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25/08/2020

 

L’obiettivo, dice la prima ministra Sanna Marin, è aumentare la produttività, migliorare  la  qualità  della  vita e  ridurre la disoccupazione dovuta al covid

 

La prima ministra finlandese, Sanna Marin, 34 anni, ha chiesto di tagliare l’attuale giornata lavorativa di otto ore e di portarla a sei, sostenendo che orari più corti potrebbero essere compensati da una maggiore produttività. Lo riferisce il quotidiano Helsinki Times. La richiesta è stata avanzata durante il discorso della premier di ieri sera al partito socialdemocratico di cui è stata nominata presidente.
Marin aveva lanciato l’idea di una giornata di sei ore già prima di diventare premier ma ora ha bisogno di convincere gli altri quattro partiti della sua coalizione di governo per realizzarla davvero.
Nel suo discorso Marin ha detto che il partito socialdemocratico deve lavorare con questo obiettivo: arrivare alla riduzione dell’orario per aumentare l’occupazione messa a dura prova dalla pandemia di coronavirus e migliorare al tempo stesso produttività e qualità lavorativa: «Dobbiamo sforzarci di migliorare la produttività del lavoro come società, come aziende e come dipendenti».

 

Distribuire meglio la ricchezza

«Un modo per distribuire equamente la ricchezza è migliorare le condizioni di lavoro e ridurre l’orario in modo da non compromettere i livelli di reddito», ha detto ancora Sanna Marin che ha ricordato i precedenti nel paese: «Quando la Finlandia è passata a una giornata lavorativa di otto ore e una settimana lavorativa di cinque giorni, in conformità con gli obiettivi dei socialdemocratici, ciò non ha portato a un crollo dei salari, ma al contrario i salari sono migliorati nel corso dei decenni».

 

Lavorare sei ore, essere pagati per otto

 

Marin ha anche indicato studi secondo i quali la riduzione dell’orario di lavoro comporta un miglioramento della produttività consentendo comunque ai datori di lavoro di pagare otto ore di stipendio per sei ore lavorative. «Ci saranno sicuramente delle sfide da affrontare, ma ciò non significa che non dobbiamo porci degli obiettivi audaci». Ha ricordato, poi, che l’epidemia di covid non ha influito solo sull’economia ma anche sulla sensibilità dei finlandesi che hanno riflettuto su ciò che considerano importante nella vita: «La salute, il benessere dei propri cari e della vita di tutti i giorni. Quando ciò che è normale e a cui siamo abituati è messo in discussione, abbiamo dovuto pensare alle nostre vite da un nuovo punto di vista».

20/08/2020

da il Manifesto

Massimo Villone

 

Referendum. Il No ci difende come cittadini, e conforta che nonostante le difficoltà si moltiplichino i comitati e le voci variamente motivate che lo sostengono

 

Oggi il meeting di Cl presenta un evento dal titolo emblematico: «Il parlamento serve ancora?». Troveremo Di Maio e Speranza, poi Boschi, Delrio, Lupi, Meloni, Salvini, Tajani. Facciamo uno scoop: nessuno dirà che non serve. Ma forse sarebbe stato più giusto titolare «A cosa serve il parlamento, e a chi?».

 

Tra i partecipanti troviamo quelli che la democrazia della rete è tempo sostituisca la democrazia rappresentativa, che ci vuole il sindaco d’Italia, che il presidente della repubblica deve essere eletto dal popolo, che il sistema elettorale maggioritario dà subito un vincitore, che il voto bloccato deve garantire al leader una coorte di pretoriani, che il popolo nelle urne elegge un governo che nessuno ha il diritto di ostacolare perché il giudizio spetta agli elettori cinque anni dopo.

 

Il centrodestra si accorda – a quanto leggiamo – su autonomia differenziata, presidenzialismo, giustizia. Il progetto separatista di Zaia viene assunto dalla coalizione. Non c’è dubbio che presenti il conto al parlamento, intaccando il ruolo del legislatore nazionale. La contropartita richiesta da Giorgia Meloni -il presidenzialismo – può solo peggiorare il saldo negativo a carico dell’assemblea elettiva. Tra l’altro, qualcuno dovrà spiegarle che uno stato indebolito non si rafforza con l’elezione diretta di un presidente, che sarà fatalmente anche lui debole.

 

Nel Pd, invece, gli ex renziani tornano all’attacco del segretario. Nardella e Marcucci riprendono il mantra della vocazione maggioritaria. Sembra di sentire il Veltroni del 2008, che ne fu massimo interprete. Pensavamo fosse ormai possibile passare oltre, giungendo senza traumi a una legge elettorale proporzionale. A quanto pare, no. Fa tenerezza Nardella che non accetta l’idea di un partito di medie dimensioni costretto a fare alleanze (Repubblica, 19 agosto). Il Pd oggi è tale non per un destino cinico e baro, ma per la politica di dirigenti come Nardella.

