Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

In evidenza

Luigi Manconi

da il Manifesto

 

 

 

Sono la persona al mondo che meno crede alle teorie e alle sub-teorie del complotto e che meno è sensibile alle ideologie e alle cripto-ideologie della cospirazione. Al punto che quando – in occasione di quelle due o tre circostanze nel corso di un’intera vita – mi è capitato di essere sfiorato da una qualunque forma di macchinazione, ci sono cascato dentro con tutte le scarpe. Si può facilmente immaginare, dunque, quanto abbia resistito agli argomenti di un ottimo giornalista come Paolo Brogi che, nei giorni scorsi, quando un proiettile sparato da un’arma ad aria compressa ha colpito una bimba di 15 mesi, ha minuziosamente ricostruito l’elenco dei più recenti episodi simili. Ed eccolo, quell’elenco.

 

 

Nello scorso gennaio, a Napoli, un bambino straniero viene colpito alla testa da un piombino. Poi, nel corso dei mesi successivi, le aggressioni si sono ripetute in varie città. Bersagli sono ora immigrati e ora rom, come la bambina di cui già si è detto. L’altro ieri, a Caserta, un richiedente asilo, viene colpito in pieno volto da due giovani a bordo di un motorino. E, infine, ieri mattina, a Vicenza, un operaio originario di Capo Verde, sospeso su una pedana mobile a 7 metri di altezza, viene colpito da un proiettile sparato da un uomo che spiega: «Miravo a un piccione». Complessivamente, le persone colpite da armi pneumatiche dal gennaio 2018 a oggi sono state undici.

 

Dunque, in Italia qualcuno ha pianificato una serie di attentati con armi ad aria compressa contro immigrati e rom? Questo si domanda Paolo Brogi e sembra dare in qualche modo una risposta prudente ma positiva. Io resto scettico, ma la mia interpretazione dei fatti è, per certi versi, perfino più inquietante. Ritengo, cioè, che quelle aggressioni siano il frutto di una terribile dinamica di emulazione. Una vera e propria competizione silenziosa tra oscuri cecchini, dissimulati nella vita sociale e mossi da un rancore criminale e meschino nella sua anonima codardia. Certo, andrebbe verificato quale sia il numero totale degli attentati, realizzati con quelle stesse armi e non indirizzati contro bersagli “etnici”: ma una prima e sommaria indagine sembra evidenziare come la componente razziale sia sovrarappresentata.

 

Dunque, sembra assai probabile che in più luoghi del nostro Paese, più soggetti decidano di individuare e colpire bersagli immediatamente identificabili come estranei alla popolazione autoctona. Sia chiaro: non siamo ancora a una vera e propria “caccia all’uomo nero” ma già si evidenziano numerosi segnali del possibile manifestarsi di una simile tendenza. E questa attività, per giunta, trova nel tipo di arma “minore” utilizzata non solo il suo marchio e la sua identificabilità pubblica, ma anche, per così dire, la sua attenuante. Più che una azione di guerra, l’annuncio di una guerra possibile. Una strategia dell’intimidazione e della minaccia, altamente pericolosa e cruenta, ma non ancora violenza dispiegata. Dopo tutto si tratta di pistole e fucili ad aria compressa. E di ferite non mortali (anche se il morto o l’invalido permanente ci può sempre scappare). E’ proprio il fatto che non sia ancora una fase di guerra aperta a limitare la portata dei rischi e a incrementare il numero degli attentatori e degli aspiranti attentatori.

 

Il pericolo appare minore e più controllabile e meno rilevanti le conseguenze. Si tenga conto, infatti, che la detenzione di quel tipo di pistola o di fucile non richiede porto d’armi ma solo un documento d’identità al momento dell’acquisto (almeno fino ad una media potenza). E questo rende non solo facilmente accessibile la disponibilità di quelle armi, ma anche più occultabile il loro possesso e utilizzo. E, soprattutto, chi vi ricorre può arrivare a pensarsi come il necessario diffusore di un allarme o uno strumento di prevenzione e non certo come un potenziale omicida volontario. Insomma, come fosse il combattente di un microterrorismo latente e difensivo che può arrivare a colpire una bambina fino a paralizzarla, così, quasi per gioco. Uno sport estremo: una guerra civile a bassissima intensità.

 

Se volete aggiungere commenti, impressioni  potete scrivere a info@rifondazionesantafiora.it

 

 

Adriana Pollice

 

Italia. Il Viminale modifica anche l’assistenza ai richiedenti asilo. Reagiscono le associazioni.

 

«Spero di presentare in breve tempo un pacchetto sicurezza con una normativa più efficace sull’immigrazione» ha spiegato ieri il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, durante il Question time. La norma conterrà «l’estensione del numero di reati che prevedono la sospensione della domanda di asilo». Il leader leghista fa ossessivamente l’accostamento tra migranti ed emergenza, eppure è il primo a spiegare: «Dal primo giugno sono sbarcate 4.500 persone, contro le 34mila dell’anno scorso». Due i punti fermi nella politica del Viminale: respingimento in mare attraverso la Marina libica, sottrazione di fondi all’accoglienza da impiegare per i ricollocamenti. Così, ieri, ha aggiunto: «Serve un forte impulso ai Centri di permanenza per il rimpatrio. Attualmente solo 6 sono attivi, per 880 posti. Entro l’anno saranno aperti nuovi centri per ulteriori 400 posti. Per il 2019 altri siti arriveranno nelle regioni che ne sono prive».

