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19.06.2018

di Piero Bernocchi

 

Crolla il bluff “né di destra né di sinistra, né fascisti né antifascisti” dei 5 Stelle: è un governo reazionario, xenofobo, razzista, sessista e omofobo, quello di fatto guidato da Salvini. 

 

Hanno tuonato per anni contro i presidenti del Consiglio non eletti e poi hanno installato un “signor Nessuno” senza alcuna autonomia; avevano strepitato contro gli accordi tra Renzi e Berlusconi e hanno stipulato un “contratto” tra partiti che si sono demonizzati per anni; avevano strillato per gli “inciuci” contro il popolo sovrano, ed hanno incollato al governo due partiti presentatisi agli elettori in schieramenti contrapposti. Ma questo sarebbe solo l’ennesima dimostrazione dell’ultrasecolare trasformismo italico, se poi il tutto non si fondasse sul programma della Lega, forza dominante di un governo che, oltre a storici rappresentanti della “casta” come Savona, Moavero e Tria, propone figure di bassissimo profilo che dovranno eseguire il programma di una formazione reazionaria, in perfetta sintonia con l’ultra-destra di Le Pen, Orban, dei governi polacchi ed austriaci. Si tratta di una versione moderna del nazionalismo reazionario che non abbisogna più di dittature ma che propone in tutta Europa chiusure nazionalistiche, sovranismo velleitario, xenofobia, odio verso i “negher”, sessismo, omofobia, disprezzo della cultura, del sapere, della conoscenza competente, culto delle armi e della sottomissione del debole e del “diverso”; con in più l’ultra-liberismo e il mito della “fabbrichetta”, del “farsi da sé” sulla pelle degli altri e del non pagare le tasse.Sono bastate due settimane di governo e le illusioni di coloro che, da sinistra e per avversione (giustificata) verso il PD e Renzi, avevano preso sul serio le promesse dei 5 Stelle, sono state brutalmente travolte. I leghisti di Salvini, usando spietatamente i migranti dell’Aquarius, già distrutti dalla prigionia in Libia organizzata dal precedente governo PD, e pur partendo da un 17% di voti, stanno divorando quello strano “animale” a 5Stelle, che si presupponeva (Di Battista dixit) “nè di destra nè di sinistra, né antifascista perché il fascismo è morto e sepolto”: che, pur con il doppio di eletti/e, nel giro di dieci giorni ha sottoscritto l’intera piattaforma anti-immigrati di Salvini, con Toninelli che ha controfirmato la chiusura dei porti e Di Maio che ha confermato “l’assoluta identità di vedute nel governo sul tema immigrazione.”

 

Ma l’aspetto reazionario del governo Salvini-Di Maio non riguarda solo la politica sull’immigrazione. C’è l’oscena legge “per la legittima difesa”, che introduce la pena di morte senza processo, autorizzando i “benpensanti” a sparare su chiunque si introduca nelle proprie case; c’è la flat tax, che ridurrebbe sensibilmente le tasse ai ricchi massacrando le già poche risorse per i servizi sociali; c’è una concezione forcaiola delle libertà civili e repressiva dei conflitti, come promette l’ incubo di Salvini al Ministero degli Interni; c’è il blocco della riforma della giustizia e il trionfo della logica manettara alla Davigo “non esistono gli innocenti, sono solo colpevoli non ancora smascherati”, con il dilagare di “agenti provocatori di Stato”, premi ai delatori, costruzione di parecchie nuove carceri; c’è l’omofobia e il sessismo aperto del ministro Fontana per il quale le diversità di orientamenti sessuali vanno semplicemente cancellate; ci sono i legami con l’Internazionale europea, razzista, sessista e xenofoba e fascistoide. C’erano poi le mirabolanti promesse di cancellare la legge Fornero, la “Buona scuola”, il Jobs Act e di dare il mitico “reddito di cittadinanza”, che tanto interesse e attese avevano suscitato in vasti settori popolari e salariati. Ma gli ottimi rapporti stabiliti con le organizzazioni padronali ci fanno prevedere che nulla di serio verrà toccato né sulle pensioni né sulle leggi sul lavoro. E come i 5Stelle vogliano difendere i lavoratori/trici dalla precarietà lo abbiamo già visto nel conflitto, con i COBAS in prima fila, nelle Telecomunicazioni dove, al di là delle chiacchiere sul “reddito di cittadinanza”, circa 30 mila addetti subiranno per l’ennesima volta tagli salariali e precarietà per un accordo esaltato dai 5 Stelle come esempio dei “nuovi rapporti di lavoro”.  In quanto poi alla “buona scuola” qualcuno/a può seriamente credere che Bussetti, dirigente dell’USP di Milano e dell’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia e già  preside “distaccato”, che in questi anni ha fedelmente applicato la Legge 107, possa buttare per aria i poteri assegnati ai capi di istituto, i bonus, l’Alternanza scuola-lavoro e i quiz Invalsi? Non basta vedere come siano sparite le promesse di rendere giustizia alle maestre diplomate magistrali fatte da Lega e 5Stelle, quando ora Pittoni (responsabile scuola della Lega) dice che “è troppo tardi ora per sanare adeguatamente la situazione, ci doveva pensare prima la Fedeli”?

