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21.02.2021

da il Manifesto

Mario Di Vito

 

Pfizer. L'azienda ha uno stabilimento nelle Marche, che a Natale ha mandato a casa 60 dipendenti, mentre il titolo di Pfizer volava in borsa e i contratti per le forniture di vaccinazioni nel mondo raggiungevano cifre impressionanti

 

Le regole del mercato non si possono rivedere, o quantomeno discutere, nemmeno durante una pandemia globale. Ieri mattina, di fronte alla sede di Ascoli Piceno della Pfizer, i centri sociali delle Marche si sono presentati per protestare contro le politiche della multinazionale principale produttrice mondiale di vaccini anti Covid. Tute bianche d’ordinanza, fumogeni e un lungo striscione: «Basta profitti sulla salute. Espropriamo i brevetti».

 

La richiesta è financo banale, visti i tempi, ma sono pochissimi i paesi del mondo che fin qui si sono dimostrati disposti a mettere in discussione le scelte di Pfizer-Biontech, Moderna o AstraZeneca: tra mercato e salute pubblica non c’è partita. Non c’è mai stata. Chi vuole il vaccino lo deve pagare, in un modo o nell’altro, non può produrlo in autonomia e non può che accettare i ritardi e i capricci dei produttori. «È inaccettabile che i giganti del farmaco facciano profitti su quello che oggi si può tranquillamente definire un bene primario – sostengono i centri sociali delle Marche -.

 

È ancora più grave che mentre si rallenta drasticamente la campagna vaccinale per presunti problemi produttivi, inizino ad emergere filiere di mercato parallele con la conseguenza non solo di un maggior lucro, ma anche dell’aumento del prezzo d’acquisto degli stessi vaccini».

 

Alla Pfizer di Ascoli non si sforna il vaccino, ma un antivirale impiegato comunque nella cura del Covid. Per il resto, la produzione è incentrata su compresse e capsule di antinfiammatori, farmaci oncologici e del sistema nervoso centrale. Fino a qualche anno fa, quello marchigiano, aperto sul confine più a nord della vecchia Cassa del Mezzogiorno, era famoso per la produzione del Viagra e dello Xanax.

 

Qualcuno ci vedeva una metafora perfetta della provincia marchigiana, in continua oscillazione tra euforia e depressione, senza soluzione di continuità. Adesso, dopo una crisi che ha ridotto il personale (circa 500 persone) ma non la produzione («Serviamo cento paesi del mondo», dicono dalla dirigenza locale), Pfizer è una delle ultime multinazionali ancora presenti lungo i dieci chilometri di asse industriale che dalla città di Ascoli costeggiano il fiume Tronto fino a congiungersi con la Bonifica, la «strada della prostituzione» che separa le Marche dall’Abruzzo e porta al mare.

 

La settimana prima dello scorso Natale, mentre il titolo di Pfizer volava in borsa e i contratti per le forniture di vaccinazioni nel mondo raggiungevano cifre impressionanti, nelle Marche l’azienda ha annunciato la propria intenzione di allontanare sessanta dipendenti, di cui 17 subito e altri 43 nei prossimi mesi. Non si è trattato di licenziamenti, tecnicamente, visto che si parla di lavoratori assunti in leasing da Ranstad e Adecco. Nel frattempo, visto che danno e beffa viaggiano sempre in coppia, sempre da Pfizer è arrivato l’annuncio di una generosa donazione di centocinquanta pasti per la mensa dei poveri di Ascoli.

 

A parte la Cgil (Daniele Lanni del Nidil: «Non ha alcun senso considerare uno stabilimento come comparto a se stante per una multinazionale che ha siti in tutto il mondo»), gli altri sindacati non hanno dato molto peso alla cosa: Ranstad e Adecco, d’altra parte, ricollocheranno i lavoratori altrove. Secondo l’azienda il problema è che la pandemia «ha ridotto del 25% il volume produttivo dello stabilimento», e non fa niente se nel frattempo Pfizer ha un bilancio delle dimensioni di una manovra finanziaria europea. La linea è chiara e indiscussa: i vaccini si pagano e i lavoratori se sono inutili vengono allontanati. Il mercato è inflessibile. La flessibilità, casomai, ce la devono mettere gli altri.

