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LAVORO E DIRITTI

 

02/01/2022

USB Nazionale Lavoro Privato

Ex GKN: la vertenza sembra brancolare nel buio, i lavoratori vogliono chiarezza sul loro futuro

Si è svolto venerdì 29 al tavolo del ministero dello sviluppo economico l’incontro riguardante l’esame congiunto per la richiesta di CIG straordinaria prevista dalla normativa sugli ammortizzatori sociali.

 

Un incontro dove appare evidente come questa vertenza si stia avviluppando su se stessa e dove l’azienda QF, quella nelle mani dell’ex advisor Borgomeo, non riesce a fornire le garanzie industriali necessarie a formalizzare un accordo sugli ammortizzatori sociali, che oggi non vengono nemmeno più anticipati ai lavoratori dall’azienda.

 

USB a questo tavolo ha posto con forza la necessità di avere la massima chiarezza sul percorso in atto, che sembra non avere oggi più alcuna direzione:

 

Borgomeo sembra essere in balia degli eventi, continua a rivendicare l’agibilità dello stabilimento senza però offrire elementi di sostanza per far avanzare la discussione, si dice pronto a condividere anche il progetto di “condominio industriale” basandosi evidentemente su quanto pervenutogli dalla discussione del comitato di proposta e verifica che a sua volta ha presentato – con il riscontro positivo della regione Toscana – una serie di indicazioni su possibili percorsi di re-industrializzazione attraverso lo strumento del consorzio industriale.

 

QF al tavolo odierno ha dichiarato di essere orientata a garantire uno spazio a questa discussione, anche perché intravede in questo, una possibilità di accedere all'ammortizzatore sociale richiesto.

 

Presente anche il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che dichiarando che ad oggi l’unico progetto industriale concreto è quello di Borgomeo, rimette nelle mani dell’imprenditore l’onere di indicare ad un prossimo tavolo elementi concreti che possono dare gambe anche ad un intervento di Invitalia attraverso il suo fondo di salvaguardia.

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

31/12/2022

da Left

Stefano Galieni

Decreto Ong, sfregio alla Costituzione e al diritto internazionale

 

Gli inaccettabili i limiti posti dal governo Meloni alle operazioni delle navi umanitarie nel Mediterraneo per la ricerca e salvataggio dei migranti

 

Finisce l’anno con una operazione che unisce, propaganda, tentativo di riaffermare autorevolezza sul controllo dei confini, dopo gli schiaffoni presi in sede Unione europea soprattutto dalla Francia e infine, raffinato modo per tramutare in legge ciò che di fatto non era ancora stato normato. Leggendo la bozza del testo del “decreto immigrazione” del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ex capo di gabinetto di Matteo Salvini, si intuisce come le spinte provenienti dal Viminale siano state ammorbidite tanto per non irritare ulteriormente le autorità Ue quanto per non cadere sotto le pressioni del Quirinale. In definitiva quello che cerca di attuare il nuovo governo è estremamente semplice: riportando tutte le responsabilità degli arrivi di migranti e richiedenti asilo sulle spalle delle navi umanitarie delle Ong, che in realtà nel 2022 hanno portato in salvo poco più del 14% delle persone partite per giungere in Europa, si rende loro, questa volta per legge, la vita più complicata.

 

Si tratta, con le dovute differenze, di rendere legge il Codice di condotta redatto nel 2017 da Minniti e che quantomeno aveva un carattere “consensuale”, ovvero le Ong che lo ratificano hanno il diritto di operare nel Mediterraneo centrale. Il testo definitivo non è stato ancora presentato, probabilmente sarà anche fonte di discussione con la Presidenza della Repubblica visti i numerosi appigli di incostituzionalità, ma in sintesi stabilisce alcuni concetti chiave. Le navi delle Ong, potranno, di fatto, effettuare una sola operazione di soccorso per volta – fermo restando il divieto, tranne che per casi di comprovata emergenza, di entrare nelle acque libiche – e di questa dovranno informare l’Imrcc (Italian maritime rescue coordination centre), Centro nazionale di coordinamento del soccorso, che assegnerà all’imbarcazione un Pos (Place of safety), porto sicuro in Italia verso cui dovranno recarsi. Le ultime scelte operate ancora in assenza del decreto, il porto di Livorno e quello di Ravenna, danno già l’idea di quello che è l’obiettivo principale del provvedimento. Portare le navi Ong fuori dal Mediterraneo centrale, costringere naufraghi ed equipaggio ad una lunga navigazione per poi rallentare i tempi di ritorno in mare della stessa.

 

La bozza del decreto diviene molto più severa rispetto alle caratteristiche a bordo che dovranno rispettare le navi umanitarie: chiede, ma non impone che chi soccorre, sottragga anche i natanti su cui erano presenti i migranti partiti (misure anti inquinamento o per rallentare le operazioni e impedire il riutilizzo degli stessi?) Si chiede che le navi umanitarie abbiano i requisiti di idoneità tecnico – nautica alla sicurezza della navigazione nelle acque territoriali. In questa maniera si compie uno dei tanti atti d’imperio e di discriminazione verso dette imbarcazioni. Agli altri natanti in mare per turismo o per motivi commerciali, tali certificazioni non vengono richieste e questo costituisce un abuso verso lo Stato di cui l’imbarcazione batte bandiera.

 

Ai soccorritori è poi chiesto di avviare tempestivamente e a bordo, iniziative per acquisire le intenzioni di richiedere protezione internazionale. L’obiettivo di Piantedosi era quello di ottenere che chi viene soccorso da navi con bandiere di altri Stati dovesse poi trovare protezione presso gli stessi. Già in sede di Commissione europea su questo era stato espresso parere negativo. Prima era prassi che il comandante della nave poteva solo accettare manifestazioni di volontà di chiedere protezione. Ma né il comandante né i naufraghi possono essere obbligati ad ottemperare a tale richiesta. Ad escludere tali prassi sono le stesse linee guida dell’Unhcr.

