Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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24//08/2019

Roberto Musacchio

Left

 

Questo numero di Left ricorda il terremoto che il 24 agosto 2016 colpì l’Italia centrale con epicentro Accumoli ed Amatrice. Ricordiamo le vittime, che si aggiunsero alle tantissime dei moltissimi eventi naturali che colpiscono un Paese morfologicamente prezioso ma fragile e incapace di pensare l’unica Grande opera che serve: la sua messa in sicurezza.

 

Che poi è la messa in sicurezza del suo territorio, ma anche delle istituzioni che vi prepongono e delle attività che vi insistono. Proprio perché parliamo di «messa in sicurezza», la crisi politica che stiamo vivendo, i rischi che percepiamo, il suo difficile svolgimento chiedono una riflessione che sia di larga portata. Indispensabile se pensiamo che stiamo a ormai trent’anni da quello che è stato chiamato addirittura il passaggio ad una Seconda repubblica. Che doveva realizzare un “Paese normale”, stabile e senza avventure. Una Seconda repubblica che sorgeva dallo scioglimento dei partiti di massa in nome della governabilità fondata sul maggioritario bipolare non più gravato da ideologismi e da conflitti.

 

Sono passati trent’anni ed abbiamo conosciuto Berlusconi e il partito azienda, i ripetuti attacchi alla Costituzione, l’affermarsi dell’inesistenza di alternative, i populismi e il partito della Nazione di Salvini. Soprattutto, le condizioni di vita delle persone sono andate peggiorando, mentre si perdeva la speranza in un cambiamento.

 

Ed eccoci qua in piena crisi politica e con l’incertezza sulle soluzioni e sui rischi che si corrono. Mentre la recessione si affaccia minacciosa dagli Usa e dalla Germania, siamo a chiederci chi sia veramente Salvini, se l’uomo che “vuole tutto il potere” o colui che sembra, spaventato, voler tornare indietro sui passi fatti. Mentre si assiste in diretta all’ennesima tragedia sadica ai danni dei migranti sulla Open arms, addirittura si risente l’antica espressione andreottiana dei «due forni» per indicare la propensione dei cinquestelle a poter scegliere tra due possibili alleanze. Loro che non dovevano allearsi con nessuno perché espressione della rivoluzione dei cittadini. E il Pd, che doveva essere architrave del bipolarismo, quello forte perché ancorato al governo europeo, si trova diviso e ridotto a fare uno dei forni, come un partito socialista piccolo e “nenniano”.

 

Siamo in una situazione in cui l’incertezza, e la potenziale pericolosità degli esiti, mostrano tutta la fragilità dell’impianto della cosiddetta Seconda repubblica che ha mantenuto i difetti della Prima aggravandoli con la destabilizzazione dei corpi intermedi, la preclusione di scelte alternative nel merito, l’irruzione del populismo rapidamente degenerato in forme di neoautoritarismo.

 

Che in un quadro come questo si pensi ad una riduzione dei parlamentari come “lotta alla casta” è un ennesimo vulnus assai rischioso. In una democrazia impoverita come la nostra per la crisi dei corpi intermedi e della relazione di rappresentanza, nel mentre è cresciuta la complessità anche legislativa (si pensi a quella europea) che si riducano i parlamentari in un Paese come l’Italia che è già al 22esimo posto in Europa nel rapporto percentuale tra eletti e elettori è uno sbaglio. Tanto più grave vista l’assurda legge elettorale che premia minoranze trasformandole in maggioranze e subordina gli eletti ai capi. E oggi darebbe tantissimo potere alla Lega.

 

Trenta anni sono un tempo sufficiente per capire che una costruzione, quella della Seconda repubblica, è fallita. In questa crisi perigliosa, ciò che è sopravvissuto dell’impianto costituzionale e parlamentare – grazie a chi lo ha difeso dai ripetuti attacchi – è riuscito a opporsi a chi dice di volere tutto il potere. La crisi resta incerta. Si accavallano e si rincorrono ipotesi, dal «governo Ursula» sulla scia del voto di Pd e Cinquestelle (ma anche di Berlusconi) alla nuova Presidente della Commissione Europea, al rincontro tra Cinquestelle e Lega, alle elezioni volute da Salvini e non escluse da Zingaretti.

 

Conte, che nasceva comprimario, arriva a questo passaggio da assoluto protagonista. E il suo discorso in aula lo conferma. Un discorso che chiama in causa il ministro degli Interni, sulle responsabilità della crisi e da ultimo anche sull’uso dei simboli religiosi. Che prova a recuperare, nell’era dei social, molti fondamenti della cultura istituzionale. Che rivendica le cose fatte, non distinguendosi neanche sulle peggiori. Che guarda molto a ciò che è accaduto e che accadrà in Europa, la nuova Commissione, il “rischio” dei conti. Nulla sui migranti, che pure stanno in quel Mediterraneo di cui parla.

 

Salvini risponde con quello che sembra un discorso elettorale, con tutto il suo repertorio, ma forse resterà per ora all’opposizione. Di certo prima si abbandona il punto cardine della Seconda repubblica, e cioè quel maggioritario che doveva creare una stabile normalità e invece ha determinato rischi ripetuti e crescenti, meglio è. Il proporzionale appare come una messa in sicurezza democratica. Ma poi occorrono altre cose. Che si ricostruiscano partiti veri e partecipati, magari a dimensione europea, che sarebbe quella minima necessaria. Che riprenda una nuova capacità riformatrice. In questo numero di Left parliamo non a caso di una grande riforma per mettersi in sicurezza dai terremoti. Serve trovare le forze per farla.

 

Norma Rangeri

 

Le scosse del terremoto del 4 marzo di un anno fa sono ancora presenti e pesanti. Ma dopo un’esperienza di governo iniziata male e finita peggio nel volgere di pochi mesi, ora sembra giunto il momento di decidere se vale la pena aprire un cantiere tra le macerie del sistema per mettere la prima pietra di un nuovo governo o viceversa sarà necessario procedere con la tabula rasa elettorale.

