Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

In evidenza

20/05/2020

da Il Manifesto

Francesca Del Vecchio

 

Apertura al buio. Il virus non abbandona l’Italia e soprattutto il Nord: con il doppio dei test salgono le vittime (+162) e i nuovi casi positivi (+813)

 

Al secondo giorno della Fase 2, la curva epidemica italiana torna a crescere registrando +162 vittime e un +813 casi positivi (lunedì erano +451). Numeri influenzati principalmente dal trend negativo di quasi tutte le regioni del Nord. Prima – con la metà della cifra totale – la Lombardia: 462 nuovi casi accertati (lunedì +175). Seguono il Piemonte (+108 ieri, +72 lunedì), la Liguria (+66) l’Emilia Romagna e il Veneto, entrambe a +47. Cifre significative che potrebbero, però, essere influenzate dal considerevole incremento di tamponi su tutto il territorio nazionale: oltre 63mila nella giornata di ieri, 34mila appena 48 ore fa.

 

È PROPRIO IN TEMA di screening e mappatura dei contagi, ritenuti dagli esperti l’unica via verso il ritorno progressivo alla normalità, che la Lombardia mostra un’altra delle sue criticità. Ripartire sì, ma il prezzo dei controlli non è uguale per tutti. Con la deliberazione della giunta regionale n. XI/3132/2020, infatti, Fontana e i suoi assessori hanno dato il via libera al rimborso dei tamponi effettuati privatamente e a seguito di un test sierologico positivo, ma solo nel caso anch’essi risultino positivi. Insomma: se il tampone, imposto ai cittadini dall’Iss in caso di positività del sierologico, è negativo, sarà il cittadino a dover pagare di tasca propria.

0

Una scelta che molti hanno considerato come un disincentivo a effettuare il test, oltre che un espediente tutto lombardo per ovviare alla mancanza di servizi di medicina sul territorio. A questo si aggiunge lo scetticismo che la Regione ha sempre mostrato verso l’affidabilità dell’esame, passando svariate volte dal definirlo «una patente d’immunità» a «del tutto inutile».

 

LA NOVITÀ VOLUTA del Pirellone è stata inserita nelle risposte alle domande più frequenti (Faq) sul sito della Regione facendo infuriare le opposizioni. Il gruppo consiliare Pd ha infatti presentato una mozione per chiedere un cambio di strategia. «Il Partito Democratico chiede che la Regione esegua a proprio carico, nell’ambito del servizio sanitario regionale, i tamponi molecolari di controllo a chi ha un test sierologico positivo agli anticorpi, la sorveglianza attiva e il tracciamento dei contatti delle persone risultate contagiate dal virus», si legge nella nota diffusa dai dem, che chiedono anche che venga fissata una tariffa standard da parte dei laboratori privati.

 

NELLA LISTA DI STRUTTURE private – circa una trentina in tutta la regione – la forbice di prezzo per le analisi anti-Covid è ampia. Si va da un minimo di 25 euro a un massimo di 95 per il test sierologico e da un minimo di 60 a un massimo di 110 euro per il tampone. «La Regione Lombardia non ha mai creduto nello screening di massa come metodo per fermare il contagio, a differenza di altre Regioni che sono così riuscite a contenere molto meglio i focolai», ha spiegato il capodelegazione Pd in commissione sanità, Gian Antonio Girelli.

 

«Ora siamo alla prova delle riaperture e chiediamo che, soprattutto per chi torna al lavoro, a contatto con colleghi e clienti, ci sia un controllo pubblico e gratuito, da parte delle Ats, che possano così tenere sotto controllo il virus».

 

UNA NUOVA ACCUSA, dunque, di voler caricare sulle spalle dei lombardi il peso economico della sorveglianza sanitaria. «Quei 21 milioni di euro spesi per l’Astronave (il Covid Hospital alla Fiera di Milano) potevano essere investiti per fare più tamponi nella prima fase del contagio e per tutelare meglio operatori sanitari e ospiti delle rsa», accusa Riccardo Germani, portavoce dei Cobas della Lombardia che ieri ha firmato un esposto alla Procura di Milano per accertamenti sull’ospedale della Fiera.

 

La denuncia, che dovrebbe finire sul tavolo del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, sottolinea «l’esistenza di criticità, con profili di possibile interesse della magistratura, anche penale, che meritano di essere approfonditi da parte dei soggetti competenti». Secondo Germani si è trattato di «necessità propagandistica a scapito della salute pubblica. Per questo l’intervento della magistratura è doveroso: servirà a fare luce sul perché di questa scelta, la Fiera, e sulle possibili connessioni con le dinamiche partitiche della Lega, che ai vertici dell’Ente ha alcuni dei suoi fedelissimi». Uno tra tutti, Giulia Martinelli, ex capo della segreteria di Fontana ora vice-presidente della Fondazione, ed ex compagna di Matteo Salvini.

 

da Il Manifesto

 

Prestito Fca. Affari di famiglia: la sede fiscale in Uk ha fatto e fa risparmiare miliardi. E il "finanziamento anche alla filiera" sono fatture dovute sulla componentistica

 

Quando nel 2014 Sergio Marchionne portò a compimento la fusione di Fiat con Chrysler spostando la sede sociale e fiscale da Torino a Olanda e Regno Unito, l’allora ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni (governo Letta) alzò le spalle: «Non c’è nulla di irregolare». Peccato che cinque anni più tardi (2019) l’Agenzia delle entrate contestò a Fca di aver sottostimato di ben 5,1 miliardi l’acquisizione di Chrysler (7,5 miliardi invece dei reali 12,6). A febbraio il contenzioso si è chiuso con un accordo chiaramente favorevole ad Fca: dovrà pagare solo 730 milioni, quasi la metà della richiesta iniziale del fisco italiano: 1,3 miliardi.

 

Il trasferimento della sede fiscale a Londra ha favorito soprattutto la famiglia Agnelli e i suoi manager. La differenza principale con il sistema italiano sta infatti nell’irrisoria aliquota applicata alla distribuzione dei dividendi. Parola utopica nel 2014 che l’abilità di Sergio Marchionne nella finanziarizzazione dell’ex Fiat ha tramutato in realtà dal 2017 in avanti. Sono stati i dividenti della galassia Fca (Chn, Magneti Marelli) a fare ricca gli Agnelli, a partire da John Elkann, tramite la finanziaria di famiglia Exor, socio primario di Fca. Sommando i dividendi dei vari bilanci si arriva ad una cifra simile al prestito da 6,3 miliardi richiesto ora allo stato italiano: 870 milioni nel 2017; ben 2 miliardi nel 2018, un miliardo nel 2019 a cui vanno aggiunti 2 miliardi di cedola straordinaria per la cessione di Magneti Marelli.

