le riforme degli ultimi due anni, soprattutto il Jobs Act. Un ritornello che compete con le hit estive: non soltanto la crisi è alle spalle, ma addirittura, dice a Repubblica l’ex sottosegretario Tommaso Nannicini, le aspettative del governo sugli effetti del Jobs Act erano inferiori a quel che poi si è osservato. L’economista della Bocconi sostiene che “rispetto a più di un milione di posti di lavoro bruciati dalla crisi, in due anni è stato colmato quasi l’80%, in gran parte con lavoro stabile”.
Secondo i dati della Rilevazione delle forze di lavoro dell’Istat, a fine trimestre 2017 si contano ancora 363.489 lavoratori in meno rispetto al 2008. Nel 2014, ultimo anno di recessione tecnica, la contrazione degli occupati rispetto al 2008 ammontava 811.431 unità. Il recupero millantato da Nannicini si ferma al 55% dei posti persi e non all’80%. Il tasso di occupazione nel primo trimestre 2017 è il 57,2% contro il 58,6% del 2008, record negativo europeo. Il dato più lampante è quello della distribuzione anagrafica dei nuovi occupati tra il 2014 e il 2017: quasi un milione di lavoratori in più tra gli over 50, mentre tra i 35 e 49 anni si contano ancora 373 mila lavoratori in meno e soltanto un aumento di 60 mila unità per gli under 35.
La stabilizzazione del lavoro, poi, non esiste. La quota di lavoratori a termine sul totale degli occupati dipendenti raggiunge di trimestre in trimestre un nuovo record. Inoltre, la transizione da lavoro a termine verso il lavoro (precariamente) stabile è aumentata, come ormai ampiamente dimostrato, soltanto grazie agli imponenti sgravi contributivi alle imprese – fino a 8.060 euro per le assunzioni del 2015 poi ridotti con la legge di Stabilità 2016. L’effetto dovuto all’abbattimento delle tutele dei lavoratori, cioè quello diretto del al Jobs Act, non emerge dai dati. L’incidenza della transizione da lavoro a tempo determinato in indeterminato aumenta soltanto nel 2015, interessando il 24,2% dei lavoratori che avevano un contratto a termine. Già nel 2016, la dinamica delle stabilizzazioni torna ai livelli pre Jobs Act, attorno al 19,6% (contro il 19,8% del 2014). Ad aumentare sensibilmente, +23,6% rispetto al primo trimestre del 2016, è invece la quota di lavoratori gestiti attraverso le agenzie di somministrazione che assumono lavoratori, principalmente a termine, e li prestano alle aziende che ne fanno richiesta. Il lavoro sempre più usa e getta.
Nel racconto governativo non c’è mai un ragionamento sulla qualità del lavoro dal punto di vista della produzione. a nuova occupazione si concentra nei settori dei servizi a scarso potenziale espansivo: il turismo, i servizi alle imprese (come la logistica), la ristorazione. Nulla che possa innescare una crescita robusta dell’economia e della produttività. Non potrebbe essere altrimenti per un Paese il cui livello di investimenti rimane drammaticamente basso e non rivolto a innovazione, ricerca e sviluppo. Nonostante una realtà inconfutabile, la direzione politica rimane ancorata a ricette fallimentari (sgravi contributivi e politica dell’offerta) ma efficaci a trasferire risorse dalle tasse dei lavoratori ai conti delle aziende.
L’ostinazione con cui governo e suoi sodali perseverano nel raccontare una realtà che non esiste cela un altro dibattito, tutto interno alle correnti di potere che da qui a qualche mese dovranno emergere in vista delle elezioni. Da un lato il ministro Calenda che lancia la necessità di un piano industriale – dichiarazioni ancora tutte da verificare – e dall’altro, i renziani imperterriti nel difendere l’utilità di spostare risorse e potere dai lavoratori alle imprese.

Pubblicato il 15.08.2017
Da ADIF (Associazione Diritti e Frontiere)

Siamo persone privilegiate perché nel nostro cammino abbiamo incontrato una persona straordinaria come Don Mussie Zerai, da cui tanto tuttora impariamo. Lo abbiamo incontrato quando c’era da piangere e celebrare i morti e quando c’era da salvare i vivi, chiunque, indipendentemente dalla provenienza. Abbiamo apprezzato negli anni lo scrupolo con cui ha sempre operato nel pieno rispetto di quelle istituzioni – come la Guardia costiera italiana – impegnate ad affrontare drammi umanitari che passeranno alla storia, considerandole partner di riferimento, soggetti a cui affidare la sorte di chi era sull’orlo dell’abisso, in mare così come nei paesi di transito.