 

Per un trentennio il pensiero dominante e le scelte conseguenti hanno puntato a marginalizzare il parlamento. Se i risultati fossero buoni ne prenderemmo atto. Ma la politica è in degrado, il paese arranca e perde posizioni in Europa e nel mondo, crescono esponenzialmente le diseguaglianze tra persone, gruppi sociali, territori, crollano le speranze di generazioni. Da ultimo, l’emergenza Covid non è passata attraverso un effettivo vaglio parlamentare, che non è in vista nemmeno per le ingenti risorse in arrivo. Si sostituisce al confronto nelle assemblee elettive la concertazione tra esecutivi nelle conferenze stato-autonomie, che qualcuno vorrebbe trasformare in una terza camera para-legislativa. Proprio la pandemia offre l’ennesima prova che bisogna invertire la rotta, riportando in parlamento le grandi scelte.

 

In un tempo di partiti politici evanescenti e – salvo pochi casi – privi di una effettiva organizzazione sul territorio la voce del paese arriva nelle assemblee attraverso gli eletti. Il parlamento serve a tutti noi, perché oggi assai più di ieri è la vera garanzia di una partecipazione democratica. Per questo il taglio dei parlamentari, senza nemmeno la parziale riduzione del danno data dai correttivi che erano stati ipotizzati nell’accordo di governo, va respinto con il No. È un voto che non difende la casta o i parlamentari in carica, che – con eccezioni – poco lo meritano. Né va giocato nella dialettica di maggioranza o di partito. Corregge il peccato originale del baratto tra una riforma di grande portata e un governo. Una Costituzione forte e duratura è una necessità imprescindibile. Nessun governo lo è.

 

Il No ci difende come cittadini, e conforta che nonostante le difficoltà si moltiplichino i comitati e le voci variamente motivate – da ultimo Orfini, e il giornale Repubblica – che lo sostengono. Certo, è solo un primo passo immediato, cui deve seguire la pretesa di un’istituzione parlamento rinnovata. Si può fare, con una legge elettorale proporzionale, che renda le assemblee specchio del paese e rimetta nelle mani degli elettori la scelta degli eletti. E con una legge sui partiti, che garantisca la democrazia interna, la trasparenza, i diritti degli iscritti.

Così si torna alla Costituzione e si avvia la ricostruzione della politica. Lo diciamo in specie a Nardella: un grande partito egemone non basta volerlo. Bisogna costruirlo dal basso, mattone su mattone.

Alfonso Gianni

 

Presentando il 41° meeting di Rimini, Bernhardt Scholtz che ne è il nuovo presidente, ha difeso e rilanciato il senso dell’ambizioso titolo che era stato deciso fin dall’anno prima: “Privi di meraviglia restiamo sordi al sublime”. Frase davvero fascinosa con la quale il filosofo Abraham Joshua Heschel, vissuto nel secolo scorso, invitava a guardare la realtà con quello stupore che ci può spalancare verso la ricerca del sublime, del significato delle cose, del senso del vivere. Ma, se in effetti nel corso dell’ultimo anno di cose di cui stupirsi ve ne sono state parecchie, pandemia in testa, del sublime non v’è traccia nel meeting di Comunione e Liberazione.

 

Almeno per ora. Chi la aspettava dal discorso di Draghi sarà rimasto deluso. Al di là delle diverse dietrologie che nei commenti della stampa e dei rappresentanti della politica – se Draghi voglia candidarsi come futuro presidente del Consiglio piuttosto che spingersi fino all’alto colle, oppure giocare il ruolo più comodo di grande riserva per il Paese – il discorso dell’ex presidente della Bce ha colpito per la distanza fra le aspettative e forse le sue stesse intenzioni e quanto si è udito. Certamente, vista anche la sede, sarebbe stato improprio attendersi una riattualizzazione postweberiana dello spirito etico del capitalismo, ma quando l’etica lascia il passo al più piatto pragmatismo significa che siamo davvero su un altro terreno. Quello purtroppo che ancora una volta scarta l’esigenza di un nuovo slancio in direzione di un profondo cambiamento, per rifugiarsi nella elencazione di quanto è stato fatto.

 

Sarebbe stato necessario, proprio in ragione dell’etica della responsabilità, accennare almeno a qualche passaggio autocritico sul comportamento della Ue nei confronti della Grecia, quanto sulle ricette che lo stesso Draghi assieme a Trichet avevano impartito al nostro paese nella famosa lettera e che i governi da Monti in poi hanno applicato con malriposta tenacia.

 

Non per cospargersi il capo di cenere, ma per dare sostanza alle nuove scelte, tanto più credibili e convincenti se esse partono non da un’obbligata condizione derivante dalla pandemia e dalla conseguente recessione, ma anche dalla consapevolezza che le strade percorse in un non lontano passato sono concausa del disastro presente.

