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28/11/2020

da il Manifesto

Andrea Capocci

 

Emergenza sanitaria . L'assistenza domiciliare dei pazienti Covid è rimasta sulle spalle dei medici di base

 

Per mesi medici ed epidemiologi hanno spiegato che il Covid-19 si combatte sul territorio, e che le terapie intensive dovrebbero rappresentare l’estrema difesa. Asl e medici di base, cioè quel che resta della sanità territoriale, avrebbero dovuto svolgere un ruolo di primo piano. Impoverite da anni di tagli le prime, anziani e privi di infrastrutture adeguate per la gestione dei malati Covid i secondi, il governo in piena prima ondata aveva provato a rimediare mettendo in campo le Usca.

 

La sigla per “Unità Sanitarie di Continuità Assistenziale” e compare per la prima volta in un decreto governativo del 9 marzo, che prevede «una unità speciale ogni 50.000 abitanti per la gestione domiciliare dei pazienti affetti da Covid-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero». Significa oltre mille Usca attive sul territorio nazionale.

 

Quel decreto però è rimasto abbondantemente disatteso dalle regioni incaricate di emanare le ordinanze attuative. Come recita un rapporto della Corte dei Conti presentato al Parlamento il 23 novembre, a fine ottobre «la media a livello nazionale era inferiore al 50 per cento». «L’attivazione delle Unità speciali di continuità assistenziale, che ben avrebbero potuto rappresentare uno strumento di assistenza sul territorio anche in grado di alleviare la pressione sugli ospedali, ha avuto un andamento inferiore alle attese e con forti differenze territoriali», si legge nel rapporto.

 

Anche le regioni che si sono attivate hanno spesso fatto pasticci. Nella Regione Lazio il Tar ha annullato l’ordinanza regionale che istituiva le Usca-r (la “r” finale, che sta per “regionale”, non è un errore). La regione governata da Nicola Zingaretti, infatti, ha interpretato in modo un po’ troppo liberamente il decreto nazionale. Alle Usca-r del Lazio non è stata affidata l’assistenza domiciliare dei pazienti Covid, una possibilità esplorata solo in via «eventuale».

 

Le Unità laziali hanno operato soprattutto in operazioni di screening di comunità presso residenze per anziani, scuole, ospedali, aeroporti. L’assistenza domiciliare dei pazienti Covid è rimasta in gran parte sulle spalle dei medici di base, che devono allo stesso tempo badare anche al resto della popolazione bisognosa di assistenza sanitaria.

 

A promuovere il ricorso al Tar sono stati lo Smi e lo Snami, due sindacati di medici, contro cui ha avuto parole durissime l’assessore alla sanità del Lazio Alessio D’Amato: «Nel Lazio vi sono oltre 60 mila persone in isolamento domiciliare ed è tecnicamente impossibile gestirle unicamente con le Usca-r. È innanzitutto compito della medicina territoriale farsi carico, con i dovuti mezzi di protezione e la dovuta formazione, di questi pazienti che molte volte non sono affetti unicamente da Covid, ma anche da altre patologie croniche».

 

La regione si è ora rivolta al Consiglio di Stato. Nessuno dica che i medici di base non vogliono occuparsi degli assistiti malati di Covid, giura la segretaria dello Smi Pina Onotri. «Come facciamo ad assistere a casa chi riteniamo sia un sospetto Covid senza esporci al contagio e poi trasmetterlo agli altri pazienti che vediamo negli studi, ai nostri colleghi di studio, ai nostri collaboratori?» chiede. La spalleggia Giuseppe di Donna, presidente dello Snami del Lazio: «Non abbiamo mai chiesto, come Snami, di non fare le visite domiciliari. I medici di medicina generale hanno seguito i propri pazienti in telesorveglianza e visitato a domicilio quelli non Covid, coprendo anche le disfunzioni dei Servizi di Igiene e Sanità Pubblica».

 

Mentre l’assessore D’Amato lamenta l’insufficienza delle Usca-r, ben 800 medici del Lazio si sono messi a disposizione della Regione per occuparsi dei pazienti Covid nelle Unità (l’elenco è ancora sul sito web regionale). Eppure, raccontano molti di loro, non sarebbero mai stati coinvolti nei turni.

 

Le critiche al modello Usca-r riguarda anche la sua gestione eccessivamente centralizata. La supervisione delle Usca-r tocca all’istituto Spallanzani, ma il coordinamento reale spetta a Pierluigi Bartoletti, vicesegretario del potente sindacato dei medici Fimmg. La Regione ha annunciato da tempo di voler attuare un modello più decentrato, con le istituzioni di Usca “di distretto” gestite dalle singole Asl, ma il nuovo sistema non è mai decollato.

27/11/2020

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

È tra le catene di supermercati più diffuse a Padova e in Veneto. E ora cerca di allargarsi in Emilia-Romagna. Si chiama Alì ed è gestita dalla famiglia Canella in crescita ininterrotta da quando il capostipite Francesco aprì il primo. Gode d’ottima stampa ed è bravissima a fare beneficienza e riempire di pubblicità i media locali.


Peccato che chi ci lavora – in specialmodo gli operai della logistica – racconti, prove alla mano, tutt’altra realtà. Condizioni di lavoro «da schiavi, zero diritti, contestazioni disciplinari tutti i giorni anche se ti fermi a parlare», spiega Pardeep, lavoratore originario dell’India che da 8 anni è addetto alla movimentazione nei magazzini padovani che riforniscono i supermercati Alì.


