Attività del Partito della Rifondazione Comunista Circolo "Raniero Amarugi" di Santa Fiora Visita la nostra pagina Facebook


Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

In evidenza

SINTESI DEL PROGRAMMA DI UNIONE POPOLARE

 

Inutile fare grandi proclami e promesse irrealizzabili, ciò che serve sono parole chiare e promesse fattibili.

NOI CI SIAMO, SIAMO PRONTI ,ORA TOCCA A VOI...

 

ECONOMIA E FINANZA  |   LOBBY

 

24/08/2022

da il Fatto Quotidiano

 

Si parla di abolire il reddito di cittadinanza ma la povertà aumenta.667mila bimbi a rischio, il livello più alto dal 1995

Secondo i dati Eurostat (l'istituto di statistica dell'Unione europea) in Italia il tasso di rischio di povertà, ovvero la percentuale delle persone che hanno un reddito inferiore al 60% di quello medio, è salito passando dal 20% del 2020 al 20,1% del 2021 e coinvolgendo quasi 12 milioni di persone

 

L’abolizione del reddito di cittadinanza è uno dei temi caldi della campagna elettorale. L’Istat ha stimato che la misura abbia salvato dalla povertà un milione di persone. Ma evidentemente il rischio indigenza non preoccupa gran parte degli esponenti politici. Oggi però Eurostat (l’istituto di statistica dell’Unione europea) segnala come in Italia il tasso di rischio di povertà, ovvero la percentuale delle persone che hanno un reddito inferiore al 60% di quello medio, è salito passando dal 20% del 2020 al 20,1% del 2021, coinvolgendo 11,84 milioni di persone. Non è difficile immaginare che con i forti rincari, a cominciare dalle bollette, registrati in questi mesi la situazione sia destinata a peggiorare ulteriormente nel 2022. Secondo Eurostat inoltre la percentuale sale al 25,2% (14,83 milioni d persone) se si considerano anche gli individui a rischio di esclusione sociale, ovvero quelle che sono a rischio di povertà o non possono permettersi una serie di beni materiali o attività sociali o vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa.

 

Dato ancor più allarmante è quello secondo cui oltre un bambino italiano su quarto con meno di sei anni vive in famiglie a rischio di povertà. Con più precisione sono il 26,7%, in aumento dal 23,8% del 2020 e il peggiore dato dal 1995. Si tratta di 667mila bambini, 7mila in più del 2020. Il dato risente anche del fatto che si è ridotta la popolazione in questa fascia di età. Se si allarga la platea anche alle famiglie a rischio di esclusione sociale, la percentuale per gli under 6 in situazione di difficoltà sale al 31,6% dal 27% del 2020.

 

La percentuale dei minorenni a rischio di povertà è salita al 26% (dal 25,1% del 2020), mentre quella degli anziani è scesa al 15,6% (dal 16,8%) grazie alla tenuta delle pensioni ancora non minacciate dall’inflazione esplosa nel 2022. In Germania il tasso di rischio di povertà degli anziani over 65 è al 19,4%, superiore sia al dato complessivo (15,8%) sia a quello dei bambini con meno di 6 anni (16,8%). Il tasso di rischio di povertà è maggiore per le donne (20,7%) anche se in calo sul 2020 rispetto a quello degli uomini (19,4%) in aumento sul 2020.

 

Le tabelle Eurostat mostrano come il tasso di povertà in Italia prima dei trasferimenti sociali (escluse le pensioni) sia al 28,5%, in aumento dal 25,3% del 2020. Un segnale questo dell’importanza dei trasferimenti nella riduzione della quota delle persone in difficoltà. Se in Italia la quota di poveri si riduce grazie ai trasferimenti di 8,4 punti, in Germania si riduce di oltre 10 punti (al 15,8%) e in Spagna di 9,5 (al 21,7%).

 

POLITICA NAZIONALE  |   POLITICA ITALIANA

 

21/08/2022

di Marco Sferini

 

Unione Popolare è un azzardo. Un giusto, necessario azzardo. La sinistra di alternativa non è riuscita a coalizzarsi in un polo progressista che facesse da quarto incomodo nella competizione elettorale di settembre.

 

Quell’unità programmatica e di intenti che poteva realizzarsi attorno ad un asse formato da Cinquestelle di nuovo corso contiano, Sinistra Italiana, Verdi e, per l’appunto, UP, non è stata presa in considerazione nemmeno dopo i tanti appelli che da “il manifesto”, da settori della cultura, del costituzionalismo e dell’associazionismo in difesa della Costituzione, si sono levati per chiamare alla rappresentanza di una grande fetta di popolazione senza patria politica, senza riferimento anche soltanto simbolicamente ideologico.

 

Si potrà recuperare l’errore dopo il voto. Ammesso che anche Unione Popolare riesca a superare l’asticella del 3% dei voti per poter entrare in Parlamento, dopo aver davvero fatto uno sforzo enorme, eppure sempre così generoso da parte delle compagne e dei compagni che vi si sono impegnati in un mese di agosto pieno di imprevisti e di calura asfissiante, nella raccolta delle oltre 40.000 firme necessarie per potersi iscrivere alla gara del voto.