 

Non solo è troppo poco dire che “è probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e quando lo saranno certamente non lo saranno nella loro forma attuale”. Il problema è che quelle regole devono essere radicalmente cambiate, altrimenti il riferimento al futuro dei giovani è pura retorica.

 

Ha colpito molti commentatori la distinzione di Draghi tra “debito buono” e “debito cattivo”. In realtà si dovrebbe parlare di spesa buona e spesa cattiva, ovvero della necessità di impiegare fondi pubblici e privati in un’opera di ricostruzione capace di dare inizio a un nuovo modello di economia e di società. Altrimenti la porta torna sui vecchi cardini. Non come ma probabilmente peggio di prima. Ma questo comporta anche una visione ben diversa del processo di costruzione europea.

 

Invece Draghi ripercorre le solite linee evoluzioniste e funzionaliste alla Mitrany, per cui “gradualmente” si sarebbe passati dalla creazione del mercato unico all’euro e di lì a un bilancio comune che peraltro ancora non c’è. Ovvero l’economia fa la politica. Il che è stato pur vero. Ma nella direzione sbagliata, con una politica ancella degli interessi economici Questa strada non verrà corretta se si continuerà in una dimensione intergovernativa entro il quale si muove anche il “compromesso storico” che ha dato vita al Recovery fund. Draghi fa riferimento a grandi esempi storici quando la capacità di previsione superava le terribili difficoltà del momento. Parla di Bretton Woods ove nel ’44 le nazioni anticipando l’esito vittorioso della guerra. disegnavano il mondo futuro, dando vita a istituzioni internazionali che in seguito non dettero esattamente grande prova di sé.

 

Si pensi al citato Fondo Monetario internazionale. Anche perché, ma questo Draghi ben sapendolo lo tace, non fu la visione di Keynes a prevalere in quell’assise, bensì quella del più oscuro Wright che però dietro di sé aveva gli Usa che si apprestavano a dominare il mondo. Se quindi per avere buone risposte è indispensabile porsi le domande esatte, quella immortalata da Keynes: When facts change, I change my mind. What do you do sir? citata anche nel suo discorso di Rimini, Draghi dovrebbe rivolgerla innanzi tutto a se stesso.

29/07/2020

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Antonello Patta, responsabile lavoro

 

Oggi il falco Bonomi, presidente di Confindustria, sulle pagine del Corriere torna alla carica pretendendo per le imprese assistenzialismo incondizionato e attaccando a muso duro i contratti nazionali. Neanche la strage provocata in Lombardia induce il padronato ad atteggiamenti meno prepotenti. Dal governo ha la faccia tosta di esigere da una parte l’eliminazione dell’Irap e soldi alle imprese senza la pretesa che il pubblico entri nella gestione, dall’altra la fine dei sussidi “a pioggia” cioè a chi è senza reddito e la libertà di licenziare.

 

Ai sindacati manda a dire che non solo non ci sono aumenti per i contratti nazionali, ma che “in alcuni casi dovrebbero essere i dipendenti a restituire gli aumenti” e che il contratto nazionale deve essere superato da quello aziendale con aumenti solo sulla produttività. In sostanza Bonomi pretende una totale continuità con quelle politiche fallimentari che hanno impoverito il tessuto produttivo italiano, cancellato o quasi intere filiere e produzioni nonostante i salari tra i più bassi d’Europa, alta disoccupazione, libertà di licenziare, precarietà diffusa e lavoro nero. Se il governo continua ad assecondare Confindustria – le imprese hanno ricevuto i due terzi dei fondi erogati quest’anno – il paese andrà incontro a una regressione peggiore di quella vissuta dopo l’ultima crisi. E’ evidente che in mancanza di una forte iniziativa del mondo del lavoro continuerà a prevalere l’influenza dei poteri economici e finanziari. Solo con una decisa, larga e unitaria ripresa delle lotte che coniughino la difesa dei diritti, del welfare, dell’occupazione con la necessità inderogabile di una riconversione ambientale dell’economia sarà possibile rispondere alla crisi. Bonomi chiede al governo un piano di riforme? Ne indichiamo alcune noi:

 

- riduzione orario di lavoro a 32 ore a parità di salario,

 

- introduzione salario minimo orario di 9 euro,

 

- reintroduzione articolo 18 e abrogazione norme di precarizzaxione del lavoro,

 

- piano per il lavoro con assunzioni a tempo indeterminati nella scuola, nella sanità e nella PA che ci collochino almeno entro la media europea,

 

- garanzia reddito per tutte/i attraverso estensione del reddito di cittadinanza eliminando attuali condizionalità,

- tassazione patrimoni al di sopra di 1 milione di euro con aliquote più alte per grandi ricchezze,

- progressività imposizione fiscale secondo dettato costituzionale,

- accesso alla banca dati delle banche per Agenzie delle Entrate,

- ripubblicizzazione autostrade, servizi pubblici (acqua) e settori strategici a partire dalla siderurgia,

- stop al consumo di suolo, nuova legge urbanistica (quella di Eddyburg) e misure di riconversione ecologica,

- abrogazione modifiche titolo V e pareggio di bilancio dalla Costituzione.