 

Ci sono poi due vicende altamente indicative dell’attuale clima politico. La prima riguarda la  costruzione dello stadio della Roma. Il “dominus” della corruzione, Lanzalone, fa parte della lunga serie di “tecnici” senza scrupoli che, su mandato di Casaleggio, Di Maio, Bonafede, e Fraccaro, i tre ministri principali 5Stelle del governo, hanno imposto  alla sindaca Raggi.  C’è infine l’intollerabile voto del Consiglio comunale di Roma per intestare una strada al boia Almirante. Qui non si giocava la sopravvivenza del governo e men che meno della giunta Raggi che ha una maggioranza schiacciante al Comune.

 

Semplicemente i consiglieri 5 Stelle hanno condiviso il peana della Meloni per Almirante, l’uomo delle leggi razziali, l’esaltatore del razzismo come segno patriottico, presentato come un “fondatore della patria, uno dei politici italiani più importanti e meritevoli del secolo scorso”. E, in linea col Di Battista dell’”antifascismo non ha senso perché il fascismo è morto” hanno votato per dare gloria ad Almirante. Che poi qualcuno abbia richiamato all’ordine gli sciagurati, avendo percepito l’effetto mediatico, non cambia la sostanza.

 

Insomma, per tutti questi validissimi argomenti i COBAS dichiarano la loro avversità a questo governo e lo combatteranno nei prossimi mesi almeno come abbiamo fatto nei confronti di tutti i governi di centrodestra e centrosinistra degli ultimi anni.

 

*portavoce nazionale COBAS

 

Leo Lancari

 

Intanto la Francia apre ai migranti dell'Aquarius. Il ministro leghista continua la sua battaglia contro le organizzazioni. E il M5S si accoda.

 

 

Lo scontro con le navi delle ong impegnate nel mar Mediterraneo è solo una tappa della battaglia molto più estesa che Matteo Salvini è deciso a condurre contro chiunque si adoperi nel prestare aiuto ai migranti. Una battaglia che il ministro degli Interni della Lega ricalca da quanto fatto in Ungheria da Viktor Orbán – che per il capo del Carroccio oltre che un alleato è anche un modello a cui ispirarsi – che ha recentemente presentato un progetto di legge in cui chiunque aiuti un migrante o un profugo, anche solo stampando opuscoli informativi, rischia di finire in carcere. Non a caso Salvini ha già annunciato di voler intervenire al più presto su quelle ong che ricevono fondi da George Soros, il finanziere americano di origine ungherese visto a Orbán come il fumo negli occhi.

 

Così mentre il governo francese annuncia che accoglierà i migranti che si trovano a bordo della Aquarius intenzionati ad andare in Francia (l’approdo a Valencia, in Spagna, è previsto per questa mattina) il titolare del Viminale continua i suoi attacchi via twitter. Le ultime a finire nel mirino sono state ieri le navi battenti bandiera olandese di due ong, Lifeline e Seefuchs, colpevoli di navigare al largo delle coste libiche e che ieri hanno assistito al recupero di 148 migranti da parte di un rimorchiatore. Salvini non ha dubbi: le due navi sono «in attesa del, loro carico di esseri umani abbandonati dagli scafisti», twitta di buon mattino. Aggiungendo subito: «Sappiano questi signori che l’Italia non vuole più essere complice del business dell’immigrazione clandestina e quindi dovranno cercarsi altri porti (non italiani) dove dirigersi. Da ministro e da papà lo faccio per tutti».

 

Parole che provocano la reazione di Lifeline: «Quando i fascisti ci fanno promozione…». La risposta di Salvini è immediata: «Una pseudo associazione di volontariato che dà del ’fascista’ al vicepremier italiano? Questi non toccheranno mai più terra in Italia». . «A questo punto la ong toglie il post sostituendolo con un altro in cui ironizza: «No @matteosalvini non è naturalmente un fascista. Ci è scivolato il mouse». Controreplica del ministro: «Roba da matti. A casa nostra comandiamo noi, la pacchia è stra-finita, chiaro?». Il livello ormai è questo.

Se nel M5S qualcuno disapprova quanto sta facendo Salvini, si guarda bene dal dirlo. Anzi, tra i grillini c’è chi fa gara per allinearsi con il nuovo corso. Il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli chiede all’Olanda di far rientrare le due navi: «Non hanno i mezzi e personale per salvare adatti per salvare un gran numero di persone», chiede, mentre il sottosegretario alla presidenza del consiglio Vito Crimi, parlando a Catania a un convegno sull’immigrazione spiega: «Il governo sta facendo una stretta sull’utilizzo delle ong sul modo in cui stanno intervenendo, incrementando le aspettative e alimentando il traffico di esseri umani». Allo steso convegno interviene anche il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro titolare dell’inchiesta siciliana sulle organizzazioni non governative. «Le ong – dice – fanno parte di un sistema profondamente sbagliato, che affida la porta d’accesso all’Europa a trafficanti che sono criminali senza scrupoli».

 

A farsi dare dei complici dei trafficanti di uomini le ong ovviamente non ci stanno. E così la replica agli attacchi del governo è immediata: «Noi siamo nel Mediterraneo proprio perché non c’è l’Europa», ricorda Medici senza frontiere. «Le navi delle organizzazioni non governative sono scese in mare quando è finita la missione Mare nostrum, con il Mediterraneo che si era trasformato in una tomba per oltre 1.200 persone in una settimana. Siamo lì perché non c’è l’Europa», ricorda Msf.

