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POLITICA  NAZIONALE

 

14/03/2022

da Contropiano

Giorgio Cremaschi

 

Tutti i governanti della UE stanno lanciando il nuovo hashtag politico: economia di guerra. Che poi vuol dire la guerra nell’economia.

 

Dal 1914 ad oggi economia di guerra vuol dire due scelte di fondo. La prima è la riconversione bellica del sistema produttivo. La seconda è la redistribuzione ulteriore delle ricchezze a danno della grande maggioranza della popolazione e favore di piccole minoranze di super ricchi, soprattutto quelli che con la guerra faranno giganteschi affari.

 

Profitti di guerra ed ingiustizia sociale dilagano assieme.

 

Così ora ci addestrano alla ineluttabilità dei tremendi sacrifici che ci pioveranno addosso per finanziare l’economia di guerra, di cui uno dei primi pilastri è il riarmo.

 

La Germania ha già annunciato un mega investimento di 100 miliardi in armi.

 

Ora il vertice UE di Versailles fa suo quell’obiettivo della NATO che, con la sua nota brutalità, Trump aveva rivendicato agli alleati europei: almeno il 2% del PIL speso per le armi.

 

L’Italia nel precedente decennio ha costantemente aumentato la spesa militare, compensando questi maggiori costi con i tagli alla sanità e alla scuola. Una bella “scelta di civiltà” e Draghi ha recentemente affermato che che bisogna spendere ancora di più per armarci.

 

L’ultimo bilancio militare dell’Italia ha fatto toccare per la prima volta la spesa di 26 miliardi all’anno. Ora, se obbediremo alle direttive congiunte UE e NATO, dovremo portare questa spesa a circa 40 miliardi all’anno.

 

Un aumento spaventoso, 14 miliardi per anno, 140 miliardi in dieci anni. Nel decennio precedente, che pure ha prodotto i danni sanitari e sociali che abbiamo vissuto nella pandemia, l’incremento era stato di “soli”37 miliardi.

Quindi sanità, scuola, pensioni, servizi pubblici saranno ancor più devastati per armare il paese.

 

La guerra è un crimine e l’economia di guerra il suo primo complice.

 

No al riarmo, no alla economia di guerra, no alla guerra.

 

ECONOMIA DI GUERRA

Rifondazione Santa Fiora 

EDITORIALI E COMMENTI   |   MANIFESTIAMO PER LA PACE 

 

13/03/2022

da il Manifesto

Marco Revelli

 

Opinioni. Stiamo con gli aggrediti e i più deboli. Per ridurre le sofferenze dei civili e per la fine del conflitto. Mandare armi dove ce ne sono già troppe non serve né all’uno né all’altro scopo

 

La guerra contiene in sé l’infinita potenza del negativo. Con un altrettanto infinito potere di contagio. Dovremmo saperlo, ma lo dimentichiamo sempre: non si limita a distruggere vite e mondi. Corrompe e contamina occupando le menti e le anime con la propria logica perversa. Ha le caratteristiche che Gustav Jung attribuiva all’archetipo germanico di Wotan – il Capo della caccia e l’Ospite Furioso che irrompe della casa dell’Io e lo stravolge -, definendo “questo fenomeno generale come Ergriffenheit, uno stato di rapimento o possessione”. Resisterle è difficile.

 

Forse solo chi l’ha conosciuta davvero, ne ha provato l’orrore “col corpo” – chi ha visto il volto di Medusa, direbbe Primo Levi -, riesce a sottrarsi fino in fondo alla cattura (a non lasciarsi “pietrificare dentro”). Probabilmente per questo, nel frastuono mediatico in cui siamo precipitati dal 24 di febbraio, con l’aggressione russa all’Ucraina, i pochi capaci di parlarne con un barlume di “coscienza di causa” sono quei militari (penso al generale Fabio Mini, ad esempio) che sono stati effettivamente in uno “scacchiere di guerra” a differenza di troppi professionisti dell’informazione o della politica.

 

Personalmente questa lezione l’ho dovuta imparare da mio padre Nuto, che l’essenza della guerra dovette “viverla” nel punto più terribile della ritirata di Russia, nel gennaio del ’43, nella piana di Nicolaevka, in quella che chiamerà la “notte dei pazzi”, quando – scriverà – “capì tutto”: la vergogna del fascismo, lo sfacelo dell’esercito, il tradimento del Re, la lontananza di una patria indifferente e corrotta, guidata dai retori dell’”armiamoci e partite”. Soprattutto l’orrore irredimibile della Guerra.

 

La verità indicibile che gli avevano rivelato i suoi alpini, montanari costretti a diventare soldati, e cioè che in guerra, in ogni guerra, è sempre la povera gente a pagare il prezzo più caro. Sono loro, e non quelli che le guerre le decidono e le comandano (o magari anche solo le commentano), a subirne sofferenze e conseguenze.

 

Scrivo questo perché quella memoria famigliare sepolta nella mia infanzia col suo carico di tragedia mai veramente superata, mi è ritornata fuori d’improvviso all’esplodere di questa nuova guerra, combattuta negli stessi luoghi di quella di allora, con gli stessi nomi che ritornano. Un’emozione nuova su un materiale emotivo vecchio, una lacerazione in più rispetto a quelle che la cronaca quotidiana infligge a tutti oggi. E mi chiedo come far tesoro della lezione di allora per affrontare i dilemmi di oggi. Come tentare quantomeno di evitare che gli errori e le sofferenze di allora si sommino con (gli stessi?) errori e sicuramente le stesse sofferenze di oggi.

 

Credo che il primo pensiero, per chi intenda resistere alla possessione di Wotan, sia l’obbligo morale, civile e politico di fare il possibile (e anche l’impossibile) per impedire che la guerra scoppi (e su questo interroghiamoci se davvero Europa e Occidente sono innocenti). Ma soprattutto, e a maggior ragione, una volta sciaguratamente scoppiata, per impedire che si estenda e incrudelisca.

 

Non si tratta qui di decidere “da che parte stare” tra aggrediti e aggressori, tra più deboli e più forti: si sta con gli aggrediti e i più deboli, con buona pace dei manifestanti fiorentini che denunciano il pacifismo “equidistante”. Ma di scegliere, consapevolmente, “come stare”. Con quali forme e quali mezzi, al fine di ridurre al minimo le sofferenze della popolazione e di avvicinare il più possibile la conclusione del conflitto. Mandare armi là dove ce ne sono già troppe (e ne vediamo purtroppo i tragici effetti) non serve né all’uno né all’altro scopo.

 

Significa gettare benzina su un fuoco che occorrerebbe invece spegnere prima possibile; alzare un livello di scontro che ci si dovrebbe sforzare di abbassare. Rischiare di allargare i confini di un conflitto che si dovrebbe invece limitare, finendo per coinvolgervi gli stessi che dovrebbero svolgere il ruolo di mediatori. Confondere un’onorevole mediazione con la “perdita dell’onore” è pessima retorica, foriera di rovine.

