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22/04/2021

da il Manifesto

Andrea Capocci

 

Piano Vaccini. Il primo step fissato dal commissario Figliuolo ancora lontano. Nel secondo trimestre previsti 15 milioni di dosi al mese di Moderna, Pfizer e Curevac sufficienti per tutti gli under 60

 

Il commissario straordinario Figliuolo aveva previsto di somministrare 2,2 milioni di dosi nella settimana compresa tra il 16 e il 22 aprile, con una media di 315 mila vaccinazioni giornaliere. Per la prima volta da quando si è insediato, l’impegno del generale potrebbe essere mantenuto o quasi. Dal 16 al 20 aprile (ultimi dati disponibili al momento in cui questo giornale va in stampa) la media giornaliera di vaccinazioni in questo periodo è stata di 311 mila somministrazioni, di poco al di sotto dell’obiettivo di Figliuolo. La campagna ha scontato anche il ritardo nella somministrazione dell’ultimo vaccino autorizzato dall’Ue, quello targato Johnson&Johnson. Quando infatti la Food and Drug Administration ha interrotto la distribuzione negli Usa, inducendo l’azienda a bloccarla anche in Europa, 184 mila dosi del vaccino erano già immagazzinate al deposito nazionale di Pratica di Mare e solo oggi è iniziata la sua distribuzione verso i centri vaccinali.

 

DATO ATTO AL COMMISSARIO di aver (quasi) mantenuto il ritmo previsto, non si può non ricordare che, al suo insediamento, il piano prevedeva di toccare i 20 milioni di somministrazioni entro il 20 aprile, con un ritmo giornaliero di mezzo milione di inoculazioni al giorno. Invece, le vaccinazioni eseguite finora sono meno di 16 milioni, 4 in meno del previsto. Anche per giustificare questo scostamento Figliuolo ha molti alibi indipendenti dal suo operato: le dosi arrivate in Italia sono 17,8 milioni, quindi anche iniettandole tutte sarebbe stato impossibile rispettare la tabella di marcia.

 

A mancare è stato soprattutto il vaccino AstraZeneca: secondo i contratti firmati dovevano arrivarne 5,4 milioni entro il 31 marzo, mentre quasi un mese dopo ne sono state consegnate poco più di 4 milioni. I produttori dei vaccini a Rna (Pfizer e Moderna), con rispettivamente 11,7 e 1,7 milioni di dosi consegnate stanno invece onorando i contratti. Per quanto riguarda il vaccino J&J è ancora presto per valutare la regolarità degli approvvigionamenti. Ma tra i ritardi nella produzione e lo stop-and-go legato alle trombosi, le cose non sono iniziate benissimo.

 

PER I VACCINI A VETTORE VIRALE (AstraZeneca e J&J) potrebbe presentarsi paradossalmente un problema di sovrabbondanza. I due vaccini, simili per tecnologia e per profilo di sicurezza (entrambi hanno dato vita a rarissimi casi di trombosi in persone giovani), sono stati riservati a chi ha più di 60 anni, al personale scolastico e alle forze armate. Queste categorie includono circa 20 milioni di persone, dei quali sei hanno ricevuto la prima dose e tre anche la seconda. Rimangono da vaccinare interamente circa 14 milioni di persone, più 3 in attesa del richiamo. Le dosi prenotate per questa platea ammontano attualmente a 36 milioni di dosi AstraZeneca e 26 milioni di monodose J&J, sufficienti a vaccinare 44 milioni di persone.

 

Questo porrà il problema di cosa fare delle dosi in più. Dovessero arrivare tutte, non sarebbero utili nemmeno per i richiami. Si tratta di vettori basati su adenovirus, e potrebbero scontrarsi con l’immunità contro lo stesso vaccino dopo la prima tornata di somministrazioni. Sarebbe scandaloso se gran parte dell’umanità rimanesse senza vaccini e in Europa avessimo il problema di doverli smaltire.

 

SECONDO I CONTRATTI attuali, per vaccinare i restanti 40 milioni di italiani sotto i 60 anni dovremmo comunque contare su oltre 110 milioni di dosi di vaccini a Rna (anche CureVac, oltre Pfizer e Moderna) attesi entro il 2021. Su base mensile fanno circa 15 milioni di dosi, mezzo milione al giorno: proprio il numero di somministrazioni promesse dal generale Figliuolo. Che dunque non potrà nascondersi a lungo dietro l’alibi delle forniture mancate o del cambio di destinazione dei vaccini per ragioni di sicurezza. Il piano vaccini dovrà procedere come promesso o il fallimento del governo dei «migliori» ricadrà su tutti noi.