 

La stessa cosa avverrà a novembre con la confermata fusione con Psa. L’accordo fa felice soprattutto la famiglia che – in cambio del via libera a Tavares per la guida del nuovo gruppo – si vedrà riconosciuta 5 miliardi di dividendo, naturalmente tassato a Londra, visto che la nuova società manterrà sede fiscale lontano da Italia e Francia.

 

Il fatto che la società controllante – Fca – sia all’estero permette «giochi fiscali nei bilanci che consentono di eludere centinaia di milioni all’anno», spiega un fiscalista

 

Al putiferio scatenato dall’indiscrezione del prestito richiesto allo stato italiano, Fca e liberisti oppongono che le tasse di Fca Italy sulle attività produttive degli stabilimenti nostrani sono sempre state pagate al fisco italiano. Vero. Ma il fatto che la società controllante – Fca – sia all’estero permette «giochi fiscali nei bilanci che consentono di eludere centinaia di milioni all’anno», spiega un fiscalista sotto il vincolo del riserbo. «Centinaia di milioni» che nel caso dell’Irap sono stati sottratti proprio alla sanità, comparto direttamente finanziato con i proventi dell’imposta regionale sulle attività produttive. Sanità pubblica che nel caso del Piemonte ha mostrato tutte le sue pecche, sebbene gli Agnelli e la Juventus si siano premurati di aiutarla con «cospicua beneficenza esentasse».

 

Ultima annotazione: più di una fonte al ministero dell’Economia sostiene che la richiesta di prestito all’inizio non prevedesse il finanziamento della «filiera dell’automotive», comunicata successivamente da Fca. E che la stessa sia poi semplice pagamento di fatture che Fca deve ai produttori di componenti.

Pubblicato il 15 mag 2020

Luciano Cerasa*

 

In questi mesi drammatici ci siamo trovati ad affrontare la pandemia di un virus aggressivo e finora sconosciuto. Il prezzo pagato è stato altissimo, in termini di vite umane, sofferenze fisiche e psicologiche, privazioni di ogni tipo, costi economici che mai avevamo dovuto affrontare dal dopoguerra a oggi per entità e tipologia, occupazione, tutela del lavoro e della libertà personale. 

 

Le profonde carenze del nostro sistema sanitario, l’inefficienza e l’iniquità del nostro modello economico, la dissennata e ideologica gestione del bilancio pubblico hanno amplificato enormemente gli effetti del Coronavirus sulla popolazione, soprattutto nelle fasce più fragili: anziani e malati cronici, operatori sanitari, ma anche precari, disoccupati, poveri, lavoratori occupati nelle categorie più esposte e nelle produzioni che hanno continuato a operare anche dopo i divieti.

 

Eppure al momento di erogare sostegni alle categorie e agli operatori più colpiti, faticosamente contrattati con l’Unione europea per ottenere gli ingenti fondi necessari ad assicurarli totalmente in debito, si sono presentati a Palazzo Chigi con il cappello in mano anche grandi gruppi finanziari e multinazionali pronti ad approfittare dell’emergenza, come accaduto regolarmente passato. Gli aiuti pubblici, finanziamenti erogati a fondo perduto, prestiti agevolati, sospensioni d’imposta e sconti fiscali, verranno erogati senza fare distinzione tra le società effettivamente insediate in Italia e che pagano regolarmente le tasse al dissestato erario italiano e quelle che riescono a esportare profitti miliardari realizzati nel nostro paese per metterli sotto l’ombrello delle aliquote “agevolate” dei paradisi dell’elusione fiscale.

 

Molte di queste sponde complici, al contrario di quanto si crede comunemente, sono offerte da paesi dell’Unione europea. Spesso sono gli stessi, come Olanda e Lussemburgo, che si oppongono a misure di sostegno solidale con l’Italia in sede europea. A causa del profit shifting, l’Italia perde ogni anno il 19% delle entrate tributarie dalle proprie imprese ovvero 7,5 miliardi di euro l’anno, di cui 6,5 all’interno dell’Unione Europea. Tax Justice Network di recente ha stimato che i soli Paesi Bassi l’anno scorso abbiano sottratto al nostro Paese 1,5 miliardi di imposte che sarebbero dovute essere versate in Italia. I profitti importati in questi paesi dalle multinazionali americane per sfuggire al fisco di tutti gli altri paesi dove li realizzano superano i 250 miliardi di dollari l’anno.

 

Le stime di Bruxelles indicano che le pianificazioni fiscali aggressive all’interno dell’Unione provocano una perdita annuale di gettito compresa tra i 50-70 miliardi (cifre riconducibili alla sola traslazione dei profitti, e che rappresentano il 17% delle entrate fiscali) e i 160-190 miliardi di euro se si comprendono anche gli accordi ad hoc delle maggiori multinazionali con gli Stati e le inefficienze nella raccolta del gettito. Poco meno di 50 miliardi sono invece elusi dalle persone fisiche che portano la propria ricchezza all’estero, mentre circa 65 miliardi di euro riguardano le frodi sull’iva transfrontaliera.

 

Per questo sono state avviate in questi giorni nel nostro paese una serie di iniziative, (compresa una petizione popolare http://chng.it/p8Pjmqbg) rivolte al governo Conte e al Parlamento perché siano escluse dalla concessioni di aiuti pubblici le società che non hanno sede legale e domiciliazione fiscale in Italia.

 

Vi chiediamo di sostenerle attivamente.

15/05/2020

da Valori

 Matteo Cavallito

 

Negli USA disoccupazione record (-15%). Anche Europa e Asia se la passano male ma con percentuali migliori. Nell'economia informale, 1,6 miliardi di lavoratori a rischio

 

«You’re fired!». Sei licenziato. Donald Trump lo ha ripetuto in molte occasioni. In TV, innanzitutto, dove il tormentone ebbe origine; ma anche in campagna elettorale quando lanciava i suoi strali contro Barack Obama e Hillary Clinton per la gioia dei supporter repubblicani. Parole semplici, forti e dirette, come si conviene al re dei populisti. Ma anche un involontario e grottesco presagio di quanto sarebbe accaduto a qualche anno di distanza, cioè oggi, in un mercato del lavoro sull’orlo del collasso. Non si può prevedere se The Donald saprà conquistare a novembre l’opportunità di un secondo mandato. Quel che è certo, salvo miracoli, è che concluderà il primo in concomitanza con uno scomodo record: il più alto tasso di disoccupazione del dopoguerra.

