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05.05.2018


Un pensiero al servizio degli oppressi, degli sfruttati. Un pensiero rivoluzionario, che ha avuto il coraggio di sfidare i potenti e capace di non attestarsi a quello che già esiste ma di progettare.
Un pensiero che ha rimesso al centro l'uomo, la liberazione dei rapporti sociali e lo sviluppo delle potenzialità, dell'inventiva, della creatività, della cooperazione popolare.
Un pensiero che si è fatto azione e ha travalicato i confini, le culture, e che ci parla oggi ancora!

Mario Di Vito

da il Manifesto

 

Razzismo. La donna, di origine senegalese, spostata in un’altra struttura dopo le proteste dei pazienti di una casa per anziani di Senigallia

 

«Ecco un’altra nera». Fatima Sy ha quarant’anni, vive a Senigallia da quindici, e i soldi del suo stipendio da operatrice sociale in una casa di riposo per lo più li invia ai suoi due figli che vivono in Senegal. Una vita non facile, la sua, straniera in terra straniera e non molto benvoluta proprio a causa del colore della sua pelle: non solo nelle strade e nei locali, ma anche sul posto di lavoro. Gli anziani ospiti dell’Opera Pia Mastai Ferretti di via Cavallotti, a Senigallia, le hanno mandato a dire che lì proprio non la volevano: «Non ti vogliamo, non ci piaci perché sei nera. Vattene». Lamentele indirizzate non direttamente a lei, ma ai vertici della struttura, che, dopo essersi confrontati con la cooperativa Progetto Solidarietà, per cui Fatima lavora, hanno deciso di mandare via l’operatrice. Sarà destinata a un’altra struttura, con altri ospiti, si spera, meno razzisti di quelli dell’Opera Pia, dove la donna ha operato in prova per pochi giorni.

 

Stava lavorando bene, a detta di tutti, e il suo modo di porsi con gli anziani era particolarmente apprezzato, tra l’altro. Complimenti che però, a conti fatti, sono inutili visto che qualcuno, tra gli ospiti («Due o tre persone», confermano dalla struttura), non gradiva la sua presenza e così a Fatima non è stato stipulato il contratto in quella casa di riposo, ma dovrà ricominciare, ancora in prova, altrove.

 

Il presidente dell’opera pia, Mario Vichi, prova a mischiare le carte, a spiegare l’inspiegabile, con il tono un po’ scocciato di chi pensa di trovarsi davanti a una tempesta dentro un bicchiere d’acqua. «La signora – ha detto riferendosi a Fatima – forse è già un po’ polemica di suo… Non possiamo chiudere la bocca a un anziano, magari con un po’ di demenza, che paga 1600-1700 euro per stare da noi». In pratica, se uno paga, ha diritto ad essere razzista. E ancora, prosegue Vichi, le responsabilità vengono gettate addosso alla cooperativa Progetto Solidarietà: «Hanno preso l’iniziativa di trasferirla senza dirmi niente, forse il loro è stato un eccesso di prudenza».

 

Il trasferimento di Fatima, ufficialmente, è stato deciso per tutelare la donna, per «inserirla in una realtà meno ostile», ma il sapore amaro di una storia di ordinaria discriminazione allunga la lista dell’intolleranza in salsa marchigiana. Gli ultimi anni da queste parti sono stati allucinanti: dall’omicidio del nigeriano Emmanuel Chidi Namdi a Fermo nel luglio del 2017 alla sparatoria di Luca Traini a Macerata lo scorso febbraio, passando per il rogo di un palazzo che avrebbe dovuto ospitare migranti, in provincia di Ascoli, a capodanno e alla fossa comuna di migranti scoperta sotto all’Hotel House, a Porto Recanati, meno di un mese fa.

 

Adesso, a Senigallia, l’ennesima dimostrazione che anche nelle tradizionalmente tranquille Marche, sotto la coltre di perbenismo, cova un odio profondissimo che esce fuori a fiammate e descrive una realtà ben diversa da quella dipinta dai depliant turistici. Per ora, praticamente nessuno ha preso le difese della donna, e sui social network, più che altro, si leggono commenti di scherno o negazioni della realtà, dubbi sulla veridicità della storia, insulti gratuiti.

