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09/11/2021

da il Manifesto

Adriana Pollice

 

Speranza promette 90 milioni in Finanziaria per far crescere il salario in base alle ore di servizio . Manca (Simeu): «In Pronto soccorso sono arrivati i medici delle cooperative, gestiscono solo i codici non gravi e guadagnano più degli strutturati pur non avendo la specializzazione»

 

Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha dato l’annuncio ieri via social: «Ho proposto che dal prossimo anno venga aggiunta un’indennità accessoria alle retribuzioni di medici, infermieri e professionisti sanitari dei Pronto soccorso, che lavorano sovente in condizioni di stress. Servirà a rendere più forte la prima linea del Servizio sanitario nazionale a cui dobbiamo dire grazie». Si tratta di 90 milioni che sarebbero previsti in Finanziaria per incentivare il personale di Ps: 27 milioni per i medici (circa 10 mila), 63 milioni per gli infermieri (circa 25 mila) erogati in proporzione alle ore di servizio effettuate. Un passo avanti ma ancora lontano dal complesso delle rivendicazioni del settore, che infatti confermato il flash mob di protesta convocato per il 17 novembre a Roma e che vedrà la partecipazione anche del personale del 118.

 

IL PRESIDENTE della Società italiana di medicina di emergenza urgenza, Salvatore Manca, spiega: «La manifestazione riguarda anche le condizioni economiche ma le richieste sono soprattutto legate alla qualità del lavoro, al riconoscimento del nostro ruolo all’interno del Ssn e del sistema ospedaliero. Tutte cose sottovalutate anche durante la crisi pandemica, nonostante dal Pronto soccorso siano passati tutti, pazienti Covid e non Covid: siamo la trincea dove le persone cercano risposte a fronte di un’organizzazione del Sistema sanitario a livello territoriale assolutamente insufficiente in larga parte del territorio».

 

LE CRITICITÀ SONO MOLTE: «Nella riorganizzazione delle strutture ospedaliere – prosegue Manca – spesso i Pronto soccorso sono trascurati se non dimenticati: sale di attesa insufficienti per pazienti e accompagnatori, sale visita non in grado di dare risposte ottimali. Durante le prime ondate del virus sono stati i medici di Pronto soccorso a inventare percorsi alternativi per dividere i sospetti Covid dai pazienti ordinari, nonostante l’organico totalmente insufficiente: 4 mila medici in meno in Ps, 10 mila infermieri in meno nei servizi di emergenza. Per oltre un anno si è parlato di pneumologi, di infettivologi, mai di noi che pure abbiamo retto l’onda d’urto».

 

I problemi sono anche nella gestione del reparto: «È il medico di Pronto soccorso che decide della necessità o meno del ricovero – sottolinea Manca -. Ci assumiamo la responsabilità delle spese sostenute dal Servizio sanitario e siamo anche quelli che devono affrontare le proteste per i tempi di attesa dei malati, costretti ad aspettare in barella. Su di noi si scaricano le conseguenze della riduzione dei posti letto per acuti: attualmente sono 3 per mille, assolutamente insufficienti. Dovrebbero essere almeno 4 per mille».

 

NESSUN RICONOSCIMENTO del ruolo: «Siccome siamo sotto organico – prosegue – in Pronto soccorso sono arrivati i medici delle cooperative, che però gestiscono solo i codici di minore gravità. Così un medico strutturato si trova accanto il medico delle coop: il primo vede i casi più gravi, il secondo i codici bianchi e i codici verdi. Il primo guadagna 2.500 euro netti al mese; il secondo 60 euro all’ora per 12 ore ottenendo 720 euro a turno. Con quattro turni al mese guadagna più dello strutturato che deve seguire i pazienti critici».

 

I MEDICI DELLE COOP girano per l’Italia: si spostano continuamente da una regione all’altra in base alle necessità, quando arrivano non conoscono la struttura dell’ospedale, né i colleghi con cui lavoreranno e neppure i percorsi. «La classe politica pensa che il medico di Pronto soccorso lo possa fare chiunque, anche chi ha la laurea ma non la specializzazione. Molti medici delle cooperative hanno fatto solo un corso di rianimazione (di base o avanzato) di 30 o 40 ore: vengono messi in Pronto soccorso accanto a chi ha fatto la scuola di specializzazione in medicina di emergenza urgenza che dura 5 anni. Questo è uno dei motivi per cui il 50% delle borse di studio delle scuole di specializzazione del settore non sono state assegnate nell’anno accademico 2021/2022».

 

Non puoi fare la professione privata e non c’è neppure la possibilità di fare carriera nel pubblico: «Possono diventare primari di Pronto soccorso tutti i medici che abbiano lavorato in una disciplina equipollente, come ad esempio medicina interna, anche se non hanno mai svolto effettivamente servizio con noi in prima linea».

 

NODO 118: «Non va bene la separazione tra emergenza pre ospedaliera e ospedaliera – conclude Manca -. Il medico di emergenza deve essere unico e agire nell’ospedale come sul territorio attraverso il 118, cosa adesso impossibile per motivi contrattuali, mettendo in campo la stessa preparazione e lo stesso percorso diagnostico terapeutico». Per il personale del 118 non è prevista alcuna indennità.

06/11/2021

da il Manifesto

Luca Manes

GLASGOW (SCOZIA)

 

In migliaia in corteo assediano la Cop26. In prima fila gli indigeni dell’Amazzonia. Greta Thunberg: «Il re è nudo, la storia li giudicherà severamente. Ormai è chiaro a tutti, la Cop26 Cop26 è un fallimento totale, un festival del greenwashing»

 

Nel giorno della «congiura delle polveri» di Guy Fawkes, Glasgow viene gioiosamente invasa dai Fridays for Future di tutto il mondo. Ma non solo, tantissimi gli attivisti singoli o in rappresentanza di realtà di tutto il Regno Unito che si sono dati appuntamento a metà mattinata di ieri nello splendido scenario di Kelvingrove Park e che in 25mila hanno marciato fino alla centralissima George Square. ALLA TESTA DEL CORTEO tante donne e ragazze provenienti dal Sud del mondo e alcuni esponenti delle comunità indigene dell'Amazzonia. Una scelta significativa, quella di dare spazio a coloro le cui voci vengono sistematicamente ignorate...

 

Nel giorno della «congiura delle polveri» di Guy Fawkes, Glasgow viene gioiosamente invasa dai Fridays for Future di tutto il mondo. Ma non solo, tantissimi gli attivisti singoli o in rappresentanza di realtà di tutto il Regno Unito che si sono dati appuntamento a metà mattinata di ieri nello splendido scenario di Kelvingrove Park e che in 25mila hanno marciato fino alla centralissima George Square.