 

La nave umanitaria che va ad effettuare “soccorsi non casuali” è poi tenuta a richiedere all’autorità della zona Sar (Search And Rescue), soccorso e ricerca, competente, l’assegnazione del porto di sbarco. Qui sorge il problema legato al fatto che gran parte dei soccorsi operati dalle Ong avvengono nelle zone Sar di Libia, Tunisia e Malta. Questo si può tradurre nell’invito alle autorità dei Paesi di competenza di riprendersi le imbarcazioni dei fuggitivi? Libia e Tunisia non sono considerati “porti sicuri”, Malta spesso non interviene. Già è depositata una denuncia alla Corte Internazionale per le violazioni connesse a quelli che sono considerati respingimenti indiretti verso la Libia. Si vuole reiterare l’ipotesi di reato? Intanto col “decreto Piantedosi” si attuano, vedremo poi in che termini, intimidazioni verso le ong, chiedendo ai comandanti delle navi umanitarie di compiere operazioni che violano numerose convenzioni internazionali relative alla necessità di portare in salvo le persone. Il modo attraverso cui si tenta di impedire una completa attività di soccorso è riassumibile in due concetti a) il porto di sbarco individuato dalle autorità competenti (italiane) va raggiunto senza ritardo per il completamento delle operazioni di soccorso. Della serie che se la nave Ong si trova nei pressi di Lampedusa e il porto assegnato fosse Venezia, non ci devono essere deviazioni nella rotta da seguire. b) se si dovessero effettuare operazioni di soccorso plurime, quelle successive alla prima devono essere effettuate in conformità agli obblighi di notifica (richiedere autorizzazione per emergenza) e non devono compromettere l’obbligo di raggiungimento, senza ritardo, del porto di sbarco assegnato. Viene da domandarsi come verrà considerato un “ritardo” dovuto al fatto che, ricevendo una richiesta di soccorso, la nave Ong, si ritrovi a dover scegliere se proseguire per il tragitto segnato o deviare – quindi impiegando del tempo – per effettuare ulteriore soccorso.

 

Le operazioni ricerca e di soccorso, vera ossessione governativa, non devono aggravare situazioni di pericolo a bordo né di raggiungere tempestivamente il porto di sbarco assegnato. Quindi anche trasbordare profughi in difficoltà o in condizioni di vulnerabilità, per effettuare altri soccorsi richiesti, viene considerato come azione riprovevole. Da ultimo, la nave che operi un salvataggio deve fornire alle autorità Imrcc e, in caso di assegnazione di un porto di sbarco, deve fornire tutte le informazioni richieste ai fini dell’acquisizione di elementi relativi alla ricostruzione dettagliata delle fasi dell’operazione di soccorso effettuata. In realtà questo viene sempre effettuato, per interesse stesso dei soccorritori, ma la disposizione serve a ribadire il concetto per cui le Ong sono organizzazioni opache che non hanno (non c’è stato alcun elemento a comprovarlo finora) comunicato con esattezza il proprio operato.

 

Pur non prevedendo sanzioni penali per chi non ottempera a tale decreto c’è un vasto quanto generico quadro di sanzioni amministrative a discrezionalità dei prefetti, da mettere in campo: si va dal “fermo amministrativo” delle navi di soccorso al sequestro o confisca della nave, alle multe. Non è chiaro (forse verrà regolamentato nei prossimi giorni) il rapporto fra specifica violazione e sanzione in cui si incorre, intanto quello che avverrà andrà contro ogni diritto di difesa. Ad esempio dare ad un prefetto il potere di effettuare anche il sequestro cautelare di un’imbarcazione battente bandiera di un altro Paese, viola apertamente le norme sovrannazionali contenute nelle Convenzioni di diritto del mare e dei regolamenti europei. Il decreto prevede una sanzione al comandante della nave di soccorso che può andare dai 10mila ai 50mila euro, ovviamente la responsabilità anche dell’armatore e del proprietario dell’imbarcazione. Si aggiunge che il fermo amministrativo per 2 mesi della nave, custodia e manutenzione della stessa sono a carico di chi comanda la stessa. Può essere presentato entro 60 giorni ricorso al provvedimento e il Prefetto che ha 20 giorni di tempo per decidere se confermarlo o meno. Se si reitera la violazione scatta la confisca e il sequestro cautelare della nave. Quando non vengono fornite le informazioni richieste rispetto alle modalità dell’intervento di soccorso, la sanzione è contenuta fra i 2mila e i 10mila euro, la nave fermata per venti giorni salvo reiterazione della violazione (2 mesi).

 

In attesa di vedere se giungeranno segnali dal Quirinale per modificare il decreto, va detto che questo contiene numerosi appigli legali da impugnare anche in Italia. Secondo il prof Fulvio Vassallo Paleologo, oltre alle violazioni di gran parte dei trattati internazionali Piantedosi di fatto non rispetta gli articoli: 2, 3,10, 117 della Costituzione e innescherà uno scontro senza precedenti a livello Ue. Troppe sono le imposizioni che si determinano verso le Ong, in particolare verso quelle di Stati appartenenti all’Unione che dovrebbero attenersi a comandi che il governo italiano e i suoi organi periferici (le prefetture), non hanno autorità per determinare. Comunque il risultato che si intende produrre è una “istituzionalizzazione dell’omissione di soccorso in mare”, l’intimidazione per legge delle organizzazioni umanitarie e della solidarietà e, per forza di cose, l’incremento prossimo delle vittime in mare determinate da tali misure. Ad inizio dicembre, il gruppo parlamentare europeo The Left ha pubblicato una ricerca, commissionata, sulle violazioni dei diritti umani verso i migranti, in 4 volumi. Un testo raccapricciante che riguarda i crimini commessi da governi di 15 Paesi, fra cui l’Italia e che riporta notizie di circa 25mila casi di violazioni. C’è da temere che, qualora il decreto dovesse essere effettivamente applicato, ci sarà presto spazio per un nuovo volume, interamente dedicato all’Italia.

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

31/12/2022

da Left

Stefano Galieni

 

Decreto Ong, sfregio alla Costituzione e al diritto internazionale

 

Gli inaccettabili i limiti posti dal governo Meloni alle operazioni delle navi umanitarie nel Mediterraneo per la ricerca e salvataggio dei migranti

 

Finisce l’anno con una operazione che unisce, propaganda, tentativo di riaffermare autorevolezza sul controllo dei confini, dopo gli schiaffoni presi in sede Unione europea soprattutto dalla Francia e infine, raffinato modo per tramutare in legge ciò che di fatto non era ancora stato normato. Leggendo la bozza del testo del “decreto immigrazione” del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ex capo di gabinetto di Matteo Salvini, si intuisce come le spinte provenienti dal Viminale siano state ammorbidite tanto per non irritare ulteriormente le autorità Ue quanto per non cadere sotto le pressioni del Quirinale. In definitiva quello che cerca di attuare il nuovo governo è estremamente semplice: riportando tutte le responsabilità degli arrivi di migranti e richiedenti asilo sulle spalle delle navi umanitarie delle Ong, che in realtà nel 2022 hanno portato in salvo poco più del 14% delle persone partite per giungere in Europa, si rende loro, questa volta per legge, la vita più complicata.