 

Le frasi rivolte a Fatima, che ha raccontato la sua storia al Corriere Adriatico, sarebbero per molti ‘scherzose’, una presa in giro bonaria, niente di più. È così che il razzismo diventa un gioco di parole, un dettaglio di cui si può pure ridere. Peccato che le conseguenze di questo scherzo siano reali e per nulla piacevoli: una donna di quarant’anni non può lavorare in una casa di riposo. Il motivo? È nera.

03.05.2018

 

Pubblichiamo  il testo di convocazione della prossima assemblea nazionale  di Potere al Popolo che si terrà il 26 e 27 maggio a Napoli, presso l’Ex OPG “Je so’ pazzo” che vogliamo partecipata anche dalle tante compagne  e compagni del Prc.

 

Se ti sei chiesto cosa sta facendo Potere al Popolo!, dove vuole andare, come puoi partecipare a questo progetto, forse queste righe ti possono interessare. Leggile, facci sapere che ne pensi, falle arrivare dovunque. Sono belle notizie, e di questi tempi non è facile trovarne!

 

Sono passati più di 50 giorni dalle elezioni politiche. Più di 50 giorni che ci hanno restituito lo stallo, la confusione delle classi dominanti italiane, le mille giravolte di una politica trasformista, che vede i supposti “antisistema” dei 5 Stelle pronti ad allearsi proprio con quei partiti, come la Lega o il PD, che sono stati al governo negli ultimi ventiquattro anni. Mentre la crisi sociale continua a mordere, i servizi e gli enti locali a collassare, mentre si sente il bisogno di una redistribuzione della ricchezza, di lavoro e di maggiori diritti, i partiti che sono usciti vincenti dalla competizione elettorale dismettono le loro promesse, a partire dall’abolizione della Riforma Fornero, e cercano l’accordo sulla base di un programma neoliberista che non può risolvere nessuno dei nostri problemi.

 

Urge far sentire un’altra voce, dal basso, urge porre al centro del dibattito i temi che ci riguardano, e non lasciare questa fase nelle mani dei “professionisti” della politica. Urge prepararsi a un’opposizione reale, credibile. Per riuscirci, però, bisogna essere in tanti, su tanti territori, uniti, ben organizzati.

 

Per questo all’indomani del 4 marzo – dopo aver provato a far sentire nella campagna elettorale una voce diversa, dopo aver riunito tante compagne e compagni sparsi in associazioni, comitati, organizzazioni, dopo aver convinto più di 373.000 persone a sostenere Potere al Popolo! – abbiamo fatto quanto promesso all’atto della nostra nascita. Non siamo tornati a casa, non ci siamo divisi, non ci siamo scoraggiati, ma abbiamo continuato il lavoro di relazione e di costruzione sui territori. Sapendo che non ci sono scorciatoie, che serve umiltà, che dobbiamo darci un po’ di tempo perché solo nel tempo le idee rivoluzionarie possono affermarsi.

 

Dando seguito all’assemblea nazionale del 18 marzo, ci siamo dedicati da un lato a sostenere le lotte aperte sui nostri territori e sui posti di lavoro, da un altro ad aprire Case del Popolo e mettere su attività mutualistiche (sportelli legali gratuiti, doposcuola, ambulatori etc). Questo non solo per far conoscere Potere al Popolo! alle milioni di persone che sono andate al voto senza nemmeno sapere della nostra esistenza, non solo per mostrare al paese che c’è un pezzo d’Italia solidale che si mobilita per resistere alla crisi senza cedere alla rabbia o alla rassegnazione, ma perché pensiamo che un’organizzazione come la nostra, che vuole trasformare l’esistente, deve innanzitutto radicarsi, lavorare insieme alle persone, essere utile, cercare di rispondere ai tanti bisogni che oggi si pongono.

 

Non è un lavoro facile, chiaramente: ci vuole passione, pazienza, recuperare le persone a una a una, superare la mancanza di mezzi e gli ostacoli che ci pongono i nostri nemici… Ma è stato bello in queste settimane vedere le assemblee territoriali restare vive, macinare tante iniziative, raccogliere le firme per le campagne nazionali della LIP sulla scuola e sull’articolo 81, mobilitarsi subito contro la guerra, riempire le piazze del 25 aprile, predisporsi, dove possibile, a partecipare anche alla tornata amministrativa…

 

Ora però si tratta di fare un ulteriore passo in avanti. L’intervento sociale, il radicamento sui territori, sono qualcosa di imprescindibile e fondamentale, ma per crescere abbiamo anche bisogno di perfezionare le nostre modalità organizzative e approfondire la nostra visione politica. Per questo, senza rallentare il lavoro di base, vogliamo mettere su tre momenti nazionali che ci possono aiutare a diventare una vera forza politica.