 

Ha ragione Donatella Di Cesare quando ci invita a scegliere se vogliamo “aiutare il popolo ucraino aggredito” o “fare la guerra a Putin”, perché le due cose sono in contraddizione. La seconda opzione (combattere contro un nemico usando, peraltro, i corpi degli altri) significa, come è stato ferocemente detto “rendere lo scontro sempre più sanguinoso” fino al rischio estremo. La prima implicherebbe compiere ogni possibile sforzo per favorire un negoziato accettabile per entrambe le parti in una prospettiva di pace onorevole. Personalmente non ho dubbi.

 

Infine un’ultima implorazione: per favore non si usi il paragone con i “partigiani” per sostenere la linea dell’”armiamoli a casa loro”, fuori luogo e fuori contesto come ha ben messo in chiaro Alessandro Portelli su queste pagine, utile solo a sopire i sensi di colpa per la propria passata e presente impotenza.

 

Allora, purtroppo, la guerra mondiale era da tempo scoppiata, la lotta partigiana appariva una scelta difficile ma non disperata, e soprattutto il grosso degli armamenti proveniva dallo scioglimento del regio esercito o veniva conquistato con colpi di mano. L’uso propagandistico della storia, giocato sulla cancellazione delle specificità di contesto e sull’eticizzazione simbolica di fatti tra loro diversi ricondotti a un unico, semplificato, effetto emotivo,

Il potere di contagio della guerra e la verità della memoria

Rifondazione Santa Fiora 

EDITORIALI E COMMENTI      |      MANIFESTIAMO PER LA PACE 

 

Luca Baccelli*

 

La cornice. Si cerca una legittimazione giuridica dei conflitti armati. La stessa Russia invoca la dottrina della “legittima difesa preventiva”: come Bush per la guerra globale al terrore

 

L’invasione russa dell’Ucraina è una guerra di aggressione. Viola l’articolo 2 della Carta della Nazioni Unite che vieta non solo l’uso della forza, ma anche la sua minaccia. In quanto tale, costituisce il “crimine internazionale supremo”, come si esprime la sentenza del Tribunale di Norimberga fatta propria dall’Assemblea generale nel 1946. La legittimità della risposta dell’Ucraina si basa sul “diritto naturale di autotutela” previsto dall’art. 51. Tutto questo è senso comune in Occidente, ma alcuni di quelli che riaffermano questi principi sarebbero più credibili se in passato avessero condannato altri atti unilaterali di aggressione, dalla guerra della Nato alla Federazione Jugoslava nel 1999 all’invasione dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003.

 

Siamo di fronte a una drammatica emergenza umanitaria. Ancora una volta, le armi più o meno “intelligenti” causano soprattutto morti civili e le città vengono distrutte. Si ipotizzano cinque milioni di profughi e occorre un’iniziativa straordinaria per garantire il diritto di asilo. Come sarebbe dovuto avvenire per altre emergenze, fino a quella recente delle masse di profughi respinti sul confine orientale dell’Unione europea.

 

Dai commenti sui media occidentali mainstream sembra di trovarsi di fronte ad una novità assoluta, a un’inedita rottura dell’ordine internazionale perpetrata da Putin. L’Unione europea e la stessa Svizzera approvano sanzioni, la Germania rilancia la spesa militare, molti Stati, fra cui l’Italia, inviano armi “letali”.

 

Il Consiglio di Sicurezza è impotente e non potrebbe essere diversamente: come la Santa Alleanza, le Nazioni Unite hanno una costituzione oligarchica, che prevede il diritto di veto dei membri permanenti fra cui la Russia. Ma un ulteriore segnale di novità è stata la convocazione di un’Assemblea generale straordinaria che ha duramente condannato l’intervento (pur con l’astensione di potenze come la Cina, L’India, l’Iran e di molti altri paesi africani).

 

L’interpretazione prevalente legge la guerra come un attacco delle democrazie autoritarie a quelle liberali, che vedono messi a repentaglio i propri valori e si uniscono per difenderli, cercando di esorcizzare l’incubo della guerra nucleare. In un clima di mobilitazione generale l’informazione è arruolata, le voci critiche sono catalogate di default nelle liste dei “putiniani” e si arriva e episodi grotteschi come il tentativo di impedire un corso universitario su Dostoevskij.

 

Di questi temi si è parlato in un seminario online, molto seguito, organizzato da Jura Gentim. Centro per la filosofia del diritto internazionale e della politica globale, dai centri Macrocrimes e Cssi dell’Università di Ferrara e dal Movimento nonviolento. Nella sua introduzione, Alessandro Colombo ha messo in questione queste interpretazioni. La guerra scatenata dalla Russia è il prodotto di una rottura dell’ordine internazionale che si è già consumata negli ultimi decenni, della quale l’incapacità di trattare il nemico sconfitto nella Guerra fredda è un capitolo decisivo. La clamorosa impotenza diplomatica che accomuna tutti gli attori si accompagna al cedimento del tessuto istituzionale della comunità globale. I confini fra guerra e pace sono divenuti sempre più indistinti in un processo di crescente militarizzazione delle relazioni internazionali.

 

Come per dar ragione a Carl Schmitt, sembra che solo contrapponendosi a un nemico l’Europa stia finalmente trovando una sua identità comune e si costituisca come un attore geopolitico unitario. In realtà siamo di fronte a un rilancio della Nato e a un deperimento dell’Ue, che rischia di smarrire i suoi principi costitutivi, a cominciare dall’ispirazione pacifista e dalla tutela universale dei diritti. La stessa risposta unitaria all’emergenza umanitaria consente ai paesi membri di discriminare fra Ucraini e profughi asiatici e africani, istituzionalizzando una prassi che si è già vista alle frontiere.

 

La normalizzazione della guerra e la ricerca di una legittimazione giuridica, intanto, hanno fatto scuola. La stessa Russia invoca il diritto all’autodifesa dell’art. 51 e la dottrina della “legittima difesa preventiva”, di grande successo nell’epoca della “Guerra globale al terrore” di George W. Bush, fornisce qualche argomento pretestuoso. Così come utilizza l’argomento dell’ “intervento umanitario” di fronte a un genocidio, echeggiando la narrazione a sostegno della guerra del 1999 per il Kosovo.

 

In effetti le analogie fra la crisi di oggi e quella del 1999 sono evidenti e inquietanti, con la differenza che Putin appare meno preoccupato dei presidenti americani di minimizzare, fino a ridurre a zero, le perdite delle sue truppe. Più difficile rispondere alla domanda se l’invasione dell’Ucraina segni il ritorno delle tradizionali guerre fra Stati sovrani combattute sul terreno, o esprima i caratteri della “guerra globale”, informatizzata, despazializzata e priva di termini temporali.