18/02/2021

Circolo PRC “Raniero Amarugi”

Santa Fiora

 

Il Bilancio di previsione per un Comune è tra gli atti annuali più importanti, se non il più importante, che il Consiglio Comunale si trova ad affrontare nell’esercizio delle sue funzioni. La Giunta di Santa Fiora, in maniera diligente ha portato in votazione, e fatto approvare, il Bilancio di previsione 2021-2023, esattamente il 29 dicembre 2020. Per pubblicarlo (come d’obbligo) sull’Albo Pretorio online ha impiegato più di un mese, infatti, è stato posto sull’Albo e portato a conoscenza dei cittadini amministrati il 4 febbraio 2021. Inoltre, ci pare giusto segnalare in base alla trasparenza, che l’obbligo di pubblicare sulla pagina web del Comune la registrazione dei Consigli Comunali, viene costantemente ignorato, infatti, l’ultima seduta registrata e pubblicata è quella del 4 agosto 2020.

Ma tornando al Bilancio di previsione triennale, è evidente che la parte che richiama la maggiore attenzione è quella relativa all’anno in corso, ossia il 2021. Questo per capire quali sono nell’immediato le voci di entrata e di uscita del bilancio stesso, oltre a vedere quali sono i lavori pubblici che sono stati scelti, insomma per vedere complessivamente cosa è stato deciso per i prossimi dodici mesi.

Noi di Rifondazione Comunista, da sempre, impegniamo costantemente un poco del nostro tempo per tentare di capire cosa c’è scritto in questi Bilanci, e confessiamo che facciamo sempre più fatica a decifrarli perché il metodo di compilazione dei moduli standard dei bilanci stessi (gli allegati, le note integrative, i pareri, ecc.) rendono di scarsa comprensione questo atto che dovrebbe essere decifrabile da chiunque senza intermediazioni politiche. Ma la situazione è questa e quindi, con un po’ di affanno tentiamo di trovare dove vogliono andare a parare gli amministratori di turno.

Per prima cosa è necessario segnalare che questo Bilancio (come abbiamo detto l’atto più importante che il Consiglio Comunale affronta) è stato approvato dalla maggioranza con i suoi otto voti a disposizione, e con l’astensione dell’opposizione di destra con i tre consiglieri che la rappresentano. Peraltro immediatamente dopo il Consiglio abbiamo letto le parole di giubilo del Sindaco, ma non ci sembra di aver letto nessuna dichiarazione dell’opposizione. Eppure è di una logica stringente che l’opposizione, avendo chiesto nelle elezioni il voto dei cittadini su un programma del tutto opposto a quello dell’attuale maggioranza, in linea razionale dovrebbe votare contro questo Bilancio, queste proposte. Non solo, ma dovrebbe aver avuto anche l’obbligo di spiegare ai cittadini il proprio punto di vista sul Bilancio stesso, sulle entrate e sulle uscite decise dalla maggioranza, Invece, come ripetiamo, l’opposizione si è astenuta silenziosamente. Non ce ne vogliano, ma confessiamo che ci pare bizzarro.

Ma veniamo al Bilancio ed a quello che siamo riusciti a decifrare. Intanto diciamo che noi non ci siamo soffermati alla sola lettura dell’annuale 2021, ma abbiamo valutato il triennale nel suo complesso, soprattutto il passaggio, ovvero il raffronto sull’annualità 2023. Questo perché, come dovrebbe essere noto a tutti, quell’anno non ci saranno in bilancio 1.560.000 euro corrispondenti alle compensazioni ambientali, di durata decennale, che il Comune riceve dall’Enel dal 2013 (vedi Delib. CC n. 26 del 24/06/2013 di approvazione del Bilancio).

La complessità del Bilancio deriva anche dall’alto numero degli allegati che contiene; il primo che ha attirato la nostra attenzione è l’allegato n. 11 (nota integrativa al bilancio 2021) dove a pagina 18 troviamo indicata la cifra di oltre 900 mila euro quale “Risultato di amministrazione dell’esercizio 2020 e alla data di redazione di bilancio dell’anno 2021”. Questo è da ritenere un risultato negativo perché indica l’incapacità dell’amministrazione di aver saputo/potuto spendere gli stanziamenti dell’anno appena passato.

Limitandoci alle questioni essenziali, abbiamo anche calcolato che nel Bilancio per il 2021 della quota delle compensazioni ambientali dell’Enel per lo sfruttamento geotermico (1.560.000 euro) 

ben 653.000 sarà la cifra destinata alle spese correnti, che è un errore che viene ripetuto da nove anni; anzi, questo anno si sono contenuti, perché nel 2020 ne avevano destinati oltre 834.000 e nel 2022 saranno poco più di 527.000. Ovviamente nel 2023 saranno zero.

