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21/03/2020

da il Manifesto

Francesco Strazzari

 

Biopolitica e sorveglianza. Certo molti non vedono il nesso fra ecocidio, cambiamento climatico e crescente frequenza delle pandemie. Ma fino a quando? Lo scenario che abbiamo davanti non è riducibile al semplice schema del soggetto immobile e della paura individualizzata, fra irreggimentazione sociale e sorveglianza coercitiva.

 

Il dopo-coronavirus è lontano: la pandemia progredisce a velocità comparabile in tutti i paesi, nonostante le note differenze nella fase di contagio, nell’uso dei test, e nel tipo di risposta dei sistemi sanitari. L’incertezza domina, nessuno scienziato è in grado di esprimersi su come evolverà l’incidenza epidemica.

 

Un Donald Trump sempre più in guerra con la realtà si regola sul calendario elettorale americano e parla di fine ad agosto, mentre Storia e calcolo probabilistico obbligano a considerare lo spettro delle ondate epidemiche di ritorno. Molti paesi si accodano al ‘modello italiano’ nel proibire ogni spostamento non essenziale: si configura un inedito, gigantesco, fosco esperimento sociale dagli esiti più che mai imprevedibili.

 

Mentre a Roma arrivano aiuti medici cinesi e in Lombardia si annunciano medici cubani, stentano a farsi vedere i soldati USA che sarebbero dovuti sbarcare in Europa per la più grande esercitazione militare dalla fine della Guerra Fredda. Ovunque si chiudono i confini: il panico delle borse e la folle guerra al ribasso sui prezzi sul petrolio rappresentano plasticamente le dinamiche di atomizzazione di un sistema internazionale che pare aver smarrito il principio ordinatore. La crisi, come il contagio, si propaga lungo assi di simultaneità: la difficile reperibilità di mascherine e respiratori ne è forse il segno più evidente.

 

Ma quando il dopo si potrà intravedere, cosa di quel dopo ci parlerà del prima? Quanto può essere incubatrice di un cambio di paradigma una crisi profonda e protratta?

 

Nella storia della nostra specie ogni epidemia ha portato alla ricerca del rimedio e – a suon di profilassi e internamento coatto dei poveri – ad una ripartenza, forte delle nuove conoscenze, ma sul medesimo binario. Nel tempo i rimedi sono diventati così efficaci e disponibili da generare l’illusione di immunità: antibiotici e vaccini, in fondo, non sono che succedanei secolari del miracolo.  Oggi che torniamo ad immergerci nell’incertezza, e l’obiettivo diventa rallentare il virus abbassando la curva di contagio esponenziale, val la pena domandarsi che cosa ci dicono del mondo in cui vivremo domani i modelli di risposta che scegliamo oggi.

 

Trovatasi con il suo cuore produttivo e logistico lombardo-veneto-emiliano nell’occhio del ciclone, l’Italia ha dapprima perseguito una gradualità poco incline alla criminalizzazione dei comportamenti individuali, salvo poi – in presenza di tassi di letalità in crescita – imboccare con decisione un modello di lockdown che stigmatizza e sanziona i comportamenti fuorvianti.

 

Agendo per prima fra le democrazie occidentali, e con competenze sanitarie distribuite su diversi livelli di governo, l’Italia ha faticato a dare forma alla risposta, mentre il dibattito pubblico impazzava facendo perdere tempo prezioso: nel giro di pochi giorni siamo passati dai riaprire tutto! al tutti in casa!, dal razzismo dei cinesi mangiatopi ai cinesi come modello da emulare. Le stesse mappe del contagio restano disomogenee, fra zone in cui i test vengono limitati ai casi conclamati, zone in cui di dichiara che si fanno tamponi a spron battuto, e zone in cui si vorrebbe testare di più, ma i risultati tardano ad arrivare.

 

Il grande, simultaneo esperimento sociale coronavirus interroga il rapporto fra individuo e società. Il social distancing passa attraverso le insidie della transizione digitale della quotidianità. Nella realtà incapsulata e virtuale, divenuta totalizzante, il prodotto su larga scala di crack finanziari e guerre – ovvero senzatetto, evasi, rifugiati, migranti – esce magnificato nel ruolo di agenti perturbatori dell’ordine. Dalle case in cui siamo barricati, ci stiamo chiedendo quale sarà l’impatto dell’epidemia in quell’enorme carcere a cielo aperto che è la striscia di Gaza.

 

Quale sorte attende le famiglie di rifugiati a Lesbo – dove mancano acqua e sapone – le decine di migliaia che premono sul confine turco, o le centinaia migliaia in fuga da Idlib? Che ne sarà dei migranti che la nostra tanatopolitica costringe nelle carceri libiche? Vedremo stati fragili implodere nell’anarchia?

 

I modelli di contrasto all’epidemia che vediamo circolare sembrano ridurre la società ad interazioni casuali fra individui-atomi avulsi da qualsiasi dinamica relazionale strutturata. Eppure, senza toccarci, ci guardiamo, ci emuliamo: le affollate stazioni di Parigi riflettono la fuga dalla stazione centrale di Milano. Essendo voluminoso, noto nel carrello degli altri in coda alla cassa il pacco della carta igienica, penso un motivo ci sarà, penso ‘se non altro finirà’, e mi pare razionale, in quella circostanza, precipitarmi a comprarla. Il mio comportamento, a sua volta, contagerà il vicino di carrello, producendo una supply crisis.

 

Il modello liberale poggia sull’idea che il mercato sia in grado di provvedere a ciò che serve, e di individui che anche davanti al pericolo fanno scelte razionali. Ma le cose si ingarbugliano: quali sono le soglie di comportamento? Prendere una boccata d’aria è permesso e salutare, ma se tutti la prendono diventa cazzeggio irresponsabile – per citare i nostri amministratori.

 

Zaia evoca il coprifuoco, nei punti caldi compare l’esercito. I controsensi di sprecano, dalla Casa Bianca che obbliga chi arriva negli aeroporti americani per sottoporsi al test, fino ai droni kuwaitiani – che invitano la popolazione a disperdersi, ottenendo come unico risultato l’assembramento di curiosi a filmarli col cellulare.

 

Queste increspature non dovrebbero sorprendere, producendosi sull’orlo di un crepaccio che in realtà è molto più profondo. Come è noto i paesi a capitalismo avanzato negli ultimi decenni hanno visto deteriorare significativamente la capacità del proprio sistema sanitario pubblico, con un  dimezzamento dei posti letto, terapia intensiva inclusa, nel tentativo di contenere la spesa sanitaria davanti a una popolazione che invecchia.

