Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

Leonardo Bevilacqua
da Il Manifesto
16.09.2017

Melendugno. Fino a domenica la manifestazione organizzata dal movimento contro la pipeline. Confronto e dibattito tra i protagonisti delle campagne di «resistenza»

Si chiama «Grandi Opere» la manifestazione organizzata dal Comitato «No Tap» nel comune di Melendugno (Lecce) che si è aperta ieri e si svolgerà fino a domenica 17 settembre. Sottotitolo: «Le conseguenze socio-ambientali delle scelte energetiche». Ed è infatti di politica energetica e di democrazia che parleranno le delegazioni di una quindicina di comitati e movimenti da tutta Italia.

Ognuno di loro è protagonista di campagne di resistenza a grandi opere nel proprio territorio. L’intento dell’iniziativa è quello di chiarire all’opinione pubblica che le loro battaglie non hanno solo una rilevanza locale ma, al contrario, sono tutti tasselli di un’unica, grande questione nazionale: l’indirizzo energetico che prenderà nei prossimi decenni l’Italia, un paese che non vara un Piano Energetico Nazionale dal 1988. Il Movimento «No Tap», in particolare, ha ottenuto grande visibilità a marzo e aprile scorsi per via delle proteste contro l’eradicazione degli ulivi necessaria all’avvio dei lavori. Purtroppo, il messaggio che molti hanno recepito è che l’opposizione a Tap – il «Trans-Adriatic Pipeline», o Gasdotto Trans-Adriatico, che si snoderà dal confine greco-turco alle coste del Salento – sia “solo” una campagna ambientalista, miope rispetto alle esigenze economiche del Paese.

Invece Tap è parte di un progetto ben più ampio, il cui valore strategico – che pure hanno dichiarato sia l’Italia che la Commissione Europea – è molto discutibile: si tratta del «Corridoio Sud del Gas», un mega-gasdotto che dovrebbe trasportare il gas dai giacimenti dell’Azerbaigian all’Europa, passando per la costa del Salento. Le inchieste de L’Espresso (che ha definito Tap un «mafiodotto») e dell’organizzazione Re:Common hanno sottolineato l’inutilità, i rischi e la mancanza di trasparenza che caratterizzano questo progetto. Nel frattempo, sia il comune di Melendugno che la Regione Puglia hanno più volte ribadito la propria contrarietà a Tap. La Regione, in particolare, ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione nei confronti dello Stato. La sentenza è attesa ad ottobre. Anche gli scontri tra i comitati di cittadini, da una parte, e Tap e le forze dell’ordine, dall’altra, sottolineano che i territori ritengono di non essere stati debitamente ascoltati.

Vicende simili accomunano ognuna delle delegazioni che prenderanno parte alla tre giorni, la maggior parte delle quali provengono dalle regioni interessate dalla «Rete Adriatica». Si tratta di un progetto presentato nel 2004 da Snam (Società Nazionale Metanodotti) e ad oggi realizzato solo in parte: un’infrastruttura che dovrebbe trasportare gas da Massafra (Taranto) a Minerbio (Bologna), interessando così ben dieci regioni italiane, per un totale di 687 chilometri. La Rete Adriatica nel 2013 è stata inserita nella «Lista dei progetti di interesse comunitario della Commissione Europea», e ha quindi beneficiato di procedure di autorizzazione agevolate. La connessione con Tap è molto stretta: è solo attraverso l’allacciamento alla nostra rete nazionale che il gas del Corridoio Sud può essere distribuito in Europa. Solo che, mentre l’interesse comunitario è stato dichiarato per la Rete Adriatica nella sua interezza, ad essere sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale sono stati cinque progetti indipendenti, uno per ogni lotto funzionale della Rete. Tutto ciò in violazione delle normative europee, che prescrivono la valutazione complessiva delle criticità e dei rischi che strutture di questo genere possono comportare.

«Ci troviamo di fronte ad un’opera che è stata intenzionalmente scorporata ini più segmenti, con lo scopo preciso di nasconderne gli impatti complessivi», commenta Gianluca Maggiore, portavoce del Comitato «No Tap». «Redigere un documento comune a tutti i movimenti di resistenza al gasdotto, dalla Puglia all’Emilia, significa dire che non stiamo affrontando solo problemi circoscritti e locali come quello dell’espianto degli ulivi, ma piuttosto una grande opera nazionale che deve essere valutata nel suo insieme».

La Rete Adriatica, poi, presenterebbe una serie di criticità, secondo il Coordinamento interregionale «No Tubo»: nella sua versione attuale attraversa diversi tratti appenninici tra i quali si trovano non solo parchi nazionali e aree protette, ma anche diverse aree sismiche che ne metterebbero a repentaglio la sicurezza. Lo scorporo di un progetto singolo in tante componenti diverse è un modus operandi che emerge anche nella vicenda Tap: l’azienda ha presentato il progetto per il micro-tunnel che dovrebbe connettere l’approdo del gasdotto alla centrale di depressurizzazione solo nel febbraio 2017, e cioè dopo aver già ottenuto l’Autorizzazione Unica. Questo «progetto dentro il progetto» è ancora in attesa di verifica di assoggettabilità a VIA, eppure i lavori sono già avviati.