Come spese in conto capitale, nel 2021 l’amministrazione prevede di impegnare 1.634.862,31 euro (saranno 1.160.175,24 nel 2022 e 81.086,99 nel 2023). Ma la cosa che lascia stupiti è che se osserviamo la Delib. n. 74 “Approvazione del programma triennale dei lavori pubblici 2021-2023 e annuale 2021” approvata nella stessa seduta del Bilancio, per il 2021 la previsione di spesa è zero. Nel Piano dei lavori pubblici, per legge, devono essere pubblicati solo i lavori di importo sopra i 100.000 euro, quindi, come sopra ricordato, avendo previsto sempre nel 2021 quali spese in conto capitale 1.634.862,31 euro, significa che questa cifra sarà trasformata in decine di rivoli corrispondenti a lavori inferiori a 100.000 euro.

Nel 2022, sempre nel Piano dei lavori, sono stati previsti 250.000 euro per la biblioteca e 182.000 per la messa in sicurezza di un tratto di strada di via del Fiora. Nel 2023 la cifra prevista sarà di nuovo zero. Ma guardando agli anni passati, sappiamo benissimo che le previsioni pluriennali non sono mai state rispettate, e così sarà per il futuro.

Ma l’hannus horribilis sarà il 2023, e non lo diciamo noi, sta scritto nel Bilancio approvato, dove ci saranno maggiori entrate di natura tributaria e contributiva, per 133.000 euro (non è chiaro se derivanti da Imu o/e addizionale Irpef) e minori uscite, questo per ottenere necessariamente il bilanciamento del taglio delle compensazioni ambientali geotermiche.

L’elenco relativo alla parte delle uscite è lungo, ci limitiamo agli esempi più significativi: per la Missione 01 Servizi istituzionali generali e di gestione il taglio sarà di 93.656 euro. Per la Missione 04 Istruzione e diritto allo studio taglio di 20.450 euro. Missione 05 Tutela e valorizzazione dei beni e attività culturali, meno 75.377 euro. Missione 06 Politiche giovanili sport tempo libero meno 6.694 euro. Missione 07 Turismo meno 57.500 euro. Missione 12 Diritti sociali, politiche sociali e famiglia meno 18.572 euro. Missione 14 Sviluppo economico e competitività meno 64.601 euro.

Sarebbero ancora molte le cose da segnalare, riteniamo che ci si possa limitare a queste, che comunque rimangono cifre aride ma molto importanti, perché riguardano la vita dei cittadini di Santa Fiora.

Noi di Rifondazione Comunista già dal 2013 abbiamo provato ad impegnare le nostre energie politiche affinché il Comune facesse un uso appropriato dei soldi delle compensazioni ambientali provenienti dall’Enel. Ricordiamo per i distratti che si chiamano compensazioni per i danni ambientali pesanti e probabilmente irreversibili che il nostro territorio ha conosciuto e continua a subire a causa dello sfruttamento geotermico. Questo denaro doveva servire a rilanciare il territorio, la sua economia, l’occupazione, ed invero i risultati sono miseri se non vergognosi. Per giustificare questo duro giudizio basta ricordare che i posti di lavori, creati alla fine di questa giostra milionaria da 15.600.000 euro, sono zero. Chissà se insieme alle cose colpevolmente non fatte, sarà finito anche il tempo in cui gioiosamente venivano lanciati dal balcone del Palazzo centinaia di palloncini colorati per allietare la cittadinanza festante.

18/02/2021

da Il Manifesto

Norma Rangeri

 

Sapendo che, al di là delle promesse programmatiche, la sua nomina al timone della politica italiana è una trave nell’occhio del sistema democratico, Mario Draghi ha iniziato il suo discorso di investitura rivolgendo al parlamento una captatio benevolentiae con l’evocazione dello spirito repubblicano.

 

E sapendo che il suo essere stato catapultato a palazzo Chigi segna un arretramento della normale e virtuosa contrapposizione tra maggioranza e opposizione, ha assicurato che il suo ruolo non segna il fallimento della politica perché a nessuno è stato chiesto “un passo indietro rispetto alla propri identità”, anche se ha poi dovuto convenire che “prima di ogni appartenenza c’è il diritto di cittadinanza” dove “ciascuno rinuncia a qualcosa per il bene di tutti”.

 

Una volta chiamato a santo protettore Cavour e il bene supremo della nazione per profumare l’odore del dirigismo finanziario, ancor prima di addentrarsi sulle linee programmatiche, Draghi ha rivolto a Conte un ringraziamento suffragato dal riferimento ai binari costruiti del suo predecessore, sul punto cruciale del Recovery plan, della lotta alla pandemia, del cambiamento del modello di sviluppo attraverso una rivoluzione ecologica.