 

Un’altra settimana è il tempo che il Presidente della Repubblica ha concesso alle forze politiche per poi assumere le sue determinazioni, e l’annuncio del rinvio al nuovo giro di incontri è giunto alla fine di una lunga e infuocata giornata di consultazioni per verificare se mandarci tutti alle elezioni o se un nuovo governo del paese finalmente, come sembra, prenderà forme e volti.

 

La suspense è iniziata proprio alla fine dei colloqui al Quirinale, quando Mattarella si è preso due ore di tempo per tirare le somme e rivelarci lo stato dell’arte alle 8 della sera in pratica a reti unificate con i telegiornali in onda.

 

Abbiamo visto un Presidente della Repubblica preoccupato, costretto a chiedere ancora «decisioni chiare e tempi brevi» ai suoi recalcitranti interlocutori. Tra voci sempre più insistenti di accordo Pd-M5S già in cottura, confermate dal segretario del Pd: «Dalle parole di Di Maio un quadro su cui sicuramente iniziare a lavorare». E sussurri di tornare all’antico con un nuovo incontro Salvini-Di Maio.

 

Quanto le acque fossero agitate e l’approdo circondato da bassi fondali era apparso chiaro fin dall’inizio di una tormentata girandola politica.

 

Dal cruciale incontro di ieri con Mattarella, i pentastellati erano usciti con un decalogo finalizzato a portare a compimento sia le riforme di legislatura, sia i provvedimenti finanziari di urgente, immediata soluzione. Un decalogo largamente condivisibile, come condivisibili del resto, benché altrettanto generici, erano i 5 punti portati a Mattarella da Zingaretti su mandato unanime della direzione. Ma soprattutto, al termine delle consultazioni, Di Maio aveva espresso un concetto abbastanza chiaro e dirimente.

 

Il leader pentastellato esplicitava il rischio di imbarcarsi in un nuovo governo, prevedendo di pagare il prezzo di altri voti in fuga dopo averne già persi milioni con il contratto gialloverde: «Per noi andare al voto sarebbe stato meglio», tuttavia «abbiamo messo in campo le interlocuzioni necessarie per trovare una maggioranza solida». Era il segnale atteso. Il capo dei 5Stelle non nominava il Pd, facendo tornare in ballo la vecchia politica dei «due forni», dando cioè l’impressione di lasciare in realtà ancora aperta la porta con la Lega.

 

Anche se, in un certo senso, parlava quell’elenco di temi: difficilmente ascrivibili alle priorità dei leghisti (conflitto di interessi, legalità, autonomie regionali, beni comuni, ambientalismo spinto, investimenti per il Sud….), quanto invece confrontabili con il Partito democratico. Non una passeggiata s’intende perché né sui beni comuni, né sul conflitto di interessi, né sulle autonomie regionali il partito di Zingaretti potrebbe intestarsi medaglie al valore.

 

La trattativa si stava impaludando già in mattinata, scatenata da una specie di fuoco amico contro Zingaretti, con un accapigliamento tra correnti del Nazareno, nella ridicola gara a chi promuoveva o, viceversa, ostacolava la mediazione necessaria a ogni seria, importante trattativa. Al confronto, i 5Stelle si muovevano come un partito bolscevico parlando per vie ufficiali cioè dalla voce del capo politico e dal Quirinale.

 

Volavano le condizioni più imprescindibili, gli aut-aut più insormontabili e i punti più inderogabili. Più che cercare un accordo, nel Pd si mostravano l’un contro l’altro armati mentre il terreno del confronto somigliava piuttosto a un campo minato.

 

In meno di 24ore i punti del Partito democratico da 5 diventavano 3, e al primo posto figurava il no al taglio dei parlamentari. Così da indurre i 5Stelle a fare altrettanto mettendo al primo posto del decalogo proprio lo stesso scoglio politico.

 

Difficile prevedere l’esito finale anche perché nel Pd resta un problema grande come una casa, fidarsi di Renzi.

 

Sembra un ossimoro e lo è perché se davvero volesse sminare il campo l’ex segretario dovrebbe mangiarsi la lingua. Altro che sminatore, dichiarare di essere pronto anche a votare Conte capo del futuro governo ne fa piuttosto un guastatore. Nella stessa misura di chi mette il veto sulla figura dell’avvocato del popolo, visto che i presidenti del consiglio non sono una merce che abbonda, e dunque se si mettono veti si dovrebbero intanto perlomeno offrire alternative credibili per palazzo Chigi. Sapendo che le riserve della Repubblica scarseggiano e quelle che restano si tengono pronte per altri più alti incarichi.

 

Molte partite si intrecciano in questa crisi di governo, compresa la scelta del futuro inquilino del Quirinale.

 

D’altra parte, essendo il partito di maggioranza relativa, i 5Stelle avrebbero diritto ad esprimere il presidente del consiglio. E si sa che il loro nome è Conte.

 

Alla fine di una giornata ad alta tensione, con poche certezze e molte trappole disseminate, c’è almeno un dato confortante, un segno tangibile del peso e dell’interesse della pubblica opinione verso questo momento politico. Sono quei 14 milioni di telespettatori rimasti davanti alla tv per seguire il dibattito parlamentare con le dimissioni del presidente del consiglio.

 

Come se d’improvviso la politica si fosse ripresa il suo posto a capotavola.

22/08/2019

 

La destituzione di sindaci curdi e l’ondata di arresti contro l’opposizione curda non sono rivolti solo contro l’HDP, ma contro tutte le forze democratiche, dichiara l’HDP e invita manifestare solidarietà.Nelle metropoli Amed (Diyarbakir), Van e Mêrdîn (Mardin) i sindaci sono stati destituiti dal Ministero degli Interni e sono stati sostituiti amministratori coatti. È già la seconda volta che amministrazioni comunali democraticamente elette vengono messe sotto amministrazione forzata. Nell’autunno 2016 circa cento sindaci curdi erano stati destituiti e incarcerati. Solo con le elezioni comunali del 31 marzo nei municipi delle città e dei comuni curdi sono tornati amministratori eletti.

