Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

Adriana Pollice

 

Sinistra. Presentati all'Ambra Jovinelli di Roma il simbolo e il programma della lista. Acerbo: possiamo occupare uno spazio finora lasciato vuoto

 

Ambra Jovinelli pieno domenica scorsa, oltre mille persone hanno partecipato al battesimo del simbolo e del programma di Potere al popolo, la lista che sta nascendo dalle lotte nei territori (80 assemblee tenute da nord a sud) con l’intenzione di presentarsi alle prossime politiche. Significativa la presenza sul palco di esponenti della nuova sinistra europea e dell’ambasciatrice palestinese in Italia, Mai Alkaila.

 

Gabriel Amard, di France Insoumise, ha spiegato il metodo comune alle formazioni che si stanno affermando al di fuori delle vecchie burocrazie di partito: «Ognuno è il benvenuto, non chiediamo il curriculum. Nel nostro progetto, il popolo è il soggetto politico che prende il potere e cambia la società. Non vogliamo personalizzare la lista, vogliamo innescare un processo costituente per il popolo, con il popolo per l’interesse generale. Alla gente, nei territori, diciamo venite a fare le leggi per voi stessi, entrate in rapporto diretto con la costruzione delle leggi con una scrittura cooperativa fatta insieme nelle assemblee o sulle piattaforme in rete».

 

Gli attivisti dell’Ex Opg Je so’ pazzo hanno chiamato a raccolta a Roma reti civiche, collettivi e spazi sociali, sindacati di base, comitati ambientali come No Tav, No Tap e No Muos, soggetti strutturati come Rifondazione comunista, Rete dei comunisti, Sinistra anticapitalista e Pci (ex Pdci), i lavoratori impegnati in battaglie simbolo come Thyssen Krupp e Almaviva.

 

Le prossime tappe prevedono nuove assemblee locali per selezionare le candidature scegliendo chi nei territori si è fatto carico delle battaglie della propria comunità: «Casa per casa, università per università, sui luoghi di lavoro, nelle lotte e in ogni provincia noi andremo avanti a portare le idee per le quali ci battiamo – spiegano -. Che sono semplici, oltre i tecnicismi di programmi infiniti, e sono quelle che uniscono tutti: lavorare senza essere sfruttati, non essere costretti a emigrare e vivere in territori che non vengano deturpati. È una follia cominciata per le elezioni ma che non si fermerà un giorno di marzo con una percentuale di votanti».

 

Una delle figure di riferimento della lista è Haidi Gaggio Giuliani perché è dalle repressioni dei movimenti dopo il G8 di Genova che si è formata questa generazione di attivisti.

 

«Quello di domenica è stato un bel momento di partecipazione dal basso – racconta Maurizio Acerbo, segretario del Prc.

 

Jean-Luc Mélenchon, fondatore di France Insoumise, ha dedicato all’iniziativa un post sul suo blog, la partecipazione di rappresentanti della spagnola Podemos ci dice che nel vecchio continente c’è una sinistra radicale sopra il 10% e pure in Italia si può occupare questo spazio, finora lasciato vuoto, lavorando anche oltre il momento elettorale».

18 dic 2017

Fabio Panero

 

Leggo che la salma del “Re cit” ovvero il Re piccolo in tutti i sensi, Vittorio Emanuele III è arrivata dall’Egitto con volo di Stato (quindi pagato dai contribuenti) alla volta del Santuario di Vicoforte Mondovi’ (Cuneo, Piemonte)

 

Nessuno potrà e dovrà dimenticare mai che Vittorio Emanuele III consegnò l’Italia alla dittatura fascista, calpestando lo Statuto su cui aveva giurato e così venendo meno all’unico dovere che aveva. Per vanagloria e soddisfatto del ridicolo titolo di Imperatore d’Etiopia, diede il suo assenso alle leggi razziali, spianando la strada allo sterminio dei suoi sudditi ebrei. Portò l’Italia in guerra accanto a Hitler: ogni famiglia cuneese ha praticamente un morto in Russia e penso che ognuno di questi morti si stara’ rivoltando nella tomba.

 

Unica scelta sensata fu quella di voltare la gabbana e far arrestare Mussolini , salvo poi scappare a gambe levate l’8 di settembre, lasciando allo sbando centinaia di migliaia di soldati italiani sui vari fronti, deportati nei lager nazisti o trucidati sul campo.
E’ vergognoso che si sia speso un singolo euro per portare in Italia le ossa di un personaggio tanto deplorevole. Se proprio ci tenevano tanto i discendenti avrebbero dovuto pagare loro questa operazione pubblicitaria.

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

«Ma quale compassione? Noi non proviamo nessuna umana compassione, al contrario di quanto dichiarato da Grasso, nè pensiamo che ci debba essere alcun onore e nemmeno nessun onere per la collettività quando si parla della Casa Savoia, che rifilò all’Italia due guerre mondiali, 20 anni di dittatura fascista, crimini coloniali, leggi razziali. La compassione la proviamo per le vittime dei Savoia e del fascismo.