 

Un discorso è un discorso e nulla garantisce che un “Conte ter” spostato a destra sia la soluzione. Anzi.

 

Ma se dobbiamo stare alle parole pronunciate ieri nell’aula del Senato, sono da rimarcare tre passaggi significativi.

 

A cominciare dal ripetuto riferimento alla parità di genere, a quel “farisaico rispetto delle quote” che anche laddove si riesce a raggiungere, è poi immediatamente smentito dalla “disparità salariale, tra le più alte d’Europa”. Così come, a proposito delle politiche per il Sud, ha insistito sul l’occupazione femminile.

 

Il secondo elemento di forte connotazione è giunto a metà discorso con la citazione delle parole di papa Francesco sulla necessaria radicalità del rispetto dell’ambiente, mettendo in stretta relazione la pandemia, il salto del virus dall’animale all’uomo, con la tumultuosa distruzione del pianeta: “Vogliamo lasciare un buon pianeta non solo una buona moneta”.

 

Di conseguenza, e siamo al terzo punto, la necessità di cambiare modello di sviluppo, ricondotto a molteplici aspetti, ma reso concreto con un esempio che tutti capiscono, specialmente in un paese come il nostro.

 

Draghi ha preso di petto il turismo, allontanando la vulgata del Bengodi dei costruttori e declinandolo invece in chiave di “preservazione del patrimonio naturale e artistico”. Tornando sul tema anche in sede di replica.

 

E se qualche vena polemica si è fatta sentire nel lungo intervento, è stata indirizzata alla destra leghista. Sia sul sistema fiscale (con la menzione della riforma elaborata dalla Commissione Visentini), sia sul fatto che “non c’è sovranità nella solitudine”, sia “sull’irreversibilità dell’euro”, come sulla sanità territoriale e di comunità, il contrario cioè del fallimentare modello lombardo.

 

Come queste impegnative parole (naturalmente insieme ad altre meno condivisibili) non siano destinate a restare lettera morta con un governo che, nella parte tecnica in primo luogo, non vede neppure l’ombra di un ecologista, ma, al contrario si consegna a una sfilza di economisti, è davvero arduo da credere.

 

E più in generale come tutto il vasto programma non si riduca poi a un’idea di aziendalizzazione del paese, in una sorta di berlusconismo di ritorno: il sistema Italia come un’azienda affidata a un buon padre di famiglia che rimette a posto il bilancio con un neoliberismo temperato.

 

Come possa conciliarsi, proprio l’annunciato cambiamento nel turismo avendo piazzato in quella casella un leghista alfiere dello sviluppismo è una contraddizione in termini.

 

Questo governo di tutti e di nessuno è tuttavia una sfida anche per la sinistra, sia per quella che gli voterà la fiducia, sia per quella che gli dirà di no.

 

In questa chiave la formazione di un intergruppo parlamentare tra Pd, 5Stelle e Leu, è un primo paletto per rinsaldare l’alleanza mandata a casa con una manovra di palazzo. Purché non abbia il fiato corto della tattica dei riposizionamenti, ma sia finalizzata alla costruzione di un’alternativa quando saremo chiamati al voto.

 

E, in questo ambito, avviare la formazione di una nuova forza di sinistra di cui siamo orfani da troppo tempo, non per responsabilità dell’ex banchiere centrale. Tanto più necessaria per far tornare al centro dell’azione politica la questione sociale quando, come dice Draghi, passata la pandemia, torneremo ad accendere la luce.

18/02/2021

da Il Manifesto

Norma Rangeri

 

Sapendo che, al di là delle promesse programmatiche, la sua nomina al timone della politica italiana è una trave nell’occhio del sistema democratico, Mario Draghi ha iniziato il suo discorso di investitura rivolgendo al parlamento una captatio benevolentiae con l’evocazione dello spirito repubblicano.

 

E sapendo che il suo essere stato catapultato a palazzo Chigi segna un arretramento della normale e virtuosa contrapposizione tra maggioranza e opposizione, ha assicurato che il suo ruolo non segna il fallimento della politica perché a nessuno è stato chiesto “un passo indietro rispetto alla propri identità”, anche se ha poi dovuto convenire che “prima di ogni appartenenza c’è il diritto di cittadinanza” dove “ciascuno rinuncia a qualcosa per il bene di tutti”.