Tra tanti intoppi burocratici e criticità, allora, quali interessi si nascondono dietro la costruzione di questi gasdotti? «È un progetto enorme, che coinvolge tutta Europa», sostiene Elena Gerebizza di Re:Common, «e l’obiettivo ultimo è quello di costruire una grande infrastruttura europea di trasporto e stoccaggio del gas. Il valore finanziario di questa rete ancora incompleta costituisce un’immensa risorsa per le aziende coinvolte, a prescindere dalla reale disponibilità e necessità del gas per l’economia reale. E si sta tentando di costruirla in buona parte con fondi pubblici». (Gerebizza si riferisce qui ai finanziamenti di BEI e BERS, che Tap potrebbe ricevere già a ottobre. Re:Common e 350.org hanno lanciato una petizione, che si può sottoscrivere on line, per chiedere alle banche europee di non erogare i fondi.) Ma se il progetto coinvolgerà tanti territori in Italia e in Europa, in un certo senso è proprio questo destino comune che questa tre giorni vuole sfruttare a proprio vantaggio. Ad incontrarsi e ad unire le forze a Melendugno saranno proprio tanti dei puntini attraversati dal tracciato stesso dei metanodotti: i territori. Per affermare il proprio dissenso e, soprattutto, per articolare una proposta per un futuro energetico (e politico) diverso.

Massimo Villone
da il Manifesto
15.09.2017


Un fantasma si aggira nel Palazzo: la legge elettorale. Con la decisione adottata dai capigruppo della Camera – in Aula a fine settembre se saranno conclusi i lavori in Commissione – la legge elettorale esce dagli scenari immediati della politica.

Il tempo è il maggior nemico di una – buona – legge elettorale. In realtà, il copione in cui si va alle urne con i Consultellum Camera e Senato, salvo limature tecniche, è non da ora tra quelli pronti ad andare in scena. Vediamolo, in tre punti.

Il primo. Il mantra della governabilità è letto da qualcuno nel senso che il bicameralismo paritario imporrebbe una stessa maggioranza nelle due camere, da garantire con il sistema elettorale. Ma nel bicameralismo la possibilità di maggioranze diverse è genetica e ineliminabile. Soprattutto se il sistema politico è multipolare – come il nostro – e le camere non coincidono nella base territoriale e nell’elettorato attivo e passivo – come impone la Costituzione. Due sistemi elettorali identici possono comunque produrre maggioranze diverse.

Il secondo. Piace a qualcuno l’idea che sistemi e maggioranze diverse siano un’occasione? Probabilmente sì. Le alte soglie del Consultellum Senato potrebbero cancellare senza colpo ferire una sinistra autonoma a sinistra del Pd. Questo piacerebbe certo al Pd, che vedrebbe esaltato l’argomento del voto utile potendo declinare qualsiasi responsabilità.
Per questo l’unità a sinistra del Pd può paradossalmente incentivare una ipocrita inerzia: con soglie alte è più facile sbarrarle il passo. E se alla fine le maggioranze fossero diverse tra Camera e Senato, ci sarebbe un solido argomento per una grande coalizione. Questo potrebbe piacere a pezzi consistenti del centrosinistra e del centrodestra. E gli altri? Di necessità virtù, alti lai e disciplina di gruppo e di partito. E gli elettori? Che importa, se ne riparla tra cinque anni, e intanto si vede. Majora premunt. La grande coalizione potrebbe essere un obiettivo consapevole se pure occulto, che si favorisce con l’inerzia.

Il terzo punto. Chi fa cosa? Mattarella non può andare oltre la moral suasion, già inutilmente spesa, e che perde ancor più efficacia con l’avvicinarsi della fine costituzionalmente insuperabile della legislatura. Si sente dire ora di un nuovo assalto giudiziario. Un tentativo lodevole, ma del quale è arduo prevedere un esito positivo. Comporta infatti che sia la Corte costituzionale a omogeneizzare i sistemi elettorali delle due Camere. Il punto è che se la Corte avesse assunto l’omogeneità come dato costituzionalmente insuperabile, avrebbe già potuto – e forse dovuto – intervenire, orientando la sent. 35/2017, o dichiarando parziali illegittimità in via conseguenziale, o magari sollevando in via incidentale la questione davanti a sé stessa. Non l’ha fatto perché non ha inteso farlo. E se non ha scelto la via dell’omogeneità prima, è assai improbabile che la scelga dopo, riducendo l’ampia discrezionalità che ha riservato nelle sue pronunce (1/2014 e 35/2017) al legislatore, e per di più nell’imminenza del voto. È pensabile che a campagna elettorale avviata la Corte scriva in dettaglio premi di maggioranza e soglie, che di fatto decidono chi va a Palazzo Chigi e in Parlamento, essendosene finora tenuta accuratamente lontana?

La battaglia per la legge elettorale è inevitabilmente politica, e si combatte in due modi. Il primo, chiedendo in ogni sede e momento una legge che garantisca la più ampia rappresentatività e il voto libero e uguale. Il che si ottiene solo con un impianto proporzionale ed eletti scelti da chi vota, per un parlamento che esprima il paese e non sia prono a oligarchie dominanti e poteri forti. È un compito che non si risolve nell’attesa di interventi salvifici. Il secondo modo, a sinistra, con una unità che dia forza sufficiente a entrare nelle assemblee elettive con qualunque legge, fosse anche il Consultellum.

Difficile? Certo. Impossibile? No. Ovviamente, bisogna passare dal calcolo degli interessi personali e di gruppo a una strategia di ampio respiro su progetto politico e leadership, ricordando che il rischio di una subalternità al Pd è sempre dietro l‘angolo. Ce lo ricorda implicitamente il ministro Orlando in un’intervista a La Stampa, per cui Bersani e D’Alema si stanno trasformando in gruppettari. È la battuta dell’anno. Nel Pd si divertono così.

Stefano Galieni
14.09.2017
Resp. Immigrazione e Pace PRF


«Il 12.09.2017 è stata rinviata, per l’ennesima volta, la votazione di una legge, insufficiente e moderata ma che almeno avrebbe garantito la cittadinanza a 900 mila ragazzi e ragazze, nati o cresciuti in Italia e a cui in nome di un oscena idea di preservazione di identità e del cinico calcolo elettorale, si nega il fondamentale dei diritti costituzionali.