 

Si tratta, con le dovute differenze, di rendere legge il Codice di condotta redatto nel 2017 da Minniti e che quantomeno aveva un carattere “consensuale”, ovvero le Ong che lo ratificano hanno il diritto di operare nel Mediterraneo centrale. Il testo definitivo non è stato ancora presentato, probabilmente sarà anche fonte di discussione con la Presidenza della Repubblica visti i numerosi appigli di incostituzionalità, ma in sintesi stabilisce alcuni concetti chiave. Le navi delle Ong, potranno, di fatto, effettuare una sola operazione di soccorso per volta – fermo restando il divieto, tranne che per casi di comprovata emergenza, di entrare nelle acque libiche – e di questa dovranno informare l’Imrcc (Italian maritime rescue coordination centre), Centro nazionale di coordinamento del soccorso, che assegnerà all’imbarcazione un Pos (Place of safety), porto sicuro in Italia verso cui dovranno recarsi. Le ultime scelte operate ancora in assenza del decreto, il porto di Livorno e quello di Ravenna, danno già l’idea di quello che è l’obiettivo principale del provvedimento. Portare le navi Ong fuori dal Mediterraneo centrale, costringere naufraghi ed equipaggio ad una lunga navigazione per poi rallentare i tempi di ritorno in mare della stessa.

 

La bozza del decreto diviene molto più severa rispetto alle caratteristiche a bordo che dovranno rispettare le navi umanitarie: chiede, ma non impone che chi soccorre, sottragga anche i natanti su cui erano presenti i migranti partiti (misure anti inquinamento o per rallentare le operazioni e impedire il riutilizzo degli stessi?) Si chiede che le navi umanitarie abbiano i requisiti di idoneità tecnico – nautica alla sicurezza della navigazione nelle acque territoriali. In questa maniera si compie uno dei tanti atti d’imperio e di discriminazione verso dette imbarcazioni. Agli altri natanti in mare per turismo o per motivi commerciali, tali certificazioni non vengono richieste e questo costituisce un abuso verso lo Stato di cui l’imbarcazione batte bandiera.

 

Ai soccorritori è poi chiesto di avviare tempestivamente e a bordo, iniziative per acquisire le intenzioni di richiedere protezione internazionale. L’obiettivo di Piantedosi era quello di ottenere che chi viene soccorso da navi con bandiere di altri Stati dovesse poi trovare protezione presso gli stessi. Già in sede di Commissione europea su questo era stato espresso parere negativo. Prima era prassi che il comandante della nave poteva solo accettare manifestazioni di volontà di chiedere protezione. Ma né il comandante né i naufraghi possono essere obbligati ad ottemperare a tale richiesta. Ad escludere tali prassi sono le stesse linee guida dell’Unhcr.

 

La nave umanitaria che va ad effettuare “soccorsi non casuali” è poi tenuta a richiedere all’autorità della zona Sar (Search And Rescue), soccorso e ricerca, competente, l’assegnazione del porto di sbarco. Qui sorge il problema legato al fatto che gran parte dei soccorsi operati dalle Ong avvengono nelle zone Sar di Libia, Tunisia e Malta. Questo si può tradurre nell’invito alle autorità dei Paesi di competenza di riprendersi le imbarcazioni dei fuggitivi? Libia e Tunisia non sono considerati “porti sicuri”, Malta spesso non interviene. Già è depositata una denuncia alla Corte Internazionale per le violazioni connesse a quelli che sono considerati respingimenti indiretti verso la Libia. Si vuole reiterare l’ipotesi di reato? Intanto col “decreto Piantedosi” si attuano, vedremo poi in che termini, intimidazioni verso le ong, chiedendo ai comandanti delle navi umanitarie di compiere operazioni che violano numerose convenzioni internazionali relative alla necessità di portare in salvo le persone. Il modo attraverso cui si tenta di impedire una completa attività di soccorso è riassumibile in due concetti a) il porto di sbarco individuato dalle autorità competenti (italiane) va raggiunto senza ritardo per il completamento delle operazioni di soccorso. Della serie che se la nave Ong si trova nei pressi di Lampedusa e il porto assegnato fosse Venezia, non ci devono essere deviazioni nella rotta da seguire. b) se si dovessero effettuare operazioni di soccorso plurime, quelle successive alla prima devono essere effettuate in conformità agli obblighi di notifica (richiedere autorizzazione per emergenza) e non devono compromettere l’obbligo di raggiungimento, senza ritardo, del porto di sbarco assegnato. Viene da domandarsi come verrà considerato un “ritardo” dovuto al fatto che, ricevendo una richiesta di soccorso, la nave Ong, si ritrovi a dover scegliere se proseguire per il tragitto segnato o deviare – quindi impiegando del tempo – per effettuare ulteriore soccorso.

 

Le operazioni ricerca e di soccorso, vera ossessione governativa, non devono aggravare situazioni di pericolo a bordo né di raggiungere tempestivamente il porto di sbarco assegnato. Quindi anche trasbordare profughi in difficoltà o in condizioni di vulnerabilità, per effettuare altri soccorsi richiesti, viene considerato come azione riprovevole. Da ultimo, la nave che operi un salvataggio deve fornire alle autorità Imrcc e, in caso di assegnazione di un porto di sbarco, deve fornire tutte le informazioni richieste ai fini dell’acquisizione di elementi relativi alla ricostruzione dettagliata delle fasi dell’operazione di soccorso effettuata. In realtà questo viene sempre effettuato, per interesse stesso dei soccorritori, ma la disposizione serve a ribadire il concetto per cui le Ong sono organizzazioni opache che non hanno (non c’è stato alcun elemento a comprovarlo finora) comunicato con esattezza il proprio operato.

 

Pur non prevedendo sanzioni penali per chi non ottempera a tale decreto c’è un vasto quanto generico quadro di sanzioni amministrative a discrezionalità dei prefetti, da mettere in campo: si va dal “fermo amministrativo” delle navi di soccorso al sequestro o confisca della nave, alle multe. Non è chiaro (forse verrà regolamentato nei prossimi giorni) il rapporto fra specifica violazione e sanzione in cui si incorre, intanto quello che avverrà andrà contro ogni diritto di difesa. Ad esempio dare ad un prefetto il potere di effettuare anche il sequestro cautelare di un’imbarcazione battente bandiera di un altro Paese, viola apertamente le norme sovrannazionali contenute nelle Convenzioni di diritto del mare e dei regolamenti europei. Il decreto prevede una sanzione al comandante della nave di soccorso che può andare dai 10mila ai 50mila euro, ovviamente la responsabilità anche dell’armatore e del proprietario dell’imbarcazione. Si aggiunge che il fermo amministrativo per 2 mesi della nave, custodia e manutenzione della stessa sono a carico di chi comanda la stessa. Può essere presentato entro 60 giorni ricorso al provvedimento e il Prefetto che ha 20 giorni di tempo per decidere se confermarlo o meno. Se si reitera la violazione scatta la confisca e il sequestro cautelare della nave. Quando non vengono fornite le informazioni richieste rispetto alle modalità dell’intervento di soccorso, la sanzione è contenuta fra i 2mila e i 10mila euro, la nave fermata per venti giorni salvo reiterazione della violazione (2 mesi).