Va ricordato che solo Rifondazione Comunista e i Comunisti italiani votarono contro l’abrogazione dei primi due commi della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione avvenuta nel 2002 con i voti di centrodestra e centrosinistra. I due commi recitavano: “I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive. Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale”. Questi commi non avevano nulla di disumano perchè richiedevano ai Savoia di rinunciare a pretese dinastiche per rientrare in Italia.
Furono aboliti nel clima di revisionismo storico e di svuotamento della Costituzione tipico della seconda repubblica. Ora ci tocca pure pagare i viaggi!»

 

 

Fabio Sebastiani

da Contro la crisi

18.12.2017

 

 

"Unità e partecipazione dai territori". E' questo il risultato più importante, nelle parole di Viola Carofalo dell'assemblea nazionale di Potere al popolo che ha registrato il tutto esaurito all'Ambra Jovinelli. Sul nodo cruciale della raccolta delle firme Viola risponde: "In strada a fare i banchetti ci siamo sempre stati. Stavolta non sono ottimista, di più". 

Delle firme utili a presentare le liste, così come degli altri ostacoli, in realtà non si è parlato tanto nel corso degli interventi. La preoccupazione di tutti, a cominciare da Giorgio Cremaschi, è stata la tenuta del patrimonio di unità. E, dentro questo percorso, anche certificare il passo indietro dei "vecchi militanti". Non era così scontato. E finalmente il passaggio di testimone non è più soltanto un'auspicio gridato come uno slogan. Ora, sempre guardando alle incrostazioni della sinistra antagonista, resta da sciogliere il nodo del variegato mondo dei centri sociali, rimasti un po' alla finestra in questa fase. La partecipazione dei No-Tav e della stessa Haidi Giuliani, che non manca di sottolineare la discrasia, dovrebbero funzionare da disgelo. Ma per raccogliere i frutti bisognerà aspettare più del classico "medio periodo".
Tutta l'Europa ci guarda. Spagnoli e francesi sono addirittura intervenuti per incoragggiare Potere Popolare e per dire che "il problema della sinistra è il popolo".

La formula più efficace per dare un significato ben definito alla parola "popolo", altro tema di punta della giornata, è quella di "working poor generation". Tradotto, la generazione che si riconosce nella lotta allo sfruttamento e alla precarietà, migranti compresi ovviamente. Qqualcuno potrebbe obiettare che non cambia molto rispetto al passato. E invece sì. A spiegarlo è Franco Turigliatto, più di qualche capello bianco e decenni di lotta politica sulle spalle. Turigliatto racconta di quel momento magico tra gli anni sessanta e settanta quando nel nord Italia la rivolta venne accesa dai ragazzi, mentre alla Fiat "i giovani immigrati dal Sud" rompevano lo schema degli operai di vecchio stampo.

Non a caso nel suo intervento Maurizio Acerbo ci tiene a sottolineare che all'Ambra Jovinelli "c'è la storia della sinistra migliore di questo paese". "Concentriamoci sulla nostra passione", è invece l'esortazione di Eleonora Forenza. 

Altro tema su cui si è fatto un netto salto di qualità, infine, è stato quello dei migranti. La manifestazione di ieri è andata bene. E la trasversalità raggiunta nel nome della battaglia contro lo sfruttamento e la precarietà di vita e di lavoro apre nuove prospettive. La prossima assemblea territoriale sarà, non a caso, a Lampedusa.  

16.12.2017

da la Citta Futura

di Ascanio Bernardeschi

 

I dati sulle persone che per motivi economici non possono accedere alle prestazioni del servizio sanitario nazionale ci dicono che l'universalità del diritto alla salute è solo un ricordo.

 

Mentre i nostri governanti ci dicono quotidianamente che, grazie ai loro meriti, la “crisi non c'è più” e che l'“economia tira”, la povertà aumenta. Oggi anche le cure mediche sono diventate un privilegio per chi può permettersele e l'universalità del diritto alla salute, previsto dalla Costituzione e attuato con la riforma sanitaria degli anni 70, è solo un ricordo.

 

La fondazione Banco Farmaceutico Onlus, per tramite del suo organo di ricerca, e con il contributo tecnico scientifico di Caritas Italiana, Associazione Medicina e Persona e ACLI, ha pubblicato il rapporto 2017, intitolato “Donare per curare: Povertà sanitaria e Donazione Farmaci”.

 

Ne viene fuori che, nel 2017, 580mila persone (+4% rispetto al 2015) non possono acquistare farmaci.

 

È in aumento la povertà sanitaria, visto che nel 2017 la richiesta di medicinali da parte degli enti assistenziali è cresciuta del 9,7% e negli ultimi 5 anni del 27,4%.

 

Crescono del 3,2% i poveri under 18, che rappresentano quasi un quarto degli assistiti, e ancor di più crescono i minorenni in tale condizione (+4,5).