21/04/2021

da il Manifesto

Marina Catucci

 

Stati uniti. Festeggiamenti in diverse città americane. L'ex agente è stato condannato per tutti e tre i capi di accusa: omicidio colposo, omicidio di secondo grado preterintenzionale e omicidio di terzo grado

 

L’ex agente di polizia Derek Chauvin è stato riconosciuto colpevole per la morte di George Floyd. Il verdetto conferma per l’ex poliziotto tutti e tre i capi di accusa: omicidio colposo, omicidio di secondo grado preterintenzionale e omicidio di terzo grado.

 

Il verdetto è stato accolto da applausi e grida di gioia che da Minneapolis sono risuonate a New York, Chicago, Philadelphia, Dallas e in tutte le città dove, temendo un risultato diverso, i negozi erano stati barricati e gli elicotteri giravano per monitorare una situazione che era un’esplosione annunciata. E l’esplosione c’è stata, ma di sollievo. Giustizia per George Floyd è fatta.

 

Dopo tre settimane di audizioni, 46 testimoni, e la continua riproposizione delle ultime immagini di George Floyd, ucciso a Minneapolis, in Minnesota, il 25 maggio 2020, il processo è arrivato al verdetto.

 

IL COMPITO NON ERA FACILE per i giurati, 12 persone, 6 bianche, 4 nere e 3 multirazziali, in quanto si trattava di esprimersi su 3 capi d’accusa; i giurati devono riesaminare filmati e testimonianze, mentre per tutta la durata di questa ultima parte del processo sono chiusi e isolati in un albergo per cercare di non subire pressioni da parte del mondo esterno. Il secondo giorno di discussioni per arrivare a un verdetto, si è svolto dopo che, tanto l’accusa quanto la difesa, avevano presentato le arringhe conclusive, durate quasi 6 ore, incentrate su visioni molto diverse sulle circostanze che hanno portato alla morte di Floyd.

 

Se per l’accusa è stato un atto deliberato da parte di Chauvin, per la difesa il poliziotto ha solo seguito il protocollo mentre era circondato da una folla inferocita. Mentre gli Stati Uniti aspettano di sapere cosa verrà deliberato, Minneapolis si prepara a potenziali disordini; il tribunale in cui si tiene il processo è circondato da filo spinato, recinzioni, barriere di cemento e dozzine di truppe della Guardia Nazionale, in città le vetrine dei negozi sono già state murate con il compensato e i membri della Guardia Nazionale si stanno aprendo a ventaglio per la città; il governatore democratico del Minnesota Tim Walz e i funzionari locali hanno cercato di mostrare solidarietà con gli attivisti della comunità afroamericana, e hanno sottolineato di volere dare la priorità alle tecniche de-escalation, «in ogni caso», ha sottolineato Walz parlando ai giornalisti.

 

LA TENSIONE non si era fermata ai confini di Minneapolis; anche a New York, Los Angeles, Chicago, Dallas, Philadelphia, si respira un’aria da prima della tempesta nel timore di nuovi scontri generati da un verdetto blando. L’isolamento e le pressioni dell’opinione pubblica sono stati due elementi importanti tanto che si è anche parlato di annullare il processo visto che uno dei giurati viene da Brooklyn Center, la cittadina poco lontana da Minneapolis, dove da 10 giorni vi sono proteste e violenti scontri con le forze dell’ordine a causa dell’uccisione da parte della polizia di un altro afroamericano, il 20enne Amid Wright, al punto che il sindaco ha emesso un ordine per il coprifuoco.

 

SUL PROCESSO CHAUVIN si era espresso in giornata, senza grosse parafrasi, anche il presidente Joe Biden, rispondendo a una domanda di una giornalista della CNN ha detto di stare «pregando che il verdetto sia il verdetto giusto, il che penso sia di un’evidenza schiacciante dal mio punto di vista. Non lo direi se la giuria non fosse stata sequestrata e isolata ora, non mi sentireste parlare così».

 

L’ESTERNAZIONE DI BIDEN è molto inusuale per un presidente, ma Biden, che anche da senatore è stato molto attento al sentire della sua base, è consapevole del ruolo giocato dalla comunità afroamericana nella sua elezione, e ha voluto rimarcare il proprio appoggio in quello che è un tema cruciale.