 

Le tanto decantate ‘eccellenze della sanità privata’ di fronte al Codiv-19 risultano di utilità marginale. Come colmare, dunque, il gap fra necessità/libertà individuali e saturazione delle infrastrutture deputate alla salute pubblica, che gli indici di letalità apparente della pandemia impietosamente espongono? Quanto, nel modello di risposta scelto, è biopolitica pura – ruolo pastorale dell’autorità a garanzia della salute e della prosperità – e quanto trascolora invece nella più tradizionale coercizione affidata allo stato d’emergenza e alla criminalizzazione dei comportamenti?

 

Nella situazione presente, i decreti adottati in Italia e Spagna affidano un ruolo di pubblica sicurezza ai militari. La decantata efficienza della risposta cinese all’epidemia non si limita alla costruzione di strutture sanitarie a tempo di record. Nelle fasi più convulse essa non ha lesinato aspetti coercitivi inumani, famiglie letteralmente sigillate in casa senza assistenza, deportazioni a forza. Nei video di incerta origine filtrati in Occidente abbiamo visto persone lanciarsi nel vuoto dagli appartamenti pur di non fare la fine del topo.

 

In Cina come in Corea e a Singapore abbiamo visto entrare in azione un vasto apparato di sorveglianza e monitoraggio digitale, riferibile al concetto di sicurezza algoritmica: il tracciamento dei percorsi degli infetti, la produzione di mappe del pericolo, disseminate attraverso app commerciali che informano autorità e individui. In Israele un governo di interim che si trova in carica dopo un’elezione inconcludente cavalca l’emergenza ed estende al coronavirus il programma di tracciamento a lungo usato per il controllo dei palestinesi, il tutto senza alcun dibattito parlamentare.

 

Quanto occorrerà prima di vederne adottati i principi anche da noi, come invocato fra gli altri da Matteo Renzi? Davanti a un’emergenza che perdura, si fa strada l’idea di un rientro dall’isolamento modulato in base alle risultanze individuali dell’algoritmo che elabora una mole di dati, dal tracciamento degli spostamenti alle condizioni di salute. 

 

D’altra parte, e lungo un crinale meno fosco, l’emergenza apre, quantomeno in potenza, uno spazio per l’azione politica a tutela della comunità democratica, a partire dallo sforzo a protezione dei più vulnerabili. Tale spazio si apre se, si riconosce che i confini nazionali sono in buona parte un feticcio e il mercato deve fare molti passi indietro.

 

Saltano i dogmi neoliberali sul pareggio di bilancio, mentre nell’emergenza Italia e Spagna hanno aperto la strada per ritorno del privato sanitario nella disponibilità del pubblico. Come ha scritto Mario Pianta (Sbilanciamoci, 13 marzo), “il welfare non è un ‘costo’ per il sistema economico privato, è un sistema parallelo che produce beni e servizi pubblici e assicura la riproduzione sociale in base a diritti e a bisogni, anziché alla capacità di spesa.” Certo, diversamente da Bernie Sanders, Joe Biden resta convinto che il sistema sanitario pubblico non stia facendo alcuna differenza in Italia. 

 

Certo molti non vedono il nesso fra ecocidio, cambiamento climatico e crescente frequenza delle pandemie. Ma fino a quando? Lo scenario che abbiamo davanti non è riducibile al semplice schema del soggetto immobile e della paura individualizzata, fra irreggimentazione sociale e sorveglianza coercitiva. Sovranisti e neoliberali proveranno disperatamente a rivendicare l’accoppiata privato-nazione, ma la storia che si dipana sotto i nostri occhi spinge verso la centralità del pubblico, dell’interdipendenza e della discontinuità di politiche e pratiche sociali.

20/03/2020

da il Manifesto

Andrea Capocci

 

Focolaio. L’Italia è il paese più colpito al mondo con 3400 vittime. In arrivo otto milioni di mascherine. Norme e tecnologie per proteggere i medici, ma negli ospedali il contagio si allarga.

 

 

Ora è l’Italia è il paese al mondo che ha subito le maggiori perdite a causa del coronavirus. Sono oltre 3400 le vittime italiane fino ad oggi, quasi cinquecento più di ieri e duecento più di quelle registrate in Cina. Più di cinquemila i nuovi contagi, di cui duemila solo in Lombardia dove oggi il picco sembra più lontano. L’assessore al welfare lombardo Giulio Gallera ha usato una metafora da maratoneta. «I chilometri più difficili sono gli ultimi. Sono passate quasi due settimane, ci sembrava che il sacrificio di rimanere in casa fosse sufficiente. E invece ci siamo resi conto che il traguardo è qualche chilometro più avanti».

 

Ma l’epidemia non è un problema esclusivamente lombardo. Anzi, l’aumento dei casi nella regione (12%) è inferiore in proporzione a quello del resto dell’Italia (+14%). I casi stanno aumentando più velocemente in regioni come Sardegna, Molise, Abruzzo e Campania, anche se su numeri in assoluto più piccoli. Si sta cioè verificano tra le regioni quello che è già successo in Europa: crescite altrettanto rapide in tutte le aree, ma con alcuni giorni di ritardo che devono essere sfruttati per organizzare la risposta sanitaria.

 

In Cina ieri per la prima volta non si sono contati nuovi contagi “comunitari”: i 34 nuovi casi sono tutti provenienti dall’esterno del paese asiatico e il contagio da persona a persona sembra essersi arrestato almeno per un giorno. Ma a Wuhan il lockdown non è ancora stato allentato: si teme che con il ritorno alla vita normale, basterà importare qualche caso da fuori per far ripartire anche il contagio. L’impegno cinese nel “distanziamento sociale” è stato assoluto; i provvedimenti italiani non sono altrettanto rigorosi, «Qui non avete misure abbastanza severe, c’è gente in strada, i i trasporti pubblici funzionano, avete persone negli hotel, non mettete le maschere», ha rimproverato Sun Shuopeng, vicepresidente della Croce Rossa cinese che sta dando una mano ai nostri sanitari con una delegazione.

 

«Oggi certamente parlerò al presidente del Consiglio per capire cosa si possa fare nel più breve tempo possibile» si è allineato il governatore Attilio Fontana, chiedendo per la Lombardia misure “cinesi”. Sono in arrivo 65 medici e infermieri cubani, che andranno a irrobustire l’ospedale di Crema, uno dei più gravati dall’emergenza. In arrivo anche 390mila tamponi, una scorta notevole che al ritmo attuale potrebbe bastare per almeno tre settimane.