Basta con i finanziamenti a pioggia alle grandi imprese!

30 anni di subalternità a Confindustria hanno reso più povero il paese, si riparta dagli interessi di lavoratrici e lavoratori.

 

28/07/2020

da Il Manifesto

Francesca Del Vecchio

 

NATO CON IL CAMICE. Le opposizioni si dicono disposte a utilizzare «tutti i mezzi a disposizione». Ma Italia Viva è contro la mozione di sfiducia

 

Attilio Fontana prova a difendersi nell’aula del consiglio regionale. In un discorso durato quasi un’ora, con la maggioranza che gli fa quadrato intorno – sventolando bandiere lombarde con la rosa camuna – ribadisce la correttezza delle sue azioni e attacca le «polemiche strumentali lesive della mia persona e del ruolo che ricopro».

 

DOPO IL TERREMOTO giudiziario del weekend, quando la procura di Milano gli aveva notificato l’avviso di garanzia per frode in pubblica fornitura nell’ambito della vicenda dei camici forniti da Dama spa ad Aria (società che controlla gli acquisti del Pirellone), il governatore leghista si è presentato in consiglio regionale per raccontare la sua verità. «Chiesi io a mio cognato di non accettare il pagamento» per i 75 mila camici forniti dalla sua società «proprio per evitare polemiche e strumentalizzazioni», dice il presidente della Regione che prova a smarcarsi dalle accuse.

 

«Ho saputo dei rapporti negoziali tra Dama e Aria solo il 12 maggio», continua Fontana ma nella sua ricostruzione qualcosa non torna, come ribadiscono le opposizioni: «Il mancato bonifico è del 19 maggio, mentre le dichiarazioni di Fontana di estraneità all’ordine di camici e kit sanitari è del 7 giugno», spiegano dalla minoranza.

 

MA NEL TARDO POMERIGGIO di ieri, diverse ore dopo la conclusione dell’intervento in aula, spunta fuori un dettaglio non da poco dall’interrogatorio di Filippo Bongiovanni, dirigente dimissionario di Aria, anche lui accusato dello stesso reato di Fontana. L’ex dg avrebbe infatti affermato davanti ai pm milanesi di aver riferito già il 10 maggio a Giulia Martinelli, capo della segreteria di Fontana, nonché ex moglie di Salvini, dell’esistenza di un contratto di affidamento diretto per la fornitura a Dama.

 

Versione che sembra scontrarsi con quella del governatore. Fontana, però, potrebbe decidere di presentarsi davanti ai magistrati per l’interrogatorio già a settembre, come ha spiegato il legale Jacopo Pensa che ha incontrato il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli per «uno scambio di vedute».

 

Il difensore sostiene che si tratti ancora «di accuse fumose e ipotetiche» e aggiunge che la Procura non ha apprezzato il mancato completamento della fornitura dei camici: «chi non ha rispettato il contratto è stato il cognato», puntualizza.

 

Alla ricostruzione dei fatti manca però anche la conversione della fornitura in donazione: passaggio che non fu mai registrato. I giudici di Milano comunque vogliono vederci chiaro e stanno estendendo le verifiche anche al conto in Svizzera da cui doveva partire il bonifico di 250 mila euro, su cui il governatore, nel 2015, avrebbe scudato i 5 milioni di euro di «eredità materna».

 

Una vicenda giudiziaria che ha investito a pieno titolo la politica con le accuse a Fontana di non poter più guidare la giunta lombarda. Non bastano le dichiarazioni di sostegno che il governatore leghista riceve dai colleghi Zaia e Toti: le opposizioni lombarde (Pd, M5s, + Europa Radicali, Azione e Lombardi Civici europeisti) si dicono pronte a utilizzare «tutti i mezzi a disposizione, compresa la mozione di sfiducia della quale il M5S si è fatto promotore, per metterlo davanti alle proprie responsabilità».

 

ITALIA VIVA, INVECE, con la consigliera Baffi si smarca e fa l’occhiolino alla maggioranza: «Non condivido la mozione, frutto di un’elencazione di fatti sommari. Fontana ha ripercorso le fasi della gestione dell’emergenza sanitaria in modo puntuale». Anche a Roma, i più agguerriti restano i 5 stelle che attaccano il «modello Lega» applicato alla sanità.