 

Diverse le reazioni per le dichiarazioni della deputata 82 enne Maxine Waters, che dopo aver partecipato a una manifestazione BLM a Brooklyn Center ha dichiarato che in caso di una sentenza ingiusta i manifestanti dovrebbero rimanere nelle piazze e alzare il livello della protesta.
Il leader della minoranza Rep alla Camera Kevin McCarthy, ha accusato Waters di «incitamento alla violenza» e ha chiesto ai democratici di agire contro la deputata, ma i dem hanno difeso Waters, e la presidente della Camera Nancy Pelosi ha detto di non credere che Waters debba nemmeno scusarsi.

20/04/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Mentre Giovanna è in ospedale a Torino, ferita al volto da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo, dalla Val di Susa ci comunicano che continuano a essere sotto assedio da una settimana i compagni che si sono incatenati sul tetto del presidio di San Didero. La polizia impedisce che gli vengano portati acqua e cibo. I compagni chiedono la presenza di un medico e di un avvocato e di poter ricevere alimenti ed assistenza.
Sono questi i metodi del “governo dei migliori”? Il partito trasversale degli affari calpesta i diritti umani. Draghi, Lamorgese e i partiti che li sostengono sono politicamente e moralmente responsabili di quello che sta accadendo.

 

Valsusa – Locatelli* (Prc-Se): una inchiesta autonoma sull’operato inconsulto delle forze dell’ordine dopo il ferimento di Giovanna


Non ci sono più giustificazioni riguardo l’operato delle forze dell’ordine in Valsusa. Da alcuni spezzoni di video in diretta delle manifestazioni di martedì 13 aprile a San Didero emerge con chiarezza l’uso aggressivo, vietato dalla legge, di candelotti lacrimogeni ad altezza d’uomo per terrorizzare i manifestanti NoTav. In uno dei video si sente distintamente un carabiniere dire: “Sì, ne ho tirati due in faccia sulla strada”. Il ferimento grave di Giovanna, un’attivista NoTav alla quale ribadiamo la nostra piena solidarietà, è il risultato di questo comportamento inconsulto che mette a rischio l’incolumità delle persone. Riguardo a questo comportamento indicibile e al tentativo di sviare dalle proprie responsabilità andrebbe aperta una inchiesta autonoma e obbiettiva. La Valsusa non può trasformata in un teatro di guerra. Ci sono comunità, amministratori e attivisti che per il fatto di opporsi a opere dissennate e speculative vengono repressi e criminalizzati con metodi degni dei peggiori regimi dispotici. E’ quello che sta accadendo in queste ore ai compagni che stanno difendendo il presidio Notav di San Didero a cui è impedito di ricevere assistenza, acqua e cibo. A loro, a Giovanna e alle comunità locali in lotta va tutta la nostra solidarietà e il nostro sostegno.

*Ezio Locatelli, segretario provinciale di Rifondazione Comunista- Sinistra Europea di Torino

 

18/04/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

 

La decisione del governo di riaprire il 26 aprile, come se avessimo i numeri di altri paesi, è una scelta sbagliata dettata da logiche politiche non sanitarie. Come hanno segnalato esperti autorevoli si tratta di “rischio calcolato male”.

 

Dopo un anno di pandemia abbiamo superato 100.000 morti ufficiali per SARS-COVID19, un numero sottostimato rispetto alla reale portata della pandemia in termini di decessi diretti e indiretti, basti pensare che il 2020 è stato l’anno con più decessi assoluti dal secondo dopoguerra ad oggi con 100.525 morti in più rispetto alla media dei 5 anni precedenti (2015-2019). “Solo” 75891 censiti ufficialmente come SARS-COVID-19.

 

La seconda ondata in termini di vittime è stata peggiore della prima, furono 34.278 i decessi tra marzo e maggio 2020 mentre oltre 65.000, quasi il doppio, tra ottobre e marzo. Tra giugno e settembre i decessi erano stati appena 1837. Paghiamo un prezzo indegno in nome della “convivenza con il virus”, per aver accettato i diktat di Confindustria e la demagogia della destra, per il mancato lockdown come avvenne tra marzo e aprile 2020. L’Italia a colori si è rilevata inefficace per la salute, per la salvaguardia del sistema sanitario e per la stessa economia.

 

Nella prima ondata il picco dei decessi ufficiali per covìd è stato 969 il 27 marzo, nella seconda 993 il 3 dicembre.