 

Una volta chiamato a santo protettore Cavour e il bene supremo della nazione per profumare l’odore del dirigismo finanziario, ancor prima di addentrarsi sulle linee programmatiche, Draghi ha rivolto a Conte un ringraziamento suffragato dal riferimento ai binari costruiti del suo predecessore, sul punto cruciale del Recovery plan, della lotta alla pandemia, del cambiamento del modello di sviluppo attraverso una rivoluzione ecologica.

 

Un discorso è un discorso e nulla garantisce che un “Conte ter” spostato a destra sia la soluzione. Anzi.

 

Ma se dobbiamo stare alle parole pronunciate ieri nell’aula del Senato, sono da rimarcare tre passaggi significativi.

 

A cominciare dal ripetuto riferimento alla parità di genere, a quel “farisaico rispetto delle quote” che anche laddove si riesce a raggiungere, è poi immediatamente smentito dalla “disparità salariale, tra le più alte d’Europa”. Così come, a proposito delle politiche per il Sud, ha insistito sul l’occupazione femminile.

 

Il secondo elemento di forte connotazione è giunto a metà discorso con la citazione delle parole di papa Francesco sulla necessaria radicalità del rispetto dell’ambiente, mettendo in stretta relazione la pandemia, il salto del virus dall’animale all’uomo, con la tumultuosa distruzione del pianeta: “Vogliamo lasciare un buon pianeta non solo una buona moneta”.

 

Di conseguenza, e siamo al terzo punto, la necessità di cambiare modello di sviluppo, ricondotto a molteplici aspetti, ma reso concreto con un esempio che tutti capiscono, specialmente in un paese come il nostro.

 

Draghi ha preso di petto il turismo, allontanando la vulgata del Bengodi dei costruttori e declinandolo invece in chiave di “preservazione del patrimonio naturale e artistico”. Tornando sul tema anche in sede di replica.

 

E se qualche vena polemica si è fatta sentire nel lungo intervento, è stata indirizzata alla destra leghista. Sia sul sistema fiscale (con la menzione della riforma elaborata dalla Commissione Visentini), sia sul fatto che “non c’è sovranità nella solitudine”, sia “sull’irreversibilità dell’euro”, come sulla sanità territoriale e di comunità, il contrario cioè del fallimentare modello lombardo.

 

Come queste impegnative parole (naturalmente insieme ad altre meno condivisibili) non siano destinate a restare lettera morta con un governo che, nella parte tecnica in primo luogo, non vede neppure l’ombra di un ecologista, ma, al contrario si consegna a una sfilza di economisti, è davvero arduo da credere.

 

E più in generale come tutto il vasto programma non si riduca poi a un’idea di aziendalizzazione del paese, in una sorta di berlusconismo di ritorno: il sistema Italia come un’azienda affidata a un buon padre di famiglia che rimette a posto il bilancio con un neoliberismo temperato.

 

Come possa conciliarsi, proprio l’annunciato cambiamento nel turismo avendo piazzato in quella casella un leghista alfiere dello sviluppismo è una contraddizione in termini.

 

Questo governo di tutti e di nessuno è tuttavia una sfida anche per la sinistra, sia per quella che gli voterà la fiducia, sia per quella che gli dirà di no.

 

In questa chiave la formazione di un intergruppo parlamentare tra Pd, 5Stelle e Leu, è un primo paletto per rinsaldare l’alleanza mandata a casa con una manovra di palazzo. Purché non abbia il fiato corto della tattica dei riposizionamenti, ma sia finalizzata alla costruzione di un’alternativa quando saremo chiamati al voto.

 

E, in questo ambito, avviare la formazione di una nuova forza di sinistra di cui siamo orfani da troppo tempo, non per responsabilità dell’ex banchiere centrale. Tanto più necessaria per far tornare al centro dell’azione politica la questione sociale quando, come dice Draghi, passata la pandemia, torneremo ad accendere la luce.

17/02/2021

Maurizio Acerbo

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

 

Il banchiere non è ancora premier e già si sente puzza di regime.

 

La Questura di Roma ha negato oggi a Rifondazione Comunista e altre organizzazioni della sinistra radicale il permesso di manifestare davanti a Montecitorio giovedì prossimo in concomitanza del voto di fiducia al governo Draghi.

 

Si tratta di un divieto assolutamente privo di motivazioni dato che da sempre e quotidianamente si tengono presidi e manifestazioni in quella piazza. Le scuse accampate dalla questura sono ridicole perché lo spazio in cui si svolgono le manifestazioni non preclude né l’ingresso dei parlamentari né le attività degli operatori dell’informazione.

