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Il Manifesto

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13/05/2021

da Il Manifesto

Michele Giorgio

 

Guerra. Sono sette gli israeliani uccisi dai razzi, tra i quali un bambino. La destra estrema all'assalto degli arabi a Lod e in altre città

 

La Torre Shuruk fu colpita e danneggiata già nel 2014, sebbene al suo interno ci fossero le sedi di media locali e internazionali. I comandi israeliani dissero sette anni fa che vi si nascondevano miliziani armati. Ieri la Shuruk è crollata in un lampo di fuoco, avvolta in una nuvola di fumo e polvere: dieci piani si sono trasformati in un cumulo di macerie in pochi secondi. Martedì Israele aveva distrutto altri due alti edifici a Gaza city. Gli abitanti della Torre Shuruk, messi in allarme da missili denominati «colpi al tetto» – con piccola carica esplosiva lanciati per avvertimento – sono riusciti a scappare ma senza poter portare via nulla. In un attimo hanno perduto tutto e si sono uniti al numero crescente di sfollati e senzatetto generati dai raid aerei israeliani.

 

Annunciata con largo anticipo dall’ala militare di Hamas e da altre organizzazioni armate palestinesi – a Gaza dicono con l’intento di avvertire la popolazione in Israele –  è partita una ondata di 130 razzi verso il centro e il sud del territorio dello Stato ebraico. A Sderot hanno ucciso un bambino e causato gravi danni. Lo stesso in altre città. Il totale dei morti israeliani è di sette, tra cui un soldato ucciso da un razzo anticarro sparato da Gaza contro la sua automobile.

 

È salito a 14 il bilancio, riferito dai palestinesi, di bambini e ragazzi uccisi dagli attacchi aerei israeliani, una porzione elevata del totale di 57 morti. E l’elenco delle vittime è destinato ad aumentare perché fino a ieri sera la mediazione egiziana per il cessate il fuoco di fatto non era ancora partita. Israele, come ha spiegato due giorni fa, il premier Netanyahu intende prima infliggere «un duro colpo ad Hamas». Ma il conto vero lo pagano i civili palestinesi, con morti e distruzioni. Hamas da parte sua ripete che intensificherà i lanci di razzi in proporzione diretta alla gravità dei raid aerei israeliani.

 

Il bagno di sangue va avanti, lo scontro si allarga. Il ministro della Difesa Benny Gantz ha detto che Israele andrà avanti. Ieri le forze aeree dello Stato ebraico hanno martellato duramente Gaza. Le prime luci del giorno sono state segnate dal più pesante bombardamento aereo dall’offensiva Piombo Fuso del 2008. I comandi israeliani sostengono di aver ucciso dirigenti militari importanti di Hamas in un’operazione congiunta tra esercito e Shin Bet. Tra questi Bassem Issa, capo delle Brigate al Qassam a Gaza City, descritto come il braccio destro del leader militare di Hamas, Mohammed Deif. «Non è che l’inizio», ha minacciato il premier Netanyahu aggiungendo che Israele infliggerà «all’organizzazione terrorista colpi che non può neanche immaginare». Il movimento islamico per tutto il giorno ha risposto con lanci di razzi, massicci o sporadici, contro i centri israeliani a ridosso della Striscia e contro le città di Ashkelon e Ashdod.

 

«La grave escalation in Israele e nei Territori palestinesi occupati, compreso il forte aumento della violenza dentro e intorno a Gaza – ha detto il capo della diplomazia dell’Unione europea Josep Borrell – deve cessare. L’Europa è sgomenta per il gran numero di morti e feriti civili, compresi i bambini. La priorità deve essere proteggere i civili». Gli Stati uniti sono scesi in campo dalla parte di Israele ma il segretario di Stato Antony Blinken pur affermando che «Israele ha il diritto a difendersi» ha esortato Tel Aviv ad evitare vittime civili.

 

Ma non è solo il conflitto militare in corso che merita attenzione. In Israele lo scontro tra ebrei ed arabi si aggrava di ora in ora. Ieri il presidente Reuven Rivlin, sdegnato, ha descritto quanto avvenuto martedì notte a Lod come un «pogrom» anti-ebraico ed ha evocato le persecuzioni antisemite del secolo scorso nell’Europa dell’Est.