 

Oltre a misure più rigide, a Milano si sperimentano anche tecnologie innovative per assistere a distanza le persone non ospedalizzate. L’organizzazione non governativa Medici Senza Frontiere ha iniziato a distribuire braccialetti elettronici ad uso sanitario. Durante l’emergenza Ebola in Repubblica Democratica del Congo hanno permesso di monitorare a distanza l’evoluzione delle condizioni dei pazienti.

 

Curare a distanza serve anche a proteggere i sanitari, che continuano a ammalarsi e a morire per il coronavirus. Anche quello dei medici è un lugubre bollettino quotidiano. Altri tre dottori, il medico di base Antonino Buttafuoco, l’ematologo Giuseppe Finzi e l’ex direttore generale dell’ospedale di Cremona hanno perso la vita ieri. Anche all’ospedale S. Orsola di Bologna i numeri ricordano, in negativo, quelli delle navi da crociera: su 300 sanitari sono positivi in 41, secondo un comunicato della Cisl.

 

«Ogni giorno insisto perché a ciascuno di voi possano arrivare dispositivi di protezione individuale adeguati» ha scritto in una nota il ministro Speranza dopo le proteste dei medici di ieri. Quello degli esteri Di Maio, da parte sua, ha annunciato lo sblocco di ben 8 milioni di mascherine, la cui consegna era stata fermata dalle restrizioni alla circolazione delle merci. Per tutelare i medici il governo ha introdotto un’altra sperimentazione anti-virus, la “ricetta elettronica”: d’ora in poi basterà una mail o un sms del medico di base per ricevere la prescrizione. Così più persone rimarranno a casa e meno medici di base rischieranno l’infezione.

 

 

 

18/03/2020

 

La notizia della morte per Coronavirus di due lavoratori postali nel bergamasco ripropone anche nella nostra provincia il seguente dilemma: le Poste sono ora come ora un servizio indispensabile o no?

 

Il contratto di programma disciplina negli articoli 2 e 3 gli obblighi della Società in oggetto, ponendo la stessa come servizio essenziale ed in effetti lo è tutti i giorni normali, ma ora?

 

Ora no, e lo possiamo capire facendo riferimento alle dinamiche lavorative che gli stessi lavoratori postali, appartenenti alla Federazione del partito della Rifondazione Comunista di Grosseto, ci raccontano.

Tali dinamiche sono in piena sintonia con le osservazioni che i sindaci di Gavorrano, Santa Fiora e Monterotondo proprio in questi giorni, hanno esposto a Prefetto e Istituzioni, Regione, Uncem.

 

Se da una parte i lavoratori definiscono la loro mansione di lavoro sul territorio a rischio di contagio e di trasmissione, hanno pure le loro ragioni. E badate bene, non si riferiscono esclusivamente alla palese insufficienza che anche i Sindacati territoriali postali, non tutti, denunciano da settimane,  e che riguarda l'inadeguatezza dei dispositivi sanitari forniti ai dipendenti postali o alla sanificazione degli uffici, stabilimenti, macchinari, auto e furgoni, che non è ancora avvenuta a fondo, facendo registrare ritardi pericolosi per tutti, lavoratori e cittadini; la critica dei lavoratori postali  grossetani aderenti al PRC, riguarda le dinamiche organizzative predisposte dall'azienda in questo momento di crisi virologica-pandemica.

 

Evidenziano una contraddizione, che nel contenuto è analoga a quella esposta dai Sindaci su menzionati. I postelegrafonici, per quanto concerne le loro mansioni attuali ci confermano, ad esempio, che gli oggetti a firma da recapitare a domicilio dai portalettere che richiedono dettagliate notifiche, AG, patenti, Sim, carte d'identità, insomma tutto ciò che richiede uno scambio ravvicinato di documenti da perfezionare e soldi eventualmente da scambiare con l'utente, viene evitato invitandolo a ritirare gli oggetti postali presso gli uffici.

 

Le Raccomandate ordinarie invece ecc, il portalettere le può firmare personalmente e imbucarle nella cassetta della corrispondenza dell'utente se questi è consenziente e quindi presente al proprio domicilio, viceversa se assente viene invitato anch'esso, attraverso il consueto avviso in cassetta, all'ufficio postale per ritirare l'oggetto. E si procede così anche per i famosi pacchi on-line.

 

I Sindaci, dal canto loro, sono intervenuti sulla questione del servizio postale dando battaglia sull'illogica organizzazione degli uffici adottata ultimamente, che prevede la chiusura di tutti gli uffici periferici. Essi sostengono che lasciare aperto solo un ufficio in un vasto territorio obblighi a spostamenti e concentrazioni di utenza, vietati dal DPCM Covid19. C'è da notare che su tale argomento l'Uncem ha ripreso i sindaci in questione, sostenendo che ridurre gli orari degli uffici va di pari passo con la necessità di “stare a casa”, nonché di utilizzare il meno possibile i servizi degli sportelli aperti. Ma, in poche parole, quello che invece avviene, è la concentrazione in un unico ufficio postale dei servizi offerti su un vasto territorio, sia il servizio di BancoPosta che del Recapito per il ritiro della posta inesitata.

 

Per noi è giusta l’osservazione che hanno fatto notare i Sindaci, e che anche i lavoratori postali ci hanno confermato. Come dire: o non si esce da casa e portiamo i servizi più vicino possibile all'utenza e teniamo aperti anche molti uffici periferici per evitare assembramenti e lunghi spostamenti ai cittadini; oppure il servizio postale, in deroga al ruolo di servizio essenziale, deve chiudere i battenti per 15/20 giorni. Non ci sono scappatoie a parere nostro.

 

Inoltre un altro fenomeno inquietante del momento, ci dicono i lavoratori, è quello di assistere sbigottiti all'aumento esponenziale degli ordini, proprio in questi giorni di letargo nazionale, dei pacchi on-line, tipo Amazon, che raggiunge livelli natalizi e obbliga il poco personale attivo rimasto sul territorio a svolgere una mole di lavoro enorme per distribuire e soddisfare tale pretestuosa "necessità".

 

L'unica emergenza è quella di far fronte alle necessità sanitarie e condividere pienamente ogni indicazione comportamentale che possa essere di autentico aiuto a chi è in prima linea con l'emergenza stessa: il servizio sanitario pubblico, i medici e gli infermieri.

Il servizio postale, pur essendo considerato un servizio essenziale per eccellenza, ora come ora, a fronte del Decreto Ministeriale che prevede anche rinvii fiscali per i pagamenti, agevolazioni e slittamenti tributari, può indubbiamente fermare la sua attività e, per quanto riguarda il mercato on-line, anche il business dei pacchi può cessare in momenti come questi che stiamo vivendo, compresi pure i nostri egoismi personali da soddisfare.