 

Anche chi non è povero ha difficoltà a curarsi: più di un quarto, il 26 per cento, ha rinunciato almeno una volta in un anno a visite specialistiche o accertamenti diagnostici e gran parte di queste persone ha dovuto anche rinunciare a curarsi. Poco meno di un quarto, il 23 per cento, ha rinunciato almeno qualche volta ad acquistare farmaci. Ma fra chi ha un titolo di studio basso la percentuale sale al 40,85 per cento, e al 42,1 fra chi ha più figli. Al Sud più della metà della popolazione deve rinunciare (50,6%). Così come superano la metà (51,2%) i “lavoratori atipici” costretti a rinunciare, cioè l'enorme e crescente esercito del precariato legalizzato dal pacchetto Treu passando per il decreto Biagi, fino al Jobs act, segno evidente che anche l'accesso alle cure subisce una selezione su basi di classe.

 

Perfino fra gli utenti coperti dal Servizio Sanitario Nazionale più del 10% ha rinunciato a visite ospedaliere o a esami del sangue, non potendosi permettere il ticket.

 

Elaborando poi alcune statistiche dell'Istat viene fuori che le persone indigenti hanno potuto spendere nel 2015, mediamente, 106 euro a testa (29 centesimi al giorno), 14 euro meno dell'anno precedente.

 

In tutto, nel 2015, oltre 13 milioni di italiani (un milione in più dell'anno precedente) hanno limitato per motivi economici la fruizione di prestazioni sanitarie, il 20 per cento delle famiglie non povere e il 42 per cento di quelle povere, un italiano su 3 nel complesso.

 

A suon di “razionalizzazioni”, aziendalizzazioni, tagli, chiusure dei presidi nelle zone svantaggiate, la funzione universalistica del Servizio Sanitario Nazionale si è andata nel tempo affievolendo e sempre più si è aperto lo spazio del privato che a costi competitivi surroga le inefficienze del pubblico. Di questo ultimo aspetto il rapporto non parla, ma ormai la popolazione ne è ben più che consapevole. Con pochissimi soldi in più si evitano le liste di attesa e le code ai CUP, siamo accolti con guanti di velluto e usciamo soddisfatti. Non ci rendiamo conto però che così il servizio pubblico va gradualmente a farsi benedire e aumenterà il numero di coloro che non si potranno curare.

 

Mentre il grande statista di Rignano sull'Arno ci racconta ogni giorno dei magnifici progressi dell'economia, la povertà aumenta, i lavoratori perdono sempre più diritti e il welfare si assottiglia. Le poche risorse reperibili spulciando fra i miseri margini che l'Europa delle banche ci concede, vengono destinate a mance elettorali, anziché ai servizi pubblici. Oppure, peggio ancora, se ne vanno in aerei da guerra, armamenti e salvataggi delle banche decotte.

 

Intanto che fa il nuovo astro nascente nazionale della a-sinistra, Enrico Rossi, nella sua Toscana? Chiude i piccoli ospedali, penalizza i servizi sanitari dei territori svantaggiati, conferma la fiducia ai superpagati e inconcludenti supermanager, che sanno solo a tagliare sui servizi e non sugli sprechi e sull'eccessiva burocrazia, allontanando sempre più gli utenti dal servizio sanitario nazionale e consentendo invece agli specialisti dipendenti dei servizi pubblici di operare anche privatamente e con criteri di massima concorrenzialità.

 

Di questo passo il servizio pubblico si ridurrà al minimo, si elogeranno le virtù del privato e chi non avrà i mezzi per curarsi dovrà portare pazienza.

 

Adriana Pollice

 

Migranti. Il rapporto dell’Ong svela il sistema di violenza e sfruttamento da parte della Guardia costiera di Tripoli, sostenuta dai governi europei

 

 

«I governi europei, e in particolare l’Italia, sono complici delle torture e degli abusi sui migranti detenuti dalle autorità libiche» è la denuncia contenuta nel rapporto di Amnesty International, presentato ieri a Bruxelles. «I governi europei non solo sono pienamente a conoscenza di questi abusi, ma sostengono le autorità nel trattenere le persone in Libia» ha spiegato il direttore di Amnesty per l’Europa, John Dalhuisen. L’Ong ricorda che 500mila persone sono bloccate in Libia, dove subiscono terribili violenze, fino a finire all’asta nei moderni mercati di schiavi.

 

IL RAPPORTO DI AMNESTY, intitolato Libia: un oscuro intreccio di collusioni, descrive come l’Ue stia sostenendo un sofisticato sistema di sfruttamento dei migranti da parte della Guardia costiera libica, delle autorità addette ai detenuti e dei trafficanti: «In centinaia di migliaia sono in balia delle autorità locali, delle milizie, dei gruppi armati, spesso in combutta tra loro per ottenere vantaggi economici», spiega Dalhuisen. Dalla fine del 2016, l’Ue e l’Italia hanno cercato di sigillare la rotta migratoria. La cooperazione con i libici, spiega l’Ong, prevede: supporto al Dipartimento che gestisce i centri di detenzione; addestramento ed equipaggiamento della Guardia costiera libica; accordi con autorità locali, leader tribali e gruppi armati per incoraggiarli a bloccare il traffico di esseri umani. Dopo il 2011 le milizie sono state integrate nella struttura di sicurezza dello stato: «I gruppi si sono trovati ben pagati e protetti dall’affiliazione alle istituzioni. Così hanno rivolto la loro attenzione anche al controllo della costa».

