Attività del Partito della Rifondazione Comunista Circolo "Raniero Amarugi" di Santa Fiora


Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

In evidenza

02/01/2022

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Il comunicato della Commissione Europea

 

La Commissione Europea nel primo giorno del nuovo anno ci comunica di aver avviato il 31 dicembre le consultazioni degli esperti degli Stati per l’inserimento del nucleare e del gas nella tassonomia verde. Dopo il fallimento della Cop26 la Commissione comincia male il nuovo anno.


E’ sbagliata l’impostazione complessiva di una transizione ecologica fondata sulla cosiddetta “finanza sostenibile” con lo scopo di creare nuove opportunità per gli investitori. Diventa una vera finzione ecologica se si rilanciano nucleare e gas.


Il governo Draghi, e il ministro Cingolani, portano una grande responsabilità in questo orientamento della Commissione avendo con la Francia di Macron sostenuto il rilancio del nucleare.

31/12/2021

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Sbilanciati. Alla Camera è passata ieri la manovra che premia i redditi medio-alti, incide poco su quelli bassi e esclude gli incapienti, opera una stretta punitiva contro i poveri del cosiddetto "reddito di cittadinanza". Il governo Draghi ha incassato due scioperi generali (scuola, 10 dicembre) e di Cgil e Uil (16), molte polemiche contro il monocameralismo di fatto. L'eredità di Draghi e della sua maggioranza Frankenstein in un provvedimento modesto che replica la vecchia politica della pioggia di bonus

 

La Camera ha approvato ieri in maniera definitiva, con 355 voti favorevoli e 45 contrari, una legge di bilancio da oltre 36 miliardi di euro che ha incassato due scioperi generali, uno della scuola (10 dicembre) e uno delle categorie rappresentate dalla Cgil e dalla Uil (16 dicembre). Insieme in sindacati hanno contestato sia l’assenza di provvedimenti significativi per aumentare i salari del personale scolastico (350 euro sotto la media Ocse) mentre si daranno miliardi alle imprese per costruire le infrastrutture con il Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) sia l’idea di redistribuzione alla rovescia della riforma fiscale dell’Irpef che dà di più ai redditi tra i 42 e i 54 mila euro e meno all’85% di lavoratori dipendenti e pensionati. È questa l’impronta di classe una manovra sbilanciata più sul lato delle imprese, concentrata sulla tutela dei redditi medio-alti e dei diritti dei proprietari, con un impatto nullo sui redditi più bassi, quelli definiti «incapienti», e minimo su quelli medio-bassi già resi più insicuri dal lavoro povero e da due anni di pandemia.

***Irpef iniqua, la riforma di Draghi premia dirigenti e manager, ultimi gli operai

NEL REBUS di micronorme eterogenee e bonus ispirati a un’economia neoliberale fatta di incentivi e non di investimenti (Bonus idrico, bonus tv, bonus mobili, bonus facciate, bonus verde, bonus diciottenni, bonus affitti) colpisce l’uso anti-popolare dei criteri Isee: sempre più stringenti per i poveri che chiedono il cosiddetto «reddito di cittadinanza» (rifinanziato con 1 miliardo) e esteso in maniera universale nel caso dell’«assegno unico per i figli» che partirà tra gennaio e marzo 2022, anche se la platea potenziale dei «perdenti» nel passaggio dagli assegni familiari (1 milione di persone) sarà indennizzata al 100% solo per un anno. Tanto più ci si è accaniti in questi mesi contro i beneficiari del «reddito di cittadinanza», per cui è previsto un taglio del sussidio dopo 6 mesi anche se non avranno offerte di lavoro, tanto più sono stati premiati i proprietari di «villette» e seconde case ai quali è stato eliminato il tetto Isee di 25 mila euro per il «superbonus 110 per cento».

LA PRIMA, e forse ultima, manovra del governo Draghi avrebbe dovuto inoltre essere la tolda di lancio dei progetti favoleggiati nel «Pnrr» sulla «transizione ecologica». Più che altro il governo è stato costretto a raschiare il fondo del barile per trovare 3,8 miliardi di euro e tamponare l’aumento delle bollette di gas e elettricità nel primo trimestre del 2022. «Grande assente è il graduale taglio agli oltre 19 miliardi di sussidi che ogni anno diamo alle attività ambientalmente dannose e una dotazione maggiore di fondi e personale per rafforzare i controlli ambientali» ha sostenuto Rossella Muroni di FacciamoEco che non ha votato la finanziaria.

UNA MANOVRA che ha esaltato la trasformazione della Repubblica in un monocameralismo di fatto e ha sequestrato il dibattito nell’interlocuzione diretta tra il presidente del Consiglio Draghi e i partiti della sua attuale maggioranza Frankenstein. In questo quadro vanno segnalate misure poco più che simboliche denominate «anti-delocalizzazioni». Si applicherà alle aziende con più di 250 dipendenti che non risultano in crisi ma che decidono di chiudere una sede, licenziando più di 50 dipendenti. Dovranno comunicare i licenziamenti tre mesi prima e presentare un piano per gestire la cessazione delle attività che tuteli i lavoratori. Una norma che non serve né a prevenire né a impedire alcuna delocalizzazione. Basta mettere un po’ di soldi e usare il bon ton. E addio.