 

Inizieremo, come annunciato il 18 marzo, con un’assemblea nazionale della durata di due giorni, sabato 26 e domenica 27 maggio, a Napoli, presso l’Ex OPG “Je so’ pazzo”. In quest’assemblea intendiamo discutere di come strutturare la nostra organizzazione, sia sui territori che attraverso piattaforme informatiche, di come intervenire su diverse questioni politiche, dall’Europa al lavoro, passando per il welfare e l’ambiente (vedi programma sotto). Intendiamo fare un punto sul numero di firme raccolte per le due leggi di iniziativa popolare e individuare le modalità per poter continuare, rilanciare e portare a compimento la campagna. Anche il successo di questa iniziativa è un banco di prova sulla capacità di conseguire risultati sul campo del consenso e della partecipazione.

 

L’assemblea avverrà su due giorni proprio per dare modo a tutte e tutti di esprimersi, di conoscersi, di poter fare un vero dibattito. L’assemblea è aperta a chiunque abbia costruito Potere al Popolo! nei mesi passati, ma anche a quelli che vogliano farlo da oggi, perché vogliamo creare una forza larga ed inclusiva. Sappiamo che ci sono ancora decine di associazioni, comitati, centri sociali che non è stato possibile coinvolgere nei mesi delle elezioni, magari perché non si “fidavano” di quel passaggio, ma con le quali possiamo costruire un percorso comune, perché hanno visto la nostra determinazione.

 

Come sempre, prima dell’assemblea nazionale ci sarà la possibilità di mandare dei documenti che saranno pubblicati sul sito, e si darà modo a tutte le assemblee territoriali di discutere alcune tracce di discussione, per poter avere dei contributi collettivi e sentire la voce diretta dei diversi territori.

 

Da questa assemblea vogliamo uscire con un documento politico e organizzativo che sintetizzi la voce di migliaia di persone e di centinaia di territori, con una campagna di adesione a Potere al Popolo! che ci permetta di contarci e di individuare il corpo collettivo che poi sarà chiamato a esprimersi, attraverso la piattaforma informatica e le assemblee, sui futuri passaggi, in modo che siano quanto più possibile democratici e condivisi.

 

Il secondo momento nazionale che immaginiamo è un grande campeggio a fine luglio. Quattro giorni per conoscerci meglio, per fare dibattito e approfondimenti seminariali, per scambiarci esperienze e condividere pratiche, per fare autoformazione, per mettere a verifica quanto deciso insieme a maggio.

 

Infine, vogliamo chiudere questa fase di costruzione con una grande assemblea a fine settembre, in cui gli aderenti a Potere a Popolo! possano ancora una volta verificare il lavoro fatto, pronunciarsi sulla linea politica e sulle modalità organizzative, eleggere il Coordinamento Nazionale e i portavoce, e dare finalmente struttura a un movimento che al momento ha appena cinque mesi di vita.

 

Come vedete, c’è tanta voglia di crescere per creare qualcosa di nuovo, qualcosa di cui in questo paese si sente ancora la mancanza. Uno strumento a servizio delle lotte e degli oppressi, una comunità che non lasci solo nessuna e nessuno, una forza che attacchi alla radice le disuguaglianze sociali e che permetta che il potere ritorni nelle mani del popolo, non delle cricche politiche, di qualche agenzia di marketing, dei burocrati europei, di Confindustria o degli istituti finanziari.

 

Mettiamoci subito a lavoro, coinvolgiamo sempre più persone, ritroviamoci nelle assemblee per parlare di politica, e ritroviamoci tutte e tutti a Napoli. Indietro non si torna!

02.05.2018

COMUNICATO STAMPA

 

«I dati del Sipri sulle spese militari sono aberranti – dichiara Maurizio Acerbo e Stefano Galieni, segretario nazionale e responsabile Pace di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – : 1739 miliardi per fare guerre e seminare distruzione e terrore. Non è così che si può realmente pensare di costruire un mondo di pace.

I governi occidentali continuano ad investire nelle armi e negli eserciti, mentre tagliano solo le spese sociali e il welfare.

