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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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29/06/2021

Antonello Patta*

*Resp Lavoro, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Dopo la Spagna, la Finlandia e la Nuova Zelanda anche in Giappone avanzano proposte per la riduzione dell’orario di lavoro. E oggi  la proposta non arriva, come ci si potrebbe aspettare dai comunisti di quel paese, ma nientemeno che dal Presidente del Consiglio in carica, liberale convinto! le motivazioni addotte riguardano sia aspetti sociali, maggior tempo alle persone per la cura propria e dei figli, sia socio economici: il maggior tempo dedicato alla formazione oltre alla crescita dei singoli, sostenendo l’innovazione tornerebbe a vantaggio delle aziende e dell’economia.


Come Rifondazione sosteniamo da tempo che la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario è fondamentale per uscire dalla trappola che condanna milioni di persone, soprattutto giovani e donne alla disoccupazione mentre costringe chi lavora a orari estenuanti,  e allunga il tempo di lavoro nell’arco della vita  con feroci controriforme pensionistiche.


Esattamente l’opposto di quello che pensano e fanno Draghi e i partiti al governo che con sei milioni di disoccupati reali non propongono un piano per il lavoro e permettono alle aziende  che ricevono vagonate di miliardi pubblici di licenziare puntando a riorganizzarsi sostituendo lavoratori stabili con lavoratori precari.


Al contrario di quanto sostenuto nel Recovery Plan, specialmente in Italia, il mercato e le imprese lasciati a se stessi non creano lavoro se non di bassa qualità sempre più precario, sfruttato e malpagato; tanto più in presenza di una rivoluzione tecnologica senza precedenti utilizzata da una parte per ridurre i posti di lavoro veri e propri, dall’altra, come insegna il capitalismo delle piattaforme, per trasformare il lavoro in prestazione anonima che invisibilizza e nega il lavoratore e i suoi diritti.


Per uscire da questa situazione restituendo valore al lavoro e dignità ai lavoratori l’unica strada è un grande piano nazionale per l’occupazione centrato sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario da attuarsi nella riconversione ambientale dell’economia guidata dal pubblico potenziato nelle strutture e irrobustito da   almeno un milione di nuovi dipendenti.


Parliamo di un’altra idea di paese, di un nuovo modello economico e sociale che questo governo non ha e che per affermarsi richiede una nuova grande  stagione di lotte unitaria che deve essere l’impegno prioritario di ogni sinistra degna di questo nome.

27/06/2021

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

Piene le piazze di Torino, Firenze e Bari: «Se non saremo ascoltati andremo avanti». Licenziamenti: Cgil, Cisl e Uil dicono no alla proposta del governo: serve lo stop fino a ottobre. Landini: le imprese si assumano la responsabilità di usare solo la cassa integrazione

 

Una manifestazione a staffetta per unire il paese, ridare centralità al lavoro e avvertire il governo: «Blocco dei licenziamenti fino a fine ottobre o la mobilitazione proseguirà». Da Bari a Firenze per finire a Torino, unite dalla cappa di calore, i sindacati confederali sono tornati in piazza sotto lo slogan «Ripartiamo, insieme», mantenendo però una sorta di lavoro in remoto con i collegamenti per i comizi dei leader.
Grande condivisione fra Cgil, Cisl e Uil e quasi nessuna sfumatura nelle parole dei tre segretari generali, arrivate dopo quelle dei delegati delle tante aziende in crisi, non solo per la pandemia.

 

Se il «no» alla proposta del governo di proroga selettiva – in realtà del solo settore tessile – è comune, è Maurizio Landini nel comizio finale da una piazza Castello rossa di bandiere e persone a fornire al governo un’alternativa a un decreto per allungare il blocco. «Lancio una sfida non soltanto al governo ma anche alle imprese: come abbiamo fatto noi all’inizio del Covid, si prendano la responsabilità di usare la cassa integrazione ordinaria, che ora è per loro gratuita, e non i licenziamenti – spiega Landini -. Nel caso del protocollo sulla sicurezza abbiamo impiegato 18 ore a sottoscriverlo, è una questione di volontà politica». Poi il segretario della Cgil avverte: «Noi non abbiamo intenzione di accettare i licenziamenti, non abbiamo fatto questa manifestazione per dire che esistiamo, vogliamo cambiare questo paese e continueremo la mobilitazione se non ci ascolteranno».

 

LANDINI AVEVA ACCANTO un lavoratore ex Embraco con un cartello-avviso per il ministro Giorgetti con su scritto: «Prima le multinazionali?». Un messaggio figlio dell’esasperazione dei lavoratori di Riva di Chieri vicini al licenziamento dopo la fallita nascita del polo dei compressori con la Acc di Mel e le prese in giro di 5 anni di reindustrializzazioni promesse a partire dall’ex ministro Calenda. «La ex Embraco è l’esempio di come non si fa politica industriale», attacca Landini che poi la lega alla situazione di Stellantis: «Torino è stata, perché purtroppo non lo è più, la capitale dell’auto. Oggi, davanti ad un cambiamento tecnologico incredibile di tutti i trasporti bisogna decidere dove progettare e produrre le batterie per auto e bus. Chiedo al governo: le vogliamo fare a Torino e le compriamo dalla Cina? Non è sovranismo perché qui ci sono tutte le risorse e le competenze per produrle e invece molte aziende anche pubbliche hanno brevetti innovativi e investono all’estero».