 

Nella prima ondata dopo due mesi dal picco dei decessi, le morti giornaliere erano costantemente sotto le 100 unità fino ad azzerarsi in molte regioni durante l’estate. Nella seconda ondata dopo tre mesi dal picco e tuttora il numero dei decessi medi è stato abbondantemente sopra i 200, in questi giorni la curva è di nuovo in crescita e le cifre si attestano e superano i 300 morti al giorno ormai da quasi un mese.

 

Calcolando 100 giorni dopo i rispettivi picchi dei decessi (27 marzo 2020 e 3 dicembre 2020), la differenza tra la somma dei morti giornalieri è di 18.078, un numero destinato ulteriormente a crescere. Al 15 aprile 2021 la differenza è sopra quota 30.000. E’ evidente che la strategia delle zone colorate non è un lockdown e non sta evitando la terza ondata malgrado l’introduzione dei vaccini.

 

Il mancato lockdown ad ottobre 2020, l’Italia leopardata e la zona arlecchino, ha determinato un eccesso di mortalità oltre i numeri già intollerabili. È chiaro che c’è stata una scelta “consapevole” nel sacrificare vite umane pur di non scontentare le richieste di Confindustria. È stato scelto di costruire sui cattivi comportamenti individuali o su alcune categorie simboliche (ad esempio runner, ristoratori, operatori della cultura) l’immaginario dell’untore molto al di là di quanto scientificamente sarebbe stato lecito dire. Sia con Conte che con Draghi, il Governo e Confindustria decidono a tavolino chi vive e chi muore, siano esse imprese o lavoratori, giovani o anziani, altro che solidarietà è la ferocia del capitale. Eppure i soldi ci sono e ci dovrebbero essere per la tutela della salute prima di ogni altra cosa. Sarebbe stato possibile un intervento ben più massiccio della Bce, sarebbe stata possibile una patrimoniale sulle grandi ricchezze, è possibile effettuare scostamenti di bilancio e bilancio in deficit. Come nella prima ondata si poteva tenere aperto solo l’essenziale (al netto dei furbetti del codice Ateco) e dare un ristoro e un reddito dignitoso al paese fermo, per un nuovo vero lockdown. Dove la pandemia è scomparsa e la vita è ripresa a pieno regime è perché in quei paesi si sono praticate chiusure vere non pasticci a colori.

 

Oggi con un numero elevato di decessi e quindi anche contagi, rischiamo di vanificare anche la lentissima campagna vaccinale e di essere travolti dalle varianti. Il virus corre troppo veloce, i tracciamenti sono saltati, il personale sanitario continua ad essere numericamente insufficiente e comprensibilmente sfinito davanti a numeri di decessi più simili ad una carneficina che ad un’emergenza sanitaria. Se vogliamo davvero metterci alle spalle questo virus ed evitare di continuare a contare i morti come se ogni giorno ci fosse il terremoto de L’Aquila o quello di Amatrice servono scelte responsabili non riaperture demagogiche. È evidente che si fanno scelte sulla base del calcolo dei voti non su quello dei morti.

 

16/04/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Dopo Greta Thunberg arriva la lettera sottoscritta da 100 Premi Nobel e tanti ex-capi di stato a Joe Biden che chiede quello che proponiamo da un anno insieme a centinaia di associazioni aderenti alla campagna “diritto alla cura/nessun profitto sulla pandemia”.


Come abbiamo denunciato da tempo gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e purtroppo l’Unione Europea stanno bloccando presso l’Organizzazione del Commercio la richiesta di più di 100 paesi di sospendere la validità dei brevetti per consentire la vaccinazione di tutta l’umanità.
Di fronta a una pandemia che ha già provocato milioni di morti non c’è sicurezza senza accesso per tutti i popoli al vaccino.
La sospensione dei brevetti – che è prevista in casi come questo – viene impedita dal veto delle potenze occidentali che hanno deciso di anteporre i profitti delle multinazionali di Big Pharma alla salute di miliardi di persone.


Purtroppo l’Italia è stata finora complice di questa politica disumana perchè in sede WTO-OMC la Commissione Europea parla a nome dei governi.
Solo sospendendo i brevetti sarà possibile produrre i vaccini a basso costo e per tutti i paesi.
Se non sarà vaccinata tutta l’umanità non saremo al sicuro neanche noi abitanti del nord ricco del pianeta perchè si riprodurranno continuamente nuove varianti.