Lo abbiamo conosciuto mentre sosteneva “Mare Nostrum” e mentre tentava di far conoscere l’osceno commercio di organi nelle montagne del Sinai. Lo abbiamo visto, infaticabile, gettare fiori in memoria della strage del 3 ottobre insieme ai sopravvissuti, lo abbiamo sentito denunciare con forza l’inerzia complice dei governi europei, incapaci di far terminare la strage ventennale che si realizza nel Mediterraneo Centrale.

Ne abbiamo condiviso il coraggio quando, con pochi altri, raccoglieva o rispondeva a chiamate di soccorso che sarebbero altrimenti rimaste senza esito, trasmettendole immediatamente alle istituzioni competenti nel rispetto di quanto previsto dalle legislazioni nazionali e internazionali. Tra l’omissione di soccorso e l’intervento umanitario non ci sono margini di scelta.

Abbiamo gioito speranzosi quando è stato proposto per il Nobel per la Pace: lo abbiamo considerato un segnale importante, soprattutto perché Don Mussie cominciava a ricevere minacce esplicite dal governo eritreo.

Quando ci capita di incontrare uomini o donne che si sono salvati grazie al suo intervento, dichiararsi suoi amici significa ricevere uno sguardo di gratitudine eterna. Don Mussie Zerai lascia dietro di sé l’immagine di una persona umile a cui si deve semplicemente la vita.

Eppure, in questi giorni di pausa d’agosto e di guerre in arrivo, si prova, ancora una volta, a screditare il suo operato, a insinuare sospetti, dubbi, mezze verità. Siamo certi che quando incontrerà i suoi accusatori, Don Mussie saprà difendersi e far valere le ragioni della solidarietà. L’impresa di metterlo sul banco sugli imputati si rivelerà fallimentare e suicida Su quel banco dovranno un giorno finirci i responsabili, a vario titolo, di stragi, sofferenze, violenze, violazioni dei diritti umani, e coloro che contribuiscono a sostenere la dittatura di Isaias Afewerki. Ma nel frattempo il dubbio sulla sua figura si insinuerà – come è già successo per le Ong che salvano i migranti in mare – erodendo l’onorabilità di chi agisce disinteressatamente per aiutare il prossimo. Colpendo, anche solo col sospetto, Don Mussie si finirà per colpire i tanti uomini e le tante donne che hanno deciso di restare dalla parte degli ultimi. Non possiamo permettere che il “reato di solidarietà” si imponga come un dato di fatto, nutrito da populismi xenofobi, interessi geopolitici, disinformazione o cattiva informazione diffusa, e avveleni ancora di più il nostro paese, già incamminato verso un declino morale e politico.

Per questo siamo con Don Mussie Zerai e invitiamo uomini e donne di ogni fede e cultura politica a schierarsi dalla sua parte: non solo per il profondo rispetto che non si può che nutrire nei suoi confronti, ma perché nell’insensata logica di distruzione di ogni senso civico, di ogni barlume di solidarietà, la prossima vittima potrebbe essere ognuno/a di noi.

ADIF Associazione Diritti e Frontiere

(Fulvio Vassallo Paleologo, Stefano Galieni, Alessandra Ballerini, Sergio Bontempelli, Amalia Chiovaro, Cinzia Greco, Daniela Padoan)