 

Questa volta le differenze tra le forze di quello che deve essere molto di più di un richiamo alla disperazione politica, di un mero cartello elettorale tanto per oltrepassare la data del 25 settembre, non si sono fatte sentire più di tanto. Anzi, per niente. Le discussioni interne sono il sale non solo della democrazia, ma un opportunissimo anticorpo che può preservare da futuribili lacerazioni. Meglio proseguire nella chiarezza subito, piuttosto che trascinarsi appresso per un mese problematiche mai veramente risolte.

 

Omen nomen, Unione Popolare è oggi quello che pretende di essere immediatamente domani, prima di subito: una unità tra forze politiche che convengono su una medesima critica senza appello del capitalismo e del liberismo, su una rivendicazione di giustizia sociale che guarda alla pace come fondamento strutturale di una società dove non prevalgano le aggressioni imperialiste tanto dell’Est quanto dell’Ovest, su uno stretto, sincretico rapporto tra lavoro, ricchezza sociale, beni comuni e ambiente da tutelare nella rivalorizzazione del patrimonio nazionale entro una cornice più ampia di globalizzazione dei diritti di tutti gli esseri viventi.

 

Da unità politica ad unità sociale, il passo è relativamente breve se veramente si vuole fare del progetto qualcosa che prescinda dal risultato del 25 settembre: non potrebbe altrimenti trovare spazio una rigenerazione culturale e sociale della sinistra di alternativa se puntassimo tutto, esclusivamente tutto, sulle percentuali da superare per rientrare nelle Camere.

 

Eppure risedere in Parlamento è un passo non più rimandabile, perché oltre ad una soddisfazione psico-politica, ad un ricrescere della speranza e della passione energetica che le viaggia appresso, c’è la necessità della rappresentanza di istanze sociali che altrimenti nessuno porterebbe all’attenzione tanto della maggioranza quanto delle opposizioni che si formeranno.

 

Le proposte programmatiche che Unione Popolare mette in questa campagna elettorale sono tutt’altro che inapplicabili, improponibili per le congiunture economico-sociali in cui sopravviviamo.

 

Proprio per questo, devono essere il collante di una rinnovata critica antiliberista, di una formulazione compiuta di una nuova ideologia socialista, comunista e comunque anticapitalista per un nuovo millennio, rappresentando l’ambizione di essere oggi il punto di partenza di una progettualità progressista di alto grado e non soltanto poche paginette scritte per un tatticismo frettoloso imposto dai giochi di una politica malsana che punta a scardinare la Costituzione in nome delle compatibilità del mercato.

 

Quando esigiamo un salario minimo reale di 10 euro all’ora e lo accompagniamo alla rivendicazione storica della riduzione dell’orario di lavoro (non più a 35 ma ora a 32 ore, o tempora o mores…) a parità di retribuzione, non scimmiottiamo un’altra volta l’esempio della sinistra anticapitalista francese, ma innoviamo una visione veramente alternativa di società, sapendo che viviamo sempre in un sistema economico che mira a depotenziare la forza rivendicativa dei lavoratori, che esclude il contratto collettivo nazionale dall’agenda delle trattative tra imprese e sindacati e che mette la precarietà sempre e soltanto al primo posto come pseudo-novità costante del rapporto tra classe dirigente e maestranze.

 

Il ruolo del salario deve essere oggi riconsiderato completamente e messo al centro di una lotta che garantisca a tutte e tutti una dignità di vita che non può essere vincolata agli indici di borsa, alle fluttuazioni della produttività e all’anarchia dei mercati. Passa proprio attraverso questa centralità del conflitto plurisecolare, ma sempre nuovo e sempre attuale, tra capitale e lavoro la fisiognomica di una sinistra moderna che Unione Popolare può essere sia nel Parlamento sia nel Paese reale.

 

Noi dovremmo considerare le elezioni un momento essenziale per la vita democratica della Repubblica, sapendo che torneranno ad essere anche una forma di espressione sociale soltanto se gli elettori potranno votare per forze politiche che ne rappresenteranno veramente gli interessi di classe entro le aule parlamentari.

 

Le cattive abitudini cui ci siamo un po’ tutti uniformati, volenti o nolenti, nell’assistere al triste, mesto e patetico spettacolo del balletto di alleanze e di grandi ammucchiate messe lì alla bisogna della tutela dei grandi privilegi economici, devono lasciare il passo ad una innovazione della politica italiana che deve avere tra i suoi nuovi genitori anche la ripresa di un lavoro edificante, ricostituente e rifondante della cultura sociale, civile e morale dell’intero Paese.

 

Senza una idea, senza una ideologia, senza quindi una chiara distinzione tra noi e tutti coloro che invece abbracciano la teorizzazione pratica del liberismo nostrano, non può esservi veramente un inizio per nessun progetto politico e tutto rimarrà nel solco della rassegnazione disperata di raffazzonati e bislacchi assemblaggi di microcreature resistenti solo per sé stesse.

 

Questa impostazione settaria la dobbiamo scardinare, contro tutto e contro tutti. Contro, in particolare, noi stessi, che siamo sovente i peggiori nemici dei progetti che – ne va dato atto – con una ostinazione quasi maniacale e una cocciutaggine non riscontrabile altrove, hanno una potenzialità che, il più delle volte, viene mortificata dagli insuccessi elettorali.

 

Andiamo ben oltre tutto questo. Pensiamo nuovamente ad una riunione comunitaria, ad una creazione di questa comunità attraverso un medesimo sentire in una pluralità di voci che riflettano su proposte unitarie magari formulate con completezza su un nuovo giornale di sinistra, su un nuovo settimanale o quotidiano che possa arrivare anche a chi non ha Internet, anche a chi non lo vuole avere, anche a chi preferisce leggere un cartaceo e discuterne al bar, nelle vecchie case del popolo, nei circoli ARCI, ANPI e nelle feste che facciamo oggi e che dovremo fare domani.