 

Negli USA la disoccupazione sfiora il 15%

 

Ad aprile, la quota dei senza lavoro rilevata negli Stati Uniti ha raggiunto il 14,7%, un livello che non si vedeva dai tempi della Grande Depressione. Un’accelerazione senza precedenti che ha cancellato in un attimo o poco più circa 20,5 milioni di impieghi. «La velocità e l’ampiezza della perdita non ha eguali» scrive il Washington Post. «Si tratta di un tasso praticamente doppio rispetto a quello sperimentato dalla nazione durante l’intera crisi finanziaria del 2007-2009». Secondo gli analisti, prosegue il quotidiano, potrebbero volerci anni prima di riportare la percentuale dei disoccupati alla quota minima registrata a febbraio (3,5%).

 

Secondo il Bureau of Labor Statistics USA, il settore leisure and hospitality – tutto ciò che attiene allo svago e al turismo – ha bruciato da solo 7,7 milioni di impieghi, oltre un terzo del totale registrato nel Paese. I posti di lavoro negli alberghi, ristoranti, cinema, teatri, musei et similia, in pratica, si sono dimezzati (-47%). Ma se la passa male anche il settore istruzione e servizi di cura (meno 2,5 milioni di posti di lavoro), così come i comparti servizi professionali (-2,2 milioni) e commercio al dettaglio (-2,1 milioni). La crisi, inoltre, colpisce la manifattura (-1,3 milioni) con il comparto automotive, nota l’agenzia statistica, nell’occhio del ciclone.

 

Europa: male. Ma non malissimo (per ora)

 

I dati americani sul lavoro fanno impressione, soprattutto nel confronto con l’Europa. Il Vecchio Continente se la passa male con i Paesi dell’Eurozona chiamati ad affrontare contrazioni impressionanti in termini di Pil. Spagna, Francia e Italia sono notoriamente nell’occhio del ciclone e neanche i vicini del Nord si sentono molto bene. Ma i livelli di disoccupazione restano decisamente più bassi se paragonati con l’altra sponda dell’Atlantico. Le statistiche sono ferme a marzo quando il tasso dei senza lavoro nei 27 Paesi dell’Unione viaggiava in media al 6,6%. Nelle scorse settimane la società di consulenza globale McKinsey ha stimato un picco prossimo venturo al 7,6% pur non escludendo una possibile salita a quota 11,2% nel 2021 con quasi 60 milioni di impieghi a rischio. Dati poco incoraggianti. Ma come si diceva c’è chi sta peggio.

 

Stiglitz: «Piano Trump disastroso»

 

Sul tema è intervenuto di recente il premio Nobel Joseph Stiglitz che ha puntato il dito sulle diverse strategie messe in campo. Secondo il docente della Columbia University, la decisione dei governi europei di fornire un sostegno diretto ai lavoratori attraverso varie forme di cassa integrazione (che sarà in seguito finanziata a sua volta dal programma SURE sul quale la UE ha già raggiunto un’intesa di massima) dovrebbe rivelarsi più efficace.

 

Trump, al contrario, ha promosso un piano di sostegno condizionato alle imprese: 350 miliardi di crediti potenzialmente a fondo perduto. In sintesi funziona così: le piccole e medie imprese ricevono il finanziamento a scadenza biennale e a un tasso dell’1%. Se le aziende non licenziano e mantengono inalterati i salari il loro debito con il governo viene cancellato.

 

«È un programma disastroso» ha dichiarato Stiglitz alla rivista Foreign Policy. «Il denaro non andrà dove ce n’è più bisogno ovvero ai soggetti più vulnerabili».

 

Inoltre, ha aggiunto l’economista, «si tratta di un piano progettato per incoraggiare le imprese a mantenere in organico i proprio lavoratori, solo che nessuno si è fidato dell’amministrazione Trump in merito alla remissione del debito». Le cifre, per ora, sembrano confermare le perplessità.

 

Allarme Asia-Pacifico

 

Male l’Europa, malissimo gli USA dunque. Ma la perdita del lavoro è un fenomeno preoccupante anche per l’area Asia-PacificoSecondo S&P la disoccupazione registrata nell’area potrebbe salire di oltre 3 punti percentuali, un incremento più che doppio rispetto alla media rilevata nei periodi di recessione “standard”. La crisi dovrebbe sottrarre 7,5 punti percentuali alla crescita economica dell’area producendo l’impatto più evidente sul lavoro a circa un anno di distanza dal picco recessivo.

 

A quel punto, rileva S&P, il tasso di disoccupazione in Australia e Nuova Zelanda dovrebbe salire di circa 3 punti; in Giappone l’aumento sarebbe superiore a 2 punti percentuali mentre in Corea del Sud si andrebbe oltre i quattro. Determinante la forte esposizione di queste economie al settore dei servizi, il più colpito dalle misure restrittive contro il coronavirus. Negli ultimi 20 anni, ricorda ancora l’agenzia, la crescita dell’occupazione nel terziario cinese è stata cinque volte superiore a quella registrata nella manifattura.

 

1,6 miliardi di lavoratori a rischio

 

Fin qui i dati certi. Ma quello del lavoro è un mondo variegato e nelle economie emergenti e in via di sviluppo la storia sfugge spesso al conforto delle statistiche ufficiali. Ad oggi 1,6 miliardi di lavoratori informali (pari a circa la metà della forza lavoro globale) rischiano di perdere i propri mezzi di sussistenza ha spiegato l’International Labour OrganizationPrivi di diritti, coperture, persino di visibilità, gli operatori di questa economia nascosta ma vitale per molti Paesi avrebbero già sperimentato un calo del 60% sul loro reddito nello spazio di appena un mese.

 

«Per milioni di lavoratori, niente reddito significa niente cibo, niente sicurezza e niente futuro» ha dichiarato, ripreso dalla Reuters, il direttore generale dell’ILO Guy Ryder.

 

Questi individui – ha aggiunto – «non hanno risparmi né accesso al credito. Sono il vero volto del mondo del lavoro. Se non li aiutiamo adesso, moriranno».

13/05/2020

da Valori

Corrado Fontana

 

«Il gruppo H&M proibisce severamente il lavoro forzato, coatto, in carcere o illegale nella nostra catena di fornitura». Parola della multinazionale della moda fast fashion all’ultima assemblea degli azionisti (la cosiddetta AGM o Annual General Meeting), il 7 maggio 2020.
La posizione pubblica però stride con le informazioni contenute in un rapporto appena pubblicato da un think thank australiano specializzato sui temi della sicurezza cibernetica. Nel documento elaborato dall’ASPI International Cyber Policy Centre si parla dei membri della minoranza turcofona musulmana degli uiguri, notoriamente perseguitata in Cina.