 

In attesa di vedere se giungeranno segnali dal Quirinale per modificare il decreto, va detto che questo contiene numerosi appigli legali da impugnare anche in Italia. Secondo il prof Fulvio Vassallo Paleologo, oltre alle violazioni di gran parte dei trattati internazionali Piantedosi di fatto non rispetta gli articoli: 2, 3,10, 117 della Costituzione e innescherà uno scontro senza precedenti a livello Ue. Troppe sono le imposizioni che si determinano verso le Ong, in particolare verso quelle di Stati appartenenti all’Unione che dovrebbero attenersi a comandi che il governo italiano e i suoi organi periferici (le prefetture), non hanno autorità per determinare. Comunque il risultato che si intende produrre è una “istituzionalizzazione dell’omissione di soccorso in mare”, l’intimidazione per legge delle organizzazioni umanitarie e della solidarietà e, per forza di cose, l’incremento prossimo delle vittime in mare determinate da tali misure. Ad inizio dicembre, il gruppo parlamentare europeo The Left ha pubblicato una ricerca, commissionata, sulle violazioni dei diritti umani verso i migranti, in 4 volumi. Un testo raccapricciante che riguarda i crimini commessi da governi di 15 Paesi, fra cui l’Italia e che riporta notizie di circa 25mila casi di violazioni. C’è da temere che, qualora il decreto dovesse essere effettivamente applicato, ci sarà presto spazio per un nuovo volume, interamente dedicato all’Italia.

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

30/12/2022

da Left

Giulio Cavalli

 

Pagella politica, sito dedicato al fact-checking delle dichiarazioni dei politici, ha analizzato (e smontato) alcune affermazioni che la presidente del Consiglio ha fatto durante la conferenza stampa di fine anno

 

Sia benedetta Pagella Politica che tutti i santi giorni si prende la briga di verificare la veridicità di quello che affermano i politici nostrani. In un Paese normale, a ben vedere, sarebbe un compito della stampa ma poiché il leaderismo dalle nostre parti è un virus che fiacca molti giornalisti tocca ai cosiddetti siti di fact-checking.

 

Si scopre così che Meloni mente quando dice «I condoni non ci sono nella nostra legge di Bilancio» poiché la legge di Bilancio contiene la cosiddetta “tregua fiscale”, che raccoglie alcuni provvedimenti come lo stralcio automatico delle cartelle esattoriali fino a mille euro, relative al periodo 2000-2015, e la possibilità di ripagare tutto il dovuto al fisco, con uno sconto però sulle sanzioni e gli interessi. Poiché secondo l’enciclopedia Treccani, un condono fiscale è un «provvedimento legislativo che prevede un’amnistia fiscale e ha lo scopo di agevolare i contribuenti che vogliano risolvere pendenze in materia tributaria» e nella letteratura scientifica internazionale, il “condono” (in inglese tax amnesty) è definito come «l’opportunità data ai contribuenti di saldare un debito con il fisco, inclusi gli interessi e le more, pagandone solo una parte» quello del governo Meloni è un condono.

 

È falsa anche la frase «la morale da chi, oggi all’opposizione, ma quando era al governo ha liberato i boss mafiosi al 41-bis con la scusa del contagio da Covid […], non me la faccio fare». Giuseppe Conte (a cui si riferisce Giorgia Meloni) ha approvato un decreto per favorire il ricorso alla detenzione domiciliare per una serie di detenuti. Tra questi, però, non rientravano le persone condannate per reati particolarmente gravi, tra cui quelli di stampo mafioso.

 

È una bugia anche quella di Giorgia Meloni che dice «l’estensione della tassa piatta per le partite Iva con fatturato fino a 85 mila euro non discrimina i lavoratori dipendenti». Almeno tre organismi indipendenti, durante le audizioni in Parlamento sul disegno di legge di Bilancio, hanno sollevato critiche verso il provvedimento difeso da Meloni. Stiamo parlando della Banca d’Italia, della Corte dei Conti e dell’Ufficio parlamentare di bilancio.

 

Ovviamente bugie anche su contanti e evasione. «Negli ultimi dieci anni quando c’è stata meno evasione fiscale è quando c’era il tetto al contante a 5 mila euro», dice Giorgia Meloni. Come fa notare Pagella politica «qui Meloni ha ripetuto lo stesso errore già commesso durante il primo video della rubrica “Gli appunti di Giorgia”. A sostegno di questa tesi, la presidente del Consiglio aveva mostrato un grafico realizzato da Unimpresa secondo cui nel 2010, quando il tetto al contante era a 5 mila euro, l’evasione fiscale stimata in Italia aveva avuto un valore pari a circa 83 miliardi di euro, il dato più basso registrato fino al 2019. Il grafico in questione, così come la dichiarazione di Meloni, è però impreciso e fuorviante. Da un lato, il dato sull’evasione del 2010 è parziale, perché non tiene conto dell’evasione di alcune imposte e di quella dei contributi previdenziali, calcolati invece nelle stime degli anni seguenti. Dall’altro lato, ha poco senso valutare l’efficacia del tetto al contante nel contrasto dell’evasione comparando i valori annuali dell’evasione con quelli dei limiti all’uso del contante. Per valutare il contributo del tetto al contante servono studi scientifici. Come hanno spiegato nelle audizioni sul disegno di legge di Bilancio per il 2023 la Banca d’Italia, la Corte dei Conti e l’Ufficio parlamentare di bilancio, alcuni studi hanno mostrato che in Italia il tetto al contante può contribuire a ridurre il fenomeno dell’economia sommersa e dell’evasione».

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

28/12/2022

da La notizia

 


Zero politiche Green e nessuna attenzione all'ambiente: ancora una volta la Manovra del Governo Meloni si dimostra inadeguata.


Dietrofront, errori macroscopici, veti da Bruxelles, norme che colpiscono al cuore la popolazione esasperando la diffusione della povertà nel Paese. E ancora: oblio in materia ambientale e perfino sulla salute, come nel caso dei mancati finanziamenti al Piano oncologico nazionale. La prima Manovra dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni passerà alla storia come una delle peggiori leggi finanziarie di sempre. Sicuramente la più contestata.

 

Il Governo salva trivelle e nucleare ma dimentica le politiche Green e l’ambiente

 

L’ultima polemica esplosa alla vigilia del voto di fiducia sulla manovra a Palazzo Madama ha riguardato i fondi saltati per il Piano oncologico nazionale che erano stati promessi dal premier Meloni e dal ministro Schillaci. Ma a fare infuriare ci sono anche i progetti, scarni o del tutto assenti, a favore delle politiche green, più volte sollecitati dall’Ue e ora anche vincolati al buon esito del Pnrr.