 

Ogni momento di aggregazione e di confronto ci è veramente indispensabile per fare di una lista elettorale un nuovo piccolo “paese nel paese“. L’importanza del web è acclarata. Eppure non ci aiuta a ritornare ad essere quella collettività che vorremo poter diventare. Per fare questo serve un partito, una forza politica con una sua organizzazione e (ri)strutturazione sui territori, capace così di contendere alle destre un primato che non si sarebbero mai sognate di avere un tempo.

 

Anche in questo modo si riprendono gli spazi, si ritorna ad essere più che percepibili per una popolazione che si è, più che comprensibilmente, dimenticata che esisteva, esiste e dovrà continuare ad esistere una sinistra che metta al primo posto non il governismo in relazione ad una politica di riforme di piccolo cabotaggio, ma gli interessi esclusivi del mondo del lavoro, del non-lavoro, della precarietà e di tutta quella incertezza sul futuro che oggi riguarda oltre 14 milioni di italiani.

 

Da qui bisogna ripartire. Da questi 14 milioni di persone, più o meno indigenti, che invece di vivere, sopravvivono e con grande fatica. La nuova cultura di Unione Popolare, la nuova azione politica che intende mettere in campo e le prove che la attendono per la riformulazione di una organizzazione politica che abbia il fermo sapore intenso della giustizia sociale, già oggi devono pensarsi come qualcosa di durevole nel tempo, perché se le destre prevarranno nella contesa elettorale, la necessità di una sinistra di alternativa sarà ancora più stringentemente impellente.

 

All’offensiva neocentrista e neoliberista in campo, va contrapposto un polo progressista che si ripensi come tale dopo il voto. Non archiviamo la possibilità di una convergenza con forze come i Cinquestelle, Sinistra Italiana e Verdi, che oggi corrono su piani alternativi e confliggenti. Non possiamo concederci il lusso di una presuntuosa lotta solitaria contro l’uniformità delle proposte politiche che da destra a sinistra si fanno concorrenza spietata per rappresentare la classe dirigente e dominante.

 

Non diamo per scontato di essere da soli. Non lo siamo e non lo dobbiamo essere. Dobbiamo contribuire al cambiamento anzitutto rientrando in Parlamento: questo è il primo presupposto per iniettare a tutte e tutti noi un po’ di fiducia perduta, per riequilibrare psicologicamente le nostre cumulate disaffezioni, rassegnazioni e allontanamenti dalla lotta, dalla militanza; ed è, ancora di più, il passo obbligato attraverso cui aprire contraddizioni nei programmi altrui, nelle coalizioni messe insieme con il nastro adesivo della infingarderia del voto utile, della governabilità necessaria, della salvezza della Costituzione con ricette già tristemente conosciute.

 

Non condanniamo, ma dialoghiamo, polemizziamo pure, ma teniamo aperti tutti i canali di comunicazione. Perché il blocco liberista che può saldarsi da destra al centro(sinistra) è il più grande pericolo che toccherà affrontare subito dopo il 25 settembre. Partendo dal presupposto che, con una vittoria dei sovranisti-liberisti, il quadro sociale peggiorerà e, con esso, quello dei diritti civili, di quella giustizia egualitaria che rischia di essere stravolta, partendo dalle fondamenta della Carta.

 

Se il polo progressista non è stato possibile realizzarlo prima e per il voto, mettiamolo in agenda per il dopo. Ma non derubrichiamolo alla voce “impossibile“, sinonimo inconscio di mancanza di volontà, di ristretta visione politico-sociale per la vicinanza della complessità autunnale che ci attende e per l’immediato, sempre più attorcigliato, futuro.

POLITICA NAZIONALE  |   POLITICA ITALIANA

 

19/08/2022

 

Julian Assange è un uomo, un giornalista che ha rivelato i crimini e i criminali delle guerre in Afghanistan e in Iraq degli Stati Uniti.

 

Julian Assange per questo è stato punito, è stato ingiustamente incarcerato e imbavagliato, gli è stato impedito di fare informazione. Mentre i crimini e i criminali sono impuniti e assolti.

 

Julian Assange rischia di essere  estradato negli Stati Uniti e condannato a morte con 175 anni di carcere.

 

Julian Assange ha due figli  piccoli e ha accanto una compagna e avvocata, Stella Assange, che continua a lottare.

 

Julian Assange è il simbolo di tutti i giornalisti, le giornaliste, le voci libere che con lui possono essere messe a tacere.

 

Julian Assange rappresenta un modello di mondo nuovo e migliore dove l’ingiustizia va condannata e i diritti umani difesi.

 

Sono sempre più numerose le iniziative per la libertà di Assange e per impedirne la pericolosa estradizione negli USA.

 

Ti invitiamo a partecipare a un’iniziativa grandiosa che possa far conoscere il suo caso in tutto il pianeta: 24 ore non stop dove giornalisti, attivisti, artisti, persone di cultura manifesteranno in tutto il pianeta per la libertà di Julian. Il 15 Ottobre sul Pianeta Terra.