 

E il sindaco della città Yair Revivo ha parlato di una nuova «notte dei cristalli» riferendosi alla distruzione di sinagoghe da parte di una folla di abitanti arabi e all’incendio di automobili di ebrei. Rivlin e Revivo, se sono coerenti con quanto dicono, allora dovranno condannare, usando la stessa parola «pogrom», quanto hanno compiuto ieri sera centinaia di ebrei, dell’estrema destra, contro gli arabi e le loro proprietà a Lod, Acri e in altre cittadine miste del paese.

 

Chiamati per garantire protezione, i coloni israeliani più fanatici della Cisgiordania si sono riversati nei quartieri arabi di Lod. «I volontari sono centinaia – ha affermato un esponente della comunità ebraica locale – consiglio agli arabi di non avventurarsi per strada». A nulla è servito il coprifuoco proclamato dalla polizia che in molti casi, secondo testimoni, si è tenuta a distanza senza garantire alcuna protezione ai residenti arabi presi di mira. Ieri sera si parlava di numerosi feriti e di distruzioni gravi non solo a Lod.

Alfedo Marsala

 

Mediterraneo. Alla Conferenza di Lisbona si ripete il solito copione. Vertice Lamorgese Draghi e Di Maio

 

Non c’è ancora alcun impegno dell’Europa per la ricollocazione dei migranti sbarcati negli ultimi giorni a Lampedusa, dove il mare agitato ieri ha frenato nuovi arrivi. Alcuni paesi membri, come l’Austria, starebbero facendo resistenza: così a Bruxelles si registra un nulla di fatto. Questo nonostante la commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson, abbia chiesto ai paesi di mostrare solidarietà all’Italia e alle persone arrivate nel weekend. «Fino ad ora non abbiamo ricevuto nessun impegno specifico ma i nostri contatti con i paesi membri stanno andando avanti, così come i contatti diretti con le autorità italiane», riferisce il portavoce della Commissione, Adalbert Jahnz.

 

Prima del Cdm, in mattina il premier Draghi ha affrontato il dossier migranti con i ministri dell’Interno Luciana Lamorgese, il titolare della Farnesina Luigi di Maio e il ministro della Difesa Lorenzo Guerini per fare il punto anche in vista della bella stagione che favorirà le partenze dei barconi dal nordafrica: si calcola che nelle aree costiere tra Tripoli e il confine tunisino ci siano tra 50mila e 70mila profughi pronti a partire.

 

Dal Viminale, in video collegamento con la Conferenza sulla gestione dei flussi migratori di Lisbona organizzata dalla presidenza portoghese del Consiglio dell’Unione, il ministro Lamorgese ha sostenuto che è necessario «realizzare interventi strutturali nel sistema di gestione del fenomeno all’interno dell’Ue, con l’attivazione di concreti e solidi meccanismi di solidarietà, anche d’emergenza, sul modello di quelli previsti a Malta nel 2019, nonché attuare una strategia condivisa per la lotta ai trafficanti di esseri umani e il contrasto alla tratta e alla immigrazione illegale». Parallelamente, ha aggiunto, c’è «l’esigenza di sviluppare un dialogo costruttivo con i partner africani».

 

Il tema è stato messo sul tavolo anche dal sottosegretario agli Affari europei Enzo Amendola al Consigli affari generali. «L’auspicio – ha spiegato – è che, mentre si continua a negoziare il nuovo patto sulle migrazioni e l’asilo, si dia una risposta urgente agli sbarchi in corso, nel segno della solidarietà europea. La frontiera marittima italiana è una frontiera europea».

 

Ma se la strategia su cui punta Bruxelles è quella di evitare che migliaia e migliaia di persone partano piuttosto che organizzare una missione di salvataggio in mare, come riferisce la commissaria Johansson, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli invoca una «forte iniziativa dell’Ue per salvare vite umane in mare e proteggere le persone bisognose».

 

Intanto a Lampedusa si tenta di alleggerire le presenze nell’hotspot: 260 migranti sarebbero dovuti essere trasferiti con il pattugliatore «Asso30» sulla nave quarantena «Azzurra» ma il maltempo ha bloccato le operazioni. Altri 80 sono stati invece trasferiti col traghetto di linea «Cossydra» a Porto Empedocle. Nell’hotspot restano in 1.408 e oggi, se il traghetto Sansovino riuscirà ad attraccare, altri 200 migranti lasceranno l’isola.