Lo “ius soli temperato” è un disegno di legge su cui il burattinaio di Rignano aveva garantito la priorità, ma la menzogna che si avvicina allo sberleffo verso chi attendeva e forse si fidava della parola data, ha prevalso.
Ci vuole poco in Italia a fare leggi che salvano banche, che finanziano operazioni militari, poco a relegare nell'inferno libico chi fugge da paesi in cui non c’è futuro. Sembra invece impossibile garantire a chi ormai è parte integrante della società italiana ma porta la colpa di essere figlio di “stranieri”, di ritrovarsi, almeno formalmente, nelle stesse condizioni dei propri coetanei autoctoni.

L’anno scolastico è appena cominciato, tanti di questi ragazzi e ragazze riempiono le aule e costruiscono con la loro presenza una società plurale e aperta.
Mantenere la separazione fra italiani e non, è una forma di apartheid raffinato di cui questa classe politica e chiunque sostenga per qualsiasi ragione il governo che ne è espressione si rende complice consapevole.
Rifondazione Comunista non sarà mai complice o connivente di chiunque non si opponga a tale nefandezza».

Bia Sarasini
da Il manifesto
14.09.2017


È senza fine, lo strazio della violenza contro le donne. Ieri Lucio Marzo, 17 anni, ha confessato di avere ucciso Noemi Durini, 16 anni, scomparsa dal 3 settembre. E ha portato i carabinieri nel luogo dove ne aveva nascosto il corpo, sotto alcuni massi. Sempre ieri, è stato denunciato un tentativo di stupro sulle scale del Campidoglio, a Roma. L’aggressore sarebbe un israeliano. La notte precedente ancora a Roma lo stupro di una ragazza finlandese, da un ragazzo del Bangladesh.

Di qualche giorno fa la denuncia delle ragazze americane a Firenze, appena prima la giovane donna polacca stuprata a Rimini. Lo strazio è infinito, mille connessioni che si allargano come onde, dal punto in cui è stata esercitata la violenza. Avranno conseguenze nelle vite di tutte le persone coinvolte. Penso ai genitori di Noemi, alla madre, che non è riuscita a convincerla che quel ragazzo era violento. Non è servita neanche la denuncia che aveva presentato per ottenere l’allontanamento di quel ragazzo dalla figlia, non era stato preso nessun provvedimento.

Le adolescenti sfidano i genitori, la madre in special modo, come fare a proteggerle senza renderle prigioniere? È una domanda che non ha facili risposte. O meglio. Non le ha oggi. Oggi che le ragazze sono libere, nei paesi come nelle metropoli. Oggi che i divieti e le proibizioni non sono più la regola condivisa.

E la libertà – delle donne, delle ragazze – è il punto geometrico del conflitto. La solidarietà, perfino il dolore, sono pieni di ombre, di dubbi. Perché quelle ragazze sono in giro di notte? Perché si fidano di chiunque? Perché si permettono di andare in giro come se fossero dei ragazzi, dei maschi? Si ipotizza che Noemi sia stata uccisa al culmine di una lite.

Sulla sua pagina facebook l’ultimo post fa pensare. L’immagine è il viso di una donna malmenata, a cui qualcuno tappa la bocca. Il testo comincia cosi: «non è amore se ti fa male». Su instagram il profilo è più esplicito: «Il giorno che alzerai le mani ad una donna, quello sarà il giorno in cui ufficialmente non sarai più un uomo». Aveva capito? È stata punita perché voleva la libertà? Un’azione diretta, un atto di guerriglia individuale, lo definisco. Come lo stupro, le aggressioni sessuali. Tentativi di sottomissione, per mantenere l’ordine patriarcale. Contro tutte queste donne che si permettono di aggirarsi libere per il mondo. E per questo è così difficile ascoltarne la voce, a parte la retorica della vittima, che si rivela sempre più finta. Non è solo l’antico gioco delle donne perbene messe contro quelle per male. Il conflitto è a tutto campo, nelle vite private come nello spazio pubblico, nelle forme inedite della vendetta. Anche nella scena mediatica. Che non vuole lasciare la parola alle donne, alla loro visione.

Quel grande interprete del sentimento medio che è Bruno Vespa l’ha detto senza esitazione a Porta a Porta: «La prima vittima è l’Arma». Il corpo delle donne rimane un pretesto. Usato contro i migranti, per legittimare il razzismo. Occultato di fronte alla “grande onta” della perdita di onore maschile. Eppure le femministe lo dicono da sempre. La violenza, lo stupro sono compiuti da uomini. Giovanissimi e anziani, di qualunque nazionalità, colore, religione. Qualunque divisa indossino. Oggi è tempo di dire di nuovo che le donne sono, siamo, libere. Che stiamo nel mondo. Perché non tornare nelle strade di notte, insieme?

Maria Pia Pizzolante
da il Manifesto
13.09.2017


Il bilancio di un’estate calda e violenta, soprattutto con le donne, non può non interrogarci su colei che è diventata il simbolo e dunque il bersaglio prediletto degli hater nostrani e maschilisti: Laura Boldrini.

Diventata presidente della Camera nel 2013 dopo una carriera a contatto con gli ultimi del pianeta, Boldrini caratterizza il suo mandato con una battaglia importante contro bufale e diffusione di linguaggio dell’odio attraverso i social network, senza mai riuscire a scrollarsi di dosso quello che i detrattori considerano il buonismo degli «amici dei migranti», in pratica quelli che conservano il valore dell’umanità.