 

Al fondo, rimane l’antico intreccio fra geopolitica e motivazioni economico-finanziarie. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara e presidente di Migrantes, ha sostenuto che si tratta di una guerra di capitalismo economico, scatenata da un’oligarchia economica che vuole espandere la sua area di controllo. E quando l’economia rende succube la politica, i diritti vengono meno.

 

Docente di Filosofia del diritto, università di Camerino. Presidente di Jura Gentim. Centro per la filosofia del diritto internazionale e della politica global fondato da Danilo Zolo

10/03/2022

da il Manifestp

Alberto Negri

 

Guerra. Da quando è cominciata la guerra in Ucraina l’incontro di oggi ad Antalya tra Lavrov e Kuleba presente il ministro Cavusoglu, è la mossa diplomatica più rilevante. Ancora una volta Ankara si distacca dall’Ue e dagli Stati Uniti: la sua astensione sulle sanzioni è rilevante perché parliamo del secondo maggiore esercito della Nato

 

Con la guerra si rimescola il Grande Gioco dell’Eurasia, dove l’Occidente con il disastroso ritiro dall’Afghanistan tocca sempre meno palla come dimostra il gran rifiuto a Biden di Arabia saudita ed Emirati sul calmiere all’oro nero. Come la Russia, la Turchia è un Paese eurasiatico e Ankara, come Mosca, è erede di un ex impero che Erdogan sta proiettando da anni dal Mediterraneo ai Balcani, dall’Africa all’Asia centrale turcofona: la Turchia si sente talmente autonoma nella Nato che non ha imposto a Mosca neppure una sanzione, cosa che gli alleati europei e americani _ media compresi _ evitano accuratamente di sottolineare.

PER QUESTO L’INCONTRO trilaterale tra il ministro russo Lavrov e il suo omologo ucraino Kuleba con il collega turco Cavusoglu rappresenta la mossa diplomatica internazionale più rilevante da quando è cominciata la guerra, anche se i russi rimarcano che avviene ai margini di un forum multilaterale in programma da tempo ad Antalya. La coincidenza che ad Ankara è in visita in queste ore il presidente israeliano Herzog, segnale di ulteriore riavvicinamento tra le due potenze mediorientali, aggiunge un peso ulteriore alle manovre di Erdogan che aveva tentato di organizzare un incontro tra Putin e Zelensky in Turchia prima dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, ma senza riuscirci.

LA TURCHIA SI GIOCA buone carte con la Russia di Putin, anche se più dura la guerra e più difficile diventa un compromesso. Ancora una volta Ankara si distacca dall’Unione europea e dagli Stati Uniti: la sua astensione sulle sanzioni è rilevante perché parliamo del secondo maggiore esercito dell’Alleanza Atlantica e del Paese che si affaccia sul Mar e Nero e controlla gli Stretti dei Dardanelli, ovvero in posizione strategica di prima linea.

TURCHIA E RUSSIA sono paesi in competizione ma che collaborano in campi strategici. La cooperazione tra Putin ed Erdogan si è sviluppata in diversi ambiti. Il più importante è costituito dall’energia, e in particolare dal gas naturale. Con oltre il 33% degli approvvigionamenti di gas, la Russia è il primo fornitore della Turchia, nonostante negli anni la quota russa si sia ridotta come conseguenza della diversificazione energetica perseguita da Ankara e per l’arrivo sul mercato turco del gas dall’Azerbaigian. Il gas russo, che giunge in territorio turco attraverso due gasdotti sottomarini nel Mar Nero (il Blue Stream, costruito da Eni e inaugurato nel 2003, e il TurkStream, messo in funzione nel 2020), garantisce flussi costanti che non si sono interrotti neanche nelle fasi più critiche delle relazioni bilaterali, come quella seguita all’abbattimento di un jet russo in Siria da parte delle forze turche nell’ottobre del 2015.

ALLA COOPERAZIONE energetica si aggiunto un nuovo e assai sensibile comparto, quello della difesa. Nel 2019 Ankara ha infatti acquistato il sistema di difesa missilistico russo S-400, per cui la Turchia, membro della Nato, è stata espulsa dal programma degli F-35.

Al di là del gas, la collaborazione si è estesa anche al nucleare, con la società russa Rosatom che sta sviluppando la prima centrale nucleare turca nell’Anatolia meridionale, che dal 2025 dovrebbe produrre circa il 10% del fabbisogno di elettricità. Le forniture energetiche ovviamente costituiscono la parte più consistente degli affari bilaterali. La Russia è il terzo partner commerciale della Turchia dopo Germania e Cina, con un interscambio di 34,7 miliardi di dollari nel 2021, e il secondo fornitore dopo la Cina. Inoltre i russi sono stati nel 2019 i turisti più numerosi in Turchia con 7 milioni di presenze. E i russi sono stati anche i primi a tornare quando lo hanno consentito le misure sulla pandemia.

IL FATTO CHE LA CINA abbia forti interessi in Turchia, dove l’inflazione al 50% sta abbattendo i prezzi reali delle acquisizioni di imprese e infrastrutture, rende ancora più interessante il triangolo Pechino-Ankara-Mosca: di fatto questi tre Paesi controllano direttamente o indirettamente gran parte dei traffici terrestri e navali (nel caso di Turchia e Cina) tra l’Asia e l’Europa. Ecco perché la Russia punta a impadronirsi di Odessa e della fascia costiera ucraina. La Cina controlla porti rilevanti: un paio in Turchia, il Pireo in Grecia e una parte di Haifa in Israele. La Turchia ha la sua sfera di influenza, in aspra concorrenza con la Grecia e la Ue, nel Mediterraneo orientale che ora con politica della Patria Blu e l’intervento in Libia del 2019 ha allargato fino alle coste della Tripolitania.

AL DI LÀ DI QUESTI aspetti, Turchia e Russia sono anche in accesa competizione in diversi teatri di crisi, in particolare in Siria, Libia, Azerbaijan, dove i due paesi si trovano su fronti contrapposti, e dove entrambe cercano di consolidare le rispettive posizioni, evitando allo stesso tempo qualsiasi scontro diretto. Mentre il presidente Erdogan tiene aperti i canali di dialogo sia con Mosca che con Kiev con le forniture militari agli ucraini.

PER LA TURCHIA, che ha molto da perdere dal conflitto tra Kiev e Mosca, è in gioco la sicurezza e l’equilibrio di forze nel Mar Nero, area particolarmente sensibile nella storia delle relazioni turco-russe. Su questo sfondo, da una prospettiva turca, l’Ucraina costituisce un argine all’influenza e alla pressione russa nella regione del Mar Nero. Non sorprende che la Turchia non abbia riconosciuto l’annessione russa della Crimea nel 2014 e poi abbia venduto i suoi droni a Kiev.

Ma nonostante questo sostegno all’Ucraina la Turchia si guarda bene dal compiere mosse che possano compromettere i suoi interessi con Mosca. Alla faccia della Nato e degli europei.