 

Un governo senza opposizione in parlamento non tollera che lo spettacolo dell’incoronazione del banchiere venga turbato dalla protesta nella piazza?

 

Chiediamo che il divieto liberticida sia revocato.

 

Giovedì 18 febbraio confermiamo alle ore 14 il concentramento unitario in Piazza San Silvestro a Roma. Costruiamo dal basso l’opposizione.

14.02.2021

Maurizio Acerbo

 

Le prima parole di Draghi che annunciano che il suo sarà un governo ambientalista sono una presa in giro.

 

Questo è un governo senza ambientalisti e alla guida della bufala del ministero della transizione ecologica hanno messo uno scienziato che è a favore dell’energia nucleare e delle fonti fossili, che era alla Leopolda mentre Renzi faceva lo Sblocca Italia e che viene dalla più grande azienda produttrice di armi del nostro paese.

 

Draghi col nuovo ministero imita Macron che lo ha istituito nel 2017 per darsi un look green ma che poi ha perseguito interessi delle grandi imprese, come sancito da un tribunale che ha condannato il governo francese lo scorso 3 febbraio.

 

Quello di Draghi sarà il governo con cui le grandi imprese e le lobby si spartiranno i miliardi del recovery plan e proseguiranno il saccheggio dei beni comuni. 

 

Un governo ambientalista perlomeno avrebbe nominato un ambientalista al ministero competente.

 

Questa schifezza di governo merita solo il pernacchio di eduardiana memoria.

12.02.2021

Paolo Ferrero

 

Draghi? Da Amato fino a Monti, quando gioco si fa duro giocano i duri non i ragazzini

 

“Il grande abbraccio” tra Pd-Leu e Lega-Fi “è un elemento di verità, ovvero che in fondo, con differenze marginali, centrodestra e centrosinistra condividono le stesse politiche liberiste. Non è un caso che dal Trattato di Maastricht in poi, fino al pareggio di bilancio in Costituzione, tutti questi partiti abbiano votato insieme. La finzione vera sta nel bipolarismo che copre la rappresentazione teatrale di partiti che si insultano ma che sull’essenziale la pensano in modo molto simile”. Lo ha detto all’Adnkronos il vice presidente della Sinistra europea, Paolo Ferrero, esprimendo un giudizio sulla maggioranza che si va costituendo intorno al governo Draghi.

 

“Ormai – prosegue l’ex segretario del Prc – mi sembra fin troppo evidente che nelle fasi ordinarie il vero potere, quello che non si vede e non si presenta certo alle elezioni perché non ne ha bisogno, permette ai ragazzini di giocare. Nelle fasi fuori dall’ordinario, proprio come sta succedendo ora che ci sono 209 mld del Recovery plan da spendere, i ‘grandi’ si riprendono il pallone e giocano loro. I nomi ce li ricordiamo tutti: Amato, Ciampi, Dini, Monti e adesso Draghi. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”.

 

“I duri non sono le controfigure che vanno ai talk show. Si presentano come economisti-fintamente tecnici ma sono quanto di più politico ci sia, basta ricordarsi la lettera di Draghi e Trichet sui cui cadde il governo Berlusconi che aprì la strada a Monti. Se quello è un documento tecnico io sono un elefante viola. Quello era un organico programma di politiche liberiste per la distruzione del welfare. Mi chiedo: se Monti ha demolito le pensioni e messo il pareggio di bilancio in Costituzione, Draghi cosa dovrà fare? Spendere 209 mld”, risponde l’esponente di Rifondazione.

 

“Penso questa fase possa essere un’occasione, un’opportunità per costruire un’opposizione sociale, popolare, un’opposizione che non ci sarà nel Palazzo e che, dunque, va fatta nel Paese. E’ dall’opposizione che va ricostruita la sinistra, non solo con le piccole forze politiche che sono rimaste ma con i movimenti – anche con gli scontenti e i fuoriusciti dal M5s, che hanno sperato che il movimento servisse a cambiare qualcosa – le associazioni, quella parte di sindacato che continua a far valere le ragioni di chi intende difendere e soprattutto le persone, arrabbiate e deluse”, conclude Ferrero.

11.02.2021
Maurizio Acerbo

 

L’ordine del giorno approvato dal Consiglio comunale di Genova offende la memoria di una città dalla gloriosa storia antifascista di cui i comunisti sono stati i principali protagonisti.


Che la destra proponga di mettere al bando i comunisti non ci stupisce visto che anche in parlamento sono state depositate delle proposte di legge da Fratelli d’Italia.