 

Dura anche la replica della spagnola Proacitva Open Arms, per la quale accostare le ong alle associazioni di criminale che sfruttano i migranti è «tendenzioso». «Noi siamo coordinati dalla Guardia costiera e siamo sempre stati dentro al sistema di salvataggio in mare in cui la Guardia costiera italiana aveva un ruolo di coordinamento» spiega Riccardo Gatti, capo missione della ong, che giudica non casuali gli attacchi da parte di esponenti del governo: «Questa criminalizzazione delle ong e le azioni volte fondamentalmente a farci sparire sono andate i crescendo», ricorda Gatti. «C’è qualcosa di orchestrato in tutto questo; vogliono portare alla scomparsa delle ong».

Marco Revelli

Migranti/Sinistra. Rischiamo di avere oggi «socialisti senza umanità» (quelli che squassano la sinistra in Europa, fin dal cuore della Linke tedesca) e «umanitari senza socialità» (senza solidarietà sociale).

 

«Con gli occhi per terra la gente prepara la guerra». Mi è tornata in mente, quella strofa lontana, in questi giorni feroci dell’odissea dell’Aquarius, da ieri elevata ufficialmente a sistema – con Salvini che reitera la chiusura dei porti alle ultime navi di profughi in arrivo – in cui tutto, ma davvero tutto, sembra perduto: la politica, l’umanità, l’elementare senso di solidarietà, noi stessi, il nostro rispetto di noi e degli altri cancellato da un ministro di polizia che fa della pratica disumana della chiusura dei porti un metodo di governo… Mi è tornata in mente perché è quello che sento nell’aria, che leggo nelle facce, negli sguardi, nei cattivi pensieri di (quasi) tutti. Odore di guerra, e occhi a terra (lo sguardo del rancore che promette sventura).

 

Alla velocità della luce, in poche mosse da parte di giocatori cinici e spregiudicati, questione migratoria e logica bellica, politica dei flussi e politica delle armi si sono saldate intorno alla coppia nefasta «amico-nemico». E il confronto impari, spaventosamente asimmetrico, tra l’Italia e quel microscopico frammento di nuda vita in balia delle onde nel Canale di Sicilia si è saldato, come le due facce del medesimo foglio, col confronto muscolare, «di potenza» e «tra potenze».
Con la resa dei conti tra il Governo italiano e gli altri Stati coinvolti, Malta, Francia, paesi «alleati» e paesi «ostili».
Mentre si parla sempre più spesso, e con sempre meno pudore, di azioni militari per il controllo diretto delle coste libiche come «soluzione finale» al problema dei profughi.

 

È BASTATO che un rozzo capopopolo rionale o regionale come Matteo Salvini irrompesse come un bufalo nella cabina di regia governativa di un Paese non di secondo piano in Europa, perché questa saldatura tra demografia e geopolitica (tra «movimenti di popolazione» e «conflitti inter-statali») si coagulasse istantaneamente. Perché il disagio sociale virasse in nazionalismo… E nel contempo perché si rivelasse in tutta la sua estensione e profondità lo «sfondamento antropologico», chiamiamolo così, o «etico-politico» consistente nella diffusa incapacità di riconoscimento «dell’uomo per l’uomo». Nell’evaporazione di ogni pietas, com-patimento, identificazione nel dolore altrui: le basi della socievolezza che ha permesso la sopravvivenza della specie umana sostituita ora da un mortifero atteggiamento di rifiuto, diffidenza, indifferenza ostile. I cattivi sentimenti, appunto, che da sempre preparano la guerra perché dicono che la guerra è già dentro le persone, e le ha fatte proprie.

 

CERTO COLPISCE, nella via crucis dell’Aquarius – in questo spettacolo crudele messo in piedi per ostentare, sul palcoscenico grande come il mare, la caduta catastrofica dell’umano nel segno della «politica nuova» – la figura dell’attore protagonista: l’uomo che dopo aver assorbito in sé tutti i ruoli di governo (le gouvernement c’est moi) si permette di prendere in ostaggio centinaia di bambini, donne, uomini per giocarseli sulla scacchiera politica (come strumento di negoziazione all’esterno e di consenso all’interno) indifferente alle loro sofferenze, lasciandoli in balia del mare, come fossero cose e non persone («tortura» è stata definita). Ma colpisce ancor di più – se possibile – questo pubblico che balza in piedi ad applaudire a ogni battuta truce, a ogni dichiarazione di disprezzo, che si emoziona per le vessazioni, l’irrisione dei valori di solidarietà e condivisione, addirittura la messa in stato d’accusa della solidarietà, come colpa o reato. E se si guarda quella platea dal di fuori, non potrà sfuggire che solo in pochi, sparsi qua e là, se ne stanno a braccia conserte, senza unirsi all’orgia. E quasi nessuno si alza per fischiare.

 

PRENDIAMONE ATTO. Un argine si è rotto, persino tra noi, di quella comunità non grande che si è definita “sinistra”. Siamo diventati irriconoscibili a noi stessi. O meglio: tra noi stessi. Sempre più spesso, se s’incontra un compagno con cui si è condiviso (quasi) tutto e il discorso cade sui migranti e sul caso dell’Aquarius, non scatta immediata, istintiva l’indignazione, ma s’incrocia uno sguardo vacuo. Un cambiar discorso. O addirittura un moto di condivisione della politica dei respingimenti. Una voglia di limiti. Di barriere (perché «così non si può andare avanti»). O perché convertiti a un qualche «neo-sovranismo», nell’illusione falsa che ripristinando i confini possa ritornare il welfare di un tempo, le garanzie, i diritti sociali sottratti anche da parte e per colpa di chi oggi, per lavarsi la coscienza, difende a parole l’«apertura». O perché affascinati da quella vera e propria «troiata» (mi si permetta il temine caro a Cesare Pavese) che è la categoria dell’«esercito di riserva»: l’idea che i migranti siano lo strumento occulto di un qualche piano del capitale per sfondare il potere d’acquisto e la forza negoziale dei lavoratori nostrani, ignorando che quello si chiamava, non per nulla «esercito industriale», appartenente cioè a un’altra era geologica, prima che si affermasse il finanz-capitalismo, che lavora e comanda appunto non con i corpi ma col denaro. E che quella «narrativa» serve solo a giustificare la vessazione dei più poveri tra i poveri, non certo a contrastare i più ricchi tra i ricchi.