CON CIRCA 3 miliardi di euro nel 2022 la manovra darà attuazione alla riforma degli ammortizzatori sociali, con un aumento dei sussidi di disoccupazione e un’estensione degli istituti di integrazione salariale ordinari e straordinari ai lavoratori come apprendisti e a domicilio. «Dopo circa un anno e mezzo di dibattito attorno a una possibile riforma universalistica degli ammortizzatori – ha scritto Dario Guarascio sul sito dell’O.c.i.s. in un bilancio della misura lanciata dall’ex ministra del lavoro Catalfo – sembra certificare la prevalenza ideologica (e politica) delle posizioni di chi vede negli ammortizzatori un mero strumento assistenziale e ritiene che la disoccupazione sia perlopiù causata da svogliatezza o dalle scarse competenze di chi pretende un reddito». ro. ci.

30/12/2021

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il caso. Cgil: un’analisi della riforma fiscale smentisce le stime fuorvianti apparse sui media nazionali. "Si dà di più a chi ha di più e di meno a chi ha di meno". Penalizzato l’85% dei lavoratori e pensionati che ha un reddito sotto i 40 mila euro. Una denuncia della "legge del dare" enunciata in un ormai famoso brocardo da Mario Draghi

 

Nella tabella gli effetti strutturali dell’intervento fiscale previsto in legge di bilancio

Il governo Draghi è inchiodato a una riforma fiscale regressiva. Dopo lo studio dell’Ufficio parlamentare di bilancio (ne abbiamo parlato su il Manifesto del 28 dicembre) ieri la Funzione Pubblica (Fp) della Cgil e la Cgil nazionale ha pubblicato una nuova analisi che smentisce le simulazioni fuorvianti fatte pubblicare dal governo sugli stessi giornali che si sono scagliati con livore accusando di lesa maestà lo sciopero generale di Cgil e Uil che ha contestato un’operazione iniqua che dà di più a chi ha di più e meno a chi ha di meno.

LO STUDIO contempla sia la prospettata riforma Irpef che misure come la decontribuzione temporanea nel solo 2022 e assegno unico per figli fino ai 21 anni, in pratica quasi tutta la politica sociale e dei redditi degli ultimi due governo, quello Draghi e quello Conte 2. I risultati smentiscono chiaramente gli annunci su una presunta redistribuzione in nome della quale si è speso il presidente del Consiglio Mario Draghi (l’ormai famoso brocardo: «È tempo di dare, non di prendere». È proprio il concetto di «dare» che andrebbe rivisto, e in maniera radicale.

 

PRIMO PASSAGGIO: smentire l’effetto cumulativo dei benefici delle operazioni fatte prima da Renzi e poi da Gualtieri quando faceva il ministro dell’economia di Conte con l’attuale diminuzione delle aliquote dell’Irpef da quattro a tre. Questo, infatti, ha sostenuto il governo sui giornali. «Il bonus netto di 100 euro per redditi fino a 28 mila euro, da gennaio 2022 sarà fruito solo dai redditi inferiori ai 15 mila e il nuovo sistema di aliquote e detrazioni non riuscirà a compensare questa perdita. Di conseguenza, i benefici antecedenti non verrebbero oggi a sommarsi con l’attuale riforma, ma sparirebbero» sostengono – sostengono la Fp e la Cgil. La somma di interventi molto diversi è stata fatta per intossicare l’opinione pubblica, in particolare sui benefici per famiglie mono o bireddito con o senza figli. Aggiungere alla riforma Irpef quella dell’«Assegno Unico Universale» significa confondere destinatari diversi, tipologie di interventi fiscali con quelli sociali e criteri di erogazione differenti come il reddito personale con il reddito Isee familiare. «Non è un caso – evidenzia la Cgil- che la gran parte delle simulazioni ipotizzi nuclei monoreddito, gli unici che si possono prestare, in parte, ad analisi combinate». «Non è opinabile che rispetto al 2021 l’intervento sull’Irpef fornisce vantaggi inferiori ai redditi più bassi, solo in parte mitigati da una decontribuzione temporanea, così come è certo che la platea potenziale dei cosiddetti “perdenti” nel passaggio all’Assegno Unico è composta da oltre un milione di nuclei, tutti caratterizzati dalla presenza di reddito da lavoro dipendente saranno indennizzate al 100% per un solo anno, e non per tutti». Ed è così che si scopre anche un incredibile pasticcio, già denunciato dalla Uil, sulla misura brandita da tutte le forze politiche del Draghistan.

 

SECONDO PASSAGGIO: registrare il cambiamento degli obiettivi sociali realizzato dall’attuale governo, pur sempre focalizzato sul lavoro dipendente. Se prima le misure fiscali si concentravano sui dipendenti con redditi medio-bassi, oggi invece è stato deciso «di beneficiare le classi medio alte proprio in un periodo in cui abbiamo visto crescere le disuguaglianze nel nostro paese. Infatti, come si può paragonare la riforma del 2014 con quella del 2022, quando fra l’una e l’altra vi è stata una pandemia globale e una recessione senza precedenti?».