 

ALLA TESTA DEL CORTEO tante donne e ragazze provenienti dal Sud del mondo e alcuni esponenti delle comunità indigene dell’Amazzonia. Una scelta significativa, quella di dare spazio a coloro le cui voci vengono sistematicamente ignorate e che invece in occasione della Cop26 di Glasgow hanno l’opportunità di ricordare al mondo quali sono gli effetti della crisi climatica e più in generale del modello estrattivista sulla loro pelle.

 

Purtroppo non di rado l’attivismo si paga con la vita, come è accaduto a Samir Flores, giovane messicano ucciso nel 2019 per il solo torto di essersi opposto alla mega opera infrastrutturale Proyecto Integral Morelos (in cui è coinvolta anche l’italiana Bonatti).
Una sorte tragica come quella di Samir, ricorda Sofia Gutierrez alla fine della marcia, lo scorso anno in Colombia è toccata a ben 65 difensori dell’ambiente e delle comunità, che hanno pagato con la vita il loro impegno. Proprio il presidente colombiano Iván Duque è tra i più attivi alla Cop26, dove invece non si è presentato il suo omologo brasiliano Jair Bolsonaro, il più bersagliato di cori durante la manifestazione. Bolsonaro è additato come responsabile di un vero e proprio genocidio sia dei nativi dell’Amazzonia, dove la deforestazione prosegue senza sosta a tutto vantaggio delle imprese private, che del resto del suo popolo, a causa della gestione fallimentare della pandemia.

 

NON È TROPPO POPOLARE nemmeno Boris Johnson, in questi giorni in versione «di lotta e di governo» per dare l’impressione di essere un «paladino» del clima. Ieri, tramite il suo portavoce ha fatto sapere di comprendere «il forte sentimento dei giovani sul cambiamento climatico», tuttavia «saltare le lezioni è estremamente dannoso in un tempo in cui la pandemia da Covid ha già avuto un enorme impatto sul loro apprendimento».

 

UN APPELLO CHE CADE nel vuoto, almeno a Glasgow, dove alla marcia sono tantissimi i ragazzi e i bambini arrivati con le loro famiglie, quasi tutti con il loro pezzo di cartone a mo’ di cartello con su scritti slogan rigorosamente con il pennarello (da «Cop is a fantasy» a «no more blah blah blah», per riecheggiare le parole di Greta sulla vuota retorica dei governi del Pianeta). A estremo insulto per il povero Johnson va detto che per strada ci sono intere classi di bimbetti delle scuole elementari, come quelli della Anderton Primary School, che gridano insieme alle loro maestre «stop climate change». Qualche giovane scozzese, poi, sventola la bandiere con la croce di Sant’Andrea, un chiaro richiamo alle istanze indipendentiste che tra dopo la Brexit da queste parti hanno ripreso forte trazione.

 

NON MANCA LA delegazione dei Fridays for Future italiani, arrivati a Glasgow rigorosamente in treno. «Ci siamo fatti 15 ore di treno da Torino perché siamo convinti che questa Cop sia l’ultima occasione per invertire la rotta e fermare la crisi climatica», spiega Luca Sardo. «Dobbiamo diminuire le nostre emissioni del 7% ogni anno per restare sotto gli 1,5 gradi di aumento della temperatura media globale. Se rimandiamo ogni decisione all’anno prossimo, probabilmente sarà troppo tardi» ammonisce.

 

MA SUL FRONTE degli attivisti già serpeggia la convinzione che quella di Glasgow sia l’ennesima occasione persa. Anche alcuni risultati apparentemente positivi lasciano un retrogusto di fiele. Per esempio Marta dei Fridays for Future polacchi non crede che il governo di Varsavia abbia realmente intenzione di smettere di usare il carbone, come promesso nella giornata di giovedì. «Hanno già dichiarato che, non essendo un Paese sviluppato, possono aspettare fino al 2040 per dire addio al carbone. Noi non possiamo attendere tutto questo tempo!».

 

ANCORA PIÙ ESPLICITA l’ugandese Vanessa Nakate che, rivolgendosi ai nostri governanti, si chiede «quanti altri di questi eventi si dovranno tenere finché non si renderanno conto che la loro inazione sta distruggendo il Pianeta?». Nakate ha sottolineato che «storicamente, l’Africa è responsabile solo del 3% delle emissioni globali e tuttavia gli africani stanno soffrendo alcuni degli impatti più brutali alimentati dalla crisi climatica».

 

Ribadisce il concetto Greta Thunberg, che durante il corteo è rimasta nelle «retrovie», evidentemente per lasciare la scena agli esponenti del Sud del mondo. Per la giovane attivista svedese la Cop26 è un fallimento totale, un mero esercizio di pubbliche relazioni, «perché non si può risolvere una crisi con gli stessi metodi che l’hanno causata. «Il re è nudo, la storia li giudicherà severamente», ha continuato, ribadendo ancora una volta di considerare la Cop26 il «festival del greenwashing». Insomma, serve un cambiamento di modello, del quale i grandi della terra non vogliono proprio sentire parlare.

L’autore fa parte di ReCommon

04/11/2021

da il Manifesto

Claudia Fanti

 

Intervista al teologo della Liberazione. Bolsonaro? «Andrà avanti con la deforestazione mentendo al Brasile e al mondo, non ci sono dubbi». Come il sistema attuale condanna a morte il «grande povero» che è il pianeta devastato

 

Il grido dell’indigena brasiliana Txai Suruí, figlia di uno dei leader più rispettati del suo paese, Almir Suruí, è risuonato proprio in apertura della Cop 26: «Mio padre mi ha insegnato che dobbiamo ascoltare le stelle, la luna, gli animali, gli alberi. Oggi, il clima sta cambiando, gli animali stanno scomparendo, i fiumi muoiono, le nostre piante non fioriscono più come prima. La Terra ci sta dicendo che non abbiamo più tempo».

 

Ma è già troppo tardi per cambiare strada? Lo abbiamo chiesto a Leonardo Boff, tra i padri fondatori della Teologia della Liberazione, quella dei poveri e del «grande povero» che è il nostro pianeta devastato e ferito, il cui duplice – e congiunto – grido ha occupato il centro della sua intera riflessione.

 

Tra i firmatari dell’accordo sulla deforestazione raggiunto alla Cop 26 c’è anche Bolsonaro. Il trionfo dell’ipocrisia?