Per adesioni info@a-dif.org

Primi Firmatari

Sen. Francesco Martone, Alessandro Dal Lago (Genova), Comitato Nuovi Desaparecidos nel Mediterraneo, Cornelia Isabelle Toelgyes (Cagliari), Nicola Teresi, Emmaus Palermo, Maurizio Acerbo (Segretario Prc S.E.), Paolo Maddalena (Vicepresidente emerito della Corte Costituzionale), Giuseppina Cassarà (medico Palermo), Avv. Paola Regina (Milano), Giovanni Maria Bellu (presidente dell’Associazione Carta di Roma), Roberto Loddo (Il manifesto sardo), Stefano Pasta (giornalista, Milano), Stefania Ragusa (giornalista Milano), Barbara Spinelli (parlamentare GUE/NGL), Domenico Stimolo (Catania), Livia Apa (Napoli), Moreno Biagioni (Firenze), Gigi Bettoli (Gorizia), Giovanna Vaccaro, Chiara Sasso- Rete Comuni Solidali (Carmagnola Torino), Cristina Neri, Flavia Santarelli, assistente sociale, (Roma), Ruggero D’Alessandro (scrittore, saggista, docente, Lugano, Svizzera), Giancarlo Pavesi Incerti, Alessandra Coppola, Emanuele Petrella (CoOperatore sociale), Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, Loretta Mussi, Francesca Koch (Casa Internazionale delle Donne, Roma), Raffaella Lavia, Anna Camposampiero (Milano), Cristina Mantis, Anna Polo, Franco Lorenzoni, Daniele Barbieri, Andrea Billau ( giornalista e conduttore su Radio Radicale della rubrica Fortezza Europa), Antonella Barranca (Milano), Eugenio Viceconte (Roma), Lorena Fornasir, Alessio Di Florio, Annalisa Romani (Parigi), Alessandro Mascoli (Collettivo Lavoratori Capitolini), Franco Cilenti ( Redazione periodico Lavoro e salute Torino), Nelly Bocchi, Marco Gaibazzi, Sara Soldi, Floriana Lipparini, Daniela Radaelli (Milano), Leondardo De Franceschi, Guido Viale, Rete Femminista “No muri, No Recinti”, Carla Cengarle, Annamaria Mandese, Michele Citoni, Edda Pando (Ass. Culturale Todo Cambia), Michele Del Gaudio, Alessandro Triulzi, Redazione “I SICILIANI”, Giovani, Caruso Castrogiovanni, Paolo Vernaglione Berardi, Alessandro Natalini, Roberta Pappadà, Andrea Perissi, Piero Scarselli (Firenze), Armando Michelizza, Federico Oliveri (ricercatore aggregato, Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace, Università di Pisa), Sveva Haertter, Alessandra Mecozzi, Luisa Morgantini, Ciss/Cooperazione Internazionale Sud Sud, Leonardo Cavaliere, minoristranierinonaccompagnati.blogspot.com, Silvia Marani, Kátia Lôbo Fiterman Giornalista e attivista sociale per i Diriti umani ( Firenze), Gennaro Avallone (ricercatore, Università di Salerno), Nicoletta Pirotta, Manuela Giugni (Rete Antirazzista Fiorentina), Paola La Rosa, Angelo Orientale, Gianfranco Schiavone (vicepresidente ASGI),Paolo D’Elia (Torino), Angelo Baracca (Firenze), Gianfranco Tomassini (Firenze), Mariafrancesca D’Agostino, Pinella Depau, Andrea Monti, Maria Rosaria Baldin, Gabriella Guido, Ass. Culturale K-Alma, Sergio Ruggieri (direttivo Arci -Jesi e Fabriano), Rete Primo Marzo, Elisa Cesan, Ilaria Boniburini, Edoardo Salzano, Michela Becchis, Maurizio Fiorillo, Enrico Calamai, Elio Romano, Franca Di Lecce, Circolo di Rifondazione Comunista di Santa Fiora...

Guido Caldiron
da il Manifesto
15.08.2017

Stati uniti. Le anime dell'estrema destra Usa

L’appuntamento di Charlottesville era stato lanciato da tempo e, fin dal titolo scelto, «Unite the Right», Unire la destra, annunciava che si sarebbe trattato di uno spartiacque. Il possibile punto di partenza di un nuovo movimento in grado di mettere gli uni accanto agli altri i neonazisti, gli eredi del Ku Klux Klan e gli aderenti a quel circuito della alt-right e della destra identitaria, che trae ispirazione dalla nouvelle droite europea e dal differenzialismo reazionario, cresciuta in visibilità intorno alla figura di Donald Trump.

Le violenze diffuse e l’uccisione di una manifestante antirazzisti non devono far dimenticare che l’obiettivo del raduno era sì anche quello di offrire una brutale prova di forza, ma era e resta prima di tutto politico: trasformare in qualcosa di stabile quella mobilitazione permanente delle diverse anime della destra radicale che non ha smesso di realizzarsi nel corso degli ultimi due anni proprio a sostegno di The Donald.

All'indomani dei fatti di Charlottesville, storici e studiosi si interrogano perciò soprattutto sul ruolo che tali tendenze vanno assumendo ancora una volta nella fase di crisi politica e sociale degli Stati Uniti.

«Ciò che è accaduto in Virginia racconta uno dei volti della realtà sociale dell’America di oggi. Questi giovani che sfilano per esprimere la loro “fierezza di essere bianchi”, che si definiscono di estrema destra o come aderenti alla alt-right, indicano in realtà soprattutto la loro frustrazione di fronte a una realtà profondamente multiculturale, come è quella del nostro paese», spiega lo storico David Billings che lo scorso anno ha pubblicato un saggio di grande interesse dedicato proprio a questo tema: Deep Denial, The Persistence of White Supremacy in United States History and Life.