 

Aderisci  a: 24hAssange@proton.me

 

https://www.24hassange.org/

POLITICA NAZIONALE  |  POLITICA ITALIANA

 

05/08/2022

da Left

Di Simona Maggiorelli

 

Giustizia climatica e sociale. Diritti sociali e civili. Beni comuni. Bisogni e benessere non solo materiale delle persone. Fratellanza e solidarietà fra i popoli. Europa delle culture e delle differenze. L’ex magistrato e sindaco di Napoli presenta il programma della formazione che riunisce Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, il gruppo parlamentare ManifestA e molte realtà sociali e intellettuali

 

Ex magistrato, già sindaco di Napoli, Luigi De Magistris chi glielo ha fatto fare di metterci la faccia, di correre alle elezioni del 25 settembre con l’Unione popolare, nuova formazione di sinistra che sta raccogliendo le firme sotto l’ombrellone? Cosa ha fatto scattare la motivazione nonostante la corsa contro il tempo?
Io sono molto motivato anche se il progetto politico al quale stavamo lavorando, ovviamente, guardava alle elezioni della primavera. Con la caduta del governo Draghi c’è stata questa accelerazione estiva con raccolta di firme a 40 gradi, mentre il personale pubblico al quale dobbiamo chiedere i certificati è in ferie. E’ una corsa ad ostacoli. Ma è anche qualcosa di molto più grosso. C’è una forte motivazione perché siamo l’unica proposta alternativa alle destre.

 

Rispetto all’accordo Letta-Calenda?
Rispetto a quel patto assistiamo a un quadretto tragicomico da saltimbanchi della politica. Vediamo presunti leader di partito che saltellano da una parte all’altra non per costruire programmi nell’interesse del popolo italiano ma per trovare le poltrone a loro più confacenti.

 

In cosa si distingue la vostra Unione popolare (che evoca La nuova unione popolare di Mélenchon in Francia) e che riunisce Potere al Popolo, Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, il gruppo parlamentare ManifestA e personalità di spicco della realtà intellettuale?
Questa è l’unica proposta fin dall’origine pacifista. Fin dal primo momento siamo stati su questo fronte. E’ una proposta ambientalista, costituzionalmente orientata, per la giustizia sociale. E’ sostanziata da percorsi e da persone credibili. C’è la mia storia di garanzia nella lotta alle mafie, di lotta alle corruzioni (di cui nel Paese non si parla più). Dietro all’Unione popolare c’è una squadra di storie individuali e collettive. Ed è l’unica notizia, mentre sui media domina la sceneggiata degli uni apparentemente contro gli altri, mentre sono tutti quanti insieme come ministri del governo Draghi.

 

Nel patto Letta-Calenda, che va da Fratoianni di Sinistra italiana a Gelmini, ex ministra di Forza Italia, ora passata ad Azione, indubbiamente qualche contraddizione c’è. Fratoianni si è battuto per la scuola pubblica, Gelmini ha tagliato i fondi alla scuola e sostiene l’autonomia differenziata. Come possono stare insieme?
Da tempo stavano lavorando a un grande centro. Lo scenario è chiaro: Da una parte le destre (più che centrodestra direi destra con un pizzico di centro, con Meloni, Salvini e quel che rimane di Forza Italia di Berlusconi), dall’altra un grande centro. Vedo che i giornalisti nei pastoni continuano a chiamarlo “sinistra”, “centrosinistra”. Ma ormai è definitiva la collocazione al centro di Letta, principale azionista del governo Draghi, protagonista del fronte bellicista, regista del grande centro che va da Mastella a Gelmini, Carfagna, Brunetta Calenda, Di Maio, Renzi, Fratoianni Bonelli. Ribadisco: rispetto a questo grande centro l’unica opzione nuova siamo noi.

 

In che modo?
Avevamo proposto di formare un terzo polo. Se Fratoianni avesse ascoltato la base del suo partito, che si è espressa in modo chiaro in proposito, se Conte avesse davvero voluto rompere con Draghi… ma forse il suo è stato un riposizionamento, una furberia, non so. Il suo silenzio mi fa pensare che non guardi alla costruzione di un campo in cui finalmente si possa realizzare ciò che il M5s ha detto ma evidentemente non vuole realizzare: acqua pubblica, no agli inceneritori…

 

Quella di Conte dal suo punto di vista è solo una politica degli annunci?
Parliamoci chiaro, io credo che gli italiani debbano cominciare a valutare chi le cose le ha fatte e chi le dice ma non le ha realizzate. Tornando alla sua domanda, chi glielo h fatto fare di metterci la faccia: porto l’esperienza di chi ha fatto l’acqua pubblica, di chi non ha privatizzato un servizio di rilevanza istituzionale, di chi realizzato politiche dei beni comuni, di chi si è speso per la democrazia partecipativa, di chi ha buttato fuori la camorra e i politicanti dal palazzo. Il silenzio di Conte lo interpretiamo come una non volontà di venire su un campo alternativo di rottura rispetto al sistema. Questo fin qui. Poi le cose in politica possono cambiare, fino all’ultimo minuto.

