Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Parlamento europeo e Onu si dicono preoccupate per il mancato rispetto dei diritti umani in Italia. Il doppio allarme, che fa dell’Italia un paese sotto osservazione da parte degli organismi internazionali, arriva dopo i numerosi attacchi xenofobi che si sono verificati nell’ultimo anno, ma anche per le politiche adottate dal governo gialloverde che puntano alla criminalizzazione dei migranti e delle Ong. «C’è preoccupazione per la deriva politica» del Paese, ha spiegato ieri a Roma il presidente della sottocommissione Diritti umani del Parlamento europeo, Pier Antonio Panzeri. «Per affrontare il tema immigrazione devi agire e cooperare con una pluralità di soggetti. Se non lo vuoi affrontare lo esalti inducendo paure e timori».

 

Panzeri ha guidato una delegazione di parlamentari europei venuti in Italia per una serie di incontri con rappresentati delle istituzioni e organizzazioni umanitarie. A preoccupare sono soprattutto le conseguenze del decreto sicurezza e in particolare l’abolizione della protezione umanitaria, ma anche i continui attacchi alle ong impegnate nel salvataggio dei migranti. «Siamo contrari alla loro criminalizzazione – hanno spiegato gli europarlamentari -. Le ong hanno dimostrato che nel Mediterraneo hanno lavorato bene, ma adesso vengono accusate di lavorare con i trafficanti o di favorirli».

 

Inevitabile pensare al sostegno che l’Ue ha dato finora alla Libia per ostacolare le partenze dei barconi. Un Paese – ha spiegato Panzeri – nel quale «esiste una situazione drammatica per i migranti che credo ci porterà a fare una valutazione completa sui finanziamenti alla Libia stessa, poiché i fondi non possono e non devono essere utilizzati per costruire lager».

 

Nel suo viaggio di due giorni in Italia la delegazione avrebbe voluto discutere anche con il ministro degli Interni Matteo Salvini, ma ha potuto incontrare solo alcuni tecnici del Viminale. «Ho anche inviato un messaggio sul cellulare a Salvini, ma non mi ha risposto», ha aggiunto Panzeri.

 

La situazione italiana, e in particolare per quanto riguarda la scelta di chiudere i porti e il decreto sicurezza, viene criticata dagli osservatori dell’Onu. «Riconosciamo il ruolo importante che l’Italia ha giocato nel salvare i migranti in mare negli ultimi anni e riconosciamo le sfide del paese in assenza di una politica globale dell’Unione europea – hanno scritto gli osservatori – . Tuttavia non crediamo che queste circostanze possano essere usate come una giustificazione per violare i diritti umani del migranti».

22/02/2019

Piero Bevilacqua

 

Caro Presidente Mattarella, spero non le appaia troppo irriverente e irrituale inviarle una lettera pubblica. Avrei potuto chiamare a supporto di quanto sto per scrivere autorevoli firme. Per togliere il carattere apparentemente personale alle mie parole. Non l’ho fatto, non perché non creda alla funzione degli appelli – la democrazia vive anche di routine, specie quando funziona – ma perché anche simbolicamente voglio qui interpretare la figura del singolo cittadino e prendermi l’esclusiva responsabilità di quanto scrivo.

 

Seguo da mezzo secolo le vicende del mio Paese, sia come partecipe osservatore delle dinamiche politiche quotidiane , sia come storico dell’età contemporanea.

 

E dunque credo di poter affermare con drammatica sicurezza che mai si era verificata in Italia, fino ad oggi, un’operazione di aperta eversione dello Stato repubblicano, tenuta sotto silenzio per mesi dalle forze politiche promotrici, nella disinformazione generale dell’opinione pubblica, nel silenzio dei partiti, nella sordina di quasi tutta la grande stampa, nella totale disattenzione della televisione pubblica.

 

Il progetto di legge sulla cosiddetta “’autonomia differenziata”, riguardante le regioni del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia, arrivato alla discussione ufficiale nel Consiglio del ministri del 14 febbraio scorso, è infatti questo: un progetto di disarticolazione dell’unità nazionale, affidato alla diseguale redistribuzione delle risorse fiscali e alla attribuzione di speciali potestà, alle regioni suddette, in ben 23 materie.

 

Non entro nel merito analitico del costrutto giuridico e del suo carattere eversivo, benché abilmente camuffato come un normale percorso di rafforzamento delle autonomie amministrative. Studiosi della materia con ben maggiori competenze delle mie, l’hanno ampiamente fatto su questo giornale e su altri organi di stampa. E del resto, in prossimità del Consiglio del ministri, anche i media nazionali si sono profusi in informazione quotidiana, quando l’argomento si prestava al corrivo gossip giornalistico sulle difficoltà e i contrasti che la legge apriva all’interno del governo e nei partiti.

 

Si tratta di una informazione drammaticamente tardiva, anche se oggi appare preziosa, ma che sarebbe stata vana se l’iter legislativo non si fosse momentaneamente inceppato.

 

E infatti questo è l’altro aspetto inquietante dell’operazione semiclandestina di secessione padana camuffata da routine amministativa. Il fatto cioè che essa è realizzabile – grazie a una disposizione prevista dalla riforma del Titolo V della Costituzione – senza dibattito parlamentare, vale a dire tramite la completa marginalizzazione dell’organo legislativo, destinato a rappresentare la volontà del popolo italiano.

 

Tre regioni possono stravolgere la Costituzione e disfare l’ordito unitario dello stato nella completa disinformazione, ma anche nell’ impotenza dei cittadini.