I municipi di Amed (Diyarbakir), Mêrdîn (Mardin) e Van sono sotto assedio della polizia. Le forze dell’ordine hanno bloccato gli accessi con barriere lungo i municipi. In tutte e tre le città sono in corso perquisizioni e numerosi veicoli corazzati sono stati posizionati nei pressi dei municipi.

Invitiamo le organizzazioni come le Nazioni Unite, Consiglio Europeo, e l’Unione Europea, tutte le forze politiche che si considerano democratiche, a esprimere in modo chiaro la loro posizione rispetto all’attacco contro la volontà politica del popolo curdo.

Facciamo appello a tutte le istituzioni, alle amministrazioni locali, alle realtà associative, a tutte le forze democratiche e alla società civile perché manifestino solidarietà con il popolo curdo.

La lotta contro il governo dell’autocrate Erdogan con ogni mezzo democratico non è solo un diritto ma un dovere.

 

Non si può tacere di fronte a questo ennesimo furto di democrazia! Il silenzio è complice!

21/08/2019

da il Manifesto

Norma Rangeri

 

La pacchia è finita. Conte ha pronunciato una resa dei conti durissima contro un ministro degli interni responsabile di esprimere una tendenza autoritaria, nutrita da scelte e comportamenti frutto «della mancanza di una cultura istituzionale»

 

Più una requisitoria che un’arringa, più un j’accuse senza appello contro Salvini che una difesa, abbastanza scontata, dell’operato del governo gialloverde. Senza alcun cenno di autocritica sull’operato del suo Ministero, anzi rivendicandolo, anche sulla questione dell’immigrazione e dei decreti-sicurezza salviniani.
In diretta televisiva, Conte ha pronunciato una resa dei conti durissima contro un ministro degli interni responsabile di esprimere una tendenza autoritaria, nutrita da scelte e comportamenti frutto «della mancanza di una cultura istituzionale». Poi l’affondo contro «un fomentatore di odio nel paese», un odio pericoloso perché mette la piazza contro il Parlamento.

 

Nell’inedita atmosfera di una città deserta e di Palazzi romani invece affollatissimi, finalmente il Senato della Repubblica al gran completo si è riunito per ascoltare le comunicazioni del presidente del consiglio Conte sulla crisi del suo governo. Come aveva detto proprio davanti a quella stessa assemblea del senato appena qualche settimana fa, (e come forse già stava annunciando), qualora si fosse manifestata una crisi della maggioranza, lui sarebbe tornato alle Camere per discuterne in totale trasparenza.

 

Il passaggio di Conte politicamente più rilevante, applaudito anche dai banchi del Pd, è arrivato quando ha affondato la lama nel cuore nero del salvinismo: «Chiedi pieni poteri, invochi le piazze, esprimi una concezione della politica che mi preoccupa».

 

Fitta e puntigliosa la disamina della lunga serie di scorrettezze istituzionali, compresa quella di rifiutarsi di presentarsi in Parlamento per rispondere «della vicenda russa che va chiarita», fino richiamarlo all’imbarazzante circostanza di presentare una mozione di sfiducia contro il capo del governo senza però ritirare i propri ministri.

 

E dopo il de profundis, la salita al Quirinale per rassegnare le dimissioni al Capo dello Stato. Con una stilettata finale nella replica del Presidente del consiglio, mentre le agenzie di stampa parlavano del ritiro della mozione leghista: «Se manca il coraggio a Salvini, nessun problema la responsabilità della crisi me l’assumo io».

 

Salvini non lo ha smentito pronunciando un comiziaccio di terz’ordine, farcito dei cattivi pensieri dell’estrema destra, compreso il riferimento al calo demografico e al pericolo di sostituzione del popolo italiano con l’invasione dei migranti, fino all’appello finale all’immacolata vergine Maria a protezione dell’Italia, un’invocazione accolta dai plaudenti senatori leghisti. Poi se ne è andato al Viminale per replicare con un video sui social lo sproloquio appena svolto in aula.

Voleva mostrarsi nel suo ufficio, per comunicare che ha ancora il potere di ministro e per estendere al pubblico dei suoi sostenitori lo stesso testo appena pronunciato a palazzo Madama.

 

Il suo appello alle piazze (mediatiche e reali) è tuttavia anche un segno di debolezza di chi sta per restare senza le leve (e i soldi) del suo ministero, di chi è inevitabilmente azzoppato da una crisi che gli è sfuggita di mano.

 

A dimostrazione, proprio ieri la magistratura ha deciso di far sbarcare i migranti della Open Arms tenuti, inutilmente, ferocemente in ostaggio dal ministro leghista.

 

Ma i protagonisti della scena ieri erano tre. Dopo i duellanti Conte e Salvini, sotto la luce dei riflettori del Senato si è alzato Renzi per un breve e studiato intervento, che aveva soprattutto lo scopo di inviare un messaggio innanzitutto al suo malconcio partito, in seconda battuta agli alleati di una futuribile maggioranza Pd-M5S. Renzi ha assicurato che non farà parte del nuovo governo, che, secondo la sua idea, deve evitare il voto subito per scongiurare l’esercizio provvisorio dei conti pubblici, delineando così un governo di scopo per fronteggiare la recessione europea. Il contrario di un governo di legislatura sostenuto da altri esponenti del partito, forse, chissà, anche dal segretario Zingaretti.

 

Finalmente questa crisi fantasma diventa una crisi conclamata con il passaggio del testimone nelle mani di Mattarella. Un primo passo, una prima tessera pur dentro un puzzle impazzito perché onestamente nessuno può immaginarne ancora la conclusione, e capire l’esito finale tra showdown elettorale come chiede l’ormai ex ministro dell’interno o l’inedita alleanza di centrosinistra.