 

BASTA D’ALTRA parte uno sguardo alla cronologia per vedere che il vero «sfondamento» della forza del lavoro è avvenuto fin dal passaggio agli anni ’80, ben prima che iniziassero i flussi di popolazione, e ha usato come ariete non i corpi dei poveri ma la tecnologia dei ricchi, elettronica, informatica, smaterializzazione del lavoro, frammentazione della componente «manuale» che sopravviveva. Fu allora che si consumò la «sconfitta storica» del lavoro in Occidente. E il conseguente «disallineamento» tra diritti sociali e diritti umani, che invece il movimento operaio novecentesco, almeno da noi, aveva saputo tenere «in asse». Da allora quelle due famiglie di diritti – questione sociale e questione morale (o «umana») – sono andate divaricandosi sempre più, fino a oggi, quando finiscono per contrapporsi, quasi che per stare vicino ai nostri «proletari» occorresse respingere gli altri riconfigurati per l’occasione come «non-proletari». Col risultato che rischiamo di avere oggi «socialisti senza umanità» (sono quelli che stanno squassando la sinistra in Europa, fin dal cuore della Linke tedesca) e «umanitari senza socialità» (senza solidarietà sociale).

 

UNA SCISSIONE cui si può rimediare solo con un colpo d’ala. Con la consapevolezza, da una parte, che si possono difendere efficacemente le ragioni universali dell’umanità solo se si dimostra di voler difendere con le unghie e con i denti la ragioni sociali locali di chi, nel proprio territorio, è deprivato di reddito e diritti (se si disinnesca la trappola mortale del «perché a loro sì e a me no»). E dall’altra riuscendo a capire che mai come oggi la difesa dei migranti si salda alla difesa della pace, perché la guerra a loro finirà per trasformarsi in guerra tra noi.

 

Dossier di Lunaria. Il rapporto individua due cause della diffusione del senso comune xenofobo e destrorso: la deriva securitaria del governo precedente e la cassa di risonanza dei media

 

L’Italia del buon cuore, della carità cristiana, addirittura delle lacrime facili, è stata soppianta da una moda «cattivista» che lascia senza respiro, nella quale «il razzismo è diventato un logo di successo, non solo in campo politico». Alimentato dai social – che però servono anche da antidoto e strumento di mobilitazione dal basso in senso opposto -, l’hate speech che ha per oggetto quasi unico la rivalsa contro gli immigrati è entrato nel senso comune, tra i ragazzini e persino in alcuni spot del tipo «prima gli italiani» anche di grandi agenzie come la Armando Testa (traghetti).

 

In attesa di una indagine accurata dal punto di vista antropologico, di questo propagarsi di «un veleno nazionalista, xenofobo e razzista» dà conto l’ultima indagine dell’associazione Lunaria – scaricabile anche dal sito Cronache di ordinario razzismo – dal titolo «Il ritorno della razza».

 

Il dossier, pubblicato ieri, fotografa e cerca di trovare spiegazioni dei 169 casi di violenze razziste, verbali e fisiche, e di discriminazioni accertate solo nel primo trimestre dell’anno (nell’intero 2017 furono 557). Il focus si ferma dunque al 31 marzo, prima dell’assassinio del sindacalista di origini maliane Soumaila Sacko nelle campagne intorno a Rosarno. Nei primi tre mesi di quest’annus horribilis, iniziato con l’elogio della «razza bianca» di Attilio Fontana, allora candidato e ora governatore della Lombardia, si contano: un morto e 26 feriti.

 

Il caso più grave resta quello di Idy Diene, senegalese 55enne venditore di ombrelli ucciso a Firenze il 5 marzo, colpito in quanto con la pelle di un altro colore e prima vittima dell’anno anche se l’aggravante di razzismo non è stata riconosciuta dagli inquirenti. Tra le 26 persone ferite, sei sono quelle da arma da fuoco del tiro al bersaglio dalla pelle scura di Luca Traini a Macerata il 3 febbraio. Gli altri sono pestaggi.

 

Il rapporto mette sul banco degli imputati, per il diffondersi di questo odio selettivo, due elementi: «lo slittamento sicuritario dell’ultimo anno fortemente voluto dall’ex ministro dell’Interno (Minniti)» e i media, che hanno fatto da cassa di risonanza dei discorsi più barbari e del linguaggio più semplificato e involgarito della destra razzista e fascista.