 

E allora, caro Presidente, com’è stata possibile questa allarmante falla? Debbo ricordare che il disegno eversivo è stato solitariamente denunciato, contribuendo non poco al suo momentaneo arresto, soltanto da pochi, sparuti studiosi che da mesi sono impegnati allo stremo nella più scoraggiante solitudine.

 

Si tratta di quegli intellettuali, in gran parte docenti universitari, che Matteo Renzi e il suo governo hanno cominciato a dileggiare come “professoroni,” facendo ormai scuola e senso comune.  Il sapere e le competenze specialistiche derisi come vecchiume libresco, da sostituire con la fresca improntitudine “popolare” del politico che sa adattarsi alle circostanze.

 

Ma come è stato possibile tutto questo? E’ cosi fragile oggi il nostro organismo costituzionale, l’architettura dei nostri ordinamenti civili, da dovere essere puntellata, in un momento così grave della vita nazionale, da un pugno disperso di cittadini?

 

E allora, caro Presidente, siamo in un frangente delicato della nostra storia che può decidere dell’unità o della frantumazione avvenire della comunità nazionale, della sua riduzione a un mosaico di statarelli regionali in rissa e competizione perpetua. E non posso non chiederle che posto conserveremo in Europa se una gran parte del Paese, il Mezzogiorno, verrà messo ai margini della vita economica e sociale.

 

Lei incarna l’unità dell’Italia. Sono rispettoso e consapevole dei suoi limiti operativi e dei suoi obblighi istituzionali. Ma può la sua azione, in tale circostanza, limitarsi a una eventuale diniego di apporre la sua firma alla legge?

 

Può ancora rimanere in silenzio, caro Presidente, mentre l’Italia corre un rischio così grave, destinato a pesare in maniera tanto rilevante sulla nostra vita e su quella dei nostri figli?

20/02/2019

da Left

Giulio Cavalli

 

– «Vattene, sporco sionista di merda»
– «Bastardo»
– «Sporco razzista»
– «È venuto apposta per provocarci»
– «La Francia è nostra»
– «Torna a casa tua»
– «Torna a Tel Aviv»
– «Il popolo siamo noi»
– «Il popolo ti punirà».

 

Sono alcune delle frasi vomitate addosso  al filosofo Alain Finkielkraut, Alain è nato a Parigi 69 anni fa da Daniel e Janka, ebrei polacchi rifugiati in Francia dopo avere conosciuto Auschwitz e lo sterminio delle proprie famiglie. Sia chiaro: Finkielkraut è un personaggio molto noto anche in televisione e propaganda ogni tanto idee terribilmente conservatrici ma non è questo il punto.

 

Il punto vero è l’antisemitismo come attacco, come arma di distruzione di massa, questa volta usata contro un vecchietto che nel video proposto un po’ dappertutto sembra non rendersi nemmeno conto di ciò che accade finché non viene preso sotto braccio da un passante per essere portato via.

 

La sua colpa non sono le sue idee: la sua colpa è di non essere francese (seppur nato in Francia) ma di essere ebreo. E l’antisemitismo in Francia sta diventando qualcosa di terribilmente serio: qualche giorno fa è comparsa in giallo la scritta «Juden» (ebrei in tedesco) sulla vetrina del ristorante Bagelstein nel Marais e alcune svastiche sul murales di Simone Veil. Anche Macron, criticabilissimo, per carità, viene giudicato «servo degli ebrei Rothschild».

 

Gli atti antisemiti nel 2018 in Francia sono aumentati del 78%. Avete idea di cosa sia il 78%. Purtroppo in Italia non esiste un osservatorio che sia in grado di rilevare scientificamente gli stessi numeri (e purtroppo troppo spesso le denunce finiscono nei cassetti) ma la situazione, signori, miei è grave.

 

Grave, schifosa, demente, buia e soprattutto internazionalmente sottovalutata. Varrebbe la pena leggere l’ultimo libro di Liliana Segre per rendersi conto che i segnali per preoccuparsi ci sono già tutti, eppure si scorge in giro una certa stanchezza, quasi un’assuefazione, un’abitudine marcia a ingoiare merda come se fosse tutto normale. Con un particolare, però: lamentarsi dell’opposizione. Ma, mi chiedo, di fronte a fatti di così inaudita gravità l’opposizione non dovremmo essere noi?

18/02/2019

da Controlacrisi

Federico Giusti

 

Nell'immaginario collettivo il Governo del cambiamento doveva segnare una svolta con benefici per tutti in un paese senza criminalità, normalizzato (da qui la penalizzazione dei reati sociali), con pochi immigrati, zero richiedenti asilo, immigrati silenti e ben disponibili a farsi sfruttare nelle filiere produttive a pochi euro all'ora. Sempre l'immaginario prevedeva un reddito sociale al posto del lavoro, una sovranità monetaria al di fuori delle regole della Bce.


Ma i conti vanno fatti con l'oste se non vogliamo ritrovare in cucina alimenti scadenti ed avariati, il brusco risveglio alla realtà è scandito dagli ultimi fatti di cronaca con la Tav, la quota 100 per le pensioni pensata prima di avere accelerato l'iter per le assunzioni nel pubblico impiego (dove persistono i tetti di spesa imposti dalla Ue e dal Pd), il reddito di cittadinanza senza prima avere assunto il personale necessario nei centri per l'impiego.