 

TERZO PASSAGGIO: ecco le cifre. La riforma Irpef premia le fasce di reddito superiori ai 40 mila euro «dedicando alle altre benefici irrisori in termini assoluti e relativi», mentre l’85% dei lavoratori e pensionati ha un reddito che si colloca sotto tale soglia. «I media nazionali oltre che il governo non hanno merito preso in considerazione questa semplice analisi della distribuzione dei contribuenti».

 

CONCLUSIONE: dato che la crisi del Corona-capitalismo durerà anni il governo avrebbe dovuto fare un «intervento sulle fasce meno abbienti e più in difficoltà, anziché dedicare risorse pubbliche a chi ha già tanto e poche briciole a chi stenta ad arrivare a fine mese». Su queste basi la «mobilitazione della Cgil continuerà» con l’anno nuovo.

 

29/12/2021

da il Manifesto

Alberto Negri

 

Siria e Yemen. Di Siria e Yemen ormai si tace. Raddoppio delle colonie nel Golan, raid sugli Houthi: è il Patto d’Abramo tra Israele e Arabia saudita benedetto da Trump e ora da Biden

 

Se non fosse per il papa che ha ricordato le tragedie della Siria e dello Yemen qui nessuno ne parlerebbe più. Eppure si tratta di “guerre parallele”. Da una parte, nella penisola arabica, l’Arabia saudita si presenta come leader di una coalizione militare che difende il “legittimo” governo yemenita, un’accozzaglia di fantocci in mano a Riad che vorrebbe eliminare gli Houthi alleati dell’Iran. Dall’altra c’è lo stato ebraico che approfittando del conflitto siriano ha deciso di raddoppiare gli insediamenti nel Golan occupato nel 1967.

 

Il tutto naturalmente con il silenzio complice dell’Unione europea che blatera di politica estera e di difesa comuni _ e persino di una forza militare autonoma dalla Nato _ quando non ha neppure un pensiero autonomo che sappia definire quale posto riveste, non si dice nel mondo, ma neppure alle porte di casa. I leader europei oggi offrono uno spettacolo indecente: non hanno mai nulla da dire di minimamente incisivo. In particolare l’Italia, acquattata nella cuccia dell’Alleanza Atlantica come un cane da pagliaio il cui emblema sublime è un ministro degli Esteri inesistente.

 

Ma sarebbe ingiusto prendersela con una persona. E’ l’intero sistema dei partiti italiani che ormai non conta nulla, altro che sovranisti: o forse ci siamo dimenticati del segretario del Pd Enrico Letta che insieme a Salvini e a Tajani va sul palco del ghetto ebraico di Roma a dimostrare a favore di Israele che bombarda Gaza? E’ questa gente inutile che si prepara a eleggere il prossimo inquilino del Quirinale, a dimostrazione che nulla avviene per caso. Siamo già tutti d’accordo sul copione.

 

Essenziale ovviamente è il beneplacito degli Stati Uniti. Non solo quelli di Trump, _ che riconobbero l’annessione del Golan oltre che di Gerusalemme capitale dello stato ebraico, _ ma anche di Biden che vede nel patto di Abramo tra gli arabi e Israele la soluzione “ideale” ai guai del Medio Oriente e del Mediterraneo. Si tratta di una politica estera di rapina che intende legittimare quello che non viene riconosciuto da nessuna risoluzione Onu e dal diritto internazionale.

 

Non è vero che la Siria e lo Yemen sono guerre dimenticate. In realtà si vorrebbe che “dimenticassimo” ogni principio sulla legittima autodeterminazione dei popoli per assegnare a Israele e all’Arabia saudita pezzi di mondo che non gli appartengono in nome di una presunta stabilità internazionale. Un’idea che forse gli Usa e i loro alleati accarezzano anche in Libia, dove il caos istituzionale è il maggiore alleato per una spartizione del Paese cominciata nel 2011 quando la Francia decise di bombardare Gheddafi seguita da Stati Uniti e Gran Bretagna.

 

Non è forse del tutto casuale che mentre in Libia si preparavano le elezioni e il loro fallimento, il figlio del generale Khalifa Haftar sia andato in Israele facendo balenare che sarebbe stato disposto, in caso di vittoria elettorale, a far entrare la Libia, o quel che resta dello stato libico, nel Patto di Abramo.

 

Quale è l’obiettivo? Quello di fare uno spezzatino del Medio Oriente e degli stati che si affacciano sul Mediterraneo lasciando che sia lo stato ebraico con i suoi alleati a menare le danze. Non è una storia di oggi ma è cominciata tempo fa quando gli Stati Uniti decisero di attaccare nel 2003 l’Iraq di Saddam Hussein. Una guerra nata da una menzogna, ovvero che il regime baathista possedesse armi di distruzione di massa. Ricordarlo non è secondario. Perché è su quella menzogna che si è fondata la disgregazione del Medio Oriente, degli stati della regione e di interi popoli.

 

Non si diceva, in fondo, che il colonialismo anglo-francese aveva creato stati con confini artificiali? Ed ecco la soluzione ai problemi di un secolo: basta distruggerli questi stati in modo che tra qualche decennio di questi Paesi non restino che dei moncherini, come gli stati balcanici dopo la fine della Jugoslavia. Tutto deve essere archiviato in un mondo di ex: l’ex Iraq, l’ex Siria, l’ex Libia. Quelli che non si devono assolutamente toccare sono dittatori, monarchi assoluti e anti-democratici che acquistano gli armamenti italiani e occidentali. Altrimenti dove andiamo a finire? Anzi a costoro dobbiamo lasciare spazio nelle guerre locali come lo Yemen per provare l’efficacia di questi armamenti contro la popolazione locale e i civili.