 

Le 200 persone che avevano trascorso la notte sotto un tendone allestito nel molo Favarolo sono state trasferite nell’hotspot, che ha toccato una punta massimo di 1.800 ospiti rispetto a una capienza massima di 250 posti. Il comandante del rimorchiatore Asso30 ha riferito al giornale RadioRai di avere recuperato 17 migranti, su indicazione della guardia costiera libica, che si erano arrampicati su un’installazione petrolifera aiutandosi con una sorta di cordone creato legando i jeans che si erano tolti per mettersi in salvo. Dalla nave quarantena «Allegra» sono sbarcati a Porto Empedocle altri 249 migranti che hanno concluso la sorveglianza sanitaria anti-Covid. Di questi, 44 – su ordine del questore di Agrigento – dovranno lasciare l’Italia nel giro di pochi giorni, mentre gli altri sono stati distribuiti nei centri d’accoglienza dell’isola.

11/05/2021

Giulio Cavalli

da Left

 

Si dice preoccupato anche il segretario dell'Onu Guterres per le continue violenze di Israele... Ma quello che accade a Gerusalemme, come al solito, sembra interessare poco qui da noi

 

Quello che accade a Gerusalemme, come al solito, sembra interessare poco qui da noi, perfino a quelli che non disdegnano ogni anno di pubblicare una foto di Vittorio Arrigoni tanto per mostrarsi aperti e attenti.

 

Accade che l’Onu, per bocca del suo segretario generale Antonio Guterres, esprima «la sua profonda preoccupazione per le continue violenze nella Gerusalemme est occupata, nonché per i possibili sgomberi di famiglie palestinesi dalle loro case nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan». In una nota del portavoce ha «esortato Israele a cessare le demolizioni e gli sfratti, in linea con i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario. Le autorità israeliane devono esercitare la massima moderazione e rispettare il diritto alla libertà di riunione pacifica».

 

Cosa accade? Gli israeliani stanno confiscando alcune abitazioni a famiglie palestinesi nel quartiere Sheik Jarrah: la spoliazione per legge (con Israele che ripete «abbiamo un nostro sistema legale e la Corte internazionale di giustizia non deve intervenire») andrà avanti e altri palestinesi saranno da annoverarsi fra le vittime dirette dell’occupazione. La questione per ora riguarda solo una manciata di case ma rientra nel più ampio tema del cosiddetto “diritto al ritorno”: la legge israeliana impedisce che i profughi palestinesi possano tornare a vivere nei territori che oggi fanno parte dello Stato di Israele ma evidentemente per lo Stato di Israele quel diritto può essere concordato agli ebrei. sostanzialmente un diritto su base etnica. E non è una novità. Ancora una volta. Le famiglie palestinesi, ricche o povere, cominciano a perdere le case in cui hanno vissuto per decenni a Sheik Jarrah, Silwan e altri quartieri.

 

La protesta si è spostata sulla Spianata delle Moschee e i numeri parlano chiaro: dei 305 feriti, riferiscono i responsabili della Mezzaluna Rossa, 7 sono in condizioni gravi, mentre oltre 220 sono stati ricoverati in un ospedale di Gerusalemme Est o in un ospedale da campo allestito vicino al luogo delle proteste. Il governo israeliano da parte sua risponde parlando di agenti feriti. Il premier uscente, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che la battaglia in corso «per lo spirito di Gerusalemme» è «la lotta secolare tra tolleranza e intolleranza, fra violenza selvaggia e mantenimento di ordine e legge».

 

Certo fa un certo effetto sapere dall’Unicef che «negli ultimi due giorni, 29 bambini palestinesi sono stati feriti a Gerusalemme Est, anche nella Città vecchia e nel quartiere di Sheikh Jarrah. Otto minorenni palestinesi sono stati nel frattempo arrestati. Tra i feriti, anche un bambino di un anno. Alcuni bambini, che sono stati portati in ospedale per essere curati, avevano ferite alla testa e alla spina dorsale. L’Unicef ha ricevuto rapporti secondo cui alle ambulanze è stato impedito di arrivare sul posto per assistere ed evacuare i feriti e che una clinica in loco è stata colpita e perquisita».