20/08/2019

Piero Bevilacqua

da Il Manifesto

 

Crisi di governo. Zingaretti chiama gli italiani al voto, ma su quale programma? Sembra difficile rivendicare Fiscal Compact, jobs act o l’autonomia differenziata

 

Tra le opinioni circolanti nel dibattito politico spicca, per autorevolezza, quella di Emanuele Macaluso (manifesto, 10/8), il quale, sul ruolo del Pd nella vita politica italiana, sostiene lapidario: «Siccome non c’è altro – ripeto: non c’è altro – dico a tutti che demolirlo significa rafforzare la destra». È un’opinione raccolta di recente da Antonio Gibelli, in coda a un pregevole articolo (manifesto, 17/8)

 

Ora, certamente, al momento in Italia a sinistra «non c’è altro», come dice Macaluso, per lo meno sul piano degli schieramenti partitico-parlamentari. Ma l’apparente buon senso di tale constatazione deve indurci ad accettare la politica passata e presente di questo partito. E se risultasse che l’attuale desertificazione della sinistra italiana fosse in gran parte responsabilità delle strategie del Pd?

 

Già un superficiale sguardo storico alla condotta di questo partito negli ultimi anni illustrerebbe con dovizia quanto il successo di massa dei 5S e e in parte anche della Lega sia un esito quasi diretto sua della politica moderata. L’accettazione del fiscal compact e addirittura il suo inserimento in Costituzione, l’applicazione delle poltiica Ue di austerità, il Jobs Act e l’intera legislazione del lavoro improntata alla flessibilità, quasi nessuna attenzione all’ambiente, la politica fiscale a favore dei ceti abbienti (esonero Imu generalizzato sulla prima casa, mancata progressività dell’imposizione), l’abbandono delle periferie e del mondo del lavoro, che produce il paradosso degli operai iscritti alla Cgil ma votano Lega,ecc.

 

L’elenco è necessariamente breve e sommario. La verità è che in questi anni il Pd è diventato un partito di destra moderata, rappresentante di ceti sociali abbienti, tendenzialmente filo-padronale.
Ricordo tali aspetti storici non per l’ennesima recriminazione nei confronti di questa formazione, ma perché il suo segretario in questo momento esorta i suoi e gli italiani ad andare alle urne per battere la destra. E dunque non possiamo non porci le domande: con quale programma, visto che non abbiamo udito una sola parola di critica sulle responsabilità del passato? Con quali uomini, alleanze, schieramenti?

 

Cominciamo dal leader. Com’è ovvio, nulla di personale contro Nicola Zingaretti, ma la politica la fanno gli uomini e dunque si deve parlare di loro. Ci permettiamo di dubitare delle capacità di questo segretario di condurre il suo partito a un risultato elettoralmente importante, tanto da rendere meno devastante la vittoria certa delle destre. Perfino l’elementare semiotica della gestualità televisiva mostra Zingaretti sbagliare i suoi messaggi subliminali. Sorride sempre alle telecamere mentre il paese assiste di giorno in giorno alla devastazione dello spirito pubblico, ai drammi dei migranti, allo stravolgimento di ogni regola di democrazia e di convivenza. E quel sorriso suona inevitabilmente come una prova di ostentata superficialità.

 

E sempre per rimanere agli aspetti comunicativi e simbolici, il primo gesto di Zinzaretti da segretario del Pd fu quello di recarsi a Torino per sostenere la causa del Tav. È comprensibile che un ceto politico privo della cultura ecologica, senza nessuna idea dei problemi e dei bisogni del nostro territorio, caldeggi quell’opera. Ma fra tanti luoghi simbolici unificanti (una periferia urbana degradata, una fabbrica in lotta, un centro di ricerca meritevole, ecc) il segretario va ha scegliere un obiettivo che divide gli italiani e soprattutto il campo della sinistra?

 

Sul piano dei contenuti rimaniamo ancora più scoraggiati. Non sappiamo nulla del programma per il quale dovremmo recarci alle urne e votare il Pd. Conosciamo la condotta di opposizione al governo gialloverde e, se si esclude la questione migratoria (dove tuttavia Minniti ha creato un varco che resterà nei testi di storia per disumano cinismo), è stata sostanzialmente una posizione di destra, che in politica economica applicava supinamente il punto di vista della Ue. Così oggi Zingaretti non ci dice nulla, ad esempio, sul più rilevante dei problemi italiani: il Mezzogiorno. E questo non accade soltanto perché il Pd ha abbandonato da tempo ogni politica per quest’area del Paese, ma perché la “questione meridionale” si intreccia inestricabilmente con la questione dell’autonomia differenziata.

 

Non abbiamo sentito una sola voce di allarme su un progetto che è di pura dissoluzione regionalistica dell’Italia. E crede Zingaretti di conquistare consensi al Sud con il silenzio su questo tema drammatico? Infine, come può esortare al voto accettando una legge elettorale che regala una maggioranza sproporzionata al partito vincitore, senza nessun accenno autocritico a un sistema maggioritario che ha clamorosamente fallito?

 

Se così stanno le cose, in mancanza di un salto di qualità, in uomini e programmi, il “non c’è altro” di Macaluso significa che c’è la sconfitta certa, purtroppo non solo del Pd, ma dell’Italia intera.

 

19/08/2019

 

Al suo arrivo al festival della Versiliana a Marina di Pietrasanta (Lucca) alcune decine di manifestanti mischiati tra il pubblico hanno contestato con fischi e urla tipo ‘torna a casa’ il leader della Lega Matteo Salvini prima che arrivasse sul palco.

 

Uno striscione con scritto "La strada si conquista con la lotta femminista" circondato da reggiseni è stato affisso nella notte tra sabato e domenica, e subito rimosso nella mattinata, sotto il palazzo comunale di Massa, in polemica con il recente regolamento di polizia urbana del Comune guidato dal sindaco leghista Francesco Persiani, e in vista dell'arrivo oggi in città di Matteo Salvini.

Lo striscione è firmato dal collettivo femminista Kall, che sulla sua pagina facebook scrive: "Contro l'imbarazzante Daspo urbano partorito dalla nostra Giunta comunale, libere di vestirci come vogliamo, di mendicare, di ammiccare, di radunarci e di protestare". Il collettivo invita a partecipare alla manifestazione di protesta contro Salvini, prevista per le 16 dal lungomare di Marina di Massa. La polemica sul regolamento di Massa, innescata da un tweet di Alessandro Gassman, riguarda il divieto, contro il fenomeno della prostituzione, di "mantenere abbigliamento indecoroso o indecente".