Minacce di licenziamento permettendo, questa mattina alle 6 Pardeep e gli altri 160 lavoratori terranno uno sciopero proclamato dall’Adl Cobas con picchetto davanti al magazzino di via Olanda, all’interporto di Padova. «Oggi questo magazzino è gestito come un carcere», denuncia l’Adl Cobas, «il nostro sciopero e la richiesta di boicottaggio è contro il tentativo della famiglia Canella di cancellarci con minacce e intimidazioni, veri e propri guardioni pagati per seguire i dipendenti e impaurirli, centinaia di contestazioni e sanzioni disciplinari».
«A me solo ieri ne sono arrivate tre – racconta Pardeep che si trova in sospensione cautelare – me ne arrivano continuamente tanto che mia madre mi chiede: “Cos’hai combinato?”. Io non ho combinato niente, ho solo chiesto di rispettare i miei diritti».


Una battaglia che Adl Cobas – sindacato leader nella logistica – porta avanti da anni. «Prima i due magazzini erano gestiti da una cooperativa – racconta Marco Zanotto – e con la nostra battaglia abbiamo migliorato le condizioni strappando superminimi e ticket. In mezzo alla pandemia i sindacati confederali che hanno solo 20 iscritti e alcuni capi hanno sottoscritto un accordo per internalizzare i lavoratori in Alì passando dal contratto Logistica a quello della Grande distribuzione, peggiorando le condizioni».
Il paradosso lo spiega Pardeep: «Credevamo d’essere trattati meglio, invece c’hanno bloccato gli straordinari e ci fanno lavorare di più sotto minaccia, spostandoci continuamente di mansione e di magazzino».


Solo la lotta ha portato a mantenere i miglioramenti strappati con il contratto precedente e a non far ripartire l’anzianità da zero, come voleva la famiglia Canella. «Vengono in magazzino durante le assemblee dicendo: “Dovete lavorare, non parlare”. Ci obbligano a ritmi incredibili: 200 colli l’ora e durante il Covid, quando hanno fatto i soldi mentre noi lavoravamo con alcuni casi e senza che ascoltare la richiesta di fare i tamponi, ci chiedevano le domeniche senza pagarcele: per loro siamo solo numeri, non persone – denuncia Pardeep – . Minacciano tutti di lasciare l’Adl e tanti sono spaventati ma sono sicuro che sciopereremo in molti e convinceremo anche chi ha paura che solo uniti possiamo riavere i nostri diritti».


Il clima in città è pesante: «I Canella finanziano tutti, fanno green washing: anche la ditta a cui abbiamo commissionato i manifesti per lo sciopero ha deciso di non stamparli, hanno promesso di ridarci i soldi, ma non sono arrivati», sorride amaro Zanotto.

26/11/2020

da il Manifesto

Ascanio Celestini

 

Roma/Cinema Palazzo. Mi disgusta sapere che la campagna elettorale che porterà all’elezione del prossimo sindaco di Roma stia passando sulla storia di un quartiere dove la resistenza al fascismo è stata affiancata da una resistenza all’omologazione culturale

 

Non conosco gli intrighi della politica romana. Non conosco i pettegolezzi di salotto. Non mi interessano le antipatie tra leader, né gli scontri tra correnti. Ignoro le manovre che si muovono sotto il pelo dell’acqua dell’informazione.

E mi astengo dalla pidocchiosa lettura tra le righe. Mi disgusta pensare che qualcuno stia tirando i dadi per conquistarsi una posizione nel prossimo governo cittadino, qualunque esso sia.

Ho visto stimabili professionisti alzare i tacchi da Vicolo Stretto per «ricicciare», come si dice a Roma, a capo del Parco delle Vittorie. Ne ho visti così tanti che non mi ricordo più i nomi, non li distinguo.

Ma l’ennesimo sgombero di uno spazio di libertà nella città che abito mi fa vedere in prospettiva una sconfitta culturale e umana che non sono disposto a vivere.

Il Cinema Palazzo sta in un quartiere che fu operaio. Ferito dal fascismo, dalle bombe, dall’occupazione nazifascista. Attraversato dalla contestazione studentesca e dall’impegno nei decenni più vivaci e conflittuali.

E ieri mattina è stato chiuso dal braccio armato della politica che ha rivendicato l’atto con un tweet: «Ringrazio la Prefettura e le forze dell’ordine per le operazioni di sgombero di oggi. A Roma le occupazioni abusive non sono tollerate. Torna la legalità».

 

Nelle stesse ore in cui avviene lo sgombero di uno spazio di socialità, infatti, si chiude anche un pub di estrema destra. È il ritorno di fiamma della teoria degli opposti estremismi declinata in una forma più moderna. Basta un cinguettio di Virginia Raggi per rispolverarla, impacchettarla e rivenderla ai consumatori del nuovo millennio, prossimi elettori della sindaca.

Rossi, neri, alla fine tutti uguali. Tanto i commentatori della televisione o della rete non ne sanno nulla. A malapena hanno un’idea di cosa sia uno spazio autogestito. O forse no, non ce l’hanno affatto.