 

LA PRESENZA, nella legislazione libica, del reato d’ingresso irregolare e l’assenza di norme per la protezione dei richiedenti asilo generano la carcerazione di massa: torture, lavori forzati, estorsioni, uccisioni, stupri sono la quotidianità per almeno 20mila persone. Altre migliaia sono imprigionate da gang criminali. Spiega Amnesty: le guardie torturano per estorcere danaro e, quando lo ricevono, passano le vittime ai trafficanti, che organizzano la partenza con la complicità della Guardia costiera. A fine settembre, l’Oim aveva identificato 416.556 migranti presenti in Libia. Nel 2017 le motovedette di Tripoli hanno intercettato 19.452 persone. Un uomo del Gambia, detenuto per tre mesi, ha raccontato: «Volevano soldi per rilasciarmi. Telefonavano ai miei a casa, mentre mi picchiavano con un tubo di gomma, per costringerli a cedere». Pagato il riscatto, è stato messo su un’auto diretta a Tripoli. L’autista ha chiesto altri soldi: «Fino a quando non avessi pagato, avrei dovuto rimanere con lui oppure mi avrebbe venduto».

 

POI CI SONO LE ACCUSE all’Italia. Video mostrano una motovedetta libica, la Ras Jadir, provocare il 6 novembre scorso l’annegamento di almeno 50 persone: ignorando i protocolli operativi, non ha lanciato in acqua gli scafi di salvataggio ma ha accostato un gommone in avaria provocandone il semiaffondamento, molti migranti sono finiti in mare. La nave dell’Ong Sea Watch, mandata dal Centro di coordinamento di Roma, è stata costretta ad allontanarsi dal personale libico. Un video mostra i migranti a bordo della Ras Jadir frustati con una cima, un uomo si getta in acqua e viene travolto dalla motovedetta, nessuno prova a salvarlo.

La Ras Jadir è stata donata dall’Italia alle autorità libiche con due cerimonie (a Gaeta il 21 aprile, ad Abu Sittah il 15 maggio), in entrambi i casi c’era il ministro Marco Minniti, grande sponsor degli accordi con Tripoli. Secondo Amnesty, è la prima volta in cui viene documentato che la marina libica ha provocato morti in mare utilizzando mezzi forniti da un governo europeo, quello italiano. L’Italia, prosegue Amnesty, per garantire che la Guardia costiera libica sia il primo attore a intercettare i migranti ha anche agito per limitare il lavoro delle Ong, di nuovo con il sostegno dell’Ue: «La priorità dei governi è la chiusura della rotta del Mediterraneo, con poco riguardo per la sofferenza che ne deriva». Amnesty chiede che l’Europa attivi percorsi legali per i migranti e si impegni affinché «le autorità libiche pongano fine alla detenzione arbitraria, consentano piena operatività all’Alto commissariato Onu per i rifugiati». Amara la conclusione: «I paesi Ue non dovrebbero fingere shock per il costo umano quando collaborano assiduamente con i responsabili». Il commissario europeo alle migrazioni, Dimitris Avramopoulos, respinge le accuse: «Siamo consapevoli ma non complici».

 

EPPURE LE ACCUSE di Amnesty sono state confermate dai naufraghi sbarcati ieri ad Augusta, salvati dalle Ong Proactiva open arms e Sos Méditerranée. «Sulla spiaggia le guardie in uniforme ci hanno puntato contro le pistole e costretto a salire sul gommone» ha raccontato un ragazzo. «In cella in Libia – ha aggiunto una donna del Camerun – ci picchiavano: mani e piedi legati, appesi a testa in giù, ci hanno colpito per tre giorni sulle articolazioni. Quando gli europei venivano a visitarci, le guardie ci dicevano di non parlare, sceglievano loro chi mostrare. Io però ho parlato, mi hanno punito trascinandomi in strada per 200 metri».

Alfonso Gianni

da il Manifesto

12.12.2017

 

Due fatti ieri si scontravano a distanza. A Palazzo Chigi, la presentazione del rapporto integrato sul mercato del lavoro 2017. A Napoli un gruppo di disoccupati e di precari ha contestato il presidente del Consiglio e subito sono stati respinti con violenza dalla polizia. I giovani di Napoli non avevano bisogno delle dichiarazioni trionfalistiche alla Renzi che Gentiloni ha fatto curvando le statistiche ufficiali. Lo vedono da sé che lavoro non ce n’è e quel poco che c’è è precario, privo di diritti, sottopagato. Ma persino il giornale della Confindustria non scherza. La prima cosa che riporta è l’aumento dei contratti a termine, in particolare quelli di breve durata. Il che preoccupa non poco anche il Presidente dell’Inps, Tito Boeri. Erano poco meno di 4 milioni i lavoratori coinvolti nel 2016 da rapporti di lavoro a termine, in forte crescita sui tre milioni del 2012. Dal primo trimestre del 2017 la precarietà cresce ancora fino a raggiungere nel secondo trimestre un + 4,8%.