 

«Il problema intorno alla gestione degli ospedali in Lombardia resta, in perfetta continuità con Formigoni. Si è voluto trasformare un momento difficile in una spettacolarizzazione politica», ha detto il viceministro M5s allo Sviluppo economico Stefano Buffagni mentre dal leader pentastellato, Vito Crimi, arriva l’accusa a Fontana di essere «attaccato alla poltrona».

 

Il capo politico del Movimento non perde l’occasione per una bordata anche a Salvini, «principale sponsor: non stupisce che difenda a spada tratta il governatore arrivando a sbraitare contro chi indaga».

 

Intanto, arriva nel tardo pomeriggio di ieri la convocazione della commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid per il 7 settembre. La task force del consiglio regionale, che da mesi attende la nomina di un presidente tra le file dell’opposizione, era ostaggio del veto della Lega sul candidato del Pd, oltre che di divergenze interne all’opposizione.

26/07/2020

da il Manifesto

Voncenzo Scalia

 

Riforme. I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto

 

Da George Floyd a Piacenza, gli abusi commessi da parte delle forze dell’ordine hanno conquistato la ribalta pubblica. Il dibattito che ne è seguito si articola in due direzioni: alcuni insistono sull’integrità dell’operato di poliziotti e Cc, rifugiandosi nella formula delle poche mele marce.
Questa posizione mira a liquidare sbrigativamente un problema che si connota come un fiume carsico della vita pubblica italiana, e, per rimanere nella storia recente, da Carlo Giuliani a Riccardo Magherini, ha rivelato l’inadeguatezza delle forze di polizia italiana a rapportarsi con la complessità sociale contemporanea.

 

Altri, sull’onda di quanto è successo a Minneapolis, propongono di smantellare le forze di polizia. Anche questa posizione, per quanto prospetticamente valida, mostra le sue evidenti lacune. Innanzitutto, perché sorvola sulle specificità del contesto statunitense. In secondo luogo, perché i tagli alla polizia, in UK e negli Usa, sono parte del pacchetto neoliberista. Ad esempio, dal 2010, quando i Tories sono tornati al potere, i tagli alle forze di polizia si attestano al 30%, con la cancellazione di esperienze come le Female Units, vere e proprie unità di supporto per le donne vittime di violenze, composte da poliziotte, assistenti sociali e counsellors.
All’interno della cornice neoliberista, privatizzare la polizia significa affidarsi a gruppi equivoci, come è successo in Francia e in UK, con società che facevano capo ai neofascisti a gestire i centri di permanenza e gli hotspot. Come vorrebbe fare la Lega con le ronde padane.

 

La questione di una polizia all’altezza di una società democratica, multiculturale e, possibilmente, inclusiva, rimane in tutta la sua attualità. I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano, per dirla col criminologo inglese Maurice Punch, che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto. Da un lato, le forze di polizia non sono asettiche rispetto alla società in cui operano, bensì ne riflettono gli umori, le percezioni e le pulsioni.

 

In altre parole, il razzismo, il sessismo e il classismo, in una società che ha fatto della domanda di sicurezza la sua cifra politica, si pone come un elemento strutturale delle forze dell’ordine. Dall’altro lato, lo spirito di corpo, l’identità professionale, l’esercizio di funzioni repressive, rendono i poliziotti più lenti a recepire i mutamenti sociali.
È stato così nell’Inghilterra dei primi anni Ottanta, coi bobbies ad agire verso gli afrocaraibici sull’onda del pregiudizio verso i lavoratori ospiti, senza tenere conto che si trovavano di fronte a cittadini britannici di nascita e di cultura. È così nell’Italia di oggi, dove Ps e Cc si ostinano a utilizzare categorie moraliste come «drogato» nei confronti del popolo della notte, fino a provocare tragedie come quella di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini.

 

Nel caso italiano, inoltre, troviamo l’afflato etico delle polizie continentali, che pretendono di esercitare un presidio di tipo morale sui valori fondativi della vita associata, e si credono di conseguenza al di sopra della legge. È proprio questo il nodo da sciogliere, ovvero quello dell’accountability. Lo scarto tra le pratiche di polizia, ad orientamento contenitivo, e il flusso delle relazioni sociali, può essere colmato attraverso l’istituzione di meccanismi e procedure che tutelino i cittadini, e rendano le forze dell’ordine responsabili dei loro comportamenti.

 

Ad esempio, in UK esiste l’Independent Office for Police Conduct, a cui ci si può rivolgere nel caso si ritenga di essere stati vittime di abusi, che dispone del sostegno personale e legale a favore dei ricorrenti, e ogni anno presenta una relazione al Parlamento. Un organismo di questo tipo sostituirebbe le attuali procedure di inchiesta, che al momento, in Italia, sono interne alle singole forze di polizia. L’obbligatorietà del numero di matricola costituirebbe la seconda misura da implementare, in modo da rendere identificabili i poliziotti e di facilitare l’avvio di eventuali inchieste.