Così il recinto che si ritagliano i neo o post fascisti alla faccia della Costituzione, con la coscienza gonfia di bombe e stragi, ma con le spalle coperte da decenni vale tanto quanto un cinema abbandonato che stava per diventare una sala Bingo. Un edificio che fa gola a chi vuole trasformare anche quest’ultimo spazio per i cittadini in un locale per consumatori.

 

Più sofisticata è la dichiarazione del vice della Raggi. «È una perdita di ricchezza per la comunità non essere riusciti a trovare una soluzione che rispettasse i diritti della proprietà e consentisse allo stesso tempo la continuazione dell’esperienza e delle attività in quel territorio, nel rispetto delle regole. Lo sgombero disposto dalla prefettura mette in evidenza questo fallimento».

 

Basta un’analisi semplice per notare che sui due piatti di una stessa bilancia non ha messo rossi e neri come la sua sindaca. Luca Bergamo non è stato così ruvido. Sulla sua bilancia ci mette la proprietà privata e la funzione sociale e culturale. Ovviamente la seconda pesa molto meno. E gli si chiude la porta in faccia, poi si vedrà. Nella città eterna in mano ai palazzinari si conclude un capitolo con la vaga promessa di un vincolo culturale e l’ancor più vaga ricerca di una sede idonea per chi ha animato una comunità.

Franca scende in piazza e segue il corteo per difendere il Cinema Palazzo. Ha i capelli bianchi e porta un fazzoletto tricolore al collo. Classe 1938, l’anno delle leggi razziali. Figlia del «fioraio» Agostino Raponi, partigiano della V° Zona di Roma. «Mio padre stava a Via Tasso con Leone Ginzburg. Lo prese in braccio dopo che l’avevano torturato a morte – mi dice – Come fanno a metterci sullo stesso piano dei fascisti?»

 

No, cara Franca. I neo o post fascisti servono solo a una parte della fascinazione del messaggio politico. Con uno spirito più moderno l’esperienza del Cinema Palazzo ha come avversario la speculazione, lo svilimento di una comunità che reagisce al vuoto.

 

Non conosco gli intrighi della politica romana. Non conosco i pettegolezzi di salotto. Non mi interessano le antipatie tra leader, né gli scontri tra correnti.

 

Mi disgusta sapere che la campagna elettorale che porterà all’elezione del prossimo sindaco di Roma stia passando sulla storia di un quartiere dove la resistenza al fascismo è stata affiancata da una resistenza all’omologazione cultural

25/11/2020

da il Manifesto

Alessandra Pigliaru

 

25 novembre. Dal Rapporto Eures: un femminicidio ogni tre giorni. Sono 91 le uccise dall’inizio dell’anno, in particolare in famiglia. Nell’89% dei casi si tratta di uccisioni in ambito domestico per mano di conviventi. Peggio nel lockdown. Lombardia e Piemonte contano il 36% dei casi nazionali

 

«Durante i primi lockdown molti Stati hanno registrato una crescita record di abusi domestici, e nonostante i recenti confinamenti siano, nella maggior parte dei Paesi, meno rigidi, le linee telefoniche nazionali stanno registrando di nuovo un drammatico incremento delle chiamate d’aiuto». A dichiararlo con preoccupazione è Marija Pejcinovic Buric, segretaria generale del Consiglio d’Europa, che ha scelto di intervenire ieri alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile sulle donne.

 

Quella della violenza maschile è questione che ogni anno arriva all’attenzione pubblica a ridosso della data del 25 novembre ma che oggi, a causa dei provvedimenti per la pandemia, ha richiesto maggiore sforzo nell’individuare situazioni già complesse o rese tali dalle condizioni di chiusura in casa. Ecco perché non si può discutere di questa giornata senza valutare quanto il tempo pandemico abbia procurato, nelle sue conseguenze, dei danni alle donne che hanno sì reagito mostrando una rara capacità di resistenza ma che nel caso di ambiti violenti spesso si sono trovate in una doppia trappola, quella dei propri aggressori e quella di una perdita di movimento.

 

ALLE VIOLENZE DOMESTICHE, aumentate negli scorsi mesi in tutta Europa, i segnali che arrivano dall’Italia – soprattutto nell’ambito dei femminicidi commessi nell’ultimo anno – sono dunque da analizzare con serietà; lo dice il VII Rapporto Eures sul Femminicidio in Italia reso noto ieri che parla di 91 donne morte in soli nove mesi rispetto alle 99 dell’anno scorso; il leggero calo tuttavia risponde alle vittime della criminalità comune, il femminicidio resta invece tragicamente stabile attestandosi in una percentuale media di uno ogni tre giorni.

 

Nell’89% dei casi si tratta di femminicidi in ambito famigliare, vuol dire che gli assassini sono mariti, compagni, parenti conviventi che hanno in comune una cosa: sono maschi e uccidono le donne in quanto donne; se il tempo del covid-19 ha accelerato il fenomeno di rischio della prossimità ai violenti, è pur vero che rimuovere si tratti di un fenomeno strutturale e sistemico sarebbe un errore fatale; sarebbe come a dire che dopo la pandemia le cose riprenderanno nella buona convivenza tra i sessi che precedeva questo presente.

 

Non potrà essere così, anche qui il tanto agognato «ritorno alla normalità» non è né auspicabile né plausibile: negli ultimi venti anni sono state sono 3.344 le donne uccise in Italia, tanto per avere contezza dell’aspetto così poco emergenziale di ciò che è la violenza di cui oggi si domanda l’eliminazione.