«All’origine di questo modo di pensare, più radicato di quanto siamo pronti ad ammettere noi stessi – aggiunge lo studioso, nato nel 1946 in Mississippi e a lungo attivo nel movimento per i diritti civili -, si possono evocare temi significativi che hanno a che fare con la situazione economica, il declassamento di una parte del ceto medio bianco e via dicendo. Ma personalmente credo che la radice più profonda di tutto ciò vada ricercata nella paura che la nazione americana non favorisca più i bianchi, cosa per altro non vera visto che sono proprio costoro ad avere ancora gli stipendi medi e i titoli di studio più alti rispetto agli appartenenti alle minoranze. Eppure, è questa frustrazione quanto al proprio ruolo, o meglio al ruolo che il colore della propria pelle dovrebbe tributargli, abilmente alimentata dai media di destra e dal circuito dell’alt-right, che fanno passare i bianchi per vittime, che produce un risentimento crescente e una volontà di vendetta pronta a trasformarsi anche in violenza».

Non a caso, questa visione paranoica è cresciuta durante gli anni della presidenza Obama, e sta conoscendo proprio una sorta di vendetta attraverso l’affermazione di Trump.
In questo senso, sottolinea Brian Levin, docente dell’Università della California di San Bernardino e responsabile del locale Center for the Study of Hate and Extremism, «Trump ha per certi versi risvegliato il gigante addormentato dell’America bianca. Prima di lui le diverse formazioni dell’estrema destra, spesso in lotta tra loro, non si sarebbero mai unite per sostenere un candidato comune, né tantomeno per lanciare un progetto di unità strategica sul larga scala». Si tratta, aggiunge Levin, di formazioni che in alcuni casi esistono da anni, ma «cui mancava una celebrità carismatica che gli disse l’idea di riunirsi e di proporsi così all’opinione pubblica. Trump ha per certi versi aperto loro il campo della politica mainstream e ciò che sta accadendo né una delle più pericolose conseguenze».

Se a questo si aggiunge, come ha fatto il presidente del maggiore istituto di documentazione sulla destra radicale del paese, il Southern Poverty Law Center dell’Alabama, Richard Cohen, la considerazione che buona parte dei leader dei gruppi che hanno lanciato l’appello per la manifestazione di Charlottesville hanno tra i 30 e i 40 anni, rappresentano cioè a tutti gli effetti una nuova leva di dirigenti del «nazionalismo bianco» è chiaro che «questa minaccia pesa sul futuro stesso della nazione».