 

Con la Legge di Bilancio 2023, la maggioranza di Centrodestra ha confermato quanto era già emerso in campagna elettorale, mostrando in modo evidente il totale disinteresse per l’ambiente e le energie pulite. Nel testo della misura, infatti, vengono confermati la riattivazione delle trivelle nell’Adriatico per contrastare il caro energia, già anticipata con il Decreto Aiuti Qater, e il ricorso al nucleare, unica via possibile per uscire dalla crisi energetica secondo l’esecutivo.

 

Legge di Bilancio verso l’approvazione definitiva. L’affondo di Conte

 

I primi a denunciare le carenze in materia di politiche Green e ambientali sono stati i parlamentari del Movimento 5 Stelle. In prima linea, Giuseppe Conte. Il leader pentastellato, nei giorni che hanno preceduto la fiducia a Montecitorio, ha presentato 77 emendamenti per correggere i disastri del Governo, spaziando dal welfare all’ambiente, appunto.

 

Quindi, mentre il testo si avvia verso l’approvazione definitiva in Senato, tra le opposizioni serpeggia il malumore per tutto quello che la misura avrebbe dovuto essere e invece non è. E così il Governo porta a casa una figuraccia di portata internazionale, dimostrando la propria inadeguatezza e inesperienza politica.

 

“Non solo è una manovra pavida, sottomessa alle regole dell’austerity ma è anche una manovra ingiusta che aumenterà le disuguaglianze sociali” e avrà ripercussioni catastrofiche da un punto di vista climatico e ambientale, ha denunciato il presidente del M5S Conte in occasione dell’intervista rilasciata ad Avvenire.

 

 

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

24/12/2022

da La Notizia

 

Altro che competenti. Alla Camera c'è voluta la fiducia (221 sì e 152 no) per approvare una Manovra piena di errori ed orrori.

 


A squarciare il velo della propaganda meloniana sulla Manovra ci pensa il leader del M5S, Giuseppe Conte. “State creando le premesse di un grande disastro sociale e state compromettendo la coesione sociale, che è il tessuto connettivo della nostra società”, dice l’ex premier intervenendo in Aula alla Camera e annunciando il voto contrario alla fiducia sulla prima legge di Bilancio delle destre al governo.

 

“Lo smantellamento del reddito di cittadinanza, unito all’indifferenza per le buste paga e il ricorso massiccio ai voucher significa che avete una visione distorta del mercato del lavoro. La riassumo in un concetto: Schiavismo 2.0”. Una Manovra lacrime e sangue: “Certo qualche applauso vi è arrivato – incalza il numero uno dei pentastellati – vi è arrivato dai falchi europei dell’austerità, quelli che per anni ci hanno costretto a manovre lacrime e sangue che voi stessi applaudivate dai banchi dell’opposizione. Quindi adesso tutto diventa più chiaro, lo slogan conteneva un errore: non ‘siamo pronti’ ma ‘siamo proni’”.

 

E picchia duro anche il Pd. “Dite che si tratta di una Manovra coraggiosa, noi pensiamo che non sia così: pensiamo sia una Manovra vigliacca. Una Manovra coraggiosa avrebbe richiesto un reale e corposo taglio del costo del lavoro” invece “avete dato un aiuto consistente agli evasori, avete fatto un attacco ai poveri”, dichiara la dem Debora Serracchiani.

 

Si sveglia anche il Terzo Polo che pure non aveva fatto mistero di flirtare con la premier. “Una legge insensata. Sono molto deluso, tu arrivi, la prima donna, hai fatto le tue battaglie, a me piaceva, e poi fai una Manovra che nemmeno Berlusconi nei giorni peggiori. Non c’è nulla, piatta”, dice Carlo Calenda. Ma non è finita qui. Il governo fino all’ultimo minuto conferma il suo essere approssimativo e pasticcione oltre che cinico.

 

Compaiono due errori in altrettante tabelle allegate alla Manovra, sulla quale la Camera era chiamata a votare ieri sera la fiducia (che ha avuto il via libera con 221 sì e 152 no). L’emendamento per inserire la Carta cultura giovani aveva di fatto escluso dalla Manovra i fondi per l’acquisto di Villa Verdi da parte dello Stato, per la cui salvezza un mese fa si era impegnato il ministro Gennaro Sangiuliano.

 

Non si capisce se per errore o cos’altro. Fatto sta che il governo, a poche ore dalla maratona notturna in Aula con il voto sulla fiducia sulla legge di Bilancio, ha inserito la residenza che fu del compositore fra le esigenze indifferibili: così sono stati spostati 20 milioni di euro dal fondo del ministero dell’Economia a quello della Cultura, modificando una delle tabelle allegate alla Finanziaria. “Una forzatura”, protestano le opposizioni, dopo l’ennesimo pasticcio.

 

Prima ancora c’era stato il refuso che eliminava il tetto al contante assieme alla norma sul Pos. O l’emendamento da quasi mezzo miliardo per i Comuni, senza copertura, che dopo i rilievi della Ragioneria di Stato ha costretto a un passaggio supplementare in commissione per lo stralcio. Una confusione che, nella maggioranza, il deputato di FdI, Federico Mollicone, attribuisce al Tesoro e alla stessa Ragioneria.

 

“Nelle due notti in commissione Bilancio non c’era nessuno dei funzionari del Mef e della Ragioneria: dovevamo mandare delle mail con risposte che arrivavano la mattina dopo. C’è stato un caos amministrativo e non politico”, ha detto Mollicone. Il secondo ritocco riguarda lo stanziamento di 400mila euro (sempre risorse dell’esecutivo), per contrastare la peste suina in Piemonte, su cui invece in commissione non si era trovato l’accordo politico per usare il fondo parlamentare.

 

La svolta, raccontano le opposizioni, è arrivata per il pressing dei capigruppo di Lega e FdI, Riccardo Molinari e Tommaso Foti, ed è stata messa nero su bianco in due emendamenti del governo alle tabelle, da approvare in Aula dopo la votazione sulla fiducia, che riguarda solo il testo della legge. “È una forzatura: recupera dopo la fiducia un emendamento di FdI e uno della Lega”, attaccano dal Pd, sostenendo che l’acquisto di Villa Verdi, “si riferisce a un emendamento già soppresso” in commissione.