 

In Turchia oggi in scena il grande gioco euroasiatico

Rifondazione Santa Fiora 

EDITORIALI E COMMENTI  |   

 

09/03/2022

da Left

Giulio Cavalli

 

Le emissioni globali di anidride carbonica legate alla produzione di energia sono rimbalzate nel 2021 al livello più alto della storia registrando un +6% a 36,3 miliardi di tonnellate per la ripresa dell’economia mondiale che ha impiegato molto carbone dopo la crisi del Covid-19. Lo afferma una nuova analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), organismo espressione dei paesi Ocse. L’aumento delle emissioni globali di Co2 di oltre 2 miliardi di tonnellate, spiega l’Aie, “è stato il più grande nella storia in termini assoluti, che ha più che compensato la riduzione provocata dalla pandemia dell’anno precedente”.

 

Tutto questo mentre in Italia si pensa di tornare al carbone. In un Paese normale la mancata transizione (sottolineata dalla guerra) avrebbe dovuto far levare qualche mea culpa. Non è andata così: perfino la guerra diventa occasione per continuare a non “transitare” per la gioia del ministro alla transizione omeopatica Cingolani. Eppure nel 2021 il carbone nel mondo è stato responsabile del 40% degli aumenti di emissioni Co2 raggiungendo il massimo storico di 15,3 miliardi di tonnellate oltre il doppio rispetto ai 7,5 miliardi di tonnellate del 2019.

 

L’Europa la vede diversamente dai signorotti di casa nostra: la Commissione europea ha presentato martedì l’attesa comunicazione RePower EU, n piano per sganciare la Ue dalla dipendenza dalle forniture di gas russo “ben prima del 2030”, secondo cui ogni Paese dovrebbe identificare i progetti per accelerare transizione energetica e la definizione di nuovi impianti per le energie rinnovabili “di preminente interesse pubblico”, velocizzare i permessi e iniziative per le installazioni di pannelli fotovoltaici sui tetti e sviluppare la filiera delle pompe di calore. “Dobbiamo mettere milioni di pannelli solari in più sui tetti di case, uffici e fattorie. E dobbiamo velocizzare le procedure autorizzative per i progetti relativi all’energia eolica onshore e offshore e per l’energia solare: è una questione di interesse pubblico prevalente”, ha sottolineato Timmermans.

 

Insomma, gli amanti del carbone si mettano il cuore in pace: è tempo di svoltare sulle rinnovabili. Anche in tempo di guerra.

 FORTE 'STA TRANSIZIONE

Rifondazione Santa Fiora

EDITORIALI E COMMENTI | MANIFESTIAMO PER LA PACE

 

05/03/2022

da il Manifwsto

Tariq Ali*

 

Crisi ucraina. L'Ue è stata incapace di fermare l'espansione della Nato, mentre negli Usa commentatori sia liberal che conservatori sapevano che avrebbe portato al conflitto con la Russia

 

I politici europei dell’estremo centro (centrodestra e centrosinistra) si sono compattati dietro la Nato come una forza del bene. Il centrosinistra sembra essere ancor più propenso al bellicismo del centrodestra. Un manto di conformismo ricopre il continente. Non si trova alcun sognatore. Nel frattempo i rifugiati africani e indiani che fuggono dalla guerra in Ucraina non vengono lasciati entrare o vengono assaliti e abusati. Le guerre della Nato in Yemen e Somalia continuano mietendo più vittime di quelle in Ucraina sinora. E, naturalmente, i paesi Nato supportano inequivocabilmente la continuata occupazione israeliana della Palestina. Le vite non bianche non hanno grande importanza a “Natoland”.

 

L’UE SI È DIMOSTRATA incapace di fermare l’espansione della Nato, mentre negli Stati uniti commentatori sia liberali che conservatori sostenevano che la logica di questa espansione sarebbe stata il conflitto con la Russia. Le rubriche di Thomas Friedman degli ultimi giorni sono critiche nei confronti della Nato. Altrettanto lo è Henry Kissinger. E la scorsa settimana Ted Galen Carpenter del Cato Institute ha scritto: “E’ evidente da molto tempo che l’espansione della Nato condurrebbe a una tragedia. Stiamo pagando il prezzo dell’arroganza Usa”. L’élite tedesca, che negli ultimi trent’anni è stata incapace di esercitare un’influenza sulla Nato, ha ora deciso di accettare la richiesta spesso ripetuta da Washington, e ha intrapreso un immenso programma di riarmo.
A differenza della maggior parte dei politici e dei commentatori dell’Ue, Carpenter e altri analisti americani non devono nascondere il fatto che la Nato è uno strumento delle politiche imperialiste americane. L’espansione della Nato e dell’Unione europea hanno reso ogni tentativo di indipendenza della Ue da Washington come un sogno a base di marijuana. Sono consapevoli di chi comanda. Sanno chi dirige lo spettacolo.

 

L’ELITE BRITANNICA sta ora prendendo di mira la Stop the War Coalition creata nel 2001 dopo che la Nato ha lanciato l’operazione Libertà duratura (provo a non ridere) per occupare l’Afghanistan. Nelle ultime settimane, sia Boris Johnson che Starmer (il leader del Labour della sua corrente di destra) hanno attaccato il movimento pacifista. Starmer ha dichiarato che nessun deputato laburista può criticare la Nato, e ha minacciato di espellere coloro che parlano ai comizi di Stop the War. Questa è la democrazia in azione. Una nebbia di mistificazioni e propaganda avvolge la Gran Bretagna. Gli elementi più estremi vogliono rischiare un conflitto atomico. I media qui hanno lodato i manifestanti per la pace russi ma attaccano Stop the War perché rifiutiamo di assolvere la Nato dalla sua parte di responsabilità nell’aver creato questa situazione, come pure sostengono molti commentatori statunitensi.
La guerra di Putin sta andando male. L’intento di creare uno stato fantoccio russo sul modello dei paesi satellite Usa/Nato nel resto dell’Europa dell’Est sembra naufragato. La popolarità di Zelensky è alle stelle. Ciò che ora probabilmente accadrà è una partizione dell’Ucraina, i cui termini prima o poi dovranno venire negoziati. Le mode della Nato cambiano. Putin un tempo era un amico, lodato da Clinton e Blair per i suoi “successi” nella sconfitta dei ceceni, e ringraziato da Washington per aver consentito che le basi militari ex sovietiche venissero usate per la conquista dell’Afghanistan. Oggi Putin è il male incarnato. E domani?