 

Sotto questo profilo l’Afghanistan quest’anno è stata una formidabile lezione per tutti. Basta leggere sul New Yorker la ricostruzione di come gli americani hanno liquidato mesi prima della sua caduta il governo di Ghani, che fastidiosamente reclamava un ruolo nella trattativa di Doha con i talebani. Non si disturba il manovratore. E la lezione è stata brutale: l’Afghanistan senza l’aviazione e i missili americani e della Nato era una semplice espressione geografica. E al diavolo anche tutte le chiacchiere sulla democrazia e i diritti umani o delle donne. Oggi l’Afghanistan dei talebani è un territorio alla fame, cancellato dalla mappa.

 

In questo quadro la Turchia e la Russia sono funzionali a una carta politica di popoli senza stato e senza diritti dove prendersi pezzi di territori siriani o libici. In Siria Ankara e Mosca manovrano per convincere i curdi a sottomettersi a Damasco rinunciando alla loro autonomia. In cambio di una Siria sotto sanzioni e senza una reale capacità di ripresa che ha come unica speranza di accordarsi con quelle monarchie del Golfo che insieme a Erdogan volevano distruggere il regime di Assad puntando sull’esercito dei jihadisti.

 

Ora Assad deve restare in piedi ma deve essere asservito anche lui al Patto di Abramo tra Israele e le altre dittature arabe. Ecco perché nessuno dice più una parola contro di lui ma arrivano i bombardamenti criminali israeliani a Latakia. Per favore, non disturbate il manovratore. Insediamenti illegali, bombardamenti su cui tutti tacciono. Di Medio Oriente sentiremo non solo parlare nel 2022.

28/12/2021

da Il Manifesto

Marco Revelli

 

Il presidente . Con la sua «candidatura» ha lanciato il messaggio: ho concluso il lavoro. Ma la «normalità ritrovata» è una bugia: la pandemia s’impenna e la sua maggioranza è spaccata

 

Il combinato disposto tra la tanto commentata conferenza stampa del Presidente del Consiglio Draghi e le reazioni dei partiti politici della sua maggioranza la dicono lunga sul drammatico marasma istituzionale che si rischia a inizio 2022. E anche sullo spesso strato di ipocrisia che ha avvolto sia le parole dell’uno che quelle degli altri. A Mario Draghi, evidentemente, in tutte quelle due ore e passa di speach tacitiano, interessava lanciare un unico e chiaro messaggio.

 

E cioè che il suo compito come Capo del Governo poteva considerarsi concluso, e che quindi lui era pronto per il grande salto tra i palazzi, da Chigi al Quirinale. L’ha fatto al prezzo di alcune evidenti bugie: la «normalità ritrovata» nonostante la pandemia si stia impennando, l’operato concorde di una maggioranza che in realtà più litigiosa non si potrebbe immaginare, la riforma fiscale che premierebbe i più poveri… Oltre che di disinvolte imprecisioni: un PNRR già perfettamente strutturato e in attesa solo di essere «messo a terra» come se quest’ultima operazione non comportasse tutte le problematicità possibili, per dirne una. Ai partiti, tutti o quasi – comunque quelli che costituiscono la sua maggioranza -, interessava al contrario sfilargli di sotto il trampolino per quel salto. E l’hanno fatto tessendone in apparenza un elogio sperticato e tirando in realtà un colpo basso alle sue ambizioni.

 

INCROCIANDO QUESTA doppia menzogna, se ne ricava una verità. E cioè che per «uscirne vivo» dalle Idi di gennaio, al «governo dei migliori» sarebbe necessario un doppio miracolo, sia che prevalgano le ambizioni dell’uno sia che facciano premio gli appetiti degli altri. Se Draghi andasse al Quirinale, resterebbe il rebus irrisolvibile di chi gli succederebbe al Governo, dopo che i suoi «azionisti di maggioranza» avessero consumato obtorto collo la loro precaria unità in quel mandato subìto. Occorrerebbe appunto il «miracolo» di una maggioranza arlecchino che dopo aver subito l’umiliazione di non aver potuto scegliere il sovrano, si acconcia anche a sottomettersi in tinta unita a un sosia in sedicesimo, privo del carisma d’ufficio che «il Migliore» si era visto assegnare.

 

Se al contrario Draghi restasse inchiodato al suo trono «minore» di Palazzo Chigi, con che maggioranza si ritroverebbe se quella che l’aveva sostenuto finora si fosse spaccata e dilaniata nell’elezione presidenziale? (Domanda che d’altra parte si è fatto lui stesso). Qui il «miracolo» necessario starebbe nella trasformazione istantanea di un branco di istrici rissosi in disciplinate api operaie di un alveare mandelvilliano (e anche questo, come sa chi ha letto la favola dell’alveare operoso che sotto imposizione alimenta i vizi interni , non sarebbe né perfetto né desiderabile). Ma in politica – dovremmo averlo imparato – i miracoli sono rari. Soprattutto i «miracoli italiani». E allora?