 

Cosa risponde a chi accusa la sinistra radicale di nihilismo? C’è il rischio concreto che la destra meno presentabile vinca le elezioni. Dopo cinque anni di loro governo cambiare le cose sarebbe difficile tornare indietro. Potrebbero cambiare la Costituzione in senso presenzialista. Rischiamo che l’Italia diventi come l’Ungheria di Orban?
Questa argomentazione non regge più, Il Pd è già al governo con la destra. Non è credibile il segretario Letta quando dice non dobbiamo andare con Salvini e con Berlusconi, mentre fa parte di un governo con ministri che sono espressione proprio di quella parte. Questo è il primo fatto. Il secondo- e non mi fa per nulla piacere dirlo – è che le peggiori riforme negli ultimi anni le ha fatte il centrosinistra: dalla cancellazione dell’articolo 18, al Jobs act di Renzi, ad alcune controriforme costituzionali, per non dire del progetto di autonomia differenziata. Ci troviamo di fronte ad una totale inaffidabilità democratica dei partiti di centro al governo.

 

Resta la questione del voto utile contro la destra destra.
E’ inutile agitare lo spauracchio della destra quando ci sei pappa e ciccia ogni giorno. Addirittura Letta è andato a fare il dibattito con la Meloni dove si sono scambiati fiori e carezze. Ora Letta mi viene a dire tutti contro le destre? Suvvia, oggi dobbiamo costruire proposte credibili, portare proposte ambientaliste, di sinistra, basate sulla Costituzione, questo è il tema. Io penso che una volta entrati in Parlamento con la forza della nostra proposta potremmo essere determinanti. Anche perché la destra non ha un numero di voti tale da essere autosufficiente.

 

Fin qui la pars destruens ma quali sono le vostre proposte riguardo all’agenda sociale? Parlate di giustizia ambientale legata a sociale, in che modo? Vogliamo essere coraggiosi, visionari, lei dice. E allora come immagina l’Italia da qui a trent’anni? Quali politiche per esempio per i giovani?
I segnali immediati che bisogna dare da subito sono sul tema economico, sociale, dei giovani e dell’ambiente. In primis, banalmente, bisogna contrastare le povertà, penso a un reddito domestico a quello di cittadinanza per chi è senza introiti. Questo però non deve essere un alibi per non attivare politiche per il lavoro. Il nostro obiettivo è crearlo. Perché solo con il lavoro c’è emancipazione. Il secondo segnale netto e immediato da dare è il varo del salario minimo. E’ necessario un adeguamento del potere di acquisto delle famiglie al costo della vita. Gli stipendi, pensioni o salari che siano, devono essere adeguati al caro vita. Per trovare le risorse necessarie dobbiamo tassare le grandi rendite finanziarie, quelle degli oligarchi e gli extra profitti delle multinazionali.

 

Basta?
No. Dobbiamo pensare a un nuovo modo di essere sinistra, non parlando solo ai dipendenti pubblici e agli operai ma anche al vasto mondo dei professionisti, delle partite Iva, dei lavoratori autonomi. Dobbiamo pensare anche alle piccole e medie imprese. Vanno sostenute. Meno burocrazia e più incentivi se creano lavoro e rigenerazione urbana, riqualificazione. Poi c’è il tema importantissimo della giustizia ambientale, a cui lei accennava: noi siamo in condizione – come dimostra la mia esperienza a Napoli – di risolvere l’emergenza rifiuti senza fare nuovi inceneritori. Dobbiamo sottrarre i beni comuni a chi li sfrutta per fare profitto privato. L’energia, l’acqua, le foreste, i mari sono una straordinaria ricchezza del nostro Paese, è un patrimonio enorme che deve essere e restare pubblico.

 

Quanto alle rinnovabili e alla non più rinviabile transizione ecologica?
Dobbiamo dire no all’ implementazione del fossile, al nucleare, agli inceneritori. La vera politica ambientalista non emerge dall’accordo con Brunetta, Calenda e gli altri. Emerge dal dire no alle loro politiche, dicendo sì all’economia circolare, all’autosufficienza energetica, all’implementazione del solare, dell’eolico, del geotermico, di tutte le fonti non inquinanti. Questo solo per citare solo alcune priorità, ovviamente il programma è molto più ampio. Ma mi permetta di dire solo una cosa in più riguardo ai giovani.

 

Prego.
Secondo i nostri calcoli c’è bisogno di almeno un milione di posti di lavoro nella pubblica amministrazione perché ormai abbiamo solo pensionamenti. Per far ripartire il Paese deve ripartire anche il settore pubblico, il che significa far funzionare bene la pubblica amministrazione e snellire la burocrazia.

 

Lotta alle disuguaglianze, lavorare per la soddisfazione dei bisogni, ma la sinistra deve anche saper rispondere alle esigenze di realizzazione di se delle persone, preoccuparsi del loro benessere non solo materiale. Riflettere su ciò che fa star bene, la socialità, la cultura. Su questo lei a Napoli ha lavorato molto, cosa può dirci in base alla sua esperienza di cui racconta anche nel suo nuovo libro?
E’ vero investire sulla cultura è stato un punto importante per Napoli. Importante è anche contrastare la desertificazione di luoghi che vengono abbandonati, puntare sulla rigenerazione dei borghi, delle aree interne. Noi abbiamo inteso il turismo e la cultura non come gentrificazione e turistizzazione ma come valorizzazione culturale dei territori. La cultura è stata la principale arma di riscatto della nostra comunità. Puntare molto sulla nuova coesione sociale, lavorare sulla partecipazione, sui diritti e sulle libertà civili è il nostro obiettivo anche a livello nazionale. Noi non avremo nessun problema ad attuare i diritti civili. Così come non avremo problemi ad attuare una politica estera basta sulla fratellanza, sulla solidarietà con i popoli, come quella già avviate a Napoli con i curdi e i palestinesi, per arrivare all’Europa unita nelle sue diversità, rifiutando cortine di ferro e logiche da guerra fredda. Il nostro è un programma radicale ma di governo, non è astrattamente utopistico. A Napoli ho dimostrato che si può essere visionari e concreti allo stesso tempo.