 

Nulla di minimamente credibile può venire dal governo Bolsonaro: con lui la menzogna è diventata politica di stato. Solo su un punto ha detto la verità: «Il mio governo è venuto per distruggere tutto e per ricominciare da capo». Peccato che questo reinizio sia nel segno dell’oscurantismo e del negazionismo scientifico, che si tratti di Covid o di Amazzonia. La sua opzione economica va in direzione esattamente opposta a quella per la preservazione ecologica: Bolsonaro ha favorito l’estrazione di legname, l’attività mineraria all’interno delle aree indigene, la distruzione della foresta per far spazio alla monocoltura della soia e all’allevamento. Solo da gennaio a settembre, l’Amazzonia ha perso 8.939 km² di foresta, il 39% in più rispetto allo stesso periodo del 2020 e l’indice peggiore degli ultimi 10 anni. La sua adesione al piano di ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030 è pura retorica. In realtà, non ci sono dubbi sul fatto che proseguirà sulla strada della deforestazione continuando a mentire al Brasile e al mondo.

 

L’Amazzonia potrà sopravvivere ad altri 10 anni di deforestazione?

 

Il grande specialista dell’Amazzonia Antônio Nobre afferma che, al ritmo attuale di distruzione, e con un tasso di deforestazione già vicino al 20%, in 10 anni si potrebbe raggiungere il punto di non ritorno, con l’avvio di un processo di trasformazione della foresta in una savana appena interrotta da alcuni boschi. La foresta è lussureggiante ma con un suolo povero di humus: non è il suolo che nutre gli alberi, ma il contrario. Il suolo è soltanto il supporto fisico di un complicata trama di radici. Le piante si intrecciano mediante le radici e si sostengono mutuamente alla base, costituendo un immenso bilanciamento equilibrato e ritmato. Tutta la foresta si muove e danza. Per questo motivo, quando una pianta viene abbattuta, ne trascina molte altre con sé.

 

Siamo ancora in tempo per intervenire?

 

I leader mondiali hanno accuratamente evitato di toccare quello che è il vero problema: il capitalismo. Se non cambiamo il modello di produzione e di consumo, non fermeremo mai il riscaldamento globale, arrivando al 2030 con un aumento della temperatura oltre il grado e mezzo. Le conseguenze sono note: molte specie non riusciranno ad adattarsi e si estingueranno, si registreranno grandi catastrofi ambientali e milioni di rifugiati climatici, in fuga da terre non più coltivabili, oltrepasseranno i confini degli stati, per disperazione, scatenando conflitti politici. E con il riscaldamento verranno anche altri virus più pericolosi, con la possibile scomparsa di milioni di esseri umani. Già ora i climatologi affermano che non c’è più tempo. Con l’anidride carbonica che si è già accumulata nell’atmosfera, e che vi resterà per 100-120 anni, più il metano che è 80 volte più nocivo della CO2, gli eventi estremi saranno inevitabili. E la scienza e la tecnologia potranno attenuare gli effetti catastrofici, ma non evitarli.

 

Ha sempre affermato che senza un vero cambiamento nella nostra relazione con la natura non avremo scampo. L’umanità è pronta per questo passo?

 

Il sistema capitalista non offre le condizioni per operare mutamenti strutturali, cioè per sviluppare un altro paradigma di produzione più amichevole nei confronti della natura e in grado di superare la disuguaglianza sociale. La sua logica interna è sempre quella di garantire in primo luogo il profitto, sacrificando la natura e le vite umane. Da questo sistema non possiamo aspettarci nulla. Sono le esperienze dal basso a offrire speranze di alternativa: dal buen vivir dei popoli indigeni all’ecosocialismo di base fino al bioregionalismo, il quale si propone di soddisfare le necessità materiali rispettando le possibilità e i limiti di ogni ecosistema locale, creando al tempo stesso le condizioni per la realizzazione dei beni spirituali, come il senso di giustizia, la solidarietà, la compassione, l’amore e la cura per tutto ciò che vive.

03.11.2021

da il Manifesto

Adolfo Pérez Esquivel

 

L'appello urgente del Premio Nobel per la pace alla giustizia britannica. La sua estradizione negli Stati uniti «sarebbe la condanna a morte di un difensore della libertà di informazione»

 

Ai popoli del mondo, chiese, organizzazioni sociali, sindacati, università, giornalisti, mezzi di informazione e governi democratici, alle donne e agli uomini di buona volontà difensori della libertà e dei diritti dei popoli.

 

La vita di Julian Assange è in pericolo. Il governo degli Stati uniti da anni perseguita Julian Assange, colpevole di aver svelato le atrocità che questo governo ha commesso e commette nel mondo: violenze, invasioni, colpi di stato, omicidi, torture, persecuzioni di paesi di orientamento ideologico diverso, embarghi, crimini che si tenta di nascondere e che restano totalmente impuniti sia dal punto di vista legale che da quello sociale, nel disprezzo dello Stato di Diritto e in violazione dei diritti umani e dei diritti dei popoli.

 

Gli Stati uniti insistono per ottenere l’estradizione di Julian Assange, che negli Usa verrebbe condannato a 175 anni di prigione per aver pubblicato informazioni sulle suddette atrocità. Dopo 6 anni trascorsi come rifugiato politico nell’ambasciata cilena a Londra, Assange è stato consegnato alla polizia britannica e da allora è confinato in un carcere di massima sicurezza. Attualmente una corte britannica lo sta giudicando per poterlo estradare negli Stati uniti, ma se questo avvenisse sarebbe la condanna a morte di un difensore della libertà di informazione e una grave minaccia alla libertà di stampa.

 

È necessario esigere dalla giustizia britannica il ritorno in libertà di Julian Assange.

02/11/2021

da il Manifesto

Anna Maria Merlo

 

Bla 26. Apre Cop26, sulla crisi climatica capi di stato e di governo in ordine sparso. Guterres (Onu): ci stiamo scavando la fossa da soli. In Scozia la sfilata dei big apre il summit, ognuno parla per sé, forfait di Cina e Russia. Il «padrone» di casa Johnson parla come Greta, l’India: emissioni zero solo nel 2070.

 

È un multilateralismo ammaccato e quasi a una dimensione che è andato in scena a Glasgow all’apertura della Cop26, in un contesto di guerre commerciali e di aumento dei prezzi dell’energia che fanno tremare i governi.