Durante questa estate, Laura Boldrini è stata oggetto di una nuova campagna di odio che vedeva sullo stesso fronte giornali di destra, rappresentanti locali di formazioni politiche come la Lega, grillini particolarmente attivi sui social e più in generale hater di ogni risma.

Il livello dello scontro sembra crescere ad ogni tornata, questa volta persino lo stupro è diventato uno strumento sdoganato di punizione, esattamente come la locandina fascista che riemerge dal Ventennio per ricordarci che l’uomo nero e indemoniato è lì pronto e assetato per violentare le donne proprietà dell’uomo bianco.

Laura Boldrini nonostante tutto questo non fa un passo indietro, continua quasi in solitaria la sacrosanta battaglia di civiltà in difesa di valori che sembrano fuori moda o addirittura piccole bandiere sbiadite di una sinistra sempre più debole e confusa. A detta di alcuni un modo per non parlare delle questioni sociali ed economiche su cui è meno netta la distinzione con l’avversario di destra.

Da femminista più che da donna, confesso di aver sentito tanto, troppo silenzio, dal mondo vasto della politica e in modo particolare dalle voci di donna autorevoli che il femminismo ha espresso. Mi sono interrogata su questo silenzio e del perché Laura non fosse quell’una di noi a cui tendere più di una mano, far sentire più di un abbraccio, preservarla per lo svelamento del nesso sessismo/razzismo esploso su di lei, sulla terza Presidente della Camera donna in settant’anni.

Laura è austera? Troppo poco plebeista? È troppo poco femminista o lo è troppo? È andata troppo in giro per il mondo, tanto da conoscere guerre, fame, occhi di bambini troppo spenti? Oppure è troppo impegnata politicamente e questo dà fastidio a tutti quelli che si considerano suoi avversari? O peggio è troppo autonoma dal punto di vista professionale ma anche esistenziale e relazionale?

«Laura Boldrini, piaccia o no, è una donna laica, femminista, gay friendly, tollerante, internazionalista, multilateralista, democratica, libera», scrive Della Vedova, in un pezzo su Il Foglio, in cui chiede di depurare da odio e fake news per poter tornare ad avversarla nelle scelte politiche.

Per chi invece in quegli aggettivi ritrova la propria identità e la propria storia non è forse il momento di darle una mano nella battaglia contro «webeti» e avversari codardi?

Il silenzio di questa estate più allarmante per me è stato questo. Il silenzio del mondo che sento più vicino a me, a noi, a Boldrini. E in generale, trasversalmente, la politica tutta sembra non rendersi conto dello scivolamento nel basso, quello dei bassi istinti, quello dell’odio che genera odio, dell’invidia sociale nemica della giustizia sociale.

E invece noi, femministe storiche o meno, donne di sinistra, autorevoli compagne, dobbiamo essere lì, a difendere Laura per quello che rappresenta, per come ha svolto in questi anni il suo ruolo. Essere lì, nei posti scomodi, nei posti che contano, per provare a metterci di traverso con i nostri corpi.

Non è forse questo ciò che volevamo?

Laura ha messo in mezzo il suo, ha svelato l’inganno: la discriminazione ha la stessa radice, oggi tocca a loro, domani tocca a noi, ieri erano i terroni, oggi sono i migranti, ieri c’era il delitto d’onore, oggi ci sono gli stupri «presunti», le «consenzienti», il «dopo la penetrazione piace a tutte». Perché c’è qualcuno che si sente superiore, che pensa di dover possedere, perché sa che mostrare i muscoli è il modo migliore per coprire la vacuità del cervello.

Laura per fortuna oggi è lì e noi non dobbiamo lasciarla sola. Per lei, ma soprattutto per quelle che verranno dopo, di qualunque schieramento facciano parte.

Eleonora Martini
da il Manifesto
12.09.2017


Verità e Giustizia. L’avvocato Ibrahim Metwally Hegazy era atteso oggi a Ginevra alle Nazioni unite. Era inviato dell’Ecrf per parlare delle sparizioni forzate e dell’omicidio del ricercatore italiano. Amnesty: «Attacco alle Ong»

Dell’avvocato Ibrahim Abdel Moneim Metwally Hegazy non si hanno più tracce da domenica mattina, da quando, alle 9 ora locale, è scomparso dall’aeroporto internazionale del Cairo mentre si apprestava a prendere il volo EgyptAir per Ginevra con un biglietto acquistato il 31 agosto scorso. Fondatore e coordinatore dell’Associazione delle famiglie delle vittime di sparizioni forzate, attiva in Egitto dal 2014, padre egli stesso di uno studente di ingegneria scomparso nel 2013, quando era poco più che maggiorenne, Amr Ibrahim Metwaly, l’avvocato 53enne era atteso oggi nella città svizzera dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate e involontarie (Wgeid) che da questa mattina e fino al 15 settembre sarà riunito per la 113ma sessione.

In quella sede Hegazy avrebbe dovuto parlare dell’omicidio di Giulio Regeni, caso che segue da vicino per la Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ercf), l’Ong che fornisce consulenza ai legali della famiglia del ricercatore friulano torturato e ucciso al Cairo nel 2016. E avrebbe illustrato anche l’ultimo rapporto sulle sparizioni forzate nel paese di Al Sisi pubblicato dall’Ecrf sulla propria pagina web, oscurata d’imperio dal governo egiziano il 5 settembre scorso come altri 405 siti di Ong da maggio ad oggi.

«Giulio, tappati gli occhi e non ti preoccupare, noi non ci arrendiamo», ha twittato ieri la sorella del ricercatore, Irene Regeni, commentando la notizia che è stata diffusa domenica sera dalla stessa Ecrf.