Vogliamo soffermarci su due argomenti: la questione reddito\salario e il rapporto tra immigrazione e servizi sociali


Iniziamo dal primo punto cogliendo subito la trasformazione del reddito in una sorta di strumento per arrivare lavoro sotto pagato, una mutazione genetica rispetto ai proclami elettorali dei grillini oltre a rappresentare un sistema di controllo sociale come avvenuto nella Gran Bretagna Thatcheriana.


Da quasi 20 anni i salari, dati Ocse alla mano, sono praticamente fermi , lo sono nel settore privato e nel pubblico impiego ove il contratto è stato fermo per quasi 9 anni accordando aumenti che non recuperano gran parte del potere di acquisto perduto. Qualcuno obietterà che il costo della vita non è cresciuto magari guardando alla debacle del settore immobiliare ma chiunque oggi percepisca un salario sa bene che le tariffe sono cresciute e il potere di acquisto è diminuito come del resto il risparmio delle famiglie italiane. Non cogliamo il rapporto tra reddito di cittadinanza e incremento dei salari, anzi siamo certi che le dinamiche andranno nella direzione opposta senza dimenticare che il reddito riguarderà meno del 20% del totale dei disoccupati alla ricerca di un impiego.


Se il reddito è destinato non solo a chi cerca lavoro ma a quanti hanno un reddito complessivo a dir poco basso vuole dire che si andranno ad offrire lavori con paghe da fame ai soggetti sociali piu' svantaggiati che solo in minima parte possiedono le competenze necessarie per lavori di qualità.

Qui entra in gioco la formazione, quella formazione che si è semi distrutta con la soppressione delle Province e sulla quale pubblico e privato hanno poco, e male, investito. Consideriamo che quasi il 70% dei beneficiari del reddito sono in possesso della sola licenza media per comprendere che i lavori loro destinati non saranno quelli ad alta specializzazione richiesti dalle imprese. E qualora si volesse utilizzare il reddito per attivare politihe formative trascorreranno anni prima di raggiungere dei risultati.Dopo anni di appalti al ribasso e di competitività imprenditoriale alimentate dai bassi salari , nei prossimi mesi arriveranno lavori di bassa qualità .

 

L'idea di destinare alle imprese mesi di sussidio in caso di assunzione a tempo indeterminato solo in teoria potrebbe funzionare da incentivo perchè in tempi di recessione, come quelli attuali, non è detto che le imprese vogliano investire in contratti a tempo indeterminato. In ogni caso, o si attinga dai beneficiari del reddito o da quanti non lo percepiscono, la sola offerta di lavoro è caratterizzata prevalentemente , da occupazioni per le quali non serve una grande specializzazione e allo stesso tempo dentro un contesto di domanda debole aumentando il bacino della forza lavoro crescerebbe anche il numero dell'esercito industriale di riserva e la dinamica salariale sarebbe ulteriormente al ribasso.

 

Sarà per queste ragioni che continuiamo a dubitare sugli effetti benefici del reddito per ridurre la povertà contenendo la esclusione sociale, siamo invece convinti che gli effetti saranno, in tempi medi, quelli di ridurre ulteriormente la dinamica salariale per una fetta importante della forza lavoro, quella socialmente piu' svantaggiata. Il futuro ci dirà se siamo stati profeti di sventura o solo obiettivi lettori delle dinamiche salariali ed economiche.


Veniamo al secondo punto, la vulgata ufficiale è quella che vede il Governo nell'atto di chiudere le frontiere e di negare il diritto di asilo ai migranti, oggetto di argomentazioni spesso deboli perchè circoscritte alle pur lodevoli ragioni umanitarie che nella società disumanizzata diventano invece oggetto di scherno e di invettive sui social. Secondo molti gli italiani dovrebbero essere i primi, anzi i soli, a beneficiare dei servizi sociali alimentando poi confusione sulla idea stessa di italianità (i figli dei migranti che crescono nel nostro paese parlando l'italiano come prima lingua sono forse diversi dai figli di un padano o di un lucano?)


L'idea percepita , per altro non suffragata da fatti e dati, vede gli immigrati come un peso perché sfrutterebbero tutti i sistemi del welfare "rubando" le case popolari e i posti disponibili negli asili nido agli italiani. Senza annoiare il lettore possiamo asserire, senza timore di smentita, che la spesa sanitaria è diminuita negli ultimi anni nonostante l'aumento della popolazione, anzi la riduzione della spesa procapite si aggira attorno a 70 euro.


Queso è accaduto in un paese dove gli immigrati regolari in meno di 15 anni sono passati dal 3% della popolazione all’8 per cento, eppure nonostante cio' la spesa sanitaria è diminuita.


Il ragionamento da fare è quindi altro ossia che la presenza degli immigrati è il pretesto per celare la riduzione della spesa sociale complessiva, della riduzione dei fondi alle Regioni per la sanità.

 

Quando poi si parla di aumento della spesa sanitaria omettiamo di dire che alcuni incrementi di spesa derivano dalla privatizzazione, dai servizi in convenzione, dalla spesa farmaceutica che 20 anni fa ha subito una impennata per ragioni non certo collegate al miglioramento delle prestazioni sanitarie se pensiamo alle lunghe liste di attesa e al fatto che un italiano su 3 ha rinunciato negli ultimi anni alla prevenzione perchè costosa e insostenibile.


Altra considerazione utile a confutare i luoghi comuni razzisti è l'analisi della età dei migranti, i giovani, siano essi italiani o stranieri, hanno bisogno di meno cure della popolazione anziana, quindi se gran parte degli immigrati sono sotto i 40 anni anche la incidenza sulla spesa sanitaria sarà piu' contenuta.