 

Altri aspetti riguardano la formazione e il reclutamento. A partire dalla rivolta afrocaraibica di Brixton del 1981, la polizia britannica si è adoperata per reclutare tra le sue fila membri delle minoranze razziali, fino ad espandere il discorso inclusivo verso il reclutamento di poliziotti Lgbtqi. Tali misure vanno di pari passo a una formazione orientata verso il rispetto delle diversità. Ovviamente, se i rapporti di forza rimarranno orientati a destra, queste misure non basteranno a cambiare positivamente l’operato delle forze di polizia. Costituirebbero comunque un passo avanti in un paese in cui nessuno, neppure la Lega, vuole smilitarizzare i Carabinieri.

25/07/2020

da Il Manifesto

Eleonora Martini

 

Nel 2018 la caserma Levante ha ricevuto una menzione speciale per la lotta allo spaccio. Sospesi il comandante provinciale di Piacenza, quello del reparto operativo e del nucleo investigativo

 

Correva l’anno 2018 quando un militante egiziano dei Si Cobas di Piacenza, arrestato e processato per direttissima per il possesso di tre grammi di marijuana (trasportati insieme ad una bandiera del sindacato), denunciava di «essere stato messo contro il muro da sei agenti e picchiato» all’interno della ormai famigerata caserma Levante. Quella che la procuratrice capo Grazia Pradella, dopo sei mesi di indagine, ha posto sotto sequestro due giorni fa, dopo aver incriminato l’intera squadra di carabinieri (tranne uno) che vi prestavano servizio, accusandoli di reati che vanno dal traffico di stupefacenti all’estorsione e alla tortura, commessi dal 2017 ad oggi. In quello stesso anno, numerosi attivisti di sinistra piacentini che avevano partecipato alle manifestazioni di piazza (a febbraio) contro l’apertura di una sede di CasaPound, subirono, oltre alle cariche della polizia, anche il fuoco incrociato di «denunce e repressioni».

 

PROPRIO A METÀ DEL 2018, nel corso della cerimonia per i 204 anni della fondazione dell’Arma, il comandante della legione carabinieri Emilia Romagna riconobbe ai carabinieri della Levante una menzione particolare «per essersi distinti per il ragguardevole impegno operativo e istituzionale e per i risultati conseguiti soprattutto nell’attività di contrasto al fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti».

 

E non c’era alcuna ironia. Nessuno evidentemente aveva notato nulla di strano, in quella caserma, o nel lusso ostentato da alcuni militari. Eppure Piacenza non era estranea a questo tipo di “scandali”: nel 2013, per esempio, sei poliziotti della Questura vennero arrestati insieme ad altre sette persone e accusati di traffico di stupefacenti, favoreggiamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina, falsificazione di atti d’ufficio per garantire l’impunità ai coindagati.

 

IERI PERÒ, MENTRE I PM piacentini Matteo Centini e Antonio Colonna iniziavano ad interrogare i primi due dei sei carabinieri arrestati, e mentre le indagini proseguono per scoprire se qualcuno, nella catena gerarchica militare, abbia volontariamente coperto i reati che si ipotizzano a carico dei loro sottoposti, il comando generale dell’Arma ha anticipato la magistratura e ha azzerato tutta la scala gerarchica sovrastante la caserma di via Caccialupo. Sono stati rimossi infatti il comandante provinciale Stefano Savo, che era arrivato a Piacenza nel novembre dell’anno scorso, il comandante del reparto operativo Marco Iannucci e il comandante del nucleo investigativo Giuseppe Pischedda, anche se nessuno dei tre al momento è sotto inchiesta. Poco prima, nel pomeriggio, la pm Pradella aveva ricevuto in procura il comandante della Legione carabinieri Emilia Romagna, Davide Angrisani.

 

DA VIALE ROMANIA fanno sapere che le rimozioni hanno «un duplice scopo: agevolare il sereno e regolare svolgimento delle attività di servizio di coloro che subentreranno nelle prossime ore ai vertici locali e agli otto militari mandati a sostituire quelli arrestati, e per recuperare il rapporto di fiducia con i cittadini», compromesso dalle rivelazioni dell’operazione «Odysseus». Una decisione che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini aveva in qualche modo preannunciato dicendo chiaramente che «non devono esserci spazi di ambiguità o scarsa chiarezza, e bisogna fare piena luce su quello che è accaduto».

 

Intanto i due militari ascoltati ieri in carcere per l’interrogatorio di garanzia hanno risposto alle domande dei pm ma si sono detti «estranei» ai fatti più gravi e, tra le lacrime, secondo quanto riportato dai loro legali di fiducia, si sono mostrati «provati» e timorosi. E hanno chiesto la liberazione. Oggi sarà la volta dell’appuntato, considerato il capo dell’organizzazione «criminale».

26/06/2020

 

L'emergenza Covid non ha insegnato niente e per l' Ospedale di Castel del Piano continua tutto come se non fosse successo niente.