Secondo gli analisti ben 80mila cittadini di etnia uigura negli ultimi tre anni sarebbero stati spostati e costretti a operare nelle linee di produzione di fabbriche sparse per tutta la nazione. Verrebbero inoltre sottoposti a “ricondizionamento” coatto, compiuto tramite controllo politico, sorveglianza digitale, rieducazione e, appunto, il lavoro.

 

H&M è citata tra 83 aziende straniere e cinesi che avrebbero «beneficiato direttamente o indirettamente dell’uso di lavoratori uiguri al di fuori dello Xinjiang attraverso programmi di trasferimento del lavoro potenzialmente abusivi fino al 2019». Di queste, quasi un quarto è nel settore tessile. Nomi celebri e molto amati da sportivi e giovani:

 

  • Abercrombie & Fitch,
  • Adidas,
  • Calvin Klein,
  • Cerruti 1881,
  • Fila,
  • Gap,
  • H&M,
  • Jack & Jones,
  • Lacoste,
  • Nike,
  • The North Face,
  • Polo Ralph Lauren,
  • Puma,
  • Skechers,
  • Tommy Hilfiger,
  • Uniqlo,
  • Victoria’s Secret,
  • Zara,
  • Zegna.

 

Ma oltre a H&M c’è almeno un’altra multinazionale del tessile e della moda che merita attenzione. L’americana Nike sarebbe infatti il principale acquirente (sette milioni di paia di scarpe l’anno) di uno stabilimento chiamato Quingdao Taekwang Shoes Co. Ltd, di proprietà di un conglomerato chimico e tessile sudcoreano. Stando al rapporto ASPI e alle fonti ufficiali, ben 9800 lavoratori uiguri sono stati trasferiti in questa fabbrica in più di 60 lotti dal 2007, e nel gennaio scorso vi erano impiegati circa 600 appartenenti a minoranze etniche dello Xinjiang. Le lavoratrici giunte da questa provincia sarebbero «per lo più donne uiguri delle prefetture di Hotan e Kashgar, che sono parti remote dello Xinjiang meridionale che il governo cinese ha definito “arretrate” e “disturbate dall’estremismo religioso”». In un approfondimento del Washington Post del marzo 2020 si legge che la fabbrica assomiglia a una prigione, con filo spinato, torri di guardia, telecamere di sorveglianza e una stazione di polizia dedicata. E, secondo l’inviata del giornale, gli operai uiguri non possono recarsi in autonomia al lavoro né possono tornare a casa per le vacanze.

 

Dall’inizio degli anni Duemila il governo avrebbe mobilitato le province e le città costiere più ricche per sviluppare regioni di frontiera come lo Xinjiang e il Tibet. Tale pratica è stata realizzata incoraggiando attivamente il trasferimento dei lavoratori «in nome della promozione della “fusione interetnica” e “riduzione della povertà”». Comprimendo talvolta i diritti civili e i diritti umani, lo Stato è però venuto incontro al bisogno di mano d’opera low cost dell’industria tessile. «Gli abusi perpetrati dal governo cinese nella regione dello XUAR (Xinjiang Uyghur Autonomous Region) a danno della popolazione degli uiguri e di altre minoranze turche e musulmane sono un fatto molto grave, che peraltro interessa quasi 2 milioni di persone» ricorda la portavoce della Campagna Abiti Puliti, Deborah Lucchetti. «C’è il rischio che marchi e distributori internazionali del settore moda stiano di fatto utilizzando lavoro forzato proveniente da questi territori e addensato nelle parti iniziali della filiera, dove si produce il tessuto di cotone poi acquistato come materia prima dai marchi di abbigliamento».

 

La questione è molto delicata ed è chiaro che, stante l’assoluta difficoltà a intervenire in maniera risolutiva per rimuovere tali gravissimi abusi, «potrebbe essere necessario che i marchi che si approvvigionano di materie prime provenienti dalla regione dello XUAR, cessino i loro rapporti commerciali con quei fornitori». Un fronte che si salda con la richiesta al governo, rafforzata da una petizione, che i fondi pubblici utilizzati per la ripresa dalla crisi per coronavirus vadano a società rispettose delle persone e senza una sede in paradisi fiscali.

11/05/2020

Giuliana Sgrena

da il Manifesto

 

Silvia Romano. Dopo 535 giorni nelle mani dei suoi rapitori la giovane cooperante è stata finalmente liberata. Intorno a questo evento e alla questione della sua conversione si è scatenata una vergognosa canea mediatica e politica.

 

Una donna che torna, dopo un rapimento, non è mai la stessa che è partita. E questo vale anche per Silvia Romano.

 

Le prime reazioni dopo la liberazione penso siano ancora condizionate dallo shock. Per questo credo debbano essere prese con cautela anche le dichiarazioni «emerse» dall’interrogatorio di domenica. Ci vuole tempo perché prendano forma i particolari di una vita vissuta in cattività. Particolari che forse inconsciamente abbiamo negato a noi stesse, così come altri sono stati probabilmente solo la concretizzazione di suggestioni.

 

Certo ogni rapimento è una storia a sé, ma credo che per una donna trovarsi isolata in un contesto culturale e religioso così diverso da quello in cui siamo cresciute rappresenti una difficoltà maggiore nella comprensione dei comportamenti e delle reazioni dei sequestratori che sono sempre maschi e trucidi.

 

Che non capiscono spesso le esigenze di una donna, soprattutto quelle del ciclo mestruale, durante il quale si allontanano perché sei «sporca». Il tabù del corpo della donna ha tuttavia un aspetto positivo: nessuna donna occidentale rapita – almeno negli ultimi anni e a quanto mi risulta – ha mai subito violenze fisiche se non quella estrema della morte. Questo non è poco, ma restano le violenze psicologiche. A volte persino più subdole e traumatizzanti.

 

Importante è anche il contesto in cui si consuma la prigionia: isolate, con altri prigionieri, la possibilità di comunicare con una donna… Certo per comunicare vi è anche il problema della lingua e non penso che gli shabab di oggi conoscano l’italiano come gli anziani che avevano subito la colonizzazione e la presenza italiana anche dopo l’indipendenza. Oltre al somalo si è diffuso l’arabo, soprattutto attraverso le scuole coraniche che, avevo appurato l’ultima volta che sono stata in Somalia, insegnavano la storia e la geografia dell’Arabia saudita! Scuole coraniche che hanno formato molti jihadisti. Già allora a Mogadiscio era in vigore la sharia fatta applicare da una Corte islamica che mozzava mani e piedi senza nemmeno l’anestesia usata, ipocritamente, dai sauditi.

 

Non mi meraviglierebbe quindi che Silvia si sia trovata in un contesto da «stato islamico».