L’ultimo contatto con la famiglia, Hegazy lo ha avuto alle 8 del mattino, appena arrivato in aeroporto, poi più nulla. Dopo aver contattato le autorità aeroportuali di Ginevra, riferisce l’agenzia indipendente egiziana Mada Masr, i familiari dell’avvocato egiziano si sono convinti che la sparizione sia opera del regime egiziano. Halem Henesh, uno dei legali di Hegazy, ha raccontato di aver interpellato la polizia aeroportuale del Cairo, di aver cercato in tutte le stazioni di polizia vicine e di aver anche inviato un telegramma all’ufficio del procuratore generale per segnalare l’arresto sospetto, nel tentativo di avere una conferma ufficiale e appurare così almeno il luogo di detenzione. Nessuna risposta, però. E l’uomo non risulta essere comparso davanti ad alcun giudice egiziano.

È una piccola associazione, quella di cui è coordinatore Metwaly Hegazy, senza sede e senza molti mezzi, principalmente basata sul lavoro volontario. Ma, anche se inascoltati in Egitto, i loro report sono diventati fonte importante per organizzazioni internazionali, all’Onu in special modo. Sulla loro pagina Facebook gli attivisti ricordano che già il 6 maggio scorso un altro membro dell’associazione, la signora Hanan Badr el-Din, moglie di un desaparecido, era stata arrestata mentre faceva visita ad un detenuto, anch’egli rapito dalle forze dell’ordine, nella speranza di avere qualche informazione sulle sorti di suo marito.

«È una prassi comune che le autorità egiziane tentino d’impedire ai difensori dei diritti umani di recarsi all’estero per prendere parte a riunioni con altre Ong o con organismi intergovernativi – spiega al manifesto Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia – Lo fanno solitamente attraverso provvedimenti di divieto d’espatrio (dal 2011 ad oggi ne sono stati emessi diversi) o fermando la persona in aeroporto poco prima di imbarcarsi». Noury però questa volta è «molto preoccupato» perché da troppe ore non si sa più nulla dell’avvocato «inviato dall’Ecrf a Ginevra», come ha riferito all’Agenzia Nova il presidente della Ong, Ahmed Abdullah.

«Mi pare chiaro – aggiunge il portavoce di Amnesty Italia – che è in corso un’ulteriore offensiva nei confronti delle Ong egiziane che si occupano di diritti umani. Il sito della Commissione è stato chiuso così come quello di Human Rights Watch appena dopo la pubblicazione di un rapporto che definisce la tortura come una catena di montaggio». Rapporto che il governo egiziano ha invece bollato come «pieno di calunnie».

«Invito le autorità egiziane a rilasciare immediatamente e senza condizioni Metwaly», è l’appello del presidente della sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo, Pier Antonio Panzeri. Il premier Gentiloni, che oggi sarà audito dal Copasir anche sul caso Regeni e sulla normalizzazione dei rapporti diplomatici con l’Egitto, invece tace. Giovedì l’ambasciatore Cantini presenterà le credenziali al Cairo e sarà ricevuto da Al-Sisi, mentre nel parco di Villa Ada a Roma arriverà il suo omologo egiziano, Hisham Badr. La cui missione, secondo il quotidiano governativo egiziano Al-Ahram, «consisterà principalmente nel ricucire lo strappo con l’Italia» e «smentire la responsabilità» delle autorità egiziane nell’omicidio di Giulio Regeni.

il 11.09.2017
Maria R.Calderoni


Italia-Libia, non è bello parlarne. Facciamo che Minniti è una infima, ultima particella: ma quella di Italia-Libia è una pagina infamante (per l’Italia). La conquista della colonia in Africa, un “successo” del nostro imperialismo straccione. Tutto cominciò nel 1911, governo Giolitti, smania di sedersi allo stesso tavolo delle altre grandi potenze europee, e invio in Libia di 100 mila soldati. Il “liberale” Giolitti non ebbe la mano leggera, tutt’altro. L’invasione è impietosa, la repressione militare crudele: migliaia di insorti arabi e turchi sono deportati, fucilati, impiccati. Bombardamenti e gas asfissianti non vengono risparmiati. E il noto criminale di guerra Rodolfo Graziani qui dà ampie prove delle sue “capacità”. Ma la resistenza dei libici, che continua in condizioni durissime, non è domata.

Infatti la conquista non è ancora completata, quando lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e soprattutto la guerriglia, costringono gli invasori italiani a sospendere l’avanzata, attestandosi sulla costa. I propositi di conquista totale devono essere rimandati.

Per non molto, però. Siamo ormai agli anni Venti, c’è un certo Mussolini in campo e infonde fascistica linfa. Con supremo sprezzo del ridicolo, la retorica del regime narra che, con la conquista della Libia, l’Italia non fa che riappropriarsi della “quarta sponda”, già appartenuta ai Romani, la “terra promessa”.

E in Italia la canzone in voga è “Tripoli, bel suol d’amore”…

Nei suoi due “illuminanti” volumi - “Gli italiani in Libia, dal fascismo a Gheddafi” – lo storico Angelo Del Boca solleva il velo sulle atrocità made Italia in Libia tenute nascoste per anni negli archivi militari. Gli italici colonizzatori confiscarono centinaia di case e quasi 70 mila ettari della migliore terra per affamare i ribelli; deportarono migliaia di civili in veri e propri campi di concentramento. .

La Cirenaica, per esempio. Dal 1930 al 1931 le milizie italiane scatenano un’ondata di terrore: in questo solo anno vengono giustiziate 12.000 persone e l’intera popolazione nomade è deportata in campi di concentramento lungo la costa desertica della Sirte. Più che campi di concentramento, mattatoi: sovraffollamento bestiale, fame, sporcizia.