 

LA GRANDE MESSA DELL’ONU, a sei anni dall’Accordo di Parigi dovrebbe impegnare il mondo a mettere in atto e migliorare le decisioni del 2015. I leader delle grandi democrazie, il giorno dopo le vaghe conclusioni del G20 di Roma che ha ceduto volentieri alle esigenze dei grossi produttori di Co2 extra Usa e Ue, hanno fatto gara di retorica negli interventi di apertura, in risposta all’allarme ripetuto del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres: «è tempo di dire basta», «basta alla brutalità sulla biodiversità», «basta ucciderci con il carbone», bisogna «salvare l’umanità» invece di «scavare la nostra tomba».

MENTRE I LEADER dei principali regimi autoritari erano assenti o lontani: Cina e Russia sono tra i maggiori responsabili per il Co2, ma Xi Jinping non si è neppure collegato in video (come al G20) e ha inviato un foglio dove invita «a fare di più», Vladimir Putin assente, come il brasiliano Bolsonaro e il presidente del Messico Lopez Obrador. Erdogan ha deciso all’ultimo momento di rientrare in Turchia. Per l’indiano Modi la neutralità carbone sarà tra 50 anni, per il 2070.

 

IN MEZZO, I PAESI POVERI, vittime di «una storia di diseguaglianza – ha detto il naturalista inglese David Attenborough – i meno responsabili sono i più colpiti», che aspettano che si concretizzi l’impegno preso 12 anni fa di finanziamenti di 100 miliardi l’anno per la transizione e l’adattamento, mentre il G20 ha aggiornato il rispetto dell’obiettivo a non prima del 2023. Per il rappresentante di una piccola isola, «1,5 gradi per sopravvivere, 2 gradi è la pena di morte».

 

IL PADRONE DI CASA BORIS Johnson ha persino ripreso Greta Thunberg, che invita tutti a firmare un’accusa di «tradimento» dei leader: «tutte le promesse sarebbero solo un blablabla» se ci sarà un fallimento a Glasgow, che scatenerebbe «collera e impazienza incontrollabili», «sì, sarà difficile, ma possiamo farlo, mettiamoci al lavoro».

 

JOE BIDEN, che ha dovuto ridimensionare la riforma ambientale, assicura che gli Usa sono «in grado di ridurre le emissioni a effetto serra del 50-52% entro il 2030, rispetto al 2005». Per il presidente statunitense, che si è scusato per l’uscita di Trump dall’Accordo di Parigi, «agire contro il riscaldamento climatico è un obbligo morale e economico». Entra qui in gioco la carta vincente che l’occidente spera di avere nella manica: la salvezza arriverà dalla tecnologia, riusciremo a produrre energia senza inquinare e nella quantità necessaria per evitare di cambiare di modello.

MARIO DRAGHI PARLA di «alternative» alle rinnovabili. Israele offre la sua tecnologia. Ma persino il principe Charles ha dei dubbi: «Molti paesi già risentono dell’impatto devastante del cambiamento climatico, il costo della non azione e ben superiore a quello della prevenzione». Emmanuel Macron afferma che «gli accordi commerciali devono riflettere gli impegni climatici», dopo che un tribunale francese ha condannato il governo per il non rispetto degli impegni climatici. «Ambizione», «solidarietà», «fiducia e trasparenza» per il presidente francese, che ha dato la medaglia a Ue, Francia e Gran Bretagna, invitando gli «altri» ad «alzare gli obiettivi. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, mette sul tavolo altri 5 miliardi Ue (sono 27 per il 2020).

 

PER IL PRESIDENTE DELLA COP26, Alok Sharma, «quello che dobbiamo fare a Glasgow è più difficile che a Parigi» nel 2015. Allora, con molte difficoltà, è stato raggiunto l’accordo. Adesso ci sarà un test di credibilità dell’Accordo del 2015: siamo alla prima revisione (ogni cinque anni, ma i paesi più vulnerabili riuniti nel Climate vulnerable Forum chiedono che sia ogni anno), dove dovrebbero essere riviste le regole di trasparenza, il calendario, il bilancio previsto per il 2030, il funzionamento del mercato carbone internazionale (lasciato in sospeso dalle Cop 24 e 25) con nuove regole di scambio, su cui ha insistito Angela Merkel. Non è previsto un nuovo accordo a Glasgow, ma una serie di decisioni concrete e precise, c’è bisogno di «onestà, serietà, chiarezza», riassume la negoziatrice dell’Accordo di Parigi, Laurence Tubiana, direttrice del Fondo europeo per il clima. L’unico risultato concreto finora è che, con le misure promesse dagli stati, a fine secolo ci sarà un aumento medio della temperatura di 2,7 gradi (cioè una piccola inflessione rispetto a +3,2 gradi, se non viene fatto nulla), «una catastrofe climatica» secondo l’Onu.

 

IL G20, CIOÈ LE VENTI nazioni più ricche che producono l’80% di Co2, si è impegnato a «proseguire gli sforzi» per restare a +1,5 gradi, ma ha evitato di dare una data precisa per la neutralità carbone («verso la metà del secolo», Cina e Russia vogliono il 2060) e ha rifiutato di impegnarsi a mettere fine all’estrazione di carbone (c’è solo la promessa, già fatta al G7, di non finanziare più centrali a carbone all’estero dalla fine di quest’anno). 17 paesi su 20 hanno precisato gli obiettivi di neutralità carbone, e si va dal 2050 (la Ue, con diminuzione del 55% nel 2030), al 2070, per l’India, mentre Indonesia e Messico non hanno preso decisioni.

 

AUSTRALIA, RUSSIA, CINA, Arabia Saudita, Brasile e Turchia non intendono prendere impegni per il 2030 e rimandano a metà secolo.

31/10/2021

da il Manifesto

Carlo Lania

 

Bocca della verità. Sebbene tenuto a debita distanza dalle sedi istituzionali e sorvegliato da decine di agenti e da un elicottero che non la smette di volteggiare, a Roma un corteo partecipato, come non si vedeva da tempo.

 

Ci sono i giovani di Fridays for Future, i lavoratori dell’Alitalia, gli operai della Gkn di Firenze venuti a Roma in massa, riempiendo solo loro 10 pullman (quelli della Wirpool di Napoli, invece, hanno inviato un messaggio di solidarietà). E poi i movimenti per l’acqua pubblica e quelli contro il nucleare, i No Tav, la resistenza sudanese che sfila tra le file dell’Usb e decine di altre realtà, politiche (da Rifondazione comunista a Potere al Popolo, al Partito comunista dei lavoratori) e non.