 

Per il Direttivo del Circolo PRC di Santa Fiora

Dario Russo

17/03/2020

 

La notizia della morte di due dipendenti di Poste spa a Bergamo ci indigna e riempie di rabbia. Poste è diventata una spa che pensa ai dividendi degli azionisti di borsa e alle retribuzioni dei manager e che come tante altre imprese non si cura della salute dei suoi dipendenti. A Bergamo il coronavirus sta facendo una strage a causa dell’irresponsabilità di una classe dirigente che ha minimizzato il problema per non fermare le fabbriche e l’economia. Ma la responsabilità di Poste Spa riguarda tutto il paese.

 

Da tutta Italia lavoratrici e lavoratori lamentano di essere privi di Dpi (mascherine, gel igienizzante e guanti). Parliamo di 130.000 dipendenti, di cui decine di migliaia svolgono mansioni che li pongono in costante contatto con il pubblico.

 

Anche dopo la firma del protocollo non è cambiato molto perchè il governo avrebbe dovuto imporre ai datori di lavoro delle prescrizioni e delle sanzioni.

 

Torniamo a ribadire il principio che la salute è un diritto sancito dall’articolo 32 della Costituzione e che lo stesso Codice Civile prevede che sia in capo al datore di lavoro di garantire la sicurezza.

 

Torniamo a chiedere che laddove Poste spa non è in grado di garantire la protezione dal contagio si chiudano gli uffici. E non solo a Bergamo.

 

Invitiamo lavoratrici e lavoratori con i loro RLS e RSU ad astenersi dal lavoro in caso di inadempienza dell’azienda. In tal caso non si perde il diritto alla retribuzione.

 

Basta con la sottovalutazione della salute di lavoratrici e lavoratori!

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale

Antonello Patta, responsabile nazionale lavoro

15/03/2020

 

Il governo ha decretato (Dl n.14 del 9 marzo) l’assunzione di 20 mila tra medici, infermieri assistenti sociosanitari, chiamandoli in trincea a salvare il paese provato duramente dall’emergenza coronavirus. 

 

Ma, scandalosamente, i contratti proposti sono solo di tipo precario prevedendo incarichi individuali della durata massima di un anno non rinnovabili; è sparita dall’articolo 2 del decreto del 9 marzo perfino la possibilità, inizialmente prevista, di stabilizzazione degli assunti dopo 2 anni di contratto. Inoltre non è chiaro se per concretizzare al più presto immediate assunzioni per mettere in sicurezza i territori sia necessaria una specifica autorizzazione del Ministero (es. questa aspetta la Regione Puglia)

 

Ma il peggio è che il canale prioritario indicato per coprire l’emergenza è quello del ricorso a contratti di lavoro autonomo di 6 mesi anche co.co.co prorogabili.

 

Conte dice che c’è una guerra in corso e chiama tutti a sostenerne l’urto in nome dei valori della comunità, ma poi il contributo dato, decisivo per vincere, non varrà nulla: passata la festa……

 

Chi si era illuso che la grande prova data dalla sanità pubblica come presidio insostituibile del diritto alla salute per tutti, avrebbe indotto un’inversione di rotta rispetto ai tagli di strutture, personale e servizi, è servito!  Continuerà il massacro neoliberista della Sanità pubblica? Il governo non impara nulla dall’evidenza?

 

Non si ragiona sul fatto che si è fatto fronte all’emergenza solo grazie alla grande dedizione e ai turni massacranti di lavoratrici e lavoratori dotati di un senso del pubblico servizio che resiste nonostante tutto? Ormai tutti riconoscono che organici e strutture del paese sono molto al di sotto dei principali paesi europei Oggi in Italia mancano circa 50 mila medici e altrettanti infermieri e da qui al 2025 è previsto il prepensionamento di 40 mila medici. Lasciare le cose come stanno significa che questo governo prosegue sulla linea neoliberista dei tagli dei servizi pubblici, del personale e della precarizzazione del lavoro.

 

Che oggi nelle corsie si debba continuamente scegliere chi ha diritto di andare in terapia intensiva per mancanza di macchinari e di personale è il pessimo risultato di politiche decennali neoliberiste, ma che non ci si organizzi perché mai più possa succedere è un grave atto di irresponsabilità politica e di disprezzo per il diritto alla salute e alla vita.

 

Bisogna cambiare passo: più medici, più infermieri, più posti letto, più prevenzione e presidi territoriali: un grande piano di investimenti per il rilancio della Sanità pubblica a partire dalla programmazione di assunzioni a tempo indeterminato, un lavoro sicuro, qualificato che garantisca la salute a tutto il paese.

 

Antonello Patta Responsabile nazionale lavoro

Giovanna Capelli responsabile sanità Lombardia

Partito della Rifondazione Comunista S/E

Andrea Colombo

 

Il nuovo decreto. Conte annuncia: limitazioni estese a tutto il paese. Scuole chiuse almeno fino al 3 aprile. Lo stanziamento per fronteggiare la crisi economica dovrebbe superare i 10 miliardi.

 

«Tempo non ce n’è. Le nostre abitudini devono cambiare ora. Sto per firmare un decreto che si riassume nella formula Io resto a casa». Conte annuncia così la scelta concordata stavolta con le Regioni: tutta l’Italia sarà «zona rossa», o meglio arancione perché il vincolo è meno rigido di quanto non fosse intorno a Lodi, fino al 3 aprile. Teoricamente. Non ci si potrà spostare se non per gravi motivi di lavoro o salute. Vietati gli assembramenti anche all’aperto.

 

L’AMPLIAMENTO delle limitazioni a tutto il Paese era stato invocato in giornata da tutti, prima da Matteo Renzi, da molti 5S, infine dal Pd con una secca nota diramata dopo un vertice al quale Nicola Zingaretti ha partecipato in videoconferenza, «Chiediamo di valutare misure drastiche che responsabilizzino al massimo ciascuno di noi». Sospese tutte le gare sportive, campionato di calcio incluso, fino al 3 aprile. Poi si vedrà se prorogare. Delle scuole il decreto non parla ma resteranno chiuse ben oltre il 15 marzo. Riapriranno nella migliore delle ipotesi il 3 aprile, più probabilmente il 15, contagio permettendo: altrimenti si passerà al 3 maggio.