 

Questo non vuol dire che non sia rimasta colpita dal suo abbigliamento quando è scesa dall’aereo che l’ha riportata in Italia. Le domande che subito mi sono posta però sono passate in secondo ordine rispetto alla gioia per la sua liberazione. La libertà vale anche per le scelte che lei ha fatto. Anche se dubito che in uno stato di prigionia – per di più durata così tanto – si possa mantenere lucidità e libertà nelle scelte.

 

Il mio rapimento – fortunatamente – è durato «solo» un mese durante il quale ho sempre mantenuto un atteggiamento conflittuale – e senza una lacrima – con i miei rapitori con i quali comunque comunicavo, come si può rimanere giorni senza parlare, anche correndo il rischio di non farsi capire? E non è mancata nemmeno la suggestione di farmi convertire all’islam facendomi recitare una preghiera – in questo caso con la sciarpa in testa – per dimostrarmi che in fondo era facile la conversione… Ma per fortuna i miei rapitori non erano fondamentalisti e mentre uno diceva che ero una «senza dio» l’altro – più politico – sosteneva che mi vedeva meglio come «combattente» che come donna sottomessa all’islam.

 

In effetti l’unico risultato ottenuto è stata la conferma di essere atea.

 

Ma 535 giorni sono lunghi, interminabili, e come sopportarli senza cercare di adattarsi per sopravvivere? E poi i contesti sono diversi – l’Iraq non è la Somalia – e anche i rapitori sono diversi.

 

Ma la canea che si è scatenata contro Silvia perché si è convertita all’islam non ha limiti e si scontra con il suo sorriso disarmato e disarmante, quasi ingenuo.

 

Paragonarla a una detenuta nei campi di concentramento che torna vestita da nazista è un orrore inconcepibile e dovrebbe offendere chi ha il senso della storia, ma purtroppo non è così, non c’è il minimo pudore nelle affermazioni di chi si sente in diritto di giudicare.

 

Come sempre succede quando una donna torna a casa dopo un rapimento la destra si scatena contro il pagamento del riscatto. Lecito o non lecito? Quanto vale una vita umana? I cittadini italiani devono essere tutti salvati o dipende dalle loro convinzioni? È lecito pagare un riscatto che finirà nelle mani di jihadisti e magari anche in quelle di chi ha fatto da tramite, in questo caso i servizi segreti turchi che hanno fatto il loro spot pubblicitario con il giubbotto antiproiettile indossato da Silvia al suo rilascio?

 

Interrogativi che fanno passare in secondo piano una vita umana solo quando è una donna che deve essere riportata casa, in questo caso si tratta di Silvia «l’ingrata», che per la sua conversione non potrà essere annoverata tra le «vispe Terese» o le «oche giulive», quelle «che se la sono andata a cercare» o, peggio, hanno messo a rischio la vita di chi le ha volute salvare.

 

Non potrò mai dimenticare che devo la vita a Nicola Calipari e non basta una vita per elaborare questo trauma.

 

Ho parlato di donne rapite, perché quando è tornato un fotografo convertito nessuno si è pentito di averlo liberato e in nessun caso i rapiti maschi se la sono «andata a cercare».

 

P.S. A proposito della diatriba Conte-Di Maio, su chi doveva andare a ricevere Silvia all’aeroporto, per quel che vale, quando sono tornata io a Ciampino è venuto Berlusconi e non Fini!

10/05/2020

 

La decisione da parte del governo di avviare la cosiddetta fase 2 nonostante il contagio sia ancora in atto – come d’altronde in altri paesi – è assai indicativa dell’egemonia capitalistica sulle nostre società e in particolare sulla politica. Esce confermato il quadro che delineato nel documento approvato nella precedente riunione della direzione. Nessuna emergenza di per sé induce automaticamente cambiamenti positivi senza conflitto sociale e lotta politica adeguata. Un dato appare chiarissimo: i dati più gravi vengono dai due paesi guida della destra iperliberista, gli USA e la Gran Bretagna.

 

Stiamo entrando nella Fase 2 senza che spesso sussistano le condizioni minime per salvaguardare lavoratrici e lavoratori e col rischio di una ripresa dei contagi. Non sono state previste sanzioni penali rilevanti per le aziende responsabili di mancata garanzia delle condizioni di sicurezza per la salute dei lavoratori, né un serio e capillare piano di controlli nei luoghi di lavoro, né pianificata la sicurezza nella rete del trasporto pubblico.

 

Mancano il personale e le strutture sanitarie a livello territoriale, il trasporto pubblico è totalmente impreparato tanto che si fa affidamento sull’uso dei mezzi privati, la gestione della salute e della sicurezza delle fabbriche è lasciata alla buona volontà degli imprenditori senza controlli preventivi e strutture che possano effettuarli nel tempo.

 

Denunciamo come irresponsabili queste scelte e il tentativo in atto su tutti i media di attribuire tutte le responsabilità di una possibile ripresa dei contagi ai cittadini indisciplinati.

 

Ma ora occorre che esercitiamo tutta la vigilanza possibile per documentare e denunciare i casi nei quali cittadini e lavoratori, vuoi su mezzi di trasporto affollati, vuoi in luoghi di lavoro privi delle condizioni di sicurezza vedono messa a rischio la propria salute.

 

La vigilanza dal basso e la denuncia delle situazioni di rischio è un terreno di intervento politico a cui dobbiamo dedicare la massima attenzione in tutti i territori.

 

Nonostante il governo si sia dimostrato fin troppo cedevole alle pretese di Confindustria assistiamo a un’offensiva dei nuovi vertici che va contrastata in quanto ha come obiettivo palese quello di far cadere il costo della crisi sulla classe lavoratrice e i ceti popolari.

 

Il blocco dell’egoismo proprietario e delle imprese è molto aggressivo e tende non solo a interdire qualsiasi misura riformatrice ma a rilanciare una nuova ondata di riduzione dei diritti e di prepotenza padronale. E’ bene che a questa offensiva si risponda a voce alta ricordando le responsabilità del padronato nella strage lombarda e l’irresponsabilità sociali di grandi gruppi che hanno spostato la sede legale all’estero ma acquistano grandi quotidiani nazionali per condizionare politica e opinione pubblica.

 

Va contrastata la tendenza a stringersi intorno al governo Conte rinunciando a una critica più che necessaria a scelte politiche assolutamente inadeguate e spesso negative e inaccettabili. La sinistra in questa fase deve con la massima autonomia dare voce alle istanze sociali e prospettare alternative concrete non rassegnandosi alla dialettica tra le posizioni della destra e quelle governative.