 

Non si parla di riaprire il reparto "temporaneamente chiuso", il laboratorio analisi rimane sotto utilizzato mentre si fanno convenzioni con quelli privati e, per la popolazione dell'Amiata, continuano i viaggi verso Grosseto per gli esami diagnostici e verso gli altri Ospedali della Provincia a causa della carenza di posti letto.

Per questi motivi e per mettere in evidenza le problematiche legate ai nosocomi periferici e delle zone disagiate, sabato 11 luglio riprenderemo da dove, a causa del blocco dovuto alla pandemia, avevamo lasciato e cioè con la manifestazione davanti all'Ospedale di Castel del Piano.

25/06/2020

da Il Manifesto

Andrea Capocci

 

Il rapporto. Pubblicato il dossier dell’Osservatorio sulla salute diretto da Walter Ricciardi. La pandemia ha messo in luce un sistema frammentato e diseguale. La sola spesa sanitaria in aumento è quella privata. 33 mila posti letto persi in 8 anni

 

La pandemia ha rappresentato un evento eccezionale nella storia di questo paese. Ma sarebbe un errore, una volta superata l’emergenza, ridurla a un brutto sogno da dimenticare rapidamente. Il Covid-19 ha infattI portato alla luce le lacune del nostro sistema sanitario, per le quali adesso è urgente correre ai ripari. È il messaggio principale del corposo rapporto «Osservasalute. Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle regioni italiane»: quasi 600 pagine dense di tabelle e grafici curate dall’Osservatorio sulla salute dell’università Cattolica di Roma, sotto la direzione di Walter Ricciardi. Il rapporto è stato presentato ieri e, pur riferendosi al 2019, non può non risentire del contesto in cui è stato redatto e pubblicato.

 

SE IL SALTO DI SPECIE del coronavirus non poteva essere anticipato, alla luce dei numeri erano prevedibili i punti deboli della nostra sanità. O, come sarebbe meglio dire, delle nostre sanità. Uno degli aspetti critici messi in luce dalla pandemia è stata infatti la frammentazione del Servizio Sanitario Nazionale conseguente alla riforma del 2001 che ha affidato alle regioni il compito di organizzare la sanità. «L’esperienza vissuta ha dimostrato che il decentramento della sanità, oltre a mettere a rischio l’uguaglianza dei cittadini rispetto alla salute, non si è dimostrato efficace nel fronteggiare la pandemia» spiega il direttore scientifico dell’osservatorio Alessandro Solipaca.

 

«Le Regioni non hanno avuto le stesse performance, di conseguenza i cittadini non hanno potuto avere le stesse garanzie di cura. Il livello territoriale dell’assistenza si è rivelato in molti casi inefficace, le strategie per il monitoraggio della crisi e dei contagi particolarmente disomogenee, spesso imprecise e tardive nel comunicare le informazioni».

 

È ESEMPLARE IL CONFRONTO tra Lombardia e Veneto, le prime regioni a entrare in emergenza dopo i casi di Codogno e di Vo’ Euganeo che da quel momento hanno seguito strategie autonome, con risultati ben diversi.

 

L’abbandono della sanità territoriale da parte delle giunte di centro-destra lombarde ha riversato un enorme numero di malati sui pronto soccorsi e sulle terapie intensive degli ospedali della regione. La rete della medicina di comunità del Veneto – prudentemente tutelata dal governatore Zaia – ha invece permesso di curare in anticipo, e a casa propria, i malati. Risultato: in Veneto si è rilevata la quota più elevata di casi positivi in isolamento domiciliare, dal 70% dei primi giorni al 90% della fine dell’ultimo periodo. In Lombardia, i pazienti ospedalizzati sono stati tra il 50 e il 60% inizialmente, per poi arrivare al 70-80% nel picco.

 

D’altronde, è toccato alle regioni tenere in piedi un servizio sanitario mediamente impoverito dal governo centrale. Le cifre parlano chiaro: la spesa sanitaria pubblica è riuscita nell’impresa di crescere ancora più lentamente (+0,2% su base annua tra il 2010 e il 2018) del Pil italiano, aumentato al tasso dell’1,2% nello stesso periodo. Compensare il taglio effettivo della spesa sanitaria è toccato alle famiglie, che hanno visto lievitare la spesa sanitaria privata del 2,5% annuo. Alla fine del 2018, la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto i 153 miliardi di euro. Di questi, 38 miliardi (il 25% circa) sono stati pagati direttamente dai cittadini. Nel frattempo, è continuata l’opera di “razionalizzazione” della sanità, con 33 mila posti letto cancellati (-1,8%).