 

ALLORA BISOGNEREBBE incominciare a riflettere su quanto in realtà sia stata «avventuristica» la soluzione voluta dal Quirinale esattamente un anno fa, favorita dalla solita vocazione piratesca di Matteo Renzi, con la sostituzione per via extra-parlamentare (cioè senza nemmeno un passaggio in Parlamento per verificare la fiducia o certificare la sfiducia) del governo Conte II col governissimo Draghi I: soluzione che allora apparve a quasi tutti – con l’eccezione di questo giornale e pochi altri – la cosa più ragionevole del mondo, scritta nell’ordine delle cose (che coincideva con l’ordine di Confindustria), virtuosa per sua natura.

 

E che invece conteneva già in sé (per la personalizzazione estrema del comando e l’estensione abnorme della maggioranza) i semi del male che ora germoglia: l’estenuazione e la frammentazione dei partiti in crisi di leadership ma soprattutto di identità; la rissosità marginale di una maggioranza commissariata da un Capo insindacabile che si riserva sempre l’ultima parola; l’eccezionalità dell’aggregazione che non ne permette repliche…

QUELLA SOLUZIONE, allora applaudita in forma trasversale, non ha avvicinato la soluzione della crisi italiana. Ha contribuito per molti aspetti a incancrenirla. È probabile che da questo nuovo passaggio ne usciremo peggiori. Anche perché due incognite pesano come macigni. La prima è sanitaria. Dopo che hanno parlato le forze politiche (le cui parole però, si sa, son leggere), occorrerà aspettare che parli il virus (il cui codice comunicativo è al contrario pesantissimo): che succederà se alla metà di gennaio i contagi saliranno ancora, magari raddoppieranno come teme l’OMS, se le terapie intensive si satureranno? Come evitare che la tentazione dell’emergenza (quella vera, non quella dei DPCM) allunghi la sua ombra sul passaggio istituzionale in atto? Il secondo è politico (o meglio «etico», se il termine si potesse ancora usare senza temere i risolini di scherno degli uomini di mondo): ed è l’ipotesi di una candidatura Berlusconi.

 

NON DICO DELL’ELEZIONE, che sarebbe una catastrofe inimmaginabile. Ma anche solo della sua candidatura, che incrocerebbe la tragedia della pandemia con la farsa della politica. Se in quell’aula echeggiasse nello scrutinio il nome del pluricondannato ex presidente del Consiglio. Se pur anche una parte della nostra rappresentanza parlamentare votasse un uomo che non solo è stato condannato in via definitiva, ma che ha ancora processi in corso, per conferirgli la più alta carica dello Stato (quella che comporterebbe la presidenza del CSM e la guida della magistratura), l’immagine stessa dell’Italia cadrebbe in un fango indelebile. Costituirebbe, diciamocelo – diciamolo! – davvero un punto di non ritorno.

 

Sarebbe bene che chi ha mantenuto un brandello di lume della ragione si risvegliasse dal torpore. Che i vari Letta e Conte la smettessero di far melina (cosa va bisbigliando il primo con la Meloni? Cosa va riconoscendo il secondo a Berlusconi?). E prendessero atto del pericolo, parlando per una volta con chiarezza, perché un’eventuale candidatura Berlusconi non è «divisiva», come vanno dicendo. È distruttiva. Per il Paese intero.

26/12/2021

Marco Consolo

 

Simbolo della lotta anti-apartheid del Sudafrica e premio Nobel per la pace, Tutu era un uomo di straordinaria intelligenza ed integrità, e figura cardine della storia sudafricana. Nella sua battaglia radicale contro le forze dell’apartheid, spiccava anche il suo inguaribile buon umore.

 

Dopo l’avvento della democrazia nel 1994, e l’elezione del suo amico Nelson Mandela come Presidente, Desmond Tutu, che ha dato al Sudafrica il soprannome di “Nazione Arcobaleno”, ha presieduto la Commissione per la Verità e la Riconciliazione (TRC), costituita per voltare la pagina dell’odio razziale.

 

In queste ore, oltre al suo contributo nella lotta all’AIDS, vogliamo ricordare il suo sostegno al boicottaggio di Israele “perché modifichi l’apartheid nei confronti dei palestinesi. Noi in Sud Africa, non avremmo ottenuto la nostra democrazia senza l’aiuto di persone in tutto il mondo, che attraverso l’uso di mezzi non violenti, come il boicottaggio e il disinvestimento, hanno incoraggiato i loro governi e altri attori sociali per invertire decenni di lungo appoggio al regime dell’ apartheid”.

 

E ancora: “Chi chiude gli occhi davanti a una ingiustizia, contribuisce a perpetuarla. Se sei neutrale in una situazione di ingiustizia, hai scelto di stare dalla parte dell’oppressore”.

 

La sua scomparsa è un lutto per tutti-e coloro che si sono battuti e si battono per la liberazione dei popoli.  Rifondazione Comunista rende omaggio ad una delle straordinarie figure di questa generazione di sud-africani-e, un gigante morale in prima fila nella battaglia per un mondo più giusto ed egualitario.