 

SALVINI PREME sull’acceleratore ma la Cassazione frena, ieri la Sesta sezione civile ha decretato: «Il richiedente asilo ha diritto a rimanere nel territorio nazionale in pendenza dell’esame di tale sua richiesta. Non fa eccezione nel caso in cui questa istanza sia stata presentata dopo l’emissione di provvedimento di espulsione».

 

In nome della «razionalizzazione della spesa», il Viminale lunedì scorso ha emanato una direttiva che modifica le modalità di assistenza per i richiedenti asilo. I servizi di prima accoglienza verranno assicurati a tutti, mentre gli interventi per favorire l’inclusione sociale saranno riservati solo ai beneficiari di forme di protezione. Stando al Def 2017, l’Italia spende ogni anno per i migranti circa 4,7 miliardi: poco più di 3,5 miliardi va all’accoglienza, il resto finisce in rimpatri assistiti e sicurezza. L’intenzione del ministero è tagliare i costi della prima voce: dagli attuali 35 euro per migrante si passerà a 25. Il risparmio, circa 500 milioni l’anno, verrebbe spostato su rimpatri e sicurezza. Salvini ha più volte ripetuto che l’Italia è il paese con la spesa maggiore per migrante ma i dati sono differenti: il Belgio, ad esempio, destina 51,14 euro al giorno, perfino la Slovacchia (del gruppo di Visegrad) ne impegna 40. Meno di noi spendono Francia (24 euro), Polonia, Austria.

 

LA DIRETTIVA ARRIVA dopo la circolare inviata il 5 luglio ai prefetti e alle commissioni territoriali, in cui il ministro dell’Interno ha chiesto una stretta all’accoglienza. «Su 43mila domande – ha spiegato Salvini – i rifugiati sono il 7%, la protezione sussidiaria raggiunge il 15. Poi abbiamo la protezione umanitaria che, sulla carta, è riservata a limitati casi ma rappresenta il 28% che poi arriva al 40 con i ricorsi. E spesso diventa la legittimazione dell’immigrazione clandestina». Le proteste contro il Viminale sono cominciate il 5 e proseguite ieri.

 

L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione aveva sottolineato: «Il ministero non ha voce in capitolo sul merito delle domande». Mercoledì Medici senza frontiere è intervenuta sulla direttiva: «Avrà l’effetto di inasprire le condizioni dei richiedenti asilo, aggravarne i disagi e ostacolare l’individuazione di persone vulnerabili».
Ieri il prefetto Mario Morcone, direttore del Centro italiano rifugiati, ha sottolineato: «Il taglio dei costi peggiorerà la situazione per migranti e italiani. Il migrante rischia di restare per due anni nei centri isolato, senza fare nulla, con un senso di rabbia ed emarginazione mentre, d’altro canto, farà crescere l’insicurezza negli italiani, che li vedono starsene inattivi. Tutto questo costerà molto di più alla collettività». Il centro Astalli aggiunge: «Corsi di italiano, accompagnamento socio-legale, formazione portano i rifugiati all’autonomia, in modo da uscire rapidamente dal sistema di accoglienza».

 

È ANCORA L’ASGI a sottolineare: «Quella di Salvini non è una direttiva, sono opinioni politiche. Secondo le norme, i richiedenti asilo dovrebbero essere trasferiti nel più breve tempo possibile nel sistema di protezione, che prevede corsi di lingua e formazione professionale». Le associazioni Cild, Action Aid, Indie Watch, Asgi, Cledu e Arci chiedono che vengano riviste le procedure operative degli hotspot per assicurare, in particolare, il diritto di asilo e la tutela dai respingimenti collettivi. «L’approccio hotspot – spiegano – ha prodotto una crisi generalizzata del diritto d’asilo in Europa, configurando anche forme illegittime di trattenimento».

 

Se volete aggiungere commenti, impressioni  potete scrivere a info@rifondazionesantafiora.it

Adriana Pollice

 

Marchionne. Il ricordo di un operaio di Pomigliano

 

«L’era Marchionne a Pomigliano d’Arco per me è cominciata nel 2008: lo stabilimento Giambattista Vico chiude per 70 giorni, ci dovevano rieducare dissero. C’erano i camorristi sulle linee, eravamo i più assenteisti del gruppo (ma poi dissero lo stesso a Mirafiori), non andavamo a lavorare per vedere le partite del Napoli, insulti quotidiani dentro la fabbrica e sui giornali. La rieducazione serviva sia a introdurre il Wcm, il sistema di produzione ideato dalla Toyota, che a farci abituare a lavorare in una specie di caserma, dove la direzione e il caporeparto decidono tutto». Luigi ha la tessera Fiom, trentanni di esperienza al Vico, ricorda il prima e il dopo Marchionne: «Fino al 2008 producevamo tre Alfa Romeo, la 147 a tre e cinque porte, il Gt coupé e la 159. Modelli che avevano vinto premi come auto dell’anno. Il centro di ricerca stava lavorando ai Suv. Ci trovammo all’improvviso dipinti come dei nullafacenti che dovevano imparare a fare le automobili. Un giorno vado al corso e vedo che i cancelli del Vico stavano cambiando colore, al posto del rosso l’azzurro. Così ha capito che ci avrebbero tolto le Alfa. Invece di tre auto di lusso ci siamo ritrovati con una sola utilitaria, la Panda, e metà forza lavoro dichiarata in esubero dall’azienda».