 

Finchè questo trend non sarà invertito, quegli stessi governi saranno corresponsabili delle morti di centinaia di migliaia di civili. Noi continuiamo a chiedere che le spese militari vengano tagliate e che si vada verso il disarmo, rispettando l’articolo 11 della Costituzione, per quanto concerne l’Italia, e tutte le convenzioni sovranazionali per i diritti dell’uomo.

 

Come diceva Pertini, svuotiamo gli arsenali e riempiamo i granai! I leader mondiali dovrebbero ascoltare, se non il movimento pacifista e tutti gli attivisti che si oppongono a questa situazione, almeno il Papa che solo due giorni fa chiedeva esattamente di bandire le armi per non dover vivere nella paura della guerra».

 

Immagina che…

*il lavoro sia un mezzo per realizzare te stesso oltre che per fare la tua parte nella società.

*tu abbia molto più tempo per la tua vita, perché l’orario di lavoro è drasticamente ridotto.

*la tecnologia garantisca sicurezza e salute, diminuisca la fatica, ti faccia stare bene sul lavoro.

*lo stipendio ti garantisca “un’ esistenza libera e dignitosa” come dice la Costituzione.

*ci sia comunque un reddito minimo per proteggerti sempre, se il lavoro non c’è.

*ci siano diritti sempre garantiti: alla scuola, alla salute, alla casa, ai trasporti, alla cultura.

oggi non è così, anzi va sempre peggio

perché sei costrett@ alla disoccupazione o a contratti di pochi giorni

perché lavori a cottimo trasportando pizze o smistando pacchi

perché ti possono licenziare ingiustamente, hai paura di perdere il lavoro e restare senza reddito

perché  i ritmi e la fatica aumentano e di lavoro si continua a morire

perché il salario comunque non basta

perché quella multinazionale delocalizza, o minaccia di farlo per farti ingoiare di tutto

perché la pensione chissà se c’è, e ti dicono che dovrai lavorare fino a 70 anni

perché continuano a tagliare e privatizzare scuola, sanità, pensioni, trasporti

 

Perché dopo decenni di neoliberismo, di diktat della Ue, di governi Berlusconi o del PD,  il lavoro è tornato alla condizione servile: è sfruttamento, precarietà, ricatto permanente.

Perché dopo decenni di neoliberismo il lavoro è sempre più povero. Dal 1976 al 2016 la quota dei redditi da lavoro è diminuita in Italia di 13 punti, come ci dice l’agenzia dell’Onu per il lavoro: oltre 200 miliardi di euro l’anno passati a profitti e rendite.

 

cambiare si deve e si può

*perché la ricchezza non è mai stata così tanta, ma è concentrata nelle mani di pochi.

*perché mai come oggi la tecnologia potrebbe liberare tempo di vita, e portare benessere per tutt@, invece che disoccupazione e precarietà come avviene ora.

 

vogliamo

*32 ore a parità di salario e  l’abolizione della legge Fornero sulle pensioni

*l’abolizione del Jobs Act e il ripristino dell’articolo 18

*l’abolizione dell’alternanza scuola/lavoro che è solo lavoro gratuito

* la fine della precarietà e il reddito minimo garantito

*mezzo milione di nuovi posti di lavoro nel pubblico: scuola e università, sanità, trasporti, cultura

* investimenti pubblici per la riconversione delle produzioni, la sicurezza idrogeologica e sismica

* un fisco che prenda i soldi a chi ce l’ha: perché si ponga fine allo scandalo di un paese in cui il 20% più ricco ha 740 volte la ricchezza del 20% più povero.

 

Buon 1 maggio di lotta

per l’uguaglianza e la libertà!

 

 

 

Massimo Franchi

da Il Manifesto

 