 

IL RICORDO DI ADIL Belakhdim, simbolo della situazione drammatica nel mondo di lavoro è sentito. «La cosa che mi ha colpito è che a ucciderlo è stato un altro lavoratore a tempo indeterminato: il dramma è che questa persona ha sentito il ricatto di non dover perdere tempo e di rompere il picchetto: quella morte è figlia delle leggi balorde di questi ultimi vent’anni che hanno aumentato precarietà e sfruttamento».

 

DA PIAZZA SANTA CROCE a Firenze poco prima il comizio di Luigi Sbarra era stato un accorato appello al governo. «Caro presidente Draghi, servono investimenti; il governo deve cambiare atteggiamento, serve una stagione di rinnovata concertazione ma – e arriva un ammonimento inaspettato per la storia della Cisl – se questa via non verrà percorsa dal governo, noi proseguiremo la mobilitazione». Per Sbarra «non possiamo aggiungere ulteriori posti di lavoro al milione che sono già volati via, come non capire che l’uscita dal blocco dei licenziamento può provocare uno tsunami sociale». La richiesta della Cisl è sempre la stessa: «Serve un nuovo patto sociale per approdare ad un modello di sviluppo nuovo e più sostenibile» e Sbarra nell’elencare i tanti obiettivi della piattaforma unitaria non dimentica «una pensione di garanzia per i giovani». Per la Cisl «la svolta europea che è arrivata da Next generation Eu deve declinarsi in un governo partecipato dalle parti sociali». Anche Sbarra ricorda Adil e lo unisce a Luana D’Orazio, entrambi martiri sul lavoro.

 

LA MATTINATA ERA PARTITA con l’intervento di Pierpaolo Bombardieri da piazza Libertà a Bari. Un comizio incentrato sul ruolo del Sud che era partito con due stoccate ben assestate al dibattito sui licenziamenti contro Confindustria. «Ci dite che l’Italia è l’unico paese al mondo col blocco dei licenziamenti – ha esordito il segretario generale della Uil – ma vi dimenticate di dire che siamo l’unico paese che ha fatto il protocollo sulla sicurezza per non fermare le imprese ad inizio pandemia e che negli altri paesi come la Germania e la Francia le misure e gli ammortizzatori speciali contro il Covid sono già state prolungate a fine anno». E ancora: «Il fondo Sure europeo che ha coperto la cassa integrazione Covid è fatto da 27 miliardi di soldi pubblici e sono stati usati dalle aziende, anche quelle che nella pandemia hanno realizzato grandi profitti e magari non pagano le tasse in Italia». Poi Bombardieri passa a mettere assieme governo e Confindustria: «Il blocco selettivo? Per le aziende non c’è stato quando si è trattato di usare la cassa integrazione, è valso per tutte le aziende. E allora l’unica strada ora è un blocco dei licenziamenti per tutti, senza distinzioni di settore. E se non lo farete – ecco l’avvertimento al governo Draghi – queste piazze se ne ricorderanno». Il blocco dei licenziamenti per Bombardieri dunque è «la cartina di tornasole della politica del governo».

 

Dal governo le reazioni si limitano a quella del ministro del Lavoro Andrea Oralndo che parla di «un rischio effettivo» sui licenziamenti e assicura: «interverremo in tempo» ma solo impegnandosi ad allargare i settori per un blocco selettivo. E non è quello che chiedono Cgil, Cisl e Uil.

25/06/2021

da Contropiano

 

Il 30 giugno il governo Draghi lascerà scadere il blocco dei licenziamenti. D’altronde è questo che chiedono, da tempo, Confindustria e tutte le associazioni padronali. Ed è questo che preannunciano i 5000 licenziamenti di Alitalia o le lavoratrici e i lavoratori cui già ora è stato negato il posto di lavoro a partire dalla Embraco a Torino.

 

CHE SIGNIFICA CONCRETAMENTE LO SBLOCCO DEI LICENZIAMENTI?

 

Significa che centinaia di migliaia di persone – alcune stime parlano di circa 600.000 lavoratori –  finiranno in mezzo alla strada. Un aumento esplosivo di disagio economico e sociale che si sommerà al milione di precari che ha già perso il lavoro durante la pandemia. Ecco cosa sta dietro alla ristrutturazione selvaggia delle imprese, e poco importa se questa scatterà subito o in un secondo tempo.

 

RIPRESA ECONOMICA, MA PER CHI?

 

Non è una necessità, ma è una scelta quella di una ripresa economica fondata sui bassi salari, la distruzione dei diritti e della salute, la precarietà. Non è un caso che i licenziamenti di massa vadano a braccetto contro gli attacchi e la campagna assolutamente reazionaria contro il reddito di cittadinanza.

 

Basta aprire un giornale o ascoltare una trasmissione tv per vedere come i politici fremono per obbligare i disoccupati ad accettare lavori da schiavi, per la liberalizzazione ulteriore degli appalti, per la riduzione delle tutele e dei controlli sulle condizioni di lavoro.

 

La maggioranza delle forze politiche – senza ombra di dubbio quelle parlamentari e di Governo – ha deciso di “uscire” dalla crisi pandemia assecondando gli interessi dei grandi gruppi economici e industriali, scaricando tutti i costi sul mondo del lavoro e sulle classi popolari.

 

NON RESTIAMO A GUARDARE: IL 30 GIUGNO FACCIAMOCI SENTIRE!