 

LE DISPARITÀ REGIONALI si sovrappongono a quelle che colpiscono le diverse classi sociali. La popolazione immigrata dai paesi più poveri, ad esempio, utilizza i servizi sanitari il 40% in meno degli italiani. Secondo il rapporto, «tale divario potrebbe essere la risultante di un mix di fattori, costituito da un lato dal migliore stato di salute della popolazione immigrata (effetto “migrante sano”), che opera come selettore naturale sulle persone al momento della partenza, e dall’altro dall’effetto di barriere burocratiche e linguistico-culturali all’accesso».

 

LA CARENZA NELLE ATTIVITÀ di prevenzione si misura anche nella bassa copertura vaccinale contro l’influenza: nessuna delle regioni italiane ha raggiunto l’obiettivo minimo fissato nel piano nazionale di prevenzione, cioè la vaccinazione del 75% degli ultrasessantacinquenni. Ci si avvicina (si fa per dire) la Basilicata con il 66%, mentre in provincia di Bolzano non si arriva al 40%. Innalzare queste percentuali entro l’autunno sarà fondamentale. Dato che i sintomi di Covid-19 e influenza nelle fasi iniziali si assomigliano, le procedure di isolamento e test saranno estesi in maniera precauzionale anche ai malati di influenza. Una maggiore copertura vaccinale consentirebbe di ridurre per quanto possibile la componente influenzale nella popolazione malata e concentrare le risorse sul coronavirus.

24/06/2020

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Sicurezza. Fase 3, lavoro cura e salute al tempo della pandemia a partire dai dati dell'Inail al 15 giugno. La categoria più colpita resta quella degli operatori sanitari, la regione più colpita è la Lombardia

 

Il 15 giugno scorso i casi di contagio da Covid 19 sul lavoro segnalati dal quinto rapporto del’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail) erano 49.021, 1.999 in più rispetto ai 47.022 già rilevati dal monitoraggio pubblicato il 31 maggio scorso. I decessi per contagio sul lavoro sono 236 (+28), circa il 40% dei casi mortali denunciati dall’inizio dell’anno.
Questo sistematico censimento dei contagi e delle morti per Covid permette di ricostruire una geografia del lavoro molto precisa delle attività più a rischio. Al primo posto resta la sanità: il 72,2% dei casi denunciati e il 26,3% dei decessi continua a concentrarsi in questo settore e in quello dell’ assistenza sociale che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche, policlinici universitari, residenze per anziani e disabili.

 

A questi si aggiungono gli organismi come le Asl che hanno portato all’81,3% la quota delle denunce in complesso e al 36,5% quella dei casi mortali. Dopo ci sono tutte le attività come la vigilanza, la pulizia, i call center, la lavorazione di prodotti chimici, farmaceutici, alimentari, le attività di alloggio e ristorazione e il commercio.

 

È importante continuare a ragionare anche a partire dai dati sull’età dei lavoratori colpiti, e sul genere. Il 71,7% dei lavoratori contagiati sono donne, il 28,3% uomini. Questo rapporto si presenta rovesciato nei casi di mortalità. I decessi degli uomini sono stati l’82,6% del totale. L’età media dei lavoratori che hanno contratto il virus è 47 anni per entrambi i sessi. Sale a 59 anni per i casi mortal: (57 per le donne e 59 per gli uomini. Il 70,3% dei decessi, in particolare, è concentrato nella fascia di età 50-64 anni, seguita da quelle over 64 anni (18,6%) mentre per la fascia 35-49 anni si registra il 9,4% dei decessi denunciati e l’1,7% tra gli under 34 anni.

 

Le categorie più contagiate nella sanità sono i tecnici della salute con il 40,9% delle denunce complessive. Seguono gli operatori socio-sanitari (21,3%), i medici (10,7%), gli operatori socio-assistenziali (8,5%) e gli ausiliari, i portantini, i barellieri (4,8%). I tecnici della salute sono anche la categoria più colpita dai decessi, con il 12,8% dei casi: il 61% sono infermieri, seguiti dai medici (9,9%) e dagli operatori socio-sanitari (7,8%).

 

E arriviamo alla distribuzione geografica dei contagi e delle morti. La zona più colpita del paese è il settentrione dove sono concentrare oOtto denunce su 10: il 56,1% nel Nord-Ovest (il 36,% in Lombardia) e il 24,2% nel Nord-Est (il 10,2% in Emilia Romagna). Il resto dei casi è distribuito tra Centro (11,8%), Sud (5,7%) e Isole (2,2%). Più di quattro decessi su 10 (43,2%), sono avvenuti nella sola Lombardia.

 

Quanto ai numeri generali ieri sono scesi ancora: le vittime del Covid sono state 18 nelle ultime 24 ore, 6 in Lombardia, 4 in Piemonte, 2 in Lazio e Puglia e 1 in Emilia-Romagna, Veneto, Toscana e Liguria. Nessuna vittima nelle altre regioni. 122 i tamponi positivi, 62 in Lombardia.  

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