COMUNICATO STAMPA

1 Legge elettorale – 2 Scuola – 3 Abolizione pareggio di bilancio in costituzione
INTERVENGONO
DOMENICO GALLO
- Portavoce del Coordinamento Nazionale per la Democrazia
STEFANIA AMARUGI
Portavoce comitato provinciale di Grosseto
- Luogo Sala del Consiglio comunale – Piazza Duomo - Grosseto
- Organizzato dal Comitato provinciale per la Campagna tre LIP di Grosseto

 

 

 

GROSSETO – Sabato 16 giugno alle 17 nella sala del consiglio comunale interverrà il costituzionalista Domenico Gallo per svolgere una conferenza sulle tre leggi di iniziativa popolare la cui raccolta firme si sta avviando a conclusione.
«Si tratta di tre proposte di legge d’iniziativa popolare – spiega Stefania Amarugi (nella foto) portavoce per la raccolta firme delle “Lip” – per consentire ai cittadini di diventare protagonisti della democrazia.
Ecco quali sono 

1^ PROPOSTA DI LEGGE
Proposta di legge costituzionale Modifiche agli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, concernenti l’equilibrio di bilancio (il principio del “pareggio di bilancio”), al fine di salvaguardare i diritti fondamentali della persona. (ripristinare i normali meccanismi di bilancio della Costituzione del 48, alterati da una falsa riforma del 2012 dettata per imporre all’Italia una mortificante politica di austerità); 

2^ PROPOSTA DI LEGGE
Modifiche alla legge elettorale per consentire agli elettori di scegliere direttamente i deputati e i senatori da eleggere in proporzione ai voti ottenuti; previsione del voto disgiunto e doppia preferenza donna e uomo; garanzie di correttezza, trasparenza, democraticità nella selezione delle candidature in attuazione dell’art 49 della Costituzione. (ridare ai cittadini elettori il sacrosanto diritto di scegliersi i propri rappresentanti e superare il carattere oligarchico dei partiti politici); 

3^ PROPOSTA DI LEGGE
Per la scuola della Costituzione Legge di iniziativa popolare Norme generali sul sistema educativo della pubblica istruzione nella scuola di base e nella scuola secondaria di secondo grado;definizione dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di nidi d’infanzia.delega per il riordino degli organi collegiali centrale, periferici e di istituto.(restituire alla scuola italiana la dignità di organo della Costituzione, smantellando gli aspetti deteriori della c.d. “buona scuola”).
 

Paolo Berdini

 

Evidentemente la capitale d’Italia non riesce a far tesoro degli scandali degli ultimi anni, quelli che hanno svelato una città dominata da un mondo affaristico-malavitoso capace di mettere la politica alle proprie dipendenze.

 

Era il 2 dicembre del 2014 quando prese il via l’inchiesta “mondo di mezzo” che azzerò la classe politica al governo della città. Imprese e cooperative colluse con la malavita per l’accaparramento di funzioni fino a pochi anni prima svolte egregiamente dalle amministrazioni pubbliche.

 

Il sistema degli appalti fu sottoposto ad una profonda verifica, anche grazie all’Anac di Cantone. E fu sempre in risposta alla domanda di trasparenza e onestà che nel giugno 2016 Roma affidò ai 5Stelle e a Virginia Raggi le chiavi del governo della città.

 

La nuova giunta si era dunque affermata per porre in essere una profonda discontinuità di metodo e di contenuti.

 

In quello stesso periodo, il governo delle città, la vera radice di tutti i mali italiani, non fu però sottoposto ad identica attenzione. Anzi.

 

Oggi i «piani casa» di ogni regione permettono di demolire e ricostruire immobili, anche in zone di pregio storico e ambientale, con notevoli incrementi di volumetrie. Le coste italiane, e perfino quartieri bellissimi come quello di corso Trieste a Roma, sono stati aggrediti dalla eterna speculazione immobiliare.

 

Alla camera dei deputati è stata fortunatamente bloccata una legge di cosiddetta rigenerazione urbana che avrebbe permesso alla proprietà fondiaria di intervenire ulteriormente senza alcuna regola.

 

Ma identica filosofia è contenuta nella recente legge urbanistica della regione Emilia Romagna, nella legge della rigenerazione urbana del Lazio e nella proposta di legge che l’attuale giunta regionale dell’Abruzzo vuole approvare ad ogni costo.

 

Si continua a pensare che solo la cancellazione del governo pubblico sia l’obiettivo da raggiungere.

 

A ROMA, I SEGNALI che sull’urbanistica si sarebbero dovuti accendere i fari dell’attenzione erano stati molto espliciti.

 

Il 16 dicembre 2016 viene arrestato Raffaele Marra, potente braccio destro del sindaco Raggi.

 

Narrano le cronache che nel suo appartamento furono trovate alcune pratiche urbanistiche che avrebbero dovuto essere ospitate nell’assessorato che dirigevo.

 

L’urbanistica mette in moto interessi così giganteschi che la trasparenza dà fastidio a chi ha il potere economico – fondiario ed è molto meglio lasciare tutto nell’ombra di oscure trattative.

 

In poco tempo, anche grazie al “commissariamento” della Raggi imposto da Di Maio attraverso due uomini di sua fiducia (i deputati -oggi ministri- Fraccaro e Bonafede), l’urbanistica romana è tornata nel porto delle nebbie e nella continuità con le precedenti amministrazioni comunali.

 

La vicenda dello Stadio della Roma sta tutta in questa forbice con l’esigenza di trasparenza e di moralità che la giunta Raggi aveva promesso ad una città che sperava in un cambiamento radicale.

 

La stessa Raggi, ad esempio, aveva condotto una limpida battaglia contro la decisione del sindaco Marino di costruire lo stadio a Tor di Valle, salvo poi cambiare punto di vista e annullare tutto il lavoro di recupero di trasparenza e legalità che, durante il mio impegno nella giunta capitolina, avevo impostato.