 

Solo una manciata di chilometri separa la Nuvola dell’Eur, dove una ventina di potenti arrivati nella capitale da tutto il mondo decidono il futuro del pianeta, da piazzale Ostiense, dove ieri pomeriggio si incontra chi quel futuro dovrà viverlo e proprio per questo è preoccupato. La distanza tra il centro congressi super sorvegliato da droni e cecchini e la Piramide Cestia sotto la quale col passare delle ore si radunano almeno diecimila persone, non potrebbe però essere più abissale. E certo non per i pochi chilometri di Cristoforo Colombo dove al mattino una cinquantina di militanti del «Climate camp» provano a bloccare il traffico, subito sgomberati dalla polizia. A dividere i due luoghi è la sfiducia che i secondi nutrono da sempre verso i primi. E non a torto. «Il G20 legittimerà nuove scappatoie per le grandi aziende inquinanti attraverso cui potersi certificare green senza realmente limitare le emissioni», prevedono già alla vigilia i ragazzi di Fridays for Future rivendicando «soluzioni climatiche reali».

 

Sebbene tenuto a debita distanza dalle sedi istituzionali e sorvegliato da decine di agenti e da un elicottero che non la smette di volteggiare, quello che nel pomeriggio comincia a muoversi verso la Bocca della Verità è un corteo come non si vedeva da tempo. E non solo per la pandemia. Pacifico – a smentire qualche fosca previsione dei giorni scorsi – coloratissimo e allegro, e questo anche se in molti sono scesi in piazza con uno stato d’animo non certo dei più leggeri. Come Mario, perugino 23enne e addetto a chiamata in un sito della logistica. «A chiamata, che significa che lavoro quando decidono loro e non posso programmare niente», spiega. «Vogliamo parlare di futuro? Quando va bene faccio tre giorni e mi bastano appena per pagare l’affitto».

 

Si parla di clima, e infatti ad aprire il corteo c’è lo striscione dei Fridays for Future che recita «Voi il G20, noi il futuro». Ma il nesso tra i cambiamenti climatici e le questioni del lavoro è reso più forte dalla presenza di diverse realtà industriali. Come gli operai della Gkn che hanno dominato il centro del corteo e che, una volta giunti alla Bocca della Verità, chiedono la proclamazione di uno sciopero generale. «Essere con gli operai ci rende più forti» commenta Sergio Marchese, portavoce dei Fridays for Future di Milano.

 

A parte uno striscione nero che contesta i Green pass – e dal quale in molti prendono le distanze – chi sfila è decisamente a favore dei vaccini e contro la proprietà dei brevetti ma soprattutto chiede che «non si realizzino profitti» sulla pandemia. «Voi la malattia, noi la cura», recita uno degli striscioni alla testa del corteo.

 

Alla fine tutto fila liscio, tanto che una volta giunti alla Bocca della Verità, destinazione finale della manifestazione, una parte dei presenti fa dietrofront e sempre in corteo torna al punto di partenza, in piazzale Ostiense. «Nessun problema – spiegano in Questura -. A Ostiense c’è la fermata della metropolitana più vicina».

26/10/2021

 

L’XI congresso del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea assume la linea, le analisi e le proposte contenute nelle tesi approvate come indicazioni di lavoro che impegnano tutto il partito con spirito unitario allo sviluppo dell’iniziativa politica.

 

La pandemia ha evidenziato le profonde contraddizioni di un capitalismo neoliberista che antepone l’accumulazione di capitale e la logica del profitto ai bisogni sociali. Assistiamo oggi alla convergenza su scala planetaria di crisi ecologica, crisi epidemiologica, crescita delle disuguaglianze, instabilità globale, guerre. Catastrofi, ingiustizie e sofferenza sociale si accumulano mentre l’umanità avrebbe tutte le potenzialità per garantire la pace tra i popoli, un’esistenza degna a tutte/i e per porre le basi per un rapporto con la natura non autodistruttivo. L’eco-socialismo del XXI secolo è la ricerca e la lotta per un’alternativa a un modello fondato sullo sfruttamento, l’esclusione e la devastazione ambientale.

 

A trenta anni dalla nascita del nostro partito rivendichiamo le ragioni di una tenace resistenza al neoliberismo e l’attualità del nostro comunismo democratico, libertario, ecologista, femminista, internazionalista. La rifondazione comunista è un compito di lunga lena, in cui il punto di vista di classe e quello femminista sono indispensabili per la critica e l’analisi del capitalismo presente.

 

Rifondazione Comunista è un partito delle classi lavoratrici che rilancia l’impegno per la difesa e l’estensione dei diritti, un piano per il lavoro e la riconversione ecologica, il rilancio del pubblico a partire dalla sanità e dalla scuola, la lotta per la democrazia e l’attuazione della Costituzione.

 

Il nostro partito nacque difendendo l’eredità feconda di una cultura politica comunista originale come quella italiana a partire dall’elaborazione di Antonio Gramsci che oggi è punto di riferimento per le sinistre e i movimenti sociali in tutto il mondo, una visione della politica che si pone il tema dell’egemonia e l’importanza di comprendere e intervenire nella complessità dei rapporti di classe e del contesto politico, sociale, istituzionale, culturale.  

 

Abbiamo bisogno di un partito sociale che pratica il mutualismo e la ricostruzione del legame sociale, l’internità ai movimenti e alle lotte, l’attivismo ambientalista e solidale, antirazzista, internazionalista e per la pace, che costruisce vertenze e promuove campagne. Il radicamento sociale è condizione per conoscere la realtà e sviluppare l’iniziativa politica.

 

Abbiamo bisogno di un partito che sappia incontrare le nuove generazioni che subiscono le conseguenze di un capitalismo delle cui contraddizioni cominciano ad assumere consapevolezza a partire dalla crisi ambientale che causa il cambiamento climatico.

 

Abbiamo bisogno di un partito che non perda l’ispirazione e l’impegno internazionalista, per rafforzare la solidarietà e l’agenda comune con i popoli che si battono per la propria liberazione, a partire dai Palestinesi, dai Curdi e dal popolo Saharawi, da Cuba, dal Venezuela e dalle forze del Foro di Sao Paulo in America Latina, con particolare attenzione al consolidamento del Partito della Sinistra Europea per rafforzare l’azione comune della sinistra radicale nello spazio europeo. Un partito che sappia dare voce a tante/i compagne/i non italiani, che nei diversi territori si sono iscritti, contribuendo alla ricchezza politica della nostra organizzazione.