Trattativa sospesa e lavoratori in stato di agitazione: saranno le assemblee a decidere quando e come fare sciopero. Dopo otto mesi la trattativa Ilva torna al punto di partenza, al nodo irrisolto: quante persone lavoreranno per la nuova proprietà AmInvestCo.
Nell’incontro di ieri si attendeva una mossa da parte di Arcelor Mittal – proprietario quasi intero della cordata – sotto la spinta del governo: alzare la quota di assunti dai 10mila annunciati e ridurre i 4mila esuberi – i dipendenti attuali del gruppo sono 13.802.
Niente di tutto ciò è avvenuto. Anzi. La proprietà ha addirittura ribadito che al termine del piano di rilancio, nel 2023, i dipendenti della nuova Ilva saranno 8.448.
Nessuna alternativa tanto che di «uscite incentivate» – un modo per ridurre il numero di esuberi offrendo soldi per una buonauscita a chi è vicino alla pensione – ha parlato più la Fim Cisl che l’azienda stessa.
Alla fine della giornata la viceministra Teresa Bellanova – quando c’è da dare cattive notizie il ministro Carlo Calenda sparisce – ha dovuto ammettere il fallimento della trattativa. «Ho deciso di sospendere la trattativa perché le parti hanno necessità di una pausa di riflessione», è la sua versione edulcorata. «Mittal – ha ricordato Bellanova – ha sottoscritto con il governo un contratto che prevede la riassunzione di almeno 10.000 addetti. E il governo garantisce la sicurezza per gli altri lavoratori che non dovessero rientrare in Ilva la sicurezza dell’assunzione nell’Amministrazione straordinaria» sebbene con tutt’altra mansione: le bonifiche ambientali. Bellanova ha giudicato poco opportuno il passo indietro fatto da ArcelorMittal di riprendere la trattativa parlando di 8.500 assunti. «Il confronto non si porta avanti con le provocazioni», avrebbe detto all’azienda in uno dei passaggi più tesi della giornata, ricordando il rispetto dell’accordo fatto con il governo.
Due giorni fa era già arrivata una mezza rottura sulla riassunzione e sul salario accessorio: Arcelor sostiene che l’Antitrust europeo impone la novazione del rapporto di lavoro e, in questo quadro, vuole imporre un nuovo sistema di salario variabile cancellando il Premio di risultato (Pdr) che dal 2011 aveva garantito ai dipendenti circa 3mila euro l’anno.
«Abbiamo unitariamente considerato che è ormai esaurita questa fase negoziale – ha commentato la segretaria generale della Fiom Francesca Re David – . Senza una modifica delle posizioni di Arcelor Mittal su occupazione, salari e diritti per i lavoratori, la trattativa non può riprendere. Continuando a pretendere di tagliare salari, lavoro e diritti non si va da nessuna parte. Da oggi siamo in stato di agitazione e saranno programmate delle iniziative di sciopero che accompagneranno questa fase», conclude Re David.
Molto duro anche il segretario Uilm Rocco Palombella: «Emerge con chiarezza la grande responsabilità di AmInvestCo che dava l’impressione di accogliere le nostre richieste, mentre i tempi si allungavano inesorabilmente – ha commentato – . Adesso avviamo una fase di assemblee in tutti gli stabilimenti, al termine della quale ci aspettiamo che ci sia una riconsiderazione da parte di Mittal sia sul salario che sui livelli occupazionali», conclude.
«L’azienda deve garantire sia l’occupazione a tutti quanti i 13.802 lavoratori in forza attualmente sia condizioni non restrittive per tutti i lavoratori dell’indotto. Per noi le garanzie possono passare anche dagli incentivi alle uscite, ma solo se esclusivamente su base volontaria», commenta il leader Fim Cisl Marco Bentivogli.
A Genova Cornigliano le assemblee si sono già tenute ieri – «come sempre difenderemo con la lotta i posti di lavoro, il salario e l’accordo di programma» – a Taranto dovrebbero tenersi il 2 maggio così come in molti altri siti del nord.

 

Simone Pieranni

 

Crisi coreana. Kim e il suo entourage ritengono di aver concluso la propria corsa al nucleare, si ritengono una potenza nucleare. E grazie anche alla faciloneria di Trump, oggi sono riconosciuti dalla comunità internazionale come un paese con cui si deve dialogare. C’è di più: quando Kim salì al potere dopo la morte del padre, disse che avrebbe perseguito il byungjin , il «doppio binario». È il suo contributo politico: garantire la sicurezza nucleare al paese, come deterrente da attacchi, e garantire la sicurezza economica aumentando il benessere dei cittadini. Assicurare il primo aspetto, ha significato gioco forza deprimere il secondo; i dati economici della Corea indicano una flessione nel 2017 dovuta anche alle sanzioni. Kim ha dunque compreso di doversi dedicare anche a questo aspetto.

 

In pochi, solo un anno fa, avrebbero scommesso su quanto accaduto nella notte italiana tra le due Coree. L’incontro storico tra il presidente sudcoreano Moon Jae-in e il leader di Pyongyang Kim Jong-un, può essere addirittura un passo in avanti rispetto alle più rosee aspettative di un semplice tavolo negoziale per la crisi coreana.