Poi, nel pomeriggio, più di 200 persone si sono radunate in piazza Bad Kissingen a Marina di Massa per partecipare alla manifestazione di protesta contro l'arrivo del ministro Matteo Salvini, previsto per le 20, nel parco pubblico della Comasca a Ronchi che ospita Toscana fest, festa regionale della Lega Toscana. La manifestazione è stata organizzata dai Carc, presenti con delegazioni da tutta Italia, con adesioni anche di altre realtà.



In piazza sono arrivati anche consiglieri comunali del Pd, di Sinistra italiana, e liste civiche, rappresentanti di Rifondazione comunista, il Collettivo studentesco, quello femminista Kall e il Collettivo antifascista, Anpi. Tanti anche i bagnanti accorsi (anche per curiosità) dalle spiagge che costeggiano la piazza. I manifestanti si dirigeranno poi in corteo al parco dei Ronchi, poco distante dal luogo dove è in svolgimento la festa della Lega, per una assemblea popolare.



Con il passare delle ore il numero dei manifestanti è aumentato. "Salvini siamo qui a difendere la nostra città", uno degli slogan urlati al corteo promosso dai Carc ma al quale hanno poi aderito varie realtà. In base a quanto spiegato dagli organizzatori sono circa un migliaio i partecipanti, 500 secondo le forze dell'ordine.


Tra le persone che sfilano anche un manifestante che impersona una Madonna, trasportato su un baldacchino improvvisato e che indossa una tunica con scritto una frase dell'Antigone, "Non sono nata per condividere l'odio ma l'amore", tutto in riferimento, è stato spiegato, "all'uso di Salvini dell'immagine della Vergine per la propaganda politica".



Tra i presenti alla manifestazione anche esponenti del Pd come il consigliere comunale di Massa Stefano Alberti, che afferma: "Siamo in tanti militanti del Pd e io come rappresentante del gruppo consiliare. Era giusto esserci per manifestare contro le politiche del ministro Salvini soprattutto quelle dell'immigrazione, dopo che ha tenuto prigionieri diversi minori su una nave al largo".



Il corteo, partito alle 17 da piazza Bad Kissingen a Marina di Massa, deve raggiungere, secondo il programma, il parco dei Ronchi, poco distante dal luogo dove è in svolgimento la festa della Lega, per una assemblea popolare.


Presidio contro Salvini anche a Pietrasanta, altra tappa del tour domenicale del ministro. Esponendo uno striscione con scritto "Salvini esci adesso ti facciamo noi un bel processo", un centinaio di persone ha manifestato sul lungomare di Marina di Pietrasanta vicino all'ingresso del Festival della Versiliana dove è atteso il leader della Lega e ministro dell'Interno Matteo Salvini. I manifestanti, tra esponenti di Anpi e sigle della sinistra, hanno esposto bandiere rosse e intonano slogan contro Salvini. Esposti anche alcuni striscioni con scritto "Io non ti do pieno poteri".



La contestazione è proseguita all'arrivo del ministro. Alcune decine di manifestanti mischiati tra il pubblico hanno fischiato e urlato "torna a casa" al leader della Lega prima che arrivasse sul palco. Per l'incontro col ministro dell'Interno la Versiliana ha registrato il tutto esaurito, con centinaia di partecipanti.

Norma Rangeri

 

Se il bacio al rospo ci sarà o no è ancora troppo presto per dirlo, mentre l’immagine usata dal manifesto è stata (dai social e da vari editorialisti) diversamente raccolta. Pur prevalendo l’interpretazione classica, favolistica: il rospo, la principessa, il bacio miracoloso che trasforma la bestia in principe (molti nomi “regali”già circolano sul futuro presidente del consiglio e sui possibili ministri di una nuova maggioranza).

 

La realtà è leggermente diversa. Sicuramente non c’è il rospo Dini che avevamo ricordato perché il dilemma nacque allora. Sono cambiati i protagonisti e soprattutto sono cambiate le forze politiche, a destra e a sinistra, oltre a esserne nate di nuove, come il M5S. Il riferimento a Dini non è piaciuto a Antonio Padellaro che sul Fatto quotidiano (citando, almeno lui, il manifesto) ci rimprovera di non valutare il fatto che, dopo Dini, Berlusconi tornò per lunghi anni al potere. Si potrebbe facilmente obiettare che dopo quel rospo ci furono gli anni, non proprio da buttar via, dei governi Prodi e dell’alternanza.

 

Tuttavia guardando al prossimo futuro la dura realtà ci dice che questa volta i rospi si sono moltiplicati e non si vedono in giro salvifiche principesse.

 

A dire la verità poi il primo bacio tra rospi è avvenuto a giugno dell’anno scorso con la stipula del contratto di governo tra pentastellati e leghisti.

 

Avevano svolto campagne elettorali gli uni contro gli altri, eppure Salvini e Di Maio si baciarono, immortalati in un famoso murales.

 

E potrebbero tornare insieme volendo dare seguito ai boatos sulle profferte di un Salvini che annaspa e le prova tutte, non sapendo come uscire dal cul-de-sac in cui si è messo. Del resto non è facile metabolizzare rivalse e rancori, ben rappresentati nell’ultimo botta e risposta di Ferragosto tra il presidente del consiglio e il suo vice leghista, nel braccio di ferro sulle sofferenze dei migranti sequestrati per settimane sulla nave Open Arms.

 

La metafora del rospo è stata utilizzata anche da Repubblica per mettere in fila tutti gli ostacoli sulla via della soluzione della crisi e, alla fine, giungere alla conclusione che sarebbe meglio andare al voto, come reclama Salvini, e, detto in soldoni, votare Pd.