04/08/2022

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

È stato presentato, in un’affollata conferenza stampa, oggi 4 luglio, a Napoli il simbolo con cui l’Unione Popolare, si presenterà alle imminenti elezioni politiche.

 

Insieme al suo capo politico Luigi de Magistris, alle parlamentari uscenti di ManifestA, a DeMa, a PaP e al Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea si stanno unendo centinaia di personalità, di uomini e donne che cercano un’alternativa per questo Paese.

 

Un’alternativa pacifista, internazionalista, ambientalista e femminista che vuole dare voce a chi è priva/o di rappresentanza da troppi anni, a chi si vede ogni giorno sottrarre spazi di democrazia, chi perde diritti, chi non ha la prospettiva di immaginarsi un futuro perché ha un lavoro precario, o un salario insufficiente o proprio non ce l’ha un lavoro.

 

Un’alternativa realmente antifascista e antirazzista, radicalmente diversa dalle forze che oggi chiamano al voto utile e che fino a ieri con le destre hanno governato.

 

Il disprezzo totale per le regole democratiche impone al nostro progetto politico, appena iniziato, di dover raccogliere 40 mila firme in pochi giorni, sotto il sole d’agosto, per poter semplicemente partecipare alla competizione elettorale. Siamo certi di farcela grazie alla generosità e all’impegno di tante e tanti che non si rassegnano. Sono queste donne, questi uomini a dimostrare quotidianamente che esiste un Paese diverso e migliore della classe politica che oggi lo rappresenta e lo governa.

In allegato il simbolo di Unione Popolare

       

 

LAVORO E DIRITTI 

 

03/08/2022

Unione popolare Genova

 

Ieri mattina, dopo l’annuncio dell’amministratore delegato secondo cui l’azienda si trova in una situazione di pre-fallimento, si è tenuta un’assemblea davanti ai cancelli della fabbrica. Al termine il corteo dei lavoratori Ansaldo, dopo aver attraversato Sampierdarena, ha deviato il suo percorso andando verso il casello autostradale di Genova Ovest di fatto bloccandolo. Il blocco stradale è stato tolto solo in tarda mattinata.

 

Qui di seguito il comunicato dell’Unione Popolare di Genova a sostegno dei lavoratori dell’Ansaldo

 

“Solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori di Ansaldo Energia.Blocco stradale sull'autostrada

 

L’Unione Popolare esprime incondizionata solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori di Ansaldo Energia a cui è stata comunicato il pre-fallimento dall’amministratore delegato Giuseppe Marino, intenzionato a portare i libri in tribunale, per supposta mancanza di commesse additando la guerra come principale motivo della crisi. I 2400 lavoratori diretti, e circa 400 in subappalto, sono sotto vergognoso attacco di un sistema di politiche industriali fallimentari

 

che in una fase di crisi socioeconomica inedita per il nostro paese rischia di portare alla chiusura l’azienda e al disastro di migliaia di lavoratori e famiglie, ed un ulteriore impoverimento del tessuto manufatturiero. Giustamente i lavoratori chiedono le dimissioni dell’amministratore delegato Giuseppe Marino ed un incontro con la Cassa Depositi e Prestiti, e soluzioni concrete a livello occupazionale per il mantenimento della continuità produttiva. La lotta dei lavoratori dell’Ansaldo è una lotta di tutti e tutte!

 

Noi stiamo con chi lotta: Lavoro diritti dignità per le classi popolari!

L'Ansaldo non deve chiudere !   

POLITICA NAZIONALE  |  POLITICA ITALIANA   

 

02/08/2022

da Left

di Saverio Ferrari

 

Bologna, 2 agosto 1980: la strage nera finanziata dalla P2

 

La regia della loggia segreta di Gelli, i numerosi depistaggi, il ruolo dell’eversione di estrema destra. E quell’autobomba a Milano, due giorni prima dell’attentato terroristico alla stazione del capoluogo felsineo. Ripercorriamo la tortuosa vicenda giudiziaria con cui si è cercato di fare luce su uno dei più intricati “misteri” italiani

 

In poco più di due anni, considerando le lentezze della giustizia italiana, si sono conclusi i processi di primo grado nei confronti di altri due imputati per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, la più grave e sanguinosa nella storia della Repubblica: 85 morti e 200 feriti. Prima, il 9 gennaio 2020, dopo 52 udienze è arrivata dalla Corte d’assise di Bologna la condanna all’ergastolo per l’ex Nar (Nuclei armati rivoluzionari) Gilberto Cavallini, per concorso in strage con Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, già sentenziati in via definitiva. Poi, il 6 aprile scorso, dopo 76 udienze, sempre la Corte d’assise di Bologna ha condannato all’ergastolo Paolo Bellini, anche lui accusato di essere un esecutore della strage, ex terrorista di Avanguardia nazionale, killer di ‘ndrangheta e per un periodo collaboratore di giustizia. Con lui sono stati anche condannati a sei anni per depistaggio l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, e a quattro Domenico Catracchia (la richiesta era stata di tre anni e sei mesi), amministratore per conto del Sisde di immobili in via Gradoli a Roma, dove al n. 96 si era installata, tra il settembre e il novembre del 1981, una base segreta dei Nar. Catracchia avrebbe detto il falso negando di aver dato l’appartamento in affitto a un prestanome dell’organizzazione terroristica.