 

Nessuno come noi ha denunciato in Lombardia e in Piemonte le Giunte della destra leghista e proseguiamo la battaglia contro la cattiva gestione dell’emergenza sanitaria e per il commissariamento anche sul piano giudiziario. Contrastiamo una destra che mostra un volto sempre più padronale e che propone le solite ricette di deregulation di berlusconiana memoria che già hanno seminato danni.

 

Anche la sentenza della Corte Costituzionale tedesca evidenzia le contraddizioni della destra fascioleghista. Il ricorso contro l’intervento della BCE è stato promosso, tra gli altri, proprio da un fondatore dell’AFD, partito di riferimento della Lega in Germania.

 

La realtà è che lo spazio sociale a una destra becera, senza proposte e piena di contraddizioni lo offrono invece le inadeguate politiche del governo e dell’UE.

 

Il risultato dei vertici europei è assolutamente disastroso per la mancanza di volontà di aprire sul serio una fase nuova di interventi in grado di affrontare una crisi di dimensioni enormi. E la posizione del governo italiano continua a essere troppo condizionata dalla fedeltà alla governance ordoliberista europea del Partito Democratico.

 

E’ il momento per una battaglia in Italia e in Europa per imporre un’uscita dalla crisi nel segno della solidarietà, della difesa e del rilancio della sanità pubblica e del welfare, dei diritti di lavoratrici e lavoratori, dell’occupazione, della riconversione dell’economia.

 

La nostra proposta di utilizzare i soldi della Bce senza creare nuovo debito per gli stati – in parte simile a quella del governo spagnolo – è l’alternativa a scelte che sono volte a spendere ora per poi rimettere i popoli sotto il ricatto del debito come vincolo esterno per imporre ulteriori tagli, precarietà, riduzione dei diritti, e saccheggio del pubblico e dei beni comuni.

 

Di qui la necessità che la campagna per l’intervento diretto della Bce deve proseguire con un impegno forte di tutto il partito, utilizzando la raccolta delle firme sulla petizione che abbiamo lanciato per far comprendere la nostra proposta e costruire intorno ad essa lo schieramento necessario politico, sociale e sindacale. In Italia e a livello europeo.

 

Rimane aperta anche a livello nazionale la questione centrale del conflitto di classe in questa fase: quella del come e da dove devono venire le risorse necessarie per garantire la salute, i diritti, i redditi, il lavoro, le attività economiche dentro l’emergenza e nella fase di uscita.

 

Dobbiamo constatare che il governo si attesta su posizioni sbagliate di chiusura alla patrimoniale e anche a modesti e provvisori aumenti della progressività fiscale per i redditi più alti. Questo orientamento a difesa dell’egoismo proprietario del 10% più ricco della popolazione lo pagheranno le classi popolari e le aree più povere del paese se non si impone una politica di effettivo cambiamento. Se ne profilano le conseguenze già nel DEF e nell’intenzione di sottrarre risorse a un meridione già penalizzato nell’ultimo ventennio.

 

La tassazione dei grandi patrimoni, la progressività fiscale, il taglio della spesa per gli armamenti e le grandi opere inutili e dannose sono scelte imprescindibili se si vuole rispondere all’emergenza sociale seguendo le indicazioni contenute nella Costituzione.

 

L’arroganza di Confindustria ricorda che solo uno schieramento che dia voce agli interessi e si radichi nella classe lavoratrice può contrastare derive antidemocratiche e l’imbarbarimento della società con un programma come quello che da tempo prefiguriamo.

 

Il fatto che un’antica nostra proposta programmatica – la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – riemerga nel dibattito pubblico su iniziativa di una task force di esperti incaricati da un ministero dimostra che dal punto di vista sociale la rottura con le politiche e il pensiero unico neoliberista ormai dovrebbe essere semplice scelta di buon senso. La stessa piattaforma dei sindacati della scuola che ricalca proposte che avanziamo da tempo contro le cosiddette “classi pollaio” conferma che nel nostro paese c’è bisogno di un’alternativa di sinistra.

 

Come Rifondazione Comunista lavoriamo affinchè i movimenti e le soggettività della sinistra anticapitalista, antiliberista, ambientalista, femminista trovino le forme di mobilitazione per dare forma a un’opposizione sociale efficace. La gravità della crisi sociale e sanitaria e la pressione enorme che esercita Confindustria dovrebbero spingere le organizzazioni sindacali, e in particolar modo alla Cgil, a una risposta più forte e incisiva in termini di mobilitazione e di piattaforma programmatica.

 

Il governo non mostra l’intenzione di perseguire politiche redistributive e di reperire risorse laddove ci sono e tantomeno di tagliare le spese militari o sulle grandi opere inutili come il Tav in Val di Susa. Di conseguenza gli interventi per aiutare le persone e le famiglie rimaste senza redditi e garantire la tenuta dei settori economici sono del tutto insufficienti e molto inferiori rispetto a quanto stanziato da altri stati.

 

Tanto più gravi appaiono i ritardi con cui vengono erogati anche perché in molti casi riguardano settori sociali che già in tempi normali non arrivano a fine mese o piccole e piccolissime aziende che spesso hanno entrate assimilabili a quelle da lavoro dipendente.

 

Se nell’erogazione della cassa integrazione ordinaria si registrano ritardi discutibili, nel caso della cassa in deroga i ritardi sono gravissimi. Anche in questo caso le Regioni, esaltate dalla retorica delle fallimentari riforme di centrodestra e centrosinistra, si dimostrano una palla al piede del paese e gravano negativamente le 21 procedure e 21 tempistiche diverse, evidenziando i danni per l’efficienza e l’universalità dei diritti nel Paese.

 

Ma il fatto più grave è che fino ad oggi per milioni di persone non è stato stanziato nulla. Parliamo di una platea di milioni di cittadine/i e la scelta di trasformare in “contributo provvisorio” il reddito di emergenza va nella direzione opposta rispetto a quella di un’estensione del reddito di cittadinanza auspicata persino dal Papa.  Ai proclami di Grillo e alle dichiarazioni di Zingaretti corrisponde nella realtà la scelta di non affrontare l’emergenza sociale nel paese e di non implementare un welfare inclusivo. Da quanto finora emerso il “decreto Maggio” non contiene risposte nemmeno i contributi per gli affitti.

 

Non è con queste politiche che si contrasta la destra che soffia sul fuoco della sofferenza sociale e della paura.

 

Per affrontare la crisi bisogna fare il contrario di quel che propone Confindustria e lavorare per la costruzione di un’alternativa politica e sociale al governo Conte.