 

Ieri mattina la polizia è entrata nella Spianata per disperdere i palestinesi facendo irruzione nella moschea di al Aqsa dove erano in corso le preghiere dei fedeli musulmani. I poliziotti hanno lanciato granate per disperdere i presenti che hanno risposto lanciando pietre e oggetti. Secondo diversi testimoni la polizia avrebbe sparato anche lacrimogeni e proiettili di gomma ma Netanyahu parla addirittura di “immagini contraffatte”. Dalla striscia di Gaza continua il lancio di razzi nel territorio israeliano.

 

L’ennesima puntata di una pulizia etnica e questo tragico, vigliacco silenzio tutto intorno. «Restiamo umani», scriveva Vik, perché che fossimo vigili lo dava per scontato, no?

BASTA MORTI SUL LAVORO

P R E S I D I O - giovedi 13 ore 9-12 , davanti sede INAIL in via G.Mameli.

D E N U N C I A M O!  le morti sui posti di lavoro, in aumento drammatico nel nosro Paese!

Mario Di Vito

 

Il lavoro uccide. Un operaio di 52 anni è precipitato da un'impalcatura di un cantiere in un centro commerciale. Quattro ore di sciopero in Umbria dopo l'esplosione di un laboratorio di cannabis terapeutica a Gubbio dove sono morte due persone. I sindacati: "Basta vittime inermi. È inaccettabile"

 

Sono due gli indagati dalla procura di Perugia per l’esplosione nel laboratorio di cannabis terapeutica nelle campagne di Gubbio, causa di due morti (Elisabetta D’Innocenti, 52 anni e Samuel Cuffaro, 19) e quattro feriti, tra cui un carabiniere che ha partecipato ai soccorsi. Sotto la lente della procura ci sono i due titolari della ditta, iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo. In un primo momento si era ipotizzato che la causa dell’esplosione fosse una fuga di gas, invece adesso pare che il disastro sarebbe stato generato dai solventi utilizzati per abbassare la concentrazione di Thc della cannabis per renderla adatta all’uso terapeutico. Le sostanze avrebbero saturato l’ambiente di lavoro e poi una scintilla avrebbe portato al disastro. Sulla ricostruzione di quanto successo, comunque, sono al lavoro i carabinieri.

 

I sindacati hanno proclamato per la giornata di ieri quattro ore di sciopero in Umbria e, in mattinata, si sono riuniti in presidio nella piazza centrale di Gubbio per chiedere maggiore attenzione sul fronte della sicurezza sul posto di lavoro. «È semplicemente inaccettabile quello che continua ad accadere in Umbria e nel resto del paese – dicono -. Non ci vogliamo rassegnare a questo stillicidio di vittime inermi». Il sindaco Mario Stirati ha proclamato il lutto cittadino.

 

Negli ultimi tre giorni, oltre alla tragedia di Gubbio, in Italia sono avvenute altre quattro morti sul posto di lavoro. L’ultima ieri mattina alle 11 a Tradate, in provincia di Varese, dove il 52enne Marco Oldrati, operaio della provincia di Bergamo, è precipitato dal ponteggio del cantiere di un centro commerciale, cadendo nel vuoto per quattro metri. L’uomo indossava il casco ma non è servito a salvargli la vita.

 

Nella tarda serata di giovedì, invece, ha perso la vita Andrea Recchia, 37 anni, travolto da quattordici quintali di mangime mentre guidava il muletto in un’azienda di Sorbolo, in provincia di Parma.

 

Venerdì mattina, in provincia di Bolzano, un 64enne di Teodone è stato schiacciato da una balla di fieno da 400 kg. Poche ore dopo a Campomarino, in Molise, a morire è stato un operaio di 55 anni residente a Jesi (Ancona). L’uomo, al lavoro per conto di una ditta di Fermo in uno dei cantieri della A14, è scivolato da un’impalcatura ed è precipitato da un’altezza di quasi trenta metri.
Il totale degli omicidi bianchi, nell’ultima settimana, conta dodici morti.