Chiudiamo sulla edilizia popolare, se guardiamo alla spesa nei comuni si scopre che nel corso degli anni è stata ridotta e sono venute meno anche le buone pratiche di alcune amministrazioni locali che imponevano ai costruttori di destinare una piccola percentuale degli alloggi costruiti a favore dell'emergenza abitativa stanziando appositi fondi per fornire ai costruttori stessi una sorta di risarcimento.


Su La Voce.info leggiamo un dato eloquente: in 54 comuni dell’Emilia-Romagna, con 24 mila nuclei in graduatoria, gli alloggi assegnati nel 2015 sono stati poco piu' di 500. In comuni di 100 mila abitanti, in un anno, si sono distribuiti meno di 10 alloggi vuoi perchè non ci sono i soldi per mettere a norma gli appartamenti, vuoi perchè la politica non intende trovare soluzioni pratiche ed eque per contenere la emergenza abitativa, per esempio chiedere ai destinatari di sostenere i costi della ristrutturazione scalando le spese sostenute con detrazioni dai futuri affitti.

Sono esempi semplici di come la destra vende una immagine distolta della realtà e con la politica che rinuncia a trovare soluzioni eque ed efficaci per assecondare il vento xenofobo che soffia sempre piu' forte nel paese.

 

Daniela Preziosi

 

Intervista. Intervista con Maurizio Acerbo (Prc): In Abruzzo Si ha fatto la ruota di scorta e ha fatto eleggere un renziano. Calenda e Zingaretti due minestre riscaldate, alle europee uniti anche con Pap, Diem e De Magistris.

 

Dico a Sinistra italiana: valeva la pena rinunciare a una lista con noi per imboscarsi nella lista di Legnini e fare eleggere un renziano doc? Nella campagna abruzzese la sinistra è stata invisibile. Ha solo detto che Legnini è abruzzese e invece Marsilio vive a Roma».

 

Maurizio Acerbo (segretario Prc, ndr), oltre a essere romano il neopresidente Marsilio è un ex Msi di Fratelli d’Italia.
Non calcato neanche su questo perché Legnini aveva dei supporter di destra.

Perché non avete corso?
Lavoravamo a una lista con Si ma il 28 dicembre hanno cambiato idea e deciso di rifugiarsi da Legnini. Non siamo riusciti a raccogliere le firme, da noi la legge fatta da Pd e destre ne prevede un numero altissimo.

Poi non avete votato?
Il Prc non ha dato indicazioni di voto. Io per la prima volta nella vita non ho votato.

Mi costringe a citare un suo vecchio segretario: per lei Legnini o Marsilio pari sono?
Non si può usare sempre il ricatto della vittoria della destra. Se Salvini è il fascismo il Pd aveva il dovere di fare il governo con M5S. Legnini o Marsilio, gli ospedali si chiudono e si fanno gli interessi delle cliniche private. Rifiuto il tentativo di usare i pop corn per poi ricostruire la dialettica centrodestra – centrosinistra per cui tutta la sinistra deve votare il Pd, senza che il Pd cambi in nulla. Dico ai compagni di Si: sarebbe stato meglio esserci, l’obiettivo era a portata di mano. Invece hanno fatto le ruote di scorta. Non hanno neanche eletto nessuno.

Con queste ’ruote di scorta’ però farà la lista alle europee.
Se non costruiamo un progetto autonomo rischieremo sempre di trovarci come in Abruzzo. E sarà facile il Pd recuperare i voti di sinistra di chi è spaventato da Salvini. Quelli che condividono un programma e una visione antiliberista, che non sono nazionalisti ma neanche per la troika, si ritrovino insieme. Per questo lavoriamo con De Magistris, Dema, Si, Diem, Potere al popolo. Siamo tutti No tav, per la patrimoniale, contro il jobs act, per la Costituzione.

Sull’Europa tutti d’accordo? 
Siamo tutti i contro i trattati europei. Con la lente di ingrandimento abbiamo qualche differenza come c’è in Unidos podemos, in Bloco de Esquerda, nella Linke, ma è nulla rispetto all’alterità dal Pd.

Nel 14 l’Altra Europa per Tsipras univa gli ’antiliberisti’. Poi è esplosa lo stesso. 
Ma tutti gli eletti sono stati ottimi parlamentari nel Gue. L’Altra europa non è proseguita perché non avevamo la stessa idea sul centrosinistra. Ma Eleonora Forenza è stata un punto di riferimento per tutti.

Stavolta resterete uniti?
Ormai tutti, anche Si, sono contrari al centrosinistra. E stiamo discutendo con De Magistris per costruire una coalizione che non sia un autobus ma un punto di riferimento lontano da Calenda e dal Pd, e cioè dall’eutanasia della sinistra.

Voi e Pap vi siete già scissi una volta.
Lenin consigliava ai giovani comunisti di Livorno di lavorare con Serrati (Giacinto Menotti, socialista corrente ’terzina’, ndr). Bando ai rancori. Siamo uniti sul 99 per cento, se stanno insieme i compagni di Barcellona non vedo perché non possiamo farlo noi. Unità e umiltà.

Di questa lista perno indispensabile è De Magistris. Ma si è davvero convinto a farlo? 
Un sindaco che guida da sette anni un’amministrazione ribelle contro tutti (contro Pd, 5 stelle e destre) vuole accertarsi della ampia unità e della possibilità di proseguire dopo le europee. Ma stiamo facendo un buon lavoro. Faccio una proposta.