Sempre in quell’anno, giugno 1930, sempre i predoni italiani impongono la migrazione forzata e la deportazione dell’intera popolazione del Gebel al Akhdar: niente di che, appena l’espulsione di quasi 100.000 beduini (praticamente la metà della popolazione) dalle loro abitazioni. Le quali, seduta stante, vengono assegnate ai coloni italiani-brava-gente. Fuori i beduini, dentro gli italici. E loro, questi 100.000 cacciati via da casa propria- in gran parte trattasi di donne, bambini e anziani – sono costretti a una lunghissima marcia forzata nel deserto, appunto verso i campi di concentramento, debitamente circondati da filo spinato, costruiti nei pressi di Bengasi. Non proprio tutti vi arrivarono; narrano le cronache che molti di quei beduini non ce l’hanno fatta, falcidiati dalla sete e dalla fame; senza contare gli sciagurati ritardatari che, non riuscendo a tenere il passo con la marcia, vennero fucilati sul posto.

Civile Italia (comunque, da presidente del Consiglio, nel ’99, Massimo D’Alema si è recato in visita da Gheddafi e ha chiesto ufficialmente scusa…).

La Libia non ha dimenticato né perdonato questa tragica pagina della sua storia. Gheddafi, quando sale al potere nel ’69, chiede a Roma – ma non lo ottiene - il risarcimento per i danni dell’occupazione e una condanna formale del passato colonialista. Ed espelle l’intera comunità italiana, oltre 20 mila persone, incamerandone i beni. , sostiene Del Boca.

Gheddafi che è ormai fuori dalla scena, finito come si sa…

Continua invece ad essere vivo, nel cuore dei libici, l’uomo che fu Il capo della resistenza. Si chiama Omar al-Mukthar: catturato e fu fatto impiccare dai fascisti il 16 settembre 1931. Porta il suo nome la via principale di Tripoli. Al-Mukhtar, eroe nazionale, padre spirituale. Un vero e proprio “capo partigiano” che venne arrestato proprio l’11 settembre di 86 anni fa e poi, dopo un brevissimo processo farsa, ucciso obbedendo ad ordini che giungevano direttamente da Roma. A lui sono dedicati monumenti, piazze, mausolei. Ed è la sua vita quella raccontata nel film “Il leone del deserto”, la storia della sua indomita lotta anti-coloniale: distribuito in mezzo mondo, ma in Italia ufficialmente vietato perché . In realtà il film, realizzato da un regista di origine siriana, naturalizzato negli Usa e accolto con favore nel 1981 al festival di Cannes, non giunse nelle sale italiane non a causa degli strali dell’allora MSI e cercò in Parlamento di vietarne la circolazione ma, e per certi versi è un motivo ancora più vigliacco, a causa delle case di distribuzione che non vollero acquistarne i diritti, farlo doppiare e proporlo in Italia. Forse perché offendeva il mito fasullo di “Italiani brava gente

Chiamatelo onore, se vi piace.

10 settembre 2017

“Siamo vicini ai familiari delle vittime e ai livornesi, una solidarietà che ho espresso anche al Sindaco Nogarin. Oltre ai tanti morti, inaccettabili nel 2017, vi sono anche danni ingenti”, afferma Tommaso Fattori, capogruppo di Sì Toscana a Sinistra in consiglio regionale.

“Ma non basta il dispiacere e la solidarietà, serve anche il raziocinio. La causa di questi disastri non è la natura né un’allerta meteo inadeguata, che in questo caso era comunque arancione, più che sufficiente a far temere una situazione fortemente critica. Ogni volta sentiamo ripetere come una cantilena che le precipitazioni sono state le più imponenti di sempre, ma la verità è che tra le vere emergenze di questo paese c’è lo stato pietoso del territorio”.

“La causa di quel che accade è da ricercare nei tagli agli investimenti pubblici per la salvaguardia ambientale, nell’inefficiente politica dell’emergenza che ha sostituito i seri interventi di prevenzione, nella mancata pianificazione”.

“I punti critici del territorio livornese sono noti da tempo, bisogna investire molto di più sulla prevenzione del rischio e pianificare solidi interventi di tipo strutturale, oltre agli ovvi e necessari interventi manutentivi, a partire da quelli relativi ai corsi d’acqua, che non è chiaro se siano stati fatti in maniera adeguata”.

“Adesso c’è da sostenere in ogni modo l’impegno della protezione civile e dei volontari, poi si dovranno accertare le responsabilità di quanto accaduto. Chiederemo anche che in Consiglio regionale si apra una seria riflessione sulla vera grande opera pubblica prioritaria per la Toscana, che non è l’inutile e dannosa autostrada Tirrenica o il nuovo e pericoloso aeroporto di Firenze, ma la messa in sicurezza del territorio e la salvaguardia dal dissesto idrogeologico”, conclude il capogruppo.

Ascanio Bernardeschi
09/09/2017


Il nostro paese, dalle posizioni di punta acquisite fino a qualche decennio fa, è rotolato nel castro dei maiali.

Avevamo un gioiello che era al passo con le allora pionieristiche tecnologie informatiche, l'Olivetti, ma il grande imprenditore, adorato a “sinistra”, il Cavaliere Carlo Debenedetti, l'ha distrutta. La Nuova Pignone, società pubblica che era ben posizionata nel mercato, venne privatizzata e si è dissolta. La Fiat non è più italiana grazie a un altro incensato e famoso manager e si chiama Fca. Altri casi della massima importanza sono Alitalia, Telecom, Indesit, Ansaldo Breda, Pirelli, Ilva. Tutte queste industrie, in gran parte pubbliche, o sono state cedute in mano straniera, o sono state smantellate, o ridotte ai minimi termini, o oggetto di esternalizzazioni che penalizzano i lavoratori. Così, in soli sei anni, l'Italia è scesa dal quinto all'ottavo posto fra i paesi industriali. Ma più ancora è stridente il divario fra la fase dinamica del cosiddetto “miracolo italiano” degli anni ‘60 in cui alcuni prodotti della nostra industria avevano acquisito fama in tutto il mondo, basti pensare alla Vespa Piaggio, alla Cinquecento Fiat, alle calcolatrici Olivetti, e il totale vuoto di produzioni industriali, specialmente quelle ad alta tecnologia, odierne. Già nel 2010 il 33 per cento della nostra produzione consisteva in prodotti a bassa tecnologia, mentre in Germania essi rappresentano appena il 18 per cento.