Mentre rallenta la crescita dei dipendenti a tempo indeterminato, anche perché i padroni attendono gli sgravi previsti dalla legge di bilancio 2018 e intanto utilizzano a piene mani il famigerato decreto Poletti che liberalizzò totalmente la possibilità di assumere a termine. Muta quindi il rapporto non solo nei flussi ma anche negli stock occupazionali fra lavoratori a tempo indeterminato e quelli a termine, squilibrandolo nella direzione di questi ultimi. Il Jobs Act è stato quindi un totale fallimento, malgrado sia costato, facendo media fra le stime, attorno ai 20 miliardi di euro, poiché invece di incrementare il lavoro permanente, come era nelle sue conclamate finalità, ha accresciuto quello precario.

Guardando il tasso di occupazione, salta agli occhi il disastro prodotto dalla crisi, ma soprattutto dalle politiche dei governi: tra i più giovani ha perduto ben 10,4 punti percentuali, mentre quello degli over55 è cresciuto di 16 punti, chiaro effetto della legge Fornero che costringe a prolungare l’età lavorativa. Difatti il Rapporto registra un aumento crescente dell’età media della forza lavoro. Se mettiamo insieme l’incremento del lavoro a termine e la conseguente ansia di essere confermati, con l’invecchiamento dei lavoratori e ci aggiungiamo le carenze di sicurezza nei luoghi di lavoro, ma soprattutto l’incremento dei ritmi, capiamo subito perché sono tornati ad aumentare gli infortuni sul lavoro, dell’1% tra il 2015 e il 2016. Nei settori più a rischio, dove peraltro è concentrata una maggiore percentuale di immigrati, come l’agricoltura e le costruzioni, il rischio di morire durante il lavoro è rispettivamente quadruplo e triplo del valore medio. Tra i lavoratori autonomi non va meglio: 430mila posti in meno nel periodo 2008-2016 (con un calo concentrato tra i collaboratori), mentre la Pubblica Amministrazione ha perso 230mila unità per il blocco del turn-over.

 

Il Rapporto fornisce anche dati significativi che spiegano la «fuga dei cervelli». Tra le 125 professioni «vincenti», ovvero quelle in aumento rispetto alle altre 385 in calo, compaiono quelle di baristi, camerieri, commessi, camionisti, badanti, addetti alla pulizia, tutti settori a bassa o nessuna qualificazione e scarsa produttivita, che difatti è diminuita in generale dell’1% nel corso del 2016.

 

Il tasso di disoccupazione è fissato all’11,2%, al quart’ultimo posto tra i paesi Ue28. Ma è assai più alto nella realtà, poiché per essere considerato «occupato», per il Rapporto che usa i criteri statistici correnti ma mistificanti, basta avere lavorato anche una sola ora, retribuita o no, nell’arco della settimana.

 

I contestatori di Napoli hanno ragione. Dovrebbero essere milioni.

10 dic 2017

 

E’ uscito questa mattina il manifesto di presentazione della proposta di lista popolare alle prossime elezioni. Sul programma continua il lavoro di confronto che sta raccogliendo decine di contributi  e che dovrebbe definire i punti di convergenza. Qui di seguito il testo del manifesto. Domenica 17 dicembre ci sarà una nuova assemblea nazionale a Roma. È stata oggi attivata una piattaforma grazie a cui è possibile avere notizie aggiornate in merito al percorso in atto.

 

Abbiamo aspettato troppo… Ora ci candidiamo noi!

 

Siamo le giovani e i giovani che lavorano a nero, precari, per 800 euro al mese perché ne hanno bisogno, che spesso emigrano per trovare di meglio.

 

Siamo lavoratori e lavoratrici sottoposte ogni giorno a ricatti sempre più pesanti e offensivi per la nostra dignità.

 

Siamo disoccupate, cassaintegrate, esodati.

 

Siamo i pensionati che campano con poco anche se hanno faticato una vita e ora non vedono prospettive per i loro figli.

 

Siamo le donne che lottano contro la violenza maschile, il patriarcato, le disparità di salario a parità di lavoro.

 

Siamo le persone LGBT discriminate sul lavoro e dalle istituzioni.

 

Siamo pendolari, abitanti delle periferie che lottano con il trasporto pubblico inefficiente e la mancanza di servizi. I malati che aspettano mesi per una visita nella sanità pubblica, perché quella privata non possono permettersela. Gli studenti con le scuole a pezzi a cui questo paese nega un futuro. Siamo le lavoratrici e i lavoratori che producono la ricchezza del paese.

 

Ma siamo anche quelli che non cedono alla disperazione e alla rassegnazione, che non sopportano di vivere in un’Italia sempre più incattivita, triste, impoverita e ingiusta. Ci impegniamo ogni giorno, organizzandoci in comitati, associazioni, centri sociali, partiti e sindacati, nei quartieri, nelle piazze o sui posti di lavoro, per contrastare la disumanità dei nostri tempi, il cinismo del profitto e della rendita, le discriminazioni di ogni tipo, lo svuotamento della democrazia.