07/05/2021

da il Manifesto

Vittorio Agnoletto

 

Brevetti. In difesa di Big Pharma è rimasta fino all’ultimo la Commissione europea e i Paesi dell’Ue, tra questi il governo italiano. Draghi non ha ancora risposto al Comitato italiano

 

La decisione dell’amministrazione Biden è di estrema importanza e potrebbe rappresentare una svolta storica nella lotta contro la pandemia. È altresì il risultato dell’enorme pressione organizzata in tutto il mondo dalle reti associative attive in difesa del diritto alla salute, che hanno costruito alleanze con ampi settori del mondo scientifico, artistico e culturale. Vi è stato un susseguirsi impressionante di appelli in sostegno della moratoria: l’Oms, l’Unaids, l’Unitaid, la “Commissione Africana per i Diritti Umani”, 243 Ong e 170 personalità, fra cui numerosi premi Nobel. Prese di posizione che hanno rafforzato l’azione dell’ala sinistra del Partito Democratico statunitense verso il presidente.

 

Alla base della decisione di Biden vi sono anche ragioni di opportunità mediatica ed economica: nello scenario interno può rivendicare la propria coerenza con quanto dichiarato in campagna elettorale sulla necessità di una risposta globale alla pandemia; nello scenario internazionale si pone come il salvatore dell’umanità, rimette gli Usa al centro dello scenario mondiale e contemporaneamente risponde agli allarmi lanciati da diversi centri studi di economia, secondo i quali il crollo del sud del mondo – geografico ed economico – con la conseguente contrazione del mercato globale, avrebbe prodotto una danno economico enorme nei Paesi maggiormente sviluppati, primi tra questi gli Usa.

 

QUESTE REALI contraddizioni interne all’attuale capitalismo neoliberista, nulla tolgono né all’oggettività importanza delle decisioni della Casa Bianca, né alla possibilità che, grazie a tale scelta, molte, forse milioni, di vite umane possano essere risparmiate.

 

A difendere gli interessi di Big Pharma è rimasta fino all’ultimo la Commissione europea e i Paesi dell’Ue, tra questi il governo italiano; il 19 aprile il Comitato italiano impegnato nella raccolta di un milione di firme sull’Ice- l’Iniziativa dei cittadini europei – “Diritto alla cura. Nessun profitto sulla pandemia” aveva inviato al presidente Draghi una lettera con le firme di oltre cento associazioni nazionali, tra le quali tutti i principali sindacati, chiedendo che il governo appoggiasse la moratoria sui brevetti richiesta dall’India e dal Sudafrica con l’appoggio di un centinaio di Paesi, e che esercitasse tutta la sua influenza per obbligare la Commissione europea a modificare la propria posizione.

 

Stiamo ancora aspettando la risposta. Ora, dopo la decisione di Biden, dalla presidente della Commissione europea ai ministri italiani è un susseguirsi di dichiarazioni di disponibilità alla trattativa. Non esprimo alcun giudizio, saranno i lettori a valutare l’eticità di simili comportamenti; mi auguro solo che a queste tardive dichiarazioni seguano comportamenti conseguenti.

 

Fino ad ora ci siamo battuti perché avesse inizio la partita, ossia la discussione sulla moratoria; ora che la partita ha inizio il gioco si fa estremamente duro e c’è bisogno di tutti. Big Pharma si è già scatenata alternando dichiarazioni minacciose “con queste decisioni sarà più difficile sconfiggere la pandemia”, a lacrime di coccodrillo sulle conseguenze economiche di queste scelte, dimenticandosi non solo che questi vaccini sono stati prodotti con ampi finanziamenti pubblici – ad esempio secondo quanto riportato dal the Guardian il vaccino AstraZeneca è stato prodotto con il 97% di soldi pubblici o provenienti da enti di beneficenza – ma anche ignorando i profitti stratosferici realizzati in questi mesi e nei prossimi. Infatti, la proposta di moratoria non prevede un esproprio, ma anzi un risarcimento, da definire in ambito Wto, alle aziende possessori del brevetto.

 

PER CONTRASTARE questa azione lobbistica sarà fondamentale, nelle prossime settimane, il ruolo della società civile nel premere per una rapida e soddisfacente soluzione per la salute dell’umanità. E’ importante rafforzare da subito la raccolta di firme “Diritto alla cura. Nessun profitto sulla pandemia” per obbligare la Commissione e gli stati europei a modificare a 180° la propria posizione. Il tempo è un fattore fondamentale; è diverso raggiungere un accordo tra una settimana o tra sei mesi, ogni giorno che passa ci sono delle morti evitabili.