 

Chiediamo al Presidente del Consiglio Draghi e al governo italiano di smetterla di essere complici di un crimine contro l’umanità e della scelta dell’Unione Europea e USA di garantire profitti a Big Pharma.
Un atteggiamento simile dei governo occidentali suscitò la rivolta di Nelson Mandela causò la morte di 10 milioni di persone in Africa per mancanza di farmaci contro l’Aids.

 

Invitiamo a firmare on line l’iniziativa europea dei cittadini Nessun profitto sulla pandemia: https://noprofitonpandemic.eu/it/

 

Tutti hanno diritto alla protezione dal covid 19.

 

15/04/2021

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale

Marco Consolo, Responsabile Area Esteri e pace

 

Salutiamo con gioia l’approvazione da parte del Senato della risoluzione che la senatrice Nugnes aveva presentato un anno fa raccogliendo la proposta di Rifondazione Comunista elaborata insieme all’associazione Italia Cuba.

 

Il nostro testo è stato rimaneggiato e edulcorato ma si tratta di un fatto molto importante perchè l’Italia si schiera per la fine del bloqueo.

 

Ci sembrava doveroso che l’Italia esprimesse ufficialmente riconoscenza per la solidarietà concreta che Cuba ha dimostrato inviando i medici della Brigata Henry Reeve nel nostro paese.

 

E’ positivo che in Senato nessuno se la sia sentita di difendere il blocco criminale che gli USA continuano a infliggere a Cuba anche in tempi di pandemia causando sofferenze enormi a un popolo che difende la propria indipendenza.

 

Ringraziamo le senatrici Nugnes, Fattori e De Petris che immediatamente recepirono la nostra proposta.

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Il comunicato dell’anno scorso con il testo originale della mozione:  

http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=42794

il testo approvato:

14.04.2021

da il Manifesto

Serena Console

 

Reazioni a catena. 1,25 milioni di tonnellate di liquido contaminato verranno sversate nell’Oceano. Prima verranno filtrate, rassicurano Tokyo e l'Aiea, con il plauso Usa. Ma Cina e Corea del sud insorgono: «Irresponsabili, non ci hanno consultati» E con i pescatori locali temono il peggio si schiera Greenpeace Japan

 

Nel settembre 2019 l’ex ministro dell’Ambiente giapponese, Yoshiaki Harada, aveva reso noto che la Tepco, l’operatore che gestisce la centrale di Fukushima, avrebbe valutato l’opzione di scaricare l’acqua contaminata del sito nucleare nell’Oceano Pacifico. A distanza di qualche anno e nonostante il cambio della premiership, ora con Yoshihide Suga, il progetto diventa concreto.

 

IL GOVERNO GIAPPONESE ha disposto lo scarico nell’Oceano Pacifico di oltre 1,25 milioni di tonnellate di acqua contaminata, conservata in più di mille serbatoi, e utilizzata per raffreddare il combustibile nucleare fuso nel reattore 1 della centrale di Fukushima Daiichi. Secondo il governo centrale, il lavoro inizierà tra circa due anni, mentre l’intero processo dovrebbe richiedere decenni. La conferma ufficiale è arrivata a dieci anni esatti dal disastro di Fukushima del marzo 2011, innescato da un forte terremoto e dal successivo tsunami.

 

L’amministrazione Suga ha fatto leva sulle tempistiche previste per l’inizio dell’operazione, per rassicurare la popolazione giapponese e i governi dei paesi vicini: il periodo sarebbe sufficiente a garantire il corretto processo di filtraggio e diluizione dell’acqua contaminata nel mare. Il governo di Tokyo, che tenta di porre fine alle critiche sulla portata ambientale della decisione, ha sottolineato la necessità della misura adottata. La Tepco, infatti, prevede che entro l’autunno 2022 le cisterne raggiungeranno la massima capacità consentita di 1,37 milioni di tonnellate, in base alle 140 tonnellate di acqua contaminata prodotta giornalmente per la manutenzione della centrale.
Ma prima di essere rilasciata in mare, l’acqua reflua sarà trattata attraverso un sistema di purificazione, l’ALPS, che rimuove la maggior parte del materiale radioattivo ad eccezione del trizio, un isotopo dell’idrogeno considerato poco pericoloso per l’organismo umano se assorbito in piccole quantità.

 

SECONDO IL PIANO DEL GOVERNO giapponese, il trizio sarà diluito con una concentrazione pari a 1.500 becquerel per litro, molto meno rispetto agli standard di sicurezza giapponesi (60mila Bq/litro) e a quelli previsti dall’Organizzazione mondiale della sanità (10mila Bq/litro). A promuovere la linea del premier Suga è l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che conferma come il processo per smaltire le acque reflue sia adottato anche dagli impianti nucleari di tutto il mondo.
Queste spiegazioni però non tranquillizzano l’opinione pubblica, che da anni nutre sfiducia verso le misure governative e le azioni controverse della Tepco.