Prego.
Mai più Abruzzo. Daremo la possibilità di usare il simbolo della Sinistra europea, consentirà in ogni caso la presentazione della lista. La sinistra non sarà costretta a votare il caravanserraglio di Calenda e la minestra riscaldata del Pd per paura di Salvini.

Zingaretti per lei è una minestra riscaldata?
Conosco Zingaretti da anni, non voglio essere irrispettoso. Però fin qui non ha detto una sola parola che lo distingua dalle precedenti stagioni del Pd. Certo ci ha messo la buona educazione e forse anche la gestione collegiale del suo partito al posto della sbruffonaggine di Renzi. Mi fa piacere per loro, qualche componente collaterale potrà trovare asilo nel Pd, ma al momento novità politiche non ci sono.

Moni Ovadia

 

Foibe. E ora dobbiamo ascoltare il gagliardo ministro degli interni ritentare l’equiparazione fra le foibe ed Auschwitz per il tramite dei bambini. L’operazione non è nuova fu lanciata da un esponente dell’estrema destra, l’ex governatore del Lazio Francesco Storace.

 

L’Italia è un paese ammorbato da molteplici retoriche, da un tasso patologico di falsa coscienza e per converso da un livello bassissimo di onestà intellettuale e di senso della memoria. Per questo è estremamente impervio affrontare il tema delle foibe senza intossicazioni ideologiche strumentali. Personalmente non ho la pretesa di farlo in modo obiettivo, ma spero di mantenere un ragionevole equilibrio. Io considero ogni violenza perpetrata deliberatamente contro un essere umano innocente un crimine ingiustificabile. Anche in tempo di guerra. Ritengo che un colpevole e persino un grande criminale non possano essere puniti senza un giusto processo, sono contrario alla pena di morte, che nessun tribunale dovrebbe avere il diritto di comminare neppure al più feroce dei carnefici.

 

Quando un uomo viene giustiziato si produce, anche nell’occorrenza della più adamantina delle motivazioni, un vantaggio per il campo della morte. La pena capitale non è un atto di giustizia. La differenza che trascorre fra un regime criminale e un sistema fondato sui valori di uguaglianza, libertà e pace è la stessa che passa fra la vita e la morte. Non propongo queste riflessioni per «perdonismo» sedicente cristiano né spinto da quel sentimento chiamato «buonismo» nella lingua della cloaca mediatica, ma perché credo che il valore della vita sia supremo e che la vendetta di qualsiasi veste si ammanti avveleni e sia impotente a risarcire gli orrori, in particolare quelli irredimibili.

 

Ora, chiunque abbia infoibato esseri umani ha commesso un crimine e ciò deve essere riconosciuto, le vittime hanno diritto alla giustizia e la loro sofferenza al compianto e alla memoria. Lo stesso si dica per la tragedia degli esuli istriani contro cui vennero praticati anche atti di crudeltà ideologica a priori. Stabilito questo, il compito che sarebbe spettato alle generazioni successive e anche alla nostra sarebbe quello di capire. Quale è l’origine violenta che ha causato le foibe? La risposta, a mio parere è iscritta nella storia della seconda guerra mondiale: la criminale guerra genocida, voluta, preparata e scatenata dai nazisti tedeschi e dai loro sodali con l’intento di imporre una dittatura razzista schiavista e assassina su tutta l’Europa.

 

I militi delle SS e i soldati della Whermacht cantavano: “heute gehört uns Deutschland, morgn di ganze Welt” oggi ci appartiene la Germania, domani il mondo intero. In questo contesto i popoli della ex Iugoslavia furono colpiti da inenarrabili violenze e orrori ad opera dei nazisti, dei fascisti italiani e di quelli croati, gli Ustascia guidati da Ante Pavelic, il più feroce fascista di tutto il secondo conflitto mondiale. Si narra che l’inaudita ferocia dei suoi scherani abbia sollevato perplessità fra i nazisti.

 

C’è una sola persona ragionevole che possa sostenere che la violenza delle foibe sia nata come atto di pura crudeltà dei « feroci slavi»? Come ebreo italiano mi corre l’obbligo di ricordare che un popolo di «feroci slavi» i bulgari, hanno salvato i loro cinquantamila ebrei opponendosi direttamente a Hitler, e fra essi i miei genitori e mio fratello,  che i popoli sovietici hanno fermato i nazifascisti con un contributo immane di morti – fra i 20 e i 26 milioni di morti. Gli italiani, brava gente invece in stragrande maggioranza accolsero con indifferenza le leggi razziali, non ebbero pressoché nessuna reazione quando furono espulsi dalle scuole bambini di sei anni e non mossero un dito quando i loro concittadini ebrei furono avviati alla deportazione e allo sterminio. Coloro che rischiarono le loro vite per salvare ebrei lo fecero perché brava gente, non perché italiani in quanto tali. Tutti coloro che hanno la memoria corta farebbero bene a visionare il documentario della Bbc «The fascist legacy», (L’eredità fascista) e capirebbero molte cose che fanno di tutto per non voler capire.

 

Per esempio che il poeta Giuseppe Cobolli Gigli, nazionalista istriano e fascista della prima ora, nom de plume Giulio Italico, incitava a infoibare i «nemici» del suolo patrio e che il sistema dell’infoibamento è stato per la prima volta messo in opera dai fascisti italiani contro i partigiani slavi. Il documentario BBC è stato acquistato dalla Rai, curato per l’edizione italiana da Massimo Sani, straordinario uomo di televisione mancato lo scorso luglio. La Rai non lo ha mai trasmesso chissà perché???