 

NEL FRATTEMPO, la “civiltà occidentale” è al suo apice di stupidità nel momento in cui un’università italiana cancella una lezione su Dostoevsky, o con i musicisti russi sotto attacco, eccetera. Confrontate ciò al discorso di Lev Kopelev, uno studioso tedesco e traduttore per l’Armata rossa durante la seconda guerra mondiale. Nelle sue memorie (No Jail for Thought), Kopelev (immortalato come il buon comunista Rubin nel capolavoro di Solzhenitsyn, Il primo cerchio) descrive il suo ingresso in una stanza piena di ufficiali tedeschi di tutti i gradi dopo la resa di Stalingrado. Li descrive come distrutti, fisicamente e mentalmente, mentre mormorano “ci vergogniamo di essere tedeschi”. Kopelev (un ebreo russo la cui parte stava vincendo la guerra) dice loro: non vergognatevi di essere tedeschi. Vergognatevi di combattere per i nazisti. La cultura tedesca, gli dice, si risolleverà. È la cultura di Goethe e Schiller, Beethoven e Bach, Marx e Engels. Non dovete rigettare questo patrimonio. Un’argomentazione diversa da quella impiegata da Lukacs in La distruzione della ragione. E anche se Kopelev in seguito divenne un dissidente, i suoi saggi sulla cultura tedesca erano ancora altamente considerati. Questa è una lezione per gli imbecilli che vogliono boicottare la cultura russa.

 

Intanto Stop the War sta organizzando, in dieci città, degli eventi in cui si chiede il ritiro delle truppe russe e la fine dell’espansione Nato. C’è stata qualche piccola manifestazione anti-Nato a Napoli e Milano, e Jean-Luc Melenchon, il candidato presidenziale di France Insoumise (al 13% nei sondaggi contro il 3% dei socialisti) ha chiesto il ritiro della Francia dalla Nato. Piccoli fremiti, ma non senza importanza.

 

* Tariq Ali è fondatore e leader di Stop the War, il più grande movimento nazionale pacifista del mondo, nato nel settembre 2001 dopo l’attentato alle Twin Towers

Un movimento per fermare in Europa la guerra di Putin. E la Nato

INTERNAZIONALE | MANIFESTIAMO PER LA PACE

 

04/03/2022

da il Manifesto

Giuliano Santoro

 

No War. Dall’appello spariscono le critiche alla Nato e all’invio di armi. Non basta a Sbarra, che accusa i promotori di «equidistanza»

 

Continuano ad arrivare adesioni alla manifestazione nazionale contro la guerra in Ucraina di domani a Roma. E però man mano che ci si avvicina all’evento si entra nel vivo dei nodi politici. Nessuno ha usato giri di parole per condannare l’invasione russa dell’Ucraina, ma sono sorte controversie. In primis in relazione alle decisioni del governo, sopratutto quella di inviare armi letali sul campo di battaglia.

 

LA GIORNATA di ieri ha fatto registrare un’ingombrante defezione. Si è sfilata la Cisl. Nel pomeriggio ha diffuso un comunicato, a firma del segretario generale Luigi Sbarra, che parla di «pesanti pregiudizi e derive ideologiche che sottintendono una sostanziale equidistanza tra le parti in guerra». Il concetto che, a detta di Sbarra, rende la piattaforma del corteo «irricevibile» è quello di «neutralità attiva». Pratica che tuttavia viene sostenuta e invocata anche da diverse organizzazioni cattoliche che alla manifestazione, al contrario dei vertici della Cisl, ci saranno.

 

NON SI PUÒ DIRE che gli organizzatori non le abbiano tentate tutte per tenere dentro Sbarra e la Cisl. Fin dalla serata di mercoledì, infatti, sul sito della Rete italiana per la pace e disarmo che ha convocato la manifestazione nei giorni precedenti l’appello a manifestare è stato sbianchettato, pare proprio nel tentativo di trovare una mediazione coi sindacati confederali (e con settori del Partito democratico). Spariti i riferimenti critici all’«allargamento della Nato» e rimosse le parole a favore della «sicurezza condivisa». Cancellata la critica all’invio di armi all’Ucraina decisa dal governo che era contenuta in questo passaggio: «Dall’Italia e dall’Europa devono arrivare soluzioni politiche, non aiuti militari». In compenso, molti dei soggetti principali promotori hanno deciso di diffondere le motivazioni della loro adesione. Ragioni che collimano con lo spirito originario dell’iniziativa.

 

MOLTO NETTA la posizione di Emergency: «L’invio di armi a sostegno dell’Ucraina è presentato come un’azione di responsabilità verso un popolo che resiste a un invasore – dice l’organizzazione fondata da Gino Strada – Rifiutiamo questa scelta che è di fatto la decisione di prendere parte al conflitto, fornendo i mezzi della guerra, anche se non ancora i soldati: pensare di fermare la guerra inviando armi è come voler spegnere il fuoco buttandoci sopra altra benzina. L’abbiamo visto in tutti i conflitti in cui abbiamo lavorato: le armi cancellano ogni possibilità di pace, non possono favorirla». Anche l’Arci nazionale sente il bisogno di toccare questo tema: «Dall’Italia, dall’Europa, dalla comunità internazionale devono arrivare soluzioni politiche, non aiuti militari», si legge nel documento di adesione. Così l’Associazione per il rinnovamento della sinistra: «Non condividiamo le azioni, ivi compresa quella decisa dal governo italiano, di inviare armi e strumenti bellici al paese aggredito, che va aiutato al contrario attraverso concreti sostegni alle persone e l’apertura di corridoi umanitari. Guai a incrementare una spirale dai certi esiti drammatici».

 

LA STESSA RETE per la pace e il disarmo ha sentito il bisogno di ribadire le sue posizioni: «Dobbiamo prodigarci per una cessazione degli scontri con tutti i mezzi della diplomazia e della pressione internazionale – spiegano dalla Rete – Con principi di neutralità attiva ed evitando qualsiasi pensiero di avventure militari insensate e fermando le forniture di armamenti che non portano la pace ma acuiscono il conflitto».

 

INSOMMA, sarà un corteo aperto alle diverse espressioni del popolo della pace. I giornalisti della Rete No Bavaglio, annunciando la loro presenza invitano a scendere in piazza con una bandiera della pace, i colori dell’Ucraina e un libro di un autore russo contro ogni tentazione censoria. «Il tentativo di screditare la cultura russa, in toto, nella sua produzione artistica, letteraria, sportiva è solo utile a giustificare un conflitto insensato – affermano – Questa è la guerra di Putin e di chiunque abbia interessi meramente economici nel conflitto, non è la guerra della popolazione civile».

A Roma per la pace: pioggia di adesioni. Ma la Cisl si sfila

Santa Fiora

POLITICA NAZIONALE  |  RIFONDAZIONE COMUNISTA  | MANIFESTIAMO PER LA PACE

 

03/03/2022

 

Documento approvato all’unanimità dalla Direzione nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea. Sabato 5 marzo tutte/i a Roma contro la guerra.