 

Nella consapevolezza delle nostre difficoltà, nella straordinarietà del contesto in cui si svolge il nostro XI congresso, il partito avvia un percorso di rinnovamento che deve coinvolgere sia il nostro modo di essere che il gruppo dirigente. Questo processo deve attraversare i territori e operare un decisivo salto di qualità sul livello centrale e anche ridefinire il gruppo dirigente nazionale in una conferenza da tenersi tra luglio e settembre 2022.  Il Congresso nel dare questo mandato al nuovo cpn, alla direzione e alla segreteria li impegna a valorizzare le competenze di chi ha fatto decenni di militanza nel partito ma puntando decisamente sugli elementi di novità e sulle energie giovanili che ci sono nel partito. Proprio il carattere unitario del congresso e l’obiettivo della gestione unitaria della nostra organizzazione si devono sostanziare in un’attitudine all’innovazione in direzione di un maggior radicamento del partito nelle lotte sociali.

 

Nel nostro paese le politiche neoliberiste hanno prodotto una profonda crisi sociale e il progressivo svuotamento della democrazia costituzionale. La radicalità dei problemi pone la necessità di un’alternativa di società che il bipolarismo invece tende a escludere e cancellare.

 

Il governo Draghi è espressione, pur dentro la crisi del neoliberismo, della capacità egemonica di un progetto neocapitalista su una politica che non pone al centro i bisogni e le emergenze sociali del paese, ma gli interessi delle classi dominanti italiane ed europee.

 

Solo una ripresa della lotta di classe e dei movimenti sociali può cambiare i rapporti di forza e modificare l’agenda delle priorità.

 

Lavoriamo per l’unificazione delle lotte, per la promozione di una nuova stagione di movimento e opposizione, capace di aggregare un blocco sociale popolare su un programma di attuazione della Costituzione e di radicale alternativa ai poli esistenti.

 

Ci sono segnali di ripresa delle mobilitazioni che come nel caso della GKN riescono a mettere in moto un coinvolgimento largo intorno a rivendicazioni unificanti come quella di una legge contro le delocalizzazioni. La convergenza, che si è andata costruendo a partire dalle giornate del ventennale di Genova 2001 fino alla preparazione della manifestazione contro il G20 del 30 ottobre a Roma, è un primo passo nella giusta direzione.

 

Al PNRR e alla manovra di Draghi contrapponiamo una piattaforma sociale e ambientalista per il salario minimo legale, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e la redistribuzione del lavoro produttivo e riproduttivo, una lotta senza quartiere a tutte le forme di precarietà che colpiscono in modo particolare le donne e i giovani, il reddito di base, pensioni a 60 anni di età o dopo 40 di lavoro coperto da contributi, il rilancio del ruolo pubblico nell’economia e nella riproduzione sociale con grandi investimenti nella sanità, nella scuola, nei servizi sociali, in un’autentica transizione ecologica, un piano nazionale per la casa e un sostegno per gli affitti, la ripubblicizzazione e reinternalizzazione dei servizi, la difesa dei beni comuni, la riduzione drastica delle spesse militari.

 

La frantumazione e le identità chiuse non aiutano alla costruzione di spazi di iniziativa unitaria capaci di parlare al Paese e, soprattutto, a chi subisce le conseguenze della crisi e delle politiche delle classi dominanti. Vogliamo essere “colla” nella sinistra sociale e politica, lavorare per superare una situazione che genera impotenza e passività.

 

Come Partito della Rifondazione Comunista lanciamo un messaggio a tutte le donne e gli uomini che non si rassegnano a un paese senza opposizione e senza sinistra, a tutte le realtà organizzate che condividono l’urgenza della costruzione dell’alternativa.

 

Nel nostro Paese vi sono energie ed esperienze che vanno in controtendenza, un diffuso tessuto di pratiche sociali, culturali e politiche che alimenta il conflitto di classe e ambientale, la dialettica sociale e democratica, il mutualismo e la solidarietà, le pratiche femministe e le campagne per la pace, i diritti e contro ogni discriminazione e razzismo. Vi sono reti, intelligenze e soggettività (associazioni, comitati, settori sindacali conflittuali, movimenti, partiti, liste ed esperienze civiche legate al territorio) che operano positivamente, senza però avere quel profilo politico comune necessario al fine di costituire uno stabile punto di riferimento per le classi popolari e per larga parte del Paese.

 

Dall’opposizione al governo Draghi, vogliamo contribuire allo sviluppo di un movimento che, a partire dalle questioni sociali, sindacali, ambientali, democratiche, da quelle legate alla differenza di genere, porti alla costruzione, tanto difficile quanto necessaria, di un ampio schieramento, di un fronte diffuso, di una confederalità sociale che da sinistra, insieme a forze ambientaliste e civiche, si batta per l’alternativa alla brutalità neoliberista e ai poli politici oggi esistenti.

 

Rifondazione Comunista propone di aprire un nuovo percorso da costruire insieme, anche con forme inedite, con lo scopo di costruire una soggettività, un’aggregazione che, per dimensioni e credibilità, possa rappresentare una alternativa allo stato di cose presente. Allo stesso tempo, abbiamo la consapevolezza che non si possa ricondurre ad uno la pluralità delle diverse esperienze e che nessuna delle formazioni della sinistra di alternativa abbia oggi la forza e l’autorevolezza per realizzare questo obiettivo.

 

In tutta Europa c’è una sinistra antiliberista e anticapitalista rosso-verde, che fa riferimento al Partito della Sinistra Europea e al gruppo parlamentare “La Sinistra”, che rappresenta lo spazio politico in cui si colloca la nostra proposta.

 

Il Congresso dà mandato al CPN, alla direzione e segreteria di dare attuazione agli indirizzi approvati.

25/10/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha chiesto al Parlamento di poter spendere oltre 6 miliardi di euro per comprare nuove armi. Con 6 miliardi di euro si costruiscono 120mila asili nido, si attrezzano 75mila posti letto in terapia intensiva, e così via

 

I ministri più talentuosamente spaventosi sono quelli che non esistono, quelli che riescono ad agire sotto traccia spostando miliardi di euro mentre sulle colonne dei giornali si accapigliano su qualche sparuto milione, quelli che pesano moltissimo nel bilancio dello Stato eppure quando li vedi sembrano dei boy scout in gita a Roma, con l’espressione incredula di chi scoppierebbe a ridere confessando di essere arrivato fin lì.