 

E ora dobbiamo ascoltare il gagliardo ministro degli interni ritentare l’equiparazione fra le foibe ed Auschwitz per il tramite dei bambini. L’operazione non è nuova fu lanciata da un esponente dell’estrema destra, l’ex governatore del Lazio Francesco Storace. Queste equiparazioni sono strumentali e perniciose, sottendono una delle forme più insidiose di revisionismo negazionista. Il loro scopo è quello di vellicare il revanscismo irredento della mai doma destra di ispirazione fascista per procurarsi voti a buon mercato.

 

Ritengo questa prassi priva di pietà nei confronti delle vittime verso cui si mostra cinismo e indifferenza. L’Italia non ha mai fatto veramente i conti con il proprio passato, ha sempre cercato capziosamente di aggiustarselo pur di non riconoscere le proprie responsabilità fino in fondo. I politicanti se ne fregano del loro paese e pensano al loro tornaconto, i cittadini sappiano che al futuro del prestigio nazionale non viene nulla di buono da simili sparate.

 

07/02/2019

 

«La Federazione di Rifondazione Comunista di Grosseto invita i propri iscritti e simpatizzanti a partecipare alla manifestazione del 9 indetta dai Sindacati contro la “manovra” del cambiamento» a dirlo è Rifondazione in una nota.

 

«Sempre sulla “manovra” – annuncia Rifondazione – lunedì 11 Febbraio ore 16 “Sinistra Unita e alternativa Grosseto” terrà una iniziativa pubblica con Roberta Fantozzi (Responsabile Nazionale Lavoro Prc) presso il Capannone viale Europa 63/65 a Grosseto dal significativo titolo “Non é il Governo del Popolo ma rischia di sembrarlo se l’opposizione é quella del PD”

 

Saranno presenti i segretari provinciali del Partito Comunista Italiano e di Rifondazione Comunista. Il Partito della Rifondazione Comunista/SE di Grosseto partecipa alla manifestazione del 9 febbraio indetta da Cgil, Cisl, Uil per contestare la manovra del governo, con una piattaforma che mette al centro i temi del lavoro e dei diritti universali».

 

«In particolare – chiarisce la nota – si sottolinea l’assenza di investimenti finalizzati alla creazione di nuova occupazione e a politiche di sostegno a sanità, istruzione e assistenza. Si denuncia l’insufficienza di risorse per il rinnovo dei contratti nella pubblica amministrazione e il blocco delle assunzioni, si chiede il superamento della legge Fornero che “quota 100” non realizza, sottolineando l’assenza di interventi sulla previdenza per i giovani, le donne e i lavori gravosi. Si denuncia una politica fiscale iniqua, che premia gli evasori e non prevede una maggiore progressività della tassazione, non interviene sui grandi patrimoni e non contrasta l’evasione fiscale. Si denuncia un’autonomia differenziata che privilegia le regioni più ricche e alimenta i divari territoriali spaccando il paese»

 

«Per tutti questi motivi – conclude Rifondazione – invitiamo tutti gli iscritti e simpatizzanti a partecipare alla manifestazione del 9 febbraio, con appuntamento alle ore 9 in piazza della Repubblica a Roma. Solo la ripresa delle lotte di lavoratrici e lavoratori anche nella provincia di Grosseto può cambiare il clima del paese avvelenato da chi alimenta la guerra tra poveri».

02/02/2019

 

Nel contesto della qualità del servizio postale pubblico percepita dalla popolazione, e nella fattispecie del servizio di recapito della posta a giorni alterni, un fattore importante per formulare un giudizio serio e definitivo su tale argomento è rappresentato dall'analisi del  livello di gradimento manifestato dal cittadino medio, che ricevere tale tipo di sevizio pubblico e universale.

 

 

Si può constatare che il pensiero è comune, corre dalla denuncia per il grave disservizio cronico del ritardo della posta, immutato dopo ben 10 ristrutturazioni aziendali del settore in 15 anni, ai mille inciampi, dovuti ad una organizzazione "fallace" di Poste Spa che, ad esempio, spaccia come normalità organizzativa far trascorre giorni e giorni per permettere ad un cittadino di ritirare una raccomandata depositata in  un ufficio postale quando questi è stato trovato assente al suo domicilio.

 

Quintali di posta non consegnata

 

Ma non sfugge al cittadino-utente un'altra particolare realtà complementare al disservizio, che in parte definisce e chiarisce il disservizio stesso: il livello della condizione penosa e dello stato avvilente della mansione di portalettere raggiunta con i giorni alterni.

Questo aspetto è stato fin troppo trascurato. Abbiamo chiesto di poter essere illuminati meglio su questi aspetti, proprio e direttamente a questi lavoratori,  che hanno trovato nel nostro partito una cassa di risonanza ai loro drammi.

 

Apprendiamo quindi che l'introduzione dei giorni alterni può essere sintetizzata con il seguente esempio: negli uffici dove lavoravano mediamente 4 portalettere, che servivano quattro zone postali, ora sono in due portalettere a fare lo stesso lavoro di prima, però a giorni alterni.

 

I due lavoratori superstiti, a giorni alterni, fanno una delle due zone affidate loro: un giorno la A e un giorno la B. Non deve sfuggire che ogni zona, ogni giorno, lavora su due giorni di posta: una parte è ferma dal giorno prima, un'altra parte è composta dall'arrivo giornaliero: il doppio della posta tutte le mattine.