 

Trascurando giusto un dettaglio: se si andasse subito ad elezioni, per quali meriti il Pd dovrebbe essere premiato (per le sue idee? Per la sua irresistibile opposizione? Per la sua unità?). Onestamente di ragioni capaci di richiamare l’elettore, astensionista o grillino, non se ne vedono, né in Italia, né in ambito europeo, a meno di un cambiamento forte della politica economica sia sul fronte interno che nel contesto internazionale.

 

Questa è anche una crisi surreale, che c’è e non c’è, capiremo nei prossimi giorni la sua vera natura e le chances per un nuovo governo di legislatura. Ben sapendo che la situazione economica interna è preoccupante, come hanno sottolineato allarmati i sindacati, che il motorino tedesco si è inceppato, che la «guerra» tra Usa e Cina sta provocando enormi danni.

 

Non solo. Per sminare il campo, Pd e M5S dovranno buttarsi alle spalle odi, accuse, ingiurie. Un clima alimentato soprattutto per merito di Grillo e Renzi, proprio i due super-rospi che ora sembrano rivolgersi parole amorose, facendo storcere il naso a molti, in gran parte a ragione.

 

E tuttavia c’è un interesse generale da tenere bene a mente per chi prenderà le decisioni e per chi ha a cuore la storia di un paese nato dalla Resistenza. La sostanza è che siamo di fronte a una crisi di sistema, a un bivio della democrazia italiana che corre il rischio di trasformarsi in un regime fascio-leghista. Salvini ha espresso il desiderio di votare il 13 di Ottobre perché è anche il giorno delle elezioni in Polonia. Teniamolo a mente.

Federico Giusti

da Controlacrisi

16/08/2019

 

La crisi politica ha dimenticato gli operai, non è un luogo comune o un lamento estivo, è solo la constatazione di un dibattito che ormai inserisce una lista di priorità finalizzata alla salvaguardia del ceto politico e dei suoi giochi di potere.

 

Sui numeri gli organi di stampa non trovano un accordo, chi parla (La Repubblica) di 240 mila posti di lavoro a rischio, chi invece è ancora piu' pessimista , per esempio Il Sole 24 Ore che parla di 380 mila.

 

Ma al di là dei numeri, che tuttavia pesano come montagne, il lavoro non rientra tra le priorità di un eventuale accordo di Legislatura su cui Mov 5 Stelle, Pd e alcune alte autorità dello Stato stanno lavorando da giorni.

 

Se cosi' non fosse il primo provvedimento da intraprendere sarebbe proprio dedicato alla soluzione di vertenze ancora aperte o a bandire i concorsi pubblici indispensabili per la erogazione dei servizi alla cittadinanza.

 

Sono oltre 220mila i lavoratori “a rischio” nelle aziende in crisi, le aziende per le quali gli ammortizzatori sociali non sono sufficienti, esistono ad oggi ben 158 tavoli aperti al ministero dello Sviluppo economico, per non parlare poi dei 55mila precari della scuola con i fatici 3 anni di anzianità che avrebbero, in teoria ripetiamo in teoria, aperta la porta della stabilizzazione con quel decreto «salvo intese» approvato nell’ultimo consiglio dei ministri prima della crisi.

 

Il sindacato complice e rappresentativo lancia appelli ma poco ha fatto per reinternalizzare servizi con troppa faciloneria esternalizzati (per esempio le pulizie nelle scuole) o destinati anni fa ad aziende subito privatizzate, aziende che presentano fatturati ragguardevoli ma una forza lavoro inversamente proporzionale all'aumento degli utili.

 

La crisi di governo è una sventura ma siamo certi che in caso contrario il lavoro avrebbe avuto la dovuta considerazione ai tavoli Ministeriali e in Parlamento? Dubitiamo vista la storia recente, e non, del paese, viste le priorità nel dibattito tra le forze politiche di maggioranza e di opposizione (o presunta tale).

 

La lista delle aziende in crisi, di quelle che hanno chiuso i battenti mandando a casa da un giorno all'altro la forza lavoro, è sterminata a dimostrare la crisi del sistema produttivo italiano per anni ancorato alle delocalizzazioni, agli insufficienti investimenti per ammodernare e innovare i prodotti.

 

Tante parole ma pochi fatti, per esempio alla voce riconversione produttiva che riguarda tante aziende che risentono della crisi della locomotiva tedesca.

 

Sono a rischio i concorsi pubblici per restituire agli ospedali infermieri, os e medici dei quali il servizio sanitario ha assoluto bisogno per non parlare poi dei maestri diplomati o dei tanti concorsi nello Stato e negli enti locali.

 

La concretezza del lavoro stride con l'astrattezza delle priorità del sistema politico per il quale la riduzione del numero dei parlamentari e la riforma costituzionale rappresenta una priorità, priorità disconosciuta dal paese reale, quello per intendersi che fa sempre piu' fatica ad arrivare a fine mese.

 

Quasi 75 mila lavoratori a rischio riguardano due soli settori, quello dei servizi e della industria pesante, altri 39 mila tra telecomunicazioni e call center per non parlare poi dei settori per i quali la crisi imperversa da almeno 15 ammi come l'areonautica, l'edilizia e la cantieristica.

 

La fotografia delle aziende in seria difficoltà è impietosa e ricorda che la crisi ha colpito da troppi anni il sistema produttivo nazionale, eppure il Governo Renzi ha diminuito gli ammortizzatori sociali, la loro durata e la platea dei destinatari. Nel suo anno di vita, o poco piu', l'esecutivo Lega e Mov 5 Stelle ha arrancato e la task force al Mise si è dimostrata inadeguata ad affrontare e risolvere i problemi,

 

Nel paese esiste una vera e taciuta priorità: il lavoro. Ma i lavoratori, al pari dei migranti e dei soggetti sociali colpiti dal Pacchetto sicurezza bis, sono dimenticati dall'agenda politica.

 

E' questa la amara constatazione di mezza estate che dovrebbe indurre noi tutti\e a non essere piu' passivi spettatori ma protagonisti di rivendicazioni e iniziative forte per rimettere al centro la questione lavoro, pensioni, redditi, per investire non nella riduzione delle tasse ma nella riconversione dei siti produttivi nocivi all'uomo e all'ambiente. Un investimento che dovrebbe riguardare da subito istruzione e sanità, voci per le quali l'Italia spende assai meno degli altri paesi europei.