 

Crediamo nella giustizia sociale e nell’autodeterminazione delle donne, degli uomini, dei popoli.Pratichiamo ogni giorno la solidarietà e il mutualismo, il controllo popolare sulle istituzioni che non si curano dei nostri interessi. In questi anni abbiamo lottato contro i licenziamenti, il Jobs Act, la riforma Fornero e quella della Scuola e dell’Università; contro la privatizzazione e i tagli della Sanità e dei servizi pubblici; per la difesa dei beni comuni, del patrimonio pubblico e dell’ambiente da veleni, speculazioni, mafie e corruzione, per i diritti civili; contro le politiche economiche e sociali antipopolari dell’Unione Europea; contro lo stravolgimento della Costituzione nata dalla Resistenza e per la sua attuazione. Per un mondo di pace, in cui le risorse disponibili siano destinate ai bisogni sociali e non alle spese militari. E ogni giorno ci impegniamo a costruire socialità, cultura e servizi accessibili a tutte e tutti.

 

Abbiamo deciso di candidarci alle elezioni politiche del 2018. Tutte e tutti insieme. Perché questo pezzo di paese escluso è ormai la maggioranza, e deve essere ascoltato. Perché se nessuno ci rappresenta, se nessuno sostiene fino in fondo le nostre battaglie, allora dobbiamo farlo noi. Perché siamo stanchi di aspettare che qualcuno venga a salvarci…

 

Abbiamo deciso di candidarci per creare un fronte contro la barbarie, che oggi ha mille volti: la disoccupazione, il lavoro che sfrutta e umilia, le guerre, i migranti lasciati annegare in mare, la violenza maschile contro le donne, un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente, i nuovi fascismi e razzismi, la retorica della sicurezza che diventa repressione.

 

Abbiamo deciso di candidarci facendo tutto al contrario. Partendo dal basso, da una rete di assemblee territoriali in cui ci si possa incontrare, conoscere, unire, definire i nostri obiettivi in un programma condiviso. Vogliamo scegliere insieme persone degne, determinate, che siano in grado di far sentire una voce di protesta, che abbiano una storia credibile di lotta e impegno, che rompano quell’intreccio di affari, criminalità, clientele, privilegi, corruzione.

 

Potere al Popolo significa costruire democrazia reale attraverso le pratiche quotidiane, le esperienze di autogoverno, la socializzazione dei saperi, la partecipazione popolare. Per noi le prossime elezioni non sono un fine bensì un mezzo attraverso il quale uscire dall’isolamento e dalla frammentazione, uno strumento per far sentire la voce di chi resiste, e generare un movimento che metta al centro realmente i nostri bisogni.

 

Vogliamo unire la sinistra reale, quella invisibile ai media, che vive nei conflitti sociali, nella resistenza sui luoghi di lavoro, nelle lotte, nei movimenti contro il razzismo, per la democrazia, i beni comuni, la giustizia sociale, la solidarietà e la pace.

 

Affronteremo questa campagna elettorale con gioia, umanità ed entusiasmo. Con la voglia di irrompere sulla scena politica, rivoltando i temi della campagna elettorale. Non abbiamo timore di fallire, perché continueremo a fare – prima, durante e dopo l’appuntamento elettorale – quello che abbiamo sempre fatto: essere attivi sui nostri territori. Perché ogni relazione costruita, ogni vertenza che avrà acquisito visibilità e consenso, ogni persona strappata all’apatia e alla rassegnazione per noi sono già una vittoria. Non stiamo semplicemente costruendo una lista, ma un movimento popolare che lavori per un’alternativa di società ben oltre le elezioni.

 

Insieme possiamo rimettere il potere nelle mani del popolo, possiamo cominciare a decidere delle nostre vite e delle nostre comunità. Chi accetta la sfida?

 

#accettolasfida #poterealpopolo

 

Mario Di Vito

da Il Manifesto

 

Intervista alla presidente dell'Anpi Carla Nespolo. «Un centro di studi storici è sempre un’opera utile, ma mi preoccupa che sia fatto proprio a Predappio. Il rischio è farne un luogo di agiografia. Ma noi non siamo stati coinvolti nella faccenda»

 

«Predappio è solo il luogo natale di Mussolini, non ha significato nella Resistenza. Non siamo contro un centro studi sul fascismo, ma siamo preoccupati dal fatto che si faccia proprio lì».

La presidente dell’Associazione nazionale partigiani italiani Carla Nespolo è reduce dalla manifestazione antifascista di Como. Stanca ma abbastanza soddisfatta dalla buona (e non scontata) partecipazione registrata, non si risparmia nel commentare la prossima realizzazione del «Progetto Predappio» nell’ex Casa del Fascio del paesino in provincia di Forlì.

Nespolo, il progetto va avanti malgrado la vostra contrarietà.