 

Il governo cerca di fronteggiare anche la seconda emergenza, derivata da quella sanitaria: la crisi economica. Al vertice di ieri sera ha partecipato anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e la decisione presa sarebbe quella di portare a oltre 10 miliardi lo stanziamento per le strutture sanitarie e per il sostegno alle categorie colpite da un virus che sta rapidamente mettendo in ginocchio l’economia reale del Paese.

 

STAVOLTA A SOSTENERE le misure eccezionali c’è anche l’opposizione. Un post di Matteo Salvini su Facebook, uscito subito dopo il comunicato del Pd, chiedeva infatti le stesse cose, «Applicare le misure più restrittive a TUTTO il territorio nazionale», aggiungendo la «garanzia assoluta che nessuno perderà lavoro e risparmi grazie a coperture economiche eccezionali e certe, dall’Italia e dall’Europa». È la prima volta che maggioranza e opposizione sembrano davvero convergere in nome della priorità della lotta contro il virus. Oggi Conte, che ieri mattina si era sentito al telefono con il leader della Lega, incontrerà a palazzo Chigi i tre leader del centrodestra. Tutti avanzeranno la richiesta di alzare di molto il fondo per l’emergenza e dunque la richiesta di flessibilità. Giorgia Meloni parlava ieri di 30 miliardi. Salvini, al Senato, ne aveva ipotizzati addirittura 50. Non sono le cifre che ha in mente il ministro Gualtieri ma l’ulteriore aumento dei fondi stanziati potrebbe bastare, se accompagnato dall’impegno a nuovi interventi, a garantire il sì della destra, tutta o in parte, quando domani il Senato voterà la richiesta del governo di modificare i saldi di bilancio, innalzando il deficit di parecchi decimali rispetto al 2,2% previsto.

 

IL VOTO DELLA DESTRA potrebbe rivelarsi necessario. La modifica del bilancio richiede infatti la maggioranza assoluta e non è affatto detto che, tra malattie e assenze da paura del virus, ci siano i 161 voti necessari. La votazione procederà a scaglioni perché palazzo Madama, come la Camera, ha deciso ieri che in aula deve essere presente di volta in volta solo metà dell’assemblea, per rispettare la distanza d’obbligo. Ieri, nella conferenza dei capigruppo, la Lega aveva subordinato il suo voto a favore del nuovo bilancio all’approvazione di una sua risoluzione, che chiederà di aumentare di molto la richiesta di flessibilità. Le cose potrebbero cambiare nell’incontro di oggi o in alternativa la destra potrebbe scegliere una posizione articolata, in modo da far passare la richiesta del governo pur senza il sì della Lega.

 

SUL TAVOLO CI SARÀ anche il nome dell’eventuale «supercommissario» che di fatto, anche se tutti si affannano a negare, commissarierebbe anche il capo della Protezione civile Borelli. I nomi in ballo sono due, l’ex capo della Protezione civile berlusconiana Guido Bertolaso e l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. La destra e Italia viva insistono per Bertolaso ma le resistenze nei confronti di un uomo chiave del potere berlusconiano, oltre tutto a suo tempo molto criticato dall’allora opposizione, sono comprensibili. Il problema dell’altro papabile, De Gennaro, è che affidare un simile ruolo a un poliziotto rischia di somigliare troppo a una delega alle forze dell’ordine. Dati i comprensibili dubbi alla fine potrebbe spuntare un terzo nome, politico e non tecnico. Il vero problema però è un altro. La Protezione civile di Bertolaso disponeva di poteri immensi. Richiamare Bertolaso o chi per lui ma senza poteri sarebbe l’ennesima scelta a metà.

 

«Tempo non ce n’è. Le nostre abitudini devono cambiare ora. Sto per firmare un decreto che si riassume nella formula Io resto a casa». Conte annuncia così la scelta concordata stavolta con le Regioni: tutta l’Italia sarà «zona rossa», o meglio arancione perché il vincolo è meno rigido di quanto non fosse intorno a Lodi, fino al 3 aprile. Teoricamente. Non ci si potrà spostare se non per gravi motivi di lavoro o salute. Vietati gli assembramenti anche all’aperto.

 

L’AMPLIAMENTO delle limitazioni a tutto il Paese era stato invocato in giornata da tutti, prima da Matteo Renzi, da molti 5S, infine dal Pd con una secca nota diramata dopo un vertice al quale Nicola Zingaretti ha partecipato in videoconferenza, «Chiediamo di valutare misure drastiche che responsabilizzino al massimo ciascuno di noi». Sospese tutte le gare sportive, campionato di calcio incluso, fino al 3 aprile. Poi si vedrà se prorogare. Delle scuole il decreto non parla ma resteranno chiuse ben oltre il 15 marzo. Riapriranno nella migliore delle ipotesi il 3 aprile, più probabilmente il 15, contagio permettendo: altrimenti si passerà al 3 maggio.

 

Il governo cerca di fronteggiare anche la seconda emergenza, derivata da quella sanitaria: la crisi economica. Al vertice di ieri sera ha partecipato anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e la decisione presa sarebbe quella di portare a oltre 10 miliardi lo stanziamento per le strutture sanitarie e per il sostegno alle categorie colpite da un virus che sta rapidamente mettendo in ginocchio l’economia reale del Paese.

 

STAVOLTA A SOSTENERE le misure eccezionali c’è anche l’opposizione. Un post di Matteo Salvini su Facebook, uscito subito dopo il comunicato del Pd, chiedeva infatti le stesse cose, «Applicare le misure più restrittive a TUTTO il territorio nazionale», aggiungendo la «garanzia assoluta che nessuno perderà lavoro e risparmi grazie a coperture economiche eccezionali e certe, dall’Italia e dall’Europa». È la prima volta che maggioranza e opposizione sembrano davvero convergere in nome della priorità della lotta contro il virus. Oggi Conte, che ieri mattina si era sentito al telefono con il leader della Lega, incontrerà a palazzo Chigi i tre leader del centrodestra. Tutti avanzeranno la richiesta di alzare di molto il fondo per l’emergenza e dunque la richiesta di flessibilità. Giorgia Meloni parlava ieri di 30 miliardi. Salvini, al Senato, ne aveva ipotizzati addirittura 50. Non sono le cifre che ha in mente il ministro Gualtieri ma l’ulteriore aumento dei fondi stanziati potrebbe bastare, se accompagnato dall’impegno a nuovi interventi, a garantire il sì della destra, tutta o in parte, quando domani il Senato voterà la richiesta del governo di modificare i saldi di bilancio, innalzando il deficit di parecchi decimali rispetto al 2,2% previsto.