 

Facciamo un balzo all’indietro: un anno fa Trump inviava sottomarini Usa nelle acque asiatiche, il mondo non sapeva bene se preferire l’appellativo di «pazzo» o «criminale» per Kim Jong-un, in non pochi temevano un clamoroso scontro militare tra Usa e Corea del nord, che avrebbe significato un confronto vero e proprio tra Cina e Stati uniti.

 

Sempre un anno fa, la Corea del sud viveva gli ultimi sgoccioli di una campagna elettorale a sorpresa: la presidente Park era stata cacciata dopo impeachment per uno scandalo che aveva finito per colpire politica ed economia. In attesa di capire chi avrebbe vinto la corsa, gli Usa avevano provveduto a sistemare definitivamente il sistema antimissilistico Thaad poco lontano dalla capitale Seul.

 

Cina e Russia invitavano alla calma e alla moderazione, ma la sensazione era che Kim stesse giocando le sue carte, al di là dei desideri dei suoi «amici». La prospettiva che allora pareva meno tragica era il ritorno a un «dialogo a sei», capace di stoppare sul nascere le volontà belliche di Trump e le «giocate» di Kim. Poi la svolta: alla Casa blu a Seul è stato eletto Moon Jae-in; avvocato per i diritti umani, figlio di madre e padre nord coreani scappati al sud durante la guerra, aveva fatto una campagna elettorale puntando su due aspetti principali: apertura e dialogo con il nord, possibilità anche «di dire dei no» agli Usa. In poco meno di un anno Moon Jae-in è riuscito in un’impresa clamorosa facilitata da un fattore determinante: Kim è stato uno scacchista perfetto e nel momento in cui ha ritenuto di potersi sedere a un tavolo, lo ha annunciato.

 

Tutto è cominciato con i giochi olimpici in Corea del sud. Poi la clamorosa possibilità per Kim: un incontro con Moon e uno successivo con Trump. Prima di capire quali potrebbero essere i risultati di questa attività diplomatica, è bene chiedersi una cosa: perché Kim Jong-un ha deciso di passare da un piano belligerante a uno squisitamente diplomatico? Non ci sono troppi misteri: Kim e il suo entourage ritengono di aver concluso la propria corsa al nucleare, si ritengono una potenza nucleare. E grazie anche alla faciloneria di Trump, oggi sono riconosciuti dalla comunità internazionale come un paese con cui si deve dialogare.

 

C’è di più: quando Kim salì al potere dopo la morte del padre, disse che avrebbe perseguito il byungjin, il «doppio binario». È il suo contributo politico: garantire la sicurezza nucleare al paese, come deterrente da attacchi, e garantire la sicurezza economica aumentando il benessere dei cittadini. Assicurare il primo aspetto, ha significato gioco forza deprimere il secondo; i dati economici della Corea indicano una flessione nel 2017 dovuta anche alle sanzioni. Kim ha dunque compreso di doversi dedicare anche a questo aspetto.

 

Proclamare chiusa la fase dei test, chiudere il sito nucleare (tanto più che è inutilizzabile ormai a causa del collasso della zona per i ripetuti test sotterranei) significa sedersi al tavolo e magari spuntare qualcosa anche in direzione di una nuova cooperazione con il sud, arrivando perfino ad allentare le sanzioni. Il disegno di Kim dunque è chiaro, fin da subito e l’incontro con Moon potrebbe portare alla firma di un trattato di pace che metterebbe al sicuro Pyongyang e in parte spalle al muro Trump.

 

Il summit intercoreano, infatti, mina e non poco il successivo incontro con il presidente degli Stati uniti La verità è che pare che Washington stia prendendo tempo: ritrovarsi un Kim consacrato da un trattato di pace con il sud e vago sulle possibilità di smantellare quanto esiste in Corea del nord a livello nucleare potrebbe essere un boomerang per Trump. Analogamente non incontrare Kim sarebbe uno schiaffo all’immagine internazionale – già cariata da parecchi svarioni – degli Usa. Dopo Moon-Kim, assisteremo a Moon-Trump e forse solo a quel punto avremo una data per l’incontro tra Kim e Trump. Con un Kim che in tasca potrebbe avere un risultato storico e clamoroso, quasi da Nobel per la pace.