 

È tuttavia chiaro come, in ambito famigliare, vi sia stata l’aggravante di stare forzatamente dentro la stessa casa a causa delle misure anti-contagio; la maggior parte infatti delle vittime di femminicidio viveva sotto lo stesso tetto del proprio assassino. Per la stessa ragione vi è una flessione di femminicidi commessi da amanti e non conviventi. Altri due dati emergono dal Rapporto Eures: crescono vistosamente i femminicidi-suicidi e, sia pure in forma più residuale, anche le uccisioni delle madri da parte dei figli.

 

A proposito della collocazione geografica, si segnala un aumento delle uccisioni negli ultimi dieci mesi rispetto allo stesso periodo del 2019: +9,5% solo nel nord Italia con un allarme che riguarda Lombardia e Piemonte cui si riconosce il triste primato di coprire il 36% dei casi nazionali. La lettura non può che tenere presenti le maggiori misure di confinamento nelle case dovute alla condizione sanitaria. Una flessione che si registra invece al centro (con una diminuzione del 12,5%) e al sud (il 22,2% in meno rispetto l’anno scorso).

 

I CASI DI CRONACA non riportano solo femminicidi ma anche i cosiddetti «nuovi reati». Proprio a questo proposito è stato presentato ieri in streaming dal ministro Alfonso Bonafede il report relativo al «Codice Rosso», ovvero il pacchetto di misure per punire la «Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti» (art. 612 ter del codice penale). I numeri restituiti dipingono uno scenario tanto fosco quanto retrivo che si configura con 3932 indagini aperte tra il 10 agosto 2019 e il 31 luglio 2020 che riguardano il revenge porn (circa 1000 inchieste), la costrizione al matrimonio, la violazione delle misure di protezione per le vittime e gli sfregi permanenti. Al momento sono 120 i dibattimenti in corso, 90 i processi già conclusi, 80 le condanne e 686 i casi di rinvio a giudizio.

 

ACCADE in un paese come l’Italia in cui si è discusso per giorni se una donna adulta e consenziente debba o no essere licenziata, oltre che variamente dileggiata, con l’unica colpa di essere stata oggetto appunto di revenge porn. Ciò per dire che i dati sono fondamentali per capire la situazione esistente ma bisogna proseguire un lavoro di sponda, deve essere culturale, di immaginario, relazionale. In una parola: politico. E femminista.

24/11/2020

Da il Manifesto

Alessandra Pigliaru

 

Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. In un lungo rapporto, ActionAid denuncia i fondi insufficienti e tardivi, Centri e Case rifugio in affanno; l'impegno politico-istitizionale è discontinuo, lo dichiara anche la rete Di.Re.

 

Il rapporto ActionAid diffuso ieri dal titolo Tra retorica e realtà. Dati e proposte sul sistema antiviolenza in Italia, fotografa la situazione della violenza maschile contro le donne prendendo in esame i fondi statali stanziati ai sensi della legge 93/2013 per l’implementazione del Piano triennale strategico adottato nel 2017 che si chiuderà con la fine del 2020. Lo stanziamento per il Piano antiviolenza prevede 132 milioni di euro; degli 84 destinati a protezione e supporto, 57,7 sono per le strutture di accoglienza, si tratta però di soldi – denuncia ActionAid – insufficienti e tardivi nell’arrivare a destinazione, non solo per ragioni burocratiche ma anche per l’impegno politico-istituzionale discontinuo.

 

OGNI ANNO, alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, la difficoltà affrontata dai Centri antiviolenza viene evidenziata ma non ottiene risposte adeguate. «L’epidemia – dice Elisa Visconti, responsabile dei programmi ActionAid – ci ha dato lezioni che non dobbiamo dimenticare, prima tra tutte il ruolo essenziale dei Centri e delle case rifugio nel sostegno territoriale alle donne, che hanno dimostrato una grande capacità di adattamento nel reinventare un modello di intervento rapido che funziona solo con supporti adeguati».

 

Una prima azione sarebbe quella di rendere accessibili i fondi ma la lentezza è una prassi: al 15 ottobre del 2020, le Regioni avevano erogato il 72% dei fondi relativi all’annualità 2015-2016, il 67% per il 2017, il 39% per il 2018 e solo il 10% per il 2019. A questo affanno si aggiunge la pandemia il cui impatto, riguardo il lavoro dei Centri e delle Case rifugio (spazi che hanno proseguito a funzionare), è stato di moltiplicata avversità. Del resto, il quadro della violenza maschile, già preoccupante, durante il primo lockdown è peggiorato: già lo studio dell’Istat, pubblicato in agosto sulle chiamate al numero verde 1522 tra marzo e giugno, avvertiva dell’incremento di richieste di aiuto pari a +119% rispetto all’anno precedente per un totale di 15280 chiamate; altrettanto dicasi per le richieste tramite chat, passate da 417 a 2666 messaggi. Nelle 67 pagine di rapporto ActionAid, un focus è dedicato proprio al sistema di protezione italiano ai tempi del covid-19 che sottolinea come il primo confinamento abbia danneggiato i gruppi più vulnerabili (per esempio nella quasi sparizione di domande di aiuto da parte delle donne migranti).