Ma la cosa più grave è che il centrosinistra non si è opposto.


Il voto di astensione dei consiglieri del PD è vergognoso. Quei consiglieri devono aver letto la risoluzione del parlamento europeo che equipara il comunismo al nazismo votata dal PD insieme all’estrema destra. E nessun organo dirigente del PD ha mai disconosciuto quel voto.


Trenta anni fa quando sciolsero il PCI la destra era marginale in parlamento e nel paese.


Dopo trenta anni di liquidazione della storia della principale forza democratica del paese la destra è fortissima e i comunisti rischiano di finire fuorilegge.


Evitino di raccontare la balla che il PD è l’argine contro la destra.

10/02/2021

da il Manifesto

Davide Conti

 

Novecento. Il «Giorno del Ricordo» coincide quest’anno con l’ottantesimo anniversario dell’invasione della Jugoslavia. L’occupazione dell’Asse costò la vita a un milione e mezzo di persone. Alla fine del conflitto nessun italiano, pur iscritto nella lista dei criminali di guerra, fu mai processato

 

Italijanski palikuci (italiani brucia case) gridavano i civili quando nel 1941 le truppe del regio esercito e i «battaglioni M» invasero la Jugoslavia per concludere l’occupazione dei Balcani avviata con le aggressioni di Albania e Grecia nel 1939-40.

 

Lungi dall’essere «italiani brava gente», come la narrazione autoassolutoria del dopoguerra avrebbe affermato come dogma intangibile dell’elusione della «colpa», i militari del re e di Mussolini venivano così apostrofati per l’uso sistematico dei lanciafiamme contro le case dei civili sfollati, fucilati o deportati nei campi di internamento in applicazione delle misure di controguerriglia antipartigiana che l’Italia avrebbe conosciuto con l’occupazione nazista.

 

L’OTTANTESIMO anniversario dell’aggressione alla Jugoslavia dovrebbe rappresentare, nelle celebrazioni del «Giorno del ricordo», occasione di elaborazione storica del nostro passato consegnando una interpretazione integrale alla legge istitutiva di questa giornata che invita a dare conto «della più complessa vicenda del confine orientale» ovvero a ciò che è accaduto prima delle foibe e dopo la fine della guerra.

 

Al crepuscolo dello Stato liberale e nel pieno «biennio rosso» 1919-20, lo squadrismo emerse in quelle terre come elemento di sintesi di istanze antislave (sul piano nazionalista) e anticomuniste (sul piano politico-sociale) dando rappresentanza a settori della società italiana che andavano dalla piccola-media borghesia alla proprietà terriera fino ai militari. A Trieste e in Istria si sperimentò quel fascismo di frontiera che nel 1920-22 intensificò l’azione violenta in tutta la regione. In quelle terre nacque il moto reazionario che avrebbe investito il Paese ed instaurato la dittatura «In altre plaghe d’Italia – scrive Mussolini nel 1920 – i fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia-Giulia sono l’elemento preponderante e dominante della situazione politica».

 

Così mentre nel 1919-20 i tribunali a Trieste e Pola, non ancora fascistizzati, emettevano 50 condanne per complessivi 120 anni di carcere contro ferrovieri e metalmeccanici in sciopero accusati di «anti-italianità, filo-slavismo, cospirazione contro lo Stato e istigazione alla guerra civile», lo squadrismo fascista il 13 luglio 1920 assaltò la sede della Narodni Dom (Casa del popolo) a Trieste incendiando l’intero palazzo (l’Hotel Balkan che cento anni dopo sarà restituito alla Slovenia dal Presidente della Repubblica Mattarella) ed anticipando la condotta del regio esercito nel 1941. Mussolini chiarì il suo programma a Pola il 22 settembre 1920: «Di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone io credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

 

L’occupazione nazifascista della Jugoslavia costò la vita a circa 1 milione e mezzo di persone travolte dalle misure draconiane della «Circolare 3C» (che istruiva i soldati italiani alla repressione di civili e partigiani) firmata dal generale Mario Roatta; dalla «Cintura di Lubiana» (un perimetro di filo spinato e posti di blocco attorno alla città poi sottoposta a razzie e deportazioni); dalle direttive di Mussolini ai suoi generali «al terrore dei partigiani – disse a Gorizia nel 1942 – si deve rispondere col ferro e col fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri è cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto».