 

La decisione conosce la ferma opposizione dei pescatori, che vedono annullati gli sforzi degli ultimi dieci anni per mettere nuovamente in piedi l’industria ittica locale: nonostante i finanziamenti promossi dal governo per garantire la sicurezza del pescato al largo della prefettura di Fukushima, i lavoratori del settore ritengono che ci sarà un irreparabile danno di immagine e un ulteriore calo del fatturato, già ridotto del 20% nell’ultimo decennio. Greenpeace Japan abbraccia le istanze dei pescatori e condanna con forza l’esecutivo guidato dal premier Suga, che «ha nuovamente deluso la gente di Fukushima».

 

Ma l’annuncio del governo giapponese ha suscitato l’irritazione anche dei paesi vicini, a cominciare da Cina e Corea del Sud. Pechino, preoccupata per la sicurezza pubblica e ambientale, ha definito «estremamente irresponsabile» il Giappone, che non ha consultato gli altri paesi stranieri. E non si escludono azioni che possano incrinare i rapporti diplomatici già compromessi tra Cina e Usa. Il Segretario di Stato Usa, Antony Blinken, non ha fatto mancare il plauso per la trasparenza del governo giapponese nella gestione del caso, mostrando comprensione per il piano adottato da Suga. Ma il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha auspicato l’imparzialità di Washington, «sempre attenta alle tematiche ambientali».

 

LA COREA DEL SUD, che si oppone fermamente alla scelta di Tokyo, ha convocato l’ambasciatore giapponese Koichi Aiboshi a Seul per presentare una protesta formale, mentre davanti alla sede diplomatica si è tenuta una manifestazione contro il governo di Suga.

13/04/2021

da il Manifesto

Andrea Capocci

 

Vaccini. La promessa di 500 mila somministrazioni al giorno entro il 20 aprile non è stata centrata, il generale scende a 315 mila, un ritmo già toccato la settimana scorsa. Eppure le dosi non mancano: nei frigoriferi ce ne sono 6 milioni. E infatti gli altri paesi europei corrono più di noi

Il numero dei nuovi casi positivi al coronavirus torna al di sotto delle diecimila unità. È un lunedì, dunque il calo è fisiologico. Ma se si confrontano i dati su base settimanale, negli ultimi sette giorni i nuovi casi sono calati del 25% rispetto a una settimana prima. Non è altrettanto positivo il dato sui decessi: nelle ultime 24 ore sono stati 358, ma la media dell’ultima settimana (469) è del 10% superiore ai 425 morti giornalieri dei sette giorni precedenti. Dopo 5 giorni consecutivi di calo, ieri i pazienti in terapia intensiva sono risaliti di 8 unità a quota 3593.

 

SI FA ATTENDERE ancora l’effetto delle vaccinazioni, che non procedono al ritmo sperato. Nemmeno questa settimana si prevedono decise accelerazioni, nonostante l’arrivo di nuove dosi. Lo si evince dagli obiettivi fissati dal commissario Figliuolo per la settimana 16-22 aprile e comunicati ieri dal generale. Che le dosi ci siano lo conferma lo stesso Commissario: «Sono oltre 4,2 milioni i vaccini che verranno complessivamente consegnati tra il 15 e il 22 di aprile alle strutture sanitarie delle Regioni», fa sapere. Si tratta di tre milioni di dosi del vaccino Pfizer, mezzo milione di AstraZeneca, 400 mila dosi di Moderna e anche le prime 180 mila dosi Johnson&Johnson.

 

«Per la settimana 16-22 aprile – prosegue Figliuolo – si stimano circa 315 mila somministrazioni giornaliere negli oltre 2.200 punti vaccinali in tutta Italia attivi».

 

NON C’È MOLTO da festeggiare: è quanto il generale aveva promesso per la fine di marzo. Non si tratta infatti di un’accelerazione, visto che già il 9 aprile si ne erano inoculate 316 mila dosi. È un’ammissione esplicita di un nuovo obiettivo mancato dal piano vaccinale: raggiungere la media di 500 mila vaccinazioni al giorno entro il 20 aprile.