 

Un’alternativa sarebbe possibile e realizzabile: bisognerebbe redistribuire complessivamente nella società ricchezze e benessere. Come? Tassando i patrimoni milionari, riducendo l’orario di lavoro, fissando per legge un salario minimo decente, estendendo gli ammortizzatori sociali e, infine, ripristinando le garanzie dell’articolo 18 (misura cardine in passato per bloccare i licenziamenti di massa nelle grandi imprese).

 

Tutto questo non rientra minimamente nelle priorità del governo Draghi, dei partiti di maggioranza, dei vertici della UE. Le classi dirigenti pensano di “ripartire” rilanciando le politiche liberiste e di austerità a causa delle quali il paese ha subito i colpi più duri della pandemia, ricominciando esattamente dalle ingiustizie e dalle scelte sbagliate del passato.

 

E’ per questo che abbiamo scelto di mobilitarci il prossimo 30 giugno, data simbolica in cui termina il blocco dei licenziamenti. In tutta Italia saremo davanti alle sedi di Confindustria e davanti ai luoghi simbolo dello sfruttamento: grandi aziende, luoghi di vertenze lavorative in corso.

 

Invitiamo tutte e tutti a farlo insieme a noi: contro il Governo Draghi e le sue politiche. Non saranno i lavoratori a pagare, ancora una volta, il prezzo più caro!

 

IL 30 GIUGNO LICENZIAMO GLI SFRUTTATORI

24/06/2021

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

La Sentenza. Il verdetto (atteso) è basato sulla motivazione che «non c’erano requisti d’emergenza per l’ordinanza di spegnimento del sindaco». La giustizia amministrativa dà ragione a azienda e governo. I sindacati: ora subito un piano sostenibile

 

Il verdetto che ridà il via libera all’acciaieria di Taranto era talmente atteso che la notizia sparisce dai media già a metà pomeriggio. Il Consiglio di Stato ha impiegato quasi tutti i 45 giorni a disposizione dall’udienza del 13 maggio – sarebbero scaduti nel weekend – per esprimere il proprio verdetto.

 

SESSANTADUE PAGINE che ricostruiscono la lunga vicenda dell’ordinanza del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci e ne sconfessano i requisiti di emergenza, ribaltando la sentenza del Tar della Puglia.

 

I giudici di palazzo Spada, organo di appello inemendabile della giustizia amministrativa, quarta sezione, hanno disposto l’annullamento della sentenza del Tar di Lecce. Per Acciaierie d’Italia, la nuova società tra ArcelorMittal Italia e Invitalia, «vengono dunque a decadere le ipotesi di spegnimento dell’area a caldo» e di «fermata degli impianti connessi, la cui attività produttiva proseguirà con regolarità».

 

A febbraio il Tar di Lecce aveva confermato una precedente ordinanza del sindaco di Taranto di febbraio 2020 e aveva ordinato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva perché inquinanti. Secondo i giudici dell’appello «va dichiarata l’illegittimità dell’ordinanza impugnata e ne va conseguentemente pronunciato l’annullamento».

 

Il potere di ordinanza, secondo i giudici amministrativi, «non risulta suffragato da un’adeguata istruttoria e risulta, al contempo, viziato da intrinseca contraddittorietà e difetto di motivazione».

 

LA QUARTA SEZIONE «non ha condiviso la tesi principale delle società appellanti, secondo cui deve escludersi ogni spazio di intervento del sindaco in quanto i rimedi predisposti dall’ordinamento, nell’ambito dell’autorizzazione integrata ambientale (Aia) che assiste l’attività svolta nello stabilimento, sarebbero idonei a far fronte a qualunque possibile inconveniente. Tuttavia, ha ritenuto che quel complesso di rimedi (compresi i poteri d’urgenza già attribuiti al Comune dal Testo unico sanitario del 1934, i rimedi connessi all’Aia che prevedono l’intervento del ministero della Transizione ecologica e le norme speciali adottate per l’Ilva dal 2012 in poi) sia tale da limitare il potere di ordinanza del sindaco, già per sua natura «residuale», alle sole situazioni eccezionali in cui sia comprovata l’inadeguatezza di quei rimedi a fronteggiare particolari e imminenti situazioni di pericolo per la salute pubblica».

 

«SITUAZIONI» CHE per il consiglio di Stato ora a Taranto non ci sono: «Le misure previste dal Piano risultano in corso di realizzazione e non emergono particolari ritardi o inadempimenti rispetto alla loro attuazione», sostengono i giudici amministrativi.

 

«Lascia perplessi il fatto che il collegio si sia concentrato esclusivamente sull’atto amministrativo, affermando invece di non volersi esprimere sul complessivo impatto ambientale e sanitario determinato dalla presenza sul territorio dello stabilimento siderurgico tarantino», commenta sorpreso Francesco Saverio Marini, difensore del comune di Taranto.

 

Una sentenza attesa, dicevamo. Soprattutto dal governo che, dopo la sentenza di condanna della Corte di appello di Taranto nel processo «Ambiente svenduto» di tre settimane fa, aveva dichiarato per bocca di due suoi ministri (Giorgetti e Cingolani) di attendere il pronunciamento del Consiglio di stato per decidere sul possibile spegnimento definitivo dell’area a caldo.

 

ORA NATURALMENTE L’AREA a caldo ripartirà anche se nessuno conosce il piano preciso della nuova compagine azionaria, guidata dal neo presidente Franco Bernabè, 73enne manager totalmente digiuno da esperienze siderurgiche. E colpisce la novità di ieri, l’inclusione di Fincantieri come partner, anch’esso digiuno di siderurgia.