 

Del resto, nelle trattative oscure con la proprietà fondiaria non servono assessori competenti, servono mediatori e affaristi.

 

MA LA VICENDA STADIO non è la sola. Ad Ostia, sciolta per mafia, nonostante due anni e mezzo di commissariamento è stata approvata solo una bozza di piano degli arenili che lascia in mano al potente partito dei balneari il destino del litorale.

 

Del resto, le meritorie demolizioni degli abusi iniziate per merito dell’allora commissario al litorale, il magistrato Sabella, sono state abbandonate.

 

Il settore del commercio ambulante è stato riportato indietro rispetto alle politiche di Ignazio Marino.

 

La rete delle esperienze sociali che tengono viva la città, come la Casa internazionale delle Donne, sono ignorate e rischiano lo sgombero.

 

Sulla fame di case pubbliche non si è fatto nulla e continuano le dolorose occupazione da parte della città dei poveri.

 

Sull’area pubblica dei Mercati generali di Ostiense si vuole approvare un progetto che prevede il verde per gli abitanti di quel quartiere, del tutto privo di parchi, ubicato a venticinque chilometri di distanza.

 

Dalla svolta urbanistica siamo tornati agli orrori dell’urbanistica contrattata.

 

E’ sul tradimento delle speranze per una città migliore che doveva guardare ai bisogni delle periferie e non agli affari, che dovremmo portare la discussione.

 

E’ infatti indubbio che questo ennesimo grave colpo d’immagine della capitale potrà provocare disorientamento e ulteriore distacco dalla partecipazione politica.

 

Per riportare la capitale degli scandali urbanistici ad avere fiducia nel futuro è necessario un progetto di città che sappia mettere per sempre in soffitta affaristi e politica succube.

 

E’ solo con una profonda svolta etica verso la città intesa come bene comune che potremo ricostruire il futuro di Roma e delle nostre città.

 

* L’autore è ex assessore all’urbanistica della giunta Raggi

Pubblicato il

13.06.2018

Strasburgo

 

Voglio ringraziare i sindaci che hanno aperto i porti delle città per accogliere la nave Aquarius. Mi hanno fatto provare meno vergogna di essere italiana ed europea” tuona così l’eurodeputata Eleonora Forenza (GUE/NGL) durante la plenaria del Parlamento Europeo a Strasburgo riunitasi per discutere l’emergenza umanitaria nel Mediterraneo in seguito alle vicende legate alla nave Aquarius.

 

“ Vorrei sapere dai colleghi del Movimento 5 Stelle, con cui ho spesso lavorato, come altro definirebbero, se non xenofobo, chi afferma che la situazione dei migranti è una ‘pacchia’?

Come altro definirebbero, se non razzista, chi grida vittoria di fronte alla sofferenza di 629 vite umane? In tutto questo cinismo, il Presidente francese Macron è l’ultimo che può esprimersi.

Abbiamo davanti agli occhi la vergogna di Ventimiglia e di Bardonecchia, i porti francesi ostentatamente sigillati e i confini con l’Italia chiusi.”

 

 

 

12.06.2018

Francesco Cancellato

da Linkiesta

 

Il Trattato di Dublino, la Bossi-Fini, gli emendamenti ai trattati Sar e Solas: se oggi ci troviamo nei pasticci con la gestione degli sbarchi e dei richiedenti asilo è tutta colpa di tre leggi ratificate dal governo Berlusconi in carica dal 2001 al 2006. Di cui la Lega era fedele alleata.

Trattato di Dublino, legge Bossi-Fini, emendamenti alla convenzione Sar e Solas. Segnatevi queste tre norme, perché sono loro all’origine di tutto ciò che non funziona nell’attuale gestione dei richiedenti asilo in arrivo dall’Africa, e più nello specifico nella tragica vicenda della nave Aquarius, bloccata nella crisi diplomatica tra Italia e Malta e ora, pare, diretta in Spagna. Tre norme che, curiosamente, sono state tutte approvate tra il 2001 e il 2004. Anni in cui al governo c’era Silvio Berlusconi, insieme ad Alleanza Nazionale e - udite udite! - alla Lega Nord.

 

E insomma, è curioso che siamo proprio loro, gli incendiari di allora, a essere stati chiamati a gran voce dall’elettorato italiano per spegnere il fuoco. È curioso, ad esempio, che Salvini sbraiti contro la Convenzione di Dublino, ratificata nel 2003, secondo cui il primo Stato membro in cui vengono memorizzate le impronte digitali o viene registrata una richiesta di asilo è responsabile della richiesta d'asilo di un rifugiato. Già allora non ci voleva un genio per capire che un simile regolamento sarebbe stato un problema per i Paesi di confine, soprattutto quelli che affacciano sul Mediterraneo, in caso di crisi umanitarie. Tant’è, i nostri eroi l’hanno ratificata lo stesso.

Quel che si recupera in prossimità delle coste maltesi - come i naufraghi salvati sull'Aquarius - sbarca comunque in Italia, e sbarca col foglio di richiesta di asilo politico, perché solo così si può entrare, e tocca all’Italia occuparsene, perché così hanno deciso Berlusconi, Bossi e Fini. O se preferite, Forza Italia, la Lega e Alleanza Nazionale

Nessuno, in effetti, l’aveva pensato. Ma i nostri prodi governanti di allora avrebbero dovuto immaginarlo. Il 30 luglio 2002, pochi mesi prima, era infatti entrata in vigore la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, la quale vincolava il permesso di soggiorno in Italia con un lavoro effettivo. Tradotto: se non ti chiamava qualcuno, in Italia non ci potevi entrare. A meno che. A meno che non ti definisci, per qualche motivo, richiedente asilo politico. Risultato? Il numero dei rifugiati cresce di anno in anno, soprattutto negli ultimi tre, e il motivo è piuttosto semplice: se vuoi sperare di arrivare ovunque in Europa l’unico modo che hai per non farti rimandare a casa è fare richiesta di asilo umanitario. Del resto, se la porta d’accesso è una sola, la macchina si ingolfa e possono passare anni prima che una richiesta sia accettata o meno, e i richiedenti asilo si accumulano, di anno in anno.