 

L’ad porta al Vico lo stile Usa: «Al corso ci facevano sentire il monologo di Al Pacino in Ogni maledetta domenica, alle pareti delle aule c’erano grandi poster, ad esempio un campo di pecore bianche e una sola nera, che rappresentava il nostro stabilimento. Venivano i campioni dello sport a fare discorsi motivazionali. Soprattutto, ci spiegavano il processo produttivo mentre i vigilantes controllavano i reparti, non era mai successo, addirittura ti seguivano se andavi in bagno. Se chiedevi il permesso di andare in bagno ma prima andavi a comprare l’acqua ti arrivava una contestazione. Ci fecero pure ridipingere e pulire i reparti dove poi allestirono la linea della Panda».

 

Dell’arrivo di Marchionne a Pomigliano non può raccontare perché era finito in cassa integrazione, come la totalità degli iscritti Fiom: per tornare sulle linee c’è voluta la sentenza della Cassazione nel 2014 che ha condannato l’azienda per comportamento antisindacale. «Il giorno in cui arrivò al Vico noi della Fiom eravamo fuori a fare un picchetto. Quando sono rientrato a lavoro ho trovato dei tempi di produzione vertiginosi. C’è chi lavora su una piattaforma che scorre, la testa ti gira e così vai avanti con il nimesulide in tasca. Prima avevamo due pause da 20 minuti e la mensa a metà giornata, i tavoli e le sedie per socializzare. Adesso la mensa è a fine turno, che equivale a non averla, poche sedie e tre pause da 10 minuti. In 10 minuti o vai in bagno o bevi o telefoni a casa o ti siedi e, qualsiasi cosa scegli, lo devi fare di corsa. Io, dopo ogni pausa, sono più stressato di prima».

 

L’abbandono del contratto nazionale e l’utilizzo di quello aziendale, firmato da Cisl e Uil ma non dalla Fiom, ha conseguenze nella relazioni al Vico: alle prime assemblee sindacali della Fiom a Pomigliano, dopo il rientro in fabbrica delle tute blu Cgil nel 2014, partecipavano solo 15, 20 persone: gli operai temevano che l’azienda per ritorsione li mettesse in cassa integrazione. Perché al Vico c’è chi ha sempre lavorato (facendo pure gli straordinari) e chi era finito in cig a zero ore. La Fiom si è battuta per ottenere il contratto di solidarietà in modo da redistribuire lavoro e reddito. Ogni volta che la Fiom incontrava i rappresentanti Fca era in un tavolo separato, la controparte si sedeva solo perché costretta da una sentenza. La scorsa settimana al ministero del Lavoro è stata la prima volta che tutti i sindacati e l’azienda hanno discusso insieme: per Pomigliano altra cig straordinaria per 12 mesi, la Panda resta fino al 2022, sul secondo modello nessuna chiarezza.

 

Se volete aggiungere commenti, impressioni  potete scrivere a info@rifondazionesantafiora.it

Marco Revelli

da il Manifesto

 

Auto e dintorni. Sergio Marchionne è stato l’«uomo della transizione». Ha portato la Fiat fuori dall’Italia. E l’Italia fuori dall’era industriale. Ma la sua eredità è piena di macerie. L’autoritarismo padronale dei referendum a Pomigliano e Mirafiori lascia centomila operai in meno, fabbriche vuote e un futuro incerto sulle auto di domani

 

L’«Era Marchionne» finisce bruscamente. Anzitempo, e drammaticamente.

 

Quello deciso ieri dai consigli di amministrazione di Fca, Ferrari e Cnh riuniti d’urgenza a Torino non è un avvicendamento fisiologico (che sarebbe dovuto avvenire nel 2019, come preannunciato dallo stesso Marchionne, con l’approvazione dei conti del 2018).

 

È piuttosto il frutto di un imprevisto. Di uno stato di necessità che assegna al termine «fine» un carattere più perentorio. In qualche modo definitivo, di quelli che, appunto, trascinano con sé il senso di un bilancio.

 

 

Cosa è stato Marchionne per la Fiat e per Torino? Cosa ha rappresentato per l’Italia? E in qualche misura per tutti noi, che sotto il segno di auto, industria, finanza abbiamo vissuto e, negli ultimi tempi, patito?

 

È l’«uomo che ha salvato la Fiat e l’ha portata nel mondo» – come recita la congregazione dei plaudenti – o quello che ne ha decretato la fine facendola americana?

 

È il manager che ha sburocratizzato la pesante macchina industriale fordista introducendovi lo stile informale e il passo lieve del demiurgo post-moderno, o quello della mano pesante e del tradizionale autoritarismo padronale nei referendum di Pomigliano e Mirafiori?

 

È l’uomo del futuro, che incarna nella propria visione e nella propria azione un «nuovo paradigma» industriale-finanziario, o è «soltanto» un buon navigatore nella sistematica del caos che caratterizza la nostra epoca, capace di mantenersi a galla grazie alla propria vocazione a cambiar forma?

 

Difficile dare ora una risposta certa. Ma su un punto credo di avere le idee chiare.

 

Marchionne è l’«uomo della transizione». Non certo l’uomo del passato – di un passato industriale diventato indubbiamente improponibile -, ma nemmeno l’uomo del futuro.

 

HA TRASCINATO LA FIAT fuori dal Novecento (e dal fondo di un baratro), ma non l’ha consegnata a un’identità certa e stabile. A un «modello» nuovo e sicuro. Ha pareggiato i conti, certo (e si tratta di un quasi-miracolo che gli ha permesso di annodarsi per la prima volta dal 2006 la cravatta al collo), ma Fca rimane comunque un gruppo minore nel panorama dei grandi produttori automobilistici globali: l’ottavo, con i suoi 4.863.291 autoveicoli venduti (di cui appena un settimo prodotto in Italia), il 5,1% del mercato, esattamente la metà rispetto a colossi come Volkswagen e Toyota, molto dietro alla francese Renault.