 

LA SODDISFAZIONE del governo è nelle parole di Giancarlo Giorgetti: «Alla luce del pronunciamento del Consiglio di Stato sull’ex Ilva, che chiarisce il quadro operativo e giuridico, il governo procederà in modo spedito su un piano industriale ambientalmente compatibile e nel rispetto della salute delle persone. Obiettivo è rispondere alle esigenze dello sviluppo della filiera nazionale dell’acciaio accogliendo la filosofia del Pnrr recentemente approvato», dichiara il titolare del Mise.

 

DA PARTE SINDACALE l’accento viene posto sulla necessità di contrattare il nuovo piano. Per Gianni Venturi della Fiom ora «si apra un negoziato vero sul piano industriale con Acciaierie d’Italia e i ministri interessati; si definisca una transizione credibile ambientalmente e socialmente sostenibile; si rilanci un asset strategico». Per Rocco Palombella della Uilm adesso «è finito ogni tipo di alibi per la politica e l’azienda. Non c’è più tempo da perdere». «Auspichiamo che finisca questa fase d’incertezza. Azienda e governo diano certezze su investimenti, occupazione e transizione ecologica», sottolinea Roberto Benaglia della Fim Cisl.

 

Pensiero di Dario Russo

DIRITTO ALLA SALUTE E IL DIRITTO AL LAVORO Nemmeno il Consiglio di Satto rispetta la Costituzione.

23/06/2021

da Il Manifesto

Valerio Gigante

 

Ddl Zan. Secondo la Segreteria di Stato vaticana «alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’accordo di revisione del Concordato». Improbabile che la comunicazione del 17 giungo scorso non abbia avuto l’esplicito consenso del papa

 

La richiesta Vaticana di bloccare l’approvazione del ddl Zan perché contrasterebbe con il Concordato è – forse al di là delle stesse intenzioni venute da Oltretevere – di per sé dirompente.

 

Nell’edizione di ieri, il Corriere della Sera ha rivelato l’esistenza di una comunicazione consegnata il 17 giugno scorso da mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, all’ambasciata italiana presso la Santa Sede; in essa si afferma che «alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato». In particolare, al comma 1 viene assicurata alla Chiesa «libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale»; il comma 3 garantisce «ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

 

CHE LA CHIESA CATTOLICA abbia il timore che il ddl Zan comprima, nei fatti ancor più che sotto il profilo giuridico, il proprio margine di manovra e di intervento sulle questioni di genere si sapeva. Che il Vaticano potesse entrare a “gamba tesa” nel dibattito parlamentare in corso era invece meno prevedibile.

 

UN PRECEDENTE però c’è. Il 23 gennaio 1967 Paolo VI (in un discorso alla Rota romana) esprimeva riserve sulla legge cosiddetta Fortuna-Baslini che di lì a poco (dicembre 1970) avrebbe introdotto l’istituto del divorzio nell’ordinamento giuridico italiano, appellandosi proprio al rispetto del Concordato.

 

In quegli stessi giorni, L’Osservatore Romano denunciava il grave vulnus inferto al Concordato dalla proposta di legge. Quella volta per la Chiesa non ci fu nulla da fare e il divorzio divenne legge (e il referendum indetto nel 1974 per abolirlo fu perduto). A venire revisionato fu invece qualche anno dopo (1984) il Concordato, con 14 articoli e un protocollo addizionale in 7 punti che sancivano, tra le altre cose, il superamento del cattolicesimo come religione di Stato; nuove modalità di finanziamento delle istituzioni ecclesiastiche italiane (quello che divenne poi il discusso sistema dell’8 per mille); la nuova disciplina del recepimento agli effetti civili della nullità dei matrimoni religiosi stabilita dai tribunali ecclesiastici; la regolamentazione dell’insegnamento della religione cattolica, curriculare ma non più obbligatoria.

 

C’è da dire che negli ultimi anni l’establishment cattolico aveva mantenuto un profilo piuttosto basso sui temi eticamente sensibili e di genere. O almeno, sicuramente più basso di quello tenuto da Benedetto XVI e dal card. Camillo Ruini all’epoca dei Di.Co, dei Family Day, delle vicende di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro. Sul ddl Zan la Cei aveva preso posizioni critiche, ma senza lanciare anatemi; e a maggio, durante l’annuale assemblea plenaria dei vescovi, aveva chiesto modifiche, precisando di non essere però contraria a priori al provvedimento.

 

COME SPIEGARE quindi l’iniziativa della Segreteria di Stato? Qualcuno sostiene sia stata fatta senza l’esplicito consenso del papa. Ma è una ipotesi molto improbabile, anche perché il Segretario di Stato, card. Parolin, è stato scelto dal papa ed è a lui assai vicino; infine perché molti dimenticano che da arcivescovo di Buenos Aires, quando nel 2010 il governo argentino decise di legalizzare i matrimoni gay, Bergoglio definì il provvedimento «un attacco devastante ai piani di Dio» «ispirato dall’invidia del diavolo», divenendo il punto di riferimento delle manifestazioni a favore della famiglia e del matrimonio tra uomo e donna che si susseguirono tra la primavera e l’estate di quell’anno. Insomma, il papa sui temi cosiddetti “eticamente sensibili” e di genere non è affatto progressista.