Noi pensiamo che un centro di studi storici sia sempre un’opera utile, anche se voglio specificare che in nessun modo siamo stati coinvolti nella faccenda di Predappio, né da un punto di vista scientifico né da un punto di vista politico. Comunque, questo risorgente fascismo che stiamo vedendo all’opera negli ultimi tempi nasce da una mancanza di conoscenza del Ventennio. Quindi, benvenga un centro studi. Però temo che la scelta di localizzarlo a Predappio significherebbe non farne un luogo di conoscenza, ma di agiografia: il paese è già da tempo meta di pellegrinaggi fascisti, per così dire. Un museo del genere si può fare anche altrove: a Milano, a Roma, a Torino, sulla Linea Gotica… A Predappio c’è solo la casa natale di Mussolini, tutto qui. È un’operazione che non ci piace né ci convince.

Intanto a Como la manifestazione antifascista sembra comunque essere riuscita a smuovere molte persone.

È stato un bel momento, colorato e plurale. Però non deve essere un fatto isolato. Spero che sia l’inizio di un percorso che porti alla piena attuazione della Costituzione. L’abbiamo difesa l’anno scorso ai tempi del referendum, e adesso vogliamo che venga applicata. Perché, fa sempre bene ricordarlo, l’Italia è un paese antifascista, così come lo è la sua carta costituzionale.

Che fare?

Serve una grande operazione culturale: bisogna far sapere ai giovani cosa è stato il fascismo, perché è dall’indifferenza che nascono i totalitarismi e le dittature. Bisognerebbe anche sciogliere le organizzazioni fasciste: ci sono delle leggi e dei precedenti storici, penso a quando negli anni ’70 fu messo fuori legge Ordine Nuovo. Servono scelte chiare da parte di un fronte comune molto ampio: no alla violenza fascista, no al razzismo. Chiediamo al governo di intervenire.

Ecco, la piazza di Como è stata convocata Pd, che è al governo e che, ad esempio, negli ultimi mesi ha promosso politiche molto dure sull’immigrazione.

Uno degli interventi che mi è piaciuto di più è stato quello di una ragazza di Como Senza Frontiere, che ha espresso parole dure sul decreto Minniti. Alla manifestazione c’erano tanti ministri del Pd, sono convinta che abbiano capito quali fossero le istanze della piazza: contro il razzismo e per l’accoglienza.

Negli ultimi tempi i rapporti tra Pd e Anpi sono, per così dire, talvolta tesi. Dopo essere stati a manifestare insieme, bando alle polemiche?

Non mi sento assolutamente di dire ‘bando alle polemiche’. L’unità di intenti vuol dire anche che tra di noi dobbiamo dirci la verità: quando c’è da fare critiche, noi non abbiamo problemi a farle, né ci risparmieremo in futuro. Bisogna arginare questo nuovo fascismo, che cresce anche grazie alle divisioni degli antifascisti. Ma, ci tengo a ribadirlo, non nasconderemo mai le nostre opinioni: non l’abbiamo fatto con il referendum costituzionale, non l’abbiamo fatto con il pacchetto Minniti. Continuiamo, ad ogni modo, a lavorare per un grande fronte comune antifascista, cercando punti di contatto con tutti. Come ai tempi della Resistenza.

 

 

08.12.2017

 


 

C’è una scadenza imminente a cui la stampa e la politica italiane non dedicano assolutamente alcun risalto, ma che ha invece un rilievo economico e sociale enorme.

 

Parliamo dell’articolo 16 del Fiscal Compact.

 

Il Fiscal Compact (o anche Patto intergovernativo di bilancio europeo) stabilisce che entro cinque anni dalla sua entrata in vigore (ovvero entro il 1° gennaio 2018), sulla base di una valutazione della sua attuazione, i 25 paesi europei firmatari – tra cui l’Italia – siano tenuti a fare i passi necessari per incorporarne le norme nella cornice giuridica dei Trattati europei.

 

A PIÙ RIPRESE espressioni di insofferenza nei confronti del Patto sono state manifestate da parte di politici italiani di varia estrazione; e giuristi attenti alla legislazione comunitaria hanno denunciato che il Patto sarebbe contrario agli stessi principi sanciti dai Trattati europei, e dunque in nessun modo incorporabile in essi.

 

Peraltro già nel 2013, su iniziativa italiana, il Financial Times aveva pubblicato il “monito degli economisti”, firmato da alcuni dei più noti economisti viventi, che descriveva l’unificazione monetaria come un esperimento destinato a implodere a meno di una profonda rivisitazione del quadro di regole, tra le quali quelle previste dal Patto.

 

Il dibattito italiano sull’integrazione del Fiscal Compact nei Trattati Ue è dunque relativamente sporadico rispetto all’urgenza della scadenza ormai prossima, ma al tempo stesso acceso e radicale. Non sembra sia diffusa né tantomeno consolidata un’analisi approfondita del suo effettivo funzionamento e dei risultati prodotti.

 

IL PRIMO PUNTO è l’esigenza, più volte e da più parti richiamata già nei confronti del Trattato di Maastricht, di scorporare gli investimenti pubblici dal computo del disavanzo: una correzione che, rispetto alla finalità di assicurare la stabilità economica e la crescita dell’Unione, è assai più rilevante di quelle derivanti dal possibile allargamento del margine di deficit previsto dal Patto di stabilità e crescita.