 

Se la campagna procede a rilento, stavolta il governo non può dare la colpa alle case farmaceutiche, visto il numero di dosi in arrivo. Oltre alle consegne programmate, nei frigoriferi giacciono poi altri due milioni di dosi ancora da somministrare. Le dosi disponibili sono dunque oltre sei milioni.

 

La lentezza non si spiega nemmeno con la necessità di fare scorta di dosi per garantire i richiami: l’ultimo parere dell’Aifa permette di allungare il tempo tra le dosi dei vaccini a mRna fino a sei settimane. Né si può invocare la diffidenza della popolazione contro i vaccini, un tema probabilmente sopravvalutato: in Basilicata, dove non serve prenotazione per ricevere il vaccino AstraZeneca, le file di over 60 hanno iniziato a allungarsi già all’alba, con ore di anticipo rispetto agli orari di apertura.

 

LA PROVA CHE UN’ALTRA campagna vaccinale è possibile la forniscono gli altri stati europei. Pur ricevendo lo stesso numero di dosi dell’Italia, la Francia ha già superato le 500 mila vaccinazioni al giorno. La Spagna, che ne ha ricevute meno di noi, ha comunque toccato quota 450 mila. La Germania, con circa il 20% di dosi in più, ci ha letteralmente doppiato, con oltre 700 mila somministrazioni in 24 ore. Il rallentamento è dunque da imputare alle difficoltà organizzative, non benissimo per uno specialista di logistica come il generale: le vaccinazioni presso medici di base e farmacisti stando partendo a rilento e gli operatori non sono sufficienti. Solo ieri il bando per reclutare vaccinatori è stato allargato anche ai medici specializzandi.

 

ORA CHE SI PROCEDE solo in ordine di età rischiano di farne le spese le categorie più fragili e a rischio costrette in panchina. Oltre ai malati oncologici, vaccinati solo al 7,3%, attendono anche i detenuti e il personale penitenziario, rinchiusi in ambienti sovraffollati. Tra prigionieri e poliziotti, i positivi sono saliti a 1521. Vaccinare i detenuti però sarebbe «roba da matti» secondo un tweet di Salvini. Il “matto” sarebbe l’assessore alla sanità del Lazio Alessio D’Amato, che propone di usare il vaccino monodose Johnson&Johnson per mettere in sicurezza le prigioni nel giro di tre giorni.

 

A Salvini ha risposto il garante dei detenuti Mauro Palma: «Nessuno ha detto di somministrare le dosi ai soli detenuti ma di vaccinare presto l’intero mondo penitenziario, che prevede quindi anche e in primo luogo i lavoratori». Il tweet maldestro di Salvini colpisce tra l’altro una delle poche operazioni riuscite alla giunta leghista lombarda. In Lombardia, infatti, «è quasi finita la vaccinazione negli istituti penitenziari». L’operazione potrebbe essere estesa a livello nazionale con poco sforzo, secondo il Garante: «Parliamo di circa 80-90mila persone tra ristretti e reclusi e, dosi permettendo, si possono immunizzare in meno di una giornata».

12/02/2021

da Left

Giulio Cavalli

Sta facendo (per fortuna) molto rumore la storia di Malika, la ragazza di Castelfiorentino (Firenze) che nei giorni scorsi ha rilasciato la sua drammatica testimonianza a Fanpage.it in cui racconta di essere stata cacciata di casa, di essere stata umiliata e di essere minacciata di morte dalla sua famiglia dopo avere raccontato di essersi innamorata di una donna.

 

La storia ha tutti gli ingredienti della famosa “famiglia tradizionale” che si preoccupa molto più dell’orientamento sessuale dei propri figli che dei figli stessi. «Ti auguro un tumore», «Meglio una figlia drogata che lesbica», «Mi parli di altra gente? Son fortunati perché hanno figli normali, e solo noi s’ha uno schifo così», sono solo alcune delle frasi che la madre di Malika le ha rivolto con dei messaggi vocali. Il fratello da mesi – racconta Malika – la minaccia promettendole di tagliarle la gola. Lei è uscita con niente, solo quello che aveva addosso e da gennaio cerca di volta in volta una sistemazione di fortuna. Ha provato anche a ripresentarsi a casa della madre almeno per recuperare i suoi effetti personali ma la madre, di fronte agli agenti che accompagnavano la ragazza, l’ha addirittura disconosciuta.