 

Non è allora da scartare l’ipotesi che il Vaticano abbia scelto di muoversi nel tentativo di condizionare il dibattito parlamentare non più attraverso la mobilitazione diretta dei propri fedeli e delle proprie organizzazioni (prospettiva ormai poco praticabile e con molte controindicazioni), ma attraverso la pressione istituzionale e la forza giuridica che le viene dal Concordato.

 

Del resto, se già la capacità di mobilitazione delle masse cattoliche era scarsa all’epoca di Ruini (che boicottò cavalcando l’astensionismo il referendum sulla fecondazione assistita del 2005 perché conscio di non essere in grado di sconfiggere il “sì” nelle urne; e che sapeva di avere autorità sui dirigenti del laicato cattolico, ma non più sull’opinione pubblica cattolica), oggi probabilmente la Chiesa di Bergoglio si rende conto che lo scontro frontale sul ddl Zan sarebbe perdente in partenza; ma che la via istituzionale-giuridica può ottenere qualche risultato. Ossia qualche modifica al testo. Senza compromettere l’aura di apertura e modernità che circonda il papa. E senza nemmeno compromettere il dialogo con la cultura laica, secolarizzata e finanche progressista avviato sotto questo pontificato dopo gli anni difficili di Benedetto XVI.

22/06/2021

da il Manifesto

Norma Rangeri

 

È raro vedere a fine giugno una mobilitazione sindacale: evidentemente la situazione è davvero grave, e non solo per il braccio di ferro sul blocco dei licenziamenti

 

Il tono trionfalistico con cui il segretario del Pd ha commentato l’esito delle primarie non fa presagire nulla di buono, semmai indica la distanza che lo separa dalla realtà del paese. Come dimostra il fatto che i tre sindacati, Cgil, Cisl e Uil, siano costretti adesso a scendere in piazza per manifestare contro un governo nel quale il primo azionista (politico) è il Pd.

 

Sembra un paradosso, in realtà non lo è, perché se nasce una coalizione formata da Pd, 5S, Art.1, Italia Viva, Lega e Forza Italia, si fatica persino a sperare che lo sguardo sia rivolto verso chi vive solo del proprio lavoro. Gli interessi preminenti e dominanti sono invece altri.

 

Molti considerano Mario Draghi una specie di taumaturgo capace di traghettarci fuori dal disastro economico-sociale aggravato dalla tragedia della pandemia. Di sicuro si tratta di una persona preparata, capace di scelte economiche espansive e drastiche (come ha dimostrato nel corso degli ultimi anni in cui ha guidato la Bce). Tuttavia la sua è una storia tutta interna al capitalismo e certamente il lavoro non è la sua barra perché a indicargli la rotta sono gli investimenti, gli interessi, il Pil, il rating nazionale, le aziende (che infatti gli esprimono un alto gradimento, inversamente proporzionale all’opposizione riservata al governo Conte).

 

Non si può chiedere a chi ha nel suo Dna una formazione, un’esperienza, una credibilità apprezzata dalle banche e nel concerto internazionale, di stravolgere la propria immagine, indossando la tuta da lavoro. Semmai questa ipotetica tuta dovrebbe indossarla il Partito democratico, che, viceversa, appare sempre più coinvolto nelle logiche di potere che stravolgono chi è abituato a stare da troppo tempo nelle stanze dei bottoni, dove conta soltanto la capacità di decidere, influenzare. E di vincere (sempre meno) la battaglia del potere.

 

Il lavoro è, dovrebbe essere, comunque la chiave di volta politica, sociale, economica, perfino culturale di un partito che dice di difendere questo mondo. Però così non è.

 

Altrimenti Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, non direbbe che “ora domina lo sfruttamento, la precarietà l’insicurezza del lavoro…il tempo di vita e di lavoro viene piegato al mercato e al profitto. Questa assenza di vincoli sociali mette a rischio la tenuta democratica di un Paese”. Perciò la Cgil, insieme a Cisl e Uil, manifesterà sabato prossimo in tre città, Torino, Firenze e Bari, per un appuntamento che, seppure non richiamerà grandi numeri, può diventare un segnale importante.

 

È raro vedere a fine giugno una mobilitazione sindacale: evidentemente la situazione è davvero grave, e non solo per il braccio di ferro sul blocco dei licenziamenti. Per quanto il presidente del consiglio, nel corso dei suoi incontri europei di questi giorni, insista sul tasto della coesione sociale, nulla sembra rendere concreta questa ripetuta evocazione.

 

Tuttavia la mobilitazione sindacale di sabato può funzionare da spartiacque per il futuro dello stesso governo, dal momento che Pd e Art.1 sanno bene che è in gioco non solo la loro credibilità, bensì il significato stesso della loro presenza dentro questo anomalo governo. Bloccare i licenziamenti non è dunque solo un atto dovuto, dopo un anno e mezzo di paralisi da Pandemia, ma un messaggio a quell’Italia che si riconosce nel principio fondativo della Costituzione, a quella parte del paese che crede nella centralità e nella tutela del lavoro, un principio-cardine messo in discussione dal ventennio berlusconiano (che considerava la Costituzione una cartaccia comunista), in poi.

 

Un’appartenenza e una identità che, è bene ricordarlo, non ha nulla di ideologico. Anzi. Perché riguarda la sopravvivenza di milioni di persone (ridotte in povertà pur lavorando), perché coinvolge la vita sociale, protegge i diritti della maggioranza dei cittadini, alimenta l’economia di un Paese. Difficile capire come possano, le forze democratiche, progressiste, di sinistra, non rendersi conto che difendendo il lavoro, difendono anche la loro incerta sopravvivenza.