26.04.2018

 

26 aprile 1937. uno dei crimini più mostruosi dell'umanità diventa una delle opere più profonde e pungenti: Guernica.

 

"L’attacco fu opera della Legione Condor, corpo volontario composto da elementi della tedesca Luftwaffe, e della Aviazione Legionaria Fascista d’Italia il 26 aprile 1937. I nazifascisti attaccarono per appoggiare gli sforzi di Francisco Franco nel rovesciare il governo legittimo della Repubblica Spagnola. La cittadina era affollata da civili (soprattutto donne e bambini: gli uomini abili al servizio militare erano al fronte). L’uso di bombe incendiarie rase al suolo più del 45% della cittadina, favorito da un forte vento che ne ha amplificato gli effetti. Si trattò di un’azione di guerra, ma che ha portato (probabilmente voluto) anche ad un attacco “terroristico” alla popolazione civile, del tipo che sarebbe diventato la prassi in tutta la Seconda guerra mondiale. Da segnalare che durante il regime franchista la versione ufficiale della propaganda del regime spagnolo negò l’esistenza stessa del bombardamento, sostenendo che la città era stata distrutta dagli stessi Repubblicani in fuga, per lasciare “terra bruciata”.

TINA COSTA

Staffetta partigiana,

Vice presidente Anpi provinciale di Roma

 

Il 25 Aprile è sempre una giornata bella e straordinaria, perché si festeggia la storica riconquista della libertà, della democrazia e della pace.

 

L’affermazione degli ideali che animarono la Resistenza antifascista, recepiti e tradotti settanta anni fa nella nostra straordinaria Carta Costituzionale che – come ho avuto modo di affermare molte volte – ha il solo limite di non essere stata ancora applicata, di essere stata tradita anche in molti dei suoi principi fondamentali.

 

Soggettivamente è anche una giornata particolare e speciale nella quale soffermarmi in ricordi che sono parte di quella “memoria collettiva” che avverto l’obbligo di dover trasmettere alle nuove generazioni, attraverso quei racconti che propongo ai ragazzi che incontro nelle scuole dove sovente vengo invitata. Per me, nata in una famiglia di comunisti e socialisti, nella quale il senso di ribellione alle ingiustizie era forte ed indomito, rappresentato plasticamente dal volto tumefatto con il quale mio padre tornava spesso a casa dopo essersi rifiutato di aderire al partito fascista, partecipare attivamente alla Resistenza rappresentò un fatto spontaneo e naturale.

 

Avevo appena tredici anni quando iniziai ad intrufolarmi nelle stalle del mio paese, vicino Rimini, per assistere alle riunioni segrete alle quali partecipavano miei familiari insieme ad altri partigiani. Un giorno mio zio, comandante di Brigata, mi affidò il mio primo compito: portare due borse di viveri, attraversando un ponte sul fiume Faglia, ai partigiani che si trovavano al di là della Linea gotica. Nelle due borse, oltre ai viveri, probabilmente (anche se non lo ho mai saputo con certezza) c’erano anche delle armi.

 

Iniziai così, a soli quindici anni, a svolgere il ruolo di “staffetta partigiana” attraverso una serie di missioni, in sella alla mia bicicletta, in una sfida costante con la morte. Come quando ero nascosta con la mia famiglia e altri partigiani in delle grotte, ma una soffiata fascista ci fece rastrellare dai tedeschi che ci caricarono su un treno piombato, diretto a Buchenwald.

 

Durante il viaggio gli alleati bombardarono la linea ferroviaria; il treno fu costretto a fermarsi e noi riuscimmo a scappare. O quando, poco tempo dopo, ero diretta ad una riunione segreta con tre partigiani; poco prima di arrivare in paese alcune donne che stavano chiacchierando per strada, e che sapevano che ero una staffetta, mi urlarono di tornare indietro e scappare perché era appena arrivata una camionetta di tedeschi.

 

Purtroppo i tre partigiani con cui dovevo incontrarmi furono presi e il giorno dopo vennero impiccati nella piazza di Rimini. Ero ribelle e, pure in ragione dell’età, a volte incosciente, ma come tutti avevo paura anche io. Ma non era possibile restare indifferenti. Occorreva reagire contro chi in quel momento stava occupando l’Italia e contro chi ci aveva tolto la libertà. La nostra grande forza era nella consapevolezza di non essere soli, di essere in tanti a lottare per un futuro migliore. Quella forza ci ha consentito di scrivere la straordinaria pagina della Resistenza che meriterebbe e necessiterebbe di essere più approfonditamente e dettagliatamente trattata negli insegnamenti scolastici, per la formazione dei ragazzi ai quali, ogni volta che me ne viene data l’opportunità, dico: “Studiate, studiate e studiate: perché è con la cultura che ci si oppone ai regimi e alla soppressione delle nostre libertà. E’ la nostra mente l’arma più forte per poterci difendere, perché spesso l’intelligenza può sostituire anche i fucili.