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

23/12/2023

da Left

Giulio Cavalli

 

La Ragioneria dello Stato ha evidenziato con il pennarello blu 44 errori nel testo della manovra che è stato rispedito indietro in Commissione bilancio. Improvvisazione e mancanza di coesione nella maggioranza: alla fine servirà mettere la fiducia per riuscire a stare nei tempi

 

Ieri il testo della manovra di quelli che hanno passato l’intera campagna elettorale a dirci che erano “pronti” è dovuta tornare per la seconda volta in commissione Bilancio alla Camera per essere corretta. La Ragioneria dello Stato ha evidenziato con il pennarello blu 44 errori e ha chiesto uno stralcio.

 

È saltato il finanziamento triennale a Radio radicale poiché per il 2024 e il 2025 non c’erano i soldi per poterlo coprire. Sono state riviste anche le norme sul bonus cultura ai 18enni poiché mancavano le coperture. Sullo smart working dalle parti del governo non avevano fatto i conti con la sostituzione di professori e insegnanti.

 

La Ragioneria di Stato ha contestato anche l’aumento di risorse al ministero per l’Agricoltura: una norma, scrivono, «foriera di generare o ampliare disparità di trattamento rispetto ad altri ministeri, con verosimili onerose richieste emulative da parte di quest’ultimi».

 

La Legge di Bilancio è rimasta per sei giorni in commissione, mentre i partiti della maggioranza litigavano tra di loro. Appena arrivata in Aula è stata rispedita indietro per correggere gli errori compiuti (tra cui un emendamento del Pd votato per errore dalla maggioranza che sarebbe costato mezzo milione di euro che non c’è).

 

Hanno dovuto bloccare lo scudo penale ordinato da Silvio Berlusconi. Hanno ritirato le proposte su Pos, su innalzamento del tetto dei contanti, sull’eliminazione dello Spid. Da settimane parlano del protocollo del ministro Piantedosi sulle Ong (che già sappiamo essere illegittimo, anche solo da ciò che ha anticipato il ministro) ma ancor non si vede. Non c’è nessuna idea a lungo raggio al di là delle consuetudini già in vigore con il governo Draghi. Improvvisazione e mancanza di coesione nella maggioranza: alla fine servirà mettere la fiducia per riuscire a stare nei tempi.

 

Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, in una intervista al Corriere della Sera, dice che nella manovra ci sono i loro “punti di forza”. A posto.

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22/12/2022

da La Notizia

di Greta Lorusso

 

Assalto delle destre ai poveri è riuscito.Lavori con paghe da fame , chi rifiuta perde sussidio.Il governo assesta un altro colpo al Reddito di cittadinanza che ha fatto da argine al dilagare della povertà soprattutto nella fase più acuta della pandemia.

Non bastava aver ridotto da otto a sette le mensilità dopo le quali i percettori “occupabili” del Reddito di cittadinanza perderanno il prossimo anno il sussidio. Accecato da un furibondo furore ideologico contro i poveri il governo assesta un altro colpo mortale alla misura bandiera del M5S che, come l’Istat ma anche la Banca d’Italia hanno certificato, ha fatto da argine al dilagare della povertà soprattutto nella fase più acuta della pandemia.

 

Il governo assesta un altro colpo al Reddito di cittadinanza che ha fatto da argine al dilagare della povertà soprattutto nella fase più acuta della pandemia

 

Ebbene il governo Meloni con un emendamento alla Manovra presentato da Maurizio Lupi di Noi moderati ha fatto saltare il concetto di “congruità” per le offerte di lavoro. Ovvero, prima, nella versione originaria della legge istitutiva del Reddito di cittadinanza – quella del 2019 ai tempi del governo Conte I – il sussidio si perdeva dopo il rifiuto della terza offerta di lavoro, dopo, con l’esecutivo Draghi, il numero è sceso a due.

 

Ma tanto con Conte quanto con Draghi valeva il concetto della “congruità”, importato dall’articolo 25 del decreto 150 del 2015, uno di quelli attuativi del Jobs act, per intenderci. Uno dei (pochi) articoli meritevoli di quel testo, per essere più precisi. Tale articolo stabiliva che un’offerta di lavoro “congrua” dovesse contemplare principi di coerenza con le esperienze e le competenze maturate dai destinatari delle offerte, la distanza dal domicilio del luogo di lavoro e i tempi di trasferimento per raggiungerlo.

 

Per quanto riguarda la retribuzione si stabiliva che la relativa remunerazione dovesse essere superiore di almeno il 10% rispetto al beneficio mensile massimo del Rdc fruibile da un solo individuo, e quindi 858 euro, con la specifica che l’importo dovesse essere riproporzionato all’orario di lavoro previsto dal contratto di lavoro. Ebbene nell’ultima versione, quella di Draghi, il luogo di lavoro nella prima offerta doveva collocarsi entro 80 chilometri dal proprio domicilio ed essere raggiungibile in 100 minuti.

 

La seconda offerta invece poteva interessare tutto il territorio italiano. Ma entrambe le versioni – quella delle origini e quella draghiana – rispettavano il concetto della “congruità” anche in termini di competenze ed esperienze e il parametro della retribuzione. Col governo di destra-centro su competenze, collocazione geografica, tempi di trasferimento e retribuzione viene passato un colpo di spugna.

 

Se rifiuti la prima offerta di lavoro qualunque essa sia perdi il beneficio

 

Se rifiuti la prima offerta di lavoro qualunque essa sia, si stabilisce, perdi il beneficio. La ministra del Lavoro spiega che in un secondo momento, con un decreto, il governo chiarirà bene il concetto. Ma a noi sembra già chiaro così. E non è finita. Un altro emendamento approvato stabilisce che i giovani tra i 18 e i 29 anni potranno ricevere il Rdc solo a patto di aver completato la scuola dell’obbligo o di frequentare un percorso formativo.

 

Secondo i dati Anpal nel 73% dei casi i beneficiari soggetti al Patto per il lavoro (660 mila al 30 giugno) risulta che non hanno mai avuto un contratto di lavoro dipendente o in para-subordinazione nei 36 mesi precedenti il 30 giugno. Il 70,8% ha al massimo un titolo di scuola secondaria inferiore e solo il 2,8% un titolo di livello terziario, mentre un quarto ha un diploma di scuola secondaria superiore.

 

“Dire che le persone più indigenti devono accettare qualsiasi proposta di lavoro in tutta Italia significa distruggere l’ascensore sociale, siamo alla follia pura. Un ingegnere del Sud o un laureato del Sud in giurisprudenza, può andare a fare il lavapiatti in Friuli e deve accettare qualsiasi offerta. Quello della congruità – ha attaccato il leader M5S Giuseppe Conte – è un concetto che culturalmente preserva e tutela la meritocrazia che questo governo vuole proteggere”.

 

Inoltre, “i giovani che non hanno potuto completare i loro studi vengono abbandonati a loro stessi”. A Conte replica il ministro (FdI) Francesco Lollobrigida: “Esistono lavori che vanno bene per gli immigrati ma non vanno bene per gli italiani?”. E dal governo del Merito è tutto.