 

Un gruppo del tutto incerto sul profilo del proprio prodotto: unica certezza il successo di Jeep (il cui capo del brand, Mike Manley, è appunto il successore di Marchionne), per il resto oscillazioni tra l’opzione per modelli premium e de luxe o i tradizionali prodotti di massa.

 

In una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche era stato annunciato un piano d’investimenti massicci sull’auto elettrica (45 miliardi in 4 anni), un settore difficile, affollato, a micidiale competitività, con concorrenti dalla tradizione ventennale come Toyota, che garantirebbe di sicuro vantaggi futuri ma su cui tutto resta molto incerto, ed embrionale.

 

Più chiara ed evidente la questione dell’Italia. Qui la «transizione» si è consumata con un exit secco, cioè con un trasferimento di risorse e di sedi che ha assestato un durissimo colpo alla vocazione industriale del Paese.

 

FORSE POTREMMO DIRE che l’Italia industriale, così come l’avevamo conosciuta nella seconda metà del XX secolo, ha cessato ufficialmente di esistere allora, con quell’esodo, quando la Fiat non ha cambiato solo nome, sede legale (Olanda) e sede fiscale (Londra), ma con un massiccio trasferimento di tecnologie ha contribuito al rinsanguamento di un’industria automobilistica americana esangue restando tuttavia a sua volta in una condizione di anemia quasi mortale.

 

Con il 2010 del «Progetto Italia», lanciato in gran pompa l’anno prima come condizione per una resa sindacale e operaia pesantissima, non è rimasto più nulla.

 

Sotto l’ala protettrice di Barak Obama, il baricentro è stato spostato da Torino e dalla Campania al Michigan e Detroit.

 

Qui da noi sono rimasti gli scheletri spolpati di Mirafiori (oggi pressoché deserta, dopo che i residui operai della Maserati sono stati concentrati a Grugliasco) e di Pomigliano (dove la parabola discendente della Panda lascia una scia dolorosa di cassa integrazione cronica).

 

Era stato lo stesso Marchionne, da Fabio Fazio (sempre lui!), nell’ottobre del 2009 ad affermare, testualmente, che «la Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l’Italia». E da uomo di parola aveva fatto seguire i fatti.

In Italia Fca è passata dai 120mila dipendenti del 2000 ai 29mila di oggi

Oggi i dipendenti diretti di Fca in Italia sono 29.000 compresi quelli di Maserati e Ferrari. Erano oltre 120.000 nel 2000.

 

ORA SERGIO MARCHIONNE lascia silenziosamente la scena quando l’era della transizione – il «suo» tempo – è finita.

Il mondo che viene avanti non è più quello della globalizzazione leggera, dello spazio liscio della comunicazione e delle contaminazioni feconde, e neppure di quella più dura dalla competizione feroce.

È il tempo dei muri e dei dazi. Delle barriere e del confronto muscolare. Il tempo delle guerre commerciali che minacciano di non fare prigionieri. Forse ricorderemo i suoi maglioncini tutti uguali, nel tempo degli elmetti e delle tute mimetiche.

 

Se volete aggiungere commenti, impressioni  potete scrivere a info@rifondazionesantafiora.it

20.07.2018

 

Processi. Depositate le motivazioni della sentenza sulla trattativa Stato-mafia conclusosi il 20 aprile scorso

 

«L’improvvisa accelerazione che ebbe l’esecuzione del dottore Borsellino» fu determinata «dai segnali di disponibilità al dialogo – ed in sostanza, di cedimento alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci – pervenuti a Salvatore Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via D’Amelio».

E’ quanto si legge nelle motivazioni del processo sulla trattativa Stato-mafia conclusosi il 20 aprile scorso con la condanna, fra gli altri, del generale dei carabinieri Mario Mori, dell’ex senatore di Fi Marcello Dell’Utri e di Massimo Ciancimino.

 

Per i giudici «non vi è dubbio» che i contatti fra Mori e Giuseppe De Donno con Vito Ciancimino, «potevano essere percepiti sal boss Salvatore Riina come ulteriori segnali di cedimento dello Stato e forieri di sviluppi positivi per l’organizzazione mafiosa nella misura in cui quegli ufficiali lo avevano sollecitato ad avanzare richieste cui condizionare la cessazione della strategia di attacco frontale allo Stato».

 

Per i giudici, inoltre, un ruolo importante lo avrebbe svolto anche Marcello Dell’Utri.

 

«Con l’apertura alle esigenze dell’associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell’Utri nella sua funziona di intermediario dell’imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994 – è scritto nelle motivazioni -, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992».

 

Se volete aggiungere commenti, impressioni  potete scrivere a info@rifondazionesantafiora.it

Adriana Pollice

da Il Manifesto

 

Sicuri da morire. Morti una donna e un bambino, un’altra donna tratta in salvo da Open Arms. Salvini: «Tutte bugie, io tengo duro»

 

Una barca con 158 migranti è stata intercettata dalla Guardia costiera libica al largo di Khoms: una nota della Marina di Tripoli ieri mattina informava brevemente sull’operazione aggiungendo che il gruppo aveva ricevuto aiuti umanitari e assistenza medica prima di essere portato in un campo profughi. Secondo Proactiva open arms al racconto manca un pezzo: «La Guardia costiera libica non ha detto che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e hanno affondato la nave perché non volevano salire sulle motovedette» ha scritto ieri sui social il fondatore della Ong catalana, Oscar Camps. Nel video postato si vedono i corpi di una donna e di un bambino, privi di vita, sulle assi di legno del fondo di un gommone distrutto. «Quando siamo arrivati – prosegue Camps – abbiamo trovato solo una delle donne ancora viva. Quanto tempo avremo a che fare con gli assassini arruolati dal governo italiano?». I corpi sono stati recuperati e portati a bordo dell’Open arms: a una prima analisi del medico di bordo, Giovanna Scaccabarozzi, il bambino di circa cinque anni ha resistito più a lungo ma non abbastanza per poter essere salvato.