 

Nell’ambito di questo secondo procedimento giudiziario, fatto assai rilevante, la Procura generale di Bologna ha individuato come mandanti e finanziatori della strage: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Umberto Federico D’Amato (per 20 anni al vertice dell’Ufficio affari riservati) e Mario Tedeschi (ex senatore missino e direttore de Il Borghese), tutti iscritti alla P2, non più perseguibili in quanto ormai defunti.

 

 

Va dato merito all’Associazione dei familiari delle vittime di essere stata all’origine di queste due nuove inchieste, avendo avviato negli anni precedenti un approfondito lavoro di ricerca, incrociando migliaia e migliaia di pagine di atti giudiziari, sempre analizzati separatamente e mai prima correlati fra loro, non solo relativi a Bologna, ma anche ai tanti processi per fatti di strage e terrorismo dal 1974 in avanti. Da questo lavoro è scaturito un dossier inoltrato alla magistratura nel luglio 2015 sul ruolo svolto nella strage da Gilberto Cavallini, ma anche sulle strutture clandestine che avevano operato, sui presunti mandanti e finanziatori degli stragisti.

 

Il filmato in Super 8 che inchioda Bellini


Paolo Bellini, 69 anni, era arrivato a questo processo vantando una lunghissima e quasi incredibile carriera criminale. Dopo aver assassinato il militante di Lotta continua Alceste Campanile, il 12 giugno 1975, ed essersi reso latitante all’estero dal 1976 per vari reati a suo carico, era tornato in Italia dal Brasile sotto falsa identità. Divenuto amico nel 1978 del procuratore di Bologna Ugo Sisti, che sarà poi titolare delle indagini sulla strage, proseguì la sua carriera come killer della ‘ndrangheta compiendo almeno dieci delitti, per poi collaborare con i carabinieri, ed in questa veste interloquire con la mafia siciliana, quella delle bombe del 1993 e degli attentati mortali a Falcone e Borsellino.

 

Decisiva per la sua condanna è stato un filmato amatoriale in Super 8, girato dal turista svizzero Harald Polzer pochi istanti dopo l’esplosione della bomba collocata nella sala d’aspetto, in cui il volto di Bellini era rimasto impresso. Si trovava lì. A riconoscerlo nelle immagini anche l’ex moglie che ha così fatto cadere l’alibi che alle 10.25, l’ora dello scoppio, lo collocava lontano dalla stazione.

 

Cavallini e quel legame coi carabinieri


Su Gilberto Cavallini erano stati invece riscontrati alcuni fatti di estrema rilevanza. Tra questi, i rapporti intercorsi fra le nuove leve del terrorismo nero, segnatamente i Nar, e i vecchi dirigenti di Ordine nuovo (fra cui Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di piazza della Loggia del 1974 a Brescia) e di Avanguardia nazionale, ma soprattutto il possesso da parte dei Nar di decine di tesserini ufficiali dei carabinieri forniti dal colonnello Giuseppe Montanaro appartenente alla P2, nonché la disponibilità da parte di Cavallini, incredibile ma accertato, di numeri telefonici in uso all’ufficio Nato presso la sede della Sip (la società telefonica) di Milano.

 

Il conto corrente di Gelli


Ora, dalla documentazione raccolta dalla Procura generale di Bologna, che ha gestito l’atto di accusa nei confronti di Bellini e degli altri ex appartenenti ai carabinieri e ai servizi, si sarebbe arrivati alle prove dell’avvenuta regia da parte della P2 nell’organizzare la strage e gli innumerevoli successivi depistaggi, architettando false piste soprattutto internazionali per proteggere i Nar. In questo ambito sono stati acquisiti i riscontri dei finanziamenti dell’intera operazione, prima e dopo il 2 agosto 1980, elargiti a più riprese a partire dal febbraio 1979. Milioni di dollari (quasi 15) che, scandagliando gli atti del processo per il crac del Banco ambrosiano, la Guardia di finanza ha provato essere provenienti da conti correnti svizzeri di Licio Gelli.

 

Solo da uno di questi, presso la Banca Ubs di Ginevra (conto 525779-X.S.), rintracciato grazie a un manoscritto sequestrato allo stesso Gelli al momento del suo arresto in Svizzera, il 13 settembre del 1982, e significativamente denominato “Bologna”, sarebbero usciti cinque milioni di dollari. Uno di questi sarebbe stato addirittura consegnato in contanti dallo stesso Gelli in persona, pochi giorni prima della strage, ai neofascisti. I soldi sono quelli del Banco ambrosiano di Roberto Calvi, la “cassa” della P2, che sarebbero dunque serviti a finanziare anche i fascisti che eseguirono la strage, un commando più numeroso del solo gruppo di Fioravanti e Mambro, composto da elementi provenienti anche da Terza posizione e Avanguardia nazionale, tra loro Paolo Bellini.