 

IL VOTO DELLA DESTRA potrebbe rivelarsi necessario. La modifica del bilancio richiede infatti la maggioranza assoluta e non è affatto detto che, tra malattie e assenze da paura del virus, ci siano i 161 voti necessari. La votazione procederà a scaglioni perché palazzo Madama, come la Camera, ha deciso ieri che in aula deve essere presente di volta in volta solo metà dell’assemblea, per rispettare la distanza d’obbligo. Ieri, nella conferenza dei capigruppo, la Lega aveva subordinato il suo voto a favore del nuovo bilancio all’approvazione di una sua risoluzione, che chiederà di aumentare di molto la richiesta di flessibilità. Le cose potrebbero cambiare nell’incontro di oggi o in alternativa la destra potrebbe scegliere una posizione articolata, in modo da far passare la richiesta del governo pur senza il sì della Lega.

 

SUL TAVOLO CI SARÀ anche il nome dell’eventuale «supercommissario» che di fatto, anche se tutti si affannano a negare, commissarierebbe anche il capo della Protezione civile Borelli. I nomi in ballo sono due, l’ex capo della Protezione civile berlusconiana Guido Bertolaso e l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. La destra e Italia viva insistono per Bertolaso ma le resistenze nei confronti di un uomo chiave del potere berlusconiano, oltre tutto a suo tempo molto criticato dall’allora opposizione, sono comprensibili. Il problema dell’altro papabile, De Gennaro, è che affidare un simile ruolo a un poliziotto rischia di somigliare troppo a una delega alle forze dell’ordine. Dati i comprensibili dubbi alla fine potrebbe spuntare un terzo nome, politico e non tecnico. Il vero problema però è un altro. La Protezione civile di Bertolaso disponeva di poteri immensi. Richiamare Bertolaso o chi per lui ma senza poteri sarebbe l’ennesima scelta a metà.

di Marco Nesci

08/03/2020

 

Tanto tuonò che piovve! Anzi siamo nel bel mezzo di una tempesta, una di quelle famose bombe d’acqua che ci mettono in pochi minuti sott’acqua solo che qui non piove qualche ora, ma piove da giorni e non c’è nessuna previsione di bel tempo al contrario, non sappiamo quando finirà e come finirà.


Da decenni Rifondazione Comunista si batte contro la privatizzazione del sistema sanitario nazionale, quello diviso in 21 sistemi, anche grazie alle scellerate modifiche al Titolo V della Costituzione, modifiche intervenute per inseguire le stupidaggini federaliste della Lega Nord, che qualcuno definiva all’epoca, una costola della sinistra. Contro di noi, unici ad opporci, si levavano grida di ogni tipo sulla nostra volontà veterocomunista di centralizzazione statalista. Così come siamo stati sempre isolati ed sposti alla gogna, ogni qual volta ci si opponeva alla privatizzazione della sanità pubblica, quando da soli si sosteneva la necessità di assumere il personale medico e delle professioni sanitarie, di moltiplicare i presidi territoriali, di cancellare sprechi dovuti ad esternalizzazioni di servizi collaterali, di modificare il sistema di liquidazione delle prestazioni sanitarie (DRG) , di smetterla con le convenzioni privatistiche di chi si arricchisce sulla salute, quando sempre da soli, ci opponemmo all’intramenia, e ai famigerati “piani di rientro” dal debito sanitario che si tradussero in enormi tagli dei posti letto, accorpamenti di divisioni specialistiche, della cancellazione di interi ospedali, di riduzione di ben due terzi dei posti letti della terapia intensiva, della destrutturazione di pronti soccorso e anche di speculazioni edilizie la dove c’era un ospedale dismesso.


Oggi si paga il conto alla sbornia neoliberista, oggi 5 o 10mila contagiati su una popolazione di 60 milioni, e per cui un 10 o 15% avesse necessità di terapia intensiva, non solo mette al collasso il sistema sanitario in tutte le regioni, ma produce un effetto di “ scelta” sull’urgenza di inumana gravità mettendo fuori servizio il diritto alla salute di cui tutti siamo portatori.

 

37 miliardi di tagli negli ultimi anni e politiche di evaporazione del sistema sanitario pubblico ad inseguire quella che è la peggior esperienza sanitaria mondiale (quella americana) si trasformano oggi in un dramma collettivo a cui gli interventi decretati dal governo oggi appaiono più la chiusura della stalla quando oramai i cavalli son scappati, che le necessarie inversioni di rotta.


Per prima cosa occorre ricostruire la centralità, si statalista, del sistema sanitario che deve tornare ad essere totalmente pubblico senza se e senza ma. Uniformità di regole, di parametri di cura basati su studi epidemiologici e non su numeri economicisti, occorre ridare alla struttura sanitaria l’idea che si è al servizio del diritto universale alla salute e non una “fabbrica” che deve produrre profitto.

 

Invertire la rotta significa oggi a fronte dell’emergenza sanitaria , certo fare provvedimenti d’urgenza, ma poi rivedere radicalmente e strutturalmente una riforma sanitaria complessiva che recuperi lo spirito della riforma del 1978, ovviamente adeguandola alle nuove e drammatiche dinamiche sociali della vita di oggi. Senza questa idea di rivoluzione sociale, passata questa emergenzialità si tornerà a speculare sulla salute e ad spostare risorse dalla sanità ai mercati finanziari.

 

I provvedimenti urgenti, ( compreso la requisizione di posti letto nelle strutture private) oltre a quelli di fermare il progredire dei contagi, devono essere indirizzati su due assi principali: investimenti sul sistema pubblico sanitario con ricostruzione di specializzazioni territoriali e potenziamento in modo strutturale e permanente di posti letto di cura e di emergenzialità con terapia intensiva in primo piano.

 

Piano straordinario di presidi sanitari territoriali pubblici con l’assunzione di personale medico e sanitario adeguato e formato in relazione alle specificità epidemiologiche territoriali e questo per potenziare la prevenzione e la profilassi, ma anche per iniziare a rovesciare il sistema per cui si va a premiare il non ammalarsi, piuttosto che incentivare e pagare il percorso di cura con gli eccessi speculativi che ne conseguono.

 

Recuperiamo il nostro vecchio slogan che è sempre più attuale e rivoluzionario: LA SALUTE NON E’ UNA MERCE.*

04/03/2020

da Left

Vincenzo Musacchio

 

Ho appena aderito al “Coordinamento per la democrazia costituzionale per il No del referendum sulle modifiche alla Costituzione sulla riduzione del numero dei Parlamentari” presieduto dal professor Massimo Villone, ordinario di diritto costituzionale presso l’Università di Napoli. L’ho fatto perché credo siamo chiamati ancora una volta a scegliere tra democrazia parlamentare e sistema oligarchico. In fondo, mi guidano le stesse motivazioni che mi spinsero a votare No al referendum del 4 dicembre del 2016.