 

È riuscita invece a sopravvivere Josephine: viene dal Camerun ed è rimasta due giorni in mare, aggrappata a un asse della carena. Uno dei volontari si è gettato in acqua per recuperarla e, con il resto dell’equipaggio, l’ha issata a bordo assiderata e sotto choc, come racconta Annalisa Camilli, giornalista dell’Internazionale che ha seguito il salvataggio.

 

Secondo l’Ong, lunedì erano stati avvistati due gommoni, come da comunicazioni tra il mercantile Triades e la Marina libica. La Guardia costiera di Tripoli avrebbe però deciso di effettuare le operazioni di salvataggio da sola. Quello che è avvenuto, accusa Camps, «è la conseguenza diretta del fatto che l’Europa ritiene la Libia un paese con un governo e una Guardia costiera capace di intervenire. Denunciamo l’omissione di soccorso in acque internazionali della presunta Guardia costiera libica, legittimata dall’Italia». Open arms nel pomeriggio ha messo la prua verso nord, in direzione Lampedusa. Non per entrare in porto ma almeno consegnare i due corpi e la sopravvissuta alla Marina italiana. Non è escluso però che possa dirigersi verso al Spagna.

 

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è stato costretto a correre ai ripari. Lunedì aveva ripetuto: «Dobbiamo cambiare la normativa per includere i porti libici in quelli sicuri. C’è questa ipocrisia in Europa per cui si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». Nel pomeriggio è arrivata una nota: secondo il Viminale quella di Proactiva Open Arms sarebbe «una fake news», la fonte una giornalista tedesca presente al salvataggio. Il portavoce della Marina di Tripoli, Ayoub Qasem, si è poi difeso: «Nessuno è rimasto in mare. Probabilmente alcuni migranti sono annegati prima dell’arrivo delle motovedette» per poi accusare le Ong che «ostacolano le nostre attività».

 

Intanto però ci sono i numeri. In base ai dati diffusi dall’Oim, i morti nel Mediterraneo nel 2018 sono stati 1.443, in proporzione molti di più rispetto al 2017 visto che gli sbarchi sono calati dell’81%. Il deputato di Leu Erasmo Palazzotto, che è a bordo dell’Astral (la seconda imbarcazione della Proactiva open arms), ha attaccato: «Caro Salvini e caro Minniti, di questi assassini siete responsabili voi con i vostri accordi. L’Italia presti soccorso alla donna sopravvissuta che ha urgente bisogno di cure». Il leader leghista non fa una piega: «Il mio obiettivo è salvare tutti, ma evitare che arrivino in Italia. Bugie e insulti di Ong straniere confermano che siamo nel giusto. Le Ong i porti italiani li vedranno in cartolina».

 

Le conseguenze degli attracchi bloccati sono altri morti. Gli ultimi, in acque italiane, risalgono a venerdì. I 450 a bordo del peschereccio partito da Zuara erano arrivati a Linosa. Il tragitto monitorato dal Centro di coordinamento di Malta e poi di Roma ma nessuno è andato a salvarli perché la politica dei due governi questo impone. Erano senza acqua né cibo, al largo dell’isola siciliana hanno visto due motovedette della Capitaneria di porto e una della Guardia di finanza ferme e nessuna operazione per prenderli a bordo. In 34 allora si sono buttati in mare per raggiungere i soccorritori a nuoto. Solo allora, difronte al pericolo immediato, è stato possibile mettere da parte il veto del Viminale e mettere i battelli in acqua per salvarli. Quattro somali però sono annegati.

 

Se volete aggiungere commenti, impressioni  potete scrivere a info@rifondazionesantafiora.it

Andrea Colombo

 

Bruxelles. Bertaud, portavoce della Commissione Europea per l'immigrazione: «Nessuna imbarcazione europea riporterà i profughi in Libia»

 

La scelta cinica di adoperare i migranti come ostaggi da spendere nel braccio di ferro con l’Unione europea ha forse fatto le prime vittime. Il ministro Salvini, da Mosca, trascura il particolare. Conferma di procedere sulla stessa linea e ingaggia un nuovo scontro con l’Europa. Chiede alla Ue di considerare la Libia «porto sicuro». Incassa un secco no da parte della portavoce della Commissione europea, Natasha Bertaud: «Non consideriamo che lo sia». Nessun Paese nessuna imbarcazione europea riporteranno i profughi su quelle spiagge. Il ministro italiano replica minaccioso: «O si cambia o saremo costretti a procedere da soli».