Fascisti braccio armato della P2


Le nuove inchieste e le conclusioni dei processi a Cavallini e a Bellini dimostrerebbero che i Nar furono tutt’altro che un gruppo spontaneista, come solitamente descritti, ma letteralmente il braccio armato della P2, interni a quell’intreccio eversivo rappresentato dalla loggia segreta di Gelli, dai vertici dei servizi segreti e di alcuni apparati, con coperture nell’ambito dell’Alleanza atlantica. A riprova della loro natura la vicenda dei tesserini dei carabinieri, l’uso dei telefoni riservati della Nato, la vicenda del covo di via Gradoli, al civico 96, coperto dal Sisde.

 

Non solo Nar


A commettere la strage non furono solo i Nar. Quella mattina, queste le conclusioni processuali, alla stazione sarebbero stati presenti anche militanti di altre formazioni della destra eversiva come Terza posizione (Luigi Ciavardini e Sergio Picciafuoco) e Avanguardia nazionale, «cementate» da un fiume di denaro che arrivò dai conti svizzeri del Venerabile e dei suoi prestanome. Dietro di loro ancora una volta Ordine nuovo del Veneto, secondo la Procura generale «connivente», nonché «coinvolta nella fase di progettazione».

 

Due giorni prima: l’autobomba di Milano


Nella vicenda della strage di Bologna sempre in ombra e mai opportunamente approfondito è rimasto un attentato avvenuto poco più di 48 ore prima a Milano, quando mediante un’autobomba si colpì Palazzo Marino sede, del Consiglio comunale. All’1:55 del 30 luglio fu fatta saltare una Fiat 132 carica di esplosivo nelle vicinanze dell’ingresso riservato ai consiglieri. La vettura esplodeva disintegrandosi quasi completamente, causando gravi danni all’interno del palazzo con il danneggiamento di infissi e vetrate e lo scardinamento del cancello di ingresso. Davanti si formò un profondo cratere. Danneggiata fu anche la facciata della vicina chiesa di San Fedele, così alcuni stabili circostanti, nonché le vetture parcheggiate intorno. Parti della Fiat 132 vennero addirittura ritrovate sui tetti degli edifici che si affacciavano sulla piazza. Nessuna vittima.

 

Le conseguenze dell’esplosione sarebbero state anche maggiori se, oltre ai sei chili circa di polvere da mina tipo Anfo contenuti in un tubo di piombo, fossero esplosi altri due chili di esplosivo contenuti in un altro tubo e altri sei posti in una tanica, entrambi proiettati all’esterno della vettura e fortunatamente non deflagrati. Si era da poco conclusa la prima seduta del consiglio che aveva eletto la nuova giunta di sinistra, Pci-Psi. Il sindaco, Carlo Tognoli, solo da un attimo si era allontanato dal suo ufficio, al secondo piano. L’autobomba era stata collocata lì sotto a pochi metri. Una scheggia di lamiera fu ritrovata conficcata nell’apparecchio telefonico sulla sua scrivania. Solo per una manciata di minuti non si sfiorò un’ecatombe. Fu di fatto una mancata strage.

 

Furono indagati alcuni appartenenti al “Gruppo Giuliani”, una struttura eversiva di destra che si collocava in una sorta di crocevia eversivo tra i Nar, Costruiamo l’azione (erede della struttura di Ordine nuovo guidata da Paolo Signorelli) e la malavita comune. Ma non si arrivò a nulla, anche se in diverse deposizioni provenienti dall’interno degli ambienti neofascisti si confidò che l’attentato di Milano era stato «ideato» da Gilberto Cavallini. Tutti gli elementi raccolti portarono a concludere che l’attentato di Milano, con la volontà di fare strage di consiglieri comunali al varo di una giunta di sinistra, fosse parte del medesimo progetto eversivo, una prima tappa, ordita dalla P2 di Licio Gelli ed eseguita dai Nar.

 

* L’autore: Saverio Ferrari è direttore dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre


* In foto: Il graffito “Muro della legalità” che commemora la strage di Bologna, nel sottopassaggio di via Triumvirato 

LAVORO E DIRITTI

 

01/08/2022

Unione Sindacale di Base

 

Oggi come allora Cgil Cisl Uil schierate contro i lavoratori e le famiglie

 

Trenta anni fa, il 31 luglio 1992, i segretari generali di Cgil Cisl e Uil siglavano con il governo Amato e la Confindustria la cancellazione della scala mobile, condizione richiesta ai sindacati e imprescindibile per evitare le dimissioni del Governo.

 

Da quel giorno i salari dei lavoratori sono arretrati fino a divenire il fanalino di coda a livello europeo, con l'Italia unico Paese in cui si registra il segno meno nella crescita salariale.

 

Si aprì allora una straordinaria stagione di lotte operaie e sindacali, la “stagione dei bulloni” venne definita, per l'accoglienza che i lavoratori riservarono ai segretari confederali che andavano nelle piazze a cercare di spiegare l'inspiegabile, cioè che avevano accettato di tagliare per sempre i salari e gli stipendi per difendere il governo dei padroni.

 

Oggi, come mai prima, l'assenza di un meccanismo di adeguamento dei salari e degli stipendi all'inflazione sta producendo un vero e proprio collasso della capacità di acquisto delle famiglie.

 

Oggi come ieri i segretari di Cgil Cisl e Uil sono pronti a lanciare una ciambella di salvataggio ai padroni e alle politiche economiche dell'Unione Europea. La repressione delle lotte, l'uso delle magistratura contro le avanguardie sindacali vanno lette anche in questo quadro di evidente necessità di ripresa delle lotte contro l'austerità. Oggi come ieri non staremo a guardare.

Pagine