 

Al ministero della Difesa c’è Lorenzo Guerini, uomo politico che ha avuto come più grande pregio quello di essere l’amichetto del cuore di Matteo Renzi in quel periodo in cui perfino il lattaio di Renzi finiva in qualche consiglio di amministrazione. Guerini però con Renzi ha rotto quando è nata Italia Viva e i ben informati dicono che Matteo non l’abbia presa benissimo, no. Del resto, pensateci bene, perché rischiare di scendere dal tram quando si è già arrivati alla fermata più prestigiosa. Guerini attraversa i governi e li attraverserà ancora a lungo, la scuola democristiana insegna l’arte della facoltosa immersione, e alla Difesa sta facendo cose di cui non si sente mai parlare in giro.

 

Cosa sta facendo Guerini? Come racconta Luciano Bertozzi in un suo articolo Guerini ha ordinato: tranche di elicotteri multiruolo Light utility helicopter (Luh) per i carabinieri, con un costo di 246 milioni di euro; programma pluriennale di ammodernamento e rinnovamento per lo sviluppo di un sistema europeo di aeromobili a pilotaggio remoto (cioè senza pilota): costo di 1.903 milioni; veicoli ad alta tecnologia per la mobilità tattica terrestre dei carabinieri: costo 112 milioni di euro; implementazione, potenziamento e aggiornamento di una capacità di Space situational awareness (Ssa), basata su sensori (radar e ottici) e un centro operativo Ssa per la conoscenza di oggetti spaziali artificiali: costo di 90 milioni di euro.

 

E ancora, aggiornamento e completamento della capacità di comando e controllo multidominio delle Brigate dell’esercito italiano: costo di 501 milioni; acquisizione di ulteriori 175 veicoli di nuova generazione Vtlm Lince 2 per l’esercito italiano (mezzi ampiamente usati nelle missioni italiane all’estero): costo 385 milioni; ammodernamento e rinnovamento dei sistemi missilistici di difesa aerea navale Principal anti air missile system (Paams) e dei radar per la sorveglianza a lunga distanza imbarcati sulle navi Andrea Doria e Caio Duilio: costo di 640 milioni; munizioni a guida remota per le forze speciali.

 

Infine, ammodernamento, rinnovamento e potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza atlantica, e a garantire la protezione di teatro alle forze schierate in aree di operazione: costo 2.378 milioni di euro.

 

Guerini ha appena chiesto al Parlamento di poter spendere oltre 6 miliardi di euro per comprare nuove armi. Del resto il ministro della Difesa italiano, all’incontro Nato del 17-18 febbraio, aveva annunciato di voler aumentare la spesa militare (in termini reali) da 26 a 36 miliardi di euro annui. Manlio Dinucci sul Manifesto del 23 febbraio scorso scriveva: «l’Italia si è impegnata a destinare almeno il 20% della spesa militare all’acquisto di nuovi armamenti all’interno della Nato. Per questo, appena entrato in carica, il 19 febbraio Guerini ha firmato un nuovo accordo con 13 paesi dell’Alleanza atlantica più Finlandia, denominato Air Battle Decisive Munition, per l’acquisto congiunto di “missili, razzi e bombe che hanno un effetto decisivo in battaglia aerea”».

 

Con 6 miliardi di euro si costruiscono 120mila asili nido, si attrezzano 75mila posti letto in terapia intensiva, si costruiscono 48mila case popolari, si costruiscono 1.200 chilometri di autostrada. E così via, solo per dare un’idea di ordine di grandezza.

 

Poi ci sarebbe la domanda delle domande? Perché in Italia non esiste mai un dibattito sul convertire le spese militari in sedi civili? Bisognerebbe chiederlo a Guerini. Ma Guerini è uno di quei ministri che non esistono.

22/10/2021

da il Manifesto

Andrea Carugati

 

Intervista. Il segretario di Rifondazione: «In Calabria le forze alternative al 16%. Bisogna esportare questo modello a livello nazionale»

 

L’opposizione netta a Draghi e il sogno di ridare gambe e fiato a una sinistra fuori dal Pd che mai come oggi in Italia è all’anno zero. Da domani a domenica a Chianciano Rifondazione comunista (che conta circa 10mila iscritti) celebra il suo XI congresso, nel trentennale dalla nascita dopo lo scioglimento del Pci. Maurizio Acerbo, il segretario, non si nasconde la crisi del partito e anche la sconfitta che non è solo quella delle percentuali elettorali. E tuttavia, citando Gramsci («Anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio») sente «l’urgenza morale e politica» di tentare, ancora una volta, di ricostruire «una rappresentanza politica della classe lavoratrice».

 

Alle ultime elezioni a Roma c’era un pulviscolo di liste con la falce e martello, tutte allo zero virgola. A cosa serve?

 

Per me questo spettacolo, che riduce i comunisti a una barzelletta, è tragico. Di qui la spinta che vogliamo rilanciare dal congresso, che per la prima volta è unitario, per costruire una forza unitaria, alternativa a questo finto bipolarismo, che parta dall’opposizione al governo Draghi.

 

Cosa non vi convince, in particolare, del governissimo?

 

Questo esecutivo evidenzia come nella rissa apparente ci sia una convergenza di fondo sulle scelte strategiche. Su pensioni e lavoro è la prosecuzione delle politiche catastrofiche degli ultimi trent’anni. Dopo i ballottaggi ecco che torna la legge Fornero, con l’ok del Pd. Il malessere sociale continua a essere trascurato, anzi bastonato. E i fondi del Pnrr saranno spesi in un disegno di ristrutturazione neocapitalista che tanto piace a Confindustria. È questo il terreno su cui cresce la destra più estremista. Ormai un italiano su due non vota, la democrazia si sta spegnendo.

 

E voi come pensate realisticamente di reagire?

 

In Calabria le liste di sinistra che sostenevano De Magistris hanno preso in tutto il 16%. C’eravamo noi, ma anche Sinistra italiana, Potere al popolo, il movimento di De Magistris. C’è una potenzialità: dobbiamo riproporre questo schema anche a livello nazionale, dando voce alle lotte, ai movimenti, all’associazionismo. Ci sono milioni di persone che subiscono le politiche neoliberiste e cercano una rappresentanza politica.

 

Alle politiche del 2018 avete fatto la lista con Potere al popolo. Alle europee con Sinistra italiana. I risultati non sono arrivati.

 

Non credo a queste liste last minute, si è già verificato che non funzionano. Bisogna fare opposizione, rimettere al centro le questioni concrete, da quelle ambientali dei Fridays for future alle lotte come quella della Gkn.