Per un po' di anni ci hanno riempito la testa col nuovo posizionamento del “made in Italy”, legato all'alimentare, al tessile, alla moda, all'arredamento e al design, settori in cui ben presto e agevolmente siamo stati copiati dai paesi emergenti e messi fuori mercato. L'altro pilastro su cui si riteneva di poter contare fu il cosiddetto “piccolo è bello”, l'economia dei distretti industriali fatti di piccole imprese che facevano “sistema”. Una boiata pazzesca, se non peggio, avrebbe detto il povero Paolo Villaggio. Il piccolo non si è rivelato per niente bello. Ha potuto sfruttare maggiormente i lavoratori, in genere meno sindacalizzati ed esposti al paternalismo padronale, ha vivacchiato evadendo le tasse e ricorrendo al lavoro nero, ma il nanismo della nostra struttura produttiva non ha potuto reggere la sfida dei notevoli investimenti necessari per introdurre alte tecnologie.

La crisi mondiale del 2008 ci ha trovato quindi molto esposti alle sue ricadute, tanto che Eurostat certifica che la nostra produzione ha subito ulteriormente, dal 2007 al 2014, una diminuzione del 18 per cento, addirittura maggiore di quella della Spagna e della Grecia, a fronte di un aumento dell'8 per cento di quella tedesca. In particolare il comparto manifatturiero, secondo un rapporto del Centro Studi Confindustria del 2014, ha subito un calo del 25 per cento dal 2000 al 2014, mentre nel resto del mondo saliva del 36 per cento, e, per quanto riguarda l'Europa, un rapporto Istat ci dice che la Germania ha sostanzialmente mantenuto la posizione, mentre Francia e Inghilterra registrano un arretramento importante, ma molto più contenuto del nostro (fra il 10 e il 15 per cento).

Lo stesso discorso vale per l'occupazione che, secondo lo stesso rapporto, è diminuita nell'industria di un milione e 160mila unità dal 2001 al 2013. Per non parlare della sua qualità e dell'estensione abnorme del lavoro precario che è diventato la regola della nuove assunzioni.

Visto che i commenti si sprecano a ogni rilevazione trimestrale e ci si accanisce a commentare – magari interpretandole secondo le necessità politiche – le piccole variazioni avvenute nel corso di tre mesi, è opportuno dare uno sguardo ai dati che Eurostat mette online e che riguardano l'intero periodo dal 2007 al 2016. Viene fuori che il Pil Italiano, in 9 anni, è cresciuto del 3,9 per cento, meno dello 0,4 per cento annuo, la Francia è cresciuta di oltre il 20 (circa 2 per cento all'anno) e la Germania di oltre il 25 (2,5 all'anno). L'intera zona Euro, pur fra crescenti disparità, è cresciuta del 10,2, oltre un punto l'anno.

Vediamo l'occupazione: L'Italia perde oltre 480mila posti di lavoro, pari al 2 per cento. La zona Euro guadagna il 4,35 per cento, la Germania l'8,22.

È quindi risibile l'entusiasmo di Renzi, seguito dai media embedded, di fronte alle ultime rilevazioni e alle stime dell'Istat. Cosa è avvenuto veramente? È avvenuto che il nostro Istituto di statistica, nelle proprie stime preliminari del Pil del secondo trimestre 2017, pubblicate il 16 agosto, indica un aumento del Pil dello 0,4 per cento sul trimestre precedente e prevede un aumento del 1,5 per cento per l'intero 2017. Si tratta certamente di un miglioramento rispetto alla stagnazione degli anni precedenti, ma ciò non è dovuto ai provvedimenti governativi, come invece ha sbandierato Renzi e come “La Repubblica” riporta acriticamente senza accennare alle opinioni contrarie, il cui impatto è stato giudicato irrilevante dai più accorti. Piuttosto l'Italia ha goduto – meno di quello che la situazione avrebbe consentito – di una certa ripresa delle attività economiche su scala mondiale e nell'area Euro, condita anche dai pur modesti effetti della massiccia introduzione di liquidità da parte della BCE. Tuttavia le analoghe previsioni della Commissione Europea indicano che ancora l'Italia sta marciando a una velocità inferiore rispetto alla media dei paesi europei.