 

E’ necessario vigilare perché l’accordo non sia una semplice dichiarazione d’intenti che rimane poi irrealizzabile, come fu la dichiarazione di Doha del 2001, nella quale il Wto affermava che la tutela dei brevetti non avrebbe mai dovuto impedire ai governi di fornire la miglior assistenza sanitaria possibile ai loro cittadini. Parole sante, ma solo parole.

 

Quello per cui ci battiamo è l’affermazione del diritto alla salute per tutti, non un aumento dell’intervento caritativo. La carità è importante, ma non può sostituire la fruibilità di un diritto, può eventualmente rafforzarlo.

 

AI TEMPI DELLA pandemia da Aids, pur di mantenere i brevetti fu attivato il “Fondo Globale Aids Tbc Malaria” attraverso il quale raccogliere fondi da privati e da Stati per distribuire farmaci ai Paesi poveri. In questi casi è sempre il “ricco” che decide a chi dare e cosa dare: in Africa sono ancora milioni le persone Hiv+ che non possono curarsi. E’ la filosofia proposta dalla Fondazione Gates e sostenuta anche da Big Pharma, che oltretutto potrebbe capitalizzare un’immagine di buon mecenate.
Quello di ieri è un passo importante, forse storico, ma la strada è ancora lunga.

06/05/2021

Antonello Patta*

Giovanna Capelli**

 

L’enfasi data dai media alla morte della giovane operaia di Pistoia potrebbe sembrare, a uno sguardo superficiale una bella notizia, perché segnalerebbe la nascita di un’attenzione alla barbarie della strage silenziosa di lavoratori. Lo stesso vale per i politici dei partiti al governo, che si profondono come non mai in tutti i talk show in impegni sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.


Giustamente si è denunciato quanto l’interesse dei media sia legato alla spettacolarizzazione sessista dell’evento, che sfrutta senza pudore e rispetto aspetti come il sesso, la bellezza, e i particolari più intimi della vita di Luana D’Orazio. Non a caso si fa largo uso di fotografie e si lascia in secondo piano il nesso tra questa morte e la strage continua degli appartenenti alla classe di chi lavora per vivere.


Sono gli stessi media che nel corso degli anni hanno liquidato perlopiù con trafiletti nelle pagine interne i morti sul lavoro arrivando più di una volta a narrarli come tragiche fatalità; mai si sono impegnati realmente in campagne di denuncia come il tema avrebbe richiesto, oscurando sempre le campagne di chi come noi ha provato a portare quel dramma all’attenzione del paese.


Non si vuole vedere e nominare la tragedia che è sotto gli occhi di tutti ed è condensata nelle nude cifre nell’ultimo report dell’Inail sugli infortuni sul lavoro negli ultimi 5 anni, dal 2015 al 2019.
Gli infortuni sono stati 642 mila all’anno con 380 mila lavoratori che si sono infortunati 2 volte e sono ben 192 mila le imprese, che hanno avuto 2 infortuni. Il dato ancor più triste è quello sui morti: 1072 morti in media all’anno, ben 3 al giorno.


Tutto lo schieramento politico che sostiene il governo Draghi manifesta un tasso di ipocrisia al di là di ogni limite. Nel PNRR, l’atto di gran lunga più importante di questa e delle prossime legislature, il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro non è nemmeno citato; sono gli stessi politici che hanno composto i governi degli ultimi 10 anni e che hanno consapevolmente lasciato ridurre progressivamente il personale degli enti preposti ai controlli della sicurezza nei luoghi di lavoro, del tutto insensibili alle scontate tragiche conseguenze.


L’organico Inail dal 2010 a oggi è diminuito di 2 mila unità, più del 20 per cento del totale e gli ispettori sono oramai ridotti a poco più di 200; i dipartimenti di prevenzione delle Asl, quelli  cui spetta la funzione  ispettiva nelle aziende, hanno visto i propri addetti ridursi dai 5 mila del 2009 ai 2 mila del 2020; conclude la poco onorevole serie l’andamento degli impiegati dell’ispettorato nazionale del lavoro con un organico ridotto da 6500 a 4500 unità, il 25% in meno del minimo necessario.


Determinare  queste condizioni è come incentivare  le imprese a fare   lo stesso ragionamento che gli evasori  fanno sul fisco: le possibilità di essere colti in fallo da un’ispezione sono così limitate che conviene rischiare e risparmiare sui costi dei dispositivi di sicurezza, forzare i ritmi di lavoro, assumere meno persone del necessario, non investire in corsi di formazione ecc.