Pubblicato il 11.08.2017
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È in corso un nuovo sterminio di massa.
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Donne, bambini, uomini, intere famiglie costrette a fuggire dalla guerra e dalla fame. Costretti a farlo indebitandosi, subendo violenze e torture nelle carceri libiche, rischiando di annegare, di morire di sete e di ustioni da carburante su barconi fatiscenti.
Costretti a questo calvario dai governi dell’Europa che ha prima saccheggiato le risorse dell’Africa e armato i conflitti che la dilaniano e poi ha chiuso le porte ai profughi di quelle guerre, obbligandoli alla fuga per l’unica via accessibile, la più pericolosa: il Mediterraneo, dove muoiono il 75 per cento dei migranti che in tutto il mondo, a migliaia, perdono la vita durante la loro fuga.
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Il nostro Governo non è indifferente a questa carneficina ma complice: invia navi militari per impedire ai migranti di lasciare le coste dell’Africa; si accorda con i dittatori dei paesi che perseguitano i profughi per bloccare ai confini chi tenta la fuga; perseguita le Ong che – senza alcun fine di lucro – salvano i migranti in mare; impone loro condizioni che rendono impossibile o vano l’intervento, come il divieto di trasbordare i profughi su imbarcazioni più grandi o l’obbligo della presenza sulle navi di ufficiali militari armati, inaccettabile per le associazioni umanitarie che operano in terre di conflitto solo grazie alla loro neutralità.
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Il governo italiano si accanisce poi contro chi approda. Lo respinge in Libia e lo riconsegna agli aguzzini che lo hanno torturato, perché i segni di stupri e torture sono vecchi e non vengono refertati, rendendo spesso vana la richiesta di asilo e protezione. Ai richiedenti asilo viene comunque richiesto di svolgere lavori socialmente utili: di lavorare gratis, per noi.
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Alcuni sindaci minacciano di ritorsioni le famiglie che accolgono i migranti, vogliono che paghino più tasse.Altri si rifiutano di destinare all’accoglienza dei profghi strutture abbandonate. Altri intimano lo sgombero dei presidi dove volontari distribuiscono gratuitamente pasti e vestiti e dispensano cure mediche. Il servizio pubblico diffonde la falsa informazione che l’Italia sia sotto assedio, che sia in corso un’invasione di profughi, che l’accoglienza non sia sostenibile, quando il nostro paese non figura nella lista di quelli che ospitano più rifugiati e non è nemmeno tra le destinazioni più ambite in Europa: ogni cento richiedenti asilo, solo 7 fanno domanda in Italia.
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Noi preferiremmo che non fosse così. Ci adoperiamo ogni giorno perché non sia così. Siamo qui a sfidare il Governo che criminalizza chi salva vite umane, a disobbedire ai sindaci che intimano di non accogliere i profughi, a denunciare la loro complicità con questo deliberato sterminio.
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«Preferirei di no», risposero i professori universitari che si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Furono solo 12 su 1200. Stavolta sappiamo di essere di più, e desideriamo creare un luogo dove chi pensa che la fuga dalla guerra e dalla fame sia un diritto e l’accoglienza un dovere possa ritrovarsi, mobilitarsi, esprimere la propria solidarietà nei confronti di chi rischia la vita e di chi la salva. Non staremo in silenzio, non staremo a guardare.
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Hanno già firmato: Maurizio Acerbo, Pietro Adami, Giorgio Airaudo, Franco Berardi, Gigi Bettoli, Mauro Biani, Alessandro Blasi, Ilaria Bonaccorsi, Loretta Bondì, Maria Brighi, Beppe Caccia, Eleonora Camilli, Antonio Caputo, Luca Casarini, Luciana Castellina, Giulio Cavalli, Domenico “Megu” Chionetti, Danilo Chirico, Giuseppe Civati, Emily Clancy, Neva Cocchi, Raffaella Cosentino, Andrea Costa, Susanna Crostella, Erri De Luca, Gianmarco De Pieri, Marina del Vecchio Roma, Pino De Lucia, Peppe De Marzo, Gianluca Dicandia, Alessio Di Florio, Antonio Di Lisa, Anna Falcone, Marta Fana, Mauro Farina, Serena Felici, Luigi Ferrajoli, Enrico Fletzer, Eleonora Forenza, Francesca Fornario, Nicola Fratoianni, Andrea Fumagalli, Stefano Galieni, Alessandro Gilioli, Patrizio Gonnella, Franco Ippolito, Francesca Koch, Adriano Labbucci, Roberto Lamacchia, Riccardo Laterza, Vittorio Longhi, Maddalena Lovadina, Andrea Maestri, Rosanna Magarò, Curzio Maltese, Giulio Marcon, Lorenzo Marsili, Roberto Martelli, Federico Martelloni, Susanna Marietti, Sandro Medici, Sandro Mezzadra, Francesco Miazzi, Filippo Miraglia, Alessandro Metz, Fabrizio Modoni, Tomaso Montanari, Elena Monticelli, Cristina Morini, Michela Murgia, Grazia Naletto, Maria Teresa Ninni, Maso Notarianni, Fredo Oliviero, Niccolò Ollino, Moni Ovadia, Erasmo Palazzotto, Giovanni Palombarini, Claudio Pelagallo, Livio Pepino, Sara Prestianni, Alberto Prunetti, Christian Raimo, Alessandro Robecchi, Marco Revelli, Claudio Riccio, Rosa Rinaldi, Giulia Rodano, Mauro Romualdo, Melita Rosenholz, Marina Rubino, Pio Russo Krauss, Alessandra Sciurba, Vauro Senesi, Giacomo Russo Spena, Bia Sarasini, Fabio Scaltritti, Elly Schlein, Sara Scognamillo, Giovanna Maria Seddaiu, Vauro Senesi, Sergio Sorrentino, Cecilia Strada, Ugo Sturlese, Giovanni Tognoni, Massimo Torelli, Roberta Tumiatti, Roberto Viviani, Alex Zanotelli, Don Armando Zappolini, Don Mussie Zerai
Associazioni e organizzazioni: Accoglienza Degna Bologna, Associazione Babele Grottaglie (Ta), Associazione Laura Lombardo Radice, Associazione Marco Mascagna, Atletico Pop United-Anzio Nettuno, Baobab Experience, Casa Internazionale delle Donne, Comunità San Benedetto al Porto, Coordinamento genitori democratici Roma-CGD, Coopertativa Sociale Agorà Kroton, Làbas Occupato, L’Isola di Arran, Movimento DemA- Democrazia Autonoma, Rete Operatori e Operatrici sociali contro i Decreti Minniti Orlando, Tpo Bologna, Unione Sindacale Italiana, Ya Basta Bologna
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per firmare appello:http://www.progressi.org/iopreferireidino
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