L'altro dato su cui si gongolano i media di regime, riguarda il lavoro. Sempre l'Istat, nella sua nota mensile di agosto, indica che nel trimestre maggio-luglio i disoccupati sono diminuiti dell'1,2 per cento e che su base annua l'occupazione cresce dell'1,3 per cento. L'Istat si affretta però a dire che “a crescere sono gli occupati ultracinquantenni (+371 mila) e [assai meno] i 15-24enni (+47 mila), a fronte di un calo nelle classi di età centrali (-124 mila)”. Sembrerebbe quindi non il Jobs Act, che riguarda i nuovi assunti, ma la Legge Fornero, nonostante la sua successiva apeizzazione, che ha allontanato la pensione, a far crescere la presenza di ultracinquantenni, trattenuti forzatamente al lavoro. Un'avvertenza è poi necessaria su cosa dicono effettivamente le statistiche. Vengono censiti come disoccupati solo coloro che non lavorano neppure un'ora al giorno, quindi sfuggono alla rilevazione tutti i part time, e altre figure precarie che svolgono una minima attività lavorativa, anche se assolutamente insufficiente ai propri bisogni. Se, per esempio, in una famiglia lavorava un solo membro che percepiva 2mila euro al mese e ora lavorano tre persone che guadagnano 500 euro al mese ciascuno, le condizioni di quella famiglia senz'altro peggiorano, ma l'occupazione, per le statistiche, è triplicata. Immaginiamoci quindi quanto siano poco indicativi i dati che riportano l'andamento della disoccupazione nei nostri paesi dove il lavoro stabile e ben retribuito è andato via via quasi estinguendosi.

E comunque, anche sul lavoro, rimaniamo il fanalino di coda dell'Europa se si pensa che, sempre i dati della Commissione Europea, dicono che nella zona euro la disoccupazione è al 9,1 per cento contro il nostro 11,3.

Al di là delle oscillazioni congiunturali, l'Italia è sempre nel pantano e per risollevarla è necessario dotarci degli strumenti di politica economica che governi di centrodestra e di centrosinistra hanno smantellato, quali le industrie di stato, investimenti nella ricerca e nella tutela e sicurezza ambientale, e invertire la rotta rispetto alle politiche liberiste. Sappiamo che ciò urta contro gli interessi delle classi di riferimento dei nostri governi e in generale dei forti gruppi imprenditoriali transnazionali, ma non c'è alternativa a una dura e organizzata lotta per ridurre il loro potere.

Leo Lancari
da il Manifesto
09.09.2017


Migranti. Dopo la denuncia di Msf, critiche alla politica italiana in Libia anche dalle Nazioni unite

«Riportare le persone in centri di detenzione in cui vengono trattenute arbitrariamente e torturate è una chiara violazione del principio di non respingimento previsto dal diritto internazionale». A bocciare senza appello la decisione dell’Europa di riconsegnare i migranti nelle mani dei libici è l’alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad al Hussein che ieri si è detto «disgustato dal cinismo europeo».

Dopo la denuncia di Medici senza frontiere sulle condizioni in cui sono costretti i migranti in Libia, nuove critiche alla politica messa in atto dall’Italia – e avallata dall’Ue – per fermare i flussi arrivano adesso anche dalla Nazioni unite. E svelano ancora una volta tutta l’ipocrisia con cui l’Europa da anni gestisce l’emergenza migranti, annunciando di combattere i trafficanti di uomini ma in realtà mettendo in atto solo politiche di contrasto a quanti fuggono da guerre e miseria. «L’Ue, e l’Italia in particolare, – denuncia al Hussein – sono impegnate a sostenere la Guardia costiera libica, una Guardia costiera che ha sparato a barche di Ong che provano a salvare migranti a rischio di annegare, con il risultato che adesso le Ong devono operare ancora più lontano».

Al Hussein punta il dito su un altro dei punti forti della politica voluta dal ministro degli Interni Marco Minniti e che oggi rischia di trasformarsi nel segno della schizofrenia con cui il governo gestisce l’emergenza migranti. Dopo aver costretto di fatto le Ong ad abbandonare l’opera di salvataggio dei migranti (è di pochi giorni fa l’annuncio della maltese Moas di aver sospeso i soccorsi proprio per non consegnare i migranti ai libici), adesso si pensa di coinvolgere le stesse Ong nella gestione dei campi profughi che verranno allestiti nel paese nordafricano. A proporlo è il viceministro degli Esteri Mario Giro che due giorni fa ha incontrato una ventina di Ong alla Farnesina. «Non vogliamo abbandonare queste persone all’inferno», ha spiegato Giro riferendosi alle centinaia di uomini, donne e bambini richiuse ne centri di detenzione libici. «Senza aspettare che l’Unhcr o l’Oim siano realmente presenti, abbiamo già messo risorse a disposizione». Sei milioni di euro sarebbero stati investiti nel progetto, più altri tre per un accordo con i sindaci del territorio libici. Nelle intenzioni della Farnesina le Ong sarebbero almeno una ventina, dalla stessa Msf a Terre des Hommes, all’Elis legata all’Opus Dei.

Apprezzamento per la proposta di Giro è stato espresso dal ministero della Difesa Roberta Pinotti, mentre da parte sua il ministro Minniti ha annunciato di voler incontrare le organizzazioni umanitarie la prossima settimana. «Sarebbe molto bello se ogni Ong italiana potesse adottarne una libica. La mia ambizione sarebbe quella di arrivare a costruire una rete di giovani libici impegnati per il rispetto dei diritti umani nel loro Paese», ha spiegato Minniti.

Dubbi all’operazione arrivano però dalle stesse Ong. In un’intervista all’Huffington post Marco Bertotto, responsabile advocacy di Msf, si dice contrario anche all’idea di ricevere fondi governativi. «dal 2016 noi non accettiamo fondi da alcun governo europeo o dall’Unione europa in polemica con le politiche di contenimento dell’immigrazione adottate dalla Ue».

Insieme all’Unhcr (che opera attraverso partner locali) e all’Oim, Msf è una delle tre organizzazioni internazionali che opera in Libia. Nonostante questo – o forse proprio per questo – l’idea di operare sotto il cappello governativo non piace. «C’è il rischio – spiega infatti Bertotto – che questa idea di dare alle Ong la gestione dei centri in Libia appaia come una strumentalizzazione dell’azione umanitaria e del lavoro delle Ong da parte di un governo che ha contribuito a creare una condizione di intrappolamento delle persone in Libia».

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