 

IN LOMBARDIA, le operatrici dei Centri hanno evidenziato una contrazione del personale a causa o di contagi, o di fattori di rischio delle volontarie o di quarantena. I dispositivi di protezione individuale insufficienti ed estenuante tenuta psichica, le operatrici si sono avvalse dei sostegni psicologici delle colleghe dei Centri. La mancanza di linee guida e coordinamento con le istituzioni viene lamentata dalla Lombardia, che non ha attivato fondi regionali dedicati al lockdown, ma anche in Calabria dove la percezione è stata di «temporanea sospensione della giustizia».

 

In questa solitudine tuttavia, l’apprezzamento va a realtà come Di.Re. che con i propri centri antiviolenza ha contribuito anche al rapporto ActionAid. «Domani – anticipa al manifesto Antonella Veltri, presidente di Donne in rete contro la violenza – presenteremo i dati dei centri antiviolenza D.i.Re nel 2019, che confermano da un lato quanto essi siano – con oltre 20.000 donne accolte – un attore imprescindibile nel sistema antiviolenza, dall’altro come sia ancora difficile per le donne chiedere aiuto, come conferma il numero leggermente in calo rispetto al 2018 delle donne che si sono rivolte a uno dei nostri centri antiviolenza per la prima volta durante l’anno 2019, passato da 15.456 a 14.431.

 

I DATI CONFERMANO che il maltrattante è nella stragrande maggioranza dei casi un partner, ex o altro familiare: l’83,7% dei maltrattanti ha, o aveva, le chiavi di casa. Segno che non funziona – prosegue Veltri – come ha messo in evidenza anche il rapporto di Action Aid, la prevenzione, perché continua a non essere adottata la lettura femminista della violenza che ha identificato la natura strutturale di questo fenomeno. Per questo occorrono maggiori investimenti e una pianificazione delle campagne e iniziative con il pieno coinvolgimento dei centri antiviolenza».

22/11/2020

da Il fatto Quotidiano

Thomas Mackinson

 

L’allarme dei 50 medici costretti a decidere chi salvare dal Covid diventa una faida interna agli ospedali San Paolo e Carlo di Milano.

 

Il direttore generale ha rimosso la responsabile dei pronto soccorso cui aveva chiesto di difendere l’operato dell’azienda sanitaria sconfessando apertamente i colleghi. Ma un mese prima lei aveva comunicato il collasso e chiesto alla direzione di chiudere tutto. L’Asst promuove la controffensiva ai medici. Lo stato d’agitazione in corso culminerà in uno sciopero il 14 dicembre. Da Regione Lombardia solo silenzio.

 

“Né eroi né codardi”. Un infermiere sale sul tetto del Dipartimento emergenza-urgenza del San Carlo per appendere uno striscione e urlare la sua verità alzando le braccia, altri manifestano e protestano. È ciò che si vede fuori dal Santi Paolo e Carlo, i due ospedali milanesi dove giovedì è esploso il caso della lettera di 50 medici che denuncia la carenza di mezzi e di personale e racconta di scelte “né clinicamente né eticamente tollerabili” e di camici bianchi “forzati a dilazionare l’accesso a terapie e tecniche“. In pratica, a negare l’intubazione a pazienti che ne avrebbero avuto bisogno. I professionisti coinvolti hanno ricevuto la solidarietà dell’Unione sindacale italiana, che ha proclamato lo stato di agitazione del comparto per motivi legati alla sicurezza e al contratto integrativo aziendale, che culminerà con una giornata di sciopero il 14 dicembre. Ma anche dentro gli ospedali, a partire dai piani alti dell’Asst, c’è parecchia agitazione.

 

Dopo aver ridimensionato il problema, annunciato un audit interno e chiesto tutte le cartelle cliniche, il direttore generale Matteo Stocco nella notte ha rimosso il suo dirigente apicale dell’Unità Operativa Complessa DEA, il Dipartimento di Emergenza. La dottoressa Francesca Cortellaro da ieri non è più il direttore del dipartimento che si occupa della degenza breve e dei pronto soccorso, proprio le aree dove si è arrivati al collasso denunciato dai medici. Il tutto a emergenza ancora in corso, con 350 pazienti Covid da gestire.

 

La defenestrazione della primaria è un fatto grave e sorprendente anche per un altro motivo. Lo stesso direttore le aveva affidato una prima difesa d’ufficio dell’Asst e la Cortellaro non si era tirata indietro. Insieme al primario di rianimazione Stefano Muttini, aveva infatti sottoscritto una nota nella quale si dissociava dalle affermazioni dei colleghi rianimatori e infermieri, abbandonandoli così al timore di subire rappresaglie per l’iniziativa. L’indomani, replicava anche su Repubblica, bollando la loro lettera come “vergognosa”: “E’ falso quello che hanno scritto, al Pronto soccorso non sono mai state negate cure necessarie a salvare i pazienti Covid”.