 

Condanniamo l’invasione russa dell’Ucraina. La decisione della Russia di abbandonare la diplomazia e invadere l’Ucraina non può essere giustificata ed è contraria al diritto internazionale e ai principi della Carta delle Nazioni Unite. La guerra non risolve i problemi, produce solo lacrime, morti, deserti di umanità e bacini di permanente rancore e odio tra i popoli. Deve essere fatto di tutto per arrivare ad un immediato cessate il fuoco. Vanno riaperti i canali diplomatici e non alimentato il fuoco con nuove armi, con il rischio di allargare il conflitto e di una guerra nucleare.

 

Siamo contro la guerra, senza se e senza ma. Lo eravamo quando la Nato bombardava la Serbia per imporre l’indipendenza del Kossovo e lo siamo oggi che la Russia invade l’Ucraina in nome dei diritti delle popolazioni del Donbass. Le analogie nella violazione del diritto internazionale sono fortissime.

 

Condanniamo l’espansionismo della NATO che ha deliberatamente prodotto una escalation irresponsabile. Siamo di fronte a uno scontro tra potenze capitalistiche che rischia di condurci alla terza guerra mondiale. Se oggi a morire sono gli ucraini e i russi, l’enorme costo economico e sociale lo pagheranno anche tutti i popoli europei mentre le industrie belliche accumulano profitti e il più costoso gas liquido statunitense si prepara a sostituire quello russo.

 

Più si inasprisce il conflitto e più ne saranno principali vittime i civili, che cadranno a causa dei bombardamenti, e le tante/i costrette all’esodo da profughi. Oggi, con chi fugge dall’Ucraina, l’Europa mostra un volto solidale. C’è da temere che a breve la loro vita subisca un destino simile a quella di coloro che fuggono da Bielorussia, Paesi Balcanici, Siria, Afghanistan, Iraq e Mediterraneo Centrale. Emerge in questi giorni un suprematismo bianco eurocentrico e razzista che considera “veri profughi” solo chi è vicino per cultura, religione, colore della pelle ed è vittima delle guerre degli altri.

 

Un’incessante martellamento mediatico cerca di strumentalizzare i sentimenti di solidarietà e umanità per trasformarli in consenso per le scelte di guerra dei governi. E questo accade in Russia come nei paesi occidentali. Si assiste alla criminalizzazione di coloro che tentano di dare una informazione più articolata del conflitto. Esprimiamo una forte preoccupazione per il clima di caccia alle streghe che si respira in tutta Europa ed anche in Italia nei confronti delle voci critiche e indipendenti nell’informazione e gli attacchi che hanno colpito persino l’ANPI. Respingiamo le accuse di essere a favore di Putin rivolte a chi come noi cerca di fermare la spirale della guerra e
critica chi la alimenta. Rifiutiamo l’indecente ondata di russofobia e ostracismo contro la cultura russa che non favorisce il dialogo tra i popoli e offende innanzitutto chi in quel paese sta esprimendo il proprio dissenso nei confronti della guerra.

 

Non ci arruoliamo e non mettiamo l’elmetto in testa. Restiamo umani. Rifiutiamo la propaganda di guerra con cui – per l’ennesima volta dopo Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria – si sta manipolando l’opinione pubblica e si sta alimentando l’isteria bellicista.

 

Rivendichiamo gli ideali dell’internazionalismo socialista e comunista che – con i principi della nostra Costituzione nata dalla Resistenza – continuano a essere la nostra bussola in un mondo che il capitalismo precipita di nuovo nella guerra.

 

Non c’è da contrastare solo l’inammissibile aggressione militare decisa da Putin.

 

Di fatto la NATO sta portando avanti una guerra per procura contro la Russia strumentalizzando il popolo ucraino che viene armato per far impantanare Putin in un nuovo Afghanistan nel cuore dell’Europa.

 

Dopo aver gettato benzina sul fuoco della crisi ucraina per anni, ora la NATO coglie l’occasione per un enorme rilancio del riarmo assolutamente immotivato visto che il bilancio militare russo è già clamorosamente inferiore a quello dei paesi NATO che spendono 18 volte più della Russia per la “difesa”. Questo riarmo sottrae risorse che potrebbero essere indirizzate alla sanità, alla scuola, alla cultura, alla solidarietà, ai trasporti, alla riconversione ecologica, al lavoro, all’accoglienza.

 

GOVERNO E PD CONTRO LA COSTITUZIONE

 

Chi vuole la pace non può non denunciare le iniziative assunte dall’Unione Europea e anche dal governo italiano.

 

L’UE e l’Italia hanno scelto di accodarsi agli USA e alla NATO invece di svolgere un ruolo di pace e mediazione. Per la prima volta l’Unione Europea ha deciso di utilizzare i propri fondi per spese militari.

 

Condanniamo la decisione del governo Draghi e del parlamento italiano di inviare armi letali e associarsi a “sanzioni” illegittime che non faranno che inasprire il conflitto e aumentare il numero di vittime. 

 

Siamo di fronte alla palese violazione del ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione e anche del diritto internazionale. Il governo e il parlamento hanno di fatto deciso di entrare in guerra con la Russia. 

 

Il PD si è posto alla testa del partito trasversale della guerra, dell’arco anticostituzionale che vede la convergenza di centrodestra e centrosinistra nel voto per il coinvolgimento diretto del nostro Paese nel conflitto.

 

Bisogna immediatamente fermare le armi e riprendere la strada della diplomazia e del diritto internazionale ma USA, NATO e UE continuano a delegittimare il ruolo dell’ONU e dell’OSCE.
L’unica via per la pace è quella del disarmo, del rispetto degli accordi di Minsk con il riconoscimento dell’autonomia delle regioni russofone e un’Ucraina neutrale in una regione demilitarizzata.

 

Purtroppo dopo il 1991 l’Unione Europea, invece che dichiarare conclusa l’esperienza dei blocchi militari e proporre una nuova democrazia multipolare, ha continuato a condividere l’esistenza della NATO in nome dell’Atlantismo, di cui proprio l’Europa è la prima vittima.

 

Gli USA hanno boicottato la normalizzazione delle relazioni fra Ue e Russia usando la NATO per fomentare tensioni e divisioni in Europa.

 

Non può essere taciuta la continua violazione da parte del governo di Kiev degli accordi di Minsk, la persecuzione nei confronti delle popolazioni di lingua russa, la glorificazione di criminali di guerra collaborazionisti dell’occupazione nazista e il suo sciovinismo nazionalista. Queste circostanze rendono grottesco assimilare il nazionalismo ucraino ai combattenti della Guerra di Spagna e della Resistenza o fare paragoni con la Primavera di Praga.
Per otto anni la guerra dell’Ucraina contro le repubbliche di Donetsk e Lugansk e il ruolo delle milizie neonaziste sono stati ignorati dai media occidentali, ma quel conflitto ha causato più di 14.000 vittime.

 

La NATO si è confermata un fattore di destabilizzazione nel nostro continente, così come in Medio Oriente ed in altre zone del pianeta.
Bisogna liberare l’Europa e l’Italia dalla sudditanza all’atlantismo e alla NATO.