 

Come dico sempre ai miei studenti, ribadisco al lettore che l’elemento più importante della Carta Costituzionale, è la spinta unitaria verso tutti i Costituenti dell’epoca. Si unirono tutti attorno al valore sacro della persona umana. L’individuo finalmente inteso non più come mezzo ma come fine primario dell’ordinamento giuridico e sociale. Si tracciò così una visione della persona non più statica ma dinamica, poiché titolare di diritti e di doveri, diretta allo sviluppo, non solo economico ma sociale e culturale. La persona, però, non può realizzarsi completamente se non in condizione di libertà indissolubilmente connessa al concetto di uguaglianza.

 

Entrata in vigore il 1° gennaio 1948, a tre anni dalla Liberazione della Nazione e dalla fine della seconda guerra mondiale, è, a mio avviso ancor oggi, una delle più avanzate del mondo, soprattutto perché è costruita in modo da non limitarsi a elencare i diritti, ma dare indicazioni per la loro effettività e per la loro attuazione. Piero Calamandrei nel suo famoso discorso agli studenti nel 1955 rimarcò come la Costituzione non fosse una macchina che una volta messa in moto andava avanti da sé. «La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica».

 

Nella nostra Costituzione c’è la nostra storia, il nostro passato, i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Al suo interno ci sono anche valori intrinseci, non sempre esplicitamente dichiarati, ma chiaramente desumibili: la persona, il lavoro, la dignità, la libertà e l’uguaglianza, la democrazia, l’etica, la legalità; non dimenticando, peraltro, che nella schiera dei valori vanno considerati anche i doveri e tra di essi emergono principalmente la solidarietà e la partecipazione attiva.

 

Quando all’art. 1 si scrive che l’Italia è una “Repubblica democratica”, si dichiara una scelta e si evidenzia un valore: la democrazia. Da cittadino ritengo che la democrazia sia il governo di molti e non di pochi. La democrazia esprime partecipazione e legame stretto tra elettore ed eletto. La democrazia è il governo del popolo. La nostra si qualifica come parlamentare (che vuol dire strutturata attorno ad un Parlamento che esercita il potere legislativo), ma non esclude, e anzi esplicitamente prevede anche forme di partecipazione diretta dei cittadini (l’iniziativa popolare delle leggi, il diritto di petizione, il referendum e così via).

 

La democrazia è l’humus necessario della convivenza civile. Un valore che noi cittadini abbiamo l’obbligo morale e materiale di proteggere e tutelare contro ogni attacco e contro ogni rischio, soprattutto in un Paese che ha vissuto la dittatura. Il valore della partecipazione attiva è fondamentale. Pericle nel suo discorso agli ateniesi già nel 431 a.C. affermava: «Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore».

 

Pericle ci insegna che il cittadino, non solo deve esercitare la sovranità popolare partecipando alle elezioni (quali che siano le sue scelte), ma poi deve chiedere conto ai suoi “delegati” di ciò che fanno nell’interesse comune, deve far sentire la propria voce, partecipare al dibattito pubblico sulle questioni di fondo, indignarsi per le cose che non vanno, svolgere azioni concrete di controllo sul bene comune. Questa è la cittadinanza attiva che, alla fine, è il valore più rilevante di ogni altro, non solo perché è il sale della democrazia, ma anche, e soprattutto, perché è la maggior garanzia del rispetto e dell’attuazione di tutti gli altri valori costituzionali. Il distacco, l’indifferenza, non appartengono alla democrazia e non la qualificano; non valorizzano la persona e non ne esaltano la dignità.

 

L’invito che implicitamente ci rivolge la Carta Costituzionale è di essere cittadini partecipi e consapevoli. Per questo, bisogna conoscere la Costituzione, approfondirne le norme specifiche ed i principi, estrarre consapevolmente i valori che essa emana e farli vivere nelle istituzioni, nella politica, nella società, ed anche nei comportamenti quotidiani, convincendosi che anche nei momenti difficili sta nella Costituzione e nei suoi valori, l’unica e vera prospettiva di rinnovamento e di riscatto. Ma soprattutto bisogna amarla, questa Costituzione: è la base e il fondamento della nostra convivenza civile per la quale in tanti hanno sacrificato la loro vita.

 

Sono profondamente convinto che il prossimo 29 marzo con il nostro voto saremo chiamati a decidere non tanto se vogliamo la Costituzione del ’48 per il suo prestigio e il suo valore simbolico, ma dobbiamo optare tra democrazia parlamentare e sistema oligarchico. Questo referendum verterà sul carattere centralistico, oppure pluralistico e partecipativo della nostra democrazia. La nostra Costituzione è stata concepita per unire non per dividere: è questa la sua essenza rivoluzionaria. La riforma proposta si caratterizza, sin dal metodo, come una Costituzione che non unisce ma, di fatto, divide. L’attuale Costituzione è nata dal consenso unanime di quasi tutti i partiti politici dell’epoca e per questo ha in sé ha un enorme valore aggregante e democratico. Una Costituzione che legittimerebbe una oligarchia sarà giocoforza regressiva e non avrà più il prestigio, il valore che deve avere la Costituzione in un sistema democratico solidaristico-sociale.

 

In questi anni è stato smantellato lo Stato sociale, è stato distrutto il diritto del lavoro, la sanità non più solidale e gratuita perché si è economizzata e pesa sulle spalle soprattutto dei più poveri. Lo smantellamento di tutti questi diritti è possibile solo se prima di tutto si smobilita la società, e cioè si indeboliscono i partiti, e i cittadini sono ridotti a spettatori davanti alle televisioni a guardare gli scontri fra i politici, che naturalmente si scontrano su questioni secondarie. Ciò che viene perseguito è prima di tutto la neutralizzazione del controllo dal basso, del radicamento sociale, e in secondo luogo la neutralizzazione dei limiti e dei vincoli dall’alto, e cioè da parte delle Costituzioni, perché le Costituzioni sono ormai scomparse dall’orizzonte della politica.

 

Con questa riforma il Parlamento conterà sempre di meno, sarà per l’appunto una maggioranza di parlamentari, fortemente vincolati da chi deciderà della loro successiva elezione, a causa anche della disarticolazione sociale dei partiti, della loro neutralizzazione come fonti di legittimazione titolari delle funzioni di indirizzo politico, di controllo e di responsabilizzazione. Il nostro voto è una scelta o a favore della democrazia pluralistica costituzionale oppure a favore di un’involuzione personalistica e autocratica del sistema politico. Per tutti questi motivi all’interno della cabina elettorale occorre meditare e riflettere profondamente sul nostro prossimo futuro prima di votare per il Sì o per il No.