 

SIA CHIARO, se la cura suggerita da Salvini, cioè la blindatura dei confini, «il blocco delle partenze aiutando Tunisia, Marocco, Libia ed Egitto a controllare mari, porti e confini», è totalmente sbagliata, non si può dire altrettanto della diagnosi. Quando accusa l’Europa di doppiezza dargli torto è impossibile: «C’è un’ipocrisia di fondo in base alla quale si danno i soldi ai libici, si forniscono le motovedette, si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». In effetti da un lato, giustamente, l’Europa riconosce che respingere i profughi significherebbe metterli nelle mani di torturatori e stupratori, ma allo stesso tempo la commissaria Mogherini vanta come risultato eccezionale la «caduta degli sbarchi dell’85% rispetto all’anno scorso». Come se fosse inumano riportare i migranti nei lager libici ma non lasciarceli per impedirgli di arrivare in Europa.

 

LE STESSE FONTI della Commissione devono percepire la contraddizione, perché fanno filtrare una spiegazione di tipo giuridico e non politico. C’è una sentenza del 2012 della Corte europea per i diritti dell’uomo che va in questo senso, spiegano. Ecco perché sia Salvini che la stessa Mogherini che la sottosegretaria agli Esteri Del Re insistono sulla possibilità che la Libia venga dichiarata invece «Paese sicuro» nel prossimi futuro. Pensando alle notizie che dalla Libia arrivano, suona come una beffa macabra.

 

Salvini ci spera. Punta a fare della Fortezza Europa la nuova strategia dell’intera Ue: «Non far partire e non far più sbarcare nessuna persona è l’obiettivo. La Ue deve convincersi che è l’unica soluzione». E sul divieto dei respingimenti: «Qualcosa che è vietato oggi può diventare normalità domani». Non è la linea di Conte, che mira a ripetere lo schema di accordi bilaterali con vari Paesi che ha sbloccato la situazione dei 450 profughi tra sabato e domenica. Non è la linea degli «alleati a metà» della Lega, i forzisti che, al contrario, insistono con la Gelmini sulla revisione di Dublino. Non è neppure, ovviamente la linea della Ue, che però gela anche Conte. «Siamo contenti che nel weekend si sia trovata una soluzione sulle due navi, ma siamo convinti che soluzioni ad hoc non possano durare a lungo termine», commenta infatti il portavoce della Commissione Schinas. «La politica estera non si improvvisa», chiosa la capogruppo azzurra al Senato Bernini.

 

TRA LA FINE di questo mese e l’inizio del prossimo la Commissione cercherà di mettere a punto una soluzione provvisoria basata sui «centri sorvegliati» nei Paesi di primo ingresso e sul tentativo di codificare maggiormente le ridislocazioni. La Mogherini insisterà per un’accelerazione della già prevista modifica della missione Sophia. L’idea di Conte è apportare una modifica lieve ma radicale: ripartire nei diversi paesi i porti di sbarco, mentre al momento le navi arrivano tutte in Italia. Far accettare la proposta è però un’impresa quasi impossibile. Difficilmente però la «revisione» metterà in discussione la guida italiana della missione. Perdere il comando significherebbe infatti avere meno argomenti e minor potere contrattuale. Sarebbe autolesionismo anche per Salvini, che pare essersi convinto.

 

LA SITUAZIONE è in realtà lontanissima da una soluzione. Le parole di Salvini da Mosca, dopo aver minacciato il veto sulla conferma delle sanzioni contro la Russia, sfiorano la dichiarazione di guerra: «La Ue vuole continuare ad agevolare lo sporco lavoro degli scafisti? Non lo farà in mio nome».

 

Se volete aggiungere commenti, impressioni  potete scrivere a info@rifondazionesantafiora.it

 

di Alessandro Avvisato

da Contropiano

 

Vista da fuori, la querelle tra Di Maio, Tria, Salvini e Boeri sul numero di disoccupati che creerebbe il cosiddetto “decreto dignità” è decisamente divertente. E molto istruttiva.

 

Il nostro giudizio sulla prima versione di questo decreto l’abbiamo dato subito, e non ci sembra di doverlo correggere, visti i “peggioramenti” che sono stati fin qui concordati (reintroduzione dei voucher, più “flessibilità” sulle causali dei contratti a termine, ecc). In pratica, per chi lavora, cambia poco o nulla; così come per le imprese. Solo un’operazione pubblicitaria per dare a Di Maio e all’ala Cinque Stelle del governo un po’ di visibilità in più rispetto allo straripante Salvini sul bagnasciuga, a fare la sentinella conto i barconi.

 

Nonstante la pochezza, però, i campioni del neoliberismo rimasti in carica anche dopo il disastro elettorale del Pd hanno trovato il modo di fare un po’ di cagnara. Gli ormai famosi “8.000 occupati in meno”, apparsi nottetempo nella Relazione tecnica che accompagna il provvedimento nel suo iter verso la discussione in Parlamento, hanno fatto evocare “complotti”, “manine” e “manone” come ai gloriosi vecchi tempi della Dc e di Craxi.

 

Lì per lì i grillini se la sono presa col ministro dell’economia, Giovanni Tria, che nell’esecutivo rappresenta insieme a quello degli esteri (Moavero Milanesi) la “garanzia europeista”, ovvero il rispetto dei trattati e degli impegni presi in materia di bilancio. Poi Di Maio e Tria hanno emanato una nota congiunta da cui si capisce che la “manina” è di Tito Boeri, presidente dell’Inps snominato da Renzi ed economista famoso per l’intransigente difesa dei dogmi neoliberisti conditi da un sorriso piacione.

 

La nota sarebbe forse bastata a tacitare i malumori infra-governativi, senza sollevare altri conflitti, se non ci fosse stata una critica che “un professionista dell’economia” non poteva far finta di non vedere: «il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ritiene che le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili».