19/06/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Antonello Patta, responsabile lavoro
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Il coordinatore del Sicobas di Novara, Adil Belakhdim, è stato travolto e ucciso da un camion che ha forzato il presidio dei lavoratori davanti alla Lidl di Biandrate in occasione dello sciopero nazionale della logistica.
Dopo le aggressioni subite dai lavoratori a Prato, a San Giuliano Milanese e quella violentissima con l’utilizzo di vigilantes di Tavazzano appare chiara la volontà padronale di uno scontro duro per piegare le lotte dei lavoratori e del Sicobas.


L’omicidio del sindacalista è figlio della protervia padronale che non accetta che possano essere messe in discussione le condizioni di sfruttamento, i bassi salari e la precarietà vigenti nella logistica.
E’ l’ennesimo attacco al diritto di scioperare e lottare per tutele e diritti minimi e contro il potere di ricatto dei lavoratori garantito alle aziende da leggi inique e dall’utilizzo a rotazione di finte cooperative sostituite alla bisogna per poter licenziare e ridurre i salari.


Chiamiamo in causa le gravissime responsabilità di padroni che stanno riportando indietro di cento anni le condizioni dei lavoratori riportandoli al rango di sudditi senza parola e senza diritti.
Ma non si possono tacere le vere e proprie connivenze di questo e dei governi degli ultimi trent’anni che hanno approvato e non stanno modificando leggi che hanno trasformato il mercato del lavoro in un suk di braccia.
Nell’esprimere solidarietà alle compagne e ai compagni del Sicobas e alla famiglia di Adil ribadiamo con grande forza la necessità di abolire tutte le leggi che hanno precarizzato il mercato del lavoro e di introdurre un salario minimo orario legale.

18/06/2021

da il Fatto Quotidiano

 

Subito il sindacalista è stato soccorso dagli altri lavoratori e dal 118 ma per lui non c'è stato. nulla da fare. Il camion è stato invece bloccato successivamente in autostrada dai carabinieri

 

Adil Belakhdim, sindacalista Cobas di 37 anni, è morto questa mattina investito da un camion nel corso di una manifestazione dei lavoratori nell’area logistica di Biandrate, a pochi chilometri da Novara. L’incidente è avvenuto davanti ai cancelli del deposito territoriale della catena di supermercati Lidl in via Guido il Grande: il mezzo pesante ha investito l’uomo durante una manovra e poi si sarebbe allontanato senza prestare soccorso. Subito il sindacalista è stato soccorso dagli altri lavoratori e dal 118 ma per lui non c’è stato nulla da fare. L’investitore, un uomo di origini campane, è stato invece rintracciato grazie alle immagini della videosorveglianza del magazzino e bloccato successivamente in un’area di servizio in autostrada dai carabinieri.

 

“Il camion ha forzato il presidio all’esterno del magazzino investendo i lavoratori, tra cui Adil”, ha fatto sapere Si Cobas, spiegando che la vittima era il coordinatore del sindacato per Novara. “Quel camion lo ha trascinato per una ventina di metri, il conducente non può non essersene accorto“, dicono i lavoratori che hanno assistito all’incidente. Le circostanze e la dinamica sono tuttora al vaglio delle forze dell’ordine. Sembra che l’autista, dopo un diverbio con i manifestanti, abbia forzato il blocco della protesta che stava per cominciare e ha quindi investito e trascinato per una decina di metri il sindacalista che stava attraversando la strada sulle strisce pedonali per portarsi davanti ai cancelli. Il camion ha urtato e ferito anche altri due manifestanti che si trovano ora in ospedale: secondo quanto si apprende, le loro condizioni non sarebbero gravi.

 

17/06/2021

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il caso. Secondo l'Istat ecco i primi effetti della pandemia sociale in un paese privo di un Welfare che assicura il diritto dell'esistenza delle persone: 5,6 milioni in povertà assoluta. E il «reddito di cittadinanza» ne copre solo 2,6. 1,3 milioni di minori sono in povertà. Secondo la Garante per l'Infanzia Garlatti sono aumentati di 200 mila unità in un solo anno. 29,3 per cento: è l’incidenza della povertà assoluta tra i cittadini stranieri residenti, è il 7,5% tra gli italiani. I cittadini extracomunitari residenti da meno di 10 anni sono stati esclusi da una norma razzista di Lega e Cinque Stelle. Ora serve la trasformazione del loro "reddito" in un reddito di base incondizionato. Altrimenti il prossimo anno ci sarà l'aumento di un altro milione di poveri in più.

 

Un milione di poveri assoluti in più nel primo anno della pandemia: da 4,6 milioni nel 2019 a oltre 5,6 nel 2020. Le famiglie in povertà sono oltre due milioni. Senza un’evoluzione del cosiddetto «reddito di cittadinanza» verso un reddito di base l’anno prossimo ci ritroveremo a commentare l’aumento di un altro milione di poveri. Questa misura può essere creata innalzando i criteri di accesso come l’indicatore della situazione economica equivalente (Isee) liberato da vincoli e condizionalità che oggi escludono i soggetti più colpiti: i lavoratori poveri che hanno perso il lavoro e i cittadini extracomunitari residenti da meno di dieci anni.


LE STIME comunicate ieri dall’Istat sono definitive. Mai questo livello era stato raggiunto dal 2005, anno in cui sono iniziate ad essere compilate le serie storiche. Rispetto alla crisi del 2007-2008, da cui l’Italia non si è ancora ripresa, quella innescata dal Covid si annuncia peggiore, mentre gli strumenti del Welfare restano inadeguati.