Andrea Fabozzi

da Il Manifesto

Governo in crisi. A Genova Salvini e Di Maio nemmeno si salutano, poi litigano via social sui Benetton. Il leghista trova una spalla solo in Toti

 

Non sono più amici, come ha decretato Di Maio: «D’ora in poi chiamiamoci con nome e cognome». Prima però dovrebbero salutarsi. Invece i due vice premier, arrivati nel capannone che ospita la cerimonia di commemorazione delle vittime del ponte Morandi ognuno per conto suo – la lite di governo moltiplica i voli di stato -, si sfiorano ma si ignorano. Il cerimoniale immaginava di aver trovato la soluzione all’emergenza diplomatica, mettendo a sedere il ministro tecnico Moavero in mezzo tra Salvini e Di Maio, in prima fila. Per il resto una complicata combinazione di seggiole era riuscita a evitare ogni contatto tra ministri di Lega e 5 Stelle (una decina in tutto); unico punto di frizione quello tra la ministra Stefani e il ministro Toninelli costretti spalla a spalla ma con lo schermo dei rispettivi riccioli a impedire gli sguardi.

 

E INVECE MOAVERO non è arrivato, mancando l’occasione storica di dare un suo contributo al governo. Così, dopo un quarto d’ora di imbarazzo, è stato il sindaco di Genova a sacrificarsi: rapido cambio di cartellino sulla sedia, spazio tra Salvini e Di Maio occupato e fine del ridicolo teatrino di sguardi eccentrici e torcicolli che stonava con il composto dolore della giornata. I due non vedevano palesemente l’ora di mettersi in macchina, ed eccoli infatti pochi minuti dopo la fine della messa e dei discorsi tornare più sciolti, più disinvolti. Ciascuno con la sua diretta Facebook ad accusare «qualcuno» di bloccare le grandi opere, «qualcuno» di tramare per i Benetton.

 

LITIGANO PESANTEMENTE, litigano al riparo dei social, ma in fondo litigavano allo stesso modo anche quando giuravano che sarebbero rimasti assieme dieci anni, per cui è ridicola ma non inconcepibile l’ipotesi del ministro Centinaio che Lega e 5 Stelle potrebbero alla fine tornare assieme. Del resto vale tutto, Salvini che annuncia spavaldo che il 20 agosto al senato voterà la sfiducia a Conte, quando sa benissimo che la sua mozione è stata rinviata e si discuteranno le comunicazioni del presidente del Consiglio. La Lega che insiste a sostenere la fattibilità del folle piano sulle riforme costituzionali – approvare il taglio dei parlamentari e poi votare senza applicarlo – impossibile e impraticabile. I 5S che replicano la parte dei tagliatori di poltrone avendo votato il calendario che accantona la legge. Conte che a Genova arriva ieratico nella parte della riserva della Repubblica, sta mezz’ora a stringere le mani a tutti per ostentare una popolarità di risulta – agguanta volontari, famigliari, passanti, giornalisti, saluta persino Salvini – e poi è costretto a scrivere una letterina al suo ministro dell’interno, al quale ha consegnato ogni potere, per pregarlo di non accanirsi troppo sui migranti.

 

È POSSIBILE TUTTO in questi tempi supplementari gialloverdi, in cui un governo che un anno fa aveva promesso di strappare ad horas le concessioni ad Autostrade per l’Italia e stava invece chiedendo alla società dei Benetton di prendersi pure Alitalia, torna a Genova con due linee e nessuna possibilità di perseguirne alcuna. Per Salvini bisogna far costruire ad Autostrade anche la Gronda, per Di Maio la revoca delle concessioni era praticamente fatta non fosse stato per il tradimento della Lega. E poi c’è Toninelli che ha una spiegazione diversa, probabilmente definitiva: «Mi sono messo contro l’intero sistema politico, mediatico, affaristico italiano e per questo hanno cercato in ogni modo di screditarmi, di descrivermi come non sono».

 

Di più imbarazzante forse c’è solo il momento in cui il cardinale Bagnasco, terminata una predica sul valore dell’unità, arriva al punto in cui la liturgia prevede lo scambio di un segno di pace. Di Maio ci aveva evidentemente pensato e scatta subito a sinistra, chissà, Salvini conseguentemente a destra e così incappa nei ministri Conte e Tria. Dallo sguardo che fa non gli appaiono come inviati dalla provvidenza, ma Genova richiede anche questo sacrificio e le mani scattano rapide e timide. Meglio, infinitamente meglio la stanza degli specchi, l’accogliente trincea dei social. Lì Salvini può tornare a denunciare la congiura del «partito delle poltrone», avendo però deciso che non gli conviene mollare la sua al Viminale. Se ieri la sua campagna elettorale a carico del contribuente era concentrata sui migranti, oggi a Ferragosto si travestirà da impegno anticamorra. Di Maio su Facebook può spiegare che a questo punto revocare la concessione ad Atlantia «tocca alla politica», essendosi lui evidentemente occupato di altro negli ultimi quattordici mesi.

 

DA GENOVA MATTARELLA torna al riposo della Maddalena, come a rimarcare che fino a quando non si esprimeranno i partiti in parlamento, il 20 agosto, non c’è alcuna accelerazione possibile. Ed è allora la solitudine del ministro dell’interno a stagliarsi sul fondo della giornata di commemorazione. La sua unica spalla è quella del governatore Toti, che può offrigli però un piatto di trenette al pesto e non più di sei o sette voti in parlamento, provocando in cambio i sospetti di Forza Italia. Anche Giorgetti, il consigliere più accorto, spiega che i tempi della crisi «li ha decisi Salvini da solo, come fa un capo». E mentre il giorno finisce, già che era in Liguria il ministro si fa scortare a ponente, per un altro comizio. Di nuovo a La Spezia i fischi sono più degli applausi.