 

Ma un documento che il Fatto.it ha potuto leggere dimostra il contrario. Il 26 ottobre, quasi un mese prima della lettera dei medici e rianimatori, la Cortellaro scriveva la stessa cosa in una mail inviata al direttore generale Stocco e in copia al direttore sanitario Nicola Vincenzo Orfeo: “Gent.mi, la situazione in entrambi i PS è esplosiva. Al San Paolo ci sono 40 pazienti in attesa di ricovero, su un totale di 77 pazienti presenti. Al San Carlo ci sono 77 pazienti dei quali 40 in attesa di ricovero in area Covid, senza alcuna possibilità di ricovero per almeno 24 ore. (…) In tale contesto non siamo in grado di garantire le cure ed assistenza adeguate ai pazienti”. La mail si conclude con una serie di richieste organizzative sul fronte del personale, tra cui quella di utilizzare un’area ex 118 per l’osservazione dei pazienti non Covid “al momento inutilizzata per mancanza di unità infermieristiche e di personale OSS dedicato”. Ultimo step, la non ricettività di entrambi i pronto soccorso per “almeno 24 ore”.

 

È un documento importante non solo perché fa della primaria defenestrata un capro espiatorio. La vicenda dei due ospedali milanesi sta assumendo connotati di rilevanza sanitaria e di salute pubblica in una Regione che si è presentata impreparata alla prova della seconda ondata tra tamponi, tracciamento, e vaccini. L’Asst dei Santi da due giorni tenta di ridimensionarla ma si scopre ora che il collasso era stato denunciato internamente da quasi un mese ai massimi i livelli. Le contromisure assunte dalla direzione non devono aver cambiato il quadro, se 23 giorni dopo la mail del primario 50 medici sono arrivati a firmare, col proprio numero di matricola, un documento che la inchioda alle sue responsabilità (e in qualche modo li solleva dalle loro). Non cercavano certo pubblicità. La lettera è stata mandata all’Asst come documento interno, non ai giornali. Al tempo stesso non era neppure clandestina, perché è stata affissa in guardiola per consentire a quanti lo ritenessero di firmarla. Diceva l’indicibile, questo è il punto. Ma solo una volta uscita dal cassetto e divenuta di pubblico dominio.

 

Nell’ingombrante silenzio di Regione Lombardia, la ricerca di una difesa d’ufficio ai piani alti dell’Asst non si mai è fermata. Da ieri tra i medici dei due ospedali gira una contro-lettera da firmare per sconfessare ulteriormente i colleghi e la loro denuncia. I primi firmatati sono i capi dipartimento, che sono i fiduciari del direttore Stocco. Tutti pronti a giurare che “le affermazioni (della lettera dei 50 colleghi, ndr) sono totalmente destituite da ogni fondamento” e “gravemente lesive della professionalità e dell’impegno” di tutti i medici dei due ospedali. E dunque la “massima solidarietà alla Direzione Strategica della ASST che si è sempre sforzata di organizzare al meglio i percorsi assistenziali e gestionali possibili senza mai far mancare al personale sanitario il supporto necessario in termini di attrezzature biomedicali, DPI, presidi terapeutici, sostegno logistico e reperimento delle risorse umane pur nelle attuali difficilissime contingenze”.

 

Tutte dichiarazioni che contrastano con una lunga serie di denunce, esposti, segnalazioni all’Ats di Regione Lombardia sulla carenza di personale e strumentazione nei reparti di PS che si sono susseguite negli ultimi due anni, senza trovare risposte. Tra le tante, la mancata convocazione del Comitato Aziendale sulla sicurezza, previsto dal decreto di aprile per la verifica dei protocolli di sicurezza a fronte di oltre 300 contagi tra i lavoratori dell’Asst. Tentativi di salvare se stessi e i pazienti che, all’apice della seconda ondata, sono culminati nella famosa lettera dei 50 medici. Forse chi ha firmato per sconfessare la loro denuncia non sapeva che quelle parole erano state anticipate, quasi un mese prima, proprio da chi gestiva le urgenze. A riprova dell’assoluta “spontaneità” dell’iniziativa, la contro-lettera viene anche diffusa dall’ufficio stampa dell’Asst che ha assecondato il tentativo di annegare la vicenda. Trasformandola in una sorta di referendum interno, con tanto di raccolta firme, sul potente direttore. E là fuori la scritta: “Né eroi né codardi”.

21/11/2020

 

Rai radio uno – Eresie – 20 novembre 2020 – La proposta del presidente dell’europarlamento di cancellare parte del debito pubblico posseduto dalla BCE è stata giudicata un’eresia impraticabile dai benpensanti fautori del libero mercato e dell’austerity. La verità, tuttavia, è che questa crisi farà esplodere il debito a livelli paragonabili solo a quelli del secondo dopoguerra. E come la storia insegna, un tale fardello potrà esser gestito solo con politiche ancor più eretiche, che tengano il tasso d’interesse sistematicamente al di sotto del tasso di crescita del Pil: dalla repressione della finanza all’inflazione salariale. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.

 

https://www.youtube.com/watch?v=0a0bKG7fjTE&feature=youtu.be

20/11/2020

da Il Manifesto

Andrea Capocci

 

Covid-19. Stabili contagi e decessi: 36 mila nuovi casi positivi e 653 morti registrati ieri. Il vaccino Pfizer sarà riservato a ospedali e case di riposo. Oggi nuove decisioni sulle zone rosse

 

Con oltre 36 mila nuovi casi positivi al coronavirus rilevati con 250 mila tamponi, nelle ultime 24 ore il contagio in Italia sembra essersi stabilizzato. Da circa una settimana i casi oscillano intorno agli stessi numeri e il rapporto tra casi positivi e persone testate, ritornato sotto il 30%, dimostra che l’effetto non è dovuto alla raggiunta saturazione della capacità diagnostica.