 

 

Verso il Colle. Il percorso coerente dal Britannia negli anni ’90 (le privatizzazioni), a Trichet (l’austerità) al whatever it takes (l’euro) alla revisione del patto di stabilità (pandemia). Un semipresidenzialismo incardinato nella figura del Capo dello Stato è l’esito prevedibile della chiamata, 10 mesi fa, per organizzare la  maggioranza extralarge

 

Alla fine il velo è caduto. Ma il re non è nudo. Anzi vestitissimo, con un abito double face. Da un lato Presidente del Consiglio in atto e Presidente della Repubblica in potenza. Dall’altro capo dello Stato in divenire e capo del Governo a proseguire, naturalmente interposta persona, ma solo per difetto di ubiquità

.

Di questo si tratta, al di là delle compiacenti autoraffigurazioni – quasi un’icona natalizia – del nonno al servizio delle istituzioni.

 

Draghi non è parso affatto preoccupato del groviglio istituzionale che comporta l’inedito passaggio diretto da Palazzo Chigi al Quirinale, che affligge diversi commentatori. De minimis non curat praetor.

 

Draghi sa bene che la contesa del Colle si decide altrove rispetto alle sedi proprie del nostro paese. Fin dal momento della sua designazione a premier era chiaro che l’ex presidente della Bce non era il “pilota automatico”, ma piuttosto l’ingegnere che l’aveva progettato e costruito. Non era solo chiamato a gestire il flusso di denaro del Recovery Plan sospinto a quel ruolo della Unione europea, ma la impersonava direttamente.

 

Così è stato in tutti i momenti topici della storia della globalizzazione neoliberista e della Ue, lungo la quale Draghi ha ricoperto vari ruoli, a seconda dei diversi momenti e delle molteplici esigenze, secondo una linea dinamica, capace di interpretare e dirigere i cambiamenti e i momenti di svolta.

 

Fu così sul Britannia nel 1992 dove Draghi, nella veste di ministro del Tesoro italiano, per ridurre il debito spalancò la porta rovinosa delle privatizzazioni, ove l’Italia fu seconda solo all’Inghilterra della Thatcher.

 

Fu di nuovo protagonista, assieme a Trichet, nell’indicare al futuro governo Monti il da farsi per scardinare lo stato sociale.

 

Non ha perso l’occasione di infierire sulla Grecia come presidente della Bce e sempre in quel ruolo di dare vita con il celebre whatever it takes ad una politica espansiva, in parziale contraddizione con il rigorismo affamatore prima ampiamente applicato.

 

Non c’è quindi da stupirsi se il suo futuro è argomento di discussione quotidiano sulla stampa internazionale.

 

Mentre Salvini si appendeva al cellulare immaginandosi il mazziere (nel senso di chi dà le carte) della partita del Quirinale, Bill Emmot, che fu direttore dell’Economist dal 1993 al 2006, pigliava a schiaffi il suo ex settimanale dalle pagine del Financial Times, sostenendo che la collocazione, non ideale ma reale, di Draghi era stretta tra lo stare «sei mesi con le mani su un volante sempre più incontrollabile o sette anni a dirigere il traffico», non lasciando dubbi su quella che per lui era l’opzione migliore.

 

Del resto, proseguiva l’articolo di Emmot riguardo al nostro paese «di fronte a un panorama politico sempre più frammentato, i presidenti hanno usato i poteri conferiti dal ruolo in modo sempre più efficace. Gli ultimi due capi dello Stato hanno agito in un modo paragonabile a un mix di presidenti non esecutivi e di pontefici secolari». Per l’autorevole opinionista quindi era già stata tracciata la strada verso l’ibridazione tra la figura del Presidente della Repubblica e quella del Presidente del Consiglio.

 

Ma serve un salto in avanti.

 

Infatti ieri, sempre sul quotidiano finanziario inglese, compare un articolo a doppia firma, Macron e Draghi, dedicato alla necessità – ovvia ai più – di rivedere il patto europeo di stabilità a fronte di un debito cresciuto enormemente e una «ripresa» da favorire. In questo quadro va inserita anche la visita lampo del neocancelliere Olaf Scholz a Roma.

 

Ma l’autorevolezza di quest’ultimo, malgrado la vittoria elettorale, non è certo quella, o per i più ottimisti non lo è ancora, di cui godeva la Merkel. Gli va data una mano, anche per sottrarlo all’influenza nel neoministro delle finanze, il liberale Lindner la cui appartenenza alla fazione dei «falchi» contrari a qualsiasi ammorbidimento delle regole di Maastricht è fin troppo nota.

 

Ma l’asse Macron – Draghi acquisterebbe in credibilità se fosse meno asimmetrico rispetto ai ruoli e ai poteri dei due protagonisti. Per questo l’ascesa al Colle di Draghi, mantenendo una stretta supervisione sugli atti politici del governo, è già più che una dichiarazione di disponibilità, quanto un semipresidenzialismo di fatto incardinato nella nuova figura del Presidente della Repubblica.

 

Tutto ciò è contrario alla nostra Costituzione, la quale stabilisce che il capo dello Stato «non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». Solo che le forze politiche non se ne curano. Pensano ad altro.