 

“Privo di basi scientifiche” significa che quei numeri sono inventati, messi lì solo per creare diffidenza nei confronti del governo, uno sgambetto politico… E uno come Boeri non se la poteva ovviamente tenere.

 

Nella sua risposta c’è però davvero il concentrato della voodoo economics che regola il mondo, spacciata per verità scientifica unanimemente riconosciuta. E una visione del mondo che spiega benissimo come il mondo del lavoro sia arrivato a contare zero, il Pd a scomparire dalla scena politica e “la sinistra” a essere identificata come “nemico del popolo”.

 

«Siamo ai limiti del negazionismo economico. Il provvedimento comporta un innalzamento del costo del lavoro per i contratti a tempo determinato e un aumento dei costi in caso di interruzione del rapporto di lavoro per i contratti a tempo indeterminato. In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro. In un’economia con disoccupazione elevata, questo significa riduzione dell’occupazione. È difficile stabilire l’entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione. La stima dell’Inps è relativamente ottimistica. Prevede che il 10% dei contratti a tempo determinato che arrivano a 24 mesi di durata non vengano trasformati in altri contratti, ma diano luogo a flussi verso la disoccupazione riassorbiti al termine della durata della Naspi. Non si contemplano aggravi occupazionali legati alle causali. In termini assoluti l’effetto è trascurabile: si tratta dello 0,05% dell’occupazione alle dipendenze in Italia».

 

Abbiamo messo in evidenza il passaggio che ci sembra decisivo: se il costo del lavoro aumenta, anche solo di una frazione infinitesimale (lo 0,5%, nel caso di rinnovo del contratto a termine, previsto dal decreto), l’occupazione scende. Il che è vero solo in una situazione di perenne crescita zero. Sembra invece di sentire, dietro le forbite e accademiche parole di Boeri, l’urlo scomposto delle imprese italiote che sono disposte ad assumere solo se possono retribuire il lavoro il meno possibile (il sogno è il “lavoro gratuito che fa curriculum”, come sperimentato per Milano Expo).

 

E si comprende anche perché le imprese italiche siano così poco competitive con quelle del resto del mondo. L’idea di “sistema economico” che sta dietro quelle parole è infatti una specie di danza immobile, dove la situazione non cambia mai, non si cresce mai, a somma zero; e dunque ogni sopravvivenza dell’impresa si fonda sull’impoverimento del lavoro. E’ l’introiezione della stagnazione permanente, senza progetti e senza speranze, di fatto di un sistema di imprese senza futuro.

 

Che questa “visione” possa essere dipinta come l’”opposizione democratica e liberale” a un governo effettivamente fascioleghista e pasticcione dà la misura della devastazione del quadro politico nazionale. E’ come se, sulla legislazione del lavoro, si fosse scatenata una gara a chi è più boia. La destra fa finta di voler “dare qualcosa”, ma si guarda bene ovviamente dal farlo sul serio; l’opposizione “democratico-scientifica” ribatte polemica che non bisogna nemmeno far finta. Sia mai detto che poi i lavoratori si convincano che qualcosa, in effetti, gli spetta….

 

Se volete aggiungere commenti, impressioni  potete scrivere a info@rifondazionesantafiora.it

 

13.07.2018

di Sergio Cararo

Da Cntropiano

 

Nostra intervista a Mimmo De Stradis, operaio di Melfi e delegato Usb dello stabilimento.

Ormai è uno storming mediatico internazionale la notizia dello sciopero degli operai della Fca contro le enormi cifre per l’ingaggio di Cristiano Ronaldo alla Juventus. Articoli sulla Bbc, Il Telegraph, la Reuter, TheIndipendent, El Pais, La Vanguardia perfino il Chicago Tribune e TeleSur, sena contare i giornali sportivi di mezzo mondo.

La FCA/Juventus per timore o forse per ridurre i danni di immagine, ha ridotto a bassa intensità l’evento per la presentazione dell’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juve. Niente bagno di folla e festa in piazza ma solo una conferenza stampa. Gli operai torinesi, magari saranno anche in tanti ad esseresupporter della Juve, ma il nervo scoperto suscitato dallo sciopero non può essere anestetizzato tanto facilmente, neanche dentro quella manipolazione della realtà che il sociologo Filippo Viola ha descritto come “la società astratta”.

Il clamore internazionale suscitato dalla convocazione dello sciopero della Usb negli stabilimenti Fca di Melfi, ma anche di altri sindacati di base a Pomigliano, sembra infatti aver colto una contraddizione viva e lacerante dentro la narrazione che nasconde accresciute iniquità e disuguaglianze sociali nel nostro paese, dietro la vetrina di lustrini, della spettacolarizzazione e di business milionari.

 

C’è molta soddisfazione ed anche tanta saggezza operaia nelle parole di Mimmo De Stradis, operaio e delegato della Usb dello stabilimento di Melfi, che con lo sciopero sui milioni a Cristiano Ronaldo ha strappato il velo e riportato la questione del rapporto tra la Fca/Fiat e i suoi operai.

Su Melfi si è abbattuta di nuovo la “riorganizzazione aziendale” con la dichiarazione di 1640 esuberi e la messa in contratto di solidarietà per 5600 operai. La produzione della “Punto” è stata cancellata, si faranno solo Jeep e veicoli per la gamma alta e per gli operai comincia un altro calvario. L’operazione partirà il prossimo 23 luglio. “Sembra quasi una casualità, eppure se dividiamo i soldi previsti per Cristiano Ronaldo con quanto percepisce un operaio della Fca, viene esattamente fuori che equivale al salario di 1640 operai” sottolinea Mimmo De Stradis.