 

Sappiamo che esistevano grossissimi problemi organizzativi anche prima dell'implementazione dei giorni alterni, immaginiamo ora.

 

Si lavora allo spasimo, sospesi sopra una corda di violino tirata all'inverosimile. Il tempo manca sempre. E' tiranno. Un'altra aliquota di portalettere è stata distolta dal servizio base, che è già dimezzato di suo, ed è stata impiegata per ricoprire orari inconsueti che si protraggono sino alle ore 20.00: è chiamata "linea business".

Questa linea business dovrebbe compensare, nell'arco del pomeriggio/sera, il lavoro dei portalettere base; consegnano esclusivamente oggetti a firma e pacchi. Soprattutto fronteggiano l'aumento esponenziale degli invii online che il boom dei pacchi comporta.

 

In pratica meno personale, ma più lavoro per tutti, con orari improponibili solo per rispettare i contratti stipulati con note multinazionali dell'e-commerce, senza averne i mezzi umani e strumentali.

 

Uno scandalo. Apprendiamo che le zone postali dei superstiti portalettere di base, immense il più delle volte, vengono maggiormente complicate dalle pressanti richieste aziendali attinenti il modo più profittevole per distribuire la posta.

In pratica si impartisce il comando  di dare priorità di consegna agli oggetti postali  con valore aggiunto: pacchi online, oggetti a firma con consegna veloce, estero ecc. 

Questo comporta che  viene meno la "tradizionale" sicurezza del tragitto, ripetitivo ma quotidianamente certo; costringe il lavoratore a fare il grillo, saltando un po' di qui o un po' più in là, con il risultato inevitabile che fette di posta "meno pregiata" non vengono consegnate e rimangono giacenti per lungo tempo nei casellari e sotto di essi, nelle grosse ceste.

 

Da quanto detto emerge la scarsità di personale, carichi di lavoro crescenti, ed un ruolo “ibrido” svolto che non risponde più al ruolo del portalettere di base ma si eleva a metà strada tra il portalettere pubblico e un "corriere espresso" qualunque.

 

Il tutto al netto di assenze,  inconvenienti, malattie, ferie, infortuni, corsi di formazione in e fuori sede, guasti alle auto di servizio, strumentazioni spesso inefficienti e controproducenti.

 

Si dirige a colpi di contestazioni e sanzioni disciplinari, addossando all'ultima ruota del carro, quella "produttiva!",  le colpe per la posta non consegnata.

Crisi isteriche e di pianto da parte di tanti colleghe/i, anche di una certa età, sono normalità. Ricordiamo che il progetto del passaggio ai giorni alterni ha comportato l'esubero di 15.000 operatori in Italia, compensati da 7000 assunzioni di figure precarie con contratti rinnovabili ogni 3 mesi. Ci fermiamo qua per ora. Ah! no. C'è una lacuna da colmare nel testo sopra esposto, come noterete manca un invitato d'eccezione nell'esposizione fatta: le Organizzazioni Sindacali nazionali. Ma di questo parleremo la prossima volta.

 

Segretario Federazione PRC Grosseto

 Maurizio Buzzani

31/01/2019

Adriana Pollice

 

Africa/Europa. I numeri choc dell’Unhcr: nel 2018 2.275 migranti hanno perso la vita in mare, un decesso ogni 14 arrivi per l’assenza di soccorsi. Filippo Grandi: «Si è creata una corsa tra paesi a non prendere migranti, quasi una gara contro la solidarietà dettata da motivi politici. C’è un’atmosfera tossica»

 

 

Attraversare il Mediterraneo centrale significa affrontare la rotta più letale al mondo: il tasso di mortalità dei migranti che dalla Libia si imbarcano verso l’Italia o Malta è più che raddoppiato lo scorso anno, quando le missioni di ricerca e soccorso delle ong sono state quasi azzerate e molti Stati hanno cambiato le loro politiche nei confronti dei migranti.

 

A certificarlo è il rapporto «Viaggi disperati» pubblicato ieri dall’Unhcr, l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni unite. Nonostante il significativo calo del numero di arrivi nelle coste europee, sono state circa 2.275 le persone morte o scomparse attraversando il Mediterraneo nel 2018, un decesso ogni 14 arrivi. Il tasso era uno su 38 nel 2017.

 

La traversata verso l’Europa è costata una media di sei vite al giorno. Se l’Europa si è sottratta, la Guardia costiera di Tripoli ha intensificato le operazioni: l’85% di chi parte viene riportato in Libia dove finisce nei centri di detenzione in condizioni terribili. In balia di milizie e degli stessi trafficanti, sono rinchiusi senza acqua né cibo per giorni, soggetti a torture, stupri ed epidemie.

 

Tra il 2017 e il 2018 gli arrivi in Europa sono scesi da 172.324 a 139.300, il numero più basso degli ultimi cinque anni. I flussi sono cambiati: se in Italia si è passati da 119.400 a 23.400, sono saliti in Grecia (da 35.400 a 50.500) e in Spagna (da 28.300 a 65.400). Così, nel Mediterraneo occidentale, i decessi sono cresciuti: da 202 nel 2017 a 777 nel 2018. La politica dei porti chiusi ha anche attivato la rotta via terra: in circa 24mila sono arrivati in Bosnia-Erzegovina attraverso i Balcani occidentali.