 

E tutti noi siamo partigiani, anche oggi, nel momento in cui decidiamo di ribellarci alle ingiustizie che continuano, copiosamente, ad interessare il nostro paese, l’Europa e l’intero mondo”. Dico questo ai ragazzi, ai giovani, perché penso che nell’attuale fase sociale e politica vi è un grande bisogno di una nuova leva di “partigiani” capace di contrastare le pericolose derive che stanno intervenendo sia nello scenario internazionale (segnato da grandi incognite e perfino da rischi di nuovi e incontrollabili conflitti su scala mondiale) che nel nostro paese, dove l’esito delle elezioni del 4 marzo certifica un’insopportabile tendenza alla semplificazione dei problemi, premiando forze politiche attigue al fascismo o con grandi ambiguità sui temi dell’antifascismo e dell’antirazzismo. 

 

In questo quadro vi è certamente bisogno di iniziative simboliche ed al contempo importanti come l’appello “mai più fascismi”, finalizzato a chiedere interventi, delle istituzioni e delle autorità preposte, per il rispetto della Costituzione e della legge in tema di apologia del fascismo e di riproposizione di culture razziste.

 

Mi permetto però di dire che non basta. Vi è bisogno di togliere acqua nello stagno dove la cultura dell’intolleranza si alimenta, mettendo i penultimi contro gli ultimi. E’ necessario aggredire alla radice i problemi che generano ineguaglianze sociali insopportabili.

 

La Sinistra politica e sociale non può lasciare alla Lega la bandiera della cancellazione dell’iniqua legge Fornero sulle pensioni. Non può lasciare ai 5Stelle le proposte di tutela di quanti stanno peggio, sotto la soglia di povertà.

 

Non può non ripartire da una forte mobilitazione tesa all’affermazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione, a partire dall’articolo 1: dalla centralità e dal primato del lavoro.

 

Non può non ripartire, rispetto a quanto avviene in Siria, in Palestina e in tante altre parti del mondo, da una grande mobilitazione pacifista. Purtroppo non siamo più nei primi anni del Duemila quando, dopo l’aggressione degli Usa in Iraq, milioni di persone scesero in piazza in tutto il mondo, animando un grande e straordinario movimento per la pace e contro la globalizzazione liberista.

 

Sono passati meno di venti anni, ma pare sia trascorso più di un secolo, rapportando quelle lotte con il “niente” di oggi in termini di mobilitazione contro le guerre. Il movimento pacifista appare quasi dissolto, nelle sue tante e plurali articolazioni.

 

Sommessamente, penso che spetti ad organizzazioni di rappresentanza sociale di massa come la Cgil (sindacato al quale ancora oggi, da pensionata, sono orgogliosamente iscritta) metterci la faccia e proporre mobilitazioni sui temi della pace, così come su quelli connessi all’antifascismo, all’antirazzismo, alle lotte per il lavoro, i diritti, l’equità sociale. Rischiando anche l’insuccesso.

 

D’altro canto se tutte le azioni partigiane fossero state concepite solo con la certezza del successo, non ve ne sarebbe stata neppure una. Questo penso debba essere il senso del 25 Aprile: osare per costruire un futuro migliore.

18 apr 2018

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

 

«Mentre continuano le esplorazioni ricordiamo che l’Italia é una repubblica parlamentare e quindi in aula si deve lavorare. Invitiamo quindi Lega e M5S a non cincischiare e a mantenere gli impegni assunti in campagna elettorale.


L’abolizione della legge Fornero era un impegno comune e quindi la mettano subito all’ordine del giorno. Anche perché o si fa ora o sarà difficilissimo farla con coalizioni di governo con PD o Forza Italia che sono contrarissimi.


Sarebbe anche indispensabile che tutti i partiti dichiarino con quali misure intendono scongiurare le ricattatorie clausole che comporteranno a breve l’aumento dell’Iva».

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