 

Questa è anche una guerra contro gli interessi dei popoli europei alla cooperazione con la Russia e produce un ricompattamento del blocco occidentale in vista di un possibile ulteriore conflitto con la Cina.

 

Non basta condannare Putin se non si mette in discussione la pretesa occidentale – e in particolare degli Stati Uniti – di continuare a imporre un ruolo di governo e dominio unipolare che conduce allo scontro e alla guerra con altri blocchi geopolitici.

 

Solo la mobilitazione dei popoli europei può costringere i governi a scegliere la via della pace e del disarmo.

 

Siamo al fianco delle voci che in Ucraina e in Russia chiedono di fermare la guerra.

 

Siamo impegnate/i nella costruzione di un grande movimento per la pace e la cessazione del conflitto.

 

Partecipiamo e invitiamo a partecipare sabato 5 marzo alla manifestazione nazionale a Roma contro la guerra e domenica 6 marzo davanti all’aeroporto militare di Ghedi.

 

Parteciperemo allo sciopero femminista e transfemminista dell’8 marzo con striscioni con la scritta FUORI LA GUERRA DALLA STORIA che ci ha lasciato in eredità la compagna Lidia Menapace.

 

Tutti i nostri sforzi vanno impegnati nello sviluppo del movimento per la pace e contro la guerra.

FUORI LA GUERRA DALLA STORIA. CONTRO PUTIN E LA NATO. CHI INVIA ARMI ALIMENTA IL CONFLITTO.

EDITORIALI E COMMENTI   |  MANIFESTIAMO  PER LA PACE

 

03/03/2022

da Il Manifesto

Alex Zanotelli

 

Ucraina-Mondo. Non possiamo restare indifferenti, paralizzati a casa davanti ad uno schermo, dobbiamo esporci, scendere in piazza per dire No a questa barbarie.

 

Sono in digiuno per la pace, contro la guerra. Che è orrore, come ogni guerra, ma questa non è mai stata così vicina, con morte, distruzione, macerie, vittime innocenti, un’umanità in fuga. È la conseguenza della nostra follia, quella di Putin sotto gli occhi di tutti.

 

Sotto gli occhi di tutti nell’attaccare l’Ucraina e mettere a repentaglio tante vite di civili. Ma anche della follia della Nato che continua a giocare con il fuoco. Non dovevano forse gli Usa-Nato già dal 2014 convocare un tavolo di trattative per il rispetto degli accordi di Minsk sottoscritti per fermare una guerra civile durata 8 anni, anticamera di questa che rischia di precipitare in un confronto mondiale? Abbiamo perso solo tempo, la diplomazia europea dell’ultimo momento è stata impotente. Ora giocano con il fuoco che adesso divampa ovunque con il rischio di portarci a un «inverno nucleare».

 

In un mondo così super-militarizzato (lo scorso anno abbiamo speso in armi circa due miliardi di dollari) come possiamo pensare di risolvere il conflitto ucraino con l’invio di armi all’Ucraina? E invece l’Europa, fin qui divisa, si riunifica con le armi. L’Italia, in barba alla legge 185, e la Francia hanno già deciso di inviarvi armi letali. La Germania, per altro, (con una costituzione pacifista), ha deciso oltre all’invio di armi, di stanziare 100 miliardi di euro per ampliare il suo arsenale arrivando così alla richiesta Nato di spendere il 2% del PIL in armi.

 

Altro che Europa della pace. Diventeremo il continente più militarizzato. È così si innescherà nel cuore dell’Europa una guerra che ci disgregherà tutti con l’addio all’Unione Europea, e ha vinto alla fine la costruzione del «nemico», così ben rappresentato dalla Russia nella mani di Putin. Dietro ci sono gli affari reciproci dei “complessi militar-industriali” che dominano ovunque e che finora hanno permesso agli Usa di fare tutte le guerre del secolo, dall’ Iraq, alla Siria, all’Afghanistan, alla Libia, che hanno fatto scomparire l’Onu.

 

E non dimentichiamo che le armi pesano moltissimo sull’ambiente per cui la pace possiamo ottenerla solo con l’eco-giustizia. Lo scopo delle armi è quello di difendere lo stile di vita del 10% della popolazione mondiale che consuma il 90% dei beni prodotti. A pagarne le spese sono miliardi di impoveriti e lo stesso Pianeta che non sopporta più Homo Sapiens che è diventato Homo Demens.

 

È in gioco la vita stessa, per questo diventa oggi imperativo impegnarsi per spegnere il fuoco «in piedi, costruttori di pace» aveva gridato quel grande vescovo non violento, don Tonino Bello, all’arena di Verona nel 1991. Tonino si era tanto battuto contro l’entrata dell’Italia nel conflitto in Jugoslavia, scontrandosi con il Parlamento e soprattutto con il Presidente Cossiga. Straordinario il suo coraggio di osare con quel gesto clamoroso di andare a Sarajevo, in piena guerra, con Mons. Bettazzi e i Beati i costruttori di pace.

 

Perché oggi non abbiamo lo stesso coraggio di far partire una carovana che entri a Kiev per perorare la pace? Sarebbe auspicabile che i Presidenti delle Conferenze Episcopali Europee con il Segretario di Stato Mons. Parolin tentassero di entrare a Kiev sia per far cessare il fuoco che per portare le parti in conflitto a sedersi ad un tavolo per porre fine alla guerra. Non possiamo restare indifferenti, paralizzati a casa davanti ad uno schermo, dobbiamo esporci, scendere in piazza per dire No a questa barbarie. Ha ragione Papa Francesco, quando ci dice che oggi con le armi batteriologiche, chimiche e nucleari che abbiamo, «non ci può essere una guerra giusta. Mai più guerra» e ad ogni balcone mettiamo la bandiera della pace: mandiamo questo segnale a chi scende in pazza contro la guerra in Russia.

 

Mi appello a voi tutti, donne e uomini di buona volontà, credenti e no, perché ritroviate il coraggio di scendere in piazza, per far ragionare il nostro governo che ha perso la bussola ed è prigioniero dei fabbricanti di armi (l’Italia, lo scorso anno, ha investito in armi circa 30 miliari di euro). Scendiamo tutti per strada sabato 5 marzo a Roma, per esigere che il governo rispetti la Costituzione che ripudia la guerra. È questione di vita o di morte per noi e per il pianeta. Non c’è più tempo.

In piedi per costruire la pace

POLITICA ESTERA  

 

02/03/2022

da il Manifesto

Sabato Angieri

 

Sotto assedio . Nella capitale bombardato anche il anche il memoriale dell’Olocausto. E compaiono i cavalli di Frisia con filo spinato

 

Alle 6 di stamattina Roman, il ragazzo della Croce Rossa che si sta occupando di fare la guardia alla porta dell’hotel si è presentato nella zona del bunker con gli occhi scavati e pallido in volto. Ci ha spiegato che era stato tutta la notte sveglio a parlare al telefono con i genitori che vivono a Sumy. La madre era terrorizzata perché gli attacchi stavano colpendo proprio il loro quartiere e poi, circa alle 4, si sono interrotte le comunicazioni. E ora ci hai parlato? «Due minuti fa», risponde con uno sguardo nel quale non esiste il confine tra il sollievo e la preoccupazione.