 

Non si ferma però l’ondata di decessi. I 653 registrati ieri sono un centinaio in meno rispetto a 24 ore prima, ma rimaniamo il paese con il più alto numero di vittime giornaliere in Europa. Il record si spiega in gran parte con fattori demografici. L’Italia ha una delle popolazioni più anziane del mondo, con un’età mediana di circa 47 anni contro i 44 dell’Unione Europea. Inoltre, i nostri anziani sono più longevi ma non godono di ottima salute. «Sono tante le patologie croniche che colpiscono la popolazione» spiega Giovanni Maga, virologo al Cnr. «Diabete, ipertensione, obesità, malattie cardiovascolari. Ma sappiamo che queste malattie, associate al Covid, possono aggravare il quadro clinico, fino purtroppo al decesso».

 

I numeri gli danno ragione. Mentre l’aspettativa di vita in Italia è di circa 83 anni, due in più del resto d’Europa e tra le più elevate al mondo, la classifica cambia se si contano gli anni in salute. Un anziano italiano, a 65 anni, può contare mediamente su altri dieci anni di vita senza disabilità, più o meno nella media europea: significa un anno meno dei francesi, due di tedeschi e spagnoli, addirittura sei meno che in Svezia. Il gran numero di anziani in cattive condizioni di salute fornisce dunque una parziale spiegazione al numero dei decessi del nostro paese. Conta poi la struttura sociale, secondo Maga: «Gli anziani da noi sono molto più coinvolti, stanno di più in famiglia, suppliscono alle carenze del welfare occupandosi dei nipoti. Questo chiaramente alza il livello di rischio».

 

Il numero dei decessi è quello che cresce più velocemente, secondo il report settimanale della fondazione Gimbe. I 4.134 morti dell’ultima settimana sono il 42% in più di quelli della settimana precedente. Nello stesso periodo, i nuovi casi sono cresciuti del 24% e i pazienti in terapia intensiva del 22%. «Tuttavia – puntualizza il presidente della fondazione Nino Cartabellotta – non conoscendo i flussi dei pazienti in entrata e in uscita, non si può escludere che questo dato sia influenzato dall’effetto saturazione dei posti letto che nelle terapie intensive purtroppo causano un incremento della letalità».

 

Per l’attesa rivalutazione del rischio delle regioni, più del numero dei decessi conta il tasso di saturazione dei reparti ospedalieri, che secondo l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali ieri è calato al 41% (-2%) in terapia intensiva e al 50% (-1%) nell’area medica. Sono valori comunque elevati, entrambi al di sopra della soglia di allarme. Prima della pandemia, infatti, i reparti erano quotidianamente riempiti al 70% per le altre patologie. Se i pazienti Covid-19 richiedono più del 30% dei posti letto in terapia intensiva, la coperta diventa corta e altri pazienti devono rinunciare a cure potenzialmente salva-vita. Solo Friuli, Veneto, Molise e Sicilia non sforano la soglia.

 

Le attese valutazioni sulle nuove zone rosse, arancioni e gialle si baseranno sui dati della settimana 9-15 novembre a causa del ritardo dovuto alla comunicazione e all’elaborazione dei dati. In quella settimana, le regioni con la maggiore crescita dei nuovi casi sono state la Valle d’Aosta e l’Abruzzo (già zona rossa). Anche Puglia, Basilicata, Emilia-Romagna e Sicilia, ora arancioni, rischiano misure più restrittive a causa dei casi in aumento. Se l’indice Rt supererà il valore di 1,5, il declassamento sarà inevitabile.

 

Le regioni dovranno comunicare al commissario Arcuri entro lunedì gli ospedali e le Rsa in cui prevedono di somministrare le prime dosi del vaccino Pfizer, quello con la logistica più complicata per la bassa temperatura di conservazione. «Per gli altri vaccini in arrivo, destinati invece a tutte le altre categorie di cittadini – ha detto Arcuri – saranno previste modalità differenti di somministrazione, in linea con l’ordinaria gestione vaccinale attraverso una campagna su larga scala».

Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti

CATANZARO

 

Regioni. Gino Strada già operativo con 4 ospedali da campo anti-Covid. Non ancora ufficiale la nomina dell’ex colonnello delle Fiamme gialle

 

Tre commissari in dieci giorni che neanche in Perù. Ora però tocca trovare il quarto nome. Gli uffici di Catanzaro del commissario ad acta sono vacanti dal 5 novembre. Da quando il generale Antonio Cotticelli e la sua vice Maria Sacco sono andati via. Quella sedia è vuota e ora impazza il totonomi.

 

C’è il direttore sanitario di Roma 6 Narciso Mostarda, vicino al Pd, il giovane avvocato romano Jacopo Mezzetti, in orbita Forza Italia, l’illustre medico reggino Pellegrino Mancini, sponsorizzato da Matteo Salvini. Ma in pole c’è soprattutto Federico D’Andrea, ex colonnello delle Fiamme Gialle, giurista e, all’apparenza, senza etichettature politiche. Intanto, l’unica casella già occupata è quella del responsabile per l’Emergenza Covid-19. Emergency e Gino Strada sono già all’opera. Nella tarda serata di martedì, il medico di Sesto San Giovanni ha ufficializzato l’accordo assunto con la Protezione Civile. Un accordo già esecutivo.