 

DALL’IMPIANTO IDEOLOGICO della «guerra totale» fascista discese la condotta dei comandi militari del regio esercito che fece mostra di sé nella città di Podhum il 12 luglio 1942 (91 uomini fucilati sul posto e 800 deportati) o nei villaggi di Zamet e Danilovgrad, rastrellati e rasi al suolo nell’agosto 1942 o con il «governatorato» del generale Alessandro Pirzio Biroli in Montenegro. Pratiche belliche che facevano seguito alla snazionalizzazione teorizzata da Mussolini: «quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che deve muoversi; gli scambi di popolazioni e l’esodo di parti di esse sono provvidenziali perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali».

 

Alla fine del conflitto nessun italiano iscritto nella lista dei criminali di guerra stilata dalle Nazioni Unite (750 per la Jugoslavia) fu mai processato. La Guerra Fredda e le necessità anglo-americane di riorganizzare l’esercito italiano e inserirlo nell’Alleanza atlantica permisero impunità e continuità dello Stato, determinando quella «mancata Norimberga» che segnerà la più vistosa delle aporie della nostra storia.

 

Molti criminali di guerra assumeranno ruoli apicali negli apparati della Repubblica. Diverranno questori, prefetti e uomini dei servizi segreti e saranno implicati in vicende tragiche e decisive della storia nazionale dalla strage di Portella delle Ginestre a quella di Piazza Fontana fino al golpe Borghese.

 

IL «SILENZIO» sulle foibe (in realtà nel 1945 vennero istruiti alcuni processi ed emesse condanne) non fu il risultato di una trama omissiva delle sinistre italiane. Ad evitare la riapertura di quella pagina furono i governi De Gasperi nella consapevolezza che sollevare la questione avrebbe comportato per l’Italia l’obbligo di rispondere sia per i crimini perpetrati in Jugoslavia, Albania, Grecia, Libia, Etiopia, Urss e Francia sia per i risarcimenti economici fissati proprio il 10 febbraio 1947 con la firma del Trattato di Pace di Parigi.

 

La «più complessa vicenda del confine orientale» racconta questo lato della storia nazionale e deve spingere il Paese a fare i conti con il proprio passato contro un «populismo storico» che si diffonde pervicacemente nella società minandone i valori costituzionali ed antifascisti: «Una generazione – scriveva Gramsci – può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo storico da cui è stato preceduto».

 

Bibliografia ragionata

 

Sulle foibe: Joze Pirjevec, «Foibe. Una storia d’Italia» (Einaudi), Raoul Pupo-Roberto Spazzali, «Foibe» (Mondadori), Giacomo Scotti, «Dossier Foibe» (Manni), Giampaolo Valdevit, «Foibe. Il peso del passato, Venezia Giulia 1943-1945» (Marsilio). Sull’occupazione italiana della Jugoslavia e dei Balcani: Davide Conti, «L’occupazione italiana dei Balcani 1941-1943. Crimini di guerra e mito della brava gente» (Odradek), Eric Gobetti, «Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia 1941-1943 (Laterza), Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa 1940-1943» (Bollati Boringhieri). Sui mancati processi ai criminali di guerra italiani e sul mito degli «italiani brava gente»: Michele Battini, «Peccati di memoria: la mancata Norimberga italiana» (Laterza), Davide Conti, «Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana» (Einaudi), Angelo Del Boca, «Italiani brava gente?» (Neri Pozza), Filippo Focardi, «Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale» (Laterza), Filippo Focardi, «Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoah, Foibe» (Viella).

08/02/2021

Maurizio Acerbo

 

Non capisco lo stupore per il si di Salvini a Draghi. La Lega ha proposto nel marzo scorso il governo di unità nazionale a guida Draghi.


Dal 1994 quelli del Pd chiedono i voti per non far vincere Berlusconi e la Lega ma per la terza volta si accingono a farci un governo insieme. La ragione è evidente: in Europa e in Italia il neoliberismo è bipartisan, centrosinistra e centrodestra hanno sempre condiviso le scelte strategiche. D’altronde la governance europea e il neoloberismo vedono PD e Forza Italia uniti da sempre.


Non ci stupisce il PD ma ci hanno lasciati interdetti le dichiarazioni di LeU che pone paletti solo a Lega e Salvini e non un esplicito no a Draghi e Berlusconi.


Siamo d’accordo col nostro vecchio amico Yanis Varoufakis: chi ha a cuore la democrazia non dovrebbe votare per un tecnocrate come Mario Draghi.


Invitiamo LeU e M5S a non votare per Draghi. Non lascino alla Meloni il monopolio dell’opposizione in parlamento.

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