 

Io voterò convintamente No essenzialmente per tre ragioni. La prima: con la attuale legge elettorale e con listini bloccati e candidati nominati, i nuovi parlamentari saranno tutti indicati dalle segreterie di partito, sottraendo di fatto al popolo sovrano totalmente il diritto di scegliersi i suoi rappresentanti. Deputati e senatori risponderanno al segretario del partito e non più agli elettori. La seconda: con questa riforma la rappresentanza politica sarà concentrata nelle aree più popolose del Paese, a scapito di quelle con meno abitanti ma territorialmente più vaste, ed inoltre non tutela in modo adeguato le minoranze linguistiche. La terza: eletto ed elettore, non avranno più legami e ciò favorirà ancor di più il distacco dei cittadini dalla politica, ampliando l’astensionismo e il disinteresse nei confronti delle pubbliche Istituzioni, soprattutto del Parlamento, l’unico luogo dove il cittadino dovrebbe vedersi democraticamente rappresentato. Un Parlamento con meno eletti, per giunta nominati, creerà di fatto una nuova cerchia ristretta di potenti.

Care compagne, cari compagni,

 

come sapete, il 29 marzo voteremo NO nel referendum costituzionale avente ad oggetto la conferma o meno della legge costituzionale approvata dal Parlamento riguardante la riduzione (molto drastica) del numero dei parlamentari ( senza prevedere, tra l’altro, alcuna differenziazione di funzioni tra Camera e Senato ).

 

Demagogia populista diffusa, soprattutto dal M5S a piene mani con la meschina motivazione di risparmi di spesa ( peraltro modestissimi).

 

E’ importante la più ampia mobilitazione per il NO, collegata ad una attenta e diffusa controinformazione.

 

E’ un referendum costituzionale , in cui, pertanto, non è previsto il raggiungimento del quorum per la sua validità. Conta, dunque, moltissimo il numero di persone che convinceremo a votare NO, perché l’esito, che oggi appare scontato, potrebbe comportare qualche piacevole sorpresa ( se non altro nelle dimensioni).

 

Ciò che è ancora più rilevante è la possibilità di costruire assemblee territoriali che discutano, finalmente, la nostra concezione della centralità della democrazia costituzionale e della rappresentanza. La centralità del Parlamento è messa in discussione sia dalla cosiddetta “autonomia regionale differenziata” ( la “secessione dei ricchi”), sia dalle pulsioni presidenzialiste , fortissime a destra ma presenti anche nel centrosinistra, sia dalla proposta di legge elettorale. La quale , allo stato della attuale discussione, prevede una torsione maggioritaria e una soglia di sbarramento così alta da configurare una “democrazia a numero chiuso”.

 

Istanze critiche e minoranze vengono espulse dai percorsi istituzionali e dalla rappresentanza. La riduzione del numero dei parlamentari è la metafora di un Parlamento ridotto a tre o quattro partiti.

 

Tentiamo di utilizzare l’occasione referendaria per discutere le nostre ragioni, allargando la meschina visione della riduzione sovranista e populista del numero dei parlamentari. Sul piano organizzativo e del comune lavoro siamo, come PRC, parte del Comitato per il NO che abbiamo costruito partendo dal Comitato per la Difesa della Costituzione. Consigliamo di costruire simili comitati nei territori, per elaborare materiale propagandistico comune ed iniziative unitarie e, insieme, plurali.

Buon lavoro

Giovanni Russo Spena
Resp.le nazionale Area democrazia, diritti, istituzioni PRC-SE

Dario Russo

09/01/2020

 

I corsi e ricorsi della storia si ripetono  e le conquiste per migliorare l’esistenza del popolo lo possono fare solo le lotte dei lavoratori.

Alla fine dell’ottocento gli operai lavoravano una media di 16 0re al giorno.Ci vorrà una legge del 1899 per fissare un massimo di 12 ore di lavoro giornaliere e poi l’interdizione dal lavoro notturno per i ragazzi dai 13 ai 15 anni.

Nel maggio del 1906 a Torino vengono rivendicate le 10 ore giornaliere e dopo lunghe lotte e scioperi le 10 ore vengono concesse.

Dopo la fine della I Guerra mondiale (1915/18) e dopo dure battaglie sindacali vengono accolte le richieste della FIOM a Torino contro la Federazione Industriale Metalmeccanici e dalle 55/60 ore settimanali si passa alle 48 ore ed anche i siderurgici passano dalle 72 alle 48 ore settimanali e le 48 ore come orario legale sarà riconosciuto a tutte le categorie.

 

Si raggiungeranno le 40 ore settimanali  dopo tutte le lotte del 1968 con la conquista dei diritti dei lavoratori nel 1972/73. Negli anni successivi negli enti pubblici verranno acquisite le 36 ore settimanali.

 

Quindi sono passati oltre 45 anni che le ore lavorative sono di 40 ore settimanali. Inoltre in quet’ultimi anni con l’avvento prima della legge Treu (1966) con il Centrosinistra ed in seguito con la legge Biagi(2003- governo Berlusconi) i lavoratori sono stati penalizzati con i lavori precari e così pure  l’economia, portando indietro le conquiste dei lavoratori a suo tempo raggiunte.

Con il Jobs act del PD la situazione dei lavoratori è ulteriormente peggiorata ed i lavoratori hanno perso molti diritti ((art.18 e l’uso dei voucher  senza contratti di lavoro, ecc)e non c’è futuro per i lavoratori.

Gli imprenditori e gli industriali sono così sempre più ricchi e le classi lavoratrici sempre più povere e la disoccupazione è in aumento.

Non è vero che la disoccupazione è intorno all’11% come ci vogliono fare intendere ma è molto più alta ,perchè la maggioranza dei disoccupati non cercano più lavoro.

I costi dello Stato vanno così sempre ad aumentare in quanto tante industrie usufruiscono della Cassa Integrazione per sopperire alla crisi, mentre se il reddito di inclusione venisse usato per tutti i disoccupati lo Stato andrebbe in defoult.

L’unica alternativa è quella di battersi per la riduzione delle ore di lavoro a 30 ore settimanali per aprire una strada per una nuova occupazione, in particolare per i giovani  così l’economia potrebbe prendere l’avvio ad un nuovo sviluppo per il paese.

 

Forza  coinvolgiamo tutto i sindacati   discutendone in ogni posto di lavoro.

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