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21/12/2022

da Contropiano

di Dante Barontini

 

La “manovra” di un governo di pasticcioni pericolosi

 

Per una volta verrebbe quasi da mostrare compassione per i gazzettieri costretti a seguire le contorsioni del governo alle prese con la manovra (o legge di stabilità la principale legge che ogni anno determina come vengono spesi i soldi dello Stato, che ne beneficia e chi dovrà invece pagare il conto). Da perderci la testa…

 

Solo al settimo giorno di lavoro, e in piena notte, la Commissione bilancio della Camera ha concluso l’esame degli emendamenti e ha dato il mandato ai relatori, Paolo Trancassini, Roberto Pella e Silvana Comaroli: il testo approderà in Aula alla Camera domani, con il voto di fiducia atteso venerdì.

 

Immaginiamo con quale attenzione verrà letto in questo breve lasso di tempo, e quanto spazio ci sarà per la discussione parlamentare ed eventuali emendamenti: zero.

 

Visto che bisogna chiudere tutto entro il 31 dicembre per evitare l’”esercizio provvisorio”, e che il testo deve anche passare al presunto esame del Senato, ci penserà il voto di fiducia a blindare la monovra così com’è, con buona pace della famosa “dialettica democratica”.

 

Non è un novità. Accade tutti gli anni la stessa cosa (nella “prima repubblica”, nonostante vi fosse in pratica un governo monocolore democristiano con qualche “cespuglio” di contorno, si è andati spesso all’esercizio provvisorio), come effetto dell’”assalto alla diligenza” messo in atto da gruppi parlamentari che provano ad infilare codicilli particolarissimi per dare soddisfazione ai gruppi di pressione più vari.

 

Ma con il governo a guida post-fascista la solita piega ha preso un verso palesemente ridicolo.

 

Fare l’elenco delle norme soppresse e quelle approvate è uno sport eastremo, come scendere sulle rapide di un canyon.

 

Per esempio c’è la proroga al 31 dicembre del bonus ristrutturazioni del 110% (imprese edilizie e banche avevano già chiuso troppi contratti per poter tornare indietro, e guai ad inimicarsi certa gente…), mentre è stata soppressa la norma sul tetto di 60 euro per il pagamento con Pos.

 

Se teniamo conto di quanto la misura fosse stata enfatizzata e difesa, con orde di samurai da talk show schierati a spiegarne le magnifiche virtù per far crescere il Pil e i profitti e l’occupazione, ci sarebbe da chiedersi perché mai sia stata soppressa con un tratto di penna.

 

La spiegazione è semplice: la Commissione Europea ha detto no. E a certi ordini neanche il governo presunto “sovranista” osa disobbedire (la pena in questo caso sarebbe certa: uno spread da paura e quindi interessi sul debito pubblico in cielo…).

 

Dunque il “tetto” sotto cui un negoziante può rifiutarsi di accettare il pagamento con carta di credito o bancomat scende a 30 euro, altrimenti si beccano una multa. Ma a questo punto bisognava trovare un modo per acquietare i commercianti, presumibilmente inferociti dal veder svanire qualcosa che era stato loro promesso con tanto vigore.

Perciò il governo aprirà “un tavolo” con le banche per rideterminare i costi della transazione elettronica a carico degli esercenti (attualmente sono quelli indicati nella grafica qui di fianco). Ma si sa, i tavoli ministeriali non finiscono mai… O perlomeno il risultato non è certo.

 

Dunque, nel caso che non si arrivi ad un “livello dei costi equo e trasparente” dovrebbe scattare per i prestatori dei servizi di pagamenti e le banche un “contributo straordinario” destinato a misure per contenere l’incidenza dei costi a carico degli esercenti (immaginiamo la gioia dei banchieri…).

 

Un “ristoro”, insomma, per trovare una mediazione tra due livelli di capitale molto diversi. Da un lato le micro-medie imprese del commercio, dall’altra il grande capitale bancario.

 

Ma è su tutto il resto della manovra che si vede il chiarissimo segno di classe di questo governo, nonché il servilismo verso l’Unione Europea, ed anche un tocco di proto-fascismo per connotarsi in qualche modo di fronte al proprio elettorato.

 

Viene per esempio rimodulata la 18App per i 18enni: arrivano due nuovi bonus, basati sul reddito e sul “merito” (per usare la nuova definizione del ministero di Valditara), la ‘Carta della cultura Giovani’, per i residenti nel territorio nazionale appartenenti a nuclei familiari con Isee fino a 35mila euro, assegnata e utilizzabile nell’anno successivo a quello del compimento di 18 anni, e la ‘Carta del merito’, per chi si è diplomato con 100 centesimi. Valgono 500 euro ciascuna e sono cumulabili.

 

Un ginepraio di condizioni vincolanti che ne garantisce l’inesigibilità o quasi, e che garantirà perciò “risparmi” su una misura che in qualche modo facilitava le famiglie più povere nel far studiare i figli (ci si potevano comprare anche i libri di testo, per dire).

 

E non poteva mancare un primo deciso colpo al Reddito di cittadinanza. La prima offerta di lavoro che – rifiutata – fa perdere il diritto al sostegno non dovrà più essere “congrua”; ossia con un’offerta salariale almeno superiore al reddito di cittadinanza stesso o non distante centinaia di chilometri da casa. Un modo sbrigativo di obbligare all’emigrazione o alla fame, insomma.

 

Col testo definitivo davanti potremo fare un’analisi più precisa, ma il “segno” è già abbastanza chiaro.

 

Questo governo, come detto, segue pedissequamente i diktat “europei”, proprio come gli altri che lo hanno preceduto. Ma in più deve mettere in atto alcune misure che possano “odorare” almeno un po’ di “differenza” rispetto agli altri.

 

Il che può provocare problemi e reazioni sociali impreviste. Lo si è visto con il “decreto anti-rave”, immaginato come la classica scorciatoia fascistoide per imbrigliare o vietare la libertà di manifestazione. Come dire: “non possiamo far nulla di diverso sui temi economici fondamentali, sui salari o le pensioni; proviamo a sembrare diversi con norme a costo zero, vietando comportamenti sociali che non ci piacciono”.

 

Ma così facendo stanno risvegliando e portando in piazza anche chi non ci stava più pensando.Il che è un segnale politicamente piuttosto interessante, in prospettiva…

 

Questo governo è una congrega di pasticcioni, che si muove a casaccio. E nel fare qualsiasi “manovra” sono pericolosi come un ubriaco alla guida di Tir.