 

La Direzione nazionale impegna il partito nella prosecuzione e rilancio delle campagne avviate e in particolare

10/05/2020

Fabrizio Floris

 

Finalmente . La cooperante italiana rapita in Kenya un anno e mezzo fa è stata liberata in Somalia. L’annuncio di Conte: «Sta bene, è al sicuro»

 

La notizia appare alle 17.17 sull’account twitter del premier Giuseppe Conte: «Silvia Romano è stata liberata! Ringrazio le donne e gli uomini dei servizi di intelligence esterna. Silvia, ti aspettiamo in Italia!». Sta bene e si trova al sicuro a Mogadiscio in un compound delle Nazioni unite.

 

SONO PASSATI 535 GIORNI da quel 20 novembre 2018 quando la giovane cooperante che lavorava per la Onlus marchigiana «Africa Milele» in un progetto di sostegno all’infanzia e con i bambini di un orfanotrofio venne rapita nel villaggio di Chakama in Kenya, a 80 chilometri da Malindi, da un gruppo di uomini di etnia wardei.

 

La prima ipotesi era che si trattava di un rapimento a scopo di rapina da parte di una banda di balordi che si sarebbe risolta, per la polizia kenyana, in 48-72 ore. In seguito si è attivata una massiccia operazione interforze anche con arresti di massa che hanno creato solo altrettanti rilasci e qualche informazione preziosa secondo il capo della polizia Joseph Boinett.

 

Alla fine vennero arrestate tre persone implicate nel sequestro e sono ancora sotto processo. Successivamente si è cercata la collaborazione con la popolazione locale per avere informazioni e per potersi muovere in un’area di 40.000 kmq che si fa fatica a chiamare Kenya.

 

DAI PRIMI MESI DEL 2019 è probabile che sia entrato in scena qualche altro attore: come se la banda iniziale fosse stata a sua volta catturata da qualcuno di più forte. I miliziani al Shabaab (anche se si tratta solo di un’ipotesi perché non c’è mai stata una rivendicazione ufficiale del rapimento) l’avrebbero portata, secondo ipotesi di stampa, prima nel Jubaland e poi verso le zone di Shabeelle, Jilib e Janale perché il governatore locale Ahmed Madobe – ex al Shaabab – è poi diventato un alleato degli Stati uniti. Oppure sarebbe sempre rimasta nella foresta di Boni, al confine tra Kenya e Somalia, dove i rapitori avrebbero smesso di scappare: hanno atteso.

 

Tante storie speculative si sono succedute in questo anno e mezzo, ma lentamente è subentrato il silenzio per proteggere le indagini. Lo stesso parroco di Chakama, Joseph Wesonga, lo scorso aprile aveva ipotizzato che «il silenzio sulla vicenda potrebbe essere il segno che c’è una trattativa in corso».

 

Fatto sta che i servizi dell’Aise, diretti dal generale Luciano Carta, hanno lavorato anche grazie alla collaborazione dei servizi turchi (che hanno una grande base militare a Mogadiscio) e di quelli somali, fino ad arrivare alla liberazione. L’operazione sarebbe iniziata lo scorso 23 aprile, quando è arrivata la prova che Silvia era viva ed è stata così avviata una trattativa per il rilascio.

 

LA FAMIGLIA NON STA PIÙ nella pelle. Il padre Enzo Romano aveva scritto una lettera commovente in occasione del 24esimo compleanno della figlia, lo sorso 13 novembre: «Questo compleanno è diverso… – scriveva tra l’altro -. Ma posso regalarti dolci pensieri, trasmetterti forza ed energia dal profondo di un cuore che soffre, ma che non ha mai smesso di credere che tornerai tra le nostre braccia». Ieri si è limitato a dichiarare: «Lasciatemi respirare, devo reggere l’urto. Finché non sento la voce di mia figlia per me non è vero al 100%».

 

Il presidente del Copasir Raffaele Volpi ha dichiarato che la ragazza «sta bene ed è in forma. Provata ovviamente dallo stato di prigionia. Domani alle 14 dovrebbe la famiglia potrà riabbracciarla all’aeroporto di Ciampino dove Silvia Romano arriverà, con un volo speciale. Festa e commozione tra i volontari e il mondo della cooperazione, nel quartiere di Milano il Casoretto da cui Silvia proviene hanno risuonato le campane a festa, sono state intonate canzoni per lei che «è una del quartiere, aspettavamo il suo ritorno e finalmente è arrivata la bella notizia».

 

Grande commozione anche a Fano dove ha sede Africa Milele e tra i tanti volontari internazionali che non «ci speravano più», lacrime di gioia e hanno attraversato il Paese.

 

SIGNIFICATIVI anche i commenti provenienti dalla comunità somala in Italia, a ricordarci che «se sai gioire delle gioie altrui, sei il più degno abitante del villaggio».

 

La cooperante nel pomeriggio di ieri ha parlato al telefono con la madre e con il premier Conte: «Sono stata forte – ha detto – e ho resistito. Sto bene e non vedo l’ora di ritornare in Italia». Ora restiamo in attesa di nuovi motivi per fare festa, pensando a Pier Luigi Maccalli e Paolo Dall’oglio.

08/05/2020

da Il Manifesto

Tommaso Di Francesco

 

A Taranto non si fanno mancare nulla. Non solo c’è l’impresa Ilva che riproduce lavoro e inquinamento mortale. Nelle prime ore di giovedì scorso la mastodontica portaerei Cavour si è riposizionata con abili manovre per riguadagnare il suo posto d’ormeggio nella Nuova Stazione Mar Grande, per prepararsi a solcare l’oceano Atlantico e raggiungere così gli Stati uniti per caricare lì i cacciabombardieri F35 modello B.

 

Con gran vanto di Fincantieri, Arsenale Militare Marittimo e Ministero della Difesa, perché si è trattato per due anni di riadattare ponte di volo, hangar, locali tecnici, capacità di imbarco dell’avio-combustibile, strumentazione elettronica. Gran vanto, anche perché a questo punto la Marina Militare italiana, con la Us Navy e la Royal Navy britannico saranno le uniche Marine al mondo in grado di dispiegare portaerei che permettono decollo e atterraggio ai micidiali F35.

 

A questo punto dunque è chiaro che, per quel che riguarda l’«eccellenza italiana» della produzione di armi per le guerre – i trafficanti di morte che non smette di denunciare, inascoltato è dir poco, papa Francesco – e l’«innovazione degli F35», tanto cara al nuovo direttore de la Repubblica Maurizio Molinari, non solo non cambia nulla ma tutto continua come prima e anzi peggio di prima.

 

Intanto la portaerei stessa non è proprio un sistema di difesa conforme al dettato costituzionale, visto che trasporterà armi d’offesa in giro per i mari del mondo, ben oltre i confini nazionali.