 

Il no all’alleanza col Pd basta a dare un’anima al progetto?

 

Mi chiedo come si faccia a ignorare che questo è soprattutto il governo del Pd. E l’idea di condizionarlo da sinistra entrando in coalizione si è sempre rivelata fallimentare, dai tempi di Diliberto e poi Vendola.

 

Come sta oggi Rifondazione?

 

Indebolita. Tredici anni fuori dal Parlamento hanno pesato, non siamo più percepibili a livello di massa. Ma non ci rassegniamo di fronte a questo paesaggio devastato. Mai come oggi un’alternativa è necessaria, abbiamo visto che rassegnarsi al meno peggio non ha migliorato la condizione dei lavoratori: dal 1990 i salari sono diminuiti, i giovani se vanno. C’è molto lavoro da fare.

 

Esiste ancora in Italia una «classe lavoratrice»?

 

Esiste eccome, solo che ce ne si accorge solo quando ci sono incidenti come quello di Luana, schiacciata dall’orditoio perché bisognava aumentare la produzione a scapito della sicurezza. Dare voce a questi lavoratori è l’unica ragione di vita per la sinistra. Che non può essere la parte più educata dell’establishment finanziario. Lo dice Sanders, in Italia appare come un’eresia.

 

La sinistra oggi è la Cgil?

 

Spero ritrovi le ragioni del conflitto verso questo governo, come ai tempi della piazza sull’articolo 18. Se con Monti la Cgil avesse fatto muro non avremmo avuto il boom dei populisti. Spero che sulle pensioni si arrivi allo sciopero generale: sarebbe il principale contributo alla causa antifascista.

 

In Italia la sinistra radicale soffre più che altrove in Europa.

 

Purtroppo è così. Ma quelli che decisero di sciogliere il Pci non mi pare che in trent’anni abbiano avuto grandi successi. Se gli eredi di Almirante sono al 20% significa che in questi 30 anni hanno fallito anche loro.

21.10.2021

da il Manifesto

Andrea Fabozzi

 

Dopo l'aggressione alla Cgil. Il balletto delle mozioni al senato. Destra e centrosinistra non si votano contro. Passa un ordine del giorno che impegna il governo «a valutare le modalità per dare seguito al dettato costituzionale»

 

Undici giorni dopo l’assalto fascista alla Cgil, depositata un po’ di polvere sui perentori inviti a sciogliere immediatamente per decreto Forza nuova, al senato restano gli atti parlamentari e arriva il giorno in cui bisogna votarli. La maggioranza di governo è spaccata e nessuna delle due metà ha i voti necessari. Eppure alla fine due documenti vengono approvati e tutti si dicono soddisfatti. Com’è successo?

 

Palazzo Madama, ieri pomeriggio. Le mozioni sono tante. Quattro, diverse, del centrosinistra in senso lato. Quella del Pd e quella del M5S chiedono al governo di «adottare i provvedimenti di sua competenza per procedere allo scioglimento di Forza nuova». Non si parla di scioglimento per decreto legge, modalità prevista dal secondo comma dell’articolo 3 della legge Scelba ma mai utilizzata, essendo i precedenti scioglimenti arrivati con decreto ministeriale e «vista» una sentenza di condanna. Draghi è sembrato orientato a seguire questa via già battuta, quando in conferenza stampa ha sottolineato che il caso Forza nuova è all’attenzione della magistratura. Ma dalla manifestazione di sabato scorso e dai sindacati è arrivata, invece, una richiesta di scioglimento immediato. Allude proprio al decreto legge la terza mozione, quella di Italia viva che chiede al governo di adottare un atto «con urgenza». Mentre non indica il provvedimento, ma aggiunge anche CasaPound e Lealtà e azione alla lista delle formazioni da sciogliere, la mozione di Leu firmata anche dalla senatrice a vita Segre.

 

Per non farsi mancare niente, ci sono anche le mozioni della destra. Fratelli d’Italia traduce plasticamente l’iper attivismo di Meloni sul tema fascismo firmandone ben due. Una solitaria che nelle premesse ripercorre i crimini del comunismo e impegna il governo a contrastare tutti i totalitarismi e l’estremismo islamico. Si erano dimenticati l’antisemitismo, ma lo inseriscono in corsa con un nuovo paragrafo che fa anche tanti esempi, tutti a carico della sinistra. Fratelli d’Italia firma in sovrappiù la mozione di tutto il centrodestra, con Lega e Forza Italia, che nelle premesse se la prende con i centri sociali, Indymedia (buonanima), i No Tav . A questo punto tocca ricordare che l’occasione per questo dibattito in senato è l’aggressione neofascista alla Cgil. Il dispositivo della mozione di centrodestra impegna il governo «ad adottare tempestivamente ogni misura prevista dalla legge per contrastare tutte, nessuna esclusa, le realtà eversive». Nella terza versione del testo si ricordano anche dell’antisemitismo. E tolgono «tempestivamente». Alla fine è l’unica mozione che sopravvive.

 

Perché dalle quattro mozioni di Pd, Leu, M5S e Iv viene fuori un testo comune, presentato però come ordine del giorno, che asciuga le premesse e conclude con un dispositivo che è identico a quello originario di Pd e M5S. Indica l’obiettivo dello scioglimento di Forza nuova, ma non lo strumento (decreto legge o decreto legislativo dopo una sentenza). «Per essere chiari – dice in dichiarazione di voto la capogruppo del Pd Malpezzi, ed evidentemente ce n’era bisogno – non è lo scioglimento a opera del parlamento di un partito». Soluzione diversa dall’ordine del giorno comune non c’era, visto il regolamento del senato, per non presentarsi al voto con quattro mozioni diverse. Resta l’ultimo problema, perché al governo tocca dare un parere.

 

Ed ecco il sottosegretario Scalfarotto che di fronte a una maggioranza che sta un po’ di là e un po’ di qua decide di rimettersi all’aula.
Questo ufficialmente. Dietro le quinte il governo chiede ai gruppi parlamentari di evitare di votarsi contro, eventualità che oltretutto avrebbe rischiato di non far passare nessun documento. Sai che figura. E allora nessuno chiede il voto elettronico, che avrebbe registrato le scelte dei senatori, e si finisce con due belle alzate di mano. La parte sinistra della maggioranza vota solo il suo ordine del giorno e non vota sulla mozione. La parte destra della maggioranza e con lei Fratelli d’Italia vota solo la sua mozione ma non vota contro gli altri. Il senato approva entrambi gli atti di indirizzo. Sono tutti contenti.

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