 

Dopo l’uscita della notizia la mobilitazione è stata altissima: il sindaco della città si è subito attivato per aiutare la ragazza, molti cittadini si sono fatti avanti e Malika ha ricevuto anche qualche offerta di lavoro. Intanto la procura di Firenze, dopo 3 mesi e solo dopo l’enorme pubblicità che si è creata intorno all’evento, ha deciso di aprire un’inchiesta. La storia di Malika ha anche riacceso i fari sul Ddl Zan.

 

Insomma potrebbe sembrare una storia a lieto fine se non fosse che rimane addosso quella sensazione che c’è ogni volta che qualcosa si risolve dopo avere fatto rumore: quante Malika ci sono in giro? E la domanda giusta la pone proprio Malika intervistata da Fanpage quando dice: «Purtroppo ho dovuto sperimentare sulla mia pelle la lentezza della burocrazia italiana, che contribuisce a creare un clima di isolamento intorno a chi è vittima di odio omofobico, di bullismo, di stalking o di qualsiasi altro genere di violenza. Ho sporto denuncia contro i miei genitori il 18 gennaio 2021, ma fino a ieri l’altro non è stato fatto praticamente nulla di concreto. Ho dovuto ricorrere alla stampa per farmi sentire, sono felice che alla fine la mia richiesta di ascolto sia arrivata, ma mi chiedo: quante grida di aiuto si perdono nelle maglie della burocrazia italiana? Io ho dovuto urlare per vedere riconosciuto quello che è un mio diritto, se non l’avessi fatto sarei ancora invisibile».

Eccola, è questa la domanda.

11.04.2021

da il Manifesto

 

Caso Gregoretti. La procura: «Il fatto non sussiste e le sue scelte condivise dal governo»

 

Che la procura di Catania fosse da sempre contraria all’idea di processare Matteo Salvini per la vicenda Gregoretti si sapeva fin dall’inizio. Quindi ieri nell’aula bunker del carcere Bicocca del capoluogo etneo – dove si svolge l’udienza preliminare a carico del leader della Lega – non c’è nessuna sorpresa quando il pm Andrea Bonomo rinnova la richiesta di non luogo a procede nei confronti dell’ex ministro dell’Interno accusato di sequestro di persona per aver ritardato, nel luglio del 2019, lo sbarco di 131 migranti dalla nave della Guardia costiera italiana.

 

Per il magistrato, infatti, le scelte fatte da Salvini quando era ai vertici del Viminale furono «condivise dal governo» (Conte 1, ndr) e «non integrano gli estremi del reato di sequestro di persona perché il fatto non sussiste». Parole che Matteo Salvini ascolta con evidente soddisfazione. «Sentire la pubblica accusa dire che ho rispettato le norme italiane e internazionali, ho salvato vite, mi ripaga di mesi e mesi di amarezze. Torno dai miei figli tranquillo», dice una volta uscito dall’aula.

 

Siamo ormai alle ultime battute del procedimento. Per il 23 aprile sono previste le arringhe delle parti civili mentre la sentenza del gup Nunzio Sarpietro è attesa per il 14 maggio. Ieri Salvini ha voluto presentare una nuova memoria difensiva a integrazione di quella già consegnata lo scorso mese di settembre: 63 pagine nella quali l’ex ministro ha di nuovo ricostruito la sequenza degli avvenimenti accaduti a luglio del 2019 e chiesto il non luogo a procedere.

 

Da parte sua la procura ha sostanzialmente ribadito quanto sostenuto fin dall’inizio, vale adire che nel caso della nave Gregoretti «l’attesa di tre giorni non può considerarsi una illegittima privazione della libertà», visto che anche in seguito, una volta negli hotspot , per i migranti sono proseguite le limitazioni di movimento. E comunque ci sarebbe stata una condivisione da parte di tutto il governo della linea scelta dal Viminale: «Non che sia giusto e condivisibile – dice rivolto al gup – ma si può ritenere che l’ex ministro Salvini abbia violato le convenzioni internazionali? Si può definire illegittima la sua scelta di tardare il Pos (Place of safety, ndr)? A mio avviso no». Anche perché, è la conclusione del pm, «se vengono garantite le condizioni dei migranti a bordo» anche «una nave può essere considerata un Pos» cioè un porto sicuro.

 

Che le responsabilità del Viminale fossero condivise dall’intero governo Conte 1 è quanto sostenuto anche dall’avvocato Giulia Bongiorno, che difende il leader della Lega. «C’era un preciso orientamento politico di avviare lo sbarco dopo la redistribuzione i Europa», ha detto il legale. «Sono scelte politiche che possono piacere o non piace, ma sono insindacabili».

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