 

La destra esprime contrarietà perché si sente tagliata fuori dalla partita, il 5Stelle appare afono e il Pd non fa resistenza. Anzi, stando a un virgolettato, seppure anonimo, del Sole 24 Ore fa sapere che «il percorso di Draghi verso il Colle e la successione a palazzo Chigi devono procedere insieme», lasciando guidare il governo da un presunto tecnico, come Marta Cartabia o Daniele Franco.

 

Mentre i 51 progetti del Pnrr elogiati come un compito concluso da Draghi, sono in realtà deleghe al governo che verrà, ovvero tutti da definire per essere operativi. A questo ci ha portato la maggioranza extralarge: alla soglia della più grande e pericolosa controriforma istituzionale del paese.

 

Non è un destino baro, è una volontà politica cui ci si dovrebbe ribellare.

 

Con una vittoria che equivale ad un ko pugilistico, il leader della sinistra cilena Gabrile Boric si è

aggiudicato con un amplissimo margine il ballottaggio presidenziale che lo ha opposto in Cile

all'ultraconservatore José Antonio Kast.

 

Quando lo scrutinio aveva raggiunto il 92,12%, Boric aveva ottenuto oltre il 55% contro il 44% di Kast, con

un vantaggio schiacciante di oltre undici punti che nessun sondaggio o analista aveva potuto prevedere.

 

Secondo i dati ufficiali, l'affluenza è stata record per il Cile, superiore al 50%, equivalente ad oltre otto

milioni di voti. E' stata quindi grazie alla maggiore affluenza alle urne che si è imposto il progetto di

cambiamento proposto dal giovane leader della coalizione Apruebo Dignidad, che a 36 anni sarà il

prossimo 11 marzo 2022 il più giovane presidente della storia del Cile. Il sindaco comunista del distretto di

Recoleta a Santiago del Cile, e rivale di Boric nelle primarie vinte da quest'ultimo, ha dichiarato che con

"questa vittoria consideriamo chiuso il capitolo della dittatura" di Augusto Pinochet.

 

18/12/2021

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

Mediazioni di Governo. Inserito in manovra un provvedimento: si limita a raddoppiare i costi del licenziamento. Il decreto annunciato a luglio prevedeva una multa fino al 2% del fatturato. Ora 3 mila euro a licenziato. L’impresa dovrà presentare un piano e ci saranno tre mesi per discuterlo. Ma in questo modo i sindacati non potranno appellarsi ai tribunali del lavoro

 

Se ne parla da luglio. Doveva essere un decreto e doveva intervenire sulle tante delocalizzazione annunciate appena sbloccati i licenziamenti: Gianetti ruote, Gkn, Timken, fino alle recenti Saga Caffè, Speedline, Caterpillar con multe salate fino al blocco delle procedure di licenziamento collettivo.

 

E INVECE CINQUE MESI DOPO il governo Draghi vara un semplice buffetto alle multinazionali che delocalizzano. Si tratta di un articolo all’interno del maxiemendamento alla legge di bilancio, finalmente depositato in Senato. Prevede un semplice raddoppio dei costi di licenziamento – se l’azienda non presenta il piano per la delocalizzazione o se nel piano mancano gli elementi previsti, come la gestione degli eventuali esuberi – e tempi di comunicazione e discussione più lunghi, fino a 90 giorni. Niente di più.

 

Ma tanto basta alla parte sinistra della maggioranza Draghi – Pd, M5s, Leu – per parlare di «successo» mentre il ministro leghista Giorgetti, sempre avverso, lo commenta assieme a una lunga serie di agevolazioni alle stesse multinazionali compreso il regalo di «un fondo speciale di 100 milioni di euro per favorire il prepensionamento dei lavoratori di aziende in crisi» o lo sconto sull’imposta di registro, ipotecaria e catastale per il trasferimento dei beni strumentali.

 

NEGLI ULTIMI GIORNI il pressing del ministro del Lavoro Andrea Orlando e della vicemnistra al Mise Alessandra Todde ha fatto vacillare perfino il consulente economico di palazzo Chigi, l’iperliberista Francesco Giavazzi, mentre il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha prima sbraitato lunedì e poi – valutando le conseguenze minime per le multinazionali – ha accettato il testo senza commentarlo.

 

UNICO ELEMENTO POSITIVO è il tempo di approvazione. Fra un decreto e un emendamento a una manovra blindata l’entrata in vigore è praticamente uguale.

 

Nel merito però si passa dalla multa fino al 2% del fatturato – pari a milioni di euro per una multinazionale – previsto dalla stesura di luglio della bozza di decreto Misure urgenti in materia di tutela dell’insediamento dell’attività produttiva e di salvaguardia del perimetro aziendale» messa a punto da Todde alle poche migliaia di euro -al massimo è 3300 euro a licenziato, calcola Stefano Fassina – previste ora. In più i tempi previsti vengono dimmezzati: nella bozza di decreto le aziende dovevano comunicare la decisione 6 mesi prima e per 3 mesi dovevano cercare un acquirente per la reindustrializzazione, particolare molto importante totalmente saltato nel testo dell’emendamento.