 

«Salvare vite in mare non è un’opzione né una questione politica, ma un imperativo primordiale – ha spiegato Filippo Grandi, Alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati – Possiamo porre fine a queste tragedie con un approccio basato sulla cooperazione e focalizzato sulla vita e la dignità umana». Cioè l’opposto di quanto successo nell’ultimo anno, con gli Stati europei impegnati a far valere il proprio interesse.

 

Il risultato sono state le navi delle ong bloccate in mare con i naufraghi per lunghi periodi senza porto di sbarco, in violazione delle norme internazionali. L’Unhcr sottolinea, poi, che l’intero viaggio per i migranti è «un incubo» che li espone a torture, stupri e sequestri a scopo d’estorsione: «Gli Stati devono agire con urgenza per scardinare le reti dei trafficanti e consegnarli alla giustizia».

 

Grandi accusa: «L’afflusso registrato nell’Ue nel 2018 è gestibile. Ci sono paesi in Africa o in Asia dove 139mila persone arrivano in un mese e ce la fanno». Secondo Grandi, il dato positivo riguarda i ricollocamenti che, pure in mancanza di una linea comune, alla fine si ottengono: «Nonostante lo stallo politico, rispetto all’avanzamento di un approccio regionale ai soccorsi e agli sbarchi, diversi Stati hanno assunto l’impegno di ricollocare le persone soccorse nel Mediterraneo centrale, una potenziale base per una soluzione duratura. Gli Stati hanno inoltre promesso migliaia di posti destinati al reinsediamento per permettere l’evacuazione dei rifugiati dalla Libia. L’Italia si è impegnata per 400 e, in parte, è stato questo governo».

 

Resta da parte dell’Alto commissario il giudizio negativo sui paesi Ue: «L’Europa può gestire il fenomeno, ci vuole al più presto almeno un accordo temporaneo tra volenterosi in modo da poter fare gli sbarchi senza provocare ogni volta tensioni, senza intossicare il dibattito per fini politico-elettorali».

 

Per poi attaccare: «I governi spostano il problema fuori dai loro confini invece di risolverlo. In Libia i paesi europei hanno rafforzato solo la Guardia costiera, perché questo contribuisce a ridurre gli sbarchi, ma i migranti salvati entrano nel circolo vizioso dei centri di detenzione in condizioni orribili».

 

E ancora: «Bisogna intervenire su tutto il contesto libico in modo che anche lì queste persone possano essere gestite in maniera umana». Sulle ong: «Rifiuto le accuse mosse loro. La capacità di salvataggio di ong e privati deve essere mantenuta, non può essere vista come un fattore che incentiva le partenze. La presenza di queste navi nel Mediterraneo centrale si è ridotta da 10 a 2 ed è stata una delle cause dell’aumento del tasso di mortalità».

 

La conclusione è amara: «Si è creata una corsa tra paesi a non prendere migranti, quasi una gara contro la solidarietà dettata da motivi politici interni. Non vedo la volontà di risolvere i problemi, c’è un’atmosfera tossica».

MASSIMO FRANCHI

da il Manifesto.it

29/01/2019

 

Pensioni. Niente per giovani e precari: anche il riscatto della laurea è solo per ricchi e figli di papà. Rimane l'adeguamento all'aspettativa di vita

 

Ora che il decreto è stato controfirmato si può confrontare Quota 100 con le promesse contenute nel «contratto del governo del cambiamento».

 

Il capitolo 17 a pagina 33 recitava roboante: «Stop legge Fornero» mentre la riforma più odiata dai lavoratori rimane quasi tutta, specie per giovani e precari.

In esplicito nel testo si prometteva «fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi è almeno pari a 100», senza altre condizioni. La soluzione dei 38 anni di contributi invece penalizza fortemente le donne, sfavorite da un tetto così alto a causa dei buchi dovuti ai periodi di cura dei familiari.


Quota 100 è dunque una sorta di finestra triennale – «in via sperimentale per il triennio 2019-2021», è l’incipit del Titolo II del decreto – che permetterà ad un po’ di lavoratori pubblici – i meno colpiti dalla crisi anche se va considerato il decennale blocco contrattuale – e un po’ di lavoratori di grandi aziende del Nord – scampati agli ammortizzatori sociali – di andare in pensione fino a 5 anni prima.

 

Quanta parte dei 355mila potenziali interessati nel 2019 (di cui 130mila statali) sceglierà di lasciare il lavoro è difficile prevederlo: solo le categorie in vera difficoltà per carichi di lavoro (medici di pronto soccorso, infermieri, professori, maestre di asilo) coglieranno la possibilità al volo, altri (dirigenti in primis bloccati dal sacrosanto tetto di 5mila euro l’anno di cumulo con altri redditi da lavoro) valuteranno molto attentamente il taglio implicito per gli anni di mancati contributi (fino al 16 per cento).


Rimane tutta la beffa per i dipendenti pubblici che dovranno prenotarsi 6 mesi prima e avranno solo 30mila euro di Tfs (trattamento di fine servizio) con parte restante tramite mutuo con divisione degli interessi ancora da definire.


Della riforma Fornero rimane il grande mantra: l’adeguamento all’innalzamento dell’aspettativa di vita che viene bloccato (temporaneamente) solo per la pensione anticipata e per i precoci.

Dunque per precari e giovani non cambia niente: la prospettiva è ancora andare in pensione a 70 anni con assegno da fame, senza quella pensione di garanzia che oggi non costerebbe niente al governo.
Il contentino del riscatto degli anni di laurea (5mila euro l’anno il costo per chi ha meno di 45 anni) varrà solo per i figli di papà o i ricchi: l’ennesima norma regressiva.

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