 

Ma soprattutto i cacciabombardieri F35 sono un’arma d’offesa, progettati per il first strike, vale a dire per sparare per primi, con capacità perfino di montare ogive nucleari. Ma non eravamo nell’epoca degli interessi comuni e pubblici derivati dal disastro provocato dalla pandemia di Covid 19 che, tutt’altro che debellata, nel mondo sta mietendo centinaia di migliaia di vite umane? La domanda allora diventa spontanea: quanto ci costa quest’avventura?

 

Ecco la risposta: ogni F35 costa poco più di 100 milioni di euro (156 milioni era quello dei prototipi iniziali), tanto siamo costretti a pagare per il nuovo modello B, il più costoso perché permette il decollo corto e l’atterraggio verticale; ma è un costo approssimato perché si tratta di un «affare» che è un pozzo senza fondo. Una volta comprato deve continuamente essere aggiornato con nuovi sistemi d’arma e sistemi elettronici in mano al committente Usa. Un aggravio pesantissimo per un Paese atlantico come l’Italia la cui spesa militare complessiva ha superato ormai i 70 milioni di euro al giorno.

 

Ci si chiede: ma quanti reparti di terapia intensiva, quanti respiratori polmonari, quanti sistemi scolastici video-integrati potremmo comprare con la cifra destinata invece da questo governo, come dai governi precedenti, allo sventurato «affare» degli F35B? La Protezione civile, costretta alla sottoscrizione tra i cittadini volenterosi, può fare il calcolo, per favore?

 

Ora che la corsa folle della Fase 2 si avvia con dichiarazioni improbabili sulle garanzie di sicurezza, forse su questa vergogna una voce di sinistra – dentro, fuori e contro il governo – almeno dovrebbe levarsi. Insieme alla protesta.

 

Mentre è probabile che ci stiamo preparando solo ad uno sventolio di bandierine tricolori di un popolo festante magari munito dal Ministero della Difesa di mascherine con sopra l’effige d’«eccellenza» degli F35.

06/05/2020

Alfonso Gianni

da il Manifesto

 

Non si può che essere d’accordo con il giudizio scritto a chiare lettere dal Financial Times: la sentenza di ieri della Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe ha messo una bomba sotto l’ordinamento giuridico dell’Unione europea. Anche se non del tutto inaspettata, e infatti temuta, questa giunge quando la Ue si gioca la sua esistenza.

 

E’ una sentenza bifronte relativamente alla materia del Quantitative easing.

 

Da un lato afferma che il programma di acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario da parte della Bce, relativo sia al primo che al secondo Quantitative easing, non costituisce finanziamento degli Stati. Quindi rispetta il divieto del Trattato di Maastricht alla monetizzazione del debito.

 

Col che la Corte però ne ribadisce l’assoluta insormontabilità. Dall’altro lato gli otto giudici di Karlsruhe mettono in discussione il comportamento della Bce che avrebbe violato il suo mandato scavalcando il principio di proporzionalità negli acquisti dei titoli di stato, approdando ad una sorta di monetizzazione indiretta, assumendo così un ruolo di natura politica.

 

La sentenza non si applica al programma pandemico di acquisti (Pepp) recentemente varato (i 750 miliardi almeno fino al 31 dicembre 2020). Ma la miccia è accesa. Ed è corta, visto che la Bce dovrà entro tre mesi giustificare la presenza nel programma dell’azionista di maggioranza, cioè la Bundesbank.

 

Non solo, ma i membri dell’Alta corte hanno invitato perentoriamente il governo e il Bundestag a pronunciarsi sulla questione del Quantitative easing. In effetti l’acquisto di titoli di Stato non proporzionati alla quota capitale dei paesi membri era uno dei punti qualitativamente più significativi dell’intervento della Bce. Una parte rilevante, 29,6 dei 38,5 miliardi di titoli raccolti sul mercato sono stati infatti destinati ai titoli di Stato e tra questi 10,9 miliardi sono stati impiegati per i Buoni del tesoro pluriennali italiani.

 

Pur tenendo conto dei reinvestimenti effettuati per compensare le obbligazioni che già la Bce possedeva e che erano venute in scadenza, è certamente vero che per il secondo mese consecutivo presso l’istituto centrale è stato allocato un quantitativo di titoli di Stato italiani doppio rispetto alle nostre quote di capitale. Anche i titoli francesi e spagnoli hanno beneficiato della sospensione della regola della capital key, ma i titoli italiani hanno fatto la parte del leone aggiudicandosi un terzo dell’intero programma relativo ai titoli di Stato.

 

Mentre l’Eurotower ha comprato “appena” 600 milioni dei 7 miliardi di Bund previsti. Naturalmente ciò che dovrebbe risultare perfettamente logico e cioè che i paesi più in difficoltà ricevano maggiore sostegno in virtù di una semplice e solo parziale applicazione del principio di solidarietà, viene considerato insopportabile dalla parte più retriva delle classi dirigenti tedesche.

 

E, come sappiamo, non solo da queste ultime. Prima della sentenza in diversi si chiedevano se il programma di acquisti della Bce potesse andare avanti anche senza la Bundesbank. Teoricamente e tecnicamente sì. Le altre 18 banche centrali potrebbero turare la falla e portare avanti i piani di acquisto previsti.

 

Ma a pochi giorni dalla nuova riunione dei vertici europei che dovrebbe sciogliere il problema delle modalità di finanziamento e di erogazione, se aiuti o prestiti, del Recovery Fund, per non parlare delle condizionalità soft o presunte tali del Mes, la miccia diventa cortissima. E’ impossibile pensare che la decisione di Karlsruhe sia come un elefante che se ne sta pacifico nel corridoio. Inevitabilmente vorrà occupare un ingombrante posto d’onore.

 

Tanto più che la decisione dei togati non si limita a condizionare il governo tedesco, ringalluzzendo sciovinismi e sovranismi di ogni sorta, ma apre un contrasto palese con la Corte di Giustizia europea che aveva dato il proprio placet al piano di acquisti del 2018, sostenendo che questo “non eccede e non travalica il mandato della Bce e non viola il divieto di finanziamento monetario”.

 

Un contrasto fra l’istituzione di uno Stato dotato di Costituzione e un organismo istituito da un Trattato. Era ovvio che prima poi la questione esplodesse, mettendo a nudo l’intima fragilità della costruzione a-costituzionale dell’Unione europea e la natura intergovernativa del suo sistema di governance. Nei momenti di maggiore difficoltà, servirebbe il massimo del reciproco aiuto per una crisi sanitaria ed economica che ha il volto di una terribile recessione. I diavoli non fanno i coperchi.

Pagine