 

È LO STESSO FONDATORE della Ong a sottolinearlo: “Da stamane abbiamo iniziato a lavorare con la Prociv a un progetto da far partire al più presto. Ringrazio il governo e tutti coloro che ci hanno dato sostegno in questi giorni”. Oltre ai punti triage e al supporto nei Covid Hotel, l’associazione gestirà i quattro ospedali da campo che stanno sorgendo a Cosenza, Crotone, Vibo e Locri, reimpiegando tende e strutture già utilizzate in Libano. Ospiteranno centinaia di malati Covid, nel tentativo di alleggerire la pressione sui reparti ospedalieri e i Pronto Soccorso, paralizzati dal flusso costante di pazienti sintomatici.

LA CARENZA DI POSTI LETTO è solo una delle recenti piaghe sanitarie calabresi. Il numero esiguo di tamponi, i tempi biblici nel processarli, la mancata attivazione di ospedali realizzati negli ultimi anni e mai resi operativi, l’omessa riapertura dei nosocomi minori tagliati a suo tempo dall’austerity imposta dal commissariamento, hanno portato al definitivo collasso un sistema già imploso molto prima della pandemia.

Gli attivisti che in questi giorni hanno riempito le piazze, picchettato gli ambulatori, presidiato i nosocomi, suonato i clacson per le strade, si chiedono se non fosse più utile riaprire gli ospedali chiusi. Ad esempio, l’ospedale di Siderno è da tempo inattivo e una sua riapertura avrebbe reso inutile quello da campo di Locri. Stesso discorso vale per il nosocomio di Mesoraca rispetto a Crotone.

A queste latitudini la sanità pubblica è stata depredata con interi reparti smantellati e depotenziati in questi decenni. Andrebbero poi riaperti presidi di quartiere e ripristinata la medicina territoriale. L’entrata in scena di Emergency è indubbiamente una garanzia. Che le cure e i ricoveri antivirus siano sotto la gestione dei volontari guidati da Strada è un successo frutto anche delle mobilitazioni dei clacson. Ma non basta. È il sistema che andrebbe rivoluzionato.

IL COMMISSARIO CHE VERRÀ nominato nei prossimi giorni, sarà diretta emanazione dei partiti e dei gruppi di potere che hanno contribuito a ridurre in queste condizioni questa terra. Comunque, Emergency a queste latitudini non parte da zero. Ha un’esperienza decennale in territori ostici come quelli della Piana di Gioia Tauro.

Al secondo piano di via Catena a Polistena, nel Palazzo Versace, confiscato alla potente e sanguinaria omonima ‘ndrina, sorge il poliambulatorio. Èun fiore all’occhiello di sanità pubblica e gratuita: quattro medici, sei mediatori culturali, dieci infermieri, migliaia di visite in sei anni, oltre 25mila prestazioni effettuate.

I VOLONTARI E I MEDICI della Ong milanese offrono gratuitamente servizi di medicina di base, supporto psicologico, educazione sanitaria e orientamento socio-sanitario per facilitare l’accesso al sistema sanitario a chi ne ha bisogno. Senza distinzione di razza, di etnie e di religione.

Da manuale della solidarietà è l’assistenza sanitaria per le centinaia di braccianti agricoli che popolano la Piana. Le patologie più comuni che soffrono i migranti sono la lombosciatalgia e più in generale i dolori muscolo-scheletrici, causati dal duro lavoro nei campi, nonché dermatiti e malattie gastrointestinali.

Questo accadeva sin dal 2011 con i pulmini mobili che prestavano soccorso soprattutto ai raccoglitori. Poi la nascita nel 2014 dell’ambulatorio. Tutto in collaborazione con Libera, la cooperativa Valle del Marro, la parrocchia Santa Marina Vergine e la Fondazione “Il cuore si scioglie” di Unicoop Firenze. Si scrive Emergency, si legge pubblica sanità.

17/11/2020

Maurizio Acerbo, segretario nazionale

Rosa Rinaldi, responsabile gruppo sanità

 

Si sta trasformando una questione terribilmente seria come la nomina di un commissario alla sanità in Calabria in una vera e propria farsa.

 

Bisognerebbe smetterla! Siamo al ridicolo del terzo commissario costretto alle dimissioni. Abbiamo già sostenuto che a fronte di una disponibilità richiesta dal governo e dichiarata da Gino Strada bisognerebbe semplicemente conferire l’incarico al presidente di Emergency, che ha dato prova delle capacità sanitarie e organizzative con interventi in tutto il mondo, oltre che in Italia e nella stessa Regione Calabria.


Chi ha paura di Gino Strada? Perchè il governo non lo nomina?


Si teme che sollevi il pentolone di un sistema di ruberie che ha visto lievitare i profitti della sanità privata mentre quella pubblica arranca?
Pare evidente che si vuole che Strada si occupi dell’emergenza senza disturbare il sistema che ha prodotto l’attuale emergenza.


Un dato è certo: le giunte di centrodestra e centrosinistra che si sono alternate al governo della Calabria hanno prodotto una situazione desolante.
La Repubblica Italiana dovrebbe ringraziare Gino Strada per il coraggio che dimostra nel dare la disponibilità ad assumere un ruolo così difficile.

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