Andrea Fabozzi

 

Salvini spara a salve. Conte in aula il 20. Il leghista: «Allora subito la riforma costituzionale, si può comunque votare a ottobre». Ma non è vero e la crisi blocca tutto

 

«Nessuno chiede di parlare?». Alla presidente del senato Casellati non pare vero, la Lega ha insistito tanto perché richiamasse tutti i senatori a Roma nell’anti vigilia di ferragosto e lei l’ha fatto. La capogruppo di Forza Italia Bernini la ha appena ringraziata pubblicamente «per averci dato la possibilità di essere qui», un po’ troppo forse per la presidente che – in teoria – non dovrebbe fare regali del genere. Ma insomma, «nessuno chiede di parlare?». È Calderoli, l’esperto vicepresidente dell’aula che maneggia sicuro riforme e regolamenti, a richiamare l’attenzione e a indicare Salvini, seduto accanto a lui. «Parla lui, parla lui».

 

E Salvini parla, rimbambisce il Pd di volgarità sui senatori fannulloni e le senatrici abbronzate, poi quando ha scatenato il caos che quasi non si sente niente tira fuori il suo coniglio dal cilindro: «L’amico Di Maio mi ha sfidato ad approvare subito la riforma costituzionale che taglia i parlamentari e a votare dopo? Benissimo, accolgo la sfida. Approviamo quella riforma storica, tagliamo un bel po’ di poltrone ma poi andiamo a votare subito, il giorno dopo». Il Pd ci mette un po’ a capire, i 5 Stelle ancora un altro po’. Per loro fortuna il coniglio che tira fuori Salvini è un animale morto. Un bluff.

 

SALVINI E CALDEROLI spiegano poi il dettaglio del loro piano. Sostengono che la riforma costituzionale si possa benissimo approvare alla camera in maniera definitiva, come chiede il Movimento 5 Stelle che ha pure raccolto le firme, nonostante la sfiducia a Conte. Ma non dicono più che «se passa questa legge non si va più a votare, il tempo è scaduto» come sostenuto da Salvini appena cinque giorni fa. Spiegano invece che si può andare alle elezioni non proprio «il giorno dopo» ma comunque a ottobre, semplicemente rinviando l’entrata in vigore della riforma alle elezioni ancora successive, in ipotesi quelle del 2024.

 

Queste perché la stessa legge costituzionale, naturalmente, prevede che il taglio dei parlamentari entri in vigore nella prime elezioni successive alla promulgazione della riforma. Come è apparso chiaro già da giorni a chi ha sondato l’orientamento del Quirinale, questo significa che una volta concluso l’iter parlamentare della riforma bisognerà attendere l’eventuale richiesta di referendum. Tra raccolta delle firme, tempi tecnici per i passaggi in Cassazione e per la riscrittura dei collegi ci vogliono almeno cinque mesi in caso di mancata richiesta di referendum e dieci se il referendum si terrà effettivamente. Si può votare al più presto a febbraio 2020 o a giugno, a seconda dei casi.

 

Salvini lo sa e dopo un po’ infatti deve aggiungere «nel rispetto delle prerogative del Quirinale». La sua trovata è una mossa tutta politica per cercare di prendere in contropiede 5 Stelle e Pd che hanno già avviato le trattative per il nuovo governo. E serve pure a nascondere un po’ la sconfitta subita dalla Lega al senato nel voto sul calendario della sfiducia. Ma non ha alcun fondamento concreto. Nessun paragone è possibile con la riforma del centrodestra nel 2006 che pure prevedeva la riduzione dei parlamentari. Perché allora le camere arrivarono a conclusione naturale e necessariamente il referendum si tenne nella nuova legislatura. Soprattutto è impossibile votare questa riforma costituzionale, alla camera, prima del giorno in cui prevedibilmente Conte dovrà dimettersi, cioè il 20 agosto dopo il dibattito in senato.

 

A Montecitorio mancano ancora un passaggio in commissione e il mandato al relatore. Tant’è vero che seppure nella conferenza dei capigruppo di ieri sera tutto il centrodestra, stavolta con i 5 Stelle, chiede l’anticipo della discussione della riforma (non settembre, ma agosto) nessuno si oppone alla proposta del presidente Fico che fissa l’approdo in aula al 22 pomeriggio. Dunque a crisi di governo aperta. Quando tutto dovrà necessariamente essere sospeso. Questo calendario proposto da Fico viene approvato all’unanimità, anche dalla Lega. Ed è allora Di Maio a poter dire a Salvini: «Se davvero vuoi il taglio dei parlamentari non aprire la crisi».

 

RETORICA ANCHE QUESTA, la crisi si aprirà ma la riforma costituzionale – che se approvata da sola tornerebbe utile sopratutto a Salvini che con questa legge elettorale conquisterebbe ancora più facilmente la maggioranza – resterà in campo. Pietra angolare di tutte le trattative per un nuovo esecutivo, di legislatura o breve che sia. La successione degli eventi dimostra che si tratta di una riforma compiutamente regressiva, malgrado Renzi ieri in conferenza stampa abbia detto che per lui («a differenza del mio gruppo») si può votare. Non lo ha detto però nei due passaggi al senato, quando il Pd si è fieramente opposto al taglio dei parlamentari, in commissione e in aula.

 

Nel frattempo anche Zingaretti ha scolorito parecchio questa posizione critica, sostenendo che la riforma non andava votata non per ragioni di merito, ma perché allunga i tempi delle elezioni. Adesso però dovrà trattare con i 5 Stelle, che non rinunceranno a farne una bandiera del programma (malgrado una parte del gruppo grillino non veda l’ora di farla saltare e sia contento della sospensione imposta dalla crisi). E poi c’è la questione del referendum, che senza il sostegno del Pd difficilmente potrà essere richiesto (sia che si tratti di passare per i consigli regionali che per i parlamentari e anche per la raccolta delle 500mila firme). Zingaretti in tempi non sospetti ha fatto la previsione che il referendum non ci sarà. La considera una battaglia impopolare e non ci si vuole imbarcare. Anche dalla parte del Pd, adesso, è soprattutto questione di propaganda.

 

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