 

I SENATORI dei Cinque Stelle in commissione lavoro ancora ieri hanno rilanciato l’idea per cui il «reddito di cittadinanza» – in realtà un sussidio di ultima istanza collegato a politiche attive del lavoro particolarmente feroci sulla carta e mai ancora applicate – è stato «un fondamentale strumento di protezione sociale in questo anno drammatico». Più che una diga, questo «reddito» è stato un lenitivo che non ha raggiunto nemmeno tutta l’area della povertà assoluta preesistente al Covid. Secondo l’Istat nel 2019 gli individui in questa condizione erano poco più di 4,6 milioni, mentre l’anno prima erano poco superiori ai 5 milioni (un calo di poco più di 400 mila unità, dunque). Per l’Inps ad aprile 2021 il «reddito» (559 euro medi mensili) copriva 1,1 milioni famiglie, 2,6 milioni di persone, poco più della metà dei poveri assoluti nel 2019.

 

COME SI SPIEGA questo fenomeno? Per i limiti restrittivi concepiti per escludere e non includere. Per ottenere il beneficio bisogna avere, tra l’altro, un Isee inferiore a 9.360 euro; un patrimonio finanziario non superiore a 6 mila euro; un reddito familiare inferiore a 6 mila euro moltiplicato per una scala di equivalenza che penalizza le famiglie numerose (le più colpite oggi). Questi criteri, già oggi, impediscono di raggiungere potenzialmente tutti i poveri assoluti. Non solo: escludono tutti coloro che hanno perso il lavoro, quindi una fonte di reddito, e quelle che non hanno perso il lavoro ma il reddito con la cassa integrazione. Il problema è stato posto inutilmente già durante i mesi più drammatici dei lockdown. Invece di modificare questi problemi strutturali il governo «Conte 2» ha inventato un’altra misura, il «reddito di emergenza». Si tratta di un doppione del «reddito di emergenza» che risponde a criteri leggermente più ampi, ma pur sempre temporanei e occasionali, del tutto inadeguati per rispondere a un’emergenza strutturale che rischia di durare anni.

 

NELLA SUA ANALISI l’Istat segnala come il «reddito di cittadinanza», misure straordinarie come bonus erogati senza alcuna prospettiva e le casse integrazioni abbiano diluito «l’intensità della povertà assoluta», ma in tutta evidenza non hanno fermato il suo aumento in termini assoluti. Sono stati persi molti redditi principali nelle famiglie, ma anche molti secondi redditi, quelli ad esempio delle donne che di solito permettono di mantenere la famiglia al di sopra la soglia della povertà. Insieme ai giovani la crisi le ha colpite molto duramente. L’Istat dimostra che la nuova povertà riguarda anche le famiglie che, pur pagando un mutuo, sono povere e non riescono ad affrontare le spese fondamentali per il sostentamento. I criteri del «reddito di cittadinanza» escludono molte di queste persone che non erano povere in termini assolute, ma erano in condizioni critiche. La crisi ha peggiorato la loro condizione. Oggi però non possono dimostrare di essere povere perché il sussidio viene erogato in base alla situazione economica di due anni fa e non in base di quella corrente.

 

ALTRO DATO fondamentale per capire la natura della crisi: sono colpite le famiglie con figli minori ed è aumentata la povertà assoluta dei bambini e degli adolescenti: 1,3 milioni di persone. Secondo l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Carla Garlatti tra il 2019 e il 2020 i minorenni in povertà assoluta sono aumentati di 200 mila unità. L’incidenza di povertà assoluta è più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti. E qui emerge il lato più inquietante, e meno discusso, della misura voluta da Lega e Cinque Stelle nel 2019: il suo razzismo. Per l’Istat le famiglie dei cittadini stranieri extracomunitari con figli sono le più colpite (29,3%). Tranne quelle residenti da più di dieci anni le altre sono escluse dal beneficio del «reddito» da una norma abnorme e incostituzionale.

 

*** Bin Italia: «Ora il reddito di base»
«Dal 2020 il dibattito sul reddito di base ha ricevuto un interesse mai registrato prima in tutto il mondo. Il primo ministro del Galles ha avviato una sperimentazione su 5 mila persone – afferma Sandro Gobetti del Basic Income Network-Italia – Accadrà lo stesso in Scozia per superare le forme di reddito minimo condizionato come l’Universal Credit inglese, cioè la somma dei sostegni ma più bassa. È quello che vogliono istituire da noi con il reddito di cittadinanza. In Italia noi chiediamo già da 1 anno l’innalzamento dei criteri di accesso alla misura (Isee) così da estendere la platea per raggiungere anche la povertà relativa e anticipare il rischio della povertà assoluta. Tra un anno ci sarà 1 milione di poveri in più. La somma dev’essere dignitosa. Va fatto un vero investimento sul Welfare. È giunto il momento di fare un vero dibattuto sul reddito incondizionato come richiesto dall’iniziativa dei cittadini europei in corso».