E sapete perché si accumulano? Perché l’anno dopo ancora i nostri eroi forza-leghisti si inventano un altro capolavoro e nel 2004 ratificano due emendamenti alle convenzioni Sar e Solas secondo i quali l’obbligo di fornire un luogo d’approdo sicuro per i naufraghi "ricade sul Governo contraente responsabile per la regione Sar in cui i sopravvissuti sono stati recuperati”.Ratificano, e probabilmente nessuno spiega loro che il fatto che la piccola isola di Malta non ratifichi sia in realtà un problema enorme, perché la sua area di search & rescue (cerca e salva) è immensa, rispetto alla sua superficie. Tradotto: quel che si recupera in prossimità delle coste maltesi - come i naufraghi salvati sull'Aquarius - sbarca comunque in Italia, e sbarca col foglio di richiesta di asilo politico, perché solo così si può entrare, e tocca all’Italia occuparsene, perché così hanno deciso Berlusconi, Bossi e Fini. O se preferite, Forza Italia, la Lega e Alleanza Nazionale.

Sì, gli stessi che oggi si stringono a coorte col titolare del Viminale, nella sua strenua battaglia contro la nave Aquarius, le sue 629 anime, le organizzazioni non governative battenti bandiera di Gibilterra, i buonisti di sinistra, gli editorialisti radical chic. Non diteglielo, a Matteo Salvini, che il vero nemico, la causa di tutti i suoi crucci, ce l’ha davanti. Allo specchio.

Andrea Colombo

 

Governo. Il ministro del lavoro rassicura i commercianti senza sapere dove trovare i fondi necessari

 

C’è un punto sul quale si cementa l’unità nazionale, l’obbligo di disinnescare le clausole di salvaguardia evitando l’aumento dell’Iva, e c’è una voce che riassume quella di tutte le forze politiche e sociali, quella di Carluccio Sangalli, presidente di Confcommercio. Di fronte all’assemblea annuale dell’associazione scandisce una posizione netta: «Sull’Iva non si tratta e non si baratta. Dopo una campagna elettorale all’insegna di ‘Meno tasse per tutti’ gli aumenti Iva, pari nel 2019 a 200 euro per ogni italiano, sarebbero una beffa oltre che la fine delle già modeste prospettive di ripresa».

 

All’ovazione della sala fa subito eco quella di tutte le forze politiche, che dichiarano il loro accordo: quell’aumento va evitato a tutti i costi. In platea si fa vedere Salvini, limitandosi a mitragliare selfie. Ma sul palco sale Luigi Di Maio e non resta insensibile all’appello: «Do la mia parola e quella del governo che l’Iva non aumenterà. Le clausole saranno disinnescate».

 

E’ quello che i commercianti vogliono sentire e anche il prosieguo è, con qualche parziale eccezione, di loro gradimento. Apprezzano il ministro del Lavoro e dello Sviluppo quando illustra la sua ricetta per far decollare le imprese: «Lasciarle in pace». Concordano sentitamente quando il vicepremier assicura che d’ora in poi non si farà più ricorso a strumenti come il redditometro, essendo onere dello Stato dimostrare la colpa e non dei cittadini provare l’innocenza, o quando rassicura: «Chi racconta che questo è il governo del No alle infrastrutture sbaglia». Restano più tiepidi quando il leader dei 5S dettaglia l’ipotesi di salario minimo per chi è fuori dalla contrattazione nazionale. L’ultimo nodo che Di Maio affronta è quello della Ue che si lega, sia pur indirettamente, a quello dell’aumento dell’Iva: «Dobbiamo ricontrattare condizioni che l’Italia non può sostenere. Lo faremo con il dialogo, ma anche dicendo dei no».

 

L’impegno c’è, ed è quello che i commercianti, ma non solo loro, esigevano. Circolava una palpabile inquietudine, dovuta soprattutto alle posizioni assunte da Tria prima di avvicinarsi all’area ministero dell’Economia, con quella proposta invisa quanto altre mai di finanziare la Flat Tax proprio con l’aumento Iva. La rassicurazione è arrivata e sarà confermata il 19 giugno, con la presentazione del nuovo Def.

 

Nel Documento il disinnesco dell’Iva sarà ufficializzato, anche se difficilmente i nuovi governanti riusciranno nei prossimi 13 giorni a capire come mantenere l’impegno. Si limiteranno quindi alla dichiarazione d’intenti rinviando i particolari sull’attuazione dei medesimi alla legge di bilancio. Per il momento non hanno idea di come fare e il lavoretto non è semplice. Per impedire l’aumento nel 2019 servono 12,5 mld. Per sbarrare la strada a quello del 2020 ne occorrono 19,1. E’ probabile che il governo si limiti comunque a sterilizzare solo il primo aumento, rimandando il nodo del 2020 al prossimo anno.