 

NELL’HOTEL siamo rimasti in dieci, forse anche meno, e, mentre esitavamo ad alzarci dai materassi buttati per terra vicino alle colonne del garage, anche la troupe della tv portoghese è partita. Gli altri giornalisti se ne sono andati o stanno provando a spostarsi in uno dei tre hotel ancora funzionanti di Kiev. A poca distanza da noi, fino a ieri non accettavano più nuovi ospiti. Il receptionist ci ha anche tenuto a specificare che “però solo un ristorante funziona al momento”, come a scusarsi. Invece, nel rifugio dove abbiamo trascorso gli ultimi giorni ieri notte ho fermato il giovane cuoco per ringraziarlo di quanto stava facendo per noi, probabilmente gratis. Non capiva, mentre gli stringevo forte la mano per trasmettergli il più possibile la mia riconoscenza, poi una signora ha tradotto ed è diventato tutto rosso in volto, mormorando un “thanks” imbarazzato. Mi sono quasi commosso davanti al suo contegno in questa situazione disagiata.

 

In strada ci ha colpito la neve, non scendeva da quasi due settimane, e tutte le vie del centro erano coperte da un sottile strato bianco che in alcuni casi era già segnato dalle ruote dentate dei blindati. Per la prima volta abbiamo visto i dissuasori di cemento agli incroci, alternati in modo da obbligare gli automobilisti a fare una chicane tra i militari. I posti di blocco si sono moltiplicati, ma dall’alba di oggi si vedono molti più militari regolari rispetto agli altri giorni. I gruppi di difesa territoriale continuano ad affiancare le truppe ordinarie o le sostituiscono nei punti meno sensibili. Inoltre, sono comparsi i primi cavalli di Frisia con il filo spinato e i sacchi di sabbia. Sempre a partire da oggi chiedono anche i documenti a tutti, cosa fai qui, di dove sei, dove vai. Non si sorride più, niente foto e basta, altrimenti la legge marziale e lo stato d’emergenza autorizzano a sequestrare tutto. Un collega è stato tenuto con le mani in alto mentre un poliziotto gli cancellava le foto dal cellulare per più di dieci minuti.

 

Il fantasma che tutti gli abitanti di Kiev si stanno trascinando da ieri notte ha la forma di una colonna di mezzi corazzati e uomini in divisa militare. Alle ventiré, secondo le prime foto trasmesse dal satellite Maxar, sembrava si trattasse di ben 22 km di truppe e veicoli incolonnati nei pressi di Kiev. Ventidue chilometri di strumenti di morte e uomini pronti ad uccidere. Stamattina quel fantasma è diventato di 64 chilometri. Quanto sia lunga una fila di tali dimensioni è difficile anche solo immaginarlo, si potrebbe pensare, e invece quest’immagine è diventata subito chiara nelle menti degli abitanti della capitale ucraina. “Ma cosa vorrà fare Putin?” Ci ha chiesto Roman quando ci ha visto uscire, “credete davvero che voglia radere al suolo Kiev?”.

 

D’altronde, nel resto dell’Ucraina la situazione ci consegna degli indizi affatto rassicuranti. A Kharkiv ormai non c’è più freno e le agenzie di stampa hanno diffuso diversi video e immagini dei palazzi sventrati dei bombardamenti. Persino l’imponente municipio della seconda città d’Ucraina, dalla quale avevamo realizzato un reportage due settimane fa durante una manifestazione nazionalista, è stato colpito duramente. La città non è ancora caduta ma sembra che sia solo questione di tempo data la mole di mezzi e uomini che i russi stanno impegnando per la sua conquista. Gli stessi uomini che stanno provocando la morte di decine di civili, tanto da far gridare i media internazionali al “massacro di Kharkiv”. Poco dopo le autorità di Kherson hanno dato la notizia che le truppe russe stessero entrando nella città. I cittadini di Kiev temono di essere i prossimi.

 

Per questo oggi chiunque poteva ha provato a scappare. A quanto pare, secondo quanto ci hanno raccontato alcuni colleghi francesi che hanno provato a partire dalla stazione ferroviaria centrale, fino a ieri il treno delle 14 (ovvero quello gratuito che porta quotidianamente a Leopoli chi vuole allontanarsi da Kiev) era accessibile solo alle donne e ai bambini. Quindi, neanche il treno è una buona opzione per le famiglie che non vogliono dividersi. Resta solo l’automobile, o la propria o quella di uno dei tassisti che stanno lucrando su questi trasferimenti arrivando a chiedere anche mille dollari per la tratto. Per tutti gli altri ci sono i rifugi e il terrore, diffuso chissà da quale voce velenosa, che gli invasori potrebbero allagarli, gasificarli o darli alle fiamme.

 

Poi è comparso un annuncio sotto forma di notizia. Poche parole attribuite all’esercito russo: “Agli abitanti di Kiev: chiunque abiti vicino a un’antenna di trasmissione deve abbandonare la sua abitazione ora”. Questa semplice frase ha fatto capire a tutti che il momento era giunto. Perché, infatti, se i russi avevano intenzione di piegare le resistenze ucraine così in quella che sembrava una tattica da blitzkrieg, non hanno tagliato subito la corrente e le linee telefoniche? Senza internet ed elettricità la resistenza ucraina sarebbe stata significativamente più dura e il mondo non avrebbe potuto vedere ciò che le truppe dell’invasore stavano facendo in quasi tutti i grandi centri dell’Ucraina. Difficile dare una risposta ma ciò che è certo è che quest’annuncio ha fatto capire che non era più uno scherzo.

 

Infatti, poco dopo le 15 (ora locale) la torre delle antenne televisive è stata colpita dai missili russi. Tutte le tv hanno interrotto le trasmissioni e il video dell’attacco ha fatto subito il giro del mondo. Qualche ora dopo anche il memoriale dell’Olocausto “Babyn Yar”, che commemorava le vittime ebree di un eccidio nazista del 1941, è stato colpito. “La Russia ha dichiarato che l’attacco all’Ucraina è stato lanciato per colpire i ‘nazisti ucraini’” hanno scritto sul Kyiv Independent, come a voler sottolineare che in realtà è proprio l’esercito di Putin in questo momento ad agire terribilmente. Intanto ci si prepara per la notte con la consapevolezza che non è più il tempo dei calcoli e delle analisi, ora per Kiev è giunto il tempo della paura.

Kiev, colpita la torre tv. A Kharkiv è assedio e a morire sono i civili

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