 

 

La procedura, in tre step, riguarda le imprese con più di 250 dipendenti, che ne vogliono licenziare almeno 50: una comunicazione va fatta tre mesi prima a sindacati, enti locali e ministeri, entro 60 giorni l’azienda deve presentare un piano che va discusso nei successivi 30 giorni. Il piano, di massimo 12 mesi, deve «limitare le ricadute occupazionali ed economiche», con ammortizzatori sociali, cessione o riconversione del sito.

 

«È una mera proceduralizzazione che mette in discussione il diritto per i lavoratori di difendersi attraverso le normative contrattuali e il ricorso alla magistratura (risultato fondamentale ad esempio nella vicenda Gkn, ndr) – commenta la segretaria genrerale della Fiom Francesca Re David – . Chiunque sta ai tavoli di crisi sa bene che non bastano certo 3 mesi per discutere sul mantenimento delle attività produttive in Italia e non bastano 12 mesi (che corrispondono all’attuale cassa integrazione per cessazione) per concludere una reindustrializzazione – prosegue – . Non c’è nessun ruolo attivo del governo e non c’è nessun vincolo alla responsabilità sociale dell’impresa sancita dalla nostra Costituzione».

 

IL MINISTRO ORLANDO parla di un piano per rendere il meno «traumatici» possibile gli esuberi e frenare l’aspetto più «brutale e selvaggio», andato in scena con i licenziamenti comunicati via Whatsapp o Telegram. Era «l’ultimo slot utile», afferma il ministro del Lavoro, prima che il quadro si faccia «più incerto».

 

È un «primo passo avanti importante», dice il segretario del Pd Enrico Letta. Lo stesso Orlando però parla della necessità di un intervento europeo e il vicesegretario Peppe Provenzano dice che «si deve riorganizzare il Mise». Giuseppe Conte, in una nota scritta con il viceministro Alessandra Todde, parla di un intervento «non punitivo».

17/12/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Lo sciopero di ieri è il primo atto di lesa maestà nei confronti del governo Draghi. In un Paese che si è completamente disabituato alla cultura del conflitto, essenziale in democrazia

 

Dice Matteo Salvini che quello di ieri è stato «uno sciopero farsa». Ci sta, bisogna avere lavorato per sapere riconoscere uno sciopero. Niente di male. Antonio Tajani dice che crede che «lo sciopero non abbia alcun senso: sia dannoso per la ripresa economica. Abbiamo prorogato lo stato di emergenza. Non è questo il modo per andare incontro ai lavoratori. È negativo per i lavori e il nostro Paese». Tajani fa il Tajani, ci sta, è pagato per quello: la ripresa economica per Tajani consiste nell’accontentare il suo elettorato e la disuguaglianza delle misure sicuramente non pende da quella parte.

 

Di certo lo sciopero di ieri è il primo atto di lesa maestà nei confronti del governo Draghi e molto chiaramente si sono potute vedere le parti in campo. Nessun leader di partito tranne Bersani e Fratoianni ha appoggiato esplicitamente lo sciopero. Pd e M5s da equilibristi auspicano “il dialogo”, peccato che le domande dei lavoratori (una distribuzione Irpef più equa, un maggiore contributo per le famiglie più povere per il rialzo dei consumi, una seria posizione sulle delocalizzazioni, maggiori stanziamenti per la sanità) siano chiarissime e a mancare siano le risposte. Ed è curioso che chi non risponde a una domanda si lamenti della mancanza di dialogo.

 

Inarrivabili quelli che dicono che non è il momento di scioperare: in Italia cinque milioni di lavoratori percepiscono un salario inferiore ai 10 mila euro lordi l’anno. Tra disoccupati e inattivi si contano quattro milioni di persone. Tre milioni sono i precari, 2,7 milioni i part time involontari. Il Censis ha elaborato dati Ocse da cui si deduce che siamo l’unico Paese industrializzato in cui, negli ultimi 30 anni, le retribuzioni sono calate (del 2,9%). Un arretramento che neanche in Grecia e in Spagna si è verificato. Francia e Germania hanno visto crescere i redditi da lavoro di oltre il 30%. In tutto questo stanno arrivando miliardi dall’Europa. Se non ora, quando?

 

Pessima, seppur prevedibile, la reazione dei giornali: Repubblica ieri non citava nemmeno lo sciopero, il Corriere della Sera ieri ne parlava a pagina 16 in poche righe, Il Messaggero un trafiletto sotto il titolo “disagi”. Se serviva uno sciopero per tastare il polso della stampa italiana eccovi serviti. Dario Di Vico ieri sul Corriere scriveva di  una «gauche italiana pervicacemente affezionata a una centralità del conflitto capitale-lavoro». Magari Di Vico, magari.

 

Una cosa è certa, questo Paese si è completamente disabituato alla cultura del conflitto (essenziale in democrazia). Il fatto che ora ci sia Draghi ha aggiunto l’aggravante della lesa maestà. Il presidente di Confindustria Bonomi ci ha fatto sapere di essere stato “triste” per lo sciopero. Sapesse come sono tristi i lavoratori sottopagati o disoccupati. Il punto è che di Paesi reali ce ne sono veramente due: gli sfruttati e gli sfruttatori. Una volta l’avrebbero chiamata “lotta di classe” ma se oggi ci si permette di scriverlo questi chissà come si intristiscono ancora.

Pagine