 

Alla cospicua somma necessaria per tener fede all’impegno assunto da Di Maio bisognerà aggiungere i 3,6 mld che la Ue, come anticipato qualche settimana fa dal vicepresidente della Ue Dombrovskis, chiederà probabilmente ai fini del pareggio di bilancio e una cifra intorno ai 2,6 mld per interventi ordinari. Serviranno 18 mld e mezzo, ed è quasi inevitabile che almeno una parte debba essere coperta ricorrendo al deficit. Europa permettendo, certo, ma non è facile che la Ue, alle prese con un Paese di estrema importanza ed estremamente a rischio come l’Italia, oltre tutto con le elezioni europee alle porte, si mostri troppo arcigna.

 

Alla fine il governo manterrà la promessa, tanto più che sul fronte Iva potrà contare sul sostegno del Parlamento. La nota dolente è che rischiano di restare fuori dal conto proprio le roboanti riforme inserite nel contratto. Anche se ci si limitasse all’intervento sui Centri d’impiego, antipasto del Reddito di cittadinanza, servirebbero un paio di mld in più. Ma che Salvini accetti di avviare il Reddito rinviando a data da destinarsi la partenza della Flat Tax e la Fornero è una speranza poco realistica.

Alfonso Gianni

 

Fisco. Il falso mantra neoliberale

 

Diceva Mark Twain che una delle differenze più evidenti tra un gatto e una bugia è che il gatto ha solo nove vite. In effetti la “balla” ne ha di infinite. L’ultima prova ce la fornisce l’intervista radiofonica di ieri di Salvini.

 

A parte lo strafalcione di parlare di lira al posto di euro (“il nostro obiettivo è che tutti riescano ad avere qualche lira in più nelle tasche da spendere”: un lapsus freudiano?) il neoministro degli interni, evidentemente competente anche in economia, ha ribadito la sua ferma fiducia negli effetti strabilianti dell’introduzione della flat tax. Che il ministro Tria vorrebbe finanziare dando via libera agli aumenti dell’Iva, con grave danno per i consumi popolari.

 

L’articolo 53 della nostra Costituzione vincola il sistema tributario “a criteri di progressività”, ma l’argomento è un mantra del neoliberismo e non c’è populismo che tenga. Come la cd “curva di Laffer” che ne costituisce il background culturale (si fa per dire). Correvano gli anni settanta quando un giornalista del Wall Street Journal si incontrò in un ristorante di Washington con l’economista Arthur Laffer che disegnò su un tovagliolo una curva a campana che doveva dimostrare che più si alza il prelievo fiscale minore è conveniente l’attività economica. La conclusione è che bisognasse drasticamente ridurre le tasse. Reagan e poi Bush padre lo fecero e fu un disastro, portando a livelli altissimi il debito pubblico americano, senza alcun beneficio per l’occupazione (anzi tre milioni di posti di lavoro in meno). Eppure le sorti gloriose della Laffer hanno continuato negli anni a fare danni. Un quotidiano italiano riferì che anche Benjamin Netanyahu, durante una sua visita all’Expò, riprodusse la curva di Laffer per spiegare all’allora commissario di Expò Giuseppe Sala la necessità per l’Italia di ridurre le tasse.

 

Con questi illustri precedenti Salvini non poteva rischiare di sfigurare. Ed eccolo quindi spiegare al colto e all’inclita che se uno paga meno tasse “assume un operaio in più, acquista una macchina in più e crea lavoro in più”. Insomma la riedizione in chiave padana della tristemente nota teoria del trickle down, ovvero dello “sgocciolamento” della ricchezza dall’alto in basso. Cosa che le statistiche non solo italiane negano che sia mai avvenuta. Il fallimento americano al riguardo lo dimostra. George W.Bush aveva introdotto rilevanti tagli fiscali ai redditi maggiori nella speranza di incrementare gli investimenti. Si è trovato di fronte all’acquisto di beni durevoli, perlopiù di importazione. In Italia gli investimenti che nel 1999 erano pari al 20% del Pil, si sono ridotti oggi al 17,2%, dopo avere toccato il 22% prima della crisi. La maggiore ricchezza di alcuni ha preso la strada della finanza e dell’esportazione illegale di capitali non quella dell’investimento produttivo.

 

Solo gli strati meno abbienti trasformano in consumi l’aumento delle loro scarse entrate. Quando sono messi in condizione di farlo, perché anche qui ci sonoi dei limiti. Gli 80 euro di Renzi sono perlopiù finiti a coprire situazioni debitorie pregresse. La flat tax non farebbe altro che aumentare la tesaurizzazione della ricchezza da un lato e ridurre al lumicino uno stato sociale già devastato dalle privatizzazioni. Ce lo ribadisce il Censis: nel 2017 gli italiani hanno speso per la sanità quasi il 10 per cento in più rispetto al 2013-2017. Se non rinunciano a curarsi, e sono milioni, si devono indebitare. Un fenomeno in pesante aumento in un paese che soffriva di debito pubblico ma molto meno di quello privato rispetto al quadro europeo. Sette milioni di italiani si sono indebitati, 2,8 hanno venduto casa per poterlo fare, 44 milioni hanno speso di tasca propria una cifra media pro capite di 665 euro. Destinata a raggiungere i mille euro entro il 2025 in assenza di interventi correttivi. Ma quali? Se il rimedio è quello di una polizza sanitaria o di un fondo integrativo su base occupazionale ci si scontra con la disoccupazione e la precarizzazione dilaganti. Insomma il famoso gatto di morde la coda.

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