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15/12/2022

da Il Fatto Quotidiano

 

Manovra, ok dell’Ue. Ma boccia le misure bandiera, dal tetto al contante a condono, stop all’obbligo di pos e quota 103. Meloni ignora le critiche

 

Il giudizio della Commissione nel complesso è positivo, ma sono "non in linea con le raccomandazioni specifiche per paese" gli interventi identitari della nuova maggioranza. Appunti anche sulla mancata approvazione della delega fiscale di Draghi e sugli aiuti contro i rincari energetici: "L’Italia concentri sempre di più tali misure sulle famiglie più vulnerabili e sulle imprese esposte". La premier: "Soddisfatti. Confermata la bontà del lavoro fatto". Giorgetti: "Voi guardate il pelo nell’uovo. Noi giochiamo in Champions League"

 

È una promozione con diversi brutti voti quella arrivata da Bruxelles sulla prima legge di Bilancio del governo Meloni. Il parere della Commissione si conclude con un giudizio generale positivo – “Nel complesso” il documento programmatico di bilancio dell’Italia è “in linea con gli orientamenti di bilancio contenuti nella raccomandazione del Consiglio del 12 luglio 2022″ – che sconta però diversi rilievi critici molto pesanti. “In particolare su misure legate ai pagamenti digitali e all’evasione fiscale“, come ha riassunto il commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni. Quelle “insufficienze” fanno male perché riguardano tutte le misure bandiera della maggioranza di centrodestra, che hanno suscitato polemiche anche in Italia perché in evidente contrasto con gli impegni contro l’evasione fiscale presi nel Pnrr: il condono, l’aumento del tetto al contante e lo stop all’obbligo di accettare pagamenti elettronici sotto i 60 euro. In più nel mirino c’è anche il rinnovo dei pensionamenti anticipati con quota 103. Il governo, a caldo, fa buon viso a cattivo gioco: la premier Giorgia Meloni, ignorando le critiche, si è limitata a rivendicare che il giudizio “conferma la bontà del lavoro” fatto. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti con i cronisti abbozza: “Voi guardate il pelo nell’uovo. Ci sono dieci paesi che sono in linea. Noi giochiamo in Champions League, poi ce ne sono dieci che giocano in Europa League. Adesso venite qua a contestarci che giochiamo in Champions League, magari non la vinciamo però è una bella soddisfazione”.

 

Tutte le bocciature – “Le misure incluse nel documento programmatico di bilancio che non sono in linea con le raccomandazioni specifiche per paese”, spiega la Commissione, “riguardano in particolare: una disposizione che aumenta il massimale per le operazioni in contanti dagli attuali 2.000 euro a 5.000 euro nel 2023; una misura equiparata al condono fiscale che consente la cancellazione di debiti tributari pregressi relativi al periodo 2000-2015 e non superiori a 1.000 euro; la possibilità di rifiutare pagamenti elettronici inferiori a 60 euro senza incorrere in sanzioni e il rinnovo, con criteri di età più stringenti, nel 2023 dei piani di prepensionamento scaduti a fine 2022″. Il documento ricorda che nelle raccomandazioni 2019 “il Consiglio ha segnatamente raccomandato all’Italia di contrastare l’evasione fiscale, in particolare nella forma dell’omessa fatturazione, tra l’altro potenziando i pagamenti elettronici obbligatori, anche mediante un abbassamento dei limiti legali per i pagamenti in contanti, e di attuare pienamente le passate riforme pensionistiche al fine di ridurre il peso delle pensioni nella spesa pubblica” e gli interventi decisi dal governo Meloni sono platealmente in contrasto con quelle indicazioni.

 

Smentite, dunque, le tesi secondo cui la decisione di fissare a 10mila euro il limite massimo per i pagamenti in contanti in tutti i paesi dell’Unione sarebbe stata una sorta di “libera tutti” che dava ragione al governo. Quanto ai pagamenti con carta, l’introduzione delle multe in caso di rifiuto era uno degli obiettivi del Pnrr (raggiunto nel primo semestre 2022 come previsto dal cronoprogramma) con l’obiettivo di ridurre l’evasione fiscale. Resta da vedere se la maggioranza, alla luce del parere Ue, confermerà l’intenzione preannunciata ieri dall’azzurro Giorgio Mulè di ridurre a 40 euro la soglia sotto la quale da gennaio non sarà più obbligatorio accettare pagamenti con carta.

 

“Nessun progresso sulla riforma fiscale” – In più non sono stati compiuti “progressi” per quanto riguarda “la parte strutturale delle raccomandazioni di bilancio contenute nelle Raccomandazioni del Consiglio del luglio 2022, che richiedevano all’Italia di adottare e attuare adeguatamente la legge delega sulla riforma fiscale per promuovere ulteriormente ridurre le imposte sul lavoro e aumentare l’efficienza del sistema fiscale”, rincara la Ue: la delega come è noto fu approvata dal governo Draghi ma non è mai stata approvata in Parlamento a causa della crisi che ha portato alle elezioni del 25 settembre. L’altro appunto riguarda le misure contro i rincari energetici: “Sebbene l’Italia abbia adottato rapidamente misure in risposta all’aumento dei prezzi dell’energia, è importante – come raccomandato a tutti gli Stati membri – che l’Italia concentri sempre di più tali misure sulle famiglie più vulnerabili e sulle imprese esposte, per preservare gli incentivi alla riduzione della domanda di energia e ritiri queste misure man mano che diminuiscono le pressioni sui prezzi dell’energia”.

 

Il governo ostenta soddisfazione – La premier Giorgia Meloni, nonostante le critiche, ostenta soddisfazione: “Siamo particolarmente soddisfatti del giudizio espresso dalla Commissione europea sulla legge di bilancio. Una valutazione positiva che conferma la bontà del lavoro del Governo italiano, sottolinea la solidità della manovra economica e ribadisce la visione di sviluppo e crescita che la orienta. In questa direzione continueremo a lavorare nell’interesse dei cittadini italiani, delle famiglie e delle imprese”. Esulta pure il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti: “La Commissione ha promosso la nostra manovra giudicandola ‘in linea’: l’Italia è quindi inserita nella metà dei paesi europei che sono dalla parte giusta. Questo risultato è una grande soddisfazione. Abbiamo smentito i gufi nazionali: serietà e responsabilità pagano e continueranno a essere alla base di ogni nostra decisione”.

 

Gentiloni: “Giudizio positivo con rilievi critici” – “Un giudizio complessivo positivo con alcuni rilievi critici”, è invece la sintesi di Gentiloni. Mentre il vice presidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis ha sottolineato gli altri aspetti: “L’Italia, tuttavia, dovrebbe indirizzare meglio le misure energetiche per ridurre la domanda e aiutare i più vulnerabili. Dovrebbe inoltre tenere sotto controllo la spesa corrente e mantenere il ritmo delle riforme e degli investimenti”.

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