Non ci si può nascondere dietro l’ignoranza o la stupidità: è chiaro che i politici che hanno governato negli ultimi dieci anni sono non solo  moralmente  ma anche politicamente responsabili, al pari delle imprese inadempienti, della tragedia che colpisce quotidianamente la classe operaia del nostro paese. L’ipocrisia di questi giorni è una farsa vergognosa dopo la quale tutto tornerà come prima, se dal mondo del lavoro non si leva una ribellione, che si traduca in grandi lotte.


Da decenni le politiche neoliberiste di tutti i partiti attualmente al governo, in nome alla totale libertà delle imprese e alla logica del profitto a tutti i costi hanno distrutto quanto più possibile dei diritti e delle tutele del mondo del lavoro, favorendo diffuse condizioni di sfruttamento estremo in cui l’insicurezza   è la norma; e non ci si può ribellare perché perdi il lavoro e il misero stipendio con cui dai da mangiare alla tua famiglia. Nello stesso tempo e per gli stessi motivi è stato drasticamente tagliato il personale di tutte le funzioni pubbliche deputate a garantire la legalità: l’ultimo governo Conte per ridurre le tariffe Inail alle imprese ha ridotto gli investimenti per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Più chiaro di così!


Su lor signori non si può contare; anzi, come risulta dal Recovery Plan intendono continuare sulla stessa strada. Quindi è necessario riprendere e rilanciare una stagione di lotte, superare l’attuale frammentazione e le divisioni nella classe per costruire un grande movimento unitario che obblighi a cambiare rotta e avviare la prospettiva del cambiamento, perché il profitto non continui ad essere anteposto alla vita delle persone.

*Segreteria Nazionale PRC-SE Responsabile del lavoro

** Segreteria Regionale Lombardia PRC- Se Responsabile Sanità

05/05/2021

da il Manifesto

Riccardo Chiari

 

Omicidi bianchi. Ricordata anche in Senato la giovane operaia, e mamma, di 22 anni finita fra gli ingranaggi di un orditoio. Il procuratore Nicolosi: "Cerchiamo di capire se e cosa non abbia funzionato nel macchinario, compresa la fotocellula di sicurezza". Il sindaco Biffoni e i sindacati confederali non dimenticano anche il coetaneo della vittima Jaballah Sabri, schiacciato a febbraio da una macchina tessile.

04/05/2021

DA IL MANIFESTO

Riccardo Chiari

 

Aveva solo 23 anni Luana D’Orazio, morta sul lavoro in modo orribile in un’azienda tessile di Oste di Montemurlo, nel pratese. La ragazza, mamma di un bambino di cinque anni e dipendente dell’azienda di circa un anno, è rimasta impigliata nel rullo dell’orditoio, l’ingranaggio della macchina che permette di preparare la struttura verticale della tela che poi costituirà la trama del tessuto, appunto l’ordito. Luana non ha avuto nemmeno il tempo di gridare, a pochi metri di distanza c’era un suo collega girato di spalle, quando si è voltato ha dato subito l’allarme ma i soccorsi sono stati inutili.

 

I tecnici del dipartimento di prevenzione sul lavoro dell’Asl hanno messo i sigilli al macchinario della ditta, l’Orditura Luana, per verificare se tutti i dispositivi di sicurezza fossero attivati e se abbiano funzionato correttamente.

 

Comunque per Cgil Cisl Uil e Filctem Femca Uiltec di Prato “non si può non rilevare che ancor oggi si muore per le stesse ragioni e allo stesso modo di cinquant’anni fa: per lo schiacciamento in un macchinario, o per la caduta da un tetto. Non sembra cambiato niente, nonostante lo sviluppo tecnologico dei macchinari e dei sistemi di sicurezza. È come se la tecnologia si arrestasse alle soglie di fabbriche e stanzoni, dove troppo spesso la sicurezza continua ad essere considerata solo un costo”. Tre mesi fa sempre nel pratese, a Montale, c’era stato un altro incidente mortale in un’azienda tessile: la vittima, un operaio soli 22 anni, era rimasto schiacciato da una pressa.

A U T O S O S T E N I A M O C I

 

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