 

Tanto per citare qualche numero, l’incidenza degli investimenti sul Pil si è contratta tra il 2007 e il giugno 2017 di circa 2 punti percentuali nella media dell’Unione, più di 3 nell’Eurozona, quasi 5 punti in Italia, 10 in Spagna, e 17 in Grecia.

 

Anche al di là del dibattito sull’entità dei moltiplicatori, è ormai chiaro a tutti che in una fase di crisi gli Stati nazionali hanno il dovere di sostenere, con il conforto dell’Unione europea, l’attività dell’economia e l’occupazione con robuste misure di struttura e non solo anticicliche.

 

Questo tipo di interventi, peraltro, va esteso fino a coprire gli investimenti pubblici in capitale umano: se non l’insieme della spesa pubblica in istruzione e ricerca, troppo vasta e articolata, almeno quella per l’industrializzazione della ricerca di base e l’occupazione di ricercatori e tecnologi.

 

UN SECONDO ASPETTO critico su cui è indispensabile intervenire è quello in realtà più discusso, ovvero l’obbligo di pareggio strutturale dei conti pubblici.

 

Il principio presuppone anzitutto la regolarità e l’equivalenza in durata delle fasi positive e negative o almeno la non prevalenza delle fasi recessive, cosa che allo stato attuale dell’economia globale è tutt’altro che scontata. E richiederebbe poi modalità indiscutibili di calcolo della situazione dell’economia rispetto alla sua condizione “potenziale”.

 

L’attuale procedura utilizzata dalla Commissione europea non risponde né all’uno né all’altro requisito, tant’è che l’Ocse stessa utilizza per il calcolo del “Pil potenziale” un computo ben differente che ad esempio, nel caso dell’Italia, porta a risultati assai più favorevoli, che il nostro governo ha sinora inutilmente illustrato alla Commissione.

 

ANCHE L’OBBLIGO per i paesi con un debito sopra il 60% del Pil di ridurre l’eccedenza di un ventesimo ogni anno è discutibile.

 

Quando venne istituito con il Trattato di Maastricht, il parametro del 60% non era altro che il valore medio dei paesi aderenti all’Unione.

 

Oggi, a fronte dei risultati di crescita non certo brillanti di un quarto di secolo di politiche economiche europee, il valore medio è aumentato fino al 90%. In queste condizioni, e a fronte delle incidenze ancora maggiori che si riscontrano in Giappone e negli Stati Uniti, sarebbe ragionevole proporsi obiettivi più realistici.

 

NELL’ATTUALE FASE di alleggerimento del Quantitative easing, l’auspicabile apertura a livello sia nazionale che europeo di una discussione seria e approfondita sul Fiscal Compact deve proporsi anche una riconsiderazione della missione istituzionale della Bce, tale da prevedere oltre a quello della stabilità della moneta anche l’obiettivo della minimizzazione della disoccupazione.

 

SI PENSI A QUANTO più rapida e forte sarebbe stata la ripresa dell’occupazione, e a quanto prima lo stesso sistema bancario si sarebbe rafforzato sorretto dal mercato anziché dalla banca centrale, se uno strumento di sostegno agli investimenti come l’esile Piano Juncker fosse stato finanziato per cifre mensili pari anche a soltanto un decimo della spesa sostenuta per il Quantitative easing.

 

Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Roberto Romano (CGIL Lombardia, Està), Leonello Tronti (Università di Roma Tre), Nicola Acocella (Sapienza Università di Roma), Pier Giorgio Ardeni (Università di Bologna), Rosaria Rita Canale (Università di Napoli Parthenope), Roberto Ciccone (Università di Roma Tre), Carlo Clericetti (Blogging in the wind), Carlo D’Ippoliti (Sapienza Università di Roma), Lelio Demichelis (Università dell’Insubria), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Sebastiano Fadda (Università di Roma Tre), Sergio Ferrari (ENEA), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Andrea Fumagalli (Università di Pavia), Domenico Gallo (Corte di Cassazione), Claudio Gnesutta (Sapienza Università di Roma), Guido Iodice (Keynes Blog), Riccardo Leoni (Università di Bergamo), Enrico Sergio Levrero (Università di Roma Tre), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Ugo Marani (Università di Napoli Federico II), Daniela Palma (Enea), Francesco Pastore (Università della Campania Luigi Vanvitelli), Laura Pennacchi (CGIL), Paolo Pirani (UILTEC), Felice Roberto Pizzuti (Sapienza Università di Roma), Vincenzo Scotti (Università Link Campus), Antonella Stirati (Università di Roma Tre), Francesco Sylos Labini (INFN), Roberto Tamborini (Università di Trento), Mario Tiberi (Sapienza Università di Roma), Pasquale Tridico (Università di Roma Tre), Anna Maria Variato (Università di Bergamo), Marco Veronese Passarella (Leeds University), Gianfranco Viesti (Università di Bari Aldo Moro).

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Nel 2012 mentre il governo Monti con il voto del PD di Bersani e del centrodestra di Berlusconi (compresa la Meloni) votava il Fiscal Compact noi manifestavamo in 50.000 contro oscurati dai media e inascoltati da quelli che pretendono oggi di parlare a nome della “sinistra”.

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