Ma perché lo sciopero e come mai questo clamore? “La vicenda di Cristiano Ronaldo ovviamente non è questione di tifoseria, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

Devi ammettere però che è uno sciopero anomalo, o no? “Noi abbiamo scioperato per solidarietà anche con gli operai serbi della ex Zastava di Kragujevac o agli operai di Piacenza. Siamo un sindacato di sostanza” ci dice Mimmo, “ Se volevamo fare un sindacato “piacione” saremmo stati con la Fismic”. Mimmo non vuole commentare le posizioni degli altri sindacati- “Non lo facciamo per principio” – ci tiene a precisare, ma come è noto, e questo lo precisiamo noi, gli altri sindacati Fim Fiom Uilm Fismic si sono schierati contro lo sciopero.

Sarebbe bello se la Fca/Fiat perseguisse sul piano degli investimenti gli stessi risultati che intende ottenere con la Juventus” aggiunge Mimmo. Fino al 2004 gli operai Fca di Melfi, a parità di lavoro, guadagnavano meno degli operai degli altri stabilimenti attraverso una sorta di nuove gabbie salariali che penalizzano i lavoratori nel Meridione. Poi si è riuscito a spezzare questo meccanismo perverso, ma i salari degli operai Fca non permettono certo di sognare né somigliano neanche lontanamente a quelli di un calciatore delle serie minori, figuriamoci di un campione e pallone d’oro come Cristiano Ronaldo. “Il nostro sciopero ha una motivazione semplice e chiara, è uno sciopero contro l’iniquità e le disuguaglianze lavorative e sociali diventate insopportabili” conclude Mimmo De Stradis.

Una diagnosi vera per parole pesanti come pietre nella realtà sociale del nostro paese. Uno sciopero che ha preso decisamente in contropiede una difesa arcigna come quella della FCA/Juventus strappando il velo e facendo una operazione verità. Praticamente è un eurogoal, questa volta dalla parte dei lavoratori.

11/07/2018

Leo Lancari

 

Mediterraneo. Sbarcheranno in Italia i 66 migrati salvati dalla Vos Thalassa. «Motivi di ordine pubblico». I migranti si erano ribellati per paura di tornare in Libia. A salvare la situazione la Guardia costiera

 

Salvini nega l’approdo ad una nave italiana e per la prima volta Toninelli decide di aprire i porti nonostante la decisione contraria del collega di governo. Sui migranti è di nuovo crisi tra Lega e M5S. Questa volta ad accendere lo scontro sono i 66 migranti tratti in salvo domenica dal rimorchiatore italiano Vos Thalassa e che avevano tentato un presunto ammutinamento alla vista di una motovedetta libica che si stava avvicinando alla nave. La situazione si è risolta solo quando, dopo aver ricevuto la richiesta di aiuto da parte del comandante del rimorchiatore, la nave Diciotti della Guardia costiera italiana si è avvicinata e ha preso a bordo i migranti.

 

Superata positivamente e senza danni per nessuno l’emergenza in mare, si è però aperto lo scontro politico. Toninelli – dal quale la Guardia costiera dipende – decide di far sbarcare i migranti in modo anche di permettere l’apertura di un’inchiesta su quanto avvenuto a bordo del rimorchiatore. Dal Viminale però, che lunedì sera aveva annunciato di non voler far approdare la Vos Thalassa, per tutto il giorno non arriva nessuna indicazione sul porto prescelto nonostante la cosa riguardi ormai la Diciotti e non più il rimorchiatore. E niente arriva fino a ieri sera, quando la Diciotti si trovava ornai a poche miglia dalle coste italiane.

 

Per ore tra Toninelli e Salvini va avanti uno scontro silenzioso ma palpabile, che si materializza nella riunione convocato dal premier Conte a palazzo Chigi per discutere del vertice dei ministri degli Interni che si apre domani a Innsbrick ma dalla quale, guarda caso, manca proprio il titolare del Viminale. «Ci siamo chiariti», prova a gettare acqua sul fuoco Toninelli all’uscita da Palazzo Chigi. «Salvini pensava che fossimo di fronte all’ennesimo salvataggio, io gli ho spiegato che era un intervento di ordine pubblico perché c’erano state delle minaccia di morte all’equipaggio» della nave battente il tricolore. Chiarimento o no, la situazione non cambia.

 

Non è la prima volta che il rimorchiatore Vos Thalassa – che presta servizio alla piattaforme petrolifere che si trovano ai limiti delle acque internazionali, interviene in soccorso di barconi in difficoltà, ma in passato tutto è sempre filato liscio anche perché nel Mediterraneo non c’erano ancora le motovedette di Tripoli e perché nessuno minacciava di chiudere i porti alle navi che prestavano soccorso ai migranti come avviene oggi. Domenica scorsa il Von Thalassa ha avvistato un barchino in procinto di affondare in acque internazionali.

 

A comporre il gruppo di 66 migranti tra i quali anche tre donne e sei bambini. A determinare l’ammunitamento è stata molto probabilmente la paura di essere riportati dalla Guardia costiera libica nei campi di detenzione del Paese nordafricano, paura che ha portato il gruppo di migranti a minacciare l’equipaggio della Vos Thalassa. In serata un ghanese e un sudanese sono stati individuati come due tra gli autori della rivolta.«In quali di questi paesi c’è guerra?», ha chiesto ieri Salvini polemizzando sulla nazionalità delle persone tratte in salvo.

 

Se volete aggiungere commenti, impressioni  potete scrivere a info@rifondazionesantafiora.it

Pagine