 

*** Alleanza contro la povertà: «Interventi urgenti,modificare il Reddito di emergenza»
Il cartello di associazioni e sindacati «Alleanza contro la Povertà» (che comprende realtà che vanno dalla Caritas alla Cgil) chiede la riforma del «reddito di cittadinanza» inglobando una parte della platea dei percettori del «reddito di emergenza» e il superamento delle misure che penalizzano o escludono dal beneficio proprio alcune famiglie con i minori e/o composte da cittadini stranieri. Chiede inoltre di «potenziare i servizi sociali per assicurare «un’adeguata presa in carico della popolazione e l’attivazione di percorsi di inclusione sociale». Chiede infine di «valutare con attenzione nella definizione dell’assegno unico ed universale a sostegno dei figli, introdotto il prossimo anno e nell’assegno temporaneo per figli di recente introduzione, modalità di integrazione con il reddito di Cittadinanza che tengano conto della drammatica incidenza della povertà tra le famiglie con minori».

16/06/2021

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

Blocchi di Partenza. Manifestazioni di Cgil, Cisl e Uil a Torino, Firenze e Bari sabato 26: serve più lavoro. Incontro con Italia Viva sugli emendamenti al decreto Sostegni bis. Anche Draghi vede i leader

 

La «voglia di piazza» – evocata da Francesca Re David nell’intervista di lunedì – era troppo forte. E condivisa anche da Cisl e Uil. Così i sindacati tornano a fare manifestazioni nazionali: l’ultima fu il 18 settembre dell’anno scorso. La prima post pandemia – si spera – sarà sabato 26 giugno, ancora articolata in tre manifestazioni come l’anno scorso ma cambiando le città: una a Torino con Maurizio Landini, a Firenze con Luigi Sbarra e a Bari con Pierpaolo Bombardieri a Bari, mentre 10 mesi fa si tennero a Milano, Roma e Napoli. E incentrata sulla richiesta di prolungare il blocco dei licenziamenti «almeno fino a ottobre per evitare un dramma sociale e nel frattempo preparare una riforma universalistica degli ammortizzatori sociali».

 

LA SCELTA DELLE TRE PIAZZE è dovuta alla necessità di evitare l’eccessivo affollamento che una sola manifestazione nazionale avrebbe comportato e anche l’individuazione delle tre piazze è stata fatta potendo garantire la massima partecipazione in uno spazio più grande possibile. I tre segretari organizzativi delle confederazioni hanno lavorato per qualche giorno prima di sciogliere la riserva, mentre Landini lunedì ha riunito i segretari delle categorie per comunicare la decisione.

 

«Riprenderci le piazze, chiamare i lavoratori a prendersi la propria parola e indicare una prospettiva che sia fondata non sui licenziamenti ma sulla difesa e la creazione di nuovo lavoro e anche su quelle riforme fondamentali, come per esempio quella fiscale che per noi è centrale e deve riguardare sia il salario, sia le pensioni», ha spiegato Landini.

 

«VOGLIAMO INTENSIFICARE la fase di mobilitazione unitaria sui temi del lavoro e della sua sicurezza, sollecitando i necessari cambiamenti al decreto Sostegni bis. Il 26 giugno faremo tre grandi manifestazioni ed andremo avanti fino a quando non raggiungeremo i nostri obiettivi e sulla base delle priorità indicate nella nostra piattaforma unitaria», ha detto il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra.

 

«LO SBLOCCO dei licenziamenti alla fine di giugno determinerà una situazione sociale ingestibile: bisogna trovare una soluzione per prolungare la moratoria – spiega Pierpaolo Bombardieri, leader Uil – . Noi abbiamo delle idee e siamo pronti al confronto. Con questo spirito costruttivo e a sostegno delle nostre istanze per il rilancio del paese, abbiamo deciso di dare continuità alla mobilitazione di Cgil, Cisl, Uil: sabato 26 giugno saremo in piazza, non “contro”, ma “per” una proposta di crescita e di futuro», ha concluso.

 

La giornata di ieri è stata fitta di incontri. I tre segretari generali hanno incontrato i gruppi parlamentari di Italia Viva, di certo non favorevoli al blocco dei licenziamenti. I parlamentari renziani hanno preso impegni generici e puntato tutto sulle politiche attive.
Continua invece il tentativo di mediazioni di Mario Draghi, consapevole della delicatezza della materia «licenziamenti», che ieri ha incontrato nel tardo pomeriggio il leader della Uil Pierpaolo Bombardieri, mentre lunedì aveva visto Landini e Sbarra. Ma la posizione di Cgil, Cisl e Uil è rimasta sempre ferma: un prolungamento del blocco solo per alcuni settori – tessile in testa – non basta, serve una norma generale.

 

Gli emendamenti depositati al decreto Sostegni bis che ricalcano la volontà dei sindacati sono numerosi, sia da parte di Sinistra Italiana, Leu, Pd e M5s. Difficile però immaginare a oggi che il governo dia parere favorevole. Più probabile un accordo nella fin troppo composita maggioranza su una proposta governativa. Ma con la possibilità della beffa temporale: la conversione del decreto scavallerà certamente il primo luglio, giorno in cui le aziende di industria, manifattura e costruzioni – quelle dotate di cassa integrazione ordinaria – potranno già iniziare a licenziare, come da decreto Sostegni uno.

 

«NON È QUELLA LA NOSTRA proposta perché un blocco selettivo vuol dire che qualcuno lo proteggi e qualcun altro no, non è la soluzione del problema», spiegava Landini al termine dell’incontro con Italia viva. «Alle imprese viene data la possibilità usare la cassa ordinaria a costo zero, e sono stati dati anche altri contributi e forme di sostegno: pensiamo che questi debbano essere condizionati